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Edizione di riferimento
Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini, raccolte da Guido Mazzoni, Firenze, G. Barbera editore, 1925
La presente edizione è fondata principalmente sugli autografi, come nell’Avvertenza ho detto. Ma qui occorre riepilogare la storia delle prime raccolte delle Odi del Parini.
Dopo che alcune odi del P., come altre sue poesie, erano uscite sparsamente in pubblico, oltre che manoscritte, per le stampe, Agostino Gambarelli, discepolo a lui devoto e raccoglitore e trascrittore di cose di lui, pubblicò il volume Odi dell’abbate Giuseppe Parini già divolgate, Milano, nella Stamperia di Giuseppe Marelli, MDCCXCI (con sul frontespizio il fregio di strumenti musicali e il motto di Orazio Postera crescet laude recens), in 8°, pagg. 182, delle quali l’ultima ha le Correzioni. Vi è premesso, anonimo, un Avviso dell’Editore, dove si afferma la gran diffusione di quei componimenti, non mai raccolti dal P.; la progressiva deformazione loro, « tanto infedeli e scorretti e mutili e svisati, da non potersi talvolta più riconoscere per fattura dello ingegno che li aveva prodotti »; le insistenze degli amici e ammiratori verso il P.: « Non mancarono essia lui, nè egli a sè stesso; accordando da ultimo (però sempre al suo modo) a quegli fra loro poco sopra accennati [cioè, al Gambarelli stesso], la facoltà di pubblicare queste Odi, e non più »; e dove, da ultimo, si avverte : «Si può frattanto asserire con certezza, che qualunque Ode, sì edita che inedita, che giri sotto il carme dell’Ab. Parini, e non sia compresa nella presente raccolta, è farina di tutt’altro sacco che del suo ».
Tale raccolta del Gambarelli contiene :
[I] L’Innesto del vaiuolo ;
[II] La Salubrità dell’aria;
[III] La Vita rustica;
[IV] Il Bisogno ;
[V] Il Brindisi ;
[VI] La Impostura ;
[VII] Il Piacere e la Virtù;
[VIII] La Primavera. ; [
[IX] La Educazione ;
[X] La Laurea ;
[XI] ] La Musica ;
[XII] La recita de’ versi ;
[XIII] La Tempesta ;
[XIV] Le Nozze ;
[XV] La Caduta ;
[XVI] Il Pericolo;
[XVII] Piramo e Tisbe;
[XVIII] Alceste;
[XIX] La Magistratura;
[XX] In morte del maestro Sacchini;
[XXI] Il Dono;
[XXII] La Gratitudine;
e nell’ Indice delle Odi dà in più i quattro sonetti:
Ecco del mondo e meraviglia o gioco;
Qual cagion, qual virtù, qual foco innato;
Qual fra quest’erme inculte orride rupi ;
Tanta già di coturni, altero ingegno.
La indico con O.
Codesta edizione fu riprodotto immediatamente a Piacenza, presso Niccolò Orcesi, Regio Stampatore, in quel medesimo anno 1791, con lo scrupolo d’imitarne il frontespizio anche nel fregio, e d’introdurre nel testo le Correzioni (soltanto una d’esse, nella Vita rustica, sfuggì; ed è Che, invece di Chè voluto dalle suddette Correzioni nel verso Chè vide arse sue spiche); e anche fu riprodotta a Parma, Regal Palazzo, pur nel 1791, e poi a Pavia, Per gli eredi di Pietro Galeazzi, nel 1793.
Nel volume Odi di Parini, ultima edizione accresciuta (senza fregio sul frontespizio, ma col motto oraziano qui sopra riferito) che a Milano uscì, senz’anno, Presso il Bolzani alla Piazza de’ Mercanti e nella Contrada di S. Margherita all’Insegna dell’arma della Città (in 16°, pagg. 167 num.) si hanno le ventidue odi e i quattro sonetti dell’edizione del 1791 e delle derivate, coi titoli stessi e con le note relative: ma in più, da pag. 125 a pag. 143, si hanno le odi [XXIII] Per l’inclita Nice; [XXIV] A Silvia ; [XXV] Alla Musa; e a pagine 153-154, pel verso dell’ode La Caduta, «Noia le facezie e le novelle spandi » si ha la nota: «Nelle edizioni posteriori alla prima di Milano del 1791 si sono fatti de’ cangiamenti a questo verso per non essersi dagli editori avvertito alla pronunciazione toscana ed agli esempi de’ buoni scrittori nell’uso delle parole che hanno dittongo o trittongo, come accade della parola noia, gioia, ecc. ». Sì fatta nota è in una manifesta relazione con ciò che il P. scrisse a Giovanni (non Giuseppe) Bernardoni libraio, l’ 11 novembre 1795 (cfr. in questo volume la lettera n. XLVIII), e con ciò che il Bernardoni pose in nota a quel verso nella sua edizione delle Poesie scelte di G. P., Milano, Giovanni Bernardoni, 1814, come può vedersi nelle note dell’edizione presente. Ma non mi arrischio a risolvere il dubbio che il Salveraglio (pag. lviii) dedusse da G. Melzi, Dizionario di opere anonime, ecc., Milano, 1859, III, 289, intorno alla data in cui uscì l’edizione del Bolzani. L’esemplare da me posseduto di codesta rarissima, e però anche negata, edizione, ha il suddetto frontespizi; sebbene sia mutilo delle prime pagine, mancandovi forse la prosa che apre l’edizione del 1791, e mancandovi le prime due pagine, segnate con cifre arabe, contenenti le prime sei strofe dell’ode O Genovese. Al Salveraglio rimando per altre ristampe delle Odi su gli ultimi del secolo XVIII.
Le Poesie scelte, qui sopra indicate, che Giovanni Bernardoni pubblicò a Milano nel 1814 come « prima edizione milanese » (in 16°, pagg. 286), dicono Ai Leggitori che l’editore, dopo essere stata in dubbio per la scelta delle Odi, si risolvette a pubblicarle tutte: « trattone tre sole; cioè Il Piacere e la Virtù, Piramo e Tisbe e Alceste; le quali furono dallo stesso Autore rifiutate, sebbene avessero già veduto la luce con le stampe. Una non dubbia prova di tale rifiuto si vede in un esemplare delle Odi, impresse in Milano nel 1791, il quale è posseduto dall’Editore del presente volumetto, ed in cui di propria mano del Poeta sono esse cancellate; e le ultime due sono anzi, per un più manifesto indizio di disapprovazione, segnate nel principio con una croce. Tutt’e tre vennero poi anche rigettate dalla Raccolta delle Opere Pariniane, fatta dal sig. Avvocato Francesco Reina. Nè dee tacersi, che quella ancora col titolo La Primavera, da noi posta tra le Canzonette col Brindisi e con Le Nozze, vedesi cassata nell’anzidetto esemplare. Noi però abbiamo creduto bene di ritenerla. Se per avventura a Parini non andava del tutto a genio quel componimento, pressochè steso improvvisamente per compiacere ad una persona che lo desiderò da mettere in musica, esso non è tuttavia tale, che non insegni ai giovani, come anche un trito argomento trattare si possa con eleganza e con nobiltà di stile ». Questa edizione del Bernardoni (fu bene osservato dal Salveraglio) non ha valore pel testo, essendosi egli valso delle copie del Gambarelli invece che degli autografi già debitamente, se non sempre scrupolosamente, messi a profitto dal Reina. Occorrendo la cito con BERN. Quando pongo ms., intendo rimandare e ad alcun’altra e a tali copie, che (salvo in casi speciali) ho percid ritenuto superfluo distinguere più particolarmente. Con iscrupolo ho invece notato quanto il P. stesso mutò di sua propria mano in alcuna di esse copie.
Nelle Opere di G. P., curate dal Reina (Milano, presso la Stamperia e Fonderia del Genio Tipografico, 1802, Anno I della Repubblica Italiana), le Odi occupano le pagg. 45-213,in quest’ordine e con questi titoli:
I. La Vita rustica;
II. La Salubrità dell’aria ;
III. L’ Innesto del vaiuoio ;
IV. La Impostura ;
V. Il Bisogno ;
VI. La Educazione ;
VII. La Laurea ;
VIII. La Musica ;
IX. La Recita de’ versi ;
X. La Tempesta ;
XI. Le Nozze ;
XII. La Caduta ;
XIII. Il Pericolo ;
XIV. La Magistratura ;
XV. In morte del maestro Sacchini :
XVI. Il Dono ;
XVII. La Gratitudine ;
XVIII. Il Messaggio ;
XIX. Sul vestire alla Ghigliotina [sic] ;
XX. Alla Musa.
Il Reina diede, come sopra ho rammentato, « Lezioni Varie » dagli autografi, avvertendo che « la massima parte delle Lezioni Varie, che si danno nelle Liriche, fu rifiutata dal Poeta, a differenza di molte fra quelle de’ Poemetti, le quali erano l’ultima volontà di lui». Nella parziale ristampa delle Opere di G. P. pubblicate per cura di F. Reina, Milano, Soc. Tipogr. de’ Classici Italiani, 1825, si han le Odi, coi titoli stessi, ma senza numerazione; escludendo Le Nozze, e preponendo La Impostura a L’ Innesto del vaiuolo e La Magistratura a In morte del maestro Sacchini.
Senza far la storia bibliografica delle edizioni seguenti, chè non è del mio proposito, passo a indicare Le Odi dell’abate G. P., riscontrate su manoscritti e stampe con prefazione e note di Filippo Salveraglio, Bologna, Zanichelli, 1882 (dopo un’edizione dell’anno precedente da cui «per emendazioni e aggiunte importantissime», come il Salveraglio stesso avvertì a pag. 285, questa del 1882 venne a variare). Le Odi vi sono ventuna:
I. La libertà campestre ;
II. La salubrità dell’aria;
III. La impostura;
IV. Per la guarigione di Carlo Imbonati;
V. Al dottore G. Bicetti de’ Buttinoni;
VI. Pel pretore Wirtz
VII. La evirazione;
VIII. Per la laurea di M.P. Amoretti;
IX. Per nozze
X. Brindisi;
XI. Sopra l’uso di recitare i versi alle mense;
XII. Nell’inverno del 1785;
XIII. La tempesta;
XIV. In morte di Antonio Sacchini;
XV. Per Cecilia Tron;
XVI. Per Camillo Gritti podestà di Vicenza;
XVII. Alla marchesa, Paola Castiglioni;
XVIII. Per il card. Angelo Maria Burini;
XIX. Per l’inclita Nice;
XX. A Silvia;
XXI. Alla Musa
(seguono i Frammenti delle Odi).
Nell’Errata-corrige, pag. 281, è avvertito che L’ode in morte di A. Sacchini deve precedere quella per Cecilia Tron e vi son correzioni di date.
E anche qui, senza indicare le tante edizioni che mossero da quella del Salveraglio, passo a indicare Il Giorno e Le Odi di G. P. commentati a cura di Egidio Bellorini, Napoli, Francesco Perrella, con Avvertenza » datata Padova, 1918, perché è edizione che dalle altre grandemente si distingue : «Il lavora del Salveraglio (dice il Bellorini a pag. 12), fatto con diligenza e buon criterio, fu generalmente accolta con molto favore, e serve di fondamento a tutte le edizioni posteriori (D’Ancona, Vinci, De Castro, Bertoldi, Cerquetti, Mazzoni, Natali, Scherillo, ecc.), nelle quali, per altro, le odi vennero sempre ridotte a 19 soltanto, perché si tornò ad escludere Il Brindisi e Le Nozze. Pure, dopo un attento esame e delle stampe originali e dei manoscritti, io credo opportuno ritornare nella presente edizione, al Reina, sia pel titolo come per la lezione delle odi, giacché non posso dubitare che e quelli e questa egli derivasse dal « volume » nel quale il Parini stesso aveva raccolto le odi che « disegnava di stampare », volume che « per buona ventura » venne nella mani del vecchio editore « allorchè credevasi fatalmente smarrito ». Solo mi distacco dal Reina per adattare l’ordinamento cronologico delle odi, stabilito dagli editori moderni, per escludere dal loro novero Le Nozze, e per correggere qualche svista evidente del vecchio editore.
Mi dispenso dal tornare sui criterii generali coi quali ho condotta l’edizione presente; e rimando per ciascuna delle Odi a quanto ho annotato come indicazione del testo da me seguito. Rammento che, in conformità a essi criterii generali, neppur degli autografi ho costantemente seguita la lezione, quanto alle minuzie discrepanti; e che ho tralascialo di porre in nota tutte quante le minuzie grafiche, contentandomi di riferirne alcune più significative. Ho messo a ciascuna ode così il titolo vecchio come il nuovo, per la storia della fortuna delle Odi, e affinchè sia più agevole la consultazione.
Perchè turbarmi l’anima,
O d’oro, o d’onor brame,
Se del mio viver Atropo
Presso è a troncar lo stame?
E già per me si piega
Sul remo il nocchier brun
Colà donde si niega
Che più ritorni alcun? 8
Queste che ancor ne avanzano
Ore fugaci e meste,
Belle ci renda e amabili
La libertade agreste.
Qui Cerere ne manda
Le biade, e Bacco il vin:
Qui di fior s’inghirlanda
Bella innocenza il crin. 16
So che felice stimasi
Il possessor d’un’arca,
Che Pluto abbia propizio
Di gran tesoro carca;
Ma so ancor che al potente
Palpita oppresso il cor
Sotto la man sovente
Del gelato timor. 24
Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà, ma libero,
Il regno de la morte.
No, ricchezza nè onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Mercar non mi vedrà. 32
Colli beati e placidi,
Che il vago Èupili mio
Cingete con dolcissimo
Insensibil pendìo,
Dal bel rapirmi sento,
Che natura vi diè;
Ed esule contento
A voi rivolgo il piè. 40
Già la quïete, a gli uomini
Sì sconosciuta, in seno
De le vostr’ombre apprestami
Dolce albergo sereno:
E le cure e gli affanni
Quindi lunge volar
Scorgo, e gire i tiranni
Superbi ad agitar. 48
Qual porteranno invidia
A me che, di fior cinto,
Tra la famiglia rustica
A nessun giogo avvinto,
Come solea in Anfriso
Febo pastor, vivrò,
E sempre con un viso
La cetra sonerò! 56
Inni dal cor dettatimi
Alzerò spesso a i cieli,
Sì che lontan si volgano
I turbini crudeli;
E da noi lunge avvampi
L’aspro sdegno guerrier;
Nè ci calpesti i campi
L’inimico destrier. [1] 64
E te villan sollecito,
Che per nov’orme il tralcio
Saprai guidar frenandolo
Col pieghevole salcio:
E te, che steril parte
Del tuo terren, di più
Render farai con arte
Che ignota al padre fu; 72
Te co’ miei carmi a i posteri
Farò passar felice:
Di te parlar più secoli
S’udirà la pendice.
E sotto l’alte piante
Vedransi a riverir
Le quete ossa compiante
I posteri venir. 80
Tale a me pur concedasi
Chiuder campi beati
Nel bel vostro ricovero
I giorni fortunati.
Ah quella è vera fama
D’uom che lasciar può qui
Lunga ancor di sè brama
Dopo l’ultimo dì! 88
Oh beato terreno
Del vago Èupili mio,
Ecco al fin nel tuo seno
M’accogli; e del natio
Aere mi circondi;
E il petto avido inondi! 6
Già nel polmon capace
Urta sè stesso e scende
Quest’etere vivace,
Che gli egri spirti accende,
E le forze rintegra,
E l’animo rallegra. 12
Però ch’austro scortese
Qui suoi vapor non mena:
E guarda il bel paese
Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid’ale. 18
Nè qui giaccion paludi,
Che dall’impuro letto
Mandino a i capi ignudi
Nuvol di morbi infetto;
E il meriggio a’ bei colli
Asciuga i dorsi molli. 24
Pèra colui che primo
A le triste ozïose
Acque e al fetido limo
La mia cittade espose;
E per lucro ebbe a vile
La salute civile. 30
Certo colui del fiume
Di Stige ora s’impaccia
Tra l’orribil bitume,
Onde alzando la faccia
Bestemmia il fango e l’acque,
Che radunar gli piacque. 36
Mira dipinti in viso
Di mortali pallori
Entro al mal nato riso
I languenti cultori;
E trema o cittadino,
Che a te il soffri vicino. 42
Io de’ miei colli ameni
Nel bel clima innocente
Passerò i dì sereni
Tra la beata gente,
Che di fatiche onusta
È vegeta e robusta. 48
Qui con la mente sgombra,
Di pure linfe asterso,
Sotto ad una fresc’ombra
Celebrerò col verso
I villan vispi e sciolti
Sparsi per li raccolti; 54
E i membri non mai stanchi
Dietro al crescente pane;
E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo; 60
Dicendo: Oh fortunate
Genti, che in dolci tempre
Quest’aura respirate
Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi
E da limpidi rivi! 66
Ben larga ancor natura
Fu a la città superba
Di cielo e d’aria pura:
Ma chi i bei doni or serba
Fra il lusso e l’avarizia
E la stolta pigrizia? 72
Ahi non bastò che intorno
Putridi stagni avesse;
Anzi a turbarne il giorno
Sotto a le mura stesse
Trasse gli scelerati
Rivi a marcir su i prati: 78
E la comun salute
Sacrificossi al pasto
D’ambiziose mute,
Che poi con crudo fasto
Calchin per l’ampie strade
Il popolo che cade. 84
A voi il timo e il croco
E la menta selvaggia
L’aere per ogni loco
De’ varii atomi irraggia,
Che con soavi e cari
Sensi pungon le nari. 90
Ma al piè de’ gran palagi
Là il fimo alto fermenta;
E di sali malvagi
Ammorba l’aria lenta,
Che a stagnar si rimase
Tra le sublimi case. 96
Quivi i lari plebei
Da le spregiate crete
D’umor fracidi e rei
Versan fonti indiscrete,
Onde il vapor s’aggira;
E col fiato s’inspira. 102
Spenti animai, ridotti
Per le frequenti vie,
De gli aliti corrotti
Empion l’estivo díe:
Spettacolo deforme
Del cittadin su l’orme! 108
Nè a pena cadde il sole
Che vaganti latrine
Con spalancate gole
Lustran ogni confine
De la città, che desta
Beve l’aura molesta. 114
Gridan le leggi è vero;
E Temi bieco guata:
Ma sol di sè pensiero
Ha l’inerzia privata.
Stolto! E mirar non vuoi
Ne’ comun danni i tuoi? 120
Ma dove ahi corro e vago
Lontano da le belle
Colline e dal bel lago
E dalle villanelle,
A cui sì vivo e schietto
Aere ondeggiar fa il petto? 126
Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasia,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto. 132
Venerabile Impostura,
Io nel tempio almo a te sacro
Vo tenton per l’aria oscura;
E al tuo santo simulacro,
Cui gran folla urta di gente,
Già mi prostro umilemente. 6
Tu de gli uomini maestra
Sola sei. Qualor tu detti
Ne la comoda palestra
I dolcissimi precetti,
Tu il discorso volgi amico
Al monarca ed al mendico. 12
L’un per via piagato reggi;
E fai sì che in gridi strani
Sua miseria giganteggi;
Onde poi non culti pani
A lui frutti la semenza
De la flebile eloquenza. 18
Tu dell’altro a lato al trono
Con la Iperbole ti posi:
E fra i turbini e fra il tuono
De’ gran titoli fastosi
Le vergogne a lui celate
De la nuda umanitate. 24
Già con Numa in sul Tarpèo
Desti al Tebro i riti santi,
Onde l’augure potèo
Co’ suoi voli e co’ suoi canti
Soggiogar le altere menti
Domatrici de le genti. 30
Del Macedone a te piacque
Fare un dio, dinanzi a cui
Paventando l’orbe tacque:
E nell’Asia i doni tui
Fur che l’Arabo profeta
Sollevàro a sì gran meta. 36
Ave dea. Tu come il sole
Giri e scaldi l’universo.
Te suo nume onora e cole
Oggi il popolo diverso:
E fortuna a te devota
Diede a volger la sua rota. 42
I suoi dritti il merto cede
A la tua divinitade,
E virtù la sua mercede.
Or, se tanta potestade
Hai qua giù, col tuo favore
Che non fai pur me impostore? 48
Mente pronta e ognor ferace
D’opportune utili fole
Have il tuo degno seguace:
Ha pieghevoli parole;
Ma tenace, e quasi monte
Incrollabile la fronte. 54
Sopra tutto ei non oblía
Che sì fermo il tuo colosso
Nel gran tempio non starìa,
Se qual base ognor col dosso
Non reggessegli il costante
Verosimile le piante. 60
Con quest’arte Cluvïeno,
Che al bel sesso ora è il più caro
Fra i seguaci di Galeno,
Si fa ricco e si fa chiaro;
Ed amar fa, tanto ei vale,
A le belle egre il lor male. 66
Ma Cluvien dal mio destino
D’imitar non m’è concesso.
Dell’ipocrita Crispino
Vo’ seguir l’orme da presso.
Tu mi guida o Dea cortese
Per lo incognito paese. 72
Di tua man tu il collo alquanto
Sul manc’omero mi premi:
Tu una stilla ognor di pianto
Da mie luci aride spremi:
E mi faccia casto ombrello
Sopra il viso ampio cappello. 78
Qual fia allor sì intatto giglio
Ch’io non macchi e ch’io non sfrondi,
Dalle forche e dall’esiglio
Sempre salvo? A me fecondi
Di quant’oro fíen gli strilli
De’ clienti e de’ pupilli! 84
Ma qual arde amabil lume?
Ah, ti veggio ancor lontano
Verità mio solo nume,
Che m’accenni con la mano;
E m’inviti al latte schietto,
Ch’ognor bevvi al tuo bel petto. 90
Deh perdona. Errai seguendo
Troppo il fervido pensiere.
I tuoi rai del mostro orrendo
Scopron or le zanne fiere.
Tu per sempre a lui mi togli;
E me nudo nuda accogli. 96
Torna a fiorir la rosa
Che pur dianzi languía;
E molle si riposa
Sopra i gigli di pria.
Brillano le pupille
Di vivaci scintille. 6
La guancia risorgente
Tondeggia sul bel viso:
E quasi lampo ardente
Va saltellando il riso
Tra i muscoli del labro
Ove riede il cinabro. 12
I crin, che in rete accolti
Lunga stagione ahi fôro,
Su l’omero disciolti
Qual ruscelletto d’oro,
Forma attendon novella
D’artificiose anella. 18
Vigor novo conforta
L’irrequieto piede:
Natura ecco ecco il porta
Sì che al vento non cede,
Fra gli utili trastulli
De’ vezzosi fanciulli. 24
O mio tenero verso
Di chi parlando vai,
Che studii esser più terso
E polito che mai?
Parli del giovinetto
Mia cura e mio diletto? 30
Pur or cessò l’affanno
Del morbo ond’ei fu grave:
Oggi l’undecim’anno
Gli porta il sol, soave
Scaldando con sua teda
I figliuoli di Leda. 36
Simili or dunque a dolce
Mele di favi Iblèi,
Che lento i petti molce,
Scendete o versi miei
Sopra l’ali sonore
Del giovinetto al core. 42
O pianta di bon seme
Al suolo, al cielo amica,
Che a coronar la speme
Cresci di mia fatica,
Salve in sì fausto giorno
Di pura luce adorno. 48
Vorrei di genïali
Doni gran pregio offrirti;
Ma chi diè liberali
Essere ai sacri spirti?
Fuor che la cetra, a loro
Non venne altro tesoro. 54
Deh perchè non somiglio
Al Tèssalo maestro,
Che di Tetide il figlio
Guidò sul cammin destro!
Ben io ti farei doni
Più che d’oro e canzoni. 60
Già con medica mano
Quel Centauro ingegnoso
Rendea feroce e sano
Il suo alunno famoso;
Ma non men che a la salma
Porgea vigore all’alma. 66
Al garzon che sedea
Sopra la irsuta schiena,
Chiron si rivolgea
Con la fronte serena,
Tentando in su la lira
Suon che virtude inspira. 72
Scorrea con giovanile
Man pel selvoso mento
Del precettor gentile;
E con l’orecchio intento,
Bevea queste parole:
D’Eacide la prole 78
Fanciul, nato al soccorso
Di Grecia, or ti rimembra
Perchè a la lotta, al corso
Io t’educai le membra.
Che non può un’alma ardita
Se in forti membri ha vita? 84
Ben sul robusto fianco
Stai; ben stendi dell’arco
Il nervo al lato manco,
Onde al segno ch’io marco
Va stridendo lo strale
Da la cocca fatale. 90
Ma in van, se il resto oblìo,
Ti avrò possanza infuso.
Non sai qual contro a dio
Fe’ di sue forze abuso
Con temeraria fronte
Chi monte impose a monte? 96
Di Teti odi, o figliuolo,
Il ver che a te si scopre.
Dall’alma origin solo
Han le lodevol’opre.
Mal giova illustre sangue
Ad animo che langue. 102
D’EÈaco e di Pelèo
Col seme in te non scese
Il valor che Tesèo
Chiari e Tirintio rese:
Sol da noi si guadagna,
E con noi s’accompagna. 108
Gran prole era di Giove
Il magnanimo Alcide;
Ma quante egli fa prove,
E quanti mostri ancide,
Onde s’innalzi poi
Al seggio degli eroi? 114
Altri le altere cune
Lascia, o Garzon, che pregi.
Le superbe fortune
Del vile anco son fregi.
Chi de la gloria è vago
Sol di virtù sia pago. 120
Onora o figlio il Nume
Che dall’alto ti guarda:
Ma solo a lui non fume
Incenso o vittim’arda.
È d’uopo Achille alzare
Nell’alma il primo altare. 126
Giustizia entro al tuo seno
Sieda e sul labbro il vero;
E le tue mani sièno
Qual albero straniero,
Onde soavi unguenti
Stillin sopra le genti. 132
Perchè sì pronti affetti
Nel core il ciel ti pose?
Questi a Ragion commetti;
E tu vedrai gran cose:
Quindi l’alta rettrice
Somma virtude elice. 138
Sì bei doni del cielo
No, non celar, garzone
Con ipocrito velo,
Che alla virtù si oppone.
Il marchio ond’è il cor scolto
Lascia apparir nel volto. 144
Dalla lor meta han lode
Figlio, gli affetti umani.
Tu per la Grecia prode
Di ferro arma le mani:
Qua volgi qua l’ardire
De le magnanim’ire. 150
Ma quel più dolce senso,
Onde ad amar ti pieghi,
Tra lo stuol d’armi denso
Venga, e pietà non nieghi
Al debole che cade
E a te grida pietade. 156
Te questo ognor costante
Schermo renda al mendico;
Fido ti faccia amante
E indomabile amico.
Così, con legge alterna
L’animo si governa. 162
Tal cantava il Centauro.
Baci il giovan gli offriva
Con ghirlande di lauro.
E Tetide che udiva,
A la fera divina
Plaudía dalla marina. 168
O Genovese ove ne vai? qual raggio
Brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
Non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
All’intentato piano
De lo immenso oceàno?
Senti le beffe dell’Europa, senti
Come deride i tuoi sperati eventi. 9
Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
Che natura ponesse all’uom confine
Di vaste acque marine,
Se gli diè mente onde lor freno imporre:
E dall’alta pendice
Insegnolli a guidare
I gran tronchi sul mare,
E in poderoso canapè raccôrre
I venti, onde su l’acque ardito scorre. 18
Così l’eroe nocchier pensa, ed abbatte
I paventati d’Ercole pilastri;
Saluta novelli astri;
E di nuove tempeste ode il ruggito.
Veggon le stupefatte
Genti dell’orbe ascoso
Lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
All’Europa, che il beffa ancor sul lito. 27
Più dell’oro, Bicetti, all’Uomo è cara
Questa del viver suo lunga speranza:
Più dell’oro possanza
Sopra gli animi umani ha la bellezza.
E pur la turba ignara
Or condanna il cimento,
Or resiste all’evento
Di chi ’l doppio tesor le reca; e sprezza
I novi mondi al prisco mondo avvezza. 36
Come biada orgogliosa in campo estivo,
Cresce di santi abbracciamenti il frutto.
Ringiovanisce tutto
Nell’aspetto de’ figli il caro padre;
E dentro al cor giulivo
Contemplando la speme
De le sue ore estreme,
Già cultori apparecchia artieri e squadre
A la patria d’eroi famosa madre. 45
Crescete o pargoletti: un dì sarete
Tu forte appoggio de le patrie mura,
E tu soave cura,
E lusinghevol’esca ai casti cori.
Ma, oh dio, qual falce miete
De la ridente messe
Le sì dolci promesse?
O quai d’atroce grandine furori
Ne sfregiano il bel verde e i primi fiori? 54
Fra le tenere membra orribil siede
Tacito seme: e d’improvviso il desta
Una furia funesta
De la stirpe degli uomini flagello.
Urta al di dentro, e fiede
Con lièvito mortale;
E la macchina frale
O al tutto abbatte, o le rapisce il bello,
Quasi a statua d’eroe rival scarpello. 63
Tutti la Furia indomita vorace
Tutti una volta assale ai più verd’anni:
E le strida e gli affanni
Dai tugurj conduce a’ regj tetti;
E con la man rapace
Ne le tombe condensa
Prole d’uomini immensa.
Sfugge taluno è vero ai guardi infetti;
Ma palpitando peggior fato aspetti. 72
Oh miseri! che val di medic’arte
Nè studii oprar nè farmachi nè mani?
Tutti i sudor son vani
Quando il morbo nemico è su la porta;
E vigor gli comparte
De la sorpresa salma
La non perfetta calma.
Oh debil arte, oh mal secura scorta,
Che il male attendi, e no ’l previeni accorta! 81
Già non l’attende in orïente il folto
Popol che noi chiamiam barbaro e rude;
Ma sagace delude
Il fiero inevitabile demòne.
Poichè il buon punto ha colto
Onde il mostro conquida,
Coraggioso lo sfida;
E lo astrigne ad usar ne la tenzone
L’armi, che ottuse tra le man gli pone. 90
Del regnante velen spontaneo elegge
Quel ch’è men tristo; e macolar ne suole
La ben amata prole,
Che non più recidiva in salvo torna.
Però d’umano gregge
Va Pechino coperto;
E di femmineo merto
Tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna
Ove la Dea di Cipri orba soggiorna. 99
O Montegù, qual peregrina nave,
Barbare terre misurando e mari,
E di popoli varî
Disseppellendo antiqui regni e vasti,
E a noi tornando grave
Di strana gemma e d’auro,
Portò sì gran tesauro,
Che a pareggiare non che a vincer basti
Quel che tu dall’Eussino a noi recasti? 108
Rise l’Anglia, la Francia, Italia rise
Al rammentar del favoloso Innesto:
E il giudizio molesto
De la falsa ragione incontro alzosse.
In van l’effetto arrise
A le imprese tentate;
Chè la falsa pietate
Contro al suo bene e contro al ver si mosse,
E di lamento femminile armosse. 117
Ben fur preste a raccôr gl’infausti doni
Che, attraversando l’oceàno aprico,
Lor condusse Americo;
E ad ambe man li trangugiaron pronte.
De’ lacerati troni
Gli avanzi sanguinosi,
E i frutti velenosi
Strinser gioiendo; e da lo stesso fonte
De la vita succhiâr spasimi ed onte. 126
Tal del folle mortal tale è la sorte:
Contra ragione or di natura abusa;
Or di ragion mal usa
Contra natura che i suoi don gli porge.
Questa a schifar la morte
Insegnò madre amante
A un popolo ignorante;
E il popol colto, che tropp’alto scorge,
Contro ai consigli di tal madre insorge. 135
Sempre il novo, ch’è grande, appar menzogna,
Mio Bicetti, al volgar debile ingegno:
Ma imperturbato il regno
De’ saggi dietro all’utile s’ostina.
Minaccia nè vergogna
No ’l frena, no ’l rimove;
Prove accumula a prove;
Del popolare error l’idol rovina,
E la salute ai posteri destina. 144
Così l’Anglia, la Francia, Italia vide
Drappel di saggi contro al vulgo armarse.
Lor zelo indomit’arse,
E di popolo in popolo s’accese.
Contro all’armi omicide
Non più debole e nudo;
Ma sotto a certo scudo
Il tenero garzon cauto discese,
E il fato inesorabile sorprese. 153
Tu sull’orme di quelli ardito corri
Tu pur, Bicetti; e di combatter tenta
La pïetà violenta
Che a le Insubriche madri il core implíca.
L’umanità soccorri;
Spregia l’ingiusto soglio
Ove s’arman d’orgoglio
La superstizion del ver nemica,
E l’ostinata folle scola antica. 162
Quanta parte maggior d’almi nipoti
Coltiverà nostri felici campi!
E quanta fia che avvampi
D’industria in pace o di coraggio in guerra!
Quanta i soavi moti
Propagherà d’amore,
E desterà il languore
Del pigro Imene, che infecondo or erra
Contro all’util comun di terra in terra! 171
Le giovinette con le man di rosa
Idalio mirto coglieranno un giorno:
All’alta quercia intorno
I giovinetti fronde coglieranno;
E a la tua chioma annosa,
Cui per doppio decoro
Già circonda l’alloro,
Intrecceran ghirlande, e canteranno:
Questi a morte ne tolse o a lungo danno. 180
Tale il nobile plettro infra le dita
Mi profeteggia armonïoso e dolce,
Nobil plettro che molce
Il duro sasso dell’umana mente;
E da lunge lo invita
Con lusinghevol suono
Verso il ver, verso il buono;
Nè mai con laude bestemmiò nocente
O il falso in trono o la viltà potente. 189
O tiranno Signore
De’ miseri mortali,
O male, o persuasore
Orribile di mali
Bisogno, e che non spezza
Tua indomita fierezza! 6
Di valli adamantini
Cinge i cor la virtude:
Ma tu gli urti e rovini,
E tutto a te si schiude.
Entri, e i nobili affetti
O strozzi od assoggetti. 12
Oltre corri, e fremente
Strappi Ragion dal soglio;
E il regno de la mente
Occupi pien d’orgoglio,
E ti poni a sedere
Tiranno del pensiere. 18
Al misero mortale
Ogni lume s’ammorza:
Ver la scesa del male
Tu lo strascini a forza:
Ei di sè stesso in bando
Va giù precipitando. 24
Con le folgori in mano
La legge alto minaccia;
Ma il periglio lontano
Non scolora la faccia
Di chi senza soccorso
Ha il tuo peso sul dorso. 30
Ahi l’infelice allora
I comun patti rompe;
Ogni confine ignora;
Ne’ beni altrui prorompe;
Mangia i rapiti pani
Con sanguinose mani. 36
Ma quali odo lamenti
E stridor di catene;
E ingegnosi stromenti
Veggo d’atroci pene
Là per quegli antri oscuri
Cinti d’orridi muri? 42
Colà Giustizia armata
Tien giudizii funesti
Su la turba affannata,
Che tu persuadesti
A romper gli altrui dritti
O padre di delitti. 48
Meco vieni al cospetto
Del nume che vi siede.
No, non avrà dispetto
Che tu v’innoltri il piede.
Da lui con lieto volto
Anco il Bisogno è accolto. 54
O ministri di Temi
Le spade sospendete:
Da i pulpiti supremi
Quà l’orecchio volgete.
Chi di voi pietà niega
Al Bisogno che prega? 60
Perdon, dic’ei, perdono
Ai miseri cruciati.
Io son l’autore, io sono
De’ lor primi peccati.
Sia contro a me diretta
La pubblica vendetta. 66
Ma quale a tai parole
Giudice si commove?
Qual dell’umana prole
A pietade si move?
Tu Wirtz uom saggio e giusto
Ne dai l’esempio augusto: 72
Tu cui sì spesso vinse
Dolor de gl’infelici,
Che il Bisogno sospinse
A pôr le rapitrici
Mani nell’altrui parte
O per forza o per arte: 78
E il carcere temuto
Lor lieto spalancasti:
E dando oro ed aiuto,
Generoso insegnasti
Come senza le pene
Il fallo si previene. 84
Aborro in su la scena
Un canoro elefante,
Che si strascina a pena
Su le adipose piante,
E manda per gran foce
Di bocca un fil di voce. 6
Ahi pèra lo spietato
Genitor che primiero
Tentò di ferro armato
L’esecrabile e fiero
Misfatto onde si duole
La mutilata prole. 12
Tanto dunque de’ grandi
Può l’ozioso udito,
Che a’ rei colpi nefandi
Sen corra il padre ardito,
Peggio che fera od angue
Crudel contro al suo sangue? 18
Oh misero mortale
Ove cerchi il diletto?
Ei tra le placid’ale
Di natura ha ricetto:
Là con avida brama
Susurrando ti chiama. 24
Ella femminea gola
Ti offerse, onde soave
L’aere se ne vola
Or acuto ora grave;
E donò forza ad esso
Di rapirti a te stesso. 30
Poi con più aperta strada
Diè a’ maschi poderoso
Petto, onde l’aere cada
Turgido, impetuoso,
Che d’alta meraviglia
Ti sospenda le ciglia. 36
Tu non però contento
De’ suoi doni, prorompi
Contro a lei vïolento,
E le sue leggi rompi;
Cangi gli uomini in mostri,
E lor dignità prostri. 42
Barbara gelosìa
Nel superbo orïente
So che pietà s’obblía
Vêr la misera gente,
Che da lascivo inganno
Assecura il tiranno: 48
E folle rito al nudo
Ultimo Caffro impone
Il taglio atroce e crudo,
Onde al molle garzone
Il decimo funesto
Anno sorge sì presto. 54
Ma a te in mano lo stile
Italo genitore
Pose cura più vile
Del geloso furore:
Te non error ma vizio
Spinge all’atroce ufizio. 60
T’arresta empio! Che fai?
Se tesoro ti preme,
Nel tuo figlio non l’hai?
Con le sue membra insieme,
Empio! il viver tu furi
Ai nepoti venturi. 66
Oh cielo! e tu consenti
D’oro sì cruda fame?
Nè più il foco rammenti
Di Pentapoli infame,
Le cui orribil’opre
Il nero àsfalto copre? 72
Ma del tesor, che aperto
Già ne la mente pingi,
Tu non andrai per certo
Lieto come ti fingi
Padre crudel! Suo dritto
De’ avere il tuo delitto. 78
L’oltraggio, ch’or gli è occulto
Il tuo tradito figlio
Ricorderassi adulto;
Con dispettoso ciglio
Da la vista fuggendo
Del carnefice orrendo. 84
In vano in van pietade
Tu cercherai: chè l’alma
In lui depressa cade
Con la troncata salma,
Ed impeto non trova
Che a virtude la mova. 90
Misero! A lato a i regi
Ei sederà cantando
Fastoso d’aurei fregi;
Mentre tu mendicando
Andrai canuto e solo
Per l’Italico suolo: 96
Per quel suolo, che vanta
Gran riti e leggi e studj;
E nutre infamia tanta,
Che a gli Affricani ignudi,
Benchè tant’alto saglia,
E a i barbari l’agguaglia. 102
Quell’ospite è gentil, che tiene ascoso
Ai molti bevitori
Entro ai dogli paterni il vino annoso
Frutto de’ suoi sudori;
E liberale allora
Sul desco il reca di bei fiori adorno,
Quando i Lari di lui ridenti intorno
Degno straniere onora:
E versata in cristalli empie la stanza
Insolita di Bacco alma fragranza. 10
Tal io la copia che de i versi accolgo
Entro a la mente, sordo
Niego a le brame dispensar del volgo,
Che vien di fama ingordo.
In van l’uomo, che splende
Di beata ricchezza, in van mi tenta
Sì che il bel suono de le lodi ei senta,
Che dolce al cor discende:
E in van de’ grandi la potenza e l’ombra
Di facili speranze il sen m’ingombra. 20
Ma quando poi sopra il cammin dei buoni
Mi comparisce innanti
Alma, che ornata di suoi propri doni
Merta l’onor dei canti,
Allor da le segrete
Sedi del mio pensiero escono i versi,
Atti a volar di viva gloria aspersi
Del tempo oltra le mete;
E donator di lode accorto e saggio
Io ne rendo al valor debito omaggio. 30
Ed or che la risorta insubre Atene,
Con strana meraviglia,
Le lunghe trecce a coronar ti viene,
O di Pallade figlia,
Io rapito al tuo merto,
Fra i portici solenni e l’alte menti
M’innoltro, e spargo di perenni unguenti
Il nobile tuo serto:
Nè mi curo se ai plausi, onde vai nota,
Pinge ingenuo rossor tua casta gota. 40
Ben so, che donne valorose e belle
A tutte l’altre esempio
Veggon splender lor nomi a par di stelle
D’eternità nel tempio:
E so ben che il tuo sesso
Tra gli ufizi a noi cari e l’umil’arte
Puote innalzarsi, e ne le dotte carte
Immortalar sè stesso.
Ma tu gisti colà, Vergin preclara,
Ove di molle piè l’orma è più rara. 50
Sovra salde colonne antica mole
Sorge augusta e superba,
Sacra a colei, che dell’umana prole,
Frenando, i dritti serba.
Ivi la Dea si asside
Custodendo del vero il puro foco;
Ivi breve sul marmo in alto loco
Il suo volere incide:
E già da quello stile aureo, sincero
Apprendea la giustizia il mondo intero. 60
Ma d’ignari cultor turbe nemiche
Con temerario piede
Osâro entrar ne le campagne apriche,
Ove il gran tempio siede:
E la serena piaggia
Occuparon così di spini e bronchi,
Che fra i rami intricati e i folti tronchi
A pena il sol vi raggia;
E l’aere inerte per le fronde crebre
V’alza dense all’intorno atre tenèbre. 70
Ben tu di Saffo e di Corinna al pari,
O donne altre famose,
Per li colli di Pindo ameni e varî
Potevi coglier rose:
Ma tua virtù s’irrìta
Ove sforzo virile a pena basta;
E nell’aspro sentier, che al piè contrasta,
Ti cimentasti ardita
Qual già vide ai perigli espor la fronte
Fiere vergini armate il Termodonte. 80
Or poi, tornando dall’eccelsa impresa,
Qui sul dotto Tesino
Scoti la face al sacro foco accesa
Del bel tempio divino:
E dall’arguta voce
Tal di raro saper versi torrente,
Che il corso a seguitar de la tua mente
Vien l’applauso veloce,
Abbagliando al fulgor de’ raggi tui
La invidia, che suol sempre andar con lui. 90
Chi può narrar qual dal soave aspetto
E da’ verginei labri
Piove ignoto finora almo diletto
Su i temi ingrati e scabri?
Ecco la folta schiera
De’ giovani vivaci a te rivolta
Vede sparger di fior, mentre t’ascolta,
Sua nobile carriera:
E al novo esempio de la tua tenzone
Sente aggiugnersi al fianco acuto sprone. 100
Ai detti al volto a la grand’alma espressa
Ne’ fulgid’occhi tuoi
Ognun ti credería Temide stessa,
Che rieda oggi fra noi:
Se non che Oneglia, altrice
Nel fertil suolo di palladii ulivi,
Alza ai trionfi tuoi gridi giulivi;
E fortunata dice:
Dopo il gran Doria, a cui died’io la culla,
È il mio secondo sol questa fanciulla. 110
E il buon parente, che su l’alte cime
Di gloria oggi ti mira,
A forza i moti del suo cor comprime,
E pur con sè s’adira,
Ma poi cotanto è grande
La piena del piacer, che in sen gli abbonda,
Che l’argin di modestia alfine innonda,
E fuor trabocca e spande:
E anch’ei col pianto, che celar desía,
Grida tacendo: questa figlia è mia. 120
Ma dal cimento glorïoso e bello
Tanto stupore è nato,
Che già reca per te premio novello
L’erudito Senato.
Già vien su le tue chiome
Di lauro a serpeggiar fronda immortale:
E fra lieto tumulto in alto sale
Strepitoso il tuo nome;
E il tuo sesso leggiadro a te dà lode
De’ novi onori, onde superbo ei gode. 130
Oh amabil sesso, che su l’alme regni
Con sì possente incanto,
Qual’alma generosa è che si sdegni
Del novello tuo vanto?
La tirannia virile
Frema, e ti miri a gli onorati seggi
Salir togato, e de le sacre leggi
Interprete gentile,
Or che d’Europa ai popoli soggetti
Fin dall’alto dei troni anco le detti. 140
Tu sei, che di ragione il dolce freno
Sul forte Russo estendi;
Tu che del chiaro Lusitan nel seno
L’antico spirto accendi.
Per te Insubria beata,
Per te Germania è gloriosa e forte;
Tal che al favor de le tue leggi accorte
Spero veder tornata
L’età dell’oro, e il viver suo giocondo,
Se tu governi, ed ammaestri il mondo. 150
E l’albero medesmo, onde fu colto
Il ramoscel, che ombreggia
A la dotta Donzella il nobil volto,
Convien che a te si deggia.
In esso alta Regina
Tien conversi dal trono i suoi bei rai;
Tal che lieto rinverde, e più che mai
Al cielo s’avvicina.
Quanto è bello a veder che il grato alloro
Doni al sesso di lei pompa e decoro! 160
Ma già la Fama all’impaziente Oneglia
Le rapid’ali affretta;
E gridando le dice: olà, ti sveglia;
E la tua luce aspetta!
L’Insubria, onde romore
Va per mense ospitali ed atti amici,
Sa gli stranieri ancor render felici
Nel calle dell’onore.
Or quai, Vergine illustre, allegri giorni
Ti prepara la patria allor che torni? 170
Pari alla gloria tua per certo a pena
Fu quella, onde si cinse
Colà d’Olimpia nell’ardente arena,
Il lottator che vinse;
Quando tra i lieti gridi
Il guadagnato serto al crin ponea;
E col premio d’onor, che l’uomo bea,
Tornava ai patrii lidi;
E scotendo le corde amiche ai vati
Pindaro lo seguía con gl’Inni alati. 180
È pur dolce in su i begli anni
De la calda età novella
Lo sposar vaga donzella,
Che d’amor già ne ferì. 4
In quel giorno i primi affanni
Ci ritornano al pensiere:
E maggior nasce il piacere
Da la pena che fuggì. 8
Quando il sole in mar declina
Palpitare il cor si sente:
Gran tumulto è ne la mente:
Gran desìo ne gli occhi appar. 12
Quando sorge la mattina
A destar l’aura amorosa,
Il bel volto de la sposa
Si comincia a contemplar. 16
Bel vederla in su le piume
Riposarsi al nostro fianco,
L’un de’ bracci nudo e bianco
Distendendo in sul guancial: 20
E il bel crine oltra il costume
Scorrer libero e negletto;
E velarle il giovin petto,
Ch’or discende or alto sal. 24
Bel veder de le due gote
Sul vivissimo colore
Splender limpido madore,
Onde il sonno le spruzzò: 28
Come rose ancora ignote
Sovra cui minuta cada
La freschissima rugiada,
Che l’aurora distillò. 32
Bel vederla all’improvviso
I bei lumi aprire al giorno;
E cercar lo sposo intorno,
Di trovarlo incerta ancor: 36
E poi schiudere il sorriso
E le molli parolette
Fra le grazie ingenue e schiette
De la brama e del pudor. 40
O Garzone, amabil figlio
Di famosi e grandi eroi,
Sul fiorir de gli anni tuoi
Questa sorte a te verrà. 44
Tu domane aprendo il ciglio
Mirerai fra i lieti lari
Un tesor, che non ha pari
E di grazia e di beltà. 48
Ma, ohimè, come fugace
Se ne va l’età più fresca,
E con lei quel che ne adesca
Fior sì tenero e gentil! 52
Come presto a quel che piace
L’uso toglie il pregio e il vanto;
E dileguasi l’incanto
De la voglia giovanil! 56
Te beato in fra gli amanti,
Che vedrai fra i lieti lari
Un tesor, che non ha pari
Di bellezza e di virtù! 60
La virtù guida costanti
A la tomba i casti amori,
Poi che il tempo invola i fiori
De la cara gioventù. 64
Volano i giorni rapidi
Del caro viver mio:
E giunta in sul pendío
Precipita l’età. 4
Le belle, oh dio, che mentono
Han lingua così presta
Sol mi ripeton questa
Ingrata verità. 8
Con quelle occhiate mutole
Con quel contegno avaro
Mi dicono assai chiaro:
Noi non siam più per te. 12
E fuggono e folleggiano
Tra gioventù vivace;
E rendonvi loquace
L’occhio la mano e il piè. 16
Che far? Degg’io di lagrime
Bagnar per questo il ciglio?
Ah no; miglior consiglio
È di godere ancor. 20
Se già di mirti teneri
Colsi mia parte in Gnido,
Lasciamo che a quel lido
Vada con altri Amor. 24
Volgan le spalle candide
Volgano a me le belle:
Ogni piacer con elle
Non se ne parte alfin. 28
A Bacco e all’Amicizia
Sacro i venturi giorni.
Cadano i mirti; e s’orni
D’ellera il misto crin. 32
Che fai su questa cetera,
Corda, che amor sonasti?
Male al tenor contrasti
Del novo mio piacer? 36
Or di cantar dilettami
Tra’ miei giocondi amici,
Augurj a lor felici
Versando dal bicchier. 40
Fugge la instabil Venere
Con la stagion de’ fiori:
Ma tu Lièo ristori
Quando il dicembre uscì. 44
Amor con l’età fervida
Convien che si dilegue;
Ma l’amistà ne segue
Fino a l’estremo dì. 48
Le belle, ch’or s’involano
Schife da noi lontano,
Verranci allor pian piano
Lor brindisi ad offrir. 52
E noi compagni amabili
Che far con esse allora?
Seco un bicchiere ancora
Bevere, e poi morir. 56
Qual fra le mense loco
Versi otterranno, che da nobil vena
Scendano; e all’acre foco
Dell’arte imponga la sottil Camena,
Meditante lavoro,
Che sia di nostra età pregio e decoro? 6
Non odi alto di voci
I convitati sollevar tumulto,
Che i Centauri feroci
Fa rammentar, quando con empio insulto
All’ospite di liti
Sparsero e guerra i nuziali riti? 12
V’ha chi al negato Scaldi
Con gli abeti di Cesare veleggia;
E la vast’onda e i saldi
Muri sprezzati, già nel cor saccheggia
De’ Batavi mercanti
Le molto di tesoro arche pesanti. 18
A Giove altri l’armata
Destra di fulmin spoglia; ed altri a volo
Sopra l’aria domata
Osa portar novelle genti al polo.
Tal sedendo confida
Ciascuno; e sua ragion fa delle grida. 24
Vincere il suon discorde
Speri colui che di clamor le folli
Mènadi, allor che lorde
Di mosto il viso balzan per li colli,
Vince; e, con alta fronte,
Gonfia d’audace verso inezie conte. 30
O gran silenzio intorno
A sè vanti compor Fauno procace,
Se del pudore a scorno
Annunzia carme onde ai profani piace;
Da la cui lubric’arte
Saggia matrona vergognando parte. 36
Orecchio ama placato
La musa e mente arguta e cor gentile.
Ed io, se a me fia dato
Ordir mai su la cetra opra non vile,
Non toccherò già corda
Ove la turba di sue ciance assorda. 42
Ben de’ numeri miei
Giudice chiedo il buon cantor, che destro
Punse i costumi rei
Di Tullio i casi; ed or, novo maestro
A far migliori i tempi,
Gli scherzi usa del Frigio e i propri esempi. 48
O te Paola, che il retto
E il bello atta a sentir formâro i Numi;
Te, che il piacer concetto
Mostri dolce intendendo i duo bei lumi,
Onde spira calore
Soavemente periglioso al core. 54
Quando Orïon dal cielo
Declinando imperversa;
E pioggia e nevi e gelo
Sopra la terra ottenebrata versa, 4
Me spinto ne la iniqua
Stagione, infermo il piede,
Tra il fango e tra l’obliqua
Furia de’ carri la città gir vede; 8
E per avverso sasso
Mal fra gli altri sorgente,
O per lubrico passo
Lungo il cammino stramazzar sovente. 12
Ride il fanciullo; e gli occhi
Tosto gonfia commosso,
Che il cubito o i ginocchi
Me scorge o il mento dal cader percosso. 16
Altri accorre; e: « oh infelice
E di men crudo fato
Degno vate! » mi dice;
E seguendo il parlar, cinge il mio lato 20
Con la pietosa mano;
E di terra mi toglie;
E il cappel lordo e il vano
Baston dispersi ne la via raccoglie: 24
Te ricca di comune
Censo la patria loda;
Te sublime, te immune
Cigno da tempo che il tuo nome roda 28
Chiama gridando intorno;
E te molesta incíta
Di poner fine al Giorno,
Per cui cercato a lo stranier ti addita. 32
Ed ecco il debil fianco
Per anni e per natura
Vai nel suolo pur anco
Fra il danno strascinando e la paura: 36
Nè il sì lodato verso
Vile cocchio ti appresta,
Che te salvi a traverso
De’ trivii dal furor de la tempesta. 40
Sdegnosa anima! prendi
Prendi novo consiglio,
Se il già canuto intendi
Capo sottrarre a più fatal periglio. 44
Congiunti tu non hai,
Non amiche, non ville,
Che te far possan mai
Nell’urna del favor preporre a mille. 48
Dunque per l’erte scale
Arrampica qual puoi;
E fa gli atrii e le sale
Ogni giorno ulular de’ pianti tuoi. 52
O non cessar di pórte
Fra lo stuol de’ clienti,
Abbracciando le porte
De gl’imi, che comandano ai potenti; 56
E lor mercè penètra
Ne’ recessi de’ grandi;
E sopra la lor tetra
Noia le facezie e le novelle spandi. 60
O, se tu sai, più astuto
I cupi sentier trova
Colà dove nel muto
Aere il destin de’ popoli si cova; 64
E fingendo nova esca
Al pubblico guadagno,
L’onda sommovi, e pesca
Insidioso nel turbato stagno. 68
Ma chi giammai potría
Guarir tua mente illusa,
O trar per altra via
Te ostinato amator de la tua Musa? 72
Lasciala: o, pari a vile
Mima, il pudore insulti,
Dilettando scurrile
I bassi genj dietro al fasto occulti. 76
Mia bile, al fin costretta
Già troppo, dal profondo
Petto rompendo, getta
Impetuosa gli argini; e rispondo: 80
« Chi sei tu, che sostenti
A me questo vetusto
Pondo, e l’animo tenti
Prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto. 84
Buon cittadino, al segno
Dove natura e i primi
Casi ordinâr, lo ingegno
Guida così, che lui la patria estimi. 88
Quando poi d’età carco
Il bisogno lo stringe,
Chiede opportuno e parco
Con fronte liberal, che l’alma pinge. 92
E se i duri mortali
A lui voltano il tergo,
Ei si fa, contro ai mali,
Della costanza sua scudo ed usbergo. 96
Nè si abbassa per duolo,
Nè s’alza per orgoglio. »
E ciò dicendo, solo
Lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio. 100
Così, grato ai soccorsi,
Ho il consiglio a dispetto;
E privo di rimorsi,
Col dubitante piè torno al mio tetto. 104
Odi Alcone il muggito
Nell’alto mar de la crudel tempesta
E la folgor funesta,
Che con tuono infinito
Scoppia da lungi, e rimbombar fa il lito. 5
Ahimè miseri legni,
Che cupidigia e ambizion sospinse;
E facil’aura vinse
Per li mobili regni
Lor speme a sciorre oltre gli Erculei segni! 10
Altro sperò giocondo
Tornar da ignote prezïose cave;
E d’oro e gemme grave
Opprimer col suo pondo
De la spiaggia nativa il basso fondo. 15
Credeva altro d’immani
Mostri oleosi preda far nell’alto;
Altro feroce assalto
Dare a gli abeti estrani,
E dell’altrui tesoro empier suoi vani. 20
Ma il tuono e il vento e l’onda
Terribilmente agita tutti e batte;
Nè le vele contratte
Nè da la doppia sponda
Il forte remigar, l’urto che abbonda 25
Vince nè frena. E in tanto
Serpendo incendïoso il fulmin fischia:
E fra l’orribil mischia
De’ venti e il buio manto
Del cielo, ognun paventa essere infranto. 30
E già più l’un non puote
L’alto durar tormento: uno al destino
Fa contrario cammino;
Un contro all’aspra cote
Di cieco scoglio il fianco urta e percote: 35
E quale il flutto avverso
Beve già rotto: e qual del multiforme
Monte dell’acque enorme
Sopra di lui riverso
Cede al gran peso; e alfin piomba sommerso. 40
Alcon, non ti rammenti
Quel che superbo per ornata prora
Veleggiava finora,
Di purpurei lucenti
Segni ingombrando gli alberi potenti? 45
A quello d’ambo i lati
Ignivome s’aprìan di bronzo bocche;
Onde pari a le rôcche
Forza sprezzava e agguati
D’abete o pin contro al suo corso armati. 50
E l’onde allettatrici
Stendeansi piane a lui davanti; e ai grembi
Fregiati d’aurei lembi
De’ canapi felici
Spiravan ostinati i venti amici; 55
Mentre Glauco e i Tritoni
Pur con le braccia lo spingean più forte,
E da le conche torte
Lusingavano i buoni
Augurii intorno a lui con alti suoni. 60
E lungo i pinti banchi
Le Dee del mar sparse le chiome bionde
Carolavan per l’onde,
Che lucide su i bianchi
Dorsi fuggian strisciando e sopra i fianchi. 65
Fra tanto, senza alcuno
Il beato nocchier timor che il roda,
Dall’alto de la proda
Al mattin primo e al bruno
Vespro così cantava inni a Nettuno: 70
« A te sia lode o nume,
Di cui son l’opre ognor potenti e grandi,
O se nel suol ti spandi
Con le fuggenti spume
O di Cinzia t’innalzi al chiaro lume! 75
Tu col tridente altero
Al tuo piacer la terra ampia dividi;
Tu fra gli opposti lidi
Del duplice emispero
Scorrevole a i mortali apri sentiero. 80
Rota per te le nuove
Con subitaneo piè veci Fortuna:
E quello, che con una
Occhiata il tutto move,
Non è di te maggior superno Giove. » 85
Tale adulava. Or mira
Or mira, Alcon, come del porto in faccia,
Lungi dal porto il caccia
Nettuno stesso; e a dira
Sorte con gli altri lo trasporta e aggira! 90
E la ricchezza imposta
Indi con la tornante onda ritoglie;
E le lacere spoglie
Ne gitta, e la scomposta
Mole a traverso dell’arida costa. 95
Ahi qual furore il mena
Pur contra noi d’ogni avarizia schivi,
Che sotto a i sacri ulivi
Radendo quest’arena
Peschiam canuti con duo remi a pena! 100
Alcon, che più s’aspetta?
Ecco il turbine rio, che omai n’è sopra.
Lascia che il flutto copra
La sdrucita barchetta;
E noi nudi salvianci al sasso in vetta. 105
O giovanetti, piante
Ponete in terra; qui pomi inserite;
Qui gli armenti nodrite
Sotto a le leggi sante
De la natura in suo voler costante. 110
Qui semplici a regnare;
Qui gli utili prendete a ordir consigli;
Nè fidate de’ figli
La sorte, o de le care
Spose, a l’arbitrio del volubil mare. 115
Te con le rose ancora
Della felice gioventù nel volto
Vidi e conobbi, ahi tolto
Sì presto a noi da la fatal tua ora
O di suoni divini
Pur dianzi egregio trovator Sacchini! 6
Maschia beltà fiorìa
Nell’alte membra; dai vivaci lumi
Splendido di costumi
E di soavi affetti indizio uscía:
Il labbro era potente
Dell’animo lusinga e de la mente. 12
All’armonico ingegno
Quante volte fe’ plauso, e vinta poi
Da gli altri pregi tuoi
Male al tenero cor pose ritegno
Damigella immatura,
O matrona di sè troppo secura! 18
Ma perfido o fastoso
Te giammai non chiamò tardi pentita:
Nè d’improvviso uscita
Madre sgridò nè furibondo sposo,
Te ingenuo e del procace
Rito de’ tuoi non facile seguace. 24
Amò de’ bei concenti
Empier la tromba sua poscia la Fama;
Tal che d’emula brama
Arser per te le più lodate genti
Che Italia chiuda, o l’Alpe
Da noi rimova, o pur l’Erculea Calpe. 30
E spesso a breve oblio
La da lui declinante in novo impero
Il Britanno severo
America lasciò: tanto il rapío,
Non avveduto ai tristi
Casi, l’arguzia onde i tuoi modi ordisti. 36
O, se la tua dal mare
Arte poi venne a popol più faceto,
Nel teatro inquïeto
Tacquer le ardenti musicali gare;
E in te sol uno immoti
Stetter dei cori e de l’orecchio i voti: 42
Poi che da’ tuoi pensieri
Mirabile di suoni ordin si schiuse,
Che per l’aere diffuse
Non peranco al mortal noti piaceri;
O se tu amasti vanto
Dare a i mobili plettri, o pure al canto. 48
Fra la scenica luce
Ben più superbi strascinaron gli ostri
I prezïosi mostri,
Che l’Italo crudele ancor produce;
E le avare sirene
Gravi a l’alme sperâro impor catene; 54
Quando su le sonore
Labbra di lor tuo nobil estro scese;
E novi accenti apprese
Delle regali vergini al dolore,
O ne’ tragici affanni
Turbò di modulate ire i tiranni. 60
Ma tu, del non virile
Gregge sdegnando i folli orgogli e l’oro,
Innalzasti il decoro
Della bell’arte tua, spirto gentile,
Di liberi diletti
Sol avido bear gli umani petti. 66
Nè, se talor converse
La non cieca Fortuna a te il suo viso,
E con lieto sorriso
Fulgido di tesoro il lembo aperse,
Indivisi a gli amici
I doni a te di lei parver felici. 72
Ahi credeva a le belle
Sue spiagge Italia rivederti alfine,
Coronandoti il crine
Le già cresciute a lei fresche donzelle,
Use di te le lodi
Ascoltar da le madri e i dolci modi! 78
Ed ecco l’atra mano
Alzò colei, cui nessun pregio move;
E te, cercante nuove
Grazie lungo il sonoro ebano in vano,
Percosse; e di famose
Lagrime oggetto in su la Senna pose. 84
Nè gioconde pupille
Di cara donna, nè d’amici affetto,
Che tante a te nel petto
Valean di senso ad eccitar faville,
Più desteranno arguto
Suono dal cener tuo per sempre muto. 90
In vano in van la chioma
Deforme di canizie,
E l’anima già doma
Dai casi, e fatto rigido
Il senno dall’età, 5
Si crederà che scudo
Sien contro ad occhi fulgidi
A mobil seno a nudo
Braccio e all’altre terribili
Arme della beltà. 10
Gode assalir nel porto
La contumace Venere;
E, rotto il fune e il torto
Ferro, rapir nel pelago
Invecchiato nocchier; 15
E per novo periglio
Di tempeste, all’arbitrio
Darlo del cieco figlio,
Esultando con perfido
Riso del suo poter. 20
Ecco me di repente,
Me stesso, per l’undecimo
Lustro di già scendente,
Sentii vicino a porgere
Il piè servo ad amor: 25
Benchè gran tempo al saldo
Animo in van tentassero
Novello eccitar caldo
Le lusinghiere giovani
Di mia patria splendor. 30
Tu dai lidi sonanti
Mandasti, o torbid’Adria,
Chi, sola, de gli amanti
Potea tornarmi a i gemiti
E al duro sospirar; 35
Donna d’incliti pregi
Là fra i togati principi,
Che di consigli egregi
Fanno l’alta Venezia
Star libera sul mar. 40
Parve, a mirar, nel volto
E ne le membra Pallade,
Quando, l’elmo a sè tolto,
Fin sopra il fianco scorrere
Si lascia il lungo crin: 45
Se non che a lei dintorno
Le volubili grazie
Dannosamente adorno
Rendeano ai guardi cupidi
L’almo aspetto divin. 50
Qual, se parlando, eguale
A gigli e rose il cubito
Molle posava? Quale,
Se improvviso la candida
Mano porgea nel dir? 55
E a le nevi del petto,
Chinandosi da i morbidi
Veli non ben costretto,
Fiero dell’alme incendio!,
Permetteva fuggir? 60
In tanto il vago labro,
E di rara facondia
E d’altre insidie fabro,
Gìa modulando i lepidi
Detti nel patrio suon. 65
Che più? Da la vivace
Mente lampi scoppiavano
Di poetica face,
Che tali mai non arsero
L’amica di Faon; 70
Nè quando al coro intento
De le fanciulle Lesbie
L’errante vïolento
Per le midolle fervide
Amoroso velen; 75
Nè quando lo interrotto
Dal fuggitivo giovane
Piacer cantava, sotto
A la percossa cetera
Palpitandole il sen. 80
Ahimè quale infelice
Giogo era pronto a scendere
Su la incauta cervice,
S’io nel dolce pericolo
Tornava il quarto dì! 85
Ma con veloci rote
Me, quantunque mal docile,
Ratto per le remote
Campagne il mio buon Genio
Opportuno rapì. 90
Tal che in tristi catene
Ai garzoni ed al popolo
Di giovanili pene
Io canuto spettacolo
Mostrato non sarò. 95
Bensì, nudrendo il mio
Pensier di care immagini,
Con soave desio
Intorno all’onde Adriache
Frequente volerò. 100
Se robustezza ed oro
Utili a far cammino il ciel mi desse,
Vedriansi l’orme impresse
De le rote, che lievi al par di Coro
Me porterebbon, senza
Giammai posarsi, a la gentil Vicenza; 6
Onde arguta mi viene
E penetrante al cor voce di donna,
Che vaga e bella in gonna,
Dell’altro sesso anco le glorie ottiene;
Fra le Muse immortali
Con fortunato ardir spiegando l’ali. 12
E da gli occhi di lei
Oltre lo ingegno mio fatto possente,
Rapido da la mente
Accesa il desïato inno trarrei,
Colui ponendo segno
Che de gli onori tuoi, Vicenza, è degno. 18
Che dissi? Abbian vigore
Di membra quei che morir denno ignoti;
E sordidi nipoti
Spargan d’avi lodati aureo splendore.
Noi delicati, e nudi
Di tesor, che nascemmo ai sacri studî, 24
Noi, quale in un momento
Da mosso speglio il suo chiaror traduce
Riverberata luce,
Senza fatica in cento parti e in cento,
Noi per monti e per piani
L’agile fantasia porta lontani. 30
Salute a te, salute
Città, cui da la Berica pendice
Scende la copia, altrice
De’ popoli, coperta di lanute
Pelli e di sete bionde,
Cingendo al crin con spiche uve gioconde. 36
A te d’aere vivace
A te il ciel di salubri acque fe’ dono.
Caro tuo pregio sono
Leggiadre donne, e giovani a cui piace
Ad ogni opra gentile
L’animo esercitar pronto e sottile. 42
Il verde piano e il monte,
Onde sì ricca sei, caccian la infame
Necessità, che brame
Cova malvage sotto al tetro fronte;
Mentre tu l’arti opponi
All’ozio vil corrompitor de’ buoni. 48
E lungi da feroce
Licenza e in un da servitude abbietta,
Ne vai per la diletta
Strada di libertà dietro a la voce,
Onde te stessa reggi,
De’ bei costumi tuoi, de le tue leggi: 54
Leggi che fin dagli anni
Prischi non tolse il domator Romano;
Nè cancellâr con mano
Sanguinolenta i posteri tiranni;
Fin che il Lione altero
Te amica aggiunse al suo pacato impero. 60
E quei mutar non gode
Il consueto a te ordin vetusto;
Ma generoso e giusto
Vuol che ne venga vindice e custode
Al varïar de’ lustri
Fresco valor degli ottimati illustri. 66
Ahi! quale a me di bocca
Fugge parlar, che te nel cor percote,
A cui già su le gote
Con le lagrime sparso il duol trabocca,
E par che solo un danno
Cotanti beni tuoi volga in affanno! 72
Lassa! davanti al tempio
Che sul tuo colle tanti gradi sale,
Supplicavi che uguale
A un secol fosse, con novello esempio,
Il quinquennio sperato
Quando l’inclito Gritti a te fu dato. 78
Ed ecco, a pena lieto
Sopra l’aureo sentier battea le penne,
A fulminarlo venne
Repentino cadendo alto decreto,
Che, quasi al vento foglie,
Ogni speranza tua dissipa e toglie. 84
E qual dall’anelante
Suo sen divelto innanzi tempo vede
Lungi volgere il piede
Nova tenera sposa il caro amante,
Che tromba e gloria avita
Per la patria salute altronde invita; 90
Così l’eroe tu miri
Da te partirsi; e di te stessa in bando,
Vedova afflitta errando
E di querele empiendo e di sospiri
I fôri ed i teatri
E le vie già sì belle e i ponti e gli atrî 96
E i templi a le divine
Cure sagrati, che di te sì degni,
De’ tuoi famosi ingegni
Ahimè! l’arte non pose a questo fine,
Altro più ben non godi
Che tra gli affanni tuoi cantar sue lodi. 102
Non già perch’ei non porse
Le mani a l’oro o a le lusinghe il petto;
Nè sopra l’equo e il retto
Con l’arbitro voler giammai non sorse;
Nè le fidate a lui
Spada o lanci detorse in danno altrui. 108
Vile dell’uomo è pregio
Non esser reo. Costui da i chiari apprese
Atavi donde scese,
D’alte glorie a infiammar l’animo egregio,
E a gir dovunque in forme
Più insigni de’ miglior splendano l’orme. 114
Chi sì benigno e forte
Di Temide impugnò l’util flagello?
O chi pudor sì bello
Diede all’augusta autorità consorte?
O con sì lene ciglio
Fe’ l’imperio di lei parer consiglio? 120
Davanti a più maturo
Giudizio le civili andar fortune,
O starsene il comune
Censo in maggior frugalità securo,
Quando giammai si vide
Ovunque il giusto le sue norme incide? 126
Al veder lince, al provveder fu pardo;
Ei del popolo al guardo
Gli arcani altrui, non sè medesmo ascose;
Nè occulto orecchio sciolse,
Ma solenne tra i fasci il vero accolse. 132
Ei gli audaci repressi
Tenne con l’alma dignità del viso;
Ei con dolce sorriso,
Poi che del grado a sollevar gli oppressi
Tutto il poter consunse,
A la giustizia i beneficii aggiunse. 138
E tal suo zelo sparse,
Che grande a i grandi, al cittadino pari,
Uom comune ai volgari,
Rettor, giudice, padre, a tutti apparse;
Destando in tutti, estreme
Cose, amicizia e riverenza insieme. 144
Ben chiamarsi beata
Può fra povere balze e ghiacci e brume,
Gente cui sia dal nume
Simil virtude a preseder mandata.
Or qual fu tua ventura,
Città, cui tanto il ciel ride e natura! 150
Ma balsamo, che tolto
Vien di sotterra, e s’apre al chiaro giorno,
Subitamente intorno
Con eterea fragranza erra disciolto;
Tal che il senso lo ammira,
E ognun di possederne arde e sospira. 156
Quale stupor, se brama
Del nobil figlio al gran Senato nacque;
E repente, fra l’acque
Onde lungi provvede, a sè il richiama?
Di tanto senno ai raggi
Voti non sorser mai, altro che saggi. 162
Non vedi quanti aduna
Ferri e fochi su l’onda e su la terra
Vasto mostro di guerra,
Che tre Imperi commette a la Fortuna;
E con terribil faccia
Anco l’altrui securità minaccia? 168
Or convien che s’affretti,
Cotanto a le superbe ire vicina,
Del mar l’alta Regina
Il suo fianco a munir d’uomini eletti,
Ov’ardan le sublimi
Anime di color che opposer primi 174
Al rio furore esterno
Il valor la modestia ed i consigli;
E dai miseri esigli
Fecer l’Adria innalzarsi a soglio eterno;
E sonar con preclare
Opre del nome lor la terra e il mare. 180
Godi, Vicenza mia,
Che il Gritti a fin sì glorioso or vola:
E il tuo dolor consola,
Mirando qual segnò splendida via
Co’ brevi esempi suoi
Alla virtù di chi verrà da poi. 186
Queste, che il fero Allobrogo
Note piene d’affanni
Incise col terribile
Odiator de’ tiranni
Pugnale, onde Melpomene
Lui fra gl’Itali spirti unico armò; 6
Come oh come a quest’animo
Giungon soavi e belle,
Or che la stessa Grazia
A me di sua man dielle,
Dal labbro sorridendomi,
E dalle luci, onde cotanto può! 12
Me per l’urto e per l’impeto
De gli affetti tremendi,
Me per lo cieco avvolgere
De’ casi, e per gli orrendi
Dei gran re precipizii,
Ove il coturno camminando va, 18
Segue tua dolce immagine,
Amabil donatrice,
Grata spirando ambrosia
Su la strada infelice;
E in sen nova eccitandomi
Mista al terrore acuta voluttà: 24
O sia che a me la fervida
Mente ti mostri, quando
In divin modi, e in vario
Sermon, dissimulando,
Versi d’ingegno copia
E saper che lo ingegno almo nodrì: 30
O sia quando spontaneo
Lepor tu mesci a i detti;
E di gentile aculeo
Altrui pungi e diletti
Mal cauto da le insidie,
Che de’ tuoi vezzi la natura ordì. 36
Caro dolore, e specie
Gradevol di spavento
È mirar finto in tavola
E squallido e di lento
Sangue rigato il giovane
Che dal crudo cinghiale ucciso fu: 42
Ma sovra lui se pendere
La madre de gli amori,
Cingendol con le rosee
Braccia si vede, i cori
Oh quanto allor si sentono
Da giocondo tumulto agitar più! 48
Certo maggior, ma simile
Fra le torbide scene
Senso in me desta il pingermi
Tue sembianze serene;
E all’atre idee contessere
I bei pregi, onde sol sei pari a te. 54
Ben porteranno invidia
A’ miei novi piaceri
Quant’altri a scorrer prendano
I volumi severi.
Che far, se amico genio
Sì amabil donatrice a lor non diè? 60
Parco di versi tessitor ben fia
Che me l’Italia chiami;
Ma non sarà che infami
Taccia d’ingrato la memoria mia.
Vieni o Cetra al mio seno;
E canto illustre al buon Durini sciogli,
Cui di fortuna dispettosi orgogli
Duro non stringon freno;
Sì che il corso non volga ovunque ei sente
Non ignobil favilla arder di mente. 10
Me pur dall’ombra de’ volgari ingegni
Tolse nel suo pensiero;
E con benigno impero
Collocò repugnante in fra i più degni.
Me fatto idolo a lui
Guatò la Invidia con turbate ciglia;
Mentre in tanto splendor gran meraviglia
A me medesmo io fui:
E sdegnoso pudore il cor mi punse,
Che all’alta cortesia stimoli aggiunse. 20
Solenne offrir d’ambizïose cene,
Onde frequente schiera
Sazia si parta e altera,
Non è il favor di che a bearmi ei viene.
Mortale, a cui la sorte
Cieco diede versar d’enormi censi,
Sol di tai fasti celebrar sè pensi
E la turba consorte.
Chi sovra l’alta mente il cor sublima
Meglio sè stesso e i sacri ingegni estima. 30
Cetra il dirai; poi che a mostrarsi grato,
Fuor che fidar nell’ali
De la fama immortali,
Non altro mezzo all’impotente è dato.
Quei, che al fianco de’ regi
Tanto sparse di luce e tanto accolse
Fin che le chiome de la benda involse
Premio di fatti egregi,
A me, che l’orma umíl tra il popol segno,
Scender dall’alto suo non ebbe a sdegno. 40
E spesso i Lari miei, novo stupore!
Vider l’ostro romano
Riverberar nel vano
Dell’angusta parete almo fulgore;
E di quell’ostro avvolti
Vider natia bontà, clemente affetto,
Ingenui sensi, nel vivace aspetto
Alteramente scolti,
E quanti alma gentil modi ha più rari,
Onde fortuna ad esser grande impari. 50
Qual nel mio petto ancor siede costante
Di quel dì rimembranza,
Quando in povera stanza
L’alta forma di lui m’apparve innante!
Sirio feroce ardea:
Ed io, fra l’acque in rustic’urna immerso,
E a le Naiadi belle umil converso,
Oro non già chiedea
Che a me portasser dall’alpestre vena,
Ma te, cara salute, al fin serena. 60
Ed ecco, i passi a quello dio conforme
Cui finse antico grido
Verso il materno lido
Dal Xanto ritornar con splendid’orme,
Ei venne; e al capo mio
Vicin si assise; e da gli ardenti lumi
E da i novi spargendo atti e costumi
Sovra i miei mali oblio,
A me di me tali degnò dir cose;
Che tenerle fia meglio al vulgo ascose. 70
Io del rapido tempo in vece a scorno
Custodirò il momento,
Ch’ei con nobil portento
Ruppe lo stuol, che a lui venía d’intorno;
E solo accorse; e ratto,
Me, nel sublime impazïente cocchio
Per la negata ohimè forza al ginocchio
Male ad ascender atto,
Con la man sopportò, lucidi dardi
Di sacre gemme sparpagliante a i guardi. 80
Come la Grecia un dì gl’incliti figli
Di Tindaro credette
Agili su le vette
De le navi apparir pronti a i perigli;
E di felice raggio
Sfavillando il bel crin biondo e le vesti,
Curvare i rosei dorsi; e le celesti
Porger braccia, coraggio
Dando fra l’alte minaccianti spume
Al trepido nocchier caro al lor nume: 90
Tale in sembianti ei parve oltra il mortale
Uso benigni allora;
Onde quell’atto ancora
Di giocondo tumulto il cor m’assale:
Chè la man, ch’io mirai
Dianzi guidar l’amata genitrice,
Ahi prima del morir tolta infelice
Del sole a i vaghi rai,
E tolta dal veder per lei dal ciglio
Sparger lagrime illustri il caro figlio; 100
Quella man, che gran tempo a lato a i troni
Onde frenato è il mondo,
Di consiglio profondo
Carte seppe notar propizie a i buoni;
Quella che, mentre ei presse
De le chiare provincie i sommi seggi,
Grate al popol donò salubri leggi;
Quella il mio fianco resse
Insigne aprendo a la fastosa etade
Spettacol di modestia e di pietade. 110
Uomo, a cui la natura e il ciel diffuse
Voglie nel cor benigne,
Qualor desio lo spigne
L’arti a seguir de le innocenti Muse,
Il germe in lui nativo
Con lo aggiunto vigor molce ed affina,
Pari a nobile fior, cui cittadina
Mano in tiepido clivo
Educa e nutre, e da più ricche foglie
Cara copia d’odori all’aria scioglie. 120
Costui, se poi dintorno a sè conteste
D’onori e di fortuna
Fulgide pompe aduna,
Pregiate allor che a la virtù son veste,
Costui de’ proprii tetti
Suo ritroso favor già non circonda;
Ma con pubblica luce esce e ridonda
Sopra gl’ingegni eletti,
Destando ardor per le lodevol’opre,
Che le genti e l’età di gloria copre. 130
Non va la mente mia lungi smarrita
Co’ versi lusinghieri;
Ma per varii sentieri
Dell’inclito Durin l’indole addita:
E, come falco ordisce
Larghi giri nel ciel volto a la preda,
Tal, benchè vagabondo altri lo creda,
Me il mio canto rapisce
A dir com’egli a me davanti egregio
Uditor tacque; ed al Liceo diè pregio. 140
Quando, dall’alto disprezzando i rudi
Tempi a cui tutto è vile
Fuor che lucro servile;
Solo de’ grandi entrar fu visto; e i nudi
Scanni repente cinse
De’ lucidi spiegati ostri sedendo;
E al giovane drappel, che a lui sorgendo
Di bel pudor si tinse,
Lene compagno ad ammirar sè diede;
E grande a i detti miei acquistò fede. 150
Onde osai seguitar del miserando
Di Làbdaco nipote
Le terribili note
E il duro fato e i casi atroci e il bando;
Quale all’Attiche genti
Già il finse di colui l’altero carme,
Che la patria onorò trattando l’arme
E le tibie piagnenti;
E de le regie dal destin converse
Sorti, e dell’arte inclito esempio offerse. 160
Simuli quei, che più sè stesso ammira,
Fuggir l’aura odorosa
Che da i labbri di rosa
La bellissima Lode a i petti inspira;
Lode figlia del cielo,
Che mentre a la Virtù terge i sudori,
E soave origlier spande d’allori
A la Fatica e al Zelo,
Nuove in alma gentil forze compone;
E, gran premio dell’opre, al meglio è sprone. 170
Io non per certo i sensi miei scortese
Di stoico superbo
Manto celati serbo,
Se propizia giammai voce a me scese.
Nè asconderò che grata
Ei da le labbra melodia mi porse,
Quando facil per me grazia gli scorse
Da me non lusingata;
Poi che tropp’alto al cor voto s’imprime
D’uom che ingegno e virtudi alzan sublime. 180
Pur, se lice che intero il ver si scopra,
Dirò che più mi piacque
Allor che di me tacque,
E del prisco cantor fe’ plauso all’opra.
Sorser le giovanili
Menti da tanta autorità commosse:
Subita fiamma inusitata scosse
Gli spiriti gentili,
Che con novo stupor dietro a gl’inviti
De la greca beltà corser rapiti. 190
Onde come il cultor, che sopra il grembo
De’ lavorati campi
Mira con fausti lampi
Stendersi repentino estivo nembo;
E tremolar per molta
Pioggia con fresco mormorìo le frondi;
E di novi al suo piè verdi giocondi
Rider la biada folta,
Tal io fui lieto, e nel pensier descrissi
Belle speranze a la mia Insubria, e dissi: 200
Vedrò vedrò da le mal nate fonti
Che di zolfo e d’impura
Fiamma e di nebbia oscura
Scendon l’Italia ad infettar da i monti;
Vedrò la gioventude
I labbri torcer disdegnosi e schivi,
E a i limpidi tornar di Grecia rivi,
Onde natura schiude
Almo sapor, che a sè contrario il folle
Secol non gusta, e pur con laudi estolle. 210
Questi è il Genio dell’arti. Il chiaro foco
Onde tutt’arde e splende
Irrequïeto ei stende
Simile all’alto sol di loco in loco.
Il Campidoglio e Roma
Lui ancor biondo il crine ammirar vide
I supremi del bello esempi e guide,
Che lunga età non doma;
E il concetto fervore e i novi auspicj
Largo versar di Pallade a gli amici. 220
Nè già, benchè per rapida le penne
Strada d’onor levasse,
Da sè rimote o basse
Le prime cure onde fu vago ei tenne:
O se con detti armati
D’integra fede e cor di zelo accenso
Osò l’ardua tentar fra nuvol denso
Mente de i re scettrati;
O se nel popol poi con miti e pure
Man le date spiegò verghe e la scure. 230
Però che dove o fra le reggie eccelse
Loco all’arti divine
O in umili officine
O in case ignote la fortuna scelse,
Ivi amabil decoro
E saggia meraviglia al merto desta
Venne guidando, e largità modesta,
E de le Grazie il coro
Co’ festevoli applausi ora discinti,
Or de’ bei nodi de le Muse avvinti. 240
Anzi, come d’Alcide e di Tesèo
Suona che da le vive
Genti a le inferne rive
L’ardente cortesia scender poteo;
Ed ei così la notte
Ruppe dove l’oblio profondo giace;
E al lieto de la fama aere vivace
Tornò le menti dotte;
E l’opre lor, dopo molt’anni e lustri,
Di sue vigilie allo splendor fe’ illustri. 250
Tal che onorato ancor sul mobil etra
Va del suo nome il suono
Dove il chiaro Polono
Dell’arbitro vicino al fren s’arretra;
Dove il regal Parigi
Novi a sè fati oggi prepara, e dove
L’ombra pur anco del gran Tosco move
Che gli antiqui vestigi
Del saper discoperse, e fèo la chiusa
Valle sonar di così nobil Musa. 260
È ver che, quali entro al lor fondo avito
I Fabrizi e i Cammilli
Tornar godean tranquilli
Pronti sempre del Tebro al sacro invito:
Tal di sè solo ei pago
Lungi dall’aura popolar s’invola;
E mentre il ciel più glorïosa stola
Forse d’ordirgli è vago,
Tra le ville natali e l’aere puro
Da i flutti or sta d’ambizion securo. 270
Ma i cari studî a lui compagni annosi,
E a i popoli ed all’arti
I beneficii sparti
Son del suo corso splendidi riposi.
Vedi ampliarsi alterno
Di moli aspetto ed orti ed agri ameni,
Onde quei che al suo merto accesser beni
E il tesoro paterno
Versa; e dovunque divertir gli piaccia,
L’ozio da i campi e l’atra inopia caccia. 280
Vedi i portici e gli atrii ov’ei conduce
Il fervido pensiere,
E le di libri altere
Pareti, che del vero apron la luce:
O ch’ei di sè maestro
Nell’alto de le cose ami recesso
Gir meditando, o il plettro a lui concesso
Tentar con facil estro;
E in carmi, onde la bella alma si spande,
Soavi all’amistà tesser ghirlande. 290
Ed ecco il tempio ove, negati altronde,
Qual da novo Elicona
Premj all’ingegno ei dona;
E fiamme acri d’onore altrui diffonde.
Ecco ne’ segni sculti
Quei che del nome lor la patria ornâro,
Onde sol generoso erge all’avaro
Oblío nobili insulti;
E quelle glorie a la città rivela,
Ch’ella a sè stessa ingiurïosa cela. 300
Dove o Cetra? Non più. Rari i discreti
Sono: e la turba è densa
Che già derider pensa
I facili del labbro a uscir segreti.
Di lui questa all’orecchio
Parte de’ sensi miei salgane occulta,
Sì che del cor, che al beneficio esulta,
Troppo limpido specchio
Non sia che fiato invidioso appanni,
Che me di vanti e lui d’error condanni. 310
Lungi o profani! Io d’importuna lode
Vile mai non apersi
Cambio; nè in blandi versi
Al giudizio volgar so tesser frode.
Oro nè gemme vani
Sono al mio canto: e dove splenda il merto
Là di fiore immortal ponendo serto
Vo con libere mani:
Nè me stesso nè altrui allor lusingo
Che poetica luce al vero io cingo. 320
Quando novelle a chiedere
Manda l’inclita Nice
Del piè, che me costrignere
Suole al letto infelice,
Sento repente l’intimo
Petto agitarsi del bel nome al suon. 6
Rapido il sangue fluttua
Ne le mie vene: invade
Acre calor le trepide
Fibre; m’arrosso; cade
La voce: ed al rispondere
Util pensiero in van cerco e sermon. 12
Ride, cred’io, partendosi
Il messo. E allor soletto
Tutta vegg’io, con l’animo
Pien di novo diletto,
Tutta di lei la immagine
Dentro a la calda fantasia venir. 18
Ed ecco ed ecco sorgere
Le delicate forme
Sovra il bel fianco; e mobili
Scender con lucid’orme,
Che mal può la dovizia
Dell’ondeggiante al piè veste coprir. 24
Ecco spiegarsi e l’omero
E le braccia orgogliose,
Cui di rugiada nudrono
Freschi ligustri e rose,
E il bruno sottilissimo
Crine, che sovra lor volando va: 30
E quasi molle cumulo
Crescer di neve alpina
La man che ne le floride
Dita lieve declina,
Cara de’ baci invidia,
Che riverenza contener poi sa. 36
Ben può ben può sollecito
D’almo pudor costume,
Che vano ama dell’avide
Luci render l’acume,
Altre involar delizie,
Immenso intorno a lor volgendo vel: 42
Ma non celar la grazia
Nè il vezzo, che circonda
Il volto affatto simile
A quel de la gioconda
Ebe, che nobil premio
Al magnanimo Alcide è data in ciel. 48
Nè il guardo, che dissimula
Quanto in altrui prevale;
E vòlto poi con subito
Impeto i cori assale,
Qual Parto sagittario,
Che più certi fuggendo i colpi ottien. 54
Nè i labbri or dolce tumidi
Or dolce in sè ristretti,
A cui gelosi temono
Gli Amori pargoletti
Non omai tutto a suggere
Doni Venere madre il suo bel sen: 60
I labbri, onde il sorridere
Gratissimo balena,
Onde l’eletto e nitido
Parlar, che l’alme affrena,
Cade, come di limpide
Acque lungo il pendìo lene rumor; 66
Seco portando e i fulgidi
Sensi ora lieti or gravi,
E i genïali studii
E i costumi soavi;
Onde salir può nobile
Chi ben d’ampia fortuna usa il favor. 72
Ahi, la vivace immagine
Tanto pareggia il vero,
Che, del piè leso immemore,
L’opra del mio pensiero
Seguir già tento; e l’aria
Con la delusa man cercando vo. 78
Sciocco vulgo, a che mormori,
A che su per le infeste
Dita ridendo noveri
Quante volte il celeste
A visitare Arïete
Dopo il natal mio dì Febo tornò? 84
A me disse il mio Genio
Allor ch’io nacqui: L’oro
Non fia che te solleciti,
Nè l’inane decoro
De’ titoli, nè il perfido
Desìo di superare altri in poter: 90
Ma di natura i liberi
Doni ed affetti, e il grato
De la beltà spettacolo,
Te renderan beato
Te di vagare indocile
Per lungo di speranze arduo sentier. 96
Inclita Nice. Il secolo,
Che di te s’orna e splende,
Arde già gli assi. L’ultimo
Lustro già tocca, e scende
Ad incontrar le tenebre,
Onde una volta pargoletto uscì. 102
E già vicine ai limiti
Del tempo i piedi e l’ali
Provan tra lor le vergini
Ore, che a noi mortali
Già di guidar sospirano
Del secol, che matura il primo dì. 108
Ei te vedrà nel nascere
Fresca e leggiadra ancora
Pur di recenti grazie
Gareggiar con l’aurora;
E di mirarti cupido
De’ tuoi begli anni farà lento il vol. 114
Ma io, forse già polvere,
Che senso altro non serba
Fuor che di te, giacendomi
Fra le pie zolle e l’erba,
Attenderò chi dicami:
Vale, passando, e ti sia lieve il suol. 120
Deh alcun, che te nell’aureo
Cocchio trascorrer veggia
Su la via, che fra gli alberi
Suburbana verdeggia,
Faccia a me intorno l’aere
Modulato del tuo nome volar. 126
Colpito allor da brivido
Religioso il core,
Fermerà il passo; e attonito
Udrà del tuo cantore
Le commosse reliquie
Sotto la terra argute sibilar. 132
Perchè al bel petto e all’omero
Con subita vicenda
Perchè, mia Silvia ingenua,
Togli l’Indica benda, 4
Che intorno al petto e all’omero,
Anzi a la gola e al mento
Sorgea pur or, qual tumida
Vela nel mare al vento? 8
Forse spirar di zefiro
Senti la tiepid’ora?
Ma nel giocondo arïete
Non venne il sole ancora. 12
Ecco di neve insolita
Bianco l’ispido verno
Par che, sebben decrepito,
Voglia serbarsi eterno. 16
M’inganno? o il docil animo
Già de’ feminei riti
Cede al potente imperio:
E l’altre belle imiti? 20
Qual nome o il caso o il genio
Al novo culto impose,
Che sì dannosa copia
Svela di gigli e rose? 24
Che fia? Tu arrossi? E dubia,
Col guardo al suol dimesso,
Non so qual detto mormori
Mal da le labbra espresso? 28
Parla. Ma intesi. Oh barbaro!
Oh nato da le dure
Selci chiunque togliere
Da scellerata scure 32
Osò quel nome, infamia
Del secolo spietato;
E diè funesti augurii
Al femminile ornato; 36
E con le truci Eumenidi
Le care Grazie avvinse;
E di crudele immagine
La tua bellezza tinse! 40
Lascia, mia Silvia ingenua,
Lascia cotanto orrore
All’altre belle, stupide
E di mente e di core. 44
Ahi, da lontana origine,
Che occultamente nòce,
Anco la molle giovane
Può divenir feroce. 48
Sai de le donne esimie,
Onde sì chiara ottenne
Gloria l’antico Tevere,
Silvia, sai tu che avvenne; 52
Poi che la spola e il Frigio
Ago e gli studii cari
Mal si recâro a tedio
E i pudibondi Lari; 56
E con baldanza improvvida,
Contro a gli esempi primi,
Ad ammirar convennero
I saltatori e i mimi? 60
Pria tolleraron facili
I nomi di Terèo
E de la maga Colchica
E del nefario Atrèo. 64
Ambìto poi spettacolo
A i loro immoti cigli
Fûr ne le orrende favole
I trucidati figli. 68
Quindi, perversa l’indole,
E fatto il cor più fiero,
Dal finto duol, già sazie,
Corser sfrenate al vero. 72
E là dove di Libia
Le belve in guerra oscena
Empièan d’urla e di fremito
E di sangue l’arena, 76
Potè all’alte patrizie
Come a la plebe oscura
Giocoso dar solletico
La soffrente natura. 80
Che più? Baccanti, e cupide
D’abbominando aspetto,
Sol dall’uman pericolo
Acuto ebber diletto: 84
E da i gradi e da i circoli
Co’ moti e con le voci,
Di già maschili, applausero
A i duellanti atroci: 88
Creando a sè delizia
E de le membra sparte,
E de gli estremi aneliti,
E del morir con arte. 92
Copri, mia Silvia ingenua,
Copri le luci; ed odi
Come tutti passarono
Licenzïose i modi. 96
Il gladiator, terribile
Nel guardo e nel sembiante,
Spesso fra i chiusi talami
Fu ricercato amante. 100
Così, poi che da gli animi
Ogni pudor disciolse,
Vigor da la libidine
La crudeltà raccolse. 104
Indi a i veleni taciti
Si preparò la mano:
Indi le madri ardirono
Di concepire in vano. 108
Tal da lene principio
In fatali rovine
Cadde il valor la gloria
De le donne Latine. 112
Fuggi, mia Silvia ingenua,
Quel nome e quelle forme,
Che petulante indizio
Son di misfatto enorme. 116
Non oblïar le origini
De la licenza antica.
Pensaci; e serba il titolo
D’umana e di pudica. 120
Te il mercadante, che con ciglio asciutto
Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama
Dura avarizia nel remoto flutto,
Musa, non ama. 4
Nè quei, cui l’alma ambizïosa rode
Fulgida cura; onde salir più agogna;
E la molto fra il dì temuta frode
Torbido sogna. 8
Nè giovane, che pari a tauro irrompa
Ove a la cieca più Venere piace:
Nè donna, che d’amanti osi gran pompa
Spiegar procace. 12
Sai tu, vergine dea, chi la parola
Modulata da te gusta od imita;
Onde ingenuo piacer sgorga, e consola
L’umana vita? 16
Colui, cui diede il ciel placido senso
E puri affetti e semplice costume;
Che di sè pago e dell’avito censo
Più non presume; 20
Che spesso al faticoso ozio de’ grandi
E all’urbano clamor s’invola, e vive
Ove spande natura influssi blandi
O in colli o in rive. 24
E in stuol d’amici numerato e casto,
Tra parco e delicato al desco asside;
E la splendida turba e il vano fasto
Lieto deride. 28
Che a i buoni, ovunque sia, dona favore;
E cerca il vero; e il bello ama innocente;
E passa l’età sua tranquilla, il core
Sano e la mente. 32
Dunque perchè quella sì grata un giorno
Del Giovin, cui diè nome il dio di Delo,
Cetra si tace; e le fa lenta intorno
Polvere velo? 36
Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,
Ei già scendendo a me giudice fea
Me de’ suoi carmi: e a me chiedea consiglio:
E lode avea. 40
Ma or non più. Chi sa? Simile a rosa
Tutta fresca e vermiglia al sol, che nasce,
Tutto forse di lui l’eletta Sposa
L’animo pasce. 44
E di bellezza, di virtù, di raro
Amor, di grazie, di pudor natìo
L’occupa sì, ch’ei cede ogni già caro
Studio all’oblío. 48
Musa, mentr’ella il vago crine annoda
A lei t’appressa; e con vezzoso dito
A lei premi l’orecchio; e dille: e t’oda
Anco il marito: 52
Giovinetta crudel, perchè mi togli
Tutto il mio d’Adda, e di mie cure il pregio,
E la speme concetta, e i dolci orgogli
D’alunno egregio? 56
Costui di me, de’ genj miei si accese
Pria che di te. Codeste forme infanti
Erano ancor, quando vaghezza il prese
De’ nostri canti. 60
Ei t’era ignoto ancor quando a me piacque.
Io di mia man per l’ombra, e per la lieve
Aura de’ lauri l’avviai vêr l’acque,
Che al par di neve 64
Bianche le spume, scaturir dall’alto
Fece Aganippe il bel destrier, che ha l’ale:
Onde chi beve io tra i celesti esalto
E fo immortale. 68
Io con le nostre il volsi arti divine
Al decente, al gentile, al raro, al bello:
Fin che tu stessa gli apparisti al fine
Caro modello. 72
E, se nobil per lui fiamma fu desta
Nel tuo petto non conscio: e s’ei nodrìa
Nobil fiamma per te, sol opra è questa
Del cielo e mia. 76
Ecco già l’ale il nono mese or scioglie
Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvo,
Te chiaramente in fra le madri accoglie
Il giovin alvo. 80
Lascia che a me solo un momento ei torni;
E novo entro al tuo cor sorgere affetto,
E novo sentirai da i versi adorni
Piover diletto. 84
Però ch’io stessa, il gomito posando
Di tua seggiola al dorso, a lui col suono
De la soave andrò tibia spirando
Facile tono. 88
Onde rapito, ei canterà che sposo
Già felice il rendesti, e amante amato;
E tosto il renderai dal grembo ascoso
Padre beato. 92
Scenderà in tanto dall’eterea mole
Giuno, che i preghi de le incinte ascolta:
E vergin io de la Memoria prole
Nel velo avvolta, 96
Uscirò co’ bei carmi; e andrò gentile
Dono a farne al Parini, Italo cigno,
Che a i buoni amico, alto disdegna il vile
Volgo maligno. 100
Note
[1] l’edizione delle Odi del Gambarelli prosegue:
In van con cerchio orribile,
quasi campo di biade,
i lor palagi attorniano
temute lance e spade;
però ch’entro al lor petto
penetra nondimen
il trepido sospetto
armato di velen.
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