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Edizione di riferimento
Opere di Giuseppe Parini, pubblicate ed illustrate da Francesco Reina. Vol. primo. Milano, presso la Stamperia e Fonderia del Genio tipografico, I. - Vendemmiatore anno x - 1801.
Intervento grafico:
Abbiamo sostituito la / í / con la / ï / in corsivo per facilitare in modo inequivoco il lettore moderno
Ma de gli augelli e de le fere il giorno [1]
E de' pesci squammosi e de le piante
E dell'umana plebe al suo fin corre.
Già sotto al guardo de la immensa luce
Sfugge l'un mondo: e a berne i vivi raggi
Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice
Di molte perle California estrema:
E da' maggiori colli e dall'eccelse
Rocche il sol manda gli ultimi saluti
All'Italia fuggente; e par che brami
Rivederti o Signor prima che l'alpe
O l'appennino o il mar curvo ti celi
A gli occhi suoi. Altro finor non vide
Che di falcato mietitore i fianchi
Su le campagne tue piegati e lassi,
E su le armate mura or braccia or spalle
Carche di ferro, e su le aeree capre
De gli edificii tuoi man scabre e arsicce,
E villan polverosi innanzi a i carri
Gravi del tuo ricolto, e su i canali
E su i fertili laghi irsuti petti
Di remigante che le alterne merci
A' tuoi comodi guida ed al tuo lusso;
Tutti ignobili aspetti. Or colui veggia
Che da tutti servito a nullo serve.
Pronto è il cocchio felice. Odo le rote,
Odo i lieti corsier che all'alma sposa
E a te suo fido cavalier nodrisce
Il placido marito. Indi la pompa
Affrettasi de' servi; e quindi attende
Con insigni berretti e argentee mazze
Candida gioventù che al corso agogna
I moti espor de le vivaci membra:
E nell'audace cor forse presume
A te rapir de la tua bella i voti.
Che tardi omai? Non vedi tu com'ella
Già con morbide piume a i crin leggeri
La bionda che svaní polve rendette;
E con morbide piume in su la guancia
Fe' più vermiglie rifiorir che mai
Le dall'aura predate amiche rose?
Or tu nato di lei ministro e duce
L'assisti all'opra; e di novelli odori
La tabacchiera e i bei cristalli aurati
Con la perita mano a lei rintégra:
Tu il ventaglio le scegli adatto al giorno;
E tenta poi fra le giocose dita
Come agevole scorra. Oh qual con lieti
Nè ben celati a te guardi e sorrisi
Plaude la dama al tuo sagace tatto!
Ecco ella sorge; e del partir dà cenno:
Ma non senza sospetti e senza baci
A le vergini ancelle il cane affida
Al par de' giochi, al par de' cari figli
Grave sua cura: e il misero dolente
Mal tra le braccia contenuto e i petti
Balza e guaisce in suon che al rude vulgo
Ribrezzo porta di stridente lima;
E con rara celeste melodia
Scende a gli orecchi de la dama e al core.
Mentre così fra i generosi affetti
E le intese blandizie e i sensi arguti
E del cane e di sè la bella obblía
Pochi momenti; tu di lei più saggio
Usa del tempo: e a chiaro speglio innante
I bei membri ondeggiando alquanto libra
Su le gracili gambe; e con la destra
Molle verso il tuo sen piegata e mossa
Scopri la gemma che i bei lini annoda;
E in un di quelle ond'hai sì grave il dito
L'invidíato folgorar cimenta:
Poi le labbra componi; ad arte i guardi
Tempra qual più ti giova; e a te sorridi.
Al fin tu da te sciolto, ella dal cane
Ambo al fin v'appressate. Ella da i lumi
Spande sopra di te quanto a lei lascia
D'eccitata pietà l'amata belva;
E tu sopra di lei da gli occhi versi
Quanto in te di piacer destò il tuo volto.
Tal seguite ad amarvi: e insieme avvinti,
Tu a lei sostegno, ella di te conforto,
Itene omai de' cari nodi vostri
Grato dispetto a provocar nel mondo.
Qual primiera sarà che da gli amati
Voi sul vespro nascente alti palagi
Fuor conduca o Signor voglia leggiadra?
Fia la santa Amistà, non più feroce
Qual ne' prischi eccitar tempi godea
L'un per l'altro a morir gli agresti eroi;
Ma placata e innocente al par di questi
Onde la nostra età sorge sì chiara
Di Giove alti incrementi. Oh dopo i tardi
De lo specchio consigli e dopo i giochi,
Dopo le mense, amabil dea, tu insegni
Come il giovin Marchese al collo balzi
Del giovin Conte; e come a lui di baci
Le gote imprima; e come il braccio annode
L'uno al braccio dell'altro; e come insieme
Passeggino elevando il molle mento
E volgendolo in guisa di colombe;
E palpinsi e sorridansi e rispondansi
Con un vezzoso tu. Tu fra le dame
Sul mobil arco de le argute lingue
I già pronti a scoccar dardi trattieni,
S'altra giugne improvviso a cui rivolti
Pendean di già: tu fai che a lei presente
Non osin dispiacer le fide amiche:
Tu le carche faretre a miglior tempo
Di serbar le consigli. Or meco scendi;
E i generosi ufici e i cari sensi
Meco detta al mio eroe; tal che, famoso
Per entro al suon de le future etadi,
E a Pilade s'eguagli e a quel che trasse
Il buon Tesèo da le Tenarie foci.
Se da i regni che l'alpe o il mar divide
Dall'Italico lido in patria or giunse
Il caro amico; e da i perigli estremi
Sorge d'arcano mal, che in dubbio tenne
Lunga stagione i fisici eloquenti,
Magnanimo Garzone andrai tu forse
Trepido ancora per l'amato capo
A porger voti sospirando? Forse
Con alma dubbia e palpitante i detti
E i guardi e il viso esplorerai de' molti
Che il giudizio di voi menti sì chiare
Fra i primi assunse d'Esculapio alunni?
O di leni origlieri all'omer lasso
Porrai sostegno; e vital sugo a i labbri
Offrirai di tua mano? O pur con lieve
Bisso il madido fronte a lui tergendo,
E le aurette agitando, il tardo sonno
Inviterai a fomentar con l'ali
La nascente salute? Ahi no; tu lascia
Lascia che il vulgo di sì tenui cure
Le brevi anime ingombri; e d'un sol atto
Rendi l'amico tuo felice a pieno.
Sai che fra gli ozi del mattino illustri,
Del gabinetto al tripode sedendo,
Grand'arbitro del bello oggi creasti
Gli eccellenti nell'arte. Onor cotanto
Basti a darti ragion su le lor menti
E su l'opre di loro. Util ciascuno
A qualch'uso ti fia. Da te mandato
Con acuto epigramma il tuo poeta
La mentita virtù trafigger puote
D'una bella ostinata: e l'elegante
Tuo dipintor può con lavoro egregio
Tutti dell'amicizia onde ti vanti
Compendíar gli ufici in breve carta;
O se tu vuoi che semplice vi splenda
Di nuda maestade il tuo gran nome;
O se in antica lapide imitata
Inciso il brami; o se in trofeo sublime
Accumulate a te mirar vi piace
Le domestiche insegne, indi un lione
Rampicar furibondo e quindi l'ale
Spiegar l'augel che i fulmini ministra,
Qua timpani e vessilli e lance e spade,
E là scettri e collane e manti e velli
Cascanti argutamente. Ora ti vaglia
Questa carta o signor serbata all'uopo;
Or fia tempo d'usarne. Esca e con essa
Del caro amico tuo voli a le porte
Alcun de' nunci tuoi; quivi deponga
La tessera beata; e fugga; e torni
Ratto su l'orme tue pietoso eroe,
Che già pago di te ratto a traverso
E de' trivii e del popolo dilegui.
Già il dolce amico tuo nel cor commosso,
E non senza versar qualche di pianto
Tenera stilla il tuo bel nome or legge,
Seco dicendo: oh ignoto al duro vulgo
Sollievo almo de' mali! Oh sol concesso
Facil commercio a noi alme sublimi
E d'affetti e di cure! Or venga il giorno;
Che sì grate alternar nobili veci
A me sia dato! Tale sbadigliando
Si lascia da la man lenta cadere
L'amata carta; e te la carta e il nome
Soavemente in grembo al sonno oblía.
Tu fra tanto colà rapido il corso
Declinando intraprendi ove la dama
Co' labbri desiosi e il premer lungo
Del ginocchio sollecito ti spigne
Ad altre opre cortesi. Ella non meno
All'imperio possente a i cari moti
Dell'amistà risponde. A lei non meno
Palpita nel bel petto un cor gentile.
Che fa l'amica sua? Misera! Ieri,
Qual fusse la cagion, fremer fu vista
Tutta improvviso, ed agitar repente
Le vaghe membra. Indomito rigore
Occupolle le cosce; e strana forza
Le sospinse le braccia. Illividíro
I labbri onde l'Amor l'ali rinfresca;
Enfiò la neve de la bella gola;
E celato candor da i lini sparsi
Effuso rivelossi a gli occhi altrui.
Gli Amori si schermiron con la benda;
E indietro rifuggironsi le Grazie.
In vano il cavaliere, in van lo sposo
Tentò frenarla, in van le damigelle
Che su lo sposo e il cavaliere e lei
Scorrean col guardo; e poi ristrette insieme
Malignamente sorrideansi in volto.
Ella truce guatando curvò in arco
Duro e feroce le gentili schiene;
Scalpitò col bel piede; e ripercosse
La mille volte ribaciata mano
Del tavolier ne le pugnenti sponde.
Livida pesta scapigliata e scinta
Al fin stancò tutte le forze; e cadde
Insopportabil pondo sopra il letto.
Nè fra l'intime stanze o fra le chiuse
Gemine porte il prezïoso evento
Tacque ignoto molt'ore. Ivi la Fama
Con uno il colse de' cent'occhi suoi;
E il bel pegno rapito uscí portando
Fra le adulte matrone, a cui segreto
Dispetto fanno i pargoletti Amori,
Che da la maestà de gli otto lustri
Fuggon volando a più scherzosi nidi.
Una è fra lor che gli altrui nodi or cela
Comoda e strigne; or d'ispida virtude
Arma suoi detti; e furibonda in volto
E infiammata ne gli occhi alto declama,
Interpreta, ingrandisce i sagri arcani
De gli amorosi gabinetti; e a un tempo
Odiata e desïata eccita il riso
Or co' propri misteri or con gli altrui.
La vide, la notò, sorrise alquanto
La volatile Dea, disse: tu sola
Sai vincere il clamor de la mia tromba.
Disse, e in lei si mutò. Prese il ventaglio,
Prese le tabacchiere, il cocchio ascese;
E la venne trottando ove de' grandi
è il consesso più folto. In un momento
Lo sbadigliar s'arresta. In un momento
Tutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbri
Si raccolgono in lei: ed ella al fine,
E ansando e percotendosi con ambe
Le mani le ginocchia, il fatto espone
E del fatto le origini riposte.
Riser le dame allor pronte domane
A fortuna simíl, se mai le vaghe
Lor fantasíe commoverà negato
Da i mariti compenso a un gioco avverso,
In faccia a lor per deità maggiore
Negligenza d'amante, o al can diletto
Nata subita tosse: e rise ancora
La tua dama con elle: e in cor dispose
Di teco visitar l'egra compagna.
Ite al pietoso uficio, itene or dunque:
Ma lungo consigliar duri tra voi
Pria che a la meta il vostro cocchio arrive.
Se visitar, non già veder l'amica
Forse a voi piace, tacita a le porte
La volubile rota il corso arresti:
E il giovanetto messagger salendo
Per le scale sublimi a lei v'annunzj
Sì che voi non volenti ella non voglia.
Ma, se vaghezza poi ambo vi prende
Di spiar chi sia seco, e di turbarle
L'anima un poco, e ricercarle in volto
De' suoi casi la serie, il cocchio allora
Entri: e improvviso ne rimbombi e frema
L'atrio superbo. Egual piacere inonda
Sempre il cor de le belle o che opportune
O giungano importune alle lor pari.
Già le fervide amiche ad incontrarse
Volano impazïenti; un petto all'altro
Già premonsi abbracciando; alto le gote
D'alterni baci risonar già fanno;
Già strette per la man co' dotti fianchi
Ad un tempo amendue cadono a piombo
Sopra il sofà. Quì l'una un sottil motto
Vibra al cor dell'amica; e a i casi allude
Che la Fama narrò: quella repente
Con un altro l'assale. Una nel viso
Di bell'ire s'infiamma: e l'altra i vaghi
Labbri un poco si morde: e cresce in tanto
E quinci ognor più vïolento e quindi
Il trepido agitar de i duo ventagli.
Così, se mai al secol di Turpino
Di ferrate guerriere un paro illustre
Si scontravan per via, ciascuna ambiva
L'altra provar quel che valesse in arme;
E dopo le accoglienze oneste e belle
Abbassavan lor lance e co' cavalli
Urtavansi feroci; indi infocate
Di magnanima stizza i gran tronconi
Gittavan via de lo spezzato cerro,
E correan con le destre a gli elsi enormi.
Ma di lontan per l'alta selva fiera
Un messagger con clamoroso suono
Venir s'udiva galoppando; e l'una
Richiamare a re Carlo, o al campo l'altra
Del giovane Agramante. Osa tu pure,
Osa, invitto garzone, il ciuffo e i ricci
Sì ben finti stamane all'urto esporre
De' ventagli sdegnati: e a nuove imprese
La tua bella invitando, i casi estremi
De la pericolosa ira sospendi.
Oh solenne a la patria, oh all'orbe intero
Giorno fausto e beato al fin sorgesti
Di non più visto in ciel roseo splendore
A sparger l'orizzonte! Ecco la sposa
Di ramni eccelsi l'inclit'alvo al fine
Sgravò di maschia desiata prole
La prima volta. Da le lucid'aure
Fu il nobile vagito accolto a pena,
Che cento messi a precipizio uscíro
Con le gambe pesanti e lo spron duro
Stimolando i cavalli, e il gran convesso
Dell'etere sonoro alto ferendo
Di scutiche e di corni: e qual si sparse
Per le cittadi popolose, e diede
A i famosi congiunti il lieto annunzio:
E qual per monti a stento rampicando
Trovò le rocche e le cadenti mura
De' prischi feudi ove la polve e l'ombra
Abita e il gufo; e i rugginosi ferri
Sopra le rote mal sedenti al giorno
Di novo espose, e fe' scoppiarne il tuono;
E i gioghi de' vassalli e le vallée
Ampie e le marche del gran caso empiéo.
Nè le Muse devote, onde gran plauso
Venne l'altr'anno a gl'imenei felici,
Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole
Là su la notte dell'ardente agosto
Turba di grilli, e più lontano ancora
Innumerabil popolo di rane
Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi,
Mentre cadon su lor fendendo il buio
Lucide strisce, e le paludi accende
Fiamma improvvisa che lambisce e vola;
Tal sorsero i cantori a schiera a schiera;
E tal piovve su lor foco febéo,
Che di motti ventosi alta compagine
Fe' dividere in righe, o in simil suono
Uscir pomposamente. Altri scoperse
In que' vagiti Alcide, altri d'Italia
Il soccorso promise, altri a Bizanzio
Minacciò lo sterminio. A tal clamore
Non ardì la mia Musa unir sue voci:
Ma del parto divino al molle orecchio
Appressò non veduta; e molto in poco
Strinse dicendo: tu sarai simíle
Al tuo gran genitore. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
» Già di cocchi frequente il Corso splende:
» E di mille che là volano rote
» Rimbombano le vie. Fiero per nova
» Scoperta biga il giovine leggiadro
» Che cesse al carpentier gli aviti campi
» Là si scorge tra i primi. All'un de' lati
» Sdraiasi tutto: e de le stese gambe
» La snellezza dispiega. A lui nel seno
» La conoscenza del suo merto abbonda;
» E con gentil sorriso arde e balena
» Su la vetta del labbro; o da le ciglia,
» Disdegnando, de' cocchi signoreggia
» La turba inferïor: soave intanto
» Egli alza il mento, e il gomito protende;
» E mollemente la man ripiegando,
» I merletti finissimi su l'alto
» Petto si ricompon con le due dita.
» Quinci vien l'altro che pur oggi al cocchio
» Dai casali pervenne, e già s'ascrive
» Al concilio de' numi. Egli oggi impara
» A conoscere il vulgo, e già da quello
» Mille miglia lontan sente rapirsi
» Per lo spazio de' cieli. A lui davanti
» Ossequiosi cadono i cristalli
» De' generosi cocchi oltrepassando;
» E il lusingano ancor perché sostegno
» Sia de la pompa loro. Altri ne viene
» Che di compro pur or titol si vanta;
» E pur s'affaccia, e pur gli orecchi porge,
» E pur sembragli udir da tutti i labbri
» Sonar le glorie sue. Mal abbia il lungo
» De le rote stridore, e il calpestío
» De' ferrati cavalli, e l'aura, e il vento
» Che il bel tenor de le bramate voci
» Scender non lascia a dilettargli 'l core.
» Di momento in momento il fragor cresce,
» E la folla con esso. Ecco le vaghe
» A cui gli amanti per lo dì solenne
» Mendicarono i cocchi. Ecco le gravi
» Matrone che gran tempo arser di zelo
» Contro al bel Mondo, e dell'ignoto corso
» La scelerata polvere dannáro;
» Ma poi che la vivace amabil prole
» Crebbe, e invitar sembrò con gli occhi Imene,
» Cessero alfine; e le tornite braccia,
» E del sorgente petto i rugiadosi
» Frutti prudentemente al guardo apriro
» Dei nipoti di Giano [2]. Affrettan quindi
» Le belle cittadine, ora è più lustri
» Note a la Fama, poi che ai tetti loro
» Dedussero gli Dei; e sepper meglio,
E in più tragico stil da la teletta [3]
» Ai loro amici declamar l'istoria
» De' rotti amori; ed agitar repente
» Con celebrata convulsion la mensa,
» Il teatro, e la danza. Il lor ventaglio
» Irrequieto sempre or quinci or quindi
» Con variata eloquenza esce e saluta.
» Convolgonsi le belle: or su l'un fianco
» Or su l'altro si posano tentennano
» Volteggiano si rizzan, sul cuscino
» Ricadono pesanti, e la lor voce
» Acuta scorre d'uno in altro cocchio.
» Ma ecco alfin che le divine spose
» Degl'Italici eroi vengono anch'esse.
» Io le conosco ai messaggier volanti
» Che le annuncian da lungi, ed urtan fieri,
» E rompono la folla; io le conosco
» Da la turba de' servi al vomer tolti,
» Perché ozïosi poi diretro pendano
» Al carro trionfal con alte braccia.
» Male a Giuno ed a Pallade Minerva
» E a Cinzia e a Citerea mischiarvi osate
» Voi pettorute Naiadi e Napée [4]
» Vane di picciol fonte o d'umil selva
» Che agli Egipani [5] vostri in guardia diede
» Giove dall'alto. Vostr'incerti sguardi,
» Vostra frequente inane maraviglia,
» E l'aria alpestre ancor de' vostri moti
» Vi tradiscono, ahi lasse, e rendon vana
» La multiplice in fronte ai palafreni
» Pendente nappa, ch'usurpar tentaste,
» E la divisa onde copriste il mozzo
» E il cucinier che la seguace corte
» Accrebber stanchi, e i miseri lasciáro
» Canuti padri di famiglia soli
» Ne la muta magion serbati a chiave.
» Troppo da voi diverse esse ne vanno
» Ritte negli alti cocchi alteramente;
» E a la turba volgare che si prostra
» Non badan punto: a voi talor si volge
» Lor guardo negligente, e par, che dica:
» Tu ignota mi sei; o nel mirarvi
» Col compagno susurrano ridendo.
» Le giovinette madri degli eroi
» Tutto empierono il Corso, e tutte han seco
» Un giovinetto eroe, o un giovin padre
D'altri futuri eroi, che a la teletta [6],
» A la mensa, al teatro, al corso, al gioco
» Segnaleransi un giorno; e fien cantati,
» S'io scorgo l'avvenir, da tromba eguale
» A quella che a me diede Apollo, e disse:
» Canta gli Achilli tuoi, canta gli Augusti
» Del secol tuo. Sol tu manchi, o Pupilla
» Del più nobile mondo: ora ne vieni,
» E del rallegratore de le cose
» Rallegra or tu la moribonda luce.
Già tarda a la tua dama; e già con essa
» Precipitosamente al corso arrivi.
» Il memore cocchier serbi quel loco
» Che voi dianzi sceglieste, e voi non osi
» Tra le ignobili rote esporre al vulgo,
Se star fermi vi piace, od oltre scorra,
Se di scorrer v'aggrada. E a i guardi altrui
Spiegar gioie novelle, e nuove paci
Che la pubblica fama ignori ancora.
Né conteso a te fia per brevi istanti
Uscir del cocchio: e sfolgorando intorno,
Qual da repente spalancata nube,
Tutti scoprir di tua bellezza i rai,
Nel tergo, ne le gambe e nel sembiante
Simile a un Dío; poi che a te, non meno
Che all'altro semideo, Venere diede
E zazzera leggiadra e porporino
Splendor di gioventù, quando stamane
Allo speglio sedesti. Ecco son pronti
Al tuo scendere i servi. Un salto ancora
Spicca e rassetta gli increspati panni,
» E le trine sul petto: un po' t'inchina:
Ai lucidi calzari un guardo volgi:
» Ergiti, e marcia dimenando il fianco.
O il Corso misurar potrai soletto,
Se il passeggiar tu brami: o tu potrai
» Dell'altrui dame avvicinarti al cocchio,
» E inerpicarti, et introdurvi il capo
» E le spalle, e le braccia, e mezzo ancora
Dentro versarte. Ivi sonar tant'alto
» Fa le tue risa, che da lunge le oda
» La tua dama, e si turbi, ed interrompa
» Il celiar degli eroi che accorser tosto
Tra 'l dubbio giorno a custodirla in tanto
Che solinga rimase. O sommi numi
» Sospendete la notte: e i fatti egregi
» Del mio giovin signor splender lasciate
» Al chiaro giorno. Ma la notte segue
» Sue leggi inviolabili, e declina
» Con tacit'ombra sopra l'emispero;
» E il rugiadoso piè lenta movendo,
» Rimescola i color vari infiniti,
E via gli sgombra con l'immenso lembo
» Di cosa in cosa: e suora de la morte
» Un aspetto indistinto, un solo volto
» Al suolo, ai vegetanti, agli animali,
» A i grandi, ed a la plebe equa permette;
E i nudi insieme, e li dipinti visi
» De le belle confonde, e i cenci e l'oro:
» Né veder mi concede all'aer cieco
» Qual de' cocchi si parta, o qual rimanga
» Solo all'ombre segrete; e a me di mano
Tolto [7] il pennello, il mio Signore avvolge
» Per entro al tenebroso umido velo.
Note
__________________________
[1] Tutti i versi dello squarcio che da Mezzogiorno passò a far parte del Vespro, verranno posti come Lezioni varie, quando sieno stati corretti, o non ritenuti; e contrassegnati con due virgolette, quando sieno rimasti interi nel testo, affine di non perdere un sol verso dell'originale.
Già de le fere, e degli augelli il giorno,
E de' pesci notanti, e de' fior varj,
Degli alberi, e del vulgo al suo fin corre.
Di sotto al guardo dell'immenso Febo
Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi
Cuba s'affretta, e il Messico, e l'altrice
Di molte perle California estrema.
Già da' maggiori colli, e da l'eccelse
Torri il sol manda gli ultimi saluti
All'Italia, fuggente; e par, che brami
Rivederti, o signore, anzi che l'Alpe,
O l'Appennino, o il mar curvo ti celi
Agli occhi suoi. Altro finor non vide,
Che di falcato mietitore i fianchi
Su le campagne tue piegati e lassi,
E su le armate mura or fronti or spalle
Carche di ferro, e su le aeree capre
Degli edificj tuoi man scabre e arsicce,
E villan polverosi innanzi ai carri
Gravi del tuo ricolto, e sui canali
E sui fertili laghi irsute braccia
Di remigante che le alterne merci
Al tuo comodo guida ed al tuo lusso,
Tutt'ignobili oggetti. Or colui vegga,
Che da tutti servito, a nullo serve.
In questo tratto si sono replicati alcuni versi già posti nel contesto del Vespro, perchè meglio vedasi quanto era nel Mezzogiorno
[2] Giano si vuole che sia stato il patriarca degli Italiani.
[3] E in più tragico stil da la toilette
[4] Ninfe silvestri
[5] Semidei silvestri
[6] D'altri futuri eroi che a la toilette
[7] Toglie
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