Giuseppe Parini

 

Lettere

e

Documenti autobiografici

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini, raccolte da Guido Mazzoni, Firenze, G. Barbera editore, 1925 - pp. 252-262

[Seconda Parte]

XXXI.

AL MINISTRO PLENIPOTENZIARIO

CONTE DI WILZECK

(?).

Nella imminente provvista de’ beneficii semplici vacanti, il sacerdote Giuseppe Parini si prende la libertà di umilmente ricordar la sua persona all’Eccellenza Vostra. Ciò non fa egli per sollecitare inopportunamente le beneficenze superiori, ma soltanto per non aversi a rimproverare di non essersi presentato a qualche benigna disposizione, che possa essere nel Reale governo a favore di lui.

A questa occasione permetta Vostra Eccellenza che il Parini, necessitato dalla qualità di supplicante ed affidato alle antiche e recenti dimostrazioni di bontà dategli dall’Eccellenza Vostra, esponga per la prima volta le sue circostanze, senza pusillanimità e senza iattanza.

Sono già da quattordici anni ch’ei copre la cattedra di Belle Lettere nelle Scuole Palatine; non ha mai mancato d’uditori, ed ha procurato sempre d’assisterli con esattezza e con zelo.

In tal decorso di tempo, quando d’immediata quando di mediata commissione del governo, è stato applicato ad altre operazioni straordinarie, come a formare un piano d’istituzione d’un’Accademia di Belle Arti, copia del quale esiste presso di lui; a cooperare ad un Piano d’istituzione della Società patriotica, in compagnia de’ consiglieri marchese Beccaria e conte Secchi. Sì nell’uno che nell’altro caso, gli furon date ragionevoli speranze dell’impiego di Segretario delle dette istituzioni; ma ciò non ebbe poi luogo.

Creatasi dal governo, con approvazione della Corte, una commissione letteraria per la formazione de’ libri elementari scolastici, la quale, indipendentemente dagli individui della commissione, non fu condotta a termine; in tale incumbenza, dopo avere il Parini compilato sulle memorie de’ suoi colleghi e nulle proprie il piano da tenersi nella formazione de’ mentovati libri, cooperò all’eseguimento per lo spazio di tre anni, come apparisce dai saggi presentati al governo e dalle memorie esistenti presso di lui.

Nelle nozze di Sua Altezza Reale compose e mise in scena, per superior commissione, un dramma, che fu rappresentato a vicenda con uno dell’abate Metastasio.

Per queste e simili cose non ebbe il Parini, nè ricercò mai, nè gratificazione, nè aumento al suo soldo primitivo di lire duemila.

Altronde, lasciando di parlare de’ suoi studii privati, si è egli abitualmente prestato, giusta la sua tenue capacità, a qualunque gli ha fatto l’onore di ricercarlo della sua opera o direzione in materia di Letteratura o di Belle Arti, come per l’una parte è notorio, e per l’altra ne possono render conto a Vostra Eccellenza spezialmente lo scultore Franchi e il pittore Martini.

Il Parini rispettosamente sottopone le accennate cose alla benigna riflessione di Vostra Eccellenza, stimolato dalla sua presente condizione fisica ed economica. Egli è privo di patrimonio, innoltrato nell’età, infermo delle gambe, cagionevole di salute, e, sebbene contento della mediocrità, teme d’andare incontro ad una vecchiezza più d’ogn’altra incomoda e male assistita.

Questi ultimi motivi spera egli che possano interessare l’umanità di Vostra Eccellenza ad assisterlo, quanto sia permesso dal miglior ordine, o nella presente occasione di provvista, o in altra simile [1783].

XXXII.

ALL’ARCIDUCA

FERDINANDO D’AUSTRIA.

Altezza Reale,

Nella presente vacanza del Beneficio semplice eretto sotto il titolo della Invocazione nella Chiesa della Beata Vergine del luogo di Lentate, l’umilissimo servitore di Vostra Altezza Reale, il professore sacerdote Giuseppe Parini, sperando qualche clemente riguardo all’anzianità ed esattezza del suo servigio, alla tenuità della sua fortuna, e spezialmente alle abituali e crescenti incomodità della sua salute, umilmente supplica la medesima Reale Altezza Vostra che si degni nominarlo al detto beneficio. Che, ecc.

17 settembre 1783.

XXXIII.

(altra forma del n. precedente)

ALL’ARCIDUCA

FERDINANDO D’AUSTRIA.

Altezza Reale,

Nell’attuale vacanza del Beneficio eretto sotto l’Invocazione e nella Chiesa della B. V. M. nel luogo di Lentate di questo Ducato l’Umilissimo Servitore di V. A. R. il Sacerdote professore Giuseppe Parini milanese, richiamando alla benigna considerazione del Real Governo le sue circostanze di servigio d’età, di salute e di fortuna, umilmente supplica la medesima R. A. V, che si degni di nominarlo al detto Beneficio. Che ecc.

27 febbraio 1784.

XXXIV.

Il signor abate Giuseppe Bianconi ha frequentate e frequenta le mie lezioni, dando saggio d’applicazione e di buon costume. E per fede

Giuseppe Parini

Pubblico Professore di Belle Lettere

nelle Scuole Palatine di Brera.

XXXV.

AL DOTTOR DON GIACOMO REZIA

Professore nella Università di Pavia.

Amico carissimo,

La graziosa amicizia, di cui mi avete sempre onorato, mi toglie il ribrezzo di venirvi ad annoiare con una mia raccomandazione.

Lorenzo Finatti, studente in codesta università, cerca di essere licenziato in chirurgia. Desidero pertanto e vi priego che voi gli prestiate tutta l’assistenza per il buono ed onorevole esito della sua posizione, quanto comporta la giustizia ed il dovere del vostro ufizio. Desidero ancora che voi lo raccomandiate, anche in nome mio, a quelli de’ vostri colleghi che voi giudicherete più opportuni allo stesso fine. Mi riprometto dalla gentilezza e bontà vostra ogni sollecitudine nel favorirmi, e, pregandovi d’ora innanzi dal cielo tutte le consolazioni, che merita la non comune ingenuità e delicatezza del vostro carattere, ho l’onore di dichiararmi, con sincerissimo ossequio, di voi, caro amico, ecc.

Milano, 20 marzo 1788.

XXXVI.

AD ANTONIO MUSSI

Oblato, Professore nella Università di Pavia

e Dottore dell’Ambrosiana.

Milano, 10 novembre [1788].

Amico carissimo,

L’abate Ronna, il quale trovasi in cotesto Seminario, mi è sempre paruto un giovane buono, savio e studioso, e spero che fin da quest’ora si sarà dato a conoscere anche a voi. Egli vi debb’esser adunque abbastanza raccomandato per se stesso. Ma egli è in oltre mio speciale amico. Però come tale io lo raccomando agli ulteriori uficii della vostra amicizia per me, confidando che ben presto egli la saprà guadagnare anche per se medesimo. Lusingomi che il signor Rettore, che mi ha date molte pruove di graziosa propensione in Milano, non mi avrà dimenticato costì: e perciò raccomando anche alla bontà di lui l’amico mio, e priego voi di comunicargli questa mia premura. Non soggiungo di più, sapendo quanto l’uno e l’altro siate disposti a giovare massimamente a i buoni ed agli amici degli amici vostri.

Con questa occasione vi ringrazio assaissimo della memoria che avete avuto, di mandarmi le Regole del Seminario, le quali avendo io cominciato a leggere, mi sembrano molto bene esposte nell’una e nell’altra lingua. Presentate le significazioni del mio rispetto al sig. Rettore, e voi amatemi e valetevi di me.

Di voi, caro amico,

Dev.mo Obbl.mo Serv.re ed amico

Giuseppe Parini.

XXXVII.

ALLA CONTESSA SILVIA CURTONI VERZA

VERONA.

Ornatissima sig.ra Contessa,

Dovrei vergognarmi d’essermi lasciato prevenir nello scrivere, e, quel che è più, prevenire da Lei, veneratissima dama. Nondimeno è forza che io lo confessi: anzi che vergognarmi, esulto e vo glorioso del mio mancamento. Questo mi ha dato luogo a comprendere quanto sia grande la benignità dell’animo suo, e con quanta generosità sappia disprezzare i minuti puntigli della condizione, del sesso e della naturale vanità. Ma ciò che più lusinga ed appaga il mio cuore, si è che il mio peccato mi ha procurata una più valida testimonianza della parzialità con cui Ella si degna di riguardarmi. Niuna cosa, dacché ebbi l’onore di vederla e di ammirarne in breve tempo tante amabili e stimabili qualità, niuna cosa, lo giuro, poteva più contribuire alla felicità della mia vita ulteriore, che una tale testimonianza. Forse il mio amor proprio e il mio vivo desiderio me ne amplifica di troppo il valore. Comunque sia, anche la illusione mi è troppo grata nel presente caso; ed è certo, per altra parte, che io non amplifico l’espressione oltre alla realtà del mio sentimento. Tornando poi alla mia mancanza, spero ch’Ella vorrà credermi che non è volontaria, anzi che nasce da troppa sollecitudine di non mancare, e che ci ho merito piuttosto che colpa. Se io Le dicessi, gentilissima dama, che da quel momento che a Lei piacque privare la mia patria e me della sua presenza, non è scorso un giorno, neppur nn giorno, senza che io mi sovvenissi di Lei e senza che io mi dilettassi, come tuttora fo, di ricorrere e di contemplare coll’imaginazione tutti gl’interni e gli esterni pregi che l’adornano; se io Le dicessi che io ho sempre presenti le Sue sembianze per lo appunto come se Ella mi avesse fatto la grazia di regalarmi un Suo ritratto; che mi par di sentire il tono della Sua voce, di vederne la vivacità degli occhi, l’energia dell’espressione e quelle grazie dello spirito e della persona tutte Sue, che, ravvivate da una lievissima tinta maschile, sono tanto più singolari e prepotenti; se io Le dicessi queste e mille altre cose simili, io non farei altro che giustificare il titolo, da Lei cortesemente attribuitomi, di grande pittore di verità. Ora, con tali disposizioni, come sarebbe stato possibile che io trascurassi o dimenticassi di scriverle sollecitamente? Ma l’alta stima da me conceputa di Lei, le impressioni da Lei lasciate nel mio animo, fieramente sensibile a quel bello che esce dell’ordinario corso della natura e della educazione, il mio zelo proporzionalmente esaltato, mi fecero pensare a scriverle in modo più nobile e solenne che non è la triviale prosa di una lettera. Lo avrei fatto, ed avea di già cominciato a farlo, se la infelicità della mia fisica costituzione, degl’incomodi di salute, la tristissima invernata, le seccaggini del mio impiego, ed altre necessarie distrazioni non mi avessero, mio malgrado, rallentato nel cammino tanto, che finalmente sono stato prevenuto dalla graziosità di Lei. Ma quel ch’è fatto è fatto. Spero, anzi tengo per certo, che le mie circostanze mi permetteranno di comprovarle coll’opera anche la verità di queste asserzioni. Frattanto Le rendo infinite grazie della bontà che ha avuto di rendermi cara la vita coll’obbligantissima Sua lettera, e desidero vivamente, ed istantemente La supplico, ch’Ella si valga frequentemente di qualche momento di ozio per continovare a bearmi. Fortunato me, se cotesto ozio potesse a mio riguardo divenire una occupazione! Io non esagero giammai. Le perdonerei, se la mia modestia la facesse dubitare delle mie parole; ma non saprei perdonarle, se cotesto dubbio nascesse da una diffidenza del mio carattere, Ella non meriterebbe di conoscere nè di stimare l’uomo il più sensitivo della terra. Ho l’onore di confermarmi, quale mi sono dichiarato di sopra.

Milano, 22 gennaio 1789.

Parini.

XXXVIII

ALLA MEDESIMA.

Ornatissima dama,

Temo che, se lo ho fatto male lasciandole desiderare la mia prima lettera, farò forse peggio, spontaneamente importunandola colla seconda. Nondimeno io non posso resistere alla voglia di dimostrarle ch’Ella non può esser dimenticata da chi una volta ha avuto l’onore di vederla e d’udirla, e, quel che è più, di vederla e d’udirla con un animo ed un cuore simile al mio. Negherà Ella di credermi che da gran tempo i miei pensieri non vengano più volte al giorno a Verona? Se Ella nol credesse, farebbe non meno torto a me che a se medesima. Tuttavia questi pensieri, qualora per necessità sono richiamati a Milano, non mi portano veruna novella nè della salute nè degli studii nè de’ piaceri di Lei; ed io oggimai non desidero di sapere più altra cosa che questa. È dunque forza che io a Lei scriva, pregandola che si pigli il disagio di rendermene qualche conto. Che fanno cotesti occhi vivacissimi, così validi interpreti della penetrazione e della energia del di Lei animo? E coteste labbra dalla cui poderosa muscolosità viene con tanto impeto scagliata la persuasione? A quale de’ più gentili e più colti cavalieri veronesi od estranei si volgono essi o parlano più di sovente? Sopra tutto quali cose dettate dalla mente sì bene ornata ed inspirata dalle Muse, quali cose sta deponendo in carta quella bella mano, che, tre o quattro volte da me veduta, ha stampato nella mia memoria così profonda immagine di sè, non tanto perchè bella quanto perchè appartenente ad una persona fornita di tante grazie e di tanti meriti? Non credo io già che questa si occupi mai sempre scrivendo di morti, di tombe o d’altre simili, benchè da Lei rendute bellissime, malinconie. Altre cose si convengono alla Sua età, al Suo sesso ed alla piacevole economia della vita. Di grazia, Ella mi parli di tutto ciò. Ho tanta brama di esserne informato, che volentieri m’arrischio anche a sentire alcuna cosa che contenga qualche poco di amaretto per me. Sa il cielo quanto avrei caro che, non pochi giorni di conoscenza, ma una lunga consuetudine avesse fatto nascere in Lei quella confidente libertà di cui si nodrisce l’amicizia. Quanto guadagnerei io di felicità! quanto sopra l’idea grande, che già ne ho, crescerebbe smisuratamente in faccia mia la bellezza dello spirito, del cuore e di tutta la persona di Lei! Ma a che servono questi miei voti, quando la realtà è così lontana? Perchè non ho io una libera fortuna che mi basti in ogni paese? Ella può troppo bene immaginarsi dove sceglierei d’abitare. E neppure questo mi è possibile. Or dunque che fare? Venga Ella a Milano, dove ha fatto sperare che sarebbe presto tornata, dove fra le dame si è acquistata in pochi giorni tante ammiratrici del suo spirito, della sua grazia e della sua cultura. Il nostro carnevale non meritava ch’Ella si pigliasse l’incomodo di qui venire. Ma nel mese d’aprile è troppo piacevole e salubre il fare un corto viaggio. Altronde Ella ben sa che noi dobbiamo avere in quel mese e giochi e spettacoli e nozze solenni; e l’augusta amica, ch’Ella co’ rari Suoi pregia si è saputa ben tosto conciliare, ben merita e forse spera ch’Ella le dia questa pruova della sua affettuosa osservanza in occasione così fausta per lei. Venga, e si trattenga dipoi qualche mese. Vorrà Ella scriver dei versi? Ella ci troverà ed ozio ed ammiratori. Vorrà Ella conversare? Quanti dell’un sesso e dell’altro penderanno da coteste labbra così efficacemente parlanti! Che se Le piacerà di fare all’amore, non Le mancheranno bei giovani, che a tanto splendore accorreranno. E se per distrazione soffrirà che altri soltanto gliene parli, ci sarà fino a qualche vecchierello immaginoso, che, senza stancarla, Le sospiri qualche volta da vicino. Ah, se Ella si fosse qui trovata questo inverno, quanto sarei stato meglio di mente; quanto avrei usato del poco mio ingegno, stato finora sommerso nel torpore e nella stupidità; quanto il mio cuore sarebbe stato lontano dalla noia! Pochi momenti io ho provati veramente e vivamente piacevoli in tutto il corso di questa ria stagione. Quali sono stati essi? La priego ch’Ella non mi faccia l’ingiuria di non mi credere. Essi sono stati quelli, sì soltanto quelli, in cui le due stimabili amiche Cusani e Castiglioni, forse senza avvedersene, mi hanno renduto lieto e beato parlandomi di Lei. Sovviemmi ora d’un altro. Ciò fu quando io lessi i versi recentemente pubblicati dal cavalier Pindemonti. Tali versi, benchè non mi soddisfacciano del tutto per rispetto al tutto, contengono per altro delle cose belle. Ma quale fu il momento in cui più mi piacquero? Voglio lasciarlo indovinare alla rispettabilissima Silvia. Quanto sarei io felice di vedere ora quel sorriso, che Le scherza sulle labbra, nell’atto dello indovinare! Ciò s’intende, quando Ella sorrida della cosa, non già se per mia sventura sorride di me. Ma il foglio è vicino ad esser pieno, ed io non torrei mai la penna dalla carta. Affrettiamoci come il viandante, a cui sopravviene la sera. Infine, dopo tante ciarle, che mi resta ora per consolarmi? Non la presenza dell’oggetto, per cui solo io sento di sentire la vita; non una immagine davanti agli occhi, che me ne rappresenti almeno le forme; non copia ed effusione del suo spirito e delle sue grazie in lettere. Altro non mi resta che ciò, che ne ho profondamente stampato, dove...? nella mente. Ma ciò è molto per eccitare il desiderio, poco per soddisfarlo. Ma non è però mai poco ciò che tiene l’anima in attività. So bene, ornatissima dama, ch’Ella si maraviglierà di questo mio tenore di scrivere tra il faceto e il galante, nè vorrei ch’Ella mi credesse manco rispettoso perciò. Che sarebbe se io coprissi sotto il velo di questo stile qualche sentimento più solido e più vivo, che non osassi peranco di mostrarle, non essendo meglio affidato a farlo? Con ciò significherei tanto più i riguardi d’ossequio e di venerazione che Le debbo e Le professerò in eterno.

Dev.mo Obbl.mo Serv.re

PARINI.

Milano, 25 febbraio 1789.

XXXIX

ALLA MEDESIMA.

Adorabile Silvia,

Viene costà il cavalier Guarini gentiluomo di Romagna molto savio ed istruito. Colgo questa occasione di volo, per indirizzarvi questo foglio con alcuni pochi miei versi. Vi priego di gradirli come un verace testimone dell’ossequiosa ricordanza con cui mi glorio e mi glorierò di vivere pepetuamente. Deh, perchè le vostre circostanze e le mie mi fanno disperare di rivedervi mai più! Siate sicura che il desiderio di contemplarvi e d’ammirarvi un’altra volta da vicino è una delle più frequenti e principali occupazioni dell’animo mio. Ma io non finirei più: e il tempo per ora mi affretta.

Vostro vero e riverente adoratore

GIUSEPPE PARINI.

Milano, 12 marzo. [1789]

XL

ALL’ORNATISSIMA SILVIA

SONETTO.

Silvia immortal, benché dai lidi miei

Lontana il patrio fiume illustri e coli;

E benchè dentro al gorghi atri letèi

Ogni dolce memoria il tempo involi;

Pur con lo ingegno, onde tant’alto voli,

E con le vaghe forme e i lumi bei,

Dopo sì lungo variar di soli,

Viva e presente nel mio cor tu sei.

E spesso in me la fantasia si desta,

Tal che al dì chiaro e ne la notte bruna

Te veggio, e il guardo a contemplar s’arresta.

Nè ben credendo ancor tanta fortuna,

Palpito e dico: O l’alma Silvia è questa,

O de le Grazie o de le Muse alcuna.

In testimonio di ricordanza ossequiosa e perpetua

l’a. PARINI.

XL.

AL CARDINALE ANGELO MARIA DURINI

MILANO.

Eminenza,

Io scrivo momentaneamente tra l’agitazione del sentimento, che Vostra Eminenza ha destato nel mio animo col ricordarsi della mia così piccola persona nel modo ch’Ella si degna di farlo. Io non ho bisogni nella mia mediocrità; ma come potrei essere così ingrato di non accettare quello che proviene dall’Eminenza Vostra, tanto ingenuamente e dirò quasi impetuosamente benefica? Ma come significarle la mia riconoscenza ed ammirazione? Non posso altro fare che citare in testimonio il presente stato del mio cuore. Vostra Eminenza si contenti per ora di queste tumultuose espressioni. E col più profondo rispetto ho l’onore di protestarmi di Vostra Eminenza, ecc. [1791].

XLI.

A G. B. BODONI

PARMA.

Ornatissimo signor Bodoni,

Dovrei vergognarmi di non avere ancora risposto alla graziosissima, Sua del 4 ottobre, se non sperassi che mi potesse giustificare presso di Lei una serie di combinazioni, che mi fece tardare indipendentemente dalla mia volontà. Io era in campagna quando la Sua lettera giunse a Milano, e per trascuraggine altrui mi fu spedita tardi. Trovai in essa accusato il volume di cui Ella mi faceva grazioso dono; e, non vedendolo congiunto alla lettera, dubitai che non si fosse smarrito; e, volendo par ringraziarla e della lettera e del volume stesso, scrissi a Milano, per farne ricerca in casa mia e alla posta, e altrove. Ma non potei saper nulla. Quindi è che, sperando pure che di giorno in giorno mi pervenisse, differii di giorno in giorno anche a scriverle. Finalmente, non so da qual parte, mi arrivò: ma, essendo imminente il mio ritorno in città, stimai opportuno aspettare a scriverle di qui, acciocchè nessun altro sinistro non impedisse che la mia lettera non fosse consegnata sicuramente alla posta. L’avrò annoiato con sì lunga diceria...; ma mi pareva pur necessario di giustificarmi presso di Lei, che merita tanto riguardo dagli amatori delle Lettere, e specialmente da me, cocì di fresco favorito ed onorato colla sua bellissima edizione dei miei poveri versi.

Io non so come significarle bastevolmente la mia compiacenza e la mia gratitudine, così per la spontanea singolare gentilezza ch’Ella ha usata meco, appena a Lei noto, come per la nobiltà e la eleganza della edizione e del volumetto, di cui, per riguardo alla Sua opera, mi ha fatto prezioso dono. Se mai Ella è informata del mio carattere, Ella saprà che io sento più assai il merito e la generosità altrui di quel che io non sia capace di spiegare con parole. La priego adunque di misurare dal mio animo anzichè dalla mia penna quanto io l’ammiri, e quanto io me Le professi obbligato. E più non dico intorno a ciò.

Nella primavera ventura spero e quasi tengo per certo d’avere in pronto due poemetti, per séguito e per termine di quelli altri antichi due, che hanno avuto la fortuna di non dispiacere. Se mai Ella mi facesse l’onore di meditar nulla anche intorno all’edizione di essi, Ella si compiaccia di farmene cenno.

I due primi uscirebbero corretti, variati in qualche parte ed accresciuti. Così tutti e quattro verrebbero ad essere nuovi e ridotti in un solo poema, che avrebbe per titolo Il Giorno. Finisco, sperando ch’Ella, onorandomi d’altra Sua, mi darà luogo di rinnovarle gli attestati della mia costante gratitudine, e di gloriarmi della sua pregiabilissima amicizia.

Sono, col maggiore ossequio, ecc.

Milano, 18 ottobre [1791].

XLII.

AL MINISTRO PLENIPOTENZIARIO

CONTE DI WILZECK.

Eccellenza,

L’umilissimo servitore di Vostra Eccellenza, il professore Parini, Trovasi già da più di un mese obbligato continuamente a letto per incomodo di podagra.

In tale situazione, sente più che mai la necessità d’avere qualche stanza al di più delle quattro, che ora gode, massime per tenere presso di sè il domestico, che lo assista.

Altronde si risovviene con sentimento di riconoscenza dell’umanissima disposizione mostratagli da Vostra Eccellenza per fargli assegnare questo comodo ulteriore.

Quindi ardisce di suppplicare la medesima Eccellenza Vostra che si degni di commettere al signor conte Pertusati che visiti e concerti ciò che sarà opportuno, affine di accrescere qualche stanza al Parini, senza ingiuria di verun altro che abiti legalmente in Brera.

Milano, 2 aprile 1792.

XLIII.

AL CONTE PERTUSATI

Sopraintendente alle Fabbriche Camerali,

MILANO.

Illustrissimo signore e padron colendissimo,

Il Parini, umilissimo servitore di Vostra Eccellenza illustrissima, ha presentito che dal Magistrato siasi fatta consulta alla Conferenza governativa sul noto affare della ulteriore abitazione da esso domandata. Egli si prende perciò la libertà di supplicar Vostra Signoria illustrissima a dare opera, per quanto da Lei dipende, affinchè la detta Conferenza governativa si degni di sollecitamente e deffinitivamente risolvere intorno a ciò. La giornale necessità, che ha il Parini, di maggiore abitazione; l’utilità della stagione per l’adattamento di essa; e la imminente vacanza delle scuole, che porterebbero l’assenza di quelli che hanno relazione nei cambiamenti che possono occorere, rendono importuno e forse presuntuoso il Parini medesimo: il quale, nell’atto che chiede perdono, ha l’onore di dichiarare a Vostra Signoria illustrissima, il suo distintissimo ossequio.

Di casa, 9 agosto [1792].

XLIV.

AL CONSIGLIERE

CONTE DI WILZECK

MILANO.

Eccellenza,

Mi viene spedito da Bologna l’annesso foglio con commissione di offerirlo a V. E. in nome della Sig.ra Bandettini. Dovrei venire in persona a presentarlo: ma ho troppe pruove della benignità con cui V. E. rende giustizia alle mie fisiche circostanze. Oso adunque dispensarmene: e professandomi perpetuo veneratore dell’ottimo animo di V. E., ho l’onore di essere

D. V. E.

Umil.mo - Serv.re

Giuseppe Parini.

XLV.

AL CONSIGLIERE POMPEO SIGNORINI

MILANO.

Illustrissimo signore e padron colendissimo,

Par il corso d’anni venticinque io sono sempre stato presente al momento dell’apertura, delle scuole, ma inutilmente, perchè la costumanza del nostro paese non somministra scolari massimamente alle scuole superiori fuorchè verso il giorno di santa Catterina. Questa esperienza mi dà coraggio di supplicare Vostra Signoria illustrissima che voglia interporsi affinchè mi sia conceduto di rimanermi in villa sino al detto giorno, pronto sempre di rendermi in città al menomo cenno. Spero dalla gentilezza di Vostra Signoria illustrissima un tale ufficio, o dalla benignità superiore questa grazia; mentre che, con distinto ossequio, ho l’onore di confermarmi di Vostra Signoria illustrissima, ecc.

Vaprio, 6 novembre [1794].

XLVI.

AL CONTE PERTUSATI

Sopraintendente alle Fabbriche Camerali

MILANO.

Il professore e sopraintendente delle regie scuole di Brera, Giuseppe Parini, ottenne l’abitazione in Brera da Sua Altezza Reale il Serenissimo Arciduca a contemplazione delle sue notorie incomodità di salute. Questa gli fu poi accresciuta, per il medesimo titolo, fino allo Stato in cui presentemente ne gode, dalla Regia Imperial Conferenza di governo. Egli non ha altri rescritti fuor che quelli che saranno registrati fra i decreti del Regio Imperial governo, ai quali si rimette, come pure al tranquillo possesso in cui ne è stato mantenuto da circa diciotto anni a questa parte. In fede di ciò egli si dà l’onore di sottoscriversi, ecc. [maggio 1795].

XLVII.

AL MARCHESE FEBO D’ADDA.

Se la bontà, con la quale V. S. Ill.ma ha accettati que’ pochi senili miei versi, è troppo superiore al loro merito, m’è però dovuta la giustizia ch’Ella rende ai sentimenti da cui mi sono stati dettati. V. S. Ill.ma può farne quel che Le pare, avendo io tutta la ragione di commettermi al gusto ed al giudizio di Lei, massimamente dopo aver letto il componimento che ha avuto la gentilezza di mandarmi.

Qualora Vostra Signoria illustrissima persista nel pensiero di stampare i detti miei versi, mi piacerebbe ch’Ella vedesse se giovasse di farvi i pochi cangiamenti che seguono:

E novo entro al tuo cor sorgere affetto ...

Giuno che i preghi de le incinte ascolta...

E vergin io de la Memoria prole.

Sarà la più grande pruova della parzialità di V. S. Ill.ma per me, se Ella, senza più oltre interrogarmi sopra di ciò, userà meco liberamente, ritenendo, costituendo o cangiando la lezione come Le parrà; e così parimenti per l’ortografia in ogni parte.

Ho l’onore di professarmi, con distintissimo ossequio e con sincerissimi augurii d’ogni felicità, di V. S. Ill.ma, ecc.

Vaprio, 23 giugno [1795].

XIVIII.

A GIUSEPPE BERNARDONI

Libraio

MILANO.

Vavero, 11 novembre [1795].

Stimatissimo sig.re,

Una invincibile mia pigrizia a scriver lettere ha fatto che io non ho risposto alla Sua graziosissima prima, e tardato di rispondere alla seconda. Gliene chiedo perdono, e supplisco come posso al presente.

La ringrazio cordialmente della premura ch’Ella si è presa di farmi trascrivere la carta da Lei mandatami, e ciò soltanto per soddisfare una mia vana curiosità.

Ho letta la canzone All’inclita Nice; e l’ho trovata ottimamente corretta, salvo che nel verso: «Vale passando», ecc., dove, invece di «leve», vorrebbe scriversi «lieve».

Quanto al resto dell’edizione, conoscendo io il carattere e l’abilità di Lei, veggo che non posso essere in migliori mani.

Solamente La priego che, qualora Le paia di dovervi apporre qualche note, queste siano modestissime e semplicissime, senza rimprovero, nè diretto nè indiretto, di cosa o persona veruna.

Circa il verso: «Noia le facezie», ecc., Ella potrà dire che nelle altre edizioni, dopo la prima di Milano, vi si sono fatti de’ cangiamenti, per non essersi dagli editori avvertito alla pronunciazione toscana e agli esempii de’ buoni scrittori di versi nell’uso delle parole che hanno dittongo o trittongo, come accade della parola «noia», ecc. Ella potrà ciò dire e più brevemente e meglio che ora non ho fatto io; del che Le lascio ogni libertà.

La canzone All’inclita Nice non amo che abbia nota veruna indicante la persona a cui è supposta diretta.

Le fo i più sinceri ringraziamenti per le tante pene ch’Ella si prende per me, e Le offerisco tutta la mia amicizia e servitù dichiarandomi tutto suo.

Giuseppe Parini.

XLIX.

A DIODATA SALUZZO.

Eccellenza,

Milano, 12 febbraio 1797.

Disposizioni naturali, educazione, studio, fantasia, sensitività, ingenuità, delicatezza, nobiltà d’animo, novità conseguente di concetti e d’immagini, tutto ciò che non si acquista se non con lungo tempo ed assidua contemplazione de’ grandi esemplari, cioè facoltà e dominio di locuzione, di stile, di verso, di metro, ecc. ecc., sono doti singolari che tutte insieme ho riconosciute nella copiosa raccolta di poesie composte da V. E., e di cui Ella si è compiaciuta di farmi preziosissimo regalo.

Quanto mi vergogno io mai veggendo una donzella nella sua freschissima età produrre tanti e così felici componimenti, mentre io già vecchio non ne ho fatti che pochi a grande stento, e tanto mediocri!

Io non so se qualcuno mi avrà mai creduto soggetto così interessante da parlarle di me e da farle cenno del mio carattere. Se ciò per avventura fosse accaduto, Le sarà stato detto che io non asserisco mai se non ciò che a tutto rigore mi sembra vero; e che io non amplifico mai nè biasimando nè lodando per qualsivoglia motivo.

Ho tardato fino a quest’ora, ad adempiere il mio debito ed a significarle i miei sentimenti, perchè io sperava e vivamente desiderava di far ciò in modo più solenne; ma troppe infelici circostanze mi tengono abbattuto l’animo e la mente. Così la Provvidenza mi conceda vita, salute e tranquillità, come io profitterò de’ primi momenti per render sempre più manifesta l’ammirazione che hanno destata in me l’elevatezza del Suo animo e la singolarità de’ Suoi talenti. Frattanto mi glorio di protestarmi col maggiore ossequio

Di V. E. Dev.mo Obbl.mo Servo

Giuseppe Parini.

L.

AL DOTTOR GIUSEPPE PAGANINI

MILANO.

13 luglio.

Io mi trovo in un’aria felicissima, in un paese amenissimo, sopra una collina, donde domino un interminabile orizzonte di pianure e di montagne, in una compagnia piena di amicizia e di cordialità: e nondimeno io sono il più infelice di tutti gli nomini. Tu ne indovini la cagione. Ah, per carità, fammi il piacere di consegnar subito l’inchiusa, per sollevare in parte il mio dolore, lusingandomi la fantasia. Salutami tua moglie e Donna Paola. Scrivimi: e conta sopra tutta la mia riconoscenza. Addio.

Il tuo amico P.

LI.

AL MEDESIMO.

9 agosto. Rovagnate.

Amico caro,

Saluto te e tua moglie. Desidero che stiate bene, come sto anch’io. Se saluterai in mio nome anche la Tognina, il Bellati, il Pietrino, l’avvocato Casali, ecc., mi farai grande piacere. Saprai a quest’ora che sono senza servitore: fa’ il possibile di trovarmene uno. Tu sai il mio gusto e i miei bisogni. Se fosse maritato, nè vecchio, nè brutto, tanto meglio. Nondimeno comunque, purchè sia buono. Qualor ti capiti, fissalo anche subito, se ciò bisogna. Insomma fa’ tu. Io resto qui sino al principio del mese venturo. Ingrasso, ringiovanisco, divento bello, che è una meraviglia. Addio. Tutto tuo.

Il Parini.

P. S. In caso che tu mi scriva, fa’ avere le lettere in casa del segretario Corti, donde mi saranno spedite.

LII.

AL MEDESIMO.

Cantù, 8 settembre.

Caro amico,

Nell’atto che io era per iscriverti con un’occasione che parte dimani, ricevo la graziosissima tua; e mi riesce gratissimo anche l’essere stato prevenuto. Veggo da ciò quanta sia la sollecitudine della tua amicizia, e te ne sono obbligato col più vivo del cuore. La mia salute non è peranco ristabilita punto, e, benchè non mi sia tornata la febbre, io soffra però cotidianamente gl’incomodi che soffrivo a Milano, con flati quasi continovi, che non mi lasciano risvegliar l’appetito, che mi producono un ingombramento noioso di capo, e mi rendono bene spesso gravoso a me medesimo. Io passeggio, io vo spesso a cavallo, io non mangio altri frutti che una sola pèsca al pranzo, io piglio interrottamente la china, io mastico ogni mattina delle bacche di ginepro, suggeritemi dalla lettura che qui ho fatto delle opere di Tissot; ma tutto questo finora non mi produce nessun sensibile vantaggio. Le forze, per altro, mi pare che vadano acquistando qualche cosa, benché assai lentamente. Spero nel tempo, nell’aria, e nella tranquillità dello spirito, che procuro ad ogni costo di guadagnarmi. Cantù è un bel paese, ma incomodissimo per passeggiare e per cavalcare. Le donne sono il diavolo; e, se fossi anche sano, vigoroso e di buon umore, non ci sarebbe il pericolo che io facessi la menoma infedeltà alla signora Teresina; della qual cosa ella sarà contentissima. Fui l’altro giorno a Monsorè, uno de’ luoghi più deliziosi che io abbia mai visto. Credimi che io ho desiderato la tua dolcissima compagnia massimamente quel giorno. Oh quanto ci staremmo noi bene con un numero d’amici, radunativi, non dalla vanità e dall’ambizione, ma dalla benevolenza e dall’amore! Perchè non ho io la mente libera per descriverlo proporzionatamente alla sensazione che mi ha fatto?

Ho ricevuto colla tua lettera anche l’acclusa. Non so esprimerti quanto io sia obbligato a chi l’ha scritta. Bisognerebbe essere il più caparbio, anzi il più ribaldo degli uomini, a non credere che l’espressioni in essa contenute non provengano da un cuore sincerissimo e sensibilissimo. Ti priego efficacemente di farne i miei ringraziamenti a chi si deve, col massimo calore della tua eloquenza, per così esprimere almeno in parte la forza della mia soddisfazione e della mia riconoscenza. Gli farai scusa se per ora non gli scrivo, perchè la sua lettera mi ha messo il cuore e la mente troppo in tumulto; e dall’altra parte non mi resta tempo di scriver come vorrei per la presente occasione. Gli consegnerai nondimeno l’acclusa, la quale non consiste che in puri complimenti ostensibili. Stanotte mi sognai che il soggetto, dl cui parlo, era morto; e che io lo vedeva in questo stato. A tal proposito raccomando con tutto l’animo a te e a lui la sua salute. Gli dirai che la mia lontananza era necessaria per esso e per me; e che questa non pregiudicherà punto nell’animo mio a quella veemenza di affetti che ho e che debbo avere per lui. Tosto che mi si presenterà altro mezzo, gli confermerò io stesso per lettera questi sentimenti; ma frattanto raccomando di nuovo a te e a lui la sua salute, e ti priego di darmene nuova sinceramente.

La persona che ti recherà questa mia, si fermerà a Milano per qualche giorni; onde, se ti piacerà e se non ti sarà di grave incomodo, potrai scrivermi per mezzo suo. L’amicizia che io avevo per te e per tua moglie, sebbene non consistesse che in sterili sentimenti dell’animo, era però a un grado singolare. Ma ora è essa cresciuta a dismisura in occasione delle tante gentilezze, parzialità ed assistenze usatemi nella mia malattia; e che la presente divisione mi suggerisce e rappresenta più al vivo di quel che facesse la consuetudine del vivere insieme. Caro amico, assicùrati che io non dimenticherò mai quanto io sia debitore a te e a tua moglie. Voglio star lontano da Milano; e non ostante vorrei esserci, anche per tuo riguardo. Salutami caramente la signora Teresina, don Alessandro e Bonsignori. Addio.

Il mio gentilissimo albergatore ti ricambia cordialmente i saluti. Se tu vedi l’abate Passeroni, fagli i miei più cordiali saluti, ringraziamenti, ecc. ecc., e digli che quanto prima gli scriverò, ecc.

Il tuo Parini.

LIII.

AL MEDESIMO.

Caro amico,

12 settembre.

Fra poco tempo non avrò più il piacere nè meno di trattenermi teco per lettere, perchè tu sarai così lontano che io non saprò come dirigertele. Però, frattanto che tu sei in città, non voglio perder l’occasione di scriverti, nè di meritarmi tue risposte, le quali mi serviranno di qualche sollievo nella più critica circostanza in cui mi sia mai trovato. Un uomo che, o per sua colpa o senza, sia involto in qualche calamità, non si può dir pienamente infelice finchè gli resta un amico son cui liberamente sfogare il suo dolore, un amico che venga egli medesimo a raccogliere la ridondanza del nostro affanno, un amico che compatisce ciò che è proprio dell’uomo e di certi caratteri, un amico che non ha la sciocca crudeltà di rimproverarci e di darci delle lezioni morali giusto in mezzo all’alterazione maggiore del nostro spirito. Un tale amico sei tu, caro Paganini; ed io trovo pure il conforto di potermi a te mostrare qual sono nella mia fiera situazione. Crederesti tu che nè la lontananza nè gli oggetti della campagna, che soglion farmi tanta impressione, non mi posson punto distrarre dal pensier tormentoso che ho meco portato dalla città? Crederesti tu che mille volte mi sento violentato a ritornare, e che mille volte violento me medesimo a non lo fare? Ma parliamo d’altro. M’immagino che tu ora comincerai a dar le tue disposizioni per la villeggiatura. Felice te, se tu vi potrai andare scompagnato dalle idee che mi ci hanno accompagnato me! A buon conto, io ti auguro ogni sorta di divertimento e modo di procurarteli; e chi sa che il mio animo non si disponesse di venirti a trovare almeno per pochi giorni? Per altro non assicuro niente, perchè io non so quel ch’io mi voglia, quel ch’io mi faccia, nè quel che debba esser di me. Desidererei sapere se tu hai ulteriori nuove del tuo affare di Vienna, che mi possano esser grate. A questo proposito ti priego anche d’un piacere, cioè di vedere alla Posta grande se mai ci fosser lettere per me, e trasmettermele, perché io ne aspetto da Angiolini. Ti priego ancora, se tu hai nuove, di quelle che tu credi che mi possano interessare, di farmene cenno. Io cerco tutti i mezzi di potermi distrarre, e ogni cosa può esser buona a farmi guadagnar qualche momento. Sono due o tre giorni che la mia salute va meglio, onde vo sperando di potermi col beneficio di quest’aria ristabilire, quando io ottenga di mettere un po’ più in calma il mio spirito. Ma per ottener questo bisognerebbe o non ricevere o non leggere le carte che mi vengono per mezzo tuo. Questo però non è possibile, perchè, se non altre, il dovere e la gratitudine mi obbligano ed a ricevere ed a rispondere. Qui troverai una acchiusa, che ti priego di consegnare occultamente al noto soggetto. In tanto io mi valgo di te, perchè la necessità a ciò mi obbliga, oltre la tua amichevole esibizione. Per altro ti avvertisco sinceramente che, se mai, per qualsivoglia delicatezza, quest’opera ti rincrescesse, io sospenderò di più oltre incomodarti a tal riguardo. Tu mi farai un piacer sensibile se mi darai nuove della salute del soggetto medesimo, e se mi dirai sinceramente quale ti sembri per rapporto a me. Già il mio male non può esser più grave di quel che è; e una verità saputa potrebbe forse animarmi a profittar delle circostanze per iscuotere il giogo. So quanto sei delicato e quanto mi ami. Pero non dubito che fossi mai per iscrivermi cosa o ingiustamente lusinghevole per me o ingiustamente d’aggravio all’altra persona. Solo ti avviso, per tutta l’amicizia che hai per me, di non toccarmi nemmeno per ombra nulla che riguardi il vicino esito di questo maledetto affare. Scusa, ti priego, con quella conoscenza del mondo e con quella umanità che tu hai, i vaneggiamenti d’un tuo amico. Salutami di tutto cuore la signora Teresina; e fa’ i miei complimenti a don Alessandro ed all’abate Bonsignori. Procura di star sano; ed amami come fai. Addio.

Il tuo P.

LIV

AL MEDESIMO.

Caro amico,

25 settembre.

Con tutta la cordialità ringrazio te o tua moglie della graziosa premura in cui vivete della mia salute. Non ho replicato alla tua del 18, perchè le cose che in essa mi scrivesti dell’amico, mi posero in tal sospetto e turbamento che mi tolsero e la voglia e la libertà del pensare, e mi fecero risolvere d’aspettare altre lettere o tue o dell’amico stesso, colle quali speravo d’essere schiarito. Ma con mia sorpresa l’ultima tua del 22 mi conferma anzi ne’ medesimi sospetti ed accresce l’agitazione del mio spirito. Perdonami se in questa mia parlerò più delle relazioni che ho con altri che di quelle che ho teco. Non potrei fare altrimenti nello stato in cui mi trovo; e, dall’altra parte, credo che sia un coltivare la nostra amicizia il depositar, come fo, nel tuo solo cuore e nella sola tua fede i segreti più grandi e più intimi dell’animo mio. Io non so quel ch’io mi pensi dell’estrema malinconia di cui mi parli nella tua del 18, come parimenti della rigorosa custodia in cui vive l’amico. La novità di questo e la circostanza che tu rilevi nella poscritta, cioè che, quando tu gli consegnasti l’ultima mia, «non ti parve che vi fossero tanti torbidi», mi fa dubitar con tutto il fondamento che non gli sia stata sorpresa la mia lettera, oppure qualche risposta ch’egli mi preparasse. Questo è quello che mi ha tenuto e mi tiene tuttavia nella più grande agitazione ch’io possa esprimerti. Vedo dalla premura che ti sei fatto di rilevar nella poscritta l’accennata circostanza; vedo, lo dico, che tu avevi qualche notizia o che almeno avevi lo stesso sospetto che io. Temo che l’amico non abbia fatta qualche imprudenza, e che si sia vergognato di comunicarla a te. Dubito anche che te l’abbia comunicata, e che tu ti guardi dal parlarmene per non affli g ermi maggiormente. Talvolta, nonostante le forti e replicate dimostrazioni dell’amico, sono costretto a fargli il torto d’immaginarmi qualche suo sutterfugio. In somma il mio spirito e il mio cuore sono stati finora e sono nel maggior tumulto e nello stato più penoso e violento che io abbia provato mai. Deh, in nome dell’amicizia che hai per me e della perfetta conoscenza che io ne ho, ti scongiuro di fare il possibile per sincerarmi su questo affare. Qualunque sia la cosa, levami in ogni modo dall’orribile incertezza in cui vivo. La natura mi ha disposto a dei sentimenti che mi dovevan render perpetuamente infelice: ed io son così debole che non ho mai saputo far uso della ragione per domarli, o almeno per moderarli. Sa il cielo quali sforzi ho fatto per allontanarmi questo poco tempo; e la mia fatalità vuole che anche nel mio ritiro venga il diavolo a perseguitarmi. Com’è possibile che la vecchia, che dianzi era tutta mia, voglia perseguitar l’amico a mio riguardo, ora che sono assente; come è possibile ciò, se non fosse accaduto qualche sinistro! Ciò che mi fa più pena si è che temo non ne sia consapevole il vecchio o qualche altra persona che più importi. Ah, se ciò fosse, non saprei darmene pace per tutti i motivi. Qualunque fosse per esser l’esito vicino di questo mio sventurato affare, io l’aveva portato fin qui salvando i miei riguardi. Ma tutto ora sarebbe rovinato, se io indovinassi ciò che temo. Fa’ il possibile, ti replico, fa’ il possibile di sincerarmi su quest’oggetto. So che non mi farai il torto di credere che io abbia azzardato delle cose che non mi convengano; ma tu sai come sono le lettere d’un certo genere e come s’interpretano dai materiali. Ti posso anzi dire che io raccomandavo caldamente all’amico d’esser cauto nello scrivere. Ma usciamo da questi oggetti tristi, e scusa l’indiscrezione con cui ti aggravo d’incomodi.

La mia salute va piuttosto bene; ma non posso dire che sia peranco in istato di consistenza. Non fo abuso di nulla: eppure abbondo ancora di flati e bullicamenti al ventre, il quale però mi serve discretamente. Mi si va svegliando l’appetito; ma se io mangio secondo la voglia, non dormo bene, e mi desto col palato rigido o imbrattato. Alla sera non mangio che una minestra. Di giorno passeggio abitualmente, e vo frequentemente a cavallo. Se ti suggerisce niente che mi faccia al proposito, fammi il piacere di prescrivermelo. Vorrei anche che mi avvisassi se posso far nulla per ingrassare; e se mai il latte, che qui è buono, potesse essere utile diluendolo. Sebbene mi par di presentire che la mia salute non debba più tornar nemmeno nello stato in cui era prima ch’io mi malassi.

Mi rallegro con tutto il cuore delle buone speranze che mi dài circa il tuo affare, e massime della prestezza con cui si ha da risolvere.

Io farò il possibile per venirti a trovare in campagna; ma non so bene se ci riuscirò. Per quest’anno odio troppo invincibilmente quelle tue vicinanze. Nondimeno sarò di certo a Milano sulla fine d’ottobre, per venir teco a Canzo. Potrebbe anche darsi che io vi facessi una sfuggita anche prima d’allora, perchè la vicinanza m’invita a fare una scorsa di pochi giorni nel Piano d’Erba. Ciò però s’intende per il mese venturo, e se potrò rimetter lo spirito in qualche maggior tranquillità.

Salutami l’amico; e se lo credi di buona fede, fagli scusa se è costretto a soffrir delle pene per me. Io non voglio sapere in che situazione egli sia presentemente o sia per essere; ma dalle tue lettere parmi di rilevare che le cose vadano peranco in lungo: il che pure mi spiace per molte ragioni. Non vorrei al mio ritorno trovarlo ancor nello stato in cui lo lasciai.

Questa mia ti sarà recata dal mio servitore. Egli si fermerà a Milano per pochi giorni; e tu potrai consegnare a lui le tue lettere, se, come spero, avrai comodità di scrivermi.

Ti auguro felicissima la villeggiatura, la quale in tutt’altra occasione farei assai più volentieri teco che con qualunque altro. Se avrò tempo di farti aver lettere in città dopo il ritorno del mio servitore, lo farò altrimenti ci rivedremo alla fine del venturo. M’immagino che tu pure mi scriverai per l’ultima volta per ora; onde ti priego che tu abbi la pazienza di soddisfarmi quanto ti è possibile in ciò che puoi immaginarti esser di mio desiderio.

Salutami carissimamente tua moglie e ringraziala della bontà che ha per me.

I miei complimenti a don Alessandro.

Dirai a Bonsignori che ho ricevuta la sua, e che procuri di non ammalarsi per la troppa sollecitudine nel noto affare.

Scusami, scusami, ti priego delle mie perpetue importunità: e sta’ sano.

Io non iscrivo niente all’amico, perchè nè so nè voglio avventurarmi a nulla nello stato d’incertezza in cui mi trovo.

LV.

AL MEDESIMO.

Caro amico,

1 ° ottobre.

Non voglio trascurare anche questa volta l’occasione di scriverti per mio piacere e per mio interesse. Sarò breve, per accomodarmi all’imminente partenza di chi recherà questa mia. Sempre più ti sono obbligato della frequenza e sollecitudine; con cui ti sei compiaciuto di scrivermi, ed assai più della bontà con cui hai secondato le fantasie di questa mia adultissima fanciullaggine. La lettera dell’amico che tu m’hai mandata, l’ho trovata piena di desolazione, Io non la credo esa gg erata, non ostante l’invincibile pregiudizio che l’amico stesso s’è fatto nel mio spirito colla passata condotta. Non posso dunque a meno di non averne tutto quel sentimento che merita. Ma non posso attestarglielo in iscritto come vorrei, perchè non mi par prudente di avventurare altre lettere per mani ignote, come al presente converrebbe fare. Se mai tu avessi occasione di parlargli o di scrivergli confidentemente, ti priego con tutto il cuore di fargli scusa e di assicurarlo che, non demeritandolo lui, io sarò sempre pertinacemente lo stesso, per amore, per ragione e per gratitudine. Sebbene al mio partire ti avessi pregato di non scrivermi nulla intorno al termine del di lui affare, ora però l’incertezza mi riesce gravemente penosa, distribuendomi sopra molti giorni la riflessione d’un solo. In caso, adunque, che tu abbi libertà e voglia di scrivermi un’altra volta, prima della tua partenza, mi farai grande piacere a dirmi quel che sai, senza riserva, delle circostanze di questo affare. Il mio maggior timore si è che non si prolunghi questa cosa anche dopo il mio ritorno in città. Desidererei ancora che tu mi dicessi schiettamente quel che ti sia parso della sua disposizione, e come abbia dato luogo d’esser soddisfatti a te e a tua moglie colla sua presente condotta a vostro riguardo. In somma vorrei, se fosse possibile, mille cose, e fra l’altro che tu mi perdonassi la mia indiscrezione.

Assicùrati che farò il possibile di risolvermi a venirti a trovare per qualche giorn i .

Se andrò a Canzo, non ti avrò per dimenticato. Fammi un millione di complimenti a tua moglie, e tu divèrtiti allegramente. La mia salute va meglio. Ti ringrazio de’ tuoi suggerimenti, e ne profitterò. Mi fermerò qui per pochi altri giorni, e non so poi quale direzione io sia per pigliare. Ti giuro che io sono come un uomo smarrito, che si lascia condurre dal caso e dalla tristezza che lo lacera, Addio: Scrivimi un’altra volta se puoi.

LVI.

La facoltà pertinente alla cattedra del professore Parini nelle Scuole Palatine di Milano non si ristringe alla mera eloquenza o letteratura.

Essa, giusta le istruzioni già date su tal proposito dalla Regia Corte, è destinata a promovere il buon gusto in tutte le Belle Arti, affine di impedirne la corruttela ed accrescerne la perfezione, così nei protettori di quelle, come negli artisti, gli uni e gli altri de’ quali abbondano nelle grandi capitali.

Il professore pertanto ha obbligo di trattare i principii generali e comuni a tutte le Belle Arti, e di esporre le regole dell’imitazione, dell’invenzione e della composizione, non solo assolutamente, ma anche rispettivamente alla natura, ai generi, ai mezzi, ai fini particolari di ciascuna di esse Arti.

Inoltre, deve per mezzo dell’esemplificazione tolta dalle varie Arti, dimostrar le virtù o i difetti provenienti dalla cognizione o dalla ignoranza de’ principii, dalla osservanza o dalla inosservanza delle regole comuni alle Arti medesime.

Dee finalmente, colla contemplazione degli eccellenti modelli sia nella letteratura sia nelle arti, e con l’opportuna erudizione storica, mitologica, poetica, fisica, far conoscere i fonti delle ulteriori cognizioni necessarie agli artisti, arricchire l’immaginazione, facilitar l’invenzione ed acuire praticamente il sentimento del vero Bello: cose tutte essenziali ad ottenere giudiziosi protettori delle Belle Arti ed eccellenti artisti; i quali ultimi, nella presente età sorgendo per l’ordinario dalle inferiori classi del popolo, ed essendo privi di lettere, non possono nè sanno altronde ottenerle, e sono perciò costretti di rimanere nella rozzezza o nella mediocrità.

In tal guisa il professore Parini ha trattato la sua facoltà per il corso d’anni diciassette, con perpetuo e spontaneo concorso d’uditori [1787?]

LVII.

Milano, 9 Dicembre 1737.

Io infr.° per quanto da me dipende come Possessore del Beneficio già istituito dalla fu Anna Maria Parini, concedo libera facoltà a Gio. Girolamo Appiani, di trasferire il Legato delle due Messe ebdomadarie di cui era ed è finora obbligata la Casa che fu di ragione del fu Francesco Maria Parini, situata nel luogo di Bosisio, sopra altri suoi fondi, obbligando tutti o parte de’ medesimi in quel modo che sembrerà più opportuno per cautare [cautelare?] il sopradetto Legato.

E per farlo [fede?] ecc.

Giuseppe Parini.

LVIII.

La Imperadrice Maria Teresa di gloriosa memoria, nel sostituire all’antica cattedra di Eloquenza nelle Scuole Palatine quella de’ Principii generali delle Belle Arti, conferita al sacerdote Parini, ebbe specialmente intenzione di giovare alla percezione delle arti del disegno, facendo che si promulgassero e si mantenessero ne’ professori e negli amatori di queste le vere idee del buono e del bello secondo gl’insegnamenti e la pratica de’ grandi maestri.

Fu anche intenzione della medesima Imperadrice che questa facoltà venisse trattata dal professore anzi con libertà accademica che con rigoroso metodo e disciplina scolastica; affinchè, se per una parte il discreto numero delle lezioni, stabilito allora, non isgomentava dallo intervenirvi nè gli artisti, occupati dai loro necessarii esercizii, nè gli amatori, abituati alla comodità della loro fortuna, per l’altra parte la facilità e la varietà allettasse gli uni e gli altri a frequentarle.

Di queste intenzioni della Imperadrice ne possono far fede le lettere della R. Corte al governo ed allo stesso professore Parini; e le intenzioni medesime non mancarono d’avere un esito corrispondente, giacchè ne’ primi anni si vide il Parini abitualmente ascoltato da buon numero di persone adulte, così dell’uno come dell’altro genere menzionati.

Ma piacque dipoi alla stessa Imperadrice di accrescere il numero delle lezioni nella università di Pavia e nelle Scuole Palatine di Milano; e i professori di queste, per l’abolizione de’ Gesuiti, furono trasferiti nel luogo delle altre scuole chiamate di Brera. In séguito l’Imperadore Giuseppe secondo di gloriosa memoria portò assai più oltre il numero delle lezioni medesime.

Da ciò avvenne che a poco a poco cessò l’affluenza degli uditori proporzionati alla natura ed allo instituto della cattedra del Parini; e che invece si accrebbe il concorso, che dura fino ad oggi, de’ giovanetti intervenienti alle altre Scuole di Brera, non peranco maturi per la facoltà trattata dal Parini stesso, e non peranco determinati per alcun genio e professione speciale.

Quindi fu egli costretto, per essere pure in qualche modo utile, a declinare in gran parte dal suo instituto ed a trattenersi massimamente in quella parte delle Belle Arti che concerne l’eloquenza e la poesia, dando le sue istruzioni su quelle materie e in quel modo che di anno in anno giudicò meglio proporzionato a simile qualità di uditori.

È vero che, nelle riforme pertinenti agli studii fatte dall’Imperadore Giuseppe secondo, fu la cattedra del Parini considerata come una parte dell’Accademia di Belle Arti stabilita in Brera; ma non venne poi fatta veruna opera perchè lo fosse in realtà.

In tale stato di cose, il Parini fu contento di ubbidire in quel modo che la sua ubbidienza poteva essere applicata, non avendo egli avuto la temerità di suggerire in nulla, finchè non ne venisse formalmente domandato.

Ora però che la R. I. Conferenza governativa si è degnata d’interrogarlo sopra di ciò, egli rispettosamente presenta il seguente suo parere.

1. Essendo la cattedra del professore Parini specialmente instituita per promovere e perfezionare le Belle Arti, ed essendo questa considerata come una parte dell’Accademia delle Arti del Disegno, stabilita in Brera, gioverebbe che il Parini facesse le sue lezioni specialmente ai professori, agli alunni ed agli amatori di queste arti nell’Accademia stessa.

2. Non essendo compatibile nè colle occupazioni necessarie agli artisti, nè coll’abito di comodità degli amatori un troppo grande numero di lezioni, e d’altra parte più importando di comunicare idee giuste e convenevoli che molteplici e svariate; gioverebbe che le lezioni fossero ridotte a cinquanta o sessanta solamente, da potersi anche diversificare ogni anno ne’ loro speciali argomenti.

3. Esigendo massimamente le circostanze degli artisti un opportuno impiego del loro tempo, gioverebbe che queste lezioni fossero comodamente distribuite nel corso dell’anno scolastico, e che si concertassero e stabilissero co’ maestri e con gli altri, che presiedono all’Accademia, le giornate e le ore più opportune alla detta distribuzione.

4. Dipendendo la maggior frequenza degli uditori dalla maggior celebrità, e dalla maggior frequenza la gara e l’entusiasmo maggiore, tanto necessario nelle cose delle Belle Arti, converrebbe ogni anno indicare al pubblico le giornate e le ore destinate a queste particolari lezioni.

5. Servendo più gli oggetti particolari che i generali ad eccitare la curiosità e a determinare le risoluzioni dell’animo, converrebbe anche indicare al pubblico i soggetti speciali da trattarsi in ogni lezione.

6. Importando principalmente alla giustezza ed alla perfezione delle produzioni nelle Belle Arti che gli artisti sieno profondamente istruiti della natura e del fine di esse Arti in generale, e della natura e del fine di ciascuna in particolare, e delle proprietà de’ generi in ciascuna di esse, perciò dovrebbe il professore particolarmente insistere sopra questa parte.

7. Consistendo la perfezione delle opere in tutte le arti nella eccellenza della composizione e nella giustezza della imitazione, perciò il professore studierebbe di bene spiegare questi due principii, derivando dalla loro natura le regole generali assolute e non arbitrarie della semplicità, della unità, della proporzione, dell’ordine, della disposizione, dell’espressione, del decoro e simili, ed applicandole alle Arti del Disegno ed ai generi loro.

8. Essendo necessarii all’artista, per bene operare, rettitudine di giudizio, finezza di sentimento e fecondità d’imaginazione, così il professore farebbe delle utili osservazioni non solamente sopra i grandi esemplari delle Arti del Disegno, ma ancora sopra le imagini delicate o affettuose o sublimi che s’incontrano massimamente ne’ grandi storici e nei grandi poeti. Anzi indicherebbe a’ suoi uditori quelli dalla cui abituale lettura potrebbero ricavare più grande vantaggio.

9. Siccome poi all’opera de’ pittori e degli scultori servono ordinariamente di soggetto, oltre le cose storiche anche le mitologiche e le allegoriche, così farebbe loro conoscere i migliori fonti a cui ricorrere tanto abitualmente quanto nelle particolari occasioni, e in oltre darebbe loro le convenevoli avvertenze sopra il giusto uso e la retta applicazione della mitologia e dell’allegoria.

10. Finalmente le lezioni vorrebbero esser fatte in stile semplice, largo e lontano dallo scolastico, affine di facilitare la intelligenza dei più ed allontanarne la stanchezza. Vorrebbero anche essere mescolate con tratti d’eloquenza varia e popolare, affine di ravvivare il sentimento e di commovere la imaginazione in una qualità di uditori, che hanno bisogno di tenere in esercizio queste due facoltà per esser più pronti e più felici nell’atto delle loro produzioni.

Questo è quanto il Parini, in venerazione degli ordini della R. I. Conferenza, ha creduto di potere ingenuamente e per la sola utilità della cosa rappresentare, tralasciando per brevità ulteriori dettagli; e del resto pronto ad ubbidire con tutto lo zelo in qualunque sistema di cose possa essere ritenuto.

In questa occasione si fa lecito di rispettosamente presentare alla R. I. Conferenza i suoi vivissimi ringraziamenti per le benigne disposizioni che degnasi mostrare a di lui riguardo, persuaso che a seconda di queste favorirà la di lui supplica a Sua Maestà, in modo che, senza uscire dai limiti della moderazione, sia decorosamente provveduto alle sue reali necessità fisiche ed economiche.

LIX.

Il professore Parini, non spontaneamente, ma eccitato dalla Conferenza governativa, ha presentate alcune sue idee tendenti a render più utile la sua cattedra.

Da tali idee resultava che una diminuzione del numero delle sue lezioni avrebbe portato maggior profitto alla pubblica, istruzione, con maggior impegno di studio e di responsabilità per il professore.

Egli è indifferente o ad esercitar le incumbenze della sua cattedra secondo le nuove idee da lui proposte, o secondo l’antico metodo tenuto finora.

Ma, se, in qualunque dei due modi, la Conferenza governativa volesse degnarsi di contemplare a favore del professore Parini l’assai minor numero di lezioni portato dal sistema de’ primi anni in cui coperse la cattedra, il maggior numero aggiunto di poi senza veruno aumento di stipendio, e l’ulteriore ancora d’un’altra volta coll’aumento tenuissimo di lire trecento; dall’altra parte il suo lungo e non mai interrotto servigio di ventitrè anni, la sua età avanzata, la sua notoria incomodità di salute, e per fine il secondo peso della carica novamente conferitagli da Sua Maestà, potrebbe forse parer convenevole di dispensarlo dalla metà delle lezioni rendendo il corso delle medesime biennale, a tenore anche di quanto viene opportunamente suggerito dal magistrato [1792)].

LX.

Sua Maestà, secondo la lettera e secondo lo spirito del suo motu proprio, in cui trova opportuno ed ordina che si proponga un sopraintendente o superiore delle scuole pubbliche di Brera, ha avuto in considerazione il buon ordine ammaestrativo e morale della pubblica istruzione nello Studio di Brera.

Perciò la Maestà Sua ha in questa parte richiamato sotto la generale e superiore ispezione della detta carica e del soggetto nominato a coprirla tutti gli stabilimenti e tutte le persone destinate alla pubblica istruzione nello Studio medesimo.

Quindi è che, per tutto ciò che concerne il buon ordine ammaestrativo e morale della pubblica Istruzione, saranno sotto la generale e superiore ispezione del sopraintendente tutte le scuole delle scienze, delle lettere e delle arti del disegno e la biblioteca, e la specola, ecc. come pure tutti i professori, i maestri, i reggenti ed ogni altra persona preposta od avente funzioni relative alla pubblica istruzione in qualsivoglia de’ sopraccennati stabilimenti.

Da tale ispezione si vogliono solamente eccettuare la Società patriotica e le scuole normali: la prima, perchè formata di cittadini liberi e non stipendiati, la quale, secondo la sua instituzione, si regola da sè sotto l’autorità e protezione immediata del governo; le seconde, perchè, come parte delle scuole popolari distribuite per le città e per le campagne, appartengono al loro generale stabilimento e direzione, fuori dello Studio di Brera.

A tenore di ciò potrà il magistrato compilare le istruzioni, da abbassarsi al nominato sopraintendente o superiore.

LX

Il Parini può esser ritenuto nell’attuale suo impiego, esercitandolo come ha fatto finora secondo le circostanze da lui mentovate nella sua rappresentanza alla Conferenza governativa.

Può anche esser ritenuto nell’impiego stesso, esercitandolo d’ora innanzi secondo le idee da lui proposte nella detta rappresentanza.

Può parimenti esser ritenuto o nell’uno o nell’altro modo, accoppiandovi l’impiego di direttore o simile delle scuole di Brera.

In questo ultimo caso, conviene avvertire: 1. che l’impiego di direttore non può meglio conferirsi che a persona pratica dell’oggetto di esso impiego; 2. che questa pratica è più supponibile in persona già da gran tempo occupata nelle pubbliche scuole; 3. che perciò sarebbe più convenevole e più equo di scegliere al detto impiego di direttore, ecc. il più anziano tra i professori; 4. che il professore più anziano nelle scuole di Brera è il Parini; 5. che, scegliendo il Parini e ritenendolo anche nello attuale suo impiego, si potrebbe risparmiare nel dispendio, cumulando l’uno all’altro salario.

Si può per ultimo ritenere il Parini nel solo impiego di direttore, abolendo la cattedra finora coperta da lui.

In tal caso, cumulando il soldo del nuovo impiego a quello della di lui giubilazione normale; si verrebbe parimenti a risparmiare; e si lascerebbe a lui più libertà di attendere alle incombenze del nuovo impiego, a spargere in tale occasione più generalmente i suoi lumi e a terminare e pubblicare le sue ulteriori produzioni.

Del resto il Parini è sempre pronto a qualsivoglia superiore disposizione, purchè la clemenza del Sovrano si degni di provvedere alle sue reali necessità.

LXII.

Si domanda se la causa della Libertà Milanese si tratti a Parigi; se si tratti a Milano; se si tratti in ambedue i luoghi; o se veramente si tratti in nessuno dei due luoghi.

Se si tratta a Parigi, si domanda se si tratta direttamente col Corpo governativo francese in autentica forma diplomatica, o se non ai faccia che parlarne privatamente con alcuno dei membri del Direttorio o con alcuno de’ ministri del Direttorio medesimo.

In ognuno dei detti casi, si domanda in quale stato di probabilità o di fiducia si creda essere il mentovato affare, non apparendo finora ben chiare, nè dalle lettere scritte da Parigi alla nostra Municipalità, nè dalle asserzioni formali o più volte incidentalmente fatte dal cittadino Serbelloni dopo il suo ritorno, quale veramente sia lo stato medesimo.

Se il detto affare si tratta a Milano e nello stesso tempo anche a Parigi, si domanda se questo si tratti da privati zelanti cittadini, ovvero da alcuni Membri Municipali. In questo secondo caso, si domanda se la Municipalità abbia o no deputato alcuni suoi membri a trattare su tal proposito colla Superiorità francese qui esistente.

Parimenti si domanda se il Corpo Municipale sia anche in questo momento Corpo meramente amministrativo, come per sua natura sembra che debba essere, come dalla Superiorità francese è stato ritenuto nel suo primo editto concernente la Municipalità, e come per tanti atti formali e consecutivi fu dalla Superiorità medesima dichiarato.

In tal caso, si domanda finalmente se, quantunque ad ogni privato cittadino zelante sia lecito di formar progetti di costituzione, sia egualmente lecito alla Municipalità di Milano di erigere nel suo seno un Comitato di costituzione, oggetto sommo e meramente politico, senza formale mandato dall’accennata Superiorità francese.

Perchè si registri negli Atti.

Parini.

3 termidoro, anno IV, [21 luglio 1796].

LXIII.

Il cittadino Giuseppe Parini, già da trent’anni Professore teorico di Lettere ed Arti nelle Scuole scientifiche di Milano, attualmente in Brera, esercisce anche al presente il suo impiego con lo stipendio ossia indennizzazione di lire quattro mila di Milano.

Giuseppe Parini.

A tergo, d’altra mano: Presentata 17 ventoso, anno 6 [7 marzo 1798].

LXIV.

Libertà.                                                              Eguaglianza

Milano, 14 messidoro, anno VI re pubblicano [1 luglio 1798].

Cittadino Ministro,

Ho ricevuto le carte, che dal Direttorio Esecutivo mi sono per mezzo vostro spedite da esaminare. Mi spiace che alle altre infermità della mia costituzione e dell’età mia si è aggiunta una cateratta, che m’ha recentemente privato dell’uso di un occhio e che minacciami anche l’altro. Dico ciò per giustificarmi se mi bisognerà per l’esecuzione qualche giorno più che altrimenti non occorrerebbe, non potendo io, almeno per ora, insistere al leggere o scrivere continuato, senza incomodarmi o nocermi gravemente. Vorrei in persona dirvi quanto vi scrivo; ma le mie gambe non mi permettono che brevissimo e lentissimo cammino e mi rendono impossibile il salire le scale. Del resto, sarò sempre pronto ad impiegare in vantaggio della patria fino alle ultime reliquie de’ miei sensi e della mia mente.

Salute e rispetto.

Parini.

LXV.

Libertà.                         Eguaglianza.

7 termidoro, anno VI [25 luglio 1798].

Cittadino Ministro,

Abbiamo esaminate e paragonate attentamente tutte le otto dissertazioni vertenti sopra l’organizzazione dei teatri nazionali, comunicateci per parte del ministro degli affari interni in data del 12 messidoro; come pure la nona dissertazione sullo stesso argomento, comunicataci in data del 19 dello stesso mese.

Nel nostro giudizio sopra tali dissertazioni ci siamo ben guardati da ogni scrupolosità, essendoci proposti di volere anzi più condonare che richiedere. Qualunque esso sia, il giudizio, che noi ne portiamo, è il seguente.

Gran parte delle dissertazioni, prese in generale, prepongono piani qual più qual meno notabilmente incompleti; o troppo complicati e minuziosi, o importanti troppo gran numero d’impiegati, o troppo dispendio in fabbriche, in manutenzioni, in salari! ecc.; o troppo difficile, per non dire impossibile occupazione del governo per introdurli, mantenerli, invigilarli, ecc.; o finalmente troppa restrizione dei diritti dell’uomo e della libertà sociale, riducendosi, in alcuni di essi, una molteplice, composta e variata azienda d’uomini e di cose ad una disciplina presso che monastica.

Molte delle dissertazioni si perdono più o meno prolissamente in erudizione triviale, pertinente a il teatro degli antichi, spesso male compilata dietro a compilatori moderni, spesso fondata sul falso, per lo più inopportuna o stiracchiata per servire allo intento, senza badare alla differenza dei tempi, degli uomini, delle circostanze, ecc.

Finalmente queste dissertazioni sono più o meno scorrettamente scritte, sia per la parte grammaticale, sia per la parte logica. Varie poi sono assolutamente barbare nella novità irregolare de’ termini, delle locuzioni, delle costruzioni, dei tropi, delle figure, del numero e di tutto ciò che concerne la proprietà e la nobiltà del bene scrivere italiano.

Malgrado tutto ciò, in alcune dissertazioni si prestano delle idee giudiziose ed anche nuove, le quali potrebbero servire in parte di utile materiale a chi volesse e sapesse più compiutamente trattare il preposto argomento. Fra queste sono osservabili la prima, la quarta e la settima, delle registrate nell’elenco.

Ma, qualora il Direttorio esecutivo, già da tante e sì differenti cure occupato, credesse di doversi liberare da questa e di non proporre altro concorso ed altri esami, ed inoltre credesse non inferiore alla dignità delle sue funzioni l’approvare pubblicamente, anche ciò che non giugno ad un certo grado di perfezione, noi giudichiamo che si potrebbe concedere il premio alla dissertazione sesta, registrata nell’elenco sotto il numero 814, di autore anonimo, divisa in otto paragrafi.

Le ragioni del nostro giudizio sono: 1. che questa dissertazione, al confronto di tutte le altre, si prepone un piano più compiuto, più semplice, più ovvio; 2. che questo piano è fondato sopra più modeste e circospette viste di politica; 3. che la giusta teoria delle arti e del teatro vi è meglio conosciuta e rispettata; 4. che l’erudizione tolta dall’antichità vi è più rettamente e più opportunamente introdotta a solo esempio e confermazione delle cose che vi si dicono; 5. che infine le cose stesse vi sono esposte con più abituale semplicità, coerenza e precisione.

Salute e rispetto.

Parini, Longo, Mascheroni.

LXVI.

Libertà.                                        Eguaglianza.

Cittadino Ministro,

Con eguale diligenza che le molte altre dissertazioni sull’organizzazione dei teatri, abbiam esaminata anche l’ultima trasmessaci da voi, cittadino ministro, in data del 30 termidoro, e la quale ha l’epigrafe: Italiam Italiam.

Il nostro giudizio intorno a questa dissertazione non può essere che simile a quello da noi dato sopra varie delle meno imperfette tra quelle che noi abbiamo altre volte esaminate, giacchè tanto le prime quanto quest’ultima, in mezzo a delle idee plausibili, abbondano a un dipresso degli stessi difetti.

Riportandoci noi pertanto al mentovato antecedente giudizio, stimiamo superfluo discendere a veruna particolarità sopra quest’ultima dissertazione.

Salute e rispetto.

Parini, Longo.

A tergo leggesi: M. S. Presentato 11 fruttidoro, anno 6 [28 agosto 1798].

LXVII.

AMMINISTRAZIONE DE’ BENI NAZIONALI.

Ricorso del cittadino Parini in cui domanda il pagamento di lire ventisei d’annuo livello, di cui è gravato il fondo nazionale già pertinente al cessato Capitolo di Santo Steffano.

Presentato il giorno ultimo dell’anno 1798 (vecchio stile).

LVIII.

AMMINISTRAZIONE DE’ BENI NAZIONALI.

Il cittadino Giuseppe Parini è provveduto già da molti anni del Beneficio Chericato dei Santi Colombano e Paolo in Vaprio, della rendita di circa lire cento ottanta in piccoli livelli, e già di collazione dell’Arcivescovo di Milano.

A questo titolo il Parini riceveva dal cessato Capitolo di Santo Steffano l’annuo livello di lire ventisei, di cui è gravato il fondo che apparteneva al detto Capitolo.

Ora essendo questo fondo dichiarato nazionale, il Parini ricorre a codesta amministrazione, affinchè incarichi a chi conviene il pagamento di esso annuo livello di lire ventisei, maturato fin dal giorno undici novembre; [1798] (vecchio stile).

Giuseppe Parini.

appendice

edizione di riferimento

Giuseppe Parini, Prose II, Lettere e Scritti Vari, Edizione critica a cura di Gennaro Barbarisi e Paolo Bartesaghi, Collana: «Il Filarete. Pubblicazioni della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano»,  2005

edizione elettronica: http://www.ledonline.it/lededizioniallegati/pariniII.pdf

1

[A S.A.S. amministratore della Lombardia austriaca

duca di Modena Francesco III d’Este]

[1763]

L’Abate Parini sendo per far l’edizione di un suo Poemetto nominato il Mattino, dimanda la privativa | dell’edizione per tre anni, colla | proibizione all’introdurlo, e venderlo | stampato fuori di Paese.

2

[Al maresciallo conte Gian Luca Pallavicini – Bologna]

Eccellenza

Il D.r Becelli al suo ritorno da Bologna ha lusingato fortemente l’amor proprio dell’autor del Mattino coll’annunciargli che un Personaggio illustre, di cui la miglior parte di Milano si rammenta ancora con piacere e con sentimenti di gratitudine e d’ammirazione la giustizia, l’umanità, la munificenza, e la magnificenza, ha fatto qualche conto della sua Operetta, ed ha mostrato di desiderarne il seguito. Io non ho potuto resistere a un così potente solletico della gloria letteraria, e coll’occasione del pubblicarsi il Mezzogiorno, Poemetto consecutivo al Mattino, ho voluto procurarmi l’onore di presentarmi rispettosamente a V. E. in qualità d’Autore dell’una e dell’altra operetta, e di esporre al suo dilicato giudizio quest’ultima, sperando che V. E. voglia aver per lo Mezzogiorno quella generosa condiscendenza che mi viene detto aver Lei dimostrato per lo Mattino. Niuna cosa è più atta ad empir di consolazione e di coraggio l’animo degli Scrittori, quanto il vedere al nostro tempo grandi personaggi mostrare un generoso interesse anche per gli talenti più mediocri. V. E. si distingue fra gli altri, perchè, sebbene la finezza del suo gusto mi debba collocare in un mezzano posto tra i poeti d’Italia, nondimeno la sua magnanimità le fa avere tanta cura di me, quanta si potrebbe sperare da quelli che mi sono di gran lunga superiori. Quindi è ch’io serberò eternamente nel mio cuore que’ vivissimi affetti di compiacimento e di riconoscenza, co’ quali ora ho l’onore di protestarmi col più umile ossequio.

Di V. E.

Um.mo Div.mo e Obb.mo Serv.re

Giuseppe Parini

Mil.o 17 Agosto 1765.

EPISTOLARIO - indice edizione del Filarete

(1763-1798)

1. A S.A.S. amministratore della Lombardia austriaca duca di Modena Francesco III d’Este (1763)

2. Al maresciallo con Gian Luca Pallavicini – 17 agosto 1765

3. A Paolo Colombani – 10 settembre 1766

4. Ad Antonio Greppi (13 settembre 1768)

5. All’abate Pellegrino Salandri – 12 dicembre 1768

6. A Saverio Bettinelli – 10 maggio 1769

7. Al conte Wilczeck (settembre-ottobre 1769)

8. Al conte Carlo di Firmian (autunno 1769)

9. Al Principe di Kaunitz – 16 dicembre 1769

10. All’abate Pellegrino Salandri – 2 gennaio 1770

11. Al Principe di Kaunitz – 7 aprile 1771

12. A don Giuseppe Croce – 8 aprile 1771

13. A don Giuseppe Croce – 11 aprile 1771

14. A Maria Teresa d’Asburgo – 23 luglio 1771

15. Al dottor Giuseppe Paganini – 13 luglio (1773)

16. Al conte Carlo di Firmian – 5 dicembre 1773

17. A Girolamo Ferri – 16 gennaio 1774

18. Destinatario ignoto – 30 gennaio (1774)

19. Al dottor Giuseppe Paganini – 9 agosto (1774)

20. Ad Angelo Mazza – 14 agosto 1774 618

21. Al dottor Giuseppe Paganini – 8 settembre (1774)

22. Al dottor Giuseppe Paganini – 12 settembre (1774)

23. Al dottor Giuseppe Paganini – 25 settembre (1774)

24. Al dottor Giuseppe Paganini – 1 ottobre (1774)

25. Ad Antonio Greppi (17 agosto 1775)

26. A don Angelo Teodoro Villa – 16 gennaio 1776

27. Al conte Carlo di Firmian – 21 luglio 1776

28. Al conte Wilczeck (1776)

29. All’abate Gioachino Pizzi, Custode generale d’Arcadia – 17 maggio 1777

30. Al conte Durante Duranti – 17 aprile 1778

31. Al marchese Giovan Battista d’Adda – 6 giugno 1778

32. Ad Antonio Greppi (17 giugno 1778)

33. A Saverio Bettinelli – 24 febbraio 1779

35. A Pietro Secco Comneno (giugno 1779)

36. Al conte Antonio Greppi (gennaio 1780)

37. Al conte Gian Rinaldo Carli – 22 aprile 1780

38. Al conte Carlo di Firmian – 26 dicembre 1780

39. A Carlo Amoretti, segretario della Società Patriotica – 2 gennaio 1781

40. Al conte Corniani – 15 giugno 1781

41. All’arciduca Ferdinando d’Austria (1783)

42. Al conte Wilczeck (1783)

43. All’arciduca Ferdinando d’Austria – 17 settembre 1783

44. A Carlo Castone della Torre di Rezzonico (1783)

45. Destinatario ignoto (Pietro Verri?) – 13 aprile (1784?)

46. Al dottor don Giacomo Rezia – 20 marzo 1788

47. Ad Antonio Mussi, oblato – 10 novembre (1788)

48. Alla contessa Silvia Curtoni Verza – 22 gennaio 1789

49. Alla contessa Silvia Curtoni Verza – 25 febbraio 1789

50. Alla contessa Silvia Curtoni Verza – 12 marzo (1789)

51. Al cardinale Angelo Maria Durini (1791)

52. A Giambattista Bodoni – 18 novembre (1791)

53. Al conte Wilczeck (marzo-aprile 1792)

54. Al conte Francesco Pertusati sopraintendente alle Fabbriche Camerali – 9 agosto 1792

55. Al conte Wilczeck (1793)

56. Al consigliere Pompeo Signorini – 8 novembre (1793)

57. Al conte Francesco Pertusati (giugno 1795)

58. Al marchese Febo d’Adda 23 giugno (1795)

59. A Giuseppe Bernardoni – 11 novembre (1795)

60. A Diodata Saluzzo – 12 febbraio 1797 656

61. Al ministro degli Affari Interni Ruggero Ragazzi – 2 luglio 1798

 

© 2002 - Biblioteca dei Classici Italiani

by Giuseppe Bonghi

 

 

Indice Biblioteca Progetto Parini

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2006