Giuseppe Parini

 

Poesie varie

e frammenti in verso

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925 - Nel testo è indicata la provenienza di ciascuna poesia

 

 

Parte prima

I-LXX

I.

Finor di Babilonia in riva ai fiumi

Lungi da te sedemmo, almo pastore;

Ma tra ’l pianto che a noi scendea dai lumi

Ritornava a Sïon la mente e il core.                                4

Le sagre cetre in pria dolci e canore

Pendean tacite intorno ai salci e ai dumi;

Chè, devote al Dio vero, avean orrore

Di risonar davanti ai falsi numi.                                     8

Ma di redenzïone il tempo in vano

Non attendemmo: a noi già si prepara

La Pasqua desïata appo il Giordano.                             11

Rotta è, Israel, tua servitude amara

T’inchina, e stendi la disciolta mano

Al Sommo Sacerdote, al Tempio, all’Ara.                      14

II.

Queste incallite man, questo carni arse

D’Affrica al sol, questi piè rosi e stanchi

Di servil ferro, questi ignudi fianchi

Onde sangue e sudor largo si sparse,                                    4

Toccano alfin la patria terra; apparse

Sovr’essi un raggio di pietade, e franchi

Mostransi ai figli, a le consorti, ai bianchi

Padri ch’oggi lor duol senton calmarse.                                8

O dolce Patria! o sante leggi, o sacri

Riti! Noi vi piangemmo a le meschite

Empie d’intorno e al barbari lavacri.                                     11

Salvate voi questo cadenti vite;

Voi questi spirti estenuati e macri

Col sangue del divino Agno nodrito.                                     14

III.

Eternatrice Dea, di Giove figlia,

Ch’al gran cantor Tebano,

Mentre coll’arco in mano

Al Cielo ergeva i polverosi Eroi,                                             4

Somministrasti amica i dardi tuoi,

Deh volgi a me le ciglia,

Acciocch’io canti con sì nobil vena

Questa bella dell’Adria inclita Elèna.                                     8

Elèna? e chi a costei negar può i versi,

Che fu segno immortale

All’Omerico strale?

Ella per lui, che con mentite penne                                        12

Sè di cigno coperse, in luce venne

E ben potea vedersi

Agli atti, alle sembianze altere e nuove

Non averla prodotta altri che Giove.                                     16

Ah che incendio crudele in petto nacque

De’ giovinetti Argivi

Per que’ begli occhi vivi!

Ma te tanta beltà lieto sol féo,                                                20

O illustre figlio del Tantaleo Atreo

Se non che in grembo all’acque

D’Asia ne venne un pastorel ardito,

Che ’l tuo nume condusse a stranio lito.                                24

Allor di Grecia mille navi armate

Con istancabil corso

Premere a Teti il dorso....

Taci, Musa, che di’? forse conviene                                        28

Che in Europa non più sorgano Elène?

Per noi le laudi alzate

D’altr’Elèna, vogl’io, di quell’antica

E più bella, e più saggia, e più pudica.                                  32

Non le stridenti subite quadrighe,

Nè i muscolosi ed unti

Atleti stretto aggiunti

Pindaro avría locati oltra le spere,                                         36

Se costei fosse giunta al suo pensiere.

Ma ben chi la disbrighe

Da’ legami del Tempo Italia or doni,

E per opra di vati in Ciel la poni.                                           40

Nè sola lei, ma in un con lei lo sposo

Alma vaga d’onore;

Che d’ogni suo maggiore

Con ale ad ogni impresa ardita preste                                   44

In sè l’opere alberga, e ognor tien deste.

Entro al dolce amoroso

Laccio vivete pur, alme onorate,

Ed Adria lieta e tutt’Ausonia fate.                                          48

Che ti giova, o Soranzo, onore antico

Di porpore e di spade

Certo non vili o rade,

Or che Imeneo colle tue glorie questa                                   52

D’ogni gloria maggiore Elena innesta?

Costei, nè falso i’ dico,

Costei, quel fa dell’altre glorie belle

Che ’l Sol fa in Ciel delle minute stelle.                                  56

O bella Contarini, e a te che giova,

Che de’ tuoi prischi tanti

Vestano sacri ammanti,

E tal di mitra, e tale in capo adorno                                      60

Dell’Adrïaco porti illustre Corno?

Tanto colla sua nuova

Gloria Soranzo in mezzo a lor s’estolle

Quanto il Padre Apennin sopra ogni colle.                           64

Dimmi, Immortal Vinegia, e quando mai

Dacchè i palustri e scuri

Ma onorati tuguri

Pria diêro albergo a’ tuoi famosi duci                                    68

Vedesti poi due così vaghe luci?

Certo co’ chiari rai,

Poichè Amor le congiunse andranno, or sole

Sin dove nasce e dove muore il Sole.                                     72

Ma non ha la poetica faretra

Dardo che pronto sia

A far cotanta via.

Ma di’, o Musa, soltanto: e qual verranno                             76

Figli da lor? come famosi andranno

Per valor fino all’etra,

E in guerra chiari e in l’onorate paci?

Ma Tu in vista gentil sorridi, e taci.                                       80

IV.

È questo il freddo avel, questa è la Lira? ...

Ah! rivolgendo qui l’umido e basso

Ciglio, quinci a la Lira, e quindi al sasso,

L’orba e dolente Poesia sospira.                                             4

Udisti, o Morte, il dolce suon, che dira

Tigre molcer poteva, a’ fiumi il passo

Fermar, mover gli scogli; e pure, ahi lasso!

Ahi! tanto avesti il secol nostro in ira?                                   8

Or che vale, o crudel, ch’uomo s’affidi

Nel poter de’ suoi carmi, e ch’ei sia accolto

Fra i sacri ingegni ed a Minerva fidi?                                    11

Ecco tu che con torvo ed egual volto

E l’erbe vili e i più bei fior succídi,

Ecco, infino al buon Guenzi oggi n’ hai tolto.                       14

V.

E puote or la mia vista incerta ed egra

Nel seno entrar de la futura etate?

Che? Serbellon vegg’io? Chi di sì grate,

Benchè remote pompe il cor m’allegra?                                4

Di quant’ òr ti vegg’io dentro a la negra,

Ombra de gli anni alteramente ornato

Le illustri chiome! E quante, oh Dio, prostrato

Manda genti al tuo piè la Terra integra!                               8

E a tal gloria ti scorge il raro e solo

Pregio di tue virtù, che ’l secol nostro

Fan sopra gli altri omai gir alto a volo!                                 11

Dunque del novo tuo sì lucid’ostro

Conti altri pur; ch’io consecrar vo’ solo

A’ tuoi futuri onor carmi ed inchiostro.                                 14

VI.

Tu tratterai con man colui ch’esangue

Già pende sulla croce per salvarne,

Colui medesmo vero, e potrai farne

Come più vuoi, d’amor cotanto ei langue?                           4

Tu beverai quel puro e vivo sangue

Che sol poteo, già sparso, in vita trarne,

E tuo cibo farai di quella carne

Che fe’ tal danno al crudo infernal angue?                           8

Quel cui gl’interminabili profondi

Spazii non bastan, non che i monti e i piani,

Fia che tu nel tuo sen copra e circondi,                                 11

Baion, sì spesso in modi alti e sovrani?

Oh Dio! com’esser denno intatti e mondi

Quel seno, quelle labbra e quelle mani!                                14

VII.

Com’ombra il Sol ch’oltre al meriggio varca,

Segue i tuoi passi la mia Musa, o dolce

Signor, onde mia speme omai si folce

Degl’infortunii miei timida e carca.                                       4

Già dove il Lambro con sua chiara e parca

Onda le rive mormorando addolce;

Or qui t’ammira ove il bell’Adda molce

I cor con l’acque che dall’urna scarca.                                   8

Ma ovunque il piè instancabile ti regge,

Di cotanta virtù l’orme tue stampi

Ch’al desio di lodarti in me son legge;                                   11

E m’abbaglian, ahi troppo!, i chiari lampi

De la fiamma, onde tu per lo tuo gregge,

Sollecito pastore, ognor più avvampi.                                   14

VIII.

Certo non tu, Signor, perder lasciasti

La vedova, che lassa a’ piedi tuoi

Chiedea mercede, e i crudi affanni suoi

Piagneva, e ’l nudo fianco e i duri pasti:                                4

Ma a lei la man porgendo, in piè l’alzasti;

E, Donna, serenar le luci or puoi,

Dicesti, e ratto, qual solean gli eroi,

Del vindice dei buon ferro l’armasti.                                      8

Risero i Genii, che degli umil tetti

Son guardia, e in dubio ancor dell’aurea etade

La Calunnia fuggì, che mille cangia

Per sommo danno altrui forme ed aspetti;

E ’l Tradimento, e la falsa Pietade

Che, simulando amor, l’altrui pan mangia.                          14

IX.

Vanne, o vergin felice, entro al romito

Albergo: ivi Umiltade al fianco tieni,

Che la rara Concordia unita menii,

E ’l bel Silenzio, che sul labbro ha ’l dito                               4

Vedrai ne’ limitar sedersi ardito

Amor, superbo dei feriti seni,

E Invidia tinta d’orridi veleni,

E quel di risse eccitator Garrito.                                             8

Tu volgi ’l guardo in lor nubilo e parco,

Qual vincitor che su i vinti rubelli

Torvo se ’n passa, e di lor spoglie carco;

Ma guàrdati da Amor: co’ suoi quadrelli

Aspetteratti insidïoso al varco

Fra gli oziosi e striduli cancelli.                                              14

X.

Mancavan forse a te, vergin prudente,

E libertà, cui gioventude apprezza,

E larga e lusinghevole ricchezza

Ov’ha suo cor la pazza mortal gente ?                                  4

Chi ’l fervido desio t’accese in mento

Ch’al Ciel sospira e i volgar lacci spezza?

Sol tu d’insuperabile alterezza

Armata, in sen le basse voglie hai spente.                             8

Vedesti ben che qui siede monarca

Il gran Nimico del genere umano

Sopra la turba che dell’oro è carca                                         11

E sprezzatrice del fango mondano,

Pura colomba te ’n volasti all’Arca

Cui l’avido Dragon combatte in vano.                                  14

XI. [1]

Or tu, Giulio, vedrai tra i marin flutti

Novello abitator, seder Vinegia,

Maraviglia dell’onde; a cui Nettuno

Prestò l’altero dorso, e disse:

Questa mi sia in voce di Troia, a cui le forti                          5

Mura, che ‘l grande Ettor di sangue sparso,

Meco Apollo donò: questa d’Atene

Cui contese il mio nome il sacro ulivo

Di Pallade guerriera. I pregi adegui

D’ambedue le città famose tanto:                                          10

L’aspra sorte non già, che le gran torri,

Che ingombravan le nubi, a terra stese.

Vedrai l’altere moli al Divo sacre

Intorno al qual cheto Leon s’aggira

Custode de la pace, e all’ire pronto,                                       15

S’altri ‘l tenta ingiurioso. I gravi Padri

Vedrai nel gran Senato, onde Giustizia

Stringe le chiavi; ove Prudenza in alto

Speculatrice ad osservar si sta.

Che, se vaghezza di mirar ti prende                              20

Le fervid’opre, che ‘l cammin dell’onde

Aprono altrui, e moto dànno al sangue

Onde vivono i regni, al buon Commercio,

Che de la Copia è amico, i rozzi abeti

Vedrai perder la scorza, e varia forma                                  25

Prender navale, e di sicuro armarsi

Bitume intorno. Udrai gemer la prima

Volta le antenne; e le candide vele

Non peranco da salso umor bagnate,

Vergini aprir la prima volta il seno                                        30

Ai zefiri del lito. Nè l’ardente

Desio d’antichità fia che inquïeti

Lo tuo cor pago: i marmi, i simulacri

Dedicati al valor ne’ fôri augusti

Ti sien pascol giocando: i freddi sassi                                    35

Imprimerai di baci ove stan chiuse

Le ceneri de’ gran Cigni dell’Adria,

I cui be’ nomi nel profondo limo

Il fiume alto del Tempo non assorbe,

Ma galleggianti in sul dorso li porta                                      40

Nell’ocean d’Eternità là dove

Va rapido torrente a metter foce.

Ma, se mi lice or teco  il core aperto

Mostrar com’io facea, non lo t’invidio

(E sia pur qual tu vuoi grande il piacere)                              45

Cotesto maraviglia. In cor soltanto

Alto fise mi stan le due bell’alme

Che del sangue Ottobono e del Zuliano

Or fan solo una coppia: amabil coppia

Onde vano è lodar gli aviti pregi,                                          50

Però che tutti in sè gli accoglie, e tutti

Può tramandarli nell’amata prole.

E ben beato è chi degli avi illustri

Mira le immagin pinte; e in lor, siccome

In speglio veritier, trova se stesso.                                          55

Però invidia a te porto, a te ch’or vedi

Gli affetti di que’ due spirti leggiadri

Interprete fra lor. Tu de’ segreti

Moti dell’alme scrutator sagace,

Lor voglie intendi a cui Ragion è guida                                60

E scorger puoi entro a’ lor cori amanti

Bollire i semi di virtude altera.

Ma tu ben sai che l’onda d’Aganippe

In noi desta furor, che poi ne porta

Imaginando per estran paesi,                                                 65

A coronar gli eroi di bella lode.

Vedimi or dunque entro alle stanze aurate,

Che delle allegre nuzïali pompe

Ridono intorno. Io da me stesso i lieti

Sposi conoscerò: vedrò la bella                                               70

Starvi pensosa, e pallidetta in viso,

Qual nuova sposa suol cui vivo foco

Arde al di dentro; e al sen le si ristringe

Verginità tremante e sbigottita.

Il giovin che di grandi avoli è stirpe                                       75

Siedele accanto; un tremulo baleno

D’amorose scintille intorno ferve

A le cupide luci, ond’egli bee

Dal bel volto di lei tosco soave,

Ch’al cor gli scende. E qual cosa si cela                                 80

A’ poetici lumi? Il vulgo insano

Stima favola e sogno allor che n’odo

Cantar: io veggo, io veggo; e folle ignora

La gran possa di Febo, il qual ne dona

Raggi, che penetrando al tempo in seno                               85

Mille scoprono a noi riposte cose

Ch’altri non saprà mai. Ecco la Fede,

Che candido il bel viso, e ‘l nobil velo

Candido anch’esso, a la beata coppia

Impon suo giogo: Amor lieto il sostenta                                90

Con benefica man, sì che non gravi

Troppo l’un sposo e l’altro; e su vi sparge.

Temprati da Ragion, Venere i cari

Piacer dell’aurea cinto, onde la calda

Gioventute è pur vaga: ed infinita                                         95

Serie nasce dappoi d’uomini. O sposi

(Questi dal labbro, onde Semplicitate

Ministra le parole, amichi detti

Scioglie la Fede), o sposi, or non v’incresca

Sentire il peso de’ miei lacci: e i santi                                     100

Non isfuggite nuzïali affetti.

Già nel terrestre paradiso i primi

Padri non ne fûr schivi: il Nume istesso

Alzò sua voce; e lor mostrò siccome

Colle amabili nozze di due spirti                                           105

Fassi uno spirto; e di due cori un core.

Allor prima quaggiuso Amor comparve,

Ch’eterno è in cielo; allora i’ nacqui; e Imene

Scosse la prima face. Oh qual destossi

Nel seno al Padre de’ viventi allora                                        110

Inquïeto fervor, che lui sospinse

A stringer primo la consorte al petto.

Nè la viragin bella avaramente

La man ritenne egual forza traea

Lei pure al dolce incanto: e oh voi meschini                         115

Se colei contrastava! Al secol nostro

La bella gloria d’ambedue le stirpi

Non discendea giammai per generoso

Sangue sparso e magnanimo: nè alcuna

Posterità sarìa, che in voi secura-                                           120

Mente fidasse la sua verde speme.

Ma a noi, Giulio, non lice ancor più a lungo

Il piè fermar tra le festose soglie

Ove alberga il Piacer. Vedi che intorno

Liev’ombre impazïenti e disdegnose                                     125

S’aggirano a gli sposi: e in lor favella

Li priegan pur, che non ritardin tanto

A lor di figli il nome, e a sè di padri.

Vedi come stan pronte? Avvi chi scote

Le bellic’aste; e su i dipinti scudi                                            130

Porta future imprese: altri si veste

Purpurei manti, e d’oro, onde la santa

Religïon s’adorna; e tutte in viso

Portano i lor grand’avi. L’aere denso

Che lor si volve intorno è che ne manda                               135

Co’ ripercossi raggi i be’ colori

I qual con varie forme ingannan l’occhio,

E mostran l’avvenir. Qual sul mattino

L’esercito dell’api intento vola,

De’ fior a côr la rugiadosa manna                                         140

Onde si pasce; e ciascun’ape a gara

S’avventa al primo fiore, e lo succhiella

Col pungiglion dorato; indi ne attrae

Per lo sottil cannello il vital sugo;

Così la turba degli spirti attende                                            145

Soli i due sposi; e, ciascun spirto è pronto,

Quando Amor sciolga la feconda piena,

A balzar primo, e ricercar sua vita

Nel bel materno grembo. Or ti rimani,

Giulio, fra i dolci eventi, e crescer mira                                 150

La cara speme de’ futuri tempi

Nel sen fecondo. E se sostener puoi

L’immenso lume de la lor grandezza

Spècchiati negli sposi; e l’alma Pace

Vedi con Amor giunta intorno a loro                                    155

Scherzar vezzosamente, e cacciar lunge

Dal casto letto Gelosia crudele

Che fugge avvolta in panni orridi e bruni

E in van tentando le affannose lime

Ch’aman di straziar gli accesi petti.                                       160

Io la veloce fantasia richiamo

All’insubre terreno, e m’apparecchio

Ad invocar Lucina; e in più bei carmi

Celebrar frutti del grand’arbor degni.

Nè l’alta Pianta ancor, che dal buon ceppo                   165

Ottobon venne a fortunar cotanto

Il terren dov’io nacqui, inutil fia

Unqu’anco a’ versi miei, però che l’ombra

Proteggerammi di sua nobil fronda,

Che, mie glorie formando, intorno al crine                           170

Serpeggerammi dell’alloro in vece.

Giulio, dell’immortal Vittoria io parlo,

Che in debol sesso i maschi avoli imita,

O vuoi tu per consiglio, o per iscritti.                                     174

XII.

O nell’uopo maggior di nostra etade

Le veci eletto a sostener di Cristo,

Ecco Religïon che al piè ti cade,

Lacera il manto e ’l ciglio umido e tristo.                              4

Ah contro lei, qual valorose spade

Di saggi ingannator vibrarsi ho visto!

Quanti suoi figli per obblique strade

Rapiti fûr, di Stige indegno acquisto!                                    8

Tu l’affida e sostieni: al destro fianco

Manna ti piova salutar che un giorno

Ristori de’ suoi figli il drappel stanco;                                    11

E ’l Ciel tonando orribilmente intorno,

La folgore ti strida al lato manco,

Pronta su gli empii a recar danno e scorno.

XIII.

O Santa Fede, al mondo oggi sì rara,

Scendi dal Ciel col tuo giogo soave

Che a questa coppia sì leggiadra e cara

Benignissimamente il collo aggrave.                                     4

Tienne lunge colei che i cor separa

Furtiva entrando con sua fredda chiave,

E la nata di lei Discordia amara

Che mesce al dir suo velenose bave.                                      8

Amor sia teco, non quel vile ond’erra

Spesso dolente il gregge, e spesso audace

Fa per l’amico piano infra sè guerra;                                     11

Ma quel che di due spirti un sol ne face,

Onde un saggio si puote aver qui in terra

Del bel paese de l’eterna pace.                                                14

XIV. [2]

Signora Rosa mia saggia e dabbene,

Lo scriver versi per chi si marita

È una cosa che a molti non conviene.                                    3

Voi mi domanderete perchè uscita

Fuor di bocca mi sia questa sentenza

Ed eccovi di ciò bella e chiarita.                                             6

Prima, perchè talun scrive giù senza

Guardar che non mai ebbe a’ giorni suoi

Punto de la poetica semenza;                                                 9

Onde certi versacci nascon poi

Che per l’amor di Dio benedetto

Non v’è cosa che al mondo più ti annoi.                               12

Molti san fare ancor qualche sonetto,

Ma per far qualche cosa tuttavia

Non hanno a la modestia alcun rispetto.                              15

Ti conducono all’uscio a far la spia;

Fànti veder Coniugio che vien drento

E la Verginità che scappa via.                                                18

Cascan ne le sozzure in sino al mento

E fànti comparire una sporchezza

Quel così alto e nobil sacramento.                                         21

Chi fa coraggio a la sposa, chi spezza

La zona virginal, chi in versi strani

Chiama Imene e la dea de la bellezza.                                  24

Ho visto epitalamii sì villani

Che starien meglio, il ciel me lo perdoni,

Ne le nozze che fan tra loro i cani.                                        27

E non si potrebb’ei d’altre cagioni

Trarre argomenti e non dar punto retta

A questi pensieracci gaglioffoni?                                           30

Non si potrebbe andar per via più retta,

E a sè stesso e a gli sposi far onore,

Lasciando quel che a’ bruti soli aspetta?                               33

Io non gustai del maritale amore,

Però che giovinetto a la sua rete

San Pier m’ha còlto papa e pescatore.                                   36

Ma non di men, quantunque io mi sia prete,

Vi porre’ dir mill’altre belle cose,

Senza toccar quelle che voi sapete.                                        39

Di buoni avvertimenti una gran dose

E di preservativi un po’ morali

Io dare’ in vece a gli sposi e a le spose                                    42

Direi: Non fate come gli animali

Che a pena terminato di trescare

Sono ancora nemici capitali.                                                  45

Voi vi dovete, o sposi, sempre amare,

Non già voltarvi in capo a pochi mesi

L’una al servente e l’altro a la comare.                                  48

Voi dovete pensar che siete presi

A un laccio cui non può scior se non morte,

Non già le male usanze de’ paesi.                                          51

Direi: O sposo, la vostra consorte

È una compagna datavi da Dio,

Che che le passïon dicano storte.                                           54

Frenate dunque il mobile desio

E fuor del vostro nido non scappate,

Se non volete aver quel che dich’io.                                       57

Le vostre mogli trovansi gelate

Le fredde notti dell’umido verno

Fannivi il muso, e voi vi lamentate?                                      60

E voi, o sposa, abbiate buon governo

De le cose domestiche e de’ figli;

Però ch’e’ son la ruota e voi il perno.                                     63

Non ascoltate i malvagi consigli

Dell’interesse amico al vostro sesso,

Se non volete che al boccon vi pigli.                                      66

Non v’abusate, come s’usa adesso

Da’ sposi sdolcinati che d’umana

Leggerezza dan nome ad ogni eccesso.                                69

Me, ’l dir tai cose a voi è opra vana,

Signora Rosa mia, la quale il ceto

Lasciate in dietro de la plebe insana.                                     72

E il vostro gentil sposo vi tien dreto

Per quella via che voi segnate avanti,

Sol de la virtù vostra altero e lieto.                                         75

Ei non curò già quel che gl’ignoranti

Curan ne le lor mogli solamente,

Vale a dir la bellezza ed i contanti                                         78

A questo cose non guardò nïente,

Ben che n’aveste a dargliene in buon dato,

Ma solo al bello de la vostra mente.                                       81

Sol per questo ei cercò d’avervi a lato

E così dovria far chiunque ha senno,

Perchè sia ’l matrimonio allegro e grato.                               84

E quel medesmo che di lui accenno,

Io lo dico di voi, sposa gentile,

A cui le passïon forza non fenno.                                           87

Voi come l’altro non foste sì vile

Che a pena fuori uscite de’ pupilli

Vaghe sono del genere maschile;                                           90

Ond’entran loro in capo certi grilli

Di volere a ogni costo un bel marito

Pria che la lor beltà caschi o vacilli.                                       93

Voi non aveste di beltà prurito,

Ma sol congiunta a la virtù vi piacque,

Come sopra a un bel corpo un bel vestito.                            96

Però è dover che sopra voi, com’acque,

Le benedizïon piovan dal Cielo,

Sposi in che Amor cotanto si compiacque.                           99

A me non lice penetrar nel velo

Dell’avvenir, com’altri pari miei

Che hanno in corpo Elicona e Pindo e Delo.                         102

Del resto anch’io cinque figliuoli o sei

Prometteríevi alzando in aria i vanni,

E spiegherei lor toghe, arme e trofei.                                     105

Dire’ che a gl’Indi e a gli ultimi Britanni

Andrà lor nome, e che a sì tristo guaio

Fia che l’ Odrisia Luna il volto appanni.                               108

Io non ve ne prometto pure un paio

Che voi ne abbiate a avere è facil cosa

Io per me ve ne priego un centinaio,                                     111

Pur che agguaglino il padre e la sua sposa

E sien di buona pianta buone frutte;

Che quest’ è, come ho letto in versi e in prosa,

La benedizïon miglior di tutte.                                       115

XV.

Chi non sa come dietro a un bel concento

Un’anima rapita in cielo ascende,

Venga ad udir costei, la qual contende

Ogni armonico pregio al firmamento.                                  4

Fermo sull’ale sta librato il vento

Qualor ella col canto i petti accende,

E ognun maravigliando da lei pende,

De le angeliche voci al suono intento.                                    8

L’alta dolcezza in sulle labbra accolta

Amor la sugge quattro volte o sei,

Poichè la lingua in dolci note ha sciolta.                               11

Calata giù dal regno degli Dei

Cosa infin sembra, e qualunq’uom l’ascolta

Dice: Beato chi può udir costei [3]!                                             14

XVI.

Terrestre angiolo mio, che dal bel labro

Canti sciogliete ognor dolci e soavi

Tanto da pôr tra l’amorose chiavi

Qualunq’uomo abbia ’l cor più alpestro e scabro                 4

Qual fu, qual fu, la man sì dotta o ’l fabro

Che i bel varchi v’aprì, sì ad arte cavi,

Ond’han vita gli accenti; or alti, or gravi,

Tra le candide perle e ’l bel cinabro?                                      8

Fu il Ciel pietoso che dei miser’anni

Pieni d’ira e furor, nel canto vostro

Volle farci obblïar l’onte e gli affanni                                     11

Tal giunto a Stige Orfeo, tacque ogni mostro;

E l’augel, che di Tizio intende ai danni,

Torse nell’ale il sanguinoso rostro.                                         14

XVII.

Allor che il cavo albergo è in sè ristretto,

Onde in un tempo ha l’uom vita e parola,

L’aere soavemente esce del petto,

E al doppio carcer suo ratto s’invola.                                     4

Per la tornita poi morbida gola

Passa al liscio palato; e, vario aspetto

Preso fra i denti e ’l labbro, alfin se ’n vola

Dolce a recare altrui gioia e diletto.                                       8

Ma pria costei con la mirabil arte

E l’armonico genio il guida e frena

Sotto a le leggi de le industri carte                                         11

E quindi avvien che da la flebil scena

Fa altrui beato; e tal piacer, comparte

Che seco avvinti i cor tragge in catena.                                 14

XVIII.

Quando costei su la volubil scena

Di celeste bellezza apre i portenti,

E il notturno spettacolo serena

Co’ raggi del bel volto, Amor, che tenti? -                             4

Entro per gli occhi a quel prodigio intenti,

 Scende ne’ cori, e là calmo ogni pena;

Desto teneri sensi; empio a le genti

Di foco soavissimo ogni vena.                                                8

E quando, simulando i prischi lai,

Da i due coralli de la bella bocca

Scioglie il canto amoroso, Amor, che fai? -                           11

Volo al bel labbro onde il piacer trabocca,

E grido: Oh in terra fortunato assai

Chi sì bel labbro ascolta o vede o tocca!

XIX.

Poichè il maggiore or sei Servo de’ Servi,

Quanto magnanime opre, o gran Clemente [4]

Vedremo uscir dall’inspirata mente

E dalla caritate onde in sen fervi.                                           4

Oh come sia che tu cresca e conservi

Tuo sparso ovile! Oh come rotte e spente

Cadran le insidie del crudel Serpente

Sì che Religïon più non si snervi!                                           8

Zelo divin reggerà cauto il corso

Del legno altero a cui fu Pier piloto,

Ch’unqua del mar non fia ludibrio e scherzo                       11

Però che gli offriran forte soccorso

E Cielo e Terra; e chiaro al più remoto

Dì fia Clemente sopra diece il terzo.                                      14

XX.

La forte madre, che mirò il suo figlio

Primo seder quaggiù d’ogni mortale,

Più non sperando aver letizia eguale,

Sciolse lo spirto, e chiuse in pace il ciglio.                              4

E poi che a lei non lice in questo esiglio

Guidar colui che sopra ogn’altro sale,

Disse: Qui fémmo assai; or che più vale?

In cielo audiamgli ad impetrar consiglio.                              8

Ma di là visto il gran figliuol che il manto

Di Pietro onora, e di sè il mondo bea,

E tutte le Virtù ridergli accanto;                                             11

Per lo novo piacer che in lei si crea

Maravigliando grida: Io veggio or quanto

Crescer mia gioia in Terra ancor potea.                                14

XXI.

Bambin, cresci; e t’assomiglia

A la madre e al genitore,

Che sul labbro e sulle ciglia

Han le Grazie ed hanno Amore.                                            4

Co’ grand’avi ti consiglia,

E le vie batti d’onore;

E a la dotta umil famiglia

sia sostegno il tuo favore.                                                        8

Pensa un dì, che al tuo natale

Il Febèo coro cantò

Pronto a renderti immortale.                                                 11

Ch’io, allor già spento, a’ bei

Prati Elisi narrerò

I compiuti augurii miei.                                                          14

XXII.

Oh crudi affetti, che dintorno al core

Sempre mi siete, e fate orrido scempio,

La voce udite, che minaccia l’empio,

E lo richiama dal suo lungo errore.                                       4

E se ragion non val, vaglia il terrore,

Vaglia il fervido zel, vaglia l’esempio

Di quel ch’ora, tonando in mezzo al tempio,

Guerra vi muove intrepid’oratore.                                         8

Ahimè! quando fia mai, che l’alma accesa

D’amor celeste alfin cangi sue tempre

E cerchi incontro a voi schermo e difesa?                              11

Quando fia che il cuor duro alfin si stempre

In pianto, e l’alzi a più lodata impresa?

S’oggi no ’l fa, pianger dovrà per sempre.                            14

XXIII.

Ambizïosa voglia,

Presunzione insana,

A la prudenza umana

Le cieche ali discioglia;

E dietro agli onor frali

Anelino i mortali.                               6

Ma tu che del Signore

Unto sarai chiamato,

E sul gregge a te dato

Vigilerai Pastore,

Pensi all’enormi travi

Di che il dorso ti gravi.                      12

E se non desïoso,

A te medesmo vile,

Accanto dell’ovile,

Presso al merto nascoso,

Per umiltà restío,

Trovi ’l Messo di Dio.                         18

Tale Mosè fu assunto

A guidare Israele

Tale da Samuale

Tu fosti, o David, unto

Tale or sale Muggiasca

La Cattedra Comasca.                       24

XXIV.

Che pietoso spettacolo a vedersi

La virtuosa figlia in nero manto

Sopra l’urna del padre amato tanto

Spargendola di lagrime e di versi                                          4

E co i teneri sguardi a lei conversi

La Carità dettarle il dolce canto;

E de la pia compagna a sè dar vanto

Le Muse, e più beato oggi tenersi!                                         8

T’allegra, o Poesia, chè la tua lira

Da i giochi de la mente alfin ritorna

Del coro a i moti, e la virtude inspira:                                    11

E di lauro e cipresso il monumento

Grata circonda, e ‘l cener freddo adorna,

Che desta un così nobile lamento.                                         14

XXV.

Nave che sciogli così ardita e franca

In questa che ti par sì facil onda,

Pensa che il mar, che sotto a te s’imbianca,

Delle suo sirti e de’ suoi scogli abonda.                                  4

Pensa che all’acqua tacita e profonda

Il vento impetuoso ancor non manca;

Che, quanto è stretto più tra sponda e sponda,

Più violento il pin flagella e stanca.                                       8

Dunque non creder tanto alla tua forza

Nè alle lusinghe del tranquillo piano,

Ma guàrdati mai sempre a poggia e ad orza.                      11

Sta nel tuo sen quella possente mano

Che ti move, ti guida e ti rinforza:

Quella obedisci; e ogni timor fia vano.                                  14

XXVI.

Pien di contrasto e di pena e di stento

È il calle ove tu vai, Vergine ardita:

L’entrata è aperta, e n’è chiusa l’uscita

E tardi vien, se viene, il pentimento.                                      4

Dolce speranza e salutar spavento

Tengono in dubio l’anima smarrita

Tal quindi vola alla beata vita;

E tal ne scende all’eterno tormento.                                       8

Pensaci, e non sperar ch’altri che Dio

Ascolti per la strada il tuo ricorso,

E sostenga l’intrepido desio.                                                   11

Sempre domanda a Lui, sempre soccorso.

Quante precipitâr giù dal pendio

Ch’eran vicine a terminare il corso!                                       14

XXVII. [5]

No, non si pianga un uom d’ingegno eletto

Che, per costumi e nobil’arti chiaro,

Visse alle dame e al cavalier sì caro

In ciel rimoto e sotto al patrio tetto;                                       4

Un uom cui la pietà, l’amor del retto,

La carità, mille altre doti ornáro,

E visse ne la patria esempio raro

Di sposo e padre e cittadin perfetto                                       8

Un uom che, pieno alfin di merti e d’anni,

Placidamente a più beata sede

Passò, fuggendo dai terreni affanni.                                      11

Un uom che, mentre al comun fato cede,

Lasciò, per compensare i nostri danni,

Di sua virtù tanta famiglia erede.                                          14

XXVIII. [6]

Chiese l’empia donzella; e già scorrea

Del Giusto il sangue; e d’ira e di pietate

La Terra fra le viscere fremea

E rimembrava ancor l’antico Frate.                                       4

Misera Terra! ahi l’esecranda etate

Qual nel suo seno ordiva opra più rea

Ahi di qual sangue fra le genti ingrato

Cotesto sangue annunziator scendea!                                   8

Là pe ’l deserto u’ già sudía la voce,

Alto ululavan gli Angioli che fûro

Presenti all’acque onde fu sparso il Verbo.                            11

Nè piagnean l’empia Donna e il Re superbo;

Ma te, Giudea, vicina al fatto atroce

Per cui tremâro i poli, e il sol fu oscuro.                                14

XXIX. [7]

Vanne, o Morte crudel, vanne pur lieta

Di questo pianto che mi bagna il volto

Ahi! tre cose rarissime m’ hai tolto,

L’uom buono, il buon amico, e il buon poeta.

XXX.

Virtù donasti al sol, che i sei pianeti [8]

A sè tragge, o gran Dio: poi di tua mano

Lor, desti un moto per l’immenso vano,

che a gir gli sforzi, e unirsi a LUI lor vieti.                            4

Ond’è che intorno al sole irrequïeti

Rotan mai sempre: andran da lui lontano

Se il vigor che gli attragge un dì fia vano,

E in lui cadran se il lor moto s’accheti.                                  8

O eterno Sol, che padre a l’altro sei,

Tua grazia i’ sento, onde vêr te mi volga.

E ’l fomite che va contrario a lei.                                            11

Deh fa’ che, quando il gran nodo si sciolga,

Io non fugga in eterno in un co i rei,

Ma ch’entro la tua luce alto m’avvolga!                                14

XXXI.

Questa, che or vedi, Elpin, crinita stella [9]

Splender repente nel sereno cielo,

Questa vid’io garzon, cui il primo pelo

Velava il mento ne l’età più bella.                                          4

Oh come, i’ vidi allor la miserella

Pastoral turba rimaner di gelo,

De l’astro irato paventando il telo

E lo sdegno, onde gli empi il ciel flagella                              8

Ma i due saggi gridâr Iella e Nisisca

Felici, o figli, che il bel lume avrete

Quando di nuovo il suo cammin compisca!                         11

L’odio, il mentir, l’avidità temete,

E ’l folle amor, che gli uman petti invisca,

E impavidi il novello astro vedrete.

XXXII.

Impavidi il novello astro vedrete

Tornar su l’orizzonte, o giovinetti,

Che dall’ultime sue lontane mete

Fia che al ciel vostro il bel cammino affretti.                         4

Come guidar per calli or torti or retti

Suole il saggio nocchiere il curvo abete;

Tale il Sommo Motore avvien che detti

Legge a le in vano orribili comete.                                         8

Or presso al Sol tra i vïolenti ardori

Le accoglie, or guida in mezzo al verno algente

A provare i non noti a noi rigori.                                           11

Ma la colpa odïar l’astro innocente

Fece, quasi feral segno, a i pastori;

La colpa, d’ogni mal segno e sorgente.                                 14

XXXIII.

Face orribil, se è ver che in Ciel ti accendi

Ministra all’uom d’atri infortunii e duri,

Tu se’ che il padre mio or mi contendi

E l’altra unica speme, empia! mi furi.                                    4

Ah tu, che i giorni miei candidi e puri

Vedi mutati in tristi, o cor, m’intendi:

Chè i neri spettri vedi e i tristi augùri

Fra i nati dal mio duol pensieri orrendi.                               

Pèra chi ’l crudel astro unqua ha predetto,

Pèra chi l’aspettò; chè al suo venire

Sentii per doppia via squarciarmi il petto.                           

Ma, folle!, perchè al Ciel rivolger l’ire,

S’io stesso, io, dono ognor più truce aspetto

Al cupo imaginare, al mio martire?                                      

XXXIV.

ode: Il Piacere e la Virtù

Per le nozze dell’Arciduca Ferdinando D’Austria

e Maria Riciarda Beatrice d’Este (1771)

 

Vada in bando ogni tormento;

Ecco riede il secol d’oro:

A scherzar tornan fra loro

Innocenza e Libertà.                                                               4

Sol fra noi regni il contento

Coroniamo il crin di rose

Su si colgan rugiadose

Da la man dell’Onestà.                                                           8

La virtù non move guerra

A i diletti onesti e belli:

Colà in ciel nacquer gemelli

Il Piacere e la Virtù.                                                                 12

E gli dèi portâro in terra

Un tesor così giocondo

E così beâr del mondo

La primiera gioventù.                                                             16

Folle stirpe de’ mortali,

Che sè stessa ognor delude,

Il Piacer da la Virtude

Insolente dipartì :                                                                    20

E così di tutti i mali

Si destò l’atra procella

E la coppia, amica e bella

Solo in ciel si riunì.                                                                  24

Ma tornâro i dì felici.

Or veggiam congiunti ancora

Con un nodo che innamora

La Virtude ed il Piacer.                                                           28

Siete voi due Numi amici,

Che il bel dono a noi rendete

Siete voi che l’uomo ergete

Allo stato suo primier.                                                             32

Ah perchè velar l’aspetto

Sotto strane e varie forme?

Al fulgor de le vostr’orme

Si conosce il divin piè.                                                             36

La Virtude ed il Diletto,

Ferdinando e Beatrice,

Un accordo sì felice

Mai nel mondo non si diè.                                                      40

Sol fra noi regni il contento;

Coroniamo il crin di rose

Su si colgan rugiadose

Da la man dell’Onestà.                                                           44

Vada in bando ogni tormento

Ecco riede il secol d’oro;

A scherzar tornan fra loro

Innocenza e Libertà.                                                               48

XXXV.

Quand’io sto innanzi a que’ due lumi bei,

Vorrei mille segreti e mille aprire;

Ma s’affollan cotanto i pensier miei,

Che, per troppo, voler, nulla so dire.                                     4

Dice Amor: Pusillanimo che sei,

Non sai che nel mio regno è d’uopo ardire?

I’ gli rispondo: Amore, i’ parlerei,

Ma chi può a gran desir gran detti unire?                            8

Sorride alquanto, entro al mio petto, Amore

Indi, mosso a pietà, ne gli occhi ascondo

Pur con la face e pur co i dardi sui :                                      11

E, quasi d’alto pergamo oratore,

Quindi parla per me, prega, riprende

I’ mi sto queto, e lascio fare a lui.                                           14

XXXVI.

Ecco del mondo e meraviglia e gioco

Farmi grande in un punto e lieve io sento;

E col fumo nel grembo e al piede il foco

Salgo per l’aria e mi confido al vento:                                   4

E mentre aprir novo cammino io tento

All’uom, cui l’onda e cui la terra è poco,

Fra i ciechi moti e l’ancor dubbio evento,

Alto gridando, la Natura invoco:                                           8

O madre delle cose! Arbitrio prenda

L’uomo per me di quest’aereo regno,

Se ciò fia mai che più beato il renda                                      11

Ma, se nocer poi dee, l’audace ingegno

Perda l’opra e i consigli; e fa’ ch’io splenda

D’una stolta impotenza eterno segno.                                   14

XXXVII.

Dove, o pura colomba, affretti il volo

Sopra la terra desolata? Vedi

Qual diluvio qua giù sceso dal polo

Ogni piazza, ogni monte occupi e predi.                              4

Atro fango, e rovina, e squallor solo

Tutti assorbe i refugi. Ahi! dove credi

Sol d’ogni parte maculato suolo

Omai salva posar tuoi casti piedi?                                         8

Ecco l’Arca, ecco l’Arca. Ella il rapace

Flutto non teme o la procella oscura;

E il segno intorno a sè spiega di pace.                                   11

Volgi al grembo di lei, volgi secura

L’ali, o pura Colomba. Ivi al Ciel piace

A più lieta serbarti alta ventura.                                            14

XXXVIII.

Stolta è costei che in solitarie mura

Affrettasi a seguir la steril croce,

E di patria e d’amor sorda a la voce

Simili a sè di propagar non cura!                                           4

Tal odo bestemmiar la setta impura

Cui l’appetito a lo intelletto nuoce,

E lungi da le nozze erra feroce,

La virtù deturpando e la natura.                                           8

Vergin chiamata a la più nobil sorte,

Sdegna il parlar de gli empii, e in atto pio

Chiudi al cospetto lor le sacre porte.                                      11

Quei co’ detti e con l’opre a Satan rio

Servan costretti, e tu libera e forte

Dona te stessa ostia innocente a Dio.                                     14

XXXIX.

Ben ti conosco al venerando aspetto,

Ai tratti egregi onde sorprendi e bei,

Augusta Madre mia, che fosti e sei

Somma del mio pensier gloria e diletto.                                4

Ma dove i baci, ove il soave al petto

Stringermi e il suon dell’alma voce e i bei

Detti e i consigli, che guidâro i miei

Primi sensi e desiri al vero e al retto?                                     8

Ove il continuo folgorar potente

De’ grandi esempi, che rendean sì presto

L’animo a gir sull’orma tua lucente?                                     11

Ah, vaneggiai! Subitamente desto

Dall’Arte, il cor fe’ lusingar la mente.

Madre, sei lungi: o un falso marmo è questo.                       14

XL.

Questa, che le mie forme eterne rendo,

E a cui con grato error volgi le ciglia,

Opra gentil, fia pegno eterno, o Figlia,

Dell’amor che per te saldo m’accende.                                  4

E se il tuo cor che sì felice apprendo

Non più la voce mia regge o consiglia,

Non ti doler; poi che ardimento ei piglia

Dal tuo senno maturo, e in alto ascende.                              8

Chè se al colmo di gloria andar tu vuoi,

Lungi da me che breve corso adempio

Avrai nobil cimento ai voli tuoi;                                             11

Tale il Ciel ti donò splendido esempio

In questa ove tu sei Reggia d’Eroi

D’ogni eccelsa virtù asilo e tempio.                                        14

XLI.

Ardono, il credi, al tuo divino aspetto,

Alma sposa di Giove, anco i mortali:

Tal da le bianche braccia e dal bel petto

E da i grandi occhi tuoi partono strali.                                  4

E ben farsi oseríen ai numi eguali

Fuor dimostrando il lor celato affetto,

Se al fervido destro il volo e l’ali

Non troncasser la tema ed il rispetto.                                    8

Issïon, che nel cor la violenta

Fiamma non seppe contenere, or giace

Sopra la rota, e i voti altrui spaventa:                                    11

Ma, se il caso di lui frena ogni audace,

Non è però che i pregi tuoi non senta

Più d’un’alma gentil, che adora e tace.                                  14

XLII.

Non a voi, sorde mura, esposte al danno

E del tempo e de’ casi, ov’io già il piede

Libera posi, or dopo vòlto un anno

I giuramenti miei sacro e la fede;                                           4

A Dio ben sì, che mai non pate inganno,

Che nel profondo cor penetra e vede,

E ovunque sieno in vario albergo e in panno

Le già devote a lui anime chiede.                                           8

Così la Vergin saggia. E dal bel velo

Le luci alzando a la sacr’ara fisse,

Tutta nel volto fiammeggiò di zelo.                                       11

E allor l’Eterno in adamante scrisse

Il nobil detto che sembrò nel cielo

Novo d’astri fulgore a i guardi aprisse.                                 14

XLIII.

Quanti celibi e quanti al mar consegna

La cupidigia de’ mortali! Quanti

Ne spinge in guerra all’altrui danno e ai pianti

Crudele ambizion, quando si sdegna!                                   4

Quanti ne la città la turpe insegna

Seguon d’ozio inimico ai nodi santi!

E tu, perversa età, quei lodi e vanti,

E noi sol gravi di calunnia indegna?                                     8

Noi poche verginelle, a cui la face

Di caritade accende il divin lume,

E penitenza e solitudin piace;                                                 11

Noi che, supplici ognor davanti al Nume,

Sul popolo invochiam dovizia e pace

E custode a le leggi aureo costume?                                      14

XLIV.

Ode

LA PRIMAVERA. [10]

La vaga Primavera

Ecco che a noi se ’n viene

E sparge le serene

Aure di molli odori.                                  4

L’erbe novelle e i fiori

Ornano il colle e il prato :

Torna a veder l’amato

Nido la rondinella.                                   8

E torna la sorella

Di lei a i pianti gravi;

E tornano a i soavi

Baci le tortorelle.                                      12

Escon le pecorelle

Del lor soggiorno odioso ;

E cercan l’odoroso

Timo di balza in balza.                            16

La pastorella scalza

Ne vien con esse a paro;

Ne vien cantando il caro

Nome del suo pastore.                             20

Ed ei, seguendo Amore,

Volge ove il canto sente :

E coglie la innocente

Ninfa sul fresco rio.                                  24

Oggi del suo desio

Amore infiamma il mondo;

Amore il suo giocondo

Senso a le cose inspira.                            28

Sola il dolor non mira

Clori del suo fedele;

E sol quella crudele

Anima non sospira.                                  32

XLV.

Qual cagion, qual virtù, qual foco innato,

Signore, è quel che la tua mente accende,

Quando ogni cor, da’ versi tuoi beato,

Da i labbri tuoi meravigliando pende?                                  4

È spirito? è materia? è dio, che scende

L’una o l’altro agitando oltre l’usato?

Come l’Estro in te nasce? e come stende

In noi sue forze imperïoso e grato?                                        8

Tu l’arcano ch’io cerco esponi al giorno:

E mentre il ver da le tue labbra espresso

Splenda di grazie e di bellezze adorno,                                 11

Crederò di veder, lungo il Permesso,

Fra il coro de le Muse accolte intorno,

Parlar de le tue doti Apollo istesso.                                        14

XLVI.

Qual fra quest’orme inculte orride rupi,

C’han di nevi e di ghiacci eterno manto,

Echeggiando per entro a gli antri cupi

Odo accostar melodïoso pianto?                                            4

Ah ti conosco al volto, al plettro, al canto,

Giovin di Tracia, che il bel core occùpi

Sol di tua doglia; e d’ammansare hai vanto

Gli uomini atroci e gli stessi orsi e i lupi.                               8

Deh un momento ti arresta; e il caro oggetto

Come perdesti, e gl’infortunii tui

Canta; e ne inonda di pietade il petto.                                   11

Qui Baccanti non son; ma Ninfe, a cui

L’alma è gentile, e più d’ogn’altro affetto

È dolce palpitare a i casi altrui.                                              14

XLVII.[11]

Piramo e Tisbe

Ahi qual fiero spettacolo

Vegg’io, che il cor mi fiede,

Sotto a la luna pallida,

Là di quel gelso al piede?                       4

Una donzella e un giovane

In loro età più acerba

Ecco trafitti giacciono

Insanguinando l’erba.                             8

Oh dio, che orror! La misera

Sembra morir pur ora;

E il crudo acciar nel tiepido

Seno sta immerso ancora.                      12

L’altro comincia a spargere

Già le membra di gelo;

E ne la mano languida

Tien lacerato un velo.                             16

Ahi per gelosa furia

Un tanto error commise

Il dispietato giovane....

Ma chi lui stesso uccise?                        20

Intendo. Aperse un invido

Rivale i bianchi petti;

O un parente implacabile

Ai furtivi diletti;                                     24

Indi fuggendo, il barbaro

Ferro lasciò confitto,

Che testimon del perfido

Esser potea delitto.                                28

Ma tu sorridi? Ingannomi

Forse nel mio pensiero?

Tu dal crudel mi libera

Dubbio; e mi spiega il vero.                  32

A te diè di conoscere

Le cose Apollo il vanto,

E dilettarne gli uomini

Col divino tuo canto.                             36

XLVIII [12]

Alceste

Ne’ più remoti secoli

Apparver strane cose,

Che poi son favolose

Credute a questa età.                                                              4

Lascio conversi in alberi,

In sassi, in fonti, in fiumi,

E gli uomini ed i numi

Cose che il vulgo sa.                                                                8

Sol parlo d’un miracolo,

Ch’or niegan le persone,

Non so se per ragione

O per malignità.                                                                      12

Questo è una donna egregia

Che, per salvar da morte

Uno infermo consorte,

Lieta a morir se ’n va.                                                             16

Ed ei, da morte libero

E da la moglie insieme,

Odia la vita e geme

E vuol la sua metà.                                                                  20

Fin che un amico intrepido,

Per lui sceso a lo inferno,

La toglie al fato eterno

E intatta a lui la dà.                                                                 24

Alceste, Admeto ed Ercole

A te, gentil cantore,

Poetico furore

Veggo che inspiran già.                                                          28

Dunque il bel caso pìngine

E fa’ de’ prischi tempi

Veri parer gli esempi

D’amore e d’amistà.                                                                32

Sai che d’Admeto pascere

Febo sdegnò gli armenti:

Sai che de’ suoi lamenti

Ebbe di poi pietà.                                                                    36

Oh quanto a tai memorie

Avrà diletto! Oh quanto

Dal sublime tuo canto

Rapito penderà!                                        40

XLIX. [13]

In lode di Vittorio Alfieri

Tanta già di coturni, altero ingegno,

Sovra l’Italo Pindo orma tu stampi

Che andrai, se te non vince o lode o sdegno,

Lungi dell’arte a spazïar fra i campi.                                     4

Come del cupo ove gli affetti han regno

Trài del vero e del grande accesi lampi

E le póste a’ tuoi colpi anime segno

Pion d’inusato ardir scuoti ed avvampi!                                8

Perchè del genio tuo sublime ai passi

Ostano i carmi? e dove il pensier tuona

Non risponde la voce amica e franca?

Osa, contendi; e di tua man vedrassi

Cinger l’Italia omai quella corona

Che al suo crin glorïoso unica manca.                                   14

L. [14]

Predâro i Filistei l’Arca di Dio,

Tacquero i canti e l’arpe de’ leviti

E il sacerdote innanzi a Dagon rio

Fu costretto a colar gli antiqui riti.                                         4

Ma al fin di Terebinto in sul pendio

Vinse Davidde; e stimolò gli arditi;

E il popol sorse; e gli empii al suol natio

Fe’ dell’orgoglio loro andar pentiti.                                        8

Or Dio lodiamo. Il Tabernacol santo

E l’Arca è salva; e si propone il Tempio,

Che di Gerusalem fia gloria e vanto.                                     11

Ma splendan la giustizia e il retto esempio

Tal che Israèl non torni a novo pianto,

A novella rapina, e a novo scempio.                                      14

LI.

La penitenza del mio fallo grave,

Chino e tremante al Golgota mi mena:

Mira, poi dice, l’affannosa trave,

Che fu per le tue colpe a Cristo pena!                                   

Te questa a salutare aura serena

Trasse per le procelle amica nave:

Quindi sgorgò d’amor l’immensa piena

Onde avvien ch’ogni sozza opra si lave.                              

Allor la stringo e bacio; e dal cor punto

Lagrime verso, che nel sangue assorte

Del divin agno, a me recan salute;                                        

E grido: O scala che a salir virtute

Sola mi doni! è ver, tardi son giunto

Ma da te non sciorrammi altri che morte.                           

LII.

AL SIG. D. GIUSEPPE RIPAMONTI.

Dolce dopo un alpestro, orto cammino

Giugnere in Pindo; e de la fronda côrre,

Che in riva di Penèo già venne a porre

Sue radici, arbor nove e pellegrino                                        4

Ma dopo superato il giogo alpino,

Scorger altri improviso il piè disciorre,

E vedersi in un punto il premio tôrre,

A cui già si sperava esser vicino,                                            8

Amaro, ahi troppo! Illustre Giovinetto,

I’ t’invidio, egli è ver; ma a te pur giova

Questo ch’a forza in cor mi sorge affetto;                             11

E a me non manco a te più chiara e nova

Gloria cresce l’Invidia e per lo stretto

Arduo sentier fa che men tardo , muova.                              14

Del suo U.mo Serv.r

Giuseppe Parini

LIII.

Ove morì, ove visse ed ove nacque,

Sparse tal lume di dottrina intorno,

Che fia sempre più chiaro assai del giorno

Lo stile onde giovando ad altrui piacque.                             4

La bassa Invidia e ‘l vulgo ignaro tacque,

Che suol far onta ai sacri vati e scorno;

Poichè gli scritti suoi reser sì adorno

Di Pindo il lauro e le poetic’acque.                                         8

Oh per calle onorato al tuo ben scorto,

Quadrio felice, il tuo volume fia

Che te renda immortale ed altri accorto:                               11

E l’origin celeste ivi, e sua via,

Glorïosa mirando, avrà conforto

L’afflitta e sconsolata Poesia.                                                 14

LIV.

Fior de le vergini, non pur che sono,

Ma che mai furono e che saranno,

Bambin chi diedeti sì caro in dono,

Che alati spiriti servendo stanno ?                                         4

Posto ha l’etereo sublime scanno

Per te l’Altissimo in abbandono;

E tra le grazie, ch’ornando il vanno,

Del tuo sen formasi amabil trono.                                         8

Oh come il tenero fanciullo mai

Sugge avidissimo quindi l’umore

Ch’ambrosia e nèttare vince d’assai!                                      11

Non pure al piccolo Divin Signore,

Ma a tutti gli uomini vita darai,

Fior de le vergini, col tuo licore.                                             14

LV

Sì, fuggi pur le glebe e il vomer duro

Ch’io ti die’ in pena dell’antico fallo:

Credi però dell’oro ergerti un vallo

Ove tra gli ozii tuoi viver securo?                                          4

Tristo! non sai ch’io ’l mio furor maturo,

Ma non l’oblio giammai? che piedestallo

Mal fermo ha la tua sorte? e che in van dallo

Stento t’invola impenetrabil muro?                                       8

Dio così parla: e ratto move a danno

De’ possenti le cure atre e quel crudo

Lanïator de gli uman petti affanno.                                      11

Bella Innocenza intanto il braccio ignudo

Sul vomer posa, e fra sè dice: Ond’hanno

Tal dolcezza le stille auree ch’io sudo?                                   14

LVI.

Al Consigliere Barone De Martini [15]

Signor, poi che degnasti a i versi miei

Dar sì benigna lode, a che li rendi

Tosto che letti? E chiara sede nieghi

Al lor breve volume in tra i molt’altri

Che buon giudice aduni o che felice                                      5

Autor descrivi? Al vulgo in pelli adorne

Piace i libri ammirar; ma tu non curi

Specie o colori, ape sagace intenta

Solo i dolci a sorbir celati sughi.

Forse dalle dottrine alte e severe                                            10

Che a te forman tesoro indegni credi

Questi miei scherzi? No. Tuo senno integro

Non vieta espor l’utile e il ver scherzando.

Spesso gli uomini scuote un acre riso:

Ed io con ciò tentai frenar gli errori                                       15

De’ fortunati e de gl’illustri, fonte

Onde nel popol poi discorre il vizio.

Nè paventai seguir con lunga beffa

E la superbia prepotente, e il lusso

Stolto ed ingiusto, e il mal costume, e l’ozio,                         20

E la turpe mollezza, e la nemica

D’ogni atto egregio vanità del core.

Così, già compie il quarto lustro, io volsi

L’Itale Muse a render saggi e buoni

I cittadini miei: così la mente                                                  25

Io d’Augusto prevenni; a cui, se in mezzo

All’alte cure, de’ miei carmi il suono

Salito fosse, a la salute, a gli anni

Onde son grave avrei miglior sostegno;

E al termin condurrei la impresa tela.                                   30

Dunque, o signore, a la tua man concedi

Che rieda il mio volume; ond’altri veggia

Che, se tu dotto vi lodasti alcuno

Pregio dell’arte, la materia e il fine

Tu consultor del trono anco ne approvi.                                35

LVII. [16]

O Povertà, che dal natio soggiorno

Fai le dolenti turbe errar lontane,

E per somma dell’uomo ingiuria e scorno

Le costringi affamato a cercar pane;                                     4

Quanto volte al Mian farai ritorno,

Non udrai chiuder porta o latrar cane,

Sien pur le vesti che tu hai d’intorno,

E le parole tue, diverse e strane :                                            8

Ma con pronto soccorso a le tue brame

Egli offrirà la sua povera mensa,

E vorrà parte aver ne la tua fame                                          11

Però che tutti con affetto eguale

Sa gli uomini abbracciar quell’alma immensa,

E fa suo cittadino ogni mortale.                                             14

LVIII.

Milan [17] rammenta ancor quel lieto giorno

Che pria ti vide, e le felici squadre

Di teneri garzon che a te d’intorno

Benedicendo ti chiamavan Padre.                                         4

E riverisce il loco ove soggiorno

Prima lor desti; e quei togliendo a l’adre

Perigliose miserie ed a lo scorno,

Tu li volgevi ad alte opre leggiadre.                                       8

E del pio duce ancor loda la mano,

Ch’oro ti offrì; ma ripensando al zelo

Onde tu il rifiutasti, ammira e tace.                                       11

E per te apprendo che dal Mondo vano

Nulla desia colui che serve al Cielo

E che, giovando a l’uomo, a Dio si piace.                              14

LIX. [18]

Quando il Nume improvviso al suol Latino,

Benchè colando i rai, sentir si féo,

Scosse Roma i gran fianchi e il cor s’empiéo

Di speme, e volse in mente altro destino.                              4

Mugghiò l’urna del Tebro e al mar vicino

Piú rovinoso il suo fragor cadéo :

Balzàro i sette colli ; e dal Tarpeo

Vibraron l’aste lor Marte e Quirino.                                      8

Ma la Superstizïon col cieco morso

Frenò gl’impeti arditi a Roma in petto

E grave le posò sul senil dorso.                                               11

Quella infelice ripiombò sul letto

Di sue vergogne, e disperò soccorso:

E il momento miglior sparve negletto.                                  14

LX. [19]

Perchè nel mar di procellosa vita

Men dubbia guidi la sua fragil nave,

Natura, all’uom, valido schermo addita

Nel sano marital giogo soave.                                                4

Ma qual, Bicetti, di sì larga alta

Avran pro le vulgari anime ignave,

Se fra gli Sposi ogni virtù sbandita

Han de la nostra età le usanze prave?                                   8

Ride l’Italia, prostituta e serva,

Se nobil cor la prisca fe’ rammenta,

E al talamo nuzial sue leggi serva.                                        11

Rida la stolta, e i mali suoi non senta

Ma vegga insiem, come in te avvampi e ferva

Quell’aurea face che negli altri è spenta.                               14

LXI.

«In morte di Maria Teresa Imperatrice».

29 novembre 1780

Poi che la gran Teresa i serti frali

Sciolse, al vero affrettando eterno alloro,

Atro duolo improvviso estese l’ali

Sopra la terra, e sopra il mar sonoro.                                    4

Le genti, che da’ suoi Genii Reali

Ebber fida difesa, alto ristoro,

Piagnean, mille additando opre immortali,

La Protettrice, anzi la Madre loro.                                         8

Piagnea l’Europa l’auspice Bontade,

Che i nodi de la Pace e de l’Amore

Al discorde compose ampio Emisfero.                                  11

Piagnea l’orbo, universo il suo splendore,

E il raro sopra il trono esempio altero

Di Fede, di Giustizia, e di Pietade.                                         14

LXII.

Scorre Cesare il mondo, e tutto ei splende

Sol d’egregia virtude, e il fasto sdegna:

E tra’ popoli avvolto il vero apprende,

E dall’alto de’ troni il giusto insegna:                                     4

Indi a stranio poter limiti segna;

Qui de le genti la ragion difende;

E all’oppresso mortal da forza indegna

Or la mente ora il piè liberi rende.                                         8

Toglie alla frode e all’ignoranza il volo;

Fonda l’util comune; e, ovunque ei giri,

Veglia, suda, contende, arde di zelo.                                     11

E fa che il mondo in lui rinati ammiri

Quei che la prisca età pose nel cielo,

Teseo, Alcide, Giason, Bacco ed Osiri.                                   14

LXIII.

Teseo, Osiri, Giason, Bacco ed Alcide

Scorrer la terra e il mare, anime ardenti,

E portar guerra a gli uomini nocenti,

E al debole apprestar le braccia fide,                                     4

E poner leggi, e condur l’arti, e guide

Far de la copia il suolo e l’onda e i venti,

E offrir sè stessi, e stabilir le genti,

La prisca età meravigliando vide.                                          8

Ben de’ lor fatti la beltà decora

Contaminò finger profano e stolto

Onde il vulgo s’inganna e il vero ignora:                              11

Ma chi dotto all’età scoprir sa il volto,

In quelli eroi mille virtudi onora

Che poi Cesare solo ha in sè raccolto.                                    14

LXIV.

Allor che in terra ebbe soggiorno Astrea

E un nome sol fu re, padre e pastore,

Spesso dinanzi al placido signore

L’innocente scherzar popol solea;                                          4

E fra i liberi giochi alto esprimea

L’anima paga e l’esultante core;

E nel gaudio comun sparso al di fuore

La propria lode il reggitor vedea.                                          8

O tu che, intento a rinnovar nel mondo

D’ogni prisca virtù l’esempio altero,

Degni lo sguardo a noi volger secondo;                                11

Se da gli scherzi nostri entri al pensiero,

Vedrai come ogni cor lieto e giocondo

Senta il favor del tuo paterno impero.                                   14

LXV.

Alto germe d’eroi, cui diè Natura,

Il popolo ad amar, cor grande e schietto,

Sì che, dovunque hai d’abitar diletto,

Sei del popol tu pur delizia e cura;                                        4

Or che concesso è all’Insubre ventura

Mirar vicino il tuo sublime aspetto,

Queste non isdegnar che il nostro affetto

Nuove per gli occhi tuoi pompe figura.                                8

Chè, se, destra, imitò tue voglie, pronto

A i forti studii e all’utile fatica,

Gente feroce sul Toscano ponte;                                             11

Noi mostrerem, ne la sembianza antica,

Con mite scherzo, a te scesi dal monte,

Quant’hai la mente a i dolci sensi amica.                              14

LXVI. [20]

Bella gloria d’Italia, alma Sirena,

Che non con arte o con fallaci detti,

Ma con mille virtù l’anime alletti,

E lieta fai di te l’onda Tirrena;                                                4

Poi che vento propizio a noi ti mena,

Ecco, già sorti da gli angusti letti,

L’Adda e il Tesin, tributo offron d’affetti

A te dell’ampio mar luce serena:                                            8

E noi genti montane in riva scese,

Se non perle e coralli, almen natía

Preda portiamo al nume tuo cortese.                                    11

Perchè Giove due cori a noi non diede?

Chè l’un sarebbe tuo, l’altro saría

Intatto all’altra Dea, che già il possiede.                                14

LXVII. [21]

Grato scarpel, su questa pietra incidi

Il fausto dì, quando a’ miei Lari apparse

Colei che, Diva de gli Adriaci lidi,

Chiara fama di sè nel mondo sparse.                                    4

Scrivi qual di virtù, di grazie, io vidi,

D’ingegno, di saper, luce spiegarse

E quanta in me di puri sensi e fidi

Subita fiamma inestinguibil arse.                                          8

Scrivi che, se da gli occhi miei fu pronta

Gli alti pregi a rapir, pur mi consola

Dolce speranza che al partir mi diede.                                  11

Ma se poi le promesse il vento invola

D’Adria pel mar, taci i miei danni; e l’onta

Non eternar de la mancata fede.                                           14

LXVIII. [22]

Silvia immortal, ben che da i lidi miei...

LXIX. [23]

Se a me il destin di celebrar contende

Nel tuo cospetto, inclita Donna, il giorno

Che a te diè vita, e fece il mondo adorno

D’ogni pregio e virtù che in Ciel risplende;                           4

Gradisci almen quel che da lungi ascende

Puro mio culto al tuo regal soggiorno,

E gl’inni accogli onde sonar fè intorno

L’eco silvestre che il tuo nome rende.                                    8

Sai che indegni di te più non son questi

Lari e le tazze che di vini or empio

Te festeggiando in fra gli amici onesti;                                  11

Poi che del prisco Filemon l’esempio

Ospite nume ritornar qui festi,

E la capanna mia cangiasti in tempio.                                  14

LXX. [24]

Poi che tu riedi a vagheggiar dell’etra,

Inclita Saffo, ancor gli almi splendori,

E così dolce ancor fiedi la cetra

Ove gli antiqui tuoi spiran calori;                                          4

Se la imagin crudel te non arretra,

Dinne tu stessa i disperati amori

Onde nel mar da la Leucadia pietra

Cadesti, odiando i già sì grati allori.                                      8

Chè se i duri tuoi casi uditi altronde

Fan che tu sei tanto lodata e pianta,

Che fia l’udirli dal tuo sacro ingegno?                                   11

Ma già l’estro la invade. Ampia diffonde

Fiamma da gli occhi; e di tacer dà segno.

Ecco: l’inclita Saffo, ecco, già canta.                                      14

 

Note

__________________________

 

[1] XI. Dalla Raccolta di poetiche composizioni per le felicissime nozze fra SS. EE. il signor D. Alessandro Ottoboni duca di Fiano e la signora Lucrezia Zuliana, Venezia, Francesco Pitteri, 1757. Importa riferirne anche la dedica:

« Dedicata a S. E. la signora Duchessa D. Maria Vittoria Serbelloni, nata Principessa Ottoboni, zia dello sposo, dal dottor Carlo Goldoni »; perchè essa dedica unisce dunque insieme, in qualche modo, i due maggiori osservatori del costume italiano nel Settecento; e, una volta di più, unisce il nome del P. a quello di chi gli fu, almeno per qualche tempo, amica e protettrice.

L’epistola del P. vi ha il titolo erroneo di « Canzone ». F. COLAGROSSO, il quale poi primo indicò questi versi, sepolti nella suddetta Raccolta (Un’usanza letteraria in gran voga nel Settecento, Firenze, Le Monnier, 1908, pagg. 112 sgg., e pagg. 128 sgg.), fu d’opinione che quel titolo «dove avergli dato spensieratamente il Goldoni nella fretta della compilazione del volume»; ed è sospetto ragionevole. Mi pare non inutile riferire dal COLAGROSSO anche alcune altre parole che servono a ben chiarire l’accenno finale alla immortale Vittoria che in debole sesso imitava i maschi avoli: «Donna Maria Vittoria aveva tradotto il Teatro del Destouches, e il Verri confessava di dovere a lei d’aver conosciuta la bella letteratura francese e d’aver conservato genio ai libri. Se non ci fossero stati di mezzo gli schiaffi alla Sammartini, il Parini non avrebbe lasciato nel 1762 la casa della nobil dama, dov’egli, come fu detto, faceva il comodo suo »

[2] XIII. Dalla raccolta All’ornatissimo sig. Giuseppe Giuliani per le nozze della gentilissima sig. Rosa di lui figlia con il degnissimo sig. Gaetano Fiori, Milano, Agnelli, 1758. Ma. in Ambros., III, 1, non autografo, a pag. 25, che avverte essere il son. stampato nella stessa raccolta dove è il capitolo Signora Rosa mia, e in Ambros., III, 5, di mano di G. G. TRIVULZIO, a pag. 588, con l’avvertenza esser copia di quella stampa. (contiene anche il sonetto XIII)

[3] Caterina Gabrielli, famosa cantante, detta La Cochina, per la quale ha scritto più sonetti (anche XVI, XVII, ed altri)

[4] Dalla raccolta Applausi poetici per la gloriosa esaltazione al suprem. di pontificato Clemente XIII, ecc., Milano, G. Richino Malatesta, 1758, pag. xxi. 111, 5, pag. 84, di mano di G. G. Trivulzio.

[5] In morte del Conte Giuseppe Maria Imbonati, Milano, 1769.

[6] Per la decollazione di San Giovanni Battista, nella solenne festa celebrata il dì XXIX agosto in Busto Arsizio nel 1770

[7] Epigramma in morte del poeta Domenico Balestrieri, 1780

[8] Si rifletta che al tempi del P. i pianeti noti erano sei (Terra, Mercurio, Venero, Marte, Giove, Saturno) e si rammenti che nel Mezzogiorno, v. 90 3, il P. stesso a « Venere » annotò « uno de’ sei Pianeti ».

[9] La cometa di Halley 1759

[10] Dalla raccolta Odi dell’abbate G.P. già divolgate, Milano, G. Marelli 1791, pagg. 48-50col titolo La Primavera colla seguente didascalia: «Stesa anche questa [cioè come “Vada in bando ogni tormento pressochè improvvisamente nel 1765, per compiacere una persona che la desiderò di mettere in musica per il combalo».

[11] Da Odi, ecc., Milano, Marelli, 1791, col titolo « Piramo e Tisbe, ad uno Improvvisatore »; e nella nota si ha: « Invitato l’ab. P. a dare due temi ad un nobile e applaudito improvvisatore, che fu a Milano varii anni fa, stese questi due piccoli componimenti, che poi andarono per varie mani ». L’altro componimento è il XLVIII.

[12] Da Odi, ecc., Milano, Marelli, col titolo « Alceste »

[13] Da Odi, eco., Milano, Marelli, 1791; dove si ha: «Un sensato ed elegante Sonetto dell’Ab. Parini corse per ’Italia fin da questi anni addietro In lode del Conte Alfieri. L’Editore crede opportuno di recarlo qui tale appunto, quale fin da prima fu scritto »

[14] Dall’autografo, che è esposto in quadretto nella Ambrosiana (nel v. 14 è possibile la lettura novelle rapine). Nel foglio a stampa Dai professori di canto e di suono facendosi celebrare sabato XXXI agosto MDCCXCIX nella Chiesa parrocchiale de’ RR. PP. Capuccini di P. 0. Messa solenne e Te Deum in rendimento di grazie all’Altissimo per le segnalate continue vittorie della gloriosa armata Austro-Russa, le quali hanno restituito questo Stato al vero culto di Dio ed al felice governo di S. M. I. R. A. Sonetto dedicato agli illustrissimi ed eccellentissimi cavalieri protettori benemeriti del pio Istituto filarmonico sig. Conte Don Carlo di Castelbarco, sig. Marchese Don Bartolomeo Calderari. Dopo il sonetto la stampa prosegue: « Il presente sonetto fu composto dal famoso Poeta Abate Don Giuseppe Parini, Professore d’Eloquenza e d’Arti in Milano, poche ore prima che compisse il corso della sua mortale carriera »; e dà le indicazioni tipografiche: In Milano, Presso Giambattista Bianchi Reg. Stamp. Colla Permissione. Un esemplare di essa, presenta delle correzioni a penna sopra cancellature stampate; in margine, a destra, della mano stessa: « Le correzioni appostevi sono conformi alla prima lezione trascritta a dettatura dell’autore, ch’egli poi stimò dover cambiare, ma che da più persone di buon gusto e di criterio vien proferita alla seconda stampata ». Il REINA annota che il P. scrisse di suo pugno il son. la mattina del giorno in cui morì (15 agosto 1799) e che lo dettò, pochi momenti dopo, al suo collega e amico Paolo Brambilla con le « lezioni varie », e intenderemo « correzioni », qui introdotte nel testo. ... Nel quadretto che nell’Ambrosiana ha l’autografo sopra indicato, fu scritto come titolo sull’autografo stesso « Sonetto. 1799. Li 15 agosto », e, sotto, « Ultimo Manuscritto Fatto dal Celebre Poeta Abbate D.r Giuseppe Parini Due Ore Prima della Sua Morte ».

[15] Titolo del Reina che annota: «Questo buon Tedesco, dotto nelle leggi, fu spedito da Giuseppe II ad ordinare il Foro Lombardo. Avendo egli conosciuto il Parini, gli lodò molto i suoi Poemetti del Giorno. Questi glieli regalò, ma per fretta, o inavvertenza, legati rusticamente. Il Tedesco se ne offese e glieli ritornò. Parini rimandandoli a lui con questi versi».

[16] Il Reina porta il titolo: Per Girolamo Miani. (Fondatore de’ Chierici Somaschi, il padre degli orfani ed il verace amico dell’umanità).

[17] Girolamo Miani

[18] Per l’improvvisa venuta in Roma dell’Imperatore Giuseppe II in mezzo ai movimenti e alle acclamazioni straordinarie del popolo. - «1769. Per l’Imperadore a Roma»

[19] datato 1778 - Giovanmaria Bicetti de’ Buttinoni (zio per parte di sorella di Carlo Imbonati, al quale è dedicata l’ode per l’innesto del vaiuolo.

[20] Il Reina annota: « A Maria Carolina Regina delle due Sicilie: Parini cantò di lei prima che diventasse persecutrice delle innocenti opinioni. Pentitosene dappoi cancellò da’ suoi codici questo sonetto in guisa quasi inintelligibile. Ci perdoni la grand’Ombra, se lo abbiamo fatto rivivere, perchè esso è fondato in parte sul vero. Maria Carolina mostravasi amabile ed ingegnosa. La mascherata ebbe luogo in Milano nel 1785, quando eravi l’Imperatore Giuseppe II ed i Sovrani delle Due Sicilie ». Che il P. cancellasse « da’suoi codici » il son. non è vero; oltre che.7 nell’autografo, si legge In Ambros., III, 8, pag. 111, di mano del Gambarelli, in A mbros., III, 5, pag. 40, e altresì pagg. 165-166, d’altra mano. Onde il sospetto che la soppressione in III, 4, sia opera del REINA medesimo (cfr. il luogo sul Machiavelli nel Principii di Belle Lettere); Il quale si sarebbe poi arretrato, dinanzi alle altre copie, dal gesto rabbioso e si sarebbe pentito del fallo. Al v. 14 egli annota: « Maria Beatrice da Este Arciduchessa d’Austria ». Quanto alla Mascherata del Facchini, usanza per cui il son. fu scritto, cfr. il P. medesimo nella Descrizione delle feste celebrate in Milano per le nozze delle LL. AA. RR. l’Arciduca Perdinanáo d’Austria e l’Arciduchessa Maria Beatrice d’Este, ecc.. I Sovrani delle Due Sicille restarono in Milano dal 11 al 23 luglio di quell’anno 1785.

[21] «a N.D. Veneziana», Cecilia Renier Tron

[22] Sonetto presente nella lettera (XXXIX) del 12 marzo 1789 alla Contessa Silvia Curtoni Verza, veronese

[23] Seguo l’autografo Ambros., 11, 2, pag. 5, che ha la didascalia: « A Sua Altezza Ser.ma la sig.ra Principessa di Carignano in nome del M.se Molinari . In Ambros., III, 1, non autografo, pag. 1, è più particolareggiata la stessa didascalia, con l’indicazione della villa La Molinara presso Varese, e della data, agosto 1790. In Ambros., III, 6, pag. 41, copia calligrafica del son., è più ampia ancora la didascalia : «Li 26 agosto 1790. Il Marchese Consiglier Molinari Invitato dalla Principessa Vedova di Carignano [in postilla: * S. A. R. Giuseppina Teresa Principessa di Lorena Armagnac, vedova del fu Vittorio Amedeo, e madre del Principe Regnante, nata nel 1753 ] ch’era stata da lui albergata in Varese, pel vicino giorno natalizio della medesima ad una villa presso il Lago Maggiore ov’Ella si tratteneva, scusasi col seguente sonetto composto dall’abate Parini ivi presente ».

[24] Seguo l’autografo Ambros., III, 4, pag. 181. dove ha il titolo «Per improvvisatrice »; e al v. 13, prima piacer, poi, corretto in tacer. In Ambros., III, 1, pag. 15, il titolo è: « Argomento proposto ad Amarilli Etrusca »... In Ambros., III, 6, pag. 19, la didascalla: « Tema dato dall’ab. Don Giuseppe Parini all’improvvisatrice Bandetini [sic] in casa di S. E. il sig. Conte Ministro Plenipotenziario de Wilzeck, li 11 aprile 1793 ». ... Teresa Bandettini Landucci (di Lucca, 1763-1837), fattasi presentare al P., si sentì dire da lui « con un garbo non iscompagnato dalla dignità ch’era in lui, si può dire, seconda natura, e con un porger di voce che palesava l’interna persuasione - Signora Teresa, io credeva, dopo avere udito il duca Molo [sic: Gaspare Mollo, napoletano, 1754-1823], che, non che superarlo, nessuno lo potesse uguagliare nell’improvvisare: dopo udita lei, mi ricredo in tutto ». Così il presentatore della Bandettini al P. ; che fu GIUSEPPE BERNARDONI, Il quale ciò narra nelle sue Testimonianze storiche concernenti G. P., Milano, Bernardoni, 1848.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2006