Giuseppe Parini

“Il Giorno”

lezione nuova e commenti di Cesare Cantù.

Edizione di riferimento:

L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.

La Notte.

Invenies qui, ob similitudinem morum,

aliena malefacta tibi objectari putent.

Tacito, Ann. l. IV. 315.

Né tu contenderai, benigna Notte,

Che il mio Giovane illustre io cerchi e guidi

Con gli estremi precelti entro al tuo regno.

Già di tenebre involta e di perigli [1],

Sola, squallida, mesta alto sedevi                                 5

Su la timida terra. Il debil raggio

De le stelle remote e de’ pianeti,

Che nel silenzio camminando vanno,

Rompea gli orrori tuoi sol quanto è duopo

A sentirli vie più. Terribil ombra                                  10

Giganteggiando si vedea salire

Su per le case e su per l’alte torri,

Di teschi antiqui seminate al piede:

E ùpupe [2] e gufi e mostri avversi al sole

Svolazzavan per essa, è con ferali                                15

Stridi portavan miserandi augurj:

E lievi dal terreno e smorte fiamme

Di su di giù vagavano per l’aere

Orribilmente tacito ed opaco;

E al sospettoso adultero, che lento                                20

Col cappel su le ciglia e tutto avvolto

Nel mantel, se ne gía con l’armi ascose,

Colpieno il core, e lo strignean d’affanno.

E fama è ancor che pallide fantasime

Lungo le mura de i deserti tetti                                    25

Spargean lungo acutissimo lamento,

Cui di lontan per entro al vasto bujo

I cani rispondevano ululando.

Tal fosti, o Notte, allor che gl’inclit’ avi,

Onde pur sempre il mio Garzon si vanta,                   30

Eran duri ed alpestri, e con l’occaso

Cadean dopo lor cene al sonno in preda;

Fin che l’aurora sbadigliante ancora

Li richiamasse a vigilar su l’opre

De i per novo cammin guidati rivi                               35

E su i campi nascenti, onde poi grandi

Furo i nepoti e le cittadi e i regni.

Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,

Ecco del gioco, ecco del fasto i Genj

Che trionfanti per la notte scorrono,                            40

Per la notte che sacra è al mio Signore.

Tutto davanti a lor tutto s’irradia

Di nova luce. Le nimiche tenebre

Fuggono riversate, e l’ali spandono

Sopra i covili ove le fere e gli uomini                            45

A la fatica condannati dormono.

Stupefatta la Notte intorno vedesi

Riverberar più che dinanzi al sole

Auree cornici, e di cristalli e spegli

Pareti adorne, e vesti varie, e bianchi                           50

Omeri e braccia, e pupillette mobili,

E tabacchiere preziose, e fulgidi

Monili e gemme, e mille cose e mille.

Così l’eterno caos [3], allor che Amore

Sopra posovvi, e il fomentò con l’ale,                           55

Senti il generator moto crearse,

Sentì schiuder la luce; e sé medesmo

Vide meravigliando, e tanti aprirse

Tesori di natura entro al suo grembo.

O de’ miei studj generoso Alunno,                       60

Tu seconda me dunque, or ch’io t’invito

Glorie novelle ad acquistar là dove

O la veglia frequente o l’ampia scena

I grandi eguali tuoi, degni de gli avi

E de i titoli loro e di lor sorte,                                        65

E de i pubblici voti ultima cura,

Dopo le tavolette e dopo i prandi

E dopo i Corsi clamorosi aduna.

Ma dove, ahi dove senza me t’aggiri,

Lasso! da poi che, in compagnia del sole,                    70

T’involasti pur dianzi a gli occhi miei?

Qual palagio li accoglie, o qual li copre

Da i nocenti vapor ch’Espero mena [4]

Tetto arcano e solingo; o di qual via

L’ ombre ignoto trascorri, ove la plebe                        75

Affrettando tenton s’urta e confonde?

Ahimè! tolgalo il ciel, forse il tuo cocchio,

Ove il varco è più angusto [5], il cocchio altrui

Incontrò violento: e qual de i duo

Retroceder convenga, e qual star forte,                        80

Disputano gli aurighi alto gridando.

Sdegna, egregio Garzon, sdegna d’alzare

Fra il rauco suon di Stentori plebei [6]

Tu’ amabil voce, e taciturno aspetta,

Sia che all’un piaccia riversar dal carro                       85

Lo suo rivale [7], o riversato anch’esso

Perigliar tra le rote, e te per l’alto

De lo infranto cristal mandar carpone.

Ma l’avverso cocchier d’un picciol urto

Pago, sen fugge, o d’ un resister breve:                       90

Al fin libero andrai. Tu non per tanto

Doman chiedi vendetta; alto sonare

Fa il sacrilego fatto; osa, pretendi;

E i tribunali minimi e i supremi

Sconvolgi, agita, assorda: il mondo s’empia               95

Del grave caso; e per un anno almeno

Parli di te, de’ tuoi corsier, del cocchio

E del cocchiere. Di sì fatte cose

Voi, progenie d’eroi, famosi andate

Ne le bocche de gli uomini gran tempo.                      100

Forse indiscreto parlator trattiene

Te con la Dama tua nel vuoto Corso.

Forse a nova con lei gara d’ ingegno

Tu mal cauto venisti: e già la bella

Teco del lungo repugnar s’adira;                                  105

Già la man che tu baci arretra, e tenta

Liberar da la tua; e già minaccia

Ricovrarsi al suo tetto, e quivi sola

Involarle ad ognuno in fin che il sonno

Venga pietoso a tranquillar suoi sdegni.                      110

Invan chiedi mercè; di mente invano

A lei te stesso sconsigliata incolpi:

Ellar niega placarse: il cocchio freme

Dell’alterno clamore, e giace intanto

Immobile fra l’ombre; e voi, sue care                           115

Gemme, il bel mondo impazïente aspetta.

Ode l’auriga alfin d’ambe le voci

Un comando indistinto, e bestemmiando

Sferza i corsieri, e via precipitando

Ambo vi porta, e mal sa dove ancora.                         120

Folle! di che temei? Sperdano i venti

Ogni augurio infelice. Ora il mio Eroe

Fra l’amico tacer del vuoto Corso

Lieto si sta la fresca ora godendo [8],

Che dal monte lontan spira e consola.                         125

Siede al fianco di lui, lieta non meno,

L’altrui cara consorte. Amor nasconde

La incauta face; e il fiero dardo alzando,

Allontana i maligni. O Nume invitto,

Non sospettar di me; ch’io già non vegno                   130

Invido esplorator, ma fido amico

De la coppia beata a cui tu vegli.

E tu, Signor, tronca gl’indugi. Assai

Fur gioconde quest’ ombre, allor che prima

Nacque il vago desio che te congiunse                        155

All’altrui cara sposa, or son due lune.

Ecco, il tedio a la fin serpe tra i vostri

Così lunghi ritiri: e tempo è omai

Che in più degno di te pubblico agone

Splendano i genj tuoi. Mira la Notte                            140

Che col carro stellato alta sen vola [9]

Per l’eterea campagna, e a te col dito

Mostra Teseo nel ciel, mostra Polluce,

Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi

Che per mille d’onore ardenti prove                            145

Colà fra gli astri a sfolgorar saliro.

Svegliati a i grandi esempi, e meco affretta.

Loco è, ben sai, ne la città famoso

Che splendida matrona apre al notturno

Concilio de’ tuoi pari, a cui la vita                                150

Fora, senza di ciò, mal grata e vile.

Ivi le belle e di feconda prole

Inclite madri ad oblïar sen vanno

Fra la sorte del gioco i tristi eventi

De la sorte d’amore onde fu il giorno                           155

Agitato e sconvolto. Ivi le grandi

Avole auguste e i genitor leggiadri

De’ già celebri eroi il senso e l’onta

Volgon de gli anni a rintuzzar fra l’ire

Magnanime del gioco. Ivi la turba                               160

De la feroce gioventù divina

Scende a pugnar con le mirabil arme

Di vaghi giubboncei, d’atti vezzosi,

Di bei modi del dir stamane appresi;

Mentre la Vanità fra il dubbio marte [10]                    165

Nobil furor ne’ forti petti inspira ;

E con vario destin dando e togliendo

Le combattute palme, alto abbandona

I leggeri vessilli all’aure in preda.

Ecco che già di cento faci e cento                          170

Gran palazzo rifulge. Multiforme

Popol di servi baldanzosamente

Sale, scende, s’aggira. Urto e fragore

Di rote, di flagelli e di cavalli

Che vengono, che vanno, e stridi e fischi                     175

Di gente che domandan, che rispondono,

Assordan l’aria all’alte mura intorno.

Tutto è strepito e luce. O tu che porti

La Dama e il Cavalier, dolci mie cure,

Primo di carri guidator, qua volgi;                              180

E fra il denso di rote arduo cammino

Con olimpica [11] man splendi; e d’ un corso

Subentrando i grand’atrj, a dietro lascia

Qual pria le porte ad occupar tendea.

Quasi a propria virtù plauda al gran fatto                  185

Il generoso Eroe, plauda la bella

Che con l’agil pensier scorre gli aurighi

De le dive rivali, e novi al petto

Sente nascer per te teneri orgogli.

Ma il bel carro s’arresta; e a te, Signore,              190

A te, prima di lei sceso d’un salto,

Affidata la Dea, lieve balzando,

Col sonante calcagno [12] il suol percote.

Largo dinanzi a voi fiammeggi e gronde

Sopra l’ara de’ numi ad arder nato                              195

Il tesoro dell’api [13];e a lei da tergo

Pronta di servi mano a terra proni

Lo smisurato lembo alto sospenda:

Somma felicità che lei separa

Da le ricche viventi a cui per anco,                               200

Misere! su la via l’estrema veste

Per la polvere sibila strisciando [14].

Ahi! se novo sdegnuzzo i vostri petti

Dianzi forse agitò, tu chino e grave

A lei porgi la destra, e seco innottra,                            200

Quale ibero amador quando, raccolta

Dall’un lato la cappa, contegnoso

Guida l’amanza a diportarse al vallo,

Dove il tauro, abbassando i corni irati,

Balza gli uomini in alto, o gemer s’ode                        210

Crepitante Giudeo per entro al foco [15].

Ma no; che l’amorosa onda pacata

Oggi siede per voi: e, quanto è duopo

A vagarvi il piacer, solo la increspa

Una lieve aleggiando aura soave.                                215

Snello adunque e vivace offri a la bella

Mollemente piegato il destro braccio:

Ella la manca v’inserisca: premi

Tu col gomito un poco; un poco anch’ella

Ti risponda premendo; e a la tua lena                          220

Dolce peso a portar tutta si doni,

Mentre lieti celiando a brevi salti

Su per l’agili scale ambo affrettate [16].

Oh come al tuo venir gli archi e le volte

De’ gran titoli tuoi forte rimbombano!                        225

Come a quel suon volubili le porte

Cedono spalancate; ed a quel suono

Degna superbia in cor ti bolle, e face

L’anima eccelsa rigonfiar piò vasta!

Entra in tal forma, e del tuo grande ingombra           230

Gli spazj fortunati. Ecco di stanze

Ordin lungo a voi s’apre. Altra di servi

Infimo gregge alberga, ove tra lampi

Di molteplice lume or vivo, or spento [17],

E fra sempre incostanti ombre schiamazza                235

Il sermon patrio e la facezia e il riso

Dell’energica plebe. Altra di vaghi

Zazzeruti donzelli è certa sede,

Ove accento stranier misto al natio

Molle susurra; e s’apparecchia in tanto                       240

Copia di carte e multiforme avorio,

Arme l’uno a la pugna, indice l’altro

D’alti cimenti e di vittorie illustri.

Al fin più interna, e di gran luce e d’oro

E di ricchi tappeti [18] aula superba                             245

Sta servata per voi, prole de’ Numi.

Io di razza mortale, ignoto vate,

Come ardirò di penetrar fra i cori

De’ semidei, ne lo cui sangue in vano

Gocciola impura cercheria con vetro                           250

Indagator colui che vide a nuoto

Per l’onda genitale il picciol uomo [19]?

Qui tra i servi m’arresto, e qui da loro

Nuove del mio Signor virtudi ascose

Tacito apprenderò. Ma tu sorridi,                                255

Invisibil Camena [20], e me rapisci

Invisibil con te fra li negati

Ad ogn’altro profano aditi sacri.

Già il mobile de’ seggi ordine augusto

Sovra i tiepidi strati in cerchio volge.;                          260

E fra quelli eminente i fianchi estende

Il grave canapè. Sola da un lato

La matrona del loco ivi s’appoggia;

E con la man, che lungo il grembo cade,

Lentamente il ventaglio apre e socchiude.                   265

Or di giugner è tempo. Ecco le snelle,

E le gravi per molto adipe dame,

Che a passi velocissimi s’affrettano

Nel gran consesso. I cavalieri egregi

Lor camminano a lato; ed elle, intorno                        270

A la sedia maggior vortice fatto

Di sè medesme, con sommessa voce

Brevi note bisbigliano, e dileguansi

Dissimulando fra le sedie umíli.

Un tempo il canapè nido giocondo [21]                275

Fu di risi e di scherzi, allor che l’ombre

Abitar gli fu grato ed i tranquilli

Del palagio recessi. Amor primiero

Trovò l’opra ingegnosa. « Io voglio, ei disse,

Dono a le amiche mie far d’un bel seggio                   280

Che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia.

Così, qualor de gl’importuni altronde

Volga la turba, sederan gli amanti

L’uno a lato dell’altro, ed io con loro ».

Disse, fe plauso con le palme, e l’ali                             285

Apri volando impazïente all’opra.

Ecco il bel fabbro lungo pian dispone

Di tavole contesto e molli cigne.

A reggerlo vi dà vaghe colonne

Che del silvestre Pane i pie’ leggeri [22]                       290

Imitano scendendo: al dorso poi

V’alza pàtulo appoggio; e il volge a i lati,

Come far soglion flessuosi acanti,

O ricche corna d’ arcade montone.

Indi, predando a le vaganti aurette                              295

L’ali e le piume, le condensa e chiude

In tumido cuscin che tutta ingombri

La macchina elegante ; e al fin l’adorna

Di molli sete e di vernici e d’oro.

Quanto il dono d’Amor piacque a le belle!                  300

Quanti pensier lor balenaro in mente!

Tutte il chiesero a gara; ognuna il volle

Ne le stanze più interne; applause ognuna

A la innata energia del vago arnese

Mal repugnante e mal cedente insieme                       305

Sotto a i mobili fianchi. Ivi sedendo

Si ritrasser le amiche; e da lo sguardo

De’ maligni lontane a i fidi orecchi

Si mormoraro i delicati arcani.

Ivi la coppia de gli amanti, a lato                                 310

Dell’arbitra sagace, o i nodi strinse,

O calmò l’ira e nuove leggi apprese.

Ivi sovente l’amador faceto

Raro volume all’altrui cara sposa

Lesse spiegando, e con sorrisi arguti                            315

Lepida imago fe notar tra i fogli.

Il fortunato seggio invidia mosse

De le sedie minori al popol vario;

E fama è che talora invidia mosse

Anco a i talami stessi. Ah, perchè mai,                        320

Vinto da insana ambizione, uscio

Fra lo immenso tumulto e fra il clamore

De le veglie solenni? Avvi due genj

Fastidiosi e tristi a cui dier vita

L’Ozio e la Vanità, che, noti al nome                           325

Di Puntiglio e di Noja, erran cercando

Gli alti palagi e le vigilie illustri

De la stirpe de’ numi. Un fra le mani

Porta verga fatale, onde sospende

Ne’miseri percossi ogni lor voglia;                               530

E, di macchine al par che l’arte inventi,

Modera l’ alme a suo talento e guida:

L’altro piove da gli occhi atro vapore;

E da la bocca sbadigliarne esala

Alito lungo, che sembiante a i pigri                             335

Soffi dell’austro, si dilata e volve,

E d’inane torpor le menti occupa.

Questa del canapè coppia infelice

Allor prese l’imperio; e i Risi e i Giochi

Ed Amor ne sospinse; e trono il fece,                            340

Ove le madri de le madri eccelse

De’ primi eroi esercitan lor tosse;

Ove l'inclite mogli, a cui beata

Rendon la vita titoli distinti,

Sbadigliano distinte. Ah fuggi, ah fuggi,                    345

Signor, dal tetro influsso; e là fra i seggi

De le più miti dee quindi remoto

Con l'alma gioventù scherza e t’ allegra.

Quanta folla d’eroi! Tu che modello

D’ogni nobil virtù, d’ogn’atto egregio                         350

Esser dèi fra’ tuoi pari, i pari tuoi

A conoscere apprendi; e in te raccogli

Quanto di bello e glorïoso e grande

Sparse in cento di loro arte o natura.

Altri di lor ne la carriera illustre                                    355

Stampa i primi vestigi; altri gran parte

Di via già corse; altri a la meta è giunto.

In vano il vulgo temerario a gli uni

Di fanciulli dà nome; e quelli adulti,

Questi ornai vegli di chiamare ardisce:                        360

Tutti son pari. Ognun folleggia e scherza:

Ognun giudica e libra: ognun del pari

L’altro abbraccia e vezzeggia: in ciò sol tanto

Non simili tra lor, che ognun sua cura

Ha diletta fra l’altre onde più brilli.                              365

Questi or esce di là dove ne’ trivj

Si ministran bevande ozio e novelle [23].

Ei v’andò mattutin, partinne al pranzo,

Vi tornò fino a notte; e già sei lustri

Volgon da poi che il bel tenor di vita                           370

Giovinetto intraprese. Ah, chi di lui

Può sedendo trovar più grati sonni,

O più lunghi sbadigli, o più fïate

D’atro rapè solleticar le nari,

O a voce popolare orecchio e fede                                375

Prestar più ingordo e declamar più forte?

Quegli è l’almo garzon che con maestri

Da la scutica sua moti di braccio

Desta sibili egregi: e l’ore illustra

L’aere agitando de le sale immense,                            380

Onde i prischi trofei pendono e gli avi.

L’ altro è l’eroe che da la guancia enfiata

E dal torto oricalco a i trivj annunzia

Suo talento immortal, qualor dall’alto

De’ famosi palagi emula il suono                                 385

Di messagger che frettoloso arrive.

Quanto è vago a mirarlo, allor che in veste

Cinto spedita, e con le gambe assorte

In ampio cuojo cavalcando, a i campi

Rapisce il cocchio ove la dama è assisa,                       390

E il marito e l’ancella e il figlio e il cane!

Vuoi su lucido carro in dì solenne

Gir trïonfando al Corso? Ecco quell’uno

Che al lavor ne presieda. E legni e pelli

E ferri e sete e carpentieri e fabbri                                395

A lui son noti; e per l’Ausonia tutta

È noto ei pure. Il Calabro, di feudi

E d’ordini superbo; i duchi e i prenci

Che pascon Mongibello, e fin gli stessi

Gran nipoti romani a lui sovente                                  400

Ne commetton la cura: ed ei sen vola

D’una in altra officina, in fin che sorga,

Auspice lui, la fortunata mole:

Poi di tele ricinta e contro all’onte

De la pioggia e del Sol ben forte armata,                    405

Mille e più passi l’accompagna ei stesso

Fuor de le mura, e con soave sguardo

La segue ancor sin che la via declini.

Or non conosci del figliuol di Maja [24]

Il più celebre alunno, al cui consiglio                           410

Nel gran dubbio de’ casi ogn’altro cede,

Sia che dadi versati, o pezzi eretti,

O giacenti pedine, o brevi o grandi

Carte mescan la pugna? Ei sul mattino

Le stupide emicranie o l’aspre tossi                              415

Molce, giocando, a le canute dame:

Ei, già tolte le mense, i nati or ora

Giochi a le belle declinanti insegna.

Ei, la notte, l’accoglie a sè d’intorno

Schiera d’eroi, che nobil estro infiamma                     410

D’apprender l’arte onde l’altrui fortuna

Vincasi e domi, e del soave amico

Nobil parte de’ campi all’altro ceda [25].

Vedi giugner colui che, di cavalli

Invitto domator, divide il giorno                                  425

Fra i cavalli e la dama? Or de la dama

La man tiepida preme; or de’ cavalli

Liscia i dorsi pilosi, o pur col dito

Tenta, a terra prostrato, i ferri e l’ugna.

Ahimè, misera lei quando s’indice                               430

Fiera altrove frequente! Ei l’abbandona,

E per monti inaccessi e valli orrende

Trova i lochi remoti, e cambia o merca.

Ma lei beata poi quand’ei sen torna

Sparso di limo, e novo fasto adduce                             435

Di frementi corsieri: e gli avi loro

E i costumi e le patrie a lei soletta

Molte lune ripete! — Or mira un altro

Di cui più diligente o più costante

Non fu mai damigella o a tesser nodi,                         440

O d’ aurei drappi a separar lo stame.

A lui turgide ancora ambo le tasche

Son d’ascose malerie [26]. Eran già queste

Prezïoso tappeto, in cui, distinti

D’oro e lucide lane, i casi apparvero                            445

D’Ilio infelice, e il cavalier sedendo

Nel gabinetto de la Dama, ormai

Con ostinata man tutte divise

In fili minutissimi le genti

D’Argo e di Frigia. Un fianco solo resta                      450

De la Greca rapita; e poi l’eroe,

Pur giunto al fin di sua decenne impresa,

Andrà superbo al par d’ambo gli Atridi [27].

Ve’ chi sa ben come si deggia a punto

Fausto di nozze o pur d’estremi fati                             455

Miserabile annuncio in carta esporre.

Lui scapigliati e torbidi la mente

Per la gran doglia, a consultar sen vanno

I novi eredi: nè già mai fur viste

Tante vicino a la cuméa caverna [28]                            460

Foglie volar d’oracoli notate,

Quanti avvisi ei raccolse, i quali un giorno

Per gran pubblico ben serbati fieno.

Ma chi l’opre diverse o i varj ingegni

Tutti esprimer poria, poi che le stanze                         465

Folte già son di cavalieri e dame?

Tu per quelle t’avvolgi; ardito e baldo

Vanne, torna, t’assidi, èrgiti, cedi,

Premi, chiedi perdono, odi, domanda,

Sfuggi, accenna, schiamazza, entra e ti mesci            470

A i divini drappelli; e a un punto empiendo

Ogni cosa di te, mira e conosci.

Là i vezzosi d’Amor novi seguaci

Lor nascenti fortune ad alta voce

Concedansi all’orecchio, e ridon forte,                         475

E saltellando batton palme a palme;

Sia che a leggiadre imprese Amor li guidi

Fra le oscure mortali, o che gli assorba

De le dive lor pari entro a la luce.

Qui gli antiqui d’Amor noti campioni                         480

Con voci esili e da l’ansante petto

Fuor tratte a stento, rammentando vanno

Le già corse in amar fiere vicende.

Indi gl’imberbi eroi, cui diede il padre

La prima coppia di destrier pur jeri,                            485

Con animo viril celiano al fianco

Di provetta beltà che a i risi loro

Alza scoppi di risa, e il nudo spande,

Che, di veli mal chiuso, i guardi cerca

Che il cercarono un tempo. Indi gli adulti,                  490

A la cui fronte il primo ciuffo appose

Fallace [29] parrucchier, scherzan vicini

A la sposa novella; e di bei motti

Tendonle insidia, ove di lei s’intrichi

L’alma inesperta e il timido pudore.                            495

Folli! che a i detti loro ella va incontro

Valorosa così, come una madre

Di dieci eroi. — V’ha in altra parte assiso

Chi di lieti racconti, o pur di fole

Non ascollate mai raro promette                                  500

A le dame trastullo; e ride e narra,

E ride ancor [30], benché a le dame intanto

Sul bell’arco de’ labbri aleggi e penda

Non voluto sbadiglio: e l’ha chi altronde

Con fortunato studio in novi sensi                                505

Le parole converte, o in simil suoni

Pronto a colpir divinamente scherza [31].

Alto al genio di lui plaude il ventaglio

De le pingui matrone, a cui la voce

Di vernacolo accento anco risponde:                            510

Ma le giovani madri, al latte avvezze

De le galliche grazie, il sottil naso

Aggrinzan fastidite; e pur col guardo

Sembran chieder pietade a i belli spirti

Che lor siedono a lato, e a cui gran copia                    515

D’erudita efemeride distilla

Volatile scienza entro a la mente [32].

Altri altrove pugnando audace innalza

Sopra d’ognaltro il palafren ch’ei sale,

O il poeta o il cantor che lieti ei rende                          520

De le sue mense. Altri dà vanto all’elso

Lucido e bello de la spada ond’egli

Solo e per casi non più visti, al fine

Fu dal più dotto anglico artier fornito.

Altri grave nel volto ad altri espone                             525

Qual per l’appunto a gran convito apparve

Ordin di cibi; ed altri stupefatto

Con profondo pensier, con alte dita

Conta di quanti tavolieri a punto

Grande insolita veglia andò superba.                          530

Un, fra l’indice e il medio inflessi alquanto,

Molle ridendo al suo vicin la gota

Preme furtivo : e l’ un da tergo all’ altro

Il pendente cappel dal braccio invola [33],

E del felice colpo a sè dà plauso.                                   535

Qual d’ogni lato i pronti servi in tanto

E luci e tavolieri e seggi e carte,

Suppellettile augusta, entran portando [34]!

E sordo stropicciar di mossi scanni,

E cigolio di tavole spiegate                                            540

Odo vagar fra le sonanti risa

Di giovani festivi, e fra le acute

Voci di dame cicalanti a un tempo,

Come intorno a selvaggio antico moro,

Sull’imbrunir del dì, garrulo stormo                            545

Di frascheggianti passere novelle.

Sola in tanto rumor tacita siede

La matrona del loco; e chino il fronte,

E increspate le ciglia, i sommi labbri

Appoggia in sul ventaglio, arduo pensiere                  550

Macchinando tra sè. Medita certo

Come al candor, come al pudor si deggia

La cara figlia preservar, che torna

Doman da i chiostri ove il sermon d’Italia

Pur giunse ad obbliar, meglio erudita                         555

De le galliche grazie [35]. — Oh qual dimane

Ne i genitor, ne’ convitati, a mensa

Ben cicalando, ecciterai stupore,

Bella fra i lari tuoi vergin straniera! —

Errai. Nel suo pensier volge di cose                              560

L’alta madre d’eroi mole più grande;

E nel dubbio crudel col guardo invoca

De le amiche l’aíta; e a sè con mano

Il fido cavalier chiede a consiglio.

Qual mai del gioco a i tavolier diversi                          565

Ordin porrà, che de le dive accolte [36]

Nulla obblïata si dispetti, e nieghi

Più qui tornare ad aver scorno ed onte?

Come con pronto antiveder del gioco

Il dissimil tenore a i genj eccelsi                                    570

Assegnerà conforme, ond’altri poi

Non isbadigli lungamente, e pianga

Le mal gittate ore notturne, e lei

De lo infelice oro perduto incolpi ?

Qual paro e quale al tavolier medesmo                       575

E di campioni e di guerriere audaci

Fia che tra loro a tenzonar congiunga;

Sì che già mai per miserabil caso

La vetusta patrizia, essa e lo sposo

Ambo di regi favolosa stirpe [37],                                 580

Con lei non scenda al paragon, che al grado

Per breve serie di scrivani or ora

Fu de’ nobili assunta, e il cui marito

Gli atti e gli accenti ancor serba del monte [38]?

Ma che non può sagace ingegno e molta                    585

D’anni e di casi esperienza? Or ecco

Ella compose i fidi amanti, e lungi

De la stanza nell’angol più remoto

Il marito costrinse, a dì sì lieti

Sognante ancor d’esser geloso. Altrove                        590

Le occulte altrui, ma non fuggite all’occhio

Dotto di lei, ben che nascenti a pena,

Dolci cure d’amor, fra i meno intenti

O i meno acuti a penetrar nell’alte

Dell’animo latèbre, in grembo al gioco                        595

Pose a crescer felici; e già in duo cori

Grazia e mercè de la bell’opra ottiene.

Qui gl’illustri e le illustri, e là gli estremi

Ben seppe unir de’ novamente compri

Feudi, e de’ prischi glorïosi nomi                                  600

Cui mancò la fortuna. Anco le piacque

Accozzar le rivali, onde spiarne

I mal chiusi dispetti. Anco per celia

Più secoli adunò, grato aspettando

E per gli altri e per sè riso dall’ire                                 605

Settagenarie, che nel gioco accense

Fien con molta raucedine e con molto

Tentennar di parrucche e cuffie alate.

Già per l’aula beata a cento intorno

Dispersi tavolier seggon le dive,                                   610

Seggon gli eroi che dell’Esperia sono

Gloria somma o speranza. Ove di quattro [39]

Un drappel si raccoglie, e dove un altro

Di tre soltanto. Ivi di molti e grandi

Fogli dipinti il tavolier si sparge;                                  615

Qui di pochi e di brevi. Altri combatte;

Altri sta sopra a contemplar gli eventi

De la instabil fortuna, e i tratti egregi

Del sapere o dell’arte. In fronte a tutti

Grave regna il consiglio, e li circonda                          620

Maestoso silenzio. Erran sul campo

Agevoli ventagli, onde le dame

Cercan ristoro all’agitato spino

Dopo i miseri casi. Erran sul campo

Lucide tabacchiere. Indi sovente                                  625

Un’util rimembranza, un pronto avviso

Con le dita si attigne; e spesso volge

I destini del gioco e de la veglia

Un atomo di polve. Ecco se n’ugne

La panciuta matrona intorno al labbro                       630

Le calugini adulte: ecco se n’ugne

Le nari delicate e un pò di guancia

La sposa giovinetta. In vano il guardo

D’esperto cavalier, che già su lei

Medita nel suo cor future imprese,                               635

Le domina dall’alto i pregi ascosi:

E in van d’un altro timidetto ancora

Il pertinace pie’ l’estrema punta

Del bel pie’ le sospigne: ella non sente,

O non vede, o non cura [40]. Entro a que’ fogli,          640

Ch’ella con man sì lieve ordina o turba,

De le pompe muliebri a lei concesse [41]

Or s’agita la sorte. Ivi è raccolto

Il suo cor, la sua mente. Amor sorride;

E luogo e tempo a vendicarsi aspetta.                          645

Chi la vasta quiete osa da un lato

Romper con voci successive, or aspre

Or molli, or alte, ora profonde, sempre

Con tenore ostinato al par di secchj

Che scendano e ritornino piagnenti                             630

Dal cupo alveo dell’onda; o al par di rote

Che, sotto al carro pesante, per lunga

Odansi strada scricchiolar lontano?

L’ ampia tavola è questa a cui s’aduna

Quanto mai per aspetto e per maturo                         655

Senno il nobil concilio ha di più grave

O fra le dive suocere, o fra i nonni,

O fra i celibi già da molti lustri

Memorati nel mondo. In sul tappeto [42]

Sorge grand’urna, che poi scossa in volta                   660

La dovizia de’ numeri comparte

Fra i giocator, cui numerata è innanzi

D’immagini diverse alma vaghezza.

Qual finge il vecchio che con man la negra

Sopra le grandi porporine brache                                665

Veste raccoglie, e rubicondo il naso

Di grave stizza, alto minaccia e grida,

L’aguzza barba dimenando. Quale

Finge colui che, con la gobba enorme

E il naso enorme e la forchetta enorme,                       670

Le cadenti lasagne avido ingoja:

Quale il multicolor Zanni leggiadro

Che, col pugno posato al fesso legno,

Sovra la punta dell’un pie’ s’innoltra,

E la succinta natica rotando,                                        675

Altrui volge faceto il nero ceffo.

Nè d’animali ancor copia vi manca,

O al par d’umana creatura l’orso

Ritto in due piedi, o il miccio, o la ridente

Simia, o il caro asinello, onde a sè grato                      680

E giocatrici e giocator fan speglio.

Signor, che fai? Così dell’opre altrui

Inoperoso spettator, non vedi

Già la sacra del gioco ara disposta

A te pur anco? e nell’aurato bronzo [43],                    685

Che d’attiche colonne il grande imita,

I lumi sfavillanti, a cui nel mezzo,

Lusingando gli eroi, sorge di carte

Elegante congerie intatta ancora [44]?

Ecco s’asside la tua Dama, e freme                              690

Omai di tua lentezza: eccone un’altra;

Ecco l’eterno cavalier con lei,

Che ritto in piè del tavolino al labbro,

Più non chiede che te; e te co i guardi,

Te con le palme desïando affretta.                                695

Questi, or volgon tre lustri, a te simile

Corre di gloria il generoso stadio

De la sua Dama al fianco. A lei l’intero

Giorno il vide vicino, a lei la notte

Innoltrata d’assai: varia tra loro                                   700

Fu la sorte d’amor; mille le guerre,

Mille le paci, e mille i furibondi

Scapigliati congedi, e mille i dolce —

palpitanti ritorni, al caro sposo

Noti non sol, ma nel teatro e al corso                           705

Lunga e trita novella. Al fine Amore,

Dopo tanti travagli, a lor nel grembo

Molle sonno chiedea, quand’ecco il Tempo

Tra la coppia felice osa indiscreto

Passar volando; e de la dama un poco,                        710

Dove il ciglio ha confin, riga la guancia

Con la cima dell’ale; all’altro svelle

Parte del ciuffo che nel liquid’aere

Si conteser di poi l’aure superbe.

Al fischiar del gran volo, a i dolci lai                            715

De gli amanti sferzati Amor si scosse;

Il nemico sentì, l’armi raccolse,

A fuggir cominciò, « Pietà di noi,

Pietà (gridan gli amanti): or se tu parti,

Come sentir la cara vita? [45] come                              720

Più lunghi desïarne i giorni e l’ore? »

Nè già in van si gridò. La gracil mano

Verso l’omero armato Amor levando,

Rise un riso vezzoso; indi un bel mazzo

De le carte che Félsina colora [46]                                 725

Tolse da la faretra; e « Questo (ei disse)

A voi resti in mia vece ». Oh meraviglia!

Ecco que’ fogli, con diurna mano [47]

E notturna trattati, anco d’Amore

Sensi spirano e moti. Ah se un invito                           730

Ben comprese giocando, e ben rispose

Il cavalier, qual de la dama il fiede

Tenera occhiata che nel cor discende;

E quale a lei voluttuoso in bocca

Da una fresca rughetta esce il sogghigno!                   735

Ma se i vaghi pensieri ella disvia

Solo un momento, e il giocatore avverso

Util ne tragge, ah! il cavaliere allora

Freme geloso, si contorce tutto,

Fa irrequieto scricchiolar la sedia;                                740

E male e violento aduna e male,

Mesce i discordi de le carte semi;

Onde poi l’altra giocatrice a manca

Ne invola il meglio: e la stizzosa dama,

I due labbri aguzzando, il pugne e sferza                   745

Con atroce implacabile ironia,

Cara a le belle multilustri. Or ecco

Sorger fieri dispetti, acerbe voglie,

Lungo aggrottar di ciglia, e per più giorni

A la veglia, al teatro, al corso, in cocchio                     750

Trasferito silenzio. Al fin chiamato

Un per gran senno e per veduti casi

Nèstore [48], tra gli eroi famoso e chiaro,

Rompe il tenor de le ostinate menti

Con mirabil di mente arduo consiglio.                        755

Così ad onta del tempo or lieta or mesta

L’alma coppia d’amarsi anco si finge;

Così gusta la vita. Egual ventura

T’è serbata, o Signor, se ardirà mai,

Ch’io non credo però, l’alato veglio [49]                       760

Smovere alcun de’ preziosi avorj

Onor de’ risi tuoi, sì che le labbra

Si ripieghino a dentro, e il gentil mento

Oltre i confin de la bellezza ecceda.

Ma d’ambrosia e di nettare gelato                        765

Anco a i vostri palati almo conforto [50]

Terrestri deitadi, ecco sen viene;

E cento Ganimedi, in vaga pompa [51]

E di vesti e di crin, lucide tazze

Ne recan taciturni; e con leggiadro                              770

E rispettoso inchin, tutte spiegando

Dell’omero virile e de’ bei fianchi

Le rare forme, lusingar son osi

De le Cinzie terrene i guardi obliqui [52].

Mira, o Signor, che a la tua Dama un d’essi               775

Lene s’accosta, e con sommessa voce

E mozzicando le parole alquanto,

Onde pur sempre al suo Signor somigli,

A lei di gel voluttuoso annuncia

Copia diversa. Ivi è raccolta in neve                             780

La fragola gentil, che di lontano [53]

Pur col soave odor tradì sè stessa;

V’è il salubre limon; v’è il molle latte;

V’è, con largo tesor culto fra noi.

Pomo stranier che coronato usurpa                             785

Loco a i pomi natii; v’ è le due brune

Odorose bevande che pur dianzi

Di scoppiato vulcan simili al corso,

Fumanti, ardenti, torbide, spumose

Inondavan le tazze; ed or congeste                              790

Sono in rigidi coni, a fieder pronte

Di contraria dolcezza i sensi altrui.

Sorgi tu dunque, e a la tua Dama intendi

A porger di tua man, scelto fra molti,

Il sapor più gradito. I suoi desiri                                   795

Ella scopre a te solo; e mal gradito

O mal lodato almen giugno il diletto,

Quando al senso di lei per te non giunge.

Ma pria togli di tasca intatto ancora

Candidissimo lin, che sul bel grembo                          800

Di lei scenda spiegato, onde di gelo

Inavvertita stilla i cari veli

E le frange pompose in van minacci

Di macchia disperata [54]. Umili cose

E di picciol valore al cieco vulgo                                   805

Queste forse parran, che a te dimostro

Con sì nobili versi, e spargo ed orno

De’ vaghi fiori de lo stil ch’io colsi

Ne’ recessi di Pindo, e che già mai

Da poetica man tocchi non furo [55].                           810

Ma di sì crasso error, di tanta notte

Già tu non hai l’eccelsa mente ingombra,

Signor, che vedi di quest’opra ordirsi

De’ tuoi pari la vita, e sorger quindi

La gloria e lo splendor di tanti eroi                              815

Che poi prosteso il cieco vulgo adora [56].

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

 

Note

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[1] Questa dipintura della fiera notte dei tempi antichi può regger al paragone di qualunque più bel passo del Mattino.

[2] L’upupa, che più comunemente chiamiamo bubbola, è un uccello non guari grosso, di penne bigie striate di bianco, con una cresta di piume, ma non è altrimenti uccello notturno. Onde falla il Parini, e falla pure Ugo Foscolo ove scrisse ne’ Sepolcri:

E uscir dal teschio onde fuggìa la luna

L’upupa, e svolazzar sopra le croci.

[3] Et spiritus Dei ferebatur super aquas,dice il Genesi; e nella mitologia d’Esiodo è l'amore che compone ed ordina i lottanti elementi. Questo pezzo doveva esser tutto in versi sdruccioli, per varietà.

[4] Espero è la stella che prima si vede a sera. I nocenti vapori della città sono dovuti singolarmente alle acque che stagnanle intorno ne’ prati perenni che diconsi di marcita. I prati irrigui nell’interno della città furono proibiti da una grida dell’arciduca, 26 settembre 1772.

Ma non bastò che intorno,

Putridi stagni avesse:

Anzi a turbarne il giorno

Sotto le mura istesse

Trasse gli scellerati

Rivi a marcir sui prati.

Parini. La salubrità dell’aria.

[5] Da un pezzo erano rimproverate a Milano le strade anguste. Molte or furono ampliate. Lo scontro di due carrozze in calle angusto dava occasione a liti di precedenza.

[6] Stentore era uno de’guerrieri là sotto Troja, di sì buon petto che se ne udiva la voce da cento schiere.

[7] Rivale lo vorrebbero riservato solo a casi di amore, e in tutti gli altri direemulo.

[8] L’abitudine del passeggiar verso sera è conservata per l’estate. Dal bastione di porta Orientale, quando sia sgombro dai nocenti vapor chEspero mena, vedesi un ampio orizzonte, e l’immensa pianura, acclive verso settentrione, declive alla plaga opposta, e incorniciata da montagne, cominciando ad oriente da quelle della bresciana, poi del bergamasco, e il caratteristico Resegone, e i monti del lago di Como, di Varese, di Lugano, il San Gotardo, il Sempione, il Monte Rosa gemmante di nevi eterne; poi ad occidente il Cenisio, il Monviso, indi gli Apennini fin alla congiunzione colle Alpi Marittime.

[9] Effigiavasi la notte in una donna, che stendesse di cosa in cosa un velo fosco, trapunto di stelle. La prima storia dell’umanità è scritta nelle stelle; perocché gli uomini collocarono nelle costellazioni que’ primi eroi che beneficarono l’umanità; Castore e Polluce ne’ Gemini, Bacco nella capra amaltea; Anfione nella sua lira; gli Argonauti nella nave, ecc. Il Parini mostra que’ grandi al suo grande, per li soliti confronti e contrapposti.

[10] Seneca ha aperto Marte: Cesare aequo Marte pugnatum est: Tacito incerto Marte: Livio anceps Mars fuit, e Vellejo multo varioque Marti pacatae: e dubio Marte descendere.

[11] In Olimpia nell'Ellade si faceano le corse dei cocchi, vi gareggiavano i re, vi cantava le glorie dei vincitori Pindaro.Subentra, entra sotto, come il latino subire.

[12] Altro vezzo del vestir d’allora erano le scarpe con alto calcagno.

[13] Le torchie di cera. Se ne facea profusione quando le lampade non eransi ancora raffinate coi metodi di Argant e di Carcel. A pie’ degli scaloni signorili vedonsi ancora nel sasso i fori dove s’infiggevano le torchie.

[14] Abbiamo detto che alle plebee non era concesso aver chi reggesse loro la coda all’abito. Verso imitativo, migliore dell’altro variante, Sibila fra la polvere strisciando.

[15] Imita la gravità spagnolesca. Fin ai tempi nostri restarono spettacoli agli Spagnuoli graditi le caccie del toro; e poco prima anche gli Auto da Fe, dove la polizia di colà, che chiamavasi Santa Inquisizione, metteva al fuoco gente accusata di colpe contro la religione.

[16] Variante :

Mentre a piccioli salti ambo affrettate

Per le sonanti scale alto celiando.

[17] Per accompagnare chi scende o sale.

[18] Comodità or molto più estesa.

[19] Leuwenhoeck diresse il microscopio sull’onda genitale, e pretese scorgervi infusori che chiamò spermatici. Suppose fosser quasi lo stato di larva dell’uomo; idea sostenuta in Italia dal Lancisi. Vi fecero poi sopra studio Gleichen, Hill, Baker, Toblot, Eichorn, Spallanzani, e principalmente Müller, e da ultimo Bory Saint-Vincent, Dumas, Prevost. Altri negano affatto gli animali spermatici.

[20] Musa. Questi clamorosi ritrovi sono cessati dachè il teatro usurpò la prima importanza.

[21] Oggi il canapè s’è trasformato al tutto da quel che era poc’anni sono; ma è facile che ogni lettore n’abbia veduto tra i mobili vecchi. Erano coperti di cuscini di pelle bagiana o marocchina, ricolmi di piuma, e gli appoggi dei lati curvavansi in larghe volute: ma la descrizione che qui ne fa il Parini, sì poetica insieme e sì vera, mi dispensa dal dirne di più. Solo aggiungerò che, nel consiglio di Stato trattandosi del divorzio, Napoleone ebbe a dire: L'adultère est une affaire de canapè. Lady Austen, ammirando gli sciolti di Milton, chiese un poema in tal metro all’inglese Gowper, felicissimo poeta descrittivo che facea versi su qualunque materia capitava.

— Ben volentieri, purché voi mi diate il soggetto.

— Oh il soggetto non vi può mancare; per voi tutto è buono. Per esempio questo sofà».

Ed egli fe un poema sul sofà in molte migliaja di versi, tutti sentimento e devozione e allusioni alle giornaliere occupazioni.

[22] Abbiamo ripetuto che figuravasi coi pie’ caprini.

[23] Le botteghe di caffè. E il vizio di starvi tutto il dì sulle pancacce a caratar l’uno e l’altro, è non solo vivo, ma cresciuto.

[24] Mercurio che sopravvede i giuochi. Vedi ilMeriggio nota 87.

[25] Variante:

e di sonanti spoglie

D’ abbattuto rival si torni opimo.

[26] In questi caratteri è maggiore la caricatura che la verità; segno di indebolito ingegno o di mancata lima. Che se degli altri, dal più al meno, sonvi esempj anc’oggi, non credo di quest’ultimo. Poiché

Le vrai peut quelquefois n’ètre pas vraisemblable,

forse ne fu uno ai tempi del Parini: ma quell’uno doveva esser ridicolo abbastanza senza le sferzate del poeta; da serbarsi al vizioso, non ad un imbecille.

[27] Argivi o Greci, e Frigi o Trojani combatterono dieci anni sotto Troja, favola notissima, cantata da Omero, che volle fino d’allora mostrare come siano potenti i popoli uniti. La Greca rapita è Elena, cagione di quella guerra. Ambo gli Atridi sono Agamennone e Menelao, principali dei Greci.

[28] Vedi nel Mattino nota 55.

[29] Che imita in modo d’ingannare: senso nuovo, e non felice, sebbene arieggi a quel di Virgilio

Tu faciem illius, nocte non amplius una,

Falle dolo.

Æneid. I. 687.

[30]             Nous avons tout perdu, tout, jusqu’à ce gros rire,

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .    ce rire des aïeux

Qui jaillissait du coeur comme un flot de vin vieux.

Barbier.

[31]              Oh le fâcheux plaisant qui, dans son froid delire,

L’ennui peint sur le front, prend le masque du rire,

Et, pésamment folâtre en sa légèreté,

Tourmente son prochain de sa triste gaitét

P. De Lebrun, Épitres I, 1.

[32] Il Parini rimorde spesso l’accidiosa sapienza de’ giornali; lontano dal credere che su quella, e quasi su quella sola, si formerebbe l’educazione de’ giovani eroi della successiva generazione.

[33] Il cappello schiacciato, che qui dicevasischiscetta ed in Toscana schiaccina o sottobraccino, portavasi sotto al braccio, comodità toltaci dal nostro incomodissimo cappello cilindrico.

[34]               Praelia quanta illic, dispensatore videbis

Armigero!

Giovenale, Sat. I, 91.

Il qual verso fu citato dal cavalier Mornay per prova che i Romani aveano bische, e vi presedeva un magistrato, e in conseguenza impetrar di aprire otto bische a Parigi nel 1722, pagando ducentomila lire, che doveano andare per poveri vergognosi.

[35] Dell’infranciosamento de’ nostri abbastanza si disse negli Studj.

Anni fa si levò un patriotico urrah dall’Olona alla Stura contro uno che tradusse s’un giornale milanese un articolo di Villemain, ove si sosteneva la somma influenza della letteratura francese sull’italiana nel secolo passato. Eppure il Botta, così volonteroso di esaltar le cose italiane, e discretamente dispettoso verso i Francesi, nel fine della sua Continuazione diceva: « Se poche parti se ne eccettuano, la letteratura italiana era spenta; nè altro più non era che una servile e sconcia imitazione della letteratura francese. La storia, la maggior parte delle opere teatrali, le novelle, i romanzi, i poemi stessi rendevano un odore francese... a stento e se non con molto stomaco si possono leggere oggidì le cose che vi si scrivevano; servilità nei pensieri, servilità nella lingua. Come le scarpette delle donne, così ancora i concetti e le frasi dei letterati venivano belli e formati da Parigi ».

[36] Nel Goldoni, Memorie P. III. c. 26, leggiamo :

« La carica più penosa per una padrona di casa è quella di disporre le partite in modo che l’amor proprio degli uni non offenda l’amor proprio degli altri.

« Ma, indipendentemente dai caratteri che ragionevolmente si deggiono perdonare, sono ancor più da temersi gli effetti dell’antipatia, che si sviluppa al giuoco piucchè altrove. Che un giocatore ami piuttosto di perdere con una bella donna che con me, questa è cosa del tutto semplice; ma che questo giuocatore medesimo se la prenda più contro di me che contro d’un altro, questo mi farebbe andare in collera, se ne fossi capace. Nondimeno questo succede ogni giorno, e l’uomo prudente finge di non accorgersene.

« Le padrone di casa deggiono studiare le simpatie e le antipatie delle società: deggiono prima conoscere i lor giocatori, e poscia assortirli.

« Domando perdono alle signore che ne han da sapere mollo più di me; ma ho da dar loro un altro avvertimento. Non conviene ch’esse comincino col fare la loro partita, e che lascino gli altri ad accomodarsi come possono. Questo è accaduto più d’una volta sotto i miei occhi, e sono stato testimonio delle lagnanze di quelli che si credevano mal collocati. »

[37] Favolosa, cioè celebre, come il fabulosus Hydaspet di Orazio, e i fabulosa carmina Graecorum di Curzio, e le favolose mura della mia città di Manzoni.

[38]           E tiene ancor del monte e del macigno.

Dante.

[39] Varie fogge di giuochi ancora usitato. A quattro, per esempio, il tarocco, a tre l’ombre: quello con molte e grandi carte, questo con poche e piccole.

Infinite opere si scrissero sull’origine e il significato de’ varj giuochi delle carte; e chi voglia averne i nomi e qualche spruzzatura veda la nostra Storia Universale edizione VII, vol. III, pag. 994. Poi quando la rivoluzione francese credeva sovvertire le cose abolendo i nomi, anche qui portò le sue riforme; e surrogò ai re i genj della guerra, delle arti, della pace, del commercio; alle dame la libertà de’ culti, della stampa, del matrimonio, delle professioni; ai fanti l’eguaglianza di doveri, d’ordini, di diritti, di colori.

Di buon’ora entrò il lusso in quella vanità, e Filippo Maria Visconti nel 1430 spese millecinquecento monete d’oro in un mazzo dipinto da Marzian di Tortona. Per combinare poi le crescenti richieste col basso prezzo, invece di disegnarle a mano, s’inventò di stamparle con tavolette, le quali furono il primo avviamento alla più efficace delle scoperte. Questo divertimento dunque, come spasso, come occupazione e fin come oggetto di commercio, tenne gran parte nella moderna società; empì gli ozj di quelli che credono lor privilegio il non far nulla; creò i cavalieri d’industria; offerse scioperato trattenimento alle donne; e il volgo e il fiore de’ cittadini tenne occupati lunghissime ore a seguire le fortuite sue combinazioni: ne vennero talora scompigli di famiglie e d’amicizie; potè anche raddolcire, cioè ammollire i costumi, incatenando al silenzioso tavoliere invece degli esercizi di corpo, dei balli e delle musiche, del vivace novellare e dei conversevoli ragionamenti, come anche de’ pettegolezzi, delle cronache e dell’insulso cicaleccio.

[40]                                                                       Ed ella

O lo sprezza, o nol vede, o non s’avvede.

Tasso.

[41] Giocavano le dame quell’assegno che era loro fissato dal marito per gli spilli, come si dice, cioè per gli addobbi minuti.

La passione del giuoco di rischio (già lo vedemmo nel Mattino) era comune anche alle donne; anzi da una donna fu innestata in Italia; Carlotta Aglae di Valois, figlia del duca d’Orléans reggente di Francia, storicamente rinomato per pompose dissolutezze, venendo sposa a Francesco principe di Modena nel 1720, fece il viaggio lentissimamente, preceduta da tagliatori di banco, che ad ogni posata stendevano il tappeto verde; e la nobiltà accorreva a far la corte a costei coll’avventurarvi grosse somme. Essa consumava la notte intera in quelle frenetiche agitazioni; dormiva mezzo il giorno seguente, il resto lo occupava a trasferirsi al quante miglia lontano, ove rinnovava lo scandalo stesso. E aveva diciotto anni! e gli Italiani abbracciarono quella frenesia, come abbracciavano tutte lo novità francesi nel vestire, nell’abitare, nel portarsi, nel pensare: e ne seguirono violente passioni, subite rovine e suicidj.

Vogliamo soggiungere che costei, arrivata a Genova, a quel senato che l’accolse orrevolmenle non ricambiò che motteggi e sarcasmo. Ma quando moveasi per Modena, il conte Salvatico, incaricato di riceverla, ricusò farlo perchè erasi dimenticata la dote, fra i tanti affari di cui era ingombro il ministro Dubois. Ma il principe di Modena, più cavalleresco e men preciso del suo rappresentante, accorse a prenderla in persona. È quel Francesco III che poi fu amministratore del Milanese, e villeggiò splendidamente a Varese, dove morì di novantadue anni il 1780.

[42] La Cavagnola, specie di biribisso, un dei tanti giuochi di zara su cui rischiavansi di belle monete. Ha gran diversità da paese a paese, anzi dirò da conversazione a conversazione. Ecco quale io lo conosco. S’un cartellone son settanta numeri, spartiti in nove colonne trasversali di otto numeri ciascuna e sei quella di mezzo: in un’urna o bisaccia altrettante palle, forate, con insertavi una cartolina su cui sono un numero ed una figura. Invece dell’urna, i Genovesi, da cui è venuto questo giuoco, adopravano un tovagliuolo, che in loro volgare dicesi cavajola; il che diede nome a questo divertimento. I giocatori hanno davanti a sé una cartella, su cui stanno alquanti numeri colle figure corrispondenti. Il giocatore mette una somma sovra un numero, e se il numero puntato esce, vince sessantaquattro volte la sua messa. O può metterlo sulla linea che separa i due numeri, e se esce un dei due, riceve trentadue volte il valore che ha arrischiato. O può metterlo sulla croce che divide quattro numeri, e se vien sortito uno di questi, guadagna sedici volte la posta. Comunemente al giuoco della Cavagnola non v’è chi tenga il banco, ma i numeri sono estratti per turno dai giocatori, e pagansi le vincite dalla cassa comune a seconda del valore stabilito per ciascuna delle figure. Le figure poi sono o bestie o caricature, come nelle carte del Cucù. Nelle indicate dal Parini ciascuno riconosce il Pantalone, il Pulcinella, l’Arlecchino.

Voltaire in un’epistola parla del giuoco della Cavagnole. L’operetta Il giuoco pratico (Bologna, 1753) ne dà una descrizione affatto diversa.

[43] Candellieri e lucerne foggiate a guisa di colonne.

[44] È grandigia il non usar mai un mazzo adoprato altra volta.

[45] Le commencement et le déclin de l’amour se font sentir par l’imbarras ou l’on est de se trouver seuls.

La Bruyére.

[46] Le più pregiale carte da giuoco ci venivano da Bologna.

[47] Felice parodia dell’oraziano:

Vos exemplaria graeca

Nocturna versate manu, versate diurna.

Pope, nel Riccio rapito, descrive in versi una partita all’ombre, con tutti i suoi accidenti.

Del resto sono col Gioja che « Meglio giocare che alternare gli sbadigli alla maldicenza, e la maldicenza condire con la sciocchezza ».

[48] Fra i Greci venuti a oppugnare Troja, il più annoso era Nestore, che aveva veduto tre generazioni, e metteva pace tra i discordanti.

[49] Il Tempo, vecchio perchè fu prima d’ogni cosa, alato perché fugge senza posa mai. Deh non lasciartelo scappare dinanzi invanamente, giovin Signore!

[50] Sorbetti e gelati.

[51] Ganimede, garzone trojano, piacque a Giove tanto che se lo tolse per coppiere in cielo. A imitazione dei paggi nelle corti, i signori divisavano vistosamente i camerieri, ridotti adesso al vestito nero, e al silenzio. È notato fra i nobili milanesi lo smozzicare e schiacciare di alcune lettere. D’onde ciò?

[52] Diana, dea pudica fin al momento della tentazione.

[53] Varie qualità di gelati e sorbetti: di fragola, di limone, di fior di latte, di cioccolatta, di ananas, pomo straniero, che si coltiva pure con grande studio fra noi.

[54] Quest’avvertenza non è abbastanza signorile. La Caterina Gabrielli, una delle più pazze fra le pazze teatranti del secolo passato, beffò un signor fiorentino che doleasi d’essersi stracciato un manichino, attaccatosi a uno spillo di essa; e al domani gli mandò sei bottiglie di vin di Spagna, ove facevano vece di turacciolo altrettanti superbi merletti di Fiandra.

Quando costei cantò a Milano col nostro famosissimo Marchesi, si formarono due partiti che disputavansi al teatro e ai caffè sin con pugni e stocchi. Compassionateli, o tanto progrediti nepoti.

[55] Né qui solo il poeta loda i suoi versi con superbia adeguata al merito; ma e nell’Educazione,cantando:

O mio tenero verso ,

Di chi parlando vai,

Che studii esser più terso

E pulito che mai?

Per verità al verso del Parini sta meglio il nobile che il tenero.

E poiché uffizio di commentatore più comodo e più solito è l’appoggiarsi ad altrui autorità, ci giovi riportar questa di Carlo Botta: « Parini fu il primo a ritirare la trascorsa letteratura italiana verso il suo principio, ed a retrarla, nel tenero al far petrarchesco, nel forte al dantesco; ma più veramente ancor per la natura sua sapeva di Dante che di Petrarca. Sublimi e pretti pensieri avea, sublime e pura lingua usava, un terribile staffile maneggiava. La toaletta, e i sofà, e i ventagli, e i letticciuoli morbidi rammentava non per lodarli ma per fulminarli. Grande e robusto uomo fu costui, nella satira il primo, nella lirica ancora il primo. Ei fe vedere che senza le nebbie caledoniche, che senza le smancerie galliche, e consistendo nella vera lingua e nel vero stile italiano, si potevano creare opere in cui colla purità si trovava congiunta l’energia. Più che poeta più che sacerdote d’Apolline, fu maestro di virtù, ed i molti costumi ad una virile robustezza, ridusse, l’eunuca età a più maschi spiriti eresse. Tanto potenti furono i suoi detti, tanto potenti i suoi scritti! Precursore di libertà fu, ma predicando andò una libertà corretta, la quale maggior forza d’animo richiede certamente ancora in chi la dà o la riceve che la corretta. Forse chi sa, ma giorno verrà quando gli Italiani avran dimesso il mestiere di voler far i pedissequi de’ forestieri così in letteratura che in politica, in cui maggiormente il suo esempio ed i suoi altissimi versi frutteranno. Eglino intanto debbono aver cara ed onorata sempre la memoria del Parini, di quel Parini che dal lezzo li sollevò, e dalle insipide erbe purgò il sentiero che mena all’eletto monte, ove la virtù e le divine suore albergano. Parini, poscia Alfieri spensero la letteratura delle inezie ». (Lib. L, al fine).

La spenserodavvero?

[56] E qui lasciò interrotta la pittura il gran Lombardo. Chi avrà posto mente al principio della Notte, di leggeri avviserà quel che qui manca. Perocché ivi erasi proposto di guidar il suo generoso alunno alla veglia frequente e all’ampia scena. Compiuta la prima parte, questa seconda rimaneva, e deh l’avesse potuta o voluta colorire! e punger al vivo quel farnetico d’affollarsi a sdilinquire per un gorgheggio o per uno sgambetto: farnetico che sarebbe solo ridicolo se non portasse che a perder ogni dignità nel concorso, negli applausi, nè parteggiamenti, nella vertigine della dissipazione, ma che è senza misura deplorabile se tenga luogo di ogni affetto comune, se storni da pensieri elevati e da sdegni generosi.

Indice Biblioteca Progetto Parini

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Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2007