Giuseppe Parini

 

DISCORSO SOPRA LA POESIA

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

Seguo il ms. Ambrosiano, X, 12, che è autografo; con cancellature e molte correzioni; delle quali non tengo conto che in parte, sembrando superflue tali decifrazioni, difficili talora, e note minute, poichè si tratta di una prima copia d’una prosa giovanile e poco elaborata. Il ms. è un fascicolo di pagine numerate 123-136 ; la quale ultima è bianca. (Guido Mazzoni)

 

 

Lo spirito filosofico, che, quasi Genio felice sorto a dominar la letteratura di questo secolo, scorre colla facella della verità accesa nelle mani, non pur l’Inghilterra, la Francia e l’Italia, ma la Germania e le Spagne, dissipando le dense tenebre de’ pregiudizii autorizzati dalla lunga età e dalle venerande barbe de’ nostri maggiori, finalmente perviene a ristabilire nel loro trono il buon senso e la ragione. A lui si debbono i progressi che quasi subitamente hanno fatto per ogni dove le scienze tutte, e il grado di perfezione a cui sono arrivate le arti.

Il maggiore poi de’ beneficii, anzi quello che dentro di sè contiene tutti gli altri che recati ci abbia la moderna filosofia, si è lo averci avvezzati a ponderare con un certo disinteresse le cose, dimodochè nè l’età, nè il numero, nè la dignità delle circostanze ci possano sopraffare.

Abbiamo ora appreso a prescindere da ogni vano abbigliamento, ed a gettarci immantinente sopra l’essenza della cosa, e, quella penetrando e investigando per ogni più ascoso ripostiglio, senza pericolo d’illusione siamo giunti a discoprirne il vero. In simile guisa la fisica, appoggiatasi all’esperienza, ha insegnato a ben giudicare della natura de’ corpi, e colla scorta di essa quindi ha determinato la probabilità de’ diversi sistemi, e quinci dimostrate ridicole le vane paure del volgo. La morale, postasi ad investigare direttamente il cuore umano, quivi ha trovato le vere origini delle passioni e le diverse modificazioni de’ nostri affetti, e, da quelle argomentando, ha stabilito il vero carattere e il vero peso de’ vizii e delle virtù. Così, esaminando le matematiche e le arti, pervenuti siamo a comprendere il giusto valor di ciascuna, distinguendo tra le necessarie e le utili, tra le utili e le dilettevoli, e tra le dilettevoli e le soverchie.

La poesia medesima, della quale ho determinato ora di brevemente parlare, ha nuovi lumi acquistati dallo spirito filosofico; e, comechè abbia per una parte perduti i pomposi titoli che non solo i poeti, ma i maggiori filosofi ancora donati le aveano, di celeste, di divina e di maestra di tutte le cose, ha nondimeno ricevuto dall’altra un merito meno elevato, a dir vero, ma più solido e più certo. Questo vero merito della Poesia piacemi che sia il soggetto del Presente discorso, Che conterrà alcune mie riflessioni, le quali giudicherò meritar qualche cosa, qualora vengano accompagnate dalla vostra sincera approvazione.

In due schiere partisco io la maggior parte di coloro che sogliono giudicare della poesia. Altri sono certi facitori di versi o sia misuratori di parole, i quali sì tosto che sono giunti a scriver quattordici righe d’undici sillabe per ciascuna, e le cui desinenze si corrispondano alternando con egual suono, così si persuadono d’essere arrivati ne’ più intimi penetrali di quella spelonca

Là dove Apollo diventò Profeta.

(Petrarca, Canzoniere, CLXVI,

S’i’ fossi stato fermo alla spelunca)

Allora è che costoro, ringalluzzandosi, e di versificatori credendosi divenuti veramente poeti, così fanatici si dimostrano per amore della poesia, che null’arte stimano potersi accostare a quella, non che paragonare. A questi debbono accompagnarsi alcuni altri, i quali, essendo pur di qualche mezzano valore in quest’arte, di buona fede sono persuasi dell’eccellenza ed importanza di essa, e ragionano di que’ lor sonetti e di quelle lor canzoncine, non già in maniera di passatempo, ma con quella gravità ch’altri discorrerebbe del piano d’una campagna o della spedizione d’una colonia.

L’altra parte di coloro che sogliono dar giudizio sopra la poesia son quelli che, applicati essendo ad alcuna delle scienze o delle arti più utili, con troppa severità condannano questa e tengonla a vile, come quella che punto non serve agli umani bisogni, ch’è vano trattenimento di gente oziosa e il cui merito in altro non consiste fuorchè in una foggia di parlare diversa dal linguaggio comune.

Ora oserò io sperare di potere far sì che, l’una di queste due parti scendendo alquanto, e l’altra alquanto salendo, s’incontrino in un giusto mezzo, che colla ragione consenta e colla verità? Io non credo di poter ciò meglio ottenere che coll’esaminare per poco in che consista la poesia.
E per lasciare da un lato le dispute che si sono fatte per deffinire quest’arte, io credo, appoggiandomi all’autorità de’ migliori maestri, esser la poesia l’arte d’imitare o di dipingere in versi le cose in modo che sien mossi gli affetti di chi legge od ascolta, acciocchè ne nasca diletto. Questo è il principal fine della poesia, e di qui ha avuto cominciamento.

Da questa deffinizione appare che l’arte poetica non è già così vana come vogliono i suoi nemici; i quali, se questa vogliono condannare, condannar debbono egualmente la pittura, la statuaria e le altre consimili arti di puro diletto, le quali presso tutte le colte genti in sommo pregio si tengono, e per le quali mille valenti artefici si sono renduti immortali.

Mi si potrebbe rispondere che il piacere che in noi vien prodotto dalla poesia non nasce già da motivi intrinseci a quella, ma dalla sola opinione, la quale, veggendo esattamente descritte le tali e tali cose secondo le regole che gli uomini hanno convenuto di stabilire a quest’arte, gode di vederle adempiute. Ma chi ben considera filosoficamente quest’arte e la natura del cuore amano, ben tosto s’avvede che non dall’opinione degli uomini, ma da fisiche sorgenti deriva quel piacere che dal poeta ci vien ministrato.

Per rimanere convinto di ciò, egli è mestieri di prima riflettere a quanto sono per dire. Tutte le arti, che sono di un’assoluta necessità al viver dell’uomo, sono state comuni ad ogni tempo e ad ogni nazione, come sono l’agricoltura e la caccia. Ma, perciocchè l’uomo non solo ama di vivere ma eziandio di vivere lietamente, così non è stato pago di aver ciò solamente che il mantiene; ma ha procurato ancora ciò che il diletta. Adunque non solo le arti che sono assolutamente necessarie, ma quelle ancora che per loro natura e non per la sola opinione vagliono a dilettarci, sono state in ogni tempo comuni a tutte le genti: e si dee dire che questo, perciò appunto che son state sempre comuni ad ogni popolo, non per l’opinione che in ogni paese è diversa, ma per una reale impressione, che tuttavia, e di lor natura, fanno sopra il cuor nostro, vengano a recarci diletto.

Tanto più universali sono poi state sempremai quelle arti dilettevoli al soccorso delle quali non bisognano stranieri mezzi, ma la mente basta, o gli organi dell’uomo stesso: perciò comuni a quanti popoli abitano la superficie della terra furon sempre il canto, la danza, e, nulla meno di queste, la poesia.

Cominciando dagli Ebrei fino agli ultimi popoli della terra, tutti quanti hanno avuto i loro poeti. Nè parlo io solo delle nazioni ch’ebber riputazione delle meglio illuminate, ma delle barbare ancora, anzi delle selvagge, presso alle quali non pur veruna scienza, ma niuna delle belle arti è fiorita giammai. Ci rimangono ancora memorie o graziosi frammenti della poesia degli antichi Galli, de’ Celti e degli Sciti. Lungo sarebbe chi parlar volesse delle poesie degli Arabi, de’ Turchi, de’ Persiani, degl’Indiani, delle quali molte veder possiamo tradotte nella lor lingua dagl’Inglesi e da’ Francesi. È pur conosciuta da’ viaggiatori la poesia della China, del Giappone, de’ Norvegi, de’ Lapponi, degl’Islandesi, che in materia di furore poetico sono fra gli altri popoli singolari. Fino a’ selvaggi dell’America, che non hanno verun culto di religione, conoscono la poesia.

Questa sola universalità adunque di essa, siccome dimostra non esser la poesia una di quelle arti che dall’uno all’altro popolo si sono comunicate, ma che sembra in certo modo appartenere all’essenza dell’uomo; così a me par bastevole per se medesima a dimostrare che un vero, reale e fisico diletto produca la poesia nel cuore umano; non potendo giammai essere universale ciò che non è per sè bene, ma soltanto lo è relativamente.

Ma io odo interrogarmi: E in che consiste egli adunque e d’onde nasce cotesto piacere o diletto, che in noi produce la poesia?

Se noi ricorriamo all’origine di quest’arte, egli è certo che non altronde che da un dolce e forte affetto dell’animo debb’esser nata, siccome da un dolce e forte affetto dell’animo debbono esser nate la musica e la danza. La benefica natura ha dato all’uomo certi segni, sempre costanti ed uniformi in tutti i popoli del mondo, onde poter esprimere al di fuori il dolore o il piacere. Tutti i popoli sospirano, piangono, gridano, allorchè provano un’affezione che dispiace alla lor anima; e tutti i popoli egualmente saltano, ridono, cantano, allorchè provano un’affezione che alla loro anima piace. Per mezzo di questi segni la medesima passione che agita l’uno, fa passaggio al cuore dell’altro che n’è spettatore; e a misura che questi più o men teme, o più o meno spera la cagione del piacere o del dispiacere del compagno, ne viene più o meno agitato. L’anima nostra, che ama di esser sempre in azione e in movimento, niente più abborre che la noia; e quindi è che volentieri si presenta a tutti gli oggetti che senza suo danno metter la possano in movimento; e, qualora non ha occasione di dover temere per sè, sente piacere così de’ lieti come degl’infelici spettacoli. Per questa ragione è che i Romani non provavano minor gioia dall’essere spettatori de’ giuochi florali, dell’ovazione, e de’ trionfi, che del combattimento de’ gladiatori. Il che proveremmo noi medesimi se la religione non avesse più raddolciti i nostri costumi, se la carità non ci facesse tener per una parte di noi medesimi que’ meschini che già venivano sagrificati al diletto del popolo, se le nostre leggi non ci facessero abborrire in tali spettacoli l’ingiustizia; e se finalmente il tempo non ce ne avesse disavvezzati. Bene il proviamo nondimeno negli altri spettacoli, quantunque infelici, ove non concorrano questi motivi. Chi è di noi che non senta, misto alla compassione, anello il piacere al veder di lontano una battaglia, un vascello nella burrasca, un incendio o la morte d’un giustiziato? Perchè crediamo noi che tanto popolo accorra a somiglianti spettacoli? E non ci diletta egualmente, come l’aspetto d’una deliziosa e fiorita collina, l’ispido, il nudo, il desolato, l’orrido d’una montagna, d’un diserto, o d’una caverna?

Ora, que’ primi uomini che a ragionar si posero sopra le cose, osservato avendo che così i segni del dolore come que’ del piacere recan diletto a chi li mira, eccitando ne’ cuori le stesse passioni, non fino a quel grado però che le sentiva colui onde primamente provengono i medesimi segni, si diedero ad imitarli, giudicando che l’imitazione, quanto s’allontanerebbe dalla cagion del dolore, tanto s’avvicinerebbe al puro e solo piacere.

Così essi applicaronsi ad imitare le giaciture e i movimenti del corpo dell’uomo appassionato, e ne composere il ballo; le diverse modulazioni della voce, e ne fecero la musica; i sentimenti e le parole, e ne nacque la poesia.

Come però i segni dell’uomo appassionato sono sempre più veementi, più forti e, per così dir, più scolpiti che non son quelli dell’uomo che trovasi in calma, così riescono tali le parole e l’espressioni. Quindi è che la poesia ha un linguaggio diverso da quello della prosa, che esprime più arditamente e più sensibilmente i nostri pensieri, e vien sostenuto dalle immagini e da certi tratti più vivaci e lampeggianti: in guisa che corre tra il linguaggio della prosa e quello della poesia lo stesso divario che corre tra l’uomo che riflette e discorre, e tra l’uomo ch’è commosso ed agitato, le cui Idee sogliono essere più rapide e, per così dire, dipinte a più sfacciati colori. Perciò il linguaggio della poesia è così naturale come quel della prosa; e quindi è che sì l’uno come l’altro sono sempre stati comuni ad ogni nazione.

Da questa teorica, che forse può parer troppo lunga, ma ch’è, al mio credere, necessaria per ben capire che cosa sia l’arte poetica, facilmente altri può dedurre se sia o no vero e reale diletto, o se dalla sola opinione dipendano o no que’ dolci movimenti d’ira, di nausea, d’abbominazione, d’orrore, d’amore, d’odio, di tèma, di speranza, di compassione, di sospetto, di disprezzo, di maraviglia, che pruova nel suo cuore colui che assiso nella platea vede da eccellenti attori rappresentarsi la Merope, o che in un’amabile solitudine osserva gli effetti sempre diversi dell’illustre amante di Laura, i sublimi capricci e grotteschi di Dante, le gelosie di Bradamante, le lusinghe d’Alcina, i furori di Rinaldo, le tenerezze d’Erminia, e simili.

Egli è adunque certissimo che la poesia è un’arte atta per se medesima a dilettarci, coll’imitar ch’ella fa della natura e coll’eccitare in noi le passioni ch’ella copia dal vero. E questo è un pregio non vano, non ideale, non puerile dell’arte stessa.

Le si aggiungono nondimeno altri pregi non manco reali di questo. La versificazione, lo stile, la lingua e simili, che formano la parte meccanica di lei, non meritano meno d’esser considerate; ma noi per ora le tralasceremo, bastandomi che sia chiaro come la poesia abbia facoltà di piacerne per via del sentimento, ch’è la parte più nobile, anzi l’anima e lo spirito di quest’arte.

Che se altri richiedesse se la poesia sia utile o no, io a questo risponderei ch’ella non è già necessaria come il pane, nè utile come l’asino o il bue; ma che, con tutto ciò, bene usata, può essere d’un vantaggio considerevole alla società. E, benchè io sia d’opinione che l’instituto del poeta non sia di giovare direttamente, ma di dilettare, nulladimeno son persuaso che il poeta possa, volendo, giovare assaissimo. Lascio che tutto ciò che ne reca onesto piacere si può veramente dire a noi vantaggioso; conciossiachè, essendo certo che utile è ciò che contribuisce a render l’uomo felice, utili a ragione si posson chiamare quell’arti che contribuiscono a renderne felici col dilettarci in alcuni momenti della nostra vita.

Ma la Poesia può ancora esser utile a quella guisa che utili sono la religione, le leggi e la politica. E non in vano si gloriano i poeti che la loro arte abbia contribuito a raccoglier insieme i dispersi mortali sotto le graziose allegorie d’Anfione e d’Orfeo. Omero ha pure insegnato, molto imperfettamente bensì, ma pure quanto era permesso alla sua stagione, la condotta delle cose militari, e i primi capitani della Grecia hanno fatto sopra l’Iliade i loro studii; di che mi possono essere buoni testimoni Platone, Aristotele, Plutarco ed altri autori. Nè sono da dimenticarsi i cantici militari di Tirteo, che infiammarono e spinsero alla vittoria gli sconfitti Spartani, e che per pubblico decreto cantavansi in ogni guerra dinanzi alla tenda del capitano. Esiodo ha insegnata l’agricoltura, ed altri altre arti o sia fisiche o sia morali.

Egli è certo che la poesia, movendo in noi le passioni, può valere a farci prendere abborrimento al vizio, dipingendocene la turpezza, e a farci amar la virtù, imitandone la beltà. E che altro fa il poeta che ciò, collo introdurre sulla scena i caratteri lodevoli e vituperevoli delle persone? Per qual altro motivo crediamo noi che tanto ben regolate repubbliche mantenessero dell’erario comune i teatri? solamente per lo piccolo fine di dare al popolo divertimento? Troppo male noi penseremmo delle saggie ed illuminate menti de’ loro legislatori. Il loro intento si fu di spargere, per mezzo della scena, i sentimenti di probità, di fede, di amicizia, di gloria, di amor della patria, ne’ lor cittadini; e finalmente di tener lontano dall’ozio il popolo, in modo che non gli restasse tempo da pensare a dannosi macchinamenti contro al governo, e perchè, trattenuto in quelli onesti sollazzi, non si desse in preda de’ vizii alla società perniciosi. Ciò ch’io ho detto de’ componimenti teatrali, si può dir colla debita proporzione ancora d’ogni altro genere di poesia.

Se la poesia dunque è tale, come io, scorrendola per varii capi, ho dimostrato, e come a chi spassionatamente la esamina dee comparire, onde proviene che a’ di nostri, e spezialmente in Italia, incontra tanti disprezzatori? Se io ho a dire la verità, io temo che ciò proceda non già dal difetto dell’arte, nè dei valenti coltivatori di essa.

Per bene avvederci dell’origine di questo disprezzo prendiamone un esempio dalla medicina. Questa scienza ha forse ora tanti contradditori e tanti disprezzatori quanti ne ha la poesia. Niuna cosa è più facile dell’asserire che una persona ha il tal male, nè dello scrivere una ricetta ; così nulla è di più agevole che il misurare alcuno parole e il chiuderlo In uno spazio determinato. Quindi è che al mondo si trovano tanti ciarlatani, che di medico il nome si usurpano o loro si concede gratis, e tanti versificatori che da sè assumono il nome di poeta, o loro per certa trascuraggine vien conceduto dalla moltitudine, che non pensa più oltre.

Basta che un giovine sia pervenuto a poter presentarvi una cattiva prosa frastagliata in versi, che, più non pensando alla preziosità che la pietra richiede, commendiamo qualunque vile selce o macigno, perchè il maestro ha saputo segarlo. Noi non istiamo ad esaminare se l’artefice di quella pietra ci abbia saputo formare una Venere degna d’esser collocata in una reale galleria, ovveramente un passatoio o un termine da piantarsi a partire il campo di Damone da quello di Tirsi.

Son come i cigni anco i poeti rari,

Poeti che non sien del nome indegni,

(Orlando Furioso XXXV, 33.)

disse già l’Ariosto. Eppure noi veggiamo tuttodì uscir delle scuole un numero di gioventù che con quattro sonetti pretende di meritarsi il nome di poeta, e si trova chi loro il concede. Una mediocre osservazione della gramatica, la legittimità delle rime, un pensiero che non sia affatto ridicolo bastano per far sì che ogni monaca che si seppellisce, che ogni moglie che becca un marito, che ogni bue che prenda la laurea, ricorrano a voi. Sì tosto che soli quattordici de’ tuoi versi possono ottener l’onore d’essere ammessi in una raccolta, eccoti diventato poeta.
Le scuole pubbliche istesse contribuiscono a disonorare la poesia. Non contento, chi lor presiede, d’insegnar male le arti che servir debbono d’introduzione al viver civile, si sbraccia nel volere che gli scolari diventino poeti. E perchè questo mai? E a che può bisognare nel mondo ad un giovine un’arte ch’è di puro piacere? perchè adunque non si ammaestra quivi ancora la gioventù nella musica e nella pittura? Frattanto ecco il danno che ne proviene. Si fa perdere per qualche anno la metà della giornata ai giovani che sono quivi adunati, in una inutile o seccagginosa occupazione. Molti di essi, che hanno dalla natura qualche disposizione maggiore al verseggiare, trascurano il più importante dell’eloquenza, e, invaghiti di se medesimi, da se stessi si applaudiscono; un puerile amore di gloria gli accende; e, qualora escano dall’erudito ginnasio, innamorati de’ vezzi della poesia ma senza bastevoli doti da poterne godere giammai, odiando ogni scienza ed ogni arte necessaria al viver civile, rimangono a carico de’ lor genitori, si rendono ridicoli a’ lor compagni meglio consigliati, e, se mai producono alcuna cosa, servono di trastullo alle persone o si assicurano le fischiate della posterità.

Questo gran numero di verseggiatori, adunque, è la cagione per cui da molte altronde savie persone viene in sì piccol conto tenuta la poesia. Nè meno cooperano a ciò molti, per altro valorosi, rimatori, i quali vengono ammirati bensì, ma non piacciono.

Il poeta, come si può dedurre da quel che di sopra abbiamo detto della poesia, dee toccare e muovere; e, per ottener ciò, dee prima esser tócco e mosso egli medesimo. Perciò non ognuno può esser poeta, come ognuno può esser medico e legista.

Non a torto si dice che il poeta dee nascere. Egli dee aver sortito dalla natura una certa disposizione degli organi e un certo temperamento che il renda abile a sentire in una maniera, allo stesso tempo forte e dilicata, le impressioni degli oggetti esteriori; imperocchè come potrebbe dilicatamente o fortemente dipingerli ed imitarli chi per un certo modo grossolano ed ottuso le avesse ricevuto?
La poesia che consiste nel puro torno del pensiero, nella eleganza dell’espressione, nell’armonia del verso, è come un alto e reale palagio che in noi desta la maraviglia ma non ci penetra al cuore. Al contrario la poesia che tocca e muove, è un grazioso prospetto della campagna, che ci allaga e ci inonda di dolcezza il sono.

Ora che dovremo dire della nostra presente poesia italiana? Infinite cose ci sarebbero a dire. Ma perciocchè il tempo è venuto meno al buon volere, permettetemi ch’io rimetta ad altra occasione li discorrervene a lungo. Frattanto io spero che verrà a ragionarvi meglio di me, e di più importanti cose che queste non sono, qualche altro degli Accademici, cui l’esempio dell’abate Soresi e di me abbia rianimato a continovare un esercizio, che ci può essere nello stesso tempo utile e piacevole, quale è questo delle Lezioni private: di maniera che, se noi non vi abbiamo giovato o dilettato col recitarvi le cose nostre, possiam lusingarci almeno di averlo fatto coll’eccitamento datovi, acciocchè, ogni mese almeno, ci trattenghiate con qualche vostro lavoro.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2006