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Edizione di riferimento
Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925 - Nel testo è indicata la provenienza di ciascuna poesia
In non so qual città dell’Indie, un tempo
Viveva un pover’uomo
Che avea la moglie bella.
Avea la moglie bella
Ed era un pover’uomo? 5
Costui non avea visto il nostro Duomo.
O visto o no, che cosa importa a voi?
Voi le vostre postille
Faretele dappoi. Il pover’uomo
Dalla natura, che non suol mancare, 10
Aveva avuto un dono
Da poter vivacchiare.
Il dono era assai raro
Ed alla società utile assai:
Ma non bastava a levarlo di guai: 15
Conciossiachè anco allora
Si pagava il diletto
Pìù che l’utile, come si fa ora.
Costui era dotato
D’una forza sì grande, 20
Che portava ogni peso
Comunque sterminato; e tal, che niuno
Gli potea stare a lato.
Un giorno il pover’uomo
Con tutte le sue braccia e il suo portare, 25
Non avendo lavori
Si trova senza pane da mangiare;
Ond’ecco i piagnistei
De’ figliuoli affamati;
Ecco gli urli e le strida 30
Della moglie che grida,
E strappasi i capegli dalla testa,
E s’infuria e tempesta.
Come potere, ah! lasso,
Patir tanto fracasso! Alfin rinvenne 35
Dal suo sbalordimento
E calmate un po’ l’ire
Della moglie indiscreta,
Così le prese a dire:
- Mio cuore, tu sai bene 40
Se mai ho tralasciato
Di lavorar, quando m’è capitato.
Or vedi il mio destino.
Che vuoi, ch’io vada a fare l’assassino?
E ch’io mi renda ingrato, 45
E ch’io mi serva contro a’ miei fratelli
Del don che Dio m’ha dato?
Piuttosto, se ti pare,
Io mi farò acconciare
Per custodir le donne in un serraglio. 50
Così, se non isbaglio,
Io farò qualche avanzo
Da mantenere i nostri figli e noi,
Pria che di fame o di dolor tu scoppi:
Ad ogni modo i figliuoli son troppi. - 55
Il credereste? A tal proposizione
Tosto la moglie bella,
Come una pecorella
Cheta ritorna; e così gli favella:
- Viscere mie, ti priego, 60
Troviamo altro ripiego. -
- Che ripiego trovarci! -
Risponde il tapinello.
Ed ella: - Eccone un bello.
Tu sai che l’Indie tutte e l’Orïente 65
Parlan de la tua forza sorprendente.
Ognun desía mirarti,
Conoscerti, provarti.
È d’uopo uscir di cuna,
Chi vuol trovar fortuna. 70
Va’, gira un po’ il paese
Per un quindici giorni o per un mese.
Monterai sur un palco
Nelle pubbliche piazze, e griderai:
Signori, c’è una pietra 75
O qualche strano masso
Che v’impedisca, il passo
In casa o nella via?
Io lo porterò via.
Avete un elefante? 80
Io porterollo un gran pezzo distante.
Avete un mandarino,
Che sia stato dieci anni a un buon governo,
O un guardiano o un priore
Di Bonzi o di Bramini, 85
Che possano a gran stento
Regger quattro facchini?
Io solo il porterò nel suo convento.
A questa meraviglia
Inarcheran le ciglia: 90
Ognun vorrà veder quanto far sai
E così buscherai
Qualcosa da salvar la tua famiglia. -
Piace questo consiglio al buon marito.
Piglia tosto il partito 95
D’andarsene. Si mette in su le spalle
Pochi suoi cenci; ed alla moglie dice:
- Vivi adunque felice,
Cara consorte; vendi quelle poche
Masserizie che abbiamo e del ricavo 100
Vivi co’ figli che tu hai dintorno,
Sin ch’io faccia ritorno
Tien’ conto, se tu puoi, dell’onor mio. -
Baciala in fronte, e se ne va con Dio.
Lasciamo ire il marito, 105
E badiamo alla moglie. Era di lei
Innamorato un de’ più bassi Dei;
Un de’ manco perfetti;
Come sarebbe a dir Silfi o Folletti.
Quest’anime celesti 110
Traggono anch’esse alla carne ben bene;
Lavoran cheto cheto,
E, quel che piace alle donne più assai,
Tener sanno il segreto.
Or dunque il buon Folletto, 115
Sentito che lo sposo è andato via,
E pien di santa caritade il petto,
Pensa a dar compagnia
Alla moglie che gela sola in letto.
Ei subito si veste 120
Un corpo, che appuntino
Dal piè fino a le ciglia,
Come una goccia all’altra, s’assomiglia
A quello del marito pellegrino
E dopo due o tre giorni 125
Alla casa di lui drizza il cammino:
Picchia; gli s’apre; ecco la moglie; ei corre
Per abbracciarla; ed ecco
Che la moglie ingannata,
Credendolo il marito, a lui s’avventa 130
Come una gatta, e lo graffia e lo addenta.
E dice: - Ah! manigoldo
Dunque sì presto a casa
Tu torni senza un soldo?
E un secolo ti pare 135
Lo star tre dì lontan dal focolare? -
Il povero Folletto
A tanta ira e dispetto
Fu per ispiritar dalla paura.
Ei non credea sì brutto 140
Il diavolo siccome si dipinge
Ma dissimula e finge;
Cava fuori una borsa piena d’oro
E con un bel sorriso
Fàlla sonare alla bella sul viso. 145
Oh gran virtù di quel raro metallo!
La donna, del suo fallo
Pentita, più non grida,
Ma il bacia e lo accarezza e dentro il guida,
Fra sè dicendo: - Io deggio esser contenta; 150
Alfine ho guadagnato
De’ danari in buon dato
E ancor soprammercato
Un ventisette giorni di marito! -
Ad un[a] bella e lieta moglie unito 155
Pensate se il Folletto
Ora la sguazza e nuota nel diletto,
Con quel viso amoroso
Tutti facendo gli uffici di sposo.
Ma come voi sapete, 160
Poco duran le nozze de’ birboni.
Ecco che in capo a un mese il vero sposo
Se ’n viene a disturbar le lor funzioni.
È forza che lo Spirto
Facoltà non avesse 165
Di far rompere il collo alle persone
O di farle smarrire od affogare
In un fiume o nel mare.
Mai non fu vista la più bella scena
Di quella che seguì quando i due sposi 170
Si trovarono a fronte,
L’uno verace e l’altro mentitore.
Non fu tanto rumore,
Non fu sì gran tenzone
Fra li due Sosii nell’Anfitrïone. 175
V’ebbe di calci e di pugna un gran suono.
L’un diceva: Son io; e l’altro: Io sono.
Tutto le donne di quel vicinato
Venivano e gridavano: - Oh vedete
La bella grazia che il gran Lama ha dato 180
Alla nostra comare,
Che il suo marito gliel’ha raddoppiato
La comare, che donna
Era amica di pace,
Un rimedio propose 185
Onesto, se volete:
- Olà, lor disse, per finir le liti
Terrovvi tuttaddüe per mariti. -
Ma niun di lor non vuole aver compagno:
Onde, perchè alla fine 190
Non accadesse qualche maggior male,
La cosa fu portata al tribunale.
Trattasi di scoprire
Quale dei duo mariti il vero sia.
Il giudice s’informa; 195
Sente di mano in mano
Ambe le parti, e con indifferenza
Parla, e pronunzia alfin questa sentenza:
- Quei ch’è il vero marito di costei,
Sapea levar de’ pesi 200
Tal che niun altro di questi paesi.
Or ben, vedete voi
Quella colonna antica
Che giace fra l’ortica
Colà in quel canto della piazza? Bene, 205
Provatevi amendue
L’un dopo l’altro a smoverla di sito
E colui che la smove
Sia il verace marito. -
Il popol tutto quanto 210
Era accorso al giudizio; e stava, attento
A mirare il cimento.
Ecco già l’un si mette
Attorno a quel gran sasso
Si sbraccia, suda, si sforza, s’affanna, 215
Urta, sospinge, e di fuoco e di gelo
Si fa in un tempo, e non lo muove un pelo.
Già il popolar giudizio,
Che vien sempre immaturo,
Con confuso clamore 220
Grida che questo primo è l’impostore.
Tace il giudice savio: e il primo ancora
Torna alla prova; e raddoppia il vigore;
E tanto fa e travaglia, che alla fine
Smove l’enorme sasso 225
Quasi un palmo lontan dal suo confine.
Il popolo di nuovo
Schiamazza e grida che non è possibile
Un altro sì gagliardo
E, prima di provarlo, 230
Già condanna il secondo di bugiardo.
Tace il giudice; bada a’ fatti suoi;
Indi, volto a quell’altro, dice: - A voi. -
E l’altro tutto gaio,
Come se andasse a bere un paio d’uova, 235
S’accosta al sasso, e si mette alla prova.
Ed ecco, a gran stupore
Di tutta la canaglia,
Leggiadramente con sola una mano
Alza quel peso strano; e il porta via, 240
Come se fosse appunto,
Verbigrazia, una piuma od una paglia:
E il popol, persuaso
Che quel primo sia stato lo impostore,
Fa un sordo mormorío, 245
E si riman con un palmo di naso.
Tace il giudice ancora;
E seco si consiglia,
E lascia un po’ cessar la meraviglia.
Più non osa zittire 250
La plebe scimunita,
E del giudice aspetta la sentenza.
Ei finalmente così prese a dire:
- Cedere all’apparenza
Sì tosto, non conviene. La colonna 255
Voi moveste amendue. Però il giudizio
Saría pendente ancora.
Ma forze naturali
Non arrivano a quel che tu hai fatto;
Se il creda il popol matto! 260
Io sentenzio che il primo è il vero sposo.
La tua è un’illusione,
E tu se’ certo il diavolo o un stregone;
O tu se’ un ciarlatano
Che con vane apparenze 265
Fai tra vv edere il popolo indïano. -
Il Folletto scornato a tal sermone
Disparve in un baleno,
Giustificando appieno
Del giudice sottil la decisione. 270
O voi che m’ascoltate,
Da quel savio imparate.
State attenti alle cose
Troppo maravigliose.
Non vi lasciato stordire al rimbombo: 275
E nel prestarvi fede
Andate cauti e col piede del piombo,
Se non volete alla rete esser colti;
Però che i ciarlatani sono molti.
Viene un poeta, e, come un disperato, 280
Forte vi grida: - Ecco l’ascreo furore
Tutto m’invade: in questa mente oh quanti
Mi bollono pensieri!
Per gli aerei sentieri
Cigno immortal me ’n volo 285
Pien di celesti doni
L’alte imprese a cantar de’ Mirmidoni! -
Viene un altro, e vi dice
Tutto cheto e soave:
- Canto l’armi pietose e il capitano. 290
Badate a questo; l’altro è un ciarlatano
Ecco uno amante esclama:
- Donna, se voi non mi volete amare,
Non è possibil ch’io possa campare.
Se voi non rispondete a tanto affetto, 295
Doman mi troverete morto a letto. -
Oimè! saría gran male.
La cosa è troppo soprannaturale.
Udiam quest’altro. Non dice parola;
Sol vi guarda e sospira; 300
Timido si ritira;
E non s’arrischia a baciarvi una mano.
Credete a questo; l’altro è un ciarlatano.
Ecco un medico ancora:
- Bisogna medicar col tal sistema 305
Senza di quello non v’è più salute. -
Viene un altro e soggiugne
- Le persone avvedute
Hanno fatto di molte osservazioni
Forse per esse tornerete sano. - 310
Badate a questo; il primo è un ciarlatano.
Viene un frate dabbene,
E vi dice: - Bisogna operar bene,
Se volete salvarvi.
Alla morte ogni giorno 315
Tenete il pensier fiso,
E voi non morirete all’improvviso. -
L’altro vi raccomanda
Un breve, un bullettino
O qualch’altra bazzecola 320
- Tenetelo ben caro:
Se il porterete a lato
Non andrete dannato
Anzi nel vostro letto
Morrete da cristiano. - 325
Credete al primo; l’altro è un ciarlatano.
Un filosofo viene
Tutto modesto, e dice:
- Si vuole a poco a poco,
Pian pian, di loco in loco, 330
Toglier gli errori dal mondo morale:
Dunque ciascuno emendi
Prima sè stesso, e poi degli altri il male. -
Ecco un altro che grida :
- Tutto il mondo è corrotto 335
Si dee metter di sotto
Quello che sta di sopra; rovesciare
Le leggi, il governare;
Fuor che la mia dottrina,
Ogni rimedio per salvarlo è vano. -
Badate all’altro; questi è un ciarlatano. 341
Apollo passeggiò
Ier l’altro per la via;
E il suo lauro mirò
Appeso per insegna all’osteria.
Allor lo Dio canoro 5
Diede affatto ne’ lumi;
Stracciossi i capei d’oro,
E poi gridò così:
- Oh secolo, oh costumi!
Chi fu quel mascalzone 10
Che por le mie corone
In sì vil loco ardì?
Deh, perchè non è qui,
Ch’io il farei diventar Marsia, o Pitone! -
Udì questa bravata il buon Sileno, 15
Che di dentro, giocando
Coi suoi Fauni, e trincando,
Faceva il verno rio parer sereno.
Però tremando
E barcollando, 20
Con occhi ove ad ogn’ora
Mista col vin scoppietta l’allegria,
Uscì dell’osteria,
E disse al Sol, che bestemmiava ancora:
- O figlio di Latona, 25
O di Cinzia fratello,
Onde tanto rovello?
Sai tu perchè l’eterna
Tua ghirlanda ora è fregio alla taverna?
Un vate poverello, 30
Non si trovando da pagar lo scotto,
Pegno lasciolla all’oste,
Dicendo: « Questa dotto
Faravvi divenir, sebben voi foste
Più tondo assai che non è l’O di Giotto. 35
Questa da voi lontano
Le folgori terrà;
E per voi Giove in vano
Dal cielo tonerà. »
L’oste con quello alloro 40
All’orefice andò,
Pensando di cavarne un gran tesoro
E il fatto gli narrò.
Rise il maestro, e poi disse: - « Mirate
Che le putte scodate 45
Or calano alla rete!
Compare, in fede mia,
Andate, chè voi siete
Più asino di pria. »
L’oste a casa tornato, 50
Un fulmine cascò
Che tutto gli asciugò
Nelle bigonce il vino.
Il novo Calandrino,
Vedutosi beffato, 55
Tolse lo alloro; e irato
Con le sue proprie mani
Lo appese all’osteria,
Dicendo: « Là rimani
Per vituperio della Poesia. » - 60
Silen volea più dir: ma non potè
Febo tenersi più;
E il lauro strappò giù
Dai crini, e disse: - Io non ti stimo un fico:
Vanne lungi da me; 65
E al colmo della infamia oggi t’appresta! -
Disse; e a un dottor mio amico
Ne coronò la testa. 68
Dove presso il Tarpeo
Vanta selva di corna il Tebro infame,
E a le Latine dame
Corre a sciacquar le puzzolenti f....
Da c.... reverendi scompisciate, 5
Giunto in cospetto al Culiseo Romano
Così cantava un buggeron Toscano:
Il mio genio è buggerone
Non inclina al sesso imbelle
Donería cento gonnelle
Per un lembo di calzone
Il mio genio è buggerone. 12
Cari figli, non piangete;
Che, se nati ancor non siete,
Non potendo vostro padre,
Vostra madre vi farà.
Colui che giace qui,
Nacque, pianse e morì;
E ti chiede soltanto
Una stilla di pianto.
All’Abbate Recalcati,
Disonor de’preti e frati,
Solennissimo maiale,
Madrigale.
Sai tu, gentil Grismondi,
Che cosa l’una all’altra sospirando
Disser le belle quando
Videro i versi tuoi?
- Costei, cara sorella,
Fa versi come noi;
Ed è di noi più bella.
Virtù, grazie, beltà, modestia e ingegno
Sono i bei pregi onde sull’alme hai regno.
Nacque a la Parma; e dal natio paese
Giunto a la Senna le Bell’Arti apprese.
Volse all’incider la perizia e l’estro
E con lode trattò lo stil maestro. 4
Pregio adunò d’effigïate carte :
Diè co’ suoi scritti nova luce all’arte.
Dotto in varii sermon prischi e moderni,
Gustò i lavori de lo ingegno eterni. 8
Vera filosofia nodrì nel petto:
Fu saggio, pio, modesto, umano e schietto.
Lasciò, morendo al sessantesim’anno,
La consorte e gli amici in lutto e in danno. 12
Quando de l’ode alcaica
Il sempiterno autore
Per acquistar favore
Suo vaniloquio esala,
Tu gl’inspiri furore,
E tu sua Musa sei, o Dea Cicala.
Sta flutta Milanesa on gran pezz fà
L’eva del Mag; e peù la capitè
A duu o trii d’olter, ma de quii che sà
Sonà ona flutta cont el sò parchè. 4
Lor peù morinn, e questa la restè
A Meneghin, ch’el la savuda fà
Rid e fà piansg con tanta grazia che
L’è ben diffizel de podell rivà. 8
Anca lú pien de meret e de lod
Adess l’è mort; e quel bravo istrument
L’è restaa là in cà soa taccaa sù a on ciod. 11
Ragazz del temp d’adess tropp insolent,
Lasseel stà dove l’è; no ve fée god,
Chè par sonall no basta a bottagh dent. 14
No, che non eran mani, eran crivelli
Con tanto de boggiatter quij soeu man,
Nè scuoter le dovean i poverelli,
Per fà che passass sgiò on quaj tocch de pan. 4
Egli medesmo a pro di questi e quelli
Su par i scar de legn fina al quart pian
Portava loro gravidi fardelli
Tappasciand da on coo all’olter de Milan. 8
Nulla per sè, nulla di proprio avea
Quel poch ben da cà soa e dell’altar
Tutto coi poverelli ei dividea. 11
Oh per che non passaron per sua mano
Tanc, do bel impesaa in di sgrif di avar!
Quanti miseri meno avría Milano! 14
Scior Curat de Pusian, ne ridii nò
Par avè refrescaa quij de Bosis:
Parchè par el gran vin sii vuu tobis,
Caro Piovan, ve compatissi mò. 4
Quij de Bosis fan semper de coiò,
Ma a temp e leugh i slonghen i barbis;
E se ben ne g’han minga i cavij gris,
I saran bon da coionavv anmò. 8
E savij ben che chi la fà la spetta.
Ben ch’a Bosis dà rav, por, e i mincion! [8]
Chè, se mai ghe tornee, a dilla scietta, 11
Podii specciavv in sù quel vost zucon
Ona rosciada, ma ben maladetta,
De nos bus, do pomm marsc, e de fuston [9]. 14
Bravo Carpan! Ho vist quii ses Sonett
Ch’avì faa per la mort de la Regina;
Hin pien de bei penser, hin pien d’afett,
Fan onor a la lingua Meneghina. 4
Alto, andee inanz, studiè sira e matina,
La Natura l’è lee che fa el prim lett;
Ma l’art l’è quella che tutt’ coss rafina:
Tra l’una e l’altra ve faran perfett. 8
Chi toeu consei da tugg no fa nagott
Chi no ’l toeu da nessun de rar fa ben
Toeuil da quaighedun, ma che ’l sia dott. 11
In sta manera rivarii a far ciaar
Tra i bon poetta; e pront a farv del ben
Trovarii i protettor, benchè sien rar. 14
Madamm, g’hala quaj noeuva do Lion?
Massacren anch’adess i pret e i fraa
Quij soeu birboni de Franzes, che han traa
La lesg, la fed, e tutt coss a monton ? 4
Cossa n’è de colù, de quel Petton,
Che ’l pretend con sta bella libertaa
De mett insemma de nun nobiltaa
E do nun Damm tutt quant i mascalzon? 8
A proposit; che la lassa vedè
Quel capell là che g’ha d’intorna on vell;
E el staa inventaa dopo che han mazzaa el Re? 11
Eel primm, ch’è rivaa? Oh bell! oh bell!
Oh i gran Franzes! Besogna dill, no gh’è
Popol, che sappia fà i mej coss do quell. 14
Si te savisset,
Car el me Ronna,
Che bozzeronna
Vita foo mi;
Te piangiarisset,
Te sgaririsset,
La nogg e ’l dì.
Se di nozze a cantar prendo,
Chi spiegar può il mio diletto?
Di bell’estro allor m’accendo,
Vien l’idea, nasce l’affetto:
E mi appresta dolci e pronte
Le sue corde Anacreonte. 6
Lungi, o turba de’ severi!
Da te legge allor non piglio
E malgrado che tu imperi
Coll’irsuto sopracciglio,
Fo che scherzi la Virtude
Co le Grazie tut to ignude. 12
Ahi, non finisci ancora,
Amor, di saettarmi?
Volgi in altrui quell’armi
Lasciami in libertà. 4
A te donai l’aurora
Tutta de’ giorni miei
Nè sazio ancor tu sei,
E chiedi l’altra età? 8
Di quanti dardi al seno
Già mi feristi, il sai.
Di’, che pretendi mai
Da un lacero guerrier? 12
E stanco ancor non sei.
Amor, di provocarmi?
Volgi in altrui quell’armi,
Lasciami in libertà! 4
I più bei giorni miei
A te donai finora;
Perchè pretendi ancora
Il resto dell’età? 8
Di quanti dardi al core
Già mi feristi, il sai:
Sieda e riposi omai
Un lacero guerrier. 12
Godo trattar la cetera
Del vecchio Anacreonte:
E ne fo scudo all’onte
De la fugace età.
Ei me la diede; e dissemi
Tienti quest’arme a lato.
Spesso de’ malinconici sapienti
Mi risi entro al mio core,
Duchessa, allor ch’io li vedea pensosi,
E con ciglia dolenti
Incrociando le palme accusar l’ore
De’ nostri anni affannosi 6
E gridar: Nessun ben sperar non osi
Qualunque è nato ad abitar quest’orbe
Che de’ mondi migliori
Cure, affanni e dolori
Quasi sentina universale, assorbe;
E in cui solo al meschin uom la sventura
Dal nascere al morir la via misura. 13
Folli, che da sè stessi a sè formaro
Durevole tormento
E i pasciuti di duol tetri e ferali
Occhi mai non alzâro
In viso a la speranza un sol momento,
Che con verdissim’ali 19
Venía da lunge diradando i mali!
Anzi, mirando ognor veste e divisa
Mutarsi all’emisfero
E agli uomini pensiero,
E voglie alli animai, sol essi in guisa
D’eneo colosso stabile la pena
Piantâr nel mezzo a sì volubil scena. 26
Qualor vid’io la dura alpina vetta
Bianca d’orribil gelo
Assiderar lo spettator lontano,
Dissi a me stesso: Aspetta
E vedrai tosto al più tiepido cielo
Sciolto di mano in mano 32
Scender quel freddo smalto all’oceàno.
E qualor vidi spaventose nubi
Tôrne improvviso il giorno
E folgorando intorno
Ir minacciando grandine che rubi
Il rustico sudor, mi confortai
Dicendo: il sol, non andrà molto, avrai. 39
Chi osato avrebbe, in que’ sì neri giorni
Ch’ora spargi d’obblio,
A te predir, Duchessa, ora più lieta
E dir: Fia che ritorni
Pace al tuo core; e dominar men rio
Vedremo un dì pianeta 45
Sul viver tuo c’ha il disperar per mèta?
Io sì lieti presagi avea per certo
Formati entro al mio seno
E tempo più sereno
Scorgea per entro all’avvenire aperto,
Non già qual Febo all’ebbra mente nostra,
Ma qual ragione a’ suoi seguaci il mostra. 52
Come fermo e costante incontro agli urti
Di fortuna rubella
Lungamente reggesti
Il petto e l’alma!
Con quai nobili fiuti
Togliesti agli occhi altrui la tua procella,
E mostrasti la calma 58
Doppia ottenendo dal combatter palma!
E la virtude istessa il tuo mal fea
A te gustar più lento,
E dell’ermo tormento
Nessuno a parte col tuo cor volea:
Però che le tue pene e i danni tui
Le parean minor mal che l’onta altrui. 65
Voce crudel già si spargea dintorno,
Magnanimo signore,
Che più per te non volería la vita;
E che a questa del dì luce gradita,
In sul viril tuo fiore, 5
Tolto saresti, e al gran palagio adorno
E agli amati congiunti, e ai cari amici,
E a le bell’arti altrici
D’innocenti piaceri, e ai bei lavori
Onde la patria ed il tuo nome onori. 10
Qual misto di dolore e di pietate
Fantasma tenebroso
I tristi augurii dipingean su i volti!
Presso a le stanze tue stavano accolti,
Muto stuolo affannoso,
Il buon fratello e le nipoti amate.
Ognun di te chiedeva, ognun gli accolti [14] 17
Diece lustri omai compiuto
Ho di questa informa vita.
Sempre in favole ho vivuto;
E vivrò fin ch’è finita. 4
Nelle fasce ancor lattante
Le sdentate donnicciuole
L’alma debole incostante
Mi nodrîr d’assurde fole. 8
Io da lor narrar m’udía
Come spesso a par del vento
Van le streghe in compagnia
Dei demonii a Benevento. 12
Come i lepidi folletti
Di noi fanno gioco e scherno,
E gli spirti maladetti
A noi tornan dall’infemo. 16
Con la bocca aperta e gli occhi
E gli orecchi intento io stava
Mi tremavano i ginocchi:
Dentro il cor mi palpitava. 20
Al venir delle tenèbre
M’ascondea tra le lenzuola:
Indi un sogno atro e funèbre
Mi troncava la parola. 24
Nondimeno al novo giorno
Oblïavo i pomi e il pane;
Alle vecchie io fea ritorno,
E chiedea nuove panzane. 28
Così presto a le chimere
Dietro vai, pazzo mortale,
E sedotto dal piacere
Fai ritorno al noto male. 32
Le fanatiche leggende
Poi mi venner tra le mani
Onde il regno si distende
De’ pietosi ciarlatani. 36
Fuoco, gelo, velen, salute e morte
Spiran gli accenti tuoi dentro al mio petto
E mentre un mi lusinga, un altro detto
La mia disperazion rende più forte.
Chi noi già per l’undicesimo
Lustro scendente con l’età fugace
Chiama fra i lieti giovani
A cantar d’Imeneo l’accesa face
E trattar dolci premii e dolci affanni
Con voce aspra dagli anni? 6
Era gioconda immagine
Di nostra mente un dì fresca donzella
Allor che con la tenera Madre
abbracciata o la minor sorella
Sopra la soglia de’ paterni tetti
Divideva gli affetti: 12
E rigando di lagrime
Le gote che al color giugnean natío
Bel color di modestia,
Novo di sè facea nascer desío
Nel troppo già per lei fervido petto
Del caro giovinetto; 18
Che con frequente tremito
Della sua mano a lei la man premendo
La guardava sollecito
Sin che poi vinta lo venía seguendo,
Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti
A gli amati parenti. 24
Superbo fiume, quanto volte al morso
Ceder negasti, ed opponesti audace
L’irta di sassi perigliosa schiena?
E quante, imposto a moderar tuo corso,
Tu lo frangesti? e indomita e rapace 5
Tornò a fuggir la temeraria piena?
Or ti giaci per sempre. Alta e potente
Man ti costrinse alfine
L’onde orgogliose a declinar più lente. 9
Fiume superbo, quante volte al morso
Ceder negasti, presentando audace
L’irta di scogli minacciosa schiena?
E quante, imposto a moderar tuo corso,
Tu lo frangesti; e indomita e rapace
Precipitò la temeraria piena? 6
Or debellato, e da una man possente,
L’orgoglio tuo si veggia
L’onde costretto a declinar più lente:
Già ti premon sul dorso i pini alati;
Già sicura verdeggia
L’alma abbondanza agl’Insubri beati. 12
Oh la tua stirpe egregia
E gl’Insubri e l’Italia,
Paola, co’ pregi tuoi nata ad ornar,
Non mai del tutto misero
Colui sarà che facili
Del core ha moti e vivo immaginar. 6
Urtato il vulgo giacesi
Dalla fortuna; e torpido
Fa di sè stesso a sè pondo e dolor:
Ma quegli, al par di Scitico
Arco, audace a la rigida
Corda contrasta col natío vigor. 12
Desta la tetra immagine
De’ mali che il perseguono
Spesso ne’ petti altrui doglia e pietà:
Ed egli allor con l’animo
E con la mente fervida
Per mille di piacer vie se ne va. 18
Per vie che al ricco e all’avido
Di tesori o dominio
Giammai da misurar date non fién;
O se la noia a premere
Li viene, o il destin volgesi,
O se avvinti podagra acre li tien. 24
Or col pensiero ei levasi
Alto sopra l’arbitrio
De’ tiranni a stagion ch’or non è più:
E godo innanzi a libere
Genti veder con l’Egida
Alt’imbracciata camminar Virtù. 30
Oh gi’Insubri e l’Italia
E l’ostro alto Romuleo,
Durin, co’ progi tuoi nato ad ornar,
Non mai del tutto misero
Colui sarà che nobili
Del coro ha moti e vivo immaginar. 6
Prostrato il vulgo giacesi
Da la fortuna; e torpido
Fa di sè stesso a sè pondo e dolor.
Ma quel, come fa Scitico
Arco audace a la rigida
Corda contrasta col natío vigor; 12
Così di sotto al carico
S’alza de’ mali; e libero
Spiega sovente i suoi pensieri a vol;
Qual farfalla, che i varii
Apre color per l’aria,
E il rude involto suo neglige al suol. 18
Destan con atra immagine
I danni, che il percotono,
Spesso ne’ petti altrui doglia e pietà:
Ed egli allor, con l’animo
E con la mente fervida,
Per mille di piacer vie se ne va: 24
Per vie, che al ricco e all’avido
Di fasto o di dominio
Giammai da misurar date non fién;
O se la noia a premere
Li viene; o il destin volgesi;
O se avvinti podagra acre li tien. 30
Te dal numero ancor de’ fidi amici
Te mi rapì la invidiosa morte:
E d’affanno e di lagrime infelici
Contaminò mia sorte. 4
Non più i cari alternar dell’alme affetti
O i generosi studii a me fie dato;
Non più a me dal tuo canto almi diletti
Libando esser beato, 8
Sia che de’ Cigni più sublimi al paro
I toschi modi ordissi, o che desío
Nascesse in te di gir famoso e chiaro
Col tuo sermon natío. 12
Giace la cetra, ed a la fredda mano
Di dolce melodia più non risponde;
Indomito silenzio occupa il vano
Che te per sempre asconde. 16
Ahi come vanno impetuosi e lievi
Gli anni fuggendo! Tu pur ieri adulto
Me giovinetto di tua man volgevi
De le Pïerie al culto: 20
E i sacri boschi e le sincere fonti
M’additavi di Pindo, e l’erta cima,
E i calli alpestri onde forz’è che monti
Chi vera gloria estíma. 24
Io de’ bei detti tuoi nell’alta mente
Facea tesoro; e tu n’ài lode in parte,
Se alcun ramo di lauro il Dio lucente
A questo crin comparte. 28
Chè allor la gioventude indotta e balda
Di garrulo valor, d’aura volgare,
Ignote vele o nave anco mal salda
Non affidava al mare. 32
Oh corteccia possente, oh raro dono
Che, per uman conforto,
Fin dal regno degl’Inchi il mar traduce,
Poi che fu tua mercè, se or salvo io sono,
A te fervida luce 5
D’eterni carmi debitore apporto;
Sì che in Parnaso, a gloria tua, si veggia
Quanto a me sii più cara
Di questa fronda avara
Che le mie tempie inutilmente ombreggia. 10
Lasso! fra pochi giorni, interno foco
Di febbre contumace
Erasi ancor ne le mie vene accenso:
E benchè un dì parea lenisse un poco
Quell’empio ardore intenso, 15
Ah l’altro, ahimè, quanto venía più audace!
Così tiranno a cui fierezza è scudo
Sa incrudelir più lento
Coll’industre tormento
Onde al confronto poi torni più crudo. 20
Ma tu, per me, fosti l’eroe che vola
In soccorso de’ buoni,
Seco traendo insuperabil forza;
E tra il popol, che piagne e si consola.
Corre alla reggia, sforza 25
Le ferree porte; e in fra le grida e i suoni
Entra, e col ferro minacciando stride
E la truce coorte,
E i ministri di morte,
E il fier tiranno in un momento uccide. 30
Tal tu venisti; e in un balen se ’n giacque
Del valor che t’inspira
La mia febbre tiranna oppressa e spenta.
Dolce riposo che nel sen mi nacque
Calmò la violenta
Turba de’nervi, e i fieri moti e l’ira. 36
Scelerato, chi sei
Che di voce infernale
Empi la notte, e al male
Chiamar pretendi col tuo cenno i rei?
Tu de l’Insubria in van cerchi tra i figli
Mostro che a te somigli.
Viva cui piace in fra i tumulti assorto
De la cittade; e dei piacer si nutra
Che folle emulator de la natura
L’Uom fabbricossi. Io so che alfin ne sugge
Amarezza o fastidio: e so, che poi 5
Lungo costume che lo intrica e avvince,
Quando più n’ha desio, tornar no ’l lascia
A la madre del semplice, del puro,
Del verace piacere; alla, ohimè, tardi
Conosciuta Natura. Oh somma Diva, 10
Oh Venere immortale; oh de le cose
Eterna Genitrice, io te cercando,
Io te seguendo vo per ogni calle
Dove l’Uom non corrompa il tuo bel volto
E pago d’imitarti, a te non osi 15
Contender le tue palme; e tra vv iarti
Dall’eterno cammin, ridicoloso
Mostro facendo de la tua bellezza.
E bella in ogni parte al guardo altrui,
Tutta bella egualmente è la Natura, 20
Come bella tu sembri al guardo altrui.
Amabile Teresa, a cui ragiono
Nell’ozio che mi dànno i tuoi bei lumi,
Cui nemico destin veder mi toglie.
Bella è qualor d’ogni suo fasto altera 25
Spunta col novo sol del monte in cima,
E al suo primo spuntar giù dal pendio
Versa un torrente di volubil luce
Che abbevera le piante e i fiori e l’erbe
E gli uomini e le belve: e bella è ancora 30
Quando il notturno suo sidereo manto
Spande sopra le cose. E qual sul collo
Del crinito destrier bella è mai sempre
O ne la coda del pavone occhiuta,
Tal su le squame de la serpe, tale 35
In fra le anella de la ruca, tale
Dell’immobile ecchino [21] è su la crosta.
Così tu, del mio core unica meta,
Così piaci mai sempre al guardo altrui,
O sia che ornata sul bel capo avvolghi 40
Con leggiadra testura in varii nodi
La versatile ognor dovizia immensa
De’ tuoi bruni capegli, e ’l ciglio altero,
E l’elittico assai cerchio degli occhi
E il foco de le due nere pupille 50
Combattano all’aperto: o sia che chiusa
Tra i domestici veli [22]
O saggio amico, che corregger tenti
Con dotte carte il popolar costume,
Bell’opra imprendi. E oh te beato assai,
Se giugni ad ottenerlo: a te dovrassi
Marmoreo simulacro in mezzo al fòro, 5
Cui l’arbor dodonèa le tempia infraschi.
Odimi, non pertanto. Ampio torrente
Il popol è che rovinoso scende
Da la montagna; e seco avvolti mena
I colli e le foreste. Or che farai 10
Perchè men crudi dell’orribil corno
I colpi sieno? Apporterai soccorso
Di tronchi e pietre, e di possenti travi,
Onde arrestar la perigliosa piena?
Certo non già; ma, come suol l’alpino 15
Abitator, colle robuste marre
E colle scuri fenderai da’ lati
Nuovi cammin per cui dispersa vada
La vïolenza de le rapid’acque.
Or quinci intendi, ch’esser cauto debbe 20
Molto colui che a riformar si pone,
Del popolo i costumi. In van si sforza
Chi a lui s’oppon direttamente, e, come
Il cinico indiscreto, incontro al corso
De la folla si spinge, e quinci e quindi 25
Urta e percote, e co’ gomiti ponta.
Dall’un de’ lati fia miglior consiglio
A poco a poco, ed a la destra spalla
Volgendo il viso, e in su due piè, ristretto
Insinuarsi. Anco talvolta giova 30
Finger di secondar l’impeto folle
De la corrente. Tu ciò sol che opponsi
A la comun felicità, riprendi.
Nè il riprendi però. Loda piuttosto
La contraria virtute, onde s’accenda
Il popolo a seguirla; e non abborra
L’udir d’esserne privo. 37
Morbo crudele avea rapito a Filli,
Sposa d’un anno giovinetta, il primo
Unico dono de’ suoi casti amori;
Misero! a l’aure de la dolce vita
Esposto a pena, e subito, con molto 5
E del padre e di lei tenero pianto,
Inviato a la tomba. Eran due Lune,
Lassa! ch’ella il piagneva. Era un mattino
Del vago maggio: e sola ella sedea
Dinanzi all’uscio de la sua capanna 10
E d’un altro bambin soave al grembo
Peso facendo, a lui porgea dal seno
Con piacer misto di tristezza il latte.
Spettacol grato! Il sol nascea dall’alto
Del colle, e, giù per lo pendio del colle 15
Largo torrente versava di luce,
Cui la fresca rugiada in infinite
Rompea scintille: e zefiro spirando
La tremula facea chioma de’ pioppi
Susurrar dolcemente, e il primo volo 20
Increspar de lo stagno. Al sol novello
Tutto parea chieder la vita. I fiori,
L’erbe, le piante con visibil gara
Bevean spirto e vigore: e gli animali,
Chi qua chi là, qual d’un, qual d’altro cibo 25
Non più per sè che per l’amata prole
Ivan cercando. L’anitra vagante
Con largo piè su per lo stagno i figli
Insegnava tuffarsi entro a le chiare
Onde a pescarne il vitto. Il cumul denso 30
De la pula spandea con le materne
Zampe la chioccia; e crocitando anch’ella
Chiamava i figli a ricca mensa: e quelli
Solleciti affrettando i picciol corpi
Con lieto pigolar veníeno a lei. 35
Il rossignolo, il cardellin, la cara
Ospite rondinella, intorno a i pieni
De la sobole lor nidi aleggiando,
L’esca cercata per molta campagna
Dividevan solerti. Altrove poi 40
L’otri villose del suo petto offriva
Al capretto la capra: e col grondante
Capezzol sopra il novo parto starsi
Godea la mansueta vaccarella.
A sì teneri, aspetti il cor di Filli 45
Sospirava commosso: ed ella i lumi
Di lagrime bagnando a sè dicea:
Povera Filli! Ecco a le madri tutte
È dato di nodrír la propria prole;
E tu pasci l’altrui. Diceva; e quasi 50
Pentita del suo dir, dolce inchinando
Gli occhi al bambin che le pendea dal seno,
Premea la poppa con le dita: e quegli,
Pago del novo scaturir del latte,
Gli occhi loquaci mitemente al volto 55
Di lei volgeva; e grato esser parea
Del caro stame ond’ei tessea la vita.
Così Filli si stava; ed ecco in questa
Venir Nerèa. 59
L’Estro divin che l’agitata fibra
De’ vati assale, e di cui fiero un Nume
Con volto uman gl’immaginosi Achivi
Immaginâro, a me discese. Intorno
Gli rotava al sembiante un’aurea luce 5
Che mista poi col biondeggiante crine
Sfavillava su gli omeri simíle
A cometa che tardi a noi ritorna,
E dietro a sè lascia volar gran chioma
D’ammirato splendore. Ei mi sorrise 10
Sdegnoso alquanto; e d’una man mi strinse
Mollemente l’orecchio; indi mi disse
Scotiti omai, non dispregiato alunno
De le mie cure. Io t’educai finora
Perchè la Dea di gran secoli amica 15
Suoni di te in Italia un chiaro suono.
Sorgi, e meco ne vieni al sacro Tempio
Dove in un colpo sol l’Arti rassembro
Prole amabile mia. Quivi dell’uomo
Le indomabili cure in placid’ozio 20
Io chiamo a riposar. Quivi gl’insegno
A convertire in nobile diletto
La ridondanza dei sudati frutti,
E la quïete necessaria ond’egli
Alacre sorga e vigoroso all’opra. 25
Là sè medesmo a lui medesmo espongo,
Pari a specchio fedel che il vero imíta;
Or di saggi costumi, or d’eleganti
Modi l’adorno dipingendo; il seguo,
Gli applaudo e l’ammaestro. Or sbeffeggiando 30
Fo ch’ei beffi sè stesso; ed egli alfine
Si purga, si dirozza, e ingentilisco.
Talvolta poi, a più severo tono,
Fattomi grande, tutto mi sollevo,
E lugubre e terribile e pietoso 35
Agito e turbo su la mesta scena
Le prische sceleraggini famose
E l’estreme sventure e i casi atroci
Degl’illustri mortali; e grido intorno [24] 39
Spontanei versi, che dal cor sorgete
Puro e devoto e sol del vero amico,
Fatevi arditi di salir tant’alto
Quanto lungi è da noi l’inclita Donna
Che, progenie di re, le varie in loro 5
Sparse virtudi a sè deriva e compie,
E di splendido fin le manda insigni
Alla memoria dell’età venture.
Altri sopra gli altari ama famoso
Culto a i celesti alzar d’inni e d’incenso: 10
Altri dall’ombra del solingo albergo
offre suoi voti al Ciel, voti sovente
Più sinceri e più grati. Or così voi
Fuggite il vulgo taciti; e all’orecchio
Di Lei ne gite; e se cotanto ancora
Lice sperar, le penetrate all’alma.
A ciò il tempo è maturo. 17
Là su l’alto del colle, e da quel lato
Che più guarda il meriggio e che del monte
Schermo si fa contro Aquilon gelato, 3
Siede una casa con bei campi a fronte,
Ove serpendo affrettasi un ruscello
Puro, che cade dall’alpina fonte. 6
E una selvetta fresca e del più bello
Verde che v’abbia, pende sul declivo
Da la valletta che fa strada a quello; 9
E bei vigneti salgon, tra le vive
Pietre dell’erta, e, miste ad essi, piante
Di mandorle gentili, e molli ulive. 12
Poi da la parte dove il fiammeggiante
Sol declinando porta l’alba e il zelo
Dell’opre a gente ch’è da noi distante, 15
Veggonsi e paschi, e con argenteo velo
Estesi laghi, e boschi e poggi ed erti
Monti a la fine e l’alpi azzurre e il cielo. 18
Dolce soggiorno, dove i cori aperti
Sono a la gioia e all’innocenza antica,
Lunge dai giochi di fortuna incerti; 21
Dolce soggiorno, dove l’aria è amica,
Salubre il cibo; e il vin vecchio e robusto
Ne la vecchiezza altrui vigor nutrica. 24
Ivi è un signor di patrimonio angusto,
Se guardi al desiderio de’ mortali;
Ma basta il poco a lui ch’è saggio e giusto. 27
Giovine ancor, vide e conobbe i mali
De le vaste cittadi, e poi più fido
Diedero asilo a lui l’aure natali. 30
E dieci volte sopra cinque al lido
Nostro tornò la vaga rondinella,
Cercando il loco ov’ebbe l’esca e il nido, 33
Da ch’ei qui venne; e non pertanto a quella
Aurora che passò lieta e felice
Seguir vide un’aurora ognor più bella 36
Chè i campi e lei fruttifera pendice
E l’orto e il gregge e i figli e la consorte
E l’amato cultor fan che non lice 39
Pôr mai piede a la noia entro le porte
Del lieto albergo, e d’ogni giorno l’ore,
Sì lunghe al cittadin, per lui son corte. 42
Nè a lui fa d’uopo, a tener desto il coro,
Cerco piacer con mille cure intente,
O cupidigia o ambizïon d’onore, 45
Ché all’alma ingenua, all’incorrotta mente,
La spontanea natura offre sè stessa
D’infiniti piacer viva sorgente. 48
Te di stirpe gentile
E me di casa popolar, cred’io,
Dall’Eupili natío,
Come fortuna varïò di stile,
Guidaron gli avi nostri
Della città fra i clamorosi chiostri. 6
E noi dall’onde pure,
Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo,
Seme portammo attivo,
Pronto a levarne da le genti oscure,
Tu Appiani col pennello,
Ed io col plettro, seguitando il bello.
Ma il novo inerte clima
E il crasso cibo, e le gran tempo immote [26] 14
O meco infin da gli anni miei più verdi
Congiunto di virtù, d’amor, di studii,
Passeroni dabben, di’, non ti senti
Dispettosa pietade e riso acerbo
Su le labbra e nel cor quando tu ascolti 5
La temeraria Italia alto romore
Menar parlando di scïenze e d’arti?
Apri libero i sensi. E non t’è avviso
Ch’ella or ne parli come il macilento
Popolo, a cui fallì la messe, parla 10
Sempre di pane; o nell’estiva ardente
Siccità parla ognor di pioggia e d’acqua?
Certo che sì, però che tu sagace
Penetri a fondo con la mente; e in oltre
Vedi, se gli occhi tu rivolgi intorno, 15
Lo stato de le cose, avverso ahi troppo
A quel ch’era di già. Ma i detti nostri
Beffa insolente il giovin, che pur ieri
Scappò via da le scuole, e che, provvisto
Di giornali e di vasti dizionarii 20
E d’un po’ di francese, oggi fa in piazza
Il letterato, e ciurma una gran turba
Di sciocchi eguali a lui. Odi ch’ei dice:
O vecchierelli miei, troppo è già nota
L’usanza vostra: disprezzar vi giova 25
L’età presente, ed esaltar l’etade
Che voi vide sbarbati: e qual vi resta
In questi dì cadenti altro conforto
Fuor che la dolce vanità con molte
Vane querele lusingar tossendo? 30
In vano, in van di richiamar tentate
L’antica calza in su le brache avvolta
E le scarpe quadrate, e i tempi oscuri
Quando con formidabile sta f ile
Regnavano i pedanti, a cui dinanzi
Con boccacce e con strani torcimenti
Stridevano i fanciulli. 37
Perchè, infocata il volto
E le luci divine,
E scarmigliato e sciolto
Giù per le spalle il crine,
Qual dal marmo saltante
Di greca man bellissima Baccante, 6
Delia, m’assali; e vuoi
Che rauca per l’atroce
Battaglia i tristi eroi
Segua mia lira; e voce
Mandi d’alto furore,
Nata solo a cantar pace ed amore? 12
Ah!, se l’orrida corda
Fremer farò d’Alceo,
Quando la terra lorda
Di gran sangue plebeo
Mostra col fiero carme,
Fra i troni scossi, e i ciechi moti e l’arme; 18
Io ti vedrò ben presto
Sovra le mamme ansanti
Chinar la faccia; e il mesto
Ciglio sgorgar di pianti;
E mentre il pianto cade,
Tutta ingombrarti orror, sdegno e pietade. 24
« L’abate Parini, degnissimo R. professore d’Eloquenza, ha su tale argomento [della Colonna Infame; che è quella di cui il Manzoni espose l’origine] in una Accademia pubblica recitato un Sermone Chiabreresco e del più fino gusto oraziano. Si figura in esso d’incamminarsi al Tempio di S. Lorenzo, vivamente esprimendosi in questa guisa :
Quando tra vili case in mezzo a poche
Rovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi.
Quivi romita una colonna sorge
In fra l’erbe infeconde e i sassi e ’l lezzo,
Ov’uom mai non penétra, però ch’indi 5
Genio propizio all’insubre cittade
Ognun rimove alto gridando: Lungi,
O buoni cittadin, lungi, chè ’l suolo
Miserabile infame non v’infetti.
Al piè della colonna una sfacciata 10
Donna sedea che della base, al destro
Braccio facea puntello; e croci e rete
E remi e frusto e ceppi erano il seggio
Su cui posava il rilassato fianco.
Ignuda affatto, se non che dal collo 15
Pendeale un laccio, e scritti al petto aveva
Obbrobrïosi, e in capo strane mitre,
Terribile ornamento. Ergeva in alto
La fronte petulante e quivi sopra
Avea stampate con rovente ferro 20
Parole che dicean: Io son l’Infamia.
Io che, Virtù seguendo, odio costei,
Anzi gloria immortal co’ versi cerco,
A tal vista fuggía, quando la donna
Amaramente sorridendo disse : 25
cioè espone poeticamente quanto contiensi nella mentovata Iscrizione, soggiungendo :
Così dicea la donna; e il vil Dispregio
E mille turpi Genti intorno a lei
La gíen beffando intanto, ed inframmesso
Il pollice alle due vicine dita,
Ad ambe mani le faceano scorno ». 30
Non è dato ai mortali
Fabbricarsi da sè la sorte amica;
Chè gran serie di casi il corso implíca
Fin da i primi natali,
Tal che ciascun nel mezzo di sua via
Si ritrova qual può, non qual desia.
Ma se un mortal pretende [30]
Lucido esempio e guida
Te, Venusin, d’ogni poetic’arte,
Te chi non côle, ir celebrato in carte
Temerario confida:
Nè petto a lui nè mente
Che del meglio s’accorga, il Ciel consente.
Schiuso prorompe il vero
Sotto al tentar di tue sagaci dita:
E tu il rapisci, e misurando ardita-
mente [sic] vario sentiero
Di modi al vulgo ignoti,
Potentemente l’animo percoti.
Nè da lunge a’ tuoi versi
Invocato saper già vien ritroso;
Ma come zolfo che a fugar l’ascoso
Stuol de’ morbi diversi
Da la vena feconda
Liquido sgorga in compagnia dell’onda;
Tal [31]
1.
O Mecenate, o nobile
D’antichi re progenie,
Dolce sostegno mio, mio sommo onor,
Molti vedrai fra gli uomini
Ch’aman di polve Olimpica
Cospersi andar su cocchio volator.
2.
Di nove e grandin dura
Assai versò sul suolo, e fulminante
Con destra rosseggiante
Giove percosse le sacrate mura,
E colmò Roma e le atterrite genti
D’alti spaventi.
3.
Qual molle giovinetto,
O Pirra, or giace teco
In quell’amico speco
Ove le fresche rose a voi son letto,
E tutto odor spirante
Stringe il tuo seno, e vi trionfa amante?
4.
O Agrippa, il tuo valor, le tue vittorie,
Vario cantar potrà, cigno Meonio,
Degno di celebrare
Quanto tu fai di grande in terra o in mare.
5.
Vedi come il Soratte or splende candido
Per l’alte nevi che già tutto il coprono.
Dal grave peso vinti
Vedi che i boschi gemono,
E son dal ghiaccio inerte i fiumi avvinti.
6.
Quale, o Clio, de gli eroi, qual de gli Dei
Con tibia acuta e con soave cetra.
Celebrare ora dèi?
Qual, mentre i nostri canti empieran l’etra,
L’eco ripeterà con suon giocoso
Nome famoso?
7.
Lidia, qualor di Tèlefo
Lodi il bel collo ed il tornito braccio,
Ahi che mi gonfia il fegato
L’ardente bile!
Allor rosso mi faccio.
8.
Tu da novelle, o nave, onde frementi
Risospinta nel mare ancor n’andrai.
Oh misera! Che fai ?
Quanto puoi fortemente al porto attienti.
9.
Mentre su navi Idee pel mar fluttívago
Traea l’ospite Elèna il pastor perfido,
Frenò con ozio ingrato i venti Nèreo,
E il suo destin predíssegli.
10.
Per l’ameno Lucrètile
Il suo Licèo sovente
Fauno abbandona celere:
Per lui l’estate ardente
Le mie tenere capre non offende;
Da i venti e da le piogge ei le difende.
11.
Varo mio, se giammai piantar alberi
Vuoi di Càtilo presso le mura,
O nel mite terreno di Tivoli,
Di piantar sol la vite abbi cura.
12.
Beverai meco, o Mecenate amato,
In mediocri tazze il tenue vino
Del mio poder Sabino
Che in greco vaso io stesso ho suggellato
Quando de’ plausi tuoi sonò ripiena
Tutta l’arena.
13.
Non ricercare, o Quinzio,
Ciò che il Cantabro pensa ovver lo Scita,
Ch’erra lontano, e d’Adria
Oltre il frapposto mar. La nostra vita
Di poco si contenta;
Folle è chi in van per lei l’alma tormenta.
14.
Già tante moli regie
S’alzano d’ogn’intorno
Che al curvo aratro un giorno
Terreno da solcar non resterà.
Più del Lucrino estendersi
Vedrem gli ampi vivai;
E al platano oggimai
L’olmo marito il luogo cederà.
15.
Cessa; perchè trafiggermi
Vuoi d’un crudel tormento,
O Mecenate, o splendida
Gioia e sostegno mio, col tuo lamento?
I sommi Dei non vogliono
Che tu moia primiero, ed io nol vo’.
16.
Vergin, cui gli alti monti,
Cui le liquide fonti,
E le solve son sacre, ombrose e folte;
Triforme Dea, che assisti
E togli a i regni tristi
Quelle che a i parti invòcanti tre volte.
17.
Già i venti, che accompagnano
La primavera amabile,
Curvan le vele, e fan men gonfio il mar.
Di brine aspri non splendono
I prati, e il fiume turgido
Non fan le sciolte nevi alto sonar.
18.
Perchè sei tu, vil can, co i lupi timido
A gli ospiti molesto?
Nè tue vane minacce a me si volgono,
A rimorderti presto?
Andavo a sorte, come spesso io soglio,
per la Via Sacra, non so quali baie
Meco pensando e tutto assorto in quelle.
Ed ecco a me correndo se ne viene
Un che di nome a me noto è soltanto
E la mano mi afferra ed: Oh! che fai,
Gioia mia cara? Non male per ora,
Io gli rispondo; e a voi bramo qualunque
Cosa vi aggrada. Ma seguendom’egli;
Volete voi nulla da me? gli dico.
E quegli a me: Oh ci conoscerai;
Noi siam persona dotta. Tanto meglio,
Replico a lui: e meschino cercando
Pur di scapparne, ora il cammino affretto,
or mi soffermo, or del ragazzo io parlo
Qualche cosa all’orecchio; e
Grida per ogni via, squallido e abbietto,
Grida il Bisogno in voce fioca e bassa :
Che fa l’ avaro al miserando obbietto ?
Indora il cor, torce lo sguardo, e passa. 4
Che fa il fastoso, se dall’ aureo tetto
Sovra di lui l’ altero ciglio abbassa ?
Dona talor, ma in sì sprezzante aspetto
Che il dono suo più sconsolato il lassa. 8
In te, devoto stuol, in te discese
Quella d’ amor verace fiamma istessa
Che prima il cor del gran Luigi accese : 11
Per lei, che il zelo tuo dirige e scorge,
Soccorsa sol, non avvilita e oppressa,
Da’ mali suoi la povertà risorge. 14
Son sorelle Olivazzi, e non han padre :
L’ una Chiara si chiama e l’ altra Ersiglia ;
Donna Metilda ad una par che quadre,
E l’ altra chiamerassi Donna Emiglia. 4
Fuggono il mondo e le sue pompe ladre,
Chè l’angelo del ciel sì le consiglia,
E fanno pianger la signora madre
E ridere il fratello a meraviglia. 8
L’ una e l’ altra di canto si diletta ;
Santa Geltrude è il luogo, e parmi udire
Che la lor vita non sia molto stretta. 11
A chi mi comandò, per ubbidire
Che dicessi di lor qualche cosetta,
Dirò che fanno ben; cosa ho da dire ? 14
Tu pingesti il mio volto, e nello sguardo
Tutto esprimesti il creator pensiero,
Che nella mente irresoluto e tardo
Sempre s’ arresta a rintracciar il vero. 4
Pingesti il labro, ove albergar gagliardo
Udisti ognora il ragionar sincero,
Nè chiuse mai simulator codardo
Bassa lusinga o riso menzognero. 8
Pinger però non ti fidasti il core,
Perchè il credevi, in sue latèbre stretto,
Troppo ascondersi all’ occhio indagatore ; 11
Eppur, se di ritrarlo avrai diletto,
Cercalo in te, chè con eterno amore
Stassi unito col tuo, dentro il tuo petto. 14
Al Maestro Nicola Zingarelli,
Compositor di musica eccellente,
Che pregi singolari ha nella mente,
E nobili costumi unisce a quelli ; 4
Poichè questi di culto atti novelli
Consacrati a la Vergine Dolente,
Per sola cortesia, liberalmente,
Degnò con l’ opra sua render più belli ; 8
E col mirabil estro, che lo investe,
Scrisse di nuovo, e ai nostri monti ascese,
Ed eseguì una musica celeste ; 11
Fa in questi versi, perchè sia palese,
D’ eterna gratitudine proteste,
Il popolo e la Chiesa di Varese. 14
- Signor, poco dappoi
Che a dormir vi poneste,
Venne a cercar di voi
La marchesa Cusani.
- Sciocco non so, per Dio, 5
Chi mi tenga le mani.
Sciocco ! Non vi diss’ io
Di venirmi a destare
E di far tosto entrare
La gente rispettabile? — 10
— È vero, padron mio :
Ma nulla mi diceste
Della gente adorabile — 13
Invido veglio, che di verde o forte
Vecchiezza carco e di gran falce armato,
Tempo, che sai creato
Stendi l’ ale tacenti e, mentre al corso
Te stesse incalzi e fuggi, 5
Ti rinnovi mai sempre o ti distruggi;
Là ne’ secoli eterni, entro le fosche
Voragini del caos, ove la folta
E varia schiera de’ possibil tutti
Giacea confusa, e in tuo silenzio il cenno 10
Stava aspettando de la man divina,
Tu nel torbido mar de l’ infinito,
Al volo ancor non uso,
Nuotavi in sen d’ eternità rinchiuso.
Quando, a la voce del sovran motore, 15
Dal letargo lunghissimo e profondo
Si destâr l’ esistenze, e de l’ abisso
Romoreggiâr dal fondo
Le scure immisurabili caverne,
Fuggîro a quel romor l’ ombre ritrose, 20
Abbandonando la quïete antica,
E, mentre al buio del nascente mondo
L’ alma luce scopria la bianca faccia,
Gían brancolando de la notte in traccia.
Su i discordi elementi 25
Agita allor le mansuete penne
L’ onnipotente Amore ; e fecondata
Si squarcia e si dilata
L’ indigesta materia, e fra il tumulto
De le pugnanti particelle emerge 30
Dolce armonia che le congiunge, e al vario
Scontrarsi, urtarsi e combinarsi elice
Dal gran contrasto de la massa, informe
Il vario aspetto de le varie forme.
Natura intanto in regal cocchio assisa 35
Correa per l’ universo, e la seguía
Degli enti la moltiplice famiglia :
Splendeano gli astri, e variamente attratti
Seguían le forze del maggior pianeta,
E scotean le comete in lunga traccia, 40
De’ regolati errori entro il confine,
L’ ardenti code e il tremolante crine.
Allor coll’ immota Eternità si scosse,
E dal seno gittò nobile figlio,
E de’ momenti a lui cedéo l’ impero. 45
Tu fosti, o Tempo; e primo
Di tante moraviglie ammiratore,
No’ vasti spazii del creato intero
Lanciasti il guardo e dispiegasti il volo:
E a seconda del Sol temprando il moto 50
De’ tuoi rapidi vanni,
A produr cominciasti i giorni e gli anni.
Pria ne’ campi ridenti
D’ Eden, ch’ eterna primavera infiora,
Quando il padre primiero e la consorte 55
Vivean felici d’ innocenza a lato,
giorni conducesti almi o sereni,
Sacri ai dolci concenti,
Ai bei diporti ameni,
Ai soavi colloquii, e non lasciavi, 60
Di gustato piacer dopo il contento,
La stanchezza, la noia e il pentimento.
E quando poi la sera
Col vacillante lume
Di modesto color vestia d’ intorno 65
Il monte e la campagna,
E al placido riposo
Que’ fidi amanti ad invitar venía ;
Tu ne l’ astro odoroso
Le tacite guidavi ore notturne 70
Del nuzial mistero confidenti.
E i bei sogni tranquilli,
Onde l’ alme de’ sensi pellegrine
Godessero d’ un bene errante e vago,
Nel sonno ancor, la dilettosa imago. 75
Tu promettevi intatte
Su le guancie di latte
Fiorir d’ eterna gioventù le rose
Nè minacciavi di solcar la fronte
Con aspre orme rugose: 80
Vecchiezza non spargea di neve il biondo
Lungo crine su gli omeri cadente ;
Nè gravoso abbattea degli anni il pondo
Il vigor do le membra e de la mente.
Chè de l’ età diverse 85
La vicenda volubile e fugace
Era indistinta e sconosciuta ancora,
E ne l’ almae del par che ne la spoglia,
Benchè terrena e frale,
Vivea l’ uomo immutabile, immortale. 90
Ma poi che da le cupe inferne grotte
Alzò la colpa le funeste penne,
E a conturbar pervenne
De la pace il soggiorno e del piacere,
Tu, cangiando l’ aspetto, 95
Ti ribellasti a l’ uomo
Dal suo fallir già domo,
E mezzo divenisti a l’ infelice
Sol d’ affanni, di stento o di fatica
E a farti più terribile o più forte, 100
Ti chiamasti compagna anco la morte.
Indarno allora da le tue ferite
Le genti sbigottite
Cercâr sottrarsi, e radunârsi insieme;
Scavâr le fosse, sollevâr le mura, 105
Fabbricâr le citta, dettâr le leggi,
Onde l’ eta futura
Il socïal concerto
Mantenesse infrangibile ed eterno.
Andâr sossopra i regni al rovinoso 11.0
De’ secoli torrente, e l’ uomo, ahi stolto!,
Secondò involontario il tuo disegno;
E in cruda guerra armato
Accelerò il suo fato, e giacque oppresso
Più dal proprio furor che da te stesso. 115
De l’ universo ne l’ immensa faccia,
Di quattro monarchie surse a le stelle
L’ alta mole orgogliosa :
Tu con occhio di invidia e di minaccia
Torbido la guatasti ; 120
E il Perso, il Greco ed il Romano e tutto
Il furor do’ barbarici Trïoni
Stimolasti a l’ assalto e a la ruina.
Crollò sui piè mal ferma e rovesciosse ;
Tremò l’ Europa con le due sorelle ; 125
E a quel tremar si scosse
L’ America divisa e si compiacque,
Che occulta ancor giacea,
In remoto confine,
D’ ambizïon superba a le rapine. 130
Ma non andar fastoso
Di tue conquiste, o Tempo !
Fra nuvole di folgori o di lampi,
Su l’ ale a un cherubin rapido scende
L’ inesorabil Dio de le vendette : 135
Gli sguardi volge maestosi e lenti
Al tremante universo : accenna quindi
Ai quattro opposti venti
E con voce di tuon grida : Si faccia
L’ adempimento de la mia minaccia. 140
E traboccar ruggendo
Ecco lo vampe de l’ eterno sdegno,
E natura sentir l’ angosce estreme ;
Van con fracasso orrendo
Da l’ orbita natía svelte le stelle 145
Pel firmamento ad azzuffarsi insieme....
Ahi ! dove siete, o Soli?
Dove fuggisti, o Terra? Io più non veggo
Che un mar di fiamme procellose, e dentro
Naufragarsi i pianeti e l’ universo. 150
A la feral confusïon succedo
Spaventoso silenzio, e sol di fumo
Di polve e di faville
Immensa nube o formidabil ombra,
L’ ampie ruine orribilmente ingombra. 155
E dove, o Tempo, ti nascondi? Hai forse
De la natura moribonda orrore?
Invan : fissa è nel cielo
Anche la tua ne la comun ruina.
Io già cader ti veggo, 160
L’ armi e le penne abbrustolite ed arse.
Ritorna al nulla, e rendi
L’ impero de’ momenti a Eternitade ;
E, in questo di natura error profondo,
Spento t’ assorba l’ atterrato mondo. 165
Io vidi il Tempo che lo sguardo acuto [40]
Giunto a Cesare innanzi, umil deponi
De’ Sovrani del Tebro il fasto altero,
Nè ti scordar giammai, se a lui ragioni,
Che tu non sei che il successor di Piero. 4
Recagli in dono Roma; a lui non doni
Che un retaggio dovuto al Sagro Impero ;
E cedi a lui di questa terra i troni
Che gli eterni decreti a te non diero. 8
Digli come finor nocque alla Fede
Di tua Corte l’ antico e vasto orgoglio
Con triregni, oro e bistro, e baci al piede. 11
Tu vedrai, mentre parli, appiè del soglio
La Virtù che ti ammira, e forse crede
Che tu la riconduci in Campidoglio. 14
Egimo, andiam giù per l’ inferma [inferna ?] valle
Varca il Pastore delle umane genti
L’ erto sentier delle montagne alpine ;
Spirano in van per Lui contrarii venti
Dall’ agghiacciato Aquilonèo confine. 4
Spirto del Cielo, che all’ umane menti
Da lume, e vibra al cuor fiamme divine,
Salvo il conduce, e seco pur presenti
Son della Chiesa il dritto e le dottrine. 8
Ad Augusto egli corre ; a ciglio a ciglio
Seco di favellar mostra desto
Per dar calma di Piero al buon naviglio. 11
Deh non opporti, o grande Augusto, a Pio ;
Chè opporsi mai non deve al padre il figlio
Nè l’ Impero del mondo a quel di Dio. 14
Stesa sul letto un dì languida e mesta
Stava Eurinda gridando : — Ohimè, tapina ! —
Per un certo dolor, che per la festa
Aveala concia, e messala in rovina. 4
Non era questo già dolor di testa,
O qualche gran difficoltà d’ orina,
Ma, male a cui altro guarir non resta
Che tosto domandar monna Lucina. 8
Veggendosi ella allor le membra rotte,
Coi lumi al ciel languidamente intesi,
Tali fuori mandò grida interrotte: 11.
Questi son del connubio atti cortesi?
Per il gusto viril d’ una sol notte
Mal muliebre sentir per nove mesi — 14
Quanto ai miei voti fervidi
Il ciel benigno arride
Francesco, Elisa, vivida
Ecco si mostra, e ride
D’ arabo sui volti rosei
L’ alma salute. Oh dolce
Vista che il mio duol molce! 7
Il duol molce, che pungermi
Già da gran tempo io sento ;
Chè il sole io vidi sorgere
Omai son giorni cento.
E Voi, che tanto io contro,
In questo dì felice
Sol di veder mi lice. 14
Ma al caro ameno Lario
Deh ! fate pur ritorno ;
Là fra quelle delizie
Mai non risorga un giorno
Che a voi turbi il bell’ animo,
E tutte scorran l’ ode
Ad allegrarvi il core. 21
Te, Elisa, in riva al Lario
Impazïente attende
E a te madre dolcissima
Le braccia innalza e stende
Balbettando rimproveri
Con lagrimoso ciglio
Sul tuo lungo indugiare il caro figlio. 28
Dei giorni ahi ! troppo è il numero
Che invan mirarti brama,
Che dal mattino al vespero
Te invan sospira e chiama,
E invan attende i soliti
Del suo buon genitore
Lieti scherzi che a lui consiglia amore. 35
Ei non più ride e gongola
Fra’ tuoi materni amplessi,
Nè sul bel volto rosee
Sente i tuoi baci impressi,
Nè rallegrar lo possono
Quei ch’ egli aspetta invano
Giuochi e trastulli del maggior germano. 42
Ah dunque omai si acceleri,
Francesco, Elisa, il giorno,
Che alfin consoli il pargolo
Col vostro a lui ritorno.
Oh! con qual riso e giubilo
Ei rivedravvi, e intanto
A tutti gronderà di gioia il pianto! 49
Sereno è il cielo, e placida
Del Lario io veggo l’ onda,
E se ’ l dolce Favonio
Il desir mio seconda,
La incresperà propizio :
Deh! il lin gonfia, e giuliva
Giungerà Elisa alla bramata riva. 50
In una solitaria capannetta,
Qual fioco intatto su l’ incolta siepe,
Una vergin crescea, che a’ boschi, a’ colli,
Ov’ ella nacque per favor del Cielo,
Due volte a pena, dopo il terzo lustro, 5
Avea veduto rivestirsi Aprile.
Sì vivo lampo dal suo riso uscía,
Che a molle guardator forse paruto
Sarebbe im cenno di baldanza; ed era
Il linguaggio d’ un cuor nell’ innocenza 10
Tutto sicuro, e del piacer, che intorno
Spandeva, ignaro. Al vago e gentiletto
Piglio; al temprato suon de le parole ;
Alla persona sopra sè diritta;
Al movere de gli occhi e de la testa, 15
Che dal marmoreo collo alteramente
Surgeva biancheggiando; al castigato
Atteggiar d’ ogni membro non parea
Di selva abitatrice, anzi nè cosa
Puramente mortal. Ma la bellezza, 20
Vincevano i costumi; in cui regnava
Un atto di virtù sì peregrino,
Che prendeva d’ amore e di rispetto
Ognun che la mirasse. Intorno a lei
Consumava del cuor le tenerezze 25
Una madre ne’ freschi anni deserta
A sospirar vedovilmente il caro
Onde gioiva i coniugali affetti.
Ed ella gareggiando ne’ lavori
A rustical famiglia consueti, 30
Con reciproco zel le dava, braccio
A faticarsi la vita solinga,
Che le facce conpovertà beate.
Ma ben diverso in elle era lo spirto
Che le animava. Nel materno petto 35
Tacean del mondo le lusinghe, o solo
Dell’ avvenire l’ inamabil faccia
Duramente vegliava, e tutte quante
Le sue bellezze il ciel vi raccendea.
Ed Eurilla (così la verginetta, 40
Nomavasi) parea dolce ed allegro
D’ un sorriso divin l’ umano sogno
Per la novella, età che lo [46] mentía
D’ imagini dorate, e per l’ amore
Che in lei parlava caramente. Un giorno 45
(Allor che per la selva abbandonate
Di nutritivo amor cadon le foglie
Sul capo al villanel, che ne sospira)
Ella sedeva, coll’ interna pace
Nel viso impressa, e gli orli d’ una fonte 50
Che solcava un pratel, dalle native
Soglie tre gitti di pietra lontano;
E modulando certe favolette,
Da la garrula nonna imparacchiate,
Alla rócca traea l’ ispide chiome; 55
In cui di tanto in tanto lascivia
Il grato orezzo che previen la sera.
Pochi passi discosto pigolava
Una covata di pulcini: e intanto
Che l’ un rubava all’ altro la pagliuzza, 60
Venía la chioccia con molto schiamazzo
L’ affezïon tra lor significando.
Un cardellin nella vicina fratta
Gaietto saltellava, e ad ora ad ora
Parea volesse disfidar nell’ arte 65
Della gola una flebil capinera
Gorgheggiante il saluto vespertino
Al Sol, che dello stanco ultimo raggio
Vestía le cime dell’ arguto pioppo
Dove cantava. Ed ecco all’ improvviso 70
Ode Eurilla un latrato, e dietro quello
Un frascheggiar, che a mano a man s’ appressa.
Tiene pendulo il fuso, e con quell’ atto
A cui move il timor, guardasi intorno;
E per la callaietta della siepe 75
Onde il prato cingevasi, entrar vede
Un cane da pastor ch’ alla sua volta
Anela braccheggiando. In piè si rizza
Di subito; e la chioccia ed i pulcini
Col noto billi billi a sè raccoglie. 80
Ma l’ ardito quadrupede s’ avanza
Sì, che tutti li rompe in iscompiglio.
Quella dispicca un vol sopra il pollone
D’ un vecchio saldo, e colassù lamenta
Il suo timor pe’ tenerelli aspetti : 85
Questi o fra l’ erbe s’ accovaecian muti
E trepidanti, o fuggono alla cieca
Tanto che alcuni s’ affogan nel rio.
Poscia il cane, avvisata la fanciulla,
Quatto quatto a le gonne le s’ accosta. 90
E co’ blandi ganniti e con la coda
Guizzante par che sicurtà le incuori.
L’ impaurita nondimen percuote
L’ aure d’ acuti gridi; alquanto volge
Gli omeri a lui; la scapigliata rócca 95
Gli stende; il guarda obliquamente, e trema
In sè ristretta. Un pastorel frattanto
Lo zaino a tergo ed una lassa in pugno,
Entra nel prato balzellando a guisa
D’ un leprotto su l’ alba, che per anco 100
Squittir non ode la sagace torma.
Nè sì tosto d’ Eurilla i paurosi
Lai di pietà lo saettâr nel cuore,
Che di lancio v’ accorre, ed agramente
Garrendo il cane, col guinzaglio a viva 105
Lena lo sferza sì, che la velluta
Coda serrando al ventre e guaiolando
Col muso basso gli s’ atterra a’ piedi.
Poi col miglior sembiante alla smarrita
Angeletta si volge, e le disgrava 110
La molta angoscia con parole ornate
Di sì toccante cortesia, che fanno
Lei palpitar d’ insolita dolcezza.
Dopo ciò, Silvio, il pastoral, l’ aiuta
A radunar 1a piccioletta greggia 115
De gli sconfitti alati; e promettendo
Ristorarla di quei che trova manchi,
Le sorride un a Dio con grazïoso
Tratto; e rimesso al guinzaglio Licisca,
Piglia le mosse lento, a somiglianza 120
D’ uomo che lasci una cosa diletta.
Eurilla, tra pudica e desïosa,
Gli affigge in volto i grandi occhi azzurrini,
E avvivando le rose ond’ ha fiorenti
Di bella vita le verginee gote, 125
Del servigio gli fa timide grazie.
A pena Silvio uscì della sua vista,
Anch’ ella si rimise in su l’ angusto
Tortuoso sentier,che riuscía
A la sua capannella ; ed ivi giunta 130
Fil per filo ritrae l’ istorïetta
Alla madre, atteggiando le parole
Con verginal semplicità. La notte
Che venne dietro, con assai diletto
Ella sognò il pastore, il pastor lei, 135
Sì, che accesasi in ambo la vaghezza
Di rivedersi, al praticel sovente
Poi convennero. E quando all’ ïemale
Rigor cesse l’ autunno, ed ogni cosa
In alto gelo biancheggiò sepolta, 140
Gl’ innamorati sospiravan mesti
Ne’ lor tugurïetti. Oh quante volte
Eurilla, al focolar muta sedendo,
I dì contava susseguiti a quello
Che vide Silvio ultimamente! Oh quante 145
Nel caldo imaginar ne disegnava
Il patetico sguardo e l’ amoroso,
De’ suoi baci sospir, molle sorriso,
Dando occhiate furtivo alla vicina
Vigilanza materna, per sospetto 150
Non le scoprisse da’ sembianti il cuore.
Talor vedendo i suoi dolci colombi
Dopo il pasto orgogliosi e mormoranti
L’ un l’ altro codïarsi e spander l’ ale
O porsi il becco l’ uno all’ altro in bocca, 155
La semplicetta invidiar parea
Quegl’ innocui trastulli. Una fuggiasca
Scorserella al suo prato ancor soleva
Far ne’ giorni più miti; e lo trovando
Sempre coperto di squallore, al pianto 160
S’ inteneriva sì, che rubicondi
Le duravano gli occhi in fino a casa,
Ove con piè men lesto ritornava.
A Silvio pure la ridente imago
Della vergine bella e desïata 165
Stava dinanzi ognora, e d’ allegrezza
Gli era cagione e insiem di patimenti.
Perchè dentro al domestico abituro
(Da quel d’ Eurilla molta via remoto)
Accigliata matrigna il tenta chiuso 170
E assiduo all’ opre che son frutti e lode
D’ industria pastoral. Ma finalmente
di feconda virtù la primavera
Commovendo le piante e gli animali,
Si rifigliò all’ amore. E già svernava 175
I suoi gaudii la selva; e per le grasse
Pasture combattea seco medesmo
Il salace torel, cui la giovenca
L’ ampie nari levando rimuggía
Gli agognanti connubii; e il pecoraio 180
Nella valle . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . [47]
Che saltando scotevano di dosso
La lunga ignavia dell’ iberne stalle.
Anche, a Silvio ed Eurilla allor fu dato 185
Insieme ritrovarsi e favellare
Ciò che loro incontrasse. Una mattina,
Presso il tempo in cui vede il montanaro
Alla pianura dileguar le nebbie,
Che assise qua e là sembrano laghi, 190
I due pastor su le recenti erbette
Riposavan del prato; oneste cose
Novellando e guardandosi a dilungo,
Spesso dipinti di letizia, o spesso
Della melanconia, che dolcemente 195
Sospirava nel cuor, timido ancora
A dir la vampa, dell’ occulto affetto,
Quando Silvio distrinse alla fanciulla,
Adorata la mano, ella con voce
Che intera a’ denti non sona, profferse 200
Al giovinetto la cara parola
Che gli amanti conforta; e il giovinetto
La ripetè commosso. Taciturni
Poi rimasero entrambi, e le pupille,
Tremolanti di un languido sorriso, 205
Tennero immoto l’ un nell’ altro; il sangue
Nelle lor vene fluttuando rese
Affannoso il respiro, e concitati
I bàttiti del cuore; ed il vermiglio
Delle guancie smorí come una fresca 210
Rosa all’ estivo mezzogiorno. In quello
Sfinimento d’ amor l’ anime accese
Nell’ arcana virtù, che di natura
Compie il sublime intento, e più vivace
ne’ vergini petti; in su la bocca
Raccolte si congiunser, delirando
Di mutuo piacer, nel primo bacio. 217
Nel mirar quegli occhi tuoi
Sì soavi al giro, al guardo,
Tirsi mio, mi struggo ed ardo
E ritorno a’ miei sospir. 4
Ma più ancor ivi trema il core
Di tua voce al dolce incanto
Che confusa insiem col pianto
Notte e dì mi fa languir. 8
Ah! perdona: il mio destino
Sì crudel con te mi rendo,
Che, se Amore il cor m’ accende,
Pur già mai si piegherà. 12
A quel laccio avvinta sono,
A quel barbaro dovere
Che avvelena ogni piacere,
Che ci vieta aver pietà. 16
Io giurai sull’ ara un giorno
Fede eterna ad altro oggetto,
E giurai che un solo affetto
Io nodrito avrei nel cor. 20
Nel tuo dolco e vago aspetto
Poi m’ avvenni, e sì mi piacque
Che s’ estinse il primo, e nacque
Un più forte e vivo ardor. 24
Fra la tema ed il desío
M’ agitâr gl’ incerti affetti :
Cari sguardi e molli detti
Mal sostenne la mia fè. 28
Io sperai trovarti un core
Non eguale al bel sembiante
Chiesi al ciel che un incostante
Ritrovar potessi in te. 32
Ma fu sordo a’ voti miei
Anche il cielo, o parve allora,
Che un bel cor che c’ innamora
Innamori il cielo ancor. 36
De’ suoi pregi adorno ei viene
A far guerra al debol sesso,
Poi si chiama folle eccesso
Ciò ch’ è premio al suo valor. 40
Ah! mio Tirsi, se tu m’ ami,
Lascia almen ch’ io viva in pace :
Lo sai pur che a quel che piace
Lieve scudo è la virtù, 44
Che nell’ animo più belle
Volge i moti a suo talento,
Ma s’ invola a un solo accento
De la calda gioventù. 48
Tu ben sai che un sol pensiero
Colpa atroce in me diviene,
Che il desio del proprio bene
È delitto assai maggior; 52
Che se cedo, ed abbandono
Ad Amore i sensi miei,
Mi condannano gli Dei
Al rimorso ed al terror. 56
Ah ! mio Tirsi, se tu m’ ami,
Deh t’ invola al pianto mio!....
Non mi dar l’ estremo addio
Chè soffrirlo il cor non sa. 60
Ma tu piangi, o tu t’ arresti?
Tu mi guardi, e poi sospiri?
Sempre intorno a me t’ aggiri?
E non hai di me pietà? 64
Per che mai mi stringi al seno
Così pallido o tremante?
Ah ! crudele, in questo istante
Tu divieni il mio martir. 68
Se una dura ingiusta legge
Non frenasse in me l’ ardore,
Rivedrei quel tuo pallore
Nell’ eccesso del gioir. 72
Ah! Perdona : il mio destino
Sì crudel con te mi rende,
Che, se Amore il cor m’ accende,
Pur già mai si piegherà. 76
A quel laccio avvinta sono,
A quel barbaro dovere
Che mi toglie ogni piacere
De la cara libertà. 80
Giusto ciel, se in due bell’ alme
Desti amor, poi lo condanni,
So ei doni il fior de gli anni
Sol per gemere e soffrir, 84
O gli arcani di tua voce
Chi mi svela non intende,
O, se questo amor ti offende,
Voglio offenderti e morir. 88
Su la riforma che s’ intende di fare del Clero in Milano, un Prete così parla in lingua milanese con un sonetto:
Par ona strascia d’ ora marsinetta
De pann ciar con on para d’ elemar
Che, grazia al ciel, n’ ho minga tolt a eretta.,
Me disen che la foo de socolar. 4
Dottor di mèe, che voeuren damm la metta,
Vuii vestim come vuii, come el me par:
Son conossù par pred alla calzetta,
E no l’ ha che fa nagott el vestì ciar. 8
Ma se voeuren parlà, che parlen pur!
Me basta dì a sti scior material
Che el v’ ess pred no ’ l consist in sti fregiur. 11
S’ ha da guardà al massiz, all’ essenzial,
E minga al color ciar, al color scur,
Che hin tutt coss purament azidental ! 14
El grand pont prinzipal
L’ è che i pred sien pred in di colzon,
E par el rest tutt ’ i color hin bon. 17
Il Reina, in un foglietto aggiunto alla fine del vol. VI, avvertì : « Per uno sbaglio, che non giova il ricordare, si è stampato alla pag. 20 del III volume uno Scherzo, che è del valoroso Poeta vivente Iacopo Vittorelli da Bassano. Sostituisconsi a quel luogo altri versi, che sono certamente del Parini. Era la canzonetta (Anacreontica XIV) Fingi, vezzosa Irene, che si ritroverà nelle Opere edite e postume di I. Vittorelli (di Bassano, 1749-1835), Bassano, Roberti, 1841, 1, 48.
Il Reina, nella Lettera dell’ Editore delle Opere di G. P. all’ ab. Francesco Venini, aggiunta in fine al vol. VI di esse Opere, dà questa notizia: « Ne giovi solo il ricordare che a’ tempi nostri Angelo Teodoro Villa [di Milano, 1723-1794], celebre professore di Eloquenza a voi ben noto, ed il Parini, uomini ingenui amendue, si disputarono lungamente non so quale Sonetto o Canzone, l’ uno e l’ altro dicendosene l’ autore ».
Nella lettera del P. a Saverio Bettinelli, in data 27 febbraio 1779, il P., professandosi grato dello lodi, non le accetta in quanto si riferiscano a un componimento di cui egli non si riconosco autore. Nelle Opere edite ed inedite in prosa ed in versi del Bettinelli, Venezia, Cesare, 1800, XVIII, 172, vi è un sonetto, col num. LII, che sembra esser quello cui il P. in essa lettera accenna :
E chi è costui che al suon dell’ aurea cetra,
Qual tra Arno o Tebro oggi più omai non senti,
Dall’ Adda altero oltre le vie de’ venti
Levasi al par coi regnator dell’ etra ? 4
E non di Giove al fulmine s’ arretra,
Non di Giunone alle pupille ardenti,
Ch’ anzi dai numi al divin canto intenti
Grazia non pur ma maraviglia impetra ? 8
Tu se’ Parini; ah tu, novello Orfeo
Nato a placar le deità tremende,
L’ estro rinnova ed il portento Acheo : 11
Passa l’ Alpi nevose, e a Marte crudo,
Che di Germania in sen tal fiamma accende,
Fa’ con l’ arpa depor l’ asta e lo scudo. 14
Vi è la nota: «Era la guerra in Boemia nel 1778 ». Sembra quindi certo che anche il componimento di cui il P., scrivendo al Bettinelli, negava d’ essere autore, si riferiva, in qualche modo a quegli avvenimenti, e non s’ intende la nota, che è a pag. 327 di quel volume, come didascalia del sonetto : «All’ Ab. Parini autor del famoso sonetto Ardon, tel giuro, al tuo divino aspetto ». Perchè nè questo fu mai rinnegato dal P., nè ha alcuna relazione con la guerra in Boemia.
La, questioncella si fa più ardua quando si osserva che il sonetto precedente (ivi, col num. LI), il quale nelle note, pag. 327, ha la didascalia: «A S. A. R. l’ Arciduchessa di Milano madre divenuta di un maschio dopo due femmine nel 1779», sembra in una qualche relazione col sonetto del P., Ardon, tel giuro, al tuo divino aspetto. Stimo opportuno riferirlo :
Oh te qual Dea dovren chiamarti omai!
Te canta Omero in su l’ eburneo legno
Sposa a Giove alle braccia, al petto, ai rai,
Più che all’ aquila augusta, al serto, al regno : 4
E non meno di Palla emula vai
Pel facondo parlar, pel pronto ingegno,
Onde all’ arti, alle muse, ai dotti fai
Del tuo esempio e favor gloria e sostegno : 8
Ma per vezzi leggiadri e accorti modi,
Che a Numi accendon vivo foco in core,
Dirti ancor Citerea forse non odi? 11
Ah se dall’ alme figlie e nome e onore
di Madre avesti delle Grazie, or godi
D’ osser la vera Dea Madre d’ Amore. 14
Infatti il sonetto del P. chiama Beatrice d’ Este Alma sposa di Giove, di lei loda le bianche braccia, il bel petto, i grandi occhi, appunto come il sonetto del Bettinelli, e, come questo, parla dei Numi innamorati, e a lei inneggia, come a suscitatrice d’ amorose passioni.
Si direbbe, per ciò, che il Bettinelli, oltre all’ attribuire al P. un componimento non suo, e al rispondervi con encomii nel son. LII, gareggiasse con lui nel son. LIII a lodare l’ Arciduchessa, e vi cogliesse il destro per lodare, come un Omero nuovo, il P.
La didascalia, insomma, che è al son. LII, dovrebbe piuttosto riferirsi al LI; e questo sarebbe pur esso una lode, indiretta, al P., come ne è una lode diretta il LII. Non va trascurato il fatto che il son. LII non si trova nella prima edizione delle Opere del Bettinelli, Venezia, Zatta, 1780-82 onde la necessità di ammettere che la lettera del P. accenni a una divulgazione avvenuta in fogli volanti, come allora si usava. Comunque si giudichi di ciò, resta che il Bettinelli attribuì nel 1778 al P. un componimento che questi non riconobbe per suo.
La canzonetta Il Labirinto che col nome del P. fu pubblicata nel Parnaso italiano ecc., Bologna, Società enciclopedica, 1785 (com. Or che il languido suo raggio), è di Clemente Bondi: cfr. in Arch. Stor. Lombardo, Milano, 1921, anno XLVIII, fasc. I-II, A. Ottolini, Una canzone del P. sconosciuta , e A. Foresti, ivi, 1922, fase. III-IV, pagg. 408 sgg., La canzonetta il Labirinto restituita al suo vero autore.
Il sermone in vorsi sciolti Sulle pie disposizioni testamentarie di Giuseppe Zanoia (genovese, 1778-1855) fu attribuito al P. «Tra quelli che ripetutamente lo attribuivano al P., era Francesco Reina, ohe avevalo anzi già inserito nelle opere di lui, dalle quali dovette poi toglierlo, essendo stato avvertito anche da me del vero autore di quel componimento, di cui anzi gli mostrai l’ autografo tutto carico di pentimenti.» Così Gius. Bernardoni, Per G. P., considerato specialmente come poeta morale e civile, Milano, Bernardoni, 1848, pag. 48.
Innanzi alle più recenti ristampe (1914) della mia edizione scolastica Le Odi, Il Giorno e altre poesie minori di G. P., Firenze, Barbera, 1897, fu aggiunto da Piero Barbera, intelligente e colto editore, il ritratto del P. (inciso dal Rosaspina) e sott’ esso, in facsimile, questi due versi :
Se volete saper altro
Domandatelo ad im altro.
I quali versi sono così rammentati nel frontespizio di esse ristampe: « Con ritratto ed un autografo inedito del Poeta ». Senza negare che siano riprodotti da un autografo del P., confesso d’ ignorare donde il Barbera li avesse; e nulla è tra le carte della sua Casa editrice che ne dia contezza. Egli stesso, o un suo corrispondente, dovè trovarli sotto un esemplare di quella medesima incisione. Si avverta che nulla de’ due versi è detto nel capitolo I ritratti del P. dell’ Albo Pariniano, ossia iconografia di G. P. raccolta e illustrata da G. Fumagalli, Bergamo, Istit. Ital. d’ Arti Grafiche, 1899.
Note
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[1] Seguo l’autografo Ambros., 11, 5, pagg. 28-30, quasi calligrafico, dove ha titolo Il Lauro. ... Il ms. Ambros., III, 3, pagg. 35-38, senza titolo, calligrafico, d’altra mano, ha le varianti : v. 2. L’altr’ier per una v. 7. Strappossi v. 10. E chi fu quel briccone v. 15. queste bravate v. 27. Onde or tanto vv. 30-32. Fu un vate poverello Che non avendo da pagar lo scotto La lasciò pegno all’oste vv. 56-57. Prese l’alloro e irato L’appese (manca, cioè, il v. 57); v. 59. Colà pendi v. 60. Prosegue:
«Non per questo però d’ira t’accendi,
O Figlio di Latona,
Ch’è lo sfregio minor che síesi mai
Fatto alla tua corona:
Se tu m’ascolti, io dirò peggio assai.
Dafne, che tanta forza
Aggiunse al piede snello
Per vergine fuggir dalle tue mani,
Poichè mutò la scorza
E mascherossi in lauro,
È divenuta donna di bordello,
E per argento od auro,
Nova Semiramisse, ai più villani
Animali si dona.
Febo, deh me ’l perdona.
Quanti, oh quanti dappochi
Vidi agli Elèi e vidi ai Pizii giochi
Aver cogli altrui versi il primo onor [sic]
Dai giudici dell’arte;
E vidi ’l vero autor [sic]
Sorridere in disparte.
E Roma a chi diè il lauro?
Colui fu coronato
Che avea, dall’Indo al Mauro,
Sparso più sangue, e più l’altrui rubato.
Quanti ebbero l’alloro
Seguaci del tuo figlio,
A cui non pende invan la barba d’oro,
Ch’era miglior consiglio,
Più che a que’medicastri,
Dare all’infermo il trionfale onore,
Che nudo combattè co’ loro empiastri,
E restò vincitore!
Quanti ....
Seguía Silen; ma non potè»,
attaccando, così, col v. 61. I versi da Se tu m’ascolti a Febo, deh me ’l perdona, son segnati da lineetta a sinistra.
[2] Seguo REINA, III, 24. Non ne conosco manoscritti che annota: « il marito della Duchessa Serbelloni Ottoboni, uomo burbero, erasi per un capriccio diviso di stanza dalla moglie. Parini, scrivendogli questo scherzo gli trasse di capo il mal umore ». Non ne conosco manoscritti.
[3] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, h, pag. 20. Per la Paolina Grismondi Secco-Suardo (1746-1801); la Lesbia Cidonia di L. Mascheroni. Nel ms. ha l’indicazione «Madrigale ».
[4] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, e, pag. 11, dove non ha titolo. Il Reina pone il ritratto dell’incisore Pietro Martini [di Tre Basali, n?l Parmigiano, 1738-1797]. I versi del P. furono pubblicati sotto il ritratto di lui disegnato dal Moreau e inciso dal Rosaspina.
[5] «Contro il curato Rusnati, scrittore di cattive Odi alcaiche» - Si noti che O Dea Cicala è anagramma di Ode Alcaica.
[6] Versi in morte del celebre poeta Balestrieri, Milano, Monistero di Sant’ Ambrogio Maggiore, 1780
[7] « In morte del curato Ciocca. Si trova stampato in una raccolta in morte dello stesso».
[8] Vero è che a Bosisio ci sono rape, cavoli e minchioni.
[9] fuston: torsoli di cavolo
[10] In Ambros., III, 5, pag. 233, col titolo « El magon dij Damm de Milan per I baronad de Franza », e il REINA annota : « L’autore compose questo sonetto nel 1793, quando in Francia regnava il terrore. Si voleva distruggere la Francia, eppure a spese enormi derivavansi di là mode e capricci repubblicani. - Pethion, Presidente della Convenzione Nazionale ». Girolamo Péthion, o Petion (1753-1794), fu sindaco di Parigi dal 14 novembre 1791, e proscritto, dopo il 2 giugno 1793, si uccise, pare, in quel giorni.
[11] La copia è in Ambros., II, 2, pag. 49; dove è il v. Sono Parin d’ambe le gambe strambe; L’Epitafio di Recalcati; e, riferita, la dedica - All’abate Parini Primo pittor del signoril costume. L’autore (Alfieri)».
[12] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 99; dove questi versi non sono cancellati mentre vi sono cancellati i versi d’una redazione precedente, che si troverà qui. ... Nella stessa pag. 99, gli abbozzi dànno: « Se di nozze a cantar prendo, Proprio a nozze esser mi pare. De le nozze io non comprendo Che ci sia più dolce affare, Nè soggetto che ne dia Più gran gusto in poesia. Via di qua, gente severa, Coll’irsuto (che col grave) sopracciglio: Sopra, noi più non impera L’indiscreto tuo consiglio. La Ragion seduta (tornata) in trono Loda il bello e loda il buono ». Un’altra redazione è autografa, e non è cancellata, in Ambros., II, 4, pag. 13: S’io di nozze a cantar prendo, Chi spiegar può il mio diletto? Di bell’estro allor m’accendo, Vien l’idea, freme l’affetto, E m’appresta dolci e pronte Le sue corde Anacreonte. Lungi, o turba de’severi; Da te leggi allor non piglio; Non mi curo che tu imperi Con l’irsuto sopracciglio, E (Ma) scherzar fo la Virtude Con le Grazie tutto [sie] ignude ». Altri versi si ricollegano a questi in Ambros., II, 3, pag. 99: « Tu gentil coppia di sposi », « La natura agli animanti Un soave foco inspira », « Tu gran madre universale, Tu natura vincitrice ».
[13] Il REINA, II, 243-245, lo intitolò « Frammento di un’ode alla duchessa Serbelloni Ottoboni ».
[14] non prosegue
[15] In una lettera di Giuseppe Maria Pagnini, carmelitano, da Parma, 5 giugno 1801, al REINA (il quale vi accenna in una nota, II, 250), conservata in Ambros., II, 3, pagg. 15-18, esso Pagnini vi ricopia le quattro strofe concessegli dal Parini, che, se le portasso seco, quando gli fece visita in Milano: chè il P., pregato dalla contessa Rossane Della Somaglia, aveva cominciato un componimento nuziale; e, andato il Pagnini a trovarlo, volle mostrarglì la buona volontà che aveva avuta di. contentare la dama, e gli mostrò e gli diè quelle strofe. Seguo la copia del Pagnini perchè dà qualcosa in più dell’autografo Ambros., II, 3, pag. 19
[16] Seguo l’autografo Ambros., VIII, 13, pag. 43 ; che è un abbozzo dentro una Pagina di appunti in prosa per soggetti d’arte da dipingersi. ... Secondo un’ipotesi di P. Novati, raccolta dal conte A. GIULINI, Come e perchè cadde in disgrazia il Plenipotenziario imperiale Principe di Kevenhüller (in Archivio Storico Lombardo, anno XLV, 1919, fasc. III-IV), l’ode del P. Odi, Alcone, il muggito, alluderebbe all’improvvisa destituzione fatta da Giuseppe II, nel 1782, del Kovenhüller dalla carica, che egli copriva sin dal 1775, di Plenipotenziario imperiale in Italia con sede in Pavia. Dato ciò, sembra che questo frammento sia da riconnettersi a quell’ode e a tale occasione.
[17] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 71; senza titolo. Il SALVERAGLIO, pagg. 181-182, pone « Alla Marchesa Paola Castiglioni ». Gli ultimi quattro versi furono dal P. aggiunti d’altro inchiostro e concitatamente. Incerto è il principio del verso ultimo; forse, invece di Alt’ è da leggere Alto. Si osserverà che il frammento che segue « O gl’Insubri e l’Italia », diretto al cardinale Durini, non è che un’altra forma di questo frammento diretto invece alla marchesa Castiglioni, che è la dama cui il P. diresse l’ode Queste, che il fero Allobrogo e altri versi.
[18] Seguo l’autografo Ambros., il II, 3, pag. 73. Il REINA, II, 252-254, ha il titolo « Frammento di un’ode per Angelo Maria Durini Cardinale »: e ripete, arbitrariamente, la strofe ultima dell’abbozzo frammentario, diretto alla marchesa Paola Castiglioni, che qui procede.
[19] Seguo l’autografo Ambros., II, 4, Pagg. 53-55, che non ha titolo ma l’indicazione «Ode». Il REINA, II, 248, Intitola: « Frammento di un’ode in morte di Domenico Balestrieri ». ... Pel Balestrieri il P. scrisse anche l’epigramma «Vanne, o Morte crudel », e, forse, l’iscrizione latina In San Nazaro.
[20] È diretto alla Teresa Mussi, amata dal P., che per lei scrisse varii « scherzi »: il REINA, pubblicandoli, notò (per Il Parafoco; II, 229) che ella fu «amica tenera dell’autore, e donna di cor patetico e gentile, e di forme leggiadre».
[21] echino, riccio marino
[22] finisce così, senza punteggiatura
[23] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 7, dove ha questo titolo: « Ad uno Amico che scrive delle osservazioni sopra i costumi de’ suoi Cittadini. Versi sciolti ». Il REINA, e i derivati, hanno : «Al Consultor Pecci ».
[24] finisce così senza punteggiatura
[25] Seguo gli autografi Ambros., II, 1, e, pag. 1, e II, 1, e, pag. 187, Senza titolo. Il REINA, II, 257-258, ha: « Frammento di un’ode ad Andrea Appiani » [di Bosisio, 1754-1817], e la didascalia: « È osservabile che un Poeta ed un Pittore sì grandi ci sieno venuti dalla terra di Bosisio. Parini compiacevasi forte delle idee raccolte per quest’ode, ch’egli stava maturando negli ultimi tempi di sua vita ».
[26] componimento non finito
[27] Parini si rivolge a Giancarlo Passeroni (1713-1803): ma chi è il giovane letterato che arringa la gente e conosce un poco di francese?
[28] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 69; dove non ha titolo. Il REINA, II, 255-256, ha: «Frammento di un’ode. A Delia »; e la didascalia: « Una ragguardevolissima donna voleva che il nostro Poeta cantasse le vittorie Franzesi; ed egli le stava compiacendo nel verno che precedette la sconfitta di Scherer »; cioè nell’Inverno 1798-1799.
[29] Seguo D. Balestrieri, nelle note al canto VIII della sua Gerusalemme liberata in dialetto milanese, Milano, Bianchi, 1772. Il Reina, I, 239, annota: « Colonna ch’esisteva in una piazza di Milano, per monumento d’infamia contro alcuni pretesi rei di veneficio. Ella fu atterrata, perchè non ricordava a’ posteri che la barbarie e l’ignoranza de’ tempi che vi fu collocata. Questi frammenti conservatici da Domenico BALESTRIERI in ina nota al canto VIII della Gerusalemme Liberata, travestita in lingua milanese, ci fanno ardentemente desiderare l’intero poemetto, che si è smarrito ». Era, come si è visto, un sermone; corto per un’accadeinla tenuta dai Trasformati sul tema « La Superstizione »; da considerarsi accanto agli sciolti Pingimi, o Musa.
[30] Componimento incompleto
[31] Componimento incompleto
[32] Sono le prime strofe più o meno liberamente tradotte di 18 odi di Orazio. - Per la rivendicazione che di queste strofe fece a sè l’ab. Francesco Venini, traduttore d’Orazio (di Varenna, 1737-1820), quando alcune di esse, I num. 1, 2, 3, 5, 6, 8, 9, 10, 16, 17 (chè le altre escon qui per la prima volta), furon pubblicate dal Reina, III, 191-194, Cfr. Il Reina Stesso in un foglio a stampa che suol trovarsi aggiunto in fine al vol. VI delle Opere del PARINI, dopo che, nella penultima pagina del volume medesimo, il Reina aveva scritto, in risposta ad asserzioni del Venini: « Quanto a certi frammenti di traduzione delle Odi di Orazio, che l’abate Francesco Venini dice suoi, oltre che essi trovansi in un libretto di mano del PARINI con altri frammenti delle Satire di Orazio, che il Venini non tradusse mai, potrei ricordare per testimonio mio, e per gloria del Venini medesimo, che il PARINI e lo diresse nell’opera, e gli corresse da capo a fondo quella qualunque sua traduzione delle Odi di Orazio; prima di che aveva il PARINI, per addestrarsi nella Lirica, tradotto in nuovi metri parecchi principii delle Odi di Orazio, tra’ quali eranvi li da me pubblicati ». Avendo il Venini insistito, il REINA, lo confutò: « Lettera dell’Editore delle Opere di G. P. all’abate FRANCESCO VENINI, in proposito di una Lettera di questo ad un Amico, per servir di risposta all’accusa di plagio fattagli dall’Editore dell’Opere di G. P. Le difese del VENINI sono in, Opere di G. P., Venezia, Storti, 1804, V, 287-296. A. FORESTI, Una fonte di metri per il P., in Il Marzocco, 30 ottobre 1921, XXVI, 44, sostiene che il P. si ricopiò le strofe del Venini. Faccio seguire il fram. CCXIV, che è indubbiamente del P. Col n. CCXV cominciano le poesie dubbie (oltre essi frammenti oraziani) o indebitamente attribuite al P.
[33] Seguo il nos. Ambros., III, 3,pag. 63 dove ha il titolo «Perla soppressione dei Gesuiti Di mano del Gambarelli è in Ambros., III, 8, pag. 5, e pag. 108. ... E corse, con varie lezioni, manoscritto, con che spesso si trova nelle raccolte e miscellanea per l’ abolizione della Compagnia di Gesù. Il Reina: «Alcuno dubita se questo sonetto sia di Parini: la voce comune lo vuole suo: uomini autorevoli amarono che si pubblicasse fra le cose di lui». E nell’ Avvertimento innanzi al vol. stesso (pag. VI): «Dubitandosi da taluno, se un sonetto sull’ abolizione de’ Gesuiti, il quale trovossi volante nel volume delle Liriche di Parini, sia cosa di lui, non tralasciai di accennarne il dubbio a suo luogo, onde evitare ogni taccia di usurpazione.» L’ abolizione dell’ ordine de’ Gesuiti accadde con la bolla Dominus et Redemptor noster di Clemente XIV, il 21 luglio 1773.
[34] In foglio volante (Ambros., I, 8), stampato a Milano, Francesco Bolzani, s. a. Sopra le quali indicazioni tipografiche, son le iniziali D. A. P. Il Trivulz., 890, che l’ ha a pag. 18, nella nota relativa avverte: « Stampato nel 1777 per la festa di S. Luigi Gonzaga, solennizzata ii 31 agosto del detto anno, dalla Pia Associazione della Carità Cristiana a pro degli Infermi, nella Chiesa Parrochiale di S. Bartolomeo in Milano. Questo son. fui da alcuni creduto di Don Antonio Perabò, per le iniziali D. A. P. con cui fu stampato; ma lo stile lo mostra del nostro autore.
[35] Seguo le Opere di G. P., Monza, tipografia Corbella, 1836, pag. 75, dove è questa nota: Il presente sonetto non trovasi nella raccolta delle opera pariniane fatta dal sig. Reina. È ascritto al Parini in una Scelta di poesie italiane stampata in Savona nel 1827, d’ onde l’ abbiam tratto e lo inseriamo qui, senza però farci mallevadori della sua autenticità».
[36] Seguo la copia, un po’ scorrotta, in Ambros., III, 5, pag. 235, con la dedica : All’ amico pittore Andrea Appiani, in occasione di aver fatto il mio ritratto». Quivi, d’ altra mano, pur essa del sec. XVIII : «Non sembra di Parini».
[37] Di dubbia attribuzione
[38] Di incerta attribuzione
[39] Fu edito nel 1811 dal Foscolo negli Annali di Scienze e Lettere, VI, 276 sgg., che egli compilava con G. Rasori; e si ritrova nelle Opere del Foscolo stesso, Firenze, Le Monnier, 1850, Prose letterarie, II, 337-344, nello scritto Della Poesia lirica: dove si legge: «A queste considerazioni diede motivo un’Ode che ci è capitata manoscritta, e di cui abbiamo vanamente cercato l’ autore. Nè ci è riuscito di sapere se fu mai pubblicata. Un letterato da noi consultato la giudicò, dallo stile, opera d’uomo che scrisse dopo la metà del secolo scorso, e penderebbe a crederla traduzione o imitazione di qualche poesia inglese, ove il calore e la franchezza non persuadessero invece essere quell’Ode poesia originale». Il Bernardoni la ritrovò ms. tra le carte del conte Visconti a Fontaneto, e la ristampò, con alcune varianti, come del P., avvertendo che di lui l’asseriva quel Visconti «intimo suo amico». Non avendo potuto trovare l’ode famosa di Carlo Churcill (1731-1764), The Times, mi è stato impossibile accertare se, come può sospettarsi, questa sia una versione o imitazione di tale ode.
[40] la poesia è di Clemente Bondi...
[41] Sonetto in lode di Marco Rossetti, carmelitano, predicatore; Egimo era il nome arcadico del carmelitano A. Perotti: il nome del P. è scritto a mano in un foglio volante. Queste notizie, in un appunto di F. Salveraglio, non è stato possibile accertarlo, nè ritrovare il sonetto.
[42] Codice Ambros., < III, 5, pag. 92, dove è annotato che «dicesi dell’ab. Parini», e, aggiunto posteriormente, dalla mano stessa: «non è del Parini». Qui ha il titolo «Per l’andata di Pio VII a Vienna »; che fu nel marzo-aprile 1782.
[43] Attribuito a Parini
[44] Comparve col titolo «Un’ode inedita del Parini », in Roma letteraria, Roma, 10 gennaio 1895, III, 1. L’anonimo pubblicatore avvertì: «La seguente ode fu ricopiata, or sono molti anni, da un nostro collaboratore, di sur un autografo del Parini che si trovava nell’albo di una gentile signora. Come la poesia fosse venuta in quelle mani, è dichiarato nelle due lettere che la precedono. Vive ancora qualcuna delle persone nominato nelle lettere? Perchè importerebbe il sapere onde fu tolto l’autografo». La prima lettera è di L. G. Val-lardi (9 agosto 1863) che, mandando l’ode a un amico, Innocenzo Regazzoni, per assecondare il desiderio di un «amabile genietto», gli scrive : «Eccoti adunque le strofe autografe del Parini che a te riusciranno di maggiore sorpresa, menzionandovisi il cielo sereno e l’onda placida del Lario». La seconda lettera è del prof. dott. Innocenzo Regazzoni (Com, 10 agosto 1863) che manda ad un «Eccellentissimo Signor Prefetto» l’ode e la lettera del Vallardi, per corrispondere al desiderio del Prefetto stesso. Non stimerei autentica l’ode, sebbene vi si legga in fine Parini; sia per la qualità dell’arte, sia per le troppo incerte testimonianze che l’accompagnano. Luigi Giuseppe Vallardi fu un non ignoto drammaturgo lombardo.
[45] Uscì in Il Cimento, Torino, 1856, a. IV, serie 4a, vol. VII, pag. 169 sgg., con questa avvertenza: «Nel palazzo del duca Melzi, sul lago di Como, si trovò nel 1830 l’originale manoscritto di questo Idillio, con altri brevi frammenti di versi o di prose dell’abate Parini. Nè di esso nè de’ frammenti (cioè un epigramma contro l’adulazione di Metastasio, un altro sul celibato dei preti, una lettera al Firmian, ed un’altra all’amico Tieozzi) fa cenno Francesco Reina nella biografia del Poeta; ma il parroco di Bellagio, che nel 1838 possedeva quel manoscritto, di cui mi lasciò trar copia, assicurava che n’avea fatto menzione il Diario di Roma non so di qual anno». In calce all’idillio, nel Cimento si legge: «L’Editore P.». Il Carducci ne ristampò col titolo «Frammenti d’un Idillio» soltanto i primi 141 versi (sino a tugurïetti) nella sua edizione Poesie di G. P., Firenze, Barbèra, 1856 (Diamante), pagg. 347-352. Sebbene l’autorità di lui sia molta, non rèputo del P. il componimento. Le ricerche del ms. che era in quel palazzo Melzi e passò quindi al parroco di Bellagio sono riuscito vane, e non ritrovai l’accenno nel Diario di Roma; ma, a parte ciò, suscitano fortissimi dubbii l’indicazione de’ frammenti che si sarebbero trovati insieme con l’Idillio (adulazione del Metastasio, celibato de’ preti); la nessuna corrispondenza di essi frammenti e dell’Idillio nei tanti autografi o copie delle scritture pariniane; la chiusa «L’Editore P.»; e lo stile e la lingua che ha tanto del Prati piuttosto che del Parini. Senza arrivare a una sentenza decisa, propendo assai a credere l’Idillio un’invenzione o del Prati o di alcun suo seguace (escludendo il Paravia; che potè esser tratto inganno, per scherzo, dal Prati o da altri). Se abbiam dinanzi una contraffazione, l’autore conobbe o seguì, a suo modo, l’autentico frammento pariniano «Morbo crudele avea rapito a Fille»; e forse per gioco pose i puntolini dopo il v. 180, o vi fece la nota che ha forse dello scherzoso verso gl’ingenui lettori.
[46] Così la stampa. Ma sospetto sia errore, invece di le; oppure, men probabilmente, che mentía debba correggersi in vestía
[47] A questo luogo il ms. per le molte cancellature non è leggibile; tranne le parole: mirava verga — pastorello (Nota della stampa).
[48] Seguo REINA, II. 233-238. « È lavoro di quel bell ’ingegno di Raffaele Arauco † 1802]; ed io l’ho veduta col titolo: Il sentimento non può essere un dovere d’istituzione, e con tante cancellature e variazioni autografe, tra le carte esistenti presso la sua vedova, signora D. Vincenza Prevosti, vedova, pure in seconde nozze di quell’ altro vivacissimo ingegno di Carlo Porta. Arauco fu allievo del Parini.
[49] Cod. Ambros., II, 11, pag. 151 Vi ha la nota: « 1781, gennaio. Dicesi dell’abbate Parini milanese » e, d’altra mano, in aggiunta « ma è dell’ab. Pellizzoni; cioè di Carlo Alfonso Pellizzoni (1734?-1818).
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