Giuseppe Parini

 

ISIDE SALVATA.

componimento drammatico

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini, raccolte da Guido Mazzoni, Firenze, G. Barbera editore, 1925 - pp. 252-262

Sul testo

IV. Nell’autografo stesso la pag. xi (= 26) inizia l’abbozzo dello schema che a mano a mano diventerà Ascanio in Alba; e, dopo intralasciato, la pagina stessa lo riprende e svolge nella seguente (xii = 25). La pag. xiii (= 24) dà ancora un principio dello schema di Augusta. Seguono, bianche, la xiv e la xv. Rovesciato il quaderno, si ha, a pagg. 1-21, l’autografa Iside salvata, che riproduce per intiero, sino al termine, in tronco, a pag. 21.

ARGOMENTO.

Erano presso al fine lo solennità fatte celebrare da Iside Reina dell’Egitto per l’apoteosi d’Osiride, già suo illustre sposo, e grande benefattore de’ popoli. Oro, lor figliuolo, si allestiva alla partenza per condurne la sorella in isposa al Re d’Etiopia, quando Tifone, orribile mostro, e domestico nemico, riconosciuto nella mitologia egiziana per lo Principio Cattivo, dopo altre stragi fatte nel Real Palagio, turba tutte le funzioni, assale improvvisamente la Reina, e ne minaccia la vita. Tutto il popolo è in costernazione; ciascuno teme per gli giorni dell’amata Sovrana, s’intraprendono sacrifizi, e s’offrono vittime agli altari per la salute di lei. Tutte le forze di Apollo, potente amico della Casa Reale, per domare quel mostro, riescono inutili: onde Oro offre se medesimo vittima dell’amor figliale per placare la crudeltà di Tifone e salvare la vita alla Madre. In così orribile frangente compare Osiride dal Cielo, difende la sposa, abbatte il mostro, e assicura la felicità dell’Egitto. La più grande e più importante parte dal fatto ha fondamento nell’antichissima favola degli Egiziani. Qualche poche circostanze sono supplite, attenendosi al verosimile. Vedi Erodoto, Diodoro Siculo, Plutarco, ecc.

INTERLOCUTORI.

Iside.

Oro.

Apollo.

Ermete.

L’azione è nella Reggia di Menfi.

PARTE PRIMA.

ISIDE, ORO.

Iside     Sì, figlio, ai sommi Dei

Non è sopra la terra

Chi più debba di me.

Oro                                            Madre, nè il Cielo

Quaggiù trovar potria

Chi più divoto del tuo cor gli sia.

Iside        Chi è ch’oggi s’affida

Sovra i troni del mondo, e meco possa

Contender di fortuna? Intorno al soglio

Mi s’aggira di figli

Amabile corona. Io veggo in essi

De’ bei paterni esempi

Svolgersi ’l seme, e germogliar felice.

Oro        E della genitrice

Emular la virtù li vedi ancora

E apprendere da lei

Come un sovran si renda

Caro ai sudditi suoi, caro agli Dei.

Iside       Qual da ricco giardin le amate piante,

Scelgo e le innesto altrove. Il sangue mio

Orna d’Affrica i regni. In mille modi

Allontano la guerra,

E con aurati nodi

Lego la pace e la trattengo in terra.

Oro        Pur oggi d’Etiopia

I messagger van lieti. Impazïenti

Attendean questo dì, che me per poco

Dividesse da te. Vedranmi alfine

Oggi Menfi lasciar, salir del Nilo

Verso i fonti segreti,

E al talamo real del lor Sovrano

Guidar la suora mia. Odi ’l romore

De’ festeggianti carri

Che apprestansi al cammino. Odi le grida

Delle turbe ministre. Il suono ascolta

Di tamburi e di sistri. E Fauni e Muse

Ecco ai cantici loro, ecco ai lor salti

Addestrando si vanno,

Onde al lento cammin facciasi inganno.

Iside       Così marciar soleva

Il benefico, il grande

Tuo genitor. Così soleva Osiri

Coll’arti della pace

I popoli domar. Così fu grato

All’Indo, all’Etiòpe, al Greco, al Trace.

      Ah di quell’alma grande

Quanto parlar vorrei!

Se le virtù di lei

Tutte saper pretendi,

Chiedile a questo cuor.

      Chiedi alla pace, all’arti

I beneficii suoi.

E su quell’orme poi

Ad imitare apprendi

Un tanto genitor.

Ma con più fausti auspicii

Voi non potreste, o figli,

Involarvi da me. Questo è il più lieto

Il più superbo dì che mai splendesse

Per me nel ciel.

Oro                                   Lo so. Iside, è questo

Il fortunato giorno

Che il mio padre, il tuo sposo, il grande Osiri

Fia beato lassù. Già dal concilio

Dei Giudici severi in ciel fu posto

Altro Dio fra gli Dei. Oggi si chiude

La gran pompa solenne. I primi tori

Si sveneranno a lui. Del primo latte

Gli spargerem l’altar. Dell’infinito

Popolo a lui la temeraria mano

I colossi ergerà che fra le nubi

Penetreranno audaci:

Che saran lo stupore,

Dell’età più lontane: e che faranno

Il di lui nome eterno

Al par del sole apportator dell’anno.

Iside       Ma il cor della sua sposa ....

Oro        Ma il cor de’ figli suoi

Sarà, il tempio maggior che nell’Egitto

Abbia il nume d’Osiri.

Iside        Il più saldo colosso

Dedicato al suo Nume, amato figlio,

Sieno i popoli suoi. Ei li congiunse,

Stabilì colle leggi.

Ei consiglio ed aita

Diede a me, sua compagna. Ah, se felice

Oggi miro l’Egitto, io tutto il debbo

Alla placida mente, al cor sublime

Del tuo gran genitore, alle sue tante

Pacifiche virtù.

Oro                              Popol beato!

Che da quest’ora avrai

Due Numi protettori, Osiri in cielo,

Iside sulla terra. O Cielo amico,

Fa’ che l’un astro e l’altro

Regni eterno in Egitto. Eterno influsso

Di benefici rai

Sieda in entrambi, e possa

Compagni aver, ma successor non mai.

      Sì, splendete, amici lumi,

Sì, girate eterni e chiari

E da voi l’Egitto impari

La sua gran felicità.

      Ah se voi, benigni Numi,

Sopra noi vogliate ognora,

No del popol che v’adora

Il miglior non si vedrà.

Iside        Ecco Apollo ed Ermete, entrambi amici

Già del gran padre tuo. Quegli è sagace

Indovin del futuro. A lui dell’orbe

Tutto è noto il poter. Note son l’arti

Di curar nei mortali

E l’animo e le membra. Ora, possenti

Strali pendergli al dorso,

Or musici stromenti.

L’altro con me de’ sauri riti un giorno

I misterii trovò. Recheran forse

Qualche nuova dal tempio.

Apollo, Ermete, e detti.

Apollo                                                    Alma Reina,

Tutto è pronto nel tempio. I sacerdoti

Non attendon che te.

Ermete                                       Del grande Osiri

Vola per ogni bocca il nome amato.

Miri per ogni lato

Il popolo festoso

Le gran piazze inondar. De’ loro alberghi

Adornano le porte

Vaghi serti e ghirlande. I messaggieri

Dell’Etiope Signor superba pompa

Fan della corte loro.

Mille destrieri e mille

Conducono i lor carri, ed offron nuovo

Spettacolo all’Egitto. Oggi agli onori

Del non Dio congiunte anco vedranno

Le nozze della figlia,

Che a te in virtù come in beltà somiglia.

      Che piacere nel cor d’un regnante

È vedere d’un [1] popolo amante

Varïarsi gli effetti d’amor.

      Come cetra che all’altra s’accordi,

Ei sospira, se il velo in tormento;

Si rallegra, se il mira contento ;

E risponde coi moti del cor.

Apollo    Odo i lieti clamori

Del popolo affollato, odo i mugiti

De’ rossi eletti tauri,

Che già si guidan coronati all’ara.

Affréttati, o Regina,

E alla pompa solenne or ti prepara.

Iside       Parto, e, come le membra,

Il cor, la mente adornerò del pari;

Così, sposo adorato,

Degni entreranno a’ tuoi celesti altari.

Ermete, Oro, Apollo.

Ermete   Oh gran pietade!

Oro                                     Oh lieto giorno!

Apollo                                                            Ah faccia

Il Ciel pietoso che a sì bella Aurora

Segua placido il dì, la sera il chiuda

Lieta e felice.

Emete                           Ahimè! Cotesti augurii

A me sembrano, amici,

Effetti del timore, anzi che moti

D’un’alma che ridondi

Di soverchio piacer.

Oro                                         Non mi turbate

Con aurei sospetti i bei momenti

Di questo allegro dì. Folle mortale,

Immaginando vai

Col desire inquïeto

I piacer che non hai:

Ma li possiedi appena,

Che col vano timor li cangi in pena.

Eemete   So che dal Cielo Apollo

I più gran doni ottiene. I suoi presàgi

Non falliron giammai.

Oro                                              Error del volgo

È che da mente umana

Si penètri ’l futuro.

Apollo                                    Eppure il saggio

Delle presenti cose

Meglio vede e confronta

Le diverse cagioni, il corso e il fine.

Quindi la norma ei prende

De’ suoi giudizii, e l’avvenire intende.

Oro        Ma fabbricar che giova un mal presente [2]

Prevedendo i futuri?

Apollo                                       Un’alma forte

Non si fabbrica il mal quando il prevede.

Ad evitarlo impara,

O indebolirlo almeno; o si prepara

Intrepida a soffrir.

Ermete                                  Se a te presenti

Son le cose avvenir, di’, che paventi?

Apollo                  Tutto pavento, e gelo.

Veggo che il ciel s’imbruna

Che le tempeste aduna,

E inorridir mi fa.

      Fulmina irato il cielo,

Vicin sento il fragore.

Chi mai di quel furore

La vittima sarà?

Emete     Qual è il mal che minacci?

Oro         Oh Dio! Spiegati almeno.

Apollo                                               Odimi in pace

Sai che fiero nemico

Della casa real sia il mostro orrendo,

Il Malvagio Principio, il tristo Genio,

Tifone alfine?

Oro                               Il so purtroppo.

Apollo                                                      E sai

Di che orribili stragi

Queste stanze beate empiè costui?

E quai cadute sono

Vittime prezïose innanzi a lui?

Oro         Ahimè! Ne porto ancora

Nel più vivo del cor le piaghe impresse.

Apollo    Volgi or la mente al glorïoso stato

Della tua genitrice.

Mira come per lei reso è felice

Un popol che l’adora. Odi ’l suo nome

Volar per ogni parte. A lei congiunti

Con lunga serie di famosa prole

Ecco i troni del mondo. A lei davanti

Paventano i nemici. Ognuno esalta,

Ama ognuno ed ammira

Le tante sue virtù. Risplende in lei

La pietà per gli Dei. Somma giustizia

Con somma umanità. Celesti leggi

Detta ai popoli suoi. Al suo favore,

Quasi novello fiore

Cui la rugiada asperge, e studii ed arti

Novo acquistan vigore. Ella sui campi

Semina l’agio, e semina con lui

L’alma fecondità. Nelle cittadi

Sparge l’industria; e in libertà modesta

Fra le onorate gare

La trattien, la fomenta. Il Nilo esulta

Di sì magnanim’opre.

Sovra il collo si reca

Il benefico limo: Urta superbo l’onda,

E il felice terren bagna e feconda.

Oro        Oh cara madre! oh come

Dolci d’un figlio al core

Sonan gli encomii tuoi.

Ma, qual veleno

Tu da cotanto bene elicer tenti,

Augure di sventure?

Apollo                                      È troppo grande

Tanta felicità. Soffrirla in pace

Il perfido Tifone

Non potrebbe, o signor. Sai quante volte

Nel maggior colmo delle sue grandezze

Sparse d’orror funesto

La tua casa real. Credimi, ei tenta

Oggi gli ultimi sforzi. Osiri in cielo,

L’Egitto fortunato, Isi contenta,

Son tanti acuti sproni

Alla sua crudeltà.

Emete                                  Dunque si cerchi

D’eludere i suoi colpi.

Apollo                                        E questo è il fine

De’ pronostici miei. Garrulo vate

Io non sono di mali

Per turbare i mortali. Io li provengo

Perchè s’armin prudenti, o faccian fronte

Al destin che minaccia.

Oro                                               Ecco la madre.

Come fra tante cure,

Come sorride in quell’amabil volto

Un fior di giovinezza! In uno inspira

Riverenza ed amor. Siede in que’ lumi

La grandezza dell’alma; e piover quindi

Sembrano i benefíci.

Non oscuriamo amici,

Colle nostre dubbiezze

Il seren di quel volto; e di quell’alma

Non turbiamo la calma.

ISIDE e detti.

Iside                                                 Eccomi pronta

A discender nel tempio. In questa pompa

Io vi discesi, o figlio,

Il dì delle mie nozze. In quest’ancora

Osiride il mio sposo

Rivedrammi dal Cielo. Allor compagna

D’Osiride vi scesi,

Or supplice e cliente. Allor l’amai,

Oggi l’adorerò. Quel ch’al mio core

Quel che ne’ labbri miei

Esaggerava amore,

Oggi vero sarà: Chiamarti adesso

Con questo labbro istesso

Osiride degg’io

Mio Nume, Idolo mio. Tu, saggio Ermete,

Tu m’accompagna.

Ermete                                     Io sarò teco.

Iside                                                              Ad altri

Che ai sacerdoti e a noi

Non è d’entrar permesso

Nel segreto recesso. Oh Dio, mi balza

Il cor nel petto. Un sacro orror m’investe,

Mi ricerca le fibre.

Apollo    (Ah quei moti del cor, quel sacro orrore

Che presagi son mai?

Oro                                            (Ahimè, che fia?

Tutto mi fa temer).

Iside                                        L’estrema gioia

Ne sarà la cagione. Oh quanto è dolce,

Quanto è soave, o figlio,

Dividere i pensieri

Fra il popolo e gli Dei. Consiglio e forza

Pria da questi implorar perchè felice

Il popol sia. Far che sia tale, e poi

Renderne grazie a lor. Noi siam fra il Cielo

Mediatori, e la Terra. Al popol scende

Per nostra man de’ Numi

La pietà, la giustizia. Oh qual contento,

Quante ferme speranze,

Oggi porto nel tempio, oggi che sei,

Osiride adorato, un degli Dèi.

      Se piangi del Fato,

La forza nemica

Che a me ti rapì;

O Sposo adorato,

Quest’alma lo dica

Che tanto soffrì.

      Ma tutta quest’alma

Si cangia d’aspetto.

Contento e diletto

Diventan le pene,

Vedendo il mio bene

Felice così.

ORO, APOLLO.

Oro        Che turbolenti affetti

Mi si destano in sen! Veggo i perigli,

E penetrar non posso

Se minaccian la madre oppure i figli.

Apollo    Prence, non disperar. Spesso il Destino

Arma i fulmini suoi.

Par che sopra di noi

Tutte voglia avventar l’ire del cielo.

Ma que’ fulmini poi

Noi veggiam declinare,

E scaricarsi alfine

Sui deserti infecondi e sopra il mare.

Lascia al popolo ignaro

L’inefficace tema, e noi stiam pronti

A trovarci un riparo.

Oro                                           E qual riparo,

E quale schermo opporre al crudo mostro

Che col fiato avvelena, e tutto è armato

Delle forze d’Averno?

Apollo                                         Or non confidi

Tu punto in questi dardi,

Cha mi pendono al tergo? E non rammenti

Qual de’ fiori e dell’erbe

So far usi potenti? Ogni mia forza

Metterò in opra: e del mio sangue istesso

Lascerò, per salvarvi, il suolo impresso.

Oro        Lodo, amico, il tuo zelo. Assai mi fido [3]

Delle promesse tue. Ma pur confine

Serba il potere umano.

Sai quante volte, oh Dio!,

Tifon ci offese, e l’assalisti in vano.

Apollo    Tenti l’Uom ciò che puote, e poi del Cielo

S’abbandoni al soccorso.

Oro                                                   Ah sì, l’Egitto

Abbastanza è difeso. Il padre mio

Lo protegge dal Ciel: qui lo sostiene

D’Iside la virtude. Il padre Dio

Sosterrà dell’Egitto il sostegno migliore,

La mia madre mortal. Per lei saranno

Del popolo l’amore

E i comun voti ardenti

Il Fato istesso a disarmar possenti.

Alfin, se pure è fisso

Che una vittima grande

Dall’Egitto vogliate, o sommi Dei,

Sì toglietevi pure

Qualunque è mai più cara,

Cosa a me di me stesso.

Ecco cedovi adesso

Questo cor, questo petto.

Voi fatelo ricetto

D’ogni strazio e tormento,

Ma sia salva la madre, e son contento.

ERMETE, ORO, APOLLO.

Ermete   Ah la tua madre

Oro                                    E che mai rechi, Ermete,

Improvviso così?

Ermete                                Iside .... Oh Dio....

In periglio mortale ....

Si scendeva nel tempio ....

Ah quel mostro infernale

L’assale .... Il pianto, i gridi

Del popolo .... se ’n fugge

Alle sue stanze .... Il mostro....

Salva la madre, o figlio!

Oro         Ah soccorso, eterni Dei!

Volo; o madre, al tuo periglio.

Tu vedrai nel cor d’un figlio

Quel che possa la pietà.

       Ma che spero.... e che potrei

Solo .... inerme..., al fiero incanto?

Ma si vada! I preghi, o il pianto,

O il mio cor lo domerà!

FINE DELLA PARTE PRIMA.

PARTE SECONDA.

ERMETE.

Così, barbari Dei, così vi piace

Sempre in novi perigli e in novi mali

Agitar turbolenti

I poveri mortali! E tal prendete

Cura di noi che i grandi esempii in terra

Dileguate in un punto? E minacciate

Sempre di nova e più fatal sventura

Chi del popolo è padre, e chi ’l consiglia,

Chi l’ama, chi ’l difende,

E chi più sulla terra a voi somiglia?

Ma dove ahi mi trasporti,

Forsennato dolor? Frattanto, oh Dio!,

La Regina infelice

Giace preda del mostro. In van tentai

Debil vegliardo entro a la folla anch’io

Del popol penetrar che a lei dintorno

Piagne, grida, sospira. E perchè mai,

S’altro non posso, d’ammirar m’è tolto

Presso al crudel periglio

La pietà della madre e il cor del figlio?

Aria.

PARTE SECONDA.

ERMETE.

Infelice Regina! Ah forse in questo

In questo punto, oh Dio!,

Cedi vittima illustre a quel sì crudo,

E sì avverso agli Egizi orrido mostro

Già por cotante stragi

Spaventevole, infame. In van tentai,

Debil vegliardo, entro a la folla anch’io

Del popol penetrar che a lei dintorno

Piagne, grida e sospira. E perchè mai

S’altro non posso, almeno [4]

 

Note

___________________________

 

[1] Prima in un. Cancellato e corretto, sopra, d’un.

[2] Per isvista, il secondo emistichio, un mal presente, fu scritto dal P. come un verso a sé.

[3] Prima: confido. Poi cancellato, e scrittovi accanto mi fido.

[4] Qui termina, in tronco, a pag. 21, l’autografo Ambros., VII

 

 

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Ultimo aggiornamento: 15 maggio 2006