![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Edizione di riferimento
Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925 - Nel testo è indicata la provenienza di ciascuna poesia
Fingi un’ara, o pittor. Viva e festosa
Fiamma sopra di lei s’innalzi e strida:
E l’un dell’altro degni e sposo e sposa
Qui congiungan le palme; e il Genio arrida. 4
Sorga Imeneo tra loro; e giglio - e rosa
Cinga loro a le chiome, Amor si assida
Sulla faretra, dove l’arco ei posa;
E i bei nomi col dardo all’ara incida. 8
Due belle madri alfin, colme di pura
Gioia, stringansi a gara il petto anelo,
Benedicendo lor passata cura. 11
E non venal cantor sciolga suo zelo
A lieti annunzi per l’età ventura:
E tuoni a manca in testimonio il Cielo. 14
Rapì de’versi miei picciol libretto
Amor, non Fazio mai di furti e prede;
E me schernendo a seguitarlo inetto
Fuggissi a volo; e a Citerea lo diede. 4
E disse: O madre, a te sia il dono accetto,
Benchè non molta in questi carmi ho fede;
Se non mentisce del cantor l’aspetto
E l’usurpata chioma e il debil piede. 8
E tu ben sai che la tua bella face
Tardo inspirò di poesia furore
Di Teo soltanto al vecchiarel vivace. 11
Rise la Dea: di vago almo colore
Si tinse; e replicò: Tutto a me piace
Quel che mi vien da le tue mani, Amore. 14
Pari a fumo d’incenso i nostri voti
Giunsero al cielo, e Dio ne fe’ sua cura.
Ecco, dice il Signore, andrà secura
La Stirpe, ch’io proteggo, a i dì remoti. 4
Or son del Regno i fondamenti immoti
Forte il mio braccio ne sostien le mura;
Mia verità, che nebbia non oscura,
E la giustizia mia, saran sue doti. 8
Sdegno non fia ne la città. L’orgoglio
Tornerà infranto del nemico esterno,
Come flutto del mare incontro a scoglio. 11
Pace e felicità dal ciel superno,
Quasi nembo di manna, e sopra il soglio
E sopra il popol mio, cadrà in eterno. 14
Viva, o Signor, viva in eterno, viva
L’alta stirpe regal ch’ami e proteggi:
Per lei nel popol tuo stan le tue leggi,
E il sacro foco sul tuo altar si avviva. 4
Pari al cedro, o Signor, pari all’oliva,
Lo scettro salutare, onde ne reggi,
E fiorisca e si spanda, e in novi seggi
Germini altero ovunque il sole arriva. 8
Odi propizio. A te preghiam, Signore,
Non per superbia, no, chè al sol tuo fiato
Va qual polvere vil dispersa ai venti 11
Ma perchè il mondo, al par di noi beato,
De’ beneficii tuoi provi il maggiore,
E il santo nome tuo cantin le genti. 14
O d’Insubria superba alta Reina
Che da’ tuoi figli hai gloria e lor la imparti,
Ben gir di te medesma altera e balda,
Ben ti vegg’io, poichè le nobil’arti
E i sacri studi, e l’alta e pellegrina
Fama dell’opre tue sì chiara e salda,
Ogni cantor d’un bel foco riscalda. 7
Ma chi, veggendo il puro e largo fonte,
Darà nome al suo rio, che d’alto caggia?
Chi, mentre il Sol tutto in bel cerchio irraggia,
Suoi vaghi effetti innalzeralli a fronte?
Non le tue lodi conte
Farò; ma di colui che in te sol spande
Quanto Milan se’ bella oppur se’ grande. 14
Folle chi primo un nero spirto immondo
Bestemmiando chiamò Genio del loco;
E i patrii muri e i dolci amati campi
A lui diè in guardia e ’l famigliar suo fece.
Hanno i Celesti sol cura del mondo:
Essi fan che Virtude in Terra stampi
Sue lucid’orme: e lui che di sè gli ampi 21
Abissi ingombra, in loro man la cura
Dell’uom commise; e in lor custodia ei diede
Qual più si piacque a lui terrena sede:
Però s’ognor più bella e più secura,
E luce più pura,
O Madre inclita mia, ognor ti fregi,
Ben dèi saper cui tu debbi i tuoi pregi. 28
Chi fu che i tuoi pensieri a Dio rivolge
Onde ogni ben deriva, e a le tue preci
E a’ tuoi culti diè norma e nome ancora?
Ambrosio ei fu, che i latin riti e i greci
E i tuoi puranco in un bel nodo accolse
Onde l’ordin tuo sacro alto s’onora;
E dal Ciel sopra te trae grazie ognora, 35
Sicchè per lui ne’ tuo’ Fori e ne’ Tempi
Tu sovr’ogni altra terra il capo estolli
Emulatrice de’ Romulei colli.
Ei te dagli esecrandi e stolti esempi
Forte purgò degli empi,
Quale il vigil cultor sterpa anco acerbe
Le infelici, dal campo, inutili erbe. 42
Nè, poichè del gran Padre in Ciel lo spirto
Sciolto del nostro fral giunse al suo meglio.
Ei t’obbliò; ch’anzi i tuoi crudi affanni
Mirò pietoso nell’eterno speglio;
E ratto ei corse; e ’l sanguinoso ed irto
Tuo crin ritolse ai barbari tiranni;
E d’implacabil’ira acceso ai danni 49
Scese de’ tuoi nimici. Ecco il Re Gallo
Tuo traditor, ch’a Malaspina il nome
Diè con sua morte, ancor alza le chiome
Per cui passò la fatal punta, ond’hallo
Punito ei del suo fallo,
Il dì che gli mostrò in sì chiare note
Che le minacce sue non tornan vuote. 56
Conrado e tu, qual gelo allor ti corse
A ricercar tutte le vene e l’ossa,
E ad agghiacciarti ’l seno, allor che in alto
Scorgesti Ambrosio con mirabil possa
Brandir suo ferro? Di tua vita in forse
Ben fosti il dì ch’al suo celeste assalto
Caddero i tuoi; e risonar dell’alto 63
Suo furor fra le nubi udisti il tuono.
Misero! a che t’addusse il volger l’armi
Contro a la sua cittade, allor ch’ei s’armi
In suo favore? Udisti il fiero suono
Di sue folgori ; e prono
Te ’l vedesti sul capo andar vibrando
Incontro a te l’inesorabil brando. 70
Fra’ tuoi buon giorni ogni anno il dì ritorna,
Milan felice, oh dì chiaro e beato!,
Quando incontro mirasti, al tuo rubelle
Figlio, Ambrosio venir dal Cielo, armato
Ed a’ nimici tuoi fiaccar le corna
Col crudo inevitabile flagello.
Oh come allor l’inviperito e fello 77
Suo corridore urtò l’armate schiere,
Rotando ei la gran ferza! oh come al piano
Stese il nemico, resistente in vano,
E di bel lauri ornò le tue bandiere
Tanto pungenti e fiere
Gli fûro al cor le tue sventure; e tanto
Càlsegli ognor di rasciugar tuo pianto. 84
Ma non creder però lui sì pietoso
Che teco ancor de la paterna sferza
Non usi: il genitor ch’ama il suo figlio
Non sempre dolce il guarda e con lui scherza
Ma spesso amor dentro al suo petto ascoso
Manda gli sdegni a balenar sul ciglio.
Tale Ambrosio vêr te: nel tuo periglio 91
Del Nume offeso ei ti fa scudo all’ire
Ma poi, ministro del gran braccio eterno
Fatto, a te mostra con valor superno
Che ben può nulla chi non può punire.
Così all’eterno Sire
Tal fe’ voti pe’ suoi, del Sina in vetta,
Chi poi tanta ne scese a far vendetta. 98
Volgi d’intorno il guardo; e vedrai l’orme
De’suoi gastighi nel tuo corpo impresse.
Chi credi tu che tante in varia etade
Dall’estremo Aquilone armi spignesse
A rovinarti in sì barbare forme?
Non quale al vulgo appar, la tua beltade
Incontro a te le pellegrine spade 105
Non allettò, come il bel vello a Colco
Trasse i legni primier; ma gli error tuoi
Punser, tacendo Ambrosio, i lenti buoi
Ad ararti per mezzo, orribil solco!
Mentre il crudo biffolco
De’ tuoi pianti e sospir duro al gran nembo
Spargéati ’l sal sterminatore in grembo. 112
Entro al bell’orbe di tue mura in tempio
Sacrata al tuo gran Padre augusta mole
S’alza vittrice del millesim’anno.
Ben al gran veglio alato incresce e duole;
Ma toccar non l’osò giammai, nè l’empio
Barbarico furore a lei far danno,
Però ch’ivi a posar le membra stanno 119
Sante di lui, ch’è tuo presidio e scorta:
Quivi, però, se tu desii che ’l Cielo
Mai più d’atro ti copra infausto velo,
Di tue felicità quivi è la porta;
Indi vedrai risorta
Un’aura che le nubi oscure et adre
Sgombri, pur che tu ’l chiami: O Padre, o Padre! 126
Ben, se’ rozza, o Canzon; ma innanzi all’ara
N’andrai pur di colui, cui tesser godi
Piccol fregio di versi; e ’l pregherai
Che dell’eccelso tuo Platano, ond’hai
Vita ed onor, gli caglia; e i dolci modi,
Che suonan di sue lodi,
Ei non sdegni, e lo stuol de’ Cigni arguto
Ch’a lui fa di bei carmi annuo tributo. 134
Sorgi, novella aurora, e ’l crin componi,
Oltre l’usato, de’ più vaghi fiori,
Che in quest’alma stagione a noi tu doni. 3
Mira che ’l Sol non osa spuntar fuori
Anch’ei dall’Oceàn col carro ardente
Perocch’ei teme de’ suoi proprii onori. 6
Andran vostre bellezze inferme e spente
Dinanzi al nome di colui che ’l mondo
Salvò dall’ira del crudel serpente. 9
A quel gran nome inchinasi il giocondo
Albergo de’ Beati; a quel gran nome
Il suol s’inchina e ’l Tartaro profondo. 12
Ma tu, Celeste Musa, or dimmi come
Sparse gli onor del nome santo intorno
Il Fraticel che in cielo orna le chiome 15
D’eterni raggi, ed a cui sacro è il giorno
Ventesimo del mese in che il Sol mostra
Di Leda favolosa il doppio scorno. 18
A lui s’aperse la materna chiostra
Il dì ch’è festo al gran natal di lei
Che diede al Mondo la salute nostra. 21
A che degli avi suoi canto i trofei,
O di te, Patria sua, che dotta e altera
Degl’Itali delizia a ragion sei? 24
Te stessa illustra la bontà sua vera,
Lo cui splendore un dì del sozzo Averno
Sgombrò in Italia la caligin nera. 27
Piccol fanciullo ancor, mostrò il superno
Don di facondia, ond’el poteo cotanto,
Insin ch’ei lasciò ’l frale ad Amiterno; 30
Perocchè pueril turba, all’incanto
Tratta del suo parlar, nascer sentía
Nel cor la doglia e nelle luci il pianto. 33
Ma, poi ch’ei giunse al sommo della via
Ch’a doppia elezïone in due si scioglie,
La dritta ei tenne, e non guardò alla ria: 36
E ’l nobil fior, che, s’altri un dì lo coglie,
Più non rinverde, ognor tenne sì chiuso,
Che in van gliel combattêr non pure voglie. 39
Sàssel colei che col volto confuso
Da lui si dipartì, dappoi che in vano
Gli ebbe il protervo suo pensier dischiuso. 42
Quantunque fabbricar femminil mano
Sa lusinghe al diletto, in opra pose
Quell’arsa donna di furore insano. 45
Le luci armò di fiamme venenose;
Dolce ad arte languì; preghi, querele....
E nulla legge ad onestade impose. 48
Ma ’l Giovin forte, come in mar crudele
Scoglio, immoto si stette; e ’l corpo vinse,
Novo seguace al figlio di Rachele; 51
Anzi, duro flagello in mano strinse,
E alla Venere ignuda il caldo fianco
Dello stesso di lei sangue dipinse. 54
Dritto ora ben che come neve bianco
Fosse l’araldo che del sommo agnello
Devea ’l nome dappoi bandir sì franco: 57
E colui che in Alvernia il gran modello
Copiò di Cristo in sè, ben si compiacque
Che tanto lume ornasse ’l suo drappello. 60
Ma perchè il rito che da Ambrosio nacque
Vuol questo giorno alla grand’alma sacro
Che or si disseta nelle divin’acque? 63
Or io ’l dirò: Aletto, che con acro
Viso mira il ben nostro, ave’ a’ mortali
De la Pace rapito il simulacro; 66
E Italia, oppressa da infiniti mali,
Vedea, piantar l’un figlio all’altro in seno
I caldi dell’altrui sangue pugnali. 69
Scorrea la Furia e ’l rabido veleno
Le terre tutte; sicchè l’una ormai
Sotto il ferro dell’altra venía meno. 72
Nè tu però fuggisti i comun guai,
o cara patria mia, che dal lanuto
Verro il nome famoso e nobil hai. 75
Tal eri forse tu, qual fu veduto
Il Lazio allor che lo sospinse al sangue
Quell’implacabil anima di Bruto. 78
Ma Bernardin, che in pulpito non langue,
Tra lo zelo inquieto la man porse,
E in piedi alzò la bella Pace esangue. 81
E, giovine puranco, a Milan corse,
E partissi, e tornò; e del suo Duce,
Impavido parlando, il fasto morse; 84
E al balenar di sovrumana luce,
Cacciò l’empia Discordia, a lei mostrando
L’immortal nome che in trionfo adduce. 87
In cambio di vessillo o targa o brando,
Feroci insegne!, allor nell’alto appese
Il nome di cui Stige odia il comando; 90
Che ’l cittadin devoto con sospese
Luci mira talor, pensando a lui
Che, per noi ricomprar, sua vita spese. 93
Poi, colla man cenno faccendo altrui:
- Quest’è fors’opra - dice - del gran Divo
Cui fûr cari i nostr’avi, ed or siam nui. - 96
Però è d e ver che ’l dì che d’esser vivo
Lasciò qui in terra, e in ciel féssi immortale,
Non sia per noi di voti e d’onor privo; 99
Ma al tempio suo, che culto ha verginale,
Il pannicel s’onori onde ammantosse,
E i sacri rostri ond’egli all’infernale
Mostro fe’ guerra, e ogni duro cor mosse. 103
Io me’n gía, tutto sol, pensoso e stanco
Già di cercare al mio compor subbietto;
Quand’io posai sull’erba il debil fianco. 3
Ed ecco sopra un carro d’oro eletto
Una Donna venir per la campagna
Di panni sbricia e màghera d’aspetto. 6
Dietro a colei vid’io una turba magna
Di genti d’ogni clima e d’ogni guisa
Che l’assomiglia insieme e l’accompagna. 9
Era la vista mia del tutto fisa
A mirar la gran calca che venía;
Quando un gran raglio mossemi le risa. 12
Io mi volsi a guatar là donde uscía
Raglio siffatto; e due mulacce io scòrsi
Condur quel carro e zoppicar per via. 15
Levalmi da sedere, e quivi io corsi:
Ma ognuna intorno a sè lo stuol dirada
Cacciandosi la fame a calci e morsi. 18
La Donnicciuola in su quel carro agghiada:
E benchè sia di quel popol signora,
Par che non mangi mai fieno nè biada. 21
Ella guardas’intorno ad ora ad ora,
Com’uom che teme di smarrir qualcosa,
E tutto ha in copia, e pur vorrebbe ancora. 24
Spesso, appoggiata a un bastoncel, pensosa
Stassi contando in sulle dita, e spesso
Il riso accenna, e rider poi non osa. 27
Sorgea un’insegna in sul bel carro istesso;
Ove colui che nell’Inferno giacque
In mezzo all’onda è a maraviglia espresso; 30
E scritto in s’un cartel, come a lei piacque,
Col puntal d’una lesina appiccato:
« Tantalo sitibondo in mezzo all’acque ». 33
Letto ch’ i’ ebbi, i’ mi guardai da un lato,
E vidi un uom che d’avacciar proccura
Con indosso un saion roso e intignato. 36
Quand’io ’l vidi, costui, femmi paura,
Ch’ a mostrar la Miseria e la Grettezza
Questa è la vera e natural figura. 39
Egli appiccato agli omeri ha una pezza
Di ferraiuol che con un fil di spago
Avanzato alle scarpe ognor rappezza; 42
E un sudicio cappel che con un ago
Da due bande ci tien ritto, e all’altro canto
Leggiadramente ir lascia errante e vago. 45
Ad un amico mio simil cotanto
Era costui che, fiso in quell’inganno,
Fecimi accosto e l’acchiappai pel manto: 48
Se ’l ciel ti guardi ognor da rio malanno,
Dimmi, Spizzeca mio, chi è costei,
Dissi, e color che dietro a lei se’ n vanno? 51
Ed ei rivolto a me disse : Chi sei?
Avverti che in iscambio tu m’hai colto:
Quegl’io non son che tu creder mi dêi. 54
Ma dappoi ch’io ti veggo scritto in volto
Quanta il tuo core ha di conoscer brama
La trïonfante Donna e ’l popol folto, 57
E io dirolti in brieve: ella si chiama
Spilorceria; e gli spilorci sono
Che seguitan colei per la gran lama. 60
Appena i’ udii del mio maestro il suono,
Ch’i’ fecimi a guardare attentamente
Que’ dello stuol, tutto in lor fiso e prono, 63
Sol per veder s’alcuno in fra la gente
Io ci conosco; e ne conobbi assai;
E vidici fra gli altri un mio parente. 66
Ma la mia scorta disse: Attendi omai
Que’ che in Spilorceria fûr più famosi
E di cui conoscenza tu non hai. 69
A guardare a’suoi cenni allor mi posi.
Ei disse: Vedi quel che gli occhi acuti
Levar dal carro d’òr par che non osi? 72
Dimmi chi è colui, se Iddio t’aiuti,
Diss’io; ed egli a me: Quegli è Euclïone,
Che chiaro è ne’ latin comici arguti. 75
Ecco il soffietto al collo ha ciondolone;
E perchè ’l fiato in van non mandi fuore,
Alla bocca il turacciolo gli pone. 78
Mira la coppia di que’ due ch’ onore
Hanno da ognun passando: uno è Giuliano,
l’altro è Sergio Galba Imperadore. 81
Irato ha questi lo stidione in mano
Per foracchiare la ventraglia al cuoco
Che a certi ambasciador fu troppo umano. 84
E quegli la basoffia [6], che dal fuoco
Appena è tolta, mangia, e un’insalata
C’ ha dello aceto assai, dell’olio poco. 87
Sai d’una lepre, che gli fu donata,
E d’un porcel ch’a tutta la sua corte
Han per tre dì la mensa apparecchiata? 90
Io stavami qual uom che teme forte
No ’l compagno gli ficchi una carota
Ornando il falso con maniere accorte; 93
Quando il buon Duca mio mi disse : Nota
Colui che vien. E innanzi un mi si fece
Ch’avea incavata l’una e l’altra gota. 96
Tinto è costui della medesma pece:
Ei mangiò al desinar la carne stracca
E una minestra sua di riso e cece. 99
Chiamossi Pertinace: e a lui s’attacca
Chi messe la gabella in sull’orina,
Del cui danar non gli putíen le sacca. 102
Presso a lui ne vien quel di Cascilina.
Mai non fu di costui maggior spilorcio
Da che ’l fuoco va ’n su, l’acqua alla china. 105
Ei di vita ridotto in sullo scorcio,
D’inedia e fame si morío piuttosto,
Ma vendè per danar l’unico sorcio. 108
Chi è colui che se ne vien discosto
Dagli altri, tinto il sen di sangue o d’ostro?
I’ dissi al mio maestro; ed ei ben tosto: 111
Egli è Caton, famoso in ogni inchiostro,
Che prestò altrui per òr la sua mogliere;
E d’esempii non manca al secol nostro. 114
Anco Dionisio tu ci puoi vedere
Che i peli si brucciò col moccolino
Per avanzar la mancia del barbiere. 117
Ecco Ermon, che d’aver speso un quattrino
Sogna la notte; e sì la doglia il fiede
Ch’ad una trave impiccasi il mattino. 120
Ermocrate, che fe’ sè stesso erede;
Ed Occo re, che, per non dare altrui,
Non pose mai fuor di sua casa il piede. 123
Siccome il fanciullino che con dui
Occhi guarda nel viso alla nutrice
Che le sue fole va contando a lui; 126
Ed ei, che crede il ver quel ch’ella dice,
Ora si duole, or ride, or face altr’atto,
Secondo il dir di lei tristo o felice; 129
Tal io nè movo piè nè ciglia batto,
Al dire, ai cenni del mio Duca, intento.
Ed eccoti venire un altro matto. 132
Presso alla turba ei si conduce a stento:
Quegli è Almeone, allor disse il mio Duca;
E ’l don di Creso fàllo andar sì lento. 135
Ei s’è ficcato l’òr fin sulla nuca,
Sotto alla cuffia e dentro alle brachesse,
In mano, in grembo e dove si manuca. 138
Mira il Gallico Re che ’l sarto elesse
In proprio araldo; e a un medico furfante
L’ufficio insin di Cancellier commesse; 141
Com’or spesso un gramatico ignorante
Fan servir certe pittime cordiali
In un di segretario e di pedante. 144
Egli scrisse le sue spese giornali:
Tanto per rattoppare una pianella
Più per aver fatt’ugner gli stivali. 147
Cotanto egli ebbe il granchio alla scarsella
Che tu ci puoi veder l’un conto acceso
E quell’altro dannato a serpicella. 150
Ma basti di costui quel che n’ha’ inteso,
Disse il mio Duca; e pria che ’l tempo accorci,
Attendi Alfonso re, ch’or te ’l paleso. 153
A’ sudditi ingrassar fece i suoi porci:
Così toccava un tempo al buon vassallo
Di mantenere i principi spilorci. 156
Vien Carlo Malatesta, s’io non fallo,
Ch’al suo coppier, ch’un bicchier ruppe a caso,
Quasi far fece in campo azzurro un ballo. 159
Poco dietro a costui quegli è rimaso
Che per amor dell’olio i lumi in chiesa
A spegner si levò dopo l’occaso. 162
Seco è colui che, pur la notte attesa,
Scendendo nelle stalle, a’ suoi famigli
Ciuffava il fien per avanzar la spesa; 165
Ma scorto alfin da’ vigilanti cigli
Al buio e sol, di sudice percosse
In sui panni toccò ricchi e vermigli. 168
I’ chiesi alla mia guida onde mai fosse
Che costor due e gli altri di lor setta
Han la spilorceria fitta nell’osse; 171
Ma egli mi rispose: Amico, ho fretta.
Ed io soggiunsi a lui: Ombra benigna,
Di sapere il tuo nome mi diletta. 174
Ed ei rispose: I’ son chiamato il Tigna,
Che grande uccellator fui di tabacco.
Io gliene do una presa; ed egli svigna. 177
Sì di mirar, sazio non già, ma stracco,
Privo dell’alta visïon son ora:
Ma quand’io miro al secolo vigliacco,
Parmi veder quel bel Trionfo ancora. 181
Lascia gracchiare a questi baciapile
Che voglion pur che il mascherarsi sia
Una cosaccia disonesta e vile. 3
Questo per me cred’io che bene stia
A laici a preti a monache ed a frati,
E finalmente a chiunque si sia. 6
Lasciamo star che l’andar mascherati
Non offende nè il ciel nè la natura,
Come voglion gl’ipocriti sciaurati. 9
Non ci fu diva sì innocente e pura
O nume nel celeste concistoro
Che non volesse un dì mutar figura. 12
Nel dolce tempo dell’età dell’oro,
Leggete Publio Ovidio sulmonese,
Chi si vestía da vacca e chi da toro. 15
Comuni avean e letto e mensa e spese
Sotto una quercia un dio e un mortale
In que’ bei giorni ch’eran lunghi un mese. 18
Quel secol, se non era affatto uguale,
Nella comunione almen dei beni
Si somigliava al nostro carnevale. 21
E in que’ bei dì, che sempre eran sereni,
Comparien fuora certe mascherate
Che non fûr mai spettacoli più ameni. 24
Forse ch’eran di queste fagiolate
Che nulla non significan alfine
E ch’ora piaccion tanto alle brigate? 27
Egli eran quelle maschere divine
Sì fatte, che coprivano al di drento
Cose misteriose e pellegrine. 30
Vestivansi talvolta in un momento
Da animali di sì varia schiatta
Che capir non potríeno in un convento. 33
Vedete se la gente era ben matta,
Che fino a Diana vergine beghina
Si trasformò una volta in una gatta. 36
E il dio barbato della medicina,
Ch’era un dottor dabben, comparve fuore
Mascherato da bestia una mattina. 39
Deh come il mondo ognor cangia tenore!
Già i dottor si vestíeno da animali,
E gli animali or veston da dottore. 42
Ma il padre Giove d’abiti cotali
Sempre più ch’altri mai ebbe diletto
E ogni dì mutava pivïali. 45
Un giorno di torel prese l’aspetto
Per ire a visitar certa donzella,
Figlia d’un re che Agenore era detto. 48
Egli avea lunga coda e gamba snella
E una coppia di corna in sulla testa
Ch’altro dio non portò mai la più bella. 51
Trovossi anco una volta ad una festa
Immascherato ad un modo più strano;
Da becco egli s’avea messo la vesta: 54
E vuole un certo autor Greco o Romano
Che madonna Giunon, ch’era sua moglie,
Il vestisse quel dì di propria mano. 57
Talor partì dalle celesti soglie
Travestito da cigno, ch’è un uccello
Che lungo il collo ed ha bianche le spoglie: 60
Ma, così andando a zonzo, in sul più bello
Fu spennacchiato da una certa Leda,
Che ne lo mandò via senza mantello. 63
Io non voglio però ch’altri si creda
Ch’ei d’animale ognor vestisse a foggia,
Qual par che dappertutto oggi si veda. 66
Ser Giove avea de’ bei trovati a moggia.
Forse falso parrà quel ch’io vi narro,
Ma egli un dì si mascherò da pioggia. 69
Di pioggia d’oro ei fecesi un tabarro.
Questo vestito mal si potría dire
Quanto sembrasse altrui novo e bizzarro. 72
Bastivi ’l dir che la figlia d’un sire,
Danae nominata, il vide appena,
Che se ne volle anch’essa ricoprire. 75
Mal fu per un che, mentre si dimena
Astratto per comporre una canzone,
Fecevi un sette a punto nella schiena; 78
Perchè Giove gli disse: O mascalzone,
Non vedi tu che fai? Or ora impara
A starti un po’ lontan dalle persone. 81
Poichè tu guasto m’hai cosa sì cara
Ad ogni donna, a voi vati dappoco
Sia sempre la fortuna d’oro avara: 84
E se per caso ne avanzaste un poco
Con istento e sudor, venga e ve ’l toglia
La crapula l’amore i ladri o il gioco. 87
Nè la reina Giuno ebbe men voglia
Di quella che s’avesse il suo marito
Di mascherarsi con diversa spoglia. 90
Ella comparve un giorno a un convito;
E certe nuvolette trasparenti
Avevanle formato un bel vestito. 93
Colla forza de’ suoi raggi lucenti
Il sol questo bel drappo avea formato;
E sartor n’era stato il Dio dei venti. 96
Il quale abito altrui tanto fu grato
Che fu per farle un atto indegno e crudo
Un certo che Issïone era chiamato. 99
Ma si difese dal furor del drudo
Giunon con quella nuvola leggera:
Or mirate che diavolo di scudo! 102
Mascherossi da vecchia anco una sera,
Lo che fu giudicato una gran cosa
Per una donna come Giunon era. 105
Qui nel margin però dice una chiosa
Che da forte ragion fu a ciò costretta;
E fu che del marito era gelosa. 108
Ma l’olio ormai e l’opera si getta
Seguitando a provar pur ch’a nessuno
La maschera non debbe esser disdetta. 111
Se la maschera piace a Giove, a Giuno
E a tutti gli altri dèi, lascia gracchiare
Chi a pancia piena predica il digiuno;
E seguitianci pure a mascherare. 115
Un dì costor che per non esser sciocchi
Su’ libri stan colla sparuta faccia
Logorandosi ognor cervello ed occhi, 3
Spesso mi dice : Amico, omai ti piaccia
Dirmi ’l perchè, se così folto è ’l mondo,
Poco è lo stuol che i dolci studii abbraccia. 6
Ha forse in questa etade a gire al fondo
Il letterario onor, che ’l vulgo indotto
Tien lontan da un ingegno alto e fecondo? 9
Io gli rispondo allora : Esser sì ghiotto
Di libri non si vuol; chè più sovente
Il gran libro del Mondo altrui fa dotto. 12
Leva le luci omai consunte e spente,
Pon’ sul naso gli occhiali; e intorno guata,
Guata che fa la sconsigliata gente. 15
Pârti che tra costor ch’all’impazzata
Seguono i crocchi e l’oziose tresche
Trovar debba il saper stanza adagiata? 18
Oppur tra que’ che de’ clienti all’esche
Uccellan solo e, se non fa a lor modo,
Anco al buon Giustinian dan delle pesche? 21
O pur con quelli che tra ’l piscio e ’l brodo,
Interpetri a rovescio d’Ipocrasso,
Alla fortuna lor fissano il chiodo? 24
Sai chi sta ben con essi? il babbuasso:
Ma un ingegno immortal dal loro albergo
Ah lontano, per Dio, rivolga il passo! 27
Forse d’amaro fiel gli scritti io vergo?
Verghinsi pur gli scritti; a me che importa,
Se all’onesto ed al ver non volto il tergo? 30
Vanne, Filosofia, povera e smorta;
Ma fa’ che ’l tuo baston giammai non batta
Allo sportel d’un’elevata porta. 33
Più non ritorna quell’età sì fatta
In cui le filosofiche bigoncie
La maestà degli Alessandri han tratta. 36
Chi t’ inuggiola il cor con cose sconcie
E scritte in uno stil degno di remi,
Questi a libbre abbia l’òr, non pure ad oncie. 39
L’Aretino animale ognor si premî;
Ma ’l Franco poverel, che sa qualcosa,
Soltanto aspetti il paretaio del Nemi. 42
Come addunque potranno e versi e prosa,
O vuo’ tu la spiantata o vuoi la ricca
Gente, rendere in un chiara e famosa? 45
Io, con volto seren dice lo Sbricca,
Convien che ’l tempo e le sostanze io libri
Fra teatro e corteo e bisca e cricca. 48
Soggiunge un altro: E d’uopo è ch’io delibri
Di non beccarmi più ’l cervel cotanto;
Ch’io non ho pan s’io non rosecchio i libri. 51
Il grasso Sbricca e quel meschino intanto,
L’uno per poco aver, l’altro per troppo,
Lasciano i sacri studii ognor daccanto. 54
O Italia, Italia! e perchè mai sì zoppo
Torna quel secol d’òr che ratto andonne
Come un destrier che corra di galoppo? 57
Aranno ingordi mimi e le lor donne
Quel che diêr Mecenate e ’l buono Augusto
A que’ già di saper ferme colonne? 60
Che strana infermità t’ha guasto il gusto,
O piuttosto il cervel, che l’òr tu gitti
Lungo così dall’uso tuo vetusto? 63
I giorni di Neron forse prescritti
Acci pur anco il Ciel, quando in teatro
Sì stavano i Roman sì intenti e fitti, 66
E in vista del lor danno immenso ed atro,
A la voce s’udía d’un castroncello
Tutto applaudire il popolo idolatro ? 69
Ella mi fumma, e rodomi, e arrovello
Veggendo i ruspi omai gettarsi a carra
Dietro al vile ragliar d’uno asinello: 72
E a chi si sta la fantasia bizzarra
Stancando ognor colla sospesa penna
Negarsi insino a un quattrinel per arra. 75
Manco male però che la cotenna
Non grattan già per accattarsi un marco,
Ma perchè un bel disio lor l’ale impenna; 78
Un bel disio di gir sublime e scarco
Su per la via d’onor diritta e franca
Che non adduce altrui di Lete al varco. 81
Ma che farà la già spossata e stanca
Schiera gentil se, poi che ’l pan piatisce,
Il desco della Gloria anco le manca? 84
Odi ser Busbaccon ch’ancor putisce
D’unto di buoi; e dallo aratol tratto
Alla rustica treggia il cocchio unisce: 87
E’ dice che coloro han ben del matto
Che, per isquadernar qualche libraccio,
E resto e saldo a’ lor piaceri han fatto. 90
E ’l ricco e ’l poverello e ’l popolaccio
E chi vien dalle costole d’Adamo
Tutti di dirne mal tolgons’impaccio: 93
L’uno dice che noi, còlti a quell’amo
Di sentirci lodar ben da parecchi,
Ciò che più ne fa d’uopo andar lasciamo. 96
Insino a’ pescialuoli, a’ ferravecchi
E que’ che stanno a venderci la trippa
Fannone un chiasso da intronar gli orecchi; 99
E la Cesca e la Nencia e la Filippa
Sannoti dir, sbarbando la conocchia,
Che dimagra il Poeta e non istrippa. 102
Se tu ne vai per via, ognun t’adocchia
E fa motto al compagno perchè e’ guati
Uno c’ha la pazzia per sua sirocchia. 105
E in fine odi gridar da tutti i lati
Che ’l volere studiar Lettere umane
Egli è appunto un mestier da sfaccendati; 108
Che voglionsi lasciar cose sì vane;
E ch’a fama immortale e non oscura
Dêssi anteporre il procacciar del pane. 111
Così contro di noi le bocche stura
La turba di color che a’ giorni nostri
Hanno posta nel fango ogni lor cura. 114
A bestiacce malvage, a feri mostri,
Destina in tanto il volgo e a gente trista
I begli applausi e i lodatori inchiostri; 117
A un bacchetton, che pare un santo in vista
E bindoli fa poi degni di forca
Con un empio pensar macchiavellista; 120
A un dottorello, che le leggi storca
Onde poi coll’altrui se ne va in cocchio,
E polli e starne alla sua mensa inforca; 123
Anzi a un tinto musin che, con un occhio
Che muover non si può dentro alla biacca,
L’anima infilza al guardator capocchio. 126
Quale stupor però s’ognun si stracca
Dello studiar, poichè niun premio trova,
E non ha chi lo stimi una patacca? 129
E che la bile che nel sen mi cova
Bullichi alfin, e poi sciolta in rimbrotti,
Qual da pentola amor, trabocchi e piova ? 132
Maraviglia ben è che sien sì cotti
Alcuni di studiar, benchè la sorte
Mai sempre incontro a lor le ciglia aggrotti; 135
E che ci sia un drappel cui sol conforte
Il suo valore; ond’ei, come in un vallo,
Contro al furor del secol si tien forte; 138
Sicchè te, o Italia, ch’al tu’ onor vassallo
E in arme e in toga il mondo tutto avesti,
Or non beffeggi il Prussiano e ’l Gallo. 141
Segui, onorato stuol, le vie ch’or pésti;
E ad onta ancor della spilorcia etate
Sostien’ tu Italia onde il natal traesti. 144
E tu, Platano illustre, a le cui grate
Ombre pur or novellamente io seggo
Per acquistarmi anch’io nome di vate, 147
Ergi i tuoi rami ognor; chè, s’io ben leggo
Nello avvenir, de’ valorosi Insubri,
Sotto un astro men reo la fama io veggo
Volar dagli Arimaspi a’ liti rubri. 151
Or ecco il Carnesciale ; e in qual dell’anno
Stagione, o Musa mia, io parlo teco,
Spropositi maggior gli uomini fanno? 3
Bacco or va intorno: lo spumoso greco
Ne l’agita bollendo; e ’l sen gli sferza
Vener ch’ignuda e calda ’l figlio ha seco. 6
Seguelo il volgo trïonfando e scherza.
Scherzi il volgo profano; e noi fra tanto
De’ satirici carmi opriam la sferza. 9
Ma a chi volgerci in prima od a qual canto,
Se aizzan tutti, or che ciascuno impazza,
L’asproridente Venosino al canto? 12
Entrerem noi sull’ondeggiante piazza
A veder le magnanime tenzoni
Dell’insubre di Brenno inclita razza? 15
Brïarei i fanciulli e Gerïoni
Fansi a raccôr la pubblica treggea,
Ch’è in vece d’arme a’ fervidi campioni. 18
Ma noi non già de la pazzia plebea
Frustiam le spalle: andiam là ’ve s’aduna
E la ricca e la nobile assemblea. 21
Andiancene al teatro: oramai l’una
Ora è di notte: quivi ’l Carnesciale
Gli spropositi suoi tutti raguna. 24
Odi ’l romor de’ cocchi universale
Che van precipitando invêr la Corte
Dal cocchier spinti e dal padron bestiale. 27
Eccoci del Teatro in sulle porte:
Vedi ’l portier con minaccevol fronte,
Chè le pubbliche lance il rendon forte. 30
Non pârti ’l ceffo del crudel Caronte
Che l’obolo alle vôte anime chiegga
Sulla riva dell’ultimo Acheronte? 33
Entriam; ma fa’ ben poi che tu ti regga
Incontro all’ira; e ’l periglioso a dire
Sol nel volto sdegnoso altri ti legga. 36
Entriam dopo costui, che tanto a uscire
Sta di carrozza; e seco al fianco vàlli
L’altrui moglie ch’egli ha tolto a servire. 39
Il marito aspettando a casa stálli;
E della melonaggin del marito
Ridono i consapevoli cavalli. 42
Stimas’ oggi un error d’esser punito,
Non che da tinger per rossor le guance,
Veder lo sposo alla sua moglie unito. 45
O Astrea, o Astrea, nimica delle mance,
Che sei scappata di quaggiuso al Cielo
Per non avere il tratto alle bilance, 48
Scendi or di nuovo; chè non pure il pelo
Cangia il mondo alla fin, ma tuttavia
Cacciane i vizii di virtù col telo. 51
Quella peste chiamata Gelosia
Pur se l’è côlta; e l’adulterio atroce
Se ’n fugge omai per la medesma via: 54
Perocch’ ad uom più non incresce o nuoce
Sopra gli altri apparir con quel cimiero
Ch’ebbe a’ tempi più rei sì mala voce. 57
Ma già siam dentro, o Musa: il bel severo
Contegno verginal pon’ giù, e spalanca,
Benchè così modesta, i lumi al vero. 60
Vedi qual ampio sorge a destra e a manca
Edificio sublime: il fiulgid’auro
Del vario ordin de’ palchi il guardo stanca. 63
Vide appena Quirin tanto tesauro
Sparso ne’ suoi teatri, allor ch’edile
Fu di Silla il figliastro, Emilio Scauro. 66
Forse per udir qui l’ornato stile
Di Tullio o di Maron credi che stretta
Stia tanta femminil turba e virile? 69
Musa, non già. Qui sol, Musa, s’aspetta
Un fracido castron ch’a’ suoi belati
Il folto stuol de’ baccelloni alletta. 72
Ecco s’apre la scena: ecco da i lati
Utica s’erge; e in faccia al suo periglio
Esce il fiero Caton con pochi armati. 75
Se gli scorge sul volto il gran consiglio;
E la cadente libertà di Roma
Tutta gli siede in sul rigido ciglio. 78
Cesar ne vien, che la superbia doma
Vuol di costui: pur se gli leggo in viso
Qual sostenga di cose altera soma. 81
Ma tu, Musa, pur vuoi scoppiar dal riso
Al mio parlar, veggendo ad amendue
Di biacca il muso, e solimato, intriso. 84
Conterresti però le risa tue,
S’ tu vedessi la Lisa spettatrice
C’ha ’l corpo a gola, e portane almen due: 87
Onde ’l rigor de’ roman volti or lice
Co’ minii ornar, perch’atterrito il sangue
Non le corra con urto alla matrice. 90
Però vedrai Caton fra poco esangue
Cantar morendo. Il popol tenerino
Troppo alle doglie altrui s’agita e langue. 93
Che importan leggi al Poeta meschino,
Purchè quel poco alfin vada buscando
Che avanza a Farinello e a Carestino? 96
Ma, vaglia il vero, o Musa, or come, or quando
Fu serbato il decor meglio e ’l costume,
Se gl’impavidi eroi muoion cantando? 99
Piace a Cornelia vecchia il succidume
Del sopran floscio, e lodalo alla figlia
Con quanta ella può mai forza ed acume: 102
Ma la figlia vuol altro: ella s’appiglia
Dell’amante alla destra, e l’empio foco
Tremulo le balena in sulle ciglia. 105
Ella sente scaldarsi a poco a poco,
E stuprator della già salda mente
Fansi gli obbietti, il suono, il canto e ’l loco. 108
Ved’ella già nella platea fervente
Sconosciute arrivar donne e donzelle
Giunte co’ vaghi lor procacemente. 111
Dan le maschere ardir: sotto di quelle
Frate Uguccion, che dal convento scappa,
Copre il rossor di pizzicar le belle. 114
E, mentre per veder chi ’l cor gli arrappa,
Levas’in piedi e con chi è dopo alterca,
Casca improvviso al poverin la cappa: 117
Ben di raccorla in un baleno ei cerca;
Ma già tutto fischiando il gran teatro
Vede apparir la mascherata cherca. 120
Musa, dirà talun che di tropp’atro
Fiele ingombro i miei versi; ed ei se ’l dica;
Ciò sol m’incresce ch’alla luna io latro. 123
E chi si duol della salubre ortica?
Solo il cul vergognoso; e così i tristi
Alle punture altrui montano in bica. 126
Debb’io tacer però che spesso misti,
Anzi allacciati, in un con Clori e Fille,
I vezzosi abatin giugner ci ho visti? 129
E grondar tutti d’odorose stille
Co’ manichetti candidi d’Olanda
E i ricci in sulla testa a mille a mille. 132
La verità vuol ir per ogni banda:
E correttrice satira non àve
Riguardo al servo o a quel pur che comanda. 135
Ben ride dello sparmio lungo e grave
Della moglier del Gisca refaiuolo
Sol per comprar d’un seggiolin la chiave; 138
Ma s’arma d’un acuto punteruolo
Contro a chi, per aver palchetti e cocchi,
Fa di sè stessa abominevol nolo. 141
E chi rattienmi sì ch’io non iscocchi
Contro agli avari diversorii un motto,
Ov’è piacer sovente altro che d’occhi; 144
O contro all’esecrabile Ridotto,
Laddove un uomo ricco sfondolato
Sur una carta spiantasi di botto? 147
Per dio, meglio saría, Musa, ch’entrato
Io non ci fossi mai, perocch’io trovo
Materia da miei versi in ogni lato. 150
Ben vedi quante qui, come in lor covo,
Si stanno scelleraggini raccolte.
Ma non cerchiam di grazia il pel nell’uovo: 153
Ridiam soltanto delle varie e folte
Maschere che co’ lor strani capricci
Par che dato al cervello abbian le volte. 156
Quanti vedrai spropositi massicci!
Quanti birboni avviluppati in ostri;
E in pelle di lione oh quanti micci! 159
Ma bene sta che fuor non ne dimostri
L’abito il cor; poichè troppo gran parco
Noi vedremmoci aver d’orridi mostri. 162
Del Poeta ridiam, che fatto un arco
Ha della bocca, e gonfi ha gli occhi appunto
Qual chi di troppo duol cede all’incarco. 165
Ei leva ambe le mani e ’l viso smunto
Al ciel pietosamente; e così chiama:
Odi, Apollo, il tuo servo omai consunto. 168
Dunque tu crei, per adempir la brama
Sol de’ canori sozzi avidi lupi,
La tua possente ognor fulgida lama. 171
Per lor nelle montagne agli antri cupi
Fai forza col tuo caldo, e sol per loro
V’indori co’ tuoi raggi e massi e rupi. 174
Sproposito! gittar tanto tesoro
In grembo a certa gente, Apollo mio,
Ch’ogni sua gran virtù posta ha nel foro 177
Della gola. Non più ci reggo; addio
Addio, o Musa: e quando più esecrandi
Detti e più sciocco favellar s’udío? 180
Bestia. Non sa che l’or, le vesti e i prandi
Premii del volgo son c’ha ’l viver corto?
E che vivon d’onor l’anime grandi? 183
Non sa che ’l nostro mondo oggi è sì torto
Che a drizzarlo dal posto ov’el si siede
Non basterebbe l’argano più accorto
Di quel gran matematico Archimede. 187
Ponendo con amor leggi alle genti,
Preme Carlo il sentier che a gloria mena;
E, scesa a invigorir sue brame ardenti,
Parte in Lui del divin raggio balena. 4
Però, tra il dir ch’altri lusinga o frena,
Le avare ei scopre ambizïose menti;
E sulla ad arte altrui fronte serena
Legge i foschi pensieri a fraude intenti. 8
Merto o Virtù neglette, ecco i dì vostri
Tornano alfine: or fia ch’omai la dura
Ignorante Superbia a voi si prostri; 11
Poichè l’Alcide, che l’Insubria ha in cura,
Salvando i buoni ed atterrando i mostri,
Nostra felicità giusto assecura. 14
Occhio indiscreto, che a cercar ti stanchi
Da qual d’uomo o di sorte o di ciel colpo
La cura uscì che quasi a scoglio polpo
A quest’anima mia par che s’abbranchi; 4
So che nel volto, e per li membri stanchi,
Esce furtivo il duol ch’io sgrido e incolpo,
Ma se ben piango e mi scoloro e spolpo,
Non fie mai ch’al tuo guardo il cor spalanchi. 8
Ragion l’arcano mio avvinse a un sasso
E tal nel fondo del mio sen lo immerse
Che d’occhio acume non può gir sì basso. 11
Mio duol, richiama tue orme disperse,
Ti rannicchia e ti cela entro al cor lasso
A le viste de gli uomini perverse. 14
Occhio indiscreto, or taci e più non angi
Con domande importune il mio cor lasso!
Più facil ti saría svellere un masso:
Taci, o più tosto, se sai pianger, piangi. 4
Lascia che muto il mio dolor mi cangi
Come la trista, Nïobe in un sasso;
Lascia che fino al duro ultimo passo
L’erma tristezza mia mi roda e mangi.
Se amico occhio mi sei, sol ti sia detto
Che nulla sceleraggine ha consorte
Quest’aspra atroce doglia onde son stretto.
Ma tu parli, cor mio? Di durar forte
Già ti se’ stanco? Deh tu vieni e in petto
Questo debole cor strozzami, o Morte!
Oh Morte, oh bella Morte, oh cara Morte,
Tu vieni or dunque e a me dolce sorridi?
Lascia che a questa man fredda m’affidi,
Che sola involar puommi alla mia sorte. 4
Affretta, usciam da queste odiate porte
Di vita, usciam: non odi, ohimè, con stridi
Quasi di drago per sabbiosi lidi
L’atra mia cura, imperversar più forte?
Ohimè! fin qua implacabile e tenace
Malinconia? Oh Morte, ecco la fossa;
Scendiam velocemente a cercar pace.
Pace, orror queto, pace, o non mai mossa
Sopolcral aria ove ogni cura tace;
Pace, o ceneri miste, o teschi ed ossa 14
Così non fia che possa
Quello che mi persegue occhio indiscreto
Saper tra’ vivi il mio alto segreto; 17
Cioè che, qui di dreto,
Ieri.... ohimè, in piazza, il Ciel me lo perdoni,
Mi si ruppe la stringa de’ calzoni; 20
Tal che a battuti sproni
Io fui costretto per mezzo Milano
Correre a casa con le brache in mano. 23
La fetida del cor negra palude
Tant’atre di pensier nuvole e crebre
Manda, che co le loro ampie tenèbre
Ogni breve a Ragion luce interchiude. 4
Bene, o Signor, la tua santa virtude
Penetra sì l’occulte ime latèbre,
Che le gravi a Ragione alza palpèbre,
Cui l’orror folto e ’l crasso aëre chiude. 8
Ma che giova, o Signor, se a poco a poco
La putrida del seno onda stagnante
Io non rasciugo all’immortal tuo foco?
Sicchè Ragion non pure apra un istante
I lumi al ver; ma sempre abbia poi loco
Nel suo nobile imper chiara e costante.
Nice la brutta al vago Elpin porgea
Ceste di frutta e ghirlande di fiori:
Ei, dell’avuto don, dono facea
Alla famosa per bellezza Clori. 4
Di sì iniquo commerzio in fra i pastori
Amor con la sua madre alto piagnea
E de la prole amabile i clamori
Mossero il cor dell’Acidalia Dea. 8
Che mal dispose allor la diva ultrice
Diede a la bella il fasto in compagnia
Spedì le grazie a circondar la brutta. 11
Così da Clori ogni amator fuggía
E i due beati amanti Elpino e Nice
S’amavan senza fiori e senza frutta. 14
Pèra colui che dall’estraneo lito
Portò ’l verme infelice ond’uom si veste.
Non bastav’ei ch’ogni nefando rito
Spargesse l’oro in Terra, unica peste?
Per lui spiegando Nemesi le preste
Ali, a noi volta, minacciò col dito;
E voi, o santo Dio Termin, sorgeste
Curvo e pesante, dall’antico sito.
Or, l’avido villan, sgombra e disperge
Le belle opre d’Aracne; e solo ha cura
Del nuovo d’ogni mal barbaro germe:
Perocchè l’uom per lui sol cade o s’erge
Perocchè l’uom, di Dio alta fattura
Or tutti i suoi ripon pregi in un verme.
Plauso e contento in ogni via congiunto
Sempre sui passi tuoi venne, o Signore;
E dell’alta tua mente e del tuo core
Godette i doni, e celebrò in un punto. 4
Or che tu vieni al degno grado assunto,
Il giubilo comun fassi maggiore;
Nè crede del tuo merto e del tu’onore
Lo stadio glorïoso ancor consunto. 8
Vanne; e ci nutri di più bella speme,
Tra i sacri padri, del nuov’ostro cinto,
Emulatore ed emulato insieme: 11
E mentre il mondo è a coltivare accinto
Giusto desir che ha tua virtù per seme,
Vada oggi il nostro giubilo distinto. 14
Pingimi, o Musa, or che prescritto è il fuoco
Per subbietto al tuo canto, in vani sciolti
Atti a svegliar nel sen del mio Baretti
Leggiadra bile contro a quel che il primo
Osò scuotere il giogo della rima 5
Che della querul’eco il suono imita,
Pingimi, dico, in qual guisa l’Ibero,
Amator di spettacoli funesti,
Soglia a sè far delizïoso obbietto
Della morte de gli empi, i quai fûr osi 10
Sollevarsi ostinati incontro ai dogmi
De la religïon de’ nostri padri.
Ecco di già l’orribile teatro
Spalancato ingoiar per cento vie
La ognor di stravaganze avida plebe. 15
Ecco sorger da un lato anfiteatro
Lagrimevole e tristo, ove non d’orsi
O tauri o tigri o barbare leene
Fera strage sarà, ma dove attende
L’ultima pena i miseri dannati. 20
Ecco dall’altro il venerato trono
Del giudice supremo, a cui fu dato
Por fren da gli empi all’esecrande lingue
Con la spada e col fuoco. Intanto move
Con lento passo e con squallide facce 25
La terribile pompa in ordin lungo.
S’avanzan primi i figli di colui
A cui ’l ciel diè la spada e disse: Uccidi
Gli empi fratelli tuoi cui il ver s’asconde.
Indi gli altri ministri, i quai di tanto 30
Gran potestade fûr chiamati a parte.
Ma già vengon co’ piè nudi, seguendo
L’immagine di quel che per salvarne
Morì, sul legno, i duri peccatori.
Ei lor volge le spalle, onde sia chiaro 35
Che lor non resta a più sperar salute.
Tutti intorno li copre oscura vesta
Cui vergan bianche liste; e sopra il petto
E sugli omeri scende altra di tetro
Malaugurato bigio colorita. 40
Fiamme infernali, draghi e dimon crudi
Che con orrendi ceffi attizzan foco
Sotto all’immagin del tristo dannato
Quivi sono dipinti. Al basso appare
L’infame nome e l’esecrabil colpa 45
Che a tanta pena il cattivel conduce;
O se bestemmïando alzò la voce
Incontro al nume, o se per danno altrui
Osò evocar dall’Erebo infelice
Con sacrilego carme spirti od ombre, 50
O col poter di bestemmiati sughi
Delle sfrenate Lammie ai sozzi alberghi
Notturno venne. Spaventose mitre
Loro sorgon sul capo, ove i demoni
Entro a sulfuree fiamme e serpi e botte 55
Tesson atra ghirlanda. Oh, quant’uom puote
Umilïar l’altr’uomo!, in cotal guisa
Recando nella man funeree faci
Tutto a giallo dipinte, i peccatori
S’avviano al lor giudizio, indi alla pena. 60
Ma non eviteran color l’infamia
Che prevenner, morendo, il giorno atroce;
Però che l’ossa lor sturbate ancora
Dalla quïete de le fredde tombe
Vanno alle fiamme, accolte in forzier neri 65
Su’ quali alto s’erige il simulacro
Ch’ebbero dianzi, allor che spirto e forma
Aveano d’uomo. Ecco già gli ampii roghi
Accender veggio, e delle fiamme all’aere
I minacciosi coni ir sibilando. 70
Già le vittime accoglie il tetro fuoco
Vendicator de la religïone
Insultata dagli empi. Il ciel rimbomba
In voci di pietade e di furore.
Già compiuta è la scena: ecco ne porta 75
Le ceneri meschine il vento e il fiume.
O Iberia, Iberia, hai tu forse più ch’altri
Di sacrìleghi e d’empi il suol fecondo
Che sì spesso ritorni al fiero gioco? 79
Nel maschio umor più puro un verme sta
Che poi che, uscito, in altra stanza entrò,
In un cert’uovo ad albergar se ’n va
Che, solo, in vita mantener lo può. 4
Quindi la madre in alimento dà
Del sangue a lui che in lei soverchio errò;
Sì ch’uom perfetto in nove lune egli ha
Onde portar le brache al mondo o no. 8
Ma stanco alfin di star rinchiuso più,
Squarcia il mantel che sino allor vestì,
Poi ch’è rivolto con la testa in giù. 11
Nicchia la madre; ed ei con mani e piè
S’aiuta infin che il primo varco aprì.
Così nasce il villano, il papa e il re.
Vedete, oh Dio! vedete. Ecco la Morte:
Ha il digiun su le zanne. Olà, mostro empio,
Ferma. Com’osi tu di questo Tempio,
Sacro all’Eternità, tentar le porte? 4
Folle! che dico? Ah!, la crudel sua sorte
Getta tra il Padre e il Figlio! Ahi, che lo scempio
Cade sul padre! e noi perdiam l’esempio
D’ogni bell’arte e il protettor più forte. 8
Ecco, ahimè!, seco il fulmine fischiando
Balza il Platano a terra. Arde il gran dorso.
Vedete i Cigni che ne vanno in bando. 11
Povere Muse, ove drizzate il corso
Per la campagna raminghe, ululando?
Ah! disperate! ove trovar soccorso? 14
Fogliazzi, amor di Temi e de le Muse,
Che teco a raddolcir scendono i petti
Con amabil concento in cui le Grazie
Sparser di loro mano il mèle Iblèo,
Forse, mentre che noi sediam cantando 5
Placidamente, e sol di versi armati
Argin poniamo a le mordaci cure,
Sulla Vistola afflitta il furibondo
Marte semina strage ampia e rovine.
Ben so che meco ai coraggiosi applaudi 10
Genii dell’Austria; e del valor t’allegri
De’ figli suoi, che a la comun salute
Le vite lor sul periglioso vallo
Offron securi, e fan de’ petti ignudi
Illustre scudo ai timidi Penati. 15
Natura in prima e poi Ragion ne appella
Le patrie mura a sostener pugnando:
E questa è la virtù che fe’ sì arditi
Orazio al ponte e Curzio a la vorago.
Ma per tua fè, qualor l’alata Dea 20
Reca novella di crudel conflitto,
Di’, non ti nasce allor nel sen pietade
De’ miseri mortali e orrore incontro
Al fero mostro che, d’Averno uscito,
Sol di sangue si pasce e di rapine? 25
Certo che sì, però che a te la mente
Ragione irradia: e saggio amor ti accende
Di cui filosofia fu a te maestra,
Allor ch’esaminar su giusta lance
Ti fe’ il valor de le mondane cose. 30
Tempo fu già che i mari, i fiumi e l’alpi
Ponean confine ai regni e non l’immensa
Avidità che ognor più alto agogna.
Ciascun signore allor ne le sue terre
Vivea contento del primier domíno 35
Che a lui natura o altrui piacer donava;
Vie più che d’oro e di purpuree vesti,
Ricco del cor dei sudditi beati.
I campi, eran sua cura e l’util’arti
E ’l comercio e gli studii a Palla amici, 40
Onde fiorendo ogni città sorgea,
Più ricca e bella e le frequenti vie
Di popolo infinito adorna e piena.
Che se talora ambizïoso spirto
Di por tentava a l’altrui patria il freno 45
E regnar sopra gli altri, incontanente
Qual dall’aratro e qual da le officine
Balzar vedeasi: e, tra lor fatto un nodo
Che indissolubil fè stringea per sempre,
S’avventavan feroci, e dell’ingiusto 50
Assalitor le forze ivan disperse
In un momento. Allor l’amica Pace,
Qual dopo lieve nuvoletto estivo
Fa il ciel sereno, sopra lor ridea.
Felice tempo, ohimè! quanto desio 55
De’ tuoi placidi giorni a noi lasciasti,
Poi che venne a turbar sì bel riposo
Mostro infernal che di superbia nacque.
Per lui prima divenne arte e scïenza
Dar morte all’uomo e la più nobil vita 60
Sprezzar ridendo. Origine celeste
Ei finger seppe: e per le aurate corti
Sapienti adulatori a sue menzogne
Accrebber fede, allor che l’empia guerra
Chiamâr consiglio dell’eterna Mente, 65
E dir fûr osi che senz’essa i poli
Mai reggerebbon l’insoffribil peso
Di tante genti a cui d’alloggio e pasco,
Saría scarsa la terra. Empii, che Dio
Credêr sì ingiusto che a pugnar l’un frate 70
Spinga coll’altro, e del lor sangue ei goda?
Forse mille altre vie non bastan anco
Onde viene al suo fin l’umana vita
Rósa da gli anni oppur tronca ed infranta
Subitamente? Intanto il crudo mostro, 75
Ognor crescendo, ognor più accorto finse
Nomi e sembianze: e lui Ragion chiamâro
Le ambizïose menti a cui sol piacque
Sopra le altrui rovine erger sè stesse.
Per lor consiglio i regi a certa morte 80
Spinser per forza incontro all’armi e al foco
I miseri soggetti; i qual lo scetro
Dato avean loro per salvar sè stessi
Dall’esterno furore, e aver secure
All’ombra d’un signor vita e ricchezze. 85
Fu poi detto valor fra i giovenili
Audaci spirti, a cui fa spesso inganno
L’ombra falsa d’onor; chè non nel tôrre
L’oro e le vite, altrui, virtù s’appoggia,
Ma sì ben nel versar fiumi di sangue 90
Per la sua patria, e assicurar con una
Mille di cittadin preziose vite,
Ch’esser den solo de la patria a un figlio
Cara gemma e tesoro. In cotal guisa
Corse l’acherontèa belva le terre. 95
Nulla più fu securo. In van Natura
Di monti inaccessibili rinchiuse
I popol varii, e sciolse i regii fiumi
A divider gli stati. Innanzi a lei
Tutto s’aperse; e ponderoso e curvo, 100
Da le antiche sue sedi il santo Dio
Termin levossi: e quello allor fu visto
Che da Natura a le medesme fère
Negato fu; ch’ove il leon non pugna
Contro il leone, e contro al tigre il tigre, 105
Pugna l’uom contra l’uomo, e a morte il cerca.
Che più? cotanto osò l’orribil Furia
Che, di Religïon prese le spoglie,
E posto il ferro in mano all’uom, gli disse:
Uccidi pur, chè così il Ciel comanda. 110
Tutto così inondaron l’orïente
E la Gallia e l’Italia, arme ed armati:
Nè salvi andâro da furor sì ceco
Le stesse al sommo Dio vittime sacre;
Però che sotto al vastator suo piede 115
Sparso rimase il suol d’ossa insepolte,
E d’arsi templi, e di sfrondati gigli
Di vergini pudiche e caste spose.
Nè al piè licenzïoso pose freno
L’oceano immenso; ch’ei l’erculee mete 120
Passò superbo e l’alte sedi infranse,
E i legg ittimi imperi, e giù dal trono
Gl’innocenti signor balzò spietato;
E giunse a tal, che vòto di mortali
Lasciò il terreno onde partissi in prima 125
E quel dove approdò. Deh poi che al colmo
Di sua fierezza è l’implacabil mostro,
Péra oggimai: e a’ desiderii umani
Freno si ponga ond’ei si nutre e accresce;
Sì che i primieri dì riedan sì belli 130
E sospirati assai. Ben la lor pura
Luce tornava a rallegrar poc’anzi
Questo secol felice in cui la Donna
Dell’Istro impera, a cui le sagge voglie
Solo il Ciel detta al comun ben rivolte 135
Se da settentrïone il fero turbo
Non dissipava la su’ amica pace,
Cui per tornar ne la primiera sede
I magnanimi eroi sudan pugnando.
Vincan lor armi a cui dal Cielo assiste
L’alma giustizia: e noi tessiam frattanto
Nova corona ai vincitor futuri. 142
Un prete, brutto, vecchio e puzzolente,
Dal mal venereo tutto roso e guasto,
E che, per bizzarria dell’accidente,
Dal nome del casato è detto casto; 4
Un che ha scritto novelle in cui si sente
Dell’infame Aretin tutto l’impasto,
Ed un poema, sporco impertinente
Contro la Donna dell’Impero vasto; 8
Che, sebbene senz’ugola è rimaso,
Attorno va, recitator molesto
Oscenamente parlando col naso; 11
Che da gli occhi, dal volto, e fin dal gesto,
Spira l’empia lussuria ond’egli è invaso
Qual satiro procace e disonesto; 14
Sì, questo mostro, questo,
È la delizia de’ terrestri numi.
Oh che razza di tempi e di costumi! 17
E volpi furibonde, e gatti ardenti,
E lepri dispietate, orrida scena!,
Facean tremar la perigliosa arena,
palpitar le coglionate genti. 4
Quando l’asino entrò di tuono, e venti
E fulmini versando, orribil piena,
Dal culo, intorbidò l’aria serena;
Così ragghiando in minacciosi accenti: 8
Cedete al mio valor, barbari mostri
Cani, tremate; e sotto al mio funesto
Vittorïoso calcio ognun si prostri! 11
Grazie agli Edili, io questo suol calpesto,
E son degno di loro: i pari nostri
Trionfan oggi, e il secol nostro è questo. 14
Tirsi, qualor con un bel nastro appeso
Lo strumento gentil dal sen vi pende;
E la candida man, che or sale or scende,
Il suon tragge dal fil tremulo e teso; 4
D’esser mi par sovra le stelle asceso,
Lo cui girar tant’armonia comprende;
O che qui, dove il vostro suon ne accende,
Sia di là qualche spirto a noi disceso. 8
E sì cred’io; poichè, non men che il suono,
Celeste avete anco il sembiante, in cui
Quel bel foco riluce ond’arso io sono. 11
Ed oh beato ben saría colui
Che di vosco finire avesse in dono
A sì dolce concento i giorni sui! 14
Quanto t’invidïo, bello uccellino
Che, in aureo vincolo il piè ristretto,
Star su la tremula neve del petto
A la mia Fillide hai per destino: 4
E or fra le tiepide mamme e il bel lino
Scherzando innòltriti per calle stretto
Sin dove, ahi dubito! Or t’è diletto
Star del bell’umido labbro vicino; 8
Onde coll’avido becco trai fuora
Qualche dolcissimo picciol granello
Ch’ella minístrati co’ baci ancora. 11
Non se’ già il massimo Giove, a novello
Dolo qui tessere? Te quanto a un’ora
Temo ed invidïo, uccellin bello! 14
Vate non trovasi che più bei versi
Del nostro Pontico arrivi a fare.
Tanto son facili, tanto son tersi,
Che tutti gli uomini fan strabiliare. 4
Di scherzi nobili, di sale aspersi
Sono e di favole diverse e rare
La più bell’opera non può vedersi;
Cotanto Pontico li suol vantare. 8
Or sai tu, Pontico?Questi che il fôro
Versi ed i vicoli fanno stupire,
Tanto essi t’amano quanto tu loro: 11
Onde spessissimo soglionmi dire
Che, poi ch’egli ebbono vita e decoro
Da te, pur vogliono teco morire. 14
Endocasillabi, voi non diletti
Cercar le veneri de’ prischi versi:
Tali d’infamia turpe cospersi
No non si vogliono trattar subbietti 4
I duo Valerii laidi e scorretti
Sien cari a gli uomini nel vizio immersi:
Ma voi serbatevi ben puri e tersi,
A i dabben uomini sempre diletti. 8
Gli esempii veteri sol ne la colta
Forma s’imitino; ma in altro questi
No non si vogliono seguir per nulla! 11
Sol io concedovi parlar talvolta,
Ma con vocaboli e detti onesti,
Di qualche tenera gentil fanciulla. 14
Garzon bellissimo, a cui con gli anni
Crescon le grazie, cresce il vigore,
Tal che con Venere tu sembri Amore,
E sol ti mancano la benda e i vanni; 4
Ah il tuo buon Genio da i folli inganni
Te de lo spirito guardi e del core,
E su per l’arduo sentier d’onore
A grandi movati illustri affanni. 8
Così nel riedere questo bel giorno,
O sii tu giovane o adulto o veglio,
Ognor più vedati di pregi adorno: 11
E l’altro secolo, serbato al meglio
Di tue bell’opere, a te dintorno
Di tue bell’opere si faccia speglio. 14
O Pan capripede, che tutto puoi,
E se’ il medesimo tutto, cui côle
O vuoi de’ celeri Fauni o pur vuoi
L’irta de’ Satiri lasciva prole, 4
Cui stuol di Driadi co’ vaghi suoi
Intorno tessono danze e carole
Al suon dell’aspera canna che suole
Scorrer fuggevole da’ labbri tuoi; 8
Deh, poi che Fillide pur tra’ velluti
Greggi dimorasi, e agli antri torna
Dall’eco queruli spesso renduti, 11
Deh, la mia Fillide, di vezzi adorna,
Togli de’ Satiri a’ corni acuti
O a che, ch’egli abbiansi più de le corna. 14
O bella Venere, per cui s’accende
La dubbia vergine al primo invito
D’amore, e il giovane caldo ed ardito
A la dolcissima palma contende; 4
Questa a te candida, zona sospende
Nice, or che al talamo vien del marito,
Male opponendosi; e sul fiorito
Letto con trepidi ginocchi ascende. 8
Tu in cambio donale l’amabil cinto,
Caro a’ bei giovani e a le donzelle,
Onde il tuo roseo fianco è succinto. 11
In esso e i fervidi baci, e le belle
Carezze, e i teneri susurri, e il vinto
Pudor di querule spose novelle. 14
Poichè, compiuto il diciottesim’anno,
D’un infelice amor vittima giacque
L’alta eroina che soverchio piacque
Per sua sventura al seduttor Britanno, 4
Pietoso il Cielo del comune affanno,
Cotanto al mondo quella morte spiacque:
- Ma, poichè questa al suo destin soggiacque,
Sorga, diss’ei, chi ne compensi il danno! 8
Sorga; nel basso suol, sorgane alcuna
Che, saggia al par di lei, ma più felice,
Abbia le sue virtù, non la fortuna. 11
Sorga, s’affretti; e il secol nostro ancora
Vegga risorta in lei la sua Clarice! -
Disse, o Licori, e tu nascesti allora. 14
Ah colui non amò; colui avversi
Ebbe i labbri al pensier; perfido inganno
Ordì colui che d’amoroso affanno
Parlò primiero a la sua donna in versi!
I carmi, o Nice, di lusinghe aspersi
Spesso imitano il ver, ma il ver non fanno.
Son arte i carmi; ed arte aver non sanno
Gli affetti che dal core escon diversi.
Un sospir chiuso a forza; uno agitato,
Un tronco favellare; un pertinace
Ora languido sguardo ora infocato
Questa è la lingua dell’amor vorace
A questa credi, a questa il core è nato
E Febo pèra e il suo cantar fallace.
Che spettacol gentil, che vago oggetto,
Fu il veder la mia Nice all’improvviso,
Quando sorpresa in abito negletto
M’apparve innanzi ed arrossì nel viso! 4
Come il candido velo al sen ristretto
I bei membri avvolgea! Come indeciso
Celava e non celava i fianchi e il petto
Che sorger si vedeva in due diviso! 8
Quali forme apparían sotto a la veste
Paga ora l’alma, e vivo era il desío;
E il piacer del mirarla ora celeste. 11
Deh mi concedi, Amor, che quella cruda
Tal mi si mostri anco un momento; ed io
Più non invidio chi vedralla ignuda. 14
Più non invidio chi vedralla ignuda?
Ah come, ohimè, se, immaginando ancora
Quella sera fatale o quell’aurora,
Trema quest’alma sbigottita e suda? 4
Come soffrir che al mio rival si schiuda
Ciò che, velato ancor, m’arde e innamora?
Come soffrir che a mille baci allora
Quel bel labbro, ch’è mio, s’apra e si chiuda? 8
E ch’altri faccia al bel corpo catena
De le sue braccia, e spiri altri quel fiato,
E ch’altri, oh Dio!, che il suo fedele amante.... 11
Togli togli da me l’orrida scena,
Scaldata fantasia; o disperato
Col morir preverrò sì atroce istante!
Quel che la lebbra de’ peccati nostri
Da le nostr’alme col suo sangue asterse,
Oggi sul monte in mezzo a féri mostri
Vittima al padre sè medesmo offerse. 4
Poi che d’amor, di crudeltà, fûr mostri
Tutti gli eccessi, il velo in due s’aperse
Tremò natura da i più fondi chiostri,
E d’atro manto il volto ricoperse. 8
Or noi, bagnati di quel sangue santo,
Torniamo a rimembrar l’atroce scempio
Nel cor compunti e con le luci in pianto: 11
E tu, signor, con noi nel mesto tempio
Le tue lagrime versi: ah ben sai quanto
Vaglia de’capi in Israel l’esempio! 14
D’Adria l’estinta Sposa in bianche vesti,
Notte coprendo il mondo opaca e nera,
Entrar fu vista, ed al fanciullo in questi
Sensi far vezzi, tra pietosa e altera: 4
Figlio, chè pur mio figlio esser dovresti,
So no ’l toglieva morte, o se non era
Che a te, che di tua Patria onor nascesti,
Forse non convenía madre straniera, 8
Vivi, o figlio felice: il caro Padre,
E in ciò dir pianse e se lo strinse al seno,
Fa’ di te lieto, e la gentil tua Madre; 11
Tu questi imíta; e, s’altro non poss’io,
Al ciel ritorno ad impetrarti almeno
Gli anni ch’eran dovuti al viver mio. 14
E dove, o Temi, per l’aere vano
Vai le bilance dietro strascinando?
E guardi, bieca, sol di quando in quando,
Questa terra che lasci, di lontano? 4
Deh, non fuggir! Mira il poter sovrano
Che, sfoderato a tua difesa il brando,
Caccia le Arpíe, di sangue avide, in bando,
E generoso a te stende la mano. 8
Mira il giovin che, or or cinto d’alloro,
Viene al tuo tempio, e, novo sacerdote,
Offre adulto consiglio e pensier santi: 11
E giura che, insensibile qual cote,
Pria che tradirti a speme, a tema, o ad oro,
Verserà il proprio sangue a te davanti. 14
Mentre fra le pompose urne e i trofei,
Figlio, t’aggiri onde va il Tebro altero,
L’ombre forse vedrai de gli avi miei
Ch’ebber qui primi gradi o sommo impero. 4
Ah se, ammirando i tuoi costumi bei,
Di te mai chiede od Alessandro o Piero,
Non celar la mia gloria; e di’ che sei
Nato di me, lor sangue, in suol straniero: 8
E di’ ch’io non raccolsi altro che i danni
Di lor alta fortuna, ond’ebbi assorto
In fiere doglie il cor molti e molt’anni; 11
Ma che al fin, dal tu’ amor guidata in porto,
Io vivo; e dolce ho de i passati affanni,
Sol ne la tua virtù, premio e conforto. 14
Signor, tra i fasti onde più sorge altera,
Vanta la Fe’ di Cristo i tuoi grand’avi
Che in remote contrade e in mezzo a gravi
Onte o perigli la serbâro intera. 4
Ma da te, seme lor, quanto non spera
Poi che di sagra mitra il capo or gravi
E al popol con gli esempi e co’ soavi
Detti riduci a pietà saggia e vera? 8
Ah ben nascer dovea da tal radice
Il nobil fiore onde spirasse intorno
Odor di santità puro e felice, 11
Or che di Cristo sul bell’orto adorno
Funesta e di veleno apportatrice
Aura si spande a fargli danno e scorno! 14
Ohimè in quel giorno, ohimè in quell’ora amara,
Ch’io non so ancor, dell’ultima partita,
A te mi raccomando, o Vergin cara,
Che sei la Madre dell’eterna vita. 4
Deh quella grazia, o Vergine, che rara
Non è giammai dalle tue mani uscita,
Quella nel fèro giorno a me prepara,
Vergine, tu che n’hai possa infinita! 8
E, s’a lavare il mio fallir, cotanto
Di lagrime non diêr fonte o rigagno,
Ma queste luci mie fûr chiuse al pianto; 11
Or che dell’onda lor tutto mi bagno,
Lavalo, i’ prego, col tuo latte santo,
Vergine tu, che sei il nostro bagno. 14
Comincio dal tuo nome a far parole,
Donna, che sei mar vero onde a noi sorse
Quel che già per salvarne a morte corse,
Figlio d’eterna mente, eterno sole: 4
Mar, che le genti abbandonate e sole
Sopra le limpid’onde in porto scorse;
E le nimiche squadre irato assorse
Onde Stige pur anco angesi e duole; 8
Mar, che le pure aduna amabil’acque
Del divino favor, le quali a Dio
Tutte nel grembo tuo riponer piacque; 11
E mare, onde il bel forte a noi salío
D’eterna vita, innanzi a cui si giacque
Avvelenato il serpe audace e rio. 14
Sonami in sulle labbra, o dolce nome,
Che poi dolce eccheggiando al cor mi torni:
Nome altero e sovran, chi può dir come
Rendi gli oscuri dì belli et adorni?
Tu, nel terren chiamato ermi soggiorni,
Rendi del viver mio brevi le some;
Tu il fier nimico mio empi di scorni
E a me coroni vincitor le chiome.
Non così ’l buon nocchier tra tema e duolo
Volge gli occhi alla stella amata e pia
Che lui fa certo e gli dimostra il polo;
Com’io vêr te, sola speranza mia,
Tra le dubbie contese; e vo te solo
Te sol chiamando, o bel nome, Maria.
L’arbor son io, Signor, che tu ponesti
Ne la tua vigna; e a coltivar lo prese
Misericordia, i cui pensier fûr desti
Sempre a guardarlo da nemiche offese. 4
Ma il tronco ingrato, che sì caro avesti,
Frutto finora al suo cultor non rese;
E dell’ampie superbo ombrose vesti
Sol con sterili braccia in alto ascese. 8
Però, tosto che li vide, arse di sdegno
Tua Giustizia: E perchè, disse, il terreno
Occupa indarno? Omai si tagli ed arda. 11
Ma Pietà pose al tuo furor ritegno
Gridando: Un anno attendi, un anno almeno!
Arbor, che fia se il tuo fruttar più tarda?
La verginella che dal ciel condotta
Fuggissi al monte a viver casto e pio,
Non di cantici ognor l’ermo pendio
O di sospiri fe’ sonar la grotta; 4
Ma, quando il sol più scalda e quando annotta,
A lavorar suo campicello uscío;
E, non mai di sè grave al suol natio,
A ben orare e a bene oprar fu dotta; 8
E poi de’ poverelli asciugò il pianto
Con acqua e pane, e li raccolse al seno,
Utile a gli altri e al suo Signor più cara. 11
Popol, che a lei consagri incenso e canto,
Fa’ che gl’inni e l’odor soli non sieno,
Ma ad imitar le sue bell’opre impara. 14
O germi illustri, io mi credea molt’anni
Trarvi per man sul calle erto d’onore;
Chè leggier m’avría reso i lunghi affanni
Di bella gloria, e di voi stessi, amore. 4
Ma, o sia sete d’aver, che gli ampii vanni
Fa ognor batter più in alto all’uman coro,
O sien di mia fortuna i tristi danni,
Parmi ’l premio, dell’opra, assai minore: 8
Ond’io vi lascio, il mio destin seguendo;
E pregovi di me dottor migliore,
Colle palme ch’al Cielo ambedue stendo. 11
Forse i miei voti udran gli Dii; ma caro
Ei vi sia più di me; chè in van piangendo
Si va, poi ch’è perduto, un uom preclaro. 14
Canonico, voi siete il padre mio,
Voi siete quegli in cui unicamente
Mi resta a confidare dopo Dio, 3
Voi siete quegli che pietosamente
M’avete fino adesso mantenuto,
E non m’avete mai negato niente. 6
Io mi rimasi ieri sera muto
Per la vergogna del dovervi dire
Il tristo stato in cui sono caduto. 9
Dicolvi adesso: ch’io possa morire,
Se ora trovomi avere al mio comando
Un par di soldi sol, non che due lire. 12
Limosina di messe Dio sa quando
Io ne potrò toccare, e non c’è un cane
Che mi tolga al mio stato miserando. 15
La mia povera madre non ha pane
Se non da me, ed io non ho danaro
Da mantenerla almeno per domane. 18
Se voi non muove il mio tormento amaro,
Non so dove mi volga; onde costretto
Sarò dimani a vendere un caldaro. 21
Per colmo del destino maladetto,
Io devo due zecchini al mio sartore,
Che già tre volte fu a trovarmi al letto. 24
D’un altro ancor ne sono debitore
Al calzolaro, oltre quel poi che ho, verso
Il capitano, debito maggiore. 27
Sono in un mare di miserie immerso;
Se voi non siete il banco che m’aita,
Or or mi do per affogato e perso. 30
Mai la mia bocca non sarà più ardita
Di nulla domandarvi da qui avanti,
Se andar me ne dovesse anco la vita. 33
Ma per ora movetevi a’ miei pianti,
Abbiate or sol di me compassïone,
Dieci zecchini datemi in contanti. 36
La casa vi darò per cauzione,
Io ve l’obbligherò per istromento
E ve ne cederò ogni ragione. 39
Costì nella Canonica sta drento
Il Bellotti; egli stendane il contratto,
Se siete di soccorrermi contento. 42
Io ve la do e dono ad ogni patto,
Pur che quest’oggi verso me facciate
Quello che tante volte avete fatto. 45
Mai non fui degno di tanta pietate,
Mai non son stato in maggiore strettezza;
Voi che il potete, fuora mi cavate. 48
Già che il Cielo v’ha dato la ricchezza,
Siatene liberale ad un meschino
Che sta per impiccarsi a una cavezza. 51
Statevi certo che il Figliuol Divino
Vi renderà nel Cielo un qualche giorno
Ampissimo tesor per un quattrino. 54
Ma! e la mia piazza? la mia piazza un corno:
Voi vi fate una piazza in paradiso,
Col tormi alla miseria ed allo scorno. 57
Voi me li fate avere in casa Riso
Prima di questa sera se potete,
Ch’io non oso venirvi innanzi al viso. 60
Entro ad un libro voi li riponete.
Perchè nessuno se ne avvegga, e quello
In una carta poi lo ravvolgete; 63
Anzi lo assicurate col suggello
O pur con uno spago, e dite poi
Che consegnino a me questo fardello. 66
Se voi mi fate questa grazia ancoi,
Non me la fate in altro modo; ch’io
Non oso presentarmi innanzi a voi. 69
S’io gli abbia di bisogno, lo sa Dio;
Ma ho vergogna di venir l’eccesso
A predicarvi del bisogno mio. 72
Pan, vino, legna, riso e un po’di lesso
A mia madre bisogna ch’io mantenga;
E chi la serva, ancor ci vuole adesso. 75
Deh, per amor di Dio, pietà vi venga.
Canonico, del mio dolente stato,
E vostra man dall’opra non s’astenga. 78
Per carità, se non m’avete dato
Un’altra volta quel ch’io vi cercai
Per quel poema, che vorrei stampato, 81
Me ’l concedete adesso, che ne ho assai
Più di bisogno. Io chiesine diciotto,
Ed otto solamente ne impetrai. 84
Una decina or aggiugnete agli otto
Per aiutar mia madre; chè i denari
Non mangio, nè li gioco, nè li fotto. 97
Bisogna bene che non abbia pari
La mia necessità ch’oggi m’inspira
Questi versi che sono singolari; 90
Poi che nessun Poeta mai fu in ira
Talmente a la fortuna, che cantasse
I casi suoi con sì dolonte lira. 93
I’ ho tutte le membra stanche e lasse,
Poichè stanotte non dormii per fare
Che al fin questo capitolo arrivasse; 96
Onde, più non potendo, al mio pregare
Qui termin pongo, e spero, e tengo fermo,
Che voi non mi vorrete sconsolare, 99
E che al mio male voi farete schermo;
E che vedrò dieci zecchini in viso
Venirmi oggi a sanare il core infermo,
E che li troverò in casa Riso. 103
Egli è pur ver ciò, che sul frontespizio
D’un tacuino del Signor Canonico
Mio zio lessi una volta. Quivi dicesi
Che a qualche cosa serve qualsivoglia
Cosa; e ché questo detto sia verissimo 5
Io l’ho sperimentato in me medesimo.
Sapete vo’ i miei casi, o cortesissimi
Signori miei? Oh! io sono un compendio
Di maraviglie, vedete, un emporio
Di stravaganze. Ditemi di grazia: 10
E a che credete voi che servir possano
Le gotte o sia quel mal che gotta artètica
Chiamasi più comunemente? A Vivere,
Risponderete voi, sempre in continove
Doglie; a star lì confitto in s’una seggiola 15
Senza moversi mai. Eh perdonatemi.
Ché può servire a tutt’altro ne gli uomini
Cotesto male. Egli m’è stato socio
Fido ed amico nel corso di varii
Giorni e di varie notti; e stato è causa 20
Ch’io abbia fatto i lontani e lunghissimi
Viaggi ch’io ho fatto. E come? a ridere
Voi vi ponete, quasi fosser favole
Quelle ch’io conto? Affè che quasi in collera
Voi montar mi fareste. Sì, l’Italia 25
Io l’ho veduta tutta, e la Germania
E il Portogallo, e la Spagna, e la Gallia
E tutta Europa in somma. Anzi, che dicovi
Io dell’Europa tutta? Ed Asia, ed Affrica
Ho veduto, ed America. Or, se piacevi, 30
Mi domandate di quali provincie
Sia composto ogni regno; e quai più celebri
Città vi sieno; e che cosa significhi
Stretto, istmo, golfo, seno, promontorio,
E capo, e baia, ed isola, e penisola, 35
E quant’altro vi par; chè tosto udretemi
Risponder franco più che non potrebbevi
Risponder Pietro de la Valle o il celebre
Dottor Gemelli, i quali viaggiarono
Più tempo assai di me. Ma il più bel pregio 40
De’miei viaggi è, che senza un incomodo
Al mondo, e quasi dissi senza movermi
E senz’alcun periglio e senza spendere,
Ho scorso tutto il globo ampio terracqueo
In men d’un mese; e nondimeno carico 45
Io ritornai d’infinite notizie:
Chè non credeste ch’io sia ito in varii
Paesi e terre a la guisa che sogliono
I bauli che seguono le sedie
De’ viandanti, e nulla mai non veggono. 50
E nulla imparan mai; e a casa tornano
Bauli come pria. Ma, a quel che sembrami,
Voi non credete queste mie fandonie:
E tempo è omai di cavarvi d’imbroglio.
Io ho voluto finora un po’ prendermi 55
Gioco di voi; ma ora la coscienzia
Rimordomi d’avervi dato a bevere
Non dirò una bugia, ma una metafora
O un’allegoria della Rettorica:
E perciò credo che sïa mio debito 60
Di spiegarvela chiara. Adunque siavi
Noto che, quando vennemi ad affliggere,
Giovine com’io son, la gotta artòtica,
Per sollevarmi un poco dalla doglia
E dalla noia di quel male, diedimi 65
A studïare un poco sopra un piccolo
Libretto Geografico; ed in simile
Guisa mi vendicai di quello stranio
Mal che volea rapirmi al dolci studii.
Or voi m’interrogate: io col rispondere 70
Vi mostrerò se da guerriero strenuo
Vendicato mi sia del poltronissimo
Mal de le gotte: e voi così decidere
Potrete poi, s’io soppia o pur non sappia
Con tanti studii, da qual parte levisi
Il sole, come dicesi in proverbio. 76
Una povera donna che si trova
Senza marito, con quattro bambini,
Come questo attestato lo comprova
Del curato Gian Carlo Filippini, 4
Sa che Vostra Eccellenza molto giova
Col favor, collo zelo, e co’quattrini:
Laonde implora che a pietà si muova
E che qualche soccorso a lei destini. 8
Costei è degna di compassïone:
Non ha che figli e stracci, ed ha a dare
Lire settantadue della pigione. 11
Il padron non fa altro che gridare
Dice che vuol danari oppur cauzione,
O che dai birri la farà cacciare. 14
Il caso è singolare;
Ha cavate le lagrime a un poeta
Largo di cor ma scarso di moneta. 17
E, per mandarne lieta
Questa povera donna almeno in parte,
Di questi versi ha imbrattato le carte; 20
E, per onor dell’arte,
Le ha detto: Andate con questo sonetto,
Che in Sua Eccellenza farà buon effetto. 23
Ah, signor benedetto,
Poi che vedete un miracol sì strano,
Un poeta operar da buon cristiano, 26
Deh, stendete la mano:
Fate l’altro miracol, che un cantore
Non sia, per questa volta, mentitore! 29
Anzi, per più stupore,
Fatene voi un altro de’ più rari;
Fate che i versi producan danari! 32
E perchè ognuno impari
Come nulla impossibile a voi sia,
Fate che i frutti della Poesia 35
Or non si gettin via
Nelle bische, nel vino e nei bordelli,
Ma vadano in soccorso ai poverelli. 38
Il Gatto andò a la casa del villano
Col collo torto e molta sommessione;
Gli si accostò all’orecchio, e disse piano:
Deh prestami, o villan, la tua magione. 4
Non mi terrai nella tua casa in vano,
Perchè col fiero dente e con l’unghione
Io ti difenderò le noci e il grano
Da i topi che non hanno discrezione. 8
Il villan ciò si reca a gran ventura;
Gli dà la chiave di tutti i granai,
Dicendo: Amico mio, abbine cura. 11
Tutta la notte si sentîro i lai
De’ topi, che tremando di paura
Se ne fuggivan dagli estremi guai. 14
Non fu veduto mai
Tanto macello come quella notte
Che le truppe topesche furon rotte. 17
Di lagrime dirotte
Bagnossi ambe le guance il contadino
Poi che fu desto e ciò vide al mattino 20
Il gatto paladino
Prese per mano, al sen lo strinse, i bigi
Peli lisciòlli, e baciòlli i barbigi. 23
Ma sì grandi i servigi
Non furono del gatto il dì seguente
Forse era stracco dell’antecedente. 26
L’altra notte si sente
Miagolar su pe’ tetti in compagnia;
Odonlo i topi e ruban tuttavia. 29
Alla poltroneria
In pochi giorni si dà in preda; e pare
Ch’altro non ami fuor che il focolare. 32
Poi gittasi a rubare
Il lardo, i pesci e tutta la cucina
E lascia i topi, e vive di rapina. 35
Il padron si tapina
Veggendo tanto mal, ne accusa il gatto
E finalmente lo coglie sul fatto: 38
Oh pazzo, oh mentecatto
Gridò il villano inviperito allora,
Che ti credetti! Or vanne alla malora. 41
Per difendermi ognora
In casa ti raccolsi: or mi sta bene,
Se festi come a gatto si conviene. 44
Note
___________________________
[1] « Per la sig.ra Di Castelbarco nata Litta cui mandò l’ab. Parini le sue Odi stampate dal Bodoni, essendogli stato tolto da un amico l’esemplare ch’essa aveva, 23 Marzo 1793 ». D’altra mano in Ambros., III, 1, pag. 17 : « L’autore mandando alla Contessa di Castelbarco nata Litta una raccolta di sue canzoni. D’altra mano In Ambros., III, 6, pag. 10 : « Alla Coptessa Castelbarco Litta In un libro di sue canzoni ». La Maria di Castelbarco Litta è la Nice dell’ode Quando novelle a chiedere, e ispirò al Parini altre rime.
[2] «Anno 1793. Li 27 Aprile fu questo sonetto dato dall’Autore sig. ab. Parini, scritto di suo pugno»
[3] Seguo l’autografo Ambros., II, 2, pag. 9; dove ha il titolo, « per Il Te Deum della Città ». In un altro autografo, Ambros., II, 1, g, pag. 16, non ha titolo nè altre varianti che grafiche. In Ambros., III, 1, pag. 11: « In occasione di un Te deum per le vittorie sui Francesi l’anno 17 93 ». ... Il Carducci (Opere, XIII, 343-344) stimò non trattarsi di vittorie, ma della nascita di Ferdinando, primogenito di Francesco I, Imperatore; nascita avvenuta il 19 aprile 1793; e per ciò il son. doversi ricollegare all’altro Pari a fumo; correggendo la qui sopra riferita postilla e la nota del Reina (II, 39): « Esso fu comandato dagli Austriaci alla Città di Milano in occasione di vittoria ». Ma A. Foresti, Accomodamenti di poeta (in il Marzocco, Firenze, 17 dicembre 1922, XXVII, 51), sostenne che Viva, o Signor, fu scritto per una vittoria austriaca sui Turchi nel 1789, e messo fuori dal P. nel marzo 1793 per la battaglia di Neerwinden; e bene osservò che, a ogni modo, Il son. è anteriore al 15 giugno 1792, Perchè il Gambarelli, che due volte lo trascrisse, si uccise in quel giorno.
[4] Pentimenti dell’autore nella Canzone per Sant’Ambrogio; recitata ai Trasformati forse per l’argomento proposto: I pregi di Milano.
[5] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 45-47. ... Trovasi anche ms. di mano del sec. XVIII in Raccolta di poesie diverse o sia Trattenimento de’ Curiosi ed Intelligenti, nella Biblioteca della Società Storica Lombarda (Doni Bertarelli). Per risparmiare ai lettori la domanda che potrebbe essere suggerita dal vv. 74-75, rammento che, secondo una leggenda, riferita anche da alcuni moderni storici di Milano, Cusani, Rovani, ecc., il nome di Milano ebbe origine da un porco salvatico, mezzo lanuto, in medio lanae, il quale fu trovato mentre si stava consacrando l’inizio della città. Allogo qui il componimento perchè stimo che anch’esso nascesse e fosse letto dal P. in una festa del santo (20 maggio) ai Trasformati.
[6] basoffia, anche bazzoffia, minestrone abbondante e pesante, vivanda grossolana.
[7] Nel cod. Trivulziano 890 è annotato che fu recitato all’Accademia dei Trasformati sull’argomento I motivi della decandenza delle Belle Lettere; l’accenno finale al Platano, insegna dell’Accademia, conferma tale notizia.
[8] Nel cod. Trivulziano 890 è annotato che fu recitato all’Accademia dei Trasformati per l’argomento Il Carnevale.
[9] Seguo Ambros., III, 5, pag. 49, di mano del Trivulzio; e Trivulz. 890, Dag. 4, dove, nella nota relativa, è l’avvertenza che fu recitato ai Trasformati. Il nome Carlo, l’argomento, e tale recitazione, assicurano che la lode va al conte Carlo Giuseppe Firmian, dal 1759 ministro plenipotenziario imperiale in Lombardia
[10] Seguo l’autografo Ambros., 11, 1, g,pag.8. ... anche in Trivulz., 890, pag. 22 conla nota che questo son. e Occhio indiscreto or taci e O Morte, o bella Morte, che qui seguono, furono recitati nell’Accademia dei Trasformati. Il ms.Ambros. III,6, pag.28 annota anch’esso: «Per una pubblòica recita tenutasi all’Accademia dei Trasformati, la quale aveva per argomento La malinconia».
[11] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati]
[12] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati] icon un tema sopra la seta
[13] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati] per il Cardinale Pozzobonelli arcivescovo e cardinale dal 1743
[14] È accertato che fu letto ai trasformati con tema "Il fuoco"
[15] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati], forse sull’argomento proposto "Del corpo umano; ha per epigrafe: Liber sapientiae VII, 4-5 (In involumentis nutritus sum... Nemo enim ex regibus habuit natibitatis initium.)
[16] Seguo l’autografo Ambros., II, 2, pag. 32. In Ambros., III, 4, di mano del Gambarelli, pag. 61, è cancellato con due freghi in croce. Della mano di lui è anche in Ambros., III, 8, pag. 3. L’accenno al Platano, impresa dei Trasformati, assicura che è in morte del conte Giuseppe Imbonati, patrono di quell’Accademia: morte avvenuta, il 12 luglio 1768, per la quale il P. scrisse anche il son. No, non si pianga un uom d’ingegno eletto (n. XXVII).
[17] Segno il ms. Ambros., III, 1, pag. 56... ; col titolo Contro l’abate Casti e le note, al v. 5, « Novelle tanto belle per la purezza della Poesia quanto sporche ed indecenti » e al v. 7, « Il Poema Tartaro, in cui dà titoli disonorantissimi alla Zara Catterina II ». Il ms. Ambros., III, 3, pag. 57, col titolo Sonetto contro il poeta lubrico Abate Casti.
[18] Segno la copia Ambros., II, 2 p 46. ... Nella copia suddetta si ha: « Sulla caccia delle fiere datasi in Milano li 23 settembre 1770 »; e in Reina, III, 56, la nota: « Per una caccia pubblica datasi per ispettacolo, in Milano nel 1770. Un asino entrò, non si sa come, nel recinto, e vi fece mille cerimonie asinine ».
[19] Allude al romanzo inglese Clarissa Harlowe di Samuele Richardson che uscì a Londra nel 1748.
[20] Il Reina annota: «Fingesi che la Duchessa Serbelloni Ottoboni scriva al figlio dimorante in Roma» e intitola il sonetto: «Per Gian Galeazzo Serbelloni».
[21] A. Foresti, Un sonetto allegorico di G. P. (in Il Marzocco, Firenze, 24 aprile 1921, XXVI, 17), lo assegna, non credo con ragione, al 1767, interpretandolo come alludente alla perseguitata Compagnia di Gesù.
[22] A. Foresti, un sonetto allegorico di G. P., in Il Marzocco, Firenze 24 aprile1921, lo interpreta come alludente alla perseguitata Compagnia di Gesù e lo assegna al 1767, ma ci son dubbi.
[23] Fu scritto per Santa Caterina Moriggia da Pallanza (1437?-1478) che fondò il ritiro della Madonna del Monte presso Varese
[24] Seguo l’autografo Ambros., 11, 3, pagg. 65-67; dove, subito dopo il v. ultimo, si legge, parimenti autografo : « Canonico carissimo, non lasciate di farmi oggi questa grazia per amor di Dio perchè sono senza un quattrino, e ho mille cose da pagare. Verso le 23 e mezzo io anderò a casa Riso, e spero che m’avrete consolato. Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo foglio. Il vostro P. che vi è debitore di quanto ha»... È diretto al canonico Candido Agudio.
[25] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, e, pagg. 5-8. Il Reina, III, 147: «Detto In un’accademia di Geografia da un nipote del Canonico Candido Agudio; pativa quegli di artritide ». Si chiamavano accademie, allora, anche gli esperimenti privati dove alcuno recitasse.
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()