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Edizione di riferimento
Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925 - Nel testo è indicata la provenienza di ciascuna poesia
O Reverendo Padre Cavenago,
Che vi sieno cavati ambo i ........
E attaccàtivi al col con uno spago
A foggia di due belli medaglioni! 4
Poi ch’io veggo che voi siete sì vago
Di comprarvi a contanti le quistioni,
Chiamatemi un briccon s’io non vi pago
Propiamente a misura di carboni. 8
Ditemi, caro voi, come c’entrate
A voler criticar gli altrui sonetti?
Forse per dimostrar che siete un frate? 11
O per la gola di quattro confetti
O ciambelle che v’abbiano donate
Di que’ sonetti vostri maladetti? 14
O perchè vi diletti
Di far sapere al popolo, alla gente,
Che voi siete una bestia onnipotente? 17
Non dubitate niente:
Se non mancano a me l’usate vene,
Vi sarà dato quel che vi si viene. 20
Tenete a mente bene
Che a siffatti argomenti egli è ’l mio gioco,
Frate ignorante, poltrone e dappoco. 23
N’andrete in ogni loco
Voi e que’ vostri versacci stivali
Che fan rider le acciughe e i cavïali. 26
E vivrete immortali
Colla lingua che tanto onor vi féo
In mezzo alla Ritonda e al Culiseo. 29
Un somarello è montato in bigoncia
Per legger Poesia agli animali;
E s’accavalcia sul naso gli occhiali,
E gli altrui versi rattoppa e racconcia 4
Ma perchè di sapere e’ non ha oncia
In quel capaccio suo, che porta l’ali,
E’ dice arrosti così madornali
Ch’ogni femmina gravida si sconcia. 8
Elefanti, Cammelli, Orsi, Lïoni,
E bestie d’ogni clima e d’ogni guisa
Traggono ad ascoltar le sue quistioni:
Ma ad ascoltarlo chiunque s’affisa,
Se gli sfondola il ventre ne’ ............
Perchè il brachier gli schiantano le risa. 14
Egli è partito a Pisa,
Vinto per sette ceci e due lupini,
Ch’e’ vi vada a insegnar Versi Lionini 17
A’ Guelfi e a’ Ghibellini
E insino a’ Gufi, insino a’ Vipistregli
L’han,dichiarito [sic] Papa de’ baccegli. 20
E, intanto che legg’egli,
Dicon l’un l’altro: Compar mio, deh mira
Quanto sta bene l’Asino alla lira!
Ira è un breve furor, subito ardente,
Ch’un gentil petto infiamma, agita e scuote
E bench’ella sia orror, anco è sovente
De le bell’opre altrui stimolo e cote: 4
E ’l Poetico sacro Estro fervente,
Tu, pio Signor, ben sai quanto in noi puote
E sai come, s’avvien ch’altri lo tente,
Ratto s’inaspri, e ’l fier pungolo arroto. 8
Ma perchè ornar con lusinghiero inchiostro
Il mio fallir vogl’io, qual chi cancella
Macchie dal volto suo con minio od ostro? 11
Venga ’l mio fallo a te, Signor, con quella
Sua ferità natia; e in faccia al mostro
Splenda la tua pietate assai più bella. 14
Chiunque dice che impossibil sia
Che fuor del putridume escan gl’insetti,
Perchè non ponno uscir così perfetti
Fuor del fastidio e della porcheria, 4
Prima di giudicar l’opinion mia,
Che può star fra tant’altre anch’essa, aspetti
La quale io cavo per diritta via
Da i medesimi nostri umani effetti. 8
Noi veggiam, per esempio, uscir sovente
Dal fango alcun villan che, asceso in alto,
Si paragona pur col più potente: 11
E chi direbbe mai che sì gran salto
Facesse dalla mota, anzi dal niente,
Col gioco, verbigrazia, o coll’appalto? 14
E come in sur un alto
Albero fa la cicala di state,
Sol del suo nome assordi le brigate? 17
Quanti fra noi mirate
Del concime uscir bruchi e cantarelle,
Che del ricolto non lascian covelle 20
E traggonci la pelle?
Quanti del succidume escon pidocchi
Che ne succiano il sangue e cavan gli occhi 23
A noi altri capocchi?
E quant’altri animai sozzi e poltroni
Nascon dal lezzo e pelano i minchioni? 26
Gentil donzella, che a marito andate
Con un bel viso, e delle doti assai;
E, quel ch’è il meglio, ricca d’onestate,
Mercatanzia rarissima oggi mai, 4
Voi allo Sposo un capital portate
Da rendervi a lui cara sempre mai,
Contro al costume de la nostra etate,
Che i letti maritali empie di guai. 8
A lui dolci saran l’auree catene
Onde lega Imeneo, morte le scioglie.
Voi farete mentir quell’uom dabbene, 11
Che due buon giorni diede a que’ c’han moglie:
L’uno quando la sposa a casa viene,
L’altro quando il becchin poi se la toglie. 14
Scendi propizia dall’ardente sfera
Ove tu brilli a i fortunati amanti,
Figlia del mar che co’ tuoi lumi santi
Spesso rallegri ancor Pafo e Citera. 4
Vieni e corona il caldo amor, la intera
Fede di queste due alme costanti:
Non sai quanti sospir sparsero e quanti
Nel desïar questa beata sera? 8
Profano già de gli uomini consiglio
Non è il bel nodo. Ah! di sua man, gioconda
Madre, lo strinse il tuo celeste figlio. 11
Vieni e t’assidi su la destra sponda
Del talamo felice; e, dal bel ciglio
Versando i dolci rai, l’ardi e feconda. 14
Precorre Imene, o rende luminosa
La sacra stanza de’ piacer novelli
E rugiada freschissima odorosa
Da le rose gli piove sui capelli. 4
Amore, armato sol d’aurei quadrelli,
Guida la verginella paurosa;
Ed ella, chini i suoi due occhi belli,
Sopra lui mollemente la man posa. 8
Amor sorride, e le accenna col dito
Il loco ove sarà madre d’eroi:
Ella, a quel cenno, palpita ed arrossa. 11
Serba quel bel pudor, vergin commossa,
Se il letto genïale ognor gradito
Al caro sposo e a te serbar tu vuoi. 14
O tardi alzata dal tuo novo letto,
Lieta sposa, a lo speglio invan ritorni,
E di fiori e di gemme invano adorni
E di candida polve il crin negletto. 4
La Diva che al tuo sposo accende in petto
Fervide brame onde bear suoi giorni,
Vuoi che più volte oggi lo speglio torni
A rinnovare il tuo cangiato aspetto. 8
Ecco a la bella madre Amore addita
L’ombra che ad or ad or sul crin ti viene
La dissipata polvere seguendo: 11
E pur contando su le bianche dita,
E fiso ne le tue luci serene,
Guarda vezzosamente sorridendo. 14
Oh beato colui che può innocente
Nel suo tetto abbracciar la propria sposa,
Ed amoroso insieme e continente
Coglier con parca man la giovin rosa: 4
E veder poi dal suo desire ardente
Sorger prole robusta e grazïosa
E coltivar la tenerella mente
Al vero, al giusto, ad ogni onesta cosa: 8
Indi vederli ornar ambeduo i sessi
Di senno, di valore, e di virtuti,
Utili a gli altri ed utili a sè stessi: 11
E udire alfin ne gli anni suoi canuti
Benedir da la patria i casti amplessi
Che sì forti le diêr schermi ed aiuti. 14
Natura, un giorno, a contemplar discese
Di sua maestra man l’opre più belle;
Ma, non trovando un bel compiuto in quelle,
Volle provarsi, e un lavor nuovo imprese. 4
Del giglio e della rosa il color prese,
E due pennelleggiò guance novelle:
Indi, trascelti dalle ardenti stelle
I più bei raggi, due pupille accese. 8
Poscia una bianca fronte, e un bel crin d’oro,
Due rosei labbri, ed un celeste viso,
E tutto al fin compiè l’alto lavoro. 11
Ma quando il vide, e ne scoperse il vanto,
Piacque a sè stessa, e con superbo riso:
No, disse, io non credea di poter tanto! 14
Colombetta gentil, che fra i clamori
Di popol lieto in libertà te ’n riedi,
Perchè sol Nice qual tuo albergo onori
Ed in quell’une sue braccia ti siedi? 4
Forse agli atti, all’aspetto, esser lei credi
La Madre delle Grazie e degli Amori,
E cogli alati suoi bei corridori
D’esser congiunta all’aureo cocchio chiedi? 8
Forse ti disse alcun, che fra’ suoi belli
Candidi avorii ogni augellino invita
Onde al grato tepor si rinovelli? 11
O fra le delicate agili dita
Ti lusinghi ancor tu, come altri augelli,
Morte trovar soave, o dolce vita? 14
Il pomo che a le nozze di Pelèo
Suscitò fra le dive alte disfide,
O bella Pelosini, Amor decide
che a te darebbe il pastorello Idèo. 4
Per te pugnar vorrebbe il gran Pellèo
Che l’Indo e il Gange a sè soggetto vide
Per te l’asta impugnar vorría Pelide
Onde Troia superba arse e cadéo.
Qualor piena di grazie e di decoro
Danzar ti veggo, il sangue in ogni vena
M’arde, come la terra di Peloro;
E Pelio ed Ossa innalzerei con lena,
Se gir potessi ad ottener ristoro
Per quella via che in vêr Pelusio mena. 14
Mirate come scioglie e come affrena
Il passo altier quasi ondeggiante mare,
E come grande e maestosa appare,
E sola di sè sola empie la scena. 4
Mirate, l’alma d’armonia ripiena,
Le volubili braccia alto spiegare;
Ed esser fiera e volgere e chinare
Molle il bel corpo, or torbida or serena. 8
E il petto piegar morbido vedete;
E di sè far con variato accordo
Quadro che tal non fingerebbe Apelle. 11
Mirate, non già tu volgo aspro e sordo,
Ma voi gentili, che la forza siete
A sentir nati de le cose belle.
Se i lacci poi del tuo bel genio indegni
Al fin tu spezzi, e torni Ifigenía;
E nel volto, ch’or teme ora desía,
Fingi affanno, pietà, sospetti, o sdegni, 4
Quel che del duol scolpisci arditi segni
Ne turban la ingannata fantasia;
E i mossi spirti dall’aperta via
Piomban sull’alme ove trionfi e regni: 8
E non occupa già con lungo orrore
L’anime fredde in sterili diletti
Il canto che accompagna il tuo dolore; 11
Ma, dolce secondando i moti e i detti,
In noi discende, e ne spalanca il core
Al placido inondar de’ varii affetti. 14
Sul lieto stuol cui della Danza il vago
Genio unì, di Citera alto la Dea
Fremè d’invidia; ed in dolente immago
Pensosa e scarna Economia piangea. 4
Del suo dolor, de’ scorni suoi presago,
Il coniugale Amor muto sedea;
Temperanza languia; e a piè d’Astrea
Mordeasi il labbro il creditor non pago. 8
Fra gemme ed oro in nobil fasto altero
Sol festeggiar, sol trionfare io vidi
Ridente il Lusso in tuon superbo e fiero. 11
L’arresto: E come, dissi, in sì gioconde
Forme tu sol fra tanti esulti e ridi?
Passa il Nume villano, e non risponde. 14
Crispin non avea pan, tre giorni è oggi;
Or la sua casa è fatta una cuccagna.
Sofà, trumò, argenti, arazzi, sfoggi,
E tè, caffè, cioccolatte, sciampagna, 4
Pernici, storïon, zecchini a moggi,
Gioco, teatro, guardaroba magna,
Trine ricami, anella, poste, alloggi,
Suoni, conviti, casino in campagna.... 8
Come diavol può far che tanto ei spenda?
Dicon gli sciocchi: - Crispin l’altro giorno
Trovato ha una miniera ond’egli sguazza. - 11
Eh baccelloni! La miniera un corno!
Crispin ier l’altro ha avuto un’azïenda,
Ed ha sposata una bella ragazza. 14
Mentre sul freddo letto ancor giacea,
Piena il viso di morte, e gli occhi spenti;
Su l’una sponda, affisa a lei, stendea
La figlia, ignara ancor, palme innocenti. 4
Muto, dall’altra, il genitor volgea
Or su questa or su quella i rai piangenti
Poi scosso al fine: Oh figlia mia, dicea,
Che il danno tuo, che il mio doler non senti, 8
A che cerchi la madre, a che la mano
Stendi ai gelidi avanzi? In Dio già sciolto
Fuggì lo spirto, e tu la chiami in vano. 11
Deh non seguirla, o figlia; e al mesto padre,
In parte almen, nella virtù, nel volto,
Rendi un giorno, se il puoi, rendi la madre! 14
Volgi un momento sol, volgi un momento,
Clori divina, sul mio stato, acerbo
L’onnipotente tuo occhio superbo,
E calma in parte il mio crudel tormento: 4
E vedrai tosto, a quel girar, lo spento
Estro avvivarsi; e quel che in mente io serbo
Foco menar gran vampa; e acquistar nerbo
L’ingegno per la doglia stanco e lento 8
E qual torrente già precipitarmi
Dal labbro i versi; e al mio piè l’Astio nero
Prostèrnersi, e la Gloria incoronarmi, 11
E la Terra devota al tempio altero
Offerir del tuo Nume e bronzi e marmi,
Dicendo: A te che ravvivasti Omero. 14
Ecco la reggia, ecco de’ prischi incassi
Le tombe insanguinate, ecco le genti
Di tre parti dell’orbe intorno a i massi
Ancor di scelerato oro lucenti. 4
Tu, America, piagnendo gl’innocenti
Occhi sull’arco tuo spezzato abbassi;
Tu sudi, Affrica serva: e co i tormenti
Sovr’ambe minacciando Europa stassi. 8
Ma la vostra tiranna ecco attraversa
Il mar con sue rapine; ed ecco io veggio
Vostri demòni da le triste prore 11
Discender seco; ed ecco in sen si versa
Col rapito venen rabbia e furore
E guerra e morte. Or qual di voi sta peggio? 14
Le fresche ombre tranquille, i colli ameni,
E queste di vigore aure feconde,
Che tu respiri, e queste tiepid’onde
Ove le belle membra ignuda tieni; 4
Sì, domeranno alfin gli aspri veneni,
Donna gentil, che il tuo bel petto asconde;
E a te l’alma Salute, ore gioconde
Guidando, tornerà co’ piè sereni. 8
La Patria e il Mondo allor di grato core
Porrà al Genio del loco un’ara in segno;
E queste note incideravvi Amore:
Salva colei, che di virtù, d’ingegno,
Di grazie, di modestia, ottiene onore
Sopra quant’altre ha di Bellezza il Regno. 14
Quell’io che già con lungo amaro carme
Amor derisi e il suo regno potente,
E tutta osai chiamar l’itala gente
Col mio riso maligno ad ascoltarme; 4
Or sento anch’io sotto a le indomite arme,
Tra la folla del popolo imminente,
Dietro a le rote del gran carro lente
Dall’offeso tiranno strascinarme. 8
Ognun, per osservar l’infame multa,
Preme, urta e grida al suo propinquo
E il beffator comun beffa ed insulta. 11
Io, scornato, abbassando gli occhi rei,
Seguo il mio fato; e il fier nemico esulta.
Imparate a deridere gli Dei. 14
Appunto in quel momento
Che torna l’alba a sorgere,
E lievi aurette volano
Dinanzi al sol che vien, 4
Filli vêr me contento
Sognai venir: seguíala
Un garzon dolce e roseo
Con viso almo seren. 8
Vezzosi e porporini
Avea i begli occhi languidi,
E i crini gli stillavano
Di mattutino umor. 12
Gli sguardi a Filli inchini
Ei parve amor richiedere :
La fredda man tenendole
Io palpitava in cor. 16
Filli da me fuggía
Al garzon dolce e roseo:
Ei subito arretrandosi
Da Filli s’involò. 20
Dell’alba, o Filli mia,
Vero fia il sogno: rapida
Tu fuggi me: te il roseo
Garzon fuggir vedrò. 24
Appunto, in quel momento
Che torna l’alba a nascere,
E lievi fiati volano
Dinanzi al Sol che vien, 4
Mentre i’ dormía contento,
Cara, di te sognandomi,
Ecco il figliuol di Venere
Con viso entrar seren. 8
Avea di sonno ancora
I suoi begli occhi languidi;
E l’ale a lui stillavano
Di mattutino umor. 12
Che vuoi sì di buon’ora,
O sempre amabil ospite?
Dissi; e la man tenendogli
Mi palpitava il cor. 16
Filli, appunto in quel momento
Quando l’alba esce del mare,
E che sentesi spirare
Fra le fronde un lieve vento, 4
Mentre in letto ancor giacea,
Pur di te, cred’io, sognando,
Ecco a me venir volando
Il figliuol di Citerea. 8
Ei di sonno porporine
Avea ancor le due pupille;
E dall’ala a stille a stille
Gli cadean le fresche brine. 12
Su quest’ora, o giovinetto,
Qual ti move affar sì strano?
Dissi, e presol per la mano,
Mi batteva il cor nel petto. 16
Perchè, mio cor, resistere
A tanti affanni e tanti?
Perchè la turba accrescere
De’ disperati amanti? 4
No, non avrai mai bene
No, non sperar pietà.
Rompi le tue catene;
Ritorna in libertà. 8
Quel dolce sguardo languido,
No, non promette amore:
Esso così rivolgesi
Per natural tenore. 12
Tal si rivolge agli altri
come si volge a te ;
Ma quei, di te più scaltri,
A lui non prestan fè. 16
Ho gusto ancor di vivere
In compagnia, ridente,
Che scherzi follemente
In compagnia d’Amor. 4
Olà, fanciulle tenere,
Sedetevi al mio fianco:
È ver che il crine ho bianco,
Ma non ho vecchio il cor. 8
Vedete? Ecco la cetera
Del vecchio Anacreonte:
Io ne fo scudo all’onte
De la fugace età. 12
Ei me la diè, dicendomi:
Tienti quest’arme a lato;
Nè paventar del fato
Che incontro ti verrà. 16
Qui dell’amabil Venere
Son le colombe avvezze
A tesser le carezze
Col rostro porporin. 20
E se talor mi picchiano
O il crine o il sen per gioco,
Tosto di giovin foco
Crepita il seno e il crin. 24
Viva, viva la Giuditta!
Non già quella che troncò
Il gran capo ad Oloferne,
Onde il popolo salvò; 4
Ma quest’altra, assai più bella
E più grande nel valor,
La qual fece un’altra cosa
Che più degna è di stupor. 8
Che mai fece questa bella?
Perchè vantasi così?
E che mai si può aspettare
Da le belle d’oggidì? 12
Questa bella, dimandata
Gli anni suoi di palesar,
Oh portento! disse il vero
Senza un attimo levar. 16
Oh portento! oh meraviglia!
Come questo dar si può?
Questa è l’unica fenice,
Che giammai non si trovò. 20
I nemici d’ogni lode,
I maligni saltan su;
E mi dicon: Che rumore!
Non è poi sì gran virtù 24
Ella è saggia, fresca e bella
Tutto questo ognuno il sa
Perchè dunque ella dovea
Far misterio dell’età? 28
La natura femminile,
Sciocco vulgo, è ignota a te
E nel fatto non comprendi
Tutto il merito che v’è. 32
La natura ad ogni donna,
Dell’etade al primo albor,
De la cara giovinezza
Fa conoscere il valor. 36
E le dice: Tu se’ bella
Sarà grande il tuo poter:
Ma, più giovane ti fingi,
Più se’ certa di piacer. 40
Quindi nasce ch’ogni donna
Altro ha in bocca ed altro in sen;
E già vuol su i quindici anni
Guadagnare un anno almen 44
Tre su i venti, e cinque poi
De’ sei lustri in sul confin
Ma galoppan le decine,
Se l’ottavo è a lei vicin. 48
Uso tal si fa bisogno,
Poi divien necessità;
Sì che alfin su gli anni almeno
Non può dir la verità. 52
Anzi a sè mentisce ancora;
Non accorgesi d’errar;
La memoria la tradisce
Torna indietro nel contar. 56
Offeso un giorno Amore
Da un mal accorto amante
Giurò a la madre innante
Che avría dell’offensore
Dato un esempio eterno; 5
Indi scese all’inferno:
Olà, monarca immite
Del tenebroso Dite,
Se di teneri affetti
E d’ignoti diletti 10
Ti fai largo una volta,
Oggi tu pur m’ascolta.
Fra le crudeli pene
Che la tua chiostra tiene
Qual cagiona più pianti 15
A i delicati amanti?
Qual è che più il coce,
E qual è la più atroce?
Or quella a me concedi
Per punire un mortale. - 20
- Amor, ciò che tu chiedi
Si faccia nel mio regno! -
Disse il prence infernale
E con la man diè segno.
Foco per l’ombre oscure 25
Tosto venir le cure
A crucciar destinate
L’anime innamorate.
V’è il rigore indiscreto,
V’è il capriccio inquïeto, 30
Lo sdegno minacciante,
Lo scherno umilïante,
La dubbiosa incostanza,
L’ansiosa lontananza,
Il rifiuto ostinato, 35
Il bando disperato.
Sull’adunata schiera
Incerto Amor pendea:
E fra la barba nera
Plutone sorridea; 40
E così gli dicea:
- Ben abile tu sei,
Domator de gli dèi,
A scegliere i piaceri
Più graditi a i viventi; 45
Ma non sai fra i tormenti
Conoscere i più fieri.
Non vedi, fra i tormenti
Che la mia chiostra tiene,
Con tranquilla apparenza 50
La fredda indifferenza?
Quella è il maggior cimento
De gli animi costanti;
Quella è il peggior tormento
De i delicati amanti. - 55
Ahimè, l’irato dio;
Prese quel mostro rio
E con mano sdegnata
Ad abitar lo pose
Ne le luci vezzose 60
De la fanciulla amata.
Lo sventurato amante
Sofferto avría costante
Il rigore indiscreto,
Il capriccio inquïeto, 65
Lo sdegno minacciante,
Lo scherno umilïante,
La dubbiosa incostanza,
L’ansiosa lontananza.
Il rifiuto ostinato, 70
Il bando disperato;
Ma non potè soffrire
La tranquilla apparenza;
E lo fece morire
La fredda indifferenza. 75
Stava un giorno Citerea
Di Vulcano a la fucina
Nè difender si sapea
Da la fiamma a lei vicina,
Nè salvar le fresche rose
De le gote sue vezzose. 6
Opponeva or destra or manca
Al gran foco ivi raccolto;
Ma la man picciola e bianca
Vano scudo era al bel volto;
Chè feriva e volto e mano
La gran vampa di Vulcano. 12
De la Dea vide i tormenti;
A pietade Amor si mosse;
E dell’ale rinascenti
Una subito strapposse;
Poi con atto dolce e caro;
Ecco, disse, il tuo riparo. 18
Serenò Venere il ciglio;
E il celeste almo sorriso
Rivolgendo al caro figlio,
Abbassossi, e il baciò in viso;
Poi fe’schermo al gran calore
Con quell’ala dell’Amore. 24
Ma la Dea sagace apprese,
Riparando il foco ardente,
Di quel vago e nove arnese
Ad usar più dolcemente;
Onde rise il Nume armato
Che le stava all’altro lato. 30
Ella i guardi a lui volgea,
All’orecchio gli parlava;
E il bel volto nascondea
Dal marito, che guardava
E così sfogava il coro
Sotto all’ala dell’Amore. 36
Spesso ancor si ricopría
La metà de le pupille
E più forte l’assalía
Addensando le faville,
Che il ferían con più rigore
Sotto all’ala dell’Amore. 42
Or dal sommo de’ bei labri
Accennava i molli baci;
Ora uscíen da’ bei cinabri
Sospiretti e ghigni audaci;
Or nasceva un bel rossore
Sotto all’ala dell’Amore. 48
Tal, fra tanto che Vulcano
Fabbricava arme a gli Dei,
L’alma Dea così pian piano
Accresceva i suoi trofei
Sopra il Nume vincitore,
Sotto all’ala dell’Amore. 54
Belle mie, voi m’intendete:
Dell’Amor l’ala son io.
Come Venere, potete
Eccitar più d’un desio
E sfogar l’occulto ardore
Sotto all’ala dell’Amore. 60
Nice, Propio da senno e non per gioco,
Non vuoi più ch’io mi chiami Parafoco;
E la ragion mi quadra
Udite ch’è leggiadra.
Nice sedeasi un giorno a canto al foco 5
Tra il marito e il servente
E il servente volea
Darle un bacio: ma come si potea
Col marito presente? Or bene, udite
Ciò che seppe far Nice. 10
Ella, come per caso,
Volge gli occhi al marito; e così dice:
Voi avete una pulce sopra il naso!
E taffe, sopra il naso
Gli batte il parafoco e a lui con esso 15
Gli occhi ricopre. In quel momento stesso
Il bacio desïato
Fu dato e ridonato.
Ma come creder mai
Che nell’inverno a punto 20
Una pulce vi fosse?
Eh, i mariti ne beon de le più grosse!
Basta, dal giorno in poi
Che Nice prese un così bel partito,
Non vuole ch’io mi chiami
Più Parafoco, ma Paramarito. 26
Ho nel ventre il mio sapere
E ad ognuno il fo vedere;
Fo veder paesi e mari,
Fiori, uccelli e mostri rari;
So insegnar geografia; 5
So insegnar filosofia:
Con enigmi, con bei detti,
Con leggiadri apologhetti,
Tutto insegno, ma per gioco,
Nello inverno appresso al foco. 10
Quante dame letterate
Sol per me son diventate!
Se conoscer mi volete,
Io son qui, non mi vedete?
Ho la pancia grande assai, 15
Ed ho il manico piccino:
Non mi movo quasi mai,
Ed ognor sono in camino. 18
Io già fui un seccatore
Detestato da gli amanti,
Chè i felici loro istanti
Disturbai la notte e il dì. 4
So la bella sbadigliava,
Se il suo ben si contorceva,
Io di nulla m’avvedeva
E ciarlando stava lì. 8
Quindi Amore, al fin sdegnato,
Terminar fe’ questo gioco,
Trasformando in parafoco
Me infelice seccator. 12
Ma, sebben cangiato io sono,
Benchè vesto altra figura,
Dell’antica mia natura
Io conservo molto ancor. 16
Sempre ritto in sul camino
Mi sto lì come un balordo;
E benchè sia cieco e sordo,
Mai di crocchio uscir non so. 20
Se per cruda mia sventura
Cicalare or più non posso,
Con gli scritti che ho sul dosso
Disfogando almen mi vo. 24
Se le fiamme degli amanti
Più turbar non m’è concesso,
Io di schermo servo adesso
A la fiamma natural. 28
Così avvien, per mezzo mio,
Che la vampa, o donne belle,
Non raggrinza a voi la pelle,
E a la testa non fa mal. 32
Ma chi sa se mai vi piace,
Per ufficio sì cortese,
Perdonar le antiche offese
Ed aver di me pietà? 36
Troppo in odio sempre avete
Chi trascura disattento
Il valor d’un bel momento,
E chi perdere lo fa. 40
Belle, son qui per voi
Leggiadro arnese e comodo,
Onde al camin non ardasi
Di vostre guance il fior. 4
Su mi pigliate, e poi
Dinanzi a voi tenetemi;
E calmerete l’impeto
Dell’indiscreto ardor. 8
Ma per pietà, se ancora
Le convulsion vi assalgono,
Allor che andate in collera
Col perfido amator, 12
Deh, per pietade allora
Niuna di voi mi laceri,
Niuna mi rompa il manico
Fra il torbido furor! 16
Quanti ventagli, oh dio,
Ebber destino simile,
E infranti e fessi caddero,
Spettacolo d’orror! 20
Così, se il cieco dio
Vi torna in pace amabile,
Del canapè fra gli angoli
Non mi obblïate allor. 24
Quanti ventagli, oh stelle,
Ebber destino simile,
E infranti e fessi giacquero,
Sol vittima d’amor! 28
Voi lo sapete, o belle:
Noccion le vostre collere;
E mettono in pericolo
Le vostre paci ancor. 32
Venditor sono di ventole
Per la state che verrà:
Ma so il caldo sarà grande,
E la merce mancherà,
In iscambio de le ventole
Venderò le vostre teste,
Zerbinotti che leggeste.
Agitata il foco accresco,
Agitata meno fresco.
Così Nice in ogni loco
Col bel viso accende foco
Ma, se dice una parola,
Mena un fresco che consola.
Finchè il Sole arde in Lïone
Son cercata, son gradita:
Ma, se cambia la stagione,
A me logora e sdrucita
Più nessun non volge il ciglio.
Belle donne, a chi somiglio?
Se in vece di guardar co’ miei stromenti
Il vago viso da le fiamme ardenti,
Nice, volessi ascondere il rossore
De le bugie che ognor dici in amore,
Tu sciuperesti in un sol giorno quanti 5
Francia in un anno mandane a i mercanti.
Anzi no. Mi ridico, o Nice mia:
Per te sarebbe inutil mercanzia;
Chè in te non apparisce mai rossore
De le bugie che ognor dici in amore. 10
Amorosa ventoletta
Mi dimeno qua e là;
Non darei piacere a molti
Coll’aver stabilità:
Anche Nice così fa.
Sopra il molle canapè
Nel meriggio più infocato
Un mi tiene avanti a sè;
Altri due gli stanno a lato.
Io con moto dolce e grato
Do ristoro a tutti e tre
Sopra il molle canapè.
Ah furbetta, in questo istante
Vai pensando al novo amante.
Tu se’ l’esca, ed egli è il foco:
Ed amore a poco a poco,
Perchè t’entri in ogni vena,
Questa ventola dimena.
Il mercante che mi vende
Faría ben molti tesori,
S’io, così come le mosche,
Discacciassi i seccatori.
Una ventola son io
Che rinfresco ogni calore.
Se una bella ha troppo ardore,
Per il manico mi pigli;
Mi dimeni qua e là,
E sollievo troverà.
Importun come la mosca
È il pensier di gelosia.
Ah se almen con questa ventola
Si potesse cacciar via!
Ah, se fosse in poter mio
D’ottener quel ch’io vorrei,
Qual sarebbe il mio desio?
Quale il bene onde godrei?
Tu, che mente hai così fina,
Caro amico, l’indovina.
Se una bella ha gelosia
Nè il suo mal vuol che si scopra,
colla ventola si copra;
E da un lato guardi poi,
Non veduta, i fatti suoi.
Ben poss’io da bella mano
Agitata piano piano
Sollevar l’estivo ardore:
Ma ci vuole altro che ventola
Per il caldo dell’amore!
Alma grande, che ti pasci
Di pensier vaghi ed eletti,
Deh permetti
Che una ventola sì vile
Possa umíle,
Fra gli zefiri odorosi
Lusingare i tuoi riposi!
Zitti, zitti. Io sono Amore
Trasformato in questa ventola. l
Io così l’aspro rigore
D’una bella vincerò.
Ah! se avvien ch’io mai l’adeschi,
Sì la cruda tenterò
Che a mal gioco meco treschi.
Noi ventagli e voi amanti
Tra di noi ci somigliamo.
Or mutati, ora scordati,
Or dismessi, ora cercati,
Capovolti, raggirati,
Ora siamo di moda, ed or no ’l siamo,
Come piace a le belle a cui serviamo.
Il tuo bene, il tuo bel foco
Fa all’amore in altro loco
E tu, Nice, che farai
Per passar questo momento?
Fatti vento.
De le belle il capo a nuoto
Va in un turbin di capricci.
Io movendomi do moto
A quel turbin di capricci;
E così con l’opra mia
Impedisco che corrotti
Non divengano pazzia.
O Sfregia, o Sfregia mio,
O dolce mio barbieri,
O de le guance amor, delizia e cura,
Oimè! che farò io.
Poi che ti trasse a i regni oscuri e neri
Empia morte immatura? 6
Vita lieta e sicura,
Gli è ver, tu meni a casa di Plutone,
Ove, benchè sii morto,
Fai la barba ad Omero ed a Platone.
Ma, lasso!, qual conforto
Sperar poss’io, se più sperar non posso
Chi come te mi rada infino all’osso? 13
Qualor, passando, io miro
La quondam tua bottega,
Mi sento dall’ambascia venir meno:
Traggo più d’un sospiro;
La bacio, e tento di sfogar la frega
Che ho per te ancor nel seno. 19
Poi, l’amato terreno
Veggendo or fatto sì deserto, io grido:
‘Ve sono ora i trecconi
Che qui veníen come a lor dolce nido,
E gli sgherri e i baroni
Che i sabbati partíen con alti e spessi
Segni del tuo valore, o Sfregia, impressi?’ 26
Que’ fortunati istanti,
Che inteso eri al lavoro,
Tornanmi a mente come fosser vivi.
Parmi avermiti avanti
Tal quale io ti vedea rader coloro
Che prima erano quivi. 32
Come su pe’ declivi
Fanno del tetto i mici per la foia,
Tali si udieno questi
Sotto al tuo ferro miaolar di gioia.
Chi a le sfere celesti
Per la dolcezza i lumi ambo volgea;
Chi sospirava; e chi i denti strignea. 39
Una mattina intera
Non avev’anco atteso,
Quando tu m’invitavi al dolce intrico.
Una scranna quivi era
Che avea per ben due secoli conteso
Col tempo suo nemico. 45
Parea di verde antico
Al sol sentirla; e tratti avea sì fini,
Che a chi vi si appoggiava
Giva facendo mille vaghi inchini:
Ma ritta poi si stava
Sì tosto che tu provvido mettei
Sotto una bietta all’uno de’ tre piei. 52
Mi vi acconciavo sopra,
Poi che il mio buon destino
Aveavi al fine il bilico trovato.
E tu la nobil opra
Incominciavi con un pannolino
Che molto era stimato; 58
Imperocchè Pilato
L’usò quel dì che si lavò le mane;
E da quel giorno in poi
Non avea visto mai laghi o fontane.
Tu con que’ diti tuoi
Questa reliquia, così rara e sola,
Tra il collar conficcavimi e la gola. 65
Sì tosto, al collo intorno
Cominciavo a sentire
Certo soave insolito prurito,
Segno, più assai che il giorno
Chiaro, di quel che poi dovea seguire
Gran piacere infinito. 71
Un popolo smarrito
Quest’era d’animai cari e giocondi
Che da quel panno allora
Trasmigravano insieme a novi mondi.
E questo avanzo ancora
Teco io faceva, che quelle bestiole
Ne venien meco a crescer la lor prole. 78
Di stagno un catinuzzo
Poi m’accostavi al mento,
Che arnese non fu mai, più di quel, ghiotto.
D’un pellegrino puzzo
Tutto spirava, e di fuora e di drento,
Che al naso facea motto. 84
Da un lato era un po’ rotto
E di quivi, nel mezzo al mio diletto,
Scendea l’unto odoroso
Misto col ranno a profumarmi il petto
Sfregia, per me non oso
Dell’altre lodi tuo salir la strada:
Deh porgimi la man perch’io non cada! 91
A dir quasi m’impaccio
Come, o gentil barbiere,
Tu m’impiastrassi di sapon la guancia.
Pria sfoderavi un braccio
Che avría quel d’Esaù fatto parere
Un nonnulla, una ciancia. 97
Di color verde e rancia
poscia una spuma, che pareva gnocchi,
Pigliavi; e a larga mano
Le labbra m’infardavi e il naso e gli occhi.
Ahi che piacer sovrano!
Quasi, come a Ruggier, dicer mi tocca,
Chè spesso i’ avea più d’un tuo dito in bocca. 104
Le stagion rovesciare
A te già non piaceva,
Com’usan certe frasche a questa etate:
Anzi il verno agghiadare
Facevano il tuo ranno, e ne coceva
Quand’egli era la state. 110
Ma poi ch’ambe impeciate
M’avei le guance, tu mi sciorinavi
Un cencio su una spalla
Ov’era il pel di tutti e sette i Savi:
Anzi parea una stalla,
Anzi un serraglio ai tanti ivi dispersi
Verdi peli, sanguigni, oscuri e persi. 117
Oh che dolcezza quando
Alfin sopra il mio viso
Pigliavi a dimenare il tuo rasoio!
Solo a quel ripensando,
Che tanto volte ha me da me diviso,
Non so perch’io non muoio. 123
Sur un limbel di cuoio,
Prima d’avvicinarsi agli altrui menti,
Quel ferro almo e gentile
Giva più volte a ripulirsi i denti.
Poscia, in un atto umíle,
Quasi fanciul che tema ha del pedante,
Tremando s’accostava al mio sembiante. 130
Or chi può dire in carte
Siccome a me la pelle
Soavemente con le man stirassi?
E con che nobil arte
Di mezzogiorno a rimirar le stelle
Pel naso mi guidassi? 136
Perchè il piacer durassi,
A lento passo ivi di loco in loco;
E con l’arme sospesa
Ad ogni pel tu ti fermavi un poco.
Ma al fin dell’alta impresa
Giacean sul volto mio, per tuo gran vanto,
Là sradicato un pel, qui rotto e infranto. 143
Ma pazzo è da legarsi
Chiunque tenta il calle
Di tue gran lodi, e ci riesce male.
Chi a te puote uguagliarsi
O in Ispianar collina o in aprir valle
Sul viso ad un mortale? 149
Deh, come al naturale,
Poi che parlar di guerra amavi molto,
Del campo o dell’assedio
Lasciavimi la carta impressa in volto!
E come poi rimedio
Di carta straccia ovver di ragnateli
Ponevi al solco ond’eran svelti i peli! 156
Ohimè, destino avaro!
Deh perchè così presto,
Mio Sfregia, a viver col Burchiello andasti?
Quel tuo violin caro,
Che tutto il vicinato tenea desto,
Perchè non ne portasti? 162
Tu non la indovinasti:
Chè, se Pluton t’udiva o Proserpína
Sonar sì stranamente,
Qui facevi la barba domattina:
E disperatamente
Oggi gridando non andrebbon ahi
Tutti i tuoi sconsolati bottegai. 169
Canzon, s’egli ancor vive,
Vanne, e gli di’ che se ne muoia tosto
Acciò che in vano io non t’abbia composto.
Note
___________________________
[1] recitato all’Accademia dei Trasformati secondo l’annotazione del cod. Trivulziano 890
[2] In Ambros., III, 5, pagg. 203-205, è in una prova di stampa del REINA; pagina, segnata col num. 57 e col num. VI sopra il sonetto, che non è indicato donde sia stata tolta, ma che era destinata al suo vol. III delle Opere del P.; e quivi è anche in una copia ms. Molte ne corsero, spargendo largamente il sonetto. Lo do intiero per ciò; e anche perchè le quartine ne furono divulgate da R. BARBIERA in Immortali e dimenticati, Milano, Cogliati, 1901, pag. 86. Sella copia ms., a pag. 205, si ha la didascalia. In Miscell. Marbio 17, nella Braidense, si ha la didascalla: «In occasione che nel Teatro una colomba dalle scene si rifugiò nel seno di bella Dama»; e In Ambros., III, 5, la didascalia: « Dell’ab. Parini per colomba che svolazzando in Teatro andò a posarsi in braccio della Contessa [il nome è fortemente cancellato] ». Assicurano che fu «l’inclita Nice - dell’ode Quando novelle a chiedere: e ciò Inporta qui rammentare anche perchè l’audacia dell’ode ha così un’indiretta giustificazione nella poca stima in che si teneva dunque allora l’onestà della dama. Il P. la cantò anche. nel son. Rapì de’ versi miei.
[3] A Clementina Piccinelli, che cantò a Milano nel 1767-68
[4] A Clementina Piccinelli
[5] «In occasione d’una splendida sontuosissima festa di ballo, data dal Dottor Giletti nella sua casa coll’intervento della più cospicua Nobiltà ».
[6] Seguo la copia Ambros., III, 5, pag. 216; che ha il titolo « Alla sign. Marchese Castiglioni che piglia i bagni nella sua villa di Povenzano ». In Miscell. Morbio 17, nella Braidense, a pag. 9 : « Per bella donna che piglia i bagni in una sua amena villa », con postilla che dà Il nome di costei: « La sig. D. Paola Litta Castiglioni »: cui è dedicata l’ode Queste che il fero Allobrogo, e cui parla la chiusa dell’ode XI. Qual fra le mense.
[7] Seguo l’autografo Ambros., II, 5, pagg. 3-5, dove ha il titolo che ho apposto. Il REINA, III, 21, annota : « Per Giuditta Sopransi ». È anche in altro autografo Ambros., II, 8, pagg. 89-90, con tenui divergenze grafiche. In un altro autografo Ambros., II, 4, pagg. 7-8, mal cucito con altri fogli, così che le strofe si presentano in ordine errato, si ha la redazione: Ogni bella a cui la sorte Pose il nome di Giuditta, Dee, per legge in cielo scritta, Far gran cose di valor. Al terribile Oloferne Quell’Ebrea troncò la testa, E portolla in una cesta, Al suo popol vincitor. E una nova alma Giuditta Per beltà tra noi famosa Oggi ha fatto un’altra cosa Ch’è più grande e singolar. Invitata gli anni suoi A svelar con cor sincero Ella ha detto appunto il vero Senza un attimo scemar. Perchè mai tal maraviglia? Ella è saggia, e fresca, e bella; Qual motivo avrà mai ella Di mentir sulla sua età? Così parla il vulgo indòtto Che d’apprender non si cura, E i misterii e la natura Delle femmine non sa. La natura le ammaestra Dell’età sul primo albore A conoscere il valore Della cara gioventù. E nell’animo lor dice: Tu sei bella e piacerai - Se più giovane ti fai, Piacerai anche di più. (Quindi avvien ch’ogni fanciulla Giunta appena a quindici anni Tenta già con dolci inganni Guadagnare un anno almen. la strofetta è cancellata ; quindi riscritta come segue) Di qui nasce ch’ogni bella Dà principio ai dolci inganni E vuol già su i quindici anni Guadagnare un anno almen. Due su i venti, e cinque poi De’ sei lustri in sul confine. E galoppan le decine Se l’ottavo a lei se ’n vien: la canzonetta non vi prosegue oltre
[8] Il Reina, II, 229 : « Nel volume III si porrà una serie di graziosi Scherzi sul parafoco, sul ventaglio, e sulla ventola, fatti, siccome questo componimento, ad istanza di Teresa Mussi, amica tenera dell’autore, e donna di cor patetico e gentile, e di forme leggiadre » ; per la qnale sono anche i vv. Viva cui piace in fra i tumulti assorto.
[9] col titolo: Il Parafoco
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