Giuseppe Parini

 

Lettere

e

Documenti autobiografici

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini, raccolte da Guido Mazzoni, Firenze, G. Barbera editore, 1925 - pp. 252-262

SUL TESTO.

Indico, qui sotto, donde mi derivò il testo. La designazione Bellorini rimanda all’edizione di lui; salvo i casi dove non cito espressamente i suoi Frammenti e documenti Pariniani inediti. La designazione Bortolotti rimanda al libro di P. Bortolotti, Giuseppe Parini, Vita, Opere e tempi con documenti inediti e rari, Milano, Ferri, 1900. La designazione Berlan rimanda alle Lettere inedite di illustri Italiani, Milano, Gareffi, 1865, procurata da F. Berlan (estr. da L’Istruzione pubblica, anno I, Milano): il quale avverte ch’ebbe copia de’ due autografi del P. dal cav. Damiano Muoni, di cui la raccolta è ora dispersa. La designazione Bertana rimanda a Sei lettere inedite del Parini pubblicate da E. Bertana in Rassegna bibliografica della Letteratura Italiana, Pisa, XI, 1898, pagg. 81-88.

I.    Autografo nella Marciana di Venezia (X, 19). Riscontrata da L. Ferrari sul testo.

II.   Dall’autografo che è nell’Archivio Greppia Casate (Raccolta d’autografi).

III.   Dalla minuta autografa che è in Ambros., XI, 1; dove non ha indirizzo. Appartiene agli ultimi del 1768 o al 1769. Per conformità di materia, anche a rischio di cadere in parziali ripetizioni, unisco a tale abbozzo di memoriale, in III bis, ter, quater, quinquies, altri frammenti; seguendo l’autografo Ambros., VII, 7, pagg. 85-86, da «Sua Altezza il signor principe di Kaunitz» sino a «umilia i sentimenti che seguono, perchè il testo rimane in tronco a «Sarà dunque necessario di dare questi principii non come particolari ad una o ad un’» ; quindi, seguendo le pagg. 93-100, che è buona copia soltanto nelle prime tre pagine (altra copia parziale, anch’essa autografa con lievi divergenze, ivi, pagg. 91-92); da ultimo, seguendo l’autografo, ivi, pagg. 101-102 .

IV.  Dall’autografo che è nell’Archivio di Stato di Milano (Autografi, cartella XII). Va, del pari, assegnata al 1768 o al 1769.

V.    Autografo nella Accademia Virgiliana di Mantova. Seguo il Bellorini, che fe’ riscontrare sul testo.

VI.   Autografo nella Biblioteca Comunale di Mantova. Seguo il Bertana.

VII.  Autografo nell’Archivio di Corte e Stato di Vienna. Seguo la copia che da Vienna me ne favorì, nel 1900, il prof. Matteo Bartoli con altri documenti correlativi: i quali, insieme con la lettera, furono editi da F. Pasini, La prolusione del Parini, in Rassegna bibliografica della Letteratura italiana, Pisa, XIII. 1905, pag. 231 sgg.

VIII.  Autografo nella Accademia Virgiliana di Mantova. Seguo l’Albo Pariniano, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti grafiche, 1889, n. 79, dove è riprodotto in fac‑simile.

IX.    Autografo presso il sig. Vambianchi in Milano. Seguo il Bertana.

X.   Autografo nell’Archivio di Stato in Milano. Seguo il Bortolotti.

XI.    Seguo il Berlan, il Bortolotti, che dal Berlan la riprodusse, annotò, a pag. 83: «Questa lettera fu copiata dagli autografi già posseduti dal fu Damiano Muoni, ufficiale all’Archivio di Stato [di Milano], e pubblicata nel 1866 dal Prof. Francesco Berlan. Anche questa lettera dovrebbe far parte dell’Archivio di Stat.». Avverto, per evitare altrui vane ricerche, che nella Braidense nè fu mai nè vi è.

XII.   Segno il testo datone da C. Cantù (che non riconobbe il Ferri e lo chiamò Giuseppe invece che Girolamo) in Rivista Italiana dl Lettere, Scienze ed Arti, Torino, 19 gennaio 1863, anno IV, n. 122. Il Cantù non disse donde aveva la lettera. Il luogo laudativo cui il P., riconoscente, accenna è il seguente: «Nihil dico de Poesi, in qua plurimos habuimus et nonnullos habemus adhuc excellentes; quos inter Parinium vestrum habui semper excellentissimum: qui sicuti Nobilium, ita Litteratorum mores, optandum, ut novo illo neque Hetruscis, neque Latinis, neque Graecis antea, quod sciam, cognito (nisi forte Socraticum velis dicere) magnificae dissimulationis genere, toto suo, risu cum gravitate conjuncto, sale multo perfricaret; quando Litteratores, ranarum instar aestivae pluviae beneficio turmatim exsilientium, erumpunt undique ad eorum imaginem facti; quibus similes esse malint, quam aliquid inter suos et cum suis », H. Ferri Longianensis, Pro linguae latinae usu epistolae; Faenza, 1771; Epistola XLV, pagg. 203-204. Girolamo Ferri fu dotto professore di eloquenza nell’Università di Ferrara: visse dal 1713 al 1786. Suppongo che, siccome il Cantù diè questa del P. al Ferri insiem con due lettere del Ferri al P., pure in latino, egli le traesse da qualche opuscolo del Ferri a stampa (sull’umanista Basinio) che non mi è riuscito di ritrovare. In Anecdota litteraria ex mas. codicibus eruta, Roma, Settari, 1773, II, 400-416, dove egli pubblicò e illustrò l’epistola latina in versi di Basinio a Sigismondo Malatesta. De linguae graecae laudibus et necessitate (pubblicazione antecedente alla lettera del P., e in relazione con essa), del P. non si fa cenno. Do in appendice le due letterine del Ferri al P., edite dal Cantù insieme con quella del P.; che sta, per la data, fra le due. Correggo alcune evidenti mende.

XIII.   Dall’autografo che era posseduto, nella collezione delle lettere dirette ad A. Mazza, da G. Micheli, il quale la stampò per le Nozze Bergonzi-Pacetti, Parma, Zerbini, 1.905, nelle Lettere di Parini, Foscolo, Giordani e Metastasio ad Angelo Mazza, pagg. 5-6.

XIV.    Dall’antografo nell’Archivio Greppi, a Casate (Raccolta di autografi).

XV. Il BELLORINI trasse la lettera dal periodico Il Rosmini, Milano, Hoepli, 1887, 1, pag. 528, valendosi anche di correzioni a penna fatte in un esemplare di quel periodico. L’autografo è nell’Archivio Greppi a Casate (Raccolta d’autografi), ed io lo seguo.

XVI.   Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Atti di Governo Culto, Abbazie).

XVII.   Dall’autografo (minuta) Ambros., XI, 15 ; che è mutilo in fine, ed è senza data nè indirizzo.

XVIII.  Dall’autografo che è nell’Estense di Modena. Seguo il Bertana.

XIX.     Seguo A. Bertoldi, in Prose critiche di Storia e d’Arte ; Firenze, Sansoni, 1900, pagg. 85-86; che la trasse dall’autografo nella Queriniana di Brescia.

XX. Seguo la copia che è in Ambros., VIII,9, pag. 11.

XXI.     Dall’autografo che è nell’Archivio Greppi a Casate (Raccolta d’autografi).

XXII.   Dall’autografo che è nell’Archivio di Stato di Milano (Autografi, Cartella XII).

XXIII.  Seguo Il BertanA, che la trasse dall’autografo nella Biblioteca Comunale di Mantova.

XXIV.  Seguo il BErtana, che la trasse dall’autografo nella Biblioteca Comunale di Mantova.

XXV.   Seguo F. Pasini, Il Pasini e Gian Rinaldo Carli in Rivista d’Italia, Roma, febbraio 1905 ; Il quale la trasse da una copia che è nella Biblioteca Civica di Capodistria.

XXVI. Seguo il Berlan. L’autografo non si ritrova nè nella Braidense nè nell’Archivio di Stato di Milano.

XXVII.    Dall’autografo Ambros., XI, 2.

XXVIII.   Seguo il Reina, che non avverte donde la ebbe.

XXIX. Dalle Opere del Cavaliere Carlo Gastone Conte Della Torre di Rezzonico; Como, Ostinelli, 1830; X, 299-300.

XXX.   Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Culto antico, 545, fasc. 6, n.72).

XXXI.  Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Culto antico, 545, fase. 6, n. 72).

XXXII. Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Culto: Benefici; Comuni, Lentate, 370).

XXXIII.  Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Autografi, Cartella. XII).

XXXIV.  Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Autografi, Cartella XII). Altra forma della precedente.

XXXV. Seguo il Bellorini che la trasse dall’autografo conservato a San Giovanni di Bellagio dai signori Rezia.

XXXVI.  Seguo l’Autografo Ambros ., XI, 5 ; dove non ha indirizzo.

XXXVII. Seguo l’autografo Ambros ., XI, 6 : che è la lettera veramente mandata; ancora con suggello di ceralacca e l’indirizzo: “A Sua Eccellenza la Sig.‑ Contessa Silvia Curtoni Verza, Verona”.

XXXVIII.   Seguo l’autografo Ambros ., XI, 7. Non ha indirizzo. Anche questa è la lettera che fu veramente mandata.

XXXIX.   Seguo l’autografo Ambros ., XI, 8, senza Indirizzo; ma anche questa è la lettera„ con l’annesso sonetto, che fu veramente mandata. II sonetto ò in un foglio a sè.

XL. Segno G. B. Marchesi, Un Mecenate del Settecento, in Archivio Storico Lombardo , XXXI (1904); che la trasse dall’autografo nell’Archivio Durini.

XLI.    Seguo il Bertana, che la trasse dall’autografo nella Estense di Modena.

ALII.   Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano. Seguo il Bortolotti.

XLIII. Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano. Seguo il Bortolotti.

XLIV. Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (nuovi acquisti per la restituzione delle Carte Viennesi).

XLV.   Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano. Seguo il Bortolotti.

XLVI. Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano. Seguo il BORTOLOTTI.

XLVII.  Da una copia Ambros ., XI, 16 .

XLVIII.  Dall’autografo Ambros ., XI, 9, dove non ha indirizzo.

XLIX. Dall’autografo Ambros ., XI, 10, dove non ha indirizzo. Nella pag. 4 del foglio un’altra mano postillò: Ad Adeodota [sic] Saluzzo, ora ex‑contessa Revello [sic]. È la poetessa torinese Diodata Saluzzo Roero.

L.    Dall’autografo Ambros ., XI, 4 .

LI.   Dall’autografo Ambros ., XI, 11 ; che è la lettera veramente mandata : a pag. 4 la carta mutila. conserva la parte sinistra dell’indirizzo : «All’Ill.mo Sig.re.... Il Sig., D.r Gius.... Nella Contrada .... Milano ».

LII.    Dall’autografo Ambros ., XI, 13 ; dove non ha indirizzo.

LIII.   Dall’autografo Ambros ., XI, 3 .

LIV.   Dall’autografo Ambros ., XI, 12 ; dove non ha indirizzo nè firma.

LV.    Dall’autografo Ambros ., XI, 14 ; dove non ha indirizzo nè firma.

LVI.  Seguo una copia dell’Archivio di Stato di Milano (Cartella XII. Mss. Monti-Parini). Una postilla vi avverte che deriva da un autografo.

LVII.   Lo tolgo da S. PERI, Foscolo e Pindemonte, Milano, Briola, 1888, pag. 237, che non indica donde lo trasse.

LVIII.   Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Cartella XII. Mas. Monti‑Parini).

LIX.  Seguo il Bellorini.

LX.  Seguo il Bellorini.

LXI.   Seguo il Bellorini.

LXII.  Seguo il Bortolotti; Il quale avverte che solo Perchè si registri negli Atti e la firma son del P. Letta alla Municipalità di Milano il 21 luglio 1796.

LXIII. Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Cartella XII. Mss. Monti‑Parini).

LXIV. Dall’autografo che è nell’Archivio di Stato di Milano (Cartella XII. Mas. ‑Monti‑Parini ).

LXV.  Seguo il Bortolotti .

LXVI. Dall’autografo (nella sola firma) in Archivio di Stato di Milano, Cartella XI. Ms. Melchiorre Gioia; del quale era la dissertazione, presentata al concorso, che quivi si ritrova. Si avverta che altre carte relative ai Teatri, nell’Archivio dl Stato di Milano, sono firmate, insieme con diversi giudici, dal Parini ; le quali ho stimato dover ommettere perchè nè sono composizione sua nè sono autografe.

LXVII-LXVIII. Dall’autografo nell’Archivio di Stato di Milano (Cartella XII. Mss. Monti-Parini). Anche il titolo e le indicazioni relative sono autografe, a tergo del ricorso.

LXIX.  Dalla copia autentica che è in Ambros., XII, 3; insieme con altri documenti biografici.

 

NB. ‑ I numeri L-LV appartengono ad anni anteriori, mal determinabili.

I.

A PAOLO COLOMBANI

Libraio

Venezia.

Sig.r e Padron Riv.mo

Mil.o, 10  7.bre 1766.

Fu per errore che io esibii a V. S. Riv., ma il mio Mezzodì . Il Sig.r Graziosi m’avea scritto raccomandandomisi per esso. Come io tardai molto a rispondergli, mi dimenticai del cognome, e scambiai Graziosi in Colombani. Tuttavia non mi dolgo di questo equivoco, avendo io la medesima stima per lei, che ho per il Sig.r Graziosi.

Quanto alla mia Sera, io ne ho quasi dimesso il pensiere; non che non mi piaccia di compiere i tre Poemetti da me annunciati; ma perchè sono stomacato dell’avidità e della cabala degli stampatori. Non solo essi mi hanno ristampato in mille luoghi gli altri due, ma lo hanno fatto senza veruna participazion meco, senza mandarmene una copia, senza lasciarmi luogo a correggervi pure un errore.

Questa Sera è appena cominciata; e io non mi son dato veruna briga di andare avanti, veduto che non me ne posso aspettare il menomo vantaggio; e probabilmente non proseguirò se non avrò stimoli a farlo.

Aggradisco le proposizioni di lei; e su questo proposito le rispondo. Che sarebbe mia intenzione di fare un’edizione elegante di tutte e tre i poemetti qualora l’opera fosse compiuta. Se Ella adunque si risente di farla io mi esibisco di darle la Sera terminata per il principio della ventura Primavera, e insieme gli altri due Poemetti corretti in molti luoghi, e migliorati.

Il prezzo, che io ne pretendo senza speranza di dibatterne uno zero, è di cento cinquanta zecchini, da pagarsi un terzo alla conchiusione del contratto, e il restante al consegnarsi del manoscritto. Se Ella non è di ciò contenta non s’incomodi a scrivermi più oltre. Io mi sono indotto a risponderle in grazia della pulitezza con cui Ella mi scrive. Così non ho fatto con molti altri librai, e, fra questi, con due o tre veneziani i quali hanno ardito di farmi l’esibizioni che fannosi a’ compositori d’almanacchi; alle lettere vigliacche de’ quali io non mi piglierò mai il disagio di rispondere.

Farò il possibile per promulgar l’esito del suo Giornale. E con tutta la stima mi protesto

Di V. S. Riv.ma

Div.mo e Obb.mo serv.re

Giuseppe Parini.

II.

A DON ANTONIO GREPPI

milano.

Sig., D. Ant.o atimatiss.o

Ella ascriva alla troppa gentilezza delle sue offerte e alle circostanze della mia fortuna la mia impertinenza nell’incomodarla. Oggi deve partire per Vienna il Piano degli Studi. Non vi è dunque tempo da perdere perchè io possa profittare de’ Suoi graziosi ufici. La supplico adunque di volere stamattina: adoperarsi a mio favore presso la nota persona, sperando lo che, qualora ancora non sia nominato il soggetto per la Cattedra d’Eloquenza in Pavia, non sia impossibile di stabilirla in Milano, come io desidero. È superfluo l’aggiungere molte parole per istimolare il suo cuore già naturalmente così benefico, massime a mio riguardo. Sono col massimo ossequio

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo e Obb.mo serv.re

Giuseppe Parini.

 

A tergo :  Per V. S. Ill.ma = Sig.r D. Antonio Greppi - Sig.r Sig. Pron. Col.mo SS. MM.

Di fuori:  Milano, ab.te Parini, 1768, 13 sett.re

III.

al consigliere CONTE DI WILZECK

milano.

L’occhio di parzialità con cui V. S. Ill.ma si è sempre degnata di riguardarmi, le umanissime promesse ch’Ella graziosamente mi fece poche ore prima della sua partenza per la campagna, le varie novelle che si spargono per la città, tutto ciò mi fa coraggio ad incomodarla con questa mia lettera. Fino da quando io fui invitato a Parma per esservi impiegato nella Lettura d’eloquenza e di logica, come a V. S. Ill.ma è ben noto, Ella ebbe la degnazione di farmi nascere in cuore delle speranze d’essere adoperato in patria, qualora fosse seguita la riforma degli studi!, che fin d’allora si prometteva. Si compiacque d’insinuarmi più volte ch’io non partissi da Milano, interponendo qualche volta alle proprie insinuazioni anche il nome di S. E., e assicurandomi inoltre che io non mi sarei trovato malcontento dell’essermi trattenuto in patria. Guardimi il cielo che io pretenda, col rammemorarle queste cose, di farle credere che io abbia lasciato di accettar la proposizione di Parma in grazia di esse, e così constituitire in lei quasi un’obbligazione a mio favore. No, io non ebbi la generosità di rimanermi in patria unicamente per questi motivi, sebbene io dovessi confidare assaissimo sopra le graziose espressioni ch’Ella in quel tempo si compiacque di farmi. V. S. Ill.ma conosce troppo bene il mio carattere, e mi usa la giustizia di non credermi capace di sorprendere per queste vie basse ed indirette un patrocinio, che sempre è venuto all’incontro del mio tenue merito così spontaneamente e con tanta magnanimità. Ciò dico soltanto per farle sovvenire la per me graziosa epoca, in cui cominciai a sentire le testimonianze della Sua favorevole prevenzione a riguardo mio.

Nell’inverno di quest’anno passato, poi, il signor Consigliere Pecis si compiacque d’accrescer le già da me concepute speranze, col propormi, con intelligenza, cred’io, anche di S. E., una cattedra d’eloquenza superiore, in caso che questa cattedra fosse di quelle che si destinavano per Milano. V. S. Ill.ma può immaginarsi se io abbracciai con tutto l’ardore una proposizione che tanto mi onora, non altro desiderando io più vivamente che d’impiegare i miei, quali si sieno, talenti in servigio del mio principe e della mia patria, e di ottenere un carattere pubblico che mi dia qualche distinzione nel mio paese. Non ho tralasciato dipoi di coltivare questa felice disposizione nel signor Consigliere Pecis, e per mezzo di lui, secondo che io credo, anche nell’animo di S. E. e di qualche altro Ministro della Deputazione.

Ma ora è sparsa voce che questa cattedra d’eloquenza superiore in Milano non si fondi altrimenti; e, quando ciò si verificasse, tutte le mie speranze se ne sarebbero andate al vento. Quando sia vero che il superiore discernimento della Regia Deputazione non abbia giudicato necessaria questa cattedra, sarò io pure del medesimo parere, gloriandomi io d’assoggettare il mio particolar sentimento alle ponderate decisioni d’un corpo così illuminato. Ma, quando ciò non sia, e che all’opposto sia stata giudicata o necessaria od utile almeno, sarò glorioso di vedere un così rispettabile giudizio accordarsi colla mia privata e spontanea opinione.

L’eloquenza superiore appartiene alla filosofia, ed approfitta massimamente della logica, della metafisica e della morale. Non si occupa ella soltanto materialmente de’ vocaboli, de’ tropi, dello stile, delle parti e de’ varii generi dell’orazione, ecc.; cose proprie di quella retorica che ordinariamente si abbandona alle scuole inferiori, per avvezzare i giovani a tesser soffribilmente un discorso. Quest’eloquenza superiore si stende sopra i confini delle idee accoppiate a’ vocaboli, e consequentemente sopra la proprietà di questi, sopra il loro valore reale e sopra quello d’opinione; cose tutte che contribuiscono alla chiarezza, alla forza, alla nobiltà del discorso. Passa inoltre alla composizione de’ vocaboli nelle frasi, nelle perifrasi, ecc., fissa i limiti della loro accettazione secondo la diversità degli stili, secondo la natura dell’idioma e secondo le regole inalterabili del buon gusto. Richiama la composizione de’ membri e de’ periodi al giudizio dell’orecchio, e ne tempera i modi fra la natura della lingua, fra il gusto vegliante e le meccaniche impressioni del suono. Quest’è la menoma parte, ma però necessaria, dell’eloquenza superiore. Si vale poi della logica, scegliendo o rigettando la varietà delle pruove, vestendole, colorendole, distribuendole secondo la varietà delle circostanze e delle convenienze; e questo scegliere, vestire, colorire, distribuire, secondo la varietà delle circostanze e delle convenienze, suppone una profonda conoscenza della morale per iscegliere le maniere, gli stili, i colori dell’argomentazione, che meglio rivolgano a nostro favore le diverse passioni dei diversi uomini, sempre a seconda degl’immutabili principii del retto e dell’onesto. Qui è dove subentrano la dilicatezza, lo spirito, la vivacità, il calore, l’entusiasmo e tutti quelli altri accompagnamenti dell’argomentazione, che, prevenendo, agitando e soggiogando gli animi, v’introducono la persuasione e la deliberazione. Tutto questo è suggetto dell’eloquenza superiore: ma non lo insegna già essa per la sola via de’ nudi e freddi precetti: essa vi accoppia costantemente gli esempi! più illustri presi da tutte le lingue e da tutte lo età e da tuttigli scrittori; anzi prende occasione da questi esempli di fissare pochi e chiari precetti, ripetuti immediatamente dalla natura e dal cuore dell’uomo, confermandone di tanto in tanto l’autenticità colla decisione de’ maestri più classici d’ogni nazione. Nè questa eloquenza superiore si trattiene solamente sopra ciò che si chiama oratoria. Spazia pur anco sopra la poesia e su tutte le altre opere, che si chiamano di gusto e d’immaginazione, e quivi richiamai le menti a fini più utili e nobili, le conduce su le vie del buon gusto, seconda e coltiva i genii nascenti, raddrizza le menti, ne corregge l’intemperanza o la vanità, sempre coi grandi esempli de’ classici, de’ giudiziosi e degli onesti scrittori d’ogni tempo e d’ogni paese. Così si spargono in una città la dilicatezza, il buon gusto, la coltura: cose tutte, che V. S. Ill.ma ben sa quanto influiscano ai costumi d’un popolo.

Questa è l’idea, che io ho d’una cattedra d’eloquenza superiore, e, se questa idea non è falsa, una simile cattedra non può a meno di non esser riconosciuta per utile infinitamente.

E tanto più utile dee riputarsi in Milano, dove, ad onta di tante recenti cure di Sua Maestà, non si può negare che regni ancora di molta barbarie. Senza far torto a quegl’individui che per lo solo impeto del loro talento si aprono una strada fra le tenebre, V. S. Ill.ma ben vede quanto sì le pubbliche come le private scritture manchino per lo più d’ordine, di precisione, di chiarezza, di dignità. Gli avvocati, generalmente parlando, non hanno idea del buono scrivere: non dico io già di quello che si riferisce semplicemente alla grammatica od allo stile, che pure è molto importante; ma di quello che ha rapporto alle convenienze degli affari e delle persone, cosa che dovrebb’esser tutta propria di loro. I predicatori (non parlo io de’ frati, a’ quali non s’appartiene naturalmente nè fondamentalmente la predicazione della Chiesa cattolica, e che, oltre di ciò, non si può sperar di correggere), i predicatori, dissi, per lasciar da parte tutto il resto di cui mancano, sono generalmente privi della prima facoltà, cioè di farsi sentir con piacere; e ciò più per difetto d’abilità in loro che di pietà ne’ cittadini. Che dirò io a Vostra Signoria illustrissima di tanti giovani sonettanti, che infestano il nostro paese, persuasi d’esser qualcosa d’importante, che dietro a questa vanità estremamente nociva alle famiglie ed allo Stato perdono i talenti, che dovrebbero esser meglio impiegati? Non vi ha pur uno fra questi, che sappia cantar degnamente le lodi della virtù o del suo principe, pur uno che sia capace di contribuire una comedia od una tragedia al teatro, pur uno che faccia una cosa degna della dilicatezza e dell’eleganza del nostro secolo. Se fra le città d’un Stato ve ne ha una, ove si debba meglio coltivar la dilicatezza e il buongusto, certamente è quella dove risiede una Corte, dove s’aduna un corpo maggiore di nobiltà, che è la sede de’ magistrati supremi, e che per queste ragioni invita maggior copia di forestieri, ecc.

III bis.

Sua Altezza il signor principe di Kaunitz, con sua lettera del ecc. diretta a questo Eccellentissimo Governo, si degnò di approvar pienamente il cenno che il professore delle Belle Lettere aveva dato nel discorso da esso recitato e pubblicato per l’aprimento della sua nuova cattedra, del metodo che questi era per tenere nel trattare la sua materia, raccomandando al Governo medesimo di significare al detto professore la piena soddisfazione che aveva l’Altezza Sua del metodo così accennato. La qual cosa S. A. medesima, con eccesso di benignità, si degnò pure di significare allo stesso professore con lettera del ....

Inoltre il signor De Sperger, con lettera del ecc . si compiacque di avvertire il professore esser mente di S. M. che le cattedre di Milano fossero spezialmente destinate per le persone adulte, acciocché queste, dopo aver terminato il corso ordinario de’ loro studii, avesser campo di perfezionarsi in Milano nelle respettive facoltà.

Affidato adunque il professore ad un voto così rispettabile insieme e glorioso, e secondando i saggi avvertimenti ricevuti, andava meditando il suo soggetto, quanto dalla vastità di esso e dalla brevità del tempo gli era conceduto; e, dopo aver nella sua mente ridotto a pochi principii e comuni tutto quello che della sua materia vi era reducibile, e dopo averla distribuita ne’ sommi capi, aveva, a tenore di ciò, col principio dell’anno principiato a dettare le sue lezioni, seguitando il costume vegliante della Università.

Ora, per comando di questo Ecc.mo Governo, inerente alle sovrane determinazioni di S. M., viene avvertito il Professore «che stenda con sollecitudine un Piano dell’ordine e metodo con cui intende trattare le particolari materie della sua facoltà dietro l’articolo a lui rassegnato, e suggerisca quali esser possano i libri elementari per comodo degli scolari, coerentemente al proprio Piano». E però il professore, venerando le superiori determinazioni, umilia i sentimenti che seguono.

III ter. [1]

È dimostrato che il bongusto delle Belle Lettere e delle Belle Arti, regolato e diretto da una saggia politica, contribuisce notabilmente al buon costume ed alla felicità della nazione. Di qui viene che sarà utile di spargere i buoni semi non meno delle une che delle altre. È parimenti dimostrato che le cognizioni umane, così come le facoltà dell’umana mente, hanno una reciproca affinità fra esse, e formano come una catena per la quale si procede naturalmente e necessariamente. Di qui viene che, quanto più quest’affinità sarà evidente e sensibile a chi dà l’educazione e a chi la riceve, tanto più sarà facile e sicuro il progresso e tanto maggiore il vantaggio comune.

Egualmente è chiaro che le scienze e le arti, oltre l’avere de’ principii particolari e proprii di ciascuna, ne hanno anche di quelli che sono comuni ad una o a più classi di esse; e che questi tali principii, per questo appunto che son comuni e generali, sono anche i fondamentali e i più importanti. Di qui viene che, nell’insegnare che si fa d’una scienza o d’un’arte, è necessario di dare questi principii, non come particolari all’una o all’altra, ma quali sono, cioè comuni a molte di esse e generali.

Operando in tale guisa, si viene a mettere gli uditori come in un orizzonte assai più vasto, nel quale essi dominano più larga estensione, veggono più cose che si congiungono e si riducono ad una stessa natura, e apprendono in un tempo a ben giudicare e a ben condursi, non già in una sol materia, ma in più. In tale guisa viene ad ovviarsi al pregiudizio che nasce dalla maniera ordinaria dell’insegnare, colla quale, dandosi i principii generali e comuni a più facoltà, come particolari e proprii d’una sola, si ristringono gl’ingegni in una sfera più angusta, non si lasciano loro vedere le relazioni che passano fra una materia ed un’altra, non si mettono in caso di profittare come farebbono delle dette relazioni; e, non facendosi loro conoscere il punto d’unione delle diverse facoltà relative, si lasciano loro conseguentemente ignorare i soccorsi che si prestano reciprocamente.

Per queste ragioni il professore delle Belle Lettere in Milano, giudicando che tutte le parti delle Belle Lettere e tutte le Belle Arti abbiano principii comuni, comincerà il suo corso dal dare la teoria di questi principii, in modo che serva a illuminare e a dirigere i suoi uditori nell’una cosa e nell’altra; e i detti principii saranno come i principii del bongusto, il quale ha per oggetto amendue le dette cose.

Siccome è necessario di seguitare i principii per bene operare, e non si seguitano daddovero se non se ne conosce il fondamento, e il loro fondamento non è nell’autorità ma nella ragione; così il professore dimostrerà nella sua teoria il fondamento, e per conseguenza la verità di essi principii.

Ma, poichè le Belle Lettere e le Belle Arti hanno per oggetto l’uomo, sopra l’anima del quale cercano di fare impressione, così il professore dimostrerà il fondamento e la verità de’ principii, esaminando nella sua teoria, e soltanto relativamente al suo scopo, la natura medesima dell’uomo e la maniera con cui egli sente ed apprende. In tal modo non si stabiliranno altri principii delle Belle Lettere e delle Belle Arti che quelli i quali resultano dalla stessa natura dell’uomo; e che son pochi, semplici, evidenti, inalterabili.

Ciascuna delle Belle Arti, ciascuna parte delle Belle Lettere, si serve di mezzi e di stromenti diversi; ciascuno scrittore, ciascuno artefice ha intenzioni diverse: dal che resultano diversi mezzi e diversi modi di applicare i principii, e in questi mezzi e modi diversi dell’applicare i principii consistono le regole, delle quali prenderà a trattare il professore dopo aver data la teoria de’ principii.

I diversi mezzi e i diversi modi dell’applicare i principii o sono inerenti alla natura del suggetto e del fine, o sono introdotti e autenticati dall’uso: quindi diverse classi di regole, alle quali il professore assegnerà il debito peso e valore.

Si ricorderà egli della instituzione e dell’oggetto principale della sua cattedra; e perciò avrà cura d’applicar continuamente la sua teoria generale de’ principii alla materia delle Belle Lettere, e di trattar massimamente delle regole che si appartengono a questa.

Ma siccome è fondata sul vero l’opinione, oggimai triviale, che la multiplicità delle regole nuoce anzi che giovare all’avanzamento delle Lettere e delle Arti, però non tratterà il professore che delle massime, e di quelle singolarmente che vengono dalla natura medesima, della cosa e dei principii, e di quelle che, essendo fondate sull’uso costante e generale, non sono alterabili fuorchè dall’uso medesimo.

Dall’altra parte è opinione, non meno generale, che la nuda tradizione de’ precetti riesce fredda, noiosa, e perciò ordinariamente inutile. Ciò specialmente si verifica nella materia delle Lettere e delle Arti, le quali, oltre le teorie, hanno bisogno della osservazione sopra le opere eccellenti e dell’esercizio. Quindi è che il professore farà in modo che la sua tradizione de’ precetti e delle regole sia una osservazione continuata sopra gli eccellenti esemplari, per vedervi i mezzi ed i modi con cui sono stati applicati i principii, a quella guisa che la sua teoria sarà una osservazione sopra la natura de’ sentimenti e delle idee dell’uomo, per vedervi il fondamento e la verità de’ principii, come si è accennato più sopra.

In molte facoltà basta la meditazione per condurre a bene operare; ma nelle Belle Lettere e nelle Belle Arti si esige anche il sentimento da cui viene l’estro e l’entusiasmo, senza de’ quali nulla di grande in tal genere. Il sentimento si forma per l’educazione morale e per l’educazione letteraria. Ma niuna educazione è più potente che quella dell’esempio. Per questo motivo ancora gli esempii saranno famigliari al professore.

Poichè si è accennato che l’educazione morale contribuisce a formare il sentimento anche rispetto alle Lettere ed alle Arti, studierà il professore di scegliere fra gli esempli quelli che servano nello stesso tempo e d’educazione morale e di letteraria. Se all’occasione, o dettando o spiegando, procurerà di instillare ne’ suoi uditori anche delle massime che servano ad ingrandir l’anima, non crederà egli d’uscire de’ limiti della sua facoltà; poichè l’elevazione dell’anima serve, più che il volgo non crede, a formar gli eccellenti nelle Lettere e nelle Arti.

Siccome nella educazione morale l’esempio de’ mediocri fa i mediocri, così anche nella letteraria. Però il professore non preporrà che gli esempli de’ grandi.

Siccome le colpe degli uomini celebri servono nella educazione morale per additare gli scogli da evitarsi, così pure nella letteraria. Però il professore mostrerà anche i difetti degli esemplari eccellenti; e, non fidandosi del suo solo giudizio, camminerà colla scorta de’ critici migliori.

Come finalmente nell’educazione morale servono gli esempli di tutti i tempi e di tutte le nazioni, perchè gli uomini sono sempre e dappertutto i medesimi nella elementarità delle loro passioni; così nella letteraria, perchè gli uomini sentono e pensano sempre e dappertutto; e però il professore si varrà indistintamente degli eccellenti esemplari d’ogni secolo e d’ogni luogo.

Con tal metodo e con tali avvertenze precedendo, tratterà il professore i principii generali delle Belle Arti e delle Belle Lettere, e i capi sommi ed importanti dell’arte del dire, presa nella sua massima estensione e considerata come l’arte di trasmettere in altri le idee e i sentimenti che noi abbiamo e d’eccitarvi quelli che imitiamo. In questi capi sommi toccherà il professore di mano in mano tutto quello d’importante che si appartiene alla dizione, allo stile, al pensiero, all’immagine, alla invenzione, alla disposizione, alla espressione, a’ varii generi del dire, salendo dal discorso famigliare fino alla trattazione degli affari pubblici, dalla lettera fino all’orazione, dalle memorie private fino alla storia pubblica, dall’epigramma fino alla poesia tragica ed epica.

Nel trattare le varie parti della sua materia, si fermerà il professore massimamente sopra di quelle che sono di maggiore utile e di maggiore uso nelle nostre circostanze di religione, di governo, di costumanze e di costume.

Per questo motivo gli esemplari e gli esempii che egli proporrà, oltre l’essere eccellenti, saranno i più applicabili alle dette circostanze, o si studierà egli di fare osservare come possano applicarvisi.

Ma siccome le cattedre sono di loro natura fatte per mettere e tenere sulla buona via gl’ingegni e per servire di norma agli studii privati della nazione, piuttosto che per licenziare perfetti in tutta l’estensione delle respettive facoltà gli uditori; così il professore avrà cura di dare un’idea delle opere eccellenti nella sua materia; fondata sopra il giudizio de’ migliori critici.

Questa idea delle opere eccellenti sarà come una breve storia applicata del buon gusto, in quel modo che la teoria de’ principii generali delle Belle Lettere e delle Belle Arti, appoggiata all’esame de’ sentimenti e delle idee dell’uomo, sarà stata come una storia pura dello stesso buon gusto. Questa servirà a mostrare come si possa fare impressione sopra l’animo dell’uomo; l’altra come si sia fatto. L’una e l’altra insieme formeranno come un compendio della scienza e della pratica di questa facoltà e il detto compendio servirà di lume e di guida agli uditori ne’ loro studi domestici.

Non tralascerà il professore d’accoppiare in questa sua quasi storia del buon gusto le Belle Arti alle Belle Lettere, come ha fatto finora nella sua teoria e nella osservazione degli esempii. Troppo son comuni alle une ed alle altre i principii; troppo le regole fondamentali delle une sono adattabili alle altre; troppo s’aiutano reciprocamente; troppo è grande e generale il vantaggio che si può ripromettere da un tale metodo.

In questa guisa il professore si lusingherà di trattare il più compiutamente che per lui si può la materia delle Belle Lettere; la quale, secondo lui, è l’aggregato de’ principii, delle regole, degli esempii, delle osservazioni e dell’erudizione, che conducono a gustare e a comporre le opere, le quali, per mezzo della parola, fanno impressione sopra l’anima dell’uomo e vi eccitano il sentimento del bello.

III quater.

Lusingasi pure il professore di tener dietro con questo metodo alle idee dell’articolo a lui comunicato, agli ottimi suggerimenti datigli a parte da rispettabili personaggi che vegliano alla presente riforma degli studii, all’idea finalmente che egli ne ha dato nella sua proiezione, la quale ha avuto la sorte d’ottener pienamente l’approvazione superiore.

Ma la materia è tanto vasta quanto gli oggetti e le affezioni della mente e del cuore umano, tanto delicata quanto i sentimenti, e tanto poco soggetta ad analisi quanto essi. Quindi è che, sebbene i principii si leghino assai facilmente, non però così i soggetti e gli oggetti a cui si possono applicare. Quindi è che, degli antichi e de’ moderni, niuno ha abbracciato tutta e in tutte le sue parti la materia delle Belle Lettere e fattone un’opera di mole discreta, giudiziosa e servibile ad uso d’elementi. Quel che fa più maraviglia si è che niuno abbia trattato nè meno i principii generali, in modo che fossero estensibili a tutti gli oggetti della materia medesima.

Molti antichi e moderni scrittori hanno, è vero, trattate eccellentemente alcune parti della materia ma bisognerebbe di varii pezzi delle loro opere formare un corpo solo, donde sarebbe difficile d’escludere il superfluo, difficilmente se n’empierebbero i vuoti, nè si legherebbero le parti, nè si ridurrebbero a principii semplici e comuni, tanto da potersi inchiudere in un dato spazio ad uso di libro elementare. Gli antichi, per così dire, hanno forse meglio sentito che veduto in questa materia; e i moderni all’opposto: ma in un libro elementare vorrebbono risplender del pari la teoria e la pratica, l’esame ed il sentimento.

Il professore non saprebbe adunque qual libro proporre a’ suoi uditori ad uso d’elementi. Sarà forse per mancanza di notizie; e, in questo caso, desidererebbe d’essere illuminato.

Che se, nonostante, avesse a proporne ed a proporne più d’uno, per abbracciare in qualche modo il più d’oggetti che fosse possibile, in questo caso egli si atterrebbe agli antichi. Essi sono il fonte a cui hanno bevuto i moderni; essi hanno il suffragio di tutti i tempi; essi sono, generalmente parlando, i più succinti; fra questi perfine ci sono alcuni che sono stati in un tempo e grandi operatori e grandi maestri.

La Poetica adunque e la Retorica d’Aristotile, l’Oratore di Cicerone, la Poetica d’Orazio, le Istituzioni di Quintiliano, il Trattato del sublime di Longino, sarebbero le opere degli antichi che egli preporrebbe.

Del resto egli si rimette, così in questa come in ogni altra cosa, alle superiori determinazioni.

III quinquies.

La massima, che si suggerisce, di lasciare la maggior libertà alla cattedra di Belle Lettere dell’ab. Patini, è ottima, massimamente perchè, essendo così illimitata la materia che è oggetto del bongusto, quando si volesse contenere il professore fra termini troppo ristretti e precisi, si correrebbe pericolo di spegnere in lui quel discreto entusiasmo che si richiede da un maestro di simil genere, e di farlo cadere nell’aridezza scolastica, troppo nemica di esso bongusto. A questo proposito si potrebbe fare un’altra riflessione, la quale si è che il bongusto in materia di Lettere e di Arti è fatto come la morale, e che, come questa, più facilmente s’istilla per via di replicati esempli ed osservazioni, di quel che s’insegni per via di precetti. Aggiungasi che quanto si fa per ispirare il bongusto in una parte delle Lettere o delle Arti influisce di necessità anche sopra tutte le altre parti, perchè tutte sono intimamente legate fra loro, e tutte si riferiscono ad un centro, comune, che è il sentimento, a quel modo che non si può nella morale ispirar l’amore d’una virtù, senza che questo contribuisca prossimamente a vantaggio delle altre. Parrebbe adunque che dovesse esser più utile di non obbligare il professore al corso biennale della sua facoltà, e di lasciargli anzi la libertà di allargarsi così nelle materie come nel tempo, secondo che egli di mano in mano giudicasse più opportuno, o di riassumer le cose trattate qualche anno avanti, o di trattarne delle nuove. Da ciò risulterebbero varii beneficii, conducenti notabilmente al fine della pubblica istituzione: il primo è quello che si è toccato di sopra, cioè che si manterrebbe nel professore quel discreto entusiasmo che si richiede a bene imprimere e suscitare negli altri le idee o i sentimenti che concernono gli oggetti di quella natura. Un altro si è che così il professore si potrebbe meglio adattare alle particolari circostanze degli uditori, che d’anno in anno frequenterebbero le sue lezioni. In oltre, non essendo egli obbligato di ritornar da capo dopo un certo periodo. e potendo nella serie degli anni trattar sempre cose nuove, avrebbe sempre maggior numero di scolari, perchè gliene resterebbero de’ vecchi, ed a questi si aggiungerebbero i nuovi. Il non esser poi tenuto a camminar con un metodo troppo preciso, che facesse necessariamente dipendere una parte della sua materia dall’altra, lascerebbe maggior libertà anche agli scolari, e questo medesimo accrescerebbe la frequenza, perchè quelli che attendono ex professo ad altre facoltà sarebbero animati a frequentare anche le lezioni di Belle Lettere, quelle volte che tornasse lor comodo, sicuri di non aver bisogno di molte lezioni antecedenti per intender quelle materie che il professore avesse attualmente fra le mani. Ciò merita tanto maggiore avvertenza, quanto che è difficile di potere obbligare altrimenti le persone a frequentar quella cattedra, come si può far troppo agevolmente rispetto alle altre. Finalmente ne verrebbe un altro vantaggio da non disprezzarsi, cioè che il professore, dedito spezialmente a questo genere di studii, avrebbe così campo di scrivere varii trattati sopra varii oggetti, i quali, venendo di tempo in tempo dati alla pubblica luce, tornerebbero in onore di lui e della nazione [1768-1769].

IV.

al ministro plenipotenziario

CONTE CARLO DI FIRMIAN

milano.

Eccellenza,

Poichè l’u.mo serv.re dell’E. V. il P. Giuseppe Parini fu in istato di conoscere i proprii doveri e di far qualche fondamento sopra gli studii da esso fatti; altro più non desiderò che d’aver occasione d’adoperare i suoi tenui talenti in servizio di S. M. e della patria; e, sebbene gli si fecero qualche offerte d’impiego sotto altri dominii, non giudicò di accettarle, sempre sperando che gli si presentasse in patria una così favorevole circostanza.

V. E. ebbe la degnazione d’alimentare in lui una simile fiducia colle umanissime espressioni delle quali più volte l’onorò; e il sig. Consiglier Poeta, fino dall’anno passato, si compiacque di proporgli, forse anche col benigno consentimento di V. E., una cattedra d’eloquenza superiore, in caso che questa fosse nel numero delle cattedre che si destinavano per Milano.

Non potè essere accettata dal Parini che col sentimento della più grande soddisfazione e riconoscenza una proposizione che tanto l’onorava; e perciò contento attendeva che il caso si verificasse, per indirizzar poi a V. E. le sue umilissime suppliche. Nè tralasciò egli di pregare il sig. Consigliere Poeta che ne volesse prevenire V. E., come anche si raccomandò poi caldamente al sig. Consigliere conte di Willecek, perchè si compiacesse di far con essa il medesimo uficio in qualche momento d’ozio che le venisse concesso dalla presente villeggiatura.

Ora sente che sia per conchiudersi l’affare degli studii; e sebbene si persuada quanto sia utile che la maggior parte delle cattedre resti a Pavia, pure si lusinga che questa, che di sua natura più influisce sopra la coltura e sopra il gusto universale, possa esser destinata per la città dove risiede la Corte, il governo, i magistrati supremi, il maggior corpo della nobiltà e il più gran numero di cittadini, e che in tal guisa si concilia la più comune utilità colla fortuna di lui e colle diverse relazioni che gli rendono il vivere assai meno incomodo e dispendioso in Milano.

In tale supposizione il Parini ardisce di supplicare umilmente V. E. che, qualora non lo stimi affatto indegno d’un tanto onore, si degni di preporlo a S. M per la detta cattedra d’eloquenza superiore, assicurandola che tutto l’altro potrà in lui mancare, fuorchè un ardentissimo zelo di ben servire il suo principe e d’impiegarsi con tutte le forze a vantaggio della sua patria [1768‑1769].

V.

ALL’ABATE PELLEGRINO SALANDRI

Segretario perpetuo dell’Accademia Virgiliana

Mantova.

Caro amico,

È una fatalità ch’io debba sempre risponder tardi alle carissime vostre. Siccome io non ho molta corrispondenza di lettere e perciò, quando sono in campagna, non incarico veruna persona che le levi per me dalla posta, così io non ho trovato la vostra se non al mio ritorno in città, ch’è seguito questa settimana. Ho adunque il dispiacere di commettere un doppio mancamento a vostro riguardo: l’uno di risponder tardi, e l’altro di non poter servire il signor Collonello di Baschiera nè voi per ciò che desiderate.

Il Femia del Martelli non fu altrimenti stampato a Lugano, come voi supponete e come io avevo veramente intenzione di fare, già è parecchi anni. Voi sapete meglio di me che la prima edizione del Femiafu fatta in Milano per mezzo dell’Argelati, al tempo che il Martelli viveva. Ne furono poi, per prepotenza del Maffei, fatte sopprimere, il più che si potè, le copie, talmente che sono divenute rarissime. Erami capitata una lettera inedita del Martelli assai lunga, nella quale si raccontavano le vicende del suo Femia, e con esso alcune note, che vi servivano di chiave, fattevi già dall’abate Quadrio manoscritte sopra una copia stampata ch’egli possedeva. A queste unendo la lunga lettera inedita del Martelli, io faceva conto che mi dovesse riuscire un volumetto di una mole convenevole. Il capitano Fe, che voi avete conosciuto, s’incaricò di farne fare la stampa a Lugano; ma, dopo aver ricevuto da me il manoscritto, tirò tanto in lungo la cosa, che io me no stancai. Dopo qualche tempo mi propose egli se io gli voleva vendere il manoscritto quale si stava; e io, che, come sapete, ho sempre più avuto bisogno di vendere che di comprare, gliel vendetti. Questo capitan Fe non istà più a Milano già da più anni; e, per quel ch’io so, non ha più pensato a pubblicare sì fatto manoscritto. Vo facendo pratiche per trovarvene una copia, o stampata o manoscritta, di esso Femia; ma sono oggimai mancati quei pochi che qui facevan professione di seguitar le Muse, e non c’è più chi gode di conservar simili opere. Tutto ci è divenuto politica e filosofia, e (mio danno s’io dico una bestemmia) credo che non ci sia nè Muse nè politica nè filosofia. Una copia manoscritta ne aveva l’abate Villa, che ora è a Firenze col Nuncio: un’altra stampata il canonico Irico, che sta in Trino, sua patria. Non lascerò di far diligenza per averne una copia in qualche modo, premendomi infinitamente di servir voi e il signor Collonello, ad amendue i quali io professo già da tanto tempo inalterabile servitù e divozione. Onoratemi d’altri vostri comandamenti, che mi compensino di quello che ora m’avete fatto inutilmente. Presentate i miei umili Ossequia al signor Collonello [sic], e consideratemi qual sono, colla più sincera stima di voi, caro amico, ecc. ecc.

Milano, 12 dicembre 1768.

VI.

A SAVERIO BETTINELLI

Mantova.

Signore padrone colendissimo,

Le lodi che Vostra Reverenza s’è degnato di pubblicamente compartirmi nella sua bell’opera sull’Entusiasmo sono tanto più lusinghiere per me, quanto che mi sono giunte improvvise per parte di un lodator dilicato e d’un uomo di merito conosciuto. Io non ebbi mai l’onore di conoscere Vostra Reverenza altrimenti che per fama; onde non è da dubitare che l’amicizia, l’interesse od altra simile prevenzione l’abbia sedotta a mio favore. Posso adunque confortarmi con questa deliziosa bevanda, senza che verun tacito rimorso me la venga ad amareggiare. Bisogna che ci sia qualche occulta armonia fra le anime nostre, dappoichè Ella mi ha lodato col titolo di saggio, anche senza intenzione di lodar me. Il mio amor proprio non può a meno di non farmi correre incontro ad un encomio così segnalato, palesandomele per autore dell’estratto dell’opera di Mehegan; e, qualora la predetta armonia sussistesse veramente, ciò sarebbe per me un nuovo motivo dicompiacenza e di gloria. Io non mi stenderò a farle tutti gli elogii che vorrei del suo spiritoso e filosofico libro, perchè qualche maligno non ci accusasse d’una clandestina collusione: soltanto le dirò all’orecchio che, sebbene io non abbia finora potuto far altro che trascorrerlo di fuga, m’è parso tuttavia pieno di cose nuove ed importanti e di principii atti a rimettere sulla buona via gl’ingegni italiani, che anche in materia di arte, o giacciono oppressi da una fanatica superstizione, o nuotano incerti fra un ozioso scetticismo. Séguiti Ella pure a illuminare ed illustrare l’Italia colle sue nobili produzioni, e mi faccia l’onore di considerarmi d’ora innanzi, quale mi glorierò d’essere immancabilmente di Vostra Reverenza, ecc.

Milano, 10 maggio 1769.

VII.

AL PRINCIPE DI KAUNITZ

Vienna.

La squisitezza del gusto, con cui l’Altezza Vostra sente e giudica il bello delle Lettere e delle Arti, e la dichiarata e pubblica protezione, che a queste accorda per gloria del principe e sua, esigono da me il tributo de’ pochi sentimenti, che mi ha permesso d’esporre sopra questa materia la strettezza del tempo conceduto alla dettatura ed alla recite, della mia prolusione alla cattedra delle Belle Lettere, a cui la clemenza di Sua Maestà si è degnata di destinarmi. Tanto più son debitore di questo tributo all’Altezza Vostra, quanto che Ella si è degnata di sollevarmi dalla mia oscurità, di mettermi in vista al Sovrano, d’assistermi nelle strettezze della mia fortuna, e, quello che più mi consola, di pormi in grado di servire al mio principe ed alla patria; cosa che ho sempre desiderato vivamente, e per cui non ho accettato onorevoli proposizioni fattemi altronde, già sono molti anni, come è ben noto a questo governo. Vostra Altezza non solo si fa gloria di proteggere i grandi talenti, ma si degna puranco d’animare i mediocri, affine di render tutti gl’individui, per quanto si può, vantaggiosi allo Stato. Voglia il cielo che questo breve discorso, che ardisco di presentarle, sia tale da poter reggere innanzi alla delicatezza del suo gusto ed alla solidità del suo giudizio. Niuna cosa potrebbe meglio servire ad animare il mio zelo ed a rendermi glorioso, che il favore d’un voto così rispettabile.

Sono, con profondissima venerazione, di Vostra Altezza, ecc.

Milano, 16 dicembre 1769.

VIII.

ALL’ABATE PELLEGRINO SALANDRI

Segretario perpetuo dell’Accademia Virgiliana

Mantova.

Illumo sig.re, sig. padron col.mo.

Le pochissime corrispondenze che io ho ne’ paesi esteri, e la mia naturale indifferenza o piuttosto poltroneria, sono il motivo per cui non soglio andar troppo frequentemente alla Posta; e questo fa che molte volte manco involontariamente a’ miei doveri. Il mancamento presente nondimeno è di tale gravezza, che mi renderà più cauto nell’avvenire. Frattanto priego V. S. III.ma di perdonarmi la tardanza di cui mi conosco reo innanzi ad un Corpo rispettabile, che mi ha onorato così distintamente, e innanzi ad una persona alla quale professo così alta stima e tante antiche e recenti obbligazioni. La priego pure istantemente d’intercedere perchè mi sia perdonato questo fallo dall’illustre Adunanza alla quale abbiamo l’onore d’appartenere amendue, e nello stesso tempo di farle a mio nome sinceri e vivissimi ringraziamenti del fregio singolare di cui mi ha novamente condecorato, oltre ogni mio merito nè assoluto nè ad essa relativo. Io non potrei facilmente spiegarle quale sia stato il tenero sentimento e la vera riconoscenza del mio animo nel vedermi impensatamente sollevato dalla mia oscurità ed aggiunto ad un concilio d’uomini così segnalati nella Repubblica delle Lettere, senza che io avessi neppure ardito di chiedere una simile grazia. Forse non m’inganno credendo che questo nobile tradimento mi venga da V. S. Ill.ma. Ella adunque ne porti la pena, coll’assumersi l’obbligo di ben comprendere l’ampiezza e la verità de’ miei sentimenti e di esporli, con quell’eloquenza che loro si conviene, all’Accademia; e si assicuri che, per quanto sia grande la felicità del suo ingegno e celebre la sua eloquenza per fecondità d’immagini e per energia d’espressione, non potrà però mai adeguare la grandezza della soddisfazione che ho provata, e della gratitudine che conservo e conserverò eternamente verso l’Accademia e verso di Lei. Per quanto mi permetteranno le occupazioni del nuovo Impiego di cui Sua Maestà s’è degnata di onorarmi, procurerò in avvenire di consagrare i miei piccoli talenti al servigio dell’Accademia medesima e di significarle, anche coll’opera, il pregio in cui tengo la grazia che mi è stata così generosamente compartita. Intanto ho l’onore di dichiararmi, col maggiore ossequio,

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo Obbl.mo Serv.re

Giuseppe Parini.

Milano, 2 gennaio 1770.

IX.

A DON GIUSEPPE CROCE

speciale delegato delle scuole palatine

Milano.

Eccellenza,

In adempimento degli ordini di Vostra Eccellenza e della deputazione in me fatta dal corpo dei professori, sottometto umilmente alla superiore ispezione dell’Eccellenza Vostra la compiegata lettera, e supplico, a nome dei professori medesimi, che Vostra Eccellenza si degni di inoltrarla ov’è destinata.

Sono, con profondissimo rispetto, di Vostra Eccellenza, ecc.

Milano, 8 aprile 1771.

X.

AL PRINCIPE DI KAUNITZ

Vienna.

Altezza,

Pervenute a’ professori delle Scuole Palatine le medaglie coniate per eternar la memoria d’un’epoca così fausta, qual è quella della presente restaurazione de’ pubblici studii, ne ringraziarono essi tostamente Sua Eccellenza il signor ministro plenipotenziario, alcuni in particolare, e il corpo tutto per mezzo del Regio Delegato don Giuseppe Croce.

Nel dì quattro poi dell’andante aprile fu comunicata al corpo de’ professori congregati lettera di governo, in data 30 marzo, nella quale venivano eccitati a diriger formalmente i loro ringraziamenti per le medaglie stesse all’Altezza Vostra; e al medesimo tempo, perchè le grazie fosser più colme, fu loro comunicato il Reale dispaccio riguardante i pubblici studii, dato il diciotto febbraio del presente anno.

Rimasero pertanto i professori vivamente commossi dalla singolar degnazione con cui all’Altezza Vostra piacque di riguardarli, distinguendoli con sì onorifico dono; e deputarono me a renderle, in nome del corpo, cumulatissime grazie e ad assicurarla che sarà questo dono riconosciuto da essi non tanto per un onore quanto par un segno rammemorativo dell’obbligo che hanno di verificare dal canto loro ciò che, con sì nobile monumento, viene autenticato alla posterità.

Ammirarono poi altamente nel Reale dispaccio la instancabile provvidenza e munificenza con cui Sua Maestà degnasi di beneficare ogni giorno, per tutte le vie e a tutti gli oggetti possibili, questa fortunatissima provincia, e provarono estrema contentezza nel veder, colle nuove clementissime disposizioni, felicitato sempre più quello che, dopo il loro principe, hanno di più sacro e di più caro, cioè la pubblica educazione della lor patria è il comodo e la perfezione degli studii loro.

Deliberarono perciò di volgersi con questa occasione all’Altezza Vostra, la quale sa così gloriosamente secondare le santissime intenzioni d’una tanta Sovrana, supplicandola che si degni di presentare a nome loro umilissimamente davanti al trono della Maestà Sua le significazioni della loro intima e profondissima riconoscenza e renderla certa che si studieranno mai sempre di concorrere con tutte le loro forze affinché tanti ottimi stabilimenti ottengano il loro pienissimo effetto, e il nome della Maestà Sua sia, anche per questo capo, in consolazione della presente età e in eterna beatitudine delle future.

Io ch’ebbi l’onore d’essere deputato dal corpo de’ professori ad eseguire questo atto verso l’Altezza Vostra, non ho creduto di poterlo con più efficacia adempiere che nudamente esponendole i comuni rispettosissimi sentimenti. Supplico adunque e confido, a nome dello stesso corpo, che l’Altezza Vostra si degni di considerarli e promoverli secondo la loro ingenuità ed intenzione, troppo facile ad essere sentita dal suo nobilissimo animo, caratterizzato singolarmente per li rari pregi d’incomparabile delicatezza e generosità.

Sono con profondissimo rispetto, di Vostra Altezza, ecc.

Milano, 7 aprile 1771.

XI.

al ministro plenipotenziario

CONTE CARLO DI FIRMIAN

Milano.

Eccellenza,

Ardisco di scrivere con mano incerta all’Eccellenza Vostra dal letto, in cui mi trovo novamente malato di febbre terzana. La mia presente situazione, oltre l’ordinaria ragionevolezza della mia salute, mi fa ora sentir maggiormente il peso della mia ristretta fortuna; e ciò mi dà occasione di pensare con maggior cautela all’età più avanzata. Io ho sempre riconosciuto in Vostra Eccellenza l’autore spontaneo della mia, qualunque sia, sorte presente; e se io non la godo migliore, non è certo dipenduto dal cuore troppo magnanimo dell’Eccellenza Vostra, ma da un certo mio stoicismo e dalla conoscenza del poco mio merito, che mi ha renduto o modesto o meno attivo di quel che sarebbe convenuto al mio bisogno. Che sarebbe di me, quando mai il giro delle cose umane portasse che Vostra Eccellenza dovesse felicitar colla sua presenza altri paesi? Io mancherei di sostegno in quel tempo appunto che più mi bisognerebbe, cioè nella mia vecchiezza. Stimo adunque prudenza di ricorrere ad un padre, che finora per moto proprio mi ha soccorso ed anche onorato, rappresentandogli il mio stato, acciocchè, quando se ne dia l’occasione, si degni d’averne quel riguardo che dalla grandezza del suo animo gli verrà suggerito. Io non ho altri beni in questo mondo che lo stipendio di professore e il piccolo beneficio che per la protezione di Vostra Eccellenza ottenni l’anno passato. Ma questo, contro l’intenzione di Vostra Eccellenza e contro l’aspettazione mia, è riuscito così picciola cosa, che, quasi mi vergogno di dirlo, non rende più di centosessanta lire l’anno. Dall’altra parte, presentemente è caro ogni cosa: ho le prime necessità, a cui supplire, ho quelle che porta la mia poca salute, e quelle finalmente in cui mi pone la mia comunque umilissima condizione. Io non oserò suggerire a Vostra Eccellenza i mezzi con cui migliorare la mia fortuna. Troppo bene le verranno indicati dalla penetrazione della sua mente, renduta anche più perspicace dal suo connaturale amore della beneficenza. Io ho l’onore d’esser conosciuto dall’Eccellenza Vostra, ed Ella vedrà come ciò si possa meglio conseguire, o con un impiego migliore, o con un accrescimento d’impieghi, o con qualche beneficio o pensione ecclesiastica. Guardimi il cielo che io avessi intenzione, con quanto ardisco esporre a Vostra Eccellenza, d’importunarla oltre il rispetto che le si deve. Io non desidero altro per ora, se non che questo foglio serva d’una memoria presente all’Eccellenza Vostra, in caso che le si offerisse luogo di farmi sentire ulteriormente l’influenza della sua protezione. L’umanità, che Vostra Eccellenza si è sempre degnata di dimostrarmi, e quella massimamente che mi dimostrò, pochi giorni sono, quando abbi l’onore di presentarmele, sono il motivo che, oltre l’esposte mie circostanze, m’hanno indotto alla temerità di importunarla scrivendo, e a pregarla inoltre di ritenere nel solo suo discretissimo cuore questi miei sentimenti. Chieggo all’Eccellenza Vostra umilmente perdono di quanto ho ardito di fare, e sono, con profondo rispetto, di Vostra Eccellenza, ecc.

Milano, 5 dicembre 1773.

XII.

A GIROLAMO FERRI

Ferrara.

Josephus Parinius H. Ferrio S. P. D.

Basino parmensis epistolam ex bibliothecae hujusce nostrae codicibus descriptam mitto, minus equidem diligenter, quam et tua in me benevolentia et meum erga te studium videbantur exposcere. Quod ab humanitate comitateque tua postulo, ne mihi potius quam tempori tribuas. Si vero eam ipsam epistolam ne integram quidem habes, illos argue, qui bibliothecae praefecti sunt. Nefas est iis aliquid ex reconditis codicibus absolutissimum edere, ne scilicet adimatur inane raritatis pretium, si toti in communem utilitatem proferantur. Quae sive lex, sive consuetudo, an aliquid barbari sentiat, ipse videris. Ego quidem non ausim iudicare propter patriae ac civium meorum dignitatem. Ceterum si quid in me unquam perspicies vel facultatis vel gratias, utere tamquam tua. Tunc enim mihi videor beatissimus, cum in virus probe litteratos ac tui similes officia confero. Tibi vero cur non omnia debeam, qui meum tam esimia cum laude nomen volueris evulgari, ea litteratorum lingua, quam et optime Galles, et strenue vindicasti? Sed in hoc ipso, tum memoris animi, tum voluntatis erga te meae argumentum habes, quod tibi ut gratificarer, maximum facinus feci: ut nimirum latine scriberem, imo ad te scriberem. Plane ego nihil tale sum ausus, ex quo illas grammaticorum scholas puer deserui. Oh quantum diducet os et cachinnabit tui meique amicissimus Rosa, si id unquam monstri per tuas litteras rescierit! Vale. Mediolani, 16 jan. a. MDCCLXXIV.

XIII.

AD ANGELO MAZZA

Parma.

Ill.mo Sig.re Prof. Col.mo.

Io sono reo presso di V. S. Ill.ma d’un tale eccesso d’inciviltà, che non potrò mai farmene bastevoli rimproveri: e così grande mi sembra la mia colpa che non so addurre scusa che mi vaglia. Tuttavia mi chiamerei fortunatissimo se Ella volesse usar meco tanto della sua bontà da attribuire parte del mio fallo a due malattie fisiche, le quali ho notoriamente avute questo inverno: e ad una malattia di spirito, a cui, per motivi segreti al mio cuore, sono frequentemente soggetto. Io conosceva già e per fama e per produzioni sue il merito di V. S. Ill.ma nelle cose letterarie: ma la bontà ch’Ella ha avuto di farmi il prezioso regalo delle sue opere, e d’indirizzarsi a me per consiglio, mi ha fatto pienamente conoscere la straordinaria gentilezza e modestia insieme dell’animo suo. Dopo una con condannevole dimenticanza, non meriterò fede presso di Lei, se Le dirò, che uno de’ motivi della mia dilazione è stato il disegno che avevo di ragionar seco a lungo di cose poetiche, in occasione degli scritti ch’Ella s’è compiaciuta di mandarmi.

Ma che importa, se avendo anche un motivo di più, io non ne ho poi fatto nulla; e non ho che aggravato la mia colpa? Questa mia ingenua ed ampia confessione, spero che, se non altro, potrà meritarmi qualche perdono presso di Lei: e la mia maggior diligenza e buona creanza in avvenire, spero che in parte mi giustificherà sopra la mia passata accidentale condotta. Ella mi faccia pur l’onore di mandarmi il suo Poema sopra il Bello: chè con quella occasione sfogherò ben volentieri le mie qualunque sieno idee poetiche, con una mente come la sua, fatta singolarmente per ben giudicare.

Un cavalier torinese di cui non mi ricordo il cognome, e il quale venne a trovarmi due anni sono, mi fece sentire alcuni versi abbastanza pregevoli di una sua composizione sopra lo stesso argomento. Godrò di vedere due begl’ingegni italiani gareggiare sopra una materia così poetica insieme e filosofica.

Per amor di Dio m’assicuri Ella d’avermi perdonato la mia, quasi direi, villania, coll’onorarmi della sua confidenza; e si persuada ch’Ella troverà in me, se non un giudice abbastanza illuminato, almeno un amico sincero e zelante; e il quale sarà sollecito di cancellar dall’animo di Lei la cattiva impressione, che vi potesse aver fatto la passata sua trascuraggine. Continui ad onorare l’Italia colle sue nobili produzioni e creda questi miei sentimenti dettati da quella stessa sincerità, colla quale ho l’onore di protestarmi di V. S. Ill.ma

dev.mo e obb.mo serv.re

Giuseppe Parini.

Milano, 14 agosto 1774.

XIV.

A DON ANTONIO GREPPI

MILANO.

Ill.mo Sig.re Sig.re e Pron. Col.mo,

Perchè V. S. Ill.ma s’interessa tanto per la salute d’un piccol uomo come io sono, non posso esimermi dal darle parte d’essermi per ora liberato dalla mia terzana, in cui ero ricaduto, e nello stesso tempo del ringraziarla dell’ottima China di cui Ella mi ha favorito così gentilmente e alla, cui forza debbo l’immediata sospensione d’una febbre ostinata. Creda V. S. Ill.ma che io ho un’anima non punto vile nè ottusa; ma tale che sa riconoscere anche nei piccoli tratti tutta l’indole delicata, e generosa del di Lei cuore. Un atto di cortesia spontanea ed opportuna, accompagnato da espressioni affatto degne di Lei e così lusinghiere per me, io lo valuto tanto quanto i più grandi beneficii ch’Ella mi ha fatto o che sapesse mai farmi. Aggiugnerò anche questa alle antiche mie obbligazioni: e prego Dio mi ponga in istato di mostrarLe col fatto la ricordanza che ho de’ miei doveri e i vivi sentimenti di gratitudine ohe conservo verso di Lei. Finora ho dovuto comparirLe ingiusto e sconoscente perchè, non sapendomi io avvilire fino a importunare e pianger continuamente davanti ai Grandi ed ai Ministri di qui o della Corte, la mia condizione non s’è potuta migliorare. Spero nondimeno che una volta o l’altra i miei superiori conosceranno che anche le persone meno presuntuose e meno assistite non sono le più insufficienti. Frattanto pieno di giustissima ammirazione delle Sue virtù e di sincerissima compiacenza della bontà con cui Le piace di distinguermi, ho l’onore di dichiararmi con tutto il rispetto

Di V. S. Ill.mo

dev.mo e obb.mo ser.re

Giuseppe Parini.

17 agosto 1775.

A tergo: Milano, ab. Parini, 1775, 17 agosto

XV.

A DON ANGELO TEODORO PILLA

PAVIA.

A. C.

16 genn.o 1776.

Ho ricevuto e fatto comunicare la vostra al Sig.r Prevosto Bossi e ne attendo e vi parteciperò la risposta. A me intanto pare che avreste dovuto fissar più precisamente il termine in cui intendete di trasmettere i vostri scritti, perché gli altri vostri colleghi hanno premura di far presto il debito loro.

Rispetto al foglio a parte della vostra lettera, mi guarderò bene dall’andare in collera con voi per le puerilità che contiene. Soltanto vi assicuro che, nè in questa nè in altre occasioni, vi ho fatto mai nè il torto nè l’onore d’essere geloso di voi. Tutt’altre sono le ragioni, per cui io tratterò o non tratterò la nota persona. Se non concedeste tanto a cotesto vostro piccolo amor proprio, non dareste corpo a certe sciocchezze, che non meritano di solleticarlo. Poi sapete come io mi sia talvolta doluto di voi con voi, che non mostraste tutto l’interesse nel sostener la causa de’ vostri amici. Se sapete distinguere i sentimenti, vedrete che questo è tutt’altra cosa che gelosia. Del resto io conosco voi e me: e voi dovete essere persuaso da tante pruove che io ho un’anima che si eleva mille miglia al disopra di queste coglionerie. Guardatevi adunque un’altra volta dal prestar fede a simili o sogni o imposture, che non debbono occupare il commercio letterario di due Regi Professori. Altrimenti io dirò che voi avete gusto d’accarezzare e nutrir nel vostro animo delle fantasie puerili, solamente perchè vi fanno supporre d’avere o eguale o maggior merito del mio; il che sarebbe una delle infinitesimamente piccole vanità del mondo. Comunque sia però io non intendo che nè i vostri sogni nè le mie riflessioni sopra di essi abbiano ad interrompere punto la nostra solita e leale amicizia di tanti anni. Addio.

Vostro aff.mo amico e serv.or

Giuseppe Parini.

 

a tergo: All’Ill.mo Sig.re Sig.r Pron. Col.mo Il Sig.r Ab.re D. Angelo Teodoro Villa R. Professore di Storia ed Eloquenza nella R. Università di Pavia.

XVI.

AL MINISTRO PLENIPOTENZIARIO

CONTE CARLO DI FIRMIAN

MILANO.

Eccellenza,

Mi sono più volte presentato all’anticamera di V. E.; ma, non avendole le sue multiplici occupazioni permesso di ricevere, non ho potuto aver l’onore di rappresentarle in persona le mie occorrenze. Prevalendomi adunque della degnazione, che l’E. V. ha avuto, d’accordarmi che io lo faccia anche in iscritto, ardisco di umiliarle il memoriale qui contenuto. Non aggiungo alla presente importunità anche quella d’esporle le mie critiche circostanze, avendolo io fatto altre volte che mi presi la libertà di scrivere; e dall’altra parte son certo che V. E. le sa da se medesima misurare con quella penetrazione che è tutta propria della magnanimità del suo cuore. Molto meno mi stendo a supplicar l’E. V. con molte parole. Il tempo è preziosissimo per essa; la sua beneficenza è famosa per tutta l’Europa: io ne ho delle pruove luminose a mio riguardo: e perciò, supplicandola di condonare la mia temerità, ho l’onore d’esser, con profondo rispetto, di V. E., ecc.

21 luglio 1776.

XVII.

AL CONSIGLIERE CONTE DI WILZECK

(?)

Ill.mo signore, sig. padron col.mo,

La perfetta conoscenza che io ho del carattere di V. S. Ill.ma, e la fondata persuasione, in cui sono, della parzialità con cui Ella mi riguarda, mi hanno fatto condannare la freddezza con cui Le raccomandai la mia persona prima della Sua partenza di qui. Le mie circostanze mi hanno condotto a rifletter meglio, ed a prendermi la libertà di supplir per lettera a ciò che io non feci nell’abboccarmi seco. Spero nella Sua bontà ch’Ella non sarà per disapprovare la mia risoluzione, nè conseguentemente per rigettare dal canto Suo alcuni pensieri, che mi si presentano, risguardanti il miglioramento della mia fortuna. Dirò con sincerità quel che sento, salvo sempre ch’Ella ne faccia quell’uso che a Lei sembrerà convenevole e prudente: essendo io pienamente convinto che non resterà da Lei che io non ottenga l’effetto desiderato. Scrissi sulla fine del passato anno una lettera al signor barone de Sporger, parlandogli fra l’altra cose di più occasioni in cui questo governo si degnò di valersi dell’opera mia nella serie di otto o dieci anni; e citai, in conferma di quanto io diceva, i mezzi e le persone per le quali passarono le cose ordinateci. N’ebbi una graziosissima risposta, tutta propria a rinvigorire le mie speranze, benché egli mi avvertisse che la Corte nulla o ben poco sapeva di quanto io gli avevo esposto. Stimo adunque necessario d’indicar brevemente anche a V. S. Ill.ma varie delle dette cose esposte, per l’occasione che se Le presentasse di valersene a mio favore. Fino da otto o nove anni fa, ci fu pensiero di stabilire in Milano un’Accademia di Belle Arti, che poi è stato ultimamente eseguito. Allora fui comandato per parte del Segretario Castelli di scrivere un piano per un’Accademia simile, e massime per ciò che risguarda le incumbenze del Segretario. Lo scrissi, lo consegnai allo stesso Segretario Castelli; e di lì a qualch’anno, ritornato lo stesso pensiero, ne diedi, a ricerca del Segretario Frogher, un’altra copia. In seguito, per mezzo dello stesso Frogher, fui comandato di compilar le leggi per l’Accademia di Belle Arti di Mantova; e lo feci. Venne parimenti pensiero di formare un’Accademia d’Agricoltura e Manifatture, e per il canale del Segretario Castelli fu a ciò delegato il marchese Beccaria; ed io fui assunto con esso all’estensione del piano e delle leggi, le quali, trattone alcune cose, si sono ritenete letteralmente nella presente erezione della detta Accademia. Determinò la Corte di fare scriver meglio la Gazzetta di Milano; e mi fu ordinato di scriverla. La scrissi per un anno intero, sinché io fui fatto professore, per un miserabile premio datomi dallo stampatore Ricchini, che ne ha la privativa. Nelle nozze di S. A. R. volle il governo un dramma allusivo, da recitarsi alternando con quello dell’abate Metastasio; ed io lo composi ed assistetti all’esecuzione. Nella stessa occasione mi si comandò di fare una descrizione elegante delle feste nuziali; ed io la feci e la consegnai al Segretario Frogher. Di queste due cose io non ebbi veruna rimunerazione nè dalla Corte nè dagli Arciduchi: benchè S. E. il signor conte di Firmiam mi facesse un regalo del proprio, e in proprio nome. Tre anni fa, il governo mi fece l’onore di farmi tornare a mie spese dalla vacanza a Milano, per essere uno degli esaminatori de’ professori da mandarsi nelle città provinciali. In questo decorso di tempo poi sono stato più volte comandato, massime per mezzo del fu abate Salvadori, ora ad esaminare manoscritti, ora a dare il mio parere sopra libri scolastici, ora ad assistere alla correzione di cose da stamparsi per ordine del governo, e simili. Finalmente, già da due anni sono uno de’ membri della Commissione delegata, alla nuova compilazione de’ libri scolastici. Da queste ed altre cose, che per brevità tralascio, V. S. Ill.ma vedrà che la Corte ed il governo mi hanno fatto e mi fanno l’onore di considerarmi abile in qualche materia, senza che nondimeno me ne sia venuto...

[1776].

XVIII.

ALL’ABATE GIOACHINO PIZZI

Custode Generale d’Arcadia

ROMA.

Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

L’onor singolare che cotesto illustre corpo dell’Arcadia s’è degnato di farci, e l’espressioni di gentilezza e di bontà, con cui Vostra Signoria Illustrissima me ne porge la notizia, formeranno sempre una dolce compiacenza per il mio animo, atta a rendermi più cari i giorni della vita che sopravvanzano. Egli è vero che io mi sento uno interno rimorso, che nasce dalla coscienza che io ho di non meritare una sì nobile dimostrazione a mio riguardo, e di doverla anzi alla graziosa prevenzione di alcuno, che per troppa amicizia mi ha rappresentato all’Arcadia per un soggetto troppo più degno di quel che io non sento di essere. Ma io non amo di discutere questa cosa con Vostra Signoria illustrissima, sì per non meritarmi la taccia di poco rispettoso e di poco riconoscente verso quelli che hanno contribuito a decorarmi così altamente, come anche per non essere accusato di affettata modestia, nel mentre che non intendo di fare altro che esprimere gl’ingenui sentimenti del mio animo.

Mi ristringo dunque a ringraziare quanto io posso tanto Vostra Signoria illustrissima quanto il signore abate Goudar e gli altri, che si sono adoperati a mio favore; e prego lei specialmente di rappresentare in mio nome all’illustre ceto, a cui ora appartengo, la grandezza della mia riconoscenza e del mio rispetto. Sono, colla più distinta stima e col più distinto ossequio, di Vostra Signoria illustrissima, ecc.

Milano, 17 maggio 1777.

XIX.

AL CONTE DURANTE DURANTI

BRESCIA.

Ill.mo Sig.re, Sig.r Pron. Colmo,

Appena potei scorrere, come ho fatto avidamente e con grandissimo piacere, il Poemetto di V. S. Ill.ma, che esso mi fu rapito dalle mani da questo sig. Presidente conte Carli: e quindi, come suole accadere delle cose belle, è andato in giro per tutta la città, raccogliendo tuttavia sull’ali la soavissima rugiada de’ comuni applausi. Finora non mi è peranco tornato: e questa è la ragione per cui ho tardato a scrivere a V. S. Ill.ma; e mi sono innocentemente guadagnato qualche colpo della sua piacevolissima sferza. Parsami pure che fosse obbligo mio scendere a qualche particolare scrivendole su questa operetta, affine di mostrar più sensibilmente il piacere ch’essa mi ha fatto: o sfogar, come conveniva, il dolore e la stizza in me nata, per l’offesa da Lei fatta al mio amor proprio spezialmente coll’eccellenza di alcuni paesi. Cancelli Ella quella meretricia iscrizione: All’unico immortale Parini. Potrebbe darsi ch’io fossi immortale: maunico non sarò già più. Io lo era stato finora nel mio genere: io mi credeva un cavaliere fatato. Tristo me! ora mi avveggo che finora non erano scesi a combatter meco fuor che de’ pigmei: o almeno che non ci è mago, le cui fattucchierie non possano essere sciolte da un mago altrettanto indiavolato. Riceva Ella frattanto queste espressioni come intimi sentimenti dell’animo, quali sono: e si aspetti poi di vederli confermati in modo più circostanziato, quando il Poemetto mi sia restituito. Frattanto mi consolo col pensare che congiuntamente co’ versi di Lei volano per l’Italia anche gli elogi ch’Ella si è degnata di farmi: e tanto più quanto che tali versi danno grandissima autorità al grazioso giudice che pronuncia a mio favore. Il buon gusto poi, con cui Ella sa scegliere la forma, del lodare, sfuggendo le prolisse ed ampollose declamazioni de’ cattivi panegiristi del nostro secolo, lusinga assai meglio la mia vanità, ed accresce il peso del giudizio che mi riguarda. Sarò d’ora innanzi debitore a Lei d’una quantità di sensazioni piacevoli, che sono entrate a tessere la tela del resto della mia vita. Del che e di tante altre cose ringraziandola senza fine, sono col maggior rispetto di V. S. Ill.ma,

Dev.mo ed Obb.mo Ser.ore Giuseppe Parini.

Milano, 17 aprile 1778.

XX.

AL MARCHESE G. B. D’ADDA

MILANO.

Illustrissimo signore e padrone colendissimo,

L’illustre consesso, di cui V. S. Ill.ma è così degno individuo, dopo avermi singolarmente distinto coll’onore dei Suoi comandamenti, aggiugne anche il nobile regalo che mi si presenta in questo punto. Io sono sinceramente persuaso di non meritarlo a verun titolo; ma il rispetto e la riconoscenza mi obbligano di non pensare, ad altro che a riceverlo. Ben lungi, nondimeno dallo averlo in conto d’un premio, che non mi è dovuto, lo riconosco anzi come un atto di quella munificenza con cui l’illustre consesso è portato a proteggere e stimolare i cittadini che hanno il generoso desiderio di concorrere seco ad accrescer lo splendore della patria comune, in quel modo che vien permesso ai loro talenti.

Supplico pertanto V. S. Ill.ma di rappresentare a’ Suoi rispettabili colleghi questi miei veri sentimenti, e di render loro vivissime grazie per me, così dell’uno come dell’altro atto di benignità, con cui si sono degnati di distinguermi ed onorarmi. Ardisco nel medesimo tempo di supplicarla che si degni di continuarmi quella parzialissima protezione alla quale mi riconosco spezialmente debitore così di questa come di altre per me fortunate circostanze. Sono, col maggior rispetto, di V. S. Ill.ma.

Dev.mo ed Obbl.mo Servitore

Giuseppe Parini.

6 giugno 1778.

XXI.

A DON ANTONIO GREPPI

MILANO.

Ill.mo Sig.re e Pron Col.mo,

Al solo sentirmi annunciare il cameriere di V. S. Ill.ma ho indovinato l’atto di generosità ch’Ella si è degnata d’usare a mio riguardo. Tutto il mondo, ed io il primo, per tante pruove, che ne ho, conosce e predica la singolare delicatezza del di Lei animo; onde non mi è costato molto l’indovinare; anzi di Lei sola avrei indovinato una simile cosa. Il cameriere Le potrà essere testimonio che io ho ricevuto il di Lei regalo con lagrime di consolazione su gli occhi; non già per vedermi così abbondantemente compensato delle piccole perdite da me fatte; ma per aver avuto un nuovo motivo di ammirare un carattere così raro nella presente società qual è il suo. Io conosco tanto la industriosa delicatezza del di Lei cuore che son persuaso che Ella conosca intimamente anche me medesimo e che sia portato a rendermi tutta quella giustizia, che mi lusingo di meritare. Io non posso adunque fare altro che ringraziarla con tutti i più vivi sentimenti del mio cuore, del momento felicissimo ch’Ella mi ha fatto gustare, mostrandomi con un nuovo e così abbondante e così pronto e così avvertito beneficio il più bel carattere e le più eccellenti qualità di cui possa vantarsi un animo umano. Le giuro che le mie espressioni provengono dal cuore e da un cuore spogliato d’ogni interesse. Possa Ella vivere lungamente per esempio straordinario nella carriera della fortuna e nel magnanimo e sagace uso di questa. Tali sono i miei sincerissimi augurii e quelli di tutte le persone, che al par di me sanno misurare l’estensione e la finezza del di Lei cuore. Perdoni all’esuberanza dei miei affetti la lunghezza dello scrivere e frattanto che mi riserbo a manifestarglieli in persona mi creda quale mi glorierò sempre di essere

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo ed obb.mo serv.re

GIUSEPPE PARINI.

A tergo: Milano, ab.te Parini, 1778, 17 giugno.

XXII.

Fintanto che la Commissione Letteraria, destinata per ordine superiore alla formazione dei Libri scolastici, venne occupata a questo fine, il Dr. Tommaso Bonsignori, nominato ad assisterla, eseguì la sua incumbenza con ogni pruova d’abilità e di zelo, non tanto nel compilare gli scritti, quanto nel prestarsi ad ogni altra occorrenza sia della Commissione sia degli individui di quella. Io spezialmente lo adoperai nel Piano che fui delegato a studiare dietro alle viste rispettive degl’individui, nelle lettere che occorse di scrivere in nome della Commissione, nella compilazione di quanto io lavorai per la facoltà commessami da trattare, e simili altre cose, ed il tutto adempì egli con mia piena soddisfazione.

[1778 ?]

Giuseppe Parini.

XXIII.

A SAVERIO BETTINELLI

MANTOVA.

Signore e padron colendissimo,

Un ostinato dolor di testa, che da più giorni m’affligge, mi lascia appena questo momento di sollievo, per rendere come posso infinite grazie a Vostra Signoria illustrissima della gentilissima sua lettera e del bel sonetto, da Lei scritto in onor mio. Nell’ordinario venturo studierò di significarle meglio i sentimenti ch’Ella ha suscitato in me con un atto così straordinario di bontà, e di trattenermi seco più a lungo. Frattanto accetti queste certe espressioni come indizii della più grande riconoscenza, e del prezzo in cui tengo gli encomii, che mi provengono da una persona del Suo merito e della Sua riputazione.

Sono, col massimo ossequio, di Vostra Signoria illustrissima, ecc.

Milano, 24 febbraio 1779.

XXIV.

AL MEDESIMO.

Illustrissimo signore e padron colendissimo,

Agli antichi debiti, che ho verso Vostra Signoria illustrissima per lo splendore ch’Ella s’è compiaciuta di dare al mio nome ne’ Suoi nobilissimi scritti, si aggiungono anche le recenti obbligazioni. L’attribuire a me singolarmente un componimento tanto lodato da Lei; l’accompagnare questo giudizio con un sonetto e con una lettera, di quel pregio che oggi da pochissimi si può aspettare in Italia; il pigliarsi cura di divulgare il sonetto medesimo per farmi onore maggiore: cotesto è un accumulare in una volta e in una sola persona tutti gl’irritamenti della vanità letteraria. Qualunque sia il componimento ch’Ella mi attribuisce, io non sono in libertà di non creder pregevole una cosa lodata da Lei, persona così illustre per tante eccellenti produzioni dello stesso genere. Chiunque poi ne sia l’autore, sarà egli ben contento, vedendo, nel suo silenzio, cader sopra di sè uno dei più invidiabili elogi, e per la natura dell’elogio stesso, e molto più per la qualità dello scrittore donde parte. Godo che l’abituale prevenzione di Vostra Signoria illustrissima a mio favore Le faccia credere che quel componimento sia mio; giacchè, coll’occasione di quello, provo la influenza dell’amicizia e della stima, ch’Ella mi ha sempre fatto l’onor d’accordarmi. Sono anzi tentato di desiderare che potenti motivi obblighino l’autore a resistere alla forza delle lodi, acciocchè si dubiti sempre che quel componimento mi appartenga, e per conseguenza io goda sempre dell’onor singolare ch’Ella mi ha fatto. Questo sentimento potrebbe essere tacciato di viltà: ma, avuto riguardo all’eccellenza del fine, ardirei di chiamare questa una magnanima viltà. D’altra parte, chi se ne dicesse autore non sarebbe creduto, non potendo mai sembrar probabile che una persona della intelligenza e del tatto di Lei in questo genere di cose abbia potuto ingannarsi, attribuendomelo. Lieto adunque della gloria, che, comunque sia, mi proviene da’ Suoi encomii, ammirerò sempre la facilità e la generosità con cui Ella, portata dalla superiorità del Suo genio, vola spontaneamente a cinger gli altri di quelli allori ch’Ella sola ha oggi diritto di ottenere. Sono, coi più vivi sentimenti di riconoscenza, d’ossequio e d’amicizia, di Vostra Signoria illustrissima, ecc.

Milano, 27 febbraio 1779.

XXV.

AL CONTE GIAN RINALDO CARLI.

E dal signor conte fiscale fratello e dal signor conte Melleri ho ricevuto felici nuove della salute di VostraEccellenza. Il vivo desiderio che io aveva di vederla ristabilita per molti anni, non poteva crescere per i nuovi benefici ch’Ella si è degnata di farmi; ma questo desiderio è ora accompagnato da un sentimento di riconoscenza, che me lo rende assai più caro e grazioso. Ho una dolce fiducia che i miei voti saranno esauditi e ch’Ella riceverà per lungo tempo i miei ingenui ringraziamenti. Frattanto io godo della delizia dei palazzi che Vostra Eccellenza si è degnata di aprirmi. Le sensazioni, che io ci pruovo, sono tanto più piacevoli quanto che sono sempre accompagnate dalle idee della generosa amicizia, di cui Ella s’è degnata onorarmi. Dall’altra parte mi pare d’esser diventato un gran signore. L’altro giorno venne qualcuno a prendermi colla carrozza, per condurmi alla Società Patriotica. Io passai per un grande appartamento, scesi appoggiato al bastone per un magnifico scalone, montai in carrozza, e mi ci sdraiai con quella felicità, che conviene ad un duca gottoso. Se io impazzisco, la colpa sarà di Vostra Eccellenza. Ma anche la pazzia ha i suoi piaceri, e di questi ancora sarò debitore a Lei. Invidio a Vostra Eccellenza il soggiorno della campagna, e invidio Vostra Eccellenza al soggiorno stesso. Qualche volta ci troveremo insieme Vostra Eccellenza, la campagna ed io. Intanto Ella ne profitti con quella cautela, che meglio possa conservarla a lei ed a’ suoi servidori, fra i quali io mi pregerò sempre d’essere annoverato. Sono, col maggior rispetto, ecc.

Milano, 22 aprile 1780.

XXVI.

AL MINISTRO PLENIPOTENZIARIO

CONTE CARLO DI FIRMIAN

MILANO.

Eccellenza,

La Società Patriotica mi ha dato l’onorevolissimo incarico di tessere un elogio alla defunta sovrana, sua gloriosa institutrice. Ma quanto l’incumbenza è sommamente consentanea al sentimenti del mio cuore, altrettanto è sproporzionata allo facoltà della mia mente. In tale circostanza, da niun altro potrei sperare più benigni, più grandi e più efficaci sussidii che da Vostra Eccellenza. Ardisco adunque di supplicare la singolare umanità dell’Eccellenza Vostra che voglia aver la degnazione di farmi comunicare quelle cose più straordinarie intorno alle virtù di una tanta Sovrana, che Vostra Eccellenza giudicherà più opportune, e le quali Le debbono spezialmente esser note in grazia, delle ben meritate e gloriose relazioni in cui Ella è collocata. Chiedo umilmente perdono della temerità mia, e sono, con profondo rispetto, di Vostra Eccellenza, ecc.

26 dicembre 1780.

XXVII.

AL SEGRETARIO DELLA SOCIETÀ PATRIOTICA

MILANO.

Ill.mo Sig.e P.ne col.mo,

Mi sono sempre gloriato d’ubbidire alla Società Patriotica in tutto ciò che si è compiaciuta d’ordinarmi. Assai più me ne glorio presentemente, che l’incarico offertomi è per tanti titoli onorevole e prezioso. Accetto adunque l’incumbenza di tesser l’Elogio alla defunta Sovrana, accingendomi ad eseguirla in quel miglior modo che i miei deboli talenti mi permetteranno di fare. Priego V. S. Ill.ma di render nota alla Società questa mia disposizione, e di ringraziarla vivamente in mio nome dell’onor singolare che s’è degnata di compartirmi.

Sono, con perfetto ossequio, di V. S. Ill.ma, ecc.

2 gennaio 1781.

XXVIII.

Al. CONTE G. B. CORNIANI

BRESCIA.

Una lunga malattia di capo, che m’ha influito sopra la mente e mi ha cagionato anche dei dispiaceri dell’animo, e dalla quale appena comincio a riavermi, m’impedisce tuttora di applicare, e i medici mi comandano di non farlo. Non pertanto il bello Elogio da Vostra Signoria illustrissima regalatomi, e le lodi ch’Ella vi ha sparse delle cose mie, mi obbligano a farle un cenno della gratitudine che io pruovo. Non mi torna conto di esaminare quanto l’amicizia, di cui Ella mi onora, abbia potuto farle illusione a mio riguardo. Le dirò bensì ingenuamente che le pubbliche lodi datemi da una persona del merito di Lei non potevan giugner più opportune per una certa mia fatale circostanza, della quale rimetto altre volte a parlarle. Sebbene adunque io non sia mai stato gran cosa avido di lodi, questa volta, nondimeno son contento d’averle ottenute, e massimamente da Lei.

Non mi stendo a farle complimenti sul Suo Elogio, per la difficoltà che ho tuttavia allo scrivere. Mi basta di dirle con tutta verità che questo è l’elogio non meno del conte Duranti che dell’ingegno e del giudizio e del cuore di Lei medesima. Ella interpreti queste poche parole per quel molto che Le vorrei dire, e sia certa che queste non provengono dalla riconoscenza ma dalla giustizia. Continovi a farsi onore nella letteratura, Ella che il può far così bene, e si degni di considerar sempre me fra il numero de’ Suoi veri estimatori. Sono, col maggior ossequio, ecc.

Milano, 15 giugno 1781.

XXIX.

AL CONTE CARLO GASTONE DELLA TORRE

DI REZZONICO.

Ill.mo signore e padrone col.mo,

Non posso che commendare l’eleganza, la copia e l’evidenza del bel poemetto, che V. S. ill.ma si è compiaciuta di comunicarmi. Ho ammirato poi spezialmente la bella descrizione dell’assalto dato alle mura di Como, la bella similitudine del terreno, l’apparizione di Plinio, ecc.

Tuttavia, per servirmi della libertà ch’Ella generosamente mi concede, ardisco di suggerire alla osservazione di Lei che forse non sia per piacer così generalmente un poemetto di genere presso che lirico, il quale abbia bisogno di molte note per ottenere l’effetto poetico.

Forse ancora certe espressioni troppo artificiose, tolte dall’antica erudizione poetica, potrebbero non convenire del tutto ad un componimento in cui domina un vero patetico, ecc.

Parmi che la introduzione di Plinio, se è considerato come una visione, non abbia bisogno d’essere nè vaporoso nè assottigliato, ecc. Che se Plinio o l’apparenza di lui non si suppone sogno, ma realtà, forse non converrebbe farne Morfeo architettore, ecc.

A buon intenditore credo che ciò basti. Del resto, rinnovando le mie sincere significazioni di stima per li talenti singolari di V. S. ill.ma, sono, col maggiore ossequio, ecc. [1783].

Devano obb.mo servitore

Parini.

XXX.

ALL’ARCIDUCA

FERDINANDO D’AUSTRIA.

Altezza reale,

Nella imminente provvista de’ benefici semplici vacanti, l’umilissimo servitore dell’Altezza Vostra Reale, il sacerdote Giuseppe Parini, professore di Belle Lettere nelle Scuole Palatine, sperando qualche benigna contemplazione alle sue circostanze di fortuna, di salute e di servigio, umilmente supplica la Reale Altezza Vostra che si degni di nominarlo ad alcuno de’ mentovati benefici. Che, ec.. [1783].

 

Nota

____________________________

 

[1] [Altri hanno pubblicato isolatamente questo frammento e i due seguenti, come il Bellorini, col titolo «Frammento di un programma didattico»; per questo dovrebbe essere messo in rapporto con la cattedra di eloquenza che fu assegnata al Parini nel 1769 e con le Avvertenze sopra il saggio degli elementi delle umane lettere e ai Princìpi generali e particolari delle Belle Lettere , oltre che al Discorso sulla  poesia ; ndr. Bonghi]

 

 

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Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2006