Giuseppe Parini

 

ASCANIO IN ALBA

FESTA TEATRALE

DA RAPPRESENTARSI IN MUSICA

PER LE NOZZE

DI

FERDINANDO ARCIDUCA D’AUSTRIA

E DELLA SERENISSIMA

ARCIDUCHESSA MARIA BEATRICE D’ESTE

PRINCIPESSA DI MODENA.

 

1a Rappresentazione: Teatro Regio Ducale di Milano 17 ottobre 1771 - Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini, raccolte da Guido Mazzoni, Firenze, G. Barbera editore, 1925 - pp. 252-262

Semper ad Aeneadas placido pulcherrima volto

Respice, totque tuas, diva, tuere nurus.

OVID., Fast. lib. iv.

Sul testo

Per Ascanio in Alba seguo la prima edizione Ascanio in Alba festa teatrale da rappresentarsi per le felicissime nozze delle LL. AA. RR. il Serenissimo Ferdinando Arciduca d’Austria e la. Serenissima Arciduchessa Diaria Beatrice d’Este Principessa di Modena, ecc. : Milano, O. B. Bianchi, 1771; carte 4, non num., e XLIII num.; in 4 grande. Tralascio nell’ elenco dei «Personaggi» l’indicazione dei cantanti; e, fra le altre sì fatte indicazioni, riferisco soltanto quella del Compositore della Musica: «Il Sig. Cavaliere Amedeo Wolfango Mozart, Maestro della Musica di Camera di S. A. Reverendissima il Principe ed arcivescovo di Salisburgo». Del poeta, e del P. in codesta qualità, non si fa menzione.

AI LETTORI

È noto che Ascanio celebre figliuolo d’Enea andò, per ragioni di stato, ad abitare in una deliziosa contrada dell’antico Lazio: vi edificò una città a cui diede il nome d’Alba; vi prese moglie, vi governò un popolo e diede origine agli Albani. È pur noto che Ercole viaggiò, e dimorò per alcun tempo in quelle vicinanze. Su questi e simili fondamenti storici e poetici si dà luogo alla Favola allegorica della seguente Rappresentazione.

 

L’azione segue in una parte della campagna, dove poi fu Alba.

PERSONAGGI.

VENERE.

ASCANIO.

SILVIA, Ninfa del sangue d’Ercole.

ACESTE, sacerdote.

FAUNO, uno de’ principali pastori.

CORI di Geni.

 "    di pastori.

"    di pastorelle.

PARTE PRIMA.

Scena I

Area spaziosa destinata alle solenni adunanze pastorali, limitata da una corona d’altissimo e fronzute querce che vagamente distribuite all’intorno conciliano un’ombra freschissima e sacra. Veggonsi, lungo la serie degli albori, verdi rialzamenti di terreno presentati dalla natura, e in varia forma inclinati dall’arte per uso di sedervi con graziosa irregolarità i pastori. Nel mezzo sorge un altare agreste in cui vedesi scolpito l’animal prodigioso da cui si dice che pigliasse il nome la città d’Alba. Dagl’intervalli che s’aprono fra un albero e l’altro si domina una deliziosa e ridente campagna, sparsa di qualche capanna e cinta in mediocre distanza d’amene colline onde scendono copiosi e limpidi rivi. L’orizzonte va a terminare in azzurrissime montagne, le cui cime si perdono in un cielo purissimo e sereno.

 

Venere in atto di scender dal suo carro. Ascanio a lato di esso. Le Grazie e quantità di GENJ che cantano e danzano accompagnando la Dea. Scesa questa, il carro velato da una legger [sic] nuvoletta si dilegua per l’aria.

Coro di Genj.                Di te più amabile

Nè Dea maggiore,

Celeste Venere,

No non si dà.

Parte del Coro.             Tu sei de gli uomini,

O Dea, l’amore

Di te sua gloria

Il Ciel si fa.

Parte del Coro.             Se gode un popolo

Del tuo favore,

Più dolce imperio

Cercar non sa.

Coro.                           Con fren sì placido

Reggi ogni core

Che più non bramasi

La libertà.

Venere           Genj, Grazie ed Amori, [1]

Fermate il piè, tacete;

Frenate, sospendete,

Fide colombe, il volo

Questo è il sacro al mio nume amico suolo.

Ecco, Ascanio, mia speme, ecco le piagge

Che visitammo insieme

Il tuo gran padre ed io. Quel tempo ancora

Con piacer mi rammento. Anco i presagi

Parvero disegnar che un giorno fôra

Del mio favore oggetto

Questo popolo eletto. In quell’altare [2]

Vedi la belva incisa

Che d’insolite lane ornata il tergo

A noi comparve. Il grand’Enea lo pose

Per memoria del fatto: e quindi il nome

Prenderà la Città ch’oggi da noi

Avrà illustre principio. Io fin d’allora

Qui de le grazie mie prodiga sono

Al popolo felice: e qui ’l mio core

Fa sovente ritorno

Da la beata sfera ove soggiorno.

Ma qui presente ognora

Con la mia Deità regnar non posso:

Tu qui regna in mia vece. Il grande, il pio,

Il tuo buon genitor, che d’Ilio venne

A le sponde latine, or vive in cielo

Altro Dio fra gli Dèi

E soave mia cura oggi tu sei.

Ascanio          Madre, ché tal ti piace

Esser da me chiamata, anzi che Dea,

Quanto ti deggio mai!

Venere           Già quattro volte, il sai,

Condusse il Sol su questi verdi colli

Il pomifero Autunno

Da che al popolo amico il don promisi

De la cara mia stirpe.

Ognuno attende,

Ognun brama vederti: all’are intorno

Ognun supplice cade: e il bel momento

Affretta ognun con cento voti e cento.

      L’ombra de’ rami tuoi

L’amico suolo aspetta.

Vivi, mia pianta eletta

Degna sarai di me.

      Già questo cor comprende

Quel che sarai di poi;

Già di sue cure intende

L’opra lodarsi in te.

Ascanio         Ma la Ninfa gentil che il seme onora

D’Ercole invitto ?... Ah di’... la sposa oda,

Silvia, Silvia, dov’è? Tanto di lei

Tu parlasti al mio cor, tanto la fama,

N’empie sua tomba, e tanto bene aspetta

Da le mie nozze il mondo ....

Venere                                                             Amata prole,

Pria che s’ascenda il Sole

Sposo sarai de la più saggia Ninfa

Che di sangue divin nascesse mai.

Già su i raggi dell’alba in sonno apparvi

Ad Aceste custode

De la vergine illustre. Egli già scende

Dal sacro albergo: e al popolo felice

E a la Ninfa tuo bene

Del fausto annuncio apportator qui viene.

Ascanio         Ah cara madre!… dimmi…

Dunque vicina è l’ora ?…

Ma chi sa s’ella m’ami?

Venere                                                    Ella ti adora.

Ascanio          Se mai più non mi vide!

Venere                                              A lei son note

 Le tue sembianze.

Ascanio                                         E come?

Venere           Amor, per cenno mio,

Ordì nobile inganno.

Ascanio         E che mai fece?

Venere           Volge il quart’anno omai

Che de la Ninfa a lato

Amor veglia in tua vece. Ei le tue forme

Veste appunto qual te. Tali le gote,

Tal le labbra e le luci, e tai le chiome,

Tale il suon de le voci. Appunto come

L’una all’altra colomba

Del mio carro somiglia,

Tale Amor ti somiglia.

Ascanio                                               E quale, o Dea,

Presso all’amata Ninfa

È l’ufficio d’Amore?

Venere                                              In sonno a lei

Misto tra’ lievi sogni appare ognora.

Te stesso a lei dipigne : e tal ne ingombra

La giovinetta mente

Che te, vegliando ancora,

La vaga fantasia sempre ha presente.

Ascanio         Che leggiadro prodigio

Tu mi sveli, o gran Dea! Ma che più tardo?

Voliam dunque a la Ninfa. A’ piedi suoi

Giurar vo’ la mia fè...

Venere                                                 Solo tu devi

Ire in traccia di lei;

Me chiaman altre cure

Non è solo un mortal caro agli Dei.

Ascanio         Sì, le dirò ch’io sono

Ascanio tuo; che questo cor l’adora;

Che di celeste Diva

Stirpe son io

Venere                               No, non scoprirti ancora.

Ascanio         Oh ciel! perchè?

Venere                                     Ti fida.

Vedila pur; ma taci

Chi tu sei, d’onde vieni, o chi ti guida.

Ascanio         Che silenzio crudel!

Venere                                           Dimmi, non brami

Veder con gli occhi tuoi fino a qual segno

Silvia t’adori? a qual sublime arrivi

La sua virtù? Quanto sia degno oggetto

D’amor, di meraviglia e di rispetto?

Questa dunque è la via.

Ascanio                                                  Dunque s’adempia,

O madre, il tuo voler. Giuro celarmi

Fin che piace al tuo nome.

Venere                                                    Ah vieni, o figlio,

Vieni al mio seno. A quella docil mente,

A quel tenero core, a quel rispetto

Che nutri per gli Dei, ti riconosco

Prole più degna ognora

E del padre e di me. Qui fra momenti

Mi rivedrai. De la tua sposa intanto

Cauto ricerca: ammira

Come di bei costumi

A te per tempo ordisce

La sua felicità, come con lei

Ne la mirabil opra

E l’arte e la natura e il ciel s’adopra. [3]

Coro                                  Di te più amabile

Nè Dea maggiore,

Celeste Venero.

No non si dà. [4]

     Con fren si placido

Reggi ogni core,

Che più non bramasi

La libertà.

Scena II.

Ascanio.

Che oscura legge, o Dea,

È mai questa por me! Mi desti in seno

Tu le fiamme innocenti, i giusti affetti

Solleciti, fomenti: e poi tu stessa

Nel più lucido corso il mio destino

Improvvisa sospendi?...

Ah dal mio cor qual sagrifizio attendi?...

Folle! che mai vaneggio?

So che m’ama la Dea: mi fido a lei.

Deh! perdonami o madre, i dubbii miei.

Ma la Ninfa dov’è? Tra queste rive

Chi m’addita il mio bene? Ah sì, cor mio,

Lo scoprirem ben noi. Dove in un volto

I più limpidi rai; dove congiunte

Facile maestà, grave dolcezza,

Ingenua sicurezza

E celeste pudore; ove in due lumi

Tu vedrai sfolgorar d’un’alta mente

Le grazie delicate e il genio ardente,

La vedrai la sposa. A te il diranno

I palpiti soavi, i moti tuoi

Ah sì, cor mio, la scoprirem ben noi.

    Cara, lontano ancora

La tua virtù m’accese:

Al tuo bel nome allora

Appresi a sospirar.

    In van ti celi, o cara

Quella virtù sì rara.

Nella modestia istessa

Più luminosa appar.

Scena III.

Ascanio, Fauno, Coro di pastori.

Coro                                     Venga de’ sommi eroi

Venga il crescente onor.

Più non s’involi a noi

Qui lo incateni Amor.

Ascanio          Ma qual canto risona? [5]

Qual turba di pastor mi veggio intorno?

Fauno            Qui dove il loco e l’arte [6]

Apre comodo spazio

A i solenni concilii, al sacro rito,

Qui venite, o pastori. Il giorno è questo

Sacro a la nostra Diva. Al suo bel nome.

Non a Bacco e a Vertunno,

Render grazie sogliamo

Presso al cader del fortunato Autunno.

Il ministro del Cielo, il saggio Aceste

Sembra che tardi. In gran pensier[i] avvolto

Pur dianzi il vidi. A lui splendea ridente

D’un’insolita gioja il sacro volto.

Forse il dono promesso è a noi vicino:

Forse la Dea pietosa

Del fido popol suo compie il destino.

Coro                                     Venga de’ sommi eroi

Venga il crescente onor.

Più non s’involi a noi

Qui lo incateni Amor. [7]

Fauno            Ma tu chi sei che ignoto [8]

Qui t’aggiri fra noi? Quel tuo sembiante

Pur mi fa sovvenir, quando alcun Dio

Tra i mortali discende. E qual desio

Ti conduce fra noi?

Ascanio                                         Stranier son io [9].

Qua vaghezza mi guida

Di visitare i vostri colli ameni,

I puri stagni e per il verde piano

Queste vostre feconde acque correnti.

Tra voi, beate genti,

Fama è nel Lazio che Natura amica

Tutti raccolga i beni

Che coll’altre divide.

Fauno                                               Ah più deggiamo

Al favor d’una Diva: e non già quale

Irreverente il volgo

Talor sogna; gli Dei, ma qual è in cielo

Alma figlia di Giove. Il suo sorriso,

Dall’amoroso cerchio, onde ne guarda,

Questo suol rasserena. Ella que’ beni,

Che natura ne diè, cura, difende,

Gli addolcisce, gli aumenta. In questi campi

Semina l’agio, e seco

L’alma fecondità. Ne le capanne

Guida l’industria; e in libertà modesta

La trattien, la fomenta. Il suo favore

È la nostra rugiada: e i lumi suoi

Pari all’occhio del Sol sono per noi.

     Se il labbro più non dice,

Non giudicarlo ingrato.

Chi a tanto bene è nato

Sa ben quanto è felice,

Ma poi spiegar nol sa.

     Quando a gli amici tuoi

Torni sul patrio lido,

Vivi, e racconta poi

Ho visto il dolce nido,

De la primiera età.

Ascanio          (Quanto soavi al core

De la tua stirpe, o Dea,

Sonan mai queste lodi!)

Fauno                                                     Ecco, pastori, [10]

Ecco lento dal colle

Il venerando Aceste; al par con lui

Ecco scende la Ninfa ...

Ascanio                                                  Oh ciel, qual Ninfa?

Parla, dimmi, o pastor…

Fauno                                                        Silvia, d’Alcide

Chiara stirpe divina.

Ascanio                                            (Aimè, cor mio,

Frena gl’impeti tuoi;

L’adorata mia sposa ecco vicina).

Fauno            Mira, o stranier, come il bel passo move[11]

Maestosa e gentile: a le seguaci

Come umana sorride,

Come tra lor divide

I guardi e le parole. In que’ begli atti

Non par che scolta sia

L’altezza del pensiero, e di quell’alma

La soave armonia?

Ascanio                                         (È vero, è vero.

Più resister non so. Se qui l’attendo,

Scopro l’arcano, e al giuramento io manco.

Partasi ornai).

Fauno            Garzone, a te non lice

Qui rimaner che la modesta Silvia

Non vorría testimon de’ suoi pensieri

Un ignoto straniere. E se desío

D’ammirarla vicino, e al patrio suolo

Fama portar do’ pregi suoi t’accese,

Là confuso ti cela. [12]

Ascanio          S’adempia il tuo voler, pastor cortese. [13]

Scena IV.

Ascanio, Fauno, Coro, Aceste, Silvia, con seguito di pastorelle.

Coro                                  Hai di Dïana il core,

Di Pallade la mente.

Sei dell’Erculea gente,

Saggia donzella, il fior.

Parte del Coro                  I vaghi studii e l’arti

Son tuo diletto e vanto

E delle Muse al canto

Presti l’orecchio ancor.

Coro                                  Sei dell’Erculea gente,

Saggia donzella, il fior.

Parte del Coro                  Ha nel tuo core il nido

Ogni virtù più bella

Ma la modestia è quella

Che vi risplende ognor.

Coro                                  Hai di Dïana il core,

Di Pallade la mente;

Sei dell’Erculea gente,

Saggia donzella, il fior.

Aceste            Oh generosa Diva,

Oh delizia degli uomini, oh del Cielo

Ornamento e splendor! che più potea

Questo suol fortunato

Aspettarsi da te? Qual più ti resta,

Fido popol devoto,

Per la sua Deità preghiera o voto?

Ogni cosa è compiuta.

Dell’Indigete Enea

La sospirata prole

Vostra sarà pria che tramonti il Sole.

Coro                                Venga de’ sommi eroi,

Venga il crescente onor.

    Più non s’involi a noi

Qui lo incateni Amor.

Aceste            Di propria man la Dea

A voi la donerà. Nè basta ancora.

Qui novella città sorger vedrete

De la Diva e del figlio opra sublime.

Questi poveri alberghi,

Queste capanne anguste

Fieno eccelsi palagi e moli anguste.

Altre dell’ ampie moli

Saran sacre a le Muse: altre custodi

De le prische memorie ai dì venturi

Altre ai miseri asilo

Altre freno agli audaci: altre tormento

A la progenie rea del mostro orrendo

Che già infamia e spavento

Fu dei boschi aventini,

E periglio funesto a noi vicini.

Coro                                Venga de’sommi eroi,

Venga il crescente onor.

    Più non s’involi a noi

Qui lo incateni Amor.

Aceste            Oh mia gloria, oh mia cura, oh amato pegno [14]

De la stirpe d’Alcide, oh Silvia mia!

Oggi sposa sarai. Oggi d’Ascanio

Il conforto sarai, l’amor, la speme

Ambi di questo suolo

La delizia e il piacer sarete insieme.

       Per la gioia in questo sono

L’alma, oh Dio!, balzar mi sento.

All’eccesso del contento

No resistere non sa.

      Silvia cara, amici miei,

Se con me felici siete,

Ah venite, dividete

Il piacer che in cor mi sta.

Silvia             (Misera! che farò?) Narrami, Aceste,

Onde sai tutto ciò?

Aceste                                            La Dea me ’l disse.

Silvia             Quando?

Aceste                       Non bene ancora

Si tignevan le rose

De la passata aurora.

Silvia                                                E che t’impose?

Aceste            D’avvertirne te stessa,

D’avvertirne i pastori : e poi disparve,

Versando dal bel crin divini odori.

Silvia             (Ah che far più non so. Taccio?… mi scopro?…)

Aceste           (Ma la Ninfa si turba?…

Numi! che sarà mai?…)

Silvia                                                      (No, che non lice

In simil uopo all’anime innocenti

Celar gli affetti loro). Odimi, Aceste ....

Aceste           Cieli! Che dir mi vuoi?

Qual duol ti opprime in sì felice istante?

Silvia              Padre… Oh Numi!Che pena! io sono amante.

Aceste            (Ahimè! respiro alfine).

E ti affanni perciò? Non è d’amore

Degno il tuo sposo? O credi

Colpa l’amarlo?

Silvia                                         Anzi, qual Nume, o padre,

Lo rispetto e l’onoro. I pregi suoi

Tutti ho fissi nell’alma. Ognun favella

Di sue virtù. Chi caro a Marte il chiama,

Chi diletto d’Urania, e chi l’appella

De le Muse sostegno

Chi n’esalta la mano, e chi l’ingegno.

Del suo gran padre in lui

Il magnanimo cor chi dice impresso;

Chi de la Dea celeste

L’immensa carità trasfusa in esso.

     Sì, ma d’un altro amore

Sento la fiamma in petto

E l’innocente affetto

Solo a regnar non è.

Aceste            Ah no, Silvia, t’inganni,

Innocente che sei! Già per lung’uso

Io più di te la tua virtù conosco.

Spiega il tuo core, o figlia,

E al tuo fido custode or ti consiglia.

Silvia             Odi, Aceste, e stupisci. Il dì volgea

Che la mia fe’ donai,

D’esser sposa d’Ascanio, all’alma Dea.

Mille immagini liete

Che avean color da quel felice giorno

Venian volando alla mia mente intorno.

Ed ella in dolce sonno

S’oblïava innocente in preda a loro;

Quand’ecco, oh Cielo! a me, non so se desta,

Ma desta sì, poichè su gli occhi ancora

Ho non men che nel cor quel vago oggetto,

Apparve un giovanetto. Il biondo crine

Sul tergo gli volava, e mista al giglio

Ne la guancia vezzosa

Gli fioriva la rosa: il vago ciglio

Padre, non più, perdona.

L’indiscreto pensier, parlando ancora,

Va dietro a le lusinghe

Dell’immagin gentil che lo innamora.

Aceste            (Che amabile candor!) Segui; che avvenne?

Silvia              Ah da quel giorno il lusinghier sembiante

Regnò nel petto mio; di sè m’accese;

I miei pensieri ci solo

Tutti occupar pretese; i sonni miei

Di sè solo ingombrò. Da un lato Ascanio,

La cui sembianza ignota,

Ma la virtù m’è nota,

Meraviglia e rispetto al cor m’inspira

Dall’altro poi l’imaginato oggetto

Tenerezza ed amor mi desta in petto.

Aceste            No, figlia, non temer. Senti la mano

De la pietosa Dea. Questa bell’opra

Opra è di lei.

Silvia                                    Che dici?

Come? parla, che fia?

Aceste                                                  Piacque a la Diva

Di stringere il bel nodo: in ogni guisa

Silvia             Vi dispone il tuo core, e in sen ti pinge

Le sembianze d’Ascanio.

Aceste                                                        E come il sai?

In cor mi parla un sentimento ignoto,

La tua virtù me ’l dice, e m’assicura

Il favor de la Dea.

Silvia                                             Numi! chi fia

Più di me fortunata? Oh Ascanio, oh sposo!

Dunque per te, mio bene,

L’amoroso desio

Si raddoppia così dentro al cor moi?

Amo adunque il mio sposo

Quando un bel volto adoro? Amo lui stesso

Quando mille virtù pregio ed onoro?

         Come è felice stato

Quello d’un’alma fida

Ove innocenza annida

E non condanna amor!

       Del viver suo beato

Sempre contenta è l’alma

E sempre in dolce calma

Va sospirando il cor.

Aceste            Silvia, mira che il Sole omai s’avanza

Oltre il meriggio. È tempo

Che si prepari ognuno

Ad accoglier la Dea. Su via, pastori,

A coronarci andiam di frondi e fiori

Tu con altri pastor, Fauno, raccogli

Vaghi rami e ghirlande, e qui le reca

Onde sia il loco adorno

Quanto si può per noi. Tu ancor prepara

Parte de’ cari frutti, onde sull’ara

Con le odorate gemme ardan votivo

Sacrificio a la Dea che a noi li dona.

Se questo dì è festivo

Ogni anno al suo gran nome, or che si deve,

Quando sì fausta a noi

Reca il maggior de’beneficii suoi?

Coro                                     Venga de’ sommi eroi

Venga il crescente onor.

Più non s’involi a noi

Qui lo incateni Amor. [15]

Scena V.

Ascanio e poi Venere e Coro di Genii

Ascanio          Cielo! che vidi mai? quale innocenza,

Quale amor, qual virtù! Come non corsi

Al piè di Silvia, a palesarmi a lei?

Ah questa volta, o Dea, quanto penoso

L’ubbidirti mi fu! Vieni e disciogli [16]

Questo freno crudele ....

Venere                                                    Eccomi, o figlio.

Ascanio          Lascia, lascia ch’io voli

Ove il ridente fato

Mi rapisce, mi vuol. Quel dolce aspetto,

Quel candor, quella fè, quanto rispetto

M’inspirano nell’alma e quanti, oh Dio,

Quanti mantici sono al mio desio!

     Ah di sì nobil alma.

Quanto parlar vorrei!

Se le virtù di lei

Tutte saper pretendi,

Chiedile a questo cor.

     Solo un momento in calma

Lasciami, o Diva, e poi

Di tanti pregi suoi

Potrò parlarti allor.

Venere           Un’altra prova a te mirar conviene

De la virtù di Silvia. Ancor per poco

Soffri, mia speme. Appena

Qui fia la pastoral turba raccolta,

Che di mia gloria avvolta

Comparir mi vedrà. Restano, o figlio,

Restano ancor pochi momenti, e poi….

Ascanio          Da un core impazïente

Che mai pretendi, o Dea! Ma sia che vuoi.

Venere         Là dove sale il colle, [17]

Fin che torni quaggiù Silvia il tuo bene,

Ricovrianci per ora. In questo piano

De la nova città le prime moli

Sorgano intanto, e de’ ministri miei

L’opra vi sudi. Auspici noi dall’alto

Dominerem su l’opra: e qua tornando

La pastoral famiglia

N’avrà insieme conforto e meraviglia.

Olà, Genii miei fidi,

De le celesti forze

Raccogliete il valor. Qui del mio sangue

Sorga il felice nido; e d’Alba il nome

Suoni famoso poi di lido in lido.

E tu, mio germe, intanto

A mirar t’apparecchia in quel bel core

Di virtude il trionfo, e quel d’amore.

      Al chiaror di qua’ bei rai,

Se l’amor fomenta l’ali,

Ad amar tutti i mortali

Il tuo cor solleverà.

      Così poi famoso andrai

Degli Dei tra i chiari figli;

Così fia che tu somigli

A la mia divinità.

Coro                                  Di te più amabile

Nè Dea maggiore,

Celeste Venere,

No non si dà.

      Con fren sì placido

Reggi ogni core

Che più non bramasi

La libertà.

Molti pastori e pastorelle, secondo l’antecedente comando d’Aceste, vengono per ornar solennemente il luogo di ghirlande e di fiori. Ma mentre questi si accingono all’opera, ecco che compariscono le Grazie accompagnate da una quantità di Genii e di Ninfe celesti in atto di meditare qualche grande intrapresa. I pastori rimangono a tale veduta estremamente sorpresi: se non che, incoraggiati dalla gentilezza di quelle persone celesti, tornano all’incominciato lavoro. Ma assai più grande rinasce in essi la meraviglia quando ad un cenno delle Grazie e de’ Genii veggono improvvisamente cambiarsi i tronchi degli alberi, che stanno adornando di ghirlande, in altrettante colonne, le quali formano di mano in mano un sodo, vago e ricco ordine d’architettura, con cui dassi principio all’edificazione d’ Alba, e si promette un felice cambiamento al paese. Questi accidenti congiunti con gli atti d’ ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza, di concordia fra le celesti e le umane persone, fanno la base del breve Ballo che lega l’anteriore con la seguente parte della Rappresentazione.

PARTE SECONDA.

Scena I.

Silvia, Coro di pastorelle.

Silvia              Star lontana non so, compagne Ninfe,

Da questo amico loco.

Ah qui vedrò fra poco

L’adorato mio sposo e l’alma Dea

Che di sua luce pura

Questi lidi beati orna e ricrea.

Ma ciel! Che veggio mai? Mirate, amiche,

Come risplende intorno

Di scelti marmi e di colonne eccelse

Il sacro loco adorno. Ah senza fallo

Questo è divin lavoro! Il tempo e l’opra

De’ mortali non basta a tanta impresa.

Sento, sento la mano

De la propizia Dea. L’origin questa

È dell’alma città che a noi promise

Questa è mirabil prova

De la venuta sua. Fra pochi istanti

De le felici amanti

La più lieta sarò. Già dall’occaso

Il sol mi guarda, e pare

Più lucido che mai scender nel mare.

      Spiega il desio le piume,

Vola il mio core e geme;

Ma solo con la speme

Poi mi ritorna al sen.

      Vieni col mio bel nume

Alfine, o mio desio

Dimmi una volta, oh Dio!

Ecco l’amato ben.[18]

Coro                                  Già l’ore se ’n volano,

Già viene il tuo bene.

Fra dolci catene

Quell’alma vivrà.[19]

Scena II.

S ilvia, Coro di pastorelle, Ascanio.

Ascanio          Cerco di loco in loco [20]

La mia Silvia fedele: e pur non lice

Questo amante cor mio svelare a lei;

Chè me ’l vieta la Diva.

Adorata mia sposa, ah dove sei?

Lascia, lascia che possa

Questo mio cor, che de’ tuoi merti è pieno,

Celato ammirator vederti almeno.

Ma non è Silvia quella [21]

Che là si posa su quel verde seggio

Con le sue Ninfe a lato?... Io non m’inganno.

Certo è il mio bene, è desso.

Numi? che fo?... m’appresso?...

Silvia             Oh ciel! che miro… [22]

Quegli è il garzon di cui scolpita ho in seno

L’imagin viva...

Ascanio                                   Ah se potessi almeno

Scoprirmi a lei….

Silvia                                       Così m’appare in sogno

Così l’ha ognor presente

Nel dolce imaginar questa mia mente.

Che fia?... Sogno?... o son desta?...

Ascanio                                                                    Oh madre, oh Diva

Qual via crudel di tormentarmi è questa?

Silvia             No, più sogno non è: quello è il sembiante

Che da gran tempo adoro ….

Ascanio è dunque?... o pur son d’altri amante?...

Dubito ancor….

Ascanio                              La Ninfa

Agitata mi par .... Mi riconosce,

Ma scoprirsi non osa.

Silvia                                         Ah sì il mio bene,

Il mio sposo tu sei. [23]

Ascanio         Cieli! s’accosta

Come potrò non palesarmi a lei?

Silvia              Imprudente, che fo? Spontanea e sola [24]

Appressarmi voglio? seco non veggio

La Dea che il guida .... Egli di me non chiede ....

Meco Aceste non è... Dove t’avanzi.

Trasportato dal core incauto piede?

Ingannarmi potrei ....

Scena III.

Silvia, Ascanio, Coro di pastorelle, Fauno.

Fauno             Silvia, Silvia, ove sei?

Silvia                                                Fauno, che brami? [25] 

Fauno             Io di te cerco, o Ninfa, [26] e a te pur vengo,

Giovanetto straniere [27]

Silvia             (Egli è stranier, qual sembra: ah certo è desso,

Certo è lo sposo mio). Pastor, favella. [28]

Fauno             A te Aceste m’invia: di te chiedea; [29]

Qui condurti ei volea. Di già si sente

La gran Diva presente. In ogni loco

Sparge la sua virtù. Vedi quell’opra

Che mirabil s’innalza? I Genii suoi

La crearon pur dianzi. Io e i pastori

Ne vedemmo il lavoro

Mentre qua recavam ghirlande e fiori.

Ciò narrammo ad Aceste: ed egli a noi

Meraviglie novelle

Ne mostrò d’ogni parte. Oh se vedessi!

Silvia, sul sacro albergo

Ove seco dimori, una gran luce

Piove e sfavilla intorno, e par che rieda

Pria di morir verso l’aurora il giorno.

Tutto il pendio del colle

Onde quaggiù si scende

Di fior vernali e di novelli germi

Tutto si copre. Per la via risplende

Un ignoto elemento

Di rutile vivissime scintille,

Onde aperto si vede

Che volò su quel suolo il divin piede.

Ma troppo tardo amai.

Silvia                                                      (Quanto ti deggio,

Amabil deità!)

Fauno                                      Volo ad Aceste

Dirò che più di lui

Fu sollecito amore .... [30]

Ascanio                                               Ed a me ancora [31]

Non volevi parlar, gentil pastore ?

Fauno            Ah quasi l’oblïai. Garzon, mi scusa. [32]

In dì così ridente

L’eccesso del piacer turba la mente.

Ad Aceste narrai

Come qui ti conobbi e ti lasciai.

Ascanio          E che per ciò?

Fauno                                   Sorrise

Lampeggiando di gioia il sacro veglio.

Levò le mani al cielo e palpitando:

Sento, mi disse, un non inteso affetto

Tutto agitarmi il petto ....

Silvia                                                         Oh caro sposo!

Non ne dubito più).

Fauno                                               Vanne, soggiunse,

Cerca dello straniere.

Silvia                                                Il saggio Aceste

Nell’indovina mente

Tutto sa, tutto vede, e tutto sente!

Ascanio          Che vuol dunque da me?

Fauno                                                          Per me ti prega

Che rimanga tra noi fin che si sveli

A noi la nostra Dea. Vuol che tu sia

De’ favori di lei,

De’ felici Imenei, del nostro bene

Nuncio fedele a le rimote arene.

Silvia             (Oh me infelice ! Aceste

Dunque nol crede Ascanio!)

Ascanio                                                        (Ahimè, che dico?

Oh dura legge!)

Fauno                                      E che rispondi alfine [33]?

Ascanio          Che ubbidirò.... che del felice sposo

Ammirerò il destin ...

Silvia                                                   (Misera! Oh Numi!

Dunque Ascanio non è. Che fiero colpo !

Che fulmine improvviso!) [34]

Ascanio                                                     Alfin, pastore,

Di’ che l’attendo.

Fauno                                         Ed io

Tosto me ’n volo ad affrettarlo. Addio.

       Dal tuo gentil sembiante

Risplende un’alma grande

E quel chiaror che spande

Quasi adorar ti fa.

       Se mai divieni amante,

Felice la donzella

Che a fiamma così bella

Allor s’accenderà! [35]

Scena IV.

Silvia, Coro di pastorelle, Ascanio.

Ascanio          Ahimè! Che veggio mai? [36]

Silvia colà si giace

Pallida semiviva

A le sue Ninfe in braccio. Intendo, oh Dio

Arde del volto mio: e non mi crede

Il suo promesso Ascanio.

La virtude e l’amore

Fanno atroce battaglia in quel bel core.

E dal penoso inganno

Liberarla non posso... Agli occhi suoi

S’involi almea questo affannoso oggetto

Finchè venga la Dea. Colà mi celo

E non lontan da lei

Udrò le sue parole,

Pascerò nel suo volto i guardi miei.

       Al mio ben mi veggio avanti.

Del suo cor sento la pena,

E la legge ancor mi frena.

Ah si rompa il crudo laccio,

Abbastanza il cor soffrì!

       Se pietà dell’alme amanti,

O gran Diva, il sen ti move,

Non voler fra tante prove

Agitarle ognor così.[37]

Silvia              Ferma, aspetta, ove vai? dove t’involi? [38]

Perchè fuggi così! Numi! che fo?...

Dove trascorro, ahimè .... Come s’oblia

La mia virtù!... Sì, si risolva alfine.

Rompasi alfin questo fallace incanto.

Perchè, perchè mi vanto

Prole de’ Numi, e una sognata imago

Travía quel cor che al sol dovere è sacro,

E sacro a la virtù?... Ma non vid’io

La sembianze adorate

Pur or con gli occhi miei?... No non importa.

Sol d’Ascanio son io. Da lor si fugga.

Se il Ciel così mi prova,

Miri la mia vittoria .... E se il mio sposo

Fosse quel ch’or vid’io?... Ah mi lusingo!

Perchè in sì dolce istante

Non palesarsi a me? perchè mentirsi

E straziarmi così?... No, mi seduce

L’ingannato mio core .... E s’anco ci fosse,

Vegga che so lui stesso

Sagrificare a lui

E l’amato sembiante ai merti sui.

Ah si corra ad Aceste :

Involiamci di qui. Grande qual sono

Stirpe de’ Numi al comun ben mi deggio.

Fuor che l’alma d’Ascanio altro non veggio.

       Infelici affetti miei,

Sol per voi sospiro e peno.

Innocente è questo seno:

Nol venite a tormentar.

      Deh quest’alma, eterni Dei,

Mi rendete alfin qual era.

Più l’immagin lusinghiera

Non mi torni ad agitar.

Ascanio          Anima grande, ah, lascia,

Lascia, oh Dio! che al tuo piè…. [39]

Silvia              Vanne. A’ miei lumi [40]

Ti nascondi per sempre. In son d’Ascanio. [41]

Coro                                  Che strano evento

Turba la vergine

In questo dì?

      No non lasciamola

Dove sì rapida

Fugge così. [42]

Scena V

Ascanio

Ascanio          Ahi la crudel come scoccato dardo

S’involò dal mio sguardo! Incauto, ed io

Quasi di fè mancai.

Chi a tante prove, o Dea,

D’amore e di virtù regger potea?

Di sì gran dono, o madre,

Ricco mi fai. che più non può mortale

Desïar dagli Dèi: e vuoi ch’io senta

Tutto il valor del dono. Ah! sì, mia Silvia,

Troppo, troppo maggiore

Sei de la fama. Ora i tuoi pregi intendo:

Or la ricchezza mia tutta comprendo.

      Torna, mio bene, ascolta

Il tuo fedel son io.

Amami pur, ben mio

No non t’inganna Amor.

      Quella che in seno accolta

Serbi virtù sì rara,

A gareggiar prepara

Coll’innocente cor. [43]

Scena VI.

Ascanio, Silvia, Aceste, Fauno, Coro di pastori e di pastorelle.

poi Venere e Coro di Genii.

Coro                                  Venga de’ sommi eroi,

Venga il crescente onor.

      Più non s’involi a noi

Qui lo incateni amor.

Aceste            Che strana meraviglia [44]

Del tuo cor mi narrasti, amata figlia!

Ma pur non so temer. Serba i costumi,

Che serbasti finora. Il Ciel di noi

Spesso fa prova: e dai contrasti illustri

Onde agitata sei,

Quella virtù ne desta

Che i mortali trasforma in Semidèi.

      Sento che il cor mi dice

Che paventar non dêi:

Ma penetrar non lice

Dentro all’ascoso vel.

      Sai, che innocente sei,

Sai, che dal Ciel dipendi:

Lieta la sorte attendi

Che ti prescrive il Ciel.

Silvia              Sì, padre, alfin mi taccia

Ogn’altro affetto in seno.

Segua che vuol, purchè il dover si faccia.

Aceste            Su, felici pastori, ai riti vostri [45]

Date principio; e la pietosa Dea

Invocate con gl’inni.

Coro                                  Scendi, celeste Venere,

E del tuo amore in segno

Lasciane il caro pegno

Che sospirammo ognor.

Silvia              Ma s’allontani almen dagli occhi miei

Quel periglioso oggetto. Il vedi? [46]

Aceste                                                                    Il veggio.

Parmi simile a un Dio. [47]

Ascanio                                                  (Silvia mi guarda

Che contrasto crudel!)

Aceste                                                  No, cara figlia,

No non temer. Segui la grande impresa,

Vedi che il fumo ascende, e l’ara è accesa.

Osservate, o pastori.

Ecco scende la Dea. Tra quelle nubi [48]

Si nasconde la Dea. Oh Silvia mia,

Meco all’ara ti volgi: e voi, pastori,

De le preghiere ardenti

Rinnovate i clamori.

Coro                                  No, non possiamo vivere

In più felice regno.

Ma senza il caro pegno

Non siam contenti ancor.

Aceste            Ecco, ingombran l’altare [49]

Le fauste nubi intorno. Ecco la luce [50]

De la Diva presente, ecco traspare.

Coro                                  Scendi, celeste Venere,

E del tuo amore in segno

Lasciane il caro pegno

Che sospirammo ognor.

Aceste             Invoca, o figlia, invoca

Il favor della Diva

Chiedi lo sposo tuo.

Silvia                                                Svélati, o Dea,

Scopri alla fin quell’adorato aspetto

Al tuo popol diletto. Omai contento

Rendi questo cor mio. [51]

Ascanio         (Or felice son io. Questo è il momento). [52]

Silvia             Oh Diva!

Ascanio                          Oh sorte! [53]

Aceste                                               Oh giorno!

Silvia                                                                     Ah mi persegui, [54]

Imagine crudele, insino all’ara?

Dov’è il mio sposo, o Diva? [55]

Venere                                                             Eccolo, o cara.[56]

Silvia              Oh Cielo! E perchè mai [57]

Nasconderti così?

Ascanio                                      Tutto saprai. [58]

Silvia                           Ah caro sposo, oh Dio! [59]

Ascanio                       Vieni al mio sen, ben mio. [60]

Silvia                           Ah ch’io lo credo a pena! [61]

Forse m’inganno ancora?

Aceste                          Frena il timor, deh! frena: [62]

E la gran Diva adora.

Ascanio                       Che bel piacere io sento

In sì beato dì!

Aceste                          De la virtù il cimento

Premian gli Dei così. [63]

Silvia                           Numi! che bel momento!

Come in sì bel contento

Il mio timor finì!

Aceste                          De la virtù il cimento

Premian gli Dei così.

 Ascanio

 Silvia

}

    Ah cara sposa, oh Dio! [64]

    Ah caro sposo, oh Dio!

Ascanio

Silvia

Aceste

}

a tre

   Più sacro nodo in terra,

   Più dolce amor non è.

   Quanto, pietosa Dea,

   Quanto dobbiamo a te!

Venere           Eccovi al fin di vostre pene, o figli.

Or godete beati

L’uno nel cor dell’altro ampia mercede

De la vostra virtù. Mi piacque, o cara, [65]

Prevenire il tuo core. Indi la fama,

Quindi Amore operò. Volli ad Ascanio

Così de la sua sposa

La fortezza, il candor, l’amor, la fede

Mostrar su gli occhi suoi. Scossi un momento

Quel tuo bel core, e ne volâr scintille

Di celeste virtude a mille a mille.

Ma voi soli felici

Esser già non dovete.

La stirpe de gli Dei, più ch’al suo bene,

Pensa all’altrui. Apprendi, o figlio, apprendi [66]

Quanto è beata sorte

Far beati i mortali. In questo piano

Tu l’edificio illustre

Stendi della città. La gente d’Alba

Sia famosa per te. De le mie leggi

Tempra il soave freno:

Ministra il giusto: il popol mio proteggi.

In avvenir due Numi

Abbia in vece d’un sol; te qui presente;

Me, che lontana ancora

Qua col pensier ritornerò sovente.

Ascanio               Che bel piacere io sento

              In sì beato dì!

Silvia                   Numi, che bel momento!

              Come in sì bel contento

              il mio timor finì!

Ascanio

Silvia

Aceste

}

a tre

Più sacro nodo in terra,

Più dolce amor non è.

Quanto dobbiamo a te!

Venere           Ah chi nodi più forti

Ha del mio core in questi amati lidi?

I figli, le consorti, il popol mio ....

Silvia             Oh Diva!

Ascanio                       Oh madre!

Venere                                              Addio, miei figli, addio.

Aceste            Ferma, pietosa Dea, férmati.

Almeno lascia che rompa il freno

Al cor riconoscente un popol fido.

Io son, pietosa Dea,

Interprete di lui. Questo tuo pegno, [67]

Fidalo pure a noi. Vieni; tu sei

Nostro amor, nostro ben, nostro sostegno.

Adoreremo in lui [68]

L’ imagine di te; di te, che spargi

Su i felici mortali

Puro amor, pura gioia: di te che leghi

Con amorosi nodi

I popoli tra lor; che in sen d’amore

Dài fomento a la pace, e di quest’orbe

Stabilisci le sorti, e l’ampio mare

Tranquillizzi e la terra. Ah nel tuo sangue,

D’eroi, di Semidéi. sempre fecondo,

Si propaghi il tuo core;

E la stirpe d’Enea occupi il mondo.

Coro                               Alma Dea, tutto il mondo governa;

Chè felice la terra sarà.

La tua stirpe propaghisi eterna;

Ché felici saranno l’età.

Note

___________________________

 

[1] Al suo seguito, che si ritira nell’ indietro della scena disponendosi vagamente.

[2] Accennando l’altare.

[3] In atto di partire.

[4] Parte Venere seguìta dal Coro, che canta e le danza intorno.

[5] Ritirandosi in disparte.

[6] Non badando ad Ascanio.

[7] Il Coro siede lungo la serie degli alberi, disponendosi vagamente.

[8] Volgendosi ad Ascanio.

[9] Accostandosi a Fauno.

[10] Guardando da un lato nell’interno della scena. Il Coro si alza e si avanza.

[11] Accennando ad Ascanio, il quale pure sta attentamente guardando dallo stesso lato.

[12] Accennando il Coro de’ pastori.

[13] Si ritira, e si suppone confuso fra il Coro. Il Coro s’avanza da un lato alla volta di Aceste o di Silvia.

[14] Rivolto a Silvia.

[15] Partono tutti fuorchè Ascanio.

[16] Venere sopraggiungo col Coro de’ Genj.

[17] Accennando da un lato.

[18] Siede da un lato colle pastorelle intorno.

[19] Il Coro siede.

[20] Non vedendo Silvia, da sè

[21] Vedendo Silvia, da sè.

[22] Vedendo Ascanio, da sè.

[23] Alzandosi, e facendo qualche passo verso Ascanio.

[24] S’arresta

[25] Accostandosi a Fauno.

[26] A Silvia.

[27] Ad Ascanio che si accosta dall’altro lato

[28] A Fauno.

[29] A Silvia, scostandosi Ascanio.

[30] A Silvia, accennando di partire.

[31] Accostandosi a Fauno.

[32] Ad Ascanio.

[33] Ad Ascanio.

[34] Si ritira e si siede abbattuta fra le Ninfe verso il fondo della scena.

[35] Parte.

[36] Guardando a Silvia.

[37] Si ritira dalla scena.

[38] Accorrendo ad Ascanio, e poi trattenendosi.

[39] Accorrendo a Silvia.

[40] Partendo risoluta.

[41] Parte.

[42] Partono.

[43] Si ritira in disparte.

[44] A Silvia, che tiene graziosamente per la mano.

[45] Ai pastori che, raccolti intorno all’ara, v’ardono gl’incensi.

[46] Accennando Ascanio.

[47] Guardando Ascanio.

[48] Cominciano a scender delle nuvole sopra l’ara.

[49] Le nubi si spandono innanzi all’ara.

[50] Si veggono uscir raggi di luce dalle nuvole.

[51] Si squarciano le nuvole. Si vede Venere assisa sul suo carro. Nello stesso tempo escono di dietro alle nuvole le Grazie e i Genj, che con vaga disposizione s! spargono per la scena.

[52] Si va avvicinando a Silvia.

[53] Si accosta di piú.

[54] Ad Ascanio, che si accosta.

[55] Risolutamente guardando Venere, o colla mano facendosi velo agli occhi per non veder Ascanio.

[56] Accennando, e pigliando per una mano Ascanio, il presenta a Silvia.

[57] Volgendosi ad Ascanio.

[58] A Silvia.

[59] Accorrendo ad Ascanio.

[60] Accorrendo a Silvia.

[61] Ad Aceste.

[62] A Silvia.

[63] A Silvia e ad Ascanio.

[64] Abbracciandosi rispettosamente.

[65] A Silvia.

[66] Ad Ascanio.

[67] Accennando Ascanio, o abbracciandolo rispettosamente.

[68] A Venere, la quale sparisce; chiudendosi ed alzandosi le nuvole.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 maggio 2006