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Edizione di riferimento
Opere di Giuseppe Parini, pubblicate ed illustrate da Francesco Reina. Vol. primo. Milano, presso la Stamperia e Fonderia del Genio tipografico, I. - Vendemmiatore anno x - 1801.
Intervento grafico:
Abbiamo sostituito la / í / con la / ï / in corsivo per facilitare in modo inequivoco il lettore moderno
Nè tu contenderai benigna Notte,
Che il mio Giovane illustre io cerchi e guidi
Con gli estremi precetti entro al tuo regno.
Già di tenebre involta e di perigli,
Sola squallida mesta alto sedevi
Su la timida terra. Il debil raggio
De le stelle remote e de’ pianeti,
Che nel silenzio camminando vanno,
Rompea gli orrori tuoi sol quanto è duopo
A sentirli assai più. Terribil ombra
Giganteggiando si vedea salire
Su per le case e su per l’alte torri
Di teschi antiqui seminate al piede:
E úpupe e gufi e mostri avversi al sole
Svolazzavan per essa; e con ferali
Stridi portavan miserandi augurj:
E lievi dal terreno e smorte fiamme
Sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme
Di su di giù vagavano per l’aere
Orribilmente tacito ed opaco;
E al sospettoso adultero, che lento
Col cappel su le ciglia e tutto avvolto
Nel mantel [1] sen gìa con l’armi ascose,
Colpieno il core, e lo strignean d’affanno.
E fama è ancor che pallide fantasime
Lungo le mura de i deserti tetti
Spargean lungo acutissimo lamento,
Cui di lontano per lo vasto buio
I cani rispondevano ululando.
Tal fusti o Notte allor che gl’inclit’avi,
Onde pur sempre il mio garzon si vanta,
Eran duri ed alpestri; e con l’occaso
Cadean dopo lor cene al sonno in preda;
Fin che l’aurora sbadigliante ancora
Li richiamasse a vigilar su l’opre
De i per novo cammin guidati rivi
E su i campi nascenti; onde poi grandi
Furo i nipoti e le cittadi e i regni.
Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,
Ecco del gioco, ecco del fasto i Genj,
Che trïonfanti per la notte scorrono,
Per la notte, che sacra è al mio signore.
Tutto davanti a lor tutto s’irradia
Di nova luce. Le inimiche tenebre
Fuggono riversate; e l’ali spandono
Sopra i covili, ove le fere e gli uomini
Da la fatica condannati dormono.
Stupefatta la notte intorno vedesi
Riverberar più che dinanzi al sole
Auree cornici, e di cristalli e spegli
Pareti adorne, e vestimenti varj
E bianche braccia, e pupillette mobili,
E tabacchiere prezïose, e fulgide
Fibbie ed anella e mille cose e mille.
Così l’eterno caos, allor che Amore
Sopra posovvi e il fomentò con l’ale,
Sentì il generator moto crearsi,
Sentì schiuder la luce; e sè medesmo
Vide meravigliando e i tanti aprirse
Tesori di natura entro al suo grembo.
O de’ miei studj generoso alunno,
Tu seconda me dunque, or ch’io t’invito
Glorie novelle ad acquistar là dove
O la veglia frequente o l’ampia scena
I grandi eguali tuoi, degna de gli avi
E de i titoli loro e di lor sorte
E de i pubblici voti, ultima cura
Dopo le tavolette e dopo i prandj
E dopo i corsi clamorosi occùpa.
Ma dove ahi dove senza me t’aggiri
Lasso! da poi che in compagnía del sole
T’involasti pur dianzi a gli occhi miei?
Qual palagio ti accoglie; o qual ti copre
Da i nocenti vapor ch’Espero mena
Tetto arcano e solingo; o di qual via
L’ombre ignoto trascorri, ove la plebe
Affrettando tenton s’urta e confonde?
Aimè, tolgalo il ciel, forse il tuo cocchio,
Ove il varco è più angusto, il cocchio altrui
Incontrò vïolento: e qual de i duo
Retroceder convenga; e qual star forte,
Dispútano gli aurighi alto gridando.
Sdegna egregio Garzon sdegna d’alzare
Fra il rauco suon di stentori plebei
Tu’ amabil voce, e taciturno aspetta,
Sia che a l’un piaccia riversar dal carro
Lo suo rivale, o riversato anch’esso
Perigliar tra le rote; e te per l’alto
De lo infranto cristal mandar carpone.
Ma l’avverso cocchier d’un picciol urto
Pago sen fugge o d’un resister breve:
Al fin libero andrai. Tu non pertanto
Doman chiedi vendetta; alto sonare
Fa il sacrilego fatto; osa pretendi,
E i tribunali minimi e i supremi
Sconvolgi agita assorda: il mondo s’empia
Del grave caso; e per un anno almeno
Parli di te, de’ tuoi corsier, del cocchio
E del cocchiere. Di sì fatte cose
Voi progenie d’eroi famosi andate
Ne le bocche de gli uomini gran tempo.
Forse indiscreto parlator trattiene [2]
Te con la dama tua nel vuoto corso.
Forse a nova con lei gara d’ingegno
Tu mal cauto venisti: e già la bella
Teco del lungo repugnar s’adira;
Già la man, che tu baci arretra e tenta
Liberar da la tua; e già minaccia
Ricovrarsi al suo tetto, e quivi sola
Involarse ad ognuno in fin che il sonno
Venga pietoso a tranquillar suoi sdegni.
In van chiedi mercè; di mente in vano
A lei te stesso sconsigliata incolpi:
Ella niega placarse: il cocchio freme
Dell’alterno clamore; e il cocchio in tanto
Giace immobil fra l’ombra: e voi sue care
Gemme il bel mondo impazïente aspetta.
Ode il cocchiere al fin d’ambe le voci
Un comando indistinto, e bestemmiando
Sferza i corsieri; e via precipitando
Ambo vi porta: e mal sa dove ancora.
Folle! Di che temei? Sperdano i venti
Ogni augurio infelice. Ora il mio eroe
Fra l’amico tacer del vuoto corso
Lieto si sta la fresca óra godendo
Che dal monte lontan spira e consola.
Siede al fianco di lui lieta non meno
L’altrui cara consorte. Amor nasconde
La incauta face; e il fiero dardo alzando
Allontana i maligni. O nume invitto,
Non sospettar di me; ch’io già non vegno
Invido esplorator, ma fido amico
De la coppia beata, a cui tu vegli.
E tu Signor tronca gl’indugi. Assai
Fur gioconde quest’ombre, allor che prima
Nacque il vago desío, che te congiunse
All’altrui cara sposa or son due lune.
Ecco il tedio a la fin serpe tra i vostri
Così lunghi ritiri: e tempo è omai
Che in più degno di te pubblico agone
Splendano i genj tuoi. Mira la Notte,
Che col carro stellato alta sen vola
Per l’eterea campagna; e a te col dito
Mostra Téseo nel ciel, mostra Pollúce,
Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi,
Che per mille d’onore ardenti prove
Colà fra gli astri a sfolgorar salíro.
Svegliati a i grandi esempi; e meco affretta.
Loco è, ben sai, ne la città famoso,
Che splendida matrona apre al notturno
Concilio de’ tuoi pari, a cui la vita
Fora senza di ciò mal grata e vile.
Ivi le belle, e di feconda prole
Inclite madri ad oblïar sen vanno
Fra la sorte del gioco i tristi eventi
De la sorte d’amore, onde fu il giorno
Agitato e sconvolto. Ivi le grandi
Avole auguste e i genitor leggiadri
De’ già celebri eroi il senso e l’onta
Volgon de gli anni a rintuzzar fra l’ire
Magnanime del gioco. Ivi la turba
De la feroce gioventù divina
Scende a pugnar con le mirabil’arme
Di vaghi giubboncei, d’atti vezzosi,
Di bei modi del dir sta mane appresi;
Mentre la vanità fra il dubbio marte
Nobil furor ne’ forti petti inspira;
E con vario destin dando e togliendo
La combattuta palma, alto abbandona
I leggeri vessilli all’aure in preda.
Ecco che già di cento faci e cento
Gran palazzo rifulge. Multiforme
Popol di servi baldanzosamente
Sale scende s’aggira. Urto e fragore
Di rote di flagelli e di cavalli
Che vengono che vanno, e stridi e fischi
Di gente, che domandan che rispondono,
Assordan l’aria all’alte mura intorno.
Tutto è strepito e luce. O tu, che porti
La dama e il cavalier dolci mie cure,
Primo di carri guidator, quà volgi;
E fra il denso di rote arduo cammino
Con Olimpica man splendi; e d’un corso
Subentrando i grand’atrj, a dietro lascia
Qual pria le porte ad occupar tendea.
Quasi a propria virtù plauda al gran fatto
Il generoso eroe: plauda la bella,
Che con l’agil pensier scorre gli aurighi
De le dive rivali; e novi al petto
Sente nascer per te teneri orgogli.
Ma il bel carro s’arresta: e a te la dama,
A te prima di lei sceso d’un salto,
Affidata o Signor lieve balzando,
Col sonante calcagno il suol percote.
Largo dinanzi a voi fiammeggi e gronde,
Sopra l’ara de’ numi ad arder nato,
Il tesoro dell’api: e a lei da tergo
Pronta di servi mano a terra proni
Lo smisurato lembo alto sospenda:
Somma felicità, che lei sepára
Da le ricche viventi, a cui per anco,
Misere! su la via l’estrema veste
Per la polvere sibila strisciando.
Ahi, se fresco sdegnuzzo i vostri petti
Di anzi forse agitò, tu chino e grave
A lei porgi la destra; e seco innoltra,
Quale Ibero amador quando, raccolta
Dall’un lato la cappa, contegnoso
Guida l’amanza a diportarsi al vallo,
Dove il tauro, abbassando i corni irati,
Spinge gli uomini in alto; o gemer s’ode
Crepitante Giudeo per entro al foco.
Ma no; chè l’amorosa onda pacata
Oggi siede per voi: e quanto è d’uopo
A vagarvi il piacer solo la increspa
Una lieve aleggiando aura soave.
Snello adunque e vivace offri a la bella
Mollemente piegato il destro braccio.
Ella la manca v’inserisca: premi
Tu col gomito un poco: un poco anch’ella
Ti risponda premendo; e a la tua lena
Dolce peso a portar tutta si doni,
Mentre lieti celiando a brevi salti
Su per l’agili scale ambo affrettate.
Oh come al tuo venir gli archi e le volte
De’ gran titoli tuoi forte rimbombano!
Come a quel suon volubili le porte
Cedono spalancate; ed a quel suono
Degna superbia in cor ti bolle; e face
L’anima eccelsa rigonfiar più vasta!
Entra in tal forma; e del tuo grande ingombra
Gli spazj fortunati. Ecco di stanze
Ordin lungo a voi s’apre. Altra di servi
Infimo gregge alberga, ove tra lampi
Di molteplice lume or vivo or spento,
E fra sempre incostanti ombre schiamazza
Il sermon patrio e la facezia e il riso
Dell’energica plebe. Altra di vaghi
Zazzeruti donzelli è certa sede,
Ove accento stranier misto al natío
Molle susurra: e s’apparecchia in tanto
Copia di carte e multiforme avorio,
Arme l’uno a la pugna, indice l’altro
D’alti cimenti e di vittorie illustri.
Al fin più interna, e di gran luce e d’oro
E di ricchi tappeti aula superba
Sta servata per voi prole de’ numi.
Io, di razza mortale ignoto vate,
Come ardirò di penetrar fra i cori
De’ semidei, ne lo cui sangue in vano
Gocciola impura cerchería con vetro
Indagator colui che vide a nuoto
Per l’onda genitale il picciol uomo?
Qui tra i servi m’arresto; e qui da loro
Nuove del mio signor virtudi ascose
Tacito apprenderò. Ma tu sorridi
Invisibil Camena; e me rapisci
Invisibil con te fra li negati
Ad ognaltro profano aditi sacri.
Già il mobile de’ seggi ordine augusto
Sovra i tiepidi strati in cerchio volge:
E fra quelli eminente i fianchi estende
Il grave Canapè. Sola da un lato
La matrona del loco ivi s’appoggia;
E con la man che lungo il grembo cade
Lentamente il ventaglio apre e socchiude.
Or di giugner è tempo. Ecco le snelle
E le gravi per molto adipe dame,
Che a passi velocissimi s’affrettano
Nel gran consesso. I cavalieri egregi
Lor camminano a lato: ed elle, intorno
A la sede maggior vortice fatto
Di sè medesme, con sommessa voce
Brevi note bisbigliano; e dileguansi
Dissimulando fra le sedie umíli.
Un tempo il Canapè nido giocondo
Fu di risi e di scherzi, allor che l’ombre
Abitar gli fu grato ed i tranquilli
Del palagio recessi. Amor primiero
Trovò l’opra ingegnosa. Io voglio, ei disse,
Dono a le amiche mie far d’un bel seggio,
Che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia.
Così, qualor de gl’importuni altronde
Volga la turba, sederan gli amanti
L’uno a lato dell’altro, ed io con loro.
Disse, fe’ plauso con le palme; e l’ali
Aprì volando impazïente all’opra.
Ecco il bel fabbro lungo pian dispone
Di tavole contesto, e molli cigne,
A reggerlo vi dà vaghe colonne,
Che del silvestre Pane i piè leggieri
Imitano scendendo; al dorso poi
V’alza patulo appoggio; e il volge a i lati,
Come far soglion flessuosi acanti,
O ricche corna d’Arcade montone.
Indi, predando a le vaganti aurette
L’ali e le piume, le condensa e chiude
In tumido cuscin che tutta ingombri
La macchina elegante: e al fin l’adorna
Di molli sete e di vernici e d’oro.
Quanto il dono d’Amor piacque a le belle!
Quanti pensier lor baleníro in mente!
Tutte il chiesero a gara: ognuna il volle
Ne le stanze più interne: applause ognuna
A la innata energía del vago arnese,
Mal repugnante e mal cedente insieme
Sotto a i mobili fianchi. Ivi sedendo
Si ritrasser le amiche; e da lo sguardo
De’ maligni lontane, a i fidi orecchi
Si mormoráro i delicati arcani.
Ivi la coppia de gli amanti a lato
Dell’arbitra sagace o i nodi strinse;
O calmò l’ira, e nuove leggi apprese.
Ivi sovente l’amador faceto
Raro volume all’altrui cara sposa
Lesse spiegando; e con sorrisi arguti
Lepida imago fe’ notar tra i fogli.
Il fortunato seggio invidia mosse
De le sedie minori al popol vario:
E fama è che talora invidia mosse
Anco a i talami stessi. Ah! Perchè mai
Vinto da insana ambizione uscío
Fra lo immenso tumulto e fra il clamore
De le veglie solenni! Avvi due Genj
Fastidïosi e tristi, a cui dier vita
L’Ozio e la Vanità, che noti al nome
Di Puntiglio e di Noia, erran cercando
Gli alti palagi e le vigilie illustri
De la prole de’ numi. Un fra le mani
Porta verga fatale, onde sospende
Ne’ miseri percossi ogni lor voglia;
E di macchine al par, che l’arte inventi
Modera l’alme a suo talento e guida:
L’altro piove da gli occhi atro vapore;
E da la bocca sbadigliante esála
Alito lungo, che sembiante a i pigri
Soffi dell’austro, si dilata e volve,
E d’inane torpor le menti occúpa.
Questa del Canapè coppia infelice
Allor prese l’imperio; e i risi e i giochi
Ed Amor ne sospinse, e trono il fece
Ove le madri de le madri eccelse
De’ primi eroi esercitan lor tosse;
Ove l’inclite mogli, a cui beata
Rendon la vita titoli distinti
Sbadigliano distinte. Ah! Fuggi ah! Fuggi
Signor dal tetro influsso: e là fra i seggi
De le più miti dee, quindi remoto
Con l’alma gioventù scherza e t’allegra.
Quanta folla d’eroi! Tu, che modello
D’ogni nobil virtù, d’ogn’atto egregio,
Esser dei fra’ tuoi pari, i pari tuoi
A conoscere apprendi; e in te raccogli
Quanto di bello e glorïoso e grande
Sparse in cento di loro arte o natura.
Altri di lor ne la carriera illustre
Stampa i primi vestigi; altri gran parte
Di via già corse; altri a la meta è giunto.
In vano il vulgo temerario a gli uni
Di fanciulli dà nome; e quelli adulti,
Questi omai vegli di chiamare ardisce:
Tutti son pari. Ognun folleggia e scherza;
Ognun giudica e libra; ognun del pari
L’altro abbraccia e vezzeggia: in ciò sol tanto
Non simili tra lor, che ognun sua cura
Ha fra l’altre diletta onde più brilli.
Questi or esce di là dove ne’ trivj
Si ministran bevande ozio e novelle.
Ei v’andò mattutin, partinne al pranzo,
Vi tornò fino a notte: e già sei lustri
Volgon da poi che il bel tenor di vita
Giovinetto intraprese. Ah! Chi di lui
Può sedendo trovar più grati sonni
O più lunghi sbadigli; o più fïate
D’atro rapè solleticar le nari;
O a voce popolare orecchio e fede
Prestar più ingordo e declamar più forte?
Quegli è l’almo garzon, che con maestri
Da la scutica sua moti di braccio
Desta sibili egregi; e l’ore illustra
L’aere agitando de le sale immense,
Onde i prischi trofei pendono e gli avi.
L’altro è l’eroe, che da la guancia enfiata
E dal torto oricalco a i trivj annunzia
Suo talento immortal, qualor dall’alto
De’ famosi palagi emula il suono
Di messagger, che frettoloso arrive.
Quanto è vago a mirarlo allor che in veste
Cinto spedita, e con le gambe assorte
In amplo cuoio, cavalcando a i campi
Rapisce il cocchio, ove la dama è assisa
E il marito e l’ancella e il figlio e il cane!
Vuoi su lucido carro in dì solenne
Gir trïonfando al corso? Ecco quell’uno,
Che al lavor ne presieda. E legni e pelli
E ferri e sete e carpentieri e fabbri
A lui son noti: e per l’Ausonia tutta
È noto ei pure. Il Cálabro di feudi
E d’ordini superbo; i duchi e i prenci,
Che pascon Mongibello; e fin gli stessi
Gran nipoti Romani a lui sovente
Ne commetton la cura: ed ei sen vola
D’una in altra officina in fin che sorga
Auspice lui la fortunata mole:
Poi di tele ricinta, e contro all’onte
De la pioggia e del sol ben forte armata,
Mille e più passi l’accompagna ei stesso
Fuor de le mura; e con soave sguardo
La segue ancor sin che la via declini.
Or non conosci del figliuol di Maia
Il più celebre alunno, al cui consiglio
Nel gran dubbio de’ casi ognaltro cede;
Sia che dadi versati, o pezzi eretti,
O giacenti pedine, o brevi o grandi
Carte mescan la pugna? Ei sul mattino
Le stupide emicranie o l’aspre tossi
Molce giocando a le canute dame:
Ei, già tolte le mense, i nati or ora
Giochi a le belle declinanti insegna.
Ei, la notte, raccoglie a sè dintorno
Schiera d’eroi, che nobil estro infiamma
D’apprender l’arte, onde l’altrui fortuna
Vincasi e domi; e del soave amico
Nobil parte de’ campi all’altro ceda.
Vedi giugner colui, che di cavalli
Invitto domator divide il giorno
Fra i cavalli e la dama? Or de la dama
La man tiepida preme: or de’ cavalli
Liscia i dorsi pilosi, o pur col dito
Tenta a terra prostrato i ferri e l’ugna.
Aimè misera lei quando s’indice
Fiera altrove frequente! Ei l’abbandona;
E per monti inaccessi e valli orrende
Trova i lochi remoti, e cambia o merca.
Ma lei beata poi quand’ei sen torna
Sparso di limo; e novo fasto adduce
Di frementi corsieri; e gli avi loro
E i costumi e le patrie a lei soletta
Molte lune ripete! Or mira un altro,
Di cui più diligente o più costante
Non fu mai damigella o a tesser nodi
O d’aurei drappi a separar lo stame.
A lui turgide ancora ambo le tasche
Son d’ascose materie. Eran già queste
Prezïoso tappeto, in cui distinti
D’oro e lucide lane i casi apparvero
D’Ilio infelice: e il cavalier, sedendo
Nel gabinetto de la dama ormai
Con ostinata man tutte divise
In fili minutissimi le genti
D’Argo e di Frigia. Un fianco solo resta
De la Greca rapita; e poi l’eroe,
Pur giunto al fin di sua decenne impresa,
Andrà superbo al par d’ambo gli Atridi.
Ve’ chi sa ben come si deggia a punto
Fausto di nozze o pur d’estremi fati
Miserabile annuncio in carta esporre.
Lui scapigliati e torbidi la mente
Per la gran doglia a consultar sen vanno
I novi eredi: nè già mai fur viste
Tante vicino a la Cuméa caverna
Foglie volar d’oracoli notate,
Quanti avvisi ei raccolse i quali un giorno
Per gran pubblico ben serbati fiéno.
Ma chi l’opre diverse o i varj ingegni
Tutti esprimer poria, poi che le stanze
Folte già son di cavalieri e dame?
Tu per quelle t’avvolgi, ardito e baldo
Vanne torna ti assidi ergiti cedi
Premi chiedi perdono odi domanda
Sfuggi accenna schiamazza entra e ti mesci
A i divini drappelli; e a un punto empiendo
Ogni cosa di te, mira ed apprendi.
Là i vezzosi d’amor novi seguaci
Lor nascenti fortune ad alta voce
Confidansi all’orecchio; e ridon forte;
E saltellando batton palme a palme;
Sia che a leggiadre imprese Amor li guidi
Fra le oscure mortali: o che gli assorba
De le dive lor pari entro alla luce.
Quì gli antiqui d’Amor noti campioni
Con voci esíli e dall’ansante petto
Fuor tratte a stento rammentando vanno
Le già corse in amar fiere vicende.
Indi gl’imberbi eroi, cui diede il padre
La prima coppia di destrier pur jieri,
Con animo viril celiano al fianco
Di provetta beltà, che a i risi loro
Alza scoppi di risa; e il nudo spande,
Che di veli mal chiuso i guardi cerca,
Che il cercarono un tempo. Indi gli adulti,
A la cui fronte il primo ciuffo appose
Fallace parrucchier, scherzan vicini
A la sposa novella; e di bei motti
Tendonle insidia, ove di lei s’intrichi
L’alma inesperta e il timido pudore.
Folli! Chè a i detti loro ella va incontro
Valorosa così come una madre
Di dieci eroi. V’ha in altra parte assiso
Chi di lieti racconti o pur di fole
Non ascoltate mai raro promette
A le dame trastullo; e ride e narra.
E ride ancor, ben che a le dame in tanto
Sul bell’arco de’ labbri aleggi e penda
Non voluto sbadiglio. Avvi chi altronde
Con fortunato studio in novi sensi
Le parole converte; o i simil suoni
Pronto a colpir divinamente scherza.
Alto al genio di lui plaude il ventaglio
De le pingui matrone, a cui la voce
Di vernacolo accento anco risponde;
Ma le giovani madri, al latte avvezze
Di più nuove dottrine il sottil naso
Aggrinzan fastidite; e pur col guardo
Ssembran chieder pietade a i belli spirti,
Che lor siedono a lato; e a cui gran copia
D’erudita efemeride distilla
Volatile scienza entro a la mente.
Altri altrove pugnando audace innalza
Sovra d’ognaltro il palafren ch’ei sale,
O il poeta o il cantor che lieti ei rende
De le sue mense. Altri dà vanto all’elso
Lucido e bello de la spada ond’egli
Solo e per casi non più visti, al fine
Fu dal più dotto Anglico artier fornito.
Altri grave nel volto ad altri espone
Qual per l’appunto a gran convito apparve
Ordin di cibi: ed altri stupefatto,
Con profondo pensier con alte dita
Conta di quanti tavolieri a punto
Grande insolita veglia andò superba.
Un fra l’indice e il medio inflessi alquanto,
Molle ridendo, al suo vicin la gota
Preme furtivo: e l’un da tergo all’altro
Il pendente cappel dal braccio invola;
E del felice colpo a sè dà plauso.
Ma d’ogni lato i pronti servi in tanto
E luci e tavolieri e seggi e carte
Suppellettile augusta entran portando.
Un sordo stropicciar di mossi scanni,
Un cigol^o di tavole spiegate
Odo vagar fra le sonanti risa
Di giovani festivi e fra le acute
Voci di dame cicalanti a un tempo,
Aual dintorno a selvaggio antico moro
Sull’imbrunir del dì garrulo stormo
Di frascheggianti passere novelle.
Sola in tanto rumor tacita siede
La matrona del loco: e chino il fronte
E increspate le ciglia, i sommi labbri
Appoggia in sul ventaglio, arduo pensiere
Macchinando tra sè. Medita certo
Come al candor come al pudor si deggia
La cara figlia preservar, che torna
Doman da i chiostri, ove il sermon d’Italia
Pur giunse ad oblïar, meglio erudita
De le Galliche grazie. Oh qual dimane
Ne i genitor, ne’ convitati, a mensa
Ben cicalando ecciterai stupore
Bella fra i lari tuoi vergin straniera!
Errai. Nel suo pensier volge di cose
L’alta madre d’eroi mole più grande:
E nel dubbio crudel col guardo invoca
De le amiche l’aïta; e a sè con mano
Il fido cavalier chiede a consiglio.
Qual mai del gioco a i tavolier diversi
Ordin porrà, chè de le dive accolte
Nulla oblïata si dispetti; e nieghi
Più quì tornare ad aver scorno ed onte?
Come, con pronto antiveder, del gioco
Il dissimil tenore a i genj eccelsi
Assegnerà conforme; ond’altri poi
Non isbadigli lungamente, e pianga
Le mal gittate ore notturne, e lei
De lo infelice oro perduto incolpi?
Qual paro e quale al tavolier medesmo
E di campioni e di guerriere audaci
Fia che tra loro a tenzonar congiunga;
Sì che giammai, per miserabil caso,
La vetusta patrizia, ella e lo sposo
Ambo di regi favolosa stirpe,
Con lei non scenda al paragon, che al grado
Per breve serie di scrivani or ora
Fu de’ nobili assunta: e il cui marito
Gli atti e gli accenti ancor serba del monte?
Ma che non può sagace ingegno e molta
D’anni e di casi esperïenza? Or ecco
Ella compose i fidi amanti; e lungi
De la stanza nell’angol più remoto
Il marito costrinse, a dì sì lieti
Sognante ancor d’esser geloso. Altrove
Le occulte altrui, ma non fuggite all’occhio
Dotto di lei benchè nascenti a pena
Dolci cure d’amor, fra i meno intenti
O i meno acuti a penetrar nell’alte
Dell’animo latébre, in grembo al gioco
Pose a crescer felici: e già in duo cori
Grazia e mercè de la bell’opra ottiene.
Qua gl’illustri e le illustri; e là gli estremi
Ben seppe unir de’ novamente compri
Feudi, e de’ prischi glorïosi nomi
Cui mancò la fortuna. Anco le piacque
Accozzar le rivali, onde spïarne
I mal chiusi dispetti. Anco per celia
Più secoli adunò, grato aspettando
E per gli altri e per sè riso dall’ire
Settagenarie, che nel gioco accense
Fien, con molta raucedine e con molto
Tentennar di parrucche e cuffie alate.
Già per l’aula beata a cento intorno
Dispersi tavolier seggon le dive
Seggon gli eroi che dell’Esperia sono
Gloria somma o speranza. Ove di quattro
Un drappel si raccoglie: e dove un altro
Di tre sol tanto. Ivi di molti e grandi
Fogli dipinti il tavolier si sparge:
Qui di pochi e di brevi. Altri combatte;
Altri sta sopra a contemplar gli eventi
De la instabil fortuna e i tratti egregi
Del sapere o dell’arte. In fronte a tutti
Grave regna il consiglio: e li circonda
Maestoso silenzio. Erran sul campo
Agevoli ventagli, onde le dame
Cercan ristoro all’agitato spirto
Dopo i miseri casi. Erran sul campo
Lucide tabacchiere. Indi sovente
Un’util rimembranza un pronto avviso
Con le dita si attigne: e spesso volge
I destini del gioco e de la veglia
Un atomo di polve. Ecco sen ugne
La panciuta matrona intorno al labbro
Le calugini adulte: ecco sen ugne
Le nari delicate e un po’ di guancia
La sposa giovinetta. In vano il guardo
D’esperto cavalier che già su lei
Medita nel suo cor future imprese,
Le domina dall’alto i pregi ascosi:
E in van d’un altro timidetto ancora
Il pertinace piè l’estrema punta
Del bel piè le sospigne. Ella non sente
O non vede o non cura. Entro a que’ fogli,
Ch’ella con man sì lieve ordina o turba,
De le pompe muliebri a lei concesse
Or s’agita la sorte. Ivi è raccolto
Il suo cor, la sua mente. Amor sorride;
E luogo e tempo a vendicarsi aspetta.
Chi la vasta quïete osa da un lato
Romper con voci successive or aspre
Or molli or alte ora profonde, sempre
Con tenore ostinato al par di secchi,
Che scendano e ritornino piagnenti
Dal cupo alveo dell’onda; o al par di rote,
Che sotto al carro pesante, per lunga
Odansi strada scricchiolar lontano?
L’ampia tavola è questa, a cui s’aduna
Quanto mai per aspetto e per maturo
Senno il nobil concilio ha di più grave
O fra le dive socere o fra i nonni
O fra i celibi già da molti lustri
Memorati nel mondo. In sul tappeto[3]
Sorge grand’urna, che poi scossa in volta
La dovizia de’ numeri comparte
Fra i giocator, cui numerata è innanzi
D’immagini diverse alma vaghezza.
Qual finge il vecchio, che con man la negra
Sopra le grandi porporine brache
Veste raccoglie; e rubicondo il naso
Di grave stizza alto minaccia e grida
L’aguzza barba dimenando. Quale
Finge colui, che con la gobba enorme
E il naso enorme e la forchetta enorme
Le cadenti lasagne avido ingoia.
Quale il multicolor Zanni leggiadro,
Che, col pugno posato al fesso legno,
Sovra la punta dell’un piè s’innoltra;
E la succinta natica rotando,
Altrui volge faceto il nero ceffo.
Nè d’animali ancor copia vi manca,
O al par d’umana creatura l’orso
Ritto in due piedi, o il miccio, o la ridente
Simia, o il caro asinello, onde a sè grato
E giocatrici e giocator fan speglio.
Signor che fai? Così dell’opre altrui
Inoperoso spettator non vedi
Già la sacra del gioco ara disposta,
A te pur anco? E nell’aurato bronzo
Che d’Attiche colonne il grande imita
I lumi sfavillanti a cui nel mezzo
Lusingando gli eroi sorge di carte
Elegante congerie intatta ancora?
Ecco s’asside la tua dama e freme
Omai di tua lentezza, eccona un’altra
Ecco l’eterno cavalier con lei
Che ritto in piè del tavolino al labbro
Più non chiede che te e te co i guardi
Te con le palme desïando affretta.
Questi, or volgon tre lustri, a te simíle
Corre di gloria il generoso stadio
De la sua dama al fianco. A lei l’intero
Giorno il vide vicino, a lei la notte
Innoltrata d’assai. Varia tra loro
Fu la sorte d’amor mille le guerre
Mille le paci mille i furibondi
Scapigliati congedi e mille i dolce
Palpitanti ritorni, al caro sposo
Noti non sol ma nel teatro e al corso
Lunga e trita novella. Al fine Amore
Dopo tanti travagli a lor nel grembo
Molle sonno chiedea , quand’ ecco il Tempo
Tra la coppia felice osa indiscreto
Passar volando; e de la dama un poco
Dove il ciglio ha confin riga la guancia
Con la cima dell’ale, all’ altro svelle
Parte del ciuffo che nel liquid’aere
Si conteser di poi l’aure superbe.
Al fischiar del gran volo, a i dolci lai
De gli amanti sferzati Amor si scosse
Il nemico sentì l’armi raccolse
A fuggir cominciò. Pietà di noi
Pietà gridan gli amanti: or se tu parti
Come sentir la cara vita, come
Più lunghi desïarne i giorni e l’ore?
Nè già in van si gridò. La gracil mano
Verso l’omero armato Amor levando
Rise un riso vezzoso; indi un bel mazzo
De le carte che Felsina colora
Tolse da la faretra, e questo ei disse
A voi resti in mia vece. Oh meraviglia!
Ecco que’ fogli con dïurna mano
E notturna trattati anco d’amore
Sensi spirano e moti. Ah se un invito
Ben comprese giocando e ben rispose
Il cavalier, qual de la dama il fiede
Tenera occhiata che nel cor discende;
E quale a lei voluttuoso in bocca
Da una fresca rughetta esce il sogghigno!
Ma se i vaghi pensieri ella disvía
Solo un momento, e giocatore avverso
Util ne tragge, ah! il cavaliere allora
Freme geloso, si contorce tutto . . .
Fa irrequïeto scricchiolar la sedia;
E male e vïolento aduna e male
Mesce i discordi de le carte semi
Onde poi l’ altra giocatrice a manca
Ne invola il meglio: e la stizzosa dama
I due labbri aguzzando pugne e sferza
Con atroce implacabile ironía
Cara a le belle multilustri. Or ecco
Sorger fieri dispetti acerbe voglie
Lungo aggrottar di ciglia e per più giorni
A la veglia al teatro al corso in cocchio
Trasferito silenzio. Al fin chiamato
Un per gran senno e per veduti casi
Nestore tra gli eroi famoso e chiaro
Rompe il tenor de le ostinate menti
Con mirabil di mente arduo consiglio.
Così ad onta del tempo or lieta or mesta
L’alma coppia d’ amarsi anco si finge,
Così gusta la vita. Egual ventura
T’è serbata o Signor se ardirà mai
Ch’io non credo però l’alato veglio
Smovere alcun de’ preziosi avorj
Onor de’ risi tuoi, sì che le labbra
Si ripieghino a dentro e il gentil mento
Oltre i confïn de la bellezza ecceda.
Ma d’ ambrosia e di nettare gelato
Anco a i vostri palati almo conforto
Terrestri Deitadi ecco sen viene,
E cento Ganimedi, in vaga pompa
E di vesti e di crin, lucide tazze
Ne recan taciturni; e con leggiadro
E rispettoso inchin tutte spiegando
Dell’omero virile e de’ bei fianchi
Le rare forme lusingar son osi
De le Cinzie terrene i guardi obliqui.
Mira o Signor che a la tua dama un d’essi
Lene s’accosta e con sommessa voce
E mozzicando le parole alquanto
Onde pur sempre al suo Signor somigli
A lei di gel voluttuoso annuncia
Copia diversa. Ivi è raccolta in neve
La fragola gentil che di lontano
Pur col soave odor tradì sè stessa;
V’ è il salubre limon; v’è il molle latte;
V’ è con largo tenor culto fra noi
Pomo stranier che coronato usurpa [4]
Loco a i pomi natíi; v’è le due brune
Odorose bevande che pur di anzi
Di scoppiato vulcan simili al corso
Fumanti ardenti torbide spumose
Inondavan le tazze; ed or congeste
Sono in rigidi coni a fieder pronte
Di contraria dolcezza i sensi altrui.
Sorgi tu dunque e a la tua dama intendi
A porger di tua man scelto fra molti
Il sapor più gradito. I suoi desiri
Ella scopre a te solo: e mal gradito
O mal lodato al men giugne il diletto
Quando al senso di lei per te non giunge.
Ma pria togli di tasca intatto ancora
Candidissimo lin che sul bel grembo
Di lei scenda spiegato onde di gelo
Inavvertita stilla i cari veli
E le frange pompose in van minacci
Di macchia disperata. Umili cose
E di picciol valore al cieco vulgo
Queste forse parran che a te dimostro
Con sì nobili versi, e spargo ed orno
De’ vaghi fiori de lo stil ch’io colsi
Ne’ recessi di Pindo e che già mai
Da poetica man tocchi non foro.
Ma di sì crasso error di tanta notte
Già tu non bai L’eccelsa mente ingombra
Signor che vedi di quest’opra ordirsi
De’ tuoi pari la vita, e sorger quindi
La gloria e lo splendor di tanti eroi
Che poi prosteso cieco vulgo adora.
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
Note
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[1] Entro al manto
[2] Forse ciarlier fastidioso indugia
[3] La cavagnola, giuoco inusitato in Lombardìa.
[4] L’ananas
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