Giuseppe Parini

 

Poesie varie

e frammenti in verso

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925 - Nel testo è indicata la provenienza di ciascuna poesia

 

 

Parte terza

CXXI-CLXX

 

 

CXXI.

O Reverendo Padre Cavenago,

Che vi sieno cavati ambo i ........

E attaccàtivi al col con uno spago

A foggia di due belli medaglioni!                                           4

Poi ch’io veggo che voi siete sì vago

Di comprarvi a contanti le quistioni,

Chiamatemi un briccon s’io non vi pago

Propiamente a misura di carboni.                                         8

Ditemi, caro voi, come c’entrate

A voler criticar gli altrui sonetti?

Forse per dimostrar che siete un frate?                                 11

O per la gola di quattro confetti

O ciambelle che v’abbiano donate

Di que’ sonetti vostri maladetti?                                            14

O perchè vi diletti

Di far sapere al popolo, alla gente,

Che voi siete una bestia onnipotente?                                   17

Non dubitate niente:

Se non mancano a me l’usate vene,

Vi sarà dato quel che vi si viene.                                            20

Tenete a mente bene

Che a siffatti argomenti egli è ’l mio gioco,

Frate ignorante, poltrone e dappoco.                                    23

N’andrete in ogni loco

Voi e que’ vostri versacci stivali

Che fan rider le acciughe e i cavïali.                                      26

E vivrete immortali

Colla lingua che tanto onor vi féo

In mezzo alla Ritonda e al Culiseo.                                        29

CXXII.

Un somarello è montato in bigoncia

Per legger Poesia agli animali;

E s’accavalcia sul naso gli occhiali,

E gli altrui versi rattoppa e racconcia                                    4

Ma perchè di sapere e’ non ha oncia

In quel capaccio suo, che porta l’ali,

E’ dice arrosti così madornali

Ch’ogni femmina gravida si sconcia.                                    8

Elefanti, Cammelli, Orsi, Lïoni,

E bestie d’ogni clima e d’ogni guisa

Traggono ad ascoltar le sue quistioni:

Ma ad ascoltarlo chiunque s’affisa,

Se gli sfondola il ventre ne’ ............

Perchè il brachier gli schiantano le risa.                                14

Egli è partito a Pisa,

Vinto per sette ceci e due lupini,

Ch’e’ vi vada a insegnar Versi Lionini                                   17

A’ Guelfi e a’ Ghibellini

E insino a’ Gufi, insino a’ Vipistregli

L’han,dichiarito [sic] Papa de’ baccegli.                               20

E, intanto che legg’egli,

Dicon l’un l’altro: Compar mio, deh mira

Quanto sta bene l’Asino alla lira!

CXXIII.

Ira è un breve furor, subito ardente,

Ch’un gentil petto infiamma, agita e scuote

E bench’ella sia orror, anco è sovente

De le bell’opre altrui stimolo e cote:                                       4

E ’l Poetico sacro Estro fervente,

Tu, pio Signor, ben sai quanto in noi puote

E sai come, s’avvien ch’altri lo tente,

Ratto s’inaspri, e ’l fier pungolo arroto.                                 8

Ma perchè ornar con lusinghiero inchiostro

Il mio fallir vogl’io, qual chi cancella

Macchie dal volto suo con minio od ostro?                           11

Venga ’l mio fallo a te, Signor, con quella

Sua ferità natia; e in faccia al mostro

Splenda la tua pietate assai più bella.                                    14

CXXIV. [1]

Chiunque dice che impossibil sia

Che fuor del putridume escan gl’insetti,

Perchè non ponno uscir così perfetti

Fuor del fastidio e della porcheria,                                         4

Prima di giudicar l’opinion mia,

Che può star fra tant’altre anch’essa, aspetti

La quale io cavo per diritta via

Da i medesimi nostri umani effetti.                                       8

Noi veggiam, per esempio, uscir sovente

Dal fango alcun villan che, asceso in alto,

Si paragona pur col più potente:                                           11

E chi direbbe mai che sì gran salto

Facesse dalla mota, anzi dal niente,

Col gioco, verbigrazia, o coll’appalto?                                  14

E come in sur un alto

Albero fa la cicala di state,

Sol del suo nome assordi le brigate?                                      17

Quanti fra noi mirate

Del concime uscir bruchi e cantarelle,

Che del ricolto non lascian covelle                                         20

E traggonci la pelle?

Quanti del succidume escon pidocchi

Che ne succiano il sangue e cavan gli occhi                          23

A noi altri capocchi?

E quant’altri animai sozzi e poltroni

Nascon dal lezzo e pelano i minchioni?                                26

CXXV.

Gentil donzella, che a marito andate

Con un bel viso, e delle doti assai;

E, quel ch’è il meglio, ricca d’onestate,

Mercatanzia rarissima oggi mai,                                           4

Voi allo Sposo un capital portate

Da rendervi a lui cara sempre mai,

Contro al costume de la nostra etate,

Che i letti maritali empie di guai.                                          8

A lui dolci saran l’auree catene

Onde lega Imeneo, morte le scioglie.

Voi farete mentir quell’uom dabbene,                                   11

Che due buon giorni diede a que’ c’han moglie:

L’uno quando la sposa a casa viene,

L’altro quando il becchin poi se la toglie.                              14

CXXVI.

Scendi propizia dall’ardente sfera

Ove tu brilli a i fortunati amanti,

Figlia del mar che co’ tuoi lumi santi

Spesso rallegri ancor Pafo e Citera.                                       4

Vieni e corona il caldo amor, la intera

Fede di queste due alme costanti:

Non sai quanti sospir sparsero e quanti

Nel desïar questa beata sera?                                                 8

Profano già de gli uomini consiglio

Non è il bel nodo. Ah! di sua man, gioconda

Madre, lo strinse il tuo celeste figlio.                                      11

Vieni e t’assidi su la destra sponda

Del talamo felice; e, dal bel ciglio

Versando i dolci rai, l’ardi e feconda.                                    14

CXXVII.

Precorre Imene, o rende luminosa

La sacra stanza de’ piacer novelli

E rugiada freschissima odorosa

Da le rose gli piove sui capelli.                                               4

Amore, armato sol d’aurei quadrelli,

Guida la verginella paurosa;

Ed ella, chini i suoi due occhi belli,

Sopra lui mollemente la man posa.                                       8

Amor sorride, e le accenna col dito

Il loco ove sarà madre d’eroi:

Ella, a quel cenno, palpita ed arrossa.                                   11

Serba quel bel pudor, vergin commossa,

Se il letto genïale ognor gradito

Al caro sposo e a te serbar tu vuoi.                                        14

CXXVIII.

O tardi alzata dal tuo novo letto,

Lieta sposa, a lo speglio invan ritorni,

E di fiori e di gemme invano adorni

E di candida polve il crin negletto.                                        4

La Diva che al tuo sposo accende in petto

Fervide brame onde bear suoi giorni,

Vuoi che più volte oggi lo speglio torni

A rinnovare il tuo cangiato aspetto.                                       8

Ecco a la bella madre Amore addita

L’ombra che ad or ad or sul crin ti viene

La dissipata polvere seguendo:                                              11

E pur contando su le bianche dita,

E fiso ne le tue luci serene,

Guarda vezzosamente sorridendo.                                        14

CXXIX.

Oh beato colui che può innocente

Nel suo tetto abbracciar la propria sposa,

Ed amoroso insieme e continente

Coglier con parca man la giovin rosa:                                   4

E veder poi dal suo desire ardente

Sorger prole robusta e grazïosa

E coltivar la tenerella mente

Al vero, al giusto, ad ogni onesta cosa:                                  8

Indi vederli ornar ambeduo i sessi

Di senno, di valore, e di virtuti,

Utili a gli altri ed utili a sè stessi:                                            11

E udire alfin ne gli anni suoi canuti

Benedir da la patria i casti amplessi

Che sì forti le diêr schermi ed aiuti.                                       14

CXXX.

Natura, un giorno, a contemplar discese

Di sua maestra man l’opre più belle;

Ma, non trovando un bel compiuto in quelle,

Volle provarsi, e un lavor nuovo imprese.                             4

Del giglio e della rosa il color prese,

E due pennelleggiò guance novelle:

Indi, trascelti dalle ardenti stelle

I più bei raggi, due pupille accese.                                         8

Poscia una bianca fronte, e un bel crin d’oro,

Due rosei labbri, ed un celeste viso,

E tutto al fin compiè l’alto lavoro.                                          11

Ma quando il vide, e ne scoperse il vanto,

Piacque a sè stessa, e con superbo riso:

No, disse, io non credea di poter tanto!                                 14

CXXXI. [2]

Colombetta gentil, che fra i clamori

Di popol lieto in libertà te ’n riedi,

Perchè sol Nice qual tuo albergo onori

Ed in quell’une sue braccia ti siedi?                                       4

Forse agli atti, all’aspetto, esser lei credi

La Madre delle Grazie e degli Amori,

E cogli alati suoi bei corridori

D’esser congiunta all’aureo cocchio chiedi?                          8

Forse ti disse alcun, che fra’ suoi belli

Candidi avorii ogni augellino invita

Onde al grato tepor si rinovelli?                                             11

O fra le delicate agili dita

Ti lusinghi ancor tu, come altri augelli,

Morte trovar soave, o dolce vita?                                           14

CXXXII.

Il pomo che a le nozze di Pelèo

Suscitò fra le dive alte disfide,

O bella Pelosini, Amor decide

che a te darebbe il pastorello Idèo.                                         4

Per te pugnar vorrebbe il gran Pellèo

Che l’Indo e il Gange a sè soggetto vide

Per te l’asta impugnar vorría Pelide

Onde Troia superba arse e cadéo.                                         

Qualor piena di grazie e di decoro

Danzar ti veggo, il sangue in ogni vena

M’arde, come la terra di Peloro;                                           

E Pelio ed Ossa innalzerei con lena,

Se gir potessi ad ottener ristoro

Per quella via che in vêr Pelusio mena.                                 14

CXXXIII. [3]

Mirate come scioglie e come affrena

Il passo altier quasi ondeggiante mare,

E come grande e maestosa appare,

E sola di sè sola empie la scena.                                             4

Mirate, l’alma d’armonia ripiena,

Le volubili braccia alto spiegare;

Ed esser fiera e volgere e chinare

Molle il bel corpo, or torbida or serena.                                 8

E il petto piegar morbido vedete;

E di sè far con variato accordo

Quadro che tal non fingerebbe Apelle.                                 11

Mirate, non già tu volgo aspro e sordo,

Ma voi gentili, che la forza siete

A sentir nati de le cose belle.

CXXXIV. [4]

Se i lacci poi del tuo bel genio indegni

Al fin tu spezzi, e torni Ifigenía;

E nel volto, ch’or teme ora desía,

Fingi affanno, pietà, sospetti, o sdegni,                                 4

Quel che del duol scolpisci arditi segni

Ne turban la ingannata fantasia;

E i mossi spirti dall’aperta via

Piomban sull’alme ove trionfi e regni:                                   8

E non occupa già con lungo orrore

L’anime fredde in sterili diletti

Il canto che accompagna il tuo dolore;                                  11

Ma, dolce secondando i moti e i detti,

In noi discende, e ne spalanca il core

Al placido inondar de’ varii affetti.                                        14

CXXXV. [5]

Sul lieto stuol cui della Danza il vago

Genio unì, di Citera alto la Dea

Fremè d’invidia; ed in dolente immago

Pensosa e scarna Economia piangea.                                    4

Del suo dolor, de’ scorni suoi presago,

Il coniugale Amor muto sedea;

Temperanza languia; e a piè d’Astrea

Mordeasi il labbro il creditor non pago.                                8

Fra gemme ed oro in nobil fasto altero

Sol festeggiar, sol trionfare io vidi

Ridente il Lusso in tuon superbo e fiero.                               11

L’arresto: E come, dissi, in sì gioconde

Forme tu sol fra tanti esulti e ridi?

Passa il Nume villano, e non risponde.                                 14

CXXXVI.

Crispin non avea pan, tre giorni è oggi;

Or la sua casa è fatta una cuccagna.

Sofà, trumò, argenti, arazzi, sfoggi,

E tè, caffè, cioccolatte, sciampagna,                                      4

Pernici, storïon, zecchini a moggi,

Gioco, teatro, guardaroba magna,

Trine ricami, anella, poste, alloggi,

Suoni, conviti, casino in campagna....                                   8

Come diavol può far che tanto ei spenda?

Dicon gli sciocchi: - Crispin l’altro giorno

Trovato ha una miniera ond’egli sguazza. -                         11

Eh baccelloni! La miniera un corno!

Crispin ier l’altro ha avuto un’azïenda,

Ed ha sposata una bella ragazza.                                          14

CXXXVII.

Mentre sul freddo letto ancor giacea,

Piena il viso di morte, e gli occhi spenti;

Su l’una sponda, affisa a lei, stendea

La figlia, ignara ancor, palme innocenti.                              4

Muto, dall’altra, il genitor volgea

Or su questa or su quella i rai piangenti

Poi scosso al fine: Oh figlia mia, dicea,

Che il danno tuo, che il mio doler non senti,                         8

A che cerchi la madre, a che la mano

Stendi ai gelidi avanzi? In Dio già sciolto

Fuggì lo spirto, e tu la chiami in vano.                                  11

Deh non seguirla, o figlia; e al mesto padre,

In parte almen, nella virtù, nel volto,

Rendi un giorno, se il puoi, rendi la madre!                          14

CXXXVIII.

Volgi un momento sol, volgi un momento,

Clori divina, sul mio stato, acerbo

L’onnipotente tuo occhio superbo,

E calma in parte il mio crudel tormento:                              4

E vedrai tosto, a quel girar, lo spento

Estro avvivarsi; e quel che in mente io serbo

Foco menar gran vampa; e acquistar nerbo

L’ingegno per la doglia stanco e lento                                   8

E qual torrente già precipitarmi

Dal labbro i versi; e al mio piè l’Astio nero

Prostèrnersi, e la Gloria incoronarmi,                                    11

E la Terra devota al tempio altero

Offerir del tuo Nume e bronzi e marmi,

Dicendo: A te che ravvivasti Omero.                                     14

CXXXIX.

Ecco la reggia, ecco de’ prischi incassi

Le tombe insanguinate, ecco le genti

Di tre parti dell’orbe intorno a i massi

Ancor di scelerato oro lucenti.                                                4

Tu, America, piagnendo gl’innocenti

Occhi sull’arco tuo spezzato abbassi;

Tu sudi, Affrica serva: e co i tormenti

Sovr’ambe minacciando Europa stassi.                                8

Ma la vostra tiranna ecco attraversa

Il mar con sue rapine; ed ecco io veggio

Vostri demòni da le triste prore                                              11

Discender seco; ed ecco in sen si versa

Col rapito venen rabbia e furore

E guerra e morte. Or qual di voi sta peggio?                        14

CXL.[6]

Le fresche ombre tranquille, i colli ameni,

E queste di vigore aure feconde,

Che tu respiri, e queste tiepid’onde

Ove le belle membra ignuda tieni;                                        4

Sì, domeranno alfin gli aspri veneni,

Donna gentil, che il tuo bel petto asconde;

E a te l’alma Salute, ore gioconde

Guidando, tornerà co’ piè sereni.                                           8

La Patria e il Mondo allor di grato core

Porrà al Genio del loco un’ara in segno;

E queste note incideravvi Amore:

Salva colei, che di virtù, d’ingegno,

Di grazie, di modestia, ottiene onore

Sopra quant’altre ha di Bellezza il Regno.                            14

CXLI.

Quell’io che già con lungo amaro carme

Amor derisi e il suo regno potente,

E tutta osai chiamar l’itala gente

Col mio riso maligno ad ascoltarme;                                     4

Or sento anch’io sotto a le indomite arme,

Tra la folla del popolo imminente,

Dietro a le rote del gran carro lente

Dall’offeso tiranno strascinarme.                                           8

Ognun, per osservar l’infame multa,

Preme, urta e grida al suo propinquo

E il beffator comun beffa ed insulta.                                     11

Io, scornato, abbassando gli occhi rei,

Seguo il mio fato; e il fier nemico esulta.

Imparate a deridere gli Dei.                                                   14

CXLII.

Appunto in quel momento

Che torna l’alba a sorgere,

E lievi aurette volano

Dinanzi al sol che vien,                         4

Filli vêr me contento

Sognai venir: seguíala

Un garzon dolce e roseo

Con viso almo seren.                             8

Vezzosi e porporini

Avea i begli occhi languidi,

E i crini gli stillavano

Di mattutino umor.                              12

Gli sguardi a Filli inchini

Ei parve amor richiedere :

La fredda man tenendole

Io palpitava in cor.                                16

Filli da me fuggía

Al garzon dolce e roseo:

Ei subito arretrandosi

Da Filli s’involò.                                    20

Dell’alba, o Filli mia,

Vero fia il sogno: rapida

Tu fuggi me: te il roseo

Garzon fuggir vedrò.                            24

CXLII bis.

Appunto, in quel momento

Che torna l’alba a nascere,

E lievi fiati volano

Dinanzi al Sol che vien,                        4

Mentre i’ dormía contento,

Cara, di te sognandomi,

Ecco il figliuol di Venere

Con viso entrar seren.                           8

Avea di sonno ancora

I suoi begli occhi languidi;

E l’ale a lui stillavano

Di mattutino umor.                              12

Che vuoi sì di buon’ora,

O sempre amabil ospite?

Dissi; e la man tenendogli

Mi palpitava il cor.                                16

CXLII ter.

Filli, appunto in quel momento

Quando l’alba esce del mare,

E che sentesi spirare

Fra le fronde un lieve vento,                 4

Mentre in letto ancor giacea,

Pur di te, cred’io, sognando,

Ecco a me venir volando

Il figliuol di Citerea.                              8

Ei di sonno porporine

Avea ancor le due pupille;

E dall’ala a stille a stille

Gli cadean le fresche brine.                  12

Su quest’ora, o giovinetto,

Qual ti move affar sì strano?

Dissi, e presol per la mano,

Mi batteva il cor nel petto.                   16

CXLIII.

Perchè, mio cor, resistere

A tanti affanni e tanti?

Perchè la turba accrescere

De’ disperati amanti?                            4

No, non avrai mai bene

No, non sperar pietà.

Rompi le tue catene;

Ritorna in libertà.                                   8

Quel dolce sguardo languido,

No, non promette amore:

Esso così rivolgesi

Per natural tenore.                                 12

Tal si rivolge agli altri

come si volge a te ;

Ma quei, di te più scaltri,

A lui non prestan fè.                              16

CXLIV.

Ho gusto ancor di vivere

In compagnia, ridente,

Che scherzi follemente

In compagnia d’Amor.                          4

Olà, fanciulle tenere,

Sedetevi al mio fianco:

È ver che il crine ho bianco,

Ma non ho vecchio il cor.                       8

Vedete? Ecco la cetera

Del vecchio Anacreonte:

Io ne fo scudo all’onte

De la fugace età.                                     12

Ei me la diè, dicendomi:

Tienti quest’arme a lato;

Nè paventar del fato

Che incontro ti verrà.                              16

Qui dell’amabil Venere

Son le colombe avvezze

A tesser le carezze

Col rostro porporin.                                 20

E se talor mi picchiano

O il crine o il sen per gioco,

Tosto di giovin foco

Crepita il seno e il crin.                            24

CXLV.

LA SINCERITÀ.[7]

Viva, viva la Giuditta!

Non già quella che troncò

Il gran capo ad Oloferne,

Onde il popolo salvò;                               4

Ma quest’altra, assai più bella

E più grande nel valor,

La qual fece un’altra cosa

Che più degna è di stupor.                      8

Che mai fece questa bella?

Perchè vantasi così?

E che mai si può aspettare

Da le belle d’oggidì?                                12

Questa bella, dimandata

Gli anni suoi di palesar,

Oh portento! disse il vero

Senza un attimo levar.                            16

Oh portento! oh meraviglia!

Come questo dar si può?

Questa è l’unica fenice,

Che giammai non si trovò.                      20

I nemici d’ogni lode,

I maligni saltan su;

E mi dicon: Che rumore!

Non è poi sì gran virtù                            24

Ella è saggia, fresca e bella

Tutto questo ognuno il sa

Perchè dunque ella dovea

Far misterio dell’età?                               28

La natura femminile,

Sciocco vulgo, è ignota a te

E nel fatto non comprendi

Tutto il merito che v’è.                             32

La natura ad ogni donna,

Dell’etade al primo albor,

De la cara giovinezza

Fa conoscere il valor.                               36

E le dice: Tu se’ bella

Sarà grande il tuo poter:

Ma, più giovane ti fingi,

Più se’ certa di piacer.                              40

Quindi nasce ch’ogni donna

Altro ha in bocca ed altro in sen;

E già vuol su i quindici anni

Guadagnare un anno almen                   44

Tre su i venti, e cinque poi

De’ sei lustri in sul confin

Ma galoppan le decine,

Se l’ottavo è a lei vicin.                            48

Uso tal si fa bisogno,

Poi divien necessità;

Sì che alfin su gli anni almeno

Non può dir la verità.                              52

Anzi a sè mentisce ancora;

Non accorgesi d’errar;

La memoria la tradisce

Torna indietro nel contar.                        56

CXLVI.

Offeso un giorno Amore

Da un mal accorto amante

Giurò a la madre innante

Che avría dell’offensore

Dato un esempio eterno;                        5

Indi scese all’inferno:

Olà, monarca immite

Del tenebroso Dite,

Se di teneri affetti

E d’ignoti diletti                                    10

Ti fai largo una volta,

Oggi tu pur m’ascolta.

Fra le crudeli pene

Che la tua chiostra tiene

Qual cagiona più pianti                       15

A i delicati amanti?

Qual è che più il coce,

E qual è la più atroce?

Or quella a me concedi

Per punire un mortale. -                       20

- Amor, ciò che tu chiedi

Si faccia nel mio regno! -

Disse il prence infernale

E con la man diè segno.

Foco per l’ombre oscure                       25

Tosto venir le cure

A crucciar destinate

L’anime innamorate.

V’è il rigore indiscreto,

V’è il capriccio inquïeto,                       30

Lo sdegno minacciante,

Lo scherno umilïante,

La dubbiosa incostanza,

L’ansiosa lontananza,

Il rifiuto ostinato,                                   35

Il bando disperato.

Sull’adunata schiera

Incerto Amor pendea:

E fra la barba nera

Plutone sorridea;                                   40

E così gli dicea:

- Ben abile tu sei,

Domator de gli dèi,

A scegliere i piaceri

Più graditi a i viventi;                           45

Ma non sai fra i tormenti

Conoscere i più fieri.

Non vedi, fra i tormenti

Che la mia chiostra tiene,

Con tranquilla apparenza                    50

La fredda indifferenza?

Quella è il maggior cimento

De gli animi costanti;

Quella è il peggior tormento

De i delicati amanti. -                           55

Ahimè, l’irato dio;

Prese quel mostro rio

E con mano sdegnata

Ad abitar lo pose

Ne le luci vezzose                                  60

De la fanciulla amata.

Lo sventurato amante

Sofferto avría costante

Il rigore indiscreto,

Il capriccio inquïeto,                             65

Lo sdegno minacciante,

Lo scherno umilïante,

La dubbiosa incostanza,

L’ansiosa lontananza.

Il rifiuto ostinato,                                   70

Il bando disperato;

Ma non potè soffrire

La tranquilla apparenza;

E lo fece morire

La fredda indifferenza.                         75

CXLVII. [8]

IL PARAFOCO.

Stava un giorno Citerea

Di Vulcano a la fucina

Nè difender si sapea

Da la fiamma a lei vicina,

Nè salvar le fresche rose

De le gote sue vezzose.                         6

Opponeva or destra or manca

Al gran foco ivi raccolto;

Ma la man picciola e bianca

Vano scudo era al bel volto;

Chè feriva e volto e mano

La gran vampa di Vulcano.                 12

De la Dea vide i tormenti;

A pietade Amor si mosse;

E dell’ale rinascenti

Una subito strapposse;

Poi con atto dolce e caro;

Ecco, disse, il tuo riparo.                       18

Serenò Venere il ciglio;

E il celeste almo sorriso

Rivolgendo al caro figlio,

Abbassossi, e il baciò in viso;

Poi fe’schermo al gran calore

Con quell’ala dell’Amore.                     24

Ma la Dea sagace apprese,

Riparando il foco ardente,

Di quel vago e nove arnese

Ad usar più dolcemente;

Onde rise il Nume armato

Che le stava all’altro lato.                     30

Ella i guardi a lui volgea,

All’orecchio gli parlava;

E il bel volto nascondea

Dal marito, che guardava

E così sfogava il coro

Sotto all’ala dell’Amore.                       36

Spesso ancor si ricopría

La metà de le pupille

E più forte l’assalía

Addensando le faville,

Che il ferían con più rigore

Sotto all’ala dell’Amore.                       42

Or dal sommo de’ bei labri

Accennava i molli baci;

Ora uscíen da’ bei cinabri

Sospiretti e ghigni audaci;

Or nasceva un bel rossore

Sotto all’ala dell’Amore.                       48

Tal, fra tanto che Vulcano

Fabbricava arme a gli Dei,

L’alma Dea così pian piano

Accresceva i suoi trofei

Sopra il Nume vincitore,

Sotto all’ala dell’Amore.                       54

Belle mie, voi m’intendete:

Dell’Amor l’ala son io.

Come Venere, potete

Eccitar più d’un desio

E sfogar l’occulto ardore

Sotto all’ala dell’Amore.                       60

CXLVIII.

Nice, Propio da senno e non per gioco,

Non vuoi più ch’io mi chiami Parafoco;

E la ragion mi quadra

Udite ch’è leggiadra.

Nice sedeasi un giorno a canto al foco                        5

Tra il marito e il servente

E il servente volea

Darle un bacio: ma come si potea

Col marito presente? Or bene, udite

Ciò che seppe far Nice.                                                 10

Ella, come per caso,

Volge gli occhi al marito; e così dice:

Voi avete una pulce sopra il naso!

E taffe, sopra il naso

Gli batte il parafoco e a lui con esso                            15

Gli occhi ricopre. In quel momento stesso

Il bacio desïato

Fu dato e ridonato.

Ma come creder mai

Che nell’inverno a punto                                              20

Una pulce vi fosse?

Eh, i mariti ne beon de le più grosse!

Basta, dal giorno in poi

Che Nice prese un così bel partito,

Non vuole ch’io mi chiami

Più Parafoco, ma Paramarito.                                     26

CXLIX. [9]

Ho nel ventre il mio sapere

E ad ognuno il fo vedere;

Fo veder paesi e mari,

Fiori, uccelli e mostri rari;

So insegnar geografia;                          5

So insegnar filosofia:

Con enigmi, con bei detti,

Con leggiadri apologhetti,

Tutto insegno, ma per gioco,

Nello inverno appresso al foco.            10

Quante dame letterate

Sol per me son diventate!

Se conoscer mi volete,

Io son qui, non mi vedete?

Ho la pancia grande assai,                   15

Ed ho il manico piccino:

Non mi movo quasi mai,

Ed ognor sono in camino.                    18

CL.

Io già fui un seccatore

Detestato da gli amanti,

Chè i felici loro istanti

Disturbai la notte e il dì.                             4

So la bella sbadigliava,

Se il suo ben si contorceva,

Io di nulla m’avvedeva

E ciarlando stava lì.                                    8

Quindi Amore, al fin sdegnato,

Terminar fe’ questo gioco,

Trasformando in parafoco

Me infelice seccator.                                    12

Ma, sebben cangiato io sono,

Benchè vesto altra figura,

Dell’antica mia natura

Io conservo molto ancor.                            16

Sempre ritto in sul camino

Mi sto lì come un balordo;

E benchè sia cieco e sordo,

Mai di crocchio uscir non so.                     20

Se per cruda mia sventura

Cicalare or più non posso,

Con gli scritti che ho sul dosso

Disfogando almen mi vo.                           24

Se le fiamme degli amanti

Più turbar non m’è concesso,

Io di schermo servo adesso

A la fiamma natural.                                  28

Così avvien, per mezzo mio,

Che la vampa, o donne belle,

Non raggrinza a voi la pelle,

E a la testa non fa mal.                               32

Ma chi sa se mai vi piace,

Per ufficio sì cortese,

Perdonar le antiche offese

Ed aver di me pietà?                                   36

Troppo in odio sempre avete

Chi trascura disattento

Il valor d’un bel momento,

E chi perdere lo fa.                                      40

CLI.

Belle, son qui per voi

Leggiadro arnese e comodo,

Onde al camin non ardasi

Di vostre guance il fior.                              4

Su mi pigliate, e poi

Dinanzi a voi tenetemi;

E calmerete l’impeto

Dell’indiscreto ardor.                                 8

Ma per pietà, se ancora

Le convulsion vi assalgono,

Allor che andate in collera

Col perfido amator,                                   12

Deh, per pietade allora

Niuna di voi mi laceri,

Niuna mi rompa il manico

Fra il torbido furor!                                   16

Quanti ventagli, oh dio,

Ebber destino simile,

E infranti e fessi caddero,

Spettacolo d’orror!                                    20

Così, se il cieco dio

Vi torna in pace amabile,

Del canapè fra gli angoli

Non mi obblïate allor.                               24

Quanti ventagli, oh stelle,

Ebber destino simile,

E infranti e fessi giacquero,

Sol vittima d’amor!                                   28

Voi lo sapete, o belle:

Noccion le vostre collere;

E mettono in pericolo

Le vostre paci ancor.                                32

CLII.

LA VENTOLA.

Venditor sono di ventole

Per la state che verrà:

Ma so il caldo sarà grande,

E la merce mancherà,

In iscambio de le ventole

Venderò le vostre teste,

Zerbinotti che leggeste.

CLIII.

Agitata il foco accresco,

Agitata meno fresco.

Così Nice in ogni loco

Col bel viso accende foco

Ma, se dice una parola,

Mena un fresco che consola.

CLIV.

Finchè il Sole arde in Lïone

Son cercata, son gradita:

Ma, se cambia la stagione,

A me logora e sdrucita

Più nessun non volge il ciglio.

Belle donne, a chi somiglio?

CLV.

Se in vece di guardar co’ miei stromenti

Il vago viso da le fiamme ardenti,

Nice, volessi ascondere il rossore

De le bugie che ognor dici in amore,

Tu sciuperesti in un sol giorno quanti                                   5

Francia in un anno mandane a i mercanti.

Anzi no. Mi ridico, o Nice mia:

Per te sarebbe inutil mercanzia;

Chè in te non apparisce mai rossore

De le bugie che ognor dici in amore.                                     10

CLVI.

Amorosa ventoletta

Mi dimeno qua e là;

Non darei piacere a molti

Coll’aver stabilità:

Anche Nice così fa.

CLVII.

Sopra il molle canapè

Nel meriggio più infocato

Un mi tiene avanti a sè;

Altri due gli stanno a lato.

Io con moto dolce e grato

Do ristoro a tutti e tre

Sopra il molle canapè.

CLVIII.

Ah furbetta, in questo istante

Vai pensando al novo amante.

Tu se’ l’esca, ed egli è il foco:

Ed amore a poco a poco,

Perchè t’entri in ogni vena,

Questa ventola dimena.

CLIX.

Il mercante che mi vende

Faría ben molti tesori,

S’io, così come le mosche,

Discacciassi i seccatori.

CLX.

Una ventola son io

Che rinfresco ogni calore.

Se una bella ha troppo ardore,

Per il manico mi pigli;

Mi dimeni qua e là,

E sollievo troverà.

CLXI.

Importun come la mosca

È il pensier di gelosia.

Ah se almen con questa ventola

Si potesse cacciar via!

CLXII.

Ah, se fosse in poter mio

D’ottener quel ch’io vorrei,

Qual sarebbe il mio desio?

Quale il bene onde godrei?

Tu, che mente hai così fina,

Caro amico, l’indovina.

CLXIII.

Se una bella ha gelosia

Nè il suo mal vuol che si scopra,

colla ventola si copra;

E da un lato guardi poi,

Non veduta, i fatti suoi.

CLXIV.

Ben poss’io da bella mano

Agitata piano piano

Sollevar l’estivo ardore:

Ma ci vuole altro che ventola

Per il caldo dell’amore!

CLXV.

Alma grande, che ti pasci

Di pensier vaghi ed eletti,

Deh permetti

Che una ventola sì vile

Possa umíle,

Fra gli zefiri odorosi

Lusingare i tuoi riposi!

CLXVI.

Zitti, zitti. Io sono Amore

Trasformato in questa ventola. l

Io così l’aspro rigore

D’una bella vincerò.

Ah! se avvien ch’io mai l’adeschi,

Sì la cruda tenterò

Che a mal gioco meco treschi.

CLXVII.

IL VENTAGLIO.

Noi ventagli e voi amanti

Tra di noi ci somigliamo.

Or mutati, ora scordati,

Or dismessi, ora cercati,

Capovolti, raggirati,

Ora siamo di moda, ed or no ’l siamo,

Come piace a le belle a cui serviamo.

CLXVIII.

Il tuo bene, il tuo bel foco

Fa all’amore in altro loco

E tu, Nice, che farai

Per passar questo momento?

Fatti vento.

CLXIX.

De le belle il capo a nuoto

Va in un turbin di capricci.

Io movendomi do moto

A quel turbin di capricci;

E così con l’opra mia

Impedisco che corrotti

Non divengano pazzia.

CLXX.

LA MORTE DEL BARBIERE.

O Sfregia, o Sfregia mio,

O dolce mio barbieri,

O de le guance amor, delizia e cura,

Oimè! che farò io.

Poi che ti trasse a i regni oscuri e neri

Empia morte immatura?                                                        6

Vita lieta e sicura,

Gli è ver, tu meni a casa di Plutone,

Ove, benchè sii morto,

Fai la barba ad Omero ed a Platone.

Ma, lasso!, qual conforto

Sperar poss’io, se più sperar non posso

Chi come te mi rada infino all’osso?                                      13

Qualor, passando, io miro

La quondam tua bottega,

Mi sento dall’ambascia venir meno:

Traggo più d’un sospiro;

La bacio, e tento di sfogar la frega

Che ho per te ancor nel seno.                                                 19

Poi, l’amato terreno

Veggendo or fatto sì deserto, io grido:

‘Ve sono ora i trecconi

Che qui veníen come a lor dolce nido,

E gli sgherri e i baroni

Che i sabbati partíen con alti e spessi

Segni del tuo valore, o Sfregia, impressi?’                             26

Que’ fortunati istanti,

Che inteso eri al lavoro,

Tornanmi a mente come fosser vivi.

Parmi avermiti avanti

Tal quale io ti vedea rader coloro

Che prima erano quivi.                                                           32

Come su pe’ declivi

Fanno del tetto i mici per la foia,

Tali si udieno questi

Sotto al tuo ferro miaolar di gioia.

Chi a le sfere celesti

Per la dolcezza i lumi ambo volgea;

Chi sospirava; e chi i denti strignea.                                      39

Una mattina intera

Non avev’anco atteso,

Quando tu m’invitavi al dolce intrico.

Una scranna quivi era

Che avea per ben due secoli conteso

Col tempo suo nemico.                                                           45

Parea di verde antico

Al sol sentirla; e tratti avea sì fini,

Che a chi vi si appoggiava

Giva facendo mille vaghi inchini:

Ma ritta poi si stava

Sì tosto che tu provvido mettei

Sotto una bietta all’uno de’ tre piei.                                       52

Mi vi acconciavo sopra,

Poi che il mio buon destino

Aveavi al fine il bilico trovato.

E tu la nobil opra

Incominciavi con un pannolino

Che molto era stimato;                                                           58

Imperocchè Pilato

L’usò quel dì che si lavò le mane;

E da quel giorno in poi

Non avea visto mai laghi o fontane.

Tu con que’ diti tuoi

Questa reliquia, così rara e sola,

Tra il collar conficcavimi e la gola.                                        65

Sì tosto, al collo intorno

Cominciavo a sentire

Certo soave insolito prurito,

Segno, più assai che il giorno

Chiaro, di quel che poi dovea seguire

Gran piacere infinito.                                                              71

Un popolo smarrito

Quest’era d’animai cari e giocondi

Che da quel panno allora

Trasmigravano insieme a novi mondi.

E questo avanzo ancora

Teco io faceva, che quelle bestiole

Ne venien meco a crescer la lor prole.                                   78

Di stagno un catinuzzo

Poi m’accostavi al mento,

Che arnese non fu mai, più di quel, ghiotto.

D’un pellegrino puzzo

Tutto spirava, e di fuora e di drento,

Che al naso facea motto.                                                        84

Da un lato era un po’ rotto

E di quivi, nel mezzo al mio diletto,

Scendea l’unto odoroso

Misto col ranno a profumarmi il petto

Sfregia, per me non oso

Dell’altre lodi tuo salir la strada:

Deh porgimi la man perch’io non cada!                               91

A dir quasi m’impaccio

Come, o gentil barbiere,

Tu m’impiastrassi di sapon la guancia.

Pria sfoderavi un braccio

Che avría quel d’Esaù fatto parere

Un nonnulla, una ciancia.                                                      97

Di color verde e rancia

poscia una spuma, che pareva gnocchi,

Pigliavi; e a larga mano

Le labbra m’infardavi e il naso e gli occhi.

Ahi che piacer sovrano!

Quasi, come a Ruggier, dicer mi tocca,

Chè spesso i’ avea più d’un tuo dito in bocca.                      104

Le stagion rovesciare

A te già non piaceva,

Com’usan certe frasche a questa etate:

Anzi il verno agghiadare

Facevano il tuo ranno, e ne coceva

Quand’egli era la state.                                                           110

Ma poi ch’ambe impeciate

M’avei le guance, tu mi sciorinavi

Un cencio su una spalla

Ov’era il pel di tutti e sette i Savi:

Anzi parea una stalla,

Anzi un serraglio ai tanti ivi dispersi

Verdi peli, sanguigni, oscuri e persi.                                      117

Oh che dolcezza quando

Alfin sopra il mio viso

Pigliavi a dimenare il tuo rasoio!

Solo a quel ripensando,

Che tanto volte ha me da me diviso,

Non so perch’io non muoio.                                                   123

Sur un limbel di cuoio,

Prima d’avvicinarsi agli altrui menti,

Quel ferro almo e gentile

Giva più volte a ripulirsi i denti.

Poscia, in un atto umíle,

Quasi fanciul che tema ha del pedante,

Tremando s’accostava al mio sembiante.                              130

Or chi può dire in carte

Siccome a me la pelle

Soavemente con le man stirassi?

E con che nobil arte

Di mezzogiorno a rimirar le stelle

Pel naso mi guidassi?                                                              136

Perchè il piacer durassi,

A lento passo ivi di loco in loco;

E con l’arme sospesa

Ad ogni pel tu ti fermavi un poco.

Ma al fin dell’alta impresa

Giacean sul volto mio, per tuo gran vanto,

Là sradicato un pel, qui rotto e infranto.                               143

Ma pazzo è da legarsi

Chiunque tenta il calle

Di tue gran lodi, e ci riesce male.

Chi a te puote uguagliarsi

O in Ispianar collina o in aprir valle

Sul viso ad un mortale?                                                          149

Deh, come al naturale,

Poi che parlar di guerra amavi molto,

Del campo o dell’assedio

Lasciavimi la carta impressa in volto!

E come poi rimedio

Di carta straccia ovver di ragnateli

Ponevi al solco ond’eran svelti i peli!                                     156

Ohimè, destino avaro!

Deh perchè così presto,

Mio Sfregia, a viver col Burchiello andasti?

Quel tuo violin caro,

Che tutto il vicinato tenea desto,

Perchè non ne portasti?                                                          162

Tu non la indovinasti:

Chè, se Pluton t’udiva o Proserpína

Sonar sì stranamente,

Qui facevi la barba domattina:

E disperatamente

Oggi gridando non andrebbon ahi

Tutti i tuoi sconsolati bottegai.                                               169

Canzon, s’egli ancor vive,

Vanne, e gli di’ che se ne muoia tosto

Acciò che in vano io non t’abbia composto.

 

Note

___________________________

 

[1] recitato all’Accademia dei Trasformati secondo l’annotazione del cod. Trivulziano 890

[2] In Ambros., III, 5, pagg. 203-205, è in una prova di stampa del REINA; pagina, segnata col num. 57 e col num. VI sopra il sonetto, che non è indicato donde sia stata tolta, ma che era destinata al suo vol. III delle Opere del P.; e quivi è anche in una copia ms. Molte ne corsero, spargendo largamente il sonetto. Lo do intiero per ciò; e anche perchè le quartine ne furono divulgate da R. BARBIERA in Immortali e dimenticati, Milano, Cogliati, 1901, pag. 86. Sella copia ms., a pag. 205, si ha la didascalia. In Miscell. Marbio 17, nella Braidense, si ha la didascalla: «In occasione che nel Teatro una colomba dalle scene si rifugiò nel seno di bella Dama»; e In Ambros., III, 5, la didascalia: « Dell’ab. Parini per colomba che svolazzando in Teatro andò a posarsi in braccio della Contessa [il nome è fortemente cancellato] ». Assicurano che fu «l’inclita Nice - dell’ode Quando novelle a chiedere: e ciò Inporta qui rammentare anche perchè l’audacia dell’ode ha così un’indiretta giustificazione nella poca stima in che si teneva dunque allora l’onestà della dama. Il P. la cantò anche. nel son. Rapì de’ versi miei.

[3] A Clementina Piccinelli, che cantò a Milano nel 1767-68

[4] A Clementina Piccinelli

[5] «In occasione d’una splendida sontuosissima festa di ballo, data dal Dottor Giletti nella sua casa coll’intervento della più cospicua Nobiltà ».

[6] Seguo la copia Ambros., III, 5, pag. 216; che ha il titolo « Alla sign. Marchese Castiglioni che piglia i bagni nella sua villa di Povenzano ». In Miscell. Morbio 17, nella Braidense, a pag. 9 : « Per bella donna che piglia i bagni in una sua amena villa », con postilla che dà Il nome di costei: « La sig. D. Paola Litta Castiglioni »: cui è dedicata l’ode Queste che il fero Allobrogo, e cui parla la chiusa dell’ode XI. Qual fra le mense.

[7] Seguo l’autografo Ambros., II, 5, pagg. 3-5, dove ha il titolo che ho apposto. Il REINA, III, 21, annota : « Per Giuditta Sopransi ». È anche in altro autografo Ambros., II, 8, pagg. 89-90, con tenui divergenze grafiche. In un altro autografo Ambros., II, 4, pagg. 7-8, mal cucito con altri fogli, così che le strofe si presentano in ordine errato, si ha la redazione: Ogni bella a cui la sorte Pose il nome di Giuditta, Dee, per legge in cielo scritta, Far gran cose di valor. Al terribile Oloferne Quell’Ebrea troncò la testa, E portolla in una cesta, Al suo popol vincitor. E una nova alma Giuditta Per beltà tra noi famosa Oggi ha fatto un’altra cosa Ch’è più grande e singolar. Invitata gli anni suoi A svelar con cor sincero Ella ha detto appunto il vero Senza un attimo scemar. Perchè mai tal maraviglia? Ella è saggia, e fresca, e bella; Qual motivo avrà mai ella Di mentir sulla sua età? Così parla il vulgo indòtto Che d’apprender non si cura, E i misterii e la natura Delle femmine non sa. La natura le ammaestra Dell’età sul primo albore A conoscere il valore Della cara gioventù. E nell’animo lor dice: Tu sei bella e piacerai - Se più giovane ti fai, Piacerai anche di più. (Quindi avvien ch’ogni fanciulla Giunta appena a quindici anni Tenta già con dolci inganni Guadagnare un anno almen. la strofetta è cancellata ; quindi riscritta come segue) Di qui nasce ch’ogni bella Dà principio ai dolci inganni E vuol già su i quindici anni Guadagnare un anno almen. Due su i venti, e cinque poi De’ sei lustri in sul confine. E galoppan le decine Se l’ottavo a lei se ’n vien: la canzonetta non vi prosegue oltre

[8] Il Reina, II, 229 : « Nel volume III si porrà una serie di graziosi Scherzi sul parafoco, sul ventaglio, e sulla ventola, fatti, siccome questo componimento, ad istanza di Teresa Mussi, amica tenera dell’autore, e donna di cor patetico e gentile, e di forme leggiadre » ; per la qnale sono anche i vv. Viva cui piace in fra i tumulti assorto.

[9] col titolo: Il Parafoco

 

 

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2006