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Edizione di riferimento:
L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.
Invenies qui, ob similitudinem morum,
aliena malefacta tibi objectari putent.
Tacito, Ann. l. IV. 315.
Ardirò ancor fra i desinari illustri
Sul meriggio innoltrarmi umil cantore [1];
Poi che troppa di te cura mi punge,
Signor, ch’ io spero un dì veder maestro
E dittator di grazïosi modi 5
All’alma gioventù che Italia onora.
Tal fra le tazze e i coronati vini [2],
Onde all’ospito suo fe lieta pompa
La punica regina, i canti alzava
Jopa crinito: e la regina in tanto 10
Da begli occhi straniero iva beendo
L’oblivïon del misero Sicheo [3].
E tale, allor che l’orba Itaca in vano [4]
Chiedea a Nettun la prole di Laerte,
Femio s’udia co’ versi e con la cetra 15
La facil mensa rallegrar de’ Proci
Cui dell’errante Ulisse i pingui agnelli
E i petrosi licori e la consorte
Convitavano in folla. Amici or china,
Giovin Signore, al mio cantar gli orecchi; 20
Or che tra nuove Elise e nuovi Proci,
E tra fedeli ancor Penelopée
Ti guidano a la mensa i versi miei.
Già dall’alto del cielo il Sol fuggendo;
Verge all’ occaso ; e i piccoli mortali 25
Dominati dal tempo escon di novo
A popolar le vie ch’all’oriente
Spandon ombra già grande: a te null’altro!
Dominator fuor che te stesso è dato,
Stirpe di numi: e il tuo meriggio è questo. 30
Alfin di consigliarsi al fido speglio
La tua Dama cessò. Cento già volte [5]
O chiese o rimandò novelli ornati,
E cento ancor de le agitate ognora
Damigelle, or con vezzi or con garriti, 35
Rovesciò la fortuna; a sé medesma,
Quante volte convien, piacque e dispiacque;
E, quante volte è duopo, a sé ragione
Fece e a’ suoi lodatori. I mille intorno
Dispersi arnesi alfin raccolse in uno 40
La consapevol del suo cor ministra:
Alfin velata di legger zendado
È l’ara tutelar di sua beltade;
E la seggiola sacra un po’ rimossa,
Languidetta l’accoglie. Intorno a lei 45
Pochi giovani eroi van rimembrando
I cari lacci altrui, mentre da lunge
Ad altra intorno i cari lacci vostri
Pochi giovani eroi van rimembrando.
Il marito gentil queto sorride 50
A le lor celie; o s’ei si cruccia alquanto,
Del tuo lungo tardar solo si cruccia.
Nulla però di lui cura te prenda
Oggi, o Signore; e s’ei, del vulgo a paro,
Prostrò l’anima imbelle, e non sdegnosse 55
Di chiamarsi marito, a par del vulgo
Senta la fame esercitargli in petto
Lo stimol fier degli ozïosi sughi
Avidi d’esca; o se a un marito alcuna
D’anima generosa ombra rimane, 60
Ad altra mensa il piè rivolga, e d’altra
Dama al fianco si assida, il cui marito
Pranzi altrove lontan, d’un’altra al fianco
Che lungi abbia lo sposo: e così nuove
Anella intrecci a la catena immensa 65
Onde, alternando, Amor l’anime avvince.
Pur, sia che vuol, tu baldanzoso innoltra
Ne le stanze più interne. Ecco precorre
Ad annunciarti al gabinetto estremo
Il noto scalpiccio de’ piedi tuoi. 70
Già lo sposo t’incontra. In un baleno
Sfugge dall’altrui man l’accorta mano
De la tua Dama; e il suo bel labbro intanto
Ti apparecchia un sorriso. Ognun s’arretra,
Che conosce tuoi dritti, e si conforta 75
Con le adulte speranze, a te lasciando
Libero e scarco il più beato seggio.
Tal colà, dove infra gelose mura [6]
Bisanzio ed Ispaan guardano il fiore
De la beltà che il popolato Egeo 80
Manda, e l’Armeno e il Tartaro e il Circasso
Per delizia d’un solo, a bear entra
L’ardente sposa il grave musulmano.
Nel maestoso passeggiar gli ondeggiano
Le late spalle, e su per l’alta testa 85
Le avvolte fasce: dall’arcato ciglio
Intorno ei volge imperïoso il guardo,
Ed ecco al suo apparire umil chinarsi,
E il piè ritrar l’effeminata, occhiuta
Turba, che d’alto sorridendo ei spregia. 90
Or comanda, o Signor, che tutte a schiera
Vengan le grazie tue; sì che a la Dama,
Quanto elegante esser più puoi, ti mostri.
Tengasi al fianco la sinistra mano
Sotto al breve giubbon celata, e l’altra 95
Sul finissimo lin pósi, e s’asconda
Vicino al cor; sublime alzisi ’l petto;
Sorgan gli ómeri entrambi, e verso lei
Piega il duttile collo; ai lati stringi
Le labbra un poco; vêr lo mezzo acute 100
Rendile alquanto, e da la bocca poi,
Compendiata in guisa tal, se n’esca;
Un non inteso mormorio. Qual fia
Che a tante di beltade armi possenti
Schermo s’opponga? ecco la destra ignuda 105
Già la bella ti crede. Or via, la stringi,
E con soave negligenza al labbro
Qual tua cosa l’ appressa, e cader lascia
Sopra i tiepidi avorj un doppio bacio.
Siedi fra tanto, e d’una mano istrascica 110
Più a lei vicin la seggioletta. Ogn’altro
Taciasi; ma tu sol curvato alquanto,
Seco susurra ignoti detti, a cui
Concordin vicendevoli sorrisi,
E sfavillar di cupidette luci 115
Che amor dimostri, o che il somigli almeno.
Ma rimembra, o Signor, che troppo nuoce
In amoroso cor lunga e ostinata
Tranquillità [7]. Nell’oceàno ancora
Perigliosa è la calma: ahi quante volte 120
Dall’ immobile prora il buon nocchiero
Invocò la tempesta! e sì crudele
Soccorso ancor gli fu negato; e giacque
Affamato, assetato, estenuato,
Dal venenoso aere stagnante oppresso 125
Fra le inutili ciurme al suol languendo.
Dunque a te giovi de la scorsa notte
Ricordar le vicende, e con obliqui
Motti pugnerla alquanto; o se, nel volto [8]
Paga più che non suole, accôr fu vista 130
Il novello straniero, e co’ bei labbri
Semiaperti aspettar, quasi marina
Conca, la soavissima rugiada
De’novi accenti; o se cupida troppo
Col guardo accompagnò di loggia in loggia 135
L’almo alunno di Marte; idol vegliane
De’ femminili voti, a la cui chioma
Col lauro trionfal mille s’avvolgono
E mille frondi dell’idalio mirto [9].
Colpevole o innocente, allor la bella 140
Dama improvviso adombrerà la fronte
D’un nuvoletto di verace sdegno
O simulato, e la nevosa spalla
Scoterà un poco; o premerà col dente
L’infimo labbro; e volgeransi alfine 145
Gli altri a bear le sue parole estreme.
Fors’anco rintuzzar le tue rampogne
Saprà l’agrezza, e noverarti a punto
Le visite furtive a i cocchi, a i tetti,
E all’ alte logge de le mogli illustri. 150
Di ricchi popolari a cui sovente,
Scender, per calle dal piacer segnato,
La maestà di cavalier non teme.
Felice te, se mesta o disdegnosa
La conduci alla mensa, o s’ivi puoi 155
Solo piegarla a tollerar de’ cibi
La nausea universal! Sorridan pure
A le vostre dolcissime querele
I convitati, e l’un l’altro percota.
Col gomito maligno. Ahi non di meno. 160
Come fremon lor alme; e quanta invidia
Ti portan, te mirando unico scopo
Di sì bell’ire! Al solo sposo è dato
In cor nodrir magnanima quiete,
Aprir Del volto ingenuo riso, e tanto 165
Docil fidanza ne le innocue luci.
O tre fiate avventurosi e quattro,
Voi del nostro buon secolo mariti,
Quanto diversi da’ vostr’avi! Un tempo [10]
Uscia d’Averno con viperei crini, 170
Con torbid’occhi irrequieti e fredde
Tenaci branche un indomabil mostro,
Che ansando ed anelando intorno giva
Ai nuziali letti, e tutto empiea
Di sospetto, di fremito e di sangue. 175
Allor gli antri domestici, le selve,
L’onde, le rupi alto udular s’udiéno
Di femminili strida; allor le belle
Dame con mani incrocicchiate, e luci
Pavide al ciel, tremando, lagrimando, 180
Tra la pompa feral de le lugubri
Sale vedean dal truce sposo offrirsi
Le tazze attossicate o i nudi stili.
Ahi pazza Italia! il tuo furor medesmo
Oltre l’Alpe, oltre ’l mar destò le risa 185
Presso agli emuli tuoi che di gelosa
Titol ti diero, e t’è serbato ancora
Ingiustamente. Non di cieco amore
Vicendevol desire, alterno impulso,
Non di costume simiglianza or guida 190
Giovani incauti al talamo bramato;
Ma la prudenza coi canuti padri
Siede, librando il molto oro e i divini
Antiquissimi sangui: e allor che l’uno
Bene all’altro risponda, ecco Imeneo 195
Scoter sue faci; e unirsi al freddo sposo,
Di lui non già, ma de le nozze amante,
La freddissima vergine che in core
Già i riti volge del Bel Mondo, e lieta
La indifferenza maritale affronta. 200
Così non fien de la crude! Megera [11]
Più temuti gli sdegni. Oltre Pirene [12]
Contenda or pur le desiate porte
Ai gravi amanti, e di femminee risse.
Turbi Oriente. Italia oggi si ride 205
Di quello ond’era già derisa; tanto
Puole una sola età volger le menti.
Ma già rimbomba d’una in altra sala,
Signore, il nome tuo. Di già l’udirò
L’ime officine ove al volubil tatto 210
Deggl’ingenui palati arduo s’appresta
Solletico che molle i nervi scota,
E varia seco voluttà conduca
Fino al core dell’ alma. In bianche spoglie [13]
Affrettansi a compir la nobil opra 215
Prodi ministri; e lor sue leggi detta
Una gran mente, del paese uscita [14]
Ove Colberto e Risceliù fur chiari.
Forse con tanta maestade in fronte
Presso a le navi ond’Ilio arse e cadeo 220
A gli ospiti famosi il grande Achille [15]
Disegnava la cena: e seco intanto
Le vivande cocean su i lenti fochi
Patroclo fido, e il guidator di carri
Automedonte. O tu, sagace mastro 225
Di lusinghe al palato, udrai fra poco.
Sonar le lodi tue dall’alta mensa.
Chi fia che ardisca di trovar mai fallo
Nel tuo lavoro? Il tuo Signor farassi
Campion de le tue glorie: e male a quanti 230
Cercator di conviti oseran motto
Pronunciar contro a te; che sul cocente
Meriggio andran peregrinando poi
Miseri e stanchi, e non avran cui piaccia
Più popolar de le lor bocche i pranzi. 235
Imbandita è la mensa. In piè d’un salto
Alzati, e porgi, almo Garzon, la mano
A la tua Dama; e lei, dolce cadente
Sopra di te, col tuo valor sostieni,
E al pranzo l’accompagna. I convitati 240
Vengan dopo di voi; quindi il marito
Ultimo segua. O prole alta di Numi,
Non vergognate di donar voi anco
Brevi al cibo momenti. A voi non vile
Cura fia questa. A quei sol tanto è vile 245
Che il duro irrefrenabile bisogno
Stimola e caccia. All’impeto di quello
Cedan l’orso, la tigre, il falco, il nibbio,
L’orca, il delfino, e quant’altri animanti
Crescon qua giù: ma voi con rosee labbra 250
La sola Voluttade al pasto, appelli,
La sola Voluttà che le celesti
Mense apparecchia, e al nettare convita
I viventi per sè Dei sempiterni.
Vero forse non è; ma un giorno è fama 255
Che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi
Fur Plebe e Nobiltade [16]. Al cibo, al bere,
All’accoppiarle d’ambo i sessi, al sonno
Uno istinto medesmo, un’egual forza
Sospigneva gli umani, e niun consiglio, 260
Nulla scelta d’objetti o lochi o tempi
Era lor conceduta. A un rivo stesso,
A un medesimo frutto, a una stess’ombra
Convenivano insieme i primi padri
Del tuo sangue, o Signore, e i primi padri 265
De la plebe spregiata: e gli stess’antri,
E il medesimo suol porgeano loro
Il riposo e l’albergo, e a le lor membra
I medesmi animaj le irsute vesti.
Sola una cura a tutti era comune 270
Di sfuggire il dolore, e ignota cosa
Era il desire agli uman petti ancora.
L’ uniforme degli uomini sembianza
Spiacque a’ Celesti; e a variar lor sorte
Il Piacer fu spedito. Ecco il bel Genio, 275
Qual già d’Ilio su i campi Iride o Giuno,
Lieve lieve per l’aere labendo [17]
A la terra s’appressa: e questa ride
Di riso ancor non conosciuto. Ei move,
E l’aura estiva del cadente rivo 280
E dei clivi odorosi a lui blandisce
Le vaghe membra, e lenemente sdrucciola
Sul tondeggiar dei muscoli gentile.
A lui giran dintorno i Vezzi e i Giuochi,
E come ambrosia, le lusinghe scorrono 285
Da le fraghe del labbro; e da le luci
Socchiuse, languidette, umide fuora
Di tremulo fulgore escon scintille
Ond’arde l’aere che scendendo ei varca.
Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra, 290
Sua prima orma stamparsi: e tosto un lento
Fremere soavissimo si sparse
Di cosa in cosa e, ognor crescendo, tutte
Di natura le viscere commosse:
Come nell’arsa state il tuono s’ode, 295
Che di lontano mormorando viene,
E col profondo suon di monte in monte
Sorge; e la valle e la foresta intorno
Muggon del fragoroso alto rimbombo,
Finché poi scroscia la feconda pioggia, 300
Che gli uomini e le fere e i fiori e l’erbe
Ravviva, riconforta, allegra e abbella.
Oh beati fra gli altri, oh cari al cielo
Viventi, a cui con miglior man Titano
Formò gli organi egregi e meglio tese, 305
E di fluido agilissimo inondolli !
Voi l’ignoto solletico sentiste
Del celeste motore. In voi ben tosto
La voglia s’infiammò, nacque il desio;
Voi primieri scopriste il buono, il meglio: 310
Voi con foga dolcissima correste
A possederti. Allor quel de’duo sessi,
Che necessario in prima era soltanto,
D’ amabile e di bello il nome ottenne;
Al giudizio di Pàride fu dato [18] 315
Il primo esempio: tra feminei volti
A distinguer s’apprese; e fur sentite
Primamente le Grazie. Allor tra mille
Sapor fur noti i più soavi: allora
Fu il vin preposto all’onda, e il vin si elesse 320
Figlio de’ tralci più riarsi e posti
A più fervido sol, ne’ più sublimi
Colli, dove più zolfo il suolo impingua.
Così l’uom si divise: e fu il signore
Da i volgari distinto, a cui nel seno 325
Troppo languîr l’ebeti fibre, inette
A rimbalzar sotto i soavi colli
De la nova cagione onde fur tocche:
E quasi bovi, al suol curvati, ancora
Dinanzi al pungol del bisogno andaro; 330
E tra la servitute e la viltade
E il travaglio e l’inopia a viver nati,
Ebber nome di Plebe. Or tu; Garzone,
Che per mille feltrato invitte reni
Sangue racchiudi, poi che in altra etade 335
Arte, forza, o fortuna i padri tuoi
Grandi rendette, poi che il tempo alfine
Lor divisi tesori in te raccolse,
Godi de gli ozj tuoi a te da i numi
Concessa parte; e l’umil vulgo intanto [19], 340
Dell’industria donato, a te ministri
Ora i piaceri tuoi, nato a recarli
Su la mensa regal, non a goderne.
Ecco splende il gran desco. In mille forme
E di mille sapor, di color mille, 345
La variata eredità de gli avi
Scherza in nobil di vasi ordin disposta.
Già la Dama s’appressa; e già da i servi
Il morbido per lei seggio s’adatta.
Tu, Signor, di tua mano all’agil fianco! 350
Il sottopon, sì che lontana troppo
Ella non sieda, o da vicin col petto
Ahi! di troppo non prema: indi un bel salto
Spicca, e chino raccogli a lei del lembo [20]
Il diffuso volume, e al fin t’assidi 355
Prossimo a lei. A cavalier gentile
Il lato abbandonar de la sua Dama
Non fia lecito mai, se già non sorge
Strana cagione a meritar ch’egli usi
Tanta licenza. Un nume ebber gli antichi [21] 360
Immobil sempre, che al medesmo padre
Degli Dei non cedette, allor ch’ei scese
Il Campidoglio ad abitar, sebbene
E Giuno e Febo e Venere e Gradivo
E tutti gli altri dei da le lor sedi, 365
Per riverenza del tonante, uscîro.
Indistinto ad ogn’altro il loco fia
Al nobil desco intorno; e s’alcun arde
Ambizioso di brillar fra gli altri,
Brilli altramente [22]. Oh come i varj ingegni 370
La libertà del genial convito
Desta ed infiamma! Ivi il gentil Motteggio,
Maliziosetto svolazzando, reca
Sopra le penne fuggitive, ed agita
Ora i raccolti da la Fama errori 375
De le belle lontane, ora d’amatite
O di marito i semplici costumi;
E gode di mirare il queto sposo
Rider primiero e di crucciar con lievi
Minacce in cor de la sua fida sposa 380
I timidi segreti. Ivi abbracciata
Co’ festivi Racconti esulta e scherza
L’elegante Licenza: or nuda appare
Come le Grazie; or con leggiadro velo
Solletica più scaltra; e pur fatica 385
Di richiamar de le matrone al volto
Quella rosa natia che caro fregio
Fu dell’avole nostre ed or ne’campi [23]
Cresce solinga, e tra i selvaggi scherzi
A le rozze villane il viso adorna. 390
Forse a la Dama di sua man le dapi
Piacerà ministrar, che novi al senso
Gusti otterran da lei. Tu dunque il ferro,
Che forbito ti giace al destro lato [24],
Quasi spada sollecito snudando 395
Fa che in alto lampeggi; e chino a lei
Magnanimo lo cedi. Or si vedranno
De la candida mano all’opra intenta
I muscoli giocar soavi e molli;
E le Grazie, piegandosi con essa, 400
Vestiran nuove forme, or da le dita
Fuggevoli scorrendo, ora su l’alto
De’ bei nodi insensibili aleggiando,
Ed or de le pozzette in sen cadendo,
Che de’ nodi al confin v’impresse Amore. 405
Mille baci di freno impazïenti
Ecco, sorgon dal labbro ai convitati;
Già s’arrischian, già volano, ma un guardo
Sfugge dagli occhi tuoi, che i vanni audaci
Fulmina ed arde e tue ragion difende. 410
Sol de la fida sposa, a cui se’ caro,
Il tranquillo marito immoto siede:
E nulla impression l’agita e scuote
Di brama, di timor; però che Imene
Da capo a piè fatollo. Imene or porta 415
Non più serti di rose al crine avvolti,
Ma stupido papavero, grondante
Di crassa onda letea, che solo insegna [25]
Pur dianzi era del Sonno. Ahi! quante volte
La dama delicata invoca il Sonno 420
Che al talamo presieda, e seco invece
Trova Imeneo; e timida s’arretra,
Quasi al meriggio stanca villanella
Che tra l’erbe innocenti adagia il fianco
Lieta e secura, e di repente vede 425
Un serpe; e balza in piedi inorridita;
E le rigide man stende, e ritragge
Il cubito, e l’anelito sospende ;
E immota e muta e con le labbra aperte !
Il guarda obliquamente! Ahi quante volte 430
Incauto amante a la sua lunga pena
Cercò sollievo; ed invocar credendo
Imene, ahi folle! invocò il Sonno; e questi
Di fredda oblivion l’alma gli asperse,
E d’invincibil noja e di torpente 435
Indifferenza gli ricinse il core.
Ma se a la Dama dispensar non piace
Le vivande, o non giova, allor tu stesso
La bell’opra intraprendi. A gli occhi altrui
Più così smagherà l’enorme gemma, 440
Dolc’esca agli usuraj, che quella osaro
A le promesse di signor preporre
Villanamente: e contemplati fiéno
I manichetti, la più nobil opra
Che tessesser giammai angliche Aracni [26] 445
Invidieran tua delicata mano
I convitati; inarcheranno ciglia
Sul difficil lavoro; e d’oggi in poi
Ti fia ceduto il trinciator coltello
Che al cadetto guerrier serban le mense [27]. 450
Sia tua cura fra tanto errar su i cibi
Con sollecita occhiata, e prontamente
Scoprir qual d’essi a la tua bella è caro;
E qual di raro augel, di stranio pesce
Parte le aggrada. Il tuo coltello Amore 455
Anatomico renda; Amor che tutte
De gli animanti noverar le membra
Puote, e discerner sa qual aggian tutte
Uso e natura. Più d’ogn’altra cosa
Però ti caglia rammentar mai sempre 460
Qual più cibo le noccia, o qual più giovi;
E l’un rapisci a lei, l’altro concedi
Come duopo a te pare. Oh Dio! la serba,
Serbala ai cari figli. Essi dal giorno
Che le alleviaro il delicato fianco 465
Non la rivider più: d’ignobil petto
Esaurirono i vasi, e la ricolma
Nitidezza lasciaro al sen materno. [28]
Sgridala, se a te par ch’avida troppo
Al cibo agogni; e le ricorda i mali 470
Che forse avranno altra cagione, e ch’ella
Al cibo imputerà nel dì venturo.
Né al cucinier perdona, a cui non calse
Tanta salute. A te sui servi altrui
Ragion fu data in quel beato istante 475
Che la Noja o l’Amore ambo vi strinse
In dolce nodo, e pose ordini e leggi.
Per te sgravato d’odioso incarco
Ti fie grato colui che dritto vanta
D’impor novo cognome a la tua Dama, 480
E pinte strascinar su gli aurei cocchi,
Giunte a quelle di lei, le proprie insegne:
Dritto sacro a lui sol, ch’ altri giammai
Audace non tentò divider seco.
Vedi come col guardo a te fa cenno, 485
Pago ridendo, e a le tue leggi applaude;
Mentre l’alta forcina intanto ei volge
Di gradite vivande al piatto ancora.
Non però sempre a la tua bella intorno
Sudin gli studj tuoi. Anco tal volta 490
Fia lecito goder brevi riposi;
E de la quercia trïonfale all’ombra f
Te de la polve olimpica tergendo,
Al vario ragionar degli altri eroi
Porgere orecchio, e il tuo sermone ai loro 495
Frammischiar ozioso. Uno già scote
Le architettate del bel crine anella
Su la guancia ondeggianti; e ad ogni scossa,
De’ convitati a le narici manda
Vezzoso nembo d’arabi profumi. 500
A lo spirto di lui l’alma Natura
Fu prodiga così, che più non seppe
Di che il volto abbellirgli; e all’Arte disse :
Tu compi ’l mio lavoro, o l’Arte suda
Sollecita d’intorno all’opra illustre. 505
Molli tinture, preziose linfe,
Polvi, pastiglie, delicati unguenti,
Tutto arrischia per lui. Quanto di novo,
E mostruoso più sa tesser spola,
O bulino intagliar gallico ed anglo, 510
A lui primo concede. Oh lui beato,
Che primo ancor di non più viste forme
Tabacchiera mostrò! l’etica invidia
I grandi, eguali a lui, lacera e mangia;
Ed ei, pago di sé, superbamente 515
Crudo fa loro balenar su gli occhi
L’ultima gloria onde Parigi ornollo.
Forse altera così d’Egitto in faccia,
Vaga prole di Sémele, apparisti,
I giocondi rubini alto levando 520
Del grappolo primiero: e tal tu forse,
Tessalico garzon, mostrasti a Jolco [29]
L’auree lane rapite al fero drago.
Or vedi, or vedi qual magnanim’ira
Nell’eroe che dell’altro a canto siede 525
A sì novo spettacolo si desta!
Vedi quanto ei s’affanna: e il pasto sembra
Obbliar declamando. Al certo, al certo
Il nemico è a le porte: ohimè! i Penati [30]
Tremano, e in forse è la civil salute. 530
Ma no; più grave a lui, più prezïosa
Cura lo infiamma: — Oh depravato ingegno
« Degli artefici nostri! In van si spera
« Da la inerte lor man lavoro egregio,
« Felice invenzion, d’uom nobil degna: 535
« Chi sa intrecciar, chi sa pulir fermaglio
« A patrizio calzar? chi tesser drappo
« Soffribil tanto che d’ ornar presuma
« I membri di signor che un lustro a pena
« Conti di feudo? In van s’adopra e stanca 540
« Chi la lor mente sonnolenta e crassa
« Cerca destar: di là dall’Alpi è duopo
« Appellar l’eleganza: e chi giammai
« Fuor che il genio di Francia osato avria [31]
« Su i menomi lavori i grechi ornati 545
« Condur felicemente? Andò romito
« Il Buongusto finora, spaziando
« Per le auguste cornici, e per gli eccelsi
« Timpani de le moli a i numi sacre
« O a gli uomini scettrati; ed or ne scende 550
« Vago al fin d’agitar gli austeri fregi
« Entro a le man di cavalieri e dame.
« Ben tosto si vedrà strascinar anco
« Fra i nuziali doni e i lievi veli
« Le greche travi; e docile trastullo 555
« Fren de la Moda le colonne e gli archi
« Ove sedeano i secoli canuti.
Commercio, alto gridar; gridar Commercio [32]
All’ altro lato de la mensa or odi
Con fanatica voce: e tra ’l fragore 560
D’ un peregrino d’eloquenza fiume,
Di bella novità stampate al conio
Le forme apprendi, onde assai meglio poi
Brillantati i pensier picchin lo spirto.
Tu pur grida Commercio; e un motto ancora 565
La tua bella ne dica. Empiono, è vero,
Il nostro suol di Cerere i favori
Che tra i folti di biade immensi campi
Move sublime, e fuor ne mostra a pena [33]
Tra le spighe confuso il crin dorato; 570
Bacco e Vertunno i lieti poggi intorno
Ne coronan di poma; e Pale amica
Latte ne preme a larga mano, e tonde
Candidi velli; e per li prati pasce
Mille al palato uman vittime sacre: 575
Sorge fecondo il lin, soave cura
Di verni rusticali; e d’infinita
Serie ne cinge le campagne il tanto
Per la morte di Tisbe arbor famoso [34].
Che vale or ciò? Su le natie lor balze 580
Rodan le capre; ruminando il bue
Per li prati natii vada; e la plebe,
Non dissimile a lor, si nutra e vesta
De le fatiche sue; ma a le grand’ alme,
Di troppo agevol ben schife, Cillenio [35] 585
Il comodo ministri, a cui le miglia
Pregio acquistino e l’oro; e d’ogn’intorno
Commercio risonar s’oda, commercio.
Tale dai letti de la molle rosa
Sibari un dì gridar soleva; e i lumi 590
Disdegnando volgea da i frutti aviti,
Troppo per lei ignobil cura; e mentre
Cartagin dura a le fatiche, e Tiro,
Pericolando per l’immenso sale,
Con l’oro altrui le voluttà cambiava, 595
Sibari si volgea sull’altro lato [36];
E non premute ancor rose cercando,
Pur di commercio novellava e d’arti.
Ma chi è quell’eroe che tanta parte
Colà ingombra di loco, e mangia e fiuta 600
E guata e, de le altrui fole ridendo,
Sì superba di ventre agita mole?
Oh di mente acutissima dotate
Mamme del suo palato! oh da’ mortali
Invidïabil anima che siede 605
Fra l’ammiranda lor testura, e quindi
L’ultimo del piacer deliquio sugge!
Chi più acuto di lui penetra e intende
La natura migliore; o chi più industre
Converte a suo piacer l’aria, la terra, 610
E il ferace di mostri ondoso abisso?
Qualora s’ accosta al desco altrui, paventano
Suo gusto inesorabile le smilze
Ombre degli avi [37] che per l’aria lievi
Aggiransi vegliando ancor d’intorno 615
Ai ceduti tesori: e piangon lasse
Le mal spese vigilie, i sobrj pasti,
Le in preda all’aquilon case, le antique
Digiune rôzze, gli scommessi cocchi,
Forte assordanti per stridente ferro 620
Le piazze e i tetti; e lamentando vanno
Gl’invan nudati rustici, le fami
Mal desïate, e de le sacre toghe
L’ armata in vano autorità sul volgo.
L’altro vicin chi fia? Per certo il caso [38] 625
Congiunse accorto i duo leggiadri estremi,
Perchè doppio spettacolo campeggi,
E l’un dell’altro al par [39] più lustri e splenda.
Falcato Dio degli orti [40], a cui la greca
Làmpsaco d’asinelli offrir solea 630
Vittima degna, al giovane seguace
Del sapiente di Samo [41] i doni tuoi
Reca sul desco: egli ozioso siede
Aborrendo le carni, e le narici
Schifo raggrinza, e in nauseanti rughe 635
Ripiega i labbri, e poco pane intanto
Rumina lentamente. Altro giammai
A la squallida inedia eroe non seppe
Durar sì forte; nè lassezza il vinse,
Né deliquio giammai, nè febbre ardente; 640
Tanto importa lo aver scarse le membra,
Singolare il costume, e nel bel mondo
Onor di filosofico talento.
Qual anima è volgar, la sua pietate
Serbi per l’uomo; e facile ribrezzo 645
Destino in lei del suo simile i danni,
I bisogni e le piaghe. Il cor di lui
Sdegna comune affetto; e i dolci moti
A più lontano limite sospinge.
« Pera colui che prima osò la mano 650
Armata alzar su l’ innocente agnella [42]
E sul placido bue; nè il truculento
Cor gli piegâro i teneri belati,
Né i pietosi muggiti, nè le molli
Lingue lambenti tortuosamente 655
La man che il loro fato, ahimè, stringea! »
Tal ei parla, o Signor: ma sorge intanto
A quel pietoso favellar dagli occhi
De la tua Dama dolce lagrimetta
Pari a le stille tremule, brillanti, 660
Che a la nova stagion gemendo vanno
Da i palmiti di Bacco, entro commossi
Al tiepido spirar de le prim’aure
Fecondatrici. Or le sovvien del giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella 665
Vergine cuccia, de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota; e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla: ed ella 670
Tre volte rotolò, tre volte scosse
Lo scompigliato pelo, e da le vaghe
Nari soffiò la polvere rodente.
Indi, i gemiti alzando, Aíta aíta [43],
Parea dicesse; e da le aurate volte 675
A lei l’impietosita Eco rispose.
E dall’infime chiostre i mesti servi
Asceser tutti; e da le somme stanze
Le damigelle pallide, tremanti
Precipitâro. Accorse ognuno; il volto [44] 680
Fu d’essenze spruzzato a la tua Dama.
Ella rinvenne alfin: ira, dolore
L’ agitavano ancor; fulminei sguardi
Gettò sul servo, e con languida voce
Chiamò tre volte la sua cuccia: e questa 685
Al sen le corse; in suo tenor vendetta
Chieder sembrolle: e tu vendetta avesti,
Vergine cuccia, de le Grazie alunna.
L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
Udì la sua condanna. A lui non valse 690
Merito quadrilustre; a lui non valse
Zelo d’arcani ufficj: in van per lui
Fu pregato e promesso; ei nudo andonne,
De le assise spogliato, onde pur dianzi
Era insigne a la plebe: e in van novello 695
Signor sperò; che le pietose dame
Inorridiro, e del misfatto atroce
Odiâr l’ autore. Il misero [45] si giacque
Con la squallida prole, e con la nuda [46]
Consorte a lato, su la via spargendo 700
Al passeggero inutili lamenti:
E tu, vergine cuccia, idol placato
Da le vittime umane, isti superba.
Né senza i miei precetti e senza scorta
Inerudito andrai, Signor, qualora 705
Il perverso destin dal fianco amato
Ti allontani a la mensa. Avvien sovente
Che un grande illustre [47] or l’Alpi, or l’oceáno
Varchi, e scenda in Ausonia [48], orribil ceffo.
Per natura o per arte, a cui Ciprigna 710
Rôse le nari, o sale impuro e crudo
Snudò i denti ineguali. Ora il distingue
Risibil gobba, or furiosi sguardi,
Obliqui o loschi; or rantoloso avvolge
Fra le tumide fauci ampio volume 715
Di voce che gorgoglia ed esce alfine
Come da inverso fiasco onda che goccia.
Or d’avi, or di cavalli, ora di Frini
Instancabile parla; or de’ Celesti
Le folgori deride. Aurei monili 720
E nastri e gemme, glorïose pompe,
L’ingombran tutto; e gran titolo suona
Dinanzi a lui. Qual più tra noi risplende
Inclita stirpe ch’onorar non voglia
D’un ospite sì degno i lari suoi 725
Ei però sederà de la tua Dama
Al fianco ancora; e tu lontan da Giuno,
Co’ Silvani capripedi [49] n’andrai
Presso al marito; e pranzerai negletto
Col popol folto degli dei minori. 730
Ma negletto non già dagli occhi andrai
De la Dama gentil, che a te rivolti
Incontreranno i tuoi. L’aere a quell’urto
Arderà di faville; e Amor con l’ali:
L’agiterà. Nel fortunato incontro 735
I messagger pacifici dell’alma
Cambieran lor novelle, e alternamente
Spinti ritorneranno a voi con dolce
Delizioso tremito su i cori.
Allor tu le ubbidisci, o se t’invita 740
Le vivande a gustar che a lei vicine
L’ordin dispose, o se a te chiede in vece
Quella che innanzi a te sue voglie punge
Non col soave odor, ma con le nove
Leggiadre forme onde abbellir la seppe 745
Dell’ ammirato cucinier la mano.
Con la mente si pascono gli dei
Sopra le nubi del brillante Olimpo [50]
E lor labbra immortali irrita e move
Non la materia, ma il divin lavoro. 750
Né intento meno ad ubbidir sarai
Il cenno de’ bei sguardi or che la Dama
Di licor peregrino ai labbri accosta
Colmo bicchiere, a lo cui orlo intorno
Serpe striscia dorata ; e par che dica: 755
« Lungi, o labbra profane: a i labbri solo
De la diva, che qui soggiorna e regna,
È il castissimo calice serbato:
Né cavalier con alito maschile
Osi appannarne il nitido cristallo; 760
Nè dama convitata unqua presuma
I labbri apporvi: e sien pur casti e puri,
E quanto esser può mai cari all’amore » [51].
Tu, al cenno de’ bei guardi e de la destra
Che, reggendo il bicchier, sospesa ondeggia, 765
Affettuoso attendi. I lumi tuoi,
Di gioja sfavillando, accolgan pronti
Il brindisi segreto: e ti prepara
In simil modo a tacita risposta.
Immortal come voi, la nostra musa 770
Brindisi grida all’uno e all’altro amante;
All’altrui fida sposa a cui se’ caro,
E a te, Signor, sua dolce cura e nostra.
Quale annoso licor Lièo vi mesce [52],
Tale Amore a voi mesca eterna gioja 775
Non gustata al marito, e da coloro
Invidïata che gustata l’hanno.
Veli con l’ali sue sagace obblio
Le alterne infedeltà che un cor dall’altro
Poriéno un giorno separar per sempre; 780
E sole agli occhi vostri Amor discopra
Le alterne infedeltà che in ambo i petti
Ventilar ponno le cedenti fiamme.
Di sempiterno indissolubil nodo
Canti augurj per voi vano cantore: 785
Nostra nobile musa a voi desia
Sol quanto piace a voi durevol nodo.
Duri fin che a voi piace, e non si sciolga
Senza che Fama sopra l’ale immense
Tolga l’alta novella, e grande n’empia 790
Col reboato dell’ aperta tromba
L’ampia cittade, e dell’Enotria [53] i monti
E le piagge sonanti, e, s’esser puote,
La bianca Tèti [54] e Guadiana [55] e Tule [56]:
Il mattutino gabinetto, il corso, 795
Il teatro e la mensa in vario stile
Ne ragionin gran tempo: ognun ne chieda
Il dolente marito; ed ei dall’alto
La lamentabil favola cominci [57].
Tal su le scene, ove agitar solea 800
L’ombre tinte di sangue Argo piagnente [58] .
Squallido messo al palpitante coro
Narrava, come furïando Edipo
Al talamo sen corse incestüoso;
Come le porte rovescionne, come 805
Al subito spettacolo ristè,
Quando vicina del nefando letto
Vide in un corpo solo e sposa e madre
Pender strozzata; e del fatale uncino
Le mani armossi, e con le proprie mani 810
A sé le care luci da la testa
Con la man propria, misero! strapposse.
Ma già volge al suo fine il pranzo illustre.
Già Como e Dionisio [59] al desco intorno
Rapidissimamente in danza girano 815
Con la libera Gioja: ella saltando,
Or questo or quel de i convitati lieve
Tocca col dito; e al suo toccar scoppiettano
Brillanti vivacissime scintille,
Ch’ altre ne destan poi. Sonan le risa [60]: 820
Il clamoroso disputar s’accende.
La nobil vanità pugne le menti;
E l’Amor di sé sol, baldo scorrendo,
Porge un scettro a ciascuno, e dice: Regna.
Questi i concilj di Bellona [61] e quegli 825
Penetra i tempj de la Pace; un guida
I condottieri; ai consiglier consiglio
L’altro dona, e divide e capovolge
Con seste ardite il pelago e la terra;
Qual di Pallade l’arti e de le muse 830
Giudica e libra; qual ne scopre acuto
L’alte cagioni, e i gran principj abbatte
Che creò la natura, e che tiranni
Sopra il senso degli uomini regnaro
Gran tempo in Grecia, e nel paese tosco 835
Rinacquer poi più poderosi e forti.
Cotanto adunque di saper è dato
A nobil capo? Oh letti, oh specchi, oh mense,
Oh corsi, oh scene, oh feudi, oh sangue, oh avi,
Che per voi non s’ apprende? Or tu, Signore, 840
Co’ voli arditi del felice ingegno
Sovra ogn’ altro t’innalza. Il campo è questo
Ove splender più dèi: nulla scïenza,
Sia quant’esser mai puole arcana o grande,
Ti spaventi giammai. Se cosa udisti, 845
O leggesti al mattino, onde tu deggia;
Gloria sperar, qual cacciator che segue
Circuendo la fera, e sì la guida
E volge di lontan che a poco a poco
A le insidie s’accosta e dentro piomba, 850
Tal tu il sermone altrui volgi sagace
Fin che là cada ove spiegar ti giove
Il tuo novo tesoro. E se pur jeri
Scesa in Italia peregrina forma
Del parlar t’è già nota, allor tu studia 855
Materia espor che, favellando, ammetta
La nova gemma; e poi che il punto hai côlto,
Ratto la scopri, e sfolgorando abbaglia.
Qual altra è mente che superba andasse.
Di squisita eloquenza ai gran convìvj. 860
In simil guisa il favoloso mago [62],
Che fe gran tempo desïar l’amante
A l’animosa vergin di Dordona,
Da i cavalier che l’assalien bizzarri,
Oprar lasciava ogni lor possa ed arte; 865
Poi ecco in mezzo a la terribil pugna
Strappava il velo a lo incantato scudo,
E quei, sorpresi dal bagliore immenso,
Ciechi spingeva e soggiogati a terra.
Talor di Zoroastro e d’Archimede [63] 870
Discepol sederà teco a la mensa:
Tu a lui ti volgi: seco lui ragiona [64],
Suo linguaggio ne apprendi, e quello poi,
Qual se innato a te fosse, alto ripeti:
Né paventar quel che l’antica fama 875
Narra, de’ lor compagni [65]. Oggi la diva
Urania [66] il crin compose; e gl’irti alunni
Smarriti vergognosi balbettanti
Trasse de le lor cave, ove già tempo
Col profondo silenzio e con la notte 880
Tenean consiglio, e le servili braccia
Fornien di leve onnipotenti, ond’ alto
Salisser poi piramidi, obelischi
Ad eternar de’ popoli superbi
I gravi casi [67]; oppur con feri dicchi [68] 885
Stavan contro i gran letti; o di pignone
Audace armati, spaventosamente
Cozzavan con la piena; e giù a traverso
Spezzate, rovesciate dissipavano
Le tetre corna, decima fatica [69] 890
D’Ercole invitto. Ora i selvaggi amici
Urania ingentilì : baldi e leggiadri
Nel gran mondo li guida, o tra ’l clamore
De’ frequenti convivj, oppur tra i vezzi
De’ gabinetti, ove a la docil dama 895
E al caro cavalier mostran qual via
Venere tenga [70], e in quante forme e quali
Suo volto lucidissimo si cangi.
Nè del poeta temerai che beffi [71]
Con satira indiscreta i detti tuoi, 900
O che a maligne risa esponer osi
Tuo talento immortale. All’alta mensa
Voi lo innalzaste; e tra la vostra luce
Beato l’avvolgeste; e de le muse
A dispetto e d’Apollo, al sacro coro 905
L’ascriveste de’ vati. Ei de la mensa
Fece il suo Pindo; e guai a lui, se quindi
Le dee sdegnate giù precipitando
Con le forchette il cacciano. Meschino!
Più non porìa su le dolenti membra 910
Del suo infermo signor chiedere aita [72]
Da la bona Salute; o con alate
Odi ringrazïar, nè tesser inni
Al barbato figliuol di Febo intonso [73].
Più del giorno natale i chiari albori 915
Salutar non potrebbe, e l’auree frecce
Nomi-sempiternanti all’arco imporre:
Non più gli urti festevoli, o sul naso
L’elegante scoccar d’illustri dita
Fora dato sperare. A lui tu dunque 920
Non disdegna, o Signor, volger talora
Tu’ amabil voce; a lui tu canta i versi
Del delicato cortigian d’Augusto [74],
O di quel che tra Venere e Lieo
Pinse Trimalcion. La Moda impone 925
Ch’Arbitro o Flacco a i begli spirti ingombri
Spesso le tasche. Oh come il vate amico
Te udrà, maravigliando, il sermon prisco
O sciogliere, o frenar, qual più ti piace [75]!
E per la sua faretra, e per li cento 930
Destrier focosi che in Arcadia pasce [76],
Ti giurerà che, di Donato al paro [77],
Il diffidi sermone intendi e gusti.
E questo ancor di rammentar fia tempo
I novi sofi che la Gallia o l’Alpe [78] 935
Ammirando persegue; e dir qual arse
De volumi infelici, e andò macchiato
D’infame nota: e quale asilo appresti,
Filosofia al morbido Aristippo
Del secol nostro; e qual ne appresti al novo 940
Diogene, dell’auro spruzzatore
E della opinione de’ mortali.
Lor famosi volumi, o a te discesi,
Da le fiamme fuggendo, a gran giornate
Per calle obliquo, e compri a gran tesoro, 945
O da cortese man prestati, fièno
Lungo ornamento a lo tuo speglio innante:
Poi che scorsi gli avrai brevi momenti
Ornandoti, o a la man garrendo indotta
Del parrucchier; poi che t’avran più notti 950
Concilïato il facil sonno, al fine
A la teletta passeran di quella
Che comuni ha con te studj e liceo,
Ove togato in cattedra elegante
Siede interprete Amore. Or fia la mensa 955
Il favorevol loco ove al Sol esca
De’ brevi studj il glorïoso frutto.
Qui segnalar ti dèi co’ novi sofi,
Schernendo il fren che i creduli maggiori
Atto solo stimâr l’impeto folle 960
A vincer de’ mortali, a strigner forte
Nodo fra questi e a sollevar lor speme
Con penne oltre natura alto volanti.
Chi por freni oserà d’inclita stirpe
A l’animo, a la mente? il vulgo tema 965
Oltre natura: e quei cui dona il vulgo
Titol di saggio, mediti romito
Il ver celato; e alfin cada adorando
La sacra nebbia che lo avvolge intorno.
Ma tu, come sublime aquila, vola 970
Dietro a i sofi novelli. Alto dia plauso
Tutta la mensa al tuo poggiare audace;
Te con lo sguardo e con l’orecchio beva
La Dama, da le tue labbra rapita;
Con cenno approvator vezzosa il capo 975
Pieghi sovente: e il calcolo, e la massa [79],
E la inversa ragion sonino ancora
Su la bocca amorosa. Or più non odia
De le scuole il sermone Amor maestro;
E l’Academia e i portici passeggia [80] 980
De’ filosofi al fianco, e con la molle
Mano accarezza le cadenti barbe.
Ma guardati, o Signor, guardati, oh Dio !
Dal tossico mortal che fuora esala
Da i volumi famosi; e occulto poi 985
Sa, per le luci penetrato all’alma,
Gir serpendo ne’ cori; e con fallace
Lusinghevole stil corromper tenta
Il generoso de le stirpi orgoglio
Che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli 990
Che ciascun de’ viventi all’altro è pari,
E caro a la Natura e caro al Cielo
È non manco di te colui che regge
I tuoi destrieri, e quel ch’ara i tuoi campi;
E che la tua pietade o il tuo rispetto 995
Devrien fino a costor scender vilmente. [81]
Folli sogni d’infermo! Intatti lascia
Così strani consigli; e solo attigni
Ciò che la dolce voluttà rinfranca,
Ciò che scioglie i desiri, e ciò che nudre 1000
La libertà magnanima [82].Tu questo
Reca solo a la mensa; e sol da questo
Plauso cerca ed onor. Così dell’api
L’industrioso popolo ronzando
Gira di fiore in fior, di prato in prato; 1005
E i dissimili sughi raccogliendo,
Tesoreggia nell’arnie: un giorno poi
Ne van colme le pàtere dorate
Sopra l’ara de’ numi; e d’ogni lato
Ribocca la fragrante alma dolcezza. 1010
Or versa pur dall’odorato grembo
I tuoi doni, o Pomona [83];e l’ampie colma
Tazze che d’oro e di color diversi
Fregia il Sassone industre. E tu dai greggi,
Rustica Pale [84] coronata vieni 1015
Di melissa olezzante e di ginebro;
E co’ lavori tuoi di presso latte
Declina vergognando a chi ti chiede
Ma deporti non osa. In su la mensa
Porien, deposti, le celesti nari 1020
Punger ahi! troppo e con ignobil senso
Gli stomachi agitar: solo torreggino
Sul ripiegato lino in varia forma
I latti tuoi cui di serbato verno
Assodarono i sali, e fecer atti 1025
A dilettar con sùbito rigore
Di convitato cavalier le labbra.
Tu, Signor, che farai, poi che la Dama
Con la mano e col piè lieve puntando,
Move in giro i begli occhi, e altrui dà cenno 1030
Che di sorger è tempo? In piè d’un salto
Balza primo di tutti; a lei soccorri,
La seggiola rimovi, la man porgi;
Guidala in altra stanza, e più non soffri
Che lo stagnante de le dapi odore 1035
Il célabro le offenda. Ivi con gli altri
Gratissimo vapor la invita, ond’empie
L’ aere il caffè, che preparato fuma
In tavola minor, cui vela ed orna
Indica tela. Redolente gomma 1040
Quinci arde intanto; e va lustrando e purga
L’aere profano, e fuor caccia de’ cibi
Le volanti reliquie. Egri mortali,
Che la miseria e la fidanza un giorno
Sul meriggio guidaro a queste porte ; 1045
Tumultuosa, ignuda, atroce folla
Di tronche membra e di squallide facce,
E di bare e di grucce, or via, da lungo
Vi confortate; e per le alzate nari
Del divin prandio il nettare beete 1050
Che favorevol aura a voi conduce:
Ma non osate i limitari illustri
Assediar, fastidioso offrendo
Spettacolo di mali a i nostri eroi.
A te, nobil Garzon, la tazza intanto 1055
Apprestar converrà, che i lenti sorsi
Ministri poi de la tua bella a i labbri;
E memore avvertir s’ella più goda
O sobria o liberal temprar con dolce
La bollente bevanda; o se più forse 1060
L’ami così, come sorbir la gode [85]
Barbara sposa, allor che, molle assisa
Ne’ broccati di Persia, al suo signore
Con le dita pieghevoli il selvoso
Mento vezzeggia, e la svelata fronte 1065
Alzando, il guarda: e quelli sguardi han possa
Di far che a poco a poco di man cada
Al suo signore la fumante canna.
Mentre i labbri e la man v’occupa e scalda
L’ odoroso licor, sublimi cose 1070
Macchinerà tua infaticabil mente:
Quale oggi coppia di corsier de’ il carro
Condur de la tua bella; o l’alte moli
Che per le fredde piagge educa il Cimbro;
O quei che abbeverò la Dràva, o quelli 1075
Che a le vigili guardie un dì fuggiro [86]
Da la stirpe campana. Oggi qual meglio
Si convegna ornamento a i dorsi alteri:
Se semplici e negletti, o se pomposi
Di ricche nappe e variate stringhe 1080
Andran su l’alto collo i crin volando;
E sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie
Ondeggeranno li ritondi fianchi.
Quale oggi cocchio trionfanti al corso
Vi porterà: se quel cui l’ora copre, 1085
Fulgido al sole, e de’ vostr’alti aspetti
Per cristallo settemplice concede
Al popolo bearsi; o quel che, tutto
Caliginoso e tristo e a la marmorea
Tomba simil che de’ vostr’avi chiude 1090
I cadaveri eccelsi, ammette a pena
Cupido sguardo altrui. Cotanta mole
Di cose a un tempo sol nell’alto ingegno
Tu verserai; poi col supremo auriga
Arduo consiglio ne terrai, non senza 1095
Qualche lieve garrir con la tua Dama.
Servi l’auriga ogni tua legge: e in tanto
Altra cura subentri. Or mira i prodi
Compagni tuoi che, ministrato a pena
Dolce conforto di vivande a i membri, 1100
Già scelto il campo, e già distinti in banda,
Preparansi, giocando, a fieri assalti.
Così a queste, o Signore, illustre inganno
Ore lente si faccia. E s’ altri ancora
Vuole Amor che s’ inganni, altrove pugni 1105
La turba convitata: e tu da un lato
Sol con la Dama tua quel gioco eleggi
Che due soltanto a un tavoliere ammetta.
Già per ninfa gentil tacito ardea
D’insoffribile ardor misero amante, 1110
Cui null’altra eloquenza usar con lei,
Fuor che quella degli occhi, era concesso;
Poiché il rozzo marito, ad Argo eguale [87],
Vigilava mai sempre; e quasi biscia
Ora piegando, or allungando il collo, 1115
Ad ogni verbo con gli orecchi acuti
Era presente. Oimè! come con cenni,
O con notato tavole giammai,
O con servi sedotti a la sua bella
Chieder pace ed aita? Ogni d’amore 1120
Stratagemma finissimo vincea
La gelosia del rustico marito.
Che più lice sperare? Al tempio ei viene
Del nume accorto che le serpi intreccia [88]
All’aurea verga, e il capo e le calcagna 1125
D’ ali fornisce. A lui si prostra umile
E in questi detti, lagrimando, il prega:
« O propizio a gli amanti, o buon figliuolo
De la candida Maja, o tu che d’Argo
Deludesti i cent’occhi, e a lui rapisti 1130
La guardata giovenca, i preghi accogli
D’ un amante infelice; e a lui concedi,
Se non gli occhi, ingannar gli orecchi almeno
D’importuno marito ». Ecco, si scote
Il divin simulacro, a lui si china, 1155
Con la verga pacifica la fronte
Gli percote tre volte; e il lieto amante
Sente dettarsi ne la mente un gioco
Che i mariti assordisce. A lui diresti
Che l’ali del suo piè concesse ancora 1140
Il supplicato Dio; cotanto ei vola
Velocissimamente a la sua donna.
La bipartita tavola prepara, [89]
Ov’ebano ed avorio intarsïati
Regnan sul piano; e partono alternando 1145
In due volte sei case ambe le sponde.
Quindici nere d’ebano rotelle,
E d’ avorio bianchissimo altrettante
Stan divise in due parti; e moto e norma
Da duo dadi gittati attendon, pronte 1130
Gli spazj ad occupar, e quinci e quindi
Pugnar contrarie. Oh cara a la Fortuna
Quella che corre innanzi all’altre, e seco
Trae la compagna, onde il nemico assalto
Forte sostenga! Oh giocator felice 1155
Chi pria l’estrema casa occupa; e l’altro
De gli spazj a sé dati ordin riempie
Con doppio segno! Ei trionfante allora
Da la falange il suo rival combatta,
E in proprio ben rivolge i colpi ostili. 1160
Al tavolier s’assidono ambidue,
L’amante cupidissimo e la ninfa:
Quella una sponda ingombra e questi l’altra.
Il marito col gomito s’appoggia
All’un de’ lati: ambo gli orecchi tende; 1165
E sotto al tavolier di quando in quando
Guata con gli occhi. Or l’agitar de i dadi
Entro a sonanti bossoli comincia;
Ora il picchiar de’ bossoli sul piano;
Ora il vibrar, lo sparpagliar, l’urtare, 1170
Il cozzar de i duo dadi; or de le mosse
Pedine il martellar. Torcesi e freme
Sbalordito il geloso: a fuggir pensa,
Ma rattienlo il sospetto. Il fragor cresce,
Il rombazzo, il frastono, il rovinio. 1175
Ei più regger non puote; in piedi balza,
E con ambe le man tura gli orecchi.
Tu vincesti, o Mercurio: il cauto amante
Poco disse, e la bella intese assai.
Tal ne la ferrea età, quando gli sposi 1180
Folle superstizïon chiamava all’arme,
Giocato fu. Ma poi che l’aureo surse
Secol di novo, e che del prisco errore
Si spogliaro i mariti, al sol diletto
La dama e il cavalier volsero, il gioco, 1185
Che la necessità trovato avea.
Fu superfluo il romor: di molle panno
La tavola vestissi, e de’ patenti
Bossoli ’l sen: lo schiamazzio molesto
Tal rintuzzossi; e durò al gioco il nome
Che ancor l’antico strepito dinota. 1190
Note
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[1] Scilicet expectas ut te in convivio, ducam
Et quaeris monitus hac quoque parte meas.
Ovidio, Ars amandi, III.
Il pranzare a mezzodì è tanto conforme alla distribuzione delle occupazioni, che ne troviamo cenno fin in Omero.
L’ ora
Che in montana foresta il legnaiuolo
Pon mano al parco desinar, sentendo
Dall’assiduo tagliar cerri ed abeti
Stanche le braccia e fastidito il core,
E dolce per la mente e per le membra
Serpe dei cibi il natural desio.
Fra i popoli colti, cioè che non mangiano quando sentono bisogno, ma quando lo impone l’uso, variò l’ora del pranzo. Dai Romani faceasi a notte (e lo chiamavano coena) per non sottrarre niuna parte dall’intera giornata. Fra i nuovi popoli durò l’uso del pranzo meriggiano, e dopo introdotto il sonar le campane a mezzodì, al tocco di queste cessavasi dai mestieri e dagli impieghi permettersi a desinare, chi n’avesse. Prova che i nostri padri non perdeano troppo tempo ne’ dicasteri, e che si levavano più presto. Era proverbio del tempo di Francesco I, cioè del 1500;
Lever à cinq, diner à neuf,
Souper à cinq, coucher à neuf,
Fait vivre d’ans nonanteneuf.
Sotto Enrico IV si desinava alle undici ore. Montaigne scrive ne’ Saggi, lib. III Dell’esperienza: « Dove despoto io, non desino mai avanti le undici, e non ceno se non dopo le sei ». Sotto Luigi XIV pranzavasi a mezzodì: onde è quello di Boileau:
J’y cours midi sonnant, au sortir de la messe.
Allora pure il teatro cominciavasi alle cinque, finiva alle nove. Si protrasse poi il desinare signorile verso le due o le tre dopo mezzodì. Da noi gli uffizj aprivansi di buon’ora; e l’excellentissimo senato, che pur era di vecchi padri, congregavasi al levar del sole: e con decreto del maggio 1604 è stabilito che la messa, da cui cominciavasi l’adunanza, se celebre a media hora despues de haver exclarecido el dia. Sul mezzodì scioglievansi per ire a pranzo, e ritornavano sulla bass’ora se gli affari lo richiedessero. Ai tempi della rivoluzione si cominciò in Francia a differir il pranzo fin sul presso della sera, e noi imitammo. Il bel mondo dei nostri giorni in inverno usa al corso avanti pranzo, al contrario di quel che faceva ai giorni del Parini.
[2] Crateras statuunt et vina coronant...
Cithara crinitus lopas
Personat aurata.
Virgilio, Æn. I.
Chi non conosce gli amori di Enea trojano con Didone o Elisa, regina punica, cioè cartaginese, e vedova di Sicheo ucciso dal fratello? La storia li smentisce, ma che fa, dopo che Virgilio li rese immortali? Al desco che essa imbandì allo straniero, Jopa cantava, e quel che è da notare, cantava le dottrine del sabeismo (errantem lunam, solisque labores, Arcturum, pluviasque hyadas, ecc.) ed altre cose che aveva imparate dal massimo Atlante.
[3] Anche nel Monti, Feroniade III, Giove profetizza che Giunone e Feronia un giorno,
Entrambe amiche, toccheran le tazze
Propinando a vicenda, e in larghi sorsi
L’obblio beran delle passate cose.
[4] L’isola d’Itaca è la patria di Ulisse figlio di Laerte. Mentre era orba del suo signore, i Proci, pretendenti alla sposa di lui Penelope, ne godevano gli agnelli e i vini; e alle mense imbandite ad essi cantava il cieco Femia.
[5] Dachè il fatale pomo istillò il desiderio di piacere, la beltà femminile volle rilevarsi cogli ornamenti; e i primi monumenti del disegno e della parola attestano questa cura. Solone già reprimeva l’eccesso delle Ateniesi in ciò: Ovidio, Orazio, Marziale ci mostrano con quanta arte le Romane cercassero imbellirsi. Preferivano i capelli di biondo vivo, spolverandoli di zafferano, tenevanli arricciati con un agone, annerivano le sopracciglia e le inarcavano con una spilla crinale, e aveano modo di far parere meno affossati gli occhi; strappavansi i peli dal volto; aveano spazzolini pei denti, e ne mettevano di posticci; anzi dentiere compite. Tutto ciò costituiva quel che Cicerone chiama mondo muliebre. Abbiamo un trattato del Guasco sulle Ornatrici, delle quali fin ventiquattro servivano a una sola tavoletta in diversi uffizj. Famosa era la pomata detta poppeana pinguia,inventata da Poppea amante di Nerone, che formava una maschera sul viso alla donna finché restasse in casa; volendo comparire, si levava a forza di latte d’asina, e lasciava la pelle morbida e liscia.
Nel sorridere alla tavoletta delle nostre signore, troviamo però a grandemente consolarci del progresso dell’umanità, se la paragoniamo a quella delle dame romane, dipintaci da Giovenale. Erano servite da schiavi e schiave ignudi: e tra questi era un aguzzino, stipendiato a bella posta per flagellare chi ne’ servigi men bene meritasse. Se il rossetto non era a puntino distribuito, se l’edifizio del capo non ben conveniva coll’ultimo uso, se non erano ben dissimulati i difetti del viso o del corpo, la dama ordinava di battere le damigelle, e mentr’esse strillavano e sanguinavano. essa discorrea, ungeasi, facea i conti, sinché fosse sazia della vendetta. Un nervo puniva il fallo d’ogni capello contorto. Talvolta la dama configgeva spilloni nel nudo seno della mal riuscita pettinatora.
Claudiano dipinge la tavoletta di Venere in modo consono a quel del nostro poeta.
Appunto allora in folgorante soglio
Venere assisa , artificiosa forma,
Iva ponendo al crin: le idalie suore,
A destra, a manca intente, una diffonde
Larga pioggia di nettare; le ciocche
Spartite, l’altra coll’eburneo dente
Solca del pettin numeroso; dietro
Stringe la terza varj nodi, in giusto
Ordin le anella attorce, e parte lascia,
Ove l’error più giovi, ad arte incolte:
Nè di specchio giudizio al volto ha duopo,
Che in tutta al par la lucida parete
Sè medesma rimira, ed a sè piace.
Del figlio che venia scôrse l’imago,
E sull’ambrosio sen stretto in amplesso
Il fanciullo feroce, — Onde (diceva)
Tal gioir? Cattivel, quai pugne sudi?
Chi cadde ai dardi tuoi? Forse il Tonante
Ancor per te fra le sidonie mandre
Mugge? o Minerva domi? o ai pastorali
Antri la luna un’altra volta inviti?
Parini, che spese tanti versi alla tavoletta del giovane signore, speditamente si acqueta del descrivere quella della dama. La ragione è chiara. Chi farebbe colpa alle donne di crescer coll’arte il bello, se ne traggono dominio, stato, vantaggi d’immaginazione e reali?
[6] Descrive un harem o appartamento femminile dei Turchi. Bisanzio (che già fu Costantinopoli, oggi Istambul, fra poco chi sa qual nome avrà) è città capitale della Turchia: Ispahan, della Persia. I gravi siri raccolgono colà il fior delle belle, che vengono appunto dalle isole Egee, dall’Armenia, dalla Tartaria e dai dintorni della Circassia. Di fasce gli Orientali avvolgonsi il capo. Effeminata turba, gli eunuchi. — I sottili potran appuntare queste tre similitudini cominciate col Tal: Tal fra le tazze — E tale allor che l’orba — Tal colà dove, ecc.
[7] Pinguis amor, nimiumque potens, in taedia nobis
Vertitur, et stomacho, dulcis ut esca, nocet.
Ovidio, Ars amandi.
Fra le canzonette del Parini n’è una sull’indifferenza:
Questo è il maggior cimento
Degli animi costanti;
Questa è il peggior tormento
Dei delicati amanti
Io sventurato amante
Sofferto avria costante
Il rigore indiscreto,
Il capriccio inquieto,
Lo sdegno minacciante,
Lo scherno umiliante,
La dubbiosa incostanza,
L’ansiosa lontananza.
Il rifiuto ostinato,
Il bando disperato,
Ma non potè soffrire
La tranquilla apparenza,
E lo fece morire
La fredda indifferenza.
[8] Questa il Balzac la chiamerebbeune ètincelle d’amour propre, baptisée du nom de jalousie.
[9] Ida è monte sacro a Venere, cui pure è sacro il mirto. Gli antichi favoleggiarono gli amori di Venere con Marte dio della guerra. Né la predilezione delle donne pei guerrieri pare fin qui cessata.
[10] Leggansi gli Studj, pag. 123. Parla molto de’ cicisbei il Passeroni nel Cicerone, e conchiude alla carlona:
Eppur certuni han gusto di vedere
Che la lor casa venga frequentata
Da gente che vuol bene alla mogliere
E che l’ajuta a consumar l’entrata.
E più d’uno di loro ha dispiacere
Che la sua donna resti abbandonata
E gli avventori va cercando ei stesso;
Oh gran bontà degli uomini d’adesso!
Per dar a conoscere uno de’ seguaci del Parini, poniamo qui un de’ migliori tratti dell’Uso del Duranti, ove appunto si discorre del cicisbeismo. Che distanza dal nostro lombardo!
O delizia del mondo! o libertade!
Tuo vanto egli è, se all’ombra tua sicura
La fede adesso conjugal riposa;
Sol tua mercé de’ più ferrigni tempi
Ammollir vide i barbari costumi
Nostra felice età. Non più di duro
Assedio or premon le tremanti spose
I sospettosi rigidi mariti;
Né più le affanna d’indiscreta vecchia
La vigil cura, nè d’armati sgherri
La feroce custodia e il crudo ceffo.
Per te fra l’ombre dell’amica notte
Imbacuccati di funeree cappe,
Non più sospesi alle ferrate in alto,
O pei sdruccioli tetti brancolando
Osan gli amanti cimentar la vita.
Per te non più con lagrime e con doni
Della discreta damigella accade
L’opra interpor, nè più tentar con l’oro
La quadrilustre fedeltà del servo.
Al chiaro dì per le patenti porte
Tu per man guidi, e su per l’ampie scale
Fin ne’ più sacri penetrali adesso
La casta turba de’ sicuri amanti:
Frena il dover ne le contigue stanze
Tue fide guardie, damigelle, servi;
Nè mai per entro la segreta soglia
Osano porre il temerario piede,
Finché il tintinno della tarda squilla
Non li chiami a suo tempo. Ognor prudente
E giusto insieme sui diritti altrui
Cede libero il campo, e qual baleno
Via sparisce il marito; e lieto intanto,
O prezïosa libertade, il mondo
Or per te vede pudicizia e pace
Stabil regnar ne’ talami de’ grandi.
[11] Megera è una furia. L’Ariosto :
Che abbominevol peste, che Megera
È venuta a turbar gli umani petti,
Che s’odano ii marito e la mogliera
Sempre garrir d’ingiuriosi detti.
[12] La gelosia degli Spagnuoli era rinomata. In Oriente cagiona turbamenti fra i femminili ricetti, cioè gli harem.
[13] Dura ancora l’uso di vestirsi di bianco i cuochi. Fin dal 16 giugno 1633 il famoso padre Benedetto Castelli scriveva al più famoso Galileo Galilei, allora detenuto dal famoso sant’uffizio: « La debolezza dei cervelli umani è ridotta a tanta miseria che sono largamente premiati i cacciatori e cuochi, i quali con nuova invenzione di caccie e pasticci s’affaticano di dar gusto alla bizzarria ed al palato degli uomini, ed al contrario son poste altissime colonne agli intelletti speculativi col non plus ultra, quasi che in queste si sia saputo tutto le scibile, e in quelle non bastino le delizie ritrovate sin qui ».
[14] Il maggiordomo o maestro di casa traevasi di Francia, della quale i nostri nobili, e pur troppo i nostri filosofi erano una colonia.
[15] Il protagonista dell’Iliade, principale autore della distruzione di Ilio o Troja. Omero ci dipinge quegli eroi in loro semplicità, che da sé infilano negli schidoni le terga di porci per imbandirne le cene. Patroclo, fidissimo amico d’Achille, Automedonte, suo cocchiero, stavano ad aggirar l’arrosto al lento fuoco.
[16] Anche Ovidio, De arte amandi, lib. II.
Prima fuit rerum confusa sine ordine moles,
Unaque erat facies sidera, terra, fretum.
Mox coelum impositum est terris, humus aequore cincta est,
Inque suas partes coepit inane chaos.
Silva feras cepit, volucres agitabilis aer,
In liquida, pisces, delituistis aqua.
Tum genus humanum solis errabat in agris:
Hisque merae vires et rude corpus erat.
Silva domus fuerat, cibus herba, cubilia frondes;
Jamque diu nulli cognitus alter erat.
Blanda truces animos fertur mollisse voluptas, ecc.
Come opportunamente ricorda il poeta al signor suo l’origine comune degli uomini! Qui il De Coureil esclama: — In buona fede si poteva egli far un racconto più prolisso, più verboso di questo? Parturient montes, nascetur ridiculus mus ».
Anche il Manfredi ridusse questo concetto in versi:
Dietro la scorta de’ tuoi chiari passi,
Signor, ne vengo, d’una in altra etate,
Fra’ nostri avi a cercar di nobiltate
Le insegne, onde talun sì altero stassi,
Ma più che in quel cammino addietro vassi,
Scorgo la rozza antica povertate,
Semplici mense in umil foggia ornate
E schiette vesti, e tetti oscuri e bassi;
Insin che a le capanne ed a le ghiande,
Mi veggo addutto, e al prisco stato umile,
E il meschin trovo pareggiato e il grande.
O nobillà, com’è negletta e vile
L’origin tua, se in te suoi rai non spande
Virtù, che sola può farti gentile!
[17] Questo bel verso manca nell’ultima lezione del Parini. Dante nel VI del Paradiso scrisse:
L’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Ai Latini più propriamente significava lo scendere quieto di cosa, principalmente dal cielo. Così Virgilio (Eneide I, 588) Labere, Nympha, poto: e (Georgiche, I 366) Stellas praecipites coelo labi: Valerio Fiacco, VII. 239, Cum levis a superis ad te modo laberer auris. E già prima Lucrezio, IV, 145, Splendida signa videntur Labier adversum nimbos. In tal senso appunto l’aveva usata il poeta nostro, e dietro lui il Monti, Feroniade III:
E come stella che, alle notti estive,
Precipite labendo, il cielo fende
Di momentaneo solco.
[18] Paride, chiesto giudice fra Giunone, Pallade e Venere, diede il pomo della bellezza a quest’ ultima.
[19] Deus nobis haec otia fecit (Virgilio).
[20] Le donne usavano un corsaletto strettissimo alla vita, che dilatavasi al disopra per accogliere il petto, al disotto ancor più, in grazia del guardinfante. Questo era una serie di cerchi, crescenti in progressione, che facevano intorno alla donna un larghissimo volume, incomodo quanto potete immaginarvi sì quando s’assettassero, sì nell’entrare per le porte, sì nello scontrarsi per le vie. Di dietro, il lembo della vesta prolungavasi fin di molte braccia, formando uno strascico, o coda.
Anche le ricche popolane potevano aver la coda all’abito, e andando attorno o la raccoglievano sul braccio sinistro o la sospendevano ad un elegante e ricco gancio dalla banda sinistra della cintura, o la strascicavano sul terreno. Delle nobili sole era il diritto di farselo reggere da un servo o da più, secondo i quarti di nobiltà. Il cavaliere servente avea la sua parte assegnata nel raccogliere questo lembo diffuso. Era arte di lungo studio il camminare in modo da non calpestare tali vesti, e singolarmente nel ballare. Ma i balli d’allora ognun sa quanto fossero gravi e pesanti, imparandosi in essi quegli atteggiamenti che ogni ben educato doveva poi trasportare nella società tutto dì. San Bernardino da Siena, vissuto nel 1400, ha un sermone contro le code, dimostrando in esse dodici mali, cioè: Moltiplicazione di spese, somiglianza di bestie, polverose all’estate, fangose all’inverno, scopa delle stolte, turibolo infernale, pavone nel fango, causa di bestemmie, superba rapacità, serpe dell’inferno, quadriga dei demonj, spada insanguinata del diavolo. Se volete vedere come provi tutto ciò, guardate il suo sermone XLVII.
[21] Il dio Termine. Quando fu eretto in Campidoglio un tempio a Giove, tutti gli altri numi si ritrassero, eccetto lui solo. Giunone era madre degli Dei; di Febo, Venere, Gradivo e Marte già parlammo.
[22] Brillare in tal senso manca alla Crusca. Anche nella Notte cantò
Ognun sua cura
Ha fra l’altre diletta onde più brilli.
K nel Mattino trovammo il brillante danzator Narciso.
Pare di sentire la sentenza de’ Metinnesi che intimavano Chi vuol segnalarsi vada altrove: e so io de’ paesi ove questa sentenza s’intima tacitamente.
[23] Mi piaceano i versi dell’edizione:
Quella rosa gentil, che fu già un tempo
Onor di belle donne, all’amor cara,
E cara all’onestade.
[24] È il trinciator coltello di cui si parla nel Mattino. Variante :
al destro lato
Nuda fuor esca, e come quel di Marte
Scintillando lampeggi, indi la punta
Fra due dita ne stringi, e chino ecc.
[25] Chi dicesse che questa digressione è fuor di tempo, noi non vorremmo contraddirgli. Lete, fiume d’Averno, della cui onda bevendo, si deponeva ogni memoria.
[26] Aracne, giovinetta spertissima in ricamare. Spiacque tant’abilità a Minerva (chè neppur le dee vanno nette d’invidia), e la convertì in ragno, che seguita ancora le antiche abitudini.
[27] Da qui innanzi è cambiato l’ordine dalla primitiva edizione.
[28] Si fa gloria a Rousseau (il quale mandava i suoi figli all’ospedale) di aver persuaso le madri ricche ad allattare i proprj bambini. Pure in Italia fra Girolamo Savonarola, trecencinquant’anni or fa, predicava rimproveri alle Fiorentine che, senza buona ragione, davano a balia i loro figli. E il Tansillo ha un poema La balia, diretto a questo scopo:
Nutre bestia i nemici per pietade,
E noi mandiamo i nostri figli altrove
O vituperio dell’ umanitade.
E un poeta latino del secolo XVI, Scevola di Sainte-Marthe, esortava le madri con forme pariniane.
Dulcia quis primi captabit gaudio, visus,
Et primas voces, et blaesae murmura linguae?
Tunc fruenda alii potes ista relinquere demens?
Tantique esse putas teretis servare papillae
Integrum decus, et juvenilem in pectore florem?
[29] Bacco dall’India portò la vigna in Europa. Giasone andò a conquistare il vello d’oro, cioè le lane del Fasi.
[30] Penati sono dei minori che presiedono alle case private. Al modo stesso il Gozzi, sentendo il bussare di quelli che fanno le visite inutili, esclama :
D’onde faccenda così grave e tanta
Fretta han le genti? O miseri, s’apprese
Alle case la fiamma? o di soccorso
Altro v’e duopo? ho umano petto e sento
Pietà d’umani casi. — Uno o due inchini
Son le faccende, ecc. ecc.
Sullo strepito delle mense abbiamo altre belle strofe del Parini nella Recita de’ versi, rammentando i soggetti dei discorsi d’allora, le ostilità di Giuseppe II coll’Olanda per la navigazione della Schelda, i parafulmini, i voli areostatici.
Non odi alto di voci
I convitati sollevar tumulto,
Che i Centauri feroci
Fa rammentar quando con empio insulto
All’ospite di liti
Sparsero e guerra i nuziali riti?
V’ha chi al negato Scaldi
Con gli abeti di Cesare veleggia;
E la vast’onda e i saldi
Muri sprezzati, già nel cor saccheggia
De’ Batavi mercanti
Le molte di tesoro arche pesanti.
A Giove altri l’armata
Destra di fulmin spoglia; ed altri a volo
Sopra l’aria domata
Osa portar novelle genti al polo.
Tal sedendo confida
Ciascuno; e sua ragion fa de le grida.
Vincere il suon discorde
Speri colui che di clamor le folli
Menadi, allor che, lorde
Di mosto il viso, balzan per li colli,
Vince, e con alta fronte
Gonfia d’audace verso inezie conte;
O gran silenzio intorno
A sè vanti compor Fauno procace,
Se, del pudore a scorno,
Annunzia carme onde a’ profani piace;
Da la cui lubric’ arte
Saggia matrona vergognando parte.
[31] Questo perpetuo lodar le cose di Francia fu morso dal Parini anche in un sonetto milanese, ove induce una dama che deplora coll’altra i gran misfatti della rivoluzione francese, e pur finisce col lodare i Francesi come autori di squisite mode. Riportiamolo, avvertendo che nel primo verso del secondo quartetto si accenna Pethion, presidente della Convenzione.
Madamm gh’ ala quai noeva de Lion?
Massacren anc’ adess i pret e i fraa
Qui soeu birboni de’ Franzes, che han traa
La leg, la fed e tutt coss a monton?
Cossa n’ è de colù de quel Petion,
Ch’el pretend cont sta bella libertaa
De mett insemma de nun nobiltaa
E de nun dam tutt quant i mascalzon?
A propositi che la lassa vede
Quel cappell là, che gh’ha dintorna on vell;
Eel staa inventaa dopo ch’han mazzaa el re?
Eel el primm ch’è rivaa? oh bell! oh bell!
Oh i gran Franzes! besogna dill: no gh’ è
Popol che sappia fa i mej coss de quell.
[32] Era in moda allora più che mai il Colbertismo, che voleva tutte le cure de’ governi rivolte a far fiorire le arti e le manifatture, anzi che la prima fonte delle ricchezze, l’agricoltura. Parini mostra bene di sentir diversamenie, e sa vedere la ricchezza delle nostre glebe.
[33] Cerere, Bacco, Vertunno, Pale, sono deità antiche, le quali simboleggiano la prima le biade, che da lei appunto diciamo cereali; il secondo i vini: il terzo le frutte: la quarta la pastorizia. Il cardinale Caprera, che fu poi arcivescovo di Milano, nel 1772 come nunzio pontificio andò a Londra, del che non è qui luogo a dire quanto s’almanaccasse fra i politicastri e i teologastri. Scrisse al papa una sagace relazione di quel suo viaggio, ove, tra l’altre cose, dice: « Gl’Inglesi oggi son vôlti con gran cura a piantare gelsi; e in ciò riescono meglio che colle viti. L’Italia dovrà risentirne gli effetti. Han fatto venir operai italiani perchè insegnino a lavorar la seta, e non tarderanno a formare organzini per le loro stoffe».
[34] Storia ricantata e sempre bella. Tisbe, leggiadrissima fanciulla babilonese, fuggendo le case paterne per seguitare ramante Piramo, giunta al luogo ove s’erano data la posta, vede una lionessa. Fugge, e tra il fuggire lascia cadersi un velo, che la fiera dilania e intride di sangue. Piramo sopraggiunge, e visto quel velo, argomentando che l’amata fosse stata preda d’una belva, si uccide. Tisbe, tornando, conosce il fiero caso, e s’uccide anch’essa. Accadde la morte loro a piè d’un gelso. È uno dei più affettuosi racconti della mitologia, e s’io guardo che non c’entrano dei, e che tutte le tradizioni di que’ tempi riferivano casi di numi, o di figli loro, e ben rarissimi accidenti d’uomini così pietosi, inclino a crederlo tolto d’altronde che dalla mitologia greca. Che se lo inventò Ovidio, basterebbe a designarlo per grande poeta. Nelle storie moderne abbiamo l’accidente di Giulietta e Romeo veronesi, somigliante a questo. Fra le opere del Parini v’ha alcune strofette sopra Piramo e Tisbe, proponendolo per soggetto ad un improvvisatore; povera cosa e da improvvisatore.
[35] Mercurio, dio de’ mercanti e de’ ladri
[36] Tiro città della Fenicia di antichissimo commercio. Dalla Fenicia uscì una colonia che fabbricò Cartagine sulla costa settentrionale dell’Africa, e che emulò in commercio la madre patria. Sibari, città fiorentissima della Magna Grecia, avea rinomanza di mollissima, tanto che uno de’ suoi, dormendo sulle rose, passò male la notte perché una foglia di esse gli si piegò sotto.
[37] Simile richiamo fa il Gozzi nel sermone sul villeggiare:
Ah se il suocero adesso fuor mettesse
Di qualche arca comune il capo industre
Ammassando sepolto, O che? direbbe ,
Dove ne va tal barca? alla campagna
Sì ripiena e sì ricca? il bastoncello,
Un valigiotto era il mio arredo, e trenta
Soldi, nolo al nocchiero, o men talvolta,
E incogniti compagni, allegra ciurma, ecc.
[38] Un filosofo che va a’ pranzi altrui per maledire le carni parrà piuttosto caricatura che verità. Ma sia a perderci del mio se il Parini non l’ha tolto dal vero. E che il tipo del nostro poeta non fosse unico, lo prova il Gozzi che, nella Parte I dell’Osservatore, mette a tavola un filosofo che discorre così: « Si può dare crudeltà maggiore di quella dell’uomo? Ogni piatto che vi si presenta qui innanzi n’è una prova. Quanti innocenti animali non vedete voi qui sagrificati all’ingordigia della sua gola! Che male aveva fatto all’uomo quel povero bue colà che fu sbranato in tanti pezzi? aveva fors’ esso fatto altra cosa fuorché lavorare la terra perché ognuno avesse del pane? e quel povero castrato, ch’ è insegna della mansuetudine, che vi fece esso? e qual diritto ha l’uomo sopra di esso per ficcargli nella gola un coltello, scorticarlo, tagliarlo a squarci, metterlo a bollire? Ma che volete voi peggio del vedere lesso quell’infelice piccione, per la cui morte sarà rimasta vedova un’innocente colomba, ed è stato interrotto un semplicissimo amore, ecc. ecc. ».
[39] Al pari, al paragone. Così il Di Costanzo nel libro V delle storie di Napoli. « Quelli re si poteano dire piccoli signori al pari di due potenti e così grandi », cioè al paragone di Carlo V e Filippo II. Modo ambiguo.
[40] Priapo. Figuravasi con una falce in mano, e ponevasi a spaventacchio degli uccelli perchè non guastassero gli orti. Avea culto singolarmente a Làmpsaco, città della Propontide, e l’asino eragli sacro. Questo dio rappresentavasi anche sotto il simbolo della generazione.
[41] Samo è città d’Asia e d’Italia. Da quest’ultima pare nato Pitagora, seppure Pitagora non è un tipo simbolico siccome Omero, Ercole, ecc. Teneva scuola in Crotone, dove fondò la setta italica: ed insegnando la metempsicosi, cioè che le anime da corpi umani passassero in altri, o nelle bestie, credeva delitto l’uccidere queste. I suoi scolari, astenendosi da cibi animali, non mangiavano che vegetali. Non so se sapessero quanti animaletti e’ si masticavano nel rodere una foglia di cavoli.
[42] Parafrasi dei versi aurei che recitavansi nei banchetti dei pitagorici. Anche Ovidio canta, Met. XV, 116:
Quid meruistis, oves, placidum pecus, inque tuendos
Natum homines? pleno quae fertis in ubere nectar,
Mollia quae nobis vestras velamine lanas
Praebetis, vitaque magis quam morte juvatis?
Quid meruere boves, animal sine fraude dolisque,
innocuum, simplex, natum tolerare labores?
Il maledire chi osò primo ammazzar gli animali potrebbe parer ad alcuno sentenza non degna del sarcasmo, se pure non ne sono degni Pitagora e i suoi; ma vogliasi por mente all’artifizio del poeta, il quale pose questo lagno in bocca d’uno che sdegna la volgare pietà verso i simili suoi, cioè sottrae al prossimo la compassione che largisce alle bestie. Più si osserva, e maggiore si trova l’artifizio del Parini. È nell’istesso senso che Gilbert scrisse questi bei versi:
Parlerai-je d’Iris? chacun la prône et l’aime.
C’est un coeur... mais un coeur! c’est l’humanité même,
Que d’un pied étourdi, quelque jeune éventé,
Frappe en courant son chien qui jappe épouvanté.
La voilà qui se meurt de tendresse et d’alarmes;
Un papillon souffrant lui fait verser des larmes...
Mais aussi qu’en public à mourir condamné,
Lalli soit en spectacle à l’èchafaud traîné,
Elle ira la première à cette horrible fête
Àcheter le plaisir de voir tomber sa tête.
[43] Questo verso imitativo del guaire d’un cagnuolo doveva mostrare a que’ tanti versiscioltai dove stia la vera imitazione. L’armonia imitativa si ritrova sovente nel nostro poeta; basti citare i ciondoli dell’orologio:
Arsenal minutissimo di cose;
e il correr d’una carrozza con cui finisce il Mattino.
[44] Chi volesse nel Satirico di Petronio Arbitro il tipo del Parini, troverebbe alcuna somiglianza fra questo episodio, e quello ove il Latino descrive un paggio oltremisura caro a Trimalcione, che cade a terra. « Gridarono i servi, nè meno i convitati, non per sì vile creatura, che si fosse pur rotto il collo, ma pel cattivo esito della cena, e perché non dovessero far corrotto per un morto altrui. Trimalcione egli stesso, avendo gravemente gemuto, ed appoggiatosi sovra il braccio, accorsero i medici, accorse prima la Fortunata, scarmigliata il crine, con una coppa, gridando: Ohimè misera, ohimè tapina! E già il caduto ragazzo girava tra i nostri piedi, chiedendo libertà, ecc. ecc. »
Trovo nelle cronache del putido regno di Luigi XV qualmente madamigella di Coulanges, una delle costui amanze, non pianse mai in sua vita, fuorché quando il signor Dorat de Cubières, soldataccio che non mettevasi nei sulla faccia, e portava una spada vera in luogo della exeuse di balena come gli altri, lanciò brutalmente col piede la sua cagnetta Zulmé. I compatrioti del Parini si ricordano della Lilla della marchesa Travasa nella Nomina del capellan d’un altro insigne mastro di stile, che sventuratamente gittò la sua abilità nel dialetto, e nello scherzo malevolo e inverecondo.
[45] Lascio misero, benché il concero porti perfido.
[46] Pellitur, paterno
In sinu ferens deos,
Et uxor et vir, sordidosque natos.
Orazio, 11, 18
L’abitudine di aver cagnuoli è antica fra le dame milanesi, tantoché i pittori della scuola lombarda ne mettono su tutti i quadri. L’eccesso di tale affetto é, bonariamente, come soleva, criticato dal Passeroni.
Quasi ogni dama oggi vuole il suo cane,
E lo vuol di Parigi, o di Bologna,
O di Malta, o d’altre isole lontane.
E molte n’han tre, o quattro, se bisogna;
E taluna di lor, che non ha pane,
Non ha pan da mangiar, non si vergogna
Di far patir la fame a’ figliolini,
Per mantener il cane, a biscottini.
Se talora voi fate orazïone,
Avete in braccio il vostro cagnolino,
Il qual vi rompe la divozione,
E la rompe sovente anche al vicino:
Se ascoltate una messa, od un sermone,
Badar solete al cane ogni tantino,
E disattente scorgovi alle note,
Arrossisco per voi, del sacerdote.
Non v’osate nè meno inginocchiare,
Quando l’avemmaria voi recitate,
E talvolta, per non incomodare,
Il can che russa, voi non vi segnate:
E fate cose tali che mi pare
Che col Petrarca dir voi pur possiate:
Questo m’ha fatto men amare Iddio,
Ch’io non doveva e me porre in obblìo.
Voi senza il cane non sapete stare
Un giorno; e i mesi con allegra faccia
State senza il marito: e non mi pare
Che questa cosa troppo onor vi faccia:
Ma tra marito e moglie io non vo’ entrare
Che non è cosa che mi si confaccia;
Né voglio far l’ufficio del demonio,
Mettendo mal nel santo matrimonio.
Voi dell’amato vostro cagnolino
V’accomodate ad ogni impertinenza.
E discacciate un povero bambino
Senza cagion dalla vostra presenza.
Volete il cane sempre aver vicino,
Co’ figli non ci avete pazienza;
E lasciate di lor la cura altrui,
Fidandovi, Dio sa, donne, di cui;
Le quali son talvolta disumane
Col loro sangue, o almen sono indolenti:
E per un cane, ch’è poi sempre un cane,
S’angustiano e si dan mille tormenti:
Si cavano per lui di bocca il pane,
E cacceriansi, sto per dire, i denti;
Lo voglion seco fin nel letto, e spesso
Mangian col cane ad un piattello stesso.
[47] Non sono rari questi schifosi avanzi di sozzi piaceri, che schernono lo cose più sacre senz’avere conosciute che le più turpi.
[48] Italia: di Frine parlammo nel Mattino nota 35.
[49] Silvani, deità de’ boschi, mezz’uomini, mezzo capra. Gli dèi maggiori erano Giove, Giunone, Vesta, Cerere, Diana, Minerva, Venere, Marte, Mercurio, Nettuno, Vulcano, Apollo. I minori sono innumerevoli.
[50] Monte di Tessaglia, sovra il quale aveano stanza gli dei.
[51] Qui l’autore seguiva con versi di tal esagerazione, che poi vi diè di frego. Diceano:
Nessun’altra è di lei più cara cosa;
Chi macchiarla oserà? le ninfe invano
Da le arenose lor urne versando
Cento limpidi rivi, al candor primo
Tornar vorrieno il profanato vaso,
E degno farlo di salir di nuovo
A le labbra celesti, a cui non lice
Invïolate approssimarsi ai vasi
Che convitati cavalieri, e dame
Convitate macchiar coi labbri loro.
[52] Dio del vino.
[53] Italia.
[54] Il mare, così detto dalla dea che gli presiede.
[55] Fiume di Spagna.
[56] L’Islanda, che gli antichi ponevano per ultimo confin della tèrra: onde da Battro a Tile, che era già un de’ luoghi comuni de’ nostri fabbricatori di versi.
[57] Così Virgilio, Æneas sic orsus ab alto.Favola in poesia è racconto, o vero o falso.
[58] Città di Grecia: allude alla tragedia delle Eumenidi. Edipo per fatalità uccide il proprio padre; sposa, senza conoscerla, sua madre; e accortosi de’ non suoi peccati, si svelle gli occhi. I tragedi antichi faceano parte principale della tragedia il coro, cioè il popolo, e un messo o un’ancella il teneva informato di quanto avveniva. Così accade nella tragedia Edipo re, di Sofocle, qui accennata dall’autore. Il Parini la reputava il capolavoro della drammatica. Un re virtuoso eppure trascinato dal destino alle più atroci scelleraggini, che una serie d’eventi terribili discopre, ch’egli medesimo punisce in sé, che rivela ai popoli come il destino maledice perfino le virtù dei re, parevagli in sommo grado opportuno a desiare gli affetti senza cadere nell’orrido. Perocché il Parini voleva che il terrore fosse ogni volta mitigato da qualche gentilezza. Onde nell’ ode Il dono cantava:
Caro dolore e specie
Gradevol di spavento
È mirar finto in tavola
E squallido e di lento
Sangue rigato il giovane
Che dal crudo cinghiale ucciso fu;
Ma sovra lui se pendere
La madre degli Amori
Cingendol con le rosee
Braccia si vede, i cori
Oh quanto allor si sentono
Da giocondo tumulto agitar più!
Nella Gratitudine egli dipinge il cardinal Durini che va a visitarlo in iscuola mentre spiegava
del miserando
Di Labdaco nipote
Le terribili note,
E il duro fato e i casi atroci e il bando,
Quale all’antiche genti.
Già il finse di colui l’altero carme
Che la patria onorò trattando l’arme
E le tibie piagnenti;
E de le regie dal destin converse
Sorti, e dell’arte inclito esemplo offerse.
L’opera Edipo a Colono, musicata da quel Sacchini la cui morte fu pianta con una bell’ode del nostro poeta, era parsa agli Inglesi il punto supremo cui la musica potesse arrivare.
[59] Dionisio è ancora Bacco; Como è il dio dei conviti. Uno de’ tanti proverbi relativi a mensa, oggi rimasti alla campagna e ai preti, diceva: In principio silentium; in medio stridor dentium; in fine fragor gentium.
[60] Anche il Gozzi :
Già prende l’ arme il gioviale amico
Delle cucine, che venduta ha l’alma
Per lautezza di mense, e all’onestate
Antepone gl’intingoli e l’arrosto;
Razza ingegnosa, che gli scolti paga
Con barzelette in voi destando il riso.
Costui sa di zerbini e di civette
Stizze, paci ed accordi, e le notturne
Lascivie e le diurne. Egli è il cronista
Degli scandali occulti: or li cincischia
Arcanamente, or li pronunzia aperti.
Chi può meglio adoprar l’armi e la forza
Contro al saggio, di lui, gioja comune
Di sì rara brigata? Ei già lo sfida, ecc.
[61] Bellona dea dell’armi; Palladee le Muse, della sapienza e della letteratura.
[62] Atlante. Sul cambiamento qui fatto se ne è parlato nell’introduzione.
[63] Zoroastro è nome favoloso di un grande astronomo e matematico di Persia, riformatore del culto sabeo. Archimede siracusano, studiosissimo delle matematiche, ne volse gli studj alla più santa delle arti, la difesa della patria, dirigendo i lavori onde i suoi concittadini repulsavano le armi della superba Roma, 201 anno avanti Cristo. Qui vuol dir dunque un matematico.
[64] Seco lui è modo riprovato da chi cura la proprietà del dire: come sarebbe anche qui sotto Non disdegna per non disdegnare.
[65] Gli antichi astronomi, vivendo per lo più solinghi, sulle alture, notturni, erano guardati dal popolo siccome non so che cosa strania e diversa d’ogni costume, e facilmente s’imputavano di magiche arti; perchè il popolo suol vedere sempre perversità e malizia in quel che non capisce.
[66] La musa che presiede all’astronomia: il suo nome suona celeste.
[67] Son le opere degli antichi matematici. Davvero chi consideri certe opere antiche, come i canali ed i laghi del Nilo, le piramidi, gli obelischi, le strade maggiori, il colosso di Rodi, gli acquedotti romani, le mura pelasgiche, la strada sotto l’Eufrate che di tanti secoli prevenne il tunnel di Londra, dee concepire idea ben elevata della meccanica degli antichi. E non aveano nè la polvere nè il vapore. Ma la schiavitù faceva durare a fatiche immense la bestia uomo.
[68] Dicco, nome olandese, consono a diga; pignone, pennello che suol porsi alla riva dei torrenti per decomporrle l’urto e spezzarne il corso. Il De Coureil esclama: — « La pedanteria di questo squarcio è veramente insopportabile; e non si sa come mai il Parini se li sia lasciato sfuggire dalla penna, se non perchè egli aveva la smania d’affettar erudizione e di spargerne per fas et per nefas il suo lavoro ».
[69] Ercole, simbolo del sole errante, secondo il sabeismo, o di que’ primi mortali che beneficavano gli uomini domando la natura, per decima fatica, impostagli dalla madre degli dei sua nemica, combatté col fiume Acheloo, lo vinse, gli strappò un corno (perchè i fiumi s’effigiavano cornuti ad indicare i varj rami in che deviano), il qual corno divenne quello dell’abbondanza, e l’Acheloo si precipitò nell’ altro fiume Toante. Traduciamo il geroglifico in parlar comune. Uno de’ primi benefattori degli uomini, vedendo le ruine che portava ai terreni il fiume Acheloo, gli si oppose coll’arte, ristoppò i rigagnoli tra cui libero errava, e lo voltò in un altro fiume, facendo così ubertosissimi i terreni prima da lui devastati. Se la mitologia si studierà coll’intenzione di andar all’utile midollo, anziché rimanere alla bella scorza, non sarà studio di carabattole.
[70] Venere è anche un pianeta, quel che primo si mostra la sera ed ultimo scompare la mattina. L’ambiguità è maligna.
[71] Apollo è padre de’ poeti: Pindo è il monte sacro a quel Dio ed alle muse, ne’ cui recessi soleano i poeti cercare le ispirazioni, che si dovrebbero trarre dall’indagar il più intimo delle cose.
[72] Ed ecco i soliti argomenti de’ poeti de la coterie.
[73] Febo è dipinto come giovane di tutta leggiadria ed intonso. Suo figlio Esculapio, dio della medicina, è un barbuto vecchione meditabondo. Il verso è foggiato alla frugoniana. Anche Petronio fa pizzicar di letterato il suo Trimalcione: Oportet etiam inter coenandum philologiam nosse, etc.
[74] Questi è Orazio Fiacco: l’altro è Petronio Arbitro, che nel Satiricon, dipinse Trimalcione (vuolsi fosse una caricatura di Nerone imperatore) e le voluttuose sue cene fra la crapula (Lieo) e le oscenità (Venere). Dicemmo come nell’educazione si stillasse amore o conoscenza de’ classici. Oggi, essendosi tanto moltiplicate le scuole di latino, son ridotti a sì pochi quei che l’intendono, che desterebbe al riso come pedante chi ardisse citar un verso latino. A forza di disapprovar gli studj classici abbiamo disgustata di questi la gioventù, senza che poi sapessimo ispirarle altro che petulante presunzione e vanitosa ignoranza, e farne dei giornalisti.
[75] Cioè far errori di prosodia.
[76] Allude ai possessi che tutti que’ pastori avevano in partibus.
[77] Celebre grammatico.
[78] Andamento nuovo prese la letteratura francese a mezzo del secolo passato. Felici eventi avevano dato impulso al pensiero, che, postosi audacemente alla ricerca del vero, spezzò ogni barriera. E barriera parve la religione: onde fu assalita non solo nelle sue forme, ma nella sostanza, ne’ misteri; per ischerzo, per far effetto si negò la virtù, il sacrifizio; si negò Dio. La politica fu chiamata ad esame; senza aver riguardo a re od a repubbliche, riveduto il patto sociale; messa in dubbio o in beffa tutta la storia; conculcate le fame illustri, le opinioni, l’educazione. Tanto fermento fu sollecitato dagli estensori dell’Enciclopedia, i cui capi si proponeano di abbatter la infame, col qual nome indicavano la religione di Cristo. Il Vaticano, illanguidito nella bonaccia e in ringhj preteschi, non sapeva opporvi che fulmini spuntati, e la voce de’ pochi e non calorosi disputanti. I principi, dapprima osservatori freddi, e in alcuni paesi anche fautori delle dottrine novelle, s’avvidero del pericolo, sol quando videro scalzare le basi dei loro troni. Allora cominciarono le persecuzioni, ma finacchè anch’esse, come ogni cosa d’allora, non ottennero se non d’inasprire gli animi, d’ingloriare colla persecuzione, e farli più svelati alla guerra. Nè la guerra di penne fini sinché altri tumulti, altre guerre non recò la rivoluzione. Il poeta allude a questi filosofi, specialmente a Voltaire e Rousseau, paragonando il primo ad Aristippo, l’altro a Diogene. Aristippo da Cirene professava che la felicità dell’uomo sta nel piacere. Questo sistema, le sue arguzie, l’esser vissuto con Dionigi di Siracusa come Voltaire con Federico di Prussia, fanno somiglianti Aristippo e il francese. Diogene, filosofo cinico, sprezzava gli uomini, e si prendea diletto di urtar le loro opinioni in ogni cosa. Ad egual modo (secondo la differenza del secolo) operava Gian Giacomo Rousseau, che sovvertì veramente la base della virtù, cioè il sentimento del dovere, pretendendo sostituirvi lo slancio libero e passionato. Voltaire era ricco, aveva protezioni: onde, quantunque il parlamento parigino sentenziasse al fuoco alcune opere sue, potè vivere beatamente, e alla fine ritirato a Ferney presso Ginevra, vi riceveva una specie di culto da tutti gl’ingegni del suo tempo; e diffondendo intorno a sé il benefizio, suscitò una piccola città in luogo de’ primitivi casolari. Tempestosa vita menò invece Gian Giacomo: l’Emilio, il Contratto sociale, altri libri suoi furono per man del boja bruciati: egli perseguitato, ramingo di terra in terra, di condizione in condizione, sempre inveendo contro la civiltà, sempre rubello a tutto il mondo, sempre briaco di orgoglio, tanto più radicatogli in cuore, quanto men occasioni aveva avute di espanderlo e di vederlo lusingato; straniero in mezzo alla società che disamava e da cui era disamato, trovò alfine un ricovero nell’isoletta di Saint Pierre nel lago di Bienne, e poscia ad Ermenonville. « Qui (dice Byron) pose fine alla sua carriera di sventure Rousseau, sofista ingegnoso in creare tormenti a sè medesimo, apostolo della malinconia, che con magici tocchi dipinse la passione dell’amore; con irresistibile eloquenza fece parlar il dolore; vestì azioni e pensieri colpevoli con un colorito di parole abbagliante come raggio di sole. La sua Novella Eloisa, l’opera più cerca dai damerini, cangiò il romanzo da intreccio complicato di fatti, in pittura del cuore e sviluppo di passioni, ove la minor parte sono gli accidenti. Il suo Contratto sociale suppone la società siasi formata per una convenzione fra gli uomini, non già per la natura di questi e per la necessità delle cose; in conseguenza può essere sciolta come un altro contratto qualunque. Le opere di questi due e degli altri loro compagni Elvezio, Diderot, D’Alembert, La Metrie, Mirabeau, Holbach, quanto più riprovate, tanto più cerche diventavano.
[79] Per imitare i sapienti francesi, volevasi che le scienze esatte diventassero modello di tutte le scienze, e chi non le sapeva dovea fingere di saperle. In un’Italia, stampata nel 1778 come traduzione dal francese, si dice che a Firenze erasi introdotta la cicisbeatura matematica; e che occorre di sentire fra galanti colloqui, In ragione composta del vostro affetto. — In ragione inversa del mio languore. — Moltiplicata la massa per la velocità della mia servitù, ne risulta la quantità del moto della vostra perdonanza — I quadrati dei tempi della mia speranza sono come i cubi della distanza del vostro consenso.
[80] Negli orti di Academo si adunavan gli scolari di Platone: quei d’Aristotele sotto i portici o peripato d’Atene: onde ad essi il nome di Academici e Peripatetici.
[81] Queste massime proclamate dai filosofi erano avviate alla pratica nelle società de’ Franchi Muratori, non ignote neppur a Milano, che però si limitavano ad un epicureismo filantropico, convegni, cene, vicendevoli soccorsi. Più sediziosamente cominciavano in que’ giorni a predicare tali dottrine gli Illuminali, istituiti allora appunto in Germania da Weishaupt. I loro dogmi erano: Uguaglianza e libertà sono i diritti essenziali dell’uomo nella perfezione originaria. Il primo attentato contro l’eguaglianza fu la proprietà: il primo attentato contro la libertà furono le società politiche e i governi. Unico fondamento della proprietà e de’ governi sono le leggi religiose e civili, che pertanto bisogna annichilare per giunger all’abolizione della proprietà.
[82] Per non profanare le cose sacre e giustificar l’ironia, avrei amato meglio la licenza.
[83] Pomona fu ninfa amantissima de’ giardini e de’ frutteti. Le frutta servivansi in tavola per lo più in vasi di porcellana: e delle porcellane europee passava per migliore quella di Sassonia, tanto ancora cercate col titolo di vieux saxe.
[84] Pale, l’abbiam detto, presiede alla pastorizia. Anche oggi non si pongono in tavola i caci, ma recansi in giro: come del caffè ancora alcuni preparano le tazze sopra un deschetto coperto d’un tappetino.
Son noti i versi di Delille :
Il est une liqueur au poète plus chère
Qui manquait à Virgile, et qu’adorait Voltaire....
C’est toi, divin cafè, dont l’aimable liqueur
Sans altérer la tête, èpanouit le coeur...,
Et tu seul tu reunis les tributs de deux monde.
[85] Gli Ottomani crederebbero guastar l’aroma del caffè temprandolo collo zucchero. Essi nutrono la barba, come non si faceva in Europa al tempo del Parini. Fumante canna, la pippa.
[86] Le razze più pregiate di cavalli, quelle dell’Holstein, del Napoletano, ecc. I Cimbri, popolo affine ai Galli, che si stanziò in Danimarca e nel Giutland. Drava, fiume della Baviera. Campania, nome antico della Terra di lavoro al mezzodì dell’Italia. Contano che dallo Stato di Milano uscissero l’anno 70,000 zecchini in cavalli. I cavalli solevansi caricare di bardature, ricche di seta o di metalli. I cocchi dipingevansi assai più cercatamente che oggi, non solo con stemmi, ma con soggetti di genere: e qualche sportello fu poi serbato preziosamente come un quadro.
[87] Animale a cent’occhi, alla cui custodia Giunone aveva commessa la fanciulla amata da Giove, per sottrarla da’ costui abbracciamenti. Ma amore sa ingannare anche i cent’occhi.
[88] Mercurio ha per distintivo le ali al capo e ai piedi, ed in mano una verga chiamata caduceo, intorno a cui sono avvinghiate due serpi. È figlio di Atlante e di Maja.
[89] È lo sbaraglino, uno dei diversi giuochi delle tavole. Il tavoliere è doppio, compartito in piramidi bianche e nere, e vi si giuoca con quindici pedine nere, e quindici bianche, due dadi, due bossoli, Ciascun giocatore impila le suo pedine al vertice della prima piramide: in uno dei bossoli scuote i due dadi, e li lancia contro la sponda dell’avversario: secondo che i dadi fanno pariglia o no, si regola la mossa della pedina. I numeri eguali fanno andare da freccia bianca in bianca; o da nera in nera: i caffi da freccia nera in bianca o viceversa. L’intento è di occupar l’estremità, ove si fa damare la propria pedina, per poter poi assalire l’avversario nelle sue case. Dal fracasso che doveano fare pedine, bossoli, dadi, fu questo giuoco chiamato il Trictrac; dal quale poco differisce il Tac. Nè voglio nè devo insegnarvi a giocare; e molti ponno aver veduto a giocarlo; giacché, sebben raro, non è disusato, singolarmente in Francia, ove un proverbio dice che il trictrac non l’imparano le donne che dai loro amanti, nè gli uomini che dalle amiche. Chi ne volesse conoscere le teoriche, guardi l’Encyclopédie mèthodique, jeux, Trictrac. Prospero Mérimée uno de’ romanzieri più rinomati di Francia, pubblicò un racconto La partita di trictrac. Delille, nell’Homme des champs, ha una lunga descrizione d’una partita a trictrac. Platone diceva che il mondo è simile uno sbaraglino: si comincia dal gettar casuale del dado; poi il giudizio dispone le mosse.
Tutto questo brano sembra al De Coureil una puerilità, una pedanteria, un’affettata erudizione di scolastiche cognizioni, e trova singolarmente ridicolo che un moderno zerbino ricorra a Mercurio per ajuto. Ma chi gli ha detto che questo trovato fosse moderno? Platone attribuisce l’invenzione de’ giuochi di zara appunto a Mercurio Trismegisto. I Greci avevano il diagrammismo, e i Romani le duodena scripta che somigliava ben bene al nostro trictrac. Gli Annali persiani lo fanno antico quanto gli scacchi. Perocché raccontano che, durata lunga guerra fra Beiagi re d’India e Nuscirvan re di Persia, quegli per finirla alla quieta mandò al Persiano un giuoco di scacchi, promettendo pagar un tributo se i Persiani, nessuno insegnandolo, scoprissero l’arte di questo giuoco. Raccolgonsi i sapienti del regno: Bonzurgemhir arriva a discoprire i misteri degli scacchi; e per mostrar che i Persiani non solo ne sapevano del pari ma più che gl’Indiani, inventò il trictrac: inviato dal suo re, porta all’Indiano sì la spiegazione degli scacchi, sì la sfida a conoscere il nuovo giuoco. La sapienza di tutti i dotti dell’India riuscì vana, e Beiagi pagò il tributo (Annales de la Litterature et des arts, tom. IX, pag. 84).
Il padre Girolamo Saccheri, gesuita, professore di matematica a Pavia, fra altri ammirati esercizj di memoria, faceva questo di giocare a tre scacchieri contemporaneamente e senza vederli; e il più delle volte vinceva: poi, se piacesse, ritesseva a memoria tutte le mosse.
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