Giuseppe Parini

 

Descrizione delle feste

celebrate in Milano per le nozze delle LL. AA. RR

l'Arciduca Ferdinando d'Austria

e l'Arciduchessa Maria Beatrice d'Este

fatta per ordine della Real Corte l'anno delle medesime nozze

1771

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

Nota sul testo:

Seguo il ms. calligrafico, non autografo, Ambros., IX, 1; di pagg. 84; dove la Descrizione termina a pag. 81. Sul verso della coperta di cartone, è la nota ms., d’altra mano: L’ab. Parini si è l’autore di questa Descrizione. Vi correggo minime sviste. Perchè a pag. 746 col. 8, il testo non sembri lacunoso, basterà intendere questo vasto teatro come questo nostro di Milano.

 

 

La venuta in Milano di S. A. R. l’Arciduca Ferdinando Carlo d’Austria per assumere il governo della Lombardia austriaca, e le nozze del medesimo con S. A. R. l’arciduchessa Maria Ricciarda Beatrice d’Este meritavano d’esser celebrate con quella pompa che testificasse la grandezza dell’avvenimento; e che, dando luogo al concorso del popolo, aprisse il pubblico animo e ne manifestasse la interna satisfazione e letizia. 

Ad amendue questi oggetti fu provveduto dalla Maestà, della Imperadrice Regina, nostra clementissima sovrana: imperocchè, dopo aver essa stabilito che il dì quindici d’ottobre, in cui si solennizza il suo augusto nome, fosse quello dell’ingresso in questa metropoli e delle nozze del real figliuolo, ordinò ancora che ne’ giorni consecutivi si celebrassero pubbliche feste a spese del regio erario.

 Le quali feste, siccome, per la sovrana munificenza e per lo zelo di chi le procurò e diresse, riuscirono d’universale contentamento; così si è giudicato opportuno di serbarne memoria col tesserne la breve descrizione che qui si presenta. 

Fra il giocondo commovimento di tutta la città, animata dalla imminente venuta di Sua Altezza Reale, dai preparamenti che vedeva farsi, dalla straordinaria affluenza de’ forestieri che di giorno in giorno sopravvenivano, entrava uno spiacevole sospetto, che, cessando il lungo sereno della stagione, non si venisse ad impedire lo sfogo del gaudio comune e la compiuta esecuzione delle feste ordinate. Il sospetto divenne disperazione, quando, nel dì tredici, si vide cambiare il bel tempo in una dirotta pioggia, e questa continuare anche il dì quindici, con minacce di lunga durata. Ma questo accidente medesimo fu cagione di più grata sorpresa, perchè nell’ora stessa che Il Reale Arciduca giunse in Milano rasserenossi in un subito il cielo, e tornò a risplendere il sole più chiaro che mai. 

Giunse il Real Principe verso le ore ventitrè, fra le acclamazioni d’infinito numero di persone, che, avide di conoscerlo e di contemplarlo, inondavano tutte le vie per le quali doveva passare sino al regio ducal palazzo, dove era aspettato da tutto il ministerio e da tutta la nobiltà, così nazionale come forestiera; e quindi, dopo breve dimora, uscì congiuntamente alla Reale sua Sposa, per avviarsi alla vicina chiesa metropolitana a ricever la benedizione nuziale.

 Questo lietissimo momento non lasciava luogo a desiderare altro spettacolo, offerendosene uno troppo grande ed affettuoso nella presenza de’ Reali Sposi, che venivano accompagnati dalle LL. AA. SS. il signor Duca e i signori Principe e Principessa ereditaria di Modena, e preceduti e seguìti dal numerosissimo corteggio de’ ministri, de’ cavalieri e delle dame.

 Nondimeno le Guardie Nobili a cavallo e le Guardie a piedi di S. A. R., le Guardie a cavallo di S. A. S.ma il signor Duca di Modena, ed altri corpi di cavalleria e di fanteria, che o stavano schierati in vaga ordinanza sulla piazza del Duomo, o assistevano di mano in mano al procedimento de’ principi e del loro séguito; inoltre il gran numero de’ torchii, onde per il sopravvenir della notte risplendeva tutto il gran cortile del palazzo ducale, e il portico posticcio, che quindi conduceva alla porta maggiore della metropolitana; finalmente la immensa folla del popolo spettatore che fra le tenebre della cadente notte veniva rischiarata dalle grandi masse della luce versata per mille parti dalla quantità delle fiaccole; tutte queste cose contribuivano a render più sensibile la dignità della comparsa e formavano un magnifico accompagnamento di tutta la pompa.

 La chiesa metropolitana era superbamente addobbata. Gli smisurati piloni che formano la croce della gran nave di mezzo, eran da capo a fondo coperti di dammasco cremisi, raccolto per tale uso da quasi tutte le chiese di Milano, ed ornati di festoni di frange e di fasce d’oro e d’argento. Negli intercolonnii fino a notabile altezza salivano degli archi accompagnanti l’architettura gotica del tempio, fatti essi pure a rilievo di tocche d’oro e d’argento; e sotto di essi camminava una specie d’architrave fatto alla stessa guisa. Da questo pendevano continue lumiere di cristallo portanti gran numero di candele accese; e sopra i detti archi e dintorno ai piloni fiammeggiavano varii ordini di doppieri. Il coro e i grandi pulpiti di bronzo apparivano singolarmente ornati della bellissima tappezzeria di dammasco cremisi ricamata d’oro, appartenente a’ Gesuiti di San Fedele; ed erano con pari dovizia che ordine illuminati per ogni parte. Tutto questo apparato tanto più meritava di considerazione per essere stato fatto in pochi giorni, e per essere assai difficile di proporzionarsi con gli ornamenti alla vastità ed alla forma singolare del tempio.

Il largo spazio del suolo interposto ai quattro piloni, che sostengono la cupola, era alzato dal piano comune della chiesa per via d’un gran palco che andava a congiugnersi e formare un piano medesimo col pavimento del coro, e al quale palco si saliva per alcune gradinate distribuite ne’ luoghi più opportuni. Sopra di questo palco e nel coro videsi spiegata la numerosa comitiva de’ ministri e della nobiltà, mentre che nel presbiterio, dove erano i Reali e Serenissimi Principi, celebrossi dall’Eminentissimo Cardinale Arcivescovo la cerimonia della benedizione nuziale. La santità e la maestà del rito, la dignità de’ principi, la gravità del ministerio, il decoro delle dame e de’ cavalieri, la magnificenza degli abiti, la fulgidezza delle gioie, la vaghezza e l’eleganza degli ornamenti, e mille altre simili cose insieme congiunte presentavano, dall’alto di questo gran palco, uno spettacolo atto ad occupar sublimemente l’imaginazione.

Celebrata la solennità, con quelle osservanze che si costumano in tali occasioni, tornaron le LL. AA. RR. l’Arciduca e l’Arciduchessa sua sposa verso il regio ducal palazzo, coll’accompagnamento ed ordine stesso con cui eran venuti, e fra le reiterate acclamazioni del popolo tuttavia radunato sulla piazza del duomo. Era disposto nel ducal palazzo un nobilissimo concerto, formato de’ musici e de’ sonatori più eccellenti, al quale, poichè le AA. LL. RR. e SS. ebbero assistito per qualche tempo, passarono nella grande sala, che serve per le feste e per gl’inviti solenni, dove cenarono pubblicamente al suono di lieta sinfonia, e non senza gratissima commozione d’animo negli astanti, che miravano ad una sola mensa una così felice alleanza delle due grandi famiglie Austriaca ed Estense.

Il dì sedici seguente diedesi principio alle preparate pubbliche feste con quella intitolata Il banchetto delle spose, per intelligenza della quale è necessario di premettere alcune notizie.

S. M. la Imperadrice Regina, la quale, per indole del suo clementissimo animo, non sa mai disgiungere la propria dalla comune felicità, erasi degnata d’ordinare che, nella faustissima occasione delle nozze del Real figliuolo, fossero del suo erario distribuite cinquecento doti di cencinquanta lire ciascuna per altrettante fanciulle soggette al suo felicissimo dominio nello Stato di Milano. Fu adunque giudicato opportuno di prevalersi di questa circostanza, per cominciare con una non meno pia che lieta solennità la serie delle pubbliche feste.

A tale effetto si propose di dare alle mentovate fanciulle dotate e a’ rispettivi loro sposi un pubblico banchetto sull’ampio Corso della Porta Orientale, e di adattar parte di esso Corso in guisa che servisse di comodo alla funzione e di grazioso campestre spettacolo ai cittadini. Ma perchè non sarebbe stato possibile di congregar da tante parti e per il medesimo giorno tanto numero di persone; però fu ristretto il numero delle fanciulle invitate a sole duecentoventi co’ rispettivi loro sposi; e la festa venne nel seguente modo eseguita.

In quella parte del Corso che è più vicino alla Porta Orientale si scelse un grande spazio, atto a rappresentarvi una vasta sala di Real giardino, determinata e cinta d’alti e larghi portici convenienti al carattere che voleva darsi al luogo ed alla funzione. Erano i portici vagamente architettati di ramoscelli e di fronde, secondo le diverse gradazioni del loro verde distribuite ne’ varii membri dell’architettura; di modo che e distinguevansi assai bene le parti, e rompevasi piacevolmente l’uniformità nello stesso colore fondamentale. Il quale perchè non venisse facilmente a smarrire col diseccar de’ rami e delle foglie, erasi usata la cautela di valersi degli alberi del nasco e del pino, che regnano ne’ nostri monti e che serbano un verde vivissimo nello stesso tempo e costante. Così l’edificio, sebbene rimanesse esposto al sole continuo di ben due mesi, conservò sempre un medesimo aspetto. Le facciate, parimenti dello stesso verde, che nelle due estremità della lunghezza della grande sala si univano con assai garbo ai portici laterali, erano aperte sotto a due grandi archi, sopra de’ quali saliva un pezzo d’ornato, che nobilmente presentavasi all’occhio di chi veniva di lontano, mentre che le aperture sotto agli archi lasciavano libera la vista e l’accesso al popolo spettatore. La lunghezza de’ portici era giudiziosamente interrotta nel mezzo da due altri grandi archi simili a quelli delle facciate, i quali davano assai largo spazio a due palchi: l’uno dei quali, posto alla mano destra della sala, era preparato per uso de’ principi, e anteriormente coperto di dammasco cremisi; e l’altro, corrispondente dall’altro lato, doveva servire per la numerosa sinfonia, destinata a perpetuo decoro delle successive feste. Sotto ai grandi porticati poi stendevasi per tutta la lunghezza una gradinata a quattro ordini di sedili, disposta dalla parte destra per la nobiltà e dall’altra per li cittadini. L’area spaziosa della sala veniva occupata da un rado boschetto di verdissimi pini con bello e svariato ordine collocati; all’intorno del quale aprivasi un largo viale, che prestava comodo al popolo di passeggiare in giro per tutto l’interno di quell’ameno luogo. Fra mezzo al boschetto de’ pini era disposta una grande tavola, divisa in tre parti, e capace di quattrocentocinquanta persone, sopra della quale presentavasi un continuo parterre, lavorato alla chinese con singolare varietà e bizzarria. Lo spazio per cui si stendeva la grande tavola era tutto coperto di tende di color bianco e vermiglio, le quali, pendendo negligentemente dai circostanti alberi a guisa di padiglione, e servivano a difendere dal sole ed accrescevan di molto la bellezza del luogo. Queste cose tutte venivano alla fine perfezionate dalla grazia ridente de’ festoni e delle ghirlande, tessute di frondi e di fiori fatti al naturale, che pendevano per ogni parte dagli archi de’ portici e dagli alberi fra’ quali la tavola era collocata.

Venuta l’ora del mezzodì, stabilita per il banchetto delle spose, ed essendo già presenti al luogo della Posta i Reali e i Serenissimi principi, e già pieni di popolo i portici della gran sala e il Corso e le strade che vi conducono, s’incaminarono ancora le spose e gli sposi convitati a quella volta.

Siccome erasi studiato, anche per secondar le intenzioni di S. M. la Imperadrice Regina, di non ommetter nella direzione degli spettacoli nulla che potesse contribuire a mantener l’ordine, la tranquillità e la pubblica decenza; così si credette di dover usare ogni attenzione massimamente nel regolamento di questo. Fu perciò provveduto che le fanciulle invitate e i giovani loro sposi fossero maritati ne’ giorni antecedenti alla festa da’ rispettivi loro parrochi; e quindi, di mano in mano che si radunavano nella città, albergati e mantenuti in questo Luogo Pio Trivulzi ; dal quale poi, venuto il giorno della loro comparsa, passarono ad ordinarsi nella vicina basilica di Santo Steffano.

Da questa chiesa pertanto vennero i quattrocento e più convitati al luogo della festa, preceduti da una numerosa ed allegra sinfonia ed accompagnati con buon ordine da quantità di soldati, non tanto per decorazione dello spettacolo, quanto per contenere la Indiscreta piacevolezza del popolo.

Al loro arrivo fu tosto, per mezzo de’ soldati, imbandita la grande mensa d’abbondanti e laute vivande; alla quale, poichè fu benedetta dal Proposto della mentovata basilica di Santo Steffano, s’accostarono i convitati; e nell’atto che tutti ponevansi a sedere, furono distribuite alle spose le doti destinate per esse. Era il valore di ciascuna dote, coll’aggiunta di due medaglie d’argento, riposto in una borsa di seta, ricamata d’oro, colla cifra di S. A. R. l’Arciduca Ferdinando; e queste borse vennero, per ordine dello stesso Reale Arciduca, distribuite dai due Cavalieri delegati alla direzione delle pubbliche feste in Porta Orientale: dopo di che, gli sposi e le spose si misero lietamente a pranzare.

Lo spettacolo di questo pranzo riuscì nuovo e bellissimo, e venne universalmente applaudito. Per farne concepire una giusta idea, non converrebbe narrare ma presentare in un colpo solo alla imaginazione di chi legge la vastità, il bell’ordine e la campestre vaghezza del luogo; l’aspetto decoroso ed umanissimo de’ Principi, che dall’alto del loro palco dominavano tutta la scena; il numero, la pompa, la vivacità, le grazie delle dame e de’ cavalieri, che, come in vago e magnifico anfiteatro, occupavano tutta la gradinata dell’uno de’ portici; la folla innumerabile, l’eleganza, il brio de’ cittadini o delle cittadine giovani e gentili; che nello stesso modo sedevano dall’altro lato; la modesta e timida incertezza delle contadine spose, e l’agreste e sincera allegria degli sposi, che nel piano dell’amena sala desinavano sotto a que’ verdi alberi e a quelle colorate tende e a quelle pendenti ghirlande di fiori; finalmente il suono continuo della sinfonia e il giocondo bisbiglio e le festevoli risa di tanto popolo colà radunato: i quali oggetti tutti occupavano in un sol tratto l’animo degli spettatori.

Assistettero le LL. AA. RR. e SS. a questo grazioso e nobile divertimento quasi sino alla fine; e pochi momenti dopo la loro partenza accadde un piacevole accidente, che in un modo inaspettato pone termine alla festa. Come all’entrar del Reale Arciduca in città erasi, nel giorno antecedente, rasserenato in un subito il cielo, così, al partirsi ch’egli fece dallo spettacolo, venne una di quelle improvvise piogge che sogliono venire la state. Questa, perchè fu leggiere e di non molta durata, non recò grave dispiacere alla folla degli astanti; anzi, facendosi nascere una repentina innocente confusione, diede un aspetto tutto nuovo alla scena, e produsse uno scioglimento assai convenevole al carattere naturale e campestre dello spettacolo.

Terminata, non senza segni di molta satisfazione e de’ Principi e del pubblico, la descritta festa, e venuta la sera, si diede principio ai pubblici trattenimenti notturni, i quali seguitarono poi, variamente distribuiti, nelle sere successive.

È da sapere che a riguardo della venuta e delle nozze di S. A. R. era stato antecedentemente ristorato, a spese della Regia Camera, l’interno di questo vasto teatro, e l’aspetto di esso nobilitato di nuove dipinture e di nuovi ornamenti in una forma assai vaga e convenevole alla natura delle circostanze e del luogo. I privati medesimi, desiderosi di concorrere dal canto loro alla perfezione dell’oggetto, avevano decorato con nuova ricchezza ed eleganza l’interiore de’ loro palchi, ed eransi nel di fuori conformati alla graziosa simmetria del tutto.

In tale occasione la bella pittura, rappresentante il carro del Sole, la quale orna il grande soppalco del teatro, fu pur essa rinfrescata, acciocchè non iscomparisse a fronte del restante, fatto di nuovo. Fu parimenti rifatto il sipario, e rappresentatovi un nuovo soggetto felicemente allusivo alla circostanza, cioè le nozze di Telemaco. Questa pittura, che è opera del celebre signor Bernardino Galliari, conciate in un gruppo di nobili e grandiose figure collocate nel mezzo, e in una quantità d’altre laterali. Un venerabile vegliardo, che raffigura il padre della sposa di Telemaco, sta in atto di consegnare la Real vergine al giovine eroe, il quale, con molta dignità presentandosi ad amendue, strigne la mano della sua sposa ed esprime, guardandola, il rispetto e l’amore che nodrisce per casa. La giovane Reale, che sta nel mezzo di questi due, pare accostarsi con non minor maestà che tenerezza a Telemaco; nel mentre che, con gli occhi affettuosamente rivolti nel viso paterno, attende l’approvazione delle sospirate nozze. Intanto, sopra una grande ara ed un vicino tripode, che sorgono al lato del padre, arde il sagrificio, e un canuto sacerdote, in aria da inspirato, vi sta profetando fortunati avvenimenti. Dalle bande poi veggonsi gran numero di cavalli, di fanti e di popolo, che tutti prendon parte nell’azione.

La sera pertanto di questo dì sedici, in cui dovevasi dar principio alla rappresentazione dell’opera in musica, apparve il teatro in assai più nobile forma ridotto, ed oltre di ciò con grande dovizia di candele illuminato per ogni parte; sicchè, tra per gli abbellimenti fattivi di fresco, tra per la vivacità e la vaga ordinanza de’ lumi, riusciva del tutto nuovo e gratissimo a’ riguardanti.

Al primo comparir che fece il Reale Arciduca con l’Arciduchessa sua sposa nel gran palco della corte, si ridestarono più liete che mai le acclamazione del popolo tutto; alle quali S. A. R. si degnò di corrispondere con umanissimi segni d’approvazione e d’accoglienza; dopo di che, diedesi principio alla rappresentazione. Nel corso della quale, essendo tutt’i palchi, anche i più remoti dalla scena, affollati di persone nobili e civili, così forestiere come nazionali, tutte in quella gala che meritava la pubblica letizia del giorno, furono queste dalla Corte di S. A. R. regalate di mano in mano d’esquisiti rinfreschi; il che si continuò a fare anche per altre sere consecutive.

Il dramma, che si rappresentò, e i libri del quale nobilmente stampati in Vienna e adorni d’intagli graziosi ed allusivi, furono dispensati in regalo, era opera dell’illustre Metastasio, Poeta Cesareo, e aveva per titolo Il Ruggiero ovvero l’eroica  gratitudine. Questo argomento riuscì tanto più accetto, perchè in parte relativo all’occasione, essendo tratto dalle famose antichità poetiche della famiglia d’Este. L’epoca poi alla quale si riferisce l’azione del dramma, e la natura dell’azione stessa dava luogo ad un genere di costume, di vestiario e di scene non ordinario sopra i nostri teatri.

La musica di quest’opera era parimenti lavoro di rinomato maestro, cioè del signor Giovanni Adolfo Hasse, detto il Sassone. N’eseguivano le parti del canto le signore Girelli e Falchini, e i signori Manzoli, Tibaldi, Solzi ed Uttini. Le parti del suono poi venivano eseguite da questa reputata orchestra di Milano, renduta assai più numerosa del solito.

Due grandi e ricchissimi balli occupavano gl’intervalli fra un atto e l’altro del dramma, con azioni e con favole allusive alle nozze delle LL. AA. RR. Il primo, posto in iscena dal signor Pick, avea per titolo La corona della Gloria. Apollo e Marte, sopra i carri e con le insegne a loro convenienti, quegli accompagnato dal placido coro delle Muse, e questi da una fiera coorte de’ suoi guerrieri, entravano nel Tempio della Gloria a chiedere e a disputarsi la corona di questa dea. Ella pendeva lungamente irresoluta a qual dei due numi meglio convenisse di darla. Quand’ecco la Fama, accompagnata dall’Amore e dall’Imeneo, se ne veniva baldanzosamente mostrando i ritratti degli Sposi Reali e celebrando le loro virtù. La Gloria, a tale aspetto sorpresa, cedeva la corona, e ne ornava i ritratti de’ principi; il che riconosciuto per giusto dai due numi competitori, non solo approvavano la risoluzione della dea, ma essi medesimi, di capo levandosi i loro allori, alla contesa corona gli aggiugnevano. Ciò eseguito, i due ritratti venivano collocati nella parte più cospicua del Tempio della Gloria, con molta festa di tutte le divinità colà congregate.

Il secondo ballo, posto in iscena dal signor Favier, era intitolato Pico e Canente. Consisteva questo in una rappresentazione degli amori di Pico e di Canente, fatta dietro alla celebre favola delle Metamorfosi; >ma terminata con lieto fine, e mista d’episodii riferibili alle nozze delle LL. AA. RR.

Facevano le principali parti nell’esecuzione di questi balli i due nominati signori Pick e Favier, e le signore Lablache e Binetti. Il coro poi de’ ballerini subalterni era numerosissimo e scelto non solo per l’abilità ma anche per l’avvenenza, necessaria alla perfezione dell’oggetto teatrale.

Dalle cose fin qui riferite, alle quali conviene aggiugnere la ricchezza, il lusso, la varietà e la molteplicità straordinaria degli abiti, delle scene e d’ogni altro genere di decorazione, è troppo facile di congetturare la splendidezza e la magnificenza di tutto lo spettacolo, col quale ai terminarono i pubblici divertimenti di questo giorno.

I trattenimenti del giorno diciassette seguente consistettero nel giro delle carrozze che chiamasi Corso alla Romana, fatto medesimamente in Porta Orientale, e nella serenata che recitossi la sera in teatro.

Il corso delle carrozze è un oggetto massimamente considerabile nella nostra città per il sorprendente numero di quelle e per la ricchezza ed eleganza loro. Aggiungasi che nella presente circostanza n’era di molto accresciuta le quantità, per quelle di tanti forestieri che andavano di giorno in giorno sopravvenendo. Stendevasi adunque il giro delle predette carrozze per tutto il lunghissimo tratto che conduce dalla piazza del Duomo fino alle mura della Porta Orientale; il quale medesimo spazio doveva poi servir di carriera per la futura, corsa de’ barberi. Dopo il banchetto delle spose, seguito il giorno antecedente, furono levati i cancelli che erano stati posti alle facciate della sopra descritta sala, non tanto per ornamento del luogo, quanto por impedirvi l’accesso delle carrozze; di modo che poterono poi le medesime stendersi girando anche per tutto lo spazio contenuto tra i verdi portici, dove dal palco destinato per la musica ascoltavasi una continua sinfonia. Nell’occasione di questo e di simili successivi corsi delle carrozze ebbe campo di spiegarsi la ricchezza, la singolarità e la pompa de’ cavalli, delle dorature, delle vernici, delle livree, che il lusso de’ grandi e de’ privati aveva spezialmente preparati per la presente occorrenza.

Giunta la notte, e intervenute le LL. AA. RR. al teatro, che fu sempremai affollatissimo di popolo, diedesi principio alla rappresentazione della serenata, intitolata l’Ascanio in Alba.

Questo drammatico componimento, autore del quale è l’abate Parini, conteneva una perpetua allegoria relativa alle nozze delle LL. AA. RR. ed alle insigni beneficenze compartite da S. M. la Imperadrice Regina massimamente a’ suoi sudditi dello Stato di Milano. La musica del detto dramma fu composta dal signor Amedeo Wolfango Mozart, giovinetto già conosciuto per la sua abilità in varie parti dell’Europa; e fu eseguita dalle parti nominate di sopra, trattone l’ultima, perchè il soggetto ammetteva minor numero d’attori.

Se la rappresentazione teatrale della sera antecedente era riuscita magnifica e grandiosa, questa seconda incontrò pure il gradimento de’ principi e del pubblico per la sua nobile e variata semplicità. I cori di genii, di pastori e di ninfe, e i piccoli balletti ad essi obbligati, che interrompevano di tanto in tanto il corso de’ recitativi e delle arie, formavano nello stesso tempo un continuo e vario legamento d’oggetti, atto a conciliare alla scena notabile vaghezza. La decorazione poi tutta e la pittura delle scene spezialmente, molto adattato al soggetto ed al carattere pastorale del dramma, davano, non meno delle altre cose, grazioso risalto alla rappresentazione. Inventore de’ balletti obbligati al dramma fu il sopra mentovato signor Favier, e inventori e pittori delle scene, così della serenata come dell’opera, furono i celebri signori fratelli Galliari.

Il dopo pranzo del giorno diciotto fu destinato, con solenne concorso de’ principi, della nobiltà e del popolo, al delizioso passeggio sopra le mura tra la Porta Orientale e la Porta Nuova. Questa parte della città è veramente la più amena e quella che gode d’un’aria più salubre. L’ampiezza del luogo vi appresta tutto il comodo immaginabile a qualunque folla straordinaria di carrozze e di popolo; e l’elevatezza di quello presenta un assai vasto e piacevole orizzonte. Da un lato si domina la vasta pianura, il giro delle non molto distanti colline e finalmente l’alta catena de’ nostri monti; a fronte una gran parte delle lontane Alpi, e dall’altro lato uno de’ migliori aspetti della città. Si sale da questa insensibilmente alle mura; e nell’ora del passeggio scopresi la bellissima pompa d’una innumerabile quantità di carrozze quivi schierate, e di popolo che vi sa sta divertendo. Si può giudicare da quello che segue cotidianamente, quando la stagione il comporta, qual doveva esser l’aspetto di questo luogo nella presente occasione. Certamente nè così grande nè così splendido concorso non vi fu mai da quel giorno che la Maestà dell’Imperadore l’onorò della sua presenza.

Dopo il passeggio, fu grande veglia nel Palazzo Ducale, con intervento il più numeroso che siasi mai veduto di tutta la nobiltà, e di straordinaria quantità di forestieri, i quali vennero trattenuti e favoriti nel decorso della serata con quel gusto e quella splendidezza che in simile occorrenza si potesse desiderare.

Il seguente giorno diciannove era statuito per la pubblica comparsa della mascherata de’ Facchini, divertimento particolare della nostra città, ma che in questa occasione fu dato con assai maggiore apparato e solennità del consueto.

Questa mascherata rappresenta gli abitatori d’alcuneo valli sopra il Lago Maggiore, parte de’ quale sino ab antico costumano di guadagnarsi il sostentamento in Milano impiegandosi in que’ privati e pubblici servigi che son proprii del facchino. Stanno questi nella città con certi obblighi e privilegii, che ne autorizzano l’uso e la dimora. Quelli poi, che rappresentano tal gente colla mascherata così detta de’ Facchini o la Facchinata, sono persone civili, addette ad un corpo che chiamasi la magnifica Badia. Questa piacevole congrega è d’origine molto incerta: nondimeno se ne ha memoria d’oltre a due secoli. Gode d’alcuni privilegii concedutile dai governatori da questo Stato. Ha statuti ancor essa e cariche, come da piovano, d’abate, da dottore, da cancelliere, da poeta e simili. Gl’individui della Badia affettano un dialetto proprio del paese del quale si fingono. Hanno ciascuno un nome bizzarro e caratteristico che li distingue. Hanno una foggia da ballo e da costumanze nazionali. Il loro abito è d’un panno bigio, con un giubboncino e le calze dello stesso. Il cappello è del medesimo colore, ma ornato da grandi e ricchi pennacchi che dànno alla figura un’aria bizzarra e pittoresca. Portano alla cinta un grembiule vagamente ricamato d’oro e d’argento con simboli e figure alludenti al carattere particolare, che ciascun rappresenta. Recano un sacco in ispalla, ed hanno al viso maschere eccellentemente fatte, raffiguranti fisonomie oltre modo nuove e capricciose, ma nello stesso tempo naturali e secondo il costume.

La detta mascherata suole uscire quasi ogni carnovale, e talvolta ancora in occasione di pubbliche allegrie, ora più ora meno pomposamente. Ma questa volta dimostrò assai maggiore zelo che in nessun altre tempo, così per la singolarità della circostanza come per la distinzione con cui l’Augusta Sovrana ai degnò ultimamente di riguardarla. Imperocchè, non essendo potuto rimanere ignoto al suo liberalissimo animo nè meno un così piccolo oggetto, fece dalla Real Camera somministrare alla Badia un considerevole regalo, a titolo di compensarla in parte delle spese fatte questi anni addietro per divertimento di S. A. R. l’Arciduchessa Maria Ricciarda.

Uscì adunque la mascherata de’ Facchini sotto aspetto che il loro Comune venisse in forma solenne alla città per prestar riverenza alle LL. AA. RR. in occasione delle lor nozze; e la forma e l’ordine e il cammino della mascherata fu il seguente.

Dalla Porta Ticinese, per la quale sogliono entrar coloro che vengono dal Lago Maggiore, entrò la festevole e pomposa brigata nella città; e quindi, fra mezzo ad un popolo immenso che empiva tutte le vie e le logge e le finestre, avanzossi direttamente alla volta del Ducal Palazzo per quivi presentarsi a’ Reali sposi.

Tutta la mascherata era a cavallo o sopra carri vagamente inventati e dipinti, o in carrozze e in calessi scoperti d’ogni genere; e tutti con ornamenti caratteristici della rappresentazione.

Procedeva il Corriere della magnifica Badia, seguito da una squadra d’ussari, che servivano di vanguardia alla marcia; e dopo questi veniva il Portiere della stessa Badia, avendo in séguito un grosso numero di sonatori con timpani e trombe. A questi succedette l’equipaggio, il quale consisteva in ben trenta muli carichi di sporte e di ceste, e ornati di fiocchi, di piume e di coperte di vario colore. In alcune di quelle ceste vedeansi con capricciosa negligenza riposti gli arnesi e gli strumenti che servono agli ufficii ed al mestier del facchino, e questi mescolati con erbaggi, con fiori ed altre simili cose, talmente ordinate che ciascun oggetto rappresentava un disegno assai piacevole a mirarsi. In altre sedevano facchinelli bambini colle fanti o colle nudrici che ne avevano cura, tutti graziosamente vestiti e collocati secondo l’età e il carattere loro. Altre finalmente avevano copertoi di varie guise, sopra de’ quali erano dipinte o in altro modo rappresentate le armi delle famiglie che hanno feudi nel paese della Badia. Avanzossi dipoi il Gonfalone del Comune, portato dal Cancelliere e accompagnato da buon numero di belli e giovinetti facchini; e a questo venne dietro un carro a quattro cavalli vagamente adorno di fronda e di fiori in cui sedevano le facchinelle Ballerine della Compagnia. Seguitò un grosso coro di sinfonia, il quale serviva di festoso accompagnamento al primo trionfo, che immediatamente succedeva. Questo trionfo era un carro assai nobilmente disegnato, sopra del quale stava in grazioso ordine disposto un umile tributo che la magnifica Badia intendeva di presentare a’ Reali sposi, de’ frutti e delle produzioni del suo paese. Consisteva questo in caci, in castagne e simili, e in agnellini, pernici, fagiani, camocce, caprioli, cerbiatti, cignaletti ed altri somiglianti animali tutti vivi. Appresso venne una moltitudine di facchini montati sopra cavalli belli ed elegantemente guerniti; e questi furono seguitati da una pomposa lettica scoperta, portata da due muli, nella quale sedeva il Dottore della Badia. Teneva questi avanti di sè il tavolino con calamaio e scritture pertinenti agli affari della Badia. Portava al di sotto l’abito da facchino, e sopra di esso la toga nera fornita di zibellini. Non aveva il cappello ornato di piume come gli altri; ma in quella vece una maschera che gli copriva non solo il viso ma anche tutto il capo, il quale appariva largo e calvo e con soli pochi capegli bianchi e lunghi che gli cadevano sopra le spalle. A questa maschera, che fu nel vero assai nobile e giudiziosa, vennero in séguito molti altri facchini, di quelli che si chiamano « dello scrutinio », e, dopo di essi, in un picciol carro a quattro cavalli, l’Assistente Regio della Badia con due giovani facchini che cavalcavano a lato di lui. Appresso venne un altro grande coro di sinfonia, che annunciava l’arrivo dell’Abate. Sedeva questi colla Badessa, tenendo il bastone e le altre insegne della sua carica, in un alto e superbo carro tirato da una bellissima muta a sei cavalli di S. A. R. Erano poi, di séguito al carro dell’Abate, due altre consimili mute di S. A. S. il signor Duca di Modena, le quali conducevano un numero di vaghe e leggiadre facchinelle, tutte nel loro costume vestite con molta ricchezza del pari e semplicità. Venne dopo questo, il corpo de’ Cacciatori della Badia, che tutti, sonando varii stromenti da fiato, procedevano un nuovo trionfo conveniente alla natura del loro impiego; o questo era un carro di gentile e spiritosa invenzione, con grandi ed ornate gabbie ripiene d’uccelletti d’ogni sorta. A questi uccelletti, nel punto che la mascherata presentossi davanti ai principi nel gran cortile del Palazzo Ducale, fu data in un tratto la libertà; ed alcuni, che, fuggendo, capitarono in vicinanza delle LL. AA. RR., ebbero la fortuna di riaverla dalle lor mani. Sopravvenne, dopo questo trionfo, la muta, parimenti a sei cavalli di S. E. il signor Ministro plenipotenziario, seguita da ben dodici altre simili; oltre un grandissimo numero di carrozze, di calessi, di carri d’ogni specie, pieni tutti di belle e leggiadre facchine, le quali venivano di mano in mano assistite da quantità di facchini a cavallo. Tutto questo lunghissimo séguito era di tanto in tanto interrotto con altri cori di sinfonia e con trionfi diversi, tutti, egualmente che gli altri, nel carattere della mascherata. Il primo di questi, che nella sua perfetta semplicità venne giudicato bellissimo, era un carro rappresentante un piccolo spazio di terreno, sopra di cui elevavasi un alto castagno. All’ombra di questo forse dodici pecore stavano pascendo l’erbe; e un biondo e rubicondo pastore, appoggiandosi al tronco e accavalciando negligentemente l’una delle gambe al bastone, che teneva tra le mani, quelle pascenti pecore custodiva. Due altri trionfi, che vennero in séguito, rappresentavano, l’uno la scuola de’ fanciulli facchini governati dal vecchio Pedante della Badia, e l’altro la scuola delle figlie. Finalmente degli ultimi tre il primo era un trofeo degli utensili e de’ vasellami che s’appartengono al governo del vino, stato ideato ed eseguito con non minor decoro che bizzarria. L’altro rappresentava molto al naturale un pergolato carico d’uve, con facchini e facchine che le vindemmiavano. L’ultimo poi, col quale ponevasi fine alla mascherata, era il trionfo di Bacco. Appariva il carro di questo trionfo altissimo e maestoso, con vaghe e nobili forme imitate sull’antico, e intorniato di vasi e di simboli proprii di quella divinità. Otto bellissimi cavalli grigi lo conducevano e lo accompagnavano a piedi Satiri, Fauni ed altri silvestri numi che formano il séguito di Bacco. Sedeva questi, giovane roseo e robusto, sull’alto del carro, tenendo una gran coppa fra le mani e accennando tuttavia di bere. Finalmente un altro corpo d’ussari chiudeva la marcia.

Girò la mascherata per quasi tutti i luoghi più frequentati della città; e finalmente verso la sera giunse sul corso di Porta Orientale. Qui fu dove il colpo d’occhio riuscì per ogni sua parte dilettoso e sorprendente; imperciocchè era quivi, più che in ogni altra parte, grande il concorso del popolo, ed eransi schierate dall’un lato e dall’altro tutte le carrozze, e la mascherata aveva spazio di spiegarsi e di presentarsi allo sguardo tutta in un punto. Laonde quei carri, que’ trionfi, quelle splendide mute, quelli ornati cavalli, quelle piume svolazzanti sul cappello delle maschere, in mezzo a tanta folla di popolo e di carrozze, acquistavano maggior bellezza, e facevano più sorprendente veduta.

Poichè fu quindi partita la mascherata, s’avviò direttamente al Ducal Palazzo, dove la magnifica Badia ebbe il singolare onore d’essere ammessa a baciar la mano alle LL. AA. RR. A queste l’Abate fece nella sua lingua un ossequioso ed umile complimento in nome del suo corpo, frattanto che gli altri facchini dispensavano eleganti poesie relative alle circostanze, e scritte medesimamente nella lor lingua colle traduzioni toscane a lato. Dopo di ciò, i facchini e le facchinelle fecero, alla presenza de’ medesimi principi, un ballo alla foggia della loro nazione. Per fine, umanissimamente congedati, entrarono nel teatro a gran lume di torchia, dove occuparono le sedie per essi destinate; poichè S. A. R. si degnò graziosamente di conceder che la Badia serbasse le sue antiche costumanze. Così, colla recita della serenata, ebber fine i divertimenti di questo giorno.

Ne’ due giorni venti e ventuno non si diedero pubblici spettacoli per motivi di domestica religione dell’augustissima famiglia, a cui S. A. R. volle esattamente conformarsi. Solamente la notte del dì ventuno fu dato un gran ballo da S. A. S. il signor duca di Modena ai Reali sposi e a tutta la nobiltà. Tale festa ebbe pienissimo e splendido concorso e riuscì per tutti i capi magnificentissima e degna del principe che la diede e de’ principi a cui era consacrata.

Ma, sopravvenuto il giorno ventidue, venne questo celebrato con un nuovo genere di pubblico divertimento; e questo fu la corsa de’ barberi. Per dare lo spazio necessario a questo spettacolo, furono abbattute le due facciate che chiudevano la sopra descritta sala sul Corso di Porta Orientale; e, ciò eseguito, apparve improvvisamente in quel luogo una nuova e piacevolissima scena. Imperciocchè essendo tuttavia rimasti i due grandi portici di verde laterali, si videro questi congiugnersi con altri somiglianti portici, che, a guisa d’orti pensili, si stendeano al lungo del Corso sopra le muraglie de’ giardini laterali fino alla porta della città.

Davanti a questa, o in prospetto dell’ampio deliziosissimo viale posto tra i descritti portici, si vedeva salire un’amena collinetta, graziosamente qua e là sparsa di verdi cespugli e di piccioli alberi. Sul dosso della collinetta alzavasi un semplice ma decoroso basamento, sopra del quale appariva un antico tempietto dedicato a Flora. Era il tempio d’architettura dorica, sostenuto da otto colonne; i quattro lati principali n’erano aperti, e nel mezzo vedevasi la statua della dea. Quattro altre statue di deità tutelari de’ giardini, de’ frutti e simili, erano collocate negl’intercolonnii. Sopra le due colonne di mezzo stavano due Fame in atto di sostenere una medaglia rappresentante i due Reali sposi, intorno alla quale scherzavano vaghi festoni di fiori al naturale. Le altre colonne portavano eleganti antichi vasi, ornati pur essi di fiori. A piè del basamento, come pure ai due lati del tempio, vedevansi delle fontane che parevano destinate all’uso delle offerte e de’ sacrificii. Andavasi al tempio per mezzo di due vialetti, che dall’un lato e dall’altro salivano insensibilmente fino all’altezza del basamento, fra belli e verdissimi alberi, che con ottima, distribuzione gli accompagnavano. L’aspetto di questa collina, di questi alberi, di questo tempio, aveva l’aria d’una bella solitudine e d’un romito delubro.

Al piè della collina era preparato il luogo delle mosse per i cavalli che avevano a correre; e già s’approssimava l’ora destinata per la corsa. Se l’affluenza del popolo era stata grande agli spettacoli de’ giorni antecedenti, a questo fu grandissima; e, come l’apparato del luogo era totalmente diverso, così comparve diverso anche l’aspetto del popolo radunato; il che fu cagione di nuovo piacere. Non solamente eran piene di spettatori le gradinate de’ portici che avevan servito alla sala, ma i palchi ancora, che, come si è detto, a guisa d’orti pensili, soprastavano alle muraglie de’ giardini laterali, e andavano per lungo tratto fino alla vicinanza del tempio. Anzi, per dire in breve, cominciando dalle mosse, sino alla fine della piazza del Duomo, dov’era destinata la mèta, altro non vedevasi che una continuazione di palchi a varii ordini dall’una parte e dall’altra della carriera, e tutti questi palchi erano affollati non che pieni di gente. Da ciò si può comprendere quale dovesse poi essere il concorso alle finestre ed alle logge delle case e de’ palazzi, le quali pure ne’ giorni antecedenti agli spettacoli erano state notabilmente multiplicate. Ciò che poi rendeva più decorosa la vista di tanto popolo, si è che e i palchi e le finestre e le logge erano tutte nobilmente apparate d’arazzi e d’altri simili ornamenti.

Le LL. AA. RR. vollero questa prima volta veder la corsa in vicinanza delle mosse, stando in un decoroso palco, preparato per esse e per i Serenissimi principi di Modena. Così tosto che tutti i principi furono arrivati, si condussero dai rispettivi custodi i corridori alle mosse. Questi eran undici di numero, fra i quali n’erano due assai belli, di ragione di S. A. R. il signor Arciduca Granduca di Toscana.

Frattanto che si stavano disponendo i cavalli alla fune, fu da questa parte condotto con assai leggiadra pompa alla volta della mèta il pallio destinato per il cavallo vittorioso.

Precedevano dieci trombettieri a cavallo con vaghi abiti color d’arancio, guerniti di cilestro ed argento. Dietro a questi veniva un carro, tirato da sei cavalli stornelli, con nobili bardature, capricciosamente intrecciate di color verde, argento ed incarnato, e con gualdrappe della stessa maniera. Sei giovanetti, in abito corto e succinto verde, bianco e color di rosa, montavano i sopradetti cavalli; e questi eran guidati da sei altri uomini a piedi, abbigliati nella stessa maniera. Il carro era d’intaglio, dipinto a verdeargento, con un bizzarro intrecciamento all’intorno di drappo d’argento e color di rosa. Sopra questo carro, dov’erano disposti varii sedili di verdura, stavano in diverse graziose maniere situati buon numero di sonatori, vestiti a un dipresso dello stesso abito che gli altri nominati di sopra. Succedeva poi un altro carro assai più grande e magnifico, tutto d’intaglio d’argento, con pitture smaltate in argento ed oro e color cilestro, e con drappi dello stesso colore, e festoni e grandiose nappe d’argento distribuite riccamente all’intorno. Conducevano questo carro otto cavalli di color baio castagno, ornati di grandi pennacchi e bardatura e coverte d’argento e color di rosa; e guidati parimenti da otto garzoni a cavallo, e da altrettanti uomini a piedi, con abito color di rosa e bianco.

Appariva sull’alto del carro una statua rappresentante l’Abbondanza, con Genii all’intorno e simboli ad essa convenienti; e nel davanti dello stesso un’altra statua rappresentante l’Agricoltura, cha teneva con una mano l’aratro e coll’altra una corona di verdi fronde, ed era parimenti intorniata di piccoli Genii che le scherzavano al piede. Finalmente sopra il medesimo carro stava in pomposa mostra spiegato il premio della corsa, che consisteva in una pezza di velluto verde col fondo d’oro, del valore di ducento gigliati.

Così tosto che si seppe esser giunti al luogo della mèta i descritti carri, che portavano il premio, furon date lo mosse; e si videro in un baleno gli undici cavalli competitori lanciarsi e correr fra mezzo alla turba dell’ondeggiante popolo, la cui curiosità male potava esser contenuta dagli ussari, che innanzi e indietro cavalcavano, acciocchè rimanesse sgombro lo spazio necessario alla corsa.

Frattanto che gli apettatori stavano facendo vani voti e pronostici a favore dell’uno o dell’altro de’ cavalli ch’erano corsi alla mèta, giunse alle LL. AA. RR. l’avviso che annunciava il cavallo vittorioso. Fu questo un cavallo inglese, di color baio castagno, appartenente a un signor Vanini di Firenze. Indi a non molto, preceduto dai sopra descritti carri, fu ricondotto il cavallo vincitore alle mosse, per presentarlo ai Reali e Serenissimi principi. Il Reale Arciduca, riscosso anche in sì piccola circostanza all’idea del merito, non potè a meno di non iscendere dal suo palco a fargli carezze.

 Questa corsa de’ barberi, anche a detta de’ forestieri cha ne hanno veduto di simili nella città dove si costumano, riuscì nel suo genere singolare, e per il grande concorso degli spettatori, e per il numero e la qualità de’ cavalli, e per il valore del premio costituito al vincitore.

Per pubblico divertimento del seguente giorno ventitré fu replicato il corteo delle carrozze alla romana nella stessa guisa che sopra si è descritto; ma alla sera, dopo la recita dell’opera, vi fu pubblico ballo mascherato in teatro. Il qual ballo, sebbene non fosse per sè diverso da quelli che sogliam qui vedere anche al carnovale, acquistava nondimeno un grado di novità dal recente e più decoroso aspetto dato al teatro.

Dall’altra parte non lasciava d’essere un oggetto notabilmente grande e magnifico per i forastieri che non lo avevano più veduto, considerata la capacità del luogo, la splendidezza della illuminazione, la innumerabile quantità delle maschere e la singolare decenza, eleganza e varietà loro. Questo ballo si replicò parecchie altre volte nelle sere consecutive.

 La festa che si diede il dì ventiquattro fu la Cucagna, spettacolo, non meno che la corsa de’ barberi, insolito nel nostro paese. Siccome rimaneva tuttavia intero sul Corso di Porta Orientale l’apparato del quale si è parlato più volte, così destinossi il medesimo luogo anche per questo divertimento. Quello assai largo ed alto basamento adunque, sopra cui ergevasi il già descritto tempietto, era con ogni abbondanza coperto di commestibili d’ogni sorta, de’ più conosciuti alla plebe, e per conseguenza de’ più atti a solleticarne le voglie. Ma questi cibi, che si sarebbe creduto potersi destinare ad ogni altro uso fuorchè a quello di dilettare lo sguardo delle persone gentili, erano stati con sì bell’ordine appesi dintorno a quel basamento, e talmente secondo i loro colori e le rispettive lor forme collocati, che presentavano un vaghissimo disegno all’occhio di chi li guardava anche in piccola distanza. Al piè del basamento, sul declivio della collinetta, eranvi agnellini, vitelli, polli e simili altri animali vivi, che rendevano più naturale la campestre apparenza del luogo ed accrescevano la ricchezza della Cucagna. Le cime di due alte piante, che a guisa di maio ornavano i due lati della collinetta, erano esse pure incoronate d’altra quantità di commestibili. E dalle quattro fontane, poste a piè del basamento e a lato dei tempio, scaturiva continuamente vino.

Sarebbe noioso il parlare novamente dell’infinita moltitudine del popolo, che concorse anche a questo spettacolo; onde basterà il dire che al cenno fatto dal Reale Arciduca, il quale colla Reale sposa e i Serenissimi principi di Modena trovavasi presente nel solito palco, diedesi tosto principio all’assalto della Cucagna. Ma, poichè nella nostra città, grazie alla qualità del governo ed all’indole degli abitanti, non ci è molta plebe che viva oziosamente a carico degli altri, perciò i campioni che comparvero all’assalto non furono infiniti. Convien però dire che fossero valorosi, perchè in pochi minuti saccheggiarono ogni cosa, nè si lasciarono spaventare dalla ripidezza del basamento, nè dall’altezza di ben trenta braccia delle piante onde pendevano le corone lusingatrici, nè finalmente dagli ammali vivi di cui pretendevano di trionfare. Terminò questo lepido spettacolo colla confusione di chi portava, di chi strascinava, di chi rapiva i cibi, gli animali, le tavole, le piante, fra lo strepito della numerosa sinfonia e le risa universali degli spettatori.

La sera vi fu rappresentazione della serenata e illuminazione di tutto il teatro.

Il venerdì, giorno venticinque, venne destinato al solito passeggio sopra le mura, e la sera si diede Grande Appartamento alla Corte. Nel sabato seguente, fu corso delle carrozze con sinfonie in Porta Orientale, poscia opera in teatro e ballo in gala e mascherato alla Corte. La mattina della domenica poi venne impiegata in un solenne rendimento di grazie, fatto dalla città di Milano all’Altissimo per il felice adempimento delle nozze delle LL. AA. RR. Si celebrò questa funzione con molto decoro e maestà nella imperiale basilica di Santo Ambrogio, e v’intervennero in solenne forma tutti i Reali e Serenissimi principi col séguito de’ primarii ministri e di tutta la nobiltà in ricchissima gala. Al dopo pranzo fu parimenti corso delle carrozze, e di poi serenata e ballo mascherato in teatro.

Ma per il giorno ventotto, che venne in séguito a questi, era preparato un pubblico spettacolo, anch’esso del tutto nuovo per la nostra città. Fu questo la corsa, che chiamasi de’ Calessetti, la quale si eseguì nello stesso luogo che quella de’ barberi, nè con minor pompa, nè con minor frequenza di spettatori.

I concorrenti furono otto. Ciascuno di questi, che, sedando ne’ loro cadessi, movevano a corso i cavalli, era vestito d’un abito vago, pittoresco e spedito con verdi ghirlande in capo e a armacollo. I leggieri e piccolissimi calessetti, ne’ quali i concorrenti sedevano, erano essi pure nobilitati di pitture e di graziosi ornamenti. Poichè i Reali e Serenissimi principi furono arrivati nel loro palco, s’incamminò verso la mèta, con lo stesso apparato e numero di sinfonia e carri descritti di sopra, il pallio che avevasi a correre; il quale consisteva pure in un drappo a oro della Fabbrica di Milano o nell’equivalente prezzo di gigliati ducento. Dopo di ciò, fu eseguita la corsa con molta soddisfazione de’ principi e del nostro pubblico. I divertimenti della sera furono la recita della serenata in teatro e il gran ballo in gala e mascherato alla corte.

Ma due oggetti singolarmente distinti e per ogni lor parte applauditissimi occuparono il seguente giorno ventinove.

L’uno di questi si fu il solenne e splendido pranzo di più che trecento coperti, che S. A. S. il signor Duca di Modena diede alle LL. AA. RR., con invito della primaria nobiltà e de’ forestieri più cospicui. In questo furono massimamente, osservabili la dignità e la grandezza dell’assemblea, la magnificenza del servigio, la preziosità e l’ornato della mensa, e la copia straordinaria della decorazione musicale.

L’altro oggetto, che cagionò gratissima e distinta sorpresa in tutto il pubblico, fu la illuminazione che fecesi la sera sul Corso di porta Orientale. Al sopravvenir della notte que’ lunghi ed alti portici di verde, quella specie d’orti pensili, quel basamento, quel tempio, quelle fontane, quelli alberi apparvero tutti quanti rischiarati da una quantità meravigliosa, di lumi. Questa quantità di lumi non presentavano già un aspetto atto soltanto ad abbagliar la moltitudine dei volgo che vi concorse; ma, per l’ottima distribuzione loro, rilevavano anzi mirabilmente l’architettura e l’ordine dell’apparato a cui eran applicati, ed obbligavano anche la condizione delle persone più gentili a contemplarne la vaghezza senza sapersene stancare [1]. Il tempietto spezialmente, che, per il diverso alimento somministrato ai lumi che lo investivano, risplendeva d’una luce più candida e più pura, riusciva la più elegante e la più nobile cosa che potesse mai riguardarsi. Nè solo era illuminato questo piccolo tratto che occupavano i portici ed il tempio, ma anche tutta la lunghezza del Corso, non tanto per ingrandimento dello spettacolo, quanto per comodo e sicurezza del popolo che vi accorreva. E il popolo medesimo e il numero delle carrozze, veduti in quella immensa ragunanza notturna, presentavano di sè stessi una vista totalmente diversa da quello de’ giorni antecedenti, e destavano nella mente una immagine piacevolmente patetica e grandiosa. Le LL. AA. RR. si dilettarono assaissimo della veduta di questa bella illuminazione; anzi, scendendo dalla loro carrozza, passeggiarono qualche tempo tra i portici, dove non era permesso al popolo d’entrare, finchè ai principi piacesse di rimanervi. Finalmente se ne partirono, ma senza che il Reale Arciduca potesse peranco saziarsi d’una così piacevole vista, perchè nell’atto dell’andarsene, levandosi tratto tratto in piedi dalla carrozza, che era scoperta; rivolgevasi indietro per compiacersene novamente. È qui luogo opportuno d’avvertire che inventore e direttore di questa illuminazione, come anche di tutto l’apparato d’architettura, che, come si è descritto, fu successivamente presentato sul Corso di Porta Orientale, è il signor Giuseppe Piermarini, architetto di S. M. la Imperadrice Regina in questa città. Stette accesa l’illuminazione fin quasi a giorno, e vi durò la frequenza del popolo e delle carrozze fin oltre la mezzanotte. Non mancarono però gli altri divertimenti nel teatro, perchè, invece della serenata, che dovevasi cantar questa sera e che si tralasciò per incomodo di salute della prima donna, si fece un’accademia di canto, e, dopo questa, ballo mascherato.

Il seguente ultimo giorno del mese e delle stabilite feste si fece una nuova corsa de’ barberi, col premio proposto d’un drappo consimile agli antecedenti e dello stesso valore. Ma perchè non tornasse sotto agli occhi del pubblico la stessa pompa d’accompagnamento che aveva servito all’altro pallio, fu questo condotto alla mèta con carri di nuova invenzione. E i dieci trombettieri che precedevano e il carro della sinfonia, e quello che portava il premio, e i cavalli, e le persone di séguito comparvero, tutti di disegno e d’abito e d’ornamenti alla Chinese. Il carro più grande era spezialmente distinto per la bizzarria e la vaghezza della invenzione. Gli ornati di questo erano tutti d’oro con fondi bianchi smaltati e pitture capricciose qua e là distribuite. Scherzavagli dintorno un fregio di drappo verde e rosso con guarnizioni e fiocchi d’oro. Sull’alto del carro stava una figura d’uomo chinese in atto di trattenere un vago e grande uccello. Sotto di essa, posato sopra una loggetta, alzavasi un gran vaso di porcellana con larghe ed alte foglie d’erba che ne uscivano; e in vicinanza di questo stavano scherzando fra loro due Chinesi con ombrelli formati di piume. Più sotto vedevasi, collocato sopra un piedistallo, con gradini davanti, un idolo chinese, che copriva una sua testaccia movibile sotto un gran parasole di color verde ed oro. Scherzavano intorno a costui quattro altre figure, parimenti con ombrelli di piume a varii giri. Nel davanti poi stava un Chinese in atteggiamento capriccioso, e mostrando in una mano il pallio, che girava, pittorescamente distribuito, sul carro. Gli otto cavalli, da’ quali il carro veniva condotto, portavano medesimamente ombrellini di piume in capo e le bardature e le gualdrappe in forma corrispondente, con campanelli che ciondolavano intorno. Inventore di questi carri e così degli altri sopra descritti fu il signor Fossati, macchinista.

Le LL. AA. RR. vollero questa volta aver il piacere di veder giugnere i cavalli alla mèta in un decoroso palco preparato a questo fine. Avrebbe anche questo giorno riportato il premio il cavallo inglese, nominato il Pluto, se la corsa, per qualche accidente seguito alle mosse, non fosse stata giudicata irregolare. Questo accidente procurò un nuovo divertimento ai principi ed al pubblico, perchè la corsa fu poi replicata il dì 3 novembre, e in essa il Pluto riportò il secondo premio, dopo essere stato la terza volta vincitore contro a cavalli non punto ad esso inferiori, massimamente la coppia del signore Arciduca Granduca di Toscana. Frattanto questo giorno, ultimo delle prescritte feste, fu terminato alla sera con ballo in gala e mascherato alla Corte, e con opera e ballo mascherato in teatro, il quale, nel corso di questi giorni, fu sempre aperto gratuitamente a tutte le persone nobili e civili.

Così ebber fine le solennità ordinate dall’Augustissima nostra sovrana per decorar le felicissime nozze del suo Real figliuolo l’Arciduca Ferdinando. Chè se nel tumulto delle descritte feste la presenza di S. A. R. fu l’oggetto più importante della pubblica curiosità, ora si può con verità dire che la cotidiana manifestazione delle singolari virtù di lui, congiunte a quelle della Reale sua sposa, formano l’oggetto della comune meraviglia e consolazione.

 

Nota

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[1] Il ms. stancare. E può difendersi; ma il sapersene che precede m’induce alla facile correzione.

[tra stancare del manoscritto e staccare correzione del Mazzoni, preferiamo la soluzione del manoscritto, ndr.]

 

 

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Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2006