Giuseppe Parini

Il Giorno

Il Vespro, edizione Francesco Reina 1801

 

 

 

Edizione di riferimento

Opere di Giuseppe Parini, pubblicate ed illustrate da Francesco Reina. Vol. primo. Milano, presso la Stamperia e Fonderia del Genio tipografico, I. - Vendemmiatore anno x - 1801.

Intervento grafico:

Abbiamo sostituito la / í / con la / ï / in corsivo per facilitare in modo inequivoco il lettore moderno

Il Vespro

Ma de gli augelli e de le fere il giorno [1]

E de' pesci squammosi e de le piante

E dell'umana plebe al suo fin corre.

Già sotto al guardo de la immensa luce

Sfugge l'un mondo: e a berne i vivi raggi

Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice

Di molte perle California estrema:

E da' maggiori colli e dall'eccelse

Rocche il sol manda gli ultimi saluti

All'Italia fuggente; e par che brami

Rivederti o Signor prima che l'alpe

O l'appennino o il mar curvo ti celi

A gli occhi suoi. Altro finor non vide

Che di falcato mietitore i fianchi

Su le campagne tue piegati e lassi,

E su le armate mura or braccia or spalle

Carche di ferro, e su le aeree capre

De gli edificii tuoi man scabre e arsicce,

E villan polverosi innanzi a i carri

Gravi del tuo ricolto, e su i canali

E su i fertili laghi irsuti petti

Di remigante che le alterne merci

A' tuoi comodi guida ed al tuo lusso;

Tutti ignobili aspetti. Or colui veggia

Che da tutti servito a nullo serve.

Pronto è il cocchio felice. Odo le rote,

Odo i lieti corsier che all'alma sposa

E a te suo fido cavalier nodrisce

Il placido marito. Indi la pompa

Affrettasi de' servi; e quindi attende

Con insigni berretti e argentee mazze

Candida gioventù che al corso agogna

I moti espor de le vivaci membra:

E nell'audace cor forse presume

A te rapir de la tua bella i voti.

Che tardi omai? Non vedi tu com'ella

Già con morbide piume a i crin leggeri

La bionda che svaní polve rendette;

E con morbide piume in su la guancia

Fe' più vermiglie rifiorir che mai

Le dall'aura predate amiche rose?

Or tu nato di lei ministro e duce

L'assisti all'opra; e di novelli odori

La tabacchiera e i bei cristalli aurati

Con la perita mano a lei rintégra:

Tu il ventaglio le scegli adatto al giorno;

E tenta poi fra le giocose dita

Come agevole scorra. Oh qual con lieti

Nè ben celati a te guardi e sorrisi

Plaude la dama al tuo sagace tatto!

Ecco ella sorge; e del partir dà cenno:

Ma non senza sospetti e senza baci

A le vergini ancelle il cane affida

Al par de' giochi, al par de' cari figli

Grave sua cura: e il misero dolente

Mal tra le braccia contenuto e i petti

Balza e guaisce in suon che al rude vulgo

Ribrezzo porta di stridente lima;

E con rara celeste melodia

Scende a gli orecchi de la dama e al core.

Mentre così fra i generosi affetti

E le intese blandizie e i sensi arguti

E del cane e di sè la bella obblía

Pochi momenti; tu di lei più saggio

Usa del tempo: e a chiaro speglio innante

I bei membri ondeggiando alquanto libra

Su le gracili gambe; e con la destra

Molle verso il tuo sen piegata e mossa

Scopri la gemma che i bei lini annoda;

E in un di quelle ond'hai sì grave il dito

L'invidíato folgorar cimenta:

Poi le labbra componi; ad arte i guardi

Tempra qual più ti giova; e a te sorridi.

Al fin tu da te sciolto, ella dal cane

Ambo al fin v'appressate. Ella da i lumi

Spande sopra di te quanto a lei lascia

D'eccitata pietà l'amata belva;

E tu sopra di lei da gli occhi versi

Quanto in te di piacer destò il tuo volto.

Tal seguite ad amarvi: e insieme avvinti,

Tu a lei sostegno, ella di te conforto,

Itene omai de' cari nodi vostri

Grato dispetto a provocar nel mondo.

Qual primiera sarà che da gli amati

Voi sul vespro nascente alti palagi

Fuor conduca o Signor voglia leggiadra?

Fia la santa Amistà, non più feroce

Qual ne' prischi eccitar tempi godea

L'un per l'altro a morir gli agresti eroi;

Ma placata e innocente al par di questi

Onde la nostra età sorge sì chiara

Di Giove alti incrementi. Oh dopo i tardi

De lo specchio consigli e dopo i giochi,

Dopo le mense, amabil dea, tu insegni

Come il giovin Marchese al collo balzi

Del giovin Conte; e come a lui di baci

Le gote imprima; e come il braccio annode

L'uno al braccio dell'altro; e come insieme

Passeggino elevando il molle mento

E volgendolo in guisa di colombe;

E palpinsi e sorridansi e rispondansi

Con un vezzoso tu. Tu fra le dame

Sul mobil arco de le argute lingue

I già pronti a scoccar dardi trattieni,

S'altra giugne improvviso a cui rivolti

Pendean di già: tu fai che a lei presente

Non osin dispiacer le fide amiche:

Tu le carche faretre a miglior tempo

Di serbar le consigli. Or meco scendi;

E i generosi ufici e i cari sensi

Meco detta al mio eroe; tal che, famoso

Per entro al suon de le future etadi,

E a Pilade s'eguagli e a quel che trasse

Il buon Tesèo da le Tenarie foci.

Se da i regni che l'alpe o il mar divide

Dall'Italico lido in patria or giunse

Il caro amico; e da i perigli estremi

Sorge d'arcano mal, che in dubbio tenne

Lunga stagione i fisici eloquenti,

Magnanimo Garzone andrai tu forse

Trepido ancora per l'amato capo

A porger voti sospirando? Forse

Con alma dubbia e palpitante i detti

E i guardi e il viso esplorerai de' molti

Che il giudizio di voi menti sì chiare

Fra i primi assunse d'Esculapio alunni?

O di leni origlieri all'omer lasso

Porrai sostegno; e vital sugo a i labbri

Offrirai di tua mano? O pur con lieve

Bisso il madido fronte a lui tergendo,

E le aurette agitando, il tardo sonno

Inviterai a fomentar con l'ali

La nascente salute? Ahi no; tu lascia

Lascia che il vulgo di sì tenui cure

Le brevi anime ingombri; e d'un sol atto

Rendi l'amico tuo felice a pieno.

Sai che fra gli ozi del mattino illustri,

Del gabinetto al tripode sedendo,

Grand'arbitro del bello oggi creasti

Gli eccellenti nell'arte. Onor cotanto

Basti a darti ragion su le lor menti

E su l'opre di loro. Util ciascuno

A qualch'uso ti fia. Da te mandato

Con acuto epigramma il tuo poeta

La mentita virtù trafigger puote

D'una bella ostinata: e l'elegante

Tuo dipintor può con lavoro egregio

Tutti dell'amicizia onde ti vanti

Compendíar gli ufici in breve carta;

O se tu vuoi che semplice vi splenda

Di nuda maestade il tuo gran nome;

O se in antica lapide imitata

Inciso il brami; o se in trofeo sublime

Accumulate a te mirar vi piace

Le domestiche insegne, indi un lione

Rampicar furibondo e quindi l'ale

Spiegar l'augel che i fulmini ministra,

Qua timpani e vessilli e lance e spade,

E là scettri e collane e manti e velli

Cascanti argutamente. Ora ti vaglia

Questa carta o signor serbata all'uopo;

Or fia tempo d'usarne. Esca e con essa

Del caro amico tuo voli a le porte

Alcun de' nunci tuoi; quivi deponga

La tessera beata; e fugga; e torni

Ratto su l'orme tue pietoso eroe,

Che già pago di te ratto a traverso

E de' trivii e del popolo dilegui.

Già il dolce amico tuo nel cor commosso,

E non senza versar qualche di pianto

Tenera stilla il tuo bel nome or legge,

Seco dicendo: oh ignoto al duro vulgo

Sollievo almo de' mali! Oh sol concesso

Facil commercio a noi alme sublimi

E d'affetti e di cure! Or venga il giorno;

Che sì grate alternar nobili veci

A me sia dato!  Tale sbadigliando

Si lascia da la man lenta cadere

L'amata carta; e te la carta e il nome

Soavemente in grembo al sonno oblía.

Tu fra tanto colà rapido il corso

Declinando intraprendi ove la dama

Co' labbri desiosi e il premer lungo

Del ginocchio sollecito ti spigne

Ad altre opre cortesi. Ella non meno

All'imperio possente a i cari moti

Dell'amistà risponde. A lei non meno

Palpita nel bel petto un cor gentile.

Che fa l'amica sua? Misera! Ieri,

Qual fusse la cagion, fremer fu vista

Tutta improvviso, ed agitar repente

Le vaghe membra. Indomito rigore

Occupolle le cosce; e strana forza

Le sospinse le braccia. Illividíro

I labbri onde l'Amor l'ali rinfresca;

Enfiò la neve de la bella gola;

E celato candor da i lini sparsi

Effuso rivelossi a gli occhi altrui.

Gli Amori si schermiron con la benda;

E indietro rifuggironsi le Grazie.

In vano il cavaliere, in van lo sposo

Tentò frenarla, in van le damigelle

Che su lo sposo e il cavaliere e lei

Scorrean col guardo; e poi ristrette insieme

Malignamente sorrideansi in volto.

Ella truce guatando curvò in arco

Duro e feroce le gentili schiene;

Scalpitò col bel piede; e ripercosse

La mille volte ribaciata mano

Del tavolier ne le pugnenti sponde.

Livida pesta scapigliata e scinta

Al fin stancò tutte le forze; e cadde

Insopportabil pondo sopra il letto.

Nè fra l'intime stanze o fra le chiuse

Gemine porte il prezïoso evento

Tacque ignoto molt'ore. Ivi la Fama

Con uno il colse de' cent'occhi suoi;

E il bel pegno rapito uscí portando

Fra le adulte matrone, a cui segreto

Dispetto fanno i pargoletti Amori,

Che da la maestà de gli otto lustri

Fuggon volando a più scherzosi nidi.

Una è fra lor che gli altrui nodi or cela

Comoda e strigne; or d'ispida virtude

Arma suoi detti; e furibonda in volto

E infiammata ne gli occhi alto declama,

Interpreta, ingrandisce i sagri arcani

De gli amorosi gabinetti; e a un tempo

Odiata e desïata eccita il riso

Or co' propri misteri or con gli altrui.

La vide, la notò, sorrise alquanto

La volatile Dea, disse: tu sola

Sai vincere il clamor de la mia tromba.

Disse, e in lei si mutò. Prese il ventaglio,

Prese le tabacchiere, il cocchio ascese;

E la venne trottando ove de' grandi

è il consesso più folto. In un momento

Lo sbadigliar s'arresta. In un momento

Tutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbri

Si raccolgono in lei: ed ella al fine,

E ansando e percotendosi con ambe

Le mani le ginocchia, il fatto espone

E del fatto le origini riposte.

Riser le dame allor pronte domane

A fortuna simíl, se mai le vaghe

Lor fantasíe commoverà negato

Da i mariti compenso a un gioco avverso,

In faccia a lor per deità maggiore

Negligenza d'amante, o al can diletto

Nata subita tosse: e rise ancora

La tua dama con elle: e in cor dispose

Di teco visitar l'egra compagna.

Ite al pietoso uficio, itene or dunque:

Ma lungo consigliar duri tra voi

Pria che a la meta il vostro cocchio arrive.

Se visitar, non già veder l'amica

Forse a voi piace, tacita a le porte

La volubile rota il corso arresti:

E il giovanetto messagger salendo

Per le scale sublimi a lei v'annunzj

Sì che voi non volenti ella non voglia.

Ma, se vaghezza poi ambo vi prende

Di spiar chi sia seco, e di turbarle

L'anima un poco, e ricercarle in volto

De' suoi casi la serie, il cocchio allora

Entri: e improvviso ne rimbombi e frema

L'atrio superbo. Egual piacere inonda

Sempre il cor de le belle o che opportune

O giungano importune alle lor pari.

Già le fervide amiche ad incontrarse

Volano impazïenti; un petto all'altro

Già premonsi abbracciando; alto le gote

D'alterni baci risonar già fanno;

Già strette per la man co' dotti fianchi

Ad un tempo amendue cadono a piombo

Sopra il sofà. Quì l'una un sottil motto

Vibra al cor dell'amica; e a i casi allude

Che la Fama narrò: quella repente

Con un altro l'assale. Una nel viso

Di bell'ire s'infiamma: e l'altra i vaghi

Labbri un poco si morde: e cresce in tanto

E quinci ognor più vïolento e quindi

Il trepido agitar de i duo ventagli.

Così, se mai al secol di Turpino

Di ferrate guerriere un paro illustre

Si scontravan per via, ciascuna ambiva

L'altra provar quel che valesse in arme;

E dopo le accoglienze oneste e belle

Abbassavan lor lance e co' cavalli

Urtavansi feroci; indi infocate

Di magnanima stizza i gran tronconi

Gittavan via de lo spezzato cerro,

E correan con le destre a gli elsi enormi.

Ma di lontan per l'alta selva fiera

Un messagger con clamoroso suono

Venir s'udiva galoppando; e l'una

Richiamare a re Carlo, o al campo l'altra

Del giovane Agramante. Osa tu pure,

Osa, invitto garzone, il ciuffo e i ricci

Sì ben finti stamane all'urto esporre

De' ventagli sdegnati: e a nuove imprese

La tua bella invitando, i casi estremi

De la pericolosa ira sospendi.

Oh solenne a la patria, oh all'orbe intero

Giorno fausto e beato al fin sorgesti

Di non più visto in ciel roseo splendore

A sparger l'orizzonte! Ecco la sposa

Di ramni eccelsi l'inclit'alvo al fine

Sgravò di maschia desiata prole

La prima volta. Da le lucid'aure

Fu il nobile vagito accolto a pena,

Che cento messi a precipizio uscíro

Con le gambe pesanti e lo spron duro

Stimolando i cavalli, e il gran convesso

Dell'etere sonoro alto ferendo

Di scutiche e di corni: e qual si sparse

Per le cittadi popolose, e diede

A i famosi congiunti il lieto annunzio:

E qual per monti a stento rampicando

Trovò le rocche e le cadenti mura

De' prischi feudi ove la polve e l'ombra

Abita e il gufo; e i rugginosi ferri

Sopra le rote mal sedenti al giorno

Di novo espose, e fe' scoppiarne il tuono;

E i gioghi de' vassalli e le vallée

Ampie e le marche del gran caso empiéo.

Nè le Muse devote, onde gran plauso

Venne l'altr'anno a gl'imenei felici,

Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole

Là su la notte dell'ardente agosto

Turba di grilli, e più lontano ancora

Innumerabil popolo di rane

Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi,

Mentre cadon su lor fendendo il buio

Lucide strisce, e le paludi accende

Fiamma improvvisa che lambisce e vola;

Tal sorsero i cantori a schiera a schiera;

E tal piovve su lor foco febéo,

Che di motti ventosi alta compagine

Fe' dividere in righe, o in simil suono

Uscir pomposamente. Altri scoperse

In que' vagiti Alcide, altri d'Italia

Il soccorso promise, altri a Bizanzio

Minacciò lo sterminio. A tal clamore

Non ardì la mia Musa unir sue voci:

Ma del parto divino al molle orecchio

Appressò non veduta; e molto in poco

Strinse dicendo: tu sarai simíle

Al tuo gran genitore. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

» Già di cocchi frequente il Corso splende:

» E di mille che là volano rote

» Rimbombano le vie. Fiero per nova

» Scoperta biga il giovine leggiadro

» Che cesse al carpentier gli aviti campi

» Là si scorge tra i primi. All'un de' lati

» Sdraiasi tutto: e de le stese gambe

» La snellezza dispiega. A lui nel seno

» La conoscenza del suo merto abbonda;

» E con gentil sorriso arde e balena

» Su la vetta del labbro; o da le ciglia,

» Disdegnando, de' cocchi signoreggia

» La turba inferïor: soave intanto

» Egli alza il mento, e il gomito protende;

» E mollemente la man ripiegando,

» I merletti finissimi su l'alto

» Petto si ricompon con le due dita.

» Quinci vien l'altro che pur oggi al cocchio

» Dai casali pervenne, e già s'ascrive

» Al concilio de' numi. Egli oggi impara

» A conoscere il vulgo, e già da quello

» Mille miglia lontan sente rapirsi

» Per lo spazio de' cieli. A lui davanti

» Ossequiosi cadono i cristalli

» De' generosi cocchi oltrepassando;

» E il lusingano ancor perché sostegno

» Sia de la pompa loro. Altri ne viene

» Che di compro pur or titol si vanta;

» E pur s'affaccia, e pur gli orecchi porge,

» E pur sembragli udir da tutti i labbri

» Sonar le glorie sue. Mal abbia il lungo

» De le rote stridore, e il calpestío

» De' ferrati cavalli, e l'aura, e il vento

» Che il bel tenor de le bramate voci

» Scender non lascia a dilettargli 'l core.

» Di momento in momento il fragor cresce,

» E la folla con esso. Ecco le vaghe

» A cui gli amanti per lo dì solenne

» Mendicarono i cocchi. Ecco le gravi

» Matrone che gran tempo arser di zelo

» Contro al bel Mondo, e dell'ignoto corso

» La scelerata polvere dannáro;

» Ma poi che la vivace amabil prole

» Crebbe, e invitar sembrò con gli occhi Imene,

» Cessero alfine; e le tornite braccia,

» E del sorgente petto i rugiadosi

» Frutti prudentemente al guardo apriro

» Dei nipoti di Giano [2]. Affrettan quindi

» Le belle cittadine, ora è più lustri

» Note a la Fama, poi che ai tetti loro

» Dedussero gli Dei; e sepper meglio,

E in più tragico stil da la teletta [3]

» Ai loro amici declamar l'istoria

» De' rotti amori; ed agitar repente

» Con celebrata convulsion la mensa,

» Il teatro, e la danza. Il lor ventaglio

» Irrequieto sempre or quinci or quindi

» Con variata eloquenza esce e saluta.

» Convolgonsi le belle: or su l'un fianco

» Or su l'altro si posano tentennano

» Volteggiano si rizzan, sul cuscino

» Ricadono pesanti, e la lor voce

» Acuta scorre d'uno in altro cocchio.

» Ma ecco alfin che le divine spose

» Degl'Italici eroi vengono anch'esse.

» Io le conosco ai messaggier volanti

» Che le annuncian da lungi, ed urtan fieri,

» E rompono la folla; io le conosco

» Da la turba de' servi al vomer tolti,

» Perché ozïosi poi diretro pendano

» Al carro trionfal con alte braccia.

» Male a Giuno ed a Pallade Minerva

» E a Cinzia e a Citerea mischiarvi osate

» Voi pettorute Naiadi e Napée [4]

» Vane di picciol fonte o d'umil selva

» Che agli Egipani [5] vostri in guardia diede

» Giove dall'alto. Vostr'incerti sguardi,

» Vostra frequente inane maraviglia,

» E l'aria alpestre ancor de' vostri moti

» Vi tradiscono, ahi lasse, e rendon vana

» La multiplice in fronte ai palafreni

» Pendente nappa, ch'usurpar tentaste,

» E la divisa onde copriste il mozzo

» E il cucinier che la seguace corte

» Accrebber stanchi, e i miseri lasciáro

» Canuti padri di famiglia soli

» Ne la muta magion serbati a chiave.

» Troppo da voi diverse esse ne vanno

» Ritte negli alti cocchi alteramente;

» E a la turba volgare che si prostra

» Non badan punto: a voi talor si volge

» Lor guardo negligente, e par, che dica:

» Tu ignota mi sei;  o nel mirarvi

» Col compagno susurrano ridendo.

» Le giovinette madri degli eroi

» Tutto empierono il Corso, e tutte han seco

» Un giovinetto eroe, o un giovin padre

D'altri futuri eroi, che a la teletta [6],

» A la mensa, al teatro, al corso, al gioco

» Segnaleransi un giorno; e fien cantati,

» S'io scorgo l'avvenir, da tromba eguale

» A quella che a me diede Apollo, e disse:

» Canta gli Achilli tuoi, canta gli Augusti

» Del secol tuo. Sol tu manchi, o Pupilla

» Del più nobile mondo: ora ne vieni,

» E del rallegratore de le cose

» Rallegra or tu la moribonda luce.

Già tarda a la tua dama; e già con essa

» Precipitosamente al corso arrivi.

» Il memore cocchier serbi quel loco

» Che voi dianzi sceglieste, e voi non osi

» Tra le ignobili rote esporre al vulgo,

Se star fermi vi piace, od oltre scorra,

Se di scorrer v'aggrada. E a i guardi altrui

Spiegar gioie novelle, e nuove paci

Che la pubblica fama ignori ancora.

Né conteso a te fia per brevi istanti

Uscir del cocchio: e sfolgorando intorno,

Qual da repente spalancata nube,

Tutti scoprir di tua bellezza i rai,

Nel tergo, ne le gambe e nel sembiante

Simile a un Dío; poi che a te, non meno

Che all'altro semideo, Venere diede

E zazzera leggiadra e porporino

Splendor di gioventù, quando stamane

Allo speglio sedesti. Ecco son pronti

Al tuo scendere i servi. Un salto ancora

Spicca e rassetta gli increspati panni,

» E le trine sul petto: un po' t'inchina:

Ai lucidi calzari un guardo volgi:

» Ergiti, e marcia dimenando il fianco.

O il Corso misurar potrai soletto,

Se il passeggiar tu brami: o tu potrai

» Dell'altrui dame avvicinarti al cocchio,

» E inerpicarti, et introdurvi il capo

» E le spalle, e le braccia, e mezzo ancora

Dentro versarte. Ivi sonar tant'alto

» Fa le tue risa, che da lunge le oda

» La tua dama, e si turbi, ed interrompa

» Il celiar degli eroi che accorser tosto

Tra 'l dubbio giorno a custodirla in tanto

Che solinga rimase. O sommi numi

» Sospendete la notte: e i fatti egregi

» Del mio giovin signor splender lasciate

» Al chiaro giorno. Ma la notte segue

» Sue leggi inviolabili, e declina

» Con tacit'ombra sopra l'emispero;

» E il rugiadoso piè lenta movendo,

» Rimescola i color vari infiniti,

E via gli sgombra con l'immenso lembo

» Di cosa in cosa: e suora de la morte

» Un aspetto indistinto, un solo volto

» Al suolo, ai vegetanti, agli animali,

» A i grandi, ed a la plebe equa permette;

E i nudi insieme, e li dipinti visi

» De le belle confonde, e i cenci e l'oro:

» Né veder mi concede all'aer cieco

» Qual de' cocchi si parta, o qual rimanga

» Solo all'ombre segrete; e a me di mano

Tolto [7] il pennello, il mio Signore avvolge

» Per entro al tenebroso umido velo.

 

Note

__________________________

 

[1]  Tutti i versi dello squarcio che da Mezzogiorno passò a far parte del Vespro, verranno posti come Lezioni varie, quando sieno stati corretti, o non ritenuti; e contrassegnati con due virgolette, quando sieno rimasti interi nel testo, affine di non perdere un sol verso dell'originale.

Già de le fere, e degli augelli il giorno,

E de' pesci notanti, e de' fior varj,

Degli alberi, e del vulgo al suo fin corre.

Di sotto al guardo dell'immenso Febo

Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi

Cuba s'affretta, e il Messico, e l'altrice

Di molte perle California estrema.

Già da' maggiori colli, e da l'eccelse

Torri il sol manda gli ultimi saluti

All'Italia, fuggente; e par, che brami

Rivederti, o signore, anzi che l'Alpe,

O l'Appennino, o il mar curvo ti celi

Agli occhi suoi. Altro finor non vide,

Che di falcato mietitore i fianchi

Su le campagne tue piegati e lassi,

E su le armate mura or fronti or spalle

Carche di ferro, e su le aeree capre

Degli edificj tuoi man scabre e arsicce,

E villan polverosi innanzi ai carri

Gravi del tuo ricolto, e sui canali

E sui fertili laghi irsute braccia

Di remigante che le alterne merci

Al tuo comodo guida ed al tuo lusso,

Tutt'ignobili oggetti. Or colui vegga,

Che da tutti servito, a nullo serve.

In questo tratto si sono replicati alcuni versi già posti nel contesto del Vespro, perchè meglio vedasi quanto era nel Mezzogiorno

[2] Giano si vuole che sia stato il patriarca degli Italiani.

[3] E in più tragico stil da la toilette

[4] Ninfe silvestri

[5] Semidei silvestri

[6] D'altri futuri eroi che a  la toilette

[7] Toglie

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 maggio 2006