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Edizione di riferimento:
L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.
Invenies qui, ob similitudinem morum,
aliena malefacta tibi objectari putent.
Tacito, Ann. l. IV. 315.
Né tu contenderai, benigna Notte,
Che il mio Giovane illustre io cerchi e guidi
Con gli estremi precelti entro al tuo regno.
Già di tenebre involta e di perigli [1],
Sola, squallida, mesta alto sedevi 5
Su la timida terra. Il debil raggio
De le stelle remote e de’ pianeti,
Che nel silenzio camminando vanno,
Rompea gli orrori tuoi sol quanto è duopo
A sentirli vie più. Terribil ombra 10
Giganteggiando si vedea salire
Su per le case e su per l’alte torri,
Di teschi antiqui seminate al piede:
E ùpupe [2] e gufi e mostri avversi al sole
Svolazzavan per essa, è con ferali 15
Stridi portavan miserandi augurj:
E lievi dal terreno e smorte fiamme
Di su di giù vagavano per l’aere
Orribilmente tacito ed opaco;
E al sospettoso adultero, che lento 20
Col cappel su le ciglia e tutto avvolto
Nel mantel, se ne gía con l’armi ascose,
Colpieno il core, e lo strignean d’affanno.
E fama è ancor che pallide fantasime
Lungo le mura de i deserti tetti 25
Spargean lungo acutissimo lamento,
Cui di lontan per entro al vasto bujo
I cani rispondevano ululando.
Tal fosti, o Notte, allor che gl’inclit’ avi,
Onde pur sempre il mio Garzon si vanta, 30
Eran duri ed alpestri, e con l’occaso
Cadean dopo lor cene al sonno in preda;
Fin che l’aurora sbadigliante ancora
Li richiamasse a vigilar su l’opre
De i per novo cammin guidati rivi 35
E su i campi nascenti, onde poi grandi
Furo i nepoti e le cittadi e i regni.
Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,
Ecco del gioco, ecco del fasto i Genj
Che trionfanti per la notte scorrono, 40
Per la notte che sacra è al mio Signore.
Tutto davanti a lor tutto s’irradia
Di nova luce. Le nimiche tenebre
Fuggono riversate, e l’ali spandono
Sopra i covili ove le fere e gli uomini 45
A la fatica condannati dormono.
Stupefatta la Notte intorno vedesi
Riverberar più che dinanzi al sole
Auree cornici, e di cristalli e spegli
Pareti adorne, e vesti varie, e bianchi 50
Omeri e braccia, e pupillette mobili,
E tabacchiere preziose, e fulgidi
Monili e gemme, e mille cose e mille.
Così l’eterno caos [3], allor che Amore
Sopra posovvi, e il fomentò con l’ale, 55
Senti il generator moto crearse,
Sentì schiuder la luce; e sé medesmo
Vide meravigliando, e tanti aprirse
Tesori di natura entro al suo grembo.
O de’ miei studj generoso Alunno, 60
Tu seconda me dunque, or ch’io t’invito
Glorie novelle ad acquistar là dove
O la veglia frequente o l’ampia scena
I grandi eguali tuoi, degni de gli avi
E de i titoli loro e di lor sorte, 65
E de i pubblici voti ultima cura,
Dopo le tavolette e dopo i prandi
E dopo i Corsi clamorosi aduna.
Ma dove, ahi dove senza me t’aggiri,
Lasso! da poi che, in compagnia del sole, 70
T’involasti pur dianzi a gli occhi miei?
Qual palagio li accoglie, o qual li copre
Da i nocenti vapor ch’Espero mena [4]
Tetto arcano e solingo; o di qual via
L’ ombre ignoto trascorri, ove la plebe 75
Affrettando tenton s’urta e confonde?
Ahimè! tolgalo il ciel, forse il tuo cocchio,
Ove il varco è più angusto [5], il cocchio altrui
Incontrò violento: e qual de i duo
Retroceder convenga, e qual star forte, 80
Disputano gli aurighi alto gridando.
Sdegna, egregio Garzon, sdegna d’alzare
Fra il rauco suon di Stentori plebei [6]
Tu’ amabil voce, e taciturno aspetta,
Sia che all’un piaccia riversar dal carro 85
Lo suo rivale [7], o riversato anch’esso
Perigliar tra le rote, e te per l’alto
De lo infranto cristal mandar carpone.
Ma l’avverso cocchier d’un picciol urto
Pago, sen fugge, o d’ un resister breve: 90
Al fin libero andrai. Tu non per tanto
Doman chiedi vendetta; alto sonare
Fa il sacrilego fatto; osa, pretendi;
E i tribunali minimi e i supremi
Sconvolgi, agita, assorda: il mondo s’empia 95
Del grave caso; e per un anno almeno
Parli di te, de’ tuoi corsier, del cocchio
E del cocchiere. Di sì fatte cose
Voi, progenie d’eroi, famosi andate
Ne le bocche de gli uomini gran tempo. 100
Forse indiscreto parlator trattiene
Te con la Dama tua nel vuoto Corso.
Forse a nova con lei gara d’ ingegno
Tu mal cauto venisti: e già la bella
Teco del lungo repugnar s’adira; 105
Già la man che tu baci arretra, e tenta
Liberar da la tua; e già minaccia
Ricovrarsi al suo tetto, e quivi sola
Involarle ad ognuno in fin che il sonno
Venga pietoso a tranquillar suoi sdegni. 110
Invan chiedi mercè; di mente invano
A lei te stesso sconsigliata incolpi:
Ellar niega placarse: il cocchio freme
Dell’alterno clamore, e giace intanto
Immobile fra l’ombre; e voi, sue care 115
Gemme, il bel mondo impazïente aspetta.
Ode l’auriga alfin d’ambe le voci
Un comando indistinto, e bestemmiando
Sferza i corsieri, e via precipitando
Ambo vi porta, e mal sa dove ancora. 120
Folle! di che temei? Sperdano i venti
Ogni augurio infelice. Ora il mio Eroe
Fra l’amico tacer del vuoto Corso
Lieto si sta la fresca ora godendo [8],
Che dal monte lontan spira e consola. 125
Siede al fianco di lui, lieta non meno,
L’altrui cara consorte. Amor nasconde
La incauta face; e il fiero dardo alzando,
Allontana i maligni. O Nume invitto,
Non sospettar di me; ch’io già non vegno 130
Invido esplorator, ma fido amico
De la coppia beata a cui tu vegli.
E tu, Signor, tronca gl’indugi. Assai
Fur gioconde quest’ ombre, allor che prima
Nacque il vago desio che te congiunse 155
All’altrui cara sposa, or son due lune.
Ecco, il tedio a la fin serpe tra i vostri
Così lunghi ritiri: e tempo è omai
Che in più degno di te pubblico agone
Splendano i genj tuoi. Mira la Notte 140
Che col carro stellato alta sen vola [9]
Per l’eterea campagna, e a te col dito
Mostra Teseo nel ciel, mostra Polluce,
Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi
Che per mille d’onore ardenti prove 145
Colà fra gli astri a sfolgorar saliro.
Svegliati a i grandi esempi, e meco affretta.
Loco è, ben sai, ne la città famoso
Che splendida matrona apre al notturno
Concilio de’ tuoi pari, a cui la vita 150
Fora, senza di ciò, mal grata e vile.
Ivi le belle e di feconda prole
Inclite madri ad oblïar sen vanno
Fra la sorte del gioco i tristi eventi
De la sorte d’amore onde fu il giorno 155
Agitato e sconvolto. Ivi le grandi
Avole auguste e i genitor leggiadri
De’ già celebri eroi il senso e l’onta
Volgon de gli anni a rintuzzar fra l’ire
Magnanime del gioco. Ivi la turba 160
De la feroce gioventù divina
Scende a pugnar con le mirabil arme
Di vaghi giubboncei, d’atti vezzosi,
Di bei modi del dir stamane appresi;
Mentre la Vanità fra il dubbio marte [10] 165
Nobil furor ne’ forti petti inspira ;
E con vario destin dando e togliendo
Le combattute palme, alto abbandona
I leggeri vessilli all’aure in preda.
Ecco che già di cento faci e cento 170
Gran palazzo rifulge. Multiforme
Popol di servi baldanzosamente
Sale, scende, s’aggira. Urto e fragore
Di rote, di flagelli e di cavalli
Che vengono, che vanno, e stridi e fischi 175
Di gente che domandan, che rispondono,
Assordan l’aria all’alte mura intorno.
Tutto è strepito e luce. O tu che porti
La Dama e il Cavalier, dolci mie cure,
Primo di carri guidator, qua volgi; 180
E fra il denso di rote arduo cammino
Con olimpica [11] man splendi; e d’ un corso
Subentrando i grand’atrj, a dietro lascia
Qual pria le porte ad occupar tendea.
Quasi a propria virtù plauda al gran fatto 185
Il generoso Eroe, plauda la bella
Che con l’agil pensier scorre gli aurighi
De le dive rivali, e novi al petto
Sente nascer per te teneri orgogli.
Ma il bel carro s’arresta; e a te, Signore, 190
A te, prima di lei sceso d’un salto,
Affidata la Dea, lieve balzando,
Col sonante calcagno [12] il suol percote.
Largo dinanzi a voi fiammeggi e gronde
Sopra l’ara de’ numi ad arder nato 195
Il tesoro dell’api [13];e a lei da tergo
Pronta di servi mano a terra proni
Lo smisurato lembo alto sospenda:
Somma felicità che lei separa
Da le ricche viventi a cui per anco, 200
Misere! su la via l’estrema veste
Per la polvere sibila strisciando [14].
Ahi! se novo sdegnuzzo i vostri petti
Dianzi forse agitò, tu chino e grave
A lei porgi la destra, e seco innottra, 200
Quale ibero amador quando, raccolta
Dall’un lato la cappa, contegnoso
Guida l’amanza a diportarse al vallo,
Dove il tauro, abbassando i corni irati,
Balza gli uomini in alto, o gemer s’ode 210
Crepitante Giudeo per entro al foco [15].
Ma no; che l’amorosa onda pacata
Oggi siede per voi: e, quanto è duopo
A vagarvi il piacer, solo la increspa
Una lieve aleggiando aura soave. 215
Snello adunque e vivace offri a la bella
Mollemente piegato il destro braccio:
Ella la manca v’inserisca: premi
Tu col gomito un poco; un poco anch’ella
Ti risponda premendo; e a la tua lena 220
Dolce peso a portar tutta si doni,
Mentre lieti celiando a brevi salti
Su per l’agili scale ambo affrettate [16].
Oh come al tuo venir gli archi e le volte
De’ gran titoli tuoi forte rimbombano! 225
Come a quel suon volubili le porte
Cedono spalancate; ed a quel suono
Degna superbia in cor ti bolle, e face
L’anima eccelsa rigonfiar piò vasta!
Entra in tal forma, e del tuo grande ingombra 230
Gli spazj fortunati. Ecco di stanze
Ordin lungo a voi s’apre. Altra di servi
Infimo gregge alberga, ove tra lampi
Di molteplice lume or vivo, or spento [17],
E fra sempre incostanti ombre schiamazza 235
Il sermon patrio e la facezia e il riso
Dell’energica plebe. Altra di vaghi
Zazzeruti donzelli è certa sede,
Ove accento stranier misto al natio
Molle susurra; e s’apparecchia in tanto 240
Copia di carte e multiforme avorio,
Arme l’uno a la pugna, indice l’altro
D’alti cimenti e di vittorie illustri.
Al fin più interna, e di gran luce e d’oro
E di ricchi tappeti [18] aula superba 245
Sta servata per voi, prole de’ Numi.
Io di razza mortale, ignoto vate,
Come ardirò di penetrar fra i cori
De’ semidei, ne lo cui sangue in vano
Gocciola impura cercheria con vetro 250
Indagator colui che vide a nuoto
Per l’onda genitale il picciol uomo [19]?
Qui tra i servi m’arresto, e qui da loro
Nuove del mio Signor virtudi ascose
Tacito apprenderò. Ma tu sorridi, 255
Invisibil Camena [20], e me rapisci
Invisibil con te fra li negati
Ad ogn’altro profano aditi sacri.
Già il mobile de’ seggi ordine augusto
Sovra i tiepidi strati in cerchio volge.; 260
E fra quelli eminente i fianchi estende
Il grave canapè. Sola da un lato
La matrona del loco ivi s’appoggia;
E con la man, che lungo il grembo cade,
Lentamente il ventaglio apre e socchiude. 265
Or di giugner è tempo. Ecco le snelle,
E le gravi per molto adipe dame,
Che a passi velocissimi s’affrettano
Nel gran consesso. I cavalieri egregi
Lor camminano a lato; ed elle, intorno 270
A la sedia maggior vortice fatto
Di sè medesme, con sommessa voce
Brevi note bisbigliano, e dileguansi
Dissimulando fra le sedie umíli.
Un tempo il canapè nido giocondo [21] 275
Fu di risi e di scherzi, allor che l’ombre
Abitar gli fu grato ed i tranquilli
Del palagio recessi. Amor primiero
Trovò l’opra ingegnosa. « Io voglio, ei disse,
Dono a le amiche mie far d’un bel seggio 280
Che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia.
Così, qualor de gl’importuni altronde
Volga la turba, sederan gli amanti
L’uno a lato dell’altro, ed io con loro ».
Disse, fe plauso con le palme, e l’ali 285
Apri volando impazïente all’opra.
Ecco il bel fabbro lungo pian dispone
Di tavole contesto e molli cigne.
A reggerlo vi dà vaghe colonne
Che del silvestre Pane i pie’ leggeri [22] 290
Imitano scendendo: al dorso poi
V’alza pàtulo appoggio; e il volge a i lati,
Come far soglion flessuosi acanti,
O ricche corna d’ arcade montone.
Indi, predando a le vaganti aurette 295
L’ali e le piume, le condensa e chiude
In tumido cuscin che tutta ingombri
La macchina elegante ; e al fin l’adorna
Di molli sete e di vernici e d’oro.
Quanto il dono d’Amor piacque a le belle! 300
Quanti pensier lor balenaro in mente!
Tutte il chiesero a gara; ognuna il volle
Ne le stanze più interne; applause ognuna
A la innata energia del vago arnese
Mal repugnante e mal cedente insieme 305
Sotto a i mobili fianchi. Ivi sedendo
Si ritrasser le amiche; e da lo sguardo
De’ maligni lontane a i fidi orecchi
Si mormoraro i delicati arcani.
Ivi la coppia de gli amanti, a lato 310
Dell’arbitra sagace, o i nodi strinse,
O calmò l’ira e nuove leggi apprese.
Ivi sovente l’amador faceto
Raro volume all’altrui cara sposa
Lesse spiegando, e con sorrisi arguti 315
Lepida imago fe notar tra i fogli.
Il fortunato seggio invidia mosse
De le sedie minori al popol vario;
E fama è che talora invidia mosse
Anco a i talami stessi. Ah, perchè mai, 320
Vinto da insana ambizione, uscio
Fra lo immenso tumulto e fra il clamore
De le veglie solenni? Avvi due genj
Fastidiosi e tristi a cui dier vita
L’Ozio e la Vanità, che, noti al nome 325
Di Puntiglio e di Noja, erran cercando
Gli alti palagi e le vigilie illustri
De la stirpe de’ numi. Un fra le mani
Porta verga fatale, onde sospende
Ne’miseri percossi ogni lor voglia; 530
E, di macchine al par che l’arte inventi,
Modera l’ alme a suo talento e guida:
L’altro piove da gli occhi atro vapore;
E da la bocca sbadigliarne esala
Alito lungo, che sembiante a i pigri 335
Soffi dell’austro, si dilata e volve,
E d’inane torpor le menti occupa.
Questa del canapè coppia infelice
Allor prese l’imperio; e i Risi e i Giochi
Ed Amor ne sospinse; e trono il fece, 340
Ove le madri de le madri eccelse
De’ primi eroi esercitan lor tosse;
Ove l'inclite mogli, a cui beata
Rendon la vita titoli distinti,
Sbadigliano distinte. Ah fuggi, ah fuggi, 345
Signor, dal tetro influsso; e là fra i seggi
De le più miti dee quindi remoto
Con l'alma gioventù scherza e t’ allegra.
Quanta folla d’eroi! Tu che modello
D’ogni nobil virtù, d’ogn’atto egregio 350
Esser dèi fra’ tuoi pari, i pari tuoi
A conoscere apprendi; e in te raccogli
Quanto di bello e glorïoso e grande
Sparse in cento di loro arte o natura.
Altri di lor ne la carriera illustre 355
Stampa i primi vestigi; altri gran parte
Di via già corse; altri a la meta è giunto.
In vano il vulgo temerario a gli uni
Di fanciulli dà nome; e quelli adulti,
Questi ornai vegli di chiamare ardisce: 360
Tutti son pari. Ognun folleggia e scherza:
Ognun giudica e libra: ognun del pari
L’altro abbraccia e vezzeggia: in ciò sol tanto
Non simili tra lor, che ognun sua cura
Ha diletta fra l’altre onde più brilli. 365
Questi or esce di là dove ne’ trivj
Si ministran bevande ozio e novelle [23].
Ei v’andò mattutin, partinne al pranzo,
Vi tornò fino a notte; e già sei lustri
Volgon da poi che il bel tenor di vita 370
Giovinetto intraprese. Ah, chi di lui
Può sedendo trovar più grati sonni,
O più lunghi sbadigli, o più fïate
D’atro rapè solleticar le nari,
O a voce popolare orecchio e fede 375
Prestar più ingordo e declamar più forte?
Quegli è l’almo garzon che con maestri
Da la scutica sua moti di braccio
Desta sibili egregi: e l’ore illustra
L’aere agitando de le sale immense, 380
Onde i prischi trofei pendono e gli avi.
L’ altro è l’eroe che da la guancia enfiata
E dal torto oricalco a i trivj annunzia
Suo talento immortal, qualor dall’alto
De’ famosi palagi emula il suono 385
Di messagger che frettoloso arrive.
Quanto è vago a mirarlo, allor che in veste
Cinto spedita, e con le gambe assorte
In ampio cuojo cavalcando, a i campi
Rapisce il cocchio ove la dama è assisa, 390
E il marito e l’ancella e il figlio e il cane!
Vuoi su lucido carro in dì solenne
Gir trïonfando al Corso? Ecco quell’uno
Che al lavor ne presieda. E legni e pelli
E ferri e sete e carpentieri e fabbri 395
A lui son noti; e per l’Ausonia tutta
È noto ei pure. Il Calabro, di feudi
E d’ordini superbo; i duchi e i prenci
Che pascon Mongibello, e fin gli stessi
Gran nipoti romani a lui sovente 400
Ne commetton la cura: ed ei sen vola
D’una in altra officina, in fin che sorga,
Auspice lui, la fortunata mole:
Poi di tele ricinta e contro all’onte
De la pioggia e del Sol ben forte armata, 405
Mille e più passi l’accompagna ei stesso
Fuor de le mura, e con soave sguardo
La segue ancor sin che la via declini.
Or non conosci del figliuol di Maja [24]
Il più celebre alunno, al cui consiglio 410
Nel gran dubbio de’ casi ogn’altro cede,
Sia che dadi versati, o pezzi eretti,
O giacenti pedine, o brevi o grandi
Carte mescan la pugna? Ei sul mattino
Le stupide emicranie o l’aspre tossi 415
Molce, giocando, a le canute dame:
Ei, già tolte le mense, i nati or ora
Giochi a le belle declinanti insegna.
Ei, la notte, l’accoglie a sè d’intorno
Schiera d’eroi, che nobil estro infiamma 410
D’apprender l’arte onde l’altrui fortuna
Vincasi e domi, e del soave amico
Nobil parte de’ campi all’altro ceda [25].
Vedi giugner colui che, di cavalli
Invitto domator, divide il giorno 425
Fra i cavalli e la dama? Or de la dama
La man tiepida preme; or de’ cavalli
Liscia i dorsi pilosi, o pur col dito
Tenta, a terra prostrato, i ferri e l’ugna.
Ahimè, misera lei quando s’indice 430
Fiera altrove frequente! Ei l’abbandona,
E per monti inaccessi e valli orrende
Trova i lochi remoti, e cambia o merca.
Ma lei beata poi quand’ei sen torna
Sparso di limo, e novo fasto adduce 435
Di frementi corsieri: e gli avi loro
E i costumi e le patrie a lei soletta
Molte lune ripete! — Or mira un altro
Di cui più diligente o più costante
Non fu mai damigella o a tesser nodi, 440
O d’ aurei drappi a separar lo stame.
A lui turgide ancora ambo le tasche
Son d’ascose malerie [26]. Eran già queste
Prezïoso tappeto, in cui, distinti
D’oro e lucide lane, i casi apparvero 445
D’Ilio infelice, e il cavalier sedendo
Nel gabinetto de la Dama, ormai
Con ostinata man tutte divise
In fili minutissimi le genti
D’Argo e di Frigia. Un fianco solo resta 450
De la Greca rapita; e poi l’eroe,
Pur giunto al fin di sua decenne impresa,
Andrà superbo al par d’ambo gli Atridi [27].
Ve’ chi sa ben come si deggia a punto
Fausto di nozze o pur d’estremi fati 455
Miserabile annuncio in carta esporre.
Lui scapigliati e torbidi la mente
Per la gran doglia, a consultar sen vanno
I novi eredi: nè già mai fur viste
Tante vicino a la cuméa caverna [28] 460
Foglie volar d’oracoli notate,
Quanti avvisi ei raccolse, i quali un giorno
Per gran pubblico ben serbati fieno.
Ma chi l’opre diverse o i varj ingegni
Tutti esprimer poria, poi che le stanze 465
Folte già son di cavalieri e dame?
Tu per quelle t’avvolgi; ardito e baldo
Vanne, torna, t’assidi, èrgiti, cedi,
Premi, chiedi perdono, odi, domanda,
Sfuggi, accenna, schiamazza, entra e ti mesci 470
A i divini drappelli; e a un punto empiendo
Ogni cosa di te, mira e conosci.
Là i vezzosi d’Amor novi seguaci
Lor nascenti fortune ad alta voce
Concedansi all’orecchio, e ridon forte, 475
E saltellando batton palme a palme;
Sia che a leggiadre imprese Amor li guidi
Fra le oscure mortali, o che gli assorba
De le dive lor pari entro a la luce.
Qui gli antiqui d’Amor noti campioni 480
Con voci esili e da l’ansante petto
Fuor tratte a stento, rammentando vanno
Le già corse in amar fiere vicende.
Indi gl’imberbi eroi, cui diede il padre
La prima coppia di destrier pur jeri, 485
Con animo viril celiano al fianco
Di provetta beltà che a i risi loro
Alza scoppi di risa, e il nudo spande,
Che, di veli mal chiuso, i guardi cerca
Che il cercarono un tempo. Indi gli adulti, 490
A la cui fronte il primo ciuffo appose
Fallace [29] parrucchier, scherzan vicini
A la sposa novella; e di bei motti
Tendonle insidia, ove di lei s’intrichi
L’alma inesperta e il timido pudore. 495
Folli! che a i detti loro ella va incontro
Valorosa così, come una madre
Di dieci eroi. — V’ha in altra parte assiso
Chi di lieti racconti, o pur di fole
Non ascollate mai raro promette 500
A le dame trastullo; e ride e narra,
E ride ancor [30], benché a le dame intanto
Sul bell’arco de’ labbri aleggi e penda
Non voluto sbadiglio: e l’ha chi altronde
Con fortunato studio in novi sensi 505
Le parole converte, o in simil suoni
Pronto a colpir divinamente scherza [31].
Alto al genio di lui plaude il ventaglio
De le pingui matrone, a cui la voce
Di vernacolo accento anco risponde: 510
Ma le giovani madri, al latte avvezze
De le galliche grazie, il sottil naso
Aggrinzan fastidite; e pur col guardo
Sembran chieder pietade a i belli spirti
Che lor siedono a lato, e a cui gran copia 515
D’erudita efemeride distilla
Volatile scienza entro a la mente [32].
Altri altrove pugnando audace innalza
Sopra d’ognaltro il palafren ch’ei sale,
O il poeta o il cantor che lieti ei rende 520
De le sue mense. Altri dà vanto all’elso
Lucido e bello de la spada ond’egli
Solo e per casi non più visti, al fine
Fu dal più dotto anglico artier fornito.
Altri grave nel volto ad altri espone 525
Qual per l’appunto a gran convito apparve
Ordin di cibi; ed altri stupefatto
Con profondo pensier, con alte dita
Conta di quanti tavolieri a punto
Grande insolita veglia andò superba. 530
Un, fra l’indice e il medio inflessi alquanto,
Molle ridendo al suo vicin la gota
Preme furtivo : e l’ un da tergo all’ altro
Il pendente cappel dal braccio invola [33],
E del felice colpo a sè dà plauso. 535
Qual d’ogni lato i pronti servi in tanto
E luci e tavolieri e seggi e carte,
Suppellettile augusta, entran portando [34]!
E sordo stropicciar di mossi scanni,
E cigolio di tavole spiegate 540
Odo vagar fra le sonanti risa
Di giovani festivi, e fra le acute
Voci di dame cicalanti a un tempo,
Come intorno a selvaggio antico moro,
Sull’imbrunir del dì, garrulo stormo 545
Di frascheggianti passere novelle.
Sola in tanto rumor tacita siede
La matrona del loco; e chino il fronte,
E increspate le ciglia, i sommi labbri
Appoggia in sul ventaglio, arduo pensiere 550
Macchinando tra sè. Medita certo
Come al candor, come al pudor si deggia
La cara figlia preservar, che torna
Doman da i chiostri ove il sermon d’Italia
Pur giunse ad obbliar, meglio erudita 555
De le galliche grazie [35]. — Oh qual dimane
Ne i genitor, ne’ convitati, a mensa
Ben cicalando, ecciterai stupore,
Bella fra i lari tuoi vergin straniera! —
Errai. Nel suo pensier volge di cose 560
L’alta madre d’eroi mole più grande;
E nel dubbio crudel col guardo invoca
De le amiche l’aíta; e a sè con mano
Il fido cavalier chiede a consiglio.
Qual mai del gioco a i tavolier diversi 565
Ordin porrà, che de le dive accolte [36]
Nulla obblïata si dispetti, e nieghi
Più qui tornare ad aver scorno ed onte?
Come con pronto antiveder del gioco
Il dissimil tenore a i genj eccelsi 570
Assegnerà conforme, ond’altri poi
Non isbadigli lungamente, e pianga
Le mal gittate ore notturne, e lei
De lo infelice oro perduto incolpi ?
Qual paro e quale al tavolier medesmo 575
E di campioni e di guerriere audaci
Fia che tra loro a tenzonar congiunga;
Sì che già mai per miserabil caso
La vetusta patrizia, essa e lo sposo
Ambo di regi favolosa stirpe [37], 580
Con lei non scenda al paragon, che al grado
Per breve serie di scrivani or ora
Fu de’ nobili assunta, e il cui marito
Gli atti e gli accenti ancor serba del monte [38]?
Ma che non può sagace ingegno e molta 585
D’anni e di casi esperienza? Or ecco
Ella compose i fidi amanti, e lungi
De la stanza nell’angol più remoto
Il marito costrinse, a dì sì lieti
Sognante ancor d’esser geloso. Altrove 590
Le occulte altrui, ma non fuggite all’occhio
Dotto di lei, ben che nascenti a pena,
Dolci cure d’amor, fra i meno intenti
O i meno acuti a penetrar nell’alte
Dell’animo latèbre, in grembo al gioco 595
Pose a crescer felici; e già in duo cori
Grazia e mercè de la bell’opra ottiene.
Qui gl’illustri e le illustri, e là gli estremi
Ben seppe unir de’ novamente compri
Feudi, e de’ prischi glorïosi nomi 600
Cui mancò la fortuna. Anco le piacque
Accozzar le rivali, onde spiarne
I mal chiusi dispetti. Anco per celia
Più secoli adunò, grato aspettando
E per gli altri e per sè riso dall’ire 605
Settagenarie, che nel gioco accense
Fien con molta raucedine e con molto
Tentennar di parrucche e cuffie alate.
Già per l’aula beata a cento intorno
Dispersi tavolier seggon le dive, 610
Seggon gli eroi che dell’Esperia sono
Gloria somma o speranza. Ove di quattro [39]
Un drappel si raccoglie, e dove un altro
Di tre soltanto. Ivi di molti e grandi
Fogli dipinti il tavolier si sparge; 615
Qui di pochi e di brevi. Altri combatte;
Altri sta sopra a contemplar gli eventi
De la instabil fortuna, e i tratti egregi
Del sapere o dell’arte. In fronte a tutti
Grave regna il consiglio, e li circonda 620
Maestoso silenzio. Erran sul campo
Agevoli ventagli, onde le dame
Cercan ristoro all’agitato spino
Dopo i miseri casi. Erran sul campo
Lucide tabacchiere. Indi sovente 625
Un’util rimembranza, un pronto avviso
Con le dita si attigne; e spesso volge
I destini del gioco e de la veglia
Un atomo di polve. Ecco se n’ugne
La panciuta matrona intorno al labbro 630
Le calugini adulte: ecco se n’ugne
Le nari delicate e un pò di guancia
La sposa giovinetta. In vano il guardo
D’esperto cavalier, che già su lei
Medita nel suo cor future imprese, 635
Le domina dall’alto i pregi ascosi:
E in van d’un altro timidetto ancora
Il pertinace pie’ l’estrema punta
Del bel pie’ le sospigne: ella non sente,
O non vede, o non cura [40]. Entro a que’ fogli, 640
Ch’ella con man sì lieve ordina o turba,
De le pompe muliebri a lei concesse [41]
Or s’agita la sorte. Ivi è raccolto
Il suo cor, la sua mente. Amor sorride;
E luogo e tempo a vendicarsi aspetta. 645
Chi la vasta quiete osa da un lato
Romper con voci successive, or aspre
Or molli, or alte, ora profonde, sempre
Con tenore ostinato al par di secchj
Che scendano e ritornino piagnenti 630
Dal cupo alveo dell’onda; o al par di rote
Che, sotto al carro pesante, per lunga
Odansi strada scricchiolar lontano?
L’ ampia tavola è questa a cui s’aduna
Quanto mai per aspetto e per maturo 655
Senno il nobil concilio ha di più grave
O fra le dive suocere, o fra i nonni,
O fra i celibi già da molti lustri
Memorati nel mondo. In sul tappeto [42]
Sorge grand’urna, che poi scossa in volta 660
La dovizia de’ numeri comparte
Fra i giocator, cui numerata è innanzi
D’immagini diverse alma vaghezza.
Qual finge il vecchio che con man la negra
Sopra le grandi porporine brache 665
Veste raccoglie, e rubicondo il naso
Di grave stizza, alto minaccia e grida,
L’aguzza barba dimenando. Quale
Finge colui che, con la gobba enorme
E il naso enorme e la forchetta enorme, 670
Le cadenti lasagne avido ingoja:
Quale il multicolor Zanni leggiadro
Che, col pugno posato al fesso legno,
Sovra la punta dell’un pie’ s’innoltra,
E la succinta natica rotando, 675
Altrui volge faceto il nero ceffo.
Nè d’animali ancor copia vi manca,
O al par d’umana creatura l’orso
Ritto in due piedi, o il miccio, o la ridente
Simia, o il caro asinello, onde a sè grato 680
E giocatrici e giocator fan speglio.
Signor, che fai? Così dell’opre altrui
Inoperoso spettator, non vedi
Già la sacra del gioco ara disposta
A te pur anco? e nell’aurato bronzo [43], 685
Che d’attiche colonne il grande imita,
I lumi sfavillanti, a cui nel mezzo,
Lusingando gli eroi, sorge di carte
Elegante congerie intatta ancora [44]?
Ecco s’asside la tua Dama, e freme 690
Omai di tua lentezza: eccone un’altra;
Ecco l’eterno cavalier con lei,
Che ritto in piè del tavolino al labbro,
Più non chiede che te; e te co i guardi,
Te con le palme desïando affretta. 695
Questi, or volgon tre lustri, a te simile
Corre di gloria il generoso stadio
De la sua Dama al fianco. A lei l’intero
Giorno il vide vicino, a lei la notte
Innoltrata d’assai: varia tra loro 700
Fu la sorte d’amor; mille le guerre,
Mille le paci, e mille i furibondi
Scapigliati congedi, e mille i dolce —
palpitanti ritorni, al caro sposo
Noti non sol, ma nel teatro e al corso 705
Lunga e trita novella. Al fine Amore,
Dopo tanti travagli, a lor nel grembo
Molle sonno chiedea, quand’ecco il Tempo
Tra la coppia felice osa indiscreto
Passar volando; e de la dama un poco, 710
Dove il ciglio ha confin, riga la guancia
Con la cima dell’ale; all’altro svelle
Parte del ciuffo che nel liquid’aere
Si conteser di poi l’aure superbe.
Al fischiar del gran volo, a i dolci lai 715
De gli amanti sferzati Amor si scosse;
Il nemico sentì, l’armi raccolse,
A fuggir cominciò, « Pietà di noi,
Pietà (gridan gli amanti): or se tu parti,
Come sentir la cara vita? [45] come 720
Più lunghi desïarne i giorni e l’ore? »
Nè già in van si gridò. La gracil mano
Verso l’omero armato Amor levando,
Rise un riso vezzoso; indi un bel mazzo
De le carte che Félsina colora [46] 725
Tolse da la faretra; e « Questo (ei disse)
A voi resti in mia vece ». Oh meraviglia!
Ecco que’ fogli, con diurna mano [47]
E notturna trattati, anco d’Amore
Sensi spirano e moti. Ah se un invito 730
Ben comprese giocando, e ben rispose
Il cavalier, qual de la dama il fiede
Tenera occhiata che nel cor discende;
E quale a lei voluttuoso in bocca
Da una fresca rughetta esce il sogghigno! 735
Ma se i vaghi pensieri ella disvia
Solo un momento, e il giocatore avverso
Util ne tragge, ah! il cavaliere allora
Freme geloso, si contorce tutto,
Fa irrequieto scricchiolar la sedia; 740
E male e violento aduna e male,
Mesce i discordi de le carte semi;
Onde poi l’altra giocatrice a manca
Ne invola il meglio: e la stizzosa dama,
I due labbri aguzzando, il pugne e sferza 745
Con atroce implacabile ironia,
Cara a le belle multilustri. Or ecco
Sorger fieri dispetti, acerbe voglie,
Lungo aggrottar di ciglia, e per più giorni
A la veglia, al teatro, al corso, in cocchio 750
Trasferito silenzio. Al fin chiamato
Un per gran senno e per veduti casi
Nèstore [48], tra gli eroi famoso e chiaro,
Rompe il tenor de le ostinate menti
Con mirabil di mente arduo consiglio. 755
Così ad onta del tempo or lieta or mesta
L’alma coppia d’amarsi anco si finge;
Così gusta la vita. Egual ventura
T’è serbata, o Signor, se ardirà mai,
Ch’io non credo però, l’alato veglio [49] 760
Smovere alcun de’ preziosi avorj
Onor de’ risi tuoi, sì che le labbra
Si ripieghino a dentro, e il gentil mento
Oltre i confin de la bellezza ecceda.
Ma d’ambrosia e di nettare gelato 765
Anco a i vostri palati almo conforto [50]
Terrestri deitadi, ecco sen viene;
E cento Ganimedi, in vaga pompa [51]
E di vesti e di crin, lucide tazze
Ne recan taciturni; e con leggiadro 770
E rispettoso inchin, tutte spiegando
Dell’omero virile e de’ bei fianchi
Le rare forme, lusingar son osi
De le Cinzie terrene i guardi obliqui [52].
Mira, o Signor, che a la tua Dama un d’essi 775
Lene s’accosta, e con sommessa voce
E mozzicando le parole alquanto,
Onde pur sempre al suo Signor somigli,
A lei di gel voluttuoso annuncia
Copia diversa. Ivi è raccolta in neve 780
La fragola gentil, che di lontano [53]
Pur col soave odor tradì sè stessa;
V’è il salubre limon; v’è il molle latte;
V’è, con largo tesor culto fra noi.
Pomo stranier che coronato usurpa 785
Loco a i pomi natii; v’ è le due brune
Odorose bevande che pur dianzi
Di scoppiato vulcan simili al corso,
Fumanti, ardenti, torbide, spumose
Inondavan le tazze; ed or congeste 790
Sono in rigidi coni, a fieder pronte
Di contraria dolcezza i sensi altrui.
Sorgi tu dunque, e a la tua Dama intendi
A porger di tua man, scelto fra molti,
Il sapor più gradito. I suoi desiri 795
Ella scopre a te solo; e mal gradito
O mal lodato almen giugno il diletto,
Quando al senso di lei per te non giunge.
Ma pria togli di tasca intatto ancora
Candidissimo lin, che sul bel grembo 800
Di lei scenda spiegato, onde di gelo
Inavvertita stilla i cari veli
E le frange pompose in van minacci
Di macchia disperata [54]. Umili cose
E di picciol valore al cieco vulgo 805
Queste forse parran, che a te dimostro
Con sì nobili versi, e spargo ed orno
De’ vaghi fiori de lo stil ch’io colsi
Ne’ recessi di Pindo, e che già mai
Da poetica man tocchi non furo [55]. 810
Ma di sì crasso error, di tanta notte
Già tu non hai l’eccelsa mente ingombra,
Signor, che vedi di quest’opra ordirsi
De’ tuoi pari la vita, e sorger quindi
La gloria e lo splendor di tanti eroi 815
Che poi prosteso il cieco vulgo adora [56].
. . . . . . . . . . . . . . .
Note
________________________
[1] Questa dipintura della fiera notte dei tempi antichi può regger al paragone di qualunque più bel passo del Mattino.
[2] L’upupa, che più comunemente chiamiamo bubbola, è un uccello non guari grosso, di penne bigie striate di bianco, con una cresta di piume, ma non è altrimenti uccello notturno. Onde falla il Parini, e falla pure Ugo Foscolo ove scrisse ne’ Sepolcri:
E uscir dal teschio onde fuggìa la luna
L’upupa, e svolazzar sopra le croci.
[3] Et spiritus Dei ferebatur super aquas,dice il Genesi; e nella mitologia d’Esiodo è l'amore che compone ed ordina i lottanti elementi. Questo pezzo doveva esser tutto in versi sdruccioli, per varietà.
[4] Espero è la stella che prima si vede a sera. I nocenti vapori della città sono dovuti singolarmente alle acque che stagnanle intorno ne’ prati perenni che diconsi di marcita. I prati irrigui nell’interno della città furono proibiti da una grida dell’arciduca, 26 settembre 1772.
Ma non bastò che intorno,
Putridi stagni avesse:
Anzi a turbarne il giorno
Sotto le mura istesse
Trasse gli scellerati
Rivi a marcir sui prati.
Parini. La salubrità dell’aria.
[5] Da un pezzo erano rimproverate a Milano le strade anguste. Molte or furono ampliate. Lo scontro di due carrozze in calle angusto dava occasione a liti di precedenza.
[6] Stentore era uno de’guerrieri là sotto Troja, di sì buon petto che se ne udiva la voce da cento schiere.
[7] Rivale lo vorrebbero riservato solo a casi di amore, e in tutti gli altri direemulo.
[8] L’abitudine del passeggiar verso sera è conservata per l’estate. Dal bastione di porta Orientale, quando sia sgombro dai nocenti vapor ch’Espero mena, vedesi un ampio orizzonte, e l’immensa pianura, acclive verso settentrione, declive alla plaga opposta, e incorniciata da montagne, cominciando ad oriente da quelle della bresciana, poi del bergamasco, e il caratteristico Resegone, e i monti del lago di Como, di Varese, di Lugano, il San Gotardo, il Sempione, il Monte Rosa gemmante di nevi eterne; poi ad occidente il Cenisio, il Monviso, indi gli Apennini fin alla congiunzione colle Alpi Marittime.
[9] Effigiavasi la notte in una donna, che stendesse di cosa in cosa un velo fosco, trapunto di stelle. La prima storia dell’umanità è scritta nelle stelle; perocché gli uomini collocarono nelle costellazioni que’ primi eroi che beneficarono l’umanità; Castore e Polluce ne’ Gemini, Bacco nella capra amaltea; Anfione nella sua lira; gli Argonauti nella nave, ecc. Il Parini mostra que’ grandi al suo grande, per li soliti confronti e contrapposti.
[10] Seneca ha aperto Marte: Cesare aequo Marte pugnatum est: Tacito incerto Marte: Livio anceps Mars fuit, e Vellejo multo varioque Marti pacatae: e dubio Marte descendere.
[11] In Olimpia nell'Ellade si faceano le corse dei cocchi, vi gareggiavano i re, vi cantava le glorie dei vincitori Pindaro.Subentra, entra sotto, come il latino subire.
[12] Altro vezzo del vestir d’allora erano le scarpe con alto calcagno.
[13] Le torchie di cera. Se ne facea profusione quando le lampade non eransi ancora raffinate coi metodi di Argant e di Carcel. A pie’ degli scaloni signorili vedonsi ancora nel sasso i fori dove s’infiggevano le torchie.
[14] Abbiamo detto che alle plebee non era concesso aver chi reggesse loro la coda all’abito. Verso imitativo, migliore dell’altro variante, Sibila fra la polvere strisciando.
[15] Imita la gravità spagnolesca. Fin ai tempi nostri restarono spettacoli agli Spagnuoli graditi le caccie del toro; e poco prima anche gli Auto da Fe, dove la polizia di colà, che chiamavasi Santa Inquisizione, metteva al fuoco gente accusata di colpe contro la religione.
[17] Per accompagnare chi scende o sale.
[18] Comodità or molto più estesa.
[19] Leuwenhoeck diresse il microscopio sull’onda genitale, e pretese scorgervi infusori che chiamò spermatici. Suppose fosser quasi lo stato di larva dell’uomo; idea sostenuta in Italia dal Lancisi. Vi fecero poi sopra studio Gleichen, Hill, Baker, Toblot, Eichorn, Spallanzani, e principalmente Müller, e da ultimo Bory Saint-Vincent, Dumas, Prevost. Altri negano affatto gli animali spermatici.
[20] Musa. Questi clamorosi ritrovi sono cessati dachè il teatro usurpò la prima importanza.
[21] Oggi il canapè s’è trasformato al tutto da quel che era poc’anni sono; ma è facile che ogni lettore n’abbia veduto tra i mobili vecchi. Erano coperti di cuscini di pelle bagiana o marocchina, ricolmi di piuma, e gli appoggi dei lati curvavansi in larghe volute: ma la descrizione che qui ne fa il Parini, sì poetica insieme e sì vera, mi dispensa dal dirne di più. Solo aggiungerò che, nel consiglio di Stato trattandosi del divorzio, Napoleone ebbe a dire: L'adultère est une affaire de canapè. Lady Austen, ammirando gli sciolti di Milton, chiese un poema in tal metro all’inglese Gowper, felicissimo poeta descrittivo che facea versi su qualunque materia capitava.
— Ben volentieri, purché voi mi diate il soggetto.
— Oh il soggetto non vi può mancare; per voi tutto è buono. Per esempio questo sofà».
Ed egli fe un poema sul sofà in molte migliaja di versi, tutti sentimento e devozione e allusioni alle giornaliere occupazioni.
[22] Abbiamo ripetuto che figuravasi coi pie’ caprini.
[23] Le botteghe di caffè. E il vizio di starvi tutto il dì sulle pancacce a caratar l’uno e l’altro, è non solo vivo, ma cresciuto.
[24] Mercurio che sopravvede i giuochi. Vedi ilMeriggio nota 87.
[26] In questi caratteri è maggiore la caricatura che la verità; segno di indebolito ingegno o di mancata lima. Che se degli altri, dal più al meno, sonvi esempj anc’oggi, non credo di quest’ultimo. Poiché
Le vrai peut quelquefois n’ètre pas vraisemblable,
forse ne fu uno ai tempi del Parini: ma quell’uno doveva esser ridicolo abbastanza senza le sferzate del poeta; da serbarsi al vizioso, non ad un imbecille.
[27] Argivi o Greci, e Frigi o Trojani combatterono dieci anni sotto Troja, favola notissima, cantata da Omero, che volle fino d’allora mostrare come siano potenti i popoli uniti. La Greca rapita è Elena, cagione di quella guerra. Ambo gli Atridi sono Agamennone e Menelao, principali dei Greci.
[28] Vedi nel Mattino nota 55.
[29] Che imita in modo d’ingannare: senso nuovo, e non felice, sebbene arieggi a quel di Virgilio
Tu faciem illius, nocte non amplius una,
Falle dolo.
Æneid. I. 687.
[30] Nous avons tout perdu, tout, jusqu’à ce gros rire,
. . . . . . . . . . . . . . ce rire des aïeux
Qui jaillissait du coeur comme un flot de vin vieux.
Barbier.
[31] Oh le fâcheux plaisant qui, dans son froid delire,
L’ennui peint sur le front, prend le masque du rire,
Et, pésamment folâtre en sa légèreté,
Tourmente son prochain de sa triste gaitét
P. De Lebrun, Épitres I, 1.
[32] Il Parini rimorde spesso l’accidiosa sapienza de’ giornali; lontano dal credere che su quella, e quasi su quella sola, si formerebbe l’educazione de’ giovani eroi della successiva generazione.
[33] Il cappello schiacciato, che qui dicevasischiscetta ed in Toscana schiaccina o sottobraccino, portavasi sotto al braccio, comodità toltaci dal nostro incomodissimo cappello cilindrico.
[34] Praelia quanta illic, dispensatore videbis
Armigero!
Giovenale, Sat. I, 91.
Il qual verso fu citato dal cavalier Mornay per prova che i Romani aveano bische, e vi presedeva un magistrato, e in conseguenza impetrar di aprire otto bische a Parigi nel 1722, pagando ducentomila lire, che doveano andare per poveri vergognosi.
[35] Dell’infranciosamento de’ nostri abbastanza si disse negli Studj.
Anni fa si levò un patriotico urrah dall’Olona alla Stura contro uno che tradusse s’un giornale milanese un articolo di Villemain, ove si sosteneva la somma influenza della letteratura francese sull’italiana nel secolo passato. Eppure il Botta, così volonteroso di esaltar le cose italiane, e discretamente dispettoso verso i Francesi, nel fine della sua Continuazione diceva: « Se poche parti se ne eccettuano, la letteratura italiana era spenta; nè altro più non era che una servile e sconcia imitazione della letteratura francese. La storia, la maggior parte delle opere teatrali, le novelle, i romanzi, i poemi stessi rendevano un odore francese... a stento e se non con molto stomaco si possono leggere oggidì le cose che vi si scrivevano; servilità nei pensieri, servilità nella lingua. Come le scarpette delle donne, così ancora i concetti e le frasi dei letterati venivano belli e formati da Parigi ».
[36] Nel Goldoni, Memorie P. III. c. 26, leggiamo :
« La carica più penosa per una padrona di casa è quella di disporre le partite in modo che l’amor proprio degli uni non offenda l’amor proprio degli altri.
« Ma, indipendentemente dai caratteri che ragionevolmente si deggiono perdonare, sono ancor più da temersi gli effetti dell’antipatia, che si sviluppa al giuoco piucchè altrove. Che un giocatore ami piuttosto di perdere con una bella donna che con me, questa è cosa del tutto semplice; ma che questo giuocatore medesimo se la prenda più contro di me che contro d’un altro, questo mi farebbe andare in collera, se ne fossi capace. Nondimeno questo succede ogni giorno, e l’uomo prudente finge di non accorgersene.
« Le padrone di casa deggiono studiare le simpatie e le antipatie delle società: deggiono prima conoscere i lor giocatori, e poscia assortirli.
« Domando perdono alle signore che ne han da sapere mollo più di me; ma ho da dar loro un altro avvertimento. Non conviene ch’esse comincino col fare la loro partita, e che lascino gli altri ad accomodarsi come possono. Questo è accaduto più d’una volta sotto i miei occhi, e sono stato testimonio delle lagnanze di quelli che si credevano mal collocati. »
[37] Favolosa, cioè celebre, come il fabulosus Hydaspet di Orazio, e i fabulosa carmina Graecorum di Curzio, e le favolose mura della mia città di Manzoni.
[38] E tiene ancor del monte e del macigno.
Dante.
[39] Varie fogge di giuochi ancora usitato. A quattro, per esempio, il tarocco, a tre l’ombre: quello con molte e grandi carte, questo con poche e piccole.
Infinite opere si scrissero sull’origine e il significato de’ varj giuochi delle carte; e chi voglia averne i nomi e qualche spruzzatura veda la nostra Storia Universale edizione VII, vol. III, pag. 994. Poi quando la rivoluzione francese credeva sovvertire le cose abolendo i nomi, anche qui portò le sue riforme; e surrogò ai re i genj della guerra, delle arti, della pace, del commercio; alle dame la libertà de’ culti, della stampa, del matrimonio, delle professioni; ai fanti l’eguaglianza di doveri, d’ordini, di diritti, di colori.
Di buon’ora entrò il lusso in quella vanità, e Filippo Maria Visconti nel 1430 spese millecinquecento monete d’oro in un mazzo dipinto da Marzian di Tortona. Per combinare poi le crescenti richieste col basso prezzo, invece di disegnarle a mano, s’inventò di stamparle con tavolette, le quali furono il primo avviamento alla più efficace delle scoperte. Questo divertimento dunque, come spasso, come occupazione e fin come oggetto di commercio, tenne gran parte nella moderna società; empì gli ozj di quelli che credono lor privilegio il non far nulla; creò i cavalieri d’industria; offerse scioperato trattenimento alle donne; e il volgo e il fiore de’ cittadini tenne occupati lunghissime ore a seguire le fortuite sue combinazioni: ne vennero talora scompigli di famiglie e d’amicizie; potè anche raddolcire, cioè ammollire i costumi, incatenando al silenzioso tavoliere invece degli esercizi di corpo, dei balli e delle musiche, del vivace novellare e dei conversevoli ragionamenti, come anche de’ pettegolezzi, delle cronache e dell’insulso cicaleccio.
[41] Giocavano le dame quell’assegno che era loro fissato dal marito per gli spilli, come si dice, cioè per gli addobbi minuti.
La passione del giuoco di rischio (già lo vedemmo nel Mattino) era comune anche alle donne; anzi da una donna fu innestata in Italia; Carlotta Aglae di Valois, figlia del duca d’Orléans reggente di Francia, storicamente rinomato per pompose dissolutezze, venendo sposa a Francesco principe di Modena nel 1720, fece il viaggio lentissimamente, preceduta da tagliatori di banco, che ad ogni posata stendevano il tappeto verde; e la nobiltà accorreva a far la corte a costei coll’avventurarvi grosse somme. Essa consumava la notte intera in quelle frenetiche agitazioni; dormiva mezzo il giorno seguente, il resto lo occupava a trasferirsi al quante miglia lontano, ove rinnovava lo scandalo stesso. E aveva diciotto anni! e gli Italiani abbracciarono quella frenesia, come abbracciavano tutte lo novità francesi nel vestire, nell’abitare, nel portarsi, nel pensare: e ne seguirono violente passioni, subite rovine e suicidj.
Vogliamo soggiungere che costei, arrivata a Genova, a quel senato che l’accolse orrevolmenle non ricambiò che motteggi e sarcasmo. Ma quando moveasi per Modena, il conte Salvatico, incaricato di riceverla, ricusò farlo perchè erasi dimenticata la dote, fra i tanti affari di cui era ingombro il ministro Dubois. Ma il principe di Modena, più cavalleresco e men preciso del suo rappresentante, accorse a prenderla in persona. È quel Francesco III che poi fu amministratore del Milanese, e villeggiò splendidamente a Varese, dove morì di novantadue anni il 1780.
[42] La Cavagnola, specie di biribisso, un dei tanti giuochi di zara su cui rischiavansi di belle monete. Ha gran diversità da paese a paese, anzi dirò da conversazione a conversazione. Ecco quale io lo conosco. S’un cartellone son settanta numeri, spartiti in nove colonne trasversali di otto numeri ciascuna e sei quella di mezzo: in un’urna o bisaccia altrettante palle, forate, con insertavi una cartolina su cui sono un numero ed una figura. Invece dell’urna, i Genovesi, da cui è venuto questo giuoco, adopravano un tovagliuolo, che in loro volgare dicesi cavajola; il che diede nome a questo divertimento. I giocatori hanno davanti a sé una cartella, su cui stanno alquanti numeri colle figure corrispondenti. Il giocatore mette una somma sovra un numero, e se il numero puntato esce, vince sessantaquattro volte la sua messa. O può metterlo sulla linea che separa i due numeri, e se esce un dei due, riceve trentadue volte il valore che ha arrischiato. O può metterlo sulla croce che divide quattro numeri, e se vien sortito uno di questi, guadagna sedici volte la posta. Comunemente al giuoco della Cavagnola non v’è chi tenga il banco, ma i numeri sono estratti per turno dai giocatori, e pagansi le vincite dalla cassa comune a seconda del valore stabilito per ciascuna delle figure. Le figure poi sono o bestie o caricature, come nelle carte del Cucù. Nelle indicate dal Parini ciascuno riconosce il Pantalone, il Pulcinella, l’Arlecchino.
Voltaire in un’epistola parla del giuoco della Cavagnole. L’operetta Il giuoco pratico (Bologna, 1753) ne dà una descrizione affatto diversa.
[43] Candellieri e lucerne foggiate a guisa di colonne.
[44] È grandigia il non usar mai un mazzo adoprato altra volta.
[45] Le commencement et le déclin de l’amour se font sentir par l’imbarras ou l’on est de se trouver seuls.
La Bruyére.
[46] Le più pregiale carte da giuoco ci venivano da Bologna.
[47] Felice parodia dell’oraziano:
Vos exemplaria graeca
Nocturna versate manu, versate diurna.
Pope, nel Riccio rapito, descrive in versi una partita all’ombre, con tutti i suoi accidenti.
Del resto sono col Gioja che « Meglio giocare che alternare gli sbadigli alla maldicenza, e la maldicenza condire con la sciocchezza ».
[48] Fra i Greci venuti a oppugnare Troja, il più annoso era Nestore, che aveva veduto tre generazioni, e metteva pace tra i discordanti.
[49] Il Tempo, vecchio perchè fu prima d’ogni cosa, alato perché fugge senza posa mai. Deh non lasciartelo scappare dinanzi invanamente, giovin Signore!
[50] Sorbetti e gelati.
[51] Ganimede, garzone trojano, piacque a Giove tanto che se lo tolse per coppiere in cielo. A imitazione dei paggi nelle corti, i signori divisavano vistosamente i camerieri, ridotti adesso al vestito nero, e al silenzio. È notato fra i nobili milanesi lo smozzicare e schiacciare di alcune lettere. D’onde ciò?
[52] Diana, dea pudica fin al momento della tentazione.
[53] Varie qualità di gelati e sorbetti: di fragola, di limone, di fior di latte, di cioccolatta, di ananas, pomo straniero, che si coltiva pure con grande studio fra noi.
[54] Quest’avvertenza non è abbastanza signorile. La Caterina Gabrielli, una delle più pazze fra le pazze teatranti del secolo passato, beffò un signor fiorentino che doleasi d’essersi stracciato un manichino, attaccatosi a uno spillo di essa; e al domani gli mandò sei bottiglie di vin di Spagna, ove facevano vece di turacciolo altrettanti superbi merletti di Fiandra.
Quando costei cantò a Milano col nostro famosissimo Marchesi, si formarono due partiti che disputavansi al teatro e ai caffè sin con pugni e stocchi. Compassionateli, o tanto progrediti nepoti.
[55] Né qui solo il poeta loda i suoi versi con superbia adeguata al merito; ma e nell’Educazione,cantando:
O mio tenero verso ,
Di chi parlando vai,
Che studii esser più terso
E pulito che mai?
Per verità al verso del Parini sta meglio il nobile che il tenero.
E poiché uffizio di commentatore più comodo e più solito è l’appoggiarsi ad altrui autorità, ci giovi riportar questa di Carlo Botta: « Parini fu il primo a ritirare la trascorsa letteratura italiana verso il suo principio, ed a retrarla, nel tenero al far petrarchesco, nel forte al dantesco; ma più veramente ancor per la natura sua sapeva di Dante che di Petrarca. Sublimi e pretti pensieri avea, sublime e pura lingua usava, un terribile staffile maneggiava. La toaletta, e i sofà, e i ventagli, e i letticciuoli morbidi rammentava non per lodarli ma per fulminarli. Grande e robusto uomo fu costui, nella satira il primo, nella lirica ancora il primo. Ei fe vedere che senza le nebbie caledoniche, che senza le smancerie galliche, e consistendo nella vera lingua e nel vero stile italiano, si potevano creare opere in cui colla purità si trovava congiunta l’energia. Più che poeta più che sacerdote d’Apolline, fu maestro di virtù, ed i molti costumi ad una virile robustezza, ridusse, l’eunuca età a più maschi spiriti eresse. Tanto potenti furono i suoi detti, tanto potenti i suoi scritti! Precursore di libertà fu, ma predicando andò una libertà corretta, la quale maggior forza d’animo richiede certamente ancora in chi la dà o la riceve che la corretta. Forse chi sa, ma giorno verrà quando gli Italiani avran dimesso il mestiere di voler far i pedissequi de’ forestieri così in letteratura che in politica, in cui maggiormente il suo esempio ed i suoi altissimi versi frutteranno. Eglino intanto debbono aver cara ed onorata sempre la memoria del Parini, di quel Parini che dal lezzo li sollevò, e dalle insipide erbe purgò il sentiero che mena all’eletto monte, ove la virtù e le divine suore albergano. Parini, poscia Alfieri spensero la letteratura delle inezie ». (Lib. L, al fine).
La spenserodavvero?
[56] E qui lasciò interrotta la pittura il gran Lombardo. Chi avrà posto mente al principio della Notte, di leggeri avviserà quel che qui manca. Perocché ivi erasi proposto di guidar il suo generoso alunno alla veglia frequente e all’ampia scena. Compiuta la prima parte, questa seconda rimaneva, e deh l’avesse potuta o voluta colorire! e punger al vivo quel farnetico d’affollarsi a sdilinquire per un gorgheggio o per uno sgambetto: farnetico che sarebbe solo ridicolo se non portasse che a perder ogni dignità nel concorso, negli applausi, nè parteggiamenti, nella vertigine della dissipazione, ma che è senza misura deplorabile se tenga luogo di ogni affetto comune, se storni da pensieri elevati e da sdegni generosi.
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