1a Rappresentazione: Teatro Regio Ducale di Milano 17 ottobre 1771 - Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
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Edizione di riferimento
Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini, raccolte da Guido Mazzoni, Firenze, G. Barbera editore, 1925 - pp. 252-262
Semper ad Aeneadas placido pulcherrima volto
Respice, totque tuas, diva, tuere nurus.
OVID., Fast. lib. iv.
Per Ascanio in Alba seguo la prima edizione Ascanio in Alba festa teatrale da rappresentarsi per le felicissime nozze delle LL. AA. RR. il Serenissimo Ferdinando Arciduca d’Austria e la. Serenissima Arciduchessa Diaria Beatrice d’Este Principessa di Modena, ecc. : Milano, O. B. Bianchi, 1771; carte 4, non num., e XLIII num.; in 4 grande. Tralascio nell’ elenco dei «Personaggi» l’indicazione dei cantanti; e, fra le altre sì fatte indicazioni, riferisco soltanto quella del Compositore della Musica: «Il Sig. Cavaliere Amedeo Wolfango Mozart, Maestro della Musica di Camera di S. A. Reverendissima il Principe ed arcivescovo di Salisburgo». Del poeta, e del P. in codesta qualità, non si fa menzione.
È noto che Ascanio celebre figliuolo d’Enea andò, per ragioni di stato, ad abitare in una deliziosa contrada dell’antico Lazio: vi edificò una città a cui diede il nome d’Alba; vi prese moglie, vi governò un popolo e diede origine agli Albani. È pur noto che Ercole viaggiò, e dimorò per alcun tempo in quelle vicinanze. Su questi e simili fondamenti storici e poetici si dà luogo alla Favola allegorica della seguente Rappresentazione.
L’azione segue in una parte della campagna, dove poi fu Alba.
|
VENERE. ASCANIO. SILVIA, Ninfa del sangue d’Ercole. ACESTE, sacerdote. |
FAUNO, uno de’ principali pastori. CORI di Geni. " di pastori. " di pastorelle. |
Area spaziosa destinata alle solenni adunanze pastorali, limitata da una corona d’altissimo e fronzute querce che vagamente distribuite all’intorno conciliano un’ombra freschissima e sacra. Veggonsi, lungo la serie degli albori, verdi rialzamenti di terreno presentati dalla natura, e in varia forma inclinati dall’arte per uso di sedervi con graziosa irregolarità i pastori. Nel mezzo sorge un altare agreste in cui vedesi scolpito l’animal prodigioso da cui si dice che pigliasse il nome la città d’Alba. Dagl’intervalli che s’aprono fra un albero e l’altro si domina una deliziosa e ridente campagna, sparsa di qualche capanna e cinta in mediocre distanza d’amene colline onde scendono copiosi e limpidi rivi. L’orizzonte va a terminare in azzurrissime montagne, le cui cime si perdono in un cielo purissimo e sereno.
Venere in atto di scender dal suo carro. Ascanio a lato di esso. Le Grazie e quantità di GENJ che cantano e danzano accompagnando la Dea. Scesa questa, il carro velato da una legger [sic] nuvoletta si dilegua per l’aria.
Coro di Genj. Di te più amabile
Nè Dea maggiore,
Celeste Venere,
No non si dà.
Parte del Coro. Tu sei de gli uomini,
O Dea, l’amore
Di te sua gloria
Il Ciel si fa.
Parte del Coro. Se gode un popolo
Del tuo favore,
Più dolce imperio
Cercar non sa.
Coro. Con fren sì placido
Reggi ogni core
Che più non bramasi
La libertà.
Venere Genj, Grazie ed Amori, [1]
Fermate il piè, tacete;
Frenate, sospendete,
Fide colombe, il volo
Questo è il sacro al mio nume amico suolo.
Ecco, Ascanio, mia speme, ecco le piagge
Che visitammo insieme
Il tuo gran padre ed io. Quel tempo ancora
Con piacer mi rammento. Anco i presagi
Parvero disegnar che un giorno fôra
Del mio favore oggetto
Questo popolo eletto. In quell’altare [2]
Vedi la belva incisa
Che d’insolite lane ornata il tergo
A noi comparve. Il grand’Enea lo pose
Per memoria del fatto: e quindi il nome
Prenderà la Città ch’oggi da noi
Avrà illustre principio. Io fin d’allora
Qui de le grazie mie prodiga sono
Al popolo felice: e qui ’l mio core
Fa sovente ritorno
Da la beata sfera ove soggiorno.
Ma qui presente ognora
Con la mia Deità regnar non posso:
Tu qui regna in mia vece. Il grande, il pio,
Il tuo buon genitor, che d’Ilio venne
A le sponde latine, or vive in cielo
Altro Dio fra gli Dèi
E soave mia cura oggi tu sei.
Ascanio Madre, ché tal ti piace
Esser da me chiamata, anzi che Dea,
Quanto ti deggio mai!
Venere Già quattro volte, il sai,
Condusse il Sol su questi verdi colli
Il pomifero Autunno
Da che al popolo amico il don promisi
De la cara mia stirpe.
Ognuno attende,
Ognun brama vederti: all’are intorno
Ognun supplice cade: e il bel momento
Affretta ognun con cento voti e cento.
L’ombra de’ rami tuoi
L’amico suolo aspetta.
Vivi, mia pianta eletta
Degna sarai di me.
Già questo cor comprende
Quel che sarai di poi;
Già di sue cure intende
L’opra lodarsi in te.
Ascanio Ma la Ninfa gentil che il seme onora
D’Ercole invitto ?... Ah di’... la sposa oda,
Silvia, Silvia, dov’è? Tanto di lei
Tu parlasti al mio cor, tanto la fama,
N’empie sua tomba, e tanto bene aspetta
Da le mie nozze il mondo ....
Venere Amata prole,
Pria che s’ascenda il Sole
Sposo sarai de la più saggia Ninfa
Che di sangue divin nascesse mai.
Già su i raggi dell’alba in sonno apparvi
Ad Aceste custode
De la vergine illustre. Egli già scende
Dal sacro albergo: e al popolo felice
E a la Ninfa tuo bene
Del fausto annuncio apportator qui viene.
Ascanio Ah cara madre!… dimmi…
Dunque vicina è l’ora ?…
Ma chi sa s’ella m’ami?
Venere Ella ti adora.
Ascanio Se mai più non mi vide!
Venere A lei son note
Le tue sembianze.
Ascanio E come?
Venere Amor, per cenno mio,
Ordì nobile inganno.
Ascanio E che mai fece?
Venere Volge il quart’anno omai
Che de la Ninfa a lato
Amor veglia in tua vece. Ei le tue forme
Veste appunto qual te. Tali le gote,
Tal le labbra e le luci, e tai le chiome,
Tale il suon de le voci. Appunto come
L’una all’altra colomba
Del mio carro somiglia,
Tale Amor ti somiglia.
Ascanio E quale, o Dea,
Presso all’amata Ninfa
È l’ufficio d’Amore?
Venere In sonno a lei
Misto tra’ lievi sogni appare ognora.
Te stesso a lei dipigne : e tal ne ingombra
La giovinetta mente
Che te, vegliando ancora,
La vaga fantasia sempre ha presente.
Ascanio Che leggiadro prodigio
Tu mi sveli, o gran Dea! Ma che più tardo?
Voliam dunque a la Ninfa. A’ piedi suoi
Giurar vo’ la mia fè...
Venere Solo tu devi
Ire in traccia di lei;
Me chiaman altre cure
Non è solo un mortal caro agli Dei.
Ascanio Sì, le dirò ch’io sono
Ascanio tuo; che questo cor l’adora;
Che di celeste Diva
Stirpe son io
Venere No, non scoprirti ancora.
Ascanio Oh ciel! perchè?
Venere Ti fida.
Vedila pur; ma taci
Chi tu sei, d’onde vieni, o chi ti guida.
Ascanio Che silenzio crudel!
Venere Dimmi, non brami
Veder con gli occhi tuoi fino a qual segno
Silvia t’adori? a qual sublime arrivi
La sua virtù? Quanto sia degno oggetto
D’amor, di meraviglia e di rispetto?
Questa dunque è la via.
Ascanio Dunque s’adempia,
O madre, il tuo voler. Giuro celarmi
Fin che piace al tuo nome.
Venere Ah vieni, o figlio,
Vieni al mio seno. A quella docil mente,
A quel tenero core, a quel rispetto
Che nutri per gli Dei, ti riconosco
Prole più degna ognora
E del padre e di me. Qui fra momenti
Mi rivedrai. De la tua sposa intanto
Cauto ricerca: ammira
Come di bei costumi
A te per tempo ordisce
La sua felicità, come con lei
Ne la mirabil opra
E l’arte e la natura e il ciel s’adopra. [3]
Coro Di te più amabile
Nè Dea maggiore,
Celeste Venero.
No non si dà. [4]
Con fren si placido
Reggi ogni core,
Che più non bramasi
La libertà.
Che oscura legge, o Dea,
È mai questa por me! Mi desti in seno
Tu le fiamme innocenti, i giusti affetti
Solleciti, fomenti: e poi tu stessa
Nel più lucido corso il mio destino
Improvvisa sospendi?...
Ah dal mio cor qual sagrifizio attendi?...
Folle! che mai vaneggio?
So che m’ama la Dea: mi fido a lei.
Deh! perdonami o madre, i dubbii miei.
Ma la Ninfa dov’è? Tra queste rive
Chi m’addita il mio bene? Ah sì, cor mio,
Lo scoprirem ben noi. Dove in un volto
I più limpidi rai; dove congiunte
Facile maestà, grave dolcezza,
Ingenua sicurezza
E celeste pudore; ove in due lumi
Tu vedrai sfolgorar d’un’alta mente
Le grazie delicate e il genio ardente,
La vedrai la sposa. A te il diranno
I palpiti soavi, i moti tuoi
Ah sì, cor mio, la scoprirem ben noi.
Cara, lontano ancora
La tua virtù m’accese:
Al tuo bel nome allora
Appresi a sospirar.
In van ti celi, o cara
Quella virtù sì rara.
Nella modestia istessa
Più luminosa appar.
Coro Venga de’ sommi eroi
Venga il crescente onor.
Più non s’involi a noi
Qui lo incateni Amor.
Ascanio Ma qual canto risona? [5]
Qual turba di pastor mi veggio intorno?
Fauno Qui dove il loco e l’arte [6]
Apre comodo spazio
A i solenni concilii, al sacro rito,
Qui venite, o pastori. Il giorno è questo
Sacro a la nostra Diva. Al suo bel nome.
Non a Bacco e a Vertunno,
Render grazie sogliamo
Presso al cader del fortunato Autunno.
Il ministro del Cielo, il saggio Aceste
Sembra che tardi. In gran pensier[i] avvolto
Pur dianzi il vidi. A lui splendea ridente
D’un’insolita gioja il sacro volto.
Forse il dono promesso è a noi vicino:
Forse la Dea pietosa
Del fido popol suo compie il destino.
Coro Venga de’ sommi eroi
Venga il crescente onor.
Più non s’involi a noi
Qui lo incateni Amor. [7]
Fauno Ma tu chi sei che ignoto [8]
Qui t’aggiri fra noi? Quel tuo sembiante
Pur mi fa sovvenir, quando alcun Dio
Tra i mortali discende. E qual desio
Ti conduce fra noi?
Ascanio Stranier son io [9].
Qua vaghezza mi guida
Di visitare i vostri colli ameni,
I puri stagni e per il verde piano
Queste vostre feconde acque correnti.
Tra voi, beate genti,
Fama è nel Lazio che Natura amica
Tutti raccolga i beni
Che coll’altre divide.
Fauno Ah più deggiamo
Al favor d’una Diva: e non già quale
Irreverente il volgo
Talor sogna; gli Dei, ma qual è in cielo
Alma figlia di Giove. Il suo sorriso,
Dall’amoroso cerchio, onde ne guarda,
Questo suol rasserena. Ella que’ beni,
Che natura ne diè, cura, difende,
Gli addolcisce, gli aumenta. In questi campi
Semina l’agio, e seco
L’alma fecondità. Ne le capanne
Guida l’industria; e in libertà modesta
La trattien, la fomenta. Il suo favore
È la nostra rugiada: e i lumi suoi
Pari all’occhio del Sol sono per noi.
Se il labbro più non dice,
Non giudicarlo ingrato.
Chi a tanto bene è nato
Sa ben quanto è felice,
Ma poi spiegar nol sa.
Quando a gli amici tuoi
Torni sul patrio lido,
Vivi, e racconta poi
Ho visto il dolce nido,
De la primiera età.
Ascanio (Quanto soavi al core
De la tua stirpe, o Dea,
Sonan mai queste lodi!)
Fauno Ecco, pastori, [10]
Ecco lento dal colle
Il venerando Aceste; al par con lui
Ecco scende la Ninfa ...
Ascanio Oh ciel, qual Ninfa?
Parla, dimmi, o pastor…
Fauno Silvia, d’Alcide
Chiara stirpe divina.
Ascanio (Aimè, cor mio,
Frena gl’impeti tuoi;
L’adorata mia sposa ecco vicina).
Fauno Mira, o stranier, come il bel passo move[11]
Maestosa e gentile: a le seguaci
Come umana sorride,
Come tra lor divide
I guardi e le parole. In que’ begli atti
Non par che scolta sia
L’altezza del pensiero, e di quell’alma
La soave armonia?
Ascanio (È vero, è vero.
Più resister non so. Se qui l’attendo,
Scopro l’arcano, e al giuramento io manco.
Partasi ornai).
Fauno Garzone, a te non lice
Qui rimaner che la modesta Silvia
Non vorría testimon de’ suoi pensieri
Un ignoto straniere. E se desío
D’ammirarla vicino, e al patrio suolo
Fama portar do’ pregi suoi t’accese,
Là confuso ti cela. [12]
Ascanio S’adempia il tuo voler, pastor cortese. [13]
Coro Hai di Dïana il core,
Di Pallade la mente.
Sei dell’Erculea gente,
Saggia donzella, il fior.
Parte del Coro I vaghi studii e l’arti
Son tuo diletto e vanto
E delle Muse al canto
Presti l’orecchio ancor.
Coro Sei dell’Erculea gente,
Saggia donzella, il fior.
Parte del Coro Ha nel tuo core il nido
Ogni virtù più bella
Ma la modestia è quella
Che vi risplende ognor.
Coro Hai di Dïana il core,
Di Pallade la mente;
Sei dell’Erculea gente,
Saggia donzella, il fior.
Aceste Oh generosa Diva,
Oh delizia degli uomini, oh del Cielo
Ornamento e splendor! che più potea
Questo suol fortunato
Aspettarsi da te? Qual più ti resta,
Fido popol devoto,
Per la sua Deità preghiera o voto?
Ogni cosa è compiuta.
Dell’Indigete Enea
La sospirata prole
Vostra sarà pria che tramonti il Sole.
Coro Venga de’ sommi eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s’involi a noi
Qui lo incateni Amor.
Aceste Di propria man la Dea
A voi la donerà. Nè basta ancora.
Qui novella città sorger vedrete
De la Diva e del figlio opra sublime.
Questi poveri alberghi,
Queste capanne anguste
Fieno eccelsi palagi e moli anguste.
Altre dell’ ampie moli
Saran sacre a le Muse: altre custodi
De le prische memorie ai dì venturi
Altre ai miseri asilo
Altre freno agli audaci: altre tormento
A la progenie rea del mostro orrendo
Che già infamia e spavento
Fu dei boschi aventini,
E periglio funesto a noi vicini.
Coro Venga de’sommi eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s’involi a noi
Qui lo incateni Amor.
Aceste Oh mia gloria, oh mia cura, oh amato pegno [14]
De la stirpe d’Alcide, oh Silvia mia!
Oggi sposa sarai. Oggi d’Ascanio
Il conforto sarai, l’amor, la speme
Ambi di questo suolo
La delizia e il piacer sarete insieme.
Per la gioia in questo sono
L’alma, oh Dio!, balzar mi sento.
All’eccesso del contento
No resistere non sa.
Silvia cara, amici miei,
Se con me felici siete,
Ah venite, dividete
Il piacer che in cor mi sta.
Silvia (Misera! che farò?) Narrami, Aceste,
Onde sai tutto ciò?
Aceste La Dea me ’l disse.
Silvia Quando?
Aceste Non bene ancora
Si tignevan le rose
De la passata aurora.
Silvia E che t’impose?
Aceste D’avvertirne te stessa,
D’avvertirne i pastori : e poi disparve,
Versando dal bel crin divini odori.
Silvia (Ah che far più non so. Taccio?… mi scopro?…)
Aceste (Ma la Ninfa si turba?…
Numi! che sarà mai?…)
Silvia (No, che non lice
In simil uopo all’anime innocenti
Celar gli affetti loro). Odimi, Aceste ....
Aceste Cieli! Che dir mi vuoi?
Qual duol ti opprime in sì felice istante?
Silvia Padre… Oh Numi!Che pena! io sono amante.
Aceste (Ahimè! respiro alfine).
E ti affanni perciò? Non è d’amore
Degno il tuo sposo? O credi
Colpa l’amarlo?
Silvia Anzi, qual Nume, o padre,
Lo rispetto e l’onoro. I pregi suoi
Tutti ho fissi nell’alma. Ognun favella
Di sue virtù. Chi caro a Marte il chiama,
Chi diletto d’Urania, e chi l’appella
De le Muse sostegno
Chi n’esalta la mano, e chi l’ingegno.
Del suo gran padre in lui
Il magnanimo cor chi dice impresso;
Chi de la Dea celeste
L’immensa carità trasfusa in esso.
Sì, ma d’un altro amore
Sento la fiamma in petto
E l’innocente affetto
Solo a regnar non è.
Aceste Ah no, Silvia, t’inganni,
Innocente che sei! Già per lung’uso
Io più di te la tua virtù conosco.
Spiega il tuo core, o figlia,
E al tuo fido custode or ti consiglia.
Silvia Odi, Aceste, e stupisci. Il dì volgea
Che la mia fe’ donai,
D’esser sposa d’Ascanio, all’alma Dea.
Mille immagini liete
Che avean color da quel felice giorno
Venian volando alla mia mente intorno.
Ed ella in dolce sonno
S’oblïava innocente in preda a loro;
Quand’ecco, oh Cielo! a me, non so se desta,
Ma desta sì, poichè su gli occhi ancora
Ho non men che nel cor quel vago oggetto,
Apparve un giovanetto. Il biondo crine
Sul tergo gli volava, e mista al giglio
Ne la guancia vezzosa
Gli fioriva la rosa: il vago ciglio
Padre, non più, perdona.
L’indiscreto pensier, parlando ancora,
Va dietro a le lusinghe
Dell’immagin gentil che lo innamora.
Aceste (Che amabile candor!) Segui; che avvenne?
Silvia Ah da quel giorno il lusinghier sembiante
Regnò nel petto mio; di sè m’accese;
I miei pensieri ci solo
Tutti occupar pretese; i sonni miei
Di sè solo ingombrò. Da un lato Ascanio,
La cui sembianza ignota,
Ma la virtù m’è nota,
Meraviglia e rispetto al cor m’inspira
Dall’altro poi l’imaginato oggetto
Tenerezza ed amor mi desta in petto.
Aceste No, figlia, non temer. Senti la mano
De la pietosa Dea. Questa bell’opra
Opra è di lei.
Silvia Che dici?
Come? parla, che fia?
Aceste Piacque a la Diva
Di stringere il bel nodo: in ogni guisa
Silvia Vi dispone il tuo core, e in sen ti pinge
Le sembianze d’Ascanio.
Aceste E come il sai?
In cor mi parla un sentimento ignoto,
La tua virtù me ’l dice, e m’assicura
Il favor de la Dea.
Silvia Numi! chi fia
Più di me fortunata? Oh Ascanio, oh sposo!
Dunque per te, mio bene,
L’amoroso desio
Si raddoppia così dentro al cor moi?
Amo adunque il mio sposo
Quando un bel volto adoro? Amo lui stesso
Quando mille virtù pregio ed onoro?
Come è felice stato
Quello d’un’alma fida
Ove innocenza annida
E non condanna amor!
Del viver suo beato
Sempre contenta è l’alma
E sempre in dolce calma
Va sospirando il cor.
Aceste Silvia, mira che il Sole omai s’avanza
Oltre il meriggio. È tempo
Che si prepari ognuno
Ad accoglier la Dea. Su via, pastori,
A coronarci andiam di frondi e fiori
Tu con altri pastor, Fauno, raccogli
Vaghi rami e ghirlande, e qui le reca
Onde sia il loco adorno
Quanto si può per noi. Tu ancor prepara
Parte de’ cari frutti, onde sull’ara
Con le odorate gemme ardan votivo
Sacrificio a la Dea che a noi li dona.
Se questo dì è festivo
Ogni anno al suo gran nome, or che si deve,
Quando sì fausta a noi
Reca il maggior de’beneficii suoi?
Coro Venga de’ sommi eroi
Venga il crescente onor.
Più non s’involi a noi
Qui lo incateni Amor. [15]
Ascanio Cielo! che vidi mai? quale innocenza,
Quale amor, qual virtù! Come non corsi
Al piè di Silvia, a palesarmi a lei?
Ah questa volta, o Dea, quanto penoso
L’ubbidirti mi fu! Vieni e disciogli [16]
Questo freno crudele ....
Venere Eccomi, o figlio.
Ascanio Lascia, lascia ch’io voli
Ove il ridente fato
Mi rapisce, mi vuol. Quel dolce aspetto,
Quel candor, quella fè, quanto rispetto
M’inspirano nell’alma e quanti, oh Dio,
Quanti mantici sono al mio desio!
Ah di sì nobil alma.
Quanto parlar vorrei!
Se le virtù di lei
Tutte saper pretendi,
Chiedile a questo cor.
Solo un momento in calma
Lasciami, o Diva, e poi
Di tanti pregi suoi
Potrò parlarti allor.
Venere Un’altra prova a te mirar conviene
De la virtù di Silvia. Ancor per poco
Soffri, mia speme. Appena
Qui fia la pastoral turba raccolta,
Che di mia gloria avvolta
Comparir mi vedrà. Restano, o figlio,
Restano ancor pochi momenti, e poi….
Ascanio Da un core impazïente
Che mai pretendi, o Dea! Ma sia che vuoi.
Venere Là dove sale il colle, [17]
Fin che torni quaggiù Silvia il tuo bene,
Ricovrianci per ora. In questo piano
De la nova città le prime moli
Sorgano intanto, e de’ ministri miei
L’opra vi sudi. Auspici noi dall’alto
Dominerem su l’opra: e qua tornando
La pastoral famiglia
N’avrà insieme conforto e meraviglia.
Olà, Genii miei fidi,
De le celesti forze
Raccogliete il valor. Qui del mio sangue
Sorga il felice nido; e d’Alba il nome
Suoni famoso poi di lido in lido.
E tu, mio germe, intanto
A mirar t’apparecchia in quel bel core
Di virtude il trionfo, e quel d’amore.
Al chiaror di qua’ bei rai,
Se l’amor fomenta l’ali,
Ad amar tutti i mortali
Il tuo cor solleverà.
Così poi famoso andrai
Degli Dei tra i chiari figli;
Così fia che tu somigli
A la mia divinità.
Coro Di te più amabile
Nè Dea maggiore,
Celeste Venere,
No non si dà.
Con fren sì placido
Reggi ogni core
Che più non bramasi
La libertà.
Molti pastori e pastorelle, secondo l’antecedente comando d’Aceste, vengono per ornar solennemente il luogo di ghirlande e di fiori. Ma mentre questi si accingono all’opera, ecco che compariscono le Grazie accompagnate da una quantità di Genii e di Ninfe celesti in atto di meditare qualche grande intrapresa. I pastori rimangono a tale veduta estremamente sorpresi: se non che, incoraggiati dalla gentilezza di quelle persone celesti, tornano all’incominciato lavoro. Ma assai più grande rinasce in essi la meraviglia quando ad un cenno delle Grazie e de’ Genii veggono improvvisamente cambiarsi i tronchi degli alberi, che stanno adornando di ghirlande, in altrettante colonne, le quali formano di mano in mano un sodo, vago e ricco ordine d’architettura, con cui dassi principio all’edificazione d’ Alba, e si promette un felice cambiamento al paese. Questi accidenti congiunti con gli atti d’ ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza, di concordia fra le celesti e le umane persone, fanno la base del breve Ballo che lega l’anteriore con la seguente parte della Rappresentazione.
Silvia Star lontana non so, compagne Ninfe,
Da questo amico loco.
Ah qui vedrò fra poco
L’adorato mio sposo e l’alma Dea
Che di sua luce pura
Questi lidi beati orna e ricrea.
Ma ciel! Che veggio mai? Mirate, amiche,
Come risplende intorno
Di scelti marmi e di colonne eccelse
Il sacro loco adorno. Ah senza fallo
Questo è divin lavoro! Il tempo e l’opra
De’ mortali non basta a tanta impresa.
Sento, sento la mano
De la propizia Dea. L’origin questa
È dell’alma città che a noi promise
Questa è mirabil prova
De la venuta sua. Fra pochi istanti
De le felici amanti
La più lieta sarò. Già dall’occaso
Il sol mi guarda, e pare
Più lucido che mai scender nel mare.
Spiega il desio le piume,
Vola il mio core e geme;
Ma solo con la speme
Poi mi ritorna al sen.
Vieni col mio bel nume
Alfine, o mio desio
Dimmi una volta, oh Dio!
Ecco l’amato ben.[18]
Coro Già l’ore se ’n volano,
Già viene il tuo bene.
Fra dolci catene
Quell’alma vivrà.[19]
Ascanio Cerco di loco in loco [20]
La mia Silvia fedele: e pur non lice
Questo amante cor mio svelare a lei;
Chè me ’l vieta la Diva.
Adorata mia sposa, ah dove sei?
Lascia, lascia che possa
Questo mio cor, che de’ tuoi merti è pieno,
Celato ammirator vederti almeno.
Ma non è Silvia quella [21]
Che là si posa su quel verde seggio
Con le sue Ninfe a lato?... Io non m’inganno.
Certo è il mio bene, è desso.
Numi? che fo?... m’appresso?...
Silvia Oh ciel! che miro… [22]
Quegli è il garzon di cui scolpita ho in seno
L’imagin viva...
Ascanio Ah se potessi almeno
Scoprirmi a lei….
Silvia Così m’appare in sogno
Così l’ha ognor presente
Nel dolce imaginar questa mia mente.
Che fia?... Sogno?... o son desta?...
Ascanio Oh madre, oh Diva
Qual via crudel di tormentarmi è questa?
Silvia No, più sogno non è: quello è il sembiante
Che da gran tempo adoro ….
Ascanio è dunque?... o pur son d’altri amante?...
Dubito ancor….
Ascanio La Ninfa
Agitata mi par .... Mi riconosce,
Ma scoprirsi non osa.
Silvia Ah sì il mio bene,
Il mio sposo tu sei. [23]
Ascanio Cieli! s’accosta
Come potrò non palesarmi a lei?
Silvia Imprudente, che fo? Spontanea e sola [24]
Appressarmi voglio? seco non veggio
La Dea che il guida .... Egli di me non chiede ....
Meco Aceste non è... Dove t’avanzi.
Trasportato dal core incauto piede?
Ingannarmi potrei ....
Fauno Silvia, Silvia, ove sei?
Silvia Fauno, che brami? [25]
Fauno Io di te cerco, o Ninfa, [26] e a te pur vengo,
Giovanetto straniere [27]
Silvia (Egli è stranier, qual sembra: ah certo è desso,
Certo è lo sposo mio). Pastor, favella. [28]
Fauno A te Aceste m’invia: di te chiedea; [29]
Qui condurti ei volea. Di già si sente
La gran Diva presente. In ogni loco
Sparge la sua virtù. Vedi quell’opra
Che mirabil s’innalza? I Genii suoi
La crearon pur dianzi. Io e i pastori
Ne vedemmo il lavoro
Mentre qua recavam ghirlande e fiori.
Ciò narrammo ad Aceste: ed egli a noi
Meraviglie novelle
Ne mostrò d’ogni parte. Oh se vedessi!
Silvia, sul sacro albergo
Ove seco dimori, una gran luce
Piove e sfavilla intorno, e par che rieda
Pria di morir verso l’aurora il giorno.
Tutto il pendio del colle
Onde quaggiù si scende
Di fior vernali e di novelli germi
Tutto si copre. Per la via risplende
Un ignoto elemento
Di rutile vivissime scintille,
Onde aperto si vede
Che volò su quel suolo il divin piede.
Ma troppo tardo amai.
Silvia (Quanto ti deggio,
Amabil deità!)
Fauno Volo ad Aceste
Dirò che più di lui
Fu sollecito amore .... [30]
Ascanio Ed a me ancora [31]
Non volevi parlar, gentil pastore ?
Fauno Ah quasi l’oblïai. Garzon, mi scusa. [32]
In dì così ridente
L’eccesso del piacer turba la mente.
Ad Aceste narrai
Come qui ti conobbi e ti lasciai.
Ascanio E che per ciò?
Fauno Sorrise
Lampeggiando di gioia il sacro veglio.
Levò le mani al cielo e palpitando:
Sento, mi disse, un non inteso affetto
Tutto agitarmi il petto ....
Silvia Oh caro sposo!
Non ne dubito più).
Fauno Vanne, soggiunse,
Cerca dello straniere.
Silvia Il saggio Aceste
Nell’indovina mente
Tutto sa, tutto vede, e tutto sente!
Ascanio Che vuol dunque da me?
Fauno Per me ti prega
Che rimanga tra noi fin che si sveli
A noi la nostra Dea. Vuol che tu sia
De’ favori di lei,
De’ felici Imenei, del nostro bene
Nuncio fedele a le rimote arene.
Silvia (Oh me infelice ! Aceste
Dunque nol crede Ascanio!)
Ascanio (Ahimè, che dico?
Oh dura legge!)
Fauno E che rispondi alfine [33]?
Ascanio Che ubbidirò.... che del felice sposo
Ammirerò il destin ...
Silvia (Misera! Oh Numi!
Dunque Ascanio non è. Che fiero colpo !
Che fulmine improvviso!) [34]
Ascanio Alfin, pastore,
Di’ che l’attendo.
Fauno Ed io
Tosto me ’n volo ad affrettarlo. Addio.
Dal tuo gentil sembiante
Risplende un’alma grande
E quel chiaror che spande
Quasi adorar ti fa.
Se mai divieni amante,
Felice la donzella
Che a fiamma così bella
Allor s’accenderà! [35]
Ascanio Ahimè! Che veggio mai? [36]
Silvia colà si giace
Pallida semiviva
A le sue Ninfe in braccio. Intendo, oh Dio
Arde del volto mio: e non mi crede
Il suo promesso Ascanio.
La virtude e l’amore
Fanno atroce battaglia in quel bel core.
E dal penoso inganno
Liberarla non posso... Agli occhi suoi
S’involi almea questo affannoso oggetto
Finchè venga la Dea. Colà mi celo
E non lontan da lei
Udrò le sue parole,
Pascerò nel suo volto i guardi miei.
Al mio ben mi veggio avanti.
Del suo cor sento la pena,
E la legge ancor mi frena.
Ah si rompa il crudo laccio,
Abbastanza il cor soffrì!
Se pietà dell’alme amanti,
O gran Diva, il sen ti move,
Non voler fra tante prove
Agitarle ognor così.[37]
Silvia Ferma, aspetta, ove vai? dove t’involi? [38]
Perchè fuggi così! Numi! che fo?...
Dove trascorro, ahimè .... Come s’oblia
La mia virtù!... Sì, si risolva alfine.
Rompasi alfin questo fallace incanto.
Perchè, perchè mi vanto
Prole de’ Numi, e una sognata imago
Travía quel cor che al sol dovere è sacro,
E sacro a la virtù?... Ma non vid’io
La sembianze adorate
Pur or con gli occhi miei?... No non importa.
Sol d’Ascanio son io. Da lor si fugga.
Se il Ciel così mi prova,
Miri la mia vittoria .... E se il mio sposo
Fosse quel ch’or vid’io?... Ah mi lusingo!
Perchè in sì dolce istante
Non palesarsi a me? perchè mentirsi
E straziarmi così?... No, mi seduce
L’ingannato mio core .... E s’anco ci fosse,
Vegga che so lui stesso
Sagrificare a lui
E l’amato sembiante ai merti sui.
Ah si corra ad Aceste :
Involiamci di qui. Grande qual sono
Stirpe de’ Numi al comun ben mi deggio.
Fuor che l’alma d’Ascanio altro non veggio.
Infelici affetti miei,
Sol per voi sospiro e peno.
Innocente è questo seno:
Nol venite a tormentar.
Deh quest’alma, eterni Dei,
Mi rendete alfin qual era.
Più l’immagin lusinghiera
Non mi torni ad agitar.
Ascanio Anima grande, ah, lascia,
Lascia, oh Dio! che al tuo piè…. [39]
Silvia Vanne. A’ miei lumi [40]
Ti nascondi per sempre. In son d’Ascanio. [41]
Coro Che strano evento
Turba la vergine
In questo dì?
No non lasciamola
Dove sì rapida
Fugge così. [42]
Ascanio Ahi la crudel come scoccato dardo
S’involò dal mio sguardo! Incauto, ed io
Quasi di fè mancai.
Chi a tante prove, o Dea,
D’amore e di virtù regger potea?
Di sì gran dono, o madre,
Ricco mi fai. che più non può mortale
Desïar dagli Dèi: e vuoi ch’io senta
Tutto il valor del dono. Ah! sì, mia Silvia,
Troppo, troppo maggiore
Sei de la fama. Ora i tuoi pregi intendo:
Or la ricchezza mia tutta comprendo.
Torna, mio bene, ascolta
Il tuo fedel son io.
Amami pur, ben mio
No non t’inganna Amor.
Quella che in seno accolta
Serbi virtù sì rara,
A gareggiar prepara
Coll’innocente cor. [43]
Coro Venga de’ sommi eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s’involi a noi
Qui lo incateni amor.
Aceste Che strana meraviglia [44]
Del tuo cor mi narrasti, amata figlia!
Ma pur non so temer. Serba i costumi,
Che serbasti finora. Il Ciel di noi
Spesso fa prova: e dai contrasti illustri
Onde agitata sei,
Quella virtù ne desta
Che i mortali trasforma in Semidèi.
Sento che il cor mi dice
Che paventar non dêi:
Ma penetrar non lice
Dentro all’ascoso vel.
Sai, che innocente sei,
Sai, che dal Ciel dipendi:
Lieta la sorte attendi
Che ti prescrive il Ciel.
Silvia Sì, padre, alfin mi taccia
Ogn’altro affetto in seno.
Segua che vuol, purchè il dover si faccia.
Aceste Su, felici pastori, ai riti vostri [45]
Date principio; e la pietosa Dea
Invocate con gl’inni.
Coro Scendi, celeste Venere,
E del tuo amore in segno
Lasciane il caro pegno
Che sospirammo ognor.
Silvia Ma s’allontani almen dagli occhi miei
Quel periglioso oggetto. Il vedi? [46]
Aceste Il veggio.
Parmi simile a un Dio. [47]
Ascanio (Silvia mi guarda
Che contrasto crudel!)
Aceste No, cara figlia,
No non temer. Segui la grande impresa,
Vedi che il fumo ascende, e l’ara è accesa.
Osservate, o pastori.
Ecco scende la Dea. Tra quelle nubi [48]
Si nasconde la Dea. Oh Silvia mia,
Meco all’ara ti volgi: e voi, pastori,
De le preghiere ardenti
Rinnovate i clamori.
Coro No, non possiamo vivere
In più felice regno.
Ma senza il caro pegno
Non siam contenti ancor.
Aceste Ecco, ingombran l’altare [49]
Le fauste nubi intorno. Ecco la luce [50]
De la Diva presente, ecco traspare.
Coro Scendi, celeste Venere,
E del tuo amore in segno
Lasciane il caro pegno
Che sospirammo ognor.
Aceste Invoca, o figlia, invoca
Il favor della Diva
Chiedi lo sposo tuo.
Silvia Svélati, o Dea,
Scopri alla fin quell’adorato aspetto
Al tuo popol diletto. Omai contento
Rendi questo cor mio. [51]
Ascanio (Or felice son io. Questo è il momento). [52]
Silvia Oh Diva!
Ascanio Oh sorte! [53]
Aceste Oh giorno!
Silvia Ah mi persegui, [54]
Imagine crudele, insino all’ara?
Dov’è il mio sposo, o Diva? [55]
Venere Eccolo, o cara.[56]
Silvia Oh Cielo! E perchè mai [57]
Nasconderti così?
Ascanio Tutto saprai. [58]
Silvia Ah caro sposo, oh Dio! [59]
Ascanio Vieni al mio sen, ben mio. [60]
Silvia Ah ch’io lo credo a pena! [61]
Forse m’inganno ancora?
Aceste Frena il timor, deh! frena: [62]
E la gran Diva adora.
Ascanio Che bel piacere io sento
In sì beato dì!
Aceste De la virtù il cimento
Premian gli Dei così. [63]
Silvia Numi! che bel momento!
Come in sì bel contento
Il mio timor finì!
Aceste De la virtù il cimento
Premian gli Dei così.
|
Ascanio Silvia |
} |
Ah cara sposa, oh Dio! [64] Ah caro sposo, oh Dio! |
|
Ascanio Silvia Aceste |
} |
a tre |
Più sacro nodo in terra, Più dolce amor non è. Quanto, pietosa Dea, Quanto dobbiamo a te! |
Venere Eccovi al fin di vostre pene, o figli.
Or godete beati
L’uno nel cor dell’altro ampia mercede
De la vostra virtù. Mi piacque, o cara, [65]
Prevenire il tuo core. Indi la fama,
Quindi Amore operò. Volli ad Ascanio
Così de la sua sposa
La fortezza, il candor, l’amor, la fede
Mostrar su gli occhi suoi. Scossi un momento
Quel tuo bel core, e ne volâr scintille
Di celeste virtude a mille a mille.
Ma voi soli felici
Esser già non dovete.
La stirpe de gli Dei, più ch’al suo bene,
Pensa all’altrui. Apprendi, o figlio, apprendi [66]
Quanto è beata sorte
Far beati i mortali. In questo piano
Tu l’edificio illustre
Stendi della città. La gente d’Alba
Sia famosa per te. De le mie leggi
Tempra il soave freno:
Ministra il giusto: il popol mio proteggi.
In avvenir due Numi
Abbia in vece d’un sol; te qui presente;
Me, che lontana ancora
Qua col pensier ritornerò sovente.
Ascanio Che bel piacere io sento
In sì beato dì!
Silvia Numi, che bel momento!
Come in sì bel contento
il mio timor finì!
Ascanio Silvia Aceste |
} |
a tre |
Più sacro nodo in terra, Più dolce amor non è. Quanto dobbiamo a te! |
Venere Ah chi nodi più forti
Ha del mio core in questi amati lidi?
I figli, le consorti, il popol mio ....
Silvia Oh Diva!
Ascanio Oh madre!
Venere Addio, miei figli, addio.
Aceste Ferma, pietosa Dea, férmati.
Almeno lascia che rompa il freno
Al cor riconoscente un popol fido.
Io son, pietosa Dea,
Interprete di lui. Questo tuo pegno, [67]
Fidalo pure a noi. Vieni; tu sei
Nostro amor, nostro ben, nostro sostegno.
Adoreremo in lui [68]
L’ imagine di te; di te, che spargi
Su i felici mortali
Puro amor, pura gioia: di te che leghi
Con amorosi nodi
I popoli tra lor; che in sen d’amore
Dài fomento a la pace, e di quest’orbe
Stabilisci le sorti, e l’ampio mare
Tranquillizzi e la terra. Ah nel tuo sangue,
D’eroi, di Semidéi. sempre fecondo,
Si propaghi il tuo core;
E la stirpe d’Enea occupi il mondo.
Coro Alma Dea, tutto il mondo governa;
Chè felice la terra sarà.
La tua stirpe propaghisi eterna;
Ché felici saranno l’età.
Note
___________________________
[1] Al suo seguito, che si ritira nell’ indietro della scena disponendosi vagamente.
[2] Accennando l’altare.
[3] In atto di partire.
[4] Parte Venere seguìta dal Coro, che canta e le danza intorno.
[5] Ritirandosi in disparte.
[6] Non badando ad Ascanio.
[7] Il Coro siede lungo la serie degli alberi, disponendosi vagamente.
[8] Volgendosi ad Ascanio.
[9] Accostandosi a Fauno.
[10] Guardando da un lato nell’interno della scena. Il Coro si alza e si avanza.
[11] Accennando ad Ascanio, il quale pure sta attentamente guardando dallo stesso lato.
[12] Accennando il Coro de’ pastori.
[13] Si ritira, e si suppone confuso fra il Coro. Il Coro s’avanza da un lato alla volta di Aceste o di Silvia.
[14] Rivolto a Silvia.
[15] Partono tutti fuorchè Ascanio.
[16] Venere sopraggiungo col Coro de’ Genj.
[17] Accennando da un lato.
[18] Siede da un lato colle pastorelle intorno.
[19] Il Coro siede.
[20] Non vedendo Silvia, da sè
[21] Vedendo Silvia, da sè.
[22] Vedendo Ascanio, da sè.
[23] Alzandosi, e facendo qualche passo verso Ascanio.
[24] S’arresta
[25] Accostandosi a Fauno.
[26] A Silvia.
[27] Ad Ascanio che si accosta dall’altro lato
[28] A Fauno.
[29] A Silvia, scostandosi Ascanio.
[30] A Silvia, accennando di partire.
[31] Accostandosi a Fauno.
[32] Ad Ascanio.
[33] Ad Ascanio.
[34] Si ritira e si siede abbattuta fra le Ninfe verso il fondo della scena.
[35] Parte.
[36] Guardando a Silvia.
[37] Si ritira dalla scena.
[38] Accorrendo ad Ascanio, e poi trattenendosi.
[39] Accorrendo a Silvia.
[40] Partendo risoluta.
[41] Parte.
[42] Partono.
[43] Si ritira in disparte.
[44] A Silvia, che tiene graziosamente per la mano.
[45] Ai pastori che, raccolti intorno all’ara, v’ardono gl’incensi.
[46] Accennando Ascanio.
[47] Guardando Ascanio.
[48] Cominciano a scender delle nuvole sopra l’ara.
[49] Le nubi si spandono innanzi all’ara.
[50] Si veggono uscir raggi di luce dalle nuvole.
[51] Si squarciano le nuvole. Si vede Venere assisa sul suo carro. Nello stesso tempo escono di dietro alle nuvole le Grazie e i Genj, che con vaga disposizione s! spargono per la scena.
[52] Si va avvicinando a Silvia.
[53] Si accosta di piú.
[54] Ad Ascanio, che si accosta.
[55] Risolutamente guardando Venere, o colla mano facendosi velo agli occhi per non veder Ascanio.
[56] Accennando, e pigliando per una mano Ascanio, il presenta a Silvia.
[57] Volgendosi ad Ascanio.
[58] A Silvia.
[59] Accorrendo ad Ascanio.
[60] Accorrendo a Silvia.
[61] Ad Aceste.
[62] A Silvia.
[63] A Silvia e ad Ascanio.
[64] Abbracciandosi rispettosamente.
[65] A Silvia.
[66] Ad Ascanio.
[67] Accennando Ascanio, o abbracciandolo rispettosamente.
[68] A Venere, la quale sparisce; chiudendosi ed alzandosi le nuvole.
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