Giuseppe Parini

 

Poesie varie

e frammenti in verso

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925 - Nel testo è indicata la provenienza di ciascuna poesia

 

 

Parte quarta

CLXXI-CCXXXIX

CLXXI.

I CIARLATANI.

In non so qual città dell’Indie, un tempo

Viveva un pover’uomo

Che avea la moglie bella.

Avea la moglie bella

Ed era un pover’uomo?                                          5

Costui non avea visto il nostro Duomo.

O visto o no, che cosa importa a voi?

Voi le vostre postille

Faretele dappoi. Il pover’uomo

Dalla natura, che non suol mancare,                    10

Aveva avuto un dono

Da poter vivacchiare.

Il dono era assai raro

Ed alla società utile assai:

Ma non bastava a levarlo di guai:                         15

Conciossiachè anco allora

Si pagava il diletto

Pìù che l’utile, come si fa ora.

Costui era dotato

D’una forza sì grande,                                            20

Che portava ogni peso

Comunque sterminato; e tal, che niuno

Gli potea stare a lato.

Un giorno il pover’uomo

Con tutte le sue braccia e il suo portare,               25

Non avendo lavori

Si trova senza pane da mangiare;

Ond’ecco i piagnistei

De’ figliuoli affamati;

Ecco gli urli e le strida                                            30

Della moglie che grida,

E strappasi i capegli dalla testa,

E s’infuria e tempesta.

Come potere, ah! lasso,

Patir tanto fracasso! Alfin rinvenne                       35

Dal suo sbalordimento

E calmate un po’ l’ire

Della moglie indiscreta,

Così le prese a dire:

- Mio cuore, tu sai bene                                          40

Se mai ho tralasciato

Di lavorar, quando m’è capitato.

Or vedi il mio destino.

Che vuoi, ch’io vada a fare l’assassino?

E ch’io mi renda ingrato,                                       45

E ch’io mi serva contro a’ miei fratelli

Del don che Dio m’ha dato?

Piuttosto, se ti pare,

Io mi farò acconciare

Per custodir le donne in un serraglio.                    50

Così, se non isbaglio,

Io farò qualche avanzo

Da mantenere i nostri figli e noi,

Pria che di fame o di dolor tu scoppi:

Ad ogni modo i figliuoli son troppi. -                    55

Il credereste? A tal proposizione

Tosto la moglie bella,

Come una pecorella

Cheta ritorna; e così gli favella:

- Viscere mie, ti priego,                                           60

Troviamo altro ripiego. -

- Che ripiego trovarci! -

Risponde il tapinello.

Ed ella: - Eccone un bello.

Tu sai che l’Indie tutte e l’Orïente                          65

Parlan de la tua forza sorprendente.

Ognun desía mirarti,

Conoscerti, provarti.

È d’uopo uscir di cuna,

Chi vuol trovar fortuna.                                         70

Va’, gira un po’ il paese

Per un quindici giorni o per un mese.

Monterai sur un palco

Nelle pubbliche piazze, e griderai:

Signori, c’è una pietra                                            75

O qualche strano masso

Che v’impedisca, il passo

In casa o nella via?

Io lo porterò via.

Avete un elefante?                                                   80

Io porterollo un gran pezzo distante.

Avete un mandarino,

Che sia stato dieci anni a un buon governo,

O un guardiano o un priore

Di Bonzi o di Bramini,                                            85

Che possano a gran stento

Regger quattro facchini?

Io solo il porterò nel suo convento.

A questa meraviglia

Inarcheran le ciglia:                                                90

Ognun vorrà veder quanto far sai

E così buscherai

Qualcosa da salvar la tua famiglia. -

Piace questo consiglio al buon marito.

Piglia tosto il partito                                               95

D’andarsene. Si mette in su le spalle

Pochi suoi cenci; ed alla moglie dice:

- Vivi adunque felice,

Cara consorte; vendi quelle poche

Masserizie che abbiamo e del ricavo                     100

Vivi co’ figli che tu hai dintorno,

Sin ch’io faccia ritorno

Tien’ conto, se tu puoi, dell’onor mio. -

Baciala in fronte, e se ne va con Dio.

Lasciamo ire il marito,                                    105

E badiamo alla moglie. Era di lei

Innamorato un de’ più bassi Dei;

Un de’ manco perfetti;

Come sarebbe a dir Silfi o Folletti.

Quest’anime celesti                                                 110

Traggono anch’esse alla carne ben bene;

Lavoran cheto cheto,

E, quel che piace alle donne più assai,

Tener sanno il segreto.

Or dunque il buon Folletto,                                   115

Sentito che lo sposo è andato via,

E pien di santa caritade il petto,

Pensa a dar compagnia

Alla moglie che gela sola in letto.

Ei subito si veste                                                      120

Un corpo, che appuntino

Dal piè fino a le ciglia,

Come una goccia all’altra, s’assomiglia

A quello del marito pellegrino

E dopo due o tre giorni                                           125

Alla casa di lui drizza il cammino:

Picchia; gli s’apre; ecco la moglie; ei corre

Per abbracciarla; ed ecco

Che la moglie ingannata,

Credendolo il marito, a lui s’avventa                     130

Come una gatta, e lo graffia e lo addenta.

E dice: - Ah! manigoldo

Dunque sì presto a casa

Tu torni senza un soldo?

E un secolo ti pare                                                   135

Lo star tre dì lontan dal focolare? -

Il povero Folletto

A tanta ira e dispetto

Fu per ispiritar dalla paura.

Ei non credea sì brutto                                           140

Il diavolo siccome si dipinge

Ma dissimula e finge;

Cava fuori una borsa piena d’oro

E con un bel sorriso

Fàlla sonare alla bella sul viso.                               145

Oh gran virtù di quel raro metallo!

La donna, del suo fallo

Pentita, più non grida,

Ma il bacia e lo accarezza e dentro il guida,

Fra sè dicendo: - Io deggio esser contenta;            150

Alfine ho guadagnato

De’ danari in buon dato

E ancor soprammercato

Un ventisette giorni di marito! -

Ad un[a] bella e lieta moglie unito                 155

Pensate se il Folletto

Ora la sguazza e nuota nel diletto,

Con quel viso amoroso

Tutti facendo gli uffici di sposo.

Ma come voi sapete,                                               160

Poco duran le nozze de’ birboni.

Ecco che in capo a un mese il vero sposo

Se ’n viene a disturbar le lor funzioni.

È forza che lo Spirto

Facoltà non avesse                                                  165

Di far rompere il collo alle persone

O di farle smarrire od affogare

In un fiume o nel mare.

Mai non fu vista la più bella scena

Di quella che seguì quando i due sposi                 170

Si trovarono a fronte,

L’uno verace e l’altro mentitore.

Non fu tanto rumore,

Non fu sì gran tenzone

Fra li due Sosii nell’Anfitrïone.                               175

V’ebbe di calci e di pugna un gran suono.

L’un diceva: Son io; e l’altro: Io sono.

Tutto le donne di quel vicinato

Venivano e gridavano: - Oh vedete

La bella grazia che il gran Lama ha dato             180

Alla nostra comare,

Che il suo marito gliel’ha raddoppiato

La comare, che donna

Era amica di pace,

Un rimedio propose                                                185

Onesto, se volete:

- Olà, lor disse, per finir le liti

Terrovvi tuttaddüe per mariti. -

Ma niun di lor non vuole aver compagno:

Onde, perchè alla fine                                            190

Non accadesse qualche maggior male,

La cosa fu portata al tribunale.

Trattasi di scoprire

Quale dei duo mariti il vero sia.

Il giudice s’informa;                                                                195

Sente di mano in mano

Ambe le parti, e con indifferenza

Parla, e pronunzia alfin questa sentenza:

- Quei ch’è il vero marito di costei,

Sapea levar de’ pesi                                                                 200

Tal che niun altro di questi paesi.

Or ben, vedete voi

Quella colonna antica

Che giace fra l’ortica

Colà in quel canto della piazza? Bene,                                  205

Provatevi amendue

L’un dopo l’altro a smoverla di sito

E colui che la smove

Sia il verace marito. -

Il popol tutto quanto                                                       210

Era accorso al giudizio; e stava, attento

A mirare il cimento.

Ecco già l’un si mette

Attorno a quel gran sasso

Si sbraccia, suda, si sforza, s’affanna,                                   215

Urta, sospinge, e di fuoco e di gelo

Si fa in un tempo, e non lo muove un pelo.

Già il popolar giudizio,

Che vien sempre immaturo,

Con confuso clamore                                                              220

Grida che questo primo è l’impostore.

Tace il giudice savio: e il primo ancora

Torna alla prova; e raddoppia il vigore;

E tanto fa e travaglia, che alla fine

Smove l’enorme sasso                                                             225

Quasi un palmo lontan dal suo confine.

Il popolo di nuovo

Schiamazza e grida che non è possibile

Un altro sì gagliardo

E, prima di provarlo,                                                              230

Già condanna il secondo di bugiardo.

Tace il giudice; bada a’ fatti suoi;

Indi, volto a quell’altro, dice: - A voi. -

E l’altro tutto gaio,

Come se andasse a bere un paio d’uova,                               235

S’accosta al sasso, e si mette alla prova.

Ed ecco, a gran stupore

Di tutta la canaglia,

Leggiadramente con sola una mano

Alza quel peso strano; e il porta via,                                      240

Come se fosse appunto,

Verbigrazia, una piuma od una paglia:

E il popol, persuaso

Che quel primo sia stato lo impostore,

Fa un sordo mormorío,                                                           245

E si riman con un palmo di naso.

Tace il giudice ancora;

E seco si consiglia,

E lascia un po’ cessar la meraviglia.

Più non osa zittire                                                                   250

La plebe scimunita,

E del giudice aspetta la sentenza.

Ei finalmente così prese a dire:

- Cedere all’apparenza

Sì tosto, non conviene. La colonna                                        255

Voi moveste amendue. Però il giudizio

Saría pendente ancora.

Ma forze naturali

Non arrivano a quel che tu hai fatto;

Se il creda il popol matto!                                                       260

Io sentenzio che il primo è il vero sposo.

La tua è un’illusione,

E tu se’ certo il diavolo o un stregone;

O tu se’ un ciarlatano

Che con vane apparenze                                                        265

Fai tra vv edere il popolo indïano. -

Il Folletto scornato a tal sermone

Disparve in un baleno,

Giustificando appieno

Del giudice sottil la decisione.                                                270

O voi che m’ascoltate,

Da quel savio imparate.

State attenti alle cose

Troppo maravigliose.

Non vi lasciato stordire al rimbombo:                                   275

E nel prestarvi fede

Andate cauti e col piede del piombo,

Se non volete alla rete esser colti;

Però che i ciarlatani sono molti.

Viene un poeta, e, come un disperato,                                   280

Forte vi grida: - Ecco l’ascreo furore

Tutto m’invade: in questa mente oh quanti

Mi bollono pensieri!

Per gli aerei sentieri

Cigno immortal me ’n volo                                                    285

Pien di celesti doni

L’alte imprese a cantar de’ Mirmidoni! -

Viene un altro, e vi dice

Tutto cheto e soave:

- Canto l’armi pietose e il capitano.                                       290

Badate a questo; l’altro è un ciarlatano

Ecco uno amante esclama:

- Donna, se voi non mi volete amare,

Non è possibil ch’io possa campare.

Se voi non rispondete a tanto affetto,                                    295

Doman mi troverete morto a letto. -

Oimè! saría gran male.

La cosa è troppo soprannaturale.

Udiam quest’altro. Non dice parola;

Sol vi guarda e sospira;                                                           300

Timido si ritira;

E non s’arrischia a baciarvi una mano.

Credete a questo; l’altro è un ciarlatano.

Ecco un medico ancora:

- Bisogna medicar col tal sistema                                           305

Senza di quello non v’è più salute. -

Viene un altro e soggiugne

- Le persone avvedute

Hanno fatto di molte osservazioni

Forse per esse tornerete sano. -                                               310

Badate a questo; il primo è un ciarlatano.

Viene un frate dabbene,

E vi dice: - Bisogna operar bene,

Se volete salvarvi.

Alla morte ogni giorno                                                           315

Tenete il pensier fiso,

E voi non morirete all’improvviso. -

L’altro vi raccomanda

Un breve, un bullettino

O qualch’altra bazzecola                                                       320

- Tenetelo ben caro:

Se il porterete a lato

Non andrete dannato

Anzi nel vostro letto

Morrete da cristiano. -                                                            325

Credete al primo; l’altro è un ciarlatano.

Un filosofo viene

Tutto modesto, e dice:

- Si vuole a poco a poco,

Pian pian, di loco in loco,                                                       330

Toglier gli errori dal mondo morale:

Dunque ciascuno emendi

Prima sè stesso, e poi degli altri il male. -

Ecco un altro che grida :

- Tutto il mondo è corrotto                                                     335

Si dee metter di sotto

Quello che sta di sopra; rovesciare

Le leggi, il governare;

Fuor che la mia dottrina,

Ogni rimedio per salvarlo è vano. -

Badate all’altro; questi è un ciarlatano.                                 341

CLXXII. [1]

IL LAURO.

Apollo passeggiò

Ier l’altro per la via;

E il suo lauro mirò

Appeso per insegna all’osteria.

Allor lo Dio canoro                                                                  5

Diede affatto ne’ lumi;

Stracciossi i capei d’oro,

E poi gridò così:

- Oh secolo, oh costumi!

Chi fu quel mascalzone                                                          10

Che por le mie corone

In sì vil loco ardì?

Deh, perchè non è qui,

Ch’io il farei diventar Marsia, o Pitone! -

Udì questa bravata il buon Sileno,                                 15

Che di dentro, giocando

Coi suoi Fauni, e trincando,

Faceva il verno rio parer sereno.

Però tremando

E barcollando,                                                                                    20

Con occhi ove ad ogn’ora

Mista col vin scoppietta l’allegria,

Uscì dell’osteria,

E disse al Sol, che bestemmiava ancora:

- O figlio di Latona,                                                         25

O di Cinzia fratello,

Onde tanto rovello?

Sai tu perchè l’eterna

Tua ghirlanda ora è fregio alla taverna?

Un vate poverello,                                                                   30

Non si trovando da pagar lo scotto,

Pegno lasciolla all’oste,

Dicendo: « Questa dotto

Faravvi divenir, sebben voi foste

Più tondo assai che non è l’O di Giotto.                                35

Questa da voi lontano

Le folgori terrà;

E per voi Giove in vano

Dal cielo tonerà. »

L’oste con quello alloro                                                           40

All’orefice andò,

Pensando di cavarne un gran tesoro

E il fatto gli narrò.

Rise il maestro, e poi disse: - « Mirate

Che le putte scodate                                                                45

Or calano alla rete!

Compare, in fede mia,

Andate, chè voi siete

Più asino di pria. »

L’oste a casa tornato,                                                              50

Un fulmine cascò

Che tutto gli asciugò

Nelle bigonce il vino.

Il novo Calandrino,

Vedutosi beffato,                                                                     55

Tolse lo alloro; e irato

Con le sue proprie mani

Lo appese all’osteria,

Dicendo: « Là rimani

Per vituperio della Poesia. » -                                                 60

Silen volea più dir: ma non potè

Febo tenersi più;

E il lauro strappò giù

Dai crini, e disse: - Io non ti stimo un fico:

Vanne lungi da me;                                                                65

E al colmo della infamia oggi t’appresta! -

Disse; e a un dottor mio amico

Ne coronò la testa.                                                                  68

CLXXIII.

Dove presso il Tarpeo

Vanta selva di corna il Tebro infame,

E a le Latine dame

Corre a sciacquar le puzzolenti f....

Da c.... reverendi scompisciate,                                              5

Giunto in cospetto al Culiseo Romano

Così cantava un buggeron Toscano:

Il mio genio è buggerone

Non inclina al sesso imbelle

Donería cento gonnelle

Per un lembo di calzone

Il mio genio è buggerone.                                   12

CLXXIV.[2]

Cari figli, non piangete;

Che, se nati ancor non siete,

Non potendo vostro padre,

Vostra madre vi farà.

CLXXV.

Colui che giace qui,

Nacque, pianse e morì;

E ti chiede soltanto

Una stilla di pianto.

CLXXVI.

All’Abbate Recalcati,

Disonor de’preti e frati,

Solennissimo maiale,

Madrigale.

CLXXVII. [3]

Sai tu, gentil Grismondi,

Che cosa l’una all’altra sospirando

Disser le belle quando

Videro i versi tuoi?

- Costei, cara sorella,

Fa versi come noi;

Ed è di noi più bella.

CLXXVIII.

Virtù, grazie, beltà, modestia e ingegno

Sono i bei pregi onde sull’alme hai regno.

CLXXIX. [4]

Nacque a la Parma; e dal natio paese

Giunto a la Senna le Bell’Arti apprese.

Volse all’incider la perizia e l’estro

E con lode trattò lo stil maestro.                                             4

Pregio adunò d’effigïate carte :

Diè co’ suoi scritti nova luce all’arte.

Dotto in varii sermon prischi e moderni,

Gustò i lavori de lo ingegno eterni.                                        8

Vera filosofia nodrì nel petto:

Fu saggio, pio, modesto, umano e schietto.

Lasciò, morendo al sessantesim’anno,

La consorte e gli amici in lutto e in danno.                           12

CLXXX. [5]

Quando de l’ode alcaica

Il sempiterno autore

Per acquistar favore

Suo vaniloquio esala,

Tu gl’inspiri furore,

E tu sua Musa sei, o Dea Cicala.

CLXXXI. [6]

Sta flutta Milanesa on gran pezz fà

L’eva del Mag; e peù la capitè

A duu o trii d’olter, ma de quii che sà

Sonà ona flutta cont el sò parchè.                                          4

Lor peù morinn, e questa la restè

A Meneghin, ch’el la savuda fà

Rid e fà piansg con tanta grazia che

L’è ben diffizel de podell rivà.                                                8

Anca lú pien de meret e de lod

Adess l’è mort; e quel bravo istrument

L’è restaa là in cà soa taccaa sù a on ciod.                            11

Ragazz del temp d’adess tropp insolent,

Lasseel stà dove l’è; no ve fée god,

Chè par sonall no basta a bottagh dent.                               14

CLXXXII. [7]

No, che non eran mani, eran crivelli

Con tanto de boggiatter quij soeu man,

Nè scuoter le dovean i poverelli,

Per fà che passass sgiò on quaj tocch de pan.                       4

Egli medesmo a pro di questi e quelli

Su par i scar de legn fina al quart pian

Portava loro gravidi fardelli

Tappasciand da on coo all’olter de Milan.                            8

Nulla per sè, nulla di proprio avea

Quel poch ben da cà soa e dell’altar

Tutto coi poverelli ei dividea.                                                  11

Oh per che non passaron per sua mano

Tanc, do bel impesaa in di sgrif di avar!

Quanti miseri meno avría Milano!                                        14

CLXXXIII.

Scior Curat de Pusian, ne ridii nò

Par avè refrescaa quij de Bosis:

Parchè par el gran vin sii vuu tobis,

Caro Piovan, ve compatissi mò.                                             4

Quij de Bosis fan semper de coiò,

Ma a temp e leugh i slonghen i barbis;

E se ben ne g’han minga i cavij gris,

I saran bon da coionavv anmò.                                              8

E savij ben che chi la fà la spetta.

Ben ch’a Bosis dà rav, por, e i mincion! [8]

Chè, se mai ghe tornee, a dilla scietta,                                   11

Podii specciavv in sù quel vost zucon

Ona rosciada, ma ben maladetta,

De nos bus, do pomm marsc, e de fuston [9].                           14

CLXXXIV.

AL SUR ISEPP CARPAN.

Sonett.

Bravo Carpan! Ho vist quii ses Sonett

Ch’avì faa per la mort de la Regina;

Hin pien de bei penser, hin pien d’afett,

Fan onor a la lingua Meneghina.                                          4

Alto, andee inanz, studiè sira e matina,

La Natura l’è lee che fa el prim lett;

Ma l’art l’è quella che tutt’ coss rafina:

Tra l’una e l’altra ve faran perfett.                                         8

Chi toeu consei da tugg no fa nagott

Chi no ’l toeu da nessun de rar fa ben

Toeuil da quaighedun, ma che ’l sia dott.                             11

In sta manera rivarii a far ciaar

Tra i bon poetta; e pront a farv del ben

Trovarii i protettor, benchè sien rar.                                      14

CLXXXV. [10]

Madamm, g’hala quaj noeuva do Lion?

Massacren anch’adess i pret e i fraa

Quij soeu birboni de Franzes, che han traa

La lesg, la fed, e tutt coss a monton ?                                    4

Cossa n’è de colù, de quel Petton,

Che ’l pretend con sta bella libertaa

De mett insemma de nun nobiltaa

E do nun Damm tutt quant i mascalzon?                            8

A proposit; che la lassa vedè

Quel capell là che g’ha d’intorna on vell;

E el staa inventaa dopo che han mazzaa el Re?                   11

Eel primm, ch’è rivaa? Oh bell! oh bell!

Oh i gran Franzes! Besogna dill, no gh’è

Popol, che sappia fà i mej coss do quell.                               14

CLXXXVI. [11]

Si te savisset,

Car el me Ronna,

Che bozzeronna

Vita foo mi;

Te piangiarisset,

Te sgaririsset,

La nogg e ’l dì.

CLXXXVII. [12]

Se di nozze a cantar prendo,

Chi spiegar può il mio diletto?

Di bell’estro allor m’accendo,

Vien l’idea, nasce l’affetto:

E mi appresta dolci e pronte

Le sue corde Anacreonte.                                                       6

Lungi, o turba de’ severi!

Da te legge allor non piglio

E malgrado che tu imperi

Coll’irsuto sopracciglio,

Fo che scherzi la Virtude

Co le Grazie tut to ignude.                                                      12

CLXXXVIII.

Ahi, non finisci ancora,

Amor, di saettarmi?

Volgi in altrui quell’armi

Lasciami in libertà.                               4

A te donai l’aurora

Tutta de’ giorni miei

Nè sazio ancor tu sei,

E chiedi l’altra età?                               8

Di quanti dardi al seno

Già mi feristi, il sai.

Di’, che pretendi mai

Da un lacero guerrier?                          12

CLXXXVIII bis.

E stanco ancor non sei.

Amor, di provocarmi?

Volgi in altrui quell’armi,

Lasciami in libertà!                               4

I più bei giorni miei

A te donai finora;

Perchè pretendi ancora

Il resto dell’età?                                     8

Di quanti dardi al core

Già mi feristi, il sai:

Sieda e riposi omai

Un lacero guerrier.                               12

CLXXXIX.

Godo trattar la cetera

Del vecchio Anacreonte:

E ne fo scudo all’onte

De la fugace età.

Ei me la diede; e dissemi

Tienti quest’arme a lato.

CXC. [13]

Spesso de’ malinconici sapienti

Mi risi entro al mio core,

Duchessa, allor ch’io li vedea pensosi,

E con ciglia dolenti

Incrociando le palme accusar l’ore

De’ nostri anni affannosi                                                        6

E gridar: Nessun ben sperar non osi

Qualunque è nato ad abitar quest’orbe

Che de’ mondi migliori

Cure, affanni e dolori

Quasi sentina universale, assorbe;

E in cui solo al meschin uom la sventura

Dal nascere al morir la via misura.                                        13

Folli, che da sè stessi a sè formaro

Durevole tormento

E i pasciuti di duol tetri e ferali

Occhi mai non alzâro

In viso a la speranza un sol momento,

Che con verdissim’ali                                                              19

Venía da lunge diradando i mali!

Anzi, mirando ognor veste e divisa

Mutarsi all’emisfero

E agli uomini pensiero,

E voglie alli animai, sol essi in guisa

D’eneo colosso stabile la pena

Piantâr nel mezzo a sì volubil scena.                                     26

Qualor vid’io la dura alpina vetta

Bianca d’orribil gelo

Assiderar lo spettator lontano,

Dissi a me stesso: Aspetta

E vedrai tosto al più tiepido cielo

Sciolto di mano in mano                                                        32

Scender quel freddo smalto all’oceàno.

E qualor vidi spaventose nubi

Tôrne improvviso il giorno

E folgorando intorno

Ir minacciando grandine che rubi

Il rustico sudor, mi confortai

Dicendo: il sol, non andrà molto, avrai.                                39

Chi osato avrebbe, in que’ sì neri giorni

Ch’ora spargi d’obblio,

A te predir, Duchessa, ora più lieta

E dir: Fia che ritorni

Pace al tuo core; e dominar men rio

Vedremo un dì pianeta                                                           45

Sul viver tuo c’ha il disperar per mèta?

Io sì lieti presagi avea per certo

Formati entro al mio seno

E tempo più sereno

Scorgea per entro all’avvenire aperto,

Non già qual Febo all’ebbra mente nostra,

Ma qual ragione a’ suoi seguaci il mostra.                            52

Come fermo e costante incontro agli urti

Di fortuna rubella

Lungamente reggesti

Il petto e l’alma!

Con quai nobili fiuti

Togliesti agli occhi altrui la tua procella,

E mostrasti la calma                                                               58

Doppia ottenendo dal combatter palma!

E la virtude istessa il tuo mal fea

A te gustar più lento,

E dell’ermo tormento

Nessuno a parte col tuo cor volea:

Però che le tue pene e i danni tui

Le parean minor mal che l’onta altrui.                                  65

CXCI.

Voce crudel già si spargea dintorno,

Magnanimo signore,

Che più per te non volería la vita;

E che a questa del dì luce gradita,

In sul viril tuo fiore,                                                                 5

Tolto saresti, e al gran palagio adorno

E agli amati congiunti, e ai cari amici,

E a le bell’arti altrici

D’innocenti piaceri, e ai bei lavori

Onde la patria ed il tuo nome onori.                                     10

Qual misto di dolore e di pietate

Fantasma tenebroso

I tristi augurii dipingean su i volti!

Presso a le stanze tue stavano accolti,

Muto stuolo affannoso,

Il buon fratello e le nipoti amate.

Ognun di te chiedeva, ognun gli accolti [14]                              17

CXCII.

Diece lustri omai compiuto

Ho di questa informa vita.

Sempre in favole ho vivuto;

E vivrò fin ch’è finita.                              4

Nelle fasce ancor lattante

Le sdentate donnicciuole

L’alma debole incostante

Mi nodrîr d’assurde fole.                         8

Io da lor narrar m’udía

Come spesso a par del vento

Van le streghe in compagnia

Dei demonii a Benevento.                       12

Come i lepidi folletti

Di noi fanno gioco e scherno,

E gli spirti maladetti

A noi tornan dall’infemo.                        16

Con la bocca aperta e gli occhi

E gli orecchi intento io stava

Mi tremavano i ginocchi:

Dentro il cor mi palpitava.                      20

Al venir delle tenèbre

M’ascondea tra le lenzuola:

Indi un sogno atro e funèbre

Mi troncava la parola.                             24

Nondimeno al novo giorno

Oblïavo i pomi e il pane;

Alle vecchie io fea ritorno,

E chiedea nuove panzane.                      28

Così presto a le chimere

Dietro vai, pazzo mortale,

E sedotto dal piacere

Fai ritorno al noto male.                          32

Le fanatiche leggende

Poi mi venner tra le mani

Onde il regno si distende

De’ pietosi ciarlatani.                               36

CXCIII.

Fuoco, gelo, velen, salute e morte

Spiran gli accenti tuoi dentro al mio petto

E mentre un mi lusinga, un altro detto

La mia disperazion rende più forte.

CXCIV. [15]

Chi noi già per l’undicesimo

Lustro scendente con l’età fugace

Chiama fra i lieti giovani

A cantar d’Imeneo l’accesa face

E trattar dolci premii e dolci affanni

Con voce aspra dagli anni?                                    6

Era gioconda immagine

Di nostra mente un dì fresca donzella

Allor che con la tenera Madre

abbracciata o la minor sorella

Sopra la soglia de’ paterni tetti

Divideva gli affetti:                                                 12

E rigando di lagrime

Le gote che al color giugnean natío

Bel color di modestia,

Novo di sè facea nascer desío

Nel troppo già per lei fervido petto

Del caro giovinetto;                                                 18

Che con frequente tremito

Della sua mano a lei la man premendo

La guardava sollecito

Sin che poi vinta lo venía seguendo,

Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti

A gli amati parenti.                                                 24

CXCV. [16]

Superbo fiume, quanto volte al morso

Ceder negasti, ed opponesti audace

L’irta di sassi perigliosa schiena?

E quante, imposto a moderar tuo corso,

Tu lo frangesti? e indomita e rapace                                      5

Tornò a fuggir la temeraria piena?

Or ti giaci per sempre. Alta e potente

Man ti costrinse alfine

L’onde orgogliose a declinar più lente.                                  9

CXCV bis.

Fiume superbo, quante volte al morso

Ceder negasti, presentando audace

L’irta di scogli minacciosa schiena?

E quante, imposto a moderar tuo corso,

Tu lo frangesti; e indomita e rapace

Precipitò la temeraria piena?                              6

Or debellato, e da una man possente,

L’orgoglio tuo si veggia

L’onde costretto a declinar più lente:

Già ti premon sul dorso i pini alati;

Già sicura verdeggia

L’alma abbondanza agl’Insubri beati.               12

CXCVI. [17]

Oh la tua stirpe egregia

E gl’Insubri e l’Italia,

Paola, co’ pregi tuoi nata ad ornar,

Non mai del tutto misero

Colui sarà che facili

Del core ha moti e vivo immaginar.                   6

Urtato il vulgo giacesi

Dalla fortuna; e torpido

Fa di sè stesso a sè pondo e dolor:

Ma quegli, al par di Scitico

Arco, audace a la rigida

Corda contrasta col natío vigor.                         12

Desta la tetra immagine

De’ mali che il perseguono

Spesso ne’ petti altrui doglia e pietà:

Ed egli allor con l’animo

E con la mente fervida

Per mille di piacer vie se ne va.                           18

Per vie che al ricco e all’avido

Di tesori o dominio

Giammai da misurar date non fién;

O se la noia a premere

Li viene, o il destin volgesi,

O se avvinti podagra acre li tien.                        24

Or col pensiero ei levasi

Alto sopra l’arbitrio

De’ tiranni a stagion ch’or non è più:

E godo innanzi a libere

Genti veder con l’Egida

Alt’imbracciata camminar Virtù.                       30

CXCVII. [18]

Oh gi’Insubri e l’Italia

E l’ostro alto Romuleo,

Durin, co’ progi tuoi nato ad ornar,

Non mai del tutto misero

Colui sarà che nobili

Del coro ha moti e vivo immaginar.             6

Prostrato il vulgo giacesi

Da la fortuna; e torpido

Fa di sè stesso a sè pondo e dolor.

Ma quel, come fa Scitico

Arco audace a la rigida

Corda contrasta col natío vigor;                   12

Così di sotto al carico

S’alza de’ mali; e libero

Spiega sovente i suoi pensieri a vol;

Qual farfalla, che i varii

Apre color per l’aria,

E il rude involto suo neglige al suol.             18

Destan con atra immagine

I danni, che il percotono,

Spesso ne’ petti altrui doglia e pietà:

Ed egli allor, con l’animo

E con la mente fervida,

Per mille di piacer vie se ne va:                     24

Per vie, che al ricco e all’avido

Di fasto o di dominio

Giammai da misurar date non fién;

O se la noia a premere

Li viene; o il destin volgesi;

O se avvinti podagra acre li tien.                  30

CXCVIII. [19]

Te dal numero ancor de’ fidi amici

Te mi rapì la invidiosa morte:

E d’affanno e di lagrime infelici

Contaminò mia sorte.                                      4

Non più i cari alternar dell’alme affetti

O i generosi studii a me fie dato;

Non più a me dal tuo canto almi diletti

Libando esser beato,                                        8

Sia che de’ Cigni più sublimi al paro

I toschi modi ordissi, o che desío

Nascesse in te di gir famoso e chiaro

Col tuo sermon natío.                                      12

Giace la cetra, ed a la fredda mano

Di dolce melodia più non risponde;

Indomito silenzio occupa il vano

Che te per sempre asconde.                            16

Ahi come vanno impetuosi e lievi

Gli anni fuggendo! Tu pur ieri adulto

Me giovinetto di tua man volgevi

De le Pïerie al culto:                                         20

E i  sacri boschi e le sincere fonti

M’additavi di Pindo, e l’erta cima,

E i calli alpestri onde forz’è che monti

Chi vera gloria estíma.                                    24

Io de’ bei detti tuoi nell’alta mente

Facea tesoro; e tu n’ài lode in parte,

Se alcun ramo di lauro il Dio lucente

A questo crin comparte.                                  28

Chè allor la gioventude indotta e balda

Di garrulo valor, d’aura volgare,

Ignote vele o nave anco mal salda

Non affidava al mare.                                     32

CXCIX.

Oh corteccia possente, oh raro dono

Che, per uman conforto,

Fin dal regno degl’Inchi il mar traduce,

Poi che fu tua mercè, se or salvo io sono,

A te fervida luce                                                                      5

D’eterni carmi debitore apporto;

Sì che in Parnaso, a gloria tua, si veggia

Quanto a me sii più cara

Di questa fronda avara

Che le mie tempie inutilmente ombreggia.                           10

Lasso! fra pochi giorni, interno foco

Di febbre contumace

Erasi ancor ne le mie vene accenso:

E benchè un dì parea lenisse un poco

Quell’empio ardore intenso,                                                   15

Ah l’altro, ahimè, quanto venía più audace!

Così tiranno a cui fierezza è scudo

Sa incrudelir più lento

Coll’industre tormento

Onde al confronto poi torni più crudo.                                 20

Ma tu, per me, fosti l’eroe che vola

In soccorso de’ buoni,

Seco traendo insuperabil forza;

E tra il popol, che piagne e si consola.

Corre alla reggia, sforza                                                         25

Le ferree porte; e in fra le grida e i suoni

Entra, e col ferro minacciando stride

E la truce coorte,

E i ministri di morte,

E il fier tiranno in un momento uccide.                                 30

Tal tu venisti; e in un balen se ’n giacque

Del valor che t’inspira

La mia febbre tiranna oppressa e spenta.

Dolce riposo che nel sen mi nacque

Calmò la violenta

Turba de’nervi, e i fieri moti e l’ira.                       36

CC.

Scelerato, chi sei

Che di voce infernale

Empi la notte, e al male

Chiamar pretendi col tuo cenno i rei?

Tu de l’Insubria in van cerchi tra i figli

Mostro che a te somigli.

CCI. [20]

Viva cui piace in fra i tumulti assorto

De la cittade; e dei piacer si nutra

Che folle emulator de la natura

L’Uom fabbricossi. Io so che alfin ne sugge

Amarezza o fastidio: e so, che poi                                          5

Lungo costume che lo intrica e avvince,

Quando più n’ha desio, tornar no ’l lascia

A la madre del semplice, del puro,

Del verace piacere; alla, ohimè, tardi

Conosciuta Natura. Oh somma Diva,                                   10

Oh Venere immortale; oh de le cose

Eterna Genitrice, io te cercando,

Io te seguendo vo per ogni calle

Dove l’Uom non corrompa il tuo bel volto

E pago d’imitarti, a te non osi                                                15

Contender le tue palme; e tra vv iarti

Dall’eterno cammin, ridicoloso

Mostro facendo de la tua bellezza.

E bella in ogni parte al guardo altrui,

Tutta bella egualmente è la Natura,                                      20

Come bella tu sembri al guardo altrui.

Amabile Teresa, a cui ragiono

Nell’ozio che mi dànno i tuoi bei lumi,

Cui nemico destin veder mi toglie.

Bella è qualor d’ogni suo fasto altera                                     25

Spunta col novo sol del monte in cima,

E al suo primo spuntar giù dal pendio

Versa un torrente di volubil luce

Che abbevera le piante e i fiori e l’erbe

E gli uomini e le belve: e bella è ancora                                 30

Quando il notturno suo sidereo manto

Spande sopra le cose. E qual sul collo

Del crinito destrier bella è mai sempre

O ne la coda del pavone occhiuta,

Tal su le squame de la serpe, tale                                           35

In fra le anella de la ruca, tale

Dell’immobile ecchino [21] è su la crosta.

Così tu, del mio core unica meta,

Così piaci mai sempre al guardo altrui,

O sia che ornata sul bel capo avvolghi                                  40

Con leggiadra testura in varii nodi

La versatile ognor dovizia immensa

De’ tuoi bruni capegli, e ’l ciglio altero,

E l’elittico assai cerchio degli occhi

E il foco de le due nere pupille                                               50

Combattano all’aperto: o sia che chiusa

Tra i domestici veli [22]

CCII. [23]

O saggio amico, che corregger tenti

Con dotte carte il popolar costume,

Bell’opra imprendi. E oh te beato assai,

Se giugni ad ottenerlo: a te dovrassi

Marmoreo simulacro in mezzo al fòro,                                 5

Cui l’arbor dodonèa le tempia infraschi.

Odimi, non pertanto. Ampio torrente

Il popol è che rovinoso scende

Da la montagna; e seco avvolti mena

I colli e le foreste. Or che farai                                                10

Perchè men crudi dell’orribil corno

I colpi sieno? Apporterai soccorso

Di tronchi e pietre, e di possenti travi,

Onde arrestar la perigliosa piena?

Certo non già; ma, come suol l’alpino                                   15

Abitator, colle robuste marre

E colle scuri fenderai da’ lati

Nuovi cammin per cui dispersa vada

La vïolenza de le rapid’acque.

Or quinci intendi, ch’esser cauto debbe                                20

Molto colui che a riformar si pone,

Del popolo i costumi. In van si sforza

Chi a lui s’oppon direttamente, e, come

Il cinico indiscreto, incontro al corso

De la folla si spinge, e quinci e quindi                                   25

Urta e percote, e co’ gomiti ponta.

Dall’un de’ lati fia miglior consiglio

A poco a poco, ed a la destra spalla

Volgendo il viso, e in su due piè, ristretto

Insinuarsi. Anco talvolta giova                                               30

Finger di secondar l’impeto folle

De la corrente. Tu ciò sol che opponsi

A la comun felicità, riprendi.

Nè il riprendi però. Loda piuttosto

La contraria virtute, onde s’accenda

Il popolo a seguirla; e non abborra

L’udir d’esserne privo.                                                            37

CCIII.

IDILLIO.

Morbo crudele avea rapito a Filli,

Sposa d’un anno giovinetta, il primo

Unico dono de’ suoi casti amori;

Misero! a l’aure de la dolce vita

Esposto a pena, e subito, con molto                         5

E del padre e di lei tenero pianto,

Inviato a la tomba. Eran due Lune,

Lassa! ch’ella il piagneva. Era un mattino

Del vago maggio: e sola ella sedea

Dinanzi all’uscio de la sua capanna                         10

E d’un altro bambin soave al grembo

Peso facendo, a lui porgea dal seno

Con piacer misto di tristezza il latte.

Spettacol grato! Il sol nascea dall’alto

Del colle, e, giù per lo pendio del colle                     15

Largo torrente versava di luce,

Cui la fresca rugiada in infinite

Rompea scintille: e zefiro spirando

La tremula facea chioma de’ pioppi

Susurrar dolcemente, e il primo volo                       20

Increspar de lo stagno. Al sol novello

Tutto parea chieder la vita. I fiori,

L’erbe, le piante con visibil gara

Bevean spirto e vigore: e gli animali,

Chi qua chi là, qual d’un, qual d’altro cibo             25

Non più per sè che per l’amata prole

Ivan cercando. L’anitra vagante

Con largo piè su per lo stagno i figli

Insegnava tuffarsi entro a le chiare

Onde a pescarne il vitto. Il cumul denso                  30

De la pula spandea con le materne

Zampe la chioccia; e crocitando anch’ella

Chiamava i figli a ricca mensa: e quelli

Solleciti affrettando i picciol corpi

Con lieto pigolar veníeno a lei.                                  35

Il rossignolo, il cardellin, la cara

Ospite rondinella, intorno a i pieni

De la sobole lor nidi aleggiando,

L’esca cercata per molta campagna

Dividevan solerti. Altrove poi                                    40

L’otri villose del suo petto offriva

Al capretto la capra: e col grondante

Capezzol sopra il novo parto starsi

Godea la mansueta vaccarella.

A sì teneri, aspetti il cor di Filli                                  45

Sospirava commosso: ed ella i lumi

Di lagrime bagnando a sè dicea:

Povera Filli! Ecco a le madri tutte

È dato di nodrír la propria prole;

E tu pasci l’altrui. Diceva; e quasi                             50

Pentita del suo dir, dolce inchinando

Gli occhi al bambin che le pendea dal seno,

Premea la poppa con le dita: e quegli,

Pago del novo scaturir del latte,

Gli occhi loquaci mitemente al volto                        55

Di lei volgeva; e grato esser parea

Del caro stame ond’ei tessea la vita.

Così Filli si stava; ed ecco in questa

Venir Nerèa.                                                                59

CCIV.

L’Estro divin che l’agitata fibra

De’ vati assale, e di cui fiero un Nume

Con volto uman gl’immaginosi Achivi

Immaginâro, a me discese. Intorno

Gli rotava al sembiante un’aurea luce                      5

Che mista poi col biondeggiante crine

Sfavillava su gli omeri simíle

A cometa che tardi a noi ritorna,

E dietro a sè lascia volar gran chioma

D’ammirato splendore. Ei mi sorrise                        10

Sdegnoso alquanto; e d’una man mi strinse

Mollemente l’orecchio; indi mi disse

Scotiti omai, non dispregiato alunno

De le mie cure. Io t’educai finora

Perchè la Dea di gran secoli amica                           15

Suoni di te in Italia un chiaro suono.

Sorgi, e meco ne vieni al sacro Tempio

Dove in un colpo sol l’Arti rassembro

Prole amabile mia. Quivi dell’uomo

Le indomabili cure in placid’ozio                             20

Io chiamo a riposar. Quivi gl’insegno

A convertire in nobile diletto

La ridondanza dei sudati frutti,

E la quïete necessaria ond’egli

Alacre sorga e vigoroso all’opra.                               25

Là sè medesmo a lui medesmo espongo,

Pari a specchio fedel che il vero imíta;

Or di saggi costumi, or d’eleganti

Modi l’adorno dipingendo; il seguo,

Gli applaudo e l’ammaestro. Or sbeffeggiando      30

Fo ch’ei beffi sè stesso; ed egli alfine

Si purga, si dirozza, e ingentilisco.

Talvolta poi, a più severo tono,

Fattomi grande, tutto mi sollevo,

E lugubre e terribile e pietoso                                   35

Agito e turbo su la mesta scena

Le prische sceleraggini famose

E l’estreme sventure e i casi atroci

Degl’illustri mortali; e grido intorno [24]                      39

CCV.

Spontanei versi, che dal cor sorgete

Puro e devoto e sol del vero amico,

Fatevi arditi di salir tant’alto

Quanto lungi è da noi l’inclita Donna

Che, progenie di re, le varie in loro                                        5

Sparse virtudi a sè deriva e compie,

E di splendido fin le manda insigni

Alla memoria dell’età venture.

Altri sopra gli altari ama famoso

Culto a i celesti alzar d’inni e d’incenso:                                10

Altri dall’ombra del solingo albergo

offre suoi voti al Ciel, voti sovente

Più sinceri e più grati. Or così voi

Fuggite il vulgo taciti; e all’orecchio

Di Lei ne gite; e se cotanto ancora

Lice sperar, le penetrate all’alma.

A ciò il tempo è maturo.                                                         17

CCVI.

Là su l’alto del colle, e da quel lato

Che più guarda il meriggio e che del monte

Schermo si fa contro Aquilon gelato,                                    3

Siede una casa con bei campi a fronte,

Ove serpendo affrettasi un ruscello

Puro, che cade dall’alpina fonte.                                            6

E una selvetta fresca e del più bello

Verde che v’abbia, pende sul declivo

Da la valletta che fa strada a quello;                                      9

E bei vigneti salgon, tra le vive

Pietre dell’erta, e, miste ad essi, piante

Di mandorle gentili, e molli ulive.                                          12

Poi da la parte dove il fiammeggiante

Sol declinando porta l’alba e il zelo

Dell’opre a gente ch’è da noi distante,                                   15

Veggonsi e paschi, e con argenteo velo

Estesi laghi, e boschi e poggi ed erti

Monti a la fine e l’alpi azzurre e il cielo.                                18

Dolce soggiorno, dove i cori aperti

Sono a la gioia e all’innocenza antica,

Lunge dai giochi di fortuna incerti;                                       21

Dolce soggiorno, dove l’aria è amica,

Salubre il cibo; e il vin vecchio e robusto

Ne la vecchiezza altrui vigor nutrica.                                    24

Ivi è un signor di patrimonio angusto,

Se guardi al desiderio de’ mortali;

Ma basta il poco a lui ch’è saggio e giusto.                           27

Giovine ancor, vide e conobbe i mali

De le vaste cittadi, e poi più fido

Diedero asilo a lui l’aure natali.                                              30

E dieci volte sopra cinque al lido

Nostro tornò la vaga rondinella,

Cercando il loco ov’ebbe l’esca e il nido,                               33

Da ch’ei qui venne; e non pertanto a quella

Aurora che passò lieta e felice

Seguir vide un’aurora ognor più bella                                  36

Chè i campi e lei fruttifera pendice

E l’orto e il gregge e i figli e la consorte

E l’amato cultor fan che non lice                                           39

Pôr mai piede a la noia entro le porte

Del lieto albergo, e d’ogni giorno l’ore,

Sì lunghe al cittadin, per lui son corte.                                  42

Nè a lui fa d’uopo, a tener desto il coro,

Cerco piacer con mille cure intente,

O cupidigia o ambizïon d’onore,                                           45

Ché all’alma ingenua, all’incorrotta mente,

La spontanea natura offre sè stessa

D’infiniti piacer viva sorgente.                                               48

CCVII. [25]

Te di stirpe gentile

E me di casa popolar, cred’io,

Dall’Eupili natío,

Come fortuna varïò di stile,

Guidaron gli avi nostri

Della città fra i clamorosi chiostri.                                         6

E noi dall’onde pure,

Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo,

Seme portammo attivo,

Pronto a levarne da le genti oscure,

Tu Appiani col pennello,

Ed io col plettro, seguitando il bello.

Ma il novo inerte clima

E il crasso cibo, e le gran tempo immote [26]                            14

CCVIII. [27]

O meco infin da gli anni miei più verdi

Congiunto di virtù, d’amor, di studii,

Passeroni dabben, di’, non ti senti

Dispettosa pietade e riso acerbo

Su le labbra e nel cor quando tu ascolti                      5

La temeraria Italia alto romore

Menar parlando di scïenze e d’arti?

Apri libero i sensi. E non t’è avviso

Ch’ella or ne parli come il macilento

Popolo, a cui fallì la messe, parla                                 10

Sempre di pane; o nell’estiva ardente

Siccità parla ognor di pioggia e d’acqua?

Certo che sì, però che tu sagace

Penetri a fondo con la mente; e in oltre

Vedi, se gli occhi tu rivolgi intorno,                             15

Lo stato de le cose, avverso ahi troppo

A quel ch’era di già. Ma i detti nostri

Beffa insolente il giovin, che pur ieri

Scappò via da le scuole, e che, provvisto

Di giornali e di vasti dizionarii                                     20

E d’un po’ di francese, oggi fa in piazza

Il letterato, e ciurma una gran turba

Di sciocchi eguali a lui. Odi ch’ei dice:

O vecchierelli miei, troppo è già nota

L’usanza vostra: disprezzar vi giova                           25

L’età presente, ed esaltar l’etade

Che voi vide sbarbati: e qual vi resta

In questi dì cadenti altro conforto

Fuor che la dolce vanità con molte

Vane querele lusingar tossendo?                                 30

In vano, in van di richiamar tentate

L’antica calza in su le brache avvolta

E le scarpe quadrate, e i tempi oscuri

Quando con formidabile sta f ile

Regnavano i pedanti, a cui dinanzi

Con boccacce e con strani torcimenti

Stridevano i fanciulli.                                                    37

CCIX. [28]

Perchè, infocata il volto

E le luci divine,

E scarmigliato e sciolto

Giù per le spalle il crine,

Qual dal marmo saltante

Di greca man bellissima Baccante,                  6

Delia, m’assali; e vuoi

Che rauca per l’atroce

Battaglia i tristi eroi

Segua mia lira; e voce

Mandi d’alto furore,

Nata solo a cantar pace ed amore?                 12

Ah!, se l’orrida corda

Fremer farò d’Alceo,

Quando la terra lorda

Di gran sangue plebeo

Mostra col fiero carme,

Fra i troni scossi, e i ciechi moti e l’arme;        18

Io ti vedrò ben presto

Sovra le mamme ansanti

Chinar la faccia; e il mesto

Ciglio sgorgar di pianti;

E mentre il pianto cade,

Tutta ingombrarti orror, sdegno e pietade.    24

CCX. [29]

« L’abate Parini, degnissimo R. professore d’Eloquenza, ha su tale argomento [della Colonna Infame; che è quella di cui il Manzoni espose l’origine] in una Accademia pubblica recitato un Sermone Chiabreresco e del più fino gusto oraziano. Si figura in esso d’incamminarsi al Tempio di S. Lorenzo, vivamente esprimendosi in questa guisa :

 

Quando tra vili case in mezzo a poche

Rovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi.

Quivi romita una colonna sorge

In fra l’erbe infeconde e i sassi e ’l lezzo,

Ov’uom mai non penétra, però ch’indi                                 5

Genio propizio all’insubre cittade

Ognun rimove alto gridando: Lungi,

O buoni cittadin, lungi, chè ’l suolo

Miserabile infame non v’infetti.

Al piè della colonna una sfacciata                                          10

Donna sedea che della base, al destro

Braccio facea puntello; e croci e rete

E remi e frusto e ceppi erano il seggio

Su cui posava il rilassato fianco.

Ignuda affatto, se non che dal collo                                       15

Pendeale un laccio, e scritti al petto aveva

Obbrobrïosi, e in capo strane mitre,

Terribile ornamento. Ergeva in alto

La fronte petulante e quivi sopra

Avea stampate con rovente ferro                                           20

Parole che dicean: Io son l’Infamia.

Io che, Virtù seguendo, odio costei,

Anzi gloria immortal co’ versi cerco,

A tal vista fuggía, quando la donna

Amaramente sorridendo disse :                                             25

 

cioè espone poeticamente quanto contiensi nella mentovata Iscrizione, soggiungendo :

 

Così dicea la donna; e il vil Dispregio

E mille turpi Genti intorno a lei

La gíen beffando intanto, ed inframmesso

Il pollice alle due vicine dita,

Ad ambe mani le faceano scorno ».                                       30

CCXI.

Non è dato ai mortali

Fabbricarsi da sè la sorte amica;

Chè gran serie di casi il corso implíca

Fin da i primi natali,

Tal che ciascun nel mezzo di sua via

Si ritrova qual può, non qual desia.

Ma se un mortal pretende [30]

CCXII.

Lucido esempio e guida

Te, Venusin, d’ogni poetic’arte,

Te chi non côle, ir celebrato in carte

Temerario confida:

Nè petto a lui nè mente

Che del meglio s’accorga, il Ciel consente.

Schiuso prorompe il vero

Sotto al tentar di tue sagaci dita:

E tu il rapisci, e misurando ardita-

mente [sic] vario sentiero

Di modi al vulgo ignoti,

Potentemente l’animo percoti.

Nè da lunge a’ tuoi versi

Invocato saper già vien ritroso;

Ma come zolfo che a fugar l’ascoso

Stuol de’ morbi diversi

Da la vena feconda

Liquido sgorga in compagnia dell’onda;

Tal [31]

CCXIII. [32]

1.

O Mecenate, o nobile

D’antichi re progenie,

Dolce sostegno mio, mio sommo onor,

Molti vedrai fra gli uomini

Ch’aman di polve Olimpica

Cospersi andar su cocchio volator.

2.

Di nove e grandin dura

Assai versò sul suolo, e fulminante

Con destra rosseggiante

Giove percosse le sacrate mura,

E colmò Roma e le atterrite genti

D’alti spaventi.

3.

Qual molle giovinetto,

O Pirra, or giace teco

In quell’amico speco

Ove le fresche rose a voi son letto,

E tutto odor spirante

Stringe il tuo seno, e vi trionfa amante?

4.

O Agrippa, il tuo valor, le tue vittorie,

Vario cantar potrà, cigno Meonio,

Degno di celebrare

Quanto tu fai di grande in terra o in mare.

5.

Vedi come il Soratte or splende candido

Per l’alte nevi che già tutto il coprono.

Dal grave peso vinti

Vedi che i boschi gemono,

E son dal ghiaccio inerte i fiumi avvinti.

6.

Quale, o Clio, de gli eroi, qual de gli Dei

Con tibia acuta e con soave cetra.

Celebrare ora dèi?

Qual, mentre i nostri canti empieran l’etra,

L’eco ripeterà con suon giocoso

Nome famoso?

7.

Lidia, qualor di Tèlefo

Lodi il bel collo ed il tornito braccio,

Ahi che mi gonfia il fegato

L’ardente bile!

Allor rosso mi faccio.

8.

Tu da novelle, o nave, onde frementi

Risospinta nel mare ancor n’andrai.

Oh misera! Che fai ?

Quanto puoi fortemente al porto attienti.

9.

Mentre su navi Idee pel mar fluttívago

Traea l’ospite Elèna il pastor perfido,

Frenò con ozio ingrato i venti Nèreo,

E il suo destin predíssegli.

10.

Per l’ameno Lucrètile

Il suo Licèo sovente

Fauno abbandona celere:

Per lui l’estate ardente

Le mie tenere capre non offende;

Da i venti e da le piogge ei le difende.

11.

Varo mio, se giammai piantar alberi

Vuoi di Càtilo presso le mura,

O nel mite terreno di Tivoli,

Di piantar sol la vite abbi cura.

12.

Beverai meco, o Mecenate amato,

In mediocri tazze il tenue vino

Del mio poder Sabino

Che in greco vaso io stesso ho suggellato

Quando de’ plausi tuoi sonò ripiena

Tutta l’arena.

13.

Non ricercare, o Quinzio,

Ciò che il Cantabro pensa ovver lo Scita,

Ch’erra lontano, e d’Adria

Oltre il frapposto mar. La nostra vita

Di poco si contenta;

Folle è chi in van per lei l’alma tormenta.

14.

Già tante moli regie

S’alzano d’ogn’intorno

Che al curvo aratro un giorno

Terreno da solcar non resterà.

Più del Lucrino estendersi

Vedrem gli ampi vivai;

E al platano oggimai

L’olmo marito il luogo cederà.

15.

Cessa; perchè trafiggermi

Vuoi d’un crudel tormento,

O Mecenate, o splendida

Gioia e sostegno mio, col tuo lamento?

I sommi Dei non vogliono

Che tu moia primiero, ed io nol vo’.

16.

Vergin, cui gli alti monti,

Cui le liquide fonti,

E le solve son sacre, ombrose e folte;

Triforme Dea, che assisti

E togli a i regni tristi

Quelle che a i parti invòcanti tre volte.

17.

Già i venti, che accompagnano

La primavera amabile,

Curvan le vele, e fan men gonfio il mar.

Di brine aspri non splendono

I prati, e il fiume turgido

Non fan le sciolte nevi alto sonar.

18.

Perchè sei tu, vil can, co i lupi timido

A gli ospiti molesto?

Nè tue vane minacce a me si volgono,

A rimorderti presto?

CCXIV. [33]

Andavo a sorte, come spesso io soglio,

per la Via Sacra, non so quali baie

Meco pensando e tutto assorto in quelle.

Ed ecco a me correndo se ne viene

Un che di nome a me noto è soltanto

E la mano mi afferra ed: Oh! che fai,

Gioia mia cara? Non male per ora,

Io gli rispondo; e a voi bramo qualunque

Cosa vi aggrada. Ma seguendom’egli;

Volete voi nulla da me? gli dico.

E quegli a me: Oh ci conoscerai;

Noi siam persona dotta. Tanto meglio,

Replico a lui: e meschino cercando

Pur di scapparne, ora il cammino affretto,

or mi soffermo, or del ragazzo io parlo

Qualche cosa all’orecchio; e

CCXIX. [34]

Grida per ogni via, squallido e abbietto,

Grida il Bisogno in voce fioca e bassa :

Che fa l’ avaro al miserando obbietto ?

Indora il cor, torce lo sguardo, e passa.                                 4

Che fa il fastoso, se dall’ aureo tetto

Sovra di lui l’ altero ciglio abbassa ?

Dona talor, ma in sì sprezzante aspetto

Che il dono suo più sconsolato il lassa.                                  8

In te, devoto stuol, in te discese

Quella d’ amor verace fiamma istessa

Che prima il cor del gran Luigi accese :                                11

Per lei, che il zelo tuo dirige e scorge,

Soccorsa sol, non avvilita e oppressa,

Da’ mali suoi la povertà risorge.                                            14

CCXX. [35]

Son sorelle Olivazzi, e non han padre :

L’ una Chiara si chiama e l’ altra Ersiglia ;

Donna Metilda ad una par che quadre,

E l’ altra chiamerassi Donna Emiglia.                                    4

Fuggono il mondo e le sue pompe ladre,

Chè l’angelo del ciel sì le consiglia,

E fanno pianger la signora madre

E ridere il fratello a meraviglia.                                              8

L’ una e l’ altra di canto si diletta ;

Santa Geltrude è il luogo, e parmi udire

Che la lor vita non sia molto stretta.                                      11

A chi mi comandò, per ubbidire

Che dicessi di lor qualche cosetta,

Dirò che fanno ben; cosa ho da dire ?                                  14

CCXXI. [36]

Tu pingesti il mio volto, e nello sguardo

Tutto esprimesti il creator pensiero,

Che nella mente irresoluto e tardo

Sempre s’ arresta a rintracciar il vero.                                    4

Pingesti il labro, ove albergar gagliardo

Udisti ognora il ragionar sincero,

Nè chiuse mai simulator codardo

Bassa lusinga o riso menzognero.                                          8

Pinger però non ti fidasti il core,

Perchè il credevi, in sue latèbre stretto,

Troppo ascondersi all’ occhio indagatore ;                             11

Eppur, se di ritrarlo avrai diletto,

Cercalo in te, chè con eterno amore

Stassi unito col tuo, dentro il tuo petto.                                 14

CCXXII. [37]

Al Maestro Nicola Zingarelli,

Compositor di musica eccellente,

Che pregi singolari ha nella mente,

E nobili costumi unisce a quelli ;                                            4

Poichè questi di culto atti novelli

Consacrati a la Vergine Dolente,

Per sola cortesia, liberalmente,

Degnò con l’ opra sua render più belli ;                                  8

E col mirabil estro, che lo investe,

Scrisse di nuovo, e ai nostri monti ascese,

Ed eseguì una musica celeste ;                                               11

Fa in questi versi, perchè sia palese,

D’ eterna gratitudine proteste,

Il popolo e la Chiesa di Varese.                                              14

CCXXIII. [38]

- Signor, poco dappoi

Che a dormir vi poneste,

Venne a cercar di voi

La marchesa Cusani.

- Sciocco non so, per Dio,                                                5

Chi mi tenga le mani.

Sciocco ! Non vi diss’ io

Di venirmi a destare

E di far tosto entrare

La gente rispettabile? —                                                         10

— È vero, padron mio :

Ma nulla mi diceste

Della gente adorabile —                                                         13

CCXXIV. [39]

IL TEMPO.

ODE LIBERA.

Invido veglio, che di verde o forte

Vecchiezza carco e di gran falce armato,

Tempo, che sai creato

Stendi l’ ale tacenti e, mentre al corso

Te stesse incalzi e fuggi,                                                          5

Ti rinnovi mai sempre o ti distruggi;

Là ne’ secoli eterni, entro le fosche

Voragini del caos, ove la folta

E varia schiera de’ possibil tutti

Giacea confusa, e in tuo silenzio il cenno                              10

Stava aspettando de la man divina,

Tu nel torbido mar de l’ infinito,

Al volo ancor non uso,

Nuotavi in sen d’ eternità rinchiuso.

Quando, a la voce del sovran motore,                           15

Dal letargo lunghissimo e profondo

Si destâr l’ esistenze, e de l’ abisso

Romoreggiâr dal fondo

Le scure immisurabili caverne,

Fuggîro a quel romor l’ ombre ritrose,                                   20

Abbandonando la quïete antica,

E, mentre al buio del nascente mondo

L’ alma luce scopria la bianca faccia,

Gían brancolando de la notte in traccia.

Su i discordi elementi                                                      25

Agita allor le mansuete penne

L’ onnipotente Amore ; e fecondata

Si squarcia e si dilata

L’ indigesta materia, e fra il tumulto

De le pugnanti particelle emerge                                           30

Dolce armonia che le congiunge, e al vario

Scontrarsi, urtarsi e combinarsi elice

Dal gran contrasto de la massa, informe

Il vario aspetto de le varie forme.

Natura intanto in regal cocchio assisa                           35

Correa per l’ universo, e la seguía

Degli enti la moltiplice famiglia :

Splendeano gli astri, e variamente attratti

Seguían le forze del maggior pianeta,

E scotean le comete in lunga traccia,                                     40

De’ regolati errori entro il confine,

L’ ardenti code e il tremolante crine.

Allor coll’ immota Eternità si scosse,

E dal seno gittò nobile figlio,

E de’ momenti a lui cedéo l’ impero.                                       45

Tu fosti, o Tempo; e primo

Di tante moraviglie ammiratore,

No’ vasti spazii del creato intero

Lanciasti il guardo e dispiegasti il volo:

E a seconda del Sol temprando il moto                                 50

De’ tuoi rapidi vanni,

A produr cominciasti i giorni e gli anni.

Pria ne’ campi ridenti

D’ Eden, ch’ eterna primavera infiora,

Quando il padre primiero e la consorte                                 55

Vivean felici d’ innocenza a lato,

giorni conducesti almi o sereni,

Sacri ai dolci concenti,

Ai bei diporti ameni,

Ai soavi colloquii, e non lasciavi,                                            60

Di gustato piacer dopo il contento,

La stanchezza, la noia e il pentimento.

E quando poi la sera

Col vacillante lume

Di modesto color vestia d’ intorno                                          65

Il monte e la campagna,

E al placido riposo

Que’ fidi amanti ad invitar venía ;

Tu ne l’ astro odoroso

Le tacite guidavi ore notturne                                                70

Del nuzial mistero confidenti.

E i bei sogni tranquilli,

Onde l’ alme de’ sensi pellegrine

Godessero d’ un bene errante e vago,

Nel sonno ancor, la dilettosa imago.                                     75

Tu promettevi intatte

Su le guancie di latte

Fiorir d’ eterna gioventù le rose

Nè minacciavi di solcar la fronte

Con aspre orme rugose:                                                          80

Vecchiezza non spargea di neve il biondo

Lungo crine su gli omeri cadente ;

Nè gravoso abbattea degli anni il pondo

Il vigor do le membra e de la mente.

Chè de l’ età diverse                                                                 85

La vicenda volubile e fugace

Era indistinta e sconosciuta ancora,

E ne l’ almae del par che ne la spoglia,

Benchè terrena e frale,

Vivea l’ uomo immutabile, immortale.                                   90

Ma poi che da le cupe inferne grotte

Alzò la colpa le funeste penne,

E a conturbar pervenne

De la pace il soggiorno e del piacere,

Tu, cangiando l’ aspetto,                                                          95

Ti ribellasti a l’ uomo

Dal suo fallir già domo,

E mezzo divenisti a l’ infelice

Sol d’ affanni, di stento o di fatica

E a farti più terribile o più forte,                                            100

Ti chiamasti compagna anco la morte.

Indarno allora da le tue ferite

Le genti sbigottite

Cercâr sottrarsi, e radunârsi insieme;

Scavâr le fosse, sollevâr le mura,                                            105

Fabbricâr le citta, dettâr le leggi,

Onde l’ eta futura

Il socïal concerto

Mantenesse infrangibile ed eterno.

Andâr sossopra i regni al rovinoso                                         11.0

De’ secoli torrente, e l’ uomo, ahi stolto!,

Secondò involontario il tuo disegno;

E in cruda guerra armato

Accelerò il suo fato, e giacque oppresso

Più dal proprio furor che da te stesso.                                    115

De l’ universo ne l’ immensa faccia,

Di quattro monarchie surse a le stelle

L’ alta mole orgogliosa :

Tu con occhio di invidia e di minaccia

Torbido la guatasti ;                                                                120

E il Perso, il Greco ed il Romano e tutto

Il furor do’ barbarici Trïoni

Stimolasti a l’ assalto e a la ruina.

Crollò sui piè mal ferma e rovesciosse ;

Tremò l’ Europa con le due sorelle ;                                        125

E a quel tremar si scosse

L’ America divisa e si compiacque,

Che occulta ancor giacea,

In remoto confine,

D’ ambizïon superba a le rapine.                                            130

Ma non andar fastoso

Di tue conquiste, o Tempo !

Fra nuvole di folgori o di lampi,

Su l’ ale a un cherubin rapido scende

L’ inesorabil Dio de le vendette :                                             135

Gli sguardi volge maestosi e lenti

Al tremante universo : accenna quindi

Ai quattro opposti venti

E con voce di tuon grida : Si faccia

L’ adempimento de la mia minaccia.                                     140

E traboccar ruggendo

Ecco lo vampe de l’ eterno sdegno,

E natura sentir l’ angosce estreme ;

Van con fracasso orrendo

Da l’ orbita natía svelte le stelle                                                145

Pel firmamento ad azzuffarsi insieme....

Ahi ! dove siete, o Soli?

Dove fuggisti, o Terra? Io più non veggo

Che un mar di fiamme procellose, e dentro

Naufragarsi i pianeti e l’ universo.                                          150

A la feral confusïon succedo

Spaventoso silenzio, e sol di fumo

Di polve e di faville

Immensa nube o formidabil ombra,

L’ ampie ruine orribilmente ingombra.                                 155

E dove, o Tempo, ti nascondi? Hai forse

De la natura moribonda orrore?

Invan : fissa è nel cielo

Anche la tua ne la comun ruina.

Io già cader ti veggo,                                                              160

L’ armi e le penne abbrustolite ed arse.

Ritorna al nulla, e rendi

L’ impero de’ momenti a Eternitade ;

E, in questo di natura error profondo,

Spento t’ assorba l’ atterrato mondo.                                       165

CCXXV.

Io vidi il Tempo che lo sguardo acuto [40]

CCXXVI.

Giunto a Cesare innanzi, umil deponi

De’ Sovrani del Tebro il fasto altero,

Nè ti scordar giammai, se a lui ragioni,

Che tu non sei che il successor di Piero.                                4

Recagli in dono Roma; a lui non doni

Che un retaggio dovuto al Sagro Impero ;

E cedi a lui di questa terra i troni

Che gli eterni decreti a te non diero.                                      8

Digli come finor nocque alla Fede

Di tua Corte l’ antico e vasto orgoglio

Con triregni, oro e bistro, e baci al piede.                             11

Tu vedrai, mentre parli, appiè del soglio

La Virtù che ti ammira, e forse crede

Che tu la riconduci in Campidoglio.                                     14

CCXXVII. [41]

Egimo, andiam giù per l’ inferma [inferna ?] valle

CCXXVIII. [42]

Varca il Pastore delle umane genti

L’ erto sentier delle montagne alpine ;

Spirano in van per Lui contrarii venti

Dall’ agghiacciato Aquilonèo confine.                                    4

Spirto del Cielo, che all’ umane menti

Da lume, e vibra al cuor fiamme divine,

Salvo il conduce, e seco pur presenti

Son della Chiesa il dritto e le dottrine.                                   8

Ad Augusto egli corre ; a ciglio a ciglio

Seco di favellar mostra desto

Per dar calma di Piero al buon naviglio.                               11

Deh non opporti, o grande Augusto, a Pio ;

Chè opporsi mai non deve al padre il figlio

Nè l’ Impero del mondo a quel di Dio.                                   14

CCXXIX. [43]

Stesa sul letto un dì languida e mesta

Stava Eurinda gridando : — Ohimè, tapina ! —

Per un certo dolor, che per la festa

Aveala concia, e messala in rovina.                                       4

Non era questo già dolor di testa,

O qualche gran difficoltà d’ orina,

Ma, male a cui altro guarir non resta

Che tosto domandar monna Lucina.                                    8

Veggendosi ella allor le membra rotte,

Coi lumi al ciel languidamente intesi,

Tali fuori mandò grida interrotte:                                         11.

Questi son del connubio atti cortesi?

Per il gusto viril d’ una sol notte

Mal muliebre sentir per nove mesi —                                   14

CCXXX. [44]

Quanto ai miei voti fervidi

Il ciel benigno arride

Francesco, Elisa, vivida

Ecco si mostra, e ride

D’ arabo sui volti rosei

L’ alma salute. Oh dolce

Vista che il mio duol molce!                                                   7

Il duol molce, che pungermi

Già da gran tempo io sento ;

Chè il sole io vidi sorgere

Omai son giorni cento.

E Voi, che tanto io contro,

In questo dì felice

Sol di veder mi lice.                                                                 14

Ma al caro ameno Lario

Deh ! fate pur ritorno ;

Là fra quelle delizie

Mai non risorga un giorno

Che a voi turbi il bell’ animo,

E tutte scorran l’ ode

Ad allegrarvi il core.                                                                21

Te, Elisa, in riva al Lario

Impazïente attende

E a te madre dolcissima

Le braccia innalza e stende

Balbettando rimproveri

Con lagrimoso ciglio

Sul tuo lungo indugiare il caro figlio.                                    28

Dei giorni ahi ! troppo è il numero

Che invan mirarti brama,

Che dal mattino al vespero

Te invan sospira e chiama,

E invan attende i soliti

Del suo buon genitore

Lieti scherzi che a lui consiglia amore.                                  35

Ei non più ride e gongola

Fra’ tuoi materni amplessi,

Nè sul bel volto rosee

Sente i tuoi baci impressi,

Nè rallegrar lo possono

Quei ch’ egli aspetta invano

Giuochi e trastulli del maggior germano.                             42

Ah dunque omai si acceleri,

Francesco, Elisa, il giorno,

Che alfin consoli il pargolo

Col vostro a lui ritorno.

Oh! con qual riso e giubilo

Ei rivedravvi, e intanto

A tutti gronderà di gioia il pianto!                                         49

Sereno è il cielo, e placida

Del Lario io veggo l’ onda,

E se ’ l dolce Favonio

Il desir mio seconda,

La incresperà propizio :

Deh! il lin gonfia, e giuliva

Giungerà Elisa alla bramata riva.                                          50

CCXXXI. [45]

IL PRIMO BACIO.

IDILLIO.

In una solitaria capannetta,

Qual fioco intatto su l’ incolta siepe,

Una vergin crescea, che a’ boschi, a’ colli,

Ov’ ella nacque per favor del Cielo,

Due volte a pena, dopo il terzo lustro,                                   5

Avea veduto rivestirsi Aprile.

Sì vivo lampo dal suo riso uscía,

Che a molle guardator forse paruto

Sarebbe im cenno di baldanza; ed era

Il linguaggio d’ un cuor nell’ innocenza                                  10

Tutto sicuro, e del piacer, che intorno

Spandeva, ignaro. Al vago e gentiletto

Piglio; al temprato suon de le parole ;

Alla persona sopra sè diritta;

Al movere de gli occhi e de la testa,                                       15

Che dal marmoreo collo alteramente

Surgeva biancheggiando; al castigato

Atteggiar d’ ogni membro non parea

Di selva abitatrice, anzi nè cosa

Puramente mortal. Ma la bellezza,                                       20

Vincevano i costumi; in cui regnava

Un atto di virtù sì peregrino,

Che prendeva d’ amore e di rispetto

Ognun che la mirasse. Intorno a lei

Consumava del cuor le tenerezze                                          25

Una madre ne’ freschi anni deserta

A sospirar vedovilmente il caro

Onde gioiva i coniugali affetti.

Ed ella gareggiando ne’ lavori

A rustical famiglia consueti,                                                   30

Con reciproco zel le dava, braccio

A faticarsi la vita solinga,

Che le facce conpovertà beate.

Ma ben diverso in elle era lo spirto

Che le animava. Nel materno petto                                       35

Tacean del mondo le lusinghe, o solo

Dell’ avvenire l’ inamabil faccia

Duramente vegliava, e tutte quante

Le sue bellezze il ciel vi raccendea.

Ed Eurilla (così la verginetta,                                                 40

Nomavasi) parea dolce ed allegro

D’ un sorriso divin l’ umano sogno

Per la novella, età che lo [46] mentía

D’ imagini dorate, e per l’ amore

Che in lei parlava caramente. Un giorno                              45

 (Allor che per la selva abbandonate

Di nutritivo amor cadon le foglie

Sul capo al villanel, che ne sospira)

Ella sedeva, coll’ interna pace

Nel viso impressa, e gli orli d’ una fonte                                 50

Che solcava un pratel, dalle native

Soglie tre gitti di pietra lontano;

E modulando certe favolette,

Da la garrula nonna imparacchiate,

Alla rócca traea l’ ispide chiome;                                             55

In cui di tanto in tanto lascivia

Il grato orezzo che previen la sera.

Pochi passi discosto pigolava

Una covata di pulcini: e intanto

Che l’ un rubava all’ altro la pagliuzza,                                  60

Venía la chioccia con molto schiamazzo

L’ affezïon tra lor significando.

Un cardellin nella vicina fratta

Gaietto saltellava, e ad ora ad ora

Parea volesse disfidar nell’ arte                                               65

Della gola una flebil capinera

Gorgheggiante il saluto vespertino

Al Sol, che dello stanco ultimo raggio

Vestía le cime dell’ arguto pioppo

Dove cantava. Ed ecco all’ improvviso                                   70

Ode Eurilla un latrato, e dietro quello

Un frascheggiar, che a mano a man s’ appressa.

Tiene pendulo il fuso, e con quell’ atto

A cui move il timor, guardasi intorno;

E per la callaietta della siepe                                                  75

Onde il prato cingevasi, entrar vede

Un cane da pastor ch’ alla sua volta

Anela braccheggiando. In piè si rizza

Di subito; e la chioccia ed i pulcini

Col noto billi billi a sè raccoglie.                                             80

Ma l’ ardito quadrupede s’ avanza

Sì, che tutti li rompe in iscompiglio.

Quella dispicca un vol sopra il pollone

D’ un vecchio saldo, e colassù lamenta

Il suo timor pe’ tenerelli aspetti :                                            85

Questi o fra l’ erbe s’ accovaecian muti

E trepidanti, o fuggono alla cieca

Tanto che alcuni s’ affogan nel rio.

Poscia il cane, avvisata la fanciulla,

Quatto quatto a le gonne le s’ accosta.                                   90

E co’ blandi ganniti e con la coda

Guizzante par che sicurtà le incuori.

L’ impaurita nondimen percuote

L’ aure d’ acuti gridi; alquanto volge

Gli omeri a lui; la scapigliata rócca                                        95

Gli stende; il guarda obliquamente, e trema

In sè ristretta. Un pastorel frattanto

Lo zaino a tergo ed una lassa in pugno,

Entra nel prato balzellando a guisa

D’ un leprotto su l’ alba, che per anco                                     100

Squittir non ode la sagace torma.

Nè sì tosto d’ Eurilla i paurosi

Lai di pietà lo saettâr nel cuore,

Che di lancio v’ accorre, ed agramente

Garrendo il cane, col guinzaglio a viva                                 105

Lena lo sferza sì, che la velluta

Coda serrando al ventre e guaiolando

Col muso basso gli s’ atterra a’ piedi.

Poi col miglior sembiante alla smarrita

Angeletta si volge, e le disgrava                                             110

La molta angoscia con parole ornate

Di sì toccante cortesia, che fanno

Lei palpitar d’ insolita dolcezza.

Dopo ciò, Silvio, il pastoral, l’ aiuta

A radunar 1a piccioletta greggia                                           115

De gli sconfitti alati; e promettendo

Ristorarla di quei che trova manchi,

Le sorride un a Dio con grazïoso

Tratto; e rimesso al guinzaglio Licisca,

Piglia le mosse lento, a somiglianza                                      120

D’ uomo che lasci una cosa diletta.

Eurilla, tra pudica e desïosa,

Gli affigge in volto i grandi occhi azzurrini,

E avvivando le rose ond’ ha fiorenti

Di bella vita le verginee gote,                                                 125

Del servigio gli fa timide grazie.

A pena Silvio uscì della sua vista,

Anch’ ella si rimise in su l’ angusto

Tortuoso sentier,che riuscía

A la sua capannella ; ed ivi giunta                                         130

Fil per filo ritrae l’ istorïetta

Alla madre, atteggiando le parole

Con verginal semplicità. La notte

Che venne dietro, con assai diletto

Ella sognò il pastore, il pastor lei,                                           135

Sì, che accesasi in ambo la vaghezza

Di rivedersi, al praticel sovente

Poi convennero. E quando all’ ïemale

Rigor cesse l’ autunno, ed ogni cosa

In alto gelo biancheggiò sepolta,                                           140

Gl’ innamorati sospiravan mesti

Ne’ lor tugurïetti. Oh quante volte

Eurilla, al focolar muta sedendo,

I dì contava susseguiti a quello

Che vide Silvio ultimamente! Oh quante                              145

Nel caldo imaginar ne disegnava

Il patetico sguardo e l’ amoroso,

De’ suoi baci sospir, molle sorriso,

Dando occhiate furtivo alla vicina

Vigilanza materna, per sospetto                                            150

Non le scoprisse da’ sembianti il cuore.

Talor vedendo i suoi dolci colombi

Dopo il pasto orgogliosi e mormoranti

L’ un l’ altro codïarsi e spander l’ ale

O porsi il becco l’ uno all’ altro in bocca,                                 155

La semplicetta invidiar parea

Quegl’ innocui trastulli. Una fuggiasca

Scorserella al suo prato ancor soleva

Far ne’ giorni più miti; e lo trovando

Sempre coperto di squallore, al pianto                                  160

S’ inteneriva sì, che rubicondi

Le duravano gli occhi in fino a casa,

Ove con piè men lesto ritornava.

A Silvio pure la ridente imago

Della vergine bella e desïata                                                   165

Stava dinanzi ognora, e d’ allegrezza

Gli era cagione e insiem di patimenti.

Perchè dentro al domestico abituro

(Da quel d’ Eurilla molta via remoto)

Accigliata matrigna il tenta chiuso                                        170

E assiduo all’ opre che son frutti e lode

D’ industria pastoral. Ma finalmente

di feconda virtù la primavera

Commovendo le piante e gli animali,

Si rifigliò all’ amore. E già svernava                                       175

I suoi gaudii la selva; e per le grasse

Pasture combattea seco medesmo

Il salace torel, cui la giovenca

L’ ampie nari levando rimuggía

Gli agognanti connubii; e il pecoraio                                     180

Nella valle  .    .    .    .    .    .    .    .

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    . [47]

Che saltando scotevano di dosso

La lunga ignavia dell’ iberne stalle.

Anche, a Silvio ed Eurilla allor fu dato                                185

Insieme ritrovarsi e favellare

Ciò che loro incontrasse. Una mattina,

Presso il tempo in cui vede il montanaro

Alla pianura dileguar le nebbie,

Che assise qua e là sembrano laghi,                                      190

I due pastor su le recenti erbette

Riposavan del prato; oneste cose

Novellando e guardandosi a dilungo,

Spesso dipinti di letizia, o spesso

Della melanconia, che dolcemente                                        195

Sospirava nel cuor, timido ancora

A dir la vampa, dell’ occulto affetto,

Quando Silvio distrinse alla fanciulla,

Adorata la mano, ella con voce

Che intera a’ denti non sona, profferse                                  200

Al giovinetto la cara parola

Che gli amanti conforta; e il giovinetto

La ripetè commosso. Taciturni

Poi rimasero entrambi, e le pupille,

Tremolanti di un languido sorriso,                                        205

Tennero immoto l’ un nell’ altro; il sangue

Nelle lor vene fluttuando rese

Affannoso il respiro, e concitati

I bàttiti del cuore; ed il vermiglio

Delle guancie smorí come una fresca                                    210

Rosa all’ estivo mezzogiorno. In quello

Sfinimento d’ amor l’ anime accese

Nell’ arcana virtù, che di natura

Compie il sublime intento, e più vivace

ne’ vergini petti; in su la bocca

Raccolte si congiunser, delirando

Di mutuo piacer, nel primo bacio.                                         217

CCXXXII.

LA FORZA D’ AMORE. [48]

FILLIDE A TIRSI.

Nel mirar quegli occhi tuoi

Sì soavi al giro, al guardo,

Tirsi mio, mi struggo ed ardo

E ritorno a’ miei sospir.                                                           4

Ma più ancor ivi trema il core

Di tua voce al dolce incanto

Che confusa insiem col pianto

Notte e dì mi fa languir.                                                         8

Ah! perdona: il mio destino

Sì crudel con te mi rendo,

Che, se Amore il cor m’ accende,

Pur già mai si piegherà.                                                         12

A quel laccio avvinta sono,

A quel barbaro dovere

Che avvelena ogni piacere,

Che ci vieta aver pietà.                                                            16

Io giurai sull’ ara un giorno

Fede eterna ad altro oggetto,

E giurai che un solo affetto

Io nodrito avrei nel cor.                                                           20

Nel tuo dolco e vago aspetto

Poi m’ avvenni, e sì mi piacque

Che s’ estinse il primo, e nacque

Un più forte e vivo ardor.                                                       24

Fra la tema ed il desío

M’ agitâr gl’ incerti affetti :

Cari sguardi e molli detti

Mal sostenne la mia fè.                                                           28

Io sperai trovarti un core

Non eguale al bel sembiante

Chiesi al ciel che un incostante

Ritrovar potessi in te.                                                              32

Ma fu sordo a’ voti miei

Anche il cielo, o parve allora,

Che un bel cor che c’ innamora

Innamori il cielo ancor.                                                           36

De’ suoi pregi adorno ei viene

A far guerra al debol sesso,

Poi si chiama folle eccesso

Ciò ch’ è premio al suo valor.                                                  40

Ah! mio Tirsi, se tu m’ ami,

Lascia almen ch’ io viva in pace :

Lo sai pur che a quel che piace

Lieve scudo è la virtù,                                                             44

Che nell’ animo più belle

Volge i moti a suo talento,

Ma s’ invola a un solo accento

De la calda gioventù.                                                              48

Tu ben sai che un sol pensiero

Colpa atroce in me diviene,

Che il desio del proprio bene

È delitto assai maggior;                                                          52

Che se cedo, ed abbandono

Ad Amore i sensi miei,

Mi condannano gli Dei

Al rimorso ed al terror.                                                           56

Ah ! mio Tirsi, se tu m’ ami,

Deh t’ invola al pianto mio!....

Non mi dar l’ estremo addio

Chè soffrirlo il cor non sa.                                                       60

Ma tu piangi, o tu t’ arresti?

Tu mi guardi, e poi sospiri?

Sempre intorno a me t’ aggiri?

E non hai di me pietà?                                                            64

Per che mai mi stringi al seno

Così pallido o tremante?

Ah ! crudele, in questo istante

Tu divieni il mio martir.                                                          68

Se una dura ingiusta legge

Non frenasse in me l’ ardore,

Rivedrei quel tuo pallore

Nell’ eccesso del gioir.                                                              72

Ah! Perdona : il mio destino

Sì crudel con te mi rende,

Che, se Amore il cor m’ accende,

Pur già mai si piegherà.                                                         76

A quel laccio avvinta sono,

A quel barbaro dovere

Che mi toglie ogni piacere

De la cara libertà.                                                                    80

Giusto ciel, se in due bell’ alme

Desti amor, poi lo condanni,

So ei doni il fior de gli anni

Sol per gemere e soffrir,                                                          84

O gli arcani di tua voce

Chi mi svela non intende,

O, se questo amor ti offende,

Voglio offenderti e morir.                                                       88

CCXXXIII.[49]

Su la riforma che s’ intende di fare del Clero in Milano, un Prete così parla in lingua milanese con un sonetto:

Par ona strascia d’ ora marsinetta

De pann ciar con on para d’ elemar

Che, grazia al ciel, n’ ho minga tolt a eretta.,

Me disen che la foo de socolar.                                               4

Dottor di mèe, che voeuren damm la metta,

Vuii vestim come vuii, come el me par:

Son conossù par pred alla calzetta,

E no l’ ha che fa nagott el vestì ciar.                                     8

Ma se voeuren parlà, che parlen pur!

Me basta dì a sti scior material

Che el v’ ess pred no ’ l consist in sti fregiur.                           11

S’ ha da guardà al massiz, all’ essenzial,

E minga al color ciar, al color scur,

Che hin tutt coss purament azidental !                                 14

El grand pont prinzipal

L’ è che i pred sien pred in di colzon,

E par el rest tutt ’ i color hin bon.                                           17

CCXXXIV.

Il Reina, in un foglietto aggiunto alla fine del vol. VI, avvertì : « Per uno sbaglio, che non giova il ricordare, si è stampato alla pag. 20 del III volume uno Scherzo, che è del valoroso Poeta vivente Iacopo Vittorelli da Bassano. Sostituisconsi a quel luogo altri versi, che sono certamente del Parini. Era la canzonetta (Anacreontica XIV) Fingi, vezzosa Irene, che si ritroverà nelle Opere edite e postume di I. Vittorelli (di Bassano, 1749-1835), Bassano, Roberti, 1841, 1, 48.

CCXXXV.

Il Reina, nella Lettera dell’ Editore delle Opere di G. P. all’ ab. Francesco Venini, aggiunta in fine al vol. VI di esse Opere, dà questa notizia: « Ne giovi solo il ricordare che a’ tempi nostri Angelo Teodoro Villa [di Milano, 1723-1794], celebre professore di Eloquenza a voi ben noto, ed il Parini, uomini ingenui amendue, si disputarono lungamente non so quale Sonetto o Canzone, l’ uno e l’ altro dicendosene l’ autore ».

CCXXXVI.

Nella lettera del P. a Saverio Bettinelli, in data 27 febbraio 1779, il P., professandosi grato dello lodi, non le accetta in quanto si riferiscano a un componimento di cui egli non si riconosco autore. Nelle Opere edite ed inedite in prosa ed in versi del Bettinelli, Venezia, Cesare, 1800, XVIII, 172, vi è un sonetto, col num. LII, che sembra esser quello cui il P. in essa lettera accenna :

E chi è costui che al suon dell’ aurea cetra,

Qual tra Arno o Tebro oggi più omai non senti,

Dall’ Adda altero oltre le vie de’ venti

Levasi al par coi regnator dell’ etra ?                                      4

E non di Giove al fulmine s’ arretra,

Non di Giunone alle pupille ardenti,

Ch’ anzi dai numi al divin canto intenti

Grazia non pur ma maraviglia impetra ?                             8

Tu se’ Parini; ah tu, novello Orfeo

Nato a placar le deità tremende,

L’ estro rinnova ed il portento Acheo :                                    11

Passa l’ Alpi nevose, e a Marte crudo,

Che di Germania in sen tal fiamma accende,

Fa’ con l’ arpa depor l’ asta e lo scudo.                                    14

Vi è la nota: «Era la guerra in Boemia nel 1778 ». Sembra quindi certo che anche il componimento di cui il P., scrivendo al Bettinelli, negava d’ essere autore, si riferiva, in qualche modo a quegli avvenimenti, e non s’ intende la nota, che è a pag. 327 di quel volume, come didascalia del sonetto : «All’ Ab. Parini autor del famoso sonetto Ardon, tel giuro, al tuo divino aspetto ». Perchè nè questo fu mai rinnegato dal P., nè ha alcuna relazione con la guerra in Boemia.

La, questioncella si fa più ardua quando si osserva che il sonetto precedente (ivi, col num. LI), il quale nelle note, pag. 327, ha la didascalia: «A S. A. R. l’ Arciduchessa di Milano madre divenuta di un maschio dopo due femmine nel 1779», sembra in una qualche relazione col sonetto del P., Ardon, tel giuro, al tuo divino aspetto. Stimo opportuno riferirlo :

Oh te qual Dea dovren chiamarti omai!

Te canta Omero in su l’ eburneo legno

Sposa a Giove alle braccia, al petto, ai rai,

Più che all’ aquila augusta, al serto, al regno :                       4

E non meno di Palla emula vai

Pel facondo parlar, pel pronto ingegno,

Onde all’ arti, alle muse, ai dotti fai

Del tuo esempio e favor gloria e sostegno :                           8

Ma per vezzi leggiadri e accorti modi,

Che a Numi accendon vivo foco in core,

Dirti ancor Citerea forse non odi?                                          11

Ah se dall’ alme figlie e nome e onore

di Madre avesti delle Grazie, or godi

D’ osser la vera Dea Madre d’ Amore.                                     14

Infatti il sonetto del P. chiama Beatrice d’ Este Alma sposa di Giove, di lei loda le bianche braccia, il bel petto, i grandi occhi, appunto come il sonetto del Bettinelli, e, come questo, parla dei Numi innamorati, e a lei inneggia, come a suscitatrice d’ amorose passioni.

Si direbbe, per ciò, che il Bettinelli, oltre all’ attribuire al P. un componimento non suo, e al rispondervi con encomii nel son. LII, gareggiasse con lui nel son. LIII a lodare l’ Arciduchessa, e vi cogliesse il destro per lodare, come un Omero nuovo, il P.

La didascalia, insomma, che è al son. LII, dovrebbe piuttosto riferirsi al LI; e questo sarebbe pur esso una lode, indiretta, al P., come ne è una lode diretta il LII. Non va trascurato il fatto che il son. LII non si trova nella prima edizione delle Opere del Bettinelli, Venezia, Zatta, 1780-82 onde la necessità di ammettere che la lettera del P. accenni a una divulgazione avvenuta in fogli volanti, come allora si usava. Comunque si giudichi di ciò, resta che il Bettinelli attribuì nel 1778 al P. un componimento che questi non riconobbe per suo.

CCXXXVII.

La canzonetta Il Labirinto che col nome del P. fu pubblicata nel Parnaso italiano ecc., Bologna, Società enciclopedica, 1785 (com. Or che il languido suo raggio), è di Clemente Bondi: cfr. in Arch. Stor. Lombardo, Milano, 1921, anno XLVIII, fasc. I-II, A. Ottolini, Una canzone del P. sconosciuta , e A. Foresti, ivi, 1922, fase. III-IV, pagg. 408 sgg., La canzonetta il Labirinto restituita al suo vero autore.

CCXXXVIII.

Il sermone in vorsi sciolti Sulle pie disposizioni testamentarie di Giuseppe Zanoia (genovese, 1778-1855) fu attribuito al P. «Tra quelli che ripetutamente lo attribuivano al P., era Francesco Reina, ohe avevalo anzi già inserito nelle opere di lui, dalle quali dovette poi toglierlo, essendo stato avvertito anche da me del vero autore di quel componimento, di cui anzi gli mostrai l’ autografo tutto carico di pentimenti.» Così Gius. Bernardoni, Per G. P., considerato specialmente come poeta morale e civile, Milano, Bernardoni, 1848, pag. 48.

CCXXXIX.

Innanzi alle più recenti ristampe (1914) della mia edizione scolastica Le Odi, Il Giorno e altre poesie minori di G. P., Firenze, Barbera, 1897, fu aggiunto da Piero Barbera, intelligente e colto editore, il ritratto del P. (inciso dal Rosaspina) e sott’ esso, in facsimile, questi due versi :

Se volete saper altro

Domandatelo ad im altro.

I quali versi sono così rammentati nel frontespizio di esse ristampe: « Con ritratto ed un autografo inedito del Poeta ». Senza negare che siano riprodotti da un autografo del P., confesso d’ ignorare donde il Barbera li avesse; e nulla è tra le carte della sua Casa editrice che ne dia contezza. Egli stesso, o un suo corrispondente, dovè trovarli sotto un esemplare di quella medesima incisione. Si avverta che nulla de’ due versi è detto nel capitolo I ritratti del P. dell’ Albo Pariniano, ossia iconografia di G. P. raccolta e illustrata da G. Fumagalli, Bergamo, Istit. Ital. d’ Arti Grafiche, 1899.

Note

___________________________

 

[1] Seguo l’autografo Ambros., 11, 5, pagg. 28-30, quasi calligrafico, dove ha titolo Il Lauro. ... Il ms. Ambros., III, 3, pagg. 35-38, senza titolo, calligrafico, d’altra mano, ha le varianti : v. 2. L’altr’ier per una v. 7. Strappossi v. 10. E chi fu quel briccone v. 15. queste bravate v. 27. Onde or tanto vv. 30-32. Fu un vate poverello Che non avendo da pagar lo scotto La lasciò pegno all’oste vv. 56-57. Prese l’alloro e irato L’appese (manca, cioè, il v. 57); v. 59. Colà pendi v. 60. Prosegue:

«Non per questo però d’ira t’accendi,

O Figlio di Latona,

Ch’è lo sfregio minor che síesi mai

Fatto alla tua corona:

Se tu m’ascolti, io dirò peggio assai.

Dafne, che tanta forza

Aggiunse al piede snello

Per vergine fuggir dalle tue mani,

Poichè mutò la scorza

E mascherossi in lauro,

È divenuta donna di bordello,

E per argento od auro,

Nova Semiramisse, ai più villani

Animali si dona.

Febo, deh me ’l perdona.

Quanti, oh quanti dappochi

Vidi agli Elèi e vidi ai Pizii giochi

Aver cogli altrui versi il primo onor [sic]

Dai giudici dell’arte;

E vidi ’l vero autor [sic]

Sorridere in disparte.

E Roma a chi diè il lauro?

Colui fu coronato

Che avea, dall’Indo al Mauro,

Sparso più sangue, e più l’altrui rubato.

Quanti ebbero l’alloro

Seguaci del tuo figlio,

A cui non pende invan la barba d’oro,

Ch’era miglior consiglio,

Più che a que’medicastri,

Dare all’infermo il trionfale onore,

Che nudo combattè co’ loro empiastri,

E restò vincitore!

Quanti ....

Seguía Silen; ma non potè»,

attaccando, così, col v. 61. I versi da Se tu m’ascolti a Febo, deh me ’l perdona, son segnati da lineetta a sinistra.

[2] Seguo REINA, III, 24. Non ne conosco manoscritti che annota: « il marito della Duchessa Serbelloni Ottoboni, uomo burbero, erasi per un capriccio diviso di stanza dalla moglie. Parini, scrivendogli questo scherzo gli trasse di capo il mal umore ». Non ne conosco manoscritti.

[3] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, h, pag. 20. Per la Paolina Grismondi Secco-Suardo (1746-1801); la Lesbia Cidonia di L. Mascheroni. Nel ms. ha l’indicazione «Madrigale ».

[4] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, e, pag. 11, dove non ha titolo. Il Reina pone il ritratto dell’incisore Pietro Martini [di Tre Basali, n?l Parmigiano, 1738-1797]. I versi del P. furono pubblicati sotto il ritratto di lui disegnato dal Moreau e inciso dal Rosaspina.

[5] «Contro il curato Rusnati, scrittore di cattive Odi alcaiche» - Si noti che O Dea Cicala è anagramma di Ode Alcaica.

[6] Versi in morte del celebre poeta Balestrieri, Milano, Monistero di Sant’ Ambrogio Maggiore, 1780

[7] « In morte del curato Ciocca. Si trova stampato in una raccolta in morte dello stesso».

[8] Vero è che a Bosisio ci sono rape, cavoli e minchioni.

[9] fuston: torsoli di cavolo

[10] In Ambros., III, 5, pag. 233, col titolo « El magon dij Damm de Milan per I baronad de Franza », e il REINA annota : « L’autore compose questo sonetto nel 1793, quando in Francia regnava il terrore. Si voleva distruggere la Francia, eppure a spese enormi derivavansi di là mode e capricci repubblicani. - Pethion, Presidente della Convenzione Nazionale ». Girolamo Péthion, o Petion (1753-1794), fu sindaco di Parigi dal 14 novembre 1791, e proscritto, dopo il 2 giugno 1793, si uccise, pare, in quel giorni.

[11] La copia è in Ambros., II, 2, pag. 49; dove è il v. Sono Parin d’ambe le gambe strambe; L’Epitafio di Recalcati; e, riferita, la dedica - All’abate Parini Primo pittor del signoril costume. L’autore (Alfieri)».

[12] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 99; dove questi versi non sono cancellati mentre vi sono cancellati i versi d’una redazione precedente, che si troverà qui. ... Nella stessa pag. 99, gli abbozzi dànno: « Se di nozze a cantar prendo, Proprio a nozze esser mi pare. De le nozze io non comprendo Che ci sia più dolce affare, Nè soggetto che ne dia Più gran gusto in poesia. Via di qua, gente severa, Coll’irsuto (che col grave) sopracciglio: Sopra, noi più non impera L’indiscreto tuo consiglio. La Ragion seduta (tornata) in trono Loda il bello e loda il buono ». Un’altra redazione è autografa, e non è cancellata, in Ambros., II, 4, pag. 13: S’io di nozze a cantar prendo, Chi spiegar può il mio diletto? Di bell’estro allor m’accendo, Vien l’idea, freme l’affetto, E m’appresta dolci e pronte Le sue corde Anacreonte. Lungi, o turba de’severi; Da te leggi allor non piglio; Non mi curo che tu imperi Con l’irsuto sopracciglio, E (Ma) scherzar fo la Virtude Con le Grazie tutto [sie] ignude ». Altri versi si ricollegano a questi in Ambros., II, 3, pag. 99: « Tu gentil coppia di sposi », « La natura agli animanti Un soave foco inspira », « Tu gran madre universale, Tu natura vincitrice ».

[13] Il REINA, II, 243-245, lo intitolò « Frammento di un’ode alla duchessa Serbelloni Ottoboni ».

[14] non prosegue

[15] In una lettera di Giuseppe Maria Pagnini, carmelitano, da Parma, 5 giugno 1801, al REINA (il quale vi accenna in una nota, II, 250), conservata in Ambros., II, 3, pagg. 15-18, esso Pagnini vi ricopia le quattro strofe concessegli dal Parini, che, se le portasso seco, quando gli fece visita in Milano: chè il P., pregato dalla contessa Rossane Della Somaglia, aveva cominciato un componimento nuziale; e, andato il Pagnini a trovarlo, volle mostrarglì la buona volontà che aveva avuta di. contentare la dama, e gli mostrò e gli diè quelle strofe. Seguo la copia del Pagnini perchè dà qualcosa in più dell’autografo Ambros., II, 3, pag. 19

[16] Seguo l’autografo Ambros., VIII, 13, pag. 43 ; che è un abbozzo dentro una Pagina di appunti in prosa per soggetti d’arte da dipingersi. ... Secondo un’ipotesi di P. Novati, raccolta dal conte A. GIULINI, Come e perchè cadde in disgrazia il Plenipotenziario imperiale Principe di Kevenhüller (in Archivio Storico Lombardo, anno XLV, 1919, fasc. III-IV), l’ode del P. Odi, Alcone, il muggito, alluderebbe all’improvvisa destituzione fatta da Giuseppe II, nel 1782, del Kovenhüller dalla carica, che egli copriva sin dal 1775, di Plenipotenziario imperiale in Italia con sede in Pavia. Dato ciò, sembra che questo frammento sia da riconnettersi a quell’ode e a tale occasione.

[17] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 71; senza titolo. Il SALVERAGLIO, pagg. 181-182, pone « Alla Marchesa Paola Castiglioni ». Gli ultimi quattro versi furono dal P. aggiunti d’altro inchiostro e concitatamente. Incerto è il principio del verso ultimo; forse, invece di Alt’ è da leggere Alto. Si osserverà che il frammento che segue « O gl’Insubri e l’Italia », diretto al cardinale Durini, non è che un’altra forma di questo frammento diretto invece alla marchesa Castiglioni, che è la dama cui il P. diresse l’ode Queste, che il fero Allobrogo e altri versi.

[18] Seguo l’autografo Ambros., il II, 3, pag. 73. Il REINA, II, 252-254, ha il titolo « Frammento di un’ode per Angelo Maria Durini Cardinale »: e ripete, arbitrariamente, la strofe ultima dell’abbozzo frammentario, diretto alla marchesa Paola Castiglioni, che qui procede.

[19] Seguo l’autografo Ambros., II, 4, Pagg. 53-55, che non ha titolo ma l’indicazione «Ode». Il REINA, II, 248, Intitola: « Frammento di un’ode in morte di Domenico Balestrieri ». ... Pel Balestrieri il P. scrisse anche l’epigramma «Vanne, o Morte crudel », e, forse, l’iscrizione latina In San Nazaro.

[20] È diretto alla Teresa Mussi, amata dal P., che per lei scrisse varii « scherzi »: il REINA, pubblicandoli, notò (per Il Parafoco; II, 229) che ella fu «amica tenera dell’autore, e donna di cor patetico e gentile, e di forme leggiadre».

[21] echino, riccio marino

[22] finisce così, senza punteggiatura

[23] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 7, dove ha questo titolo: « Ad uno Amico che scrive delle osservazioni sopra i costumi de’ suoi Cittadini. Versi sciolti ». Il REINA, e i derivati, hanno : «Al Consultor Pecci ».

[24] finisce così senza punteggiatura

[25] Seguo gli autografi Ambros., II, 1, e, pag. 1, e II, 1, e, pag. 187, Senza titolo. Il REINA, II, 257-258, ha: « Frammento di un’ode ad Andrea Appiani » [di Bosisio, 1754-1817], e la didascalia: « È osservabile che un Poeta ed un Pittore sì grandi ci sieno venuti dalla terra di Bosisio. Parini compiacevasi forte delle idee raccolte per quest’ode, ch’egli stava maturando negli ultimi tempi di sua vita ».

[26] componimento non finito

[27] Parini si rivolge a Giancarlo Passeroni (1713-1803): ma chi è il giovane letterato che arringa la gente e conosce un poco di francese?

[28] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 69; dove non ha titolo. Il REINA, II, 255-256, ha: «Frammento di un’ode. A Delia »; e la didascalia: « Una ragguardevolissima donna voleva che il nostro Poeta cantasse le vittorie Franzesi; ed egli le stava compiacendo nel verno che precedette la sconfitta di Scherer »; cioè nell’Inverno 1798-1799.

[29] Seguo D. Balestrieri, nelle note al canto VIII della sua Gerusalemme liberata in dialetto milanese, Milano, Bianchi, 1772. Il Reina, I, 239, annota: « Colonna ch’esisteva in una piazza di Milano, per monumento d’infamia contro alcuni pretesi rei di veneficio. Ella fu atterrata, perchè non ricordava a’ posteri che la barbarie e l’ignoranza de’ tempi che vi fu collocata. Questi frammenti conservatici da Domenico BALESTRIERI in ina nota al canto VIII della Gerusalemme Liberata, travestita in lingua milanese, ci fanno ardentemente desiderare l’intero poemetto, che si è smarrito ». Era, come si è visto, un sermone; corto per un’accadeinla tenuta dai Trasformati sul tema « La Superstizione »; da considerarsi accanto agli sciolti Pingimi, o Musa.

[30] Componimento incompleto

[31] Componimento incompleto

[32] Sono le prime strofe più o meno liberamente tradotte di 18 odi di Orazio. - Per la rivendicazione che di queste strofe fece a sè l’ab. Francesco Venini, traduttore d’Orazio (di Varenna, 1737-1820), quando alcune di esse, I num. 1, 2, 3, 5, 6, 8, 9, 10, 16, 17 (chè le altre escon qui per la prima volta), furon pubblicate dal Reina, III, 191-194, Cfr. Il Reina Stesso in un foglio a stampa che suol trovarsi aggiunto in fine al vol. VI delle Opere del PARINI, dopo che, nella penultima pagina del volume medesimo, il Reina aveva scritto, in risposta ad asserzioni del Venini: « Quanto a certi frammenti di traduzione delle Odi di Orazio, che l’abate Francesco Venini dice suoi, oltre che essi trovansi in un libretto di mano del PARINI con altri frammenti delle Satire di Orazio, che il Venini non tradusse mai, potrei ricordare per testimonio mio, e per gloria del Venini medesimo, che il PARINI e lo diresse nell’opera, e gli corresse da capo a fondo quella qualunque sua traduzione delle Odi di Orazio; prima di che aveva il PARINI, per addestrarsi nella Lirica, tradotto in nuovi metri parecchi principii delle Odi di Orazio, tra’ quali eranvi li da me pubblicati ». Avendo il Venini insistito, il REINA, lo confutò: « Lettera dell’Editore delle Opere di G. P. all’abate FRANCESCO VENINI, in proposito di una Lettera di questo ad un Amico, per servir di risposta all’accusa di plagio fattagli dall’Editore dell’Opere di G. P. Le difese del VENINI sono in, Opere di G. P., Venezia, Storti, 1804, V, 287-296. A. FORESTI, Una fonte di metri per il P., in Il Marzocco, 30 ottobre 1921, XXVI, 44, sostiene che il P. si ricopiò le strofe del Venini. Faccio seguire il fram. CCXIV, che è indubbiamente del P. Col n. CCXV cominciano le poesie dubbie (oltre essi frammenti oraziani) o indebitamente attribuite al P.

[33] Seguo il nos. Ambros., III, 3,pag. 63 dove ha il titolo «Perla soppressione dei Gesuiti Di mano del Gambarelli è in Ambros., III, 8, pag. 5, e pag. 108. ... E corse, con varie lezioni, manoscritto, con che spesso si trova nelle raccolte e miscellanea per l’ abolizione della Compagnia di Gesù. Il Reina: «Alcuno dubita se questo sonetto sia di Parini: la voce comune lo vuole suo: uomini autorevoli amarono che si pubblicasse fra le cose di lui». E nell’ Avvertimento innanzi al vol. stesso (pag. VI): «Dubitandosi da taluno, se un sonetto sull’ abolizione de’ Gesuiti, il quale trovossi volante nel volume delle Liriche di Parini, sia cosa di lui, non tralasciai di accennarne il dubbio a suo luogo, onde evitare ogni taccia di usurpazione.» L’ abolizione dell’ ordine de’ Gesuiti accadde con la bolla Dominus et Redemptor noster di Clemente XIV, il 21 luglio 1773.

[34] In foglio volante (Ambros., I, 8), stampato a Milano, Francesco Bolzani, s. a. Sopra le quali indicazioni tipografiche, son le iniziali D. A. P. Il Trivulz., 890, che l’ ha a pag. 18, nella nota relativa avverte: « Stampato nel 1777 per la festa di S. Luigi Gonzaga, solennizzata ii 31 agosto del detto anno, dalla Pia Associazione della Carità Cristiana a pro degli Infermi, nella Chiesa Parrochiale di S. Bartolomeo in Milano. Questo son. fui da alcuni creduto di Don Antonio Perabò, per le iniziali D. A. P. con cui fu stampato; ma lo stile lo mostra del nostro autore.

[35] Seguo le Opere di G. P., Monza, tipografia Corbella, 1836, pag. 75, dove è questa nota: Il presente sonetto non trovasi nella raccolta delle opera pariniane fatta dal sig. Reina. È ascritto al Parini in una Scelta di poesie italiane stampata in Savona nel 1827, d’ onde l’ abbiam tratto e lo inseriamo qui, senza però farci mallevadori della sua autenticità».

[36] Seguo la copia, un po’ scorrotta, in Ambros., III, 5, pag. 235, con la dedica : All’ amico pittore Andrea Appiani, in occasione di aver fatto il mio ritratto». Quivi, d’ altra mano, pur essa del sec. XVIII : «Non sembra di Parini».

[37] Di dubbia attribuzione

[38] Di incerta attribuzione

[39] Fu edito nel 1811 dal Foscolo negli Annali di Scienze e Lettere, VI, 276 sgg., che egli compilava con G. Rasori; e si ritrova nelle Opere del Foscolo stesso, Firenze, Le Monnier, 1850, Prose letterarie, II, 337-344, nello scritto Della Poesia lirica: dove si legge: «A queste considerazioni diede motivo un’Ode che ci è capitata manoscritta, e di cui abbiamo vanamente cercato l’ autore. Nè ci è riuscito di sapere se fu mai pubblicata. Un letterato da noi consultato la giudicò, dallo stile, opera d’uomo che scrisse dopo la metà del secolo scorso, e penderebbe a crederla traduzione o imitazione di qualche poesia inglese, ove il calore e la franchezza non persuadessero invece essere quell’Ode poesia originale». Il Bernardoni la ritrovò ms. tra le carte del conte Visconti a Fontaneto, e la ristampò, con alcune varianti, come del P., avvertendo che di lui l’asseriva quel Visconti «intimo suo amico». Non avendo potuto trovare l’ode famosa di Carlo Churcill (1731-1764), The Times, mi è stato impossibile accertare se, come può sospettarsi, questa sia una versione o imitazione di tale ode.

[40] la poesia è di Clemente Bondi...

[41] Sonetto in lode di Marco Rossetti, carmelitano, predicatore; Egimo era il nome arcadico del carmelitano A. Perotti: il nome del P. è scritto a mano in un foglio volante. Queste notizie, in un appunto di F. Salveraglio, non è stato possibile accertarlo, nè ritrovare il sonetto.

[42] Codice Ambros., < III, 5, pag. 92, dove è annotato che «dicesi dell’ab. Parini», e, aggiunto posteriormente, dalla mano stessa: «non è del Parini». Qui ha il titolo «Per l’andata di Pio VII a Vienna »; che fu nel marzo-aprile 1782.

[43] Attribuito a Parini

[44] Comparve col titolo «Un’ode inedita del Parini », in Roma letteraria, Roma, 10 gennaio 1895, III, 1. L’anonimo pubblicatore avvertì: «La seguente ode fu ricopiata, or sono molti anni, da un nostro collaboratore, di sur un autografo del Parini che si trovava nell’albo di una gentile signora. Come la poesia fosse venuta in quelle mani, è dichiarato nelle due lettere che la precedono. Vive ancora qualcuna delle persone nominato nelle lettere? Perchè importerebbe il sapere onde fu tolto l’autografo». La prima lettera è di L. G. Val-lardi (9 agosto 1863) che, mandando l’ode a un amico, Innocenzo Regazzoni, per assecondare il desiderio di un «amabile genietto», gli scrive : «Eccoti adunque le strofe autografe del Parini che a te riusciranno di maggiore sorpresa, menzionandovisi il cielo sereno e l’onda placida del Lario». La seconda lettera è del prof. dott. Innocenzo Regazzoni (Com, 10 agosto 1863) che manda ad un «Eccellentissimo Signor Prefetto» l’ode e la lettera del Vallardi, per corrispondere al desiderio del Prefetto stesso. Non stimerei autentica l’ode, sebbene vi si legga in fine Parini; sia per la qualità dell’arte, sia per le troppo incerte testimonianze che l’accompagnano. Luigi Giuseppe Vallardi fu un non ignoto drammaturgo lombardo.

[45] Uscì in Il Cimento, Torino, 1856, a. IV, serie 4a, vol. VII, pag. 169 sgg., con questa avvertenza: «Nel palazzo del duca Melzi, sul lago di Como, si trovò nel 1830 l’originale manoscritto di questo Idillio, con altri brevi frammenti di versi o di prose dell’abate Parini. Nè di esso nè de’ frammenti (cioè un epigramma contro l’adulazione di Metastasio, un altro sul celibato dei preti, una lettera al Firmian, ed un’altra all’amico Tieozzi) fa cenno Francesco Reina nella biografia del Poeta; ma il parroco di Bellagio, che nel 1838 possedeva quel manoscritto, di cui mi lasciò trar copia, assicurava che n’avea fatto menzione il Diario di Roma non so di qual anno». In calce all’idillio, nel Cimento si legge: «L’Editore P.». Il Carducci ne ristampò col titolo «Frammenti d’un Idillio» soltanto i primi 141 versi (sino a tugurïetti) nella sua edizione Poesie di G. P., Firenze, Barbèra, 1856 (Diamante), pagg. 347-352. Sebbene l’autorità di lui sia molta, non rèputo del P. il componimento. Le ricerche del ms. che era in quel palazzo Melzi e passò quindi al parroco di Bellagio sono riuscito vane, e non ritrovai l’accenno nel Diario di Roma; ma, a parte ciò, suscitano fortissimi dubbii l’indicazione de’ frammenti che si sarebbero trovati insieme con l’Idillio (adulazione del Metastasio, celibato de’ preti); la nessuna corrispondenza di essi frammenti e dell’Idillio nei tanti autografi o copie delle scritture pariniane; la chiusa «L’Editore P.»; e lo stile e la lingua che ha tanto del Prati piuttosto che del Parini. Senza arrivare a una sentenza decisa, propendo assai a credere l’Idillio un’invenzione o del Prati o di alcun suo seguace (escludendo il Paravia; che potè esser tratto inganno, per scherzo, dal Prati o da altri). Se abbiam dinanzi una contraffazione, l’autore conobbe o seguì, a suo modo, l’autentico frammento pariniano «Morbo crudele avea rapito a Fille»; e forse per gioco pose i puntolini dopo il v. 180, o vi fece la nota che ha forse dello scherzoso verso gl’ingenui lettori.

[46] Così la stampa. Ma sospetto sia errore, invece di le; oppure, men probabilmente, che mentía debba correggersi in vestía

[47] A questo luogo il ms. per le molte cancellature non è leggibile; tranne le parole: mirava verga — pastorello (Nota della stampa).

[48] Seguo REINA, II. 233-238. « È lavoro di quel bell ’ingegno di Raffaele Arauco 1802]; ed io l’ho veduta col titolo: Il sentimento non può essere un dovere d’istituzione, e con tante cancellature e variazioni autografe, tra le carte esistenti presso la sua vedova, signora D. Vincenza Prevosti, vedova, pure in seconde nozze di quell’ altro vivacissimo ingegno di Carlo Porta. Arauco fu allievo del Parini.

[49] Cod. Ambros., II, 11, pag. 151 Vi ha la nota: « 1781, gennaio. Dicesi dell’abbate Parini milanese » e, d’altra mano, in aggiunta « ma è dell’ab. Pellizzoni; cioè di Carlo Alfonso Pellizzoni (1734?-1818).

 

 

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Ultimo aggiornamento: 14 maggio 2006