Giuseppe Parini

 

Poesie varie

e frammenti in verso

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925 - Nel testo è indicata la provenienza di ciascuna poesia

 

 

Parte prima

LXXI-CXX

LXXI.

Fingi un’ara, o pittor. Viva e festosa

Fiamma sopra di lei s’innalzi e strida:

E l’un dell’altro degni e sposo e sposa

Qui congiungan le palme; e il Genio arrida.                         4

Sorga Imeneo tra loro; e giglio - e rosa

Cinga loro a le chiome, Amor si assida

Sulla faretra, dove l’arco ei posa;

E i bei nomi col dardo all’ara incida.                                     8

Due belle madri alfin, colme di pura

Gioia, stringansi a gara il petto anelo,

Benedicendo lor passata cura.                                                11

E non venal cantor sciolga suo zelo

A lieti annunzi per l’età ventura:

E tuoni a manca in testimonio il Cielo.                                  14

LXXII. [1]

Rapì de’versi miei picciol libretto

Amor, non Fazio mai di furti e prede;

E me schernendo a seguitarlo inetto

Fuggissi a volo; e a Citerea lo diede.                                      4

E disse: O madre, a te sia il dono accetto,

Benchè non molta in questi carmi ho fede;

Se non mentisce del cantor l’aspetto

E l’usurpata chioma e il debil piede.                                      8

E tu ben sai che la tua bella face

Tardo inspirò di poesia furore

Di Teo soltanto al vecchiarel vivace.                                      11

Rise la Dea: di vago almo colore

Si tinse; e replicò: Tutto a me piace

Quel che mi vien da le tue mani, Amore.                              14

LXXIII. [2]

PER LA NASCITA DEL REGIO IMPERIALE INFANTE.

Pari a fumo d’incenso i nostri voti

Giunsero al cielo, e Dio ne fe’ sua cura.

Ecco, dice il Signore, andrà secura

La Stirpe, ch’io proteggo, a i dì remoti.                                 4

Or son del Regno i fondamenti immoti

Forte il mio braccio ne sostien le mura;

Mia verità, che nebbia non oscura,

E la giustizia mia, saran sue doti.                                          8

Sdegno non fia ne la città. L’orgoglio

Tornerà infranto del nemico esterno,

Come flutto del mare incontro a scoglio.                              11

Pace e felicità dal ciel superno,

Quasi nembo di manna, e sopra il soglio

E sopra il popol mio, cadrà in eterno.                                    14

LXXIV. [3]

Viva, o Signor, viva in eterno, viva

L’alta stirpe regal ch’ami e proteggi:

Per lei nel popol tuo stan le tue leggi,

E il sacro foco sul tuo altar si avviva.                                     4

Pari al cedro, o Signor, pari all’oliva,

Lo scettro salutare, onde ne reggi,

E fiorisca e si spanda, e in novi seggi

Germini altero ovunque il sole arriva.                                   8

Odi propizio. A te preghiam, Signore,

Non per superbia, no, chè al sol tuo fiato

Va qual polvere vil dispersa ai venti                                      11

Ma perchè il mondo, al par di noi beato,

De’ beneficii tuoi provi il maggiore,

E il santo nome tuo cantin le genti.                                       14

LXXV. [4]

O d’Insubria superba alta Reina

Che da’ tuoi figli hai gloria e lor la imparti,

Ben gir di te medesma altera e balda,

Ben ti vegg’io, poichè le nobil’arti

E i sacri studi, e l’alta e pellegrina

Fama dell’opre tue sì chiara e salda,

Ogni cantor d’un bel foco riscalda.                                       7

Ma chi, veggendo il puro e largo fonte,

Darà nome al suo rio, che d’alto caggia?

Chi, mentre il Sol tutto in bel cerchio irraggia,

Suoi vaghi effetti innalzeralli a fronte?

Non le tue lodi conte

Farò; ma di colui che in te sol spande

Quanto Milan se’ bella oppur se’ grande.                             14

Folle chi primo un nero spirto immondo

Bestemmiando chiamò Genio del loco;

E i patrii muri e i dolci amati campi

A lui diè in guardia e ’l famigliar suo fece.

Hanno i Celesti sol cura del mondo:

Essi fan che Virtude in Terra stampi

Sue lucid’orme: e lui che di sè gli ampi                                 21

Abissi ingombra, in loro man la cura

Dell’uom commise; e in lor custodia ei diede

Qual più si piacque a lui terrena sede:

Però s’ognor più bella e più secura,

E luce più pura,

O Madre inclita mia, ognor ti fregi,

Ben dèi saper cui tu debbi i tuoi pregi.                                  28

Chi fu che i tuoi pensieri a Dio rivolge

Onde ogni ben deriva, e a le tue preci

E a’ tuoi culti diè norma e nome ancora?

Ambrosio ei fu, che i latin riti e i greci

E i tuoi puranco in un bel nodo accolse

Onde l’ordin tuo sacro alto s’onora;

E dal Ciel sopra te trae grazie ognora,                                  35

Sicchè per lui ne’ tuo’ Fori e ne’ Tempi

Tu sovr’ogni altra terra il capo estolli

Emulatrice de’ Romulei colli.

Ei te dagli esecrandi e stolti esempi

Forte purgò degli empi,

Quale il vigil cultor sterpa anco acerbe

Le infelici, dal campo, inutili erbe.                                         42

Nè, poichè del gran Padre in Ciel lo spirto

Sciolto del nostro fral giunse al suo meglio.

Ei t’obbliò; ch’anzi i tuoi crudi affanni

Mirò pietoso nell’eterno speglio;

E ratto ei corse; e ’l sanguinoso ed irto

Tuo crin ritolse ai barbari tiranni;

E d’implacabil’ira acceso ai danni                                         49

Scese de’ tuoi nimici. Ecco il Re Gallo

Tuo traditor, ch’a Malaspina il nome

Diè con sua morte, ancor alza le chiome

Per cui passò la fatal punta, ond’hallo

Punito ei del suo fallo,

Il dì che gli mostrò in sì chiare note

Che le minacce sue non tornan vuote.                                   56

Conrado e tu, qual gelo allor ti corse

A ricercar tutte le vene e l’ossa,

E ad agghiacciarti ’l seno, allor che in alto

Scorgesti Ambrosio con mirabil possa

Brandir suo ferro? Di tua vita in forse

Ben fosti il dì ch’al suo celeste assalto

Caddero i tuoi; e risonar dell’alto                                           63

Suo furor fra le nubi udisti il tuono.

Misero! a che t’addusse il volger l’armi

Contro a la sua cittade, allor ch’ei s’armi

In suo favore? Udisti il fiero suono

Di sue folgori ; e prono

Te ’l vedesti sul capo andar vibrando

Incontro a te l’inesorabil brando.                                           70

Fra’ tuoi buon giorni ogni anno il dì ritorna,

Milan felice, oh dì chiaro e beato!,

Quando incontro mirasti, al tuo rubelle

Figlio, Ambrosio venir dal Cielo, armato

Ed a’ nimici tuoi fiaccar le corna

Col crudo inevitabile flagello.

Oh come allor l’inviperito e fello                                            77

Suo corridore urtò l’armate schiere,

Rotando ei la gran ferza! oh come al piano

Stese il nemico, resistente in vano,

E di bel lauri ornò le tue bandiere

Tanto pungenti e fiere

Gli fûro al cor le tue sventure; e tanto

Càlsegli ognor di rasciugar tuo pianto.                                 84

Ma non creder però lui sì pietoso

Che teco ancor de la paterna sferza

Non usi: il genitor ch’ama il suo figlio

Non sempre dolce il guarda e con lui scherza

Ma spesso amor dentro al suo petto ascoso

Manda gli sdegni a balenar sul ciglio.

Tale Ambrosio vêr te: nel tuo periglio                                    91

Del Nume offeso ei ti fa scudo all’ire

Ma poi, ministro del gran braccio eterno

Fatto, a te mostra con valor superno

Che ben può nulla chi non può punire.

Così all’eterno Sire

Tal fe’ voti pe’ suoi, del Sina in vetta,

Chi poi tanta ne scese a far vendetta.                                    98

Volgi d’intorno il guardo; e vedrai l’orme

De’suoi gastighi nel tuo corpo impresse.

Chi credi tu che tante in varia etade

Dall’estremo Aquilone armi spignesse

A rovinarti in sì barbare forme?

Non quale al vulgo appar, la tua beltade

Incontro a te le pellegrine spade                                            105

Non allettò, come il bel vello a Colco

Trasse i legni primier; ma gli error tuoi

Punser, tacendo Ambrosio, i lenti buoi

Ad ararti per mezzo, orribil solco!

Mentre il crudo biffolco

De’ tuoi pianti e sospir duro al gran nembo

Spargéati ’l sal sterminatore in grembo.                               112

Entro al bell’orbe di tue mura in tempio

Sacrata al tuo gran Padre augusta mole

S’alza vittrice del millesim’anno.

Ben al gran veglio alato incresce e duole;

Ma toccar non l’osò giammai, nè l’empio

Barbarico furore a lei far danno,

Però ch’ivi a posar le membra stanno                                   119

Sante di lui, ch’è tuo presidio e scorta:

Quivi, però, se tu desii che ’l Cielo

Mai più d’atro ti copra infausto velo,

Di tue felicità quivi è la porta;

Indi vedrai risorta

Un’aura che le nubi oscure et adre

Sgombri, pur che tu ’l chiami: O Padre, o Padre!                126

Ben, se’ rozza, o Canzon; ma innanzi all’ara

N’andrai pur di colui, cui tesser godi

Piccol fregio di versi; e ’l pregherai

Che dell’eccelso tuo Platano, ond’hai

Vita ed onor, gli caglia; e i dolci modi,

Che suonan di sue lodi,

Ei non sdegni, e lo stuol de’ Cigni arguto

Ch’a lui fa di bei carmi annuo tributo.                                  134

LXXVI. [5]

NEL DÌ DI SAN BERNARDINO SANESE.

Sorgi, novella aurora, e ’l crin componi,

Oltre l’usato, de’ più vaghi fiori,

Che in quest’alma stagione a noi tu doni.                             3

Mira che ’l Sol non osa spuntar fuori

Anch’ei dall’Oceàn col carro ardente

Perocch’ei teme de’ suoi proprii onori.                                  6

Andran vostre bellezze inferme e spente

Dinanzi al nome di colui che ’l mondo

Salvò dall’ira del crudel serpente.                                          9

A quel gran nome inchinasi il giocondo

Albergo de’ Beati; a quel gran nome

Il suol s’inchina e ’l Tartaro profondo.                                   12

Ma tu, Celeste Musa, or dimmi come

Sparse gli onor del nome santo intorno

Il Fraticel che in cielo orna le chiome                                     15

D’eterni raggi, ed a cui sacro è il giorno

Ventesimo del mese in che il Sol mostra

Di Leda favolosa il doppio scorno.                                         18

A lui s’aperse la materna chiostra

Il dì ch’è festo al gran natal di lei

Che diede al Mondo la salute nostra.                                    21

A che degli avi suoi canto i trofei,

O di te, Patria sua, che dotta e altera

Degl’Itali delizia a ragion sei?                                                24

Te stessa illustra la bontà sua vera,

Lo cui splendore un dì del sozzo Averno

Sgombrò in Italia la caligin nera.                                          27

Piccol fanciullo ancor, mostrò il superno

Don di facondia, ond’el poteo cotanto,

Insin ch’ei lasciò ’l frale ad Amiterno;                                    30

Perocchè pueril turba, all’incanto

Tratta del suo parlar, nascer sentía

Nel cor la doglia e nelle luci il pianto.                                    33

Ma, poi ch’ei giunse al sommo della via

Ch’a doppia elezïone in due si scioglie,

La dritta ei tenne, e non guardò alla ria:                               36

E ’l nobil fior, che, s’altri un dì lo coglie,

Più non rinverde, ognor tenne sì chiuso,

Che in van gliel combattêr non pure voglie.                         39

Sàssel colei che col volto confuso

Da lui si dipartì, dappoi che in vano

Gli ebbe il protervo suo pensier dischiuso.                            42

Quantunque fabbricar femminil mano

Sa lusinghe al diletto, in opra pose

Quell’arsa donna di furore insano.                                        45

Le luci armò di fiamme venenose;

Dolce ad arte languì; preghi, querele....

E nulla legge ad onestade impose.                                         48

Ma ’l Giovin forte, come in mar crudele

Scoglio, immoto si stette; e ’l corpo vinse,

Novo seguace al figlio di Rachele;                                         51

Anzi, duro flagello in mano strinse,

E alla Venere ignuda il caldo fianco

Dello stesso di lei sangue dipinse.                                          54

Dritto ora ben che come neve bianco

Fosse l’araldo che del sommo agnello

Devea ’l nome dappoi bandir sì franco:                                 57

E colui che in Alvernia il gran modello

Copiò di Cristo in sè, ben si compiacque

Che tanto lume ornasse ’l suo drappello.                              60

Ma perchè il rito che da Ambrosio nacque

Vuol questo giorno alla grand’alma sacro

Che or si disseta nelle divin’acque?                                        63

Or io ’l dirò: Aletto, che con acro

Viso mira il ben nostro, ave’ a’ mortali

De la Pace rapito il simulacro;                                               66

E Italia, oppressa da infiniti mali,

Vedea, piantar l’un figlio all’altro in seno

I caldi dell’altrui sangue pugnali.                                          69

Scorrea la Furia e ’l rabido veleno

Le terre tutte; sicchè l’una ormai

Sotto il ferro dell’altra venía meno.                                        72

Nè tu però fuggisti i comun guai,

o cara patria mia, che dal lanuto

Verro il nome famoso e nobil hai.                                          75

Tal eri forse tu, qual fu veduto

Il Lazio allor che lo sospinse al sangue

Quell’implacabil anima di Bruto.                                          78

Ma Bernardin, che in pulpito non langue,

Tra lo zelo inquieto la man porse,

E in piedi alzò la bella Pace esangue.                                    81

E, giovine puranco, a Milan corse,

E partissi, e tornò; e del suo Duce,

Impavido parlando, il fasto morse;                                        84

E al balenar di sovrumana luce,

Cacciò l’empia Discordia, a lei mostrando

L’immortal nome che in trionfo adduce.                              87

In cambio di vessillo o targa o brando,

Feroci insegne!, allor nell’alto appese

Il nome di cui Stige odia il comando;                                    90

Che ’l cittadin devoto con sospese

Luci mira talor, pensando a lui

Che, per noi ricomprar, sua vita spese.                                 93

Poi, colla man cenno faccendo altrui:

- Quest’è fors’opra - dice - del gran Divo

Cui fûr cari i nostr’avi, ed or siam nui. -                                96

Però è d e ver che ’l dì che d’esser vivo

Lasciò qui in terra, e in ciel féssi immortale,

Non sia per noi di voti e d’onor privo;                                   99

Ma al tempio suo, che culto ha verginale,

Il pannicel s’onori onde ammantosse,

E i sacri rostri ond’egli all’infernale

Mostro fe’ guerra, e ogni duro cor mosse.                     103

LXXVII.

IL TRIONFO DELLA SPILORCERIA.

Io me’n gía, tutto sol, pensoso e stanco

Già di cercare al mio compor subbietto;

Quand’io posai sull’erba il debil fianco.                                3

Ed ecco sopra un carro d’oro eletto

Una Donna venir per la campagna

Di panni sbricia e màghera d’aspetto.                                   6

Dietro a colei vid’io una turba magna

Di genti d’ogni clima e d’ogni guisa

Che l’assomiglia insieme e l’accompagna.                            9

Era la vista mia del tutto fisa

A mirar la gran calca che venía;

Quando un gran raglio mossemi le risa.                               12

Io mi volsi a guatar là donde uscía

Raglio siffatto; e due mulacce io scòrsi

Condur quel carro e zoppicar per via.                                   15

Levalmi da sedere, e quivi io corsi:

Ma ognuna intorno a sè lo stuol dirada

Cacciandosi la fame a calci e morsi.                                      18

La Donnicciuola in su quel carro agghiada:

E benchè sia di quel popol signora,

Par che non mangi mai fieno nè biada.                                21

Ella guardas’intorno ad ora ad ora,

Com’uom che teme di smarrir qualcosa,

E tutto ha in copia, e pur vorrebbe ancora.                          24

Spesso, appoggiata a un bastoncel, pensosa

Stassi contando in sulle dita, e spesso

Il riso accenna, e rider poi non osa.                                       27

Sorgea un’insegna in sul bel carro istesso;

Ove colui che nell’Inferno giacque

In mezzo all’onda è a maraviglia espresso;                           30

E scritto in s’un cartel, come a lei piacque,

Col puntal d’una lesina appiccato:

« Tantalo sitibondo in mezzo all’acque ».                             33

Letto ch’ i’ ebbi, i’ mi guardai da un lato,

E vidi un uom che d’avacciar proccura

Con indosso un saion roso e intignato.                                  36

Quand’io ’l vidi, costui, femmi paura,

Ch’ a mostrar la Miseria e la Grettezza

Questa è la vera e natural figura.                                          39

Egli appiccato agli omeri ha una pezza

Di ferraiuol che con un fil di spago

Avanzato alle scarpe ognor rappezza;                                  42

E un sudicio cappel che con un ago

Da due bande ci tien ritto, e all’altro canto

Leggiadramente ir lascia errante e vago.                              45

Ad un amico mio simil cotanto

Era costui che, fiso in quell’inganno,

Fecimi accosto e l’acchiappai pel manto:                              48

Se ’l ciel ti guardi ognor da rio malanno,

Dimmi, Spizzeca mio, chi è costei,

Dissi, e color che dietro a lei se’ n vanno?                              51

Ed ei rivolto a me disse : Chi sei?

Avverti che in iscambio tu m’hai colto:

Quegl’io non son che tu creder mi dêi.                                  54

Ma dappoi ch’io ti veggo scritto in volto

Quanta il tuo core ha di conoscer brama

La trïonfante Donna e ’l popol folto,                                     57

E io dirolti in brieve: ella si chiama

Spilorceria; e gli spilorci sono

Che seguitan colei per la gran lama.                                     60

Appena i’ udii del mio maestro il suono,

Ch’i’ fecimi a guardare attentamente

Que’ dello stuol, tutto in lor fiso e prono,                              63

Sol per veder s’alcuno in fra la gente

Io ci conosco; e ne conobbi assai;

E vidici fra gli altri un mio parente.                                       66

Ma la mia scorta disse: Attendi omai

Que’ che in Spilorceria fûr più famosi

E di cui conoscenza tu non hai.                                             69

A guardare a’suoi cenni allor mi posi.

Ei disse: Vedi quel che gli occhi acuti

Levar dal carro d’òr par che non osi?                                    72

Dimmi chi è colui, se Iddio t’aiuti,

Diss’io; ed egli a me: Quegli è Euclïone,

Che chiaro è ne’ latin comici arguti.                                      75

Ecco il soffietto al collo ha ciondolone;

E perchè ’l fiato in van non mandi fuore,

Alla bocca il turacciolo gli pone.                                            78

Mira la coppia di que’ due ch’ onore

Hanno da ognun passando: uno è Giuliano,

l’altro è Sergio Galba Imperadore.                                        81

Irato ha questi lo stidione in mano

Per foracchiare la ventraglia al cuoco

Che a certi ambasciador fu troppo umano.                          84

E quegli la basoffia [6], che dal fuoco

Appena è tolta, mangia, e un’insalata

C’ ha dello aceto assai, dell’olio poco.                                    87

Sai d’una lepre, che gli fu donata,

E d’un porcel ch’a tutta la sua corte

Han per tre dì la mensa apparecchiata?                               90

Io stavami qual uom che teme forte

No ’l compagno gli ficchi una carota

Ornando il falso con maniere accorte;                                   93

Quando il buon Duca mio mi disse : Nota

Colui che vien. E innanzi un mi si fece

Ch’avea incavata l’una e l’altra gota.                                    96

Tinto è costui della medesma pece:

Ei mangiò al desinar la carne stracca

E una minestra sua di riso e cece.                                          99

Chiamossi Pertinace: e a lui s’attacca

Chi messe la gabella in sull’orina,

Del cui danar non gli putíen le sacca.                                    102

Presso a lui ne vien quel di Cascilina.

Mai non fu di costui maggior spilorcio

Da che ’l fuoco va ’n su, l’acqua alla china.                          105

Ei di vita ridotto in sullo scorcio,

D’inedia e fame si morío piuttosto,

Ma vendè per danar l’unico sorcio.                                       108

Chi è colui che se ne vien discosto

Dagli altri, tinto il sen di sangue o d’ostro?

I’ dissi al mio maestro; ed ei ben tosto:                                  111

Egli è Caton, famoso in ogni inchiostro,

Che prestò altrui per òr la sua mogliere;

E d’esempii non manca al secol nostro.                                 114

Anco Dionisio tu ci puoi vedere

Che i peli si brucciò col moccolino

Per avanzar la mancia del barbiere.                                      117

Ecco Ermon, che d’aver speso un quattrino

Sogna la notte; e sì la doglia il fiede

Ch’ad una trave impiccasi il mattino.                                   120

Ermocrate, che fe’ sè stesso erede;

Ed Occo re, che, per non dare altrui,

Non pose mai fuor di sua casa il piede.                                 123

Siccome il fanciullino che con dui

Occhi guarda nel viso alla nutrice

Che le sue fole va contando a lui;                                           126

Ed ei, che crede il ver quel ch’ella dice,

Ora si duole, or ride, or face altr’atto,

Secondo il dir di lei tristo o felice;                                           129

Tal io nè movo piè nè ciglia batto,

Al dire, ai cenni del mio Duca, intento.

Ed eccoti venire un altro matto.                                             132

Presso alla turba ei si conduce a stento:

Quegli è Almeone, allor disse il mio Duca;

E ’l don di Creso fàllo andar sì lento.                                     135

Ei s’è ficcato l’òr fin sulla nuca,

Sotto alla cuffia e dentro alle brachesse,

In mano, in grembo e dove si manuca.                                 138

Mira il Gallico Re che ’l sarto elesse

In proprio araldo; e a un medico furfante

L’ufficio insin di Cancellier commesse;                                 141

Com’or spesso un gramatico ignorante

Fan servir certe pittime cordiali

In un di segretario e di pedante.                                            144

Egli scrisse le sue spese giornali:

Tanto per rattoppare una pianella

Più per aver fatt’ugner gli stivali.                                          147

Cotanto egli ebbe il granchio alla scarsella

Che tu ci puoi veder l’un conto acceso

E quell’altro dannato a serpicella.                                          150

Ma basti di costui quel che n’ha’ inteso,

Disse il mio Duca; e pria che ’l tempo accorci,

Attendi Alfonso re, ch’or te ’l paleso.                                     153

A’ sudditi ingrassar fece i suoi porci:

Così toccava un tempo al buon vassallo

Di mantenere i principi spilorci.                                             156

Vien Carlo Malatesta, s’io non fallo,

Ch’al suo coppier, ch’un bicchier ruppe a caso,

Quasi far fece in campo azzurro un ballo.                            159

Poco dietro a costui quegli è rimaso

Che per amor dell’olio i lumi in chiesa

A spegner si levò dopo l’occaso.                                             162

Seco è colui che, pur la notte attesa,

Scendendo nelle stalle, a’ suoi famigli

Ciuffava il fien per avanzar la spesa;                                     165

Ma scorto alfin da’ vigilanti cigli

Al buio e sol, di sudice percosse

In sui panni toccò ricchi e vermigli.                                       168

I’ chiesi alla mia guida onde mai fosse

Che costor due e gli altri di lor setta

Han la spilorceria fitta nell’osse;                                            171

Ma egli mi rispose: Amico, ho fretta.

Ed io soggiunsi a lui: Ombra benigna,

Di sapere il tuo nome mi diletta.                                            174

Ed ei rispose: I’ son chiamato il Tigna,

Che grande uccellator fui di tabacco.

Io gliene do una presa; ed egli svigna.                                   177

Sì di mirar, sazio non già, ma stracco,

Privo dell’alta visïon son ora:

Ma quand’io miro al secolo vigliacco,

Parmi veder quel bel Trionfo ancora.                            181

LXXVIII.

LA MASCHERA.

Lascia gracchiare a questi baciapile

Che voglion pur che il mascherarsi sia

Una cosaccia disonesta e vile.                                                3

Questo per me cred’io che bene stia

A laici a preti a monache ed a frati,

E finalmente a chiunque si sia.                                              6

Lasciamo star che l’andar mascherati

Non offende nè il ciel nè la natura,

Come voglion gl’ipocriti sciaurati.                                         9

Non ci fu diva sì innocente e pura

O nume nel celeste concistoro

Che non volesse un dì mutar figura.                                     12

Nel dolce tempo dell’età dell’oro,

Leggete Publio Ovidio sulmonese,

Chi si vestía da vacca e chi da toro.                                       15

Comuni avean e letto e mensa e spese

Sotto una quercia un dio e un mortale

In que’ bei giorni ch’eran lunghi un mese.                           18

Quel secol, se non era affatto uguale,

Nella comunione almen dei beni

Si somigliava al nostro carnevale.                                          21

E in que’ bei dì, che sempre eran sereni,

Comparien fuora certe mascherate

Che non fûr mai spettacoli più ameni.                                  24

Forse ch’eran di queste fagiolate

Che nulla non significan alfine

E ch’ora piaccion tanto alle brigate?                                     27

Egli eran quelle maschere divine

Sì fatte, che coprivano al di drento

Cose misteriose e pellegrine.                                                   30

Vestivansi talvolta in un momento

Da animali di sì varia schiatta

Che capir non potríeno in un convento.                                33

Vedete se la gente era ben matta,

Che fino a Diana vergine beghina

Si trasformò una volta in una gatta.                                      36

E il dio barbato della medicina,

Ch’era un dottor dabben, comparve fuore

Mascherato da bestia una mattina.                                       39

Deh come il mondo ognor cangia tenore!

Già i dottor si vestíeno da animali,

E gli animali or veston da dottore.                                         42

Ma il padre Giove d’abiti cotali

Sempre più ch’altri mai ebbe diletto

E ogni dì mutava pivïali.                                                        45

Un giorno di torel prese l’aspetto

Per ire a visitar certa donzella,

Figlia d’un re che Agenore era detto.                                    48

Egli avea lunga coda e gamba snella

E una coppia di corna in sulla testa

Ch’altro dio non portò mai la più bella.                                51

Trovossi anco una volta ad una festa

Immascherato ad un modo più strano;

Da becco egli s’avea messo la vesta:                                      54

E vuole un certo autor Greco o Romano

Che madonna Giunon, ch’era sua moglie,

Il vestisse quel dì di propria mano.                                        57

Talor partì dalle celesti soglie

Travestito da cigno, ch’è un uccello

Che lungo il collo ed ha bianche le spoglie:                          60

Ma, così andando a zonzo, in sul più bello

 Fu spennacchiato da una certa Leda,

Che ne lo mandò via senza mantello.                                    63

Io non voglio però ch’altri si creda

Ch’ei d’animale ognor vestisse a foggia,

Qual par che dappertutto oggi si veda.                                 66

Ser Giove avea de’ bei trovati a moggia.

Forse falso parrà quel ch’io vi narro,

Ma egli un dì si mascherò da pioggia.                                  69

Di pioggia d’oro ei fecesi un tabarro.

Questo vestito mal si potría dire

Quanto sembrasse altrui novo e bizzarro.                            72

Bastivi ’l dir che la figlia d’un sire,

Danae nominata, il vide appena,

Che se ne volle anch’essa ricoprire.                                        75

Mal fu per un che, mentre si dimena

Astratto per comporre una canzone,

Fecevi un sette a punto nella schiena;                                    78

Perchè Giove gli disse: O mascalzone,

Non vedi tu che fai? Or ora impara

A starti un po’ lontan dalle persone.                                      81

Poichè tu guasto m’hai cosa sì cara

Ad ogni donna, a voi vati dappoco

Sia sempre la fortuna d’oro avara:                                        84

E se per caso ne avanzaste un poco

Con istento e sudor, venga e ve ’l toglia

La crapula l’amore i ladri o il gioco.                                      87

Nè la reina Giuno ebbe men voglia

Di quella che s’avesse il suo marito

Di mascherarsi con diversa spoglia.                                      90

Ella comparve un giorno a un convito;

E certe nuvolette trasparenti

Avevanle formato un bel vestito.                                           93

Colla forza de’ suoi raggi lucenti

Il sol questo bel drappo avea formato;

E sartor n’era stato il Dio dei venti.                                        96

Il quale abito altrui tanto fu grato

Che fu per farle un atto indegno e crudo

Un certo che Issïone era chiamato.                                        99

Ma si difese dal furor del drudo

Giunon con quella nuvola leggera:

Or mirate che diavolo di scudo!                                             102

Mascherossi da vecchia anco una sera,

Lo che fu giudicato una gran cosa

Per una donna come Giunon era.                                          105

Qui nel margin però dice una chiosa

Che da forte ragion fu a ciò costretta;

E fu che del marito era gelosa.                                               108

Ma l’olio ormai e l’opera si getta

Seguitando a provar pur ch’a nessuno

La maschera non debbe esser disdetta.                                 111

Se la maschera piace a Giove, a Giuno

E a tutti gli altri dèi, lascia gracchiare

Chi a pancia piena predica il digiuno;

E seguitianci pure a mascherare.                                   115

LXXIX. [7]

Un dì costor che per non esser sciocchi

Su’ libri stan colla sparuta faccia

Logorandosi ognor cervello ed occhi,                                    3

Spesso mi dice : Amico, omai ti piaccia

Dirmi ’l perchè, se così folto è ’l mondo,

Poco è lo stuol che i dolci studii abbraccia.                           6

Ha forse in questa etade a gire al fondo

Il letterario onor, che ’l vulgo indotto

Tien lontan da un ingegno alto e fecondo?                           9

Io gli rispondo allora : Esser sì ghiotto

Di libri non si vuol; chè più sovente

Il gran libro del Mondo altrui fa dotto.                                 12

Leva le luci omai consunte e spente,

Pon’ sul naso gli occhiali; e intorno guata,

Guata che fa la sconsigliata gente.                                        15

Pârti che tra costor ch’all’impazzata

Seguono i crocchi e l’oziose tresche

Trovar debba il saper stanza adagiata?                                18

Oppur tra que’ che de’ clienti all’esche

Uccellan solo e, se non fa a lor modo,

Anco al buon Giustinian dan delle pesche?                          21

O pur con quelli che tra ’l piscio e ’l brodo,

Interpetri a rovescio d’Ipocrasso,

Alla fortuna lor fissano il chiodo?                                          24

Sai chi sta ben con essi? il babbuasso:

Ma un ingegno immortal dal loro albergo

Ah lontano, per Dio, rivolga il passo!                                    27

Forse d’amaro fiel gli scritti io vergo?

Verghinsi pur gli scritti; a me che importa,

Se all’onesto ed al ver non volto il tergo?                              30

Vanne, Filosofia, povera e smorta;

Ma fa’ che ’l tuo baston giammai non batta

Allo sportel d’un’elevata porta.                                              33

Più non ritorna quell’età sì fatta

In cui le filosofiche bigoncie

La maestà degli Alessandri han tratta.                                  36

Chi t’ inuggiola il cor con cose sconcie

E scritte in uno stil degno di remi,

Questi a libbre abbia l’òr, non pure ad oncie.                       39

L’Aretino animale ognor si premî;

Ma ’l Franco poverel, che sa qualcosa,

Soltanto aspetti il paretaio del Nemi.                                    42

Come addunque potranno e versi e prosa,

O vuo’ tu la spiantata o vuoi la ricca

Gente, rendere in un chiara e famosa?                                  45

Io, con volto seren dice lo Sbricca,

Convien che ’l tempo e le sostanze io libri

Fra teatro e corteo e bisca e cricca.                                        48

Soggiunge un altro: E d’uopo è ch’io delibri

Di non beccarmi più ’l cervel cotanto;

Ch’io non ho pan s’io non rosecchio i libri.                           51

Il grasso Sbricca e quel meschino intanto,

L’uno per poco aver, l’altro per troppo,

Lasciano i sacri studii ognor daccanto.                                 54

O Italia, Italia! e perchè mai sì zoppo

Torna quel secol d’òr che ratto andonne

Come un destrier che corra di galoppo?                               57

Aranno ingordi mimi e le lor donne

Quel che diêr Mecenate e ’l buono Augusto

A que’ già di saper ferme colonne?                                        60

Che strana infermità t’ha guasto il gusto,

O piuttosto il cervel, che l’òr tu gitti

Lungo così dall’uso tuo vetusto?                                            63

I giorni di Neron forse prescritti

Acci pur anco il Ciel, quando in teatro

Sì stavano i Roman sì intenti e fitti,                                       66

E in vista del lor danno immenso ed atro,

A la voce s’udía d’un castroncello

Tutto applaudire il popolo idolatro ?                                     69

Ella mi fumma, e rodomi, e arrovello

Veggendo i ruspi omai gettarsi a carra

Dietro al vile ragliar d’uno asinello:                                       72

E a chi si sta la fantasia bizzarra

Stancando ognor colla sospesa penna

Negarsi insino a un quattrinel per arra.                                75

Manco male però che la cotenna

Non grattan già per accattarsi un marco,

Ma perchè un bel disio lor l’ale impenna;                             78

Un bel disio di gir sublime e scarco

Su per la via d’onor diritta e franca

Che non adduce altrui di Lete al varco.                                81

Ma che farà la già spossata e stanca

Schiera gentil se, poi che ’l pan piatisce,

Il desco della Gloria anco le manca?                                      84

Odi ser Busbaccon ch’ancor putisce

D’unto di buoi; e dallo aratol tratto

Alla rustica treggia il cocchio unisce:                                     87

E’ dice che coloro han ben del matto

Che, per isquadernar qualche libraccio,

E resto e saldo a’ lor piaceri han fatto.                                   90

E ’l ricco e ’l poverello e ’l popolaccio

E chi vien dalle costole d’Adamo

Tutti di dirne mal tolgons’impaccio:                                      93

L’uno dice che noi, còlti a quell’amo

Di sentirci lodar ben da parecchi,

Ciò che più ne fa d’uopo andar lasciamo.                             96

Insino a’ pescialuoli, a’ ferravecchi

E que’ che stanno a venderci la trippa

Fannone un chiasso da intronar gli orecchi;                         99

E la Cesca e la Nencia e la Filippa

Sannoti dir, sbarbando la conocchia,

Che dimagra il Poeta e non istrippa.                                     102

Se tu ne vai per via, ognun t’adocchia

E fa motto al compagno perchè e’ guati

Uno c’ha la pazzia per sua sirocchia.                                    105

E in fine odi gridar da tutti i lati

Che ’l volere studiar Lettere umane

Egli è appunto un mestier da sfaccendati;                            108

Che voglionsi lasciar cose sì vane;

E ch’a fama immortale e non oscura

Dêssi anteporre il procacciar del pane.                                  111

Così contro di noi le bocche stura

La turba di color che a’ giorni nostri

Hanno posta nel fango ogni lor cura.                                    114

A bestiacce malvage, a feri mostri,

Destina in tanto il volgo e a gente trista

I begli applausi e i lodatori inchiostri;                                    117

A un bacchetton, che pare un santo in vista

E bindoli fa poi degni di forca

Con un empio pensar macchiavellista;                                  120

A un dottorello, che le leggi storca

Onde poi coll’altrui se ne va in cocchio,

E polli e starne alla sua mensa inforca;                                 123

Anzi a un tinto musin che, con un occhio

Che muover non si può dentro alla biacca,

L’anima infilza al guardator capocchio.                               126

Quale stupor però s’ognun si stracca

Dello studiar, poichè niun premio trova,

E non ha chi lo stimi una patacca?                                        129

E che la bile che nel sen mi cova

Bullichi alfin, e poi sciolta in rimbrotti,

Qual da pentola amor, trabocchi e piova ?                           132

Maraviglia ben è che sien sì cotti

Alcuni di studiar, benchè la sorte

Mai sempre incontro a lor le ciglia aggrotti;                         135

E che ci sia un drappel cui sol conforte

Il suo valore; ond’ei, come in un vallo,

Contro al furor del secol si tien forte;                                     138

Sicchè te, o Italia, ch’al tu’ onor vassallo

E in arme e in toga il mondo tutto avesti,

Or non beffeggi il Prussiano e ’l Gallo.                                 141

Segui, onorato stuol, le vie ch’or pésti;

E ad onta ancor della spilorcia etate

Sostien’ tu Italia onde il natal traesti.                                     144

E tu, Platano illustre, a le cui grate

Ombre pur or novellamente io seggo

Per acquistarmi anch’io nome di vate,                                  147

Ergi i tuoi rami ognor; chè, s’io ben leggo

Nello avvenir, de’ valorosi Insubri,

Sotto un astro men reo la fama io veggo

Volar dagli Arimaspi a’ liti rubri.                                   151

LXXX. [8]

IL TEATRO.

Or ecco il Carnesciale ; e in qual dell’anno

Stagione, o Musa mia, io parlo teco,

Spropositi maggior gli uomini fanno?                                  3

Bacco or va intorno: lo spumoso greco

Ne l’agita bollendo; e ’l sen gli sferza

Vener ch’ignuda e calda ’l figlio ha seco.                              6

Seguelo il volgo trïonfando e scherza.

Scherzi il volgo profano; e noi fra tanto

De’ satirici carmi opriam la sferza.                                        9

Ma a chi volgerci in prima od a qual canto,

Se aizzan tutti, or che ciascuno impazza,

L’asproridente Venosino al canto?                                         12

Entrerem noi sull’ondeggiante piazza

A veder le magnanime tenzoni

Dell’insubre di Brenno inclita razza?                                    15

Brïarei i fanciulli e Gerïoni

Fansi a raccôr la pubblica treggea,

Ch’è in vece d’arme a’ fervidi campioni.                               18

Ma noi non già de la pazzia plebea

Frustiam le spalle: andiam là ’ve s’aduna

E la ricca e la nobile assemblea.                                             21

Andiancene al teatro: oramai l’una

Ora è di notte: quivi ’l Carnesciale

Gli spropositi suoi tutti raguna.                                             24

Odi ’l romor de’ cocchi universale

Che van precipitando invêr la Corte

Dal cocchier spinti e dal padron bestiale.                              27

Eccoci del Teatro in sulle porte:

Vedi ’l portier con minaccevol fronte,

Chè le pubbliche lance il rendon forte.                                  30

Non pârti ’l ceffo del crudel Caronte

Che l’obolo alle vôte anime chiegga

Sulla riva dell’ultimo Acheronte?                                           33

Entriam; ma fa’ ben poi che tu ti regga

Incontro all’ira; e ’l periglioso a dire

Sol nel volto sdegnoso altri ti legga.                                      36

Entriam dopo costui, che tanto a uscire

Sta di carrozza; e seco al fianco vàlli

L’altrui moglie ch’egli ha tolto a servire.                               39

Il marito aspettando a casa stálli;

E della melonaggin del marito

Ridono i consapevoli cavalli.                                                  42

Stimas’ oggi un error d’esser punito,

Non che da tinger per rossor le guance,

Veder lo sposo alla sua moglie unito.                                    45

O Astrea, o Astrea, nimica delle mance,

Che sei scappata di quaggiuso al Cielo

Per non avere il tratto alle bilance,                                        48

Scendi or di nuovo; chè non pure il pelo

Cangia il mondo alla fin, ma tuttavia

Cacciane i vizii di virtù col telo.                                             51

Quella peste chiamata Gelosia

Pur se l’è côlta; e l’adulterio atroce

Se ’n fugge omai per la medesma via:                                  54

Perocch’ ad uom più non incresce o nuoce

Sopra gli altri apparir con quel cimiero

Ch’ebbe a’ tempi più rei sì mala voce.                                   57

Ma già siam dentro, o Musa: il bel severo

Contegno verginal pon’ giù, e spalanca,

Benchè così modesta, i lumi al vero.                                      60

Vedi qual ampio sorge a destra e a manca

Edificio sublime: il fiulgid’auro

Del vario ordin de’ palchi il guardo stanca.                          63

Vide appena Quirin tanto tesauro

Sparso ne’ suoi teatri, allor ch’edile

Fu di Silla il figliastro, Emilio Scauro.                                   66

Forse per udir qui l’ornato stile

Di Tullio o di Maron credi che stretta

Stia tanta femminil turba e virile?                                         69

Musa, non già. Qui sol, Musa, s’aspetta

Un fracido castron ch’a’ suoi belati

Il folto stuol de’ baccelloni alletta.                                          72

Ecco s’apre la scena: ecco da i lati

Utica s’erge; e in faccia al suo periglio

Esce il fiero Caton con pochi armati.                                     75

Se gli scorge sul volto il gran consiglio;

E la cadente libertà di Roma

Tutta gli siede in sul rigido ciglio.                                          78

Cesar ne vien, che la superbia doma

Vuol di costui: pur se gli leggo in viso

Qual sostenga di cose altera soma.                                        81

Ma tu, Musa, pur vuoi scoppiar dal riso

Al mio parlar, veggendo ad amendue

Di biacca il muso, e solimato, intriso.                                    84

Conterresti però le risa tue,

S’ tu vedessi la Lisa spettatrice

C’ha ’l corpo a gola, e portane almen due:                           87

Onde ’l rigor de’ roman volti or lice

Co’ minii ornar, perch’atterrito il sangue

Non le corra con urto alla matrice.                                        90

Però vedrai Caton fra poco esangue

Cantar morendo. Il popol tenerino

Troppo alle doglie altrui s’agita e langue.                             93

Che importan leggi al Poeta meschino,

Purchè quel poco alfin vada buscando

Che avanza a Farinello e a Carestino?                                  96

Ma, vaglia il vero, o Musa, or come, or quando

Fu serbato il decor meglio e ’l costume,

Se gl’impavidi eroi muoion cantando?                                  99

Piace a Cornelia vecchia il succidume

Del sopran floscio, e lodalo alla figlia

Con quanta ella può mai forza ed acume:                            102

Ma la figlia vuol altro: ella s’appiglia

Dell’amante alla destra, e l’empio foco

Tremulo le balena in sulle ciglia.                                            105

Ella sente scaldarsi a poco a poco,

E stuprator della già salda mente

Fansi gli obbietti, il suono, il canto e ’l loco.                          108

Ved’ella già nella platea fervente

Sconosciute arrivar donne e donzelle

Giunte co’ vaghi lor procacemente.                                       111

Dan le maschere ardir: sotto di quelle

Frate Uguccion, che dal convento scappa,

Copre il rossor di pizzicar le belle.                                         114

E, mentre per veder chi ’l cor gli arrappa,

Levas’in piedi e con chi è dopo alterca,

Casca improvviso al poverin la cappa:                                  117

Ben di raccorla in un baleno ei cerca;

Ma già tutto fischiando il gran teatro

Vede apparir la mascherata cherca.                                      120

Musa, dirà talun che di tropp’atro

Fiele ingombro i miei versi; ed ei se ’l dica;

Ciò sol m’incresce ch’alla luna io latro.                                 123

E chi si duol della salubre ortica?

Solo il cul vergognoso; e così i tristi

Alle punture altrui montano in bica.                                     126

Debb’io tacer però che spesso misti,

Anzi allacciati, in un con Clori e Fille,

I vezzosi abatin giugner ci ho visti?                                       129

E grondar tutti d’odorose stille

Co’ manichetti candidi d’Olanda

E i ricci in sulla testa a mille a mille.                                      132

La verità vuol ir per ogni banda:

E correttrice satira non àve

Riguardo al servo o a quel pur che comanda.                      135

Ben ride dello sparmio lungo e grave

Della moglier del Gisca refaiuolo

Sol per comprar d’un seggiolin la chiave;                             138

Ma s’arma d’un acuto punteruolo

Contro a chi, per aver palchetti e cocchi,

Fa di sè stessa abominevol nolo.                                            141

E chi rattienmi sì ch’io non iscocchi

Contro agli avari diversorii un motto,

Ov’è piacer sovente altro che d’occhi;                                   144

O contro all’esecrabile Ridotto,

Laddove un uomo ricco sfondolato

Sur una carta spiantasi di botto?                                           147

Per dio, meglio saría, Musa, ch’entrato

Io non ci fossi mai, perocch’io trovo

Materia da miei versi in ogni lato.                                         150

Ben vedi quante qui, come in lor covo,

Si stanno scelleraggini raccolte.

Ma non cerchiam di grazia il pel nell’uovo:                          153

Ridiam soltanto delle varie e folte

Maschere che co’ lor strani capricci

Par che dato al cervello abbian le volte.                                156

Quanti vedrai spropositi massicci!

Quanti birboni avviluppati in ostri;

E in pelle di lione oh quanti micci!                                         159

Ma bene sta che fuor non ne dimostri

L’abito il cor; poichè troppo gran parco

Noi vedremmoci aver d’orridi mostri.                                   162

Del Poeta ridiam, che fatto un arco

Ha della bocca, e gonfi ha gli occhi appunto

Qual chi di troppo duol cede all’incarco.                              165

Ei leva ambe le mani e ’l viso smunto

Al ciel pietosamente; e così chiama:

Odi, Apollo, il tuo servo omai consunto.                               168

Dunque tu crei, per adempir la brama

Sol de’ canori sozzi avidi lupi,

La tua possente ognor fulgida lama.                                     171

Per lor nelle montagne agli antri cupi

Fai forza col tuo caldo, e sol per loro

V’indori co’ tuoi raggi e massi e rupi.                                    174

Sproposito! gittar tanto tesoro

In grembo a certa gente, Apollo mio,

Ch’ogni sua gran virtù posta ha nel foro                              177

Della gola. Non più ci reggo; addio

Addio, o Musa: e quando più esecrandi

Detti e più sciocco favellar s’udío?                                         180

Bestia. Non sa che l’or, le vesti e i prandi

Premii del volgo son c’ha ’l viver corto?

E che vivon d’onor l’anime grandi?                                       183

Non sa che ’l nostro mondo oggi è sì torto

Che a drizzarlo dal posto ov’el si siede

Non basterebbe l’argano più accorto

Di quel gran matematico Archimede.                           187

LXXXI. [9]

Ponendo con amor leggi alle genti,

Preme Carlo il sentier che a gloria mena;

E, scesa a invigorir sue brame ardenti,

Parte in Lui del divin raggio balena.                                     4

Però, tra il dir ch’altri lusinga o frena,

Le avare ei scopre ambizïose menti;

E sulla ad arte altrui fronte serena

Legge i foschi pensieri a fraude intenti.                                 8

Merto o Virtù neglette, ecco i dì vostri

Tornano alfine: or fia ch’omai la dura

Ignorante Superbia a voi si prostri;                                       11

Poichè l’Alcide, che l’Insubria ha in cura,

Salvando i buoni ed atterrando i mostri,

Nostra felicità giusto assecura.                                               14

LXXXII. [10]

SULLA MALINCONIA.

Occhio indiscreto, che a cercar ti stanchi

Da qual d’uomo o di sorte o di ciel colpo

La cura uscì che quasi a scoglio polpo

A quest’anima mia par che s’abbranchi;                              4

So che nel volto, e per li membri stanchi,

Esce furtivo il duol ch’io sgrido e incolpo,

Ma se ben piango e mi scoloro e spolpo,

Non fie mai ch’al tuo guardo il cor spalanchi.                      8

Ragion l’arcano mio avvinse a un sasso

E tal nel fondo del mio sen lo immerse

Che d’occhio acume non può gir sì basso.                            11

Mio duol, richiama tue orme disperse,

Ti rannicchia e ti cela entro al cor lasso

A le viste de gli uomini perverse.                                           14

LXXXIII.

Occhio indiscreto, or taci e più non angi

Con domande importune il mio cor lasso!

Più facil ti saría svellere un masso:

Taci, o più tosto, se sai pianger, piangi.                                 4

Lascia che muto il mio dolor mi cangi

Come la trista, Nïobe in un sasso;

Lascia che fino al duro ultimo passo

L’erma tristezza mia mi roda e mangi.

Se amico occhio mi sei, sol ti sia detto

Che nulla sceleraggine ha consorte

Quest’aspra atroce doglia onde son stretto.

Ma tu parli, cor mio? Di durar forte

Già ti se’ stanco? Deh tu vieni e in petto

Questo debole cor strozzami, o Morte!

LXXXIV.

Oh Morte, oh bella Morte, oh cara Morte,

Tu vieni or dunque e a me dolce sorridi?

Lascia che a questa man fredda m’affidi,

Che sola involar puommi alla mia sorte.                               4

Affretta, usciam da queste odiate porte

Di vita, usciam: non odi, ohimè, con stridi

Quasi di drago per sabbiosi lidi

L’atra mia cura, imperversar più forte?

Ohimè! fin qua implacabile e tenace

Malinconia? Oh Morte, ecco la fossa;

Scendiam velocemente a cercar pace.

Pace, orror queto, pace, o non mai mossa

Sopolcral aria ove ogni cura tace;

Pace, o ceneri miste, o teschi ed ossa                                     14

Così non fia che possa

Quello che mi persegue occhio indiscreto

Saper tra’ vivi il mio alto segreto;                                          17

Cioè che, qui di dreto,

Ieri.... ohimè, in piazza, il Ciel me lo perdoni,

Mi si ruppe la stringa de’ calzoni;                                          20

Tal che a battuti sproni

Io fui costretto per mezzo Milano

Correre a casa con le brache in mano.                                  23

LXXXV. [11]

La fetida del cor negra palude

Tant’atre di pensier nuvole e crebre

Manda, che co le loro ampie tenèbre

Ogni breve a Ragion luce interchiude.                                  4

Bene, o Signor, la tua santa virtude

Penetra sì l’occulte ime latèbre,

Che le gravi a Ragione alza palpèbre,

Cui l’orror folto e ’l crasso aëre chiude.                                 8

Ma che giova, o Signor, se a poco a poco

La putrida del seno onda stagnante

Io non rasciugo all’immortal tuo foco?

Sicchè Ragion non pure apra un istante

I lumi al ver; ma sempre abbia poi loco

Nel suo nobile imper chiara e costante.

LXXXVI.

Nice la brutta al vago Elpin porgea

Ceste di frutta e ghirlande di fiori:

Ei, dell’avuto don, dono facea

Alla famosa per bellezza Clori.                                              4

Di sì iniquo commerzio in fra i pastori

Amor con la sua madre alto piagnea

E de la prole amabile i clamori

Mossero il cor dell’Acidalia Dea.                                            8

Che mal dispose allor la diva ultrice

Diede a la bella il fasto in compagnia

Spedì le grazie a circondar la brutta.                                    11

Così da Clori ogni amator fuggía

E i due beati amanti Elpino e Nice

S’amavan senza fiori e senza frutta.                                      14

LXXXVII. [12]

Pèra colui che dall’estraneo lito

Portò ’l verme infelice ond’uom si veste.

Non bastav’ei ch’ogni nefando rito

Spargesse l’oro in Terra, unica peste?

Per lui spiegando Nemesi le preste

Ali, a noi volta, minacciò col dito;

E voi, o santo Dio Termin, sorgeste

Curvo e pesante, dall’antico sito.

Or, l’avido villan, sgombra e disperge

Le belle opre d’Aracne; e solo ha cura

Del nuovo d’ogni mal barbaro germe:

Perocchè l’uom per lui sol cade o s’erge

Perocchè l’uom, di Dio alta fattura

Or tutti i suoi ripon pregi in un verme.

LXXXVIII. [13]

Plauso e contento in ogni via congiunto

Sempre sui passi tuoi venne, o Signore;

E dell’alta tua mente e del tuo core

Godette i doni, e celebrò in un punto.                                   4

Or che tu vieni al degno grado assunto,

Il giubilo comun fassi maggiore;

Nè crede del tuo merto e del tu’onore

Lo stadio glorïoso ancor consunto.                                        8

Vanne; e ci nutri di più bella speme,

Tra i sacri padri, del nuov’ostro cinto,

Emulatore ed emulato insieme:                                             11

E mentre il mondo è a coltivare accinto

Giusto desir che ha tua virtù per seme,

Vada oggi il nostro giubilo distinto.                                      14

LXXXIX. [14]

Pingimi, o Musa, or che prescritto è il fuoco

Per subbietto al tuo canto, in vani sciolti

Atti a svegliar nel sen del mio Baretti

Leggiadra bile contro a quel che il primo

Osò scuotere il giogo della rima                                             5

Che della querul’eco il suono imita,

Pingimi, dico, in qual guisa l’Ibero,

Amator di spettacoli funesti,

Soglia a sè far delizïoso obbietto

Della morte de gli empi, i quai fûr osi                                   10

Sollevarsi ostinati incontro ai dogmi

De la religïon de’ nostri padri.

Ecco di già l’orribile teatro

Spalancato ingoiar per cento vie

La ognor di stravaganze avida plebe.                                   15

Ecco sorger da un lato anfiteatro

Lagrimevole e tristo, ove non d’orsi

O tauri o tigri o barbare leene

Fera strage sarà, ma dove attende

L’ultima pena i miseri dannati.                                              20

Ecco dall’altro il venerato trono

Del giudice supremo, a cui fu dato

Por fren da gli empi all’esecrande lingue

Con la spada e col fuoco. Intanto move

Con lento passo e con squallide facce                                    25

La terribile pompa in ordin lungo.

S’avanzan primi i figli di colui

A cui ’l ciel diè la spada e disse: Uccidi

Gli empi fratelli tuoi cui il ver s’asconde.

Indi gli altri ministri, i quai di tanto                                      30

Gran potestade fûr chiamati a parte.

Ma già vengon co’ piè nudi, seguendo

L’immagine di quel che per salvarne

Morì, sul legno, i duri peccatori.

Ei lor volge le spalle, onde sia chiaro                                     35

Che lor non resta a più sperar salute.

Tutti intorno li copre oscura vesta

Cui vergan bianche liste; e sopra il petto

E sugli omeri scende altra di tetro

Malaugurato bigio colorita.                                                   40

Fiamme infernali, draghi e dimon crudi

Che con orrendi ceffi attizzan foco

Sotto all’immagin del tristo dannato

Quivi sono dipinti. Al basso appare

L’infame nome e l’esecrabil colpa                                          45

Che a tanta pena il cattivel conduce;

O se bestemmïando alzò la voce

Incontro al nume, o se per danno altrui

Osò evocar dall’Erebo infelice

Con sacrilego carme spirti od ombre,                                    50

O col poter di bestemmiati sughi

Delle sfrenate Lammie ai sozzi alberghi

Notturno venne. Spaventose mitre

Loro sorgon sul capo, ove i demoni

Entro a sulfuree fiamme e serpi e botte                                 55

Tesson atra ghirlanda. Oh, quant’uom puote

Umilïar l’altr’uomo!, in cotal guisa

Recando nella man funeree faci

Tutto a giallo dipinte, i peccatori

S’avviano al lor giudizio, indi alla pena.                               60

Ma non eviteran color l’infamia

Che prevenner, morendo, il giorno atroce;

Però che l’ossa lor sturbate ancora

Dalla quïete de le fredde tombe

Vanno alle fiamme, accolte in forzier neri                            65

Su’ quali alto s’erige il simulacro

Ch’ebbero dianzi, allor che spirto e forma

Aveano d’uomo. Ecco già gli ampii roghi

Accender veggio, e delle fiamme all’aere

I minacciosi coni ir sibilando.                                                 70

Già le vittime accoglie il tetro fuoco

Vendicator de la religïone

Insultata dagli empi. Il ciel rimbomba

In voci di pietade e di furore.

Già compiuta è la scena: ecco ne porta                                 75

Le ceneri meschine il vento e il fiume.

O Iberia, Iberia, hai tu forse più ch’altri

Di sacrìleghi e d’empi il suol fecondo

Che sì spesso ritorni al fiero gioco?                                        79

XC. [15]

Nel maschio umor più puro un verme sta

Che poi che, uscito, in altra stanza entrò,

In un cert’uovo ad albergar se ’n va

Che, solo, in vita mantener lo può.                                        4

Quindi la madre in alimento dà

Del sangue a lui che in lei soverchio errò;

Sì ch’uom perfetto in nove lune egli ha

Onde portar le brache al mondo o no.                                  8

Ma stanco alfin di star rinchiuso più,

Squarcia il mantel che sino allor vestì,

Poi ch’è rivolto con la testa in giù.                                         11

Nicchia la madre; ed ei con mani e piè

S’aiuta infin che il primo varco aprì.

Così nasce il villano, il papa e il re.

XCI.[16]

Vedete, oh Dio! vedete. Ecco la Morte:

Ha il digiun su le zanne. Olà, mostro empio,

Ferma. Com’osi tu di questo Tempio,

Sacro all’Eternità, tentar le porte?                                         4

Folle! che dico? Ah!, la crudel sua sorte

Getta tra il Padre e il Figlio! Ahi, che lo scempio

Cade sul padre! e noi perdiam l’esempio

D’ogni bell’arte e il protettor più forte.                                  8

Ecco, ahimè!, seco il fulmine fischiando

Balza il Platano a terra. Arde il gran dorso.

Vedete i Cigni che ne vanno in bando.                                  11

Povere Muse, ove drizzate il corso

Per la campagna raminghe, ululando?

Ah! disperate! ove trovar soccorso?                                        14

XCII.

AL Sig. D.r FRANCESCO FOGLIAZZI

Parmigiano.

Fogliazzi, amor di Temi e de le Muse,

Che teco a raddolcir scendono i petti

Con amabil concento in cui le Grazie

Sparser di loro mano il mèle Iblèo,

Forse, mentre che noi sediam cantando                                5

Placidamente, e sol di versi armati

Argin poniamo a le mordaci cure,

Sulla Vistola afflitta il furibondo

Marte semina strage ampia e rovine.

Ben so che meco ai coraggiosi applaudi                                10

Genii dell’Austria; e del valor t’allegri

De’ figli suoi, che a la comun salute

Le vite lor sul periglioso vallo

Offron securi, e fan de’ petti ignudi

Illustre scudo ai timidi Penati.                                                15

Natura in prima e poi Ragion ne appella

Le patrie mura a sostener pugnando:

E questa è la virtù che fe’ sì arditi

Orazio al ponte e Curzio a la  vorago.

Ma per tua fè, qualor l’alata Dea                                           20

Reca novella di crudel conflitto,

Di’, non ti nasce allor nel sen pietade

De’ miseri mortali e orrore incontro

Al fero mostro che, d’Averno uscito,

Sol di sangue si pasce e di rapine?                                         25

Certo che sì, però che a te la mente

Ragione irradia: e saggio amor ti accende

Di cui filosofia fu a te maestra,

Allor ch’esaminar su giusta lance

Ti fe’ il valor de le mondane cose.                                          30

Tempo fu già che i mari, i fiumi e l’alpi

Ponean confine ai regni e non l’immensa

Avidità che ognor più alto agogna.

Ciascun signore allor ne le sue terre

Vivea contento del primier domíno                                       35

Che a lui natura o altrui piacer donava;

Vie più che d’oro e di purpuree vesti,

Ricco del cor dei sudditi beati.

I campi, eran sua cura e l’util’arti

E ’l comercio e gli studii a Palla amici,                                  40

Onde fiorendo ogni città sorgea,

Più ricca e bella e le frequenti vie

Di popolo infinito adorna e piena.

Che se talora ambizïoso spirto

Di por tentava a l’altrui patria il freno                                   45

E regnar sopra gli altri, incontanente

Qual dall’aratro e qual da le officine

Balzar vedeasi: e, tra lor fatto un nodo

Che indissolubil fè stringea per sempre,

S’avventavan feroci, e dell’ingiusto                                       50

Assalitor le forze ivan disperse

In un momento. Allor l’amica Pace,

Qual dopo lieve nuvoletto estivo

Fa il ciel sereno, sopra lor ridea.

Felice tempo, ohimè! quanto desio                                        55

De’ tuoi placidi giorni a noi lasciasti,

Poi che venne a turbar sì bel riposo

Mostro infernal che di superbia nacque.

Per lui prima divenne arte e scïenza

Dar morte all’uomo e la più nobil vita                                  60

Sprezzar ridendo. Origine celeste

Ei finger seppe: e per le aurate corti

Sapienti adulatori a sue menzogne

Accrebber fede, allor che l’empia guerra

Chiamâr consiglio dell’eterna Mente,                                    65

E dir fûr osi che senz’essa i poli

Mai reggerebbon l’insoffribil peso

Di tante genti a cui d’alloggio e pasco,

Saría scarsa la terra. Empii, che Dio

Credêr sì ingiusto che a pugnar l’un frate                             70

Spinga coll’altro, e del lor sangue ei goda?

Forse mille altre vie non bastan anco

Onde viene al suo fin l’umana vita

Rósa da gli anni oppur tronca ed infranta

Subitamente? Intanto il crudo mostro,                                  75

Ognor crescendo, ognor più accorto finse

Nomi e sembianze: e lui Ragion chiamâro

Le ambizïose menti a cui sol piacque

Sopra le altrui rovine erger sè stesse.

Per lor consiglio i regi a certa morte                                      80

Spinser per forza incontro all’armi e al foco

I miseri soggetti; i qual lo scetro

Dato avean loro per salvar sè stessi

Dall’esterno furore, e aver secure

All’ombra d’un signor vita e ricchezze.                                 85

Fu poi detto valor fra i giovenili

Audaci spirti, a cui fa spesso inganno

L’ombra falsa d’onor; chè non nel tôrre

L’oro e le vite, altrui, virtù s’appoggia,

Ma sì ben nel versar fiumi di sangue                                     90

Per la sua patria, e assicurar con una

Mille di cittadin preziose vite,

Ch’esser den solo de la patria a un figlio

Cara gemma e tesoro. In cotal guisa

Corse l’acherontèa belva le terre.                                           95

Nulla più fu securo. In van Natura

Di monti inaccessibili rinchiuse

I popol varii, e sciolse i regii fiumi

A divider gli stati. Innanzi a lei

Tutto s’aperse; e ponderoso e curvo,                                      100

Da le antiche sue sedi il santo Dio

Termin levossi: e quello allor fu visto

Che da Natura a le medesme fère

Negato fu; ch’ove il leon non pugna

Contro il leone, e contro al tigre il tigre,                                105

Pugna l’uom contra l’uomo, e a morte il cerca.

Che più? cotanto osò l’orribil Furia

Che, di Religïon prese le spoglie,

E posto il ferro in mano all’uom, gli disse:

Uccidi pur, chè così il Ciel comanda.                                    110

Tutto così inondaron l’orïente

E la Gallia e l’Italia, arme ed armati:

Nè salvi andâro da furor sì ceco

Le stesse al sommo Dio vittime sacre;

Però che sotto al vastator suo piede                                       115

Sparso rimase il suol d’ossa insepolte,

E d’arsi templi, e di sfrondati gigli

Di vergini pudiche e caste spose.

Nè al piè licenzïoso pose freno

L’oceano immenso; ch’ei l’erculee mete                                120

Passò superbo e l’alte sedi infranse,

E i legg ittimi imperi, e giù dal trono

Gl’innocenti signor balzò spietato;

E giunse a tal, che vòto di mortali

Lasciò il terreno onde partissi in prima                                 125

E quel dove approdò. Deh poi che al colmo

Di sua fierezza è l’implacabil mostro,

Péra oggimai: e a’ desiderii umani

Freno si ponga ond’ei si nutre e accresce;

Sì che i primieri dì riedan sì belli                                            130

E sospirati assai. Ben la lor pura

Luce tornava a rallegrar poc’anzi

Questo secol felice in cui la Donna

Dell’Istro impera, a cui le sagge voglie

Solo il Ciel detta al comun ben rivolte                                   135

Se da settentrïone il fero turbo

Non dissipava la su’ amica pace,

Cui per tornar ne la primiera sede

I magnanimi eroi sudan pugnando.

Vincan lor armi a cui dal Cielo assiste

L’alma giustizia: e noi tessiam frattanto

Nova corona ai vincitor futuri.                                               142

XCIII. [17]

Un prete, brutto, vecchio e puzzolente,

Dal mal venereo tutto roso e guasto,

E che, per bizzarria dell’accidente,

Dal nome del casato è detto casto;                                         4

Un che ha scritto novelle in cui si sente

Dell’infame Aretin tutto l’impasto,

Ed un poema, sporco impertinente

Contro la Donna dell’Impero vasto;                                      8

Che, sebbene senz’ugola è rimaso,

Attorno va, recitator molesto

Oscenamente parlando col naso;                                           11

Che da gli occhi, dal volto, e fin dal gesto,

Spira l’empia lussuria ond’egli è invaso

Qual satiro procace e disonesto;                                             14

Sì, questo mostro, questo,

È la delizia de’ terrestri numi.

Oh che razza di tempi e di costumi!                                      17

XCIV. [18]

E volpi furibonde, e gatti ardenti,

E lepri dispietate, orrida scena!,

Facean tremar la perigliosa arena,

palpitar le coglionate genti.                                                    4

Quando l’asino entrò di tuono, e venti

E fulmini versando, orribil piena,

Dal culo, intorbidò l’aria serena;

Così ragghiando in minacciosi accenti:                                 8

Cedete al mio valor, barbari mostri

Cani, tremate; e sotto al mio funesto

Vittorïoso calcio ognun si prostri!                                          11

Grazie agli Edili, io questo suol calpesto,

E son degno di loro: i pari nostri

Trionfan oggi, e il secol nostro è questo.                                14

XCV.

Tirsi, qualor con un bel nastro appeso

Lo strumento gentil dal sen vi pende;

E la candida man, che or sale or scende,

Il suon tragge dal fil tremulo e teso;                                      4

D’esser mi par sovra le stelle asceso,

Lo cui girar tant’armonia comprende;

O che qui, dove il vostro suon ne accende,

Sia di là qualche spirto a noi disceso.                                    8

E sì cred’io; poichè, non men che il suono,

Celeste avete anco il sembiante, in cui

Quel bel foco riluce ond’arso io sono.                                    11

Ed oh beato ben saría colui

Che di vosco finire avesse in dono

A sì dolce concento i giorni sui!                                              14

XCVI.

Quanto t’invidïo, bello uccellino

Che, in aureo vincolo il piè ristretto,

Star su la tremula neve del petto

A la mia Fillide hai per destino:                                             4

E or fra le tiepide mamme e il bel lino

Scherzando innòltriti per calle stretto

Sin dove, ahi dubito! Or t’è diletto

Star del bell’umido labbro vicino;                                          8

Onde coll’avido becco trai fuora

Qualche dolcissimo picciol granello

Ch’ella minístrati co’ baci ancora.                                         11

Non se’ già il massimo Giove, a novello

Dolo qui tessere? Te quanto a un’ora

Temo ed invidïo, uccellin bello!                                              14

XCVII.

Vate non trovasi che più bei versi

Del nostro Pontico arrivi a fare.

Tanto son facili, tanto son tersi,

Che tutti gli uomini fan strabiliare.                                       4

Di scherzi nobili, di sale aspersi

Sono e di favole diverse e rare

La più bell’opera non può vedersi;

Cotanto Pontico li suol vantare.                                             8

Or sai tu, Pontico?Questi che il fôro

Versi ed i vicoli fanno stupire,

Tanto essi t’amano quanto tu loro:                                        11

Onde spessissimo soglionmi dire

Che, poi ch’egli ebbono vita e decoro

Da te, pur vogliono teco morire.                                            14

XCVIII.

Endocasillabi, voi non diletti

Cercar le veneri de’ prischi versi:

Tali d’infamia turpe cospersi

No non si vogliono trattar subbietti                                       4

I duo Valerii laidi e scorretti

Sien cari a gli uomini nel vizio immersi:

Ma voi serbatevi ben puri e tersi,

A i dabben uomini sempre diletti.                                         8

Gli esempii veteri sol ne la colta

Forma s’imitino; ma in altro questi

No non si vogliono seguir per nulla!                                      11

Sol io concedovi parlar talvolta,

Ma con vocaboli e detti onesti,

Di qualche tenera gentil fanciulla.                                         14

XCIX.

Garzon bellissimo, a cui con gli anni

Crescon le grazie, cresce il vigore,

Tal che con Venere tu sembri Amore,

E sol ti mancano la benda e i vanni;                                      4

Ah il tuo buon Genio da i folli inganni

Te de lo spirito guardi e del core,

E su per l’arduo sentier d’onore

A grandi movati illustri affanni.                                            8

Così nel riedere questo bel giorno,

O sii tu giovane o adulto o veglio,

Ognor più vedati di pregi adorno:                                         11

E l’altro secolo, serbato al meglio

Di tue bell’opere, a te dintorno

Di tue bell’opere si faccia speglio.                                          14

C.

O Pan capripede, che tutto puoi,

E se’ il medesimo tutto, cui côle

O vuoi de’ celeri Fauni o pur vuoi

L’irta de’ Satiri lasciva prole,                                                  4

Cui stuol di Driadi co’ vaghi suoi

Intorno tessono danze e carole

Al suon dell’aspera canna che suole

Scorrer fuggevole da’ labbri tuoi;                                          8

Deh, poi che Fillide pur tra’ velluti

Greggi dimorasi, e agli antri torna

Dall’eco queruli spesso renduti,                                             11

Deh, la mia Fillide, di vezzi adorna,

Togli de’ Satiri a’ corni acuti

O a che, ch’egli abbiansi più de le corna.                              14

CI.

O bella Venere, per cui s’accende

La dubbia vergine al primo invito

D’amore, e il giovane caldo ed ardito

A la dolcissima palma contende;                                           4

Questa a te candida, zona sospende

Nice, or che al talamo vien del marito,

Male opponendosi; e sul fiorito

Letto con trepidi ginocchi ascende.                                       8

Tu in cambio donale l’amabil cinto,

Caro a’ bei giovani e a le donzelle,

Onde il tuo roseo fianco è succinto.                                       11

In esso e i fervidi baci, e le belle

Carezze, e i teneri susurri, e il vinto

Pudor di querule spose novelle.                                             14

CII. [19]

Poichè, compiuto il diciottesim’anno,

D’un infelice amor vittima giacque

L’alta eroina che soverchio piacque

Per sua sventura al seduttor Britanno,                                  4

Pietoso il Cielo del comune affanno,

Cotanto al mondo quella morte spiacque:

- Ma, poichè questa al suo destin soggiacque,

Sorga, diss’ei, chi ne compensi il danno!                               8

Sorga; nel basso suol, sorgane alcuna

Che, saggia al par di lei, ma più felice,

Abbia le sue virtù, non la fortuna.                                         11

Sorga, s’affretti; e il secol nostro ancora

Vegga risorta in lei la sua Clarice! -

Disse, o Licori, e tu nascesti allora.                                        14

CIII.

Ah colui non amò; colui avversi

Ebbe i labbri al pensier; perfido inganno

Ordì colui che d’amoroso affanno

Parlò primiero a la sua donna in versi!

I carmi, o Nice, di lusinghe aspersi

Spesso imitano il ver, ma il ver non fanno.

Son arte i carmi; ed arte aver non sanno

Gli affetti che dal core escon diversi.

Un sospir chiuso a forza; uno agitato,

Un tronco favellare; un pertinace

Ora languido sguardo ora infocato

Questa è la lingua dell’amor vorace

A questa credi, a questa il core è nato

E Febo pèra e il suo cantar fallace.

CIV.

Che spettacol gentil, che vago oggetto,

Fu il veder la mia Nice all’improvviso,

Quando sorpresa in abito negletto

M’apparve innanzi ed arrossì nel viso!                                  4

Come il candido velo al sen ristretto

I bei membri avvolgea! Come indeciso

Celava e non celava i fianchi e il petto

Che sorger si vedeva in due diviso!                                        8

Quali forme apparían sotto a la veste

Paga ora l’alma, e vivo era il desío;

E il piacer del mirarla ora celeste.                                          11

Deh mi concedi, Amor, che quella cruda

Tal mi si mostri anco un momento; ed io

Più non invidio chi vedralla ignuda.                                     14

CV.

Più non invidio chi vedralla ignuda?

Ah come, ohimè, se, immaginando ancora

Quella sera fatale o quell’aurora,

Trema quest’alma sbigottita e suda?                                     4

Come soffrir che al mio rival si schiuda

Ciò che, velato ancor, m’arde e innamora?

Come soffrir che a mille baci allora

Quel bel labbro, ch’è mio, s’apra e si chiuda?                      8

E ch’altri faccia al bel corpo catena

De le sue braccia, e spiri altri quel fiato,

E ch’altri, oh Dio!, che il suo fedele amante....                      11

Togli togli da me l’orrida scena,

Scaldata fantasia; o disperato

Col morir preverrò sì atroce istante!

CVI.

Quel che la lebbra de’ peccati nostri

Da le nostr’alme col suo sangue asterse,

Oggi sul monte in mezzo a féri mostri

Vittima al padre sè medesmo offerse.                                    4

Poi che d’amor, di crudeltà, fûr mostri

Tutti gli eccessi, il velo in due s’aperse

Tremò natura da i più fondi chiostri,

E d’atro manto il volto ricoperse.                                           8

Or noi, bagnati di quel sangue santo,

Torniamo a rimembrar l’atroce scempio

Nel cor compunti e con le luci in pianto:                               11

E tu, signor, con noi nel mesto tempio

Le tue lagrime versi: ah ben sai quanto

Vaglia de’capi in Israel l’esempio!                                          14

CVII.

D’Adria l’estinta Sposa in bianche vesti,

Notte coprendo il mondo opaca e nera,

Entrar fu vista, ed al fanciullo in questi

Sensi far vezzi, tra pietosa e altera:                                        4

Figlio, chè pur mio figlio esser dovresti,

So no ’l toglieva morte, o se non era

Che a te, che di tua Patria onor nascesti,

Forse non convenía madre straniera,                                    8

Vivi, o figlio felice: il caro Padre,

E in ciò dir pianse e se lo strinse al seno,

Fa’ di te lieto, e la gentil tua Madre;                                      11

Tu questi imíta; e, s’altro non poss’io,

Al ciel ritorno ad impetrarti almeno

Gli anni ch’eran dovuti al viver mio.                                     14

CVIII.

E dove, o Temi, per l’aere vano

Vai le bilance dietro strascinando?

E guardi, bieca, sol di quando in quando,

Questa terra che lasci, di lontano?                                         4

Deh, non fuggir! Mira il poter sovrano

Che, sfoderato a tua difesa il brando,

Caccia le Arpíe, di sangue avide, in bando,

E generoso a te stende la mano.                                             8

Mira il giovin che, or or cinto d’alloro,

Viene al tuo tempio, e, novo sacerdote,

Offre adulto consiglio e pensier santi:                                   11

E giura che, insensibile qual cote,

Pria che tradirti a speme, a tema, o ad oro,

Verserà il proprio sangue a te davanti.                                  14

CIX. [20]

Mentre fra le pompose urne e i trofei,

Figlio, t’aggiri onde va il Tebro altero,

L’ombre forse vedrai de gli avi miei

Ch’ebber qui primi gradi o sommo impero.                         4

Ah se, ammirando i tuoi costumi bei,

Di te mai chiede od Alessandro o Piero,

Non celar la mia gloria; e di’ che sei

Nato di me, lor sangue, in suol straniero:                             8

E di’ ch’io non raccolsi altro che i danni

Di lor alta fortuna, ond’ebbi assorto

In fiere doglie il cor molti e molt’anni;                                   11

Ma che al fin, dal tu’ amor guidata in porto,

Io vivo; e dolce ho de i passati affanni,

Sol ne la tua virtù, premio e conforto.                                   14

CX.

Signor, tra i fasti onde più sorge altera,

Vanta la Fe’ di Cristo i tuoi grand’avi

Che in remote contrade e in mezzo a gravi

Onte o perigli la serbâro intera.                                             4

Ma da te, seme lor, quanto non spera

Poi che di sagra mitra il capo or gravi

E al popol con gli esempi e co’ soavi

Detti riduci a pietà saggia e vera?                                          8

Ah ben nascer dovea da tal radice

Il nobil fiore onde spirasse intorno

Odor di santità puro e felice,                                                  11

Or che di Cristo sul bell’orto adorno

Funesta e di veleno apportatrice

Aura si spande a fargli danno e scorno!                                14

CXI.

Ohimè in quel giorno, ohimè in quell’ora amara,

Ch’io non so ancor, dell’ultima partita,

A te mi raccomando, o Vergin cara,

Che sei la Madre dell’eterna vita.                                           4

Deh quella grazia, o Vergine, che rara

Non è giammai dalle tue mani uscita,

Quella nel fèro giorno a me prepara,

Vergine, tu che n’hai possa infinita!                                      8

E, s’a lavare il mio fallir, cotanto

Di lagrime non diêr fonte o rigagno,

Ma queste luci mie fûr chiuse al pianto;                                11

Or che dell’onda lor tutto mi bagno,

Lavalo, i’ prego, col tuo latte santo,

Vergine tu, che sei il nostro bagno.                                        14

CXII.

Comincio dal tuo nome a far parole,

Donna, che sei mar vero onde a noi sorse

Quel che già per salvarne a morte corse,

Figlio d’eterna mente, eterno sole:                                         4

Mar, che le genti abbandonate e sole

Sopra le limpid’onde in porto scorse;

E le nimiche squadre irato assorse

Onde Stige pur anco angesi e duole;                                     8

Mar, che le pure aduna amabil’acque

Del divino favor, le quali a Dio

Tutte nel grembo tuo riponer piacque;                                  11

E mare, onde il bel forte a noi salío

D’eterna vita, innanzi a cui si giacque

Avvelenato il serpe audace e rio.                                            14

CXIII. [21]

Sonami in sulle labbra, o dolce nome,

Che poi dolce eccheggiando al cor mi torni:

Nome altero e sovran, chi può dir come

Rendi gli oscuri dì belli et adorni?                                         

Tu, nel terren chiamato ermi soggiorni,

Rendi del viver mio brevi le some;

Tu il fier nimico mio empi di scorni

E a me coroni vincitor le chiome.                                          

Non così ’l buon nocchier tra tema e duolo

Volge gli occhi alla stella amata e pia

Che lui fa certo e gli dimostra il polo;                                   

Com’io vêr te, sola speranza mia,

Tra le dubbie contese; e vo te solo

Te sol chiamando, o bel nome, Maria.                                 

CXIV.[22]

L’arbor son io, Signor, che tu ponesti

Ne la tua vigna; e a coltivar lo prese

Misericordia, i cui pensier fûr desti

Sempre a guardarlo da nemiche offese.                                4

Ma il tronco ingrato, che sì caro avesti,

Frutto finora al suo cultor non rese;

E dell’ampie superbo ombrose vesti

Sol con sterili braccia in alto ascese.                                      8

Però, tosto che li vide, arse di sdegno

Tua Giustizia: E perchè, disse, il terreno

Occupa indarno? Omai si tagli ed arda.                               11

Ma Pietà pose al tuo furor ritegno

Gridando: Un anno attendi, un anno almeno!

Arbor, che fia se il tuo fruttar più tarda?

CXV. [23]

La verginella che dal ciel condotta

Fuggissi al monte a viver casto e pio,

Non di cantici ognor l’ermo pendio

O di sospiri fe’ sonar la grotta;                                               4

Ma, quando il sol più scalda e quando annotta,

A lavorar suo campicello uscío;

E, non mai di sè grave al suol natio,

A ben orare e a bene oprar fu dotta;                                      8

E poi de’ poverelli asciugò il pianto

Con acqua e pane, e li raccolse al seno,

Utile a gli altri e al suo Signor più cara.                                11

Popol, che a lei consagri incenso e canto,

Fa’ che gl’inni e l’odor soli non sieno,

Ma ad imitar le sue bell’opre impara.                                   14

CXVI.

O germi illustri, io mi credea molt’anni

Trarvi per man sul calle erto d’onore;

Chè leggier m’avría reso i lunghi affanni

Di bella gloria, e di voi stessi, amore.                                     4

Ma, o sia sete d’aver, che gli ampii vanni

Fa ognor batter più in alto all’uman coro,

O sien di mia fortuna i tristi danni,

Parmi ’l premio, dell’opra, assai minore:                              8

Ond’io vi lascio, il mio destin seguendo;

E pregovi di me dottor migliore,

Colle palme ch’al Cielo ambedue stendo.                             11

Forse i miei voti udran gli Dii; ma caro

Ei vi sia più di me; chè in van piangendo

Si va, poi ch’è perduto, un uom preclaro.                             14

CXVII. [24]

Canonico, voi siete il padre mio,

Voi siete quegli in cui unicamente

Mi resta a confidare dopo Dio,                                               3

Voi siete quegli che pietosamente

M’avete fino adesso mantenuto,

E non m’avete mai negato niente.                                         6

Io mi rimasi ieri sera muto

Per la vergogna del dovervi dire

Il tristo stato in cui sono caduto.                                            9

Dicolvi adesso: ch’io possa morire,

Se ora trovomi avere al mio comando

Un par di soldi sol, non che due lire.                                     12

Limosina di messe Dio sa quando

Io ne potrò toccare, e non c’è un cane

Che mi tolga al mio stato miserando.                                    15

La mia povera madre non ha pane

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.                                     18

Se voi non muove il mio tormento amaro,

Non so dove mi volga; onde costretto

Sarò dimani a vendere un caldaro.                                        21

Per colmo del destino maladetto,

Io devo due zecchini al mio sartore,

Che già tre volte fu a trovarmi al letto.                                  24

D’un altro ancor ne sono debitore

Al calzolaro, oltre quel poi che ho, verso

Il capitano, debito maggiore.                                                 27

Sono in un mare di miserie immerso;

Se voi non siete il banco che m’aita,

Or or mi do per affogato e perso.                                          30

Mai la mia bocca non sarà più ardita

Di nulla domandarvi da qui avanti,

Se andar me ne dovesse anco la vita.                                    33

Ma per ora movetevi a’ miei pianti,

Abbiate or sol di me compassïone,

Dieci zecchini datemi in contanti.                                          36

La casa vi darò per cauzione,

Io ve l’obbligherò per istromento

E ve ne cederò ogni ragione.                                                  39

Costì nella Canonica sta drento

Il Bellotti; egli stendane il contratto,

Se siete di soccorrermi contento.                                            42

Io ve la do e dono ad ogni patto,

Pur che quest’oggi verso me facciate

Quello che tante volte avete fatto.                                          45

Mai non fui degno di tanta pietate,

Mai non son stato in maggiore strettezza;

Voi che il potete, fuora mi cavate.                                          48

Già che il Cielo v’ha dato la ricchezza,

Siatene liberale ad un meschino

Che sta per impiccarsi a una cavezza.                                  51

Statevi certo che il Figliuol Divino

Vi renderà nel Cielo un qualche giorno

Ampissimo tesor per un quattrino.                                        54

Ma! e la mia piazza? la mia piazza un corno:

Voi vi fate una piazza in paradiso,

Col tormi alla miseria ed allo scorno.                                    57

Voi me li fate avere in casa Riso

Prima di questa sera se potete,

Ch’io non oso venirvi innanzi al viso.                                    60

Entro ad un libro voi li riponete.

Perchè nessuno se ne avvegga, e quello

In una carta poi lo ravvolgete;                                               63

Anzi lo assicurate col suggello

O pur con uno spago, e dite poi

Che consegnino a me questo fardello.                                   66

Se voi mi fate questa grazia ancoi,

Non me la fate in altro modo; ch’io

Non oso presentarmi innanzi a voi.                                       69

S’io gli abbia di bisogno, lo sa Dio;

Ma ho vergogna di venir l’eccesso

A predicarvi del bisogno mio.                                                72

Pan, vino, legna, riso e un po’di lesso

A mia madre bisogna ch’io mantenga;

E chi la serva, ancor ci vuole adesso.                                     75

Deh, per amor di Dio, pietà vi venga.

Canonico, del mio dolente stato,

E vostra man dall’opra non s’astenga.                                  78

Per carità, se non m’avete dato

Un’altra volta quel ch’io vi cercai

Per quel poema, che vorrei stampato,                                   81

Me ’l concedete adesso, che ne ho assai

Più di bisogno. Io chiesine diciotto,

Ed otto solamente ne impetrai.                                              84

Una decina or aggiugnete agli otto

Per aiutar mia madre; chè i denari

Non mangio, nè li gioco, nè li fotto.                                      97

Bisogna bene che non abbia pari

La mia necessità ch’oggi m’inspira

Questi versi che sono singolari;                                              90

Poi che nessun Poeta mai fu in ira

Talmente a la fortuna, che cantasse

I casi suoi con sì dolonte lira.                                                  93

I’ ho tutte le membra stanche e lasse,

Poichè stanotte non dormii per fare

Che al fin questo capitolo arrivasse;                                      96

Onde, più non potendo, al mio pregare

Qui termin pongo, e spero, e tengo fermo,

Che voi non mi vorrete sconsolare,                                        99

E che al mio male voi farete schermo;

E che vedrò dieci zecchini in viso

Venirmi oggi a sanare il core infermo,

E che li troverò in casa Riso.                                           103

CXVIII. [25]

Egli è pur ver ciò, che sul frontespizio

D’un tacuino del Signor Canonico

Mio zio lessi una volta. Quivi dicesi

Che a qualche cosa serve qualsivoglia

Cosa; e ché questo detto sia verissimo                                   5

Io l’ho sperimentato in me medesimo.

Sapete vo’ i miei casi, o cortesissimi

Signori miei? Oh! io sono un compendio

Di maraviglie, vedete, un emporio

Di stravaganze. Ditemi di grazia:                                          10

E a che credete voi che servir possano

Le gotte o sia quel mal che gotta artètica

Chiamasi più comunemente? A Vivere,

Risponderete voi, sempre in continove

Doglie; a star lì confitto in s’una seggiola                              15

Senza moversi mai. Eh perdonatemi.

Ché può servire a tutt’altro ne gli uomini

Cotesto male. Egli m’è stato socio

Fido ed amico nel corso di varii

Giorni e di varie notti; e stato è causa                                    20

Ch’io abbia fatto i lontani e lunghissimi

Viaggi ch’io ho fatto. E come? a ridere

Voi vi ponete, quasi fosser favole

Quelle ch’io conto? Affè che quasi in collera

Voi montar mi fareste. Sì, l’Italia                                           25

Io l’ho veduta tutta, e la Germania

E il Portogallo, e la Spagna, e la Gallia

E tutta Europa in somma. Anzi, che dicovi

Io dell’Europa tutta? Ed Asia, ed Affrica

Ho veduto, ed America. Or, se piacevi,                                 30

Mi domandate di quali provincie

Sia composto ogni regno; e quai più celebri

Città vi sieno; e che cosa significhi

Stretto, istmo, golfo, seno, promontorio,

E capo, e baia, ed isola, e penisola,                                        35

E quant’altro vi par; chè tosto udretemi

Risponder franco più che non potrebbevi

Risponder Pietro de la Valle o il celebre

Dottor Gemelli, i quali viaggiarono

Più tempo assai di me. Ma il più bel pregio                          40

De’miei viaggi è, che senza un incomodo

Al mondo, e quasi dissi senza movermi

E senz’alcun periglio e senza spendere,

Ho scorso tutto il globo ampio terracqueo

In men d’un mese; e nondimeno carico                                45

Io ritornai d’infinite notizie:

Chè non credeste ch’io sia ito in varii

Paesi e terre a la guisa che sogliono

I bauli che seguono le sedie

De’ viandanti, e nulla mai non veggono.                              50

E nulla imparan mai; e a casa tornano

Bauli come pria. Ma, a quel che sembrami,

Voi non credete queste mie fandonie:

E tempo è omai di cavarvi d’imbroglio.

Io ho voluto finora un po’ prendermi                             55

Gioco di voi; ma ora la coscienzia

Rimordomi d’avervi dato a bevere

Non dirò una bugia, ma una metafora

O un’allegoria della Rettorica:

E perciò credo che sïa mio debito                                          60

Di spiegarvela chiara. Adunque siavi

Noto che, quando vennemi ad affliggere,

Giovine com’io son, la gotta artòtica,

Per sollevarmi un poco dalla doglia

E dalla noia di quel male, diedimi                                         65

A studïare un poco sopra un piccolo

Libretto Geografico; ed in simile

Guisa mi vendicai di quello stranio

Mal che volea rapirmi al dolci studii.

Or voi m’interrogate: io col rispondere                          70

Vi mostrerò se da guerriero strenuo

Vendicato mi sia del poltronissimo

Mal de le gotte: e voi così decidere

Potrete poi, s’io soppia o pur non sappia

Con tanti studii, da qual parte levisi

Il sole, come dicesi in proverbio.                                            76

CXIX.

Una povera donna che si trova

Senza marito, con quattro bambini,

Come questo attestato lo comprova

Del curato Gian Carlo Filippini,                                             4

Sa che Vostra Eccellenza molto giova

Col favor, collo zelo, e co’quattrini:

Laonde implora che a pietà si muova

E che qualche soccorso a lei destini.                                      8

Costei è degna di compassïone:

Non ha che figli e stracci, ed ha a dare

Lire settantadue della pigione.                                               11

Il padron non fa altro che gridare

Dice che vuol danari oppur cauzione,

O che dai birri la farà cacciare.                                              14

Il caso è singolare;

Ha cavate le lagrime a un poeta

Largo di cor ma scarso di moneta.                                        17

E, per mandarne lieta

Questa povera donna almeno in parte,

Di questi versi ha imbrattato le carte;                                    20

E, per onor dell’arte,

Le ha detto: Andate con questo sonetto,

Che in Sua Eccellenza farà buon effetto.                              23

Ah, signor benedetto,

Poi che vedete un miracol sì strano,

Un poeta operar da buon cristiano,                                       26

Deh, stendete la mano:

Fate l’altro miracol, che un cantore

Non sia, per questa volta, mentitore!                                     29

Anzi, per più stupore,

Fatene voi un altro de’ più rari;

Fate che i versi producan danari!                                           32

E perchè ognuno impari

Come nulla impossibile a voi sia,

Fate che i frutti della Poesia                                                   35

Or non si gettin via

Nelle bische, nel vino e nei bordelli,

Ma vadano in soccorso ai poverelli.                                       38

CXX.

Il Gatto andò a la casa del villano

Col collo torto e molta sommessione;

Gli si accostò all’orecchio, e disse piano:

Deh prestami, o villan, la tua magione.                                4

Non mi terrai nella tua casa in vano,

Perchè col fiero dente e con l’unghione

Io ti difenderò le noci e il grano

Da i topi che non hanno discrezione.                                    8

Il villan ciò si reca a gran ventura;

Gli dà la chiave di tutti i granai,

Dicendo: Amico mio, abbine cura.                                        11

Tutta la notte si sentîro i lai

De’ topi, che tremando di paura

Se ne fuggivan dagli estremi guai.                                        14

Non fu veduto mai

Tanto macello come quella notte

Che le truppe topesche furon rotte.                                       17

Di lagrime dirotte

Bagnossi ambe le guance il contadino

Poi che fu desto e ciò vide al mattino                                    20

Il gatto paladino

Prese per mano, al sen lo strinse, i bigi

Peli lisciòlli, e baciòlli i barbigi.                                              23

Ma sì grandi i servigi

Non furono del gatto il dì seguente

Forse era stracco dell’antecedente.                                         26

L’altra notte si sente

Miagolar su pe’ tetti in compagnia;

Odonlo i topi e ruban tuttavia.                                              29

Alla poltroneria

In pochi giorni si dà in preda; e pare

Ch’altro non ami fuor che il focolare.                                    32

Poi gittasi a rubare

Il lardo, i pesci e tutta la cucina

E lascia i topi, e vive di rapina.                                               35

Il padron si tapina

Veggendo tanto mal, ne accusa il gatto

E finalmente lo coglie sul fatto:                                              38

Oh pazzo, oh mentecatto

Gridò il villano inviperito allora,

Che ti credetti! Or vanne alla malora.                                   41

Per difendermi ognora

In casa ti raccolsi: or mi sta bene,

Se festi come a gatto si conviene.                                           44

 

Note

___________________________

 

[1] « Per la sig.ra Di Castelbarco nata Litta cui mandò l’ab. Parini le sue Odi stampate dal Bodoni, essendogli stato tolto da un amico l’esemplare ch’essa aveva, 23 Marzo 1793 ». D’altra mano in Ambros., III, 1, pag. 17 : « L’autore mandando alla Contessa di Castelbarco nata Litta una raccolta di sue canzoni. D’altra mano In Ambros., III, 6, pag. 10 : « Alla Coptessa Castelbarco Litta In un libro di sue canzoni ». La Maria di Castelbarco Litta è la Nice dell’ode Quando novelle a chiedere, e ispirò al Parini altre rime.

[2] «Anno 1793. Li 27 Aprile fu questo sonetto dato dall’Autore sig. ab. Parini, scritto di suo pugno»

[3] Seguo l’autografo Ambros., II, 2, pag. 9; dove ha il titolo, « per Il Te Deum della Città ». In un altro autografo, Ambros., II, 1, g, pag. 16, non ha titolo nè altre varianti che grafiche. In Ambros., III, 1, pag. 11: « In occasione di un Te deum per le vittorie sui Francesi l’anno 17 93 ». ... Il Carducci (Opere, XIII, 343-344) stimò non trattarsi di vittorie, ma della nascita di Ferdinando, primogenito di Francesco I, Imperatore; nascita avvenuta il 19 aprile 1793; e per ciò il son. doversi ricollegare all’altro Pari a fumo; correggendo la qui sopra riferita postilla e la nota del Reina (II, 39): « Esso fu comandato dagli Austriaci alla Città di Milano in occasione di vittoria ». Ma A. Foresti, Accomodamenti di poeta (in il Marzocco, Firenze, 17 dicembre 1922, XXVII, 51), sostenne che Viva, o Signor, fu scritto per una vittoria austriaca sui Turchi nel 1789, e messo fuori dal P. nel marzo 1793 per la battaglia di Neerwinden; e bene osservò che, a ogni modo, Il son. è anteriore al 15 giugno 1792, Perchè il Gambarelli, che due volte lo trascrisse, si uccise in quel giorno.

[4] Pentimenti dell’autore nella Canzone per Sant’Ambrogio; recitata ai Trasformati forse per l’argomento proposto: I pregi di Milano.

[5] Seguo l’autografo Ambros., II, 3, pag. 45-47. ... Trovasi anche ms. di mano del sec. XVIII in Raccolta di poesie diverse o sia Trattenimento de’ Curiosi ed Intelligenti, nella Biblioteca della Società Storica Lombarda (Doni Bertarelli). Per risparmiare ai lettori la domanda che potrebbe essere suggerita dal vv. 74-75, rammento che, secondo una leggenda, riferita anche da alcuni moderni storici di Milano, Cusani, Rovani, ecc., il nome di Milano ebbe origine da un porco salvatico, mezzo lanuto, in medio lanae, il quale fu trovato mentre si stava consacrando l’inizio della città. Allogo qui il componimento perchè stimo che anch’esso nascesse e fosse letto dal P. in una festa del santo (20 maggio) ai Trasformati.

[6] basoffia, anche bazzoffia, minestrone abbondante e pesante, vivanda grossolana.

[7] Nel cod. Trivulziano 890 è annotato che fu recitato all’Accademia dei Trasformati sull’argomento I motivi della decandenza delle Belle Lettere; l’accenno finale al Platano, insegna dell’Accademia, conferma tale notizia.

[8] Nel cod. Trivulziano 890 è annotato che fu recitato all’Accademia dei Trasformati per l’argomento Il Carnevale.

[9] Seguo Ambros., III, 5, pag. 49, di mano del Trivulzio; e Trivulz. 890, Dag. 4, dove, nella nota relativa, è l’avvertenza che fu recitato ai Trasformati. Il nome Carlo, l’argomento, e tale recitazione, assicurano che la lode va al conte Carlo Giuseppe Firmian, dal 1759 ministro plenipotenziario imperiale in Lombardia

[10] Seguo l’autografo Ambros., 11, 1, g,pag.8. ... anche in Trivulz., 890, pag. 22 conla nota che questo son. e Occhio indiscreto or taci e O Morte, o bella Morte, che qui seguono, furono recitati nell’Accademia dei Trasformati. Il ms.Ambros. III,6, pag.28 annota anch’esso: «Per una pubblòica recita tenutasi all’Accademia dei Trasformati, la quale aveva per argomento La malinconia».

[11] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati]

[12] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati] icon un tema sopra la seta

[13] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati] per il Cardinale Pozzobonelli arcivescovo e cardinale dal 1743

[14] È accertato che fu letto ai trasformati con tema "Il fuoco"

[15] Nel cod. Trivulziano 890: Recitato nella stessa Accademia [dei Trasformati], forse sull’argomento proposto "Del corpo umano; ha per epigrafe: Liber sapientiae VII, 4-5 (In involumentis nutritus sum... Nemo enim ex regibus habuit natibitatis initium.)

[16] Seguo l’autografo Ambros., II, 2, pag. 32. In Ambros., III, 4, di mano del Gambarelli,  pag. 61, è cancellato con due freghi in croce. Della mano di lui è anche in Ambros., III, 8, pag. 3. L’accenno al Platano, impresa dei Trasformati, assicura che è in morte del conte Giuseppe Imbonati, patrono di quell’Accademia: morte avvenuta, il 12 luglio 1768, per la quale il P. scrisse anche il son. No, non si pianga un uom d’ingegno eletto (n. XXVII).

[17] Segno il ms. Ambros., III, 1, pag. 56... ; col titolo Contro l’abate Casti e le note, al v. 5, « Novelle tanto belle per la purezza della Poesia quanto sporche ed indecenti » e al v. 7, « Il Poema Tartaro, in cui dà titoli disonorantissimi alla Zara Catterina II ». Il ms. Ambros., III, 3, pag. 57, col titolo Sonetto contro il poeta lubrico Abate Casti.

[18] Segno la copia Ambros., II, 2 p 46. ... Nella copia suddetta si ha: « Sulla caccia delle fiere datasi in Milano li 23 settembre 1770 »; e in Reina, III, 56, la nota: « Per una caccia pubblica datasi per ispettacolo, in Milano nel 1770. Un asino entrò, non si sa come, nel recinto, e vi fece mille cerimonie asinine ».

[19] Allude al romanzo inglese Clarissa Harlowe di Samuele Richardson che uscì a Londra nel 1748.

[20] Il Reina annota: «Fingesi che la Duchessa Serbelloni Ottoboni scriva al figlio dimorante in Roma» e intitola il sonetto: «Per Gian Galeazzo Serbelloni».

[21] A. Foresti, Un sonetto allegorico di G. P. (in Il Marzocco, Firenze, 24 aprile 1921, XXVI, 17), lo assegna, non credo con ragione, al 1767, interpretandolo come alludente alla perseguitata Compagnia di Gesù.

[22] A. Foresti, un sonetto allegorico di G. P., in Il Marzocco, Firenze 24 aprile1921, lo interpreta come alludente alla perseguitata Compagnia di Gesù e lo assegna al 1767, ma ci son dubbi.

[23] Fu scritto per Santa Caterina Moriggia da Pallanza (1437?-1478) che fondò il ritiro della Madonna del Monte presso Varese

[24] Seguo l’autografo Ambros., 11, 3, pagg. 65-67; dove, subito dopo il v. ultimo, si legge, parimenti autografo : « Canonico carissimo, non lasciate di farmi oggi questa grazia per amor di Dio perchè sono senza un quattrino, e ho mille cose da pagare. Verso le 23 e mezzo io anderò a casa Riso, e spero che m’avrete consolato. Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo foglio. Il vostro P. che vi è debitore di quanto ha»... È diretto al canonico Candido Agudio.

[25] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, e, pagg. 5-8. Il Reina, III, 147: «Detto In un’accademia di Geografia da un nipote del Canonico Candido Agudio; pativa quegli di artritide ». Si chiamavano accademie, allora, anche gli esperimenti privati dove alcuno recitasse.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2006