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Edizione di riferimento:
L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.
Invenies qui, ob similitudinem morum,
aliena malefacta tibi objectari putent.
Tacito, Ann. l. IV. 315.
Lungi da queste carte i cisposi occhi già da un secolo rintuzzati, lungi i fluidi nasi de’ malinconici vegliardi. Qui non si tratta di gravi ministeri nella patria esercitati, non di severe leggi, non di annojante domestica economia, misero appannaggio della canuta età. A te, vezzosissima Dea, che con sì dolci redine oggi temperi e governi la nostra brillante gioventù, a te sola questo piccolo libretto si dedica e si consagra. Chi è che te qual sommo Nume oggimai non riverisca ed onori, poiché in sì breve tempo se’giunta a debellar la ghiacciata ragione, il pedante buon senso e l’ordine seccagginoso, tuoi capitali nemici; ed hai sciolto dagli antichissimi lacci questo secolo avventurato! Piacciati adunque di accogliere sotto alla tua protezione, che forse non è indegno, questo piccolo poemetto. Tu il reca su i pacifici altari, ove le gentili dame e gli amabili garzoni sacrificano a sé medesimi le mattutine ore. Di questo solo egli è vago, e di questo solo andrà superbo e contento. Per esserti più caro egli ha scosso il giogo della servile rima, e se ne va libero in versi sciolti, sapendo che tu di questi specialmente ora godi e ti compiaci. Esso non aspira all’immortalità, come altri libri, troppo lusingati da’loro autori, che tu, repentinamente sopravvenendo, hai sepelliti nell’obblio. Siccome egli è per te nato, e consacrato a te sola, così fia pago di vivere quel solo momento che tu ti mostri sotto un medesimo aspetto, e pensi a cangiarti e risorgere in più graziose forme. Se a te piacerà di riguardare con placid’occhio questo Mattino, forse gli succederanno il Mezzogiorno e la Sera; e il loro autore si studierà di comporli ed ordinarli in modo, che non men di questo abbiano ad esserti cari.
Giovin Signore [1], o a te scenda per lungo
Di magnanimi lombi [2] ordine il sangue
Purissimo, celeste; o in te del sangue
Emendino il difetto i compri onori,
E le adunate in terra o in mar ricchezze 5
Dal genitor frugale in pochi lustri [3];
Me precettor d’amabil rito ascolta [4].
Come ingannar questi nojosi e lenti
Giorni di vita, che sì lungo, tedio
E fastidio insoffribile accompagna, 10
Or io t’insegnerò. Quali al Mattino,
Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera
Esser debban tue cure apprenderai,
Se in mezzo a gli ozj tuoi ozio ti resta [5]
Pur di tender gli orecchi a’versi miei. 15
Già l’are a Vener sacre e al giocatore
Mercurio [6], ne le Gallie e in Albione
Devotamente hai visitate, e porti
Pur anco i segni del tuo zelo impressi:
Ora è tempo di posa. In van te chiama 20
Lo Dio dell’armi; che ben folle è quegli
Che a rischio de la vita onor si merca;
E tu naturalmente il sangue abborri.
Né i mesti de la dea Pallade studj
Ti son meno odiosi: avverso ad essi 25
Ti feron troppo i queruli ricinti,
Ove l’arti migliori e le scïenze,
Cangiate in mostri e in vane orride larve,
Fan le capaci volte echeggiar sempre
Di giovanili strida. Or primamente 30
Odi, quali il mattino a te soavi
Cure debba guidar con facil mano.
Sorge il mattino in compagnia dell’alba [7]
Dinanzi al Sol, che di poi grande appare
Su l’estremo orizzonte a render lieti 35
Gli animali e le piante e i campi e l’onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
Letto cui la fedel moglie e i minori
Suoi figlioletti intiepidîr la notte;
Poi sul dorso portando i sacri arnesi 40
Che prima ritrovâr Cerere e Pale [8],
Va, col bue lento innanzi, al campo, e scuote
Per lo angusto sentier da’curvi rami
Il rugiadoso umor che, quasi gemma,
I nascenti del Sol raggi rifrange. 45
Sorge anche il fabbro allora, e la sonante
Officina riapre, e all’opre torna
L’altro dì non perfette: o se di chiave
Ardua e ferrati ingegni all’inquieto
Ricco l’arche assecura, o se d’argento 50
E d’oro incider vuol giojelli [9] e vasi
Per ornamento a nova sposa o a mense.
Ma che? tu inorridisci, e mostri in fronte,
Qual istrice pungente, irti i capelli
Al suon di mie parole? ah il tuo mattino, 55
Questo, Signor, non è. Tu col cadente
Sol non sedesti a parca mensa, e al lume
Dell’incerto crepuscolo non gisti
Jeri a posar, qual ne’tugurj suoi
Tra le rigide coltri il mortal vulgo. 60
A voi, celeste prole, a voi, concilio
Di Semidei terreni, altro concesse
Giove benigno: e con altr’arti e leggi
Per novo calle a me guidarvi è duopo.
Tu tra le veglie e le canore scene, [10] 65
E il patetico gioco [11] oltre più assai
Producesti la notte; e stanco alfine,
In aureo cocchio, col fragor di calde
Precipitose rote, e il calpestio
Di volanti corsier, lunge agitasti 70
Il queto aere notturno, e le tenebre
Con fiaccole superbe intorno apristi; [12]
Siccome allor che il siculo paese
Dall’uno all’altro mar rimbombar feo
Pluto col carro, a cui splendeano innanzi 75
Le tede de le Furie anguicrinite.
Tal ritornasti ai gran palagi: e quivi,
Caro conforto a le fatiche illustri
Venien per te pruriginosi [13] cibi
E licor lieti di francesi colli [14], 80
E d’ispani, e di toschi, o l’ungarese
Bottiglia [15], a cui di verdi ellere Bromio
Concedette corona, e disse: Or siedi
De le mense regina. Al fine il Sonno,
Di propria mano sprimacciò le cóltrici 85
Molle cedenti, ove, te accolto, il fido
Servo calò le ombrifere cortine;
E a te soavemente i lumi chiuse
Il gallo [16], che li suole aprire altrui.
Dritto è però che a te gli stanchi sensi 90
Dai tenaci papaveri Morfeo [17]
Prima non solva, che già grande il giorno
Fra gli spiragli penetrar contenda [18]
De le dorate imposte, e la parate
Pingano a stento in alcun lato i raggi 95
Del Sol, ch’eccelso a te pende sul capo.
Or qui principio le leggiadre cure
Delirio aver del tuo giorno; e quinci io debbo
Sciorre il mio legno, e co’precetti miei
Te ad alte imprese ammaestrar cantando. 100
Già i valletti gentili udîr lo squillo,
De’ penduli metalli, a cui da lunge
Moto improvviso la tua mano impresse;
E corser pronti a spalancar gli opposti
Schermi a la luce, e rigidi osservaro 105
Che con tua pena non osasse Febo [19]
Entrar diretto a saettarle i lumi.
Ergi dunque il bel fianco, e sì ti appoggia
Alli origlier, che lenti degradando
All’omero ti fien molle sostegno; 110
E coll’indice destro, lieve lieve
Sovra gli occhi trascorri; e ne dilegua
Quel che riman de la cimmeria nebbia [20]
Poi de’ labbri formando un picciol arco,
Dolce a vedersi, tacito sbadiglia. 115
Oh se te in sì gentile atto mirasse
Il duro capitan, quando tra l’arme,
Sgangherando la bocca, un grido innalza
Lacerator di ben costrutti orecchi,
Onde a le squadre varj moti impone; 120
S’ei te mirasse allor, certo vergogna
Avria di sé, più che Minerva [21] il giorno
Che, di flauto sonando [22], al fonte scorse
Il turpe aspetto de le guance enfiate.
Ma già il ben pettinato entrar di nuovo [23] 125
Tuo damigel vegg’io. Sommesso ei chiede,
Quale oggi più de le bevande usate
Sorbir ti piaccia in prezïosa tazza.
Indiche merci [24] son tazza e bevande.
Libra i consigli tuoi. Ami tu forse 130
Porger dolci allo stomaco fomenti,
Sì che con legge il natural calore
V’arda temprato, e al digerir ti vaglia?
Il cioccolatte eleggi [25], onde tributo 135
Ti diè il Guatimalese o il Garibeo
Che di lucide penne avvolto ha il crine.
Ma se nojosa ipocondria t’opprime [26],
O troppo intorno a le vezzose membra
Adipe cresce, de’ tuoi labbri onora
La nettarea bevanda ove abbronzato [27] 140
Arde e fumica il grano a te d’Aleppo
Giunto e da Moca [28], che, di mille navi
Popolata mai sempre, insuperbisce [29].
Certo fu duopo che dai prischi seggi
Uscisse un regno, e con audaci vele, 145
Fra straniere procelle e novi mostri
E teme e rischi ed inumane fami,
Superasse i confin, per tanta etade
Invïolati ancora: e ben fu dritto
Se Cortes e Pizzarro umano sangue 150
Non istimâr quel ch’oltre l’oceáno
Scorrea le umane membra: e se, tonando
E fulminando, alfin spietatamente
Giù dai grandi balzâro aviti troni
Re messicani e generosi Incassi; 135
Poi che nuove così venner delizie,
O gemma de gli eroi, al tuo palato [30].
Cessi ’l cielo però che, in quel momento
Che l’eletta bevanda a sorbir prendi,
Servo indiscreto a te repente annunci 160
O il villano sartor, che, non ben pago
D’aver teco diviso i ricchi drappi,
Oso sia ancor con polizza infinita
Fastidirti la mente; o di lugúbri [31]
Panni ravvolto il garrulo forense 165
Cui de’ paterni tuoi campi e tesori
Il periglio s’affida; o il tuo castaldo
Che già con l’alba a la città discese,
Bianco di gelo mattutin la chioma.
Così zotica pompa i tuoi maggiori 170
Al dì nascente si vedean d’intorno:
Ma tu, gran prole, in cui si feo scendendo
E più mobile il senso o più gentile,
Ah sul primo tornar de’ lievi spirti
A l’ufficio diurno, ah non ferirli 175
D’imagini sì sconce. Or come i detti,
Come il penoso articolar di voci
Smarrite titubanti al tuo cospetto;
E tra l’obliquo profondar d’inchini
Del calzar polveroso in su i tappeti 180
Le impresse orme soffrire? Ahimè, che, fatto
Il salutar licore agro e indigesto [32]
Ne le viscere tue, te allor faria
E in casa e fuori e nel teatro e al corso
Ruttar plebejamente il giorno intero! 185
Non attenda però ch’altri lo annunci,
Gradito ognor, benché improvviso, il dolce
Maestro [33] che il tuo bel piè, come a lui piace,:
Modera e guida. Egli all’entrar s’arresti
Ritto sul limitare; indi, elevando 190
Ambe le spalle, qual testudo il collo
Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo
Il mento inchini, e con l’estrema falda
Del piumato cappello il labbro tocchi.
E non men di costui focile al letto 200
Del mio Signor t’inoltra, o tu che addestri
A modular con la flessibil voce
Soavi canti; e tu, che insegni altrui
Come agitar con maestrevol arco
Sul cavo legno armonïose fila [34]. 200
Né la squisita a terminar corona,
Che segga intorno a te, manchi, o Signore,
Il precettor del tenero idïoma
Che da la Senna, de le Grazie madre,
Pur ora a sparger di celeste ambrosia 205
Venne all’Italia nauseata i labbri.
All’apparir di lui l’itale voci
Tronche cedano il campo al lor tiranno;
E a la nova ineffabile armonia
De’ soprumani accenti, odio ti nasca 210
Più grande in sen contra a le impure labbra
Ch’osan macchiarse ancor di quel sermone
Onde in Valchiusa fu lodata e pianta
Già la bella Francese, e i culti campi
All’orecchio dei Re cantati furo 215
Lungo il fonte gentil da le bell’acque.
Misere labbra, che temprar non sanno
Con le galliche grazie il sermon nostro,
Sì che men aspro a’dilicati spirti,
E men barbaro suon fieda gli orecchi. 220
Or te questa, o Signor, leggiadra schiera
Al novo dì trattenga; e di tue voglie
Irresolute ancora or quegli or questi
Con piacevol molleggio il vano adempia,
Mentre tu chiedi lor, tra i lenti sorsi 225
Dell’ardente bevanda, a qual cantore
Nel vicin verno si darà la palma
Sovra le scene: o s’egli è il ver che rieda
L’astuta Frine [35] che ben cento folli
Milordi rimandò nudi al Tamigi; 250
O se il brillante danzator Narcisso [36]
Fia che ritorni ad agghiacciare i petti
De’ vaghi palpitanti e de’ mariti.
Così, poi che gran tempo a’primi albóri
Del tuo mattin teco scherzato fia, 255
Non senz’aver licenziato prima
L’ipocrita pudore, e quella schifa
Che le accigliate gelide matrone
Chiaman modestia; alfine, o a lor talento,
O da te congedati, escan costoro. 240
Doman poi ti fia dato, o l’altro forse
Giorno a’precetti lor porgere orecchio,
Se a’bei momenti tuoi cure minori
Ozio daranno. A voi, divina schiatta,
Più assai che a noi mortali, il ciel concesse 245
Domabili midolle entro al cerébro,
Sì che breve lavor nove scïenze
Vale a stamparvi. In oltre a voi fu dato
Tal de’ sensi e de’ nervi e de gli spirti
Moto e struttura che ad un tempo mille 250
Penetrar puote e concepir vostr’alma
Cose diverse, e non però turbate
O confuse giammai, ma scevre e chiare
Ne’loro alberghi ricovrarle in mente.
Il vulgo intanto, cui non lice il velo 255
Aprir de’ venerabili misteri,
Fia pago assai poi che vedrà sovente
Ire e tornar dal tuo palagio i primi
D’arte maestri; e con aperte fauci
Stupefatto berrà le tue sentenze. 260
Ma ben vegg’io che le ozïose lane
Soffrir non puoi più lungamente, e in vano
te l’ignavo tepor lusinga e molce;
Però che te più glorïosi affanni
Aspettan l’ore ad illustrar del giorno. 265
O voi dunque del primo ordine servi,
Che di nobil signor ministri al fianco
Siete incontaminati, or dunque voi
Al mio divino Achille, al mio Rinaldo [37]
L’armi apprestate. — Ed ecco in un baleno 270
I damigelli a’cenni tuoi star pronti.
Quanto ferve lavoro! Altri li veste
La serica zimarra, ove disegno [38]
Diramasi chinese; altri, se il chiede
Più la stagione, a te le membra copre 271
Di stese infino al piè tiepide pelli.
Questi al fianco li cinge il bianco lino,
Che sciorinato poi cada e difenda
I calzonetti; e quei, d’alto curvando
Il cristallino rostro, in su le mani 280
Ti versa acque odorate, e da le mani
In limpido bacin sotto le accoglie.
Quale il sapon del redivivo muschio
Olezzante all’intorno, e qual ti porge
Il macinato di quell’arbor frullo 285
Che a Rodope fu già vaga donzella,
E piagne in vari, sotto mutate spoglie,
Demofoonte ancor, Demofoonte [39].
L’un di soavi essenze intrisa spugna
Onde tergere i denti, e l’altro appresto 290
Ad imbiancar le guance util licore.
Assai pensasti a te medesmo: or volgi
L’alta mente per poco ad altro objetto
Non indegno di le. Sai che compagna [40]
Con cui partir de la giornata illustre 295
I travagli e le glorie, il ciel destina
Al giovane Signore... Impallidisci?
No, non parlo di nozze: antiquo e vieto
Dottor sarei, se così folle io dessi
A te consiglio. Di tant’alte doti 300
Già non orni così lo spirto e i membri
Perchè in mezzo a la fulgida carriera
Tu il tuo corso interrompa, e, fuora uscendo
Di cotesto a ragion detto Bel Mondo,
In tra i severi di famiglia padri 305
Relegato ti giacci, a nodi avvinto
Di giorno in giorno più nojosi, e fatto
Stallone [41] ignobil de la razza umana.
D’altra parte il marito ahi quanto spiace,
E lo stomaco move ai delicati 310
Del vostro Orbe felice abitatori [42]
Qualor de’ semplicetti avoli nostri
Portar osa in ridevole trionfo
La rimbambita fe, la pudicizia,
Severi nomi! E qual non suole a forza 315
Entro a i melati petti eccitar bile
Quando i computi vili del castaldo,
Le vendemmie, i ricolti, i pedagoghi
Di que’sì dolci suoi bambini altrui [43]
Gongolando ricorda; e non vergogna 320
Di mischiar cotai fole a peregrini
Subjetti, a nuove del dir forme, a sciolti
Da volgar fren concetti, onde s’avviva
De’ begli spirti il conversar sublime [44].
Pera dunque chi a te nozze consiglia. 325
Non tu però senza compagna andrai,
Che tra le fide altrui giovani spose
Una le n’offre invïolabil rito
Del Bel Mondo onde sei parte sì cara.
Tempo già fu che il pargoletto Amore [45] 330
Dato era in guardia al suo fratello Imene;
Tanto la madre lor temea che il cieco
Incauto nume perigliando gisse
Misero e solo per oblique vie,
E che, bersaglio agl’indiscreti colpi 335
Di senza guida e senza freno arciere,
Immaturo al suo fin corresse il seme
Uman, che nato è a dominar la terra.
Quindi la prole mal secura all’altra
In cura dato avea, sì lor dicendo: 340
Re, o figli, del par; tu più possente
Il dardo scocca; e tu più cauto il reggi
A certa meta. — Così ognor congiunta
Iva la dolce coppia, e in un sol regno
E d’un nodo commun l’alme strignea. 345
Allora il chiaro Sol mai sempre uniti
Vedea un pastore ed una pastorella
Starsi al prato, a la selva, al colle, al fonte;
E la suora di lui vedeali poi [46]
Uniti ancor nel talamo beato, 350
Ch’ambo gli amici numi a piene mani,
Gareggiando, spargean di gigli e rose.
Ma che non puote anco in divini petti,
Se mai s’accende, ambizion d’impero?
Crebber l’ali ad Amor, crebbe l’ardire [47]: 355
Onde a brev’aere prima, indi securo
A vie maggior fidossi, e fiero alfine
Entrò nell’alto [48], e il grande arco crollando
E il capo, risonar fece a quel moto
Il duro acciar che a tergo la feretra 360
Gli empie; e gridò: « Solo regnar vogl’io. »
Disse, e vôlto a la madre, « Amore adunque,
Il più possente infra gli dei, il primo
Di Citerea figliuol, ricever leggi,
E dal minor german ricever leggi, 365
Vile alunno, anzi servo? Or dunque Amore
Non oserà, fuor ch’una unica volta,
Ferire un’alma, come questo schifo
Da me pur chiede? E non potrò giammai,
Da poi che un laccio io strinsi, anco disciorlo 370
A mio talento, e, se m’aggrada, un altro
Stringerne ancora? E lascerò pur ch’egli
Di suoi unguenti impeci a me i miei dardi,
Perchè men velenosi e men crudeli [49]
Scendano ai petti? Or via, perchè non togli 375
A me da le mie man quest’arco, e queste
Armi da le mie spalle, e ignudo lasci,
Quasi rifiuto de gli dei, Cupido?
Oh il bel viver che fia, quando tu solo
Regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso! 380
Studiarti a torre da le languid’alme
La stanchezza e ’l fastidio, e spander gelo
Di foco in vece! Or, genitrice, intendi:
Vaglio, e vo’regnar solo. A tuo piacere
Tra noi parti l’impero, ond’io con teco 385
Abbia omai pace, e in compagnia d’Imene
Me non veggan mai più le umane genti ».
Amor qui tacque, e minaccioso in atto,
Parve all’idalia dea chieder risposta.
Ella tenta placarlo, e preghi e pianti 390
Sparge, ma in van; tal ch’a i due figli vôlta,
Con questo dir pose al contender fine:
« Poi che nulla tra voi pace esser puole,
Si dividano i regni. E perchè l’uno
Sia dall’altro fratello ognor disgiunto, 395
Sien diversi tra voi e il tempo e l’opra.
Tu,che, di strali altero, a fren non cedi,
L’alme ferisci, e tutto il giorno impera:
E tu che di fior placidi hai corona,
Le salme accoppia, e con l’ardente face 400
Regna la notte ». Or quindi, almo Signore,
Venne il rito gentil, che a i freddi sposi
Le tenebre concede e de le spose,
Le caste membra; e a voi, beata gente
E di più nobil mondo, il cor di queste 405
E il dominio del dì, largo destina.
Fors’anco un di più liberal confine
Vostri diritti avran, se Amor più forte
Nuove Provincie al suo germano usurpa.
Così giova sperar. Or meco apprendi 410
Quai tu deggia il mattin cure a la bella
Che, spontanea o pregata, a te si diede,
In tua dama quel di lieto che a fida
Carta, nè senza testimoni, furo
A vicenda commessi i patti santi, 415
E le condizïon del caro nodo.
Già la dama gentile i vaghi rai
Al nuovo giorno aperse; e il suo primiero
Pensier fu dove teco aggia più tosto
A vegliar questa sera; e gravemente [50] 420
Lo sposo consultonne a lei vicino,
O la mano a baciarle in stanza ammesso.
L’ora è questa, o Signor, che il fido servo
E il più acccorto de i tuoi voli al palagio
Di lei chiedendo se tranquilli sonni 425
Dormio la notte; e se d’immagin grate
Le fu Morfeo cortese. È ver che jeri
Al tornar l’ammirasti in viso tinta
Di freschissime rose, e più che mai
Viva e snella balzar teco del cocchio, 430
E la vigile tua mano per vezzo
Ricusar sorridendo, allor che l’alte
Scale sali del maritale albergo.
Ma ciò non basti ad acquetarti, e mai
Non obliar sì giusti uffici. Ahi quanti 435
Genj malvagi per la notte opaca
Godono uscire ed empier di perigli
La placida quiete de’ mortali!
Porìa, tolgalo il cielo! il picciol cane
Con latrato improvviso i cari sogni 440
Troncar de la tua dama, ond’ella, scossa
Da subito capriccio, a rannicchiarse
Astretta fosse, di sudor gelato
E la fronte bagnando e il guancial molle.
Anco poria colui che sì de’ tristi 445
Come de’ lieti sogni è genitore
Crearle in mente di contrari objetti
In un congiunti orribile chimera,
Tal che agitata e in ansioso affanno
Gridar tentasse, e non però potesse 450
Aprire ai gridi tra le fauci il varco.
Sovente ancor ne la passata sera
La rapita dal gioco aurea moneta,
Non men che al cavalier, suole a la dama
Lunga vigilia preparar: talora 455
Nobile invidia de la bella amica
Vagheggiata da molti, e talor breve
Gelosia n’è cagione. A questo arroge
Gl’importuni mariti, i quai nel capo
Ravvolgendosi ancor le viete usanze, 460
Poi che cessero ad altri il giorno, quasi
Abbian fatto gran cosa, aman d’Imene
Con superstizïon serbare i dritti,
E de l’ombra notturna esser tiranni.
Ahi con qual noja de le caste spose, 465
Ch’indi preveggon fra non molto il fiore
Di lor fresca beltade a sé rapito.
Or dunque ammaestrato a quali e quanti
Miseri casi espor soglia il notturno
Orror le dame, tu non esser lento 470
Signore, a chieder de la tua novelle.
Mentre che il fido messagger si attende,
Magnanimo Signor, tu non starai
Ozioso però. Nel campo amato
Pur in questo momento il buon cultore 475
Suda, e incallisce al vomere la mano,
Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi
Dorati cocchi e peregrine mense.
Ora per le l’industre artier sta fiso
Allo scarpello, all’asce, al subbio, all’ago; 480
Ed ora in tuo favor contende o veglia.
Il ministro di Temi [51]. Ecco, te pure
La tavoletta attende [52]: ivi i bei pregi
De la natura accrescerai con l’arte;
Sì che oggi, uscendo, del beante aspetto 485
Beneficar potrai le genti, e grato
Ricompensar di sue fatiche il mondo.
Ogni cosa è già pronta. All’un de’ lati
Crepitar s’odon le fiammanti brage,
Ove si scalda industrioso e vario 490
Di ferri arnese a moderar del fronte
Gl’indocili capei Stuolo d’Amori
Invisibil sul foco agita i vanni,
E per entro vi soffia, alto gonfiando
Ambe le gote. Altri di lor v’appressa 495
Pauroso la destra; e prestamente
Ne rapisce un de’ ferri: altri rapito
Tenta com’arda, in su l’estrema cima
Sospendendol dell’ala; e cauto attende
Pur se la piuma si contragga o fume: 500
- Altri un altro ne scote; e de le ceneri
Filigginose il ripulisce e terge.
Tali a le vampe dell’etnèa fucina,
Sorridente la madre, i vaghi Amori
Eran ministri all’ingegnoso fabbro: 505
E sotto a i colpi del martel frattanto
L’elmo sorgea del fondator latino.
All’altro lato con la man rosata.
Cómo [53], di fiori inghirlandato il crine,
I bissi scopre ove d’Idalj arredi 510
Almo tesor la tavoletta espone.
Ivi e nappi eleganti e di canori
Cigni morbide piume; ivi raccolti
Di lucide odorate onde vapori;
Ivi di polvi fuggitive al tatto 515
Color diversi, o se imitar nel crine
D’Apolline tu vuoi l’aurato biondo
O il biondo cenerin che de le muse
Scende alle spalle tenero e gentile.
Che se stamane a te le fresche labbra 520
Repentino spirar di rigid’aura
Offese alquanto, v’è stemprato il seme
De la fredda cucùrbita [54]: e se mai
Pallidetto ei ti scorga, è pronto all’uopo,
Arcano a gli altri eroi, vago cinabro. 525
Né quando a un semideo spuntar sul volto
Pustula temeraria osa pur fosse,
Multiforme di noi copia vi manca,
Onde la celi in sul momento, ed esca
Più periglioso a saettar co i guardi 530
Le belle inavvedute, a guerrier pari
Che, già poste le bende a la ferita,
Più glorioso e furibondo insieme
Sbaragliando le schiere entra nel folto.
Ma già tre volte e quattro il mio Signore 535
Velocemente il gabinetto scorse
Col crin disciolto e su gli òmeri sparso,
Quale a Cuma solea l’orribil maga [55],
Quando, agitata dal possente nume,
Vaticinar s’udia. Così dal capo 540
Evaporar lasciò de gli olj sparsi
Il nocivo fermento, e de le polvi
Che roder gli potrien la molle cute,
O d’atroci emicranie a lui lo spirto
Trafigger lungamente. Or ecco avvolto 545
Tutto in candidi lini a la grand’opra
E più grave del dì s’appresta, e siede.
Nembo d’intorno a lui vola d’odori [56],
Che a le varie manteche ama rapire
L’aura vagante lungo i vasi ugnendo 550
Le leggerissim’ale di farfalla:
E lo speglio patente a lui dinanzi
Altero sembra di raccôr nel seno
L’imagin diva; e stassi a gli occhi suoi
Severo esplorator de la tua mano, 555
O di bel crin volubile architetto.
Tu pria chiedi all’eroe qual più gli aggrade
Spargere al crin, se i gelsomini o il biondo
Fior d’arancio piuttosto, o la giunchiglia,
O l’ambra prezïosa agli avi nostri [57]. 560
Che se la sposa altrui, cara all’eroe,
Del talamo nuzial si lagna, e scosse
Pur or da lungo peso i casti lombi,
Ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi;
Che micidial potresti a un sol momento 565
Più vite insidiar. Semplici sieno
I tuoi balsami allor, nè oprarli ardisci
Pria che su lor deciso abbian le nari
Del mio Signore e tuo. Pon mano poi
Al pettin liscio, e con l’ottuso dente 570
Lieve solca le chiome; indi animoso
Le turba, e le scompiglia; e alfin da quella
Alta confusïon traggi e dispiega,
Opra di tua gran mente, ordin superbo.
Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro 575
Breve non fia però; nè al termin giunto
Prima sarà che da più strani eventi
S’involva o tronchi all’alta impresa il filo.
Fisa i guardi a lo speglio; e là sovente
Il mio Signor vedrai morder le labbra 580
Impazïente ed arrossir nel viso.
Sovente ancor, se men dell’uso esperta
Parrà tua destra, del convulso piede
Udrai lo scalpitar breve e frequente,
Non senza un tronco articolar di voce 585
Che condanni e minacci. Anco t’aspetta
Veder talvolta il cavalier sublime
Furïando agitarsi, e destra e manca
Porsi a la chioma, e scompigliar con l’ugne
Lo studio di molt’ore in un momento. 590
Che più? Se per tuo male un dì vaghezza
D’accordar ti prendesse al suo sembiante
Gli edificj del capo [58], e non curassi
Ricever leggi da colui che venne
Pur jer di Francia, ahi quale atroce fólgore, 595
Meschino, allor ti penderia sul capo!
Tu allor l’eroe vedresti ergersi in piedi,
E per gli occhi versando ira e dispetto,
Mille strazj imprecarti; e scender fino
Ad usurpar le infami voci al vulgo 600
Per farti onta maggiore; e di bastone
Il tergo minacciarti; e violento
Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo
Rotti cristalli e calamistri e vasi
E pettini ad un tempo. In simil guisa, 605
Se del Tonante all’ara o de la dea,
Che ricovrò dal Nilo il turpe Fallo [59],
Tauro spezzava i raddoppiati nodi
E libero fuggia, vedeansi a terra
Vibrar tripodi, tazze, bende, scuri, 610
Litui, coltelli; e d’orridi muggiti
Commosse rimbombar le arcate volte;
E d’ogni lato astanti e sacerdoti
Pallidi all’urto e all’impeto involarsi
Del feroce animal, che pria sì queto 615
Gía di fior cinto, e sotto a la man sacra
Umilïava le dorate corna.
Tu non pertanto coraggioso e forte
Dura, e ti serba a la miglior fortuna [60].
Quasi foco di paglia è foco d’ira 620
In nobil petto. Il tuo signor vedrai
Mansuefatto a te chieder perdono,
E sollevarti oltr’ogni altro mortale
Con preghi e scuse a niun altro concesse;
Tal che, securo sacerdote, a lui 625
Immolerai lui stesso [61], e pria d’ogn’altro
Larga otterrai del tuo favor mercede.
Or, Signore, a te riedo. Ah non sia colpa
Dinanzi a te s’io traviai col verso,
Breve parlando ad un mortal [62] cui degni 630
Tu degli arcani tuoi. Sai che a sua voglia
Questi ogni dì volge e governa i capi
De’ più felici spirti: e le matrone,
Che da’sublimi cocchi alto disdegnano
Chinar lo sguardo a la pedestre turba, 635
Non disdegnati sovente entrar con lui
In festevoli motti, allor ch’esposti
A la sua man sono i ridenti avorj
Del bel collo, e del crin l’aureo volume.
Però accogli, ti prego, i versi miei 640
Tuttor benigno; e come possi ascolta
L’ore a te render grazïose, intanto
Che il pettin creator dona alla chioma
Leggiadra, o almen non più veduta forma.
Breve libro elegante a te dinanzi 645
Tra gli arnesi vedrai che l’arte aduna
Per disputare a la natura il vanto
Del renderti sì caro agli occhi altrui.
Ei ti lusingherà forse con liscia
Purpurea pelle onde vestito avrallo 650
O mauritano conciatore o siro [63];
E d’oro fregi delicati, e vago
Mutabile color, che il collo imite
De la colomba, v’avrà sparso intorno
Squisito legator batavo o franco [64]. 655
E forse incisa con venereo stile
Vi fia serie d’imagini interposta,
Lavor che vince la materia, e donde
Fia che nel cor ti si ridesti e viva
La stanca di piaceri ottusa voglia. 660
Or tu il libro gentil con lenta mano
Togli, e, non senza sbadigliare un poco,
Aprilo a caso, o pur là dove il parta
Tra l’uno e l’altro foglio indice nastro.
O de la Francia Proteo multiforme [65], 665
Scrittor troppo biasmato e troppo a torto
Lodato ancor, che sai con novi modi
Imbandir ne’tuoi scritti eterno cibo
Ai semplici palati, e se’ maestro
Di color che a sè fingon di sapere [66]; 670
Tu appresta al mio Signor leggiadri studj
Con quella tua fanciulla, all’Anglo infesta [67],
Onde l’Enrico tuo vinto è d’assai,
L’Enrico tuo, che in vano abbatter tenta [68]
L’italian Goffredo, ardito scoglio 675
Contro a la Senna d’ogni vanto altera.
Tu de la Francia onor, tu in mille scritti
Celebrata da’tuoi, novella Aspasia [69],
Taide novella ai facili sapienti
De la gallica Alene, i tuoi precelli 680
Pur detta al mio Signore; e a lui non meno
Pasci l’alto pensier tu, che all’Italia,
Poi che rapîrle i tuoi l’oro e le gemme [70],
Invidïasti il fedo loto ancora
Onde macchiato è il Certaldese, e l’altro 685
Per cui va sì famoso il pazzo conte [71].
Questi, o Signore, i tuoi studiati autori
Fieno, e mill’altri che guidâro in Francia
A novellar con le vezzose schiave
I bendati sultani, i regi persi 690
E le peregrinanti arabe dame;
O che con penna liberale ai cani
Ragion donâro e ai barbari sedili,
E dier feste e conviti e liete scene
Ai polli ed a le gru d’amor maestre. 695
Oh pascol degno d’anima sublime!
Oh chiara, oh nobil mente! A te ben dritto
È che si curvi riverente il vulgo,
E gli oracoli attenda. Or chi fia dunque
Sì temerario che in suo cuor ti beffi, 700
Qualor, partendo da sì gravi studj,
Del tuo paese l’ignoranza accusi,
E tenti aprir col tuo felice raggio
La gotica caligine che annosa
Siede su gli occhi a le misere genti? 705
Così non mai ti venga estranea cura
Questi a troncar sì prezïosi istanti
In cui del pari e a la dorata chioma
splendor dai novo, ed al celeste ingegno.
Non per tanto avverrà che tu sospenda 710
Quindi a poco il versar de’ libri amati,
E che ad altro ti volga. A te quest’ora
Condurrà il merciajol, che in patria or torna
Pronto inventor di lusinghiere fole,
E liberal di forestieri nomi 715
A merci che non mai varcaro i monti.
Tu a lui credi ogni dello: e chi vuoi che ose
Unqua mentire ad un tuo pari in faccia?
Ei fia che venda, se a te piace, o cambi
Mille fregi e lavori a cui la Moda 720
Di viver concedette un giorno intero
Tra le folte d’inezie illustri tasche.
Poi lieto se n’andrà con l’una mano
Pesante di molt’oro; e in cor giojendo,
Spregerà le bestemmie imprecatici, 725
E il gittato lavoro, e i vani passi
Del calzolar diserto e del drappiere;
E dirà lor: Ben degna pena avete,
O troppo ancor religïosi servi
De la necessitade, antiqua è vero 730
Madre e donna dell’arti, or nondimeno
Fatta cenciosa e vile. Al suo possente
Amabil vincitor v’era assai meglio,
O miseri, ubbidire. Il lusso, il lusso
Oggi sol puote dal ferace corno 735
Versar su l’arti a lui vassallo applausi
E non contesi mai premj e ricchezze.
L’ore fien queste ancor, che a te ne vegna
Il delicato miniator di belle,
Che de la corte d’Amatunta uscio [72] 740
Stipendiato ministro, atto a gli affari
Sollecitar dell’amorosa diva.
Impazïente tu l’affretta e sprona,
Sì che a te porga il desïato avorio
Che de le amate forme impresso ride? [73]; 745
Sia che il pennel cortese ivi dispieghi
L’alme sembianze del tuo viso, ond’abbia
Tacito pasco, allor che te non vede
La pudica d’altrui sposa a te cara [74];
Sia che di lei medesma al vivo esprima 750
Il vago aspetto: o, se ti piace, ancora
D’altra bella furtiva a te presenti
Con più largo confin le amiche membra.
Doman fia poi che la concessa imago [75]
Entro arnese gentil per te si chiuda 755
Con opposto cristallo, ove tu faccia
Sovente paragon di tua beltade
Con la beltà de la tua dama; o ai guardi
Degl’invidi la tolga e in sen l’asconda
Sagace tabacchiera; o a te riluca 760
Sul minor dito in fra le gemme e l’oro;
O de le grazie del tuo viso désti
Soavi rimembranze al braccio avvolta
Dell’altrui fida sposa a cui se’ caro.
Ed ecco al fin che a le tue luci appare 765
L’artificio compiuto. Or cauto osserva
Se bene il simulato al ver s’adegue;
Vie più rigido assai, se il tuo sembiante
Esprimer denno i colorati punti [76]
Che l’arte ivi dispose. Oh quante mende 770
Scorger tu vi saprai! Or brune troppo
A te parran le guance; or fia ch’ecceda
Mal frenata la bocca; or qual conviene
A camuso Etiòpe il naso fia [77].
Anco sovente d’accusar ti piaccia 775
Il dipintor, che non atteggi ardito
L’agili membra e il dignitoso busto;
O che con poca legge a la tua forma
Dia contorno, o la posi o la panneggi.
È ver che tu del grande di Crotone [78] 780
Non conosci la scola, e mai tua destra
Non abbassossi a la volgar matita,
Che fu nell’altra età cara a’tuoi pari,
Cui sconosciute ancora eran più dolci
E più nobili cure, a te serbate. 785
Ma che non puote quel d’ogni scienza
Gusto trionfator, che all’ordin vostro
In vece di maestro il ciel concesse,
E d’onde a voi coniò le altere menti,
Acciò che possan de’ volgari ingegni 790
Oltrepassar la paludosa nebbia,
E, d’etere più puro abitatrici,
Non fallibili scerre il vero e il bello?
Però qual più ti par loda o riprendi,
Non men fermo d’allor che a scranna siedi, 795
Raffael giudicando, o l’altro egregio
Che del gran nome suo l’Adige onora;
E a le tavole ignote i noti nomi
Grave comparti di color che primi
Furo nell’arie. Ah! s’altri è sì procace 800
Ch’osi rider di te, costui pavente
L’augusta maestà del tuo cospetto:
Si volga a la parete; e mentre cerca
Por freno in vari col morder de le labbra
Allo scrosciar de le importune risa 805
Che scoppian da’precordj, violenta
Convulsione a lui deformi il volto,
E lo affoghi aspra tosse, e lo punisca
Di sua temerità. Ma tu non pensi
Ch’altri ardisca di te rider giammai; 810
E mai sempre imperterrito decidi.
Or giunta è al fin del dotto pettin l’opra,
E il maestro elegante intorno spande
Da la man scossa polveroso nembo,
Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi. 815
D’orribil piato risonar s’udio [79]
Già la corte d’Amore. I tardi vegli
Grinzuti osar coi giovani nipoti
Già contender di grado in faccia al soglio
Del comune lor dio. Rise la fresca 820
Gioventude animosa, e d’agri molti
Libera punse la senil baldanza.
Gran tumulto nascea; se non che Amore,
Ch’ogni diseguaglianza odia in sua corte,
A spegner mosse i perigliosi sdegni; 825
E a quei che militando incanutiro
Suoi servi apprese a simular con arte
I duo bei fior che in giovanile gota
Educa e nudre di sua man natura [80]:
Indi fe cenno, e in un balen fur visti 830
Mille alati ministri, alto volando,
Scoter lor piume, onde fioccò leggera
Candida polve, che a posar poi venne
Su le giovani chiome; e in bianco volse
Il biondo, il nero e l’odïato rosso. 835
L’occhio così nell’amorosa reggia
Più non distinse le due opposte etadi,
E solo vi restò giudice il tatto.
Tu pertanto, o Signor, tu che se’ il primo
Fregio d’onor e dell’acidalio regno, 840
I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa
Già da provida man la bianca polve,
In piccolo stanzin con l’aere pugna,
E degli atomi suoi tutto riempie
Egualmente divisa. Or ti fa core, 845
E in seno a quella vorticosa nebbia
Animoso ti avventa. — Oh bravo! oh forte!
Tale il grand’avo tuo tra ’l fumo e ’l foco
Orribile di Marte, furïando
Gittossi allor che i palpitanti Lari [81] 850
De la patria difese, e ruppe e in fuga
Mise l’oste feroce. Ei nondimeno,
Fuliginoso il volto, e d’atro sangue
Asperso e di sudore, e co’ capegli
Stracciati ed irti, de la mischia uscio, 855
Spettacol fero a i cittadini stessi
Per sua man salvi; ove tu, assai più vago
E leggiadro a vederse, in bianca spoglia
Scenderai quindi a poco a bear gli occhi
De la cara tua patria, a cui dell’avo 860
Il forte braccio, e il viso almo celeste
Del nipote dovean portar salute.
Non vedi omai qual con solerte mano [82]
Rechin di vesti a te pubblico arredo
I damigelli tuoi? Rodano e Senna 865
Le tesserono a gara; e qui cucille
Opulento sartor, cui su lo scudo
Serpe, intrecciato a forbici eleganti,
Il titol di Monsù: nè sol dà leggi
A la materia la stagion diverse, 870
Ma, qual più si conviene al giorno e all’ora,
Varj sono il lavoro e la ricchezza [83].
Vieni, o fior de gli eroi, vieni; e qual suole
Nel più dubbio de’ casi alto monarca
Avanti al trono suo convocar lento 875
Di satrapi concilio, a cui nell’ampia
Calvizie de la fronte il senno appare;
Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo
Grave t’assidi, e lor sentenza ascolta,
Un giacendo al tuo piè, mostri qual deggia 880
Liscia e piana salir su per le gambe
La docil calza: un sia presente [84] al volto,
Un dietro al capo; o la percossa luce
Quinci e quindi tornando, a un tempo solo
Tutto al giudizio de’ tuoi guardi esponga 885
L’apparato dell’arte. Intanto i servi
A te sudino intorno; e qual, piegate
Le ginocchia in sul suol, prono ti stringa
Il molle piè di lucidi fermagli;
E qual del biondo crin, che i nodi eccede, 890
Su la schiena ondeggiante in negro velo
I tesori raccoglia [85]; e qual già pronto
Venga spiegando la nettarea veste.
Fortunato garzone, a cui la moda
In fioriti canestri e di vermiglia 895
Seta coperti preparò tal copia
D’ornamenti e di pompe! Ella pur jeri
A te dono ne feo. La notte intera
Faticaron per te cent’aghi e cento,
E di percossi e ripercossi ferri 900
Per le tacite case andò il rimbombo:
Ma non in van, poi che di novo fasto
Oggi superbo nel bel mondo andrai;
E per entro l’invidia e lo stupore
Passerai de’ tuoi pari, eguale a un dio, 905
Folto bisbiglio sollevando intorno.
Figlie de la memoria, inclite suore [86],
Che invocate scendendo, i fieri nomi
De le squadre diverse e de gli eroi
Annoveraste ai grandi che cantaro 910
Achille, Enea e il non minor Buglione,
Or m’è duopo di voi: tropp’ardua impresa,
E insuperati senza vostr’aita,
Fia ricordare al mio Signor di quanti
Leggiadri arnesi graverà sue vesti, 915
Pria che di sè nel mondo esca a far pompa.
Ma qual di tanti e sì leggiadri arnesi
Sì felice sarà che innanzi a gli altri,
Signor, venga a formar tua nobil soma?
Tutti importan del pari. Ecco l’astuccio [87], 920
Di pelli rilucenti ornato e d’oro,
Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero
Occupar di sua mole: esso a cent’usi
Opportuno si vanta; e ad esso in grembo,
Atta agli orecchi, ai denti, ai peli, all’ugne, 925
Vien forbita famiglia. A i primi onori,
Seco s’affretta d’odorifer’onde
Pieno cristal che a la tua vita in forse
Doni conforto allor che il vulgo ardisca
Troppo accosto vibrar da la vil salma 930
Fastidiosi effluvj a le tue nari.
Nè men pronto di quello e all’uopo stesso
L’imitante un cuscin purpureo drappo
Reca turgido il sen d’erbe odorate
Che l’aprica montagna in tuo favore 935
Al possente meriggio educa e scalda.
Ecco vien poi da cristallina rupe [88]
Tolto nobil vasello. Indi traluce
Il non volgar confetto ove a gli aromi
Stimolanti s’unì l’ambra, o la terra 940
Che il Giappon manda a profumar de’ grandi
L’etereo fiato; o quel che il Caramano
Fa gemer latte dall’inciso capo
De’ papaveri suoi, perchè, se mai
Non ben felice amor l’alma t’attrista, 945
Lene serpendo per li membri, acquete
A te gli spirti, e ne la mente induca
Lieta stupidità che mille ad une
Immagin dolci e al tuo desio conformi.
A tanto arredo il cannocchial succeda 950
E la chiusa tra l’oro anglica lente [89].
Quel notturno favor li presti allora
Che al teatro t’assidi, e t’avvicini
Gli snelli piedi e le canore labbra
Da la scena remota, o con maligno 955
Guardo dell’alte vai logge spiando
Le abitate tenèbre, o miri altronde
Gli ognor nascenti e moribondi amori
De le tenere dame, onde s’appresti
All’eloquenza tua nel dì venturo 960
Lunga e grave materia. A te la lente
Nel giorno assista, e de gli sguardi tuoi
Economa presieda; e sì li parta,
Che il mirato da te vada superbo,
Né i malvisti accusarle osin giammai. 965
Latente ancor, sull’occhio tuo sedendo,
Irrefragabil giudice condanni
O approvi di Palladio i muri e gli archi,
O di Tizian le tele [90]: essa a le vesti,
Ai libri, ai volti feminili applauda 970
Severa, o li dispregi. E chi del senso
Comun sì privo fia che insorger osi
Contro al sentenziar de la tua lente?
Non per questa però sdegna, o Signore,
Giunto a lo speglio, in gallico sermone 975
Il vezzoso giornal; non le notate
Eburnee tavolette a guardar preste
Tuoi sublimi pensier fin ch’abbian luce
Doman tra i belli spirti; e non isdegna
La picciola guaina ove a’ tuoi cenni 980
Mille ognora stan pronti argentei spilli.
Oh quante volte a cavalier sagace
Ho vedut’io le man render beate
Uno apprestato a tempo unico spillo!
Ma dove, ahi dove inonorato e solo 985
Lasci ’l coltello a cui l’oro e l’acciaro
Donâr gemina lama, e a cui la madre
De la gemma più bella d’Anfitrite [91]
Diè manico elegante, onde il colore
Con dolce variar l’iride imita? 990
Verrà il tempo, verrà che ne’superbi
Convivj ogn’altro avanzerai per fama
D’esimio trinciatore: e i plausi e i gridi
De’ tuoi gran pari ecciterai, qualora,
Pollo o fagian con la forcina in alto 995
Sospeso, a un colpo il priverai dell’anca
Mirabilmente [92]. Or qual più resta omai
Onde colmar tue tasche inclito ingombro?
Ecco a molti colori oro distinto,
Ecco nobil testuggine, su cui 1000
Voluttuose immagini lo sguardo
Invitan de gli eroi. Copia squisita
Di fumido rapè quivi è serbata [93],
E di Spagna oleoso, onde lontana,
Pur come suol fastidioso insetto, 1005
Da te fugga la noja. Ecco che smaglia,
Cúpido a te di circondar le dita,
Vivo splendor di preziose anella.
Ami la pietra ove si stanno ignude
Sculte le Grazie, e che il Giudeo ti fece 1010
Creder opra l’Argivi, allor ch’ei chiese
Tanto tesoro, e d’erudito il nome
Ti compartì prostrandosi a’ tuoi piedi?
Vuoi tu i lieti rubini? O più t’aggrada
Sceglier quest’oggi l’indico adamante 1015
Là dove il lusso incantata costrinse
La fatica e il sudor di cento buoi
Che pria vagando per le tue campagne
Facean sotto a i lor piè nascere i beni?
Prendi o tutti, o qual vuoi; ma l’aureo cerchio 1020
Che sculto intorno è d’amorosi motti
Ognor teco si vegga, e il minor dito
Prèmati alquanto, e sovvenir ti faccia
Dell’altrui fida sposa a cui se’ caro.
Vengane alfin degli orioj gemmati, 1025
Venga il duplice pondo [94]; e a te dell’ore
Che all’alte imprese dispensar conviene
Faccia rigida prova. Ohimè che vago
Arsenal minutissimo di cose
Ciondola quindi, e ripercosso insieme. 1030
Molce con soavissimo tintinno!
Ma l’hai tu il meglio? Ah sì, che i miei precetti
Sagace prevenisti. Ecco risplende,
Chiuso in breve cristallo, il dolce pegno
Di fortunato amor: lunge, o profani, 1035
Che a voi tant’oltre penetrar non lice.
Compiuto è il gran lavoro. Odi, o Signore,
Sonar già intomo la ferrata zampa
De’ superbi corsier, che irrequieti
Ne’grand’atrj sospigne, arretra e volge 1040
La disciplina dell’ardito auriga.
Sorgi, e t’appresta a render baldi e lieti
Del tuo nobile incarco i bruti ancora.
Ma a possente signor scender non lice
Da le stanze superne in fin che al gelo 1045
O al meriggio non abbia il cocchier stanco
Durato un pezzo, onde l’uom servo intenda
Per quanto immensa via natura il parta
Dal suo signore. Or dunque i miei precetti
Io seguirò; che varie al tuo mattino 1050
Portar dee cure il variar dei giorni.
Tu dolce intanto prenderai sollazzo
Ad agitar fra le tranquille dita
Dell’oriuolo i ciondoli vezzosi.
Signore, al ciel non è cosa più cara 1055
Di tua salute; e troppo a noi mortali
È il viver de’ tuoi pari util tesoro.
Uopo è talor che da gli egregi affanni
T’allevii alquanto, e con pietosa mano
Il teso per gran tempo arco rallente. 1060
Tu dunque, allor che placida mattina
Vestita riderà d’un bel sereno,
Esci pedestre, e le abbattute membra
All’aura salutar snoda e rinfranca.
Di nobil cuojo a te la gamba calzi 1065
Purpureo stivaletto, onde giammai
Non profanin tuo piè la polve e il limo
Che l’uom calpesta. A te s’avvolga intorno
Veste leggiadra che sul fianco sciolta
Sventoli andando, e le formose braccia 1070
Stringa in maniche anguste, a cui vermiglio
O cilestro ermesino [95] orni gli estremi.
Del bel color che l’elitropio tigne [96],
O pur d’oriental candido bisso
Voluminosa benda indi a te fasci 1075
La snella gola. E il crin.... Ma il crin, Signore,
Forma non abbia ancor da la man dotta
Dell’artefice suo; che troppo fora,
Ahi! troppo grave error lasciar tant’opra
De le licenzïose aure in balia. 1080
Né senz’arte però vada negletto
Su gli òmeri a cader; ma, o che natura
A te il nodrisca, o che da ignote fronti
Il più famoso parrucchier lo involi,
E lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo 1085
Ripiegato l’afferri e lo sospenda
Con testugginei denti il pettin curvo.
Ampio cappello alfin, che il disco agguagli,
Del gran lume febeo, tutto ti copra,
E a lo sguardo profan tuo nume asconda. 1090
Poi che così le belle membra ornate
Con artifici negligenti avrai,
Esci soletto a respirar talora
I mattutini fiati, e lieve canna
Brandendo con la man, quasi baleno 1095
Le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo
Che s’oppone al tuo corso. In altra guisa
Fora colpa l’uscir; però che andriéno
Mal dal vulgo distinti i primi eroi.
Tal dì ti aspetta d’eloquenti fogli 1100
Serie a vergar, che al Rodano, al Leroano
All’Amstel, al Tirreno, all’Adria legga
Il librajo che Momo e Citerea
Colmar di beni [97], o il più di lui possente
Appaltator di forestiere scene, 1105
Con cui per opra tua facil donzella
Sua virtù merchi, e non sperato ottenga
Guiderdone al suo canto. O di grand’alma
Primo fregio ed onor Beneficenza
Che al merto porgi ed a virtù la mano! 1110
Tu il ricco e il grande sopra il vulgo innalzi
Ed al concilio de gli dei lo aggiugni.
Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forse
Fien qualch’ore serbate al molle ferro
Che i peli a te rigermoglianti a pena 1115
D’in su la guancia miete, e par che invidii
Ch’altri fuor che sè solo indaghi o scopra
Unqua il tuo sesso. Arrogo a questo il giorno
Che di lavacro universal convienti
Terger le vaghe membra. È ver che allora 1120
D’esser mortal dubiterai; ma innalza
Tu allor la mente a i grandi aviti onori
Che fino a te per secoli cotanti
Misti scesero al chiaro altero sangue;
E il pensier ubbioso al par di nebbia 1125
Per lo vasto vedrai aere smarrirsi
Ai raggi de la gloria onde t’investi;
E, di te pago, sorgerai qual pria
Gran semideo che a sè solo somiglia.
Fama è così che il dì quinto le Fate [98] 1130
Loro salma immortal vedean coprirsi
Già d’orribili scaglie, e in feda serpe
Vôlte strisciar sul suolo, a sè facendo
De le inarcate spire impeto e forza;
Ma il primo Sol le rivedea più belle 1135
Far beati gli amanti, e a un volger d’occhi
Mescere a voglia lor la terra e il mare.
Assai l’auriga bestemmiò finora
I tuoi nobili indugi [99]: assai la terra
Calpestaro i cavalli. Or via veloce 1140
Reca, o servo gentil, reca il cappello
Ch’ornan fulgidi nodi: e tu frattanto,
Fero genio di Marte, a guardar posto [100]
De la stirpe de’ numi il caro fianco,
Al mio giovane Eroe cigni la spada; 1145
Corta e lieve non già, ma, qual richiede
La stagion bellicosa, al suol cadente,
E di triplice taglio armata e d’elso
Immane. Quanto esser può mai sublime
L’annoda pure, onde la impugni all’uopo 1150
La destra furibonda in un momento.
Né disdegnar con le sanguigne dita
Di ripulire ed ordinar quel nastro
Onde l’elso è superbo. Industre studio
È di candida mano, al mio Signore 1155
Dianzi donollo, e gliel appese al brando
L’altrui fida consorte a lui sì cara.
Tal del famoso Artù vide la corte [101]
Le infiammate d’amor donzelle ardite
Ornar di piume e di purpuree fasce 1160
I fatali guerrier, sì che poi lieti
Correan mortale ad incontrar periglio
In selve orrende fra i giganti e i mostri.
Volgi, o invitto campion, volgi tu pure [102]
Il generoso piè dove la bella 1165
E de gli eguali tuoi scelto drappello
Sbadigliando t’aspetta all’alte mense.
Vieni, e, godendo, nell’uscire il lungo
Ordin superbo di tue stanze ammira.
Or già siamo all’estreme: alza i bei lumi 1170
A le pendenti tavole vetuste
Che a te de gli avi tuoi serbano ancora
Gli atti e le forme. Quei che in duro dante
Strigne le membra, e cui sì grande ingombra
Traforato collar le grandi spalle, 1175
Fu di macchine autor; cinse d’invitte
Mura i Penati; e da le nere torri
Signoreggiando il mar, verso le aduste
Spiagge la predatrice Africa spinse [103].
Vedi quel magro a cui canuto e raro 1180
Pende il crin da la nuca, e l’altro a cui
Su la guancia pienotta e sopra il mento
Serpe triplice pelo? Ambo s’adornano
Di toga magistral cadente a i piedi.
L’uno a Temi fu sacro: entro a’ licei 1185
La gioventù pellegrinando ei trasse
A gli oracoli suoi; indi sedette
Nel senato de’ padri, e le disperse
Leggi raccolte, ne fe parte al mondo.
L’altro sacro ad Igia [104]. Non odi ancora 1190
Presso a un secol di vita il buon vegliardo
Di lui narrar quel che da’padri suoi
Nonagenarj udì, com’ei spargesse
Su la plebe infelice oro e salute
Pari a Febo suo nume? Ecco quel grande 1195
A cui sì fosco parruccon s’innalza
Sopra la fronte spaziosa, e scende
Di minuti botton serie infinita
Lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse
Studj a la patria; ei di perenne aita 1200
I miseri dotò; portici e vie
Stese per la cittade, e da gli ombrosi
Lor lontani recessi a lei dedusse
Le pure onde salubri, e ne’ quadrivj
E in mezzo a gli ampli Fori alto le fece 1205
Salir scherzando a rinfrescar la state,
Madre di morbi popolari. Oh come
Ardi a tal vista di beato orgoglio,
Magnanimo garzon! — Folle! A cui parlo?
Ei già più non m’ascolta: odiò que’ceffi 1210
Il suo guardo gentil; noja lui prese
Di sì vieti racconti, e già s’affretta
Giù per le scale impazïente. Addio [105],
De gli uomini delizia e di tua stirpe,
E de la patria tua gloria e sostegno! 1215
Ecco che umili in bipartita schiera
T’accolgono i tuoi servi. Altri già pronto
Via se ne corre ad annunciare al mondo
Che tu vieni a bearlo [106]; altri a le braccia
Timido ti sostien mentre il dorato 1220
Cocchio tu sali e tacito e severo
Sur un canto ti sdrai. Apriti, o vulgo,
E cedi il passo al trono ove s’asside
Il mio Signore. Ahi te meschin s’ei perde
Un sol per te de’ preziosi istanti! 1225
Temi il non mai da legge o verga o fune
Domabile cocchier; temi le rote [107],
Che già più volte le tue membra in giro
Avvolser seco, e del tuo impuro sangue
Corser macchiate, e il suol di lunga striscia, 1230
Spettacol miserabile! segnaro [108].
Note
________________________
[1] Mal si pretese che il Parini mirasse a ferire piuttosto uno che altro dei Sardanapali lombardi. Singolarmente si accennava il principe di Belgiojoso che, siccome per ricchezza, così per isquisitezza di lusso, trapassava ogni altro in Lombardia, e che si racconta ogni mese facesse venir da Parigi un parrucchiere, pagandogli il viaggio per farsi acconciare tre o quattro volte secondo l’ultimo gusto. Soggiungono che il principe se ne tenesse offeso personalmente, e facesse minacciare il Parini che, se voleva bene alla sua vita, non desse fuori il Meriggio, altrimenti non avrebbe veduto la sera. Però il poeta toglieva a bersagliare non un peccatore ma il peccato; avea per fine non la satira, ma la correzione: poteva rispondere coll’Anelli:
Io pungo il vizio, e chi sen duol s’accusa.
[2] Epiteto argutissimo; e basti indicar questo solo fra i tanti che formano la bellezza del Parini.
[3] Due modi d’acquistar male la nobiltà, o redandola dagli avi, o comprandola a danaro.
[4] Ecco spiegata l’intenzione del suo poema, fingersi maestro d’un amabil rito, la cui dipintura eccitasse a spregiarlo.
[5] E vostri alti pensier cedano un poco
Sì che tra lor miei versi abbiano loco.
Ariosto, I, 4.
Il poeta intendeva chiuder il suo lavoro in tre parti, il Mattino, il Mezzodì, la Sera. Anche nella dedica alla Moda promette che al mattino succederanno il mezzogiorno e la sera. Perciò nei manoscritti successivi trovansi tolti questi versi, perchè pensava cambiar la protasi dopo che divise il suo Giorno in Mattino, Meriggio, Vespro, Sera: e trasportò negli ultimi qualche parte preoccupata ne’ primi.
[6] Venere è dea degli amori: Mercurio presiede, fra altre cose, ai giuochi: Marte alla guerra: Pallade agli studj liberali. Furono sempre famose le voluttà della Francia, e le bische di Londra (Albione); donde l’uomo partiva stranamente segnato nella borsa e nel corpo.
[7] Squisita dipintura dell’operoso mattino delle classi nate al lavoro, e perciò stimate dal filosofo, vilipese dall’orgoglio.
[8] In Cerere e Pale, divinità mitologiche, erano simboleggiati que’ primi benefattori dell’uomo, che insegnavano a coltivar i campi e regolare i boschi. Servio, commentando il verso 58 del libro IV dell’Eneide, ha un passo d’oro, ove dice che a Cerere fu pure attribuita la prima invenzione delle leggi. Vera storia dell’umanità! Gli uomini, vaganti nello stato bestiale, cacciatori o pescatori, senza stabile domicilio, dopoché possedettero l’agricoltura e il frumento, distribuirono i terreni, fissarono leggi di proprietà, conobbero il diritto.
[9] Non parrà modo abbastanza esatto: come neppur quello dell’Ariosto XXIII, 120, ove dice: « Che ’l pastor fe portar la gemma innante » ed era un monile. E nel XLIII « Gemme cavate, azzurre, verdi e roggie, E formate in gran piatti, o in coppe e in nappi ». Arche, non notato dalla Crusca per casse ove si ripongano i danari, l’usò l’autore anche nell’ode sulla Recita dei versi:
nel cor saccheggia
De’ batavi mercanti
Le molte di tesoro arche pesanti.
[10] Ecco anticipata la descrizione delle cure della sera.
Il Baretti, per difendere gii Italiani, dice che questi abboniscono la musica. Col dir troppo dice nulla. Il Parini abboniva in sulla scena
un canoro elefante
Che si strascina appena
Sulle adipose piante,
E manda per gran foce
Di bocca un fil di voce.
Quando la Socielà Patriotica propose 50 zecchini di premio alla miglior memoria sull’ acciajo inglese, il Bettolini, redattore della Gazzetta di Brescia, sclamava: « Per una memoria sì importante 50 zecchini, e poi se ne danno i due, i tre cento per un gorgheggio d’una cantatrice, o per una sgambettata d’una ballerina! Poveri letterati italiani! mettete insieme i vostri libri, e fatene un falò ». Questo è uno de’ vizj ora passati affatto, come ognuno può vedere.
[11] Il giuoco era occupazione delle serate tanto più, quanto meno comune era il teatro. Lo stupendo epiteto di patetico dice a un tratto quel che in molte parole la Bruyère ne’ Caratteri, scrivendo: « Nulla è tanto grave e serio quanto un convegno di giocatori: una trista severità regna loro sul viso: implacabili un per l’altro, irreconciliabili nemici finchè dura la seduta, non conoscono nè legami, nè distinzioni. La ventura solo, cieca e feroce divinità, presiede al circolo, e decide sovrana. In una parola tutte le passioni sospese cedono luogo ad una sola, a quella del giuoco ».
[12] L’uso delle lanterne sospese pei vitigli nelle contrade non cominciò che nel 1786. Plutone, dio sotterraneo, scorreva la Sicilia (terra che, pe’ frequenti vulcani e per antiche memorie di tremende rivoluzioni naturali, fu creduta dar accesso all’inferno) facendola traballare col suo carro, preceduto dalle Furie.
[13] Che destano l’appetito. Vuolsi aggiungere alla Crusca, In fine della Tancia si legge:
Povera è nostra cena, e al gusto vostro,
Al pizzicor de’ buon sapori avvezzo,
Una cipolla e di pan nero un pezzo
Non farebbe quel prò come fa al nostro.
[14] L’Italia è terreno tale, da non invidiare qualunque altro per frutti d’ogni sorta, e così pei vini. Gli antichi pregiavano altamente i vini italiani, e fra tante qualità che ne nomina il voluttuoso Orazio, due sole sono di Grecia, le altre italiane; e di vini italiani si fornivano le mense degli imperatori romani, secondo Plinio. Vennero poi trascurati, e si preferirono i vini forestieri, a pena concedendosi luogo tra questi all’Alicante ed alla Lacrima.
[15] Anche il nome è nuovo, benché si avesse bottiglieria e bottigliere a indicar quello che soprastà ai vini della mensa. L’Ottieri nella storia de’ suoi tempi dice all’anno 1711: « L’Italia fu per tutto il secolo antecedente libera da tal disordine e spesa (dei vini forestieri). Dappoi s’è in trodotto anche fra noi l’uso de’ liquori forestieri che vengono di Francia: onde pare che adesso non possa farsi un desinare o una cena mediocre mente buona, senza vini di lontani paesi, portati in fiaschi di grosso ventre, detti bottiglie per conservare il nome oltremontano anche nel vaso ».
Bacco (dio del vino, cioè simbolo di colui che portò le viti dall’India, antichissima terra dell’incivilimento) diede corona della fronda a lui sacra, l’ellera, alla bottiglia ungarese, cioè al vino raccolto dalle vigne a nord-est della città di Tokai, sovra poggi che hanno appena novecento passi di lunghezza, e di cui soli seicento dan la qualità prelibata. Solo nel XVIII secolo quel vino divenne famoso per abboccato e per forza. Altieri cantò:
L’unico al mondo imperïal Tokai.
[16] Il gallo canta all’appressar del giorno, chi nol sa? I signori convertivano la notte in giorno, coricandosi presso il cantar del gallo. Giovenale nella satira VIII rinfaccia al nobile de’ suoi di che
dormire incipit ortu
Luciferi, quo signa duces et castra movebant.
[17] Dio del sonno; simboli suoi i papaveri, dal cui capo inciso stilla l’oppio sonnifero.
[18] Non usavano, o pochissimo, le gelosie alle finestre, come s’accorgerà chi osserva le case antiche. L’architettura non vi guadagnò, ma molto comodo.
[19] Dio del sole. Perseo anch’ esso pungendo il tardo levarsi dei giovani signori romani, canta:
jam clarum mane finestras
Intrat et angusta» extendit lumine rimas. Sat. 3.
[20] Cimmerj dicevansi i popoli abitatori di paesi poco visitati dal sole; Tali erano alcuni in Italia fra Baja e Cuma e presso al lago Averno: altri nella Scizia, appo i quali Ovidio collocò la casa del sonno. Cimmeria nebbia vuol dire le impronte del sonno. Claudiano, nell’epitalamio di Celerina, dipinge lo svegliarsi d’una bella:
Et reliquum nitido detersit pollice somnum,
Utque erat interjecta comas, turbata capillos,
Mollibus assurga stratis.
Sol per un segno dell’inurbanità che abbiamo apposta al Passeroni, recheremo alcun suo verso a confronto di questi del Parini.
Si vergognin di sé coloro i quali
Dormono in quest’età come marmotte;
E poiché russato han come animali
Tutta mattina e parte della notte,
Mandan fuori certi urli bestiali
Peggio che se patissero di gotte;
Si stropicciano gli occhi, quasi ancora
Sorta non fosse in ciel la prima aurora;
E sieguono a calcar le molli piume
Finché non è vicino il mezzogiorno;
Per alzarsi, mestier non han di lume,
Ma ben bisogno avrien del suon d’un corno.
Cicerone, P. III, c. 37-63.
[21] Dea della sapienza. Cominciano i paragoni fra la molle effeminatezza del signorino, e i maschi movimenti d’un soldato.
[22] Questo sonare di non è notato dalla Crusca; ma ne abbiamo buoni esempj. Cellini, Vita. « Imparò a sonare molto bene di viola e di flauto. — Sonando or di flauto or di cornetto ». E il Bartoli: « Insegnati di sonar di viuola ».
[23] Di queste inversioni, che non son rare nel Parini, chi gli attribuisce lode, chi biasimo. Giovano per dare certa nobiltà allo stile, singolarmente ove, per la picciolezza della idea, come è qui, cadrebbe: la perspicuità non n’è sicuramente vantaggiata.
[24] Convien prendere il nome d’India in senso molto lato per comprendervi sì la Cina, onde vengono le porcellane, sì l’America e Moca. Si sa chi? sotto il nome di Indie Orientali ed Occidentali s’intendeva appunto tutto il paese delle colonie transmarine.
[25] Il Bandiera lo chiamava cameral beveraggio d’americano liquore, e il Parini a riderne. Cresce il cacao singolarmente nelle contrade americane fra i due tropici, nel Messico, a Guatimala, a Caraca. Pei Messicani era bevanda ordinaria la cioccolata; e in Europa fu portata primieramente dagli Spagnuoli il 1520, e diffusa dai gesuiti. Un economista spagnuolo, abbandonandosi a que’ benevoli sogni che lusingano chi il sentimento non lascia opprimere dal raziocinio, avea proposto d’estender la coltura del cacao per modo che ognuno potesse con un soldo procurarsi una tazza di cioccolata. Forse un giorno non se ne riderà.
[26] E allor che al fianco ipocondria mi siede,
E le immagini ammorza ed i fantasmi,
Come da me scacciarla io, che di Bacco
Stendo alle tazze con timor la destra,
Se per me non ardesse in altri nappi
Il legume volatile d’Aleppo,
Donde pensieri di color men fosco
E più che da Ippocrene o da Permesso
Beo l’estro sacro e la divina fiamma!
Pindemonte, I Viaggi.
[27] Nelle prime edizioni leggesi:
Ove abbronzato
Fuma et arde il legume, a te d’Aleppo
Giunto, ecc.
Gli antichi faceano troppo spesso et, noi troppo rado; e converrebbe puro conservarlo, sia per evitare le cacofonie di ed educazione, ed edifizio, sia perchè realmente talvolta è pronunziato forte. Il Parini stesso nell’ode a Silvia scrisse:
Copri, mia Silvia ingenua,
Copri le luci et odi
Come tutte passarono
Licenzïose i modi.
Il Bartoli nel Diritto e Torto § 82 scrive: « È lecito adoperare et dove l’orecchio dice ch’egli rende buon suono ».
Avverte il Gherardini (Supplemento a’ vocabolari italiani) che il caffè non è legume, ma una sorte di grano prodotto da un albero; onde il Parini corresse al modo che noi adottammo. Ma il Redi, che pur era naturalista, nelle note al Bacco in Toscana disse che il caffè « è un certo legume, abbronzato prima, e poscia polverizzato ecc. » e il Mascheroni nell’Invito a Lesbia;
Qual pende
Il legume d’Aleppo dal suo ramo,
A coronar le mense util bevanda.
[28] D’Arabia è indigeno il caffè, e specialmente dell’Yemen, o Arabia Felice. Intorno a Moka si raccoglie il più prezioso. Aleppo, al settentrione della Siria, ai limiti del deserto e poco disgiunto dal monte Libano, era città magnifica per vie regolari, case di pietra, terrazzi, minareti, bagni, bazari; ma i tremuoti del 1822 e 23 la sovversero per due terzi, uccidendo forse 8000 abitanti, i quali da 200,000 or son appena 85;000. In comodissima postura fra il Mediterraneo e il golfo Persico, era essa l’emporio delle merci di Siria, dell’Arabia, della Persia, dell’India. Di là si trasporta il caffé all’Asia principalmente, e in parte all’Europa. Quel grano, trapiantato in America, vi prosperò in modo che la maggior quantità ora se ne tira da colà.
[29] Questo verso e l’altro sopra « Ch’ ha di barbare penne avvolto il crine » non hanno che fare col soggetto, ma aggiungono pur tanto alla bellezza. Omero ne abbonda.
[30] L’egoismo, il riportar ogni cosa al proprio vantaggio o comodo, è il vizio che Parini fa risaltar sempre nel suo eroe. Anche Delille nella Conversation cantava dell’egoista:
Il compare, il rapporte, amène tout à lui.
Les grands seigneurs, les subalternes,
Les republiques et les rois,
Les grands et les petits, les nobles, les bourgeois,
Les auteurs anciens et modernes,
Pour peu qu’il fasse quelque effort
Pour en rapprocher la distance,
Ont toujours avec lui quelque lèger rapport,
Ou du moins quelque différence.
L’ egoista adunque, nella scoperta dell’America non vede che i diletti venuti, senza calcolare le lagrime che costarono. Ferdinando Cortese, dell’Estremadura, con pochi venturieri navigato al Messico, di recente scoperto, brucia le proprie navi per dare a’ suoi compagni il coraggio della disperazione. Penetrato, ritrova un regno (1519) dei più colti dell’America, con governo, leggi, città, arti, armi, culto, clero, una specie di scrittura. Il generoso re Montesuma accoglie amichevolmente gli avventurieri, ma questi trovangli ben presto addosso cagione per caricarlo di ceppi e costringerlo a dar immensi tesori in riscatto. L’oro e le gemme colà abbondanti erano la principal colpa de’ Messicani, contro cui tonavano spietatamente le artiglierie spagnuole. Al tempo stesso Francesco Pizzarro, anch’egli dell’Estremadura, seguendo il genio avventuriero che trascinava la popolazione spagnuola a cercar imprese ed oro sul vergine suolo d’America, scoperse il Perù: e avutone da Carlo V il titolo di governatore, vi tornò con tre vascelli, trentasei cavalli e quarantaquattro fanti. Quel paese, governato dagli Incassi discendenti del sole, era ricchissimo, e perciò fu scopo di orrende barbarie. Nel rammentare le atrocità dei conquistatori d’America è giocondo a cuor italiano il ricordarsi che Colombo, Americo, i Cabotti, i Verazzani gloriarono la patria di quella scoperta senza vergognarla delle crudeltà. Quello spietatamente sembra tradire l’ironia. Altre volte il Parini deplorò le conquiste in questo sonetto:
Ecco la reggia, ecco de’ prischi Incassi
Le tombe insanguinate, ecco le genti
Di tre parti dell’orbe intorno a i massi
Ancor di scellerato oro lucenti.
Tu, America, piagnendo, gl’innocenti
Occhi sull’arco tuo spezzato abbassi;
Tu sudi, Africa serva; e coi tormenti
Sopr’ambe minacciando Europa stassi.
Ma la vostra tiranna ecco attraversa
Il mar con sue rapine; ed ecco io veggio
Vostri demoni da le triste prore
Discender seco; ed ecco in sen si versa
Col rapito venen rabbia e furore
E guerra e morte. Or qual di voi sta peggio?
[31] Pezzo aggiunto.
[32] Dulcia se in bilem vertent.
Horat. Sat II, 2.
[33] Il maestro da ballo. I cappelli tondi ci vennero coi Francesi. Prima si avevano puntuti, e i più leggiadri orlati di piume, e soleansi recare sotto il braccio, che non guastassero l’architettura del crine. Il ballare era lungo studio di modellati atteggiamenti, e tipo ne era il minuetto. Pietro Verri scriveva: «Quando i nostri posteri saranno informati che nel nostro secolo si ballava il minuetto, non mancheranno fra di essi degli eruditi che ne anderanno sagacemente trovando l’indole e descrivendone il moto. Cominciava il bravo ballerino con una riverenza, fatta alcune volte appunto dove non v’è nessuno, e poi proseguiva a descrivere esattamente una Z; un uomo e una donna, andando quasi sempre come i cavalli che passeggiano la volta, l’uomo dritto dritto come un palo, e la donna appoggiando le mani a due enormi fianchi fattizj; e troveranno che non si poteva dare danza più gustosa del minuetto » Mal di Milza.
Se volete vederlo più al vivo, vi leggerò, indovinate che cosa? un quaresimale del padre Emmanuele de Orchi, ove, non so in qual predica appunto, così lo dipinge: « Immaginatevi che uno straniero entri in un signorile salone, ove a concertata armonia si sta danzando. Dal nuovo oggetto rapito, sente pizzicarsi il core delle appetitose suo brame. Ed ecco bella, ricca, pomposa dama si trova a fronte, che gentilmente a danzare l’invita. Oh fortuna, dice, se volesse esser mia! Vede che profondamene a lui s’inchina: dunque, dice, per suo signore mi chiede. Mira ch’egli porge la mano: dunque, dice, mi promette la fede. Si leva adunque, la prende, e nel mezzo del ballo condotto, la ballerina il lascia, e da esso lui si dilunga, e qui comincia la tresca: ella fugge se quei la siegue: ella torna se quegli volta; ma non fugge mai tanto che quegli ne disperi l’averla, nè mai ritorna ella in modo che quegli arrivi a possederla... ma quando crede vedersela caduta ai piedi, fattogli un bell’inchino vede che l’abbandona e pianta nel ballo ».
[34] Educazione cavalleresca: maestro di ballo, di canto, di suono, di francese. Non pareva e non pare a taluni potersi dir cosa graziosa se non in francese, o: ch’è peggio,imbastardendo l’italiano con quella lingua. Pure in italiano fu detto da Carlo V volersi parlar coll’amante: pure, quando Petrarca cantava la beltà francese (Laura di Sade) in Valchiusa (sulle rive della Sorga presso Avignone), lo faceva nel più squisito italiano: e nel più squisito italiano Luigi Alamanni cantava la coltivazione de’ campi a Fontainebleau ai re di Francia Francesco I ed Enrico II. Allude a questi il poeta.
[35] Frine, facile bellezza dell’antica Grecia: volle emulare Alessandro Magno facendo rifabbricare, coi danari acquistati co’suoi favori, le mura di Tebe da lui distrutte.
Era anche fra i Romani il vizio di sciupar con ballerine i patrimoni.
Ille,
Qui patrium mimae donat fundumque laremque.
Hor. Satir. I, 2.
[36] Narciso, vedendo in un fonte la propria effigie (che specchi belli e naturali come i nostri non erano conosciuti dagli antichi) se ne invaghì, e fu dagli dei mutato nel fiore che porta il nome stesso, e che predilige ancora il margine dei fonti. Clemente Bondi, imitando il Parini, nelle Conversazioni scrive:
« Chiedasi a lui, s’ha di saper desìo »
Qual su le scene giungerà fra poco
Musica Frine o danzator Narciso,
Questo all’ itale spose, e cara quella
Agl’ itali mariti
Meglio il Gozzi disse il ballerino
Commentator cogli atti e colle gambe
D’antiche storie di Romani e Greci.
[37] Achille e Rinaldo sono gli eroi operosi dei poemi d’Omero e del Tasso, come il giovin Signore è l’inerte l’eroe del Parini.
[38] La veste da camera.
[39] Gli amori di Demofoonte figlio di Teseo e Filli nata da Licurgo di Tracia, furono cantati da Aulo Sabino. L’amante acquieta le gelosie di lei promettendole il ritorno:
Damnabis... tuos sero temeraria quaestus:
Demophoon, dices, hei mihi fidus erat.
Aspettandolo invano, s’uccise, e gli dei la mutarono in mandorlo. La ghianda del frutto di quest’albero macinata serve a lavare ed ammorbidire le mani. Rodope è monte della Tracia.
Questo interpretare la voce degli esseri irragionevoli è usitata dai poeti. Le campane presso Dante, e le nubi rubiconde a sera presso il Monti sembrano pianger il giorno che si muore. Presso il Monti stesso nel Prometeo, C. 1.
la matura spiga
Le bionde chiome inchina, e chiamar sembra
L’operoso villano a côrne il frutto.
[40] Se ne parlò ampiamente negli studj. Anche Ovidio:
Dum licet et loris passim potis ire solutis,
Elige cui dicas: tu mihi sola places. Ars. L. I.
[41] Parola indecorosa, e ne’ manoscrilti si vedono i tentativi di correggerla, ma infelici. Men degli altri era ignobil fabbro.
[42] Il bel mondo
[43] La malignità di questo verso è squisita.
[44] Da’ begli spirti il vostro amabil globo.
Variante.
[45] Il De Coureil propone di saltare di piè pari da questo sino al verso Or di qui, Signore, venne il rito galante; assicurando che nessuno s’accorgerà del salto fatto, e sentenziando che l’episodio è freddo, insipido di puerile invenzione, e che il poeta violò le leggi del gusto e del buon senso per intruderlo nella sua composizione. — Leggetelo.
[46] La luna: Amore o Cupido, ed Imene sono due dei figli di Venere. Dicesi che di rado vadano di conserva: e che il secondo medichi affatto le ferite del primo.
[47] Crebber Tali ad Amor, a poco a poco,
E la forza con esse; ed è la forza
Anco sui numi a dominar maestra.
Variante.
[48] «Entrar nell’alto e abbandonar il lido» disse l’Ariosto: e Cicerone, Ipsa sibi imbecillitas indulget in altumque provehitur imprudens.
[49] Non pare molto proprio che Amore stesso giudichi gli strali suoi velenosi e crudeli.
[50] Variante E contegnosa, cioè stando sulla donna, sulla dama.
[51] Ministri di Temi, cioè della Giustizia, sono i giudici. Tutti lavorano per l’ozioso signore: ecco l’egoismo, sempre campeggiante.
[52] Lo specchio e la pettiniera. Il Parini non osò dire tavoletta; eppur è parola evidentemente italiana, e usata già dal Firenzuola descrivendo la stanza d’una elegante del suo tempo. Il Monti, nella Feroniade III, la chiama:
Sacra
Alla beltade, inaccessibil ara
Che non hai nome in cielo e tra’ mortali
Da barbarico accento la traesti,
Cui le muse abborrir.
Daché il fatale pomo istillò il desiderio di piacere, la beltà femminile volle rilevarsi cogli ornamenti; e i primi monumenti del disegno e della parola attestano questa cura. Solone già reprimeva l’eccesso degli ornati delle Ateniesi; Ovidio, Orazio, Marziale ci mostrano con quanta arte le Romane cercassero imbellirsi. Preferivano i capelli di biondo vivo, spolverandoli di zafferano; tenevanli arricciati con un agone; annerivano le sopraciglia e le inarcavano con una spilla crinale, e aveano modo di far parere men affossati gli occhi; strappavansi i peli dal volto, aveano spazzolini pei denti, e ne metteano di posticci, anzi dentiere compite. Tutto ciò costituiva quel che Cicerone chiama mondo muliebre. Abbiamo un trattato del Guasco sulle ornatrici, delle quali fin ventiquattro servivano a una sola tavoletta in diversi uffizj. Famosa era la pomata detta poppeana pinguia, inventata da Poppea, amante di Nerone, e formava una maschera sul viso alla donna finché restasse in casa; volendo comparire, si lavava a forza di latte d’asina, e lasciava la pelle ben morbida e liscia. Ai tempi del Parini tutti gli uomini portavano coda, ricci, tupè; ed i più ricchi o più vaghi faceano pompa del crine artificiato in anella scendenti sulle spalle e sul petto, e cosparso di olj odorosi e di cipria. Il gran volume delle chiome raccogliersi alla notte in una rete: sul mettersi alla tavoletta vi si spargevano essenze varie di gelsomino, di fior d’arancio, di giunchiglia, di ambra: indi il parrucchiere, personaggio principatissimo, vi dava, non la forma che meglio s’addicesse al volto, ma quella che fosse richiesta dalla moda di Francia, paese eccellente davvero per acconciar le teste. Così architettato il capo, trattavasi di spargervi la polvere di Cipri. Ardua impresa! Il fiocco, per quanto leggero, poteva guastare il leggiadro ordine de’ ricci: poi non diffondeva equabilmente quella pomposa canizie. Adunque aveasi uno stanzino, entro al quale faceasi cader dall’alto essa polvere, sicché empisse il piccolo ambiente. Allora l’eroe, difeso dall’accappatoio, cacciavasi in mezzo a quel polverio, e gliene restava imbiancata la parrucca. In altre case era una nicchia, ove sedutosi il pettinato magnanimo, dall’alto per una specie di staccio se gli facea piover addosso la polvere, che perciò diceasi anche volandola.
Tale moda non era propria solo degli Italiani; e mi ricordo d’una famosa lettera del famoso utilitario Bentham che al famoso ministro inglese lord Lansdowne ricorda avergli detto alcune cose « mentre stava nella sua camera da incipriarsi ».
La moda della cipria ci venne, come le altre, di Francia; inventata sotto Enrico IV, poco usata però fin al tempo della Fronda, indi estesa durante la Reggenza, al principio del secolo passato. Miledi Montagu che, tornando da Costantinopoli traversava la Francia, paragonava le teste de’ Francesi a una pelle di pecora.
Arrivò poscia la rivoluzione, e a quell’infinito studio del crine fu sostituita la semplice attilatura alla bruto a alla tito. Molti giacobini, faceano consistere gran parte dell’ardor repubblicano (dicevanlo civismo) nel portar coccarda, cappello tondo, brache a luogo de’ calzoni corti e le chiome raccorcie. D’altra parte gli aristocratici ponevano la virtù nel conservare le antiche fogge, e singolarmente i ricci ai pulsi e la coda. Quante liti fra i vecchi tenaci delle vecchie e i giovani ardenti delle nuove opinioni! Quanti figli cacciati di casa e diseredati, quanti scolari respinti dai collegi e dalle scuole perché aveano osato farsi tagliare la coda! Uomo senza coda equivaleva ad uomo senza morale, senza religione, senza sommessione; ma qual meraviglia pe’ nostri quando nel 1799, videro tornare i soldati tedeschi senza coda, senza tupè! que’ soldati che dapprima, nelle lente marcie, o ne’ lunghi accantonamenti, consumavano le mattinate a pettinarsi, e che dopo incalzati dalla furia de’ soldatelli sanculotti ebbero per miglior consiglio il mettersi alla moda di quel Bruto con cui aveano sì poco simpatia! Pure la parte che allora aveva il vento in poppa, datasi a perseguitare i patrioti, guardava come tali que’ tanti che avevano mozza la coda. Onde era studio di appiccarsi code posticcie; e molte risibili scene accaddero colla sbirraglia, che, prendendo alcuni di costoro per la coda, se la vedeva restar in mano. Alla fine, a furia i vecchi di gridare, i giovani di lasciarli gridare, accadde, come in tant’altre contingenze, che la parte battuta si trovò vincitrice: e le code, i tupè, i ricci, la cipria se ne andarono, con grave scapito de’ parrucchieri, che aveano ben ragione di professarsi avversi della repubblica. In quella vece si cominciò allora a lasciar crescere due strisce di peli sulle guance. Anche le donne alle altissime capellature sostituirono una pettinatura semplice. Alluse a questo travolgimento il valente satirico Giuseppe Zanoja nel sermone II scrivendo:
Poiché, grazie al destin che tutto volve,
Noi, lisci prima e inanellati e rasi
La guancia e ’l mento, ricopiammo i Bruti,
E le compresse da non regio amante
Nostre Lucrezie ritornâr le chiome
Ai prischi nodi e alle sincere trecce,
Molto in addietro laborioso e cerco
Pettine cadde dalla man, costretta
A mendicar; e molta gente afflitta
Vide alla mola ricondotta e al forno
La ripulsa dal crin candida Eleusi.
[53] Como, dio degli scherzi e della gioja. Qui parrebbe il dio che presiede al pettinare (comere).
[54] Pomata di semifreddi. Tutta questa descrizione della tavoletta è aggiunta.
[55] Cuma e città della Campania presso al promontorio Miseno. Ivi sedeva una sibilla, donna, che, agitata da un dio, rendeva oracoli. Secondo Virgilio andò ad interrogarla Enea: e quando si sentì piena del dio, non vultus non color unus Non comptae mansere comae.
A lei paragona il poeta la sfuriata del suo eroe. Quell’orribile è eccessivo, ma pare il poeta v’attaccasse un’idea men trista della comune, perchè anche poco sotto cantò:
D’orribil piato risonar s’udio.
[56] Marziale fin da’ suoi tempi scriveva: Malo quam bene olere nil olere.
Anche questo pezzo è diverso affatto dal vulgato. Laboullée, Houbigant, Chardin, Riban, Dulac... avean ottenuto una rinomanza pari a Franklin, a Parmentier, a Montgolfier nell’inventare raffinamenti da tavoletta, sparsi per tutto il mondo coi nomi di belletto della corte, rosso Serkis, bianco di sultana, crema d’alabastro, crema di Persia o del Catai, crema della bellezza, latte di cocomero, pomata circassa, olio di Sévigné o di Macassar, acqua d’Ispahan, acqua di Ninon, bezoardi, cosmetici d’Arabia...
Gli economisti, che attenevansi alla bilancia del commercio, non rifinivano di declamare contro l’uso di questi aromi forestieri, quasi impoverissero la nazione. E Voltaire, il rappresentante che dicono del buon senso, scriveva: « Enrico IV facea colazione con un pezzo di pane e un bicchier di vino; non prendeva nè the, nè caffè, nè cioccolatte, mentre ora le produzioni della Martinica, di Moka, della Cina sono imbandite al desco di qualunque cameriera. Se pensiamo che tali produzioni costano alla Francia più di cinquanta milioni, si vede che dobbiam attendere a qualche ramo ben vantaggioso di commercio per sostenere questa perdita continua ». Perdita! ma per ottener que’ godimenti, non è vero che l’industria nostra è stimolata a procurar oggetti con cui cambiarli? Cessino d’esser desiderati; non importerà più di aver l’oro, necessario ad acquistarli; e il paese allora veramente sarà povero.
[57] L’ambra grigia, forse identica coll’ambracane, è una sostanza di cui non ben si conosce la natura, e trovasi o nei visceri di qualche cetaceo o galleggiante nei mari dell’India in pezzi fin di 150 e 200 libbre. La compagnia francese delle Indie n’ebbe uno di 225 libbre, che vendette per lire 52,000. Ha un odore somigliante al muschio, ma più delicato. Molto era usato agli antichi questo profumo, onde Marziale, epigr. V, 37.
Quod succina trita,
Pallidus eoo ture quod ignis olet.
Fu adoperata in farmacia, ma poi fu riservata a’ cosmetici, e i nostri vecchi la bruciavano negli appartamenti, e ne profumavano gli abiti e i guanti. È affatto diversa dall’ambra gialla o succino, dal cui nome greco (electron) derivò quello della più potente e misteriosa attività della natura.
[58] Anche Terenzio usò moliri nel senso d’ornamento femminile: Dura moliuntur, dum comuntur, annui est.
Un Florent, parrucchiere francese, dando al Parini una parrucca nuova, gli diceva: Affedidio, signor abate, la non n’ebbe mai una così bella. E il Parini stizzito la butta dalla finestra, e più non vuol saperne, benché l’avesse pagata.
[59] Tonante è Giove; la dea è Iside, adorata dagli Egiziani qual moglie d’Osiride. La vita e la morte erano i simboli di molte religioni antiche; e la vita rappresenta vasi col segno osceno della generazione, chiamato il Fallo. Quando Osiride fu ucciso da Tifone, genio del male, Iside trovogli mancar gli organi della propagazione, che poi rinvenne nel Nilo. Ciò simboleggia che l’Egitto manca della facoltà di produrre se non è inondato dal Nilo. Anche Virgilio
fugit cum saucius aram
Taurus et incertam excussit cervice securim.
[60] Durate, et vosmet rebus servate secundis.
Virgilio.
[61] Le stampe dicevano:
Onde securo sacerdote allora
L’immolerai qual vittima a Filauzio,
Sommo nume de’ grandi.
Filauzio significa egoismo; ma parve troppo affettato al poeta.
[62] Questo lungo favellare al parrucchiere, abbandonando frattanto il signore, è di fatto colpa, qualora non si rifletta quanto importante persona fosse; e che la comedia che, nel secolo passato, levò maggior rumore ed ebbe più politica efficacia, prese a protagonista un barbiere, Figaro. Più difficile sarebbe scolpar il Parini dal frequente ricorso di apostrofi. Per grazia d’esempio nella stupenda Ode sull’Innesto comincia a volgersi a Colombo: O Genovese, ove ne vai? poscia al Bicetti: Più dell’oro, o Bicetti, all’uom è cara ecc.; poi ai fanciulli, Crescete, o pargoletti, etc; poi alla prima che introdusse l’innesto in Europa: O Montagu, qual peregrina nave, e di nuovo al dottore amico: Sempre il nuovo che è grande appar menzogna, Mio Bicetti. Ne’ poemetti poi, oltre l’apostrofo continua al giovine eroe, il poeta s’è già converso al maestro di violino, poscia ai camerieri, adesso al parrucchiere, tra poco al Voltaire, a la Fontaine, al genio di Marte, al volgo ecc.
[63] Il marocchino onde si legano i libri, ci vien da quelle parti.
[64] Le legature di libri alla francese e all’ olandese sono tuttavia pregiatissime.
Ciò che segue (ed è nuovo) allude al costume allora pure divulgato delle oscene incisioni unite ai libri osceni. Una Tavoletta non inelegante di Aurelio Bertola allude a queste letture di tavoletta:
La Toletta. Chi sei tu che il mio governo
A turbar vieni in mal’ora?
Il Libro. Un filosofo moderno,
Che istruisce la signora.
La Toletta. Oh mi di’, cosa le insegni?
Il Libro. Ogni effetto e ogni cagione;
A pesar popoli e regni,
A purgar la sua ragione.
La Toletta. Strane voci! ho qui servite
E le suocere e le nonne
Ne da lor giammai le ho udite,
E pur eran savie donne.
Il Libro. Altri tempi ed altra usanza,
Altri studj, altri costumi:
Già fu il secol d’ignoranza,
Questo è il secolo dei lumi.
La Toletta. E il suo spirto è dunque giunto
Del saper all’alta sfera?
La Toletta. Sol da un mese.
Il Libro. Oh un mese è appunto
Ch’ è più pazza che non era.
[65] Voltaire, l’idolo e l’esecrazione del suo secolo. « Il merito di sue opere (dice Barante nel discorso sulla letteratura francese nel secolo XVIII) fu ripetutamente discusso e messo in dubbio. Quasi sempre accolte con entusiasmo dal pubblico e dai tanti amici coi quali trafficava di lodi, incontrarono al tempo stesso ostinati detrattori, e lo spirito di parte presiedette incessante al giudizio. Già trascorse un mezzo secolo, e la riputazione di Voltaire, come il cadavere di Patroclo, è tuttavia disputata fra due fazioni contrarie».
Vedete come fosse equo il giudizio del Parini. Lo chiama Proteo da un dio degli antichi, che trasformavasi a suo piacimento. E tale fu appunto quel maraviglioso ed abusato ingegno.
[66] Nel XXXVII di Giob leggiamo: Ideo timebunt eum viri, et non attendebunt contemplari omnes qui sibi videntur sapientes.
[67] Giovanna d’Arco, famosa per aver guidate le armi francesi a cacciare d’Orléans gli stranieri. Voltaire scrisse su quella infelice un poema, La Pulcelle d’Orléans; in favola assurda, mal ordita, grossolanamente oscena, commettendo quadruplice delitto di lesa religione, lesa virtù, leso patriotismo, leso buon gusto.
[68] Abbattere per vincere, superare, è modo nuovo. È superfluo avvertire che si accenna all’Henriade di Voltaire a confronto del Goffredo del Tasso.
[69] Taide, famosa cortigiana antica; Aspasia da Mileto, donna d’egual affare ai tempi più colti d’Atene, univa intorno a sé il fior de’ grand’uomini, e le madri stesse adducevano alla sua conversazione i loro giovani figli perché imparassero il viver del mondo e l’eloquenza. Sposò in fine Pericle. Ninon de Lenclos, eguale ad esse per licenza di vita, imitò quest’ultima nel favorire gli ingegni, e raccoglieva in sua casa i più eletti della gallica Atene, cioè Parigi. Morì di novant’anni il 1705 senz’avere perduto nè la vivacità, nè tutta la bellezza, nè tampoco i vizj. Aveva nel giovinetto Voltaire indovinato l’insigne scrittore, e in testamento gli legò una somma per comperare libri. Le lettere di lei sono libri prediletti nel bel mondo.
[70] E qualcos’altro di più prezioso.
[71] La Fontaine, autore di favole ed apologhi, per gusto e per arguzia squisiti, secondando l’andazzo, trasse in versi francesi i racconti più osceni di Giovanni Boccaccio (il Certaldese), dell’Ariosto per cui va sì famoso il pazzo conte, e principalmente dello Straparola, il quale a vicenda le aveva tolte da Girolamo Morlino, uno de’ più sucidi nostri novellieri. La novella dell’anello, che la Fontaine e l’Ariosto hanno comune, trovasi già nel Poggio fiorentino, Facezia 133, da cui la tolse Rabelais. La matrona d’Efeso è in Petronio.
Le Grand d’Aussy, nel Recueil de Fabliaux, pretende che il Boccaccio abbia desunte tutte le sue novelle da Francesi, e senza citarli. Lui qui s’était enrichi de leurs dépouilles, et qui leur devait sa brillante renommée, j’ai de la peine à lui pardonner ce silence ingrat. Non è qui a discutere quanto il Boccaccio togliesse a prestanza dai Francesi: ma certo la sua fama non venne dalle invenzioni. Questi autori e le novelle arabe, le novelle persiane, e i divani, e i tanti apologhi erano pascolo delle sublimi anime di quegli eroi che, gonfj di tal vento, accusavano l’ignoranza de’ concittadini di Dante, di Machiavello, di Vico, di Galileo, nomi allora dimenticati. Tra le altre sudicerie riprodotte in Francia all’ombra della libertà fu pure il Vendemmiatore del Tansillo, tradotto da Grainville, dedicato alle giovinette che contano la sedicesima primavera, e coll’epigrafe di Scarron: La mère en prescrira la lecture à sa fille.
[72] Prima aveva scritto:
Che è della corte d’Amatunta e Pafo
Stipendiato ministro.
Amatunta e Pafo sono città dell’ isola di Cipro, sacra a Venere e Amore.
[74] Questo verso ricorrea più volte nell’edizione del Mattino; nelle correzioni il poeta qui lo lasciò, altrove sostituì:
L’altrui fida consorte a te sì cara
Dell’altrui fida sposa a cui se’ caro, ecc.
[75] Questi undici versi sono trasposti, e con molte varianti.
[76] Sull’avorio si dipinge a punti.
[77] Carattere della faccia dei Mori è il naso schiacciato.
[78] Apelle, il pittore più rinomato dell’antichità, era di Crotone: la sua scuola vuol dir la pittura, della quale supremi lumi sono tra i moderni Rafael Sanzio d’ Urbino, e Paolo Veronese « che del gran nome suo l’Adige onora ». Weiss scriveva nel 1789: « Parle-t-on en Italie d’un tableau, d’une statue ou d’une façade, les femmes savent que c’est du Titien, de Buonarroti ou de Vignola. Parle-t-on de Beccaria ou de Filangeri, la plus part des hommes demandent, qui est cela? Il s’extasient sur le roulement d’un castrato, sur les formes d’un vase antique et sur la hardiesse d’une voûte; mais ils écoutent froidement une pensée noble, un projet utile ou le récit d’une action généreuse ».
II principe Belgiojoso era divenuto presidente dell’ Accademia delle Belle Arti.
[79] « Se in questi ventitré versi si contenesse qualcosa d’importante, d’interessante, perdonerei l’interrompimento: ma nulla dicono nè alla mente, nè al cuore; nulla dilucidano, nulla adornano. È manifesto che l’autore non ha voluto altro che cianciare inutilmente ». Oracolo del De Coureil. Franklin, venuto in quei tempi d’America in Francia, calcolava che coi parrucchieri si poteva fare un esercito e mantenerlo con quel che si spendeva in cipria.
[80] Il dipingersi il viso col rossetto l’usavano le donne greche, l’usavano le romane, lo rimproverava Dante, lo rimproverava l’Ariosto. Ma nel secolo varcato era, non che comune, universale. Madama di Genlis nelle Memorie racconta come un gran fatto d’avere scommesso col duca d’Orléans che a trent’anni essa cesserebbe di mettersi il rossetto, e si vanta d’aver attenuta la parola e vinto il pegno.
Una finezza particolare, e non delle sole, erano i nei; pezzolini di taffettà nero che appiccicavansi sulla faccia per rilevarne la candidezza. I Francesi li chiamavano mosche, e li distinguevano con variissima denominazione; mouche passionnée quella accanto all’occhio; la majesteuse in mezzo alla fronte; l’enjouée sulla ruga del riso; in mezzo alla gota la galante; da un lato della bocca la baiseuse; sul naso l’effrontée; sulle labbra la coquette; le rotonde diceansi des assassins.
[81] Lari erano gli dei delle città e delle case. Lari chiamavansi pure i magnati dell’antica Etruria. Se voglia dire gli dei della patria, o i grandi, lasciamolo decidere ai lettori.
[82] Questo bellissimo brano fin ad Ella ti attende è in gran parte nuovo, in porte rimpastato.
[83] « Il nostro abito europeo è ridicolo, e non dubito che i nostri posteri non sieno per ridersi di noi come ora fanno i popoli dell’Asia. Radersi il capo, tessere varj capelli di morti in una rete, ungerli di grasso, coprirli di farina, poi metterseli in capo come una berretta, legarsi il collo con un laccio al quale non ci avvezziamo mai, portar un abito il quale appena ci difende le spalle e le braccia dal freddo, andare armati di un lungo acuto ferro a visitar gli amici, cingersi alla cintura, alle ginocchia di dolorosi ordigni, lordarsi il naso e gli abiti con una polvere caustica che ci fa cader le lagrime per la forza della sua azione sulle nostre fibre, bella prova della nostra ragionevolezza. Le donne poi in carrozza con due fianchi posticci che le rendono più larghe che lunghe; tutte anch’esse tinte il capo e infarinate, bella figura che fanno in faccia alle belle Circasse e alle vezzose Giorgiane! » Verri Mal di milza. L’Alfieri nelle satire dipinge uno zerbino in questi termini:
Oh nuova cosa, or che il distinguo, è questa!
Giovin d’ aspetto, ha il crin canuto e folto,
E ad ogni scossa della ricca testa
Di bianca polve in denso nembo è involto:
Polve ha il petto e le spalle, in fra cui pende
Del crin l’avanzo in negra tasca accolto.
Il giubboncel strettino appena scende
De’ ginocchi a ombreggiar il lembo primo,
Sol fino all’anche il corpettin s’estende,
E’ calzoncini aggiustaticci, e all’ imo
Di cotanta sveltezza, appuntatine
Scarpette in cui niun piè capirvi estimo.
[84] Secondo l’etimologia sua di prae esse, star innanzi.
[85] Le fibbie alle scarpe, la borsa per raccorre i capelli dietro il capo, son mode finite; ma per sempre? la Francia comincia a farci dubitare del no.
[86] Le muse. Tutti i poeti, credo perchè l’ha fatto Omero, allorquando vengono a far la rivista delle squadre o delle navi, implorano l’ajuto delle muse. Il Parini, facendone la parodia, le invoca ad annoverar le tante cose che devono empire le folte d’inezie illustri tasche.
[87] Le tariffe d’allora accennano astucci d’oro, d’argento, di pietre fine, porcellana, smalto, avorio, madreperla, tartaruga, carta pista. L’astuccio racchiude forbici, stuzzicadenti, spazzorecchi, strappapeli, vasi d’acque nanfe, un torsello d’erbe odorifere. La terra che il Giappon manda è il catecù (terra japonica); che si crede sia un sugo dell’areca (acacia catecha); arriva a noi disseccata e condensata in palle di color rosa scuro, d’un sapore aspro, ed è un fortissimo astringente, col quale si formano pastiglie per corroborar le gengie e le fauci. Son rinomate le pastiglie di Bologna. Sulla terra del Giappone ha una lettera il Magalotti, prolissa come tutte, dicendola « quella pasta o quel magistero che formato a quel modo in bioccioli, sull’andar de’ tartufi!, di peso ordinario di tre in quattr’oncie l’uno, col nome di Gato o di Gate (fr. Gasciù), dalle parti più orientali dell’Indie, non esclusone il Giappone medesimo (da cui è anche stato chiamato Terra) viene in Olanda e a Goa, e che in Goa più che altrove alterato con odori e principalmente con ambra, e formato in grani di diverse grossezze e figure, da innocente delizia di Barbari o di semplici Indiani passa a studiato regalo di svogliati lussureggianti, se non lussuriosi Europei, benché esternamente, o dal fuoco per rasciugarlo e seccarlo impastato ch’ei l’hanno, o dall’aria e forse dal tempo medesimo pigli quel colore che i Latini direbbero ferruginea, e noi di castagna vecchia; a romperlo si trova di dentro rossigno, e quanto più puro, tanto più si vede tirare al matton pesto » Lett. XIX.
L’oppio ognun sa che stilla dal capo de’ papaveri inciso, e si raccoglie singolarmente nella Caramania. Gli antichi più schiettamente profumavano il fiato colla mela cidonia (pomo cotogno), e una legge di Solone voleva che gli sposi la prima sera del connubio mangiassero di questo pomo. Lo dice Plutarco ne’ precetti del matrimonio. Il secol nostro più squisito si profuma il fiato col sigaro.
[88] Cristallo di rôcca.
[89] L’uso che comanda d’essere o mostrarsi debole di vista dal tempo del Parini in qua non iscadde, anzi
Birci o non birci
Oggi il portar occhiali è grande usanza
Per darsi una cert’aria d’importanza.
[90] Quello insigne architetto vicentino; questo insigne pittore da Cadore.
[91] La madreperla;
[92] Versi aggiunti. Fra le parti dell’educazione cavalleresca era pure il trinciare.
Il più antico monumento poetico milanese sono le Cinquanta cortesie da desco di fra Buonvicino da Riva. Già v’appare l’uso di portarsi dietro il trinciante.
L’oltra (regola) è: mangiand, con oltri a qualche invitamento
No mete entro guaina lo cortèlo anzi tempo;
No guarna lo cortelo anzi che al compagnon;
Fors’altro vien in desco dond tu no se rason.
Il Baretti dà come generale in Francia l’uso di non mettere coltelli in tavola, sicché tutti, e anche le donne li portano in tasca. È noto che, con un di siffatti coltelli, difendendosi, esso Baretti ammazzò un uomo a Londra.
[93] L’uso del tabacco rimonta oltre il 1600. Urbano VIII nel 1643 e Innocente X nel 1650 scomunicarono chi tirasse tabacco in chiesa. Esagerazione per chi non sappia che allora ogni volta grattavasi sopra una grattugetta, il che dovea portar un disturbo strano. Del resto è singolare il vedere talvolta un uomo o una donna che sembrano assorti nella preghiera, levar la scatola e tirar una presa, che o come diletto, o come distrazione non dovrebbero. Tabacco di Spagna, rapè sono conosciutissimi; Origliela città di Spagna somministrava eccellenti radici per fare scatole.
Cos’avrebbe detto il Parini del sudicio egoismo odierno del fumare? Ma questo eccede i confini del ridicolo, e tocca ai primi elementi della creanza.
[94] Indicammo [a pag. 134] l’uso di portare due oriuoli; e allora erano veramente pondi.
In un processo, costruito il 1777 sotto la direzione di Gabriele Verri contro le sorelle Gazzoja per supposta frode in un’eredità del loro fratello, nelle tasche di una di esse arrestata trovansi i seguenti oggetti, che diamo come contrapposto plebeo alle inezie del nobile.
« Un piccolo trinciante, lungo di lama cinque dita trasversali circa, e largo quasi un dito, costa da una parte e filo dall’altra, quale va restringendosi verso l’estremità, formando punta. Manico di legno colorito con stacchette d’ottone, e suo fodero lungo di pelle nera.
« Un borsino di velluto rosso, che si chiude colla sua molla d’ottone, posta al lungo.
«Una scatola d’argento in forma d’arsella, con coperto sagomato al di fuori, rappresentante una cacciatrice con cani, e di dentro dorata.
« Una corona di cocco di sei decine, incatenata con filo che sembra d’argento, con medaglia ottangolare d’argento, rappresentante da parte la Beata Vergine immacolata e dall’altra san Venanzio, con crocetta di Gerusalemme legata in argento.
« Una cannettina d’osso bianco con brochetta d’ottone, contenente alcuni aghi.
« Una forbice piccola con fodero di latta bianca.
« Un temperino serramanico con suo astuccio di cartone nero ».
[95] Ermesino, panno sottilissimo, detto da Ormus. Anche Benvenuto Cellini aveva una bella vestetta d’ermesino azzurro ». Il negligé era un altro de’ raffinamenti più moderni.
[96] Il tornasole. Benda per fazzoletto da collo va aggiunto alla Crusca anche coll’esempio della bellissima Ode a Silvia:
Perchè al bel petto e all’ omero
Con subita vicenda,
Perchè, mia Silvia ingenua,
Togli l’indica benda?
[97] I libraj, i quali secondavano le passioni de’ ricchi con libri che fomentassero le libidini o spargessero sulla tetra lor noja le facezie e le novelle, facevano fortuna. Citerea è Venere; Momo il buffone degli dei.
[98] Ogni venerdì le maghe diventavano serpi, poi al domani tornavano più belle a celebrare i loro sabati.
[99] Il farsi aspettare è scortesia antica del bel mondo. Milone consumò mezz’ora dum uxor, ut fit, se comparat, Didone, la mattina della caccia fatale, si fece attendere dai primati.
Reginam thalamo cunctantem ad limina primi
Poenorum expectant.
Virgilio, IV, 133.
[100] Marte, l’abbiam detto, è dio della guerra. Ai nobili era privilegio il portare sempre al fianco la spada; diritto concesso anche agli abati, e sieno presidenti delle arti e dei mestieri, quando erano in rappresentanza. In alcuni paesi, come a Ferrara, era permesso anche ai mercanti.
[101] Artù è favoleggiato duca di Cornovalia nel 500; gran conquistatore, gran prode, gran gentiluomo: ebbe vittorie senza fine; indi istituì la Tavola Rotonda, cui convenivano il fior dei cavalieri che diedero poi soggetto a’ romanzi della tavola rotonda. La spada di lui, chiamata Caliburn, fu da Riccardo I d’Inghilterra donata a Tancredi re di Sicilia nel 1091.
[102] Questi stupendi versi mancano all’edizioni vulgate.
[103] Le spedizioni contro i Barbareschi erano il tirocinio continuo de’ cavalieri di Malta e di Santo Stefano.
[104] Dea della salute. Armi, leggi, medicina erano le professioni nobili; e Febo o Apollo era il dio dei medici.
[105] Qui leggeansi i seguenti versi dove erano preoccupate le occupazioni del Meriggio.
Or vanne, o mio Signore, e il pranzo allegra
De la tua Dama: a lei dolce ministro
Dispensa i cibi, e detta al suo palato
E a la sua fame inviolabil legge.
Ma tu non obbliar, che in nulla cosa
Esser mediocre a gran signor non lice:
Abbia il popol confini; a voi natura
Donò senza confini e mente e core.
Dunque a la mensa, o tu, schifo rifuggi
Ogni vivanda, e te medesmo rendi
Per inedia famoso, o nome acquista
D’illustre voratore. Intanto addio, ecc.
[106] Accenna un ordine di servi, qui del tutto dismessi, che chiamavansi prima i volanti, poi i lacchè. Già menzione di essi trovo in Marin Sanuto ne’ Diarj, ove, descrivendo l’entrata di Lucrezia Borgia in Ferrara il 1502, dice: Dreto erano sei tamburini, e doi lacchei vestiti de bracato d’oro e raso de diversi colori. In una lettera di Gaspare Sormano da Torino 30 ottobre 1536 nei Documenti Storici di Giuseppe Molini (Fir. 1837 vol. II, pag. 398) leggo: « Il fratello che sì rudamente rispose al mio lacai, fece dire al mio servitore che quella risposta fu facta a buon fine ». Costoro, in bell’abito assestato, bianco ed a ricami, con una fascia alla cintura, scoverti il capo o con berretto o cappello a penne svolazzanti, doveano precedere a corsa le carrozze de’ grandi. Recavano in pugno una mazza, sormontata dall’arme del padrone, ovvero un fazzoletto, col quale accennavano al volgo e alle minori carrozze di dar luogo: la notte portavano innanzi fiaccole. Una delle prove più parlanti del niun conto in cui erano tenuti gli uomini, sono queste povere creature, dì e notte senza riposo mai, in corso a portar lettere, riferir ambasciate, gareggiare di velocità coi cavalli del padrone, non solo nelle passeggiate, ma fin nei viaggi e nelle sfide: i ricchi di prima bussola ne avevano due, correnti innanzi i cavalli, due alle sportelle, nè di rado accadeva che, o rallentandosi un tratto, o cadendo, fossero calpestati dai cavalli proprj o dall’incontro d’altre carrozze, o il correre stesso gli ammazzasse di tratto, come a tutti immiseriva ed accorciava la vita. In una grida del primo luglio 1679, il senato di Milano (credendo di scemar la miseria del popolo col limitare le spese de’ ricchi) vietava ai signori che i volanti portassero mazze dorate. Ma niuna legge soccorse mai all’umanità, e la corte stessa manteneva di questi miseri. Venne poi quella vituperata repubblica, e proclamando l’eguaglianza, mostrò l’indecenza di siffatti corridori, e caddero da sé stessi. Quando nel 1814 tornarono i Tedeschi, molti speravano, tra le altre cose, di veder rimessa la moda dei lacchè, e anche questo non fu che sperato: ma nella coronazione di Ferdinando I, tra altre deplorabili vigliaccherie di futuri eroi, rivedemmo i lacchè correr dinanzi alle carrozze di principi e di ambasciatori.
[107] Le carrozze erano cosa rara nel secolo precedente, e fuor d’Italia. In Francia la prima che si ricordi servi nel 1433 all’entrata d’un ambasciatore di Mantova. Al tempo di Francesco I, Parigi ne aveva tre sole, dove oggi n’ha 40,000, ed Enrico IV scriveva a Sully gli imprestasse la carrozza, perchè quel giorno la sua era adoprata dalla regina. A metà del secolo XVII a Genova n’erano diciotto. Verso il 1600 in Italia s’inventò di porvi i vetri; nel 1787 in Francia si sospesero a molle d’acciajo temprato. Poco prima s’erano introdotte a Parigi carrozze da nolo, che stanziavano sulla piazza di San Fiacre, donde trassero il nome di fiacres.
Lo statuto 463 di Milano del 1552 vieta severamente alle donne d’andar in carrozza per città, eccettuate alcune primarie. Nel 1666 Gualdo Priorato, nella Relazione della città e stato di Milano, numerava in Milano 145 tiri a sei, 437 tiri a quattro, 1034 a due e 1500 cavalli da sella. Prima del 1848 in Milano 1227 case tenevano carrozza, e si poteano trovare 3100 cavalli da servizio pubblico, e 2200 di privati.
Per gravità le carrozze signorili andavano lente, e a Verona si ricordava che Dorotea Maffei, madre d’Ippolito e di Giovanni Pindemonti, fu la prima a introdurre l’uso di trottare. Gli eleganti voleano invece correre a fiaccacollo per le vie: onde più sinistri avvennero di pedestri schiaciati. Molte grida uscirono a porvi freno, si minacciò e si dieder anche la corda e battiture ai disobbedienti. Ecco una grida del 21 gennajo 1763.
« Non senza grave indignazione ha il serenissimo amministratore inteso ed osservato che, non ostante la chiara ed efficace disposizione della grilla del 18 febbrajo 1760, sia risorto l’atroce abuso di correre impetuosamente per la città e di giorno e più di notte colle carrozze ed attiragli, rinnovandosi le abbominevoli emulazioni e gare di corso, e con esse le tragiche scene già detestate e corrette con pubbliche dimostrazioni e con le pene più risentite. E volendo S. A. S. assolutamente e determinatamente tolta una sì inumana riprovevole corruttela, fa seriamente incaricate il regio capitano di giustizia, il regio suo vicario, il podestà di Milano, li giudici del gallo e del cavallo e li regj vicarj generali, che, raddoppiando le loro veglie e ronde, ed instruendo opportunamente le loro rispettive famiglie di giustizia all’esatto adempimento dell’ordinato, e disposto in detta grida, non cessino dalle più oculate e vigorose pratiche per far detenere qualunque cocchiere, vetturale o condottiere, che sia colto in attuale corso smoderato; o indiziato ed imputato d’inosservanza della grida, facendo indilatamente subire a’ contravventori la comminata pena di tre pubblici tratti di corda, procedendo in seguito per le ulteriori a norma della detta grida; con avvertenza che d’ogni dissimulazione o connivenza in questa parte ne sarà responsale al governo insieme e il giudice e la famiglia di giustizia che non si sarà efficacemente prestata alle rispettive parti del suo ufficio in questo particolare. E perchè non vaglia pretesto o scusa di scordanza, oblivione o tolleranza, sarà il presente decreto nelle regolari forme dedotto a pubblica notizia ».
Allora fu ordinato ai birri di gettar delle stanghe fra i raggi delle ruote delle carrozze che corressero troppo. Ed è notato nei fasti aristocratici qualmente la prima carrozza cui si usò questo affronto, come lo giudicavano non solo i volgari patrizj ma fin Pietro Verri (vedi Scritti Inediti, pag. 21), fu quella della contessa Drebbia nata Zonati.
Il Parini non ne fa cenno, ma allora era comune l’uso delle portantine o bussole; e singolarmente le adopravano i gran signori, l’arcivescovo, ecc. erano sedie portatili, ornate secondo la ricchezza del padrone.
[108] L’edizioni vulgate si chiudono in versi 1083.
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