Giuseppe Parini

 

Odi.

Edizione Mazzoni

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini, raccolte da Guido Mazzoni, Firenze, G. Barbera editore, 1925

SUL TESTO.

La presente edizione è fondata principalmente sugli autografi, come nell’Avvertenza ho detto. Ma qui occorre riepilogare la storia delle prime raccolte delle Odi del Parini.

Dopo che alcune odi del P., come altre sue poesie, erano uscite sparsamente in pubblico, oltre che manoscritte, per le stampe, Agostino Gambarelli, discepolo a lui devoto e raccoglitore e trascrittore di cose di lui, pubblicò il volume Odi dell’abbate Giuseppe Parini già divolgate, Milano, nella Stamperia di Giuseppe Marelli, MDCCXCI (con sul frontespizio il fregio di strumenti musicali e il motto di Orazio Postera crescet laude recens), in 8°, pagg. 182, delle quali l’ultima ha le Correzioni. Vi è premesso, anonimo, un Avviso dell’Editore, dove si afferma la gran diffusione di quei componimenti, non mai raccolti dal P.; la progressiva deformazione loro, « tanto infedeli e scorretti e mutili e svisati, da non potersi talvolta più riconoscere per fattura dello ingegno che li aveva prodotti »; le insistenze degli amici e ammiratori verso il P.: « Non mancarono essia lui, nè egli a sè stesso; accordando da ultimo (però sempre al suo modo) a quegli fra loro poco sopra accennati [cioè, al Gambarelli stesso], la facoltà di pubblicare queste Odi, e non più »; e dove, da ultimo, si avverte : «Si può frattanto asserire con certezza, che qualunque Ode, sì edita che inedita, che giri sotto il carme dell’Ab. Parini, e non sia compresa nella presente raccolta, è  farina di tutt’altro sacco che del suo ».

Tale raccolta del Gambarelli contiene :

[I] L’Innesto del vaiuolo ;

[II] La Salubrità dell’aria;

[III] La Vita rustica;

[IV] Il Bisogno ;

[V] Il Brindisi ;

[VI] La Impostura ;

[VII] Il Piacere e la Virtù;

[VIII] La Primavera. ; [

[IX] La Educazione ;

[X] La Laurea ;

[XI] ] La Musica ;

[XII] La recita de’ versi ;

[XIII] La Tempesta ;

[XIV] Le Nozze ;

[XV] La Caduta ;

[XVI] Il Pericolo;

[XVII] Piramo e Tisbe;

[XVIII] Alceste;

[XIX] La Magistratura;

[XX] In morte del maestro Sacchini;

[XXI] Il Dono;

[XXII] La Gratitudine;

e nell’ Indice delle Odi in più i quattro sonetti:

Ecco del mondo e meraviglia o gioco;

Qual cagion, qual virtù, qual foco innato;

Qual fra quest’erme inculte orride rupi ;

Tanta già di coturni, altero ingegno.

La indico con O.

Codesta edizione fu riprodotto immediatamente a Piacenza, presso Niccolò Orcesi, Regio Stampatore, in quel medesimo anno 1791, con lo scrupolo d’imitarne il frontespizio anche nel fregio, e d’introdurre nel testo le Correzioni (soltanto una d’esse, nella Vita rustica, sfuggì; ed è Che, invece di Chè voluto dalle suddette Correzioni nel verso Chè vide arse sue spiche); e anche fu riprodotta a Parma, Regal Palazzo, pur nel 1791, e poi a Pavia, Per gli eredi di Pietro Galeazzi, nel 1793.

Nel volume Odi di Parini, ultima edizione accresciuta (senza fregio sul frontespizio, ma col motto oraziano qui sopra riferito) che a Milano uscì, senz’anno, Presso il Bolzani alla Piazza de’ Mercanti e nella Contrada di S. Margherita all’Insegna dell’arma della Città (in 16°, pagg. 167 num.) si hanno le ventidue odi e i quattro sonetti dell’edizione del 1791 e delle derivate, coi titoli stessi e con le note relative: ma in più, da pag. 125 a pag. 143, si hanno le odi [XXIII] Per l’inclita Nice; [XXIV] A Silvia ; [XXV] Alla Musa; e a pagine 153-154, pel verso dell’ode La Caduta, «Noia le facezie e le novelle spandi » si ha la nota: «Nelle edizioni posteriori alla prima di Milano del 1791 si sono fatti de’ cangiamenti a questo verso per non essersi dagli editori avvertito alla pronunciazione toscana ed agli esempi de’ buoni scrittori nell’uso delle parole che hanno dittongo o trittongo, come accade della parola noia, gioia, ecc. ». Sì fatta nota è in una manifesta relazione con ciò che il P. scrisse a Giovanni (non Giuseppe) Bernardoni libraio, l’ 11 novembre 1795 (cfr. in questo volume la lettera n. XLVIII), e con ciò che il Bernardoni pose in nota a quel verso nella sua edizione delle Poesie scelte di G. P., Milano, Giovanni Bernardoni, 1814, come può vedersi nelle note dell’edizione presente. Ma non mi arrischio a risolvere il dubbio che il Salveraglio (pag. lviii) dedusse da G. Melzi, Dizionario di opere anonime, ecc., Milano, 1859, III, 289, intorno alla data in cui uscì l’edizione del Bolzani. L’esemplare da me posseduto di codesta rarissima, e però anche negata, edizione, ha il suddetto frontespizi; sebbene sia mutilo delle prime pagine, mancandovi forse la prosa che apre l’edizione del 1791, e mancandovi le prime due pagine, segnate con cifre arabe, contenenti le prime sei strofe dell’ode O Genovese. Al Salveraglio rimando per altre ristampe delle Odi su gli ultimi del secolo XVIII.

Le Poesie scelte, qui sopra indicate, che Giovanni Bernardoni pubblicò a Milano nel 1814 come « prima edizione milanese » (in 16°, pagg. 286), dicono Ai Leggitori che l’editore, dopo essere stata in dubbio per la scelta delle Odi, si risolvette a pubblicarle tutte: « trattone tre sole; cioè Il Piacere e la Virtù, Piramo e Tisbe e Alceste; le quali furono dallo stesso Autore rifiutate, sebbene avessero già veduto la luce con le stampe. Una non dubbia prova di tale rifiuto si vede in un esemplare delle Odi, impresse in Milano nel 1791, il quale è posseduto dall’Editore del presente volumetto, ed in cui di propria mano del Poeta sono esse cancellate; e le ultime due sono anzi, per un più manifesto indizio di disapprovazione, segnate nel principio con una croce. Tutt’e tre vennero poi anche rigettate dalla Raccolta delle Opere Pariniane, fatta dal sig. Avvocato Francesco Reina. Nè dee tacersi, che quella ancora col titolo La Primavera, da noi posta tra le Canzonette col Brindisi e con Le Nozze, vedesi cassata nell’anzidetto esemplare. Noi però abbiamo creduto bene di ritenerla. Se per avventura a Parini non andava del tutto a genio quel componimento, pressochè steso improvvisamente per compiacere ad una persona che lo desiderò da mettere in musica, esso non è tuttavia tale, che non insegni ai giovani, come anche un trito argomento trattare si possa con eleganza e con nobiltà di stile ». Questa edizione del Bernardoni (fu bene osservato dal Salveraglio) non ha valore pel testo, essendosi egli valso delle copie del Gambarelli invece che degli autografi già debitamente, se non sempre scrupolosamente, messi a profitto dal Reina. Occorrendo la cito con BERN. Quando pongo ms., intendo rimandare e ad alcun’altra e a tali copie, che (salvo in casi speciali) ho percid ritenuto superfluo distinguere più particolarmente. Con iscrupolo ho invece notato quanto il P. stesso mutò di sua propria mano in alcuna di esse copie.

Nelle Opere di G. P., curate dal Reina (Milano, presso la Stamperia e Fonderia del Genio Tipografico, 1802, Anno I della Repubblica Italiana), le Odi occupano le pagg. 45-213,in quest’ordine e con questi titoli:

I. La Vita rustica;

II. La Salubrità dell’aria ;

III. L’ Innesto del vaiuoio ;

IV. La Impostura ;

V. Il Bisogno ;

VI. La Educazione ;

VII. La Laurea ;

VIII. La Musica ;

IX. La Recita de’ versi ;

X. La Tempesta ;

XI. Le Nozze ;

XII. La Caduta ;

XIII. Il Pericolo ;

XIV. La Magistratura ;

XV. In morte del maestro Sacchini :

XVI. Il Dono ;

XVII. La Gratitudine ;

XVIII. Il Messaggio ;

XIX. Sul vestire alla Ghigliotina [sic] ;

XX. Alla Musa.

Il Reina diede, come sopra ho rammentato, « Lezioni Varie » dagli autografi, avvertendo che « la massima parte delle Lezioni Varie, che si danno nelle Liriche, fu rifiutata dal Poeta, a differenza di molte fra quelle de’ Poemetti, le quali erano l’ultima volontà di lui». Nella parziale ristampa delle Opere di G. P. pubblicate per cura di F. Reina, Milano, Soc. Tipogr. de’ Classici Italiani, 1825, si han le Odi, coi titoli stessi, ma senza numerazione; escludendo Le Nozze, e preponendo La Impostura a L’ Innesto del vaiuolo e La Magistratura a In morte del maestro Sacchini.

Senza far la storia bibliografica delle edizioni seguenti, chè non è del mio proposito, passo a indicare Le Odi dell’abate G. P., riscontrate su manoscritti e stampe con prefazione e note di Filippo Salveraglio, Bologna, Zanichelli, 1882 (dopo un’edizione dell’anno precedente da cui «per emendazioni e aggiunte importantissime», come il Salveraglio stesso avvertì a pag. 285, questa del 1882 venne a variare). Le Odi vi sono ventuna:

I.  La libertà campestre ;

II. La salubrità dell’aria;

III. La impostura;

IV. Per la guarigione di Carlo Imbonati;

V. Al dottore G. Bicetti de’ Buttinoni;

VI. Pel pretore Wirtz

VII. La evirazione;

VIII. Per la laurea di M.P. Amoretti;

IX. Per nozze

X. Brindisi;

XI. Sopra l’uso di recitare i versi alle mense;

XII. Nell’inverno del 1785;

XIII. La tempesta;

XIV. In morte di Antonio Sacchini;

XV. Per Cecilia Tron;

XVI. Per Camillo Gritti podestà di Vicenza;

XVII. Alla marchesa, Paola Castiglioni;

XVIII. Per il card. Angelo Maria Burini;

XIX. Per l’inclita Nice;

XX. A Silvia;

XXI. Alla Musa

(seguono i Frammenti delle Odi).

Nell’Errata-corrige, pag. 281, è avvertito che L’ode in morte di A. Sacchini deve precedere quella per Cecilia Tron e vi son correzioni di date.

E anche qui, senza indicare le tante edizioni che mossero da quella del Salveraglio, passo a indicare Il Giorno e Le Odi di G. P. commentati a cura di Egidio Bellorini, Napoli, Francesco Perrella, con Avvertenza » datata Padova, 1918, perché è edizione che dalle altre grandemente si distingue : «Il lavora del Salveraglio (dice il Bellorini a pag. 12), fatto con diligenza e buon criterio, fu generalmente accolta con molto favore, e serve di fondamento a tutte le edizioni posteriori (D’Ancona, Vinci, De Castro, Bertoldi, Cerquetti, Mazzoni, Natali, Scherillo, ecc.), nelle quali, per altro, le odi vennero sempre ridotte a 19 soltanto, perché si tornò ad escludere Il Brindisi e Le Nozze. Pure, dopo un attento esame e delle stampe originali e dei manoscritti, io credo opportuno ritornare nella presente edizione, al Reina, sia pel titolo come per la lezione delle odi, giacché non posso dubitare che e quelli e questa egli derivasse dal « volume » nel quale il Parini stesso aveva raccolto le odi che « disegnava di stampare », volume che « per buona ventura » venne nella mani del vecchio editore « allorchè credevasi fatalmente smarrito ». Solo mi distacco dal Reina per adattare l’ordinamento cronologico delle odi, stabilito dagli editori moderni, per escludere dal loro novero Le Nozze, e per correggere qualche svista evidente del vecchio editore.

Mi dispenso dal tornare sui criterii generali coi quali ho condotta l’edizione presente; e rimando per ciascuna delle Odi a quanto ho annotato come indicazione del testo da me seguito. Rammento che, in conformità a essi criterii generali, neppur degli autografi ho costantemente seguita la lezione, quanto alle minuzie discrepanti; e che ho tralascialo di porre in nota tutte quante le minuzie grafiche, contentandomi di riferirne alcune più significative. Ho messo a ciascuna ode così il titolo vecchio come il nuovo, per la storia della fortuna delle Odi, e affinchè sia più agevole la consultazione.

I.

LA VITA RUSTICA

(Sulla libertà campestre)

Perchè turbarmi l’anima,

O d’oro, o d’onor brame,

Se del mio viver Atropo

Presso è a troncar lo stame?

E già per me si piega

Sul remo il nocchier brun

Colà donde si niega

Che più ritorni alcun?                              8

Queste che ancor ne avanzano

Ore fugaci e meste,

Belle ci renda e amabili

La libertade agreste.

Qui Cerere ne manda

Le biade, e Bacco il vin:

Qui di fior s’inghirlanda

Bella innocenza il crin.                            16

So che felice stimasi

Il possessor d’un’arca,

Che Pluto abbia propizio

Di gran tesoro carca;

Ma so ancor che al potente

Palpita oppresso il cor

Sotto la man sovente

Del gelato timor.                                      24

Me non nato a percotere

Le dure illustri porte

Nudo accorrà, ma libero,

Il regno de la morte.

No, ricchezza nè onore

Con frode o con viltà

Il secol venditore

Mercar non mi vedrà.                              32

Colli beati e placidi,

Che il vago Èupili mio

Cingete con dolcissimo

Insensibil pendìo,

Dal bel rapirmi sento,

Che natura vi diè;

Ed esule contento

A voi rivolgo il piè.                                   40

Già la quïete, a gli uomini

Sì sconosciuta, in seno

De le vostr’ombre apprestami

Dolce albergo sereno:

E le cure e gli affanni

Quindi lunge volar

Scorgo, e gire i tiranni

Superbi ad agitar.                                    48

Qual porteranno invidia

A me che, di fior cinto,

Tra la famiglia rustica

A nessun giogo avvinto,

Come solea in Anfriso

Febo pastor, vivrò,

E sempre con un viso

La cetra sonerò!                                        56

Inni dal cor dettatimi

Alzerò spesso a i cieli,

Sì che lontan si volgano

I turbini crudeli;

E da noi lunge avvampi

L’aspro sdegno guerrier;

Nè ci calpesti i campi

L’inimico destrier. [1]                                   64

E te villan sollecito,

Che per nov’orme il tralcio

Saprai guidar frenandolo

Col pieghevole salcio:

E te, che steril parte

Del tuo terren, di più

Render farai con arte

Che ignota al padre fu;                            72

Te co’ miei carmi a i posteri

Farò passar felice:

Di te parlar più secoli

S’udirà la pendice.

E sotto l’alte piante

Vedransi a riverir

Le quete ossa compiante

I posteri venir.                                          80

Tale a me pur concedasi

Chiuder campi beati

Nel bel vostro ricovero

I giorni fortunati.

Ah quella è vera fama

D’uom che lasciar può qui

Lunga ancor di sè brama

Dopo l’ultimo dì!                                      88

II.

LA SALUBRITÀ DELL’ARIA

Oh beato terreno

Del vago Èupili mio,

Ecco al fin nel tuo seno

M’accogli; e del natio

Aere mi circondi;

E il petto avido inondi!                            6

Già nel polmon capace

Urta sè stesso e scende

Quest’etere vivace,

Che gli egri spirti accende,

E le forze rintegra,

E l’animo rallegra.                                   12

Però ch’austro scortese

Qui suoi vapor non mena:

E guarda il bel paese

Alta di monti schiena,

Cui sormontar non vale

Borea con rigid’ale.                                  18

Nè qui giaccion paludi,

Che dall’impuro letto

Mandino a i capi ignudi

Nuvol di morbi infetto;

E il meriggio a’ bei colli

Asciuga i dorsi molli.                               24

Pèra colui che primo

A le triste ozïose

Acque e al fetido limo

La mia cittade espose;

E per lucro ebbe a vile

La salute civile.                                         30

Certo colui del fiume

Di Stige ora s’impaccia

Tra l’orribil bitume,

Onde alzando la faccia

Bestemmia il fango e l’acque,

Che radunar gli piacque.                        36

Mira dipinti in viso

Di mortali pallori

Entro al mal nato riso

I languenti cultori;

E trema o cittadino,

Che a te il soffri vicino.                            42

Io de’ miei colli ameni

Nel bel clima innocente

Passerò i dì sereni

Tra la beata gente,

Che di fatiche onusta

È vegeta e robusta.                                  48

Qui con la mente sgombra,

Di pure linfe asterso,

Sotto ad una fresc’ombra

Celebrerò col verso

I villan vispi e sciolti

Sparsi per li raccolti;                                54

E i membri non mai stanchi

Dietro al crescente pane;

E i baldanzosi fianchi

De le ardite villane;

E il bel volto giocondo

Fra il bruno e il rubicondo;                     60

Dicendo: Oh fortunate

Genti, che in dolci tempre

Quest’aura respirate

Rotta e purgata sempre

Da venti fuggitivi

E da limpidi rivi!                                      66

Ben larga ancor natura

Fu a la città superba

Di cielo e d’aria pura:

Ma chi i bei doni or serba

Fra il lusso e l’avarizia

E la stolta pigrizia?                                  72

Ahi non bastò che intorno

Putridi stagni avesse;

Anzi a turbarne il giorno

Sotto a le mura stesse

Trasse gli scelerati

Rivi a marcir su i prati:                            78

E la comun salute

Sacrificossi al pasto

D’ambiziose mute,

Che poi con crudo fasto

Calchin per l’ampie strade

Il popolo che cade.                                   84

A voi il timo e il croco

E la menta selvaggia

L’aere per ogni loco

De’ varii atomi irraggia,

Che con soavi e cari

Sensi pungon le nari.                               90

Ma al piè de’ gran palagi

Là il fimo alto fermenta;

E di sali malvagi

Ammorba l’aria lenta,

Che a stagnar si rimase

Tra le sublimi case.                                  96

Quivi i lari plebei

Da le spregiate crete

D’umor fracidi e rei

Versan fonti indiscrete,

Onde il vapor s’aggira;

E col fiato s’inspira.                                  102

Spenti animai, ridotti

Per le frequenti vie,

De gli aliti corrotti

Empion l’estivo díe:

Spettacolo deforme

Del cittadin su l’orme!                             108

Nè a pena cadde il sole

Che vaganti latrine

Con spalancate gole

Lustran ogni confine

De la città, che desta

Beve l’aura molesta.                                 114

Gridan le leggi è vero;

E Temi bieco guata:

Ma sol di sè pensiero

Ha l’inerzia privata.

Stolto! E mirar non vuoi

Ne’ comun danni i tuoi?                          120

Ma dove ahi corro e vago

Lontano da le belle

Colline e dal bel lago

E dalle villanelle,

A cui sì vivo e schietto

Aere ondeggiar fa il petto?                      126

Va per negletta via

Ognor l’util cercando

La calda fantasia,

Che sol felice è quando

L’utile unir può al vanto

Di lusinghevol canto.                               132

III.

LA IMPOSTURA

Venerabile Impostura,

Io nel tempio almo a te sacro

Vo tenton per l’aria oscura;

E al tuo santo simulacro,

Cui gran folla urta di gente,

Già mi prostro umilemente.                    6

Tu de gli uomini maestra

Sola sei. Qualor tu detti

Ne la comoda palestra

I dolcissimi precetti,

Tu il discorso volgi amico

Al monarca ed al mendico.                     12

L’un per via piagato reggi;

E fai sì che in gridi strani

Sua miseria giganteggi;

Onde poi non culti pani

A lui frutti la semenza

De la flebile eloquenza.                           18

Tu dell’altro a lato al trono

Con la Iperbole ti posi:

E fra i turbini e fra il tuono

De’ gran titoli fastosi

Le vergogne a lui celate

De la nuda umanitate.                             24

Già con Numa in sul Tarpèo

Desti al Tebro i riti santi,

Onde l’augure potèo

Co’ suoi voli e co’ suoi canti

Soggiogar le altere menti

Domatrici de le genti.                              30

Del Macedone a te piacque

Fare un dio, dinanzi a cui

Paventando l’orbe tacque:

E nell’Asia i doni tui

Fur che l’Arabo profeta

Sollevàro a sì gran meta.                         36

Ave dea. Tu come il sole

Giri e scaldi l’universo.

Te suo nume onora e cole

Oggi il popolo diverso:

E fortuna a te devota

Diede a volger la sua rota.                       42

I suoi dritti il merto cede

A la tua divinitade,

E virtù la sua mercede.

Or, se tanta potestade

Hai qua giù, col tuo favore

Che non fai pur me impostore?              48

Mente pronta e ognor ferace

D’opportune utili fole

Have il tuo degno seguace:

Ha pieghevoli parole;

Ma tenace, e quasi monte

Incrollabile la fronte.                                54

Sopra tutto ei non oblía

Che sì fermo il tuo colosso

Nel gran tempio non starìa,

Se qual base ognor col dosso

Non reggessegli il costante

Verosimile le piante.                                60

Con quest’arte Cluvïeno,

Che al bel sesso ora è il più caro

Fra i seguaci di Galeno,

Si fa ricco e si fa chiaro;

Ed amar fa, tanto ei vale,

A le belle egre il lor male.                        66

Ma Cluvien dal mio destino

D’imitar non m’è concesso.

Dell’ipocrita Crispino

Vo’ seguir l’orme da presso.

Tu mi guida o Dea cortese

Per lo incognito paese.                             72

Di tua man tu il collo alquanto

Sul manc’omero mi premi:

Tu una stilla ognor di pianto

Da mie luci aride spremi:

E mi faccia casto ombrello

Sopra il viso ampio cappello.                  78

Qual fia allor sì intatto giglio

Ch’io non macchi e ch’io non sfrondi,

Dalle forche e dall’esiglio

Sempre salvo? A me fecondi

Di quant’oro fíen gli strilli

De’ clienti e de’ pupilli!                            84

Ma qual arde amabil lume?

Ah, ti veggio ancor lontano

Verità mio solo nume,

Che m’accenni con la mano;

E m’inviti al latte schietto,

Ch’ognor bevvi al tuo bel petto.             90

Deh perdona. Errai seguendo

Troppo il fervido pensiere.

I tuoi rai del mostro orrendo

Scopron or le zanne fiere.

Tu per sempre a lui mi togli;

E me nudo nuda accogli.                        96

IV.

Per la guarigione di C. Imbonati

(L’EDUCAZIONE)

Torna a fiorir la rosa

Che pur dianzi languía;

E molle si riposa

Sopra i gigli di pria.

Brillano le pupille

Di vivaci scintille.                                     6

La guancia risorgente

Tondeggia sul bel viso:

E quasi lampo ardente

Va saltellando il riso

Tra i muscoli del labro

Ove riede il cinabro.                                12

I crin, che in rete accolti

Lunga stagione ahi fôro,

Su l’omero disciolti

Qual ruscelletto d’oro,

Forma attendon novella

D’artificiose anella.                                  18

Vigor novo conforta

L’irrequieto piede:

Natura ecco ecco il porta

Sì che al vento non cede,

Fra gli utili trastulli

De’ vezzosi fanciulli.                                24

O mio tenero verso

Di chi parlando vai,

Che studii esser più terso

E polito che mai?

Parli del giovinetto

Mia cura e mio diletto?                            30

Pur or cessò l’affanno

Del morbo ond’ei fu grave:

Oggi l’undecim’anno

Gli porta il sol, soave

Scaldando con sua teda

I figliuoli di Leda.                                     36

Simili or dunque a dolce

Mele di favi Iblèi,

Che lento i petti molce,

Scendete o versi miei

Sopra l’ali sonore

Del giovinetto al core.                              42

O pianta di bon seme

Al suolo, al cielo amica,

Che a coronar la speme

Cresci di mia fatica,

Salve in sì fausto giorno

Di pura luce adorno.                                48

Vorrei di genïali

Doni gran pregio offrirti;

Ma chi diè liberali

Essere ai sacri spirti?

Fuor che la cetra, a loro

Non venne altro tesoro.                           54

Deh perchè non somiglio

Al Tèssalo maestro,

Che di Tetide il figlio

Guidò sul cammin destro!

Ben io ti farei doni

Più che d’oro e canzoni.                          60

Già con medica mano

Quel Centauro ingegnoso

Rendea feroce e sano

Il suo alunno famoso;

Ma non men che a la salma

Porgea vigore all’alma.                           66

Al garzon che sedea

Sopra la irsuta schiena,

Chiron si rivolgea

Con la fronte serena,

Tentando in su la lira

Suon che virtude inspira.                        72

Scorrea con giovanile

Man pel selvoso mento

Del precettor gentile;

E con l’orecchio intento,

Bevea queste parole:

D’Eacide la prole                                      78

Fanciul, nato al soccorso

Di Grecia, or ti rimembra

Perchè a la lotta, al corso

Io t’educai le membra.

Che non può un’alma ardita

Se in forti membri ha vita?                    84

Ben sul robusto fianco

Stai; ben stendi dell’arco

Il nervo al lato manco,

Onde al segno ch’io marco

Va stridendo lo strale

Da la cocca fatale.                                    90

Ma in van, se il resto oblìo,

Ti avrò possanza infuso.

Non sai qual contro a dio

Fe’ di sue forze abuso

Con temeraria fronte

Chi monte impose a monte?                   96

Di Teti odi, o figliuolo,

Il ver che a te si scopre.

Dall’alma origin solo

Han le lodevol’opre.

Mal giova illustre sangue

Ad animo che langue.                             102

D’EÈaco e di Pelèo

Col seme in te non scese

Il valor che Tesèo

Chiari e Tirintio rese:

Sol da noi si guadagna,

E con noi s’accompagna.                        108

Gran prole era di Giove

Il magnanimo Alcide;

Ma quante egli fa prove,

E quanti mostri ancide,

Onde s’innalzi poi

Al seggio degli eroi?                                 114

Altri le altere cune

Lascia, o Garzon, che pregi.

Le superbe fortune

Del vile anco son fregi.

Chi de la gloria è vago

Sol di virtù sia pago.                                120

Onora o figlio il Nume

Che dall’alto ti guarda:

Ma solo a lui non fume

Incenso o vittim’arda.

È d’uopo Achille alzare

Nell’alma il primo altare.                        126

Giustizia entro al tuo seno

Sieda e sul labbro il vero;

E le tue mani sièno

Qual albero straniero,

Onde soavi unguenti

Stillin sopra le genti.                                132

Perchè sì pronti affetti

Nel core il ciel ti pose?

Questi a Ragion commetti;

E tu vedrai gran cose:

Quindi l’alta rettrice

Somma virtude elice.                               138

Sì bei doni del cielo

No, non celar, garzone

Con ipocrito velo,

Che alla virtù si oppone.

Il marchio ond’è il cor scolto

Lascia apparir nel volto.                          144

Dalla lor meta han lode

Figlio, gli affetti umani.

Tu per la Grecia prode

Di ferro arma le mani:

Qua volgi qua l’ardire

De le magnanim’ire.                                150

Ma quel più dolce senso,

Onde ad amar ti pieghi,

Tra lo stuol d’armi denso

Venga, e pietà non nieghi

Al debole che cade

E a te grida pietade.                                 156

Te questo ognor costante

Schermo renda al mendico;

Fido ti faccia amante

E indomabile amico.

Così, con legge alterna

L’animo si governa.                                 162

Tal cantava il Centauro.

Baci il giovan gli offriva

Con ghirlande di lauro.

E Tetide che udiva,

A la fera divina

Plaudía dalla marina.                              168

V.

AL DOTTORE GIAMMARIA BICETTI DE’ BUTTINONI

[L’INNESTO DEL VAIUOLO]

O Genovese ove ne vai? qual raggio

Brilla di speme su le audaci antenne?

Non temi oimè le penne

Non anco esperte degli ignoti venti?

Qual ti affida coraggio

All’intentato piano

De lo immenso oceàno?

Senti le beffe dell’Europa, senti

Come deride i tuoi sperati eventi.           9

Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,

Che natura ponesse all’uom confine

Di vaste acque marine,

Se gli diè mente onde lor freno imporre:

E dall’alta pendice

Insegnolli a guidare

I gran tronchi sul mare,

E in poderoso canapè raccôrre

I venti, onde su l’acque ardito scorre.     18

Così l’eroe nocchier pensa, ed abbatte

I paventati d’Ercole pilastri;

Saluta novelli astri;

E di nuove tempeste ode il ruggito.

Veggon le stupefatte

Genti dell’orbe ascoso

Lo stranier portentoso.

Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito

All’Europa, che il beffa ancor sul lito.    27

Più dell’oro, Bicetti, all’Uomo è cara

Questa del viver suo lunga speranza:

Più dell’oro possanza

Sopra gli animi umani ha la bellezza.

E pur la turba ignara

Or condanna il cimento,

Or resiste all’evento

Di chi ’l doppio tesor le reca; e sprezza

I novi mondi al prisco mondo avvezza. 36

Come biada orgogliosa in campo estivo,

Cresce di santi abbracciamenti il frutto.

Ringiovanisce tutto

Nell’aspetto de’ figli il caro padre;

E dentro al cor giulivo

Contemplando la speme

De le sue ore estreme,

Già cultori apparecchia artieri e squadre

A la patria d’eroi famosa madre.            45

Crescete o pargoletti: un dì sarete

Tu forte appoggio de le patrie mura,

E tu soave cura,

E lusinghevol’esca ai casti cori.

Ma, oh dio, qual falce miete

De la ridente messe

Le sì dolci promesse?

O quai d’atroce grandine furori

Ne sfregiano il bel verde e i primi fiori? 54

Fra le tenere membra orribil siede

Tacito seme: e d’improvviso il desta

Una furia funesta

De la stirpe degli uomini flagello.

Urta al di dentro, e fiede

Con lièvito mortale;

E la macchina frale

O al tutto abbatte, o le rapisce il bello,

Quasi a statua d’eroe rival scarpello.      63

Tutti la Furia indomita vorace

Tutti una volta assale ai più verd’anni:

E le strida e gli affanni

Dai tugurj conduce a’ regj tetti;

E con la man rapace

Ne le tombe condensa

Prole d’uomini immensa.

Sfugge taluno è vero ai guardi infetti;

Ma palpitando peggior fato aspetti.       72

Oh miseri! che val di medic’arte

Nè studii oprar nè farmachi nè mani?

Tutti i sudor son vani

Quando il morbo nemico è su la porta;

E vigor gli comparte

De la sorpresa salma

La non perfetta calma.

Oh debil arte, oh mal secura scorta,

Che il male attendi, e no ’l previeni accorta!             81

Già non l’attende in orïente il folto

Popol che noi chiamiam barbaro e rude;

Ma sagace delude

Il fiero inevitabile demòne.

Poichè il buon punto ha colto

Onde il mostro conquida,

Coraggioso lo sfida;

E lo astrigne ad usar ne la tenzone

L’armi, che ottuse tra le man gli pone.  90

Del regnante velen spontaneo elegge

Quel ch’è men tristo; e macolar ne suole

La ben amata prole,

Che non più recidiva in salvo torna.

Però d’umano gregge

Va Pechino coperto;

E di femmineo merto

Tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna

Ove la Dea di Cipri orba soggiorna.      99

O Montegù, qual peregrina nave,

Barbare terre misurando e mari,

E di popoli varî

Disseppellendo antiqui regni e vasti,

E a noi tornando grave

Di strana gemma e d’auro,

Portò sì gran tesauro,

Che a pareggiare non che a vincer basti

Quel che tu dall’Eussino a noi recasti?   108

Rise l’Anglia, la Francia, Italia rise

Al rammentar del favoloso Innesto:

E il giudizio molesto

De la falsa ragione incontro alzosse.

In van l’effetto arrise

A le imprese tentate;

Chè la falsa pietate

Contro al suo bene e contro al ver si mosse,

E di lamento femminile armosse.           117

Ben fur preste a raccôr gl’infausti doni

Che, attraversando l’oceàno aprico,

Lor condusse Americo;

E ad ambe man li trangugiaron pronte.

De’ lacerati troni

Gli avanzi sanguinosi,

E i frutti velenosi

Strinser gioiendo; e da lo stesso fonte

De la vita succhiâr spasimi ed onte.       126

Tal del folle mortal tale è la sorte:

Contra ragione or di natura abusa;

Or di ragion mal usa

Contra natura che i suoi don gli porge.

Questa a schifar la morte

Insegnò madre amante

A un popolo ignorante;

E il popol colto, che tropp’alto scorge,

Contro ai consigli di tal madre insorge. 135

Sempre il novo, ch’è grande, appar menzogna,

Mio Bicetti, al volgar debile ingegno:

Ma imperturbato il regno

De’ saggi dietro all’utile s’ostina.

Minaccia nè vergogna

No ’l frena, no ’l rimove;

Prove accumula a prove;

Del popolare error l’idol rovina,

E la salute ai posteri destina.                   144

Così l’Anglia, la Francia, Italia vide

Drappel di saggi contro al vulgo armarse.

Lor zelo indomit’arse,

E di popolo in popolo s’accese.

Contro all’armi omicide

Non più debole e nudo;

Ma sotto a certo scudo

Il tenero garzon cauto discese,

E il fato inesorabile sorprese.                   153

Tu sull’orme di quelli ardito corri

Tu pur, Bicetti; e di combatter tenta

La pïetà violenta

Che a le Insubriche madri il core implíca.

L’umanità soccorri;

Spregia l’ingiusto soglio

Ove s’arman d’orgoglio

La superstizion del ver nemica,

E l’ostinata folle scola antica.                  162

Quanta parte maggior d’almi nipoti

Coltiverà nostri felici campi!

E quanta fia che avvampi

D’industria in pace o di coraggio in guerra!

Quanta i soavi moti

Propagherà d’amore,

E desterà il languore

Del pigro Imene, che infecondo or erra

Contro all’util comun di terra in terra!   171

Le giovinette con le man di rosa

Idalio mirto coglieranno un giorno:

All’alta quercia intorno

I giovinetti fronde coglieranno;

E a la tua chioma annosa,

Cui per doppio decoro

Già circonda l’alloro,

Intrecceran ghirlande, e canteranno:

Questi a morte ne tolse o a lungo danno.                 180

Tale il nobile plettro infra le dita

Mi profeteggia armonïoso e dolce,

Nobil plettro che molce

Il duro sasso dell’umana mente;

E da lunge lo invita

Con lusinghevol suono

Verso il ver, verso il buono;

Nè mai con laude bestemmiò nocente

O il falso in trono o la viltà potente.       189

VI.

AL SIG. WIRTZ

PRETORE PER LA REPUBBLICA ELVETICA

[IL BISOGNO]

O tiranno Signore

De’ miseri mortali,

O male, o persuasore

Orribile di mali

Bisogno, e che non spezza

Tua indomita fierezza!                            6

Di valli adamantini

Cinge i cor la virtude:

Ma tu gli urti e rovini,

E tutto a te si schiude.

Entri, e i nobili affetti

O strozzi od assoggetti.                           12

Oltre corri, e fremente

Strappi Ragion dal soglio;

E il regno de la mente

Occupi pien d’orgoglio,

E ti poni a sedere

Tiranno del pensiere.                               18

Al misero mortale

Ogni lume s’ammorza:

Ver la scesa del male

Tu lo strascini a forza:

Ei di sè stesso in bando

Va giù precipitando.                                24

Con le folgori in mano

La legge alto minaccia;

Ma il periglio lontano

Non scolora la faccia

Di chi senza soccorso

Ha il tuo peso sul dorso.                          30

Ahi l’infelice allora

I comun patti rompe;

Ogni confine ignora;

Ne’ beni altrui prorompe;

Mangia i rapiti pani

Con sanguinose mani.                             36

Ma quali odo lamenti

E stridor di catene;

E ingegnosi stromenti

Veggo d’atroci pene

Là per quegli antri oscuri

Cinti d’orridi muri?                                  42

Colà Giustizia armata

Tien giudizii funesti

Su la turba affannata,

Che tu persuadesti

A romper gli altrui dritti

O padre di delitti.                                     48

Meco vieni al cospetto

Del nume che vi siede.

No, non avrà dispetto

Che tu v’innoltri il piede.

Da lui con lieto volto

Anco il Bisogno è accolto.                        54

O ministri di Temi

Le spade sospendete:

Da i pulpiti supremi

Quà l’orecchio volgete.

Chi di voi pietà niega

Al Bisogno che prega?                             60

Perdon, dic’ei, perdono

Ai miseri cruciati.

Io son l’autore, io sono

De’ lor primi peccati.

Sia contro a me diretta

La pubblica vendetta.                              66

Ma quale a tai parole

Giudice si commove?

Qual dell’umana prole

A pietade si move?

Tu Wirtz uom saggio e giusto

Ne dai l’esempio augusto:                       72

Tu cui sì spesso vinse

Dolor de gl’infelici,

Che il Bisogno sospinse

A pôr le rapitrici

Mani nell’altrui parte

O per forza o per arte:                             78

E il carcere temuto

Lor lieto spalancasti:

E dando oro ed aiuto,

Generoso insegnasti

Come senza le pene

Il fallo si previene.                                    84

VII.

La evirazione

[LA MUSICA]

Aborro in su la scena

Un canoro elefante,

Che si strascina a pena

Su le adipose piante,

E manda per gran foce

Di bocca un fil di voce.                            6

Ahi pèra lo spietato

Genitor che primiero

Tentò di ferro armato

L’esecrabile e fiero

Misfatto onde si duole

La mutilata prole.                                    12

Tanto dunque de’ grandi

Può l’ozioso udito,

Che a’ rei colpi nefandi

Sen corra il padre ardito,

Peggio che fera od angue

Crudel contro al suo sangue?                  18

Oh misero mortale

Ove cerchi il diletto?

Ei tra le placid’ale

Di natura ha ricetto:

Là con avida brama

Susurrando ti chiama.                             24

Ella femminea gola

Ti offerse, onde soave

L’aere se ne vola

Or acuto ora grave;

E donò forza ad esso

Di rapirti a te stesso.                                30

Poi con più aperta strada

Diè a’ maschi poderoso

Petto, onde l’aere cada

Turgido, impetuoso,

Che d’alta meraviglia

Ti sospenda le ciglia.                                36

Tu non però contento

De’ suoi doni, prorompi

Contro a lei vïolento,

E le sue leggi rompi;

Cangi gli uomini in mostri,

E lor dignità prostri.                                42

Barbara gelosìa

Nel superbo orïente

So che pietà s’obblía

Vêr la misera gente,

Che da lascivo inganno

Assecura il tiranno:                                  48

E folle rito al nudo

Ultimo Caffro impone

Il taglio atroce e crudo,

Onde al molle garzone

Il decimo funesto

Anno sorge sì presto.                               54

Ma a te in mano lo stile

Italo genitore

Pose cura più vile

Del geloso furore:

Te non error ma vizio

Spinge all’atroce ufizio.                           60

T’arresta empio! Che fai?

Se tesoro ti preme,

Nel tuo figlio non l’hai?

Con le sue membra insieme,

Empio! il viver tu furi

Ai nepoti venturi.                                     66

Oh cielo! e tu consenti

D’oro sì cruda fame?

Nè più il foco rammenti

Di Pentapoli infame,

Le cui orribil’opre

Il nero àsfalto copre?                                72

Ma del tesor, che aperto

Già ne la mente pingi,

Tu non andrai per certo

Lieto come ti fingi

Padre crudel! Suo dritto

De’ avere il tuo delitto.                             78

L’oltraggio, ch’or gli è occulto

Il tuo tradito figlio

Ricorderassi adulto;

Con dispettoso ciglio

Da la vista fuggendo

Del carnefice orrendo.                             84

In vano in van pietade

Tu cercherai: chè l’alma

In lui depressa cade

Con la troncata salma,

Ed impeto non trova

Che a virtude la mova.                           90

Misero! A lato a i regi

Ei sederà cantando

Fastoso d’aurei fregi;

Mentre tu mendicando

Andrai canuto e solo

Per l’Italico suolo:                                     96

Per quel suolo, che vanta

Gran riti e leggi e studj;

E nutre infamia tanta,

Che a gli Affricani ignudi,

Benchè tant’alto saglia,

E a i barbari l’agguaglia.                        102

VIII.

Per la laurea di Maria Pellegrina Amoretti

[LA LAUREA]

Quell’ospite è gentil, che tiene ascoso

Ai molti bevitori

Entro ai dogli paterni il vino annoso

Frutto de’ suoi sudori;

E liberale allora

Sul desco il reca di bei fiori adorno,

Quando i Lari di lui ridenti intorno

Degno straniere onora:

E versata in cristalli empie la stanza

Insolita di Bacco alma fragranza.                       10

Tal io la copia che de i versi accolgo

Entro a la mente, sordo

Niego a le brame dispensar del volgo,

Che vien di fama ingordo.

In van l’uomo, che splende

Di beata ricchezza, in van mi tenta

Sì che il bel suono de le lodi ei senta,

Che dolce al cor discende:

E in van de’ grandi la potenza e l’ombra

Di facili speranze il sen m’ingombra.                 20

Ma quando poi sopra il cammin dei buoni

Mi comparisce innanti

Alma, che ornata di suoi propri doni

Merta l’onor dei canti,

Allor da le segrete

Sedi del mio pensiero escono i versi,

Atti a volar di viva gloria aspersi

Del tempo oltra le mete;

E donator di lode accorto e saggio

Io ne rendo al valor debito omaggio.                 30

Ed or che la risorta insubre Atene,

Con strana meraviglia,

Le lunghe trecce a coronar ti viene,

O di Pallade figlia,

Io rapito al tuo merto,

Fra i portici solenni e l’alte menti

M’innoltro, e spargo di perenni unguenti

Il nobile tuo serto:

Nè mi curo se ai plausi, onde vai nota,

Pinge ingenuo rossor tua casta gota.                 40

Ben so, che donne valorose e belle

A tutte l’altre esempio

Veggon splender lor nomi a par di stelle

D’eternità nel tempio:

E so ben che il tuo sesso

Tra gli ufizi a noi cari e l’umil’arte

Puote innalzarsi, e ne le dotte carte

Immortalar sè stesso.

Ma tu gisti colà, Vergin preclara,

Ove di molle piè l’orma è più rara.                     50

Sovra salde colonne antica mole

Sorge augusta e superba,

Sacra a colei, che dell’umana prole,

Frenando, i dritti serba.

Ivi la Dea si asside

Custodendo del vero il puro foco;

Ivi breve sul marmo in alto loco

Il suo volere incide:

E già da quello stile aureo, sincero

Apprendea la giustizia il mondo intero.               60

Ma d’ignari cultor turbe nemiche

Con temerario piede

Osâro entrar ne le campagne apriche,

Ove il gran tempio siede:

E la serena piaggia

Occuparon così di spini e bronchi,

Che fra i rami intricati e i folti tronchi

A pena il sol vi raggia;

E l’aere inerte per le fronde crebre

V’alza dense all’intorno atre tenèbre.                   70

Ben tu di Saffo e di Corinna al pari,

O donne altre famose,

Per li colli di Pindo ameni e varî

Potevi coglier rose:

Ma tua virtù s’irrìta

Ove sforzo virile a pena basta;

E nell’aspro sentier, che al piè contrasta,

Ti cimentasti ardita

Qual già vide ai perigli espor la fronte

Fiere vergini armate il Termodonte.                      80

Or poi, tornando dall’eccelsa impresa,

Qui sul dotto Tesino

Scoti la face al sacro foco accesa

Del bel tempio divino:

E dall’arguta voce

Tal di raro saper versi torrente,

Che il corso a seguitar de la tua mente

Vien l’applauso veloce,

Abbagliando al fulgor de’ raggi tui

La invidia, che suol sempre andar con lui.               90

Chi può narrar qual dal soave aspetto

E da’ verginei labri

Piove ignoto finora almo diletto

Su i temi ingrati e scabri?

Ecco la folta schiera

De’ giovani vivaci a te rivolta

Vede sparger di fior, mentre t’ascolta,

Sua nobile carriera:

E al novo esempio de la tua tenzone

Sente aggiugnersi al fianco acuto sprone.                100

Ai detti al volto a la grand’alma espressa

Ne’ fulgid’occhi tuoi

Ognun ti credería Temide stessa,

Che rieda oggi fra noi:

Se non che Oneglia, altrice

Nel fertil suolo di palladii ulivi,

Alza ai trionfi tuoi gridi giulivi;

E fortunata dice:

Dopo il gran Doria, a cui died’io la culla,

È il mio secondo sol questa fanciulla.                 110

E il buon parente, che su l’alte cime

Di gloria oggi ti mira,

A forza i moti del suo cor comprime,

E pur con sè s’adira,

Ma poi cotanto è grande

La piena del piacer, che in sen gli abbonda,

Che l’argin di modestia alfine innonda,

E fuor trabocca e spande:

E anch’ei col pianto, che celar desía,

Grida tacendo: questa figlia è mia.                      120

Ma dal cimento glorïoso e bello

Tanto stupore è nato,

Che già reca per te premio novello

L’erudito Senato.

Già vien su le tue chiome

Di lauro a serpeggiar fronda immortale:

E fra lieto tumulto in alto sale

Strepitoso il tuo nome;

E il tuo sesso leggiadro a te dà lode

De’ novi onori, onde superbo ei gode.                  130

Oh amabil sesso, che su l’alme regni

Con sì possente incanto,

Qual’alma generosa è che si sdegni

Del novello tuo vanto?

La tirannia virile

Frema, e ti miri a gli onorati seggi

Salir togato, e de le sacre leggi

Interprete gentile,

Or che d’Europa ai popoli soggetti

Fin dall’alto dei troni anco le detti.                         140

Tu sei, che di ragione il dolce freno

Sul forte Russo estendi;

Tu che del chiaro Lusitan nel seno

L’antico spirto accendi.

Per te Insubria beata,

Per te Germania è gloriosa e forte;

Tal che al favor de le tue leggi accorte

Spero veder tornata

L’età dell’oro, e il viver suo giocondo,

Se tu governi, ed ammaestri il mondo.                  150

E l’albero medesmo, onde fu colto

Il ramoscel, che ombreggia

A la dotta Donzella il nobil volto,

Convien che a te si deggia.

In esso alta Regina

Tien conversi dal trono i suoi bei rai;

Tal che lieto rinverde, e più che mai

Al cielo s’avvicina.

Quanto è bello a veder che il grato alloro

Doni al sesso di lei pompa e decoro!                       160

Ma già la Fama all’impaziente Oneglia

Le rapid’ali affretta;

E gridando le dice: olà, ti sveglia;

E la tua luce aspetta!

L’Insubria, onde romore

Va per mense ospitali ed atti amici,

Sa gli stranieri ancor render felici

Nel calle dell’onore.

Or quai, Vergine illustre, allegri giorni

Ti prepara la patria allor che torni?                        170

Pari alla gloria tua per certo a pena

Fu quella, onde si cinse

Colà d’Olimpia nell’ardente arena,

Il lottator che vinse;

Quando tra i lieti gridi

Il guadagnato serto al crin ponea;

E col premio d’onor, che l’uomo bea,

Tornava ai patrii lidi;

E scotendo le corde amiche ai vati

Pindaro lo seguía con gl’Inni alati.                         180

IX.

LE NOZZE

È pur dolce in su i begli anni

De la calda età novella

Lo sposar vaga donzella,

Che d’amor già ne ferì.                            4

In quel giorno i primi affanni

Ci ritornano al pensiere:

E maggior nasce il piacere

Da la pena che fuggì.                              8

Quando il sole in mar declina

Palpitare il cor si sente:

Gran tumulto è ne la mente:

Gran desìo ne gli occhi appar.                12

Quando sorge la mattina

A destar l’aura amorosa,

Il bel volto de la sposa

Si comincia a contemplar.                       16

Bel vederla in su le piume

Riposarsi al nostro fianco,

L’un de’ bracci nudo e bianco

Distendendo in sul guancial:                   20

E il bel crine oltra il costume

Scorrer libero e negletto;

E velarle il giovin petto,

Ch’or discende or alto sal.                       24

Bel veder de le due gote

Sul vivissimo colore

Splender limpido madore,

Onde il sonno le spruzzò:                        28

Come rose ancora ignote

Sovra cui minuta cada

La freschissima rugiada,

Che l’aurora distillò.                                32

Bel vederla all’improvviso

I bei lumi aprire al giorno;

E cercar lo sposo intorno,

Di trovarlo incerta ancor:                        36

E poi schiudere il sorriso

E le molli parolette

Fra le grazie ingenue e schiette

De la brama e del pudor.                        40

O Garzone, amabil figlio

Di famosi e grandi eroi,

Sul fiorir de gli anni tuoi

Questa sorte a te verrà.                            44

Tu domane aprendo il ciglio

Mirerai fra i lieti lari

Un tesor, che non ha pari

E di grazia e di beltà.                               48

Ma, ohimè, come fugace

Se ne va l’età più fresca,

E con lei quel che ne adesca

Fior sì tenero e gentil!                              52

Come presto a quel che piace

L’uso toglie il pregio e il vanto;

E dileguasi l’incanto

De la voglia giovanil!                               56

Te beato in fra gli amanti,

Che vedrai fra i lieti lari

Un tesor, che non ha pari

Di bellezza e di virtù!                               60

La virtù guida costanti

A la tomba i casti amori,

Poi che il tempo invola i fiori

De la cara gioventù.                                 64

X.

IL BRINDISI

Volano i giorni rapidi

Del caro viver mio:

E giunta in sul pendío

Precipita l’età.                                          4

Le belle, oh dio, che mentono

Han lingua così presta

Sol mi ripeton questa

Ingrata verità.                                          8

Con quelle occhiate mutole

Con quel contegno avaro

Mi dicono assai chiaro:

Noi non siam più per te.                          12

E fuggono e folleggiano

Tra gioventù vivace;

E rendonvi loquace

L’occhio la mano e il piè.                         16

Che far? Degg’io di lagrime

Bagnar per questo il ciglio?

Ah no; miglior consiglio

È di godere ancor.                                    20

Se già di mirti teneri

Colsi mia parte in Gnido,

Lasciamo che a quel lido

Vada con altri Amor.                               24

Volgan le spalle candide

Volgano a me le belle:

Ogni piacer con elle

Non se ne parte alfin.                              28

A Bacco e all’Amicizia

Sacro i venturi giorni.

Cadano i mirti; e s’orni

D’ellera il misto crin.                                32

Che fai su questa cetera,

Corda, che amor sonasti?

Male al tenor contrasti

Del novo mio piacer?                               36

Or di cantar dilettami

Tra’ miei giocondi amici,

Augurj a lor felici

Versando dal bicchier.                             40

Fugge la instabil Venere

Con la stagion de’ fiori:

Ma tu Lièo ristori

Quando il dicembre uscì.                        44

Amor con l’età fervida

Convien che si dilegue;

Ma l’amistà ne segue

Fino a l’estremo dì.                                  48

Le belle, ch’or s’involano

Schife da noi lontano,

Verranci allor pian piano

Lor brindisi ad offrir.                               52

E noi compagni amabili

Che far con esse allora?

Seco un bicchiere ancora

Bevere, e poi morir.                                  56

XI.

SOPRA L’USO DI RECITARE I VERSI ALLE MENSE,

ED AVANTI PERSONE INCAPACI DI GUSTARLI

[LA RECITA DE’ VERSI]

Qual fra le mense loco

Versi otterranno, che da nobil vena

Scendano; e all’acre foco

Dell’arte imponga la sottil Camena,

Meditante lavoro,

Che sia di nostra età pregio e decoro?                        6

Non odi alto di voci

I convitati sollevar tumulto,

Che i Centauri feroci

Fa rammentar, quando con empio insulto

All’ospite di liti

Sparsero e guerra i nuziali riti?                                   12

V’ha chi al negato Scaldi

Con gli abeti di Cesare veleggia;

E la vast’onda e i saldi

Muri sprezzati, già nel cor saccheggia

De’ Batavi mercanti

Le molto di tesoro arche pesanti.                                18

A Giove altri l’armata

Destra di fulmin spoglia; ed altri a volo

Sopra l’aria domata

Osa portar novelle genti al polo.

Tal sedendo confida

Ciascuno; e sua ragion fa delle grida.                        24

Vincere il suon discorde

Speri colui che di clamor le folli

Mènadi, allor che lorde

Di mosto il viso balzan per li colli,

Vince; e, con alta fronte,

Gonfia d’audace verso inezie conte.                           30

O gran silenzio intorno

A sè vanti compor Fauno procace,

Se del pudore a scorno

Annunzia carme onde ai profani piace;

Da la cui lubric’arte

Saggia matrona vergognando parte.                         36

Orecchio ama placato

La musa e mente arguta e cor gentile.

Ed io, se a me fia dato

Ordir mai su la cetra opra non vile,

Non toccherò già corda

Ove la turba di sue ciance assorda.                            42

Ben de’ numeri miei

Giudice chiedo il buon cantor, che destro

Punse i costumi rei

Di Tullio i casi; ed or, novo maestro

A far migliori i tempi,

Gli scherzi usa del Frigio e i propri esempi.              48

O te Paola, che il retto

E il bello atta a sentir formâro i Numi;

Te, che il piacer concetto

Mostri dolce intendendo i duo bei lumi,

Onde spira calore

Soavemente periglioso al core.                                    54

XII.

Nell’inverno del 1785

[LA CADUTA]

Quando Orïon dal cielo

Declinando imperversa;

E pioggia e nevi e gelo

Sopra la terra ottenebrata versa,                                4

Me spinto ne la iniqua

Stagione, infermo il piede,

Tra il fango e tra l’obliqua

Furia de’ carri la città gir vede;                                   8

E per avverso sasso

Mal fra gli altri sorgente,

O per lubrico passo

Lungo il cammino stramazzar sovente.                   12

Ride il fanciullo; e gli occhi

Tosto gonfia commosso,

Che il cubito o i ginocchi

Me scorge o il mento dal cader percosso.                  16

Altri accorre; e: « oh infelice

E di men crudo fato

Degno vate! » mi dice;

E seguendo il parlar, cinge il mio lato                        20

Con la pietosa mano;

E di terra mi toglie;

E il cappel lordo e il vano

Baston dispersi ne la via raccoglie:                             24

Te ricca di comune

Censo la patria loda;

Te sublime, te immune

Cigno da tempo che il tuo nome roda                        28

Chiama gridando intorno;

E te molesta incíta

Di poner fine al Giorno,

Per cui cercato a lo stranier ti addita.                         32

Ed ecco il debil fianco

Per anni e per natura

Vai nel suolo pur anco

Fra il danno strascinando e la paura:                         36

Nè il sì lodato verso

Vile cocchio ti appresta,

Che te salvi a traverso

De’ trivii dal furor de la tempesta.                              40

Sdegnosa anima! prendi

Prendi novo consiglio,

Se il già canuto intendi

Capo sottrarre a più fatal periglio.                             44

Congiunti tu non hai,

Non amiche, non ville,

Che te far possan mai

Nell’urna del favor preporre a mille.                          48

Dunque per l’erte scale

Arrampica qual puoi;

E fa gli atrii e le sale

Ogni giorno ulular de’ pianti tuoi.                             52

O non cessar di pórte

Fra lo stuol de’ clienti,

Abbracciando le porte

De gl’imi, che comandano ai potenti;                        56

E lor mercè penètra

Ne’ recessi de’ grandi;

E sopra la lor tetra

Noia le facezie e le novelle spandi.                             60

O, se tu sai, più astuto

I cupi sentier trova

Colà dove nel muto

Aere il destin de’ popoli si cova;                                  64

E fingendo nova esca

Al pubblico guadagno,

L’onda sommovi, e pesca

Insidioso nel turbato stagno.                                       68

Ma chi giammai potría

Guarir tua mente illusa,

O trar per altra via

Te ostinato amator de la tua Musa?                           72

Lasciala: o, pari a vile

Mima, il pudore insulti,

Dilettando scurrile

I bassi genj dietro al fasto occulti.                               76

Mia bile, al fin costretta

Già troppo, dal profondo

Petto rompendo, getta

Impetuosa gli argini; e rispondo:                                80

« Chi sei tu, che sostenti

A me questo vetusto

Pondo, e l’animo tenti

Prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.               84

Buon cittadino, al segno

Dove natura e i primi

Casi ordinâr, lo ingegno

Guida così, che lui la patria estimi.                             88

Quando poi d’età carco

Il bisogno lo stringe,

Chiede opportuno e parco

Con fronte liberal, che l’alma pinge.                          92

E se i duri mortali

A lui voltano il tergo,

Ei si fa, contro ai mali,

Della costanza sua scudo ed usbergo.                        96

Nè si abbassa per duolo,

Nè s’alza per orgoglio. »

E ciò dicendo, solo

Lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.         100

Così, grato ai soccorsi,

Ho il consiglio a dispetto;

E privo di rimorsi,

Col dubitante piè torno al mio tetto.                          104

XIII.

LA TEMPESTA

Odi Alcone il muggito

Nell’alto mar de la crudel tempesta

E la folgor funesta,

Che con tuono infinito

Scoppia da lungi, e rimbombar fa il lito.                  5

Ahimè miseri legni,

Che cupidigia e ambizion sospinse;

E facil’aura vinse

Per li mobili regni

Lor speme a sciorre oltre gli Erculei segni!               10

Altro sperò giocondo

Tornar da ignote prezïose cave;

E d’oro e gemme grave

Opprimer col suo pondo

De la spiaggia nativa il basso fondo.                          15

Credeva altro d’immani

Mostri oleosi preda far nell’alto;

Altro feroce assalto

Dare a gli abeti estrani,

E dell’altrui tesoro empier suoi vani.                          20

Ma il tuono e il vento e l’onda

Terribilmente agita tutti e batte;

Nè le vele contratte

Nè da la doppia sponda

Il forte remigar, l’urto che abbonda                           25

Vince nè frena. E in tanto

Serpendo incendïoso il fulmin fischia:

E fra l’orribil mischia

De’ venti e il buio manto

Del cielo, ognun paventa essere infranto.                   30

E già più l’un non puote

L’alto durar tormento: uno al destino

Fa contrario cammino;

Un contro all’aspra cote

Di cieco scoglio il fianco urta e percote:                     35

E quale il flutto avverso

Beve già rotto: e qual del multiforme

Monte dell’acque enorme

Sopra di lui riverso

Cede al gran peso; e alfin piomba sommerso.          40

Alcon, non ti rammenti

Quel che superbo per ornata prora

Veleggiava finora,

Di purpurei lucenti

Segni ingombrando gli alberi potenti?                      45

A quello d’ambo i lati

Ignivome s’aprìan di bronzo bocche;

Onde pari a le rôcche

Forza sprezzava e agguati

D’abete o pin contro al suo corso armati.                 50

E l’onde allettatrici

Stendeansi piane a lui davanti; e ai grembi

Fregiati d’aurei lembi

De’ canapi felici

Spiravan ostinati i venti amici;                                   55

Mentre Glauco e i Tritoni

Pur con le braccia lo spingean più forte,

E da le conche torte

Lusingavano i buoni

Augurii intorno a lui con alti suoni.                            60

E lungo i pinti banchi

Le Dee del mar sparse le chiome bionde

Carolavan per l’onde,

Che lucide su i bianchi

Dorsi fuggian strisciando e sopra i fianchi.               65

Fra tanto, senza alcuno

Il beato nocchier timor che il roda,

Dall’alto de la proda

Al mattin primo e al bruno

Vespro così cantava inni a Nettuno:                           70

« A te sia lode o nume,

Di cui son l’opre ognor potenti e grandi,

O se nel suol ti spandi

Con le fuggenti spume

O di Cinzia t’innalzi al chiaro lume!                          75

Tu col tridente altero

Al tuo piacer la terra ampia dividi;

Tu fra gli opposti lidi

Del duplice emispero

Scorrevole a i mortali apri sentiero.                            80

Rota per te le nuove

Con subitaneo piè veci Fortuna:

E quello, che con una

Occhiata il tutto move,

Non è di te maggior superno Giove. »                       85

Tale adulava. Or mira

Or mira, Alcon, come del porto in faccia,

Lungi dal porto il caccia

Nettuno stesso; e a dira

Sorte con gli altri lo trasporta e aggira!                      90

E la ricchezza imposta

Indi con la tornante onda ritoglie;

E le lacere spoglie

Ne gitta, e la scomposta

Mole a traverso dell’arida costa.                                 95

Ahi qual furore il mena

Pur contra noi d’ogni avarizia schivi,

Che sotto a i sacri ulivi

Radendo quest’arena

Peschiam canuti con duo remi a pena!                      100

Alcon, che più s’aspetta?

Ecco il turbine rio, che omai n’è sopra.

Lascia che il flutto copra

La sdrucita barchetta;

E noi nudi salvianci al sasso in vetta.                         105

O giovanetti, piante

Ponete in terra; qui pomi inserite;

Qui gli armenti nodrite

Sotto a le leggi sante

De la natura in suo voler costante.                             110

Qui semplici a regnare;

Qui gli utili prendete a ordir consigli;

Nè fidate de’ figli

La sorte, o de le care

Spose, a l’arbitrio del volubil mare.                            115

XIV

IN MORTE DEL MAESTRO SACCHINI

Te con le rose ancora

Della felice gioventù nel volto

Vidi e conobbi, ahi tolto

Sì presto a noi da la fatal tua ora

O di suoni divini

Pur dianzi egregio trovator Sacchini!                6

Maschia beltà fiorìa

Nell’alte membra; dai vivaci lumi

Splendido di costumi

E di soavi affetti indizio uscía:

Il labbro era potente

Dell’animo lusinga e de la mente.                      12

All’armonico ingegno

Quante volte fe’ plauso, e vinta poi

Da gli altri pregi tuoi

Male al tenero cor pose ritegno

Damigella immatura,

O matrona di sè troppo secura!                          18

Ma perfido o fastoso

Te giammai non chiamò tardi pentita:

Nè d’improvviso uscita

Madre sgridò nè furibondo sposo,

Te ingenuo e del procace

Rito de’ tuoi non facile seguace.                          24

Amò de’ bei concenti

Empier la tromba sua poscia la Fama;

Tal che d’emula brama

Arser per te le più lodate genti

Che Italia chiuda, o l’Alpe

Da noi rimova, o pur l’Erculea Calpe.                30

E spesso a breve oblio

La da lui declinante in novo impero

Il Britanno severo

America lasciò: tanto il rapío,

Non avveduto ai tristi

Casi, l’arguzia onde i tuoi modi ordisti.             36

O, se la tua dal mare

Arte poi venne a popol più faceto,

Nel teatro inquïeto

Tacquer le ardenti musicali gare;

E in te sol uno immoti

Stetter dei cori e de l’orecchio i voti:                   42

Poi che da’ tuoi pensieri

Mirabile di suoni ordin si schiuse,

Che per l’aere diffuse

Non peranco al mortal noti piaceri;

O se tu amasti vanto

Dare a i mobili plettri, o pure al canto.              48

Fra la scenica luce

Ben più superbi strascinaron gli ostri

I prezïosi mostri,

Che l’Italo crudele ancor produce;

E le avare sirene

Gravi a l’alme sperâro impor catene;                 54

Quando su le sonore

Labbra di lor tuo nobil estro scese;

E novi accenti apprese

Delle regali vergini al dolore,

O ne’ tragici affanni

Turbò di modulate ire i tiranni.                          60

Ma tu, del non virile

Gregge sdegnando i folli orgogli e l’oro,

Innalzasti il decoro

Della bell’arte tua, spirto gentile,

Di liberi diletti

Sol avido bear gli umani petti.                            66

Nè, se talor converse

La non cieca Fortuna a te il suo viso,

E con lieto sorriso

Fulgido di tesoro il lembo aperse,

Indivisi a gli amici

I doni a te di lei parver felici.                               72

Ahi credeva a le belle

Sue spiagge Italia rivederti alfine,

Coronandoti il crine

Le già cresciute a lei fresche donzelle,

Use di te le lodi

Ascoltar da le madri e i dolci modi!                    78

Ed ecco l’atra mano

Alzò colei, cui nessun pregio move;

E te, cercante nuove

Grazie lungo il sonoro ebano in vano,

Percosse; e di famose

Lagrime oggetto in su la Senna pose.                84

Nè gioconde pupille

Di cara donna, nè d’amici affetto,

Che tante a te nel petto

Valean di senso ad eccitar faville,

Più desteranno arguto

Suono dal cener tuo per sempre muto.              90

XV.

Per Cecilia Tron

[IL PERICOLO]

In vano in van la chioma

Deforme di canizie,

E l’anima già doma

Dai casi, e fatto rigido

Il senno dall’età,                                       5

Si crederà che scudo

Sien contro ad occhi fulgidi

A mobil seno a nudo

Braccio e all’altre terribili

Arme della beltà.                                      10

Gode assalir nel porto

La contumace Venere;

E, rotto il fune e il torto

Ferro, rapir nel pelago

Invecchiato nocchier;                               15

E per novo periglio

Di tempeste, all’arbitrio

Darlo del cieco figlio,

Esultando con perfido

Riso del suo poter.                                    20

Ecco me di repente,

Me stesso, per l’undecimo

Lustro di già scendente,

Sentii vicino a porgere

Il piè servo ad amor:                                25

Benchè gran tempo al saldo

Animo in van tentassero

Novello eccitar caldo

Le lusinghiere giovani

Di mia patria splendor.                           30

Tu dai lidi sonanti

Mandasti, o torbid’Adria,

Chi, sola, de gli amanti

Potea tornarmi a i gemiti

E al duro sospirar;                                    35

Donna d’incliti pregi

Là fra i togati principi,

Che di consigli egregi

Fanno l’alta Venezia

Star libera sul mar.                                  40

Parve, a mirar, nel volto

E ne le membra Pallade,

Quando, l’elmo a sè tolto,

Fin sopra il fianco scorrere

Si lascia il lungo crin:                               45

Se non che a lei dintorno

Le volubili grazie

Dannosamente adorno

Rendeano ai guardi cupidi

L’almo aspetto divin.                               50

Qual, se parlando, eguale

A gigli e rose il cubito

Molle posava? Quale,

Se improvviso la candida

Mano porgea nel dir?                              55

E a le nevi del petto,

Chinandosi da i morbidi

Veli non ben costretto,

Fiero dell’alme incendio!,

Permetteva fuggir?                                  60

In tanto il vago labro,

E di rara facondia

E d’altre insidie fabro,

Gìa modulando i lepidi

Detti nel patrio suon.                               65

Che più? Da la vivace

Mente lampi scoppiavano

Di poetica face,

Che tali mai non arsero

L’amica di Faon;                                      70

Nè quando al coro intento

De le fanciulle Lesbie

L’errante vïolento

Per le midolle fervide

Amoroso velen;                                        75

Nè quando lo interrotto

Dal fuggitivo giovane

Piacer cantava, sotto

A la percossa cetera

Palpitandole il sen.                                   80

Ahimè quale infelice

Giogo era pronto a scendere

Su la incauta cervice,

S’io nel dolce pericolo

Tornava il quarto dì!                                85

Ma con veloci rote

Me, quantunque mal docile,

Ratto per le remote

Campagne il mio buon Genio

Opportuno rapì.                                       90

Tal che in tristi catene

Ai garzoni ed al popolo

Di giovanili pene

Io canuto spettacolo

Mostrato non sarò.                                   95

Bensì, nudrendo il mio

Pensier di care immagini,

Con soave desio

Intorno all’onde Adriache

Frequente volerò.                                     100

XVI.

PER CAMILLO GRITTI, PRETORE DI VICENZA NEL 1787

[LA MAGISTRATURA]

Se robustezza ed oro

Utili a far cammino il ciel mi desse,

Vedriansi l’orme impresse

De le rote, che lievi al par di Coro

Me porterebbon, senza

Giammai posarsi, a la gentil Vicenza;                6

Onde arguta mi viene

E penetrante al cor voce di donna,

Che vaga e bella in gonna,

Dell’altro sesso anco le glorie ottiene;

Fra le Muse immortali

Con fortunato ardir spiegando l’ali.                   12

E da gli occhi di lei

Oltre lo ingegno mio fatto possente,

Rapido da la mente

Accesa il desïato inno trarrei,

Colui ponendo segno

Che de gli onori tuoi, Vicenza, è degno.              18

Che dissi? Abbian vigore

Di membra quei che morir denno ignoti;

E sordidi nipoti

Spargan d’avi lodati aureo splendore.

Noi delicati, e nudi

Di tesor, che nascemmo ai sacri studî,               24

Noi, quale in un momento

Da mosso speglio il suo chiaror traduce

Riverberata luce,

Senza fatica in cento parti e in cento,

Noi per monti e per piani

L’agile fantasia porta lontani.                             30

Salute a te, salute

Città, cui da la Berica pendice

Scende la copia, altrice

De’ popoli, coperta di lanute

Pelli e di sete bionde,

Cingendo al crin con spiche uve gioconde.        36

A te d’aere vivace

A te il ciel di salubri acque fe’ dono.

Caro tuo pregio sono

Leggiadre donne, e giovani a cui piace

Ad ogni opra gentile

L’animo esercitar pronto e sottile.                      42

Il verde piano e il monte,

Onde sì ricca sei, caccian la infame

Necessità, che brame

Cova malvage sotto al tetro fronte;

Mentre tu l’arti opponi

All’ozio vil corrompitor de’ buoni.                      48

E lungi da feroce

Licenza e in un da servitude abbietta,

Ne vai per la diletta

Strada di libertà dietro a la voce,

Onde te stessa reggi,

De’ bei costumi tuoi, de le tue leggi:                   54

Leggi che fin dagli anni

Prischi non tolse il domator Romano;

Nè cancellâr con mano

Sanguinolenta i posteri tiranni;

Fin che il Lione altero

Te amica aggiunse al suo pacato impero.           60

E quei mutar non gode

Il consueto a te ordin vetusto;

Ma generoso e giusto

Vuol che ne venga vindice e custode

Al varïar de’ lustri

Fresco valor degli ottimati illustri.                      66

Ahi! quale a me di bocca

Fugge parlar, che te nel cor percote,

A cui già su le gote

Con le lagrime sparso il duol trabocca,

E par che solo un danno

Cotanti beni tuoi volga in affanno!                     72

Lassa! davanti al tempio

Che sul tuo colle tanti gradi sale,

Supplicavi che uguale

A un secol fosse, con novello esempio,

Il quinquennio sperato

Quando l’inclito Gritti a te fu dato.                    78

Ed ecco, a pena lieto

Sopra l’aureo sentier battea le penne,

A fulminarlo venne

Repentino cadendo alto decreto,

Che, quasi al vento foglie,

Ogni speranza tua dissipa e toglie.                    84

E qual dall’anelante

Suo sen divelto innanzi tempo vede

Lungi volgere il piede

Nova tenera sposa il caro amante,

Che tromba e gloria avita

Per la patria salute altronde invita;                    90

Così l’eroe tu miri

Da te partirsi; e di te stessa in bando,

Vedova afflitta errando

E di querele empiendo e di sospiri

I fôri ed i teatri

E le vie già sì belle e i ponti e gli atrî                   96

E i templi a le divine

Cure sagrati, che di te sì degni,

De’ tuoi famosi ingegni

Ahimè! l’arte non pose a questo fine,

Altro più ben non godi

Che tra gli affanni tuoi cantar sue lodi.              102

Non già perch’ei non porse

Le mani a l’oro o a le lusinghe il petto;

Nè sopra l’equo e il retto

Con l’arbitro voler giammai non sorse;

Nè le fidate a lui

Spada o lanci detorse in danno altrui.                108

Vile dell’uomo è pregio

Non esser reo. Costui da i chiari apprese

Atavi donde scese,

D’alte glorie a infiammar l’animo egregio,

E a gir dovunque in forme

Più insigni de’ miglior splendano l’orme.             114

Chi sì benigno e forte

Di Temide impugnò l’util flagello?

O chi pudor sì bello

Diede all’augusta autorità consorte?

O con sì lene ciglio

Fe’ l’imperio di lei parer consiglio?                     120

Davanti a più maturo

Giudizio le civili andar fortune,

O starsene il comune

Censo in maggior frugalità securo,

Quando giammai si vide

Ovunque il giusto le sue norme incide?       126

Al veder lince, al provveder fu pardo;

Ei del popolo al guardo

Gli arcani altrui, non sè medesmo ascose;

Nè occulto orecchio sciolse,

Ma solenne tra i fasci il vero accolse.                  132

Ei gli audaci repressi

Tenne con l’alma dignità del viso;

Ei con dolce sorriso,

Poi che del grado a sollevar gli oppressi

Tutto il poter consunse,

A la giustizia i beneficii aggiunse.                      138

E tal suo zelo sparse,

Che grande a i grandi, al cittadino pari,

Uom comune ai volgari,

Rettor, giudice, padre, a tutti apparse;

Destando in tutti, estreme

Cose, amicizia e riverenza insieme.                    144

Ben chiamarsi beata

Può fra povere balze e ghiacci e brume,

Gente cui sia dal nume

Simil virtude a preseder mandata.

Or qual fu tua ventura,

Città, cui tanto il ciel ride e natura!                    150

Ma balsamo, che tolto

Vien di sotterra, e s’apre al chiaro giorno,

Subitamente intorno

Con eterea fragranza erra disciolto;

Tal che il senso lo ammira,

E ognun di possederne arde e sospira.               156

Quale stupor, se brama

Del nobil figlio al gran Senato nacque;

E repente, fra l’acque

Onde lungi provvede, a sè il richiama?

Di tanto senno ai raggi

Voti non sorser mai, altro che saggi.                  162

Non vedi quanti aduna

Ferri e fochi su l’onda e su la terra

Vasto mostro di guerra,

Che tre Imperi commette a la Fortuna;

E con terribil faccia

Anco l’altrui securità minaccia?                          168

Or convien che s’affretti,

Cotanto a le superbe ire vicina,

Del mar l’alta Regina

Il suo fianco a munir d’uomini eletti,

Ov’ardan le sublimi

Anime di color che opposer primi                      174

Al rio furore esterno

Il valor la modestia ed i consigli;

E dai miseri esigli

Fecer l’Adria innalzarsi a soglio eterno;

E sonar con preclare

Opre del nome lor la terra e il mare.                  180

Godi, Vicenza mia,

Che il Gritti a fin sì glorioso or vola:

E il tuo dolor consola,

Mirando qual segnò splendida via

Co’ brevi esempi suoi

Alla virtù di chi verrà da poi.                              186

XVII.

ALLA MARCHESA PAOLA CASTIGLIONI

[IL DONO]

Queste, che il fero Allobrogo

Note piene d’affanni

Incise col terribile

Odiator de’ tiranni

Pugnale, onde Melpomene

Lui fra gl’Itali spirti unico armò;                    6

Come oh come a quest’animo

Giungon soavi e belle,

Or che la stessa Grazia

A me di sua man dielle,

Dal labbro sorridendomi,

E dalle luci, onde cotanto può!                        12

Me per l’urto e per l’impeto

De gli affetti tremendi,

Me per lo cieco avvolgere

De’ casi, e per gli orrendi

Dei gran re precipizii,

Ove il coturno camminando va,                     18

Segue tua dolce immagine,

Amabil donatrice,

Grata spirando ambrosia

Su la strada infelice;

E in sen nova eccitandomi

Mista al terrore acuta voluttà:                         24

O sia che a me la fervida

Mente ti mostri, quando

In divin modi, e in vario

Sermon, dissimulando,

Versi d’ingegno copia

E saper che lo ingegno almo nodrì:                30

O sia quando spontaneo

Lepor tu mesci a i detti;

E di gentile aculeo

Altrui pungi e diletti

Mal cauto da le insidie,

Che de’ tuoi vezzi la natura ordì.                   36

Caro dolore, e specie

Gradevol di spavento

È mirar finto in tavola

E squallido e di lento

Sangue rigato il giovane

Che dal crudo cinghiale ucciso fu:                  42

Ma sovra lui se pendere

La madre de gli amori,

Cingendol con le rosee

Braccia si vede, i cori

Oh quanto allor si sentono

Da giocondo tumulto agitar più!                    48

Certo maggior, ma simile

Fra le torbide scene

Senso in me desta il pingermi

Tue sembianze serene;

E all’atre idee contessere

I bei pregi, onde sol sei pari a te.                     54

Ben porteranno invidia

A’ miei novi piaceri

Quant’altri a scorrer prendano

I volumi severi.

Che far, se amico genio

Sì amabil donatrice a lor non diè?                  60

XVIII.

PER ANGELO MARIA DURINI CARDINALE

[LA GRATITUDINE]

Parco di versi tessitor ben fia

Che me l’Italia chiami;

Ma non sarà che infami

Taccia d’ingrato la memoria mia.

Vieni o Cetra al mio seno;

E canto illustre al buon Durini sciogli,

Cui di fortuna dispettosi orgogli

Duro non stringon freno;

Sì che il corso non volga ovunque ei sente

Non ignobil favilla arder di mente.                            10

Me pur dall’ombra de’ volgari ingegni

Tolse nel suo pensiero;

E con benigno impero

Collocò repugnante in fra i più degni.

Me fatto idolo a lui

Guatò la Invidia con turbate ciglia;

Mentre in tanto splendor gran meraviglia

A me medesmo io fui:

E sdegnoso pudore il cor mi punse,

Che all’alta cortesia stimoli aggiunse.                        20

Solenne offrir d’ambizïose cene,

Onde frequente schiera

Sazia si parta e altera,

Non è il favor di che a bearmi ei viene.

Mortale, a cui la sorte

Cieco diede versar d’enormi censi,

Sol di tai fasti celebrar sè pensi

E la turba consorte.

Chi sovra l’alta mente il cor sublima

Meglio sè stesso e i sacri ingegni estima.                   30

Cetra il dirai; poi che a mostrarsi grato,

Fuor che fidar nell’ali

De la fama immortali,

Non altro mezzo all’impotente è dato.

Quei, che al fianco de’ regi

Tanto sparse di luce e tanto accolse

Fin che le chiome de la benda involse

Premio di fatti egregi,

A me, che l’orma umíl tra il popol segno,

Scender dall’alto suo non ebbe a sdegno.                 40

E spesso i Lari miei, novo stupore!

Vider l’ostro romano

Riverberar nel vano

Dell’angusta parete almo fulgore;

E di quell’ostro avvolti

Vider natia bontà, clemente affetto,

Ingenui sensi, nel vivace aspetto

Alteramente scolti,

E quanti alma gentil modi ha più rari,

Onde fortuna ad esser grande impari.                       50

Qual nel mio petto ancor siede costante

Di quel dì rimembranza,

Quando in povera stanza

L’alta forma di lui m’apparve innante!

Sirio feroce ardea:

Ed io, fra l’acque in rustic’urna immerso,

E a le Naiadi belle umil converso,

Oro non già chiedea

Che a me portasser dall’alpestre vena,

Ma te, cara salute, al fin serena.                                 60

Ed ecco, i passi a quello dio conforme

Cui finse antico grido

Verso il materno lido

Dal Xanto ritornar con splendid’orme,

Ei venne; e al capo mio

Vicin si assise; e da gli ardenti lumi

E da i novi spargendo atti e costumi

Sovra i miei mali oblio,

A me di me tali degnò dir cose;

Che tenerle fia meglio al vulgo ascose.                       70

Io del rapido tempo in vece a scorno

Custodirò il momento,

Ch’ei con nobil portento

Ruppe lo stuol, che a lui venía d’intorno;

E solo accorse; e ratto,

Me, nel sublime impazïente cocchio

Per la negata ohimè forza al ginocchio

Male ad ascender atto,

Con la man sopportò, lucidi dardi

Di sacre gemme sparpagliante a i guardi.                80

Come la Grecia un dì gl’incliti figli

Di Tindaro credette

Agili su le vette

De le navi apparir pronti a i perigli;

E di felice raggio

Sfavillando il bel crin biondo e le vesti,

Curvare i rosei dorsi; e le celesti

Porger braccia, coraggio

Dando fra l’alte minaccianti spume

Al trepido nocchier caro al lor nume:                         90

Tale in sembianti ei parve oltra il mortale

Uso benigni allora;

Onde quell’atto ancora

Di giocondo tumulto il cor m’assale:

Chè la man, ch’io mirai

Dianzi guidar l’amata genitrice,

Ahi prima del morir tolta infelice

Del sole a i vaghi rai,

E tolta dal veder per lei dal ciglio

Sparger lagrime illustri il caro figlio;                          100

Quella man, che gran tempo a lato a i troni

Onde frenato è il mondo,

Di consiglio profondo

Carte seppe notar propizie a i buoni;

Quella che, mentre ei presse

De le chiare provincie i sommi seggi,

Grate al popol donò salubri leggi;

Quella il mio fianco resse

Insigne aprendo a la fastosa etade

Spettacol di modestia e di pietade.                             110

Uomo, a cui la natura e il ciel diffuse

Voglie nel cor benigne,

Qualor desio lo spigne

L’arti a seguir de le innocenti Muse,

Il germe in lui nativo

Con lo aggiunto vigor molce ed affina,

Pari a nobile fior, cui cittadina

Mano in tiepido clivo

Educa e nutre, e da più ricche foglie

Cara copia d’odori all’aria scioglie.                            120

Costui, se poi dintorno a sè conteste

D’onori e di fortuna

Fulgide pompe aduna,

Pregiate allor che a la virtù son veste,

Costui de’ proprii tetti

Suo ritroso favor già non circonda;

Ma con pubblica luce esce e ridonda

Sopra gl’ingegni eletti,

Destando ardor per le lodevol’opre,

Che le genti e l’età di gloria copre.                             130

Non va la mente mia lungi smarrita

Co’ versi lusinghieri;

Ma per varii sentieri

Dell’inclito Durin l’indole addita:

E, come falco ordisce

Larghi giri nel ciel volto a la preda,

Tal, benchè vagabondo altri lo creda,

Me il mio canto rapisce

A dir com’egli a me davanti egregio

Uditor tacque; ed al Liceo diè pregio.                        140

Quando, dall’alto disprezzando i rudi

Tempi a cui tutto è vile

Fuor che lucro servile;

Solo de’ grandi entrar fu visto; e i nudi

Scanni repente cinse

De’ lucidi spiegati ostri sedendo;

E al giovane drappel, che a lui sorgendo

Di bel pudor si tinse,

Lene compagno ad ammirar sè diede;

E grande a i detti miei acquistò fede.                         150

Onde osai seguitar del miserando

Di Làbdaco nipote

Le terribili note

E il duro fato e i casi atroci e il bando;

Quale all’Attiche genti

Già il finse di colui l’altero carme,

Che la patria onorò trattando l’arme

E le tibie piagnenti;

E de le regie dal destin converse

Sorti, e dell’arte inclito esempio offerse.                     160

Simuli quei, che più sè stesso ammira,

Fuggir l’aura odorosa

Che da i labbri di rosa

La bellissima Lode a i petti inspira;

Lode figlia del cielo,

Che mentre a la Virtù terge i sudori,

E soave origlier spande d’allori

A la Fatica e al Zelo,

Nuove in alma gentil forze compone;

E, gran premio dell’opre, al meglio è sprone.           170

Io non per certo i sensi miei scortese

Di stoico superbo

Manto celati serbo,

Se propizia giammai voce a me scese.

Nè asconderò che grata

Ei da le labbra melodia mi porse,

Quando facil per me grazia gli scorse

Da me non lusingata;

Poi che tropp’alto al cor voto s’imprime

D’uom che ingegno e virtudi alzan sublime.            180

Pur, se lice che intero il ver si scopra,

Dirò che più mi piacque

Allor che di me tacque,

E del prisco cantor fe’ plauso all’opra.

Sorser le giovanili

Menti da tanta autorità commosse:

Subita fiamma inusitata scosse

Gli spiriti gentili,

Che con novo stupor dietro a gl’inviti

De la greca beltà corser rapiti.                                    190

Onde come il cultor, che sopra il grembo

De’ lavorati campi

Mira con fausti lampi

Stendersi repentino estivo nembo;

E tremolar per molta

Pioggia con fresco mormorìo le frondi;

E di novi al suo piè verdi giocondi

Rider la biada folta,

Tal io fui lieto, e nel pensier descrissi

Belle speranze a la mia Insubria, e dissi:                   200

Vedrò vedrò da le mal nate fonti

Che di zolfo e d’impura

Fiamma e di nebbia oscura

Scendon l’Italia ad infettar da i monti;

Vedrò la gioventude

I labbri torcer disdegnosi e schivi,

E a i limpidi tornar di Grecia rivi,

Onde natura schiude

Almo sapor, che a sè contrario il folle

Secol non gusta, e pur con laudi estolle.                   210

Questi è il Genio dell’arti. Il chiaro foco

Onde tutt’arde e splende

Irrequïeto ei stende

Simile all’alto sol di loco in loco.

Il Campidoglio e Roma

Lui ancor biondo il crine ammirar vide

I supremi del bello esempi e guide,

Che lunga età non doma;

E il concetto fervore e i novi auspicj

Largo versar di Pallade a gli amici.                            220

Nè già, benchè per rapida le penne

Strada d’onor levasse,

Da sè rimote o basse

Le prime cure onde fu vago ei tenne:

O se con detti armati

D’integra fede e cor di zelo accenso

Osò l’ardua tentar fra nuvol denso

Mente de i re scettrati;

O se nel popol poi con miti e pure

Man le date spiegò verghe e la scure.                 230

Però che dove o fra le reggie eccelse

Loco all’arti divine

O in umili officine

O in case ignote la fortuna scelse,

Ivi amabil decoro

E saggia meraviglia al merto desta

Venne guidando, e largità modesta,

E de le Grazie il coro

Co’ festevoli applausi ora discinti,

Or de’ bei nodi de le Muse avvinti.                             240

Anzi, come d’Alcide e di Tesèo

Suona che da le vive

Genti a le inferne rive

L’ardente cortesia scender poteo;

Ed ei così la notte

Ruppe dove l’oblio profondo giace;

E al lieto de la fama aere vivace

Tornò le menti dotte;

E l’opre lor, dopo molt’anni e lustri,

Di sue vigilie allo splendor fe’ illustri.                         250

Tal che onorato ancor sul mobil etra

Va del suo nome il suono

Dove il chiaro Polono

Dell’arbitro vicino al fren s’arretra;

Dove il regal Parigi

Novi a sè fati oggi prepara, e dove

L’ombra pur anco del gran Tosco move

Che gli antiqui vestigi

Del saper discoperse, e fèo la chiusa

Valle sonar di così nobil Musa.                                   260

È ver che, quali entro al lor fondo avito

I Fabrizi e i Cammilli

Tornar godean tranquilli

Pronti sempre del Tebro al sacro invito:

Tal di sè solo ei pago

Lungi dall’aura popolar s’invola;

E mentre il ciel più glorïosa stola

Forse d’ordirgli è vago,

Tra le ville natali e l’aere puro

Da i flutti or sta d’ambizion securo.                           270

Ma i cari studî a lui compagni annosi,

E a i popoli ed all’arti

I beneficii sparti

Son del suo corso splendidi riposi.

Vedi ampliarsi alterno

Di moli aspetto ed orti ed agri ameni,

Onde quei che al suo merto accesser beni

E il tesoro paterno

Versa; e dovunque divertir gli piaccia,

L’ozio da i campi e l’atra inopia caccia.                     280

Vedi i portici e gli atrii ov’ei conduce

Il fervido pensiere,

E le di libri altere

Pareti, che del vero apron la luce:

O ch’ei di sè maestro

Nell’alto de le cose ami recesso

Gir meditando, o il plettro a lui concesso

Tentar con facil estro;

E in carmi, onde la bella alma si spande,

Soavi all’amistà tesser ghirlande.                               290

Ed ecco il tempio ove, negati altronde,

Qual da novo Elicona

Premj all’ingegno ei dona;

E fiamme acri d’onore altrui diffonde.

Ecco ne’ segni sculti

Quei che del nome lor la patria ornâro,

Onde sol generoso erge all’avaro

Oblío nobili insulti;

E quelle glorie a la città rivela,

Ch’ella a sè stessa ingiurïosa cela.                               300

Dove o Cetra? Non più. Rari i discreti

Sono: e la turba è densa

Che già derider pensa

I facili del labbro a uscir segreti.

Di lui questa all’orecchio

Parte de’ sensi miei salgane occulta,

Sì che del cor, che al beneficio esulta,

Troppo limpido specchio

Non sia che fiato invidioso appanni,

Che me di vanti e lui d’error condanni.                     310

Lungi o profani! Io d’importuna lode

Vile mai non apersi

Cambio; nè in blandi versi

Al giudizio volgar so tesser frode.

Oro nè gemme vani

Sono al mio canto: e dove splenda il merto

Là di fiore immortal ponendo serto

Vo con libere mani:

Nè me stesso nè altrui allor lusingo

Che poetica luce al vero io cingo.                               320

XIX. 

PER L’INCLITA NICE

[IL MESSAGGIO]

Quando novelle a chiedere

Manda l’inclita Nice

Del piè, che me costrignere

Suole al letto infelice,

Sento repente l’intimo

Petto agitarsi del bel nome al suon.        6

Rapido il sangue fluttua

Ne le mie vene: invade

Acre calor le trepide

Fibre; m’arrosso; cade

La voce: ed al rispondere

Util pensiero in van cerco e sermon.      12

Ride, cred’io, partendosi

Il messo. E allor soletto

Tutta vegg’io, con l’animo

Pien di novo diletto,

Tutta di lei la immagine

Dentro a la calda fantasia venir.             18

Ed ecco ed ecco sorgere

Le delicate forme

Sovra il bel fianco; e mobili

Scender con lucid’orme,

Che mal può la dovizia

Dell’ondeggiante al piè veste coprir.      24

Ecco spiegarsi e l’omero

E le braccia orgogliose,

Cui di rugiada nudrono

Freschi ligustri e rose,

E il bruno sottilissimo

Crine, che sovra lor volando va:             30

E quasi molle cumulo

Crescer di neve alpina

La man che ne le floride

Dita lieve declina,

Cara de’ baci invidia,

Che riverenza contener poi sa.                36

Ben può ben può sollecito

D’almo pudor costume,

Che vano ama dell’avide

Luci render l’acume,

Altre involar delizie,

Immenso intorno a lor volgendo vel:      42

Ma non celar la grazia

Nè il vezzo, che circonda

Il volto affatto simile

A quel de la gioconda

Ebe, che nobil premio

Al magnanimo Alcide è data in ciel.      48

Nè il guardo, che dissimula

Quanto in altrui prevale;

E vòlto poi con subito

Impeto i cori assale,

Qual Parto sagittario,

Che più certi fuggendo i colpi ottien.     54

Nè i labbri or dolce tumidi

Or dolce in sè ristretti,

A cui gelosi temono

Gli Amori pargoletti

Non omai tutto a suggere

Doni Venere madre il suo bel sen:          60

I labbri, onde il sorridere

Gratissimo balena,

Onde l’eletto e nitido

Parlar, che l’alme affrena,

Cade, come di limpide

Acque lungo il pendìo lene rumor;         66

Seco portando e i fulgidi

Sensi ora lieti or gravi,

E i genïali studii

E i costumi soavi;

Onde salir può nobile

Chi ben d’ampia fortuna usa il favor.    72

Ahi, la vivace immagine

Tanto pareggia il vero,

Che, del piè leso immemore,

L’opra del mio pensiero

Seguir già tento; e l’aria

Con la delusa man cercando vo.             78

Sciocco vulgo, a che mormori,

A che su per le infeste

Dita ridendo noveri

Quante volte il celeste

A visitare Arïete

Dopo il natal mio dì Febo tornò?            84

A me disse il mio Genio

Allor ch’io nacqui: L’oro

Non fia che te solleciti,

Nè l’inane decoro

De’ titoli, nè il perfido

Desìo di superare altri in poter:               90

Ma di natura i liberi

Doni ed affetti, e il grato

De la beltà spettacolo,

Te renderan beato

Te di vagare indocile

Per lungo di speranze arduo sentier.      96

Inclita Nice. Il secolo,

Che di te s’orna e splende,

Arde già gli assi. L’ultimo

Lustro già tocca, e scende

Ad incontrar le tenebre,

Onde una volta pargoletto uscì.             102

E già vicine ai limiti

Del tempo i piedi e l’ali

Provan tra lor le vergini

Ore, che a noi mortali

Già di guidar sospirano

Del secol, che matura il primo dì.           108

Ei te vedrà nel nascere

Fresca e leggiadra ancora

Pur di recenti grazie

Gareggiar con l’aurora;

E di mirarti cupido

De’ tuoi begli anni farà lento il vol.        114

Ma io, forse già polvere,

Che senso altro non serba

Fuor che di te, giacendomi

Fra le pie zolle e l’erba,

Attenderò chi dicami:

Vale, passando, e ti sia lieve il suol.        120

Deh alcun, che te nell’aureo

Cocchio trascorrer veggia

Su la via, che fra gli alberi

Suburbana verdeggia,

Faccia a me intorno l’aere

Modulato del tuo nome volar.                126

Colpito allor da brivido

Religioso il core,

Fermerà il passo; e attonito

Udrà del tuo cantore

Le commosse reliquie

Sotto la terra argute sibilar.                    132

XX.

A SILVIA

Perchè al bel petto e all’omero

Con subita vicenda

Perchè, mia Silvia ingenua,

Togli l’Indica benda,                                4

Che intorno al petto e all’omero,

Anzi a la gola e al mento

Sorgea pur or, qual tumida

Vela nel mare al vento?                           8

Forse spirar di zefiro

Senti la tiepid’ora?

Ma nel giocondo arïete

Non venne il sole ancora.                        12

Ecco di neve insolita

Bianco l’ispido verno

Par che, sebben decrepito,

Voglia serbarsi eterno.                             16

M’inganno? o il docil animo

Già de’ feminei riti

Cede al potente imperio:

E l’altre belle imiti?                                  20

Qual nome o il caso o il genio

Al novo culto impose,

Che sì dannosa copia

Svela di gigli e rose?                                24

Che fia? Tu arrossi? E dubia,

Col guardo al suol dimesso,

Non so qual detto mormori

Mal da le labbra espresso?                      28

Parla. Ma intesi. Oh barbaro!

Oh nato da le dure

Selci chiunque togliere

Da scellerata scure                                   32

Osò quel nome, infamia

Del secolo spietato;

E diè funesti augurii

Al femminile ornato;                                36

E con le truci Eumenidi

Le care Grazie avvinse;

E di crudele immagine

La tua bellezza tinse!                               40

Lascia, mia Silvia ingenua,

Lascia cotanto orrore

All’altre belle, stupide

E di mente e di core.                                44

Ahi, da lontana origine,

Che occultamente nòce,

Anco la molle giovane

Può divenir feroce.                                   48

Sai de le donne esimie,

Onde sì chiara ottenne

Gloria l’antico Tevere,

Silvia, sai tu che avvenne;                      52

Poi che la spola e il Frigio

Ago e gli studii cari

Mal si recâro a tedio

E i pudibondi Lari;                                  56

E con baldanza improvvida,

Contro a gli esempi primi,

Ad ammirar convennero

I saltatori e i mimi?                                  60

Pria tolleraron facili

I nomi di Terèo

E de la maga Colchica

E del nefario Atrèo.                                  64

Ambìto poi spettacolo

A i loro immoti cigli

Fûr ne le orrende favole

I trucidati figli.                                         68

Quindi, perversa l’indole,

E fatto il cor più fiero,

Dal finto duol, già sazie,

Corser sfrenate al vero.                            72

E là dove di Libia

Le belve in guerra oscena

Empièan d’urla e di fremito

E di sangue l’arena,                                 76

Potè all’alte patrizie

Come a la plebe oscura

Giocoso dar solletico

La soffrente natura.                                 80

Che più? Baccanti, e cupide

D’abbominando aspetto,

Sol dall’uman pericolo

Acuto ebber diletto:                                 84

E da i gradi e da i circoli

Co’ moti e con le voci,

Di già maschili, applausero

A i duellanti atroci:                                  88

Creando a sè delizia

E de le membra sparte,

E de gli estremi aneliti,

E del morir con arte.                                92

Copri, mia Silvia ingenua,

Copri le luci; ed odi

Come tutti passarono

Licenzïose i modi.                                    96

Il gladiator, terribile

Nel guardo e nel sembiante,

Spesso fra i chiusi talami

Fu ricercato amante.                                100

Così, poi che da gli animi

Ogni pudor disciolse,

Vigor da la libidine

La crudeltà raccolse.                                104

Indi a i veleni taciti

Si preparò la mano:

Indi le madri ardirono

Di concepire in vano.                               108

Tal da lene principio

In fatali rovine

Cadde il valor la gloria

De le donne Latine.                                  112

Fuggi, mia Silvia ingenua,

Quel nome e quelle forme,

Che petulante indizio

Son di misfatto enorme.                         116

Non oblïar le origini

De la licenza antica.

Pensaci; e serba il titolo

D’umana e di pudica.                              120

XXI.

ALLA MUSA

Te il mercadante, che con ciglio asciutto

Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama

Dura avarizia nel remoto flutto,

Musa, non ama.                                     4

Nè quei, cui l’alma ambizïosa rode

Fulgida cura; onde salir più agogna;

E la molto fra il dì temuta frode

Torbido sogna.                                       8

Nè giovane, che pari a tauro irrompa

Ove a la cieca più Venere piace:

Nè donna, che d’amanti osi gran pompa

Spiegar procace.                                    12

Sai tu, vergine dea, chi la parola

Modulata da te gusta od imita;

Onde ingenuo piacer sgorga, e consola

L’umana vita?                                        16

Colui, cui diede il ciel placido senso

E puri affetti e semplice costume;

Che di sè pago e dell’avito censo

Più non presume;                                  20

Che spesso al faticoso ozio de’ grandi

E all’urbano clamor s’invola, e vive

Ove spande natura influssi blandi

O in colli o in rive.                                 24

E in stuol d’amici numerato e casto,

Tra parco e delicato al desco asside;

E la splendida turba e il vano fasto

Lieto deride.                                           28

Che a i buoni, ovunque sia, dona favore;

E cerca il vero; e il bello ama innocente;

E passa l’età sua tranquilla, il core

Sano e la mente.                                    32

Dunque perchè quella sì grata un giorno

Del Giovin, cui diè nome il dio di Delo,

Cetra si tace; e le fa lenta intorno

Polvere velo?                                          36

Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,

Ei già scendendo a me giudice fea

Me de’ suoi carmi: e a me chiedea consiglio:

E lode avea.                                            40

Ma or non più. Chi sa? Simile a rosa

Tutta fresca e vermiglia al sol, che nasce,

Tutto forse di lui l’eletta Sposa

L’animo pasce.                                       44

E di bellezza, di virtù, di raro

Amor, di grazie, di pudor natìo

L’occupa sì, ch’ei cede ogni già caro

Studio all’oblío.                                      48

Musa, mentr’ella il vago crine annoda

A lei t’appressa; e con vezzoso dito

A lei premi l’orecchio; e dille: e t’oda

Anco il marito:                                       52

Giovinetta crudel, perchè mi togli

Tutto il mio d’Adda, e di mie cure il pregio,

E la speme concetta, e i dolci orgogli

D’alunno egregio?                                 56

Costui di me, de’ genj miei si accese

Pria che di te. Codeste forme infanti

Erano ancor, quando vaghezza il prese

De’ nostri canti.                                      60

Ei t’era ignoto ancor quando a me piacque.

Io di mia man per l’ombra, e per la lieve

Aura de’ lauri l’avviai vêr l’acque,

Che al par di neve                                  64

Bianche le spume, scaturir dall’alto

Fece Aganippe il bel destrier, che ha l’ale:

Onde chi beve io tra i celesti esalto

E fo immortale.                                      68

Io con le nostre il volsi arti divine

Al decente, al gentile, al raro, al bello:

Fin che tu stessa gli apparisti al fine

Caro modello.                                        72

E, se nobil per lui fiamma fu desta

Nel tuo petto non conscio: e s’ei nodrìa

Nobil fiamma per te, sol opra è questa

Del cielo e mia.                                       76

Ecco già l’ale il nono mese or scioglie

Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvo,

Te chiaramente in fra le madri accoglie

Il giovin alvo.                                         80

Lascia che a me solo un momento ei torni;

E novo entro al tuo cor sorgere affetto,

E novo sentirai da i versi adorni

Piover diletto.                                         84

Però ch’io stessa, il gomito posando

Di tua seggiola al dorso, a lui col suono

De la soave andrò tibia spirando

Facile tono.                                             88

Onde rapito, ei canterà che sposo

Già felice il rendesti, e amante amato;

E tosto il renderai dal grembo ascoso

Padre beato.                                           92

Scenderà in tanto dall’eterea mole

Giuno, che i preghi de le incinte ascolta:

E vergin io de la Memoria prole

Nel velo avvolta,                                    96

Uscirò co’ bei carmi; e andrò gentile

Dono a farne al Parini, Italo cigno,

Che a i buoni amico, alto disdegna il vile

Volgo maligno.                                      100

 

Note

 

[1] l’edizione delle Odi del Gambarelli prosegue:

In van con cerchio orribile,

quasi campo di biade,

i lor palagi attorniano

temute lance e spade;

però ch’entro al lor petto

penetra nondimen

il trepido sospetto

armato di velen.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Parini

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 25 maggio 2006