Giuseppe Parini

 

Discorso che ha servito d'introduzione

all'Accademia sopra le caricature

 

 

Edizione di riferimento

da: Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

 

"Letto all'Accademia dei Trasformati nel 1759, il Discorso sopra le caricature è una satira della società contemporanea, che anticipa alcuni significativi temi de Il Giorno e manifesta la tendenza tipica dell'arte pariniana alla deformazione grottesca, in uno stile originale anche se non esente da qualche punta eccessiva, di derivazione bernesca, e non estraneo al gusto del tempo, per l'intonazione paradossalmente umoristica, secondo la maniera dello Swift e del Voltaire."

 

 

Lasciam pur dire a' poltroni, Uditori ed Accademici miei piacevoloni e amici del buon tempo, lasciam pur dire a' poltroni, che stannosi a grattar la pancia accanto al focolare ove son nati, aspettando pure che le lasagne piovano loro in gola: il viaggiare è la più dolce e utile cosa del mondo. Lasciamo stare che que' gran filosofoni della Grecia, che portavano tanto di barba al mento, lasciarono di covar la cenere e andaronsene a pescar la sapienza negli altrui mari: noi ne abbiamo ancora tuttodì gli esempii vivi sotto degli occhi. Fate che un giovine, dopo aver tre anni girato il mondo, se ne ritorni a casa, e non vedete voi com'egli è diventato pratico nel giuoco, e fatto accorto di tutte le malizie de' barattieri? com'egli ha appreso ad acconciarsi in mille fogge il capo e a variare ogni giorno da capo a piedi la stucchevole eguaglianza delle vestimenta? come a fondo conosce e sa discorrere in cattedra delle femminili soie[1] e tristizie? Che leggiadro portamento, che vezzoso linguaggio, che piglio grazioso del suo viso, che soave odore ch'ei getta per ogni canto? Insomma ci torna a casa pratico, pratichissimo de' beni e de' mali di qualsivoglia nazione. Così avessi anch'io adoperato ne' viaggi da me fatti, come voi sapete, in India a Pastinaca[2], in Orinci[3], nella Terra de' Baschi e in Oga Magoga[4], che son tutti paesi lontani di qui delle miglia più di millanta[5], ch'io non me ne sare' andato in gite, e tornatomene così bue com'io me n'era ito. A ogni modo, poiché tocca oggi a me a intertenere[6] l'oziosaggine e la svogliataggine vostra dandovi ciance e parole, io vi racconterò, se vi piace, certe stravaganze ch'io ho vedute in un'Isola e spezialmente in una città dell'India Pastinaca: poiché voi ben vedete ch'io volea venir a riuscir qui con quelle lodi del viaggiare, ch'io a malizia dissi di sopra. State zitti; ch'io potrò dire d'essere abile a rallegrare qualsivoglia altra brigata.

Se questa con ch'i' parlo non si secca[7].

Io smontai adunque nell'Isola ch'io v'ho detto, e arrivai ben tosto alla città, nella quale benché si potesse entrare per ogni lato, non avendo essa né muro né fosso all'intorno, fui costretto dalle guardie ad entrarvi per una fortissima porta, custodita da un corpo di soldati bravo [8] quanto la morte. Essi non portano né spada né archibugio né verun'altr'arme, ma in quella vece un gran paio di basette in sul viso, colle quali sogliono far paura e mettere in fuga i loro nemici; e, s'io ho a dirvi il vero, io mi sentii anch'io tutto quanto rimescolare al primo vederle che feci. Io capitai, così andando alla ventura, sur una piazza accerchiata all'intorno da certe fabbricuzze, che voi vi maravigliereste come potesson reggere in piedi. Esse parean fatte di cartapesta con mille ghirigori, arabeschi e lavori d'acquerello all'intorno delle finestre; e al basso di ciascuna di esse certe ferriate che porgevano in fuori, fatte, siccome mi fu detto, per mostrare le belle gambe degli abitatori e delle abitatrici, che tutti quanti le hanno d'una varietà maravigliosa. In somma io fui per credere che quelle non fossero altrimenti le case; ma che le case, alleggerite d'ogni marmo, si fossero volate via, e rimasti in piazza belli e nudi gli armadii e gli scrittoi. Io m'ero appena soffermato, quando, a quella guisa che intorno a un ciurmadore [9] radunasi prima qualche forca di ragazzo fuggitosi dalla scuola, poi un cocchiere cacciato dal padrone, appresso qualche poeta sfaccendato, e sì di mano in mano tutto il popolazzo; così io mi trovai impensatamente in mezzo d'una moltitudine di persone, che stavanmi guatando e accennandomi al compagno come una cosa nuova e venuta allor allora dall'altro mondo. Tutti mi portavano al cielo colle lodi, e tutti rilevavano nella mia personcina qualche novello pregio. Chi veniemi guardando per di dietro, e ammirava le ambidue aguzze mie spalle, che a un bisogno possono servire di appiccatoio[10]; e chi correami ora davanti, ora dopo, non saziandosi giammai di tener fisi gli occhi alle mie gambe; e pigliavansi piacere di farmi camminare, come de' cavalli si fa; ed eglino, fermatisi in qualche distanza, struggeansi della gran gioia nel vedermi venire alla volta loro, e alzavano uno schiamazzo mescolato di applausi e di festosi viva, gridando tutti a quanto fiato aveano in corpo

Chi vuol veder quantunque può Natura?[11]

Pensatevi ora voi se io gongolava dentro di me medesimo, e s'io facea festa, trovandomi alla perfine in paese ove le mie gambe erano salite in riputazione ed eransi acquistata quella stima ch'esse meritavansi bene: perocché voi avete a sapere che l'una delle mie gambe è peranco anonima, e l'altra chiamasi la gamba Tagliazucca, conciosiaché essa è fatta alla guisa d'una che soleva adoperare quell'uomo dabbene di Girolamo Tagliazucchi [12], la qual gamba doveva essere una molto eloquente gamba; e così debb'esser la mia, che tanto le se rassomiglia; ma non mica sullo andar di quella di prete Paolo, che m'insegnò già accordare il sustantivo hic poëta coll'aggettivo hic et haec et hoc infelix: e quando volea persuadermi alcuna cosa, non facev'altro che farmi cenno della sua gamba per di dietro, e io subito l'apprendeva. Ma quanto vi credete però voi ch'io mi sia riso di tutta quella gentaglia che m'attorniava, allorché, rinvenutomi dallo stupore, io potei fisare il guardo sopra i loro visi? Ma che dico visi? se visi non ve ne avea, e tutti quanti eran visetti, visuzzi, visoni, visacci o visucciacci? Dice, che madonna Natura, avendo pressoché ridotta a fine tutta questa macchina mondiale, trovavasi di avere una gran quantità di materia tuttavia rozza e informe; ma, perché ne venia la domenica, e ella voleasi mettere il nuovo abito per l'indomani, chiamati a sé due spiritelli, che erano, come dire, suoi fattorini, e che questi eruditi chiamerebbon Genii, disse loro così: - Toglietevi questa roba, e fate di cavarmene subitamente un popolo; né mi state a guardare che ne venga la festa, ma menate le mani tutta la notte, ch'io vommelo a ogni modo vestir per dimane. - I fattorini pigliaronsi quella massa in varii panieri, e n'andarono ad impastarla; ma, come costor due non aveano che far nulla fra loro, perocché l'uno, essendo avarissimo avarissimo e spilorcio, temeva ad ognora che gli mancasse il terren sotto a' piedi, e però andava a rilente e assottigliava; e l'altro, che avrebbe dato fondo a checchessia, caricava l'orza [13] senza verun riguardo; così avvenne che nelle opere dell'uno voi non avreste veduto null'altro che scheletri e arcami [14] e mummie disseccate, e in quelle dell'altro animalacci con monti di carne addosso,

Fatti senza misura e senza seste[15].

Egli accadeva ancora che, come gli uomini fabbricati in sì gran fretta dal primo riuscivano tutti fuseragnoli[16] e spilungoni; così quelli dell'altro grassi e larghi a guisa delle pene tole. Per la qual cosa fu loro mestieri di porre rimedio a quelli che eccedevano, appoggiando una mano sopra del capo a' più lunghi, e premendo giù, sinché, ingrossando, accorciavano e divenieno proporzionati: poi, pigliatisi i più larghi, e strettili a uno a uno fra le mani giunte, tanto li avvoltolavano, che si riducessero a conveniente grandezza. Ma la cosa non riuscì del tutto secondo il loro disegno; conciosiaché i primi, come quelli ch'erano estremamente miseri e deboluzzi, oppressi dall'eccessivo peso della mano, torsero in di strane guise le gambe o inguaianarono affatto il collo entro alle spalle; e i secondi, stretti alla cintola fra le due mani, e fra quelle lungamente aggirati, diventarono non meno mostruosi degli altri: imperciocché, alla pressione, la materia, cedendo e ritirandosi verso le estremità, andò ad ingrossar smisuratamente i fianchi e le cosce, o usci in uno scrigno alle spalle o al petto in isconce protuberanze. Veduto questo, i due Farfarelli[17] dieronsi per disperati, e, lasciati tutti gli altri lavori così com'eran sortiti, posersi intorno al restante della materia; e quella non più lavorando separatamente, come dianzi avean fatto, applicaronsi a compor fra due una sola persona. Quindi nacque che, secondo che contrarie fra sé erano le inclinazioni de' due maestri, così contrarissima in un sol suggetto compariva la proporzione delle membra. Immaginatevi adunque di veder, per mo' di dire, Accademici, sopra lo imbusto d'un cazzatello[18] sottilissimo e dispariscente uno smisurato capaccio, che agguagli di circonferenza una gran zucca frataia[19]. Immaginatevi che l'uno de' due spiriti fabbricasse un visaccio grande grande e largo largo stranamente; e che l'altro vi applicasse nel mezzo un nasino diminutivo a mala pena visibile; o che quegli in iscambio piantasse, nel mezzo d'un visuzzo il più smunto e scarnato che voi vedeste giammai, uno sperticato nasone che possa seder patriarca di tutta la naseria, e con cui il mento concorra di ambizione, e facciano a chi più possa ingrandirsi. - Ma via, che non la fai oggimai tu finita cotesta filastrocca che non ha né capo né coda, e non riesce a nulla? Così parmi che voi dichiate; ma egli è pur forza che voi ve la beiate, ch'essa è alquanto lunghetta, ed è la vera origine del popolo ch'io vidi, ché mi fu conta in quel paese da certi letterati, de' quali, se il cielo darammi fiato insino alla fine, io ragionerò in appresso. Ma vedete a ogni modo quanto io son gentile, ch'io la voglio troncar sul più bello per compiacervi; perché, a dirvi il vero, io non so più dove io mi abbia il capo, e non ci raccapezzo più filo che mi conduca avanti. Ritorniamo adunque... a che? Ah Ah! voi avevate creduto ch'io volessi dire «a bomba», che è una parola ch'entrar dee al manco una volta in ogni cicalata: oh, io v'ho ben corbellati. Ritorniamo, io volea dire, alla piazza ov'io stavami facendo le maggiori risa del mondo per que' tanti ceffi tutti nuovi, tutti strani e tutti bizzarri, che mi circondavano; quand'ecco a me ne viene tutto trafelato correndo un omicciatto [sic] piccolo e largo alla foggia d'un tino, colle gambe per tal modo incrocicchiate, che il piede destro avea ceduto al manco[20] la mano: costui diemmisi ben tosto a conoscere per un lacchè della Corte, spedito a bella posta dal Principe alla mia Eccellenza. Deh, se voi aveste veduto quel gentile omaccino in un farsettin bianco, stretto alla cintola con una fascia verde, che avea fatto rincarire la seta, e aiutava a far comparire per di dietro fra due candide brache un meleto[21] sbracato e bestiale! Egli, come si è detto, era mandato dal principe della terra, il quale, avendo saputo esser colà giunta una nuova maraviglia, ch'io era poi io, m'avvisava ch'io mi presentassi bentosto al suo cospetto. Pensatevi s'io mi stetti a dondolare; anzi io m'accompagnai senza indugio veruno con lui, parendomi pure d'esser divenuto qualche gran bacalare[22], dappoiché i principi stessi morivano della voglia di vedermi alla loro presenza. Insomma, senza più menarla a lungo, io mi trovai giunto alla Corte, ch'è uno edilizio d'un'architettura molto stravagante. Esso è poliangolare, cioè di molti angoli; ché non credeste ch'io volessi parlarvi ora per lettera, io che sono, con riverenza, una bestia. A ciascuno degli angoli, è sostenuto da certi termini[23] stranamente rannicchiati, che mostrano d'essere stanchi di portar si gran carico e fanno certe boccacce che paion quelle dell'orco. A ogni angolo è una finestra, per la quale entrano il lume e gli animali e le persone. Questi vi si sollevano in molte ceste di vimini attaccate a delle funi, che, accavalciando delle carrucole, traggonsi da quelli che son dentro. Spesse volte accade che la fune si spezza, e gli sventurati che raccomandati[24] vi sono, allorché son più vicini all'entrata precipitan giù col cestone e batton crudelmente delle natiche sopro i marmi della via. Spesso interviene ancora che i ribaldi cortigiani, alle cui mani vi siete affidati, lasciansi in sul meglio sfuggir dal pugno il capo della fune, e voi ve ne andate giù a rompicollo. Fosse ch'io non avessi viso di far gran fortuna, o fosse perché io ero chiamato dal re, io vi giunsi a salvamento insieme col lacchè, il quale, essendo, come voi avete udito, d'una si strana grossezza, e per conseguenza pesantissimo, facea scricchiolar terribilmente la fune; e io agghiacciava ogni momento di non avere a gir capovolto a baciare in viso la madre antica[25]. Entrato ch'io fui per una delle finestre, salii per una scala a chiocciola, che va a mettere in una camera cieca, che mi fu detto essere ornata di bellissimi specchi. Di li passai per uno stretto andito nella sala delle danze, ch'è di figura triangolare, col pavimento fatto d'un mosaico di pietre aguzze; e sparse per entro delle seggiole e delle spezie di sofà, tutti finissimi porfidi e diaspri orientali. Quindi scesi per una scaletta a piuoli nella galleria, che è ritonda e altissima, a foggia d'una torre, piena di bellissime dipinture chinesi e figurine di Francia, frastagliate [26] per mano della reina; ed eranvi, sopra certi spaldi de' camini, de' cannocchiali per mirare i quadri ch'erano appesi più in alto. Finalmente, passato per la segreteria, che ha dall'un canto la cucina e dall'altro le stalle reali, arrivai nell'anticamera del principe, ognora seguito da una folla di persone, che con grandissime scappellate e profondissimi inchini mi si umiliavano davanti, faccendo [sic] delle braccia croce; e chi raccomandavamisi per una cosa e chi per un'altra, avendomi essi tolto alla prima per un novello buffone del re. Io, a cui l'aura della fortuna cominciava finalmente a soffiare in poppa, o almanco me ne lusingava, diedimi a filar[27] del signore e a stare in sul mille, e, grosseggiando[28], passava lentamente per mezzo a costoro, mirandomi or dall'uno or dall'altro de' lati; e come se già compiuta notizia avessi di loro, questo fulminava con un guardo, e quell'altro riconfortava con una mezza dramma[29] d'un cenno di sorriso[30]: e così proseguiva il mio cammino, tutto fiero e pettoruto, a guisa della Dorotea pinzochera[31] priora della confraternita, quando, messasi l'abito delle feste sopra un suo guardinfante [32], se ne va, piede innanzi piede, facendo mostra nella processione del suo pesante doppiere, e, gonfiando ambe le gote, si lascia fuggir da un lato delle labbra un sorrisetto di gioia, come fa colui che per lo estremo godimento

Par che capir non possa nella pelle[33].

Io mi presentai al re, come Bertoldo fece al re Alboino[34]; e quegli mi accolse con non minor cortesia che si facesse già quel buon re de' nostri antenati. Sedeva egli in un salone, fatto a foggia d'un grandissimo tempio, sopra un trono così alto che la sommità della vòlta gli batteva sul capo; e come a chi parlava appiè del trono non era permesso di salire sino a lui, così ognuno gli favellava per una lunghissima cerbotana[35] [sic] nel cilindro della quale i ministri aveano avuto cura di far diversi fori, per li quali scappando, dirò così, l'aria messaggera, portava seco infinite delle cose che vi si domandavano o ascoltavano da un mondo di persone; e quel che rimaneva, alteravasi stranamente. Era il re un ometto lungo lungo quanto la fantasima [36], che faceva del bell'imbusto e del cascamorto: stavasene ritto ritto come un palo; e, bench'e' fosse di colore tra ghezzo e pagonazzo[37], avea una bianchissima parrucca in capo; che gli scendea sino a' piedi, così che, a ogni movimento ch'ei facesse, ne usciva una nebbia di polvere[38], che annugolava ogni cosa; e, quando egli aveva a passeggiare, raccoglievasela, come fanno delle lor cappe i frati. Egli avea un abito così lungo, che, qualvolta venuto gli fosse voglia di tabacco, gli era forza di fare di se medesimo un arco, per giugnere alla scarsella[39] e trovarvi la tabacchiera. S'egli per mala ventura si fosse smarrito, non può essere che subito non lo avessero rinvenuto, tanti erano i sonagli, le trombettine, le squadre, i panieruzzi, i camei [sic], le calamite, i suggelli, e bandiere, e cannoni, e colubrine, e mille altre cianfrusaglie, che gli pendeano a' calzoni, appiccate per ciondoli all'oriolo[40], che faceano più romore che non fanno i campanacci d'un intero armento di buoi. Che vi dirò io di tutto l'altro ciarpame di ch'egli avea cariche le tasche[41]? Chi ne avesse fatto un lotto, avrebbevi trovato premii per un paio d'anni. Ma tocchiamone un motto anche dell'amabilissima sua consorte, la quale era una donna molto carnale, vale a dire, ché voi non intendeste qualche sproposito, fatticcia [42], grassa, paffuta, popputa, panciuta, fiancuta, e naticuta per tal maniera, che noi tutti quanti qui siamo, potevamo, come facea Dante a casa del diavolo,

Potevam su montar di chiappa in chiappa[43].

Per altro la reina era tutta coperta; e io, da buon geometra, conghietturai da quella del capo, ch'era nudo, la dimensione di tutto il suo corpo: anzi giudicai che sotto non vi dovessero essere cenci, né capecchi, né altri femmineschi ripieni e sustentacoli, perciocché trasparivano per un velo chiamato l'Onestina, la Modestina o, più gentilmente, la Respecteuse[44], che, quantunque grande come un lenzuolo, pur

… non copria dinanzi né di dietro[45];

trasparivano, dico, che? eh non ve 'l voglio dire. Immaginatevi che la carestia, così affamata com'ella è, avrebbevi trovato di che satollarsi. Ma che è questo? Che si ch'io sommene dimenticato a casa un foglio? Qui non ci è più né senso né connessione di una cosa coll'altra: gli è così per lo appunto; io ci ho còlto [46]. Poter di Bacco! io ho fatta la bella fagiolata, io, pazienza! A ogni modo, questa è fortuna vostra, uditori boncompagni miei: voi avrete un foglio di seccaggine manco. Or via, andiamo avanti; leggiamo quel che ci rimane. Il testo che séguita dice così.

Questi letterati mi fecero di grandi accoglienze; massimamente ch'egli eransi immaginati, vedete dabbenaggine!, ch'io sapessi qualche cuiusso [47] e ch'io pizzicassi un po' dello scienziato. M'introdussero nella loro Accademia e mi vi trattennero buona pezza. Io non vi sapre' contare i varii ufici ch'ei vi teneano. Vi avea [48] de' matematici che ti parlavano mai sempre in certo loro linguaggio che non l'avrebbero inteso manco i buoi; essi avean certi dolorosi calcoli nel cervello, che non finien mai, e cadean poi tutti nell'un vie uno[49]. Costoro pretendeano che senza loro non potesse reggere la natura e che, trovando la maniera di far essere quadro il tondo, non avesse mai più a venir finimondo. V'erano astronomi, strolaghi, alchimisti, poeti, cabalisti, empirici. V'erano anco certi dottori e maestri di morale, che avean fatto nozze coll'ignoranza, la quale avea loro portato in dote un flagello di sottilissime distinzioni [50], con una buona dose di presunzione e di caponeria[51]. Egli erano divisi in due scuole. Questi [52] erano certi tristanzuoli magri e tisicuzzi, con certe loro zimarre strettissime e accosto accosto alla pelle; e gli altri[53], d'un viso sempre ridente, grassi e giovialoni, avvolti in certe vesti larghe smisuratamente e non legate alla cintola. Un libro piovuto dal cielo per loro regola era il principale soggetto delle loro quistioni. Quando eglino si azzuffavano, il povero libro stava fresco, perocché eglino, afferrandolo a gara d'ambe le bande, e colle mani e co' denti, tanto ciascuno traevalo a sé, ch'esso andava in brani; e le meschine lettere, divise per mezzo, cangiavano sembiante, sicché la O diveniva, verbigrazia, un C, il B un'E, e il P un'F[54]. Ma, per dirvi qualche cosa de' loro costumi in generale, e' vanno per la maggior parte con certi loro abiti logori e inzaccherati, spesso ragionando con sé ad alta voce. Talvolta urtano nelle persone o piglianle in iscambio: a ogni lettera d'«appigionasi», in cui si abbattano, ti squadernano un paio d'occhiali e fanno un lungo epicedio alla lor vista [55]; a ogni loro discorso, assórdanti colle citazioni ora greche, ora arabiche, ora caldee: copronsi sotto certi nomi ch'egli hanno pigliato ad imprestito; e l'uno chiamasi, verbigrazia, lo Scemo, l'altro il Fritto o il Rifritto, questi Titiro e quell'altro Melibeo. Vantansi di non istimar punto l'oro e le ricchezze; e nondimeno io ne colsi un di uno attorno ad una eterna[56] dedicatoria d'un suo libro ad uno appaltatore, a cui egli avea trovato una genealogia sino alla Torre di Nembrotte[57], senza che vi fosse accennato né anche il menomo sbirro o il menomo manigoldo. Havvi uno de' membri della loro università che ha cura di fabbricar titoli per libri, ch'ei vende poscia un tanto la canna, secondo la lunghezza che altri vuole: essi debbon essere un cataplasma[58] di varie lingue, e vengono di gran lunga più apprezzati allorché terminano in « one D, come a dire[59] Diatrontonpiperone, Heautontimorumenecatombicoargonauticocannone, Filogerotricefalicoescaroticobastione. A ogni modo i letterati di quel paese non affettavano tutti una certa rusticità, ch'è loro propria [sic] ; havvene[60] anzi de' cortesissimi ed umani per tal modo che non si può far loro sì piccola domanda, ch'essi non te ne soddisfacciano subito largamente. Chi domandasse loro quante paia fanno tre mosche, tosto avvedrebbesene alle molte paia di tomi che n'uscirieno in risposta. Un coccio o un torso trovato nella vigna da un nostro contadino diverrebbe nelle lor mani più celebre di Tolomeo[61] o del Tamerlano[62]. Nacque una quistione se una delle Sibille avesse a chiamarsi Cumea, Cumese o Cumana; e immediatamente uscì un nugolo di libri di alcuni grammatici che ti affogarono nelle risposte. Vidivi anche un'altra stravaganza: che i poeti invitavano talvolta a desinare a casa loro: vero è che dopo il pranzo avrebbe usato carità chi avesse invitato loro e i convitati. Io mi trovai un dì a casa d'uno di loro. Eravamo tre amici delle Muse. L'ospite, il maggior milantatore [sic] che ci sia stato giammai, non facev'altro che lanciar campanili[63] e innalzar se medesimo in un certo stile ch'ei chiamava Pindarico. Egli aveva, a quel ch'eì mi contava, certe praterie ove pasceva una gran mandria di cavalli; portava alle spalle un turcasso tutto d'oro, coll'arco tutto d'oro e le frecce tutte d'oro, colle quali avea mille volte spezzate le ale al Tempo e cavati gli occhi alla Morte[64]. L'altro[65] non facea se non continovi piagnistei: egli era una valle di lagrime, i suoi ragionamenti cominciavan tutti così:

Lasso! mille sospir traggo dal petto.

Lagrime che dal cor per gli occhi uscite.

Procella di spietati e duri affanni;

e framischiava [sic] a ogni momento una certa sua donna, cui dicea tuttavia sospirando:

Cara mia pena e desiato affanno.

Ahimè crudele, ahimè selvaggia fera!

Fiamma, che m'ardi ed ossa e polpe e nervi.

Ma, a proposito di donne, voi vi dovete ricordare, Accademici, di quando eravate giovinetti e che voi leggevate, verbigrazia, Guerrino Meschino[66] e Pietro della Valle[67], che furono a' loro di grandi viaggiatori. Dite: che vi cercavate voi con maggiore avidità: le guerre, gli studii, le leggi? Eh, zucche fritte! Le donne erano, le donne. Non vi sentivate voi imbietolire[68], quando voi vi avvenivate in alcun di que' capitoli che trattano de' lor costumi, de' loro abiti, delle loro bellezze? Ora io non vo' né manco che nella mia storia siate fraudati di questo sollazzo. Questo è adunque il capitolo delle donne, che comincia così: Come Parino Meschino[69] trovossi a una villa ov'erano molte donne, e quello che gl'intervenne.

Verso[70] la fine del mese di dicembre, ch'è la stagione in cui il popolo di cui parliamo suol godere dell'amenità della campagna, ove dilettati di mirare la maravigliosa struttura degli alberi, che, essendo allora spogliati delle lor vestimenta, mostrano ignudi tutte le lor bellezze, io fui menato in contado ad una villa lontana poche miglia dalla città, e trattenutovi alcuni di. Allor ch'io v'arrivai, Bravi già buon numero di femme e di maschi d'ogni condizione, che poi di giorno in giorno andava ingrossando. Una cosa che mi fece strabiliare si fu, che di mano in mano che tanto le femine .come i maschi giugnevano alla villa, portavan seco diversissime fogge d'abiti, d'ornamenti, di vezzi e di parole; sicché colui, per esempio, ch'era giunto oggi, non s'assomigliava punto a quello d'ieri. Questo faceavi nascere una si graziosa diversità, ch'io non mi sare' saziato giammai di colà trattenermi. Un di giunsevi il Barone d'Altura[71], il quale, comeché fosse nanerottolo anzi che no, era tutto vestito in grande. Egli avea un capellaccio che, s'ei foss'ito in un bosco sul mezzodi, tutto quanto il bosco sarebbevisi ricoverato all'ombra; pendeagli al fianco una larga e lunga cinquadea [72]; e sostenevano tutta la macchina due gran calcagnini[73] a alle scarpe, che avrebbon potuto servir di piedistallo al colosso di Rodi [74]: con tale proporzione andate voi discorrendo delle manopole, delle fibbie, dell'abbottonatura, e che so io. Il di appresso giunse colà il Marchese De la Petite chose [75] con madama sua cognata. Questi avea ridotto ogni cosa al blictri[76] [sic], un piccolissimo cappelluzzo con certi fregi d'oro, un pugnaletto al fianco, bottoni come granelli di senape, poco di scarpa e punto di calcagnini. Ma, per venire alle donne, fate vostro conto ch'elle accordavansi di punto in bianco co' loro compagni: se non ch'elle erano più leste di molto ad imitarsi vicendevolmente perciocché tal popolo di donne io lasciai pigmeo alla sera, ch'io trovai alla mattina gigante; e quelle, che alla mattina sarìenti parute[77] tante Tulliesse[78] e nella eloquenza e squisitezza de' lor complimenti al primo scontrarsi, alla sera non li faceano che con un non inteso mormorio[79] fra' denti, simiglievole ad una incantagione[80]. Di diece o dodici di ch'io dimorai con esso loro, non ve n'ebbe due di simili: perocché tutte le donne aguzzavansi a seguitar la nuova venuta, e quella le assicurava che le sue fogge erano le novissime[81] della città. Capitovvi un di una che nel pigliar tabacco sonava di clavicembalo sotto alle narici colle bianche dita, formando poscia sul viso con un'ontuosa Siviglia[82] due leggiadrissimi baffi; e allora tutte le belle divennero sonatrici di naso e armaronsi di barbigi[83]. In appresso ne giunse un'altra, che avea fatto ogni suo studio sopra i romanzi e i drammi per musica, e avea raccolto da tutti i suoi conoscenti i vocaboli più singolari e i più stranieri modi del dire. Costei declamava sempre in tragico stile; e rendealo ognora più vivo e appassionato, allorché, gestendo, coglieva col ventaglio, ora nel naso, ora nel petto, alcuno de' circostanti, che a gara affollavansele intorno. Allor ch'ella venne introdotta nella conversazione, fece i suoi complimenti[84] così: ‑ Signori[85], io mi son trovata ben disorientata al vedermi in mezzo d'una così scelta cotteria[86]; ma, benché io abbia avuto sinora poco teatro[87], mi permetterete ch'io mi lusinghi di non avermi a rendere indegna di questo bel mondo: frattanto io mi prenderò ben guardia di non meritarlo, e spero che voi menagerete[88], troppo bene il mio spirito per non attaccargli del ridicolo. ‑ Cosi tosto ella fu per comun sentimento bandita[89] come donna di spirito; e tutti quelli che presumevano di andar per la maggiore in proposito d'ingegno e di studii, si fecero a vagheggiarla. Allora [90] tutte le scienze ch'erano della moda furono messe sul tappeto. Questa ragionava del commercio e quell'altra della popolazione; l'una contava le sperienze d'un suo amante sopra i polipi, e quell'altra quelle del suo sopra le molecule organiche: in somma non s'udiva altro discorrere che di maniera di pensare e di ragionare, di pregiudizii, d'idee chiare e distinte[91], in certo loro linguaggio che faceami sganasciar dalle risa; dimodoché, essendo io dato in uno scoppio, feci svenire accanto a me una dama, la quale a quel suono temette non il gatto avesse assaltato la sua cagnolina. Ma che direste voi s'io vi dicessi che tal giorno ancora fra quelle donne vi fu la moda del bestemmiare per vezzo, o, come disse il Berni, «per dolcezza?»[92]. Deh, se voi aveste udito risonare i Bi e le Effi[93] su quelle labbra non nate ad esser ricetto di «cospettoni»[94]! Quanta grazia acquistavano dalle piccole boccucce di quelle amabili furie i vocaboli più schifi e più grossolani che formano la gloria de' chiassi[95] e delle taverne! Qual maraviglia poi, quando alcuni vocaboli ruvidi ed aspri per la scabrezza delle lor consonanti rammorbidivansi, e prendeano novella e più dolce forma sulle lor lingue! Talvolta le une, non volendo parer da meno delle altre nell'esser dilicate, svenivano al menomo odore; e sovverrammi persin ch'io campi d'un bel martedì sera, che, all'avviso dello arrivo d'un profumato damerino, ne cascarono cinque arrovesciate supine sul pavimento, in tal modo però, ch'io m'avvisai ch'elleno avesser procurato di cader con meno disagio che si fosse potuto, e di pigliare tal giacimento che, come per caso, lasciasse scorgere a' circostanti la rara strambezza[96] delle lor gambe, le quali in quel paese servono di arco allo amore, come qui fanno due neri sopraccigli. E pur beato chi colà può languir per due gambe, l'una delle quali il Cielo abbia volta

a settentrion, l'altra a levante[97]

Io non la finirei sino a domattina s'io volessi fermarmi quanto farebbe mestieri sopra l'infinità de' morbi[98] che sogliono assalire le femmine di quel paese: bastivi ch'elle ne hanno, come dir, la fabbrica in casa loro; e ch'egli è opinione sicura di quelli abitatori ch'elle abbiano inventato la maggior parte de' mali che ammorbano l'universo; il che mostra che e' credano, come noi, che tutte le sorte di pesti venute al mondo sieno state da una femina originate. Quando una donna colà vuol per suo comodo e per qualunque altro fine essere ammalata, non ha se non a mettersi a letto. Allora tutti i mali ch'ella serba nella sua guardaroba fannosele attorno: ella chiama il medico a sé, e si il priega di sceglierne quel d'essi che, secondo la sua bisogna, le torni meglio. Ei tosto chiamane uno, e dice, verbigrazia, così: ‑ Vapori, mali isterici, capogirlo, coccolina[99], fastidio, flati, ostruzioni, soffocazioni. ‑ Ma notate che il medico non li chiama mica così come io ho detto nella nostra lingua, ma nella loro, ch'io non vi sapre' ben dire che lingua si sia, benché a mio giudizio dovrebb'esser quella della patria di ciascuno di essi; e così il medico chiama in arabico se il male è arabico, in greco se è mal greco, se è mal tedesco in tedesco, e in francese s'egli è mal francese. Allora quel male, che odesi chiamar per lo suo nome, salta fuori e difilato balza sulle dita del medico: il medico applica le dita al polso della inferma, e trattienvele sinché, per io tepore allargandosi i pori, il male vi penetra sino al sangue e, con esso condotto alla testa, quivi si riposa. I medici trattano colà molto colle donne; perciocché, oltre ch'egli hanno, con quelle, frequenti conferenze sopra le loro zinghinaie[100], sono arco be' giovani che s'allindano[101] e stanno sulle gale, amici del cicalare, pieni di graziose moine e di lezzi, in guisa gentili e accondiscendenti che le medicine accomodano anzi al malato che al male: il che bisognerebbe che seguitassero questi nostri, che lascierebbonti piuttosto crepare che risparmiarti d'ingoiare una decozionaccia[102] o un clistero. Ma egli è oggimai tempo che noi tocchiamo della fine; e ch'io vi conti per quale sciagura io fossi costretto a partirmi improvvisamente di colà. Vi bisogna innanzi tratto sapere che tutte quante le grasce[103] di quella terra, siccome sono sanissime per li forestieri, così sono un tossico potente per li nazionali: laonde non vi si vive se non delle cose che vengono da di fuori; e, se pur mangianvene alcuna delle loro, egli è perché i cuochi tanto pistanla, impastanla, impiastriccianla e tingonla e coloranla e cangianla da quel ch'era prima, che n'escono tutte le particelle venefiche, ed altro non vi rimane che il sano. Ora accadde che, come io dilettomi, quando vi posso giugnere, di mangiare de' buoni piccioni, de' buoni capponi e delle buone pollanche, così fui veduto più volte ugnermene il grifo e farne delle buone corpacciute. Sinché io non ebbi quattrini in tasca, la cosa andò bene: ma, come si cominciò buccinare[104] ch'io col favore del re e degli amici Brami provecciato[105] d'alcuna cosa, e che io avea riposto qualche gruzzolo di zecchini, così levaronsi contro di me questi dottori che uccellano di continuo al danaro altrui; e, cercato di côrmi cagione addosso[106], accusaronmi al re per istregone, dicendo ch'io m'ingoiavo come pillole i veleni, e ch'eglino m'avean veduto ingollare pane, starne e capponi, come altri farebbe le medicine. Due de' miei maggiori nemici, fra queste sanguisughe d'Astrea[107], erano un certo affannone e mestatore[108], che pigliava sopra di sé tutti gli affari, e, infinocchiando e soffiando parole negli orecchi altrui, tanto cavillava e sopraffaceva e dimenava del capo e delle mani e de' piedi, e infilzava testi e allegava citazioni e recitava litanie di dottori e sbuffava e dibattevasi e alzava la voce, che i poveri giudici, sbalorditi, davangli vinte tutte le cause: l'altro[109] era un ipocritone picchiapetto, che è quanto dire un volpone, un furbo in chermisì [110]. Costui abbindolava anche assai meglio del primo, imperciocché ci se ne andava tutto modesto in un certo suo abito nero sempremai abbottonato, con un cappello e una parrucca all'antica, tenendo l'elsa della spada coperta sotto alle falde, colle scarpe sempre mai pulite e rilucenti, sostenute da due alti calcagnini di legno e allacciate con due piccole fibbie d'argento, come quelle che usavano i nostri nonni. Oltre a ciò, torceva a ogni momento il collo, e teneva sempre in agguato due o tre lagrimette sotto alle palpebre. Costui andò dal giudice, e, fatto prima cenno di piangere, e alzati gli occhi al cielo, cavò fuori adagio adagio una sottilissima vocina; e, mescolando mille volte ora il cielo, ora la coscienza, infine venne a concludere in questa piccola bagattella, che bisognava accendere una gran catasta nella maggior piazza della città, e quivi a fuoco lento arrostirmi bello e vivo. Poiché io riseppi questo, e ché non amavo di far ridere i bacchettoni mi risolvetti di lasciar loro i danari, e, da uomo di senno, abbandonata la fortuna prima ch'ella abbandonasse me, me la colsi verso Milano, per poterci rodere a mia posta de' grassi capponi questo carnovale e raccontare a voi, almanco una volta, le mie avventure prima d'essere arrostito.

 

Note

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[1]  - soie: piacevolezze; francesismo.

[2]  - Pastinaca: l'attributo deriva dal nome di un'erba; la scherzosa espressione è del Boccaccio (cfr. Decameron, VI, 10).

[3]  - Orinci: espressione generica per indicare un paese lontano.

[4]  - Oga Magoga: paese remoto e favoloso corruzione di Gog Magog, nome di un gigante delle leggende medioevali (cfr. Baretti, Lettere familiari, 3).

[5]  - millanta: mille; voluto arcaismo.

[6]  - intertenere: intrattenere.

[7]  - non si secca: cfr. Dante, Inferno, XXXII, v. 139.

[8]  - bravo ecc.: che incute spavento quanto la morte.

[9]  - ciurmadore: ciarlatano.

[10]  - appiccatoio: attaccapanni.

[11]  - Natura?: cfr. Petrarca, Canzoniere, son. CCXLVIII, v. 1 e Berni, In descrizione dell'arcivescovo di Firenze (Andrea Buondelmonti), v. 1.

[12]  - Girolamo Tagliazucchi: il Tagliazucchi (1674-1751) fu insegnante di eloquenza italiana nell'Università di Torino, autore di vari scritti letterari e di un discorso Della maniera d'ammaestrare la gioventù nelle umane lettere.

[13]  - caricava l'orza: abbondava.

[14]  - arcami: carcami.

[15]  - seste: parafrasa un verso dei Berni (cfr. il capitolo In lode del debito, v. 72).

[16]  - fuseragnoli: lunghi e sottili come un fuso.

[17]  - Farfarelli: folletti.

[18]  - lo imbusto d'un cazzatello: busto di uomo piccolo.

[19]  - frataia: di frate.

[20]  - manco: sinistro.

[21]  - meleto: le natiche.

[22]  - bacalare: persona autorevole

[23]  - termini: sorta di cariatidi.

[24]  - raccomandati: affidati.

[25]  - la madre antica: la terra.

[26]  - frastagliate: lavorate con minuzia e varietà di particolari.

[27]  - a filar ecc.: a darsi arie da gran signore.

[28]  - grosseggiando: atteggiandosi a persona importante.

[29]  - con una mezza dramma: impercettibile.

[30]  - d'un cenno di sorriso: con un sorriso.

[31]  - Pinzochera: una ipocrita devota.

[32]  - guardinfante: arnese composto dì cerchi per sostenere e render gonfie le gonne.

[33]  - pelle: cfr. Ariosto, Orlando furioso, VII, ott. 27, v. 4.

[34]  - Alboino: re dei longobardi; si allude al poema giocoso di G. C. Croce (1550-1609) Bertoldo.

[35]  - cerbotana: canna ad una estremità della quale si soffia per farne uscire frecce od altro.

[36]  - quanto la fantasima: come uno spettro.

[37]  - ghezzo e pagonazzo: scuro e paonazzo.

[38]  - Polvere: cipria; cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 774 segg.

[39]  - scarsella: tasca.

[40]  - all'oriolo: cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 1026-1037.

[41]  - tasche: cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 839 segg.

[42]  - fatticcia: tarchiata.

[43]  - chiappa: cfr. Dante, Inferno, XXIV, 33.

[44]  - Respectueuse: secondo la moda francese.

[45]  - dietro: cfr. Ariosto, Orlando furioso, VII, ott. 28, v. 7.

[46]  - ci ho còlto: ci son cascato.

[47]  - cuiusso: frase latina.

[48]  - Vi avea ecc.: ha qui inizio una caricaturale rassegna di tipi diversi di letterati e scienziati; la satira della cultura contemporanea ricorrerà frequentemente ne Il Giorno.

[49]  - nell'un vie uno: uno per uno, la operazione più semplice.

[50]  - distinzioni: la casistica.

[51]  - caponeria: cocciutaggine.

[52]  - Questi: i rigoristi.

[53]  - gli altri: i lassisti.

[54]  - un'F: significa che ciascuno di essi interpretava tendenziosamente, e sostegno della propria tesi, i testi.

[55]  - vista: ne fanno un poema (epicedio è un componimento funebre).

[56]  - eterna: interminabile.

[57]  - Torre di Nembrotte: la torre di Babele; cioè, risalendo a leggendarie e fantasiose origini.

[58]  - cataplasma: impiastro, indigesta mescolanza.

[59]  - come a dire ecc.: forse allude al padre Bandiera, autore del Gerotricamerone.

[60]  - havvene ecc.: segue la satira della erudizione oziosa e inconcludente.

[61]  - Tolomeo Claudio: matematico e astronomo egiziano (nato forse a Tolemaide Ermea nel 100 d.C., in campo astronomico la sua opera in tredici libri (premesse di trigonometri sferica, applicazioni alla sfera celeste, moti di corpi celesti, distanze dalla terra, eclissi, catalogo stellare, teoria planetaria), nota col nome di Almagesto, influenzò la scienza per quasi 1500 anni. L'opera è influenzata da quella precedente di Ipparco e contiene la teoria geocentrica dell'Universo. Di poco inferiore per importanza la sua opera geografica in 8 volumi.

[62]  - Tamerlano: Sovrano turco dell'Asia centrale, nato a Kish (Samarcanda) nel 1336 e morto a Otrār nel 1405. Figlio di Turgai, della tribù turca dei Barlas, con un esercito turco e una grande genialità militare, conquistò prima la Transoxiana, poi il Turchestan Orientale e pose fine al Khanato dell'Orda d'Oro; occupò la Persia, l'Iraq, l'Armenia, la Georgia e l'India settentrionale, prese Aleppo, dove battè i Mamelucchi, e Damasco con tutta la Siria e battè gli Ottomani ad Ankara. Conquistata l'Anatolia, si spinse fino a Smirne, lasciando alle sue spalle distruzione e terrore. Creò capitale del suo vasto impero Samarcanda, che divenne centro di studi e d'arte, grazie all'opera di artisti persiani e damasceni. Morì mentre si appresetava ad attaccare la Cina. Alla sua morte in poco tempo il suo vasto impero si sfaldò..

[63]  - lanciar campanili: dire cose sbalorditive, vantarsi di cose inverosimili, cercare di stupire con le proprie parole.

[64]  - Morte: è la satira della scuola arcadica pindareggiante.

[65]  - L'altro: è un rappresentante del petrarchismo arcadico.

[66]  - Guerrino Meschino: titolo del popolare romanzo di Andrea da Barberino.

[67]  - Pietro della Valle: Pietro della Valle (1586‑1652), romano, scrisse il resoconto dei suoi viaggi in Oriente (Viaggi in Turchia, in Persia, e all'India, descritti da lui medesimo).

[68]  - imbietolire: andare in sollucchero.

[69]  - Parino Meschino: pseudonimo del Parini, burlesco rifacimento di Guerrin Meschino.

[70]  - Verso ecc.: la satira dei costumi contemporanei inizia con la descrizione della villeggiatura, tema caro alla letteratura settecentesca: basti pensare a Le smanie per la villeggiatura del Goldoni.

[71]  - Barone d'Altura: il nome allude ironicamente alla mania di grandezza del personaggio.

[72]  - cinquadea: la spada (antica voce scherzosa e popolare composta da cinque e dea che in dialetto vuol dire dita: la spada si impugna con cinque dita)

[73]   - calcagnini: tacchi.

[74]  - colosso di Rodi: la celeberrima enorme statua di bronzo, anticamente collocata all'imbocco del porto di Rodi.

[75]  - De la Petite chose: anche questo nome è allusivo; è un personaggio che affetta una ridicola predilezione per tutto ciò che è piccolo.

[76]  - al blictri: al minimo, dal francese bélitre.

[77]  - sarìenti parute: ti sarebbero parse

[78]  - Tulliesse: tante avvocatesse; da Tullio nome di Cicerone.

[79]  - un non inteso mormorio: una espressione che sarà ripresa ne Il Giorno (cfr. Il Mezzogiorno, ed. '65, v. to2).

[80]  - incantagione: formula magica, incantesimo.

[81]  - novissime: uomini e donne si mostrano preoccupatissimi di seguire la moda, la cui satira diventerà un motivo ispiratore de Il Giorno (cfr. la dedica Alla Moda preposta a Il Mattino, ed. '63).

[82]  - Siviglia: qualità di tabacco; cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 920‑921.

[83]  - barbigi: baffi.

[84]  - complimenti: convenevoli.

[85]  - Signori ecc.: è la satira della mania di infranciosare il linguaggio; confronta Il Mattino, ed. '63, vv. r84‑203 e note; La Notte, vv. 543‑551.

[86]  - cotterie: compagnia (francese coterie).

[87]  - teatro: esperienza mondana.

[88]  - menagerete: tratterete con comprensione.

[89]  - bandita: proclamata.

[90]  - Allora: è la satira della volgarizzazione scientifica e della moda della terminologia tecnica, cfr. Il Mezzogiorno, ed. '65, vv. 821 segg.

[91]  - chiare e distinte: secondo la celebre formula cartesiana.

[92] «per dolcezza»: cfr. Berni, A messer Ieronimo Fracastoro, v. 201.

[93]  - I Bi e le Effi: iniziali di bestemmie.

[94]  - «cospettoni»: imprecazioni.

[95]  - chiassi: trivii.

[96]  - rara strambezza: la straordinaria forma storta.

[97]  - levante: È un verso forgiato su consimili dell'Ariosto» (Mazzoni).

[98]  - l'infinità de' morbi ecc.: satira della medicina, dei medici e delle malate immaginarie; cfr. l'ode La impostura, vv. 61‑66 e nota al v. 67.

[99]  - coccolina: raffreddatura.

[100]  - zinghinaie: malanni.

[101]  - che s'allindano ecc.: si fanno lindi ed eleganti.

[102]  - decozionaccia: una amara pozione.

[103]  - grasce: i viveri.

[104]  - buccinare: spargere la voce.

[105]  - provecciato: provveduto.

[106]  - côrmi ragione addosso: cogliere su di me per cogliere qualche motivo di reato, sorprendermi in fallo, mettermi in stato d'accusa.

[107]  - Astrea: la dea della giustizia.

[108]  - mestatore: è l'avvocato disonesto; cfr., fra le Poesie varie, le terzine Lo studio, vv. 19-21.

[109]  - l'altro: il baciapile ipocrita; cfr. l'ode La impostura, vv. 73‑78.

[110]  - un furbo in chermisì: furbo matricolato.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2006