Giuseppe Parini

“Il Giorno”

lezione nuova e commenti di Cesare Cantù.

Edizione di riferimento:

L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.

Il Vespro.

Invenies qui, ob similitudinem morum,

aliena malefacta tibi objectari putent.

Tacito,Ann. l. IV. 315.

Ma de gli augelli e de le fere il giorno [1]

E de’ pesci squamosi e de le piante

E dell’umana plebe al suo fin corre [2]

Già sotto al guardo de la immensa luce

Sfugge l’un mondo; e a berne i vivi raggi [3]                  5

Cuba s’ affretta e il Messico e l’altrice [4]

Di molte perle California estrema:

E da’ maggiori colli e dall’eccelse

Rôcche il Sol manda gli ultimi saluti

All’Italia fuggente; e par che brami                             10

Rivederti, o Signor, prima che l’Alpe

O l’Appennino o il mar curvo ti celi [5]

A gli occhi suoi. Altro finor non vide,

Che di falcato mietitore i fianchi

Su le campagne tue piegati e lassi;                               15

E su le armate mura or braccia or spalle

Carche di ferro, e su le aeree capre [6]

De gli edificj tuoi man scabre e arsicce;

E villan polverosi innanzi a i carri

Gravi del tuo ricolto; e su i canali                                 20

E su i fertili laghi irsuti petti

Di remigante che le alterne merci

A’ tuoi comodi guida ed al tuo lusso:

Tutti ignobili aspetti. Or colui veggia [7]

Che da tutti servito a nullo serve.                                 25

Pronto è il cocchio felice. Odo le rote,

Odo i lieti corsier che all’alma sposa

E a te suo fido cavalier nodrisce

Il placido marito. Indi la pompa

Affrettasi de’ servi; e quindi attende,                            30

Con insigni berretti e argentee mazze,

Candida gioventù che al corso agogna

I moti espor de le vivaci membra;

E nell’audace cor forse presume

A te rapir de la tua bella i voli [8].                                    35

Che tardi omai? Non vedi tu com’ella

Già con morbide piume a i crin leggeri

La bionda, che svanì polve rendette;

E con morbide piume in su la guancia

Fé più vermiglie rifiorir che mai                                   40

Le dall’aura predate amiche rose?

Or tu, nato di lei ministro e duce,

L’assisti all’opra; e di novelli odori

La tabacchiera e i bei cristalli aurati

Con la perita mano a lei rintegra:                                45

Tu il ventaglio le scegli adatto al giorno [9];

E tenta poi fra le giocose dita

Come agevole scorra. Oh qual con lieti

Né ben celati a te guardi e sorrisi

Plaude la Dama al tuo sagace tatto!                            50

Ecco ella sorge e del partir dà cenno:

Ma non senza sospetti e senza baci

A le vergini ancelle il cane affida,

Al par de’ giochi, al par de’ cari figli [10]

Grave sua cura: e il misero dolente,                             55

Mal tra le braccia contenuto e i petti,

Balza e guaisce in suon che al rude vulgo

Ribrezzo porta di stridente lima;

E con rara celeste melodia

Scende a gli orecchi de la Dama e al core.                   60

Mentre così fra i generosi affetti

E le intese blandizie e i sensi arguti

E del cane e di sé la bella obblia

Pochi momenti, tu di lei più saggio

Usa del tempo; e a chiaro speglio innante                   65

I bei membri ondeggiando, alquanto libra

Su le gracili gambe; e con la destra,

Molle verso il tuo sen piegata e mossa,

Scopri la gemma che i bei lini annoda;

E in un dì quelle, ond’hai sì grave il dito,                    70

L’invidïato folgorar cimenta:

Poi le labbra componi: ad arte i guardi

Tempra qual più li giova; e a te sorridi.

Al fin, tu da te sciolto, ella dal cane,

Ambo al fin v’appressate. Ella da i lumi                      75

Spande sopra di te quanto a lei lascia

D’eccitata pietà l’amata belva ;

E tu sopra di lei da gli occhi vêrsi

Quanto in te di piacer destò il tuo volto;

Tal seguite ad amarvi; e insieme avvinti,                     80

Tu a lei sostegno, ella di te conforto,

Itene omai de’ cari nodi vostri

Grato dispetto a provocar nel mondo.

Qual primiera sarà che da gli amati

Voi, sul vespro nascente, alti palagi                             85

Fuor conduca, o Signor, voglia leggiadra?

Fia la santa amistà, non più feroce,

Qual ne’ prischi eccitar tempi godea

L’un per l’altro a morir gli agresti eroi;

Ma pacata e innocente al par di questi,                       90

Onde la nostra età sorge sì chiara,

Di Giove alti incrementi [11]. O, dopo i tardi

De lo specchio consigli e dopo i giochi,

Dopo le mense, amabil dea, tu insegni

Come il giovin marchese al collo balzi                         95

Del giovin conte; e come a lui di baci

Le gote imprima; e come il braccio annode

L’uno al braccio dell’altro; e come insieme

Passeggino, elevando il molle mento

E volgendolo in guisa di colomba;                               100

E palpinsi e sorridansi e rispondansi

Con un vezzoso tu [12]. Tu fra le dame

Sul mobil arco de le argute lingue

I già pronti a scoccar dardi rattieni,

S’ altra giugne improvviso, a cui rivolti                       105

Pendean di già: tu fai che a lei presente

Non osin dispiacer le fide amiche;

Tu le carche faretre a miglior tempo

Di serbar le consigli. Or meco scendi

E i generosi ufici e i cari sensi                                       110

Meco detta al mio Eroe; tal che famoso

Per entro al suon de le future etadi

E a Pilade s’eguagli, e a quel che trasse [13]

Il buon Teseo da le tenarie foci [14].

Se da i regni che l’Alpe o il mar divide                 115

Dall’italico lido in patria or giunse

Il caro amico, o da i perigli estremi

Sorge d’arcano mal che in dubbio tenne

Lunga stagione i fisici eloquenti,

Magnanimo Garzone, andrai tu forse                         120

Trepido ancora per l’amato capo

A porger voti sospirando? Forse

Con alma dubbia e palpitante i detti

E i guardi e il viso esplorerai de’ molti

Che il giudizio di voi, menti sì chiare                           125

Fra i primi assunse d’Esculapio alunni [15]?

O di leni origlieri all’omer lasso

Porrai sostegno; e vital sugo a i labbri

Offrirai di tua mano? O pur con lieve

Bisso [16] il madido fronte a lui tergendo,                        130

E le aurette agitando, il tardo sonno

Inviterai a fomentar con l’ali

La nascente salute? Ah no! tu lascia,

Lascia che il vulgo di sì tenui cure

Le brevi anime ingombri e d’un sol atto                      135

Rendi l’amico tuo felice a pieno.

Sai che, fra gli ozj del mattino illustri,

Del gabinetto al tripode sedendo,

Grand’arbitro del bello, oggi creasti

Gli eccellenti nell’arie. Onor cotanto                            140

Basti a darti ragion su le lor menti

E su l’opre di loro. Util ciascuno

A qualch’uso ti fia. Da te mandato,

Con acuto epigramma il tuo poeta

La mentita virtù trafigger puote                                  145

D’una bella ostinata; e l’elegante

Tuo dipintor può con lavoro egregio

Tutti dell’ amicizia, onde ti vanti,

Compendiar gli ufici in breve carta [17];

O se tu vuoi che semplice vi splenda                            150

Di nuda maestade il tuo gran nome,

O se in antica lapide imitata

Inciso il brami; o se in trofeo sublime

Accumulate a te mirarvi piace

Le domestiche insegne, indi un lione                           155

Rampicar furibondo, e quindi l’ale

Spiegar l’augel che i fulmini ministra [18];

Qua timpani e vessilli e lance e spade,

E là scettri e collane e manti e velli

Cascanti argutamente. Ora ti vaglia                            160

Questa carta, o Signor, serbata all’uopo;

Or fia tempo d’usarne. Esca, e con essa

Del caro amico tuo voli a le porte

Alcun de’ nuncj tuoi; quivi deponga

La tessera beata; e’ fugga, e torni                                 165

Ratto sull’orme tue, pietoso eroe

Che, già pago di te, ratto a traverso

E de’ trivj e del popolo, dilegui.

Già il dolce amico tuo nel cor commosso,

E non senza versar qualche di pianto                          170

Tenera stilla, il tuo bel nome or legge

Seco dicendo: « Oh ignoto al duro vulgo

Sollievo almo de’ mali! oh sol concesso

Facil commercio a noi alme sublimi

E d’affetti e di cure! Or venga il giorno                       175

Che sì grate alternar nobili veci

A me sia dato! » Tale sbadigliando

Si lascia da la man lenta cadere

L’amata carta; e te, la carta e il nome

Soavemente in grembo al sonno obblia.                      180

Tu fra tanto colà rapido il corso

Declinando intraprendi ove la Dama,

Co’ labbri desiosi e il premer lungo

Del ginocchio sollecito, ti spigne

Ad altre opre cortesi. Ella non meno                            185

All’imperio possente, a i cari moti

Dell’amistà risponde. A lei non meno

Palpita nel bel petto un cor gentile.

Che fa l’amica sua? Misera! Ieri,

Qual fosse la cagion, fremer fu vista                            190

Tutta improvviso, ed agitar repente

Le vaghe membra; indomito rigore

Occupolle le cosce; e strana forza

Le sospinse le braccia: illividiro

I labbri onde l’Amor l’ali rinfresca;                              195

Enfiò la neve de la bella gola;

E celato candor da i lini sparsi

Effuso rivelossi a gli occhi altrui.

Gli Amori si schermiron con la benda;

E indietro rifuggironsi le Grazie.                                  200

In vano il cavalier, in van lo sposo

Tentò frenarla, in van le damigelle,

Che su lo sposo e il cavaliere e lei

Scorrean col guardo, e poi ristrette insieme

Malignamente sorrideansi in volto.                              205

Ella, truce guatando, curvò in arcò

Duro e feroce le gentili schiene [19];

Scalpitò col bel piede; e ripercosse

La mille volte ribaciata mano

Del tavolier ne le pugnenti sponde.                              210

Livida, pesta, scapigliata e scinta

Al fin stancò tutte le forze; e cadde

Insopportabil pondo sopra il letto [20].

Nè fra l’intime stanze o fra le chiuse

Gemine porte il prezïoso evento                                   215

Tacque ignoto molt’ore. Ivi la Fama

Con uno il colse de’ cent’occhi suoi [21];

E il bel pegno rapito uscì portando

Fra le adulte matrone, a cui segreto

Dispetto fanno i pargoletti Amori,                               220

Che da la maestà de gli otto lustri

Fuggon volando a più scherzosi nidi.

Una è fra lor che gli altrui nodi or cela

Commoda e strigne; or d’ispida virtude

Arma suoi detti; e furibonda in volto                           225

E infiammata ne gli occhi alto declama,

Interpreta, ingrandisce i sagri arcani

De gli amorosi gabinetti; e a un tempo

Odiata e desïata eccita il riso

Or co’ proprj misterj, or con gli altrui [22].                      230

La vide, la notò, sorrise alquanto

La volatile dea; disse: « Tu sola

Sai vincere il clamor de la mia tromba »;

Disse e in lei si mutò. Prese il ventaglio,

Prese le tabacchiere, il cocchio ascese,                         235

E là venne trottando ove de’ grandi

È il consesso più folto. Lì un momento

Lo sbadigliar s’arresta: in un momento

Tutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbri

Si raccolgono in lei : ed ella al fine,                              240

E ansando e percotendosi, con ambe

Le mani, le ginocchia, il fatto espone

E del fatto le origini riposte.

Riser le dame allor, pronte domane

A fortuna simil, se mai le vaghe                                   245

Lor fantasie commoverà negato

Da i mariti compenso a un gioco avverso;

O in faccia a lor, per deità maggiore,

Negligenza d’ amante, o al can diletto

Nata subita tosse: e rise ancora                                    250

La tua Dama con elle; e in cor dispose

Di teco visitar l’egra compagna.

Ite al pietoso ufficio, itene or dunque:

Ma lungo consigliar duri tra voi

Pria che a la meta il vostro cocchio arrive.                  255

Se visitar, non già veder, l’amica

Forse a voi piace, tacita a le porte

La volubile rota il corso arresti:

E il giovinetto messagger salendo

Per le scale sublimi, a lei v’annunzi                             260

Sì che voi non volenti ella non voglia.

Ma, se vaghezza poi ambo vi prende

Di spiar chi sia seco, e di turbarle [23]

L’anima un poco, e ricercarle in volto

De’ suoi casi la serie, il cocchio allora                           265

Entri; e improvviso ne rimbombi e frema

L’atrio superbo. Egual piacere inonda

Sempre il cor de le belle, o che opportune

O giungano importune a le lor pari.

Già le fervide amiche ad incontrarse                    270

Volano impazienti; un petto all’altro

Già premonsi abbracciando; alto le gote

D’ alterni baci risonar già fanno;

Già strette per le man, co’ dotti fianchi

Ad un tempo amendue cadono a piombo                   275

Sopra il sofà. Qui l’una un sottil motto

Vibra al cor dell’amica; e a i casi allude

Che la Fama narrò: quella repente

Con un altro l’ assale. Una nel viso

Di bell’ ire s’infiamma; e l’altra i vaghi                        280

Labbri un poco si morde: e cresce in tanto

E quinci ognor più violento e quindi

Il trepido agitar dei duo ventagli.

Così, se mai al secol di Turpino [24]

Di ferrate guerriere un paro illustre                             285

Si scontravan per via, ciascuna ambiva

L’ altra provar quel che valesse in arme;

E dopo le accoglienze oneste e belle

Abbassavan lor lance, e co’ cavalli

Urtavansi feroci; indi infocate                                      290

Di magnanima stizza, i gran tronconi

Gittavan via de lo spezzato cerro,

E correan con la destra a gli elsi enormi.

Ma di lontan per l’alta selva fiera

Un messagger con clamoroso suono                           295

Venir s’udiva galoppando; e l’una

Richiamare a re Carlo, o al campo l’altra

Del giovane Agramante. Osa tu pure,

Osa, invitto Garzone, il ciuffo e i ricci,

Sì ben finti stamane, all’urto esporre                           300

De’ ventagli sdegnati; e a nuove imprese

La tua bella invitando, i casi estremi

De la pericolosa ira sospendi.

Oh solenne a la patria, oh all’orbe intero

Giorno fausto e beato, al fin sorgesti                            305

Di non più visto in ciel roseo splendore

A sparger l’orizzonte? Ecco la sposa

Di rami eccelsi l’inclit’alvo al fine

Sgravò di maschia desïata prole

La prima volta. Da le lucid’aure                                   310

Fu il nobile vagito accolto a pena,

Che cento messi a precipizio usciro

Con le gambe pesanti e lo spron duro [25]

Stimolando i cavalli, e il gran convesso

Dell’etere sonoro alto ferendo                                       315

Di scutiche e di corni: e qual si sparse

Per le cittadi popolose, e diede

A i famosi congiunti il lieto annunzio:

E qual per monti a stento rampicando

Trovò le rôcche e le cadenti mura                                 320

De’ prischi feudi, ove la polve e l’ombra

Abita e il gufo; e i rugginosi ferri

Sopra le rote mal sedenti al giorno,

Di novo espose, e fé scoppiarne il tuono;

E i gioghi de’ vassalli e le vallee                                    325

Ampie e le marche del gran caso empieo.

Né le muse devote, onde gran plauso

Venne l’altr’anno a gl’imenei felici,

Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole

Là su la notte dell’ardente agosto                                 330

Turba di grilli, e più lontano ancora

Innumerabil popolo di rane

Sparger d’alto frastuono i prati e i laghi,

Mentre cadon su lor, fendendo il bujo,

Lucide strisce, e le paludi accende                                335

Fiamma improvvisa che lambisce e vola;

Tal sorsero i cantori a schiera a schiera;

E tal piovve su lor foco febeo,

Che di motti ventosi alta compagine

Fe dividere in righe, o in simil suono                           340

Uscir pomposamente. Altri scoperse

In que’ vagiti Alcide; altri d’Italia

Il soccorso promise; altri a Bisanzio

Minacciò lo sterminio [26]. A tal clamore

Non ardì la mia musa unir sue voci;                            345

Ma del parto divino al molle orecchio

Appressò non veduta, e molto in poco

Strinse dicendo: Tu sarai simíle

Al tuo gran genitore .   .   .   .   .   .   .   .

Già di cocchi frequente il Corso splende [27]            350

E di mille che là volano rote

Rimbombano le vie. Fiero per nova

Scoperta biga il giovane leggiadro,

Che cesse al carpentier [28] gli aviti campi,

Là si scorge ira i primi. All’un de’ lati                          305

Sdrajasi tutto, e de le stese gambe

La snellezza dispiega. A lui nel seno

La conoscenza del suo merto abbonda;

E con gentil sorriso arde e balena

Su la vetta del labbro; o da le ciglia                             360

Disdegnando, de’ cocchi signoreggia

La turba inferïor: soave in tanto

Egli alza il mento, e il gomito protende;

E mollemente la man ripiegando,

I merletti finissimi su l’alto                                            363

Petto si ricompon con le due dita.

Quinci vien l’altro che pur oggi al cocchio

Da i casali pervenne; e già s’ascrive

Al concilio de’ Numi. Egli oggi impara

A conoscere il vulgo, e già da quello                            370

Mille miglia lontan sente rapirsi

Per lo spazio de’ cieli. A lui davanti

Ossequiosi cadono i cristalli.

De’ generosi cocchi oltrepassando;

E il lusingano ancor per che sostegno                          375

Sia de la pompa loro. Altri ne viene

Che di compro pur or titol si vanta;

E pur s’affaccia, e pur gli orecchi porge,

E pur sembragli udir da tutti i labbri

Sonar le glorie sue. Mal abbia il lungo                        380

De le rote stridore e il calpestio

De’ ferrati cavalli e l’aura e il vento,

Che il bel tenor de le bramate voci

Scender non lascia a dilettargli il core.

Di momento in momento il fragor cresce,                   385

E la folla con esso. Ecco le vaghe,

A cui gli amanti per lo dì solenne

Mendicarono i cocchi. Ecco le gravi

Matrone, che gran tempo arser di zelo

Contro al lei mondo, e dell’ignoto corso                      390

La scellerata polvere dannaro;

Ma poi che la vivace amabil prole

Crebbe, e invitar sembrò con gli occhi Imene,

Cessero al fine; e le tornite braccia [29],

E del sorgente petto i rugiadosi                                    395

Frutti prudentemente al guardo apriro

De i nipoti di Giano [30]. Affrettan quindi

Le belle cittadine, ora è più lustri

Note a la Fama, poi che ai tetti loro

Dedussero gli Dei, e sepper meglio                              400

E in più tragico stil da la teletta

A i loro amici declamar l’istoria

De’ rotti amori; ed agitar repente

Con celebrata convulsion la mensa,

Il teatro e la danza. Il lor ventaglio,                              405

Irrequieto sempre, or quinci or quindi,

Con variata eloquenza esce e saluta.

Convolgonsi le belle: or su l’un fianco,

Or su l’altro si posano, tentennano,

Volteggiano, si rizzan, sul cuscino                               410

Ricadono pesanti, e la lor voce

Acuta scorre d’uno in altro cocchio.

Ma ecco al fin che le divine spose

De gl’italici eroi vengono anch’esse.

Io le conosco a i messagger volanti                              415

Che le annuncian da lungi, ed urtan fieri

E rompono la folla; io le conosco

Da la turba de’ servi al vomer tolti,

Per che oziosi poi di retro pendano

Al carro trionfal con alte braccia [31].                               420

Male a Giuno ed a Pallade Minerva

E a Cinzia e a Citerea mischiarvi osate [32]

Voi, pettorute Najadi e Napée [33]

Vane di picciol fonte o d’umil selva,

Che a gli Egipani [34] vostri in guardia diede                  425

Giove dall’alto. Vostr’incerti sguardi,

Vostra frequente inane maraviglia,

E l’aria alpestre ancor de’ vostri moti

Vi tradiscono, ahi lasse! e rendon vana

La multiplice in fronte a i palafreni                              430

Pendente nappa ch’usurpar tentaste,

E la divisa onde copriste il mozzo

E il cucinier, che la seguace corte

Accrebber stanchi, e i miseri lasciaro.

Canuti padri di famiglia soli                                         435

Ne la muta magion serbati a chiave.

Troppo da voi diverse esse ne vanno

Ritte ne gli alti cocchi alteramente;

E a la turba volgare che si prostra

Non badan punto: a voi talor si volge                          440

or guardo negligente; e par che dica:

« Tu ignota mi sei » o nel mirarvi,

Col compagno susurrano ridendo.

Le giovinette madri de gli eroi

Tutto empierono il Corso, e tutte han seco                  445

Un giovinetto eroe o un giovin padre

D’altri futuri eroi, che a la teletta,

A la mensa, al teatro, al corso, al gioco

Segnaleransi un giorno; e fien cantati,

S’io scorgo l’avvenir, da tromba eguale                       450

A quella che a me diede Apollo, e disse:

« Canta gli Achilli tuoi, canta gli Augusti

Del secol tuo ». Sol tu manchi, o pupilla

Del più nobile mondo: ora ne vieni,

E del rallegrator dell’universo                                       455

Rallegra or tu la moribonda luce [35].

Già tarda a la tua Dama, e già con essa

Precipitosamente al Corso arrivi.

Il memore cocchier serbi quel loco

Che voi dianzi sceglieste; e voi non osi                         460

Tra le ignobili rote esporre al vulgo,

Se star fermi a voi piace; ed oltre scorra,

Se di scorrer v’aggrada, e a i guardi altrui

Spiegar gioje novelle e nuove paci

Che la pubblica fama ignori ancora.                           465

Né conteso a te fia per brevi istanti

Uscir del cocchio; e sfolgorando intorno,

Qual da repente spalancata nube,

Tutti scoprir di tua bellezza i rai

Nel tergo, ne le gambe e nel sembiante                       470

Simile a un nume ; poi che a te non meno

Che all’altro semideo [36] Venere diede

E zazzera leggiadra e porporino

Splendor di gioventù, quando stamane

A lo speglio sedesti. Ecco son pronti                             475

Al tuo scendere i servi. Un salto ancora

Spicca, e rassetta gl’increspati panni,

E le trine sul petto [37]: un pò l’inchina;

A i lucidi calzari un guardo volgi;

Èrgiti, e marcia dimenando il fianco.                           480

O il corso misurar potrai soletto,

Se passeggiar tu brami: o tu potrai

Dell’altrui dame avvicinarti al cocchio,

E inerpicarti, ed introdurvi il capo

E le spalle e le braccia, e mezzo ancora                       485

Dentro versarle. Ivi salir tant’alto

Fa le tue risa, che da lunge le oda

La tua Dama, e si turbi, e li interrompa

Il celiar de gli eroi che accorser tosto

Tra il dubbio giorno a custodirla in tanto                    490

Che solinga rimase. O sommi Numi,

Sospendete la notte; e i fatti egregi

Del mio giovin Signor splender lasciate

Al chiaro giorno. — Ma la notte segue

Sue leggi inviolabili, e declina                                      495

Con tacit’ombra sopra l’emispero;

E il rugiadoso piè lenia movendo,

Rimescola i color varj, infiniti,

E via ti spazza con l’immenso lembo [38]

Di cosa in cosa: e suora de la morte,                            500

Un aspetto indistinto, un solo volto

Al suolo, a i vegetanti; a gli animali,

A i grandi ed a la plebe equa permette;

E i nudi insieme ed i dipinti visi

De le belle confonde e i cenci e l’oro:                            505

Né veder mi concede all’aere cieco

Qual de’ cocchi si parta, o qual rimanga

Solo all’ombre segrete; e a me di mano

Tolta il pennello, il mio Signore avvolge

Per entro al tenebroso umido velo.                               510

 

Note

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[1] Dicemmo che il Vespro e la Notte non si stamparono se non morto l’autore, cioè trentadue anni dopo i primi. La più parte però del Vespro ed alcun che della Notte era già inserito nel Meriggio. Perocché, dopo il verso con che ora quello finisce, seguiva questa descrizione della sera fino al verso venticinque. Quivi si appiccava la scena del corso, Già di cocchi frequente il corso splende fino al verso Rallegra or tu la moribonda luce: indi si passava a descrivere le cure dei due amanti prima di salir in cocchio, Già d’untuosa polvere novella ecc., e gli avviava al corso. Era un protendere il Mezzodì troppo oltre i suoi confini; e saviamente l’autore nel manoscritto trasportò al Vespro i brani accennati, aggiungendone altri per ridurlo come è. Il De Coureil malmenò il Reina per avere stampato questi due poemetti, come fosse stato mosso da sola ingordigia di guadagno; e vi trova stile meno vivace, men preciso, meno elegante e poetico: che, paragonati ai due primi, son come un corpo etico e rifinito dall’età in confronto ad un robusto e sano, ben colorito e pieno di gaja gioventù.

Anche altri, comunque amorevoli del Parini, asseriscono che questi poemetti non vagliono di gran pezza i primi. Certo ai due poemetti mancò l’ultima mano, e tratto tratto s’avvisano de’ nei che un nuovo ritocco avrebbe levato; però in molte parti della Notte sentesi il brio e la forza comica dell’autor del Mattino.

[2] Il giorno di tutti gli esseri viventi finisce col venir della notte: quello del Bel Mondo si protrae molto più in là: ed oggi può dire cominci alla sera.

[3] Il Parini s’attiene al vero sistema mondiale per indicare il cader del giorno diversamente da quello che l’aveano detto gli antichi. Non vedo perchè, invece di far altrettanto, credasi più poetico il dire che il sole tramonta, si alza; e se occorre, farlo alzar ancora coi cavalli su per la fervida curva.

[4] Cuba, una delle grandi Antille. Messico, provincia d’America, di cui già parlammo, e della quale formava parte la California, penisola prolungata nell’Oceano Pacifico, ricchissima un tempo per la pesca delle perle, ora per gl’inesauribili terreni auriferi.

Anche il Pindemonte cantò ne’ Viaggi:

E le candide pèrle che al tornito

Collo l’estrema California invia.

[5] Vedasi quanto queste idee sieno nuove, sieno belle, sieno vere. Eppure alcuno si ostina a dire che il vero è tomba de’ poeti. Il mare seconda la curva della terra che fascia.

[6] Il culmine del tetto; radice di capriata.

[7] Insiste sempre sull’egoistica pretensione di credersi esseri superiori al volgo laborioso. Anche Giovenale, Sat. VIII.

Messoribus illis

Qui saturam urbem circo scenaeque vacantem.

[8] Vedi il Mattino nota 106.

[9] Eran gran parte del lusso d’allora i ventagli, e beata or la signora che ne rinviene alcuno fra le ciarpe di casa. Faceansi d’avorio ed oro, con carte miniate, e talora alcuni versi, al qual uso ne fece anche il Parini. Riportiamo questi :

Finché il sole arde in lione,

Son cercato, son gradito;

Ma se cambia la stagione,

A me logoro e sdrucito

Più nessun non volge il ciglio.

Bella dònne, a chi somiglio?

Anche degli uomini taluni portavano la ventola, e fra i privilegi che godevano gli excellentissimi senatori era pur questa d’averne ogni giorno sulla loro tavola in senato una bell’e nuova.

[10] Già il Fagiuoli scriveva:

E piuttosto vorran farsi vedere

In collo una canina di Bologna,

Che sulle braccia un figliolin tenere.

La nostra dama del resto era ancor più amorevole del signor Western nel Tom Jones di Fielding, il quale « subito dopo i suoi schioppi, i suoi cani, i suoi cavalli, amava e apprezzava la figliuola sua sovra tutte l’altre cose del mondo ».

[11] Magnum Jovis incrementum.

Virgilio.

[12] L’uso del tu s’è molto più esteso a’ dì nostri. Grave scandalo fu della repubblica l’introdurlo fra marito e moglie, fratelli e sorelle, padri e figliuoli: dove prima era usato il voie il lei.

[13] Pilade, per salvare il suo Oreste cercato a morte, si finse lui: Piritoo scese persin nell’inferno per cavarne l’amato suo Teseo. Agli amici d’oggi noi cerchiamo assai meno, e ci persuadiamo che l’amicizia è un fior bellissimo, ma chi vuol conservarlo conviene non lo colga.

[14] Tenario dicevasi anticamente il capo Matapan della Laconia, il cui orrore fece credere che desse adito all’ inferno.Taenarias etiam fauces, alta ostia ditis. Virg.

[15] Esculapio è dio della medicina. Fin trattandosi della vita e della morte ci doveva entrar la moda; e se questa aveva gridato sommo un medico, non doveva una persona di garbo morire che in mano o per mano di quello. La moda è cessata?

[16] Bisso è lino finissimo, crescente intorno ad Elìm nell’Acaja, e computato a peso coll’oro. Ma Forster (De bysso antiquorum) pretende non fosse altro che il nostro cotone d’India. Con esso facevasi una tela finissima, che per lo più tingevasi in porpora, il più pregiato fra’ colori: onde bisso fu preso spesso per color di porpora.

[17] Punge il ridicolissimo e comodissimo uso de’ viglietti di visita, allora non volgarizzato quanto adesso; e che, come segno d’aristocrazia, portava che avessero un’eleganza proporzionata al grado o alle pretensioni dell’offrente.

[18] Ministrum fulminis alitem.

Orazio.

[19]                           Del capo e delle schiene Rodomonte

La terra impresse.

Ariosto XLVI, 135.

[20] Sarà grato ai lettori (di leggitrici non oso lusingarmi) ch’io compendii uno de’ più spiritosi scrittori e più mordaci della Francia, in quel tristo libro ove analizza i congegni più segreti della politica maritale. Parlando della guerra civile fra gli sposi, dà per le armi più terribili la micrania e le affezioni nervose. — « O micrania protettrice degli amori, imposta coniugale, studio innanzi a cui vengono a spirare tutti i maritali delirj. O possente micrania! poffardio che gli amorosi non t’abbiano ancora celebrata, divinizzata, personificata? O micrania miracolosa! O ingannevole micrania! benedetto il cervello che primo ti concepì! malannaggia il medico che ti trovasse un preservativo! Ah sì: tu sei l’unico male onde le donne non si querelano, certo per riconoscenza de’ beni che tu loro dispensi, O fallace micrania, O micrania miracolosa !

« Pure v’ha una potenza superiore ancora. Come tutte le scoperte più utili, non si sa a chi sia dovuta: certo però verso il mezzo del passato secolo i vapori cominciarono a comparire in Francia: mentre Giacomo Watt applicava a problemi di meccanica la forza dell’acqua evaporata, una Francese innominata, aveva la gloria di dotar il suo sesso del potere di vaporizzare i suoi fluidi... Le affezioni nervose sono di due sorta, rispetto all’uso che ne fanno le maritate:convulsioni classiche, e convulsioni romantiche. Le classiche hanno un non so che di bellicoso ed animato: violente nelle loro comparse come le Pitonesse, furibonde come le Menadi, agitate come le Baccanti: sono insomma l’antichità tale e quale. — Le affezioni romantiche son dolci e lamentose come le ballate che si cantano in Iscozia fra le nebbie: pallide come fanciulle ridotte alla tomba dal ballo o dall’amore; elegiache in grado superlativo, sentono la nordica melanconia. Costei dalle chiome corvine, dall’occhio penetrante, di tinta vigorosa, di secche labbra, di robusta mano, sarà bollente, convulsiva, rappresenterà il genio delle nervose classiche. Una bella bionda, di carnagione bianca, sarà il genio delle nervose romantiche. All’una spetta l’imperio de’ nervi, all’altra quel de’ vapori.

« Spesso un marito nel tornar a casa vi trova sua moglie in pianto. — Cos’hai, angelo mio? — Oh, niente. — Ma tu piangi. — Piango senza sapere il perchè; son così melanconica... Ho visto in aria certe figure... poco mi resta da campare». — E qui la vi parla sotto voce del fu suo padre, del povero suo zio, della buon’anima di suo nonno: ne invoca le ombre, ne risente tutti i malanni: ne prova tutti i patimenti: sente il cuore batter con troppa violenza, e la milza gonfia, e crampi allo stomaco, e se volete carezzarla vi prega di lasciarla alla sua melanconia, alle sue reminiscenze; vi parla di testamento, del suo funerale, del salice piangente che ricoprirà la sua tomba.... Tra le vaporose ce n’ha alcune più bionde, più delicate, più sensitive, che hanno il dono delle lagrime. Piangono quando, come e quanto vogliono: ordinano un sistema offensivo, che consiste in una rassegnazione sublime, e riportano vittorie tanto più stupende, quanto che rimangono in fior di salute. Un marito irritato vien tutto in gote a dettare de’ comandi? Esse lo guardano sommesse, chinan il capo, e zitte. Questa pantomima è un disastro per un marito; in sì fatte lotte coniugali, un uomo preferisce sentir la donna parlare, difendersi, perchè allora esaltamenti, rabbia. Ma con queste donne, niente affatto; il loro silenzio v’inquieta; sentite un non so qual rimorso, come il sicario che, non avendo ritrovato resistenza nella sua vittima, prova un doppio timore; avrebbe voluto assassinarlo sulle difese. — Voi tornate a casa. Al venir vostro la moglie terge gli occhi e asconde il fazzoletto in modo di lasciarvi accorgere che ha pianto. Siete commosso: la pregate a parlare: avete dimenticato ogni cosa. Allora ella singhiozza parlando, e parla singhiozzando: vi stordisce colle lacrime, colle idee rinfuse ed affollate — Ma tutte queste maliziucce moderne cosa sono mai a petto del genio antico, delle possenti convulsioni, della pirrica coniugale? Deh quante promesse per un amante nella vivacità di questi moti convulsi, nel fuoco di quegli sguardi, nella rigidità di quelle membra, graziose fin nel loro eccesso! Allora una donna s’avvoltola come il turbo che spira, lanciasi come le fiamme d’un incendio, piegasi come un’ombra che striscia via sopra candide pietruzze; vede l’avvenire e profetizza; vede sopratutto il presente, e abbatte il marito, e gli incute una specie di terrore. Gli attacchi di nervi stancano troppo, e di giorno in giorno si fanno più rari: prevale il romanticismo.

[21] Uno dei simboli più belli dell’antichità è appunto la Fama con cent’occhi, altrettante orecchie e bocche per vedere, udire, raccontar tutto. Di queste ciancerò che tutto sanno anche il non mai avvenuto, e nulla tacciono, v’ è chi crede non ancor estinta la razza.

[22] Com’è stupendamente caratterizzata la maledica! Un antico disse : Nil tam volucre quam maledictum, e il Ming Siu Pao Kien cinese: « Una buona azione non varca la soglia: d’una cattiva il rumor si diffonde a cento leghe ».

[23] Un terribile diplomatico nostro contemporaneo, che osava dir alto quel che gli altri pensano e sentono, M. Talleyrand, diceva che « Amici e parenti sono spie e delatori ».

[24] L’arcivescovo Turpino è un finto nome di scrittore di una cronaca di Carlo Magno e delle imprese che fece il re moro Agramante, quando venne assediar Parigi. La storia non fu mai sì stranamente falsata; eppure il più insigne poema cavalleresco che abbia l’Italia, l’Orlando Furioso, versa su quei fatti. Tanto quel potentissimo ingegno dell’Ariosto non conobbe il vero e santo fine della poesia, la vocazione degli ingegni eletti. — Qui allude specialmente ai duelli fra Marfisa e Bradamante, narrati dall’Ariosto nel canto XXXVI.

[25] Gli stivali di tromba che usano i corrieri,

[26] Luoghi comuni delle poesie per nascite illustri, e coi quali si son fatte di componimenti molte migliaja. Il concetto di sì fina ironia con cui finisce lo squarcio, parve al De Coureil oziosoe insipido.

[27] L᾿oziosa frequenza dei ricchi andava anticamente ad asolarsi nella strada Marina, or detta Isara, e il secentista Torre, nel Ritratto di Milano, si piacque descrivere a gran rincalzo di metafore questa « deliziosa piaggia, cinta da ogni lato da ombrose piante, quasi armigere guardiane provvedute di smisurate lancie, che sono i loro rami, dando ad intendere di starsene quivi per tener lungi gli orgogliosi danneggiatori di così delicate vaghezze. Chiamasi Strada Marina, non che le sia contiguo il mare, ma perchè ne᾿ cocchi sogliono in lei ondeggiare a centinaja le dame di Milano, lasciando solo ingolfati nelle maree quegli occhi che le stanno osservando. Quivi adunque nei tempi estivi vengono esse a nobile diporto le sere, e benché ne sia tramontato il sole, molti non si avveggono esser notte, perchè stanno a vista d᾿innumerevoli soli che non sanno tramontare, ancorché viaggianti nelle loro carrozze ».

Il Parini nellaDescrizione delle feste celebrate in Milano per le nozze degli arciduchi, ecc., dice, senza purezza nè eleganza: « Il corso delle carrozze è un oggetto massimamente considerabile nella nostra città per il sorprendente numero di quelle e per la ricchezza ed eleganza loro... Il giro delle carrozze chiamasi corso alla romana ... stendesi per tutto il lunghissimo tratto che conduce dalla piazza del Duomo fino alle mura della Porta Orientale ... e stendesi anche sopra le mura tra la porta Orientale e la porta Nuova. Questa parte di città è veramente la più amena, e quella che gode d᾿un᾿aria più salubre. L᾿ampiezza del luogo vi appresta tutto il comodo immaginabile a qualunque folla straordinaria di carrozze e di popolo: e l᾿elevatezza di quello presenta un assai vasto e piacevole orizzonte. Da un lato si domina la vasta pianura, il giro delle non molto distanti colline, e finalmente l᾿alta catena de’ nostri monti, a fronte una gran parte delle lontane Alpi, e dall᾿altro lato uno de᾿ migliori aspetti della città. Si sale da questa insensibilmente alla mura, e nell᾿ora del passeggio scopresi la bellissima pompa d᾿una innumerabile quantità di carrozze quivi schierate, e di popolo che vi si sta divertendo».

Verso il 1750 gli spalti della città furono resi accessibili alle carrozze, con piazze e panchine di zolle e piante di gelsi; in urbis muris directi anfractus, exacquatum solum, patefactus cursus, satae arbores, areae et subsellia ex cespite adornata civibus, come diceva l᾿iscrizione elegante. Ai tempi del Parini, e a disegno del Piermarini, si spianò e alberò lo spalto fra la porta Orientale e la Nuova; sotto i Francesi la piantagione si protrasse fin a porta Tenaglia; nella carestia del 1816 si ridusse ad eguale eleganza l᾿intervallo fra porta Orientale e porta Tosa; il resto nel 1844 , e ne᾿ seguenti anni.

Il lusso delle carrozze è antico e sempre sostenuto fra i Milanesi, e anche ai dì nostri si ricorda chi per esso andò in ruina.

[28] Parola latina (carpentarius), conservata nel francese charpentier.

[29] Non so perchè il Botta, rimproverando le leziosaggini francesi degli scrittori del secolo passato, non sappia trovare che toaletta, sofà e tornite braccia (Continuazione, libro 50). Non avesser che queste colpe!

[30] Giano, antichissimo re d᾿Italia, sotto il quale si godette ogni bene. Se si vuol trovar il tempo che l’Italia stette bene, è pur duopo ricorrere alle favole.

[31] La popolazione della campagna è tutt᾿altro che eccedente al bisogno: di quella della città gran parte è costretta vivere d᾿accatto e del sollecitare limosine, doti, sussidj dai luoghi pii. Perchè dunque i servi si scelgono di preferenza alla campagna? e fra gente rozza e ignara degli usi? La risposta non è la più difficile a chi non neghi la prevalenza fisica, intellettuale, morale de᾿ foresi sui cittadini. La superiorità di carattere de᾿ campagnoli è un fatto avvertito come dal Sismondi, così da tutti gli osservatori: ed è naturale; essi non hanno nè la conversazione, nè i giornali, mentre conservano la famiglia e il catechismo.

[32] Cinzia è Diana, dea delle caccie e della luna: Citerea è Venere; tutte, con Giunone e Minerva, appartenenti alla aristocrazia degli Dei.

[33] Ninfe custodi delle fonti e de᾿ boschetti.

[34] Deità de᾿ monti o de᾿ boschi con gambe di capra, e corna adorne di pino (pinu praecincti cornua Panes, Ovidio, Met. XIV, 638). Il primo Egipane nacque da Pane e da Ega ninfa, il cui nome in greco suona capra.

[35] Manca il legamento fra questi passi.

[36] Enea nel I dell᾿Eneide :

Restitit Æneas claraque in luce refulsit

Os, humerosque deo similis: namque ipsa decoram

Caesariem nato genitrix, lumenque juventae

Purpureum et laetos oculis afflavit honores

L’oblato Baldassare Oltrocchi, noto per molti lavori eruditi e pei commenti alla vita di san Carlo, era stato maestro di Maria Beatrice d᾿Este, che poi divenne arciduchessa. Negli ultimi suoi anni, sorto appena di grave malattia, si fe condurre in carrozza a respirar l᾿aria de᾿ bastioni. Lo vide l᾿arciduchessa che col marito andava al corso; subito fece fermare, e scesa, corse allo sportello del buon prete, a congratularsi, a fargli promettere che la sua prima visita sarebbe a lei, e impedir ch᾿egli pure scendesse di carrozza: soprafatto lui da tanta bontà; stupiti gli altri signori, che forse ne concepirono maggiore stima pel loro concittadino, e che certo unirono questo ai molti tratti di cortesia di quella brava signora.

[37] Questo atto di raccomodarsi le lattughe sul petto ritorna omai per la quarta volta. Troppo.

[38] Ecco una delle parole comuni abbellite: sicché il Foscolo se ne valse a giustificar quel suo

E quando

Il tempo con sue fredde ali ne spazza

Fin le ruine, le Pimplee fan lieti

Di lor canto i sepolcri.

Pure i manoscritti surrogano sgombra.

Indice Biblioteca Progetto Parini

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2007