Giuseppe Parini

 

PROLOGHI E CANTATE.

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

PROLOGO. [1]

Spettatori gentili,

Siamo inesperte, il so. Nuove finora

Son le scene per noi. Troppo immaturo

Il cimento sarà. Ma chi comprende

Quanti pregi del core e della mente                                  5

Si radunano in voi, timor non sente.

Voi della molle età, del molle sesso

Il poter misurate. Ah, voi sapete

Che gloria non cerchiam: folle saría,

Temerario il pensier. Cerchiam soltanto                           10

Erudirci così, per esser poi

Più degne un dì di conversar tra voi.

Ma, della lode il suono

Non fuggiamo però. Qual alma è mai

Dura o fredda così che della lode                                       15

Al piacer non s’arrenda, e che non brami

Ottenerla da voi? Ah, se la palma

Noi non speriam di meritare appieno,

Plaudite, ah sì, per animarci almeno!

Vola il destrier contento                                        20

Quando la tromba intende

Sfida nel corso il vento,

E più timor non ha.

Tal, se l’applauso accende

Un giovinetto core,                                         25

Va per la via d’onore

A superar l’età.

PROLOGO

ALLA RAPPRESENTAZIONE DELL’Achille in Sciro. [2]

Illustri spettatori, ecco più ardite

L’ancor tenero piè vestirci osiamo

Del tragico coturno. Osiam fanciulle

Rappresentar gli eroi; timide Achille;

E semplicette ancora                                                           5

L’astuto Ulisse. Osiamo in breve scena

Finger le reggie, i tempii, il mar sì vasto,

E in privati ornamenti il regio fasto.

Ecco de’ vostri applausi,

Ecco il frutto qual è. Perchè voleste                                   10

Dar cento lodi e cento

A un pueril cimento? Il lieve ingegno

Rispettar si dovea

Dell’inesperta età. Se ne trasporta

Folle desío d’onore,                                                             15

E se troppo è l’ardir, vostro è l’orrore.

Che dissi? Ahimè! Perdono.

Studiai d’esser modesta, e ingrata io sono?

Ah no, Co’ vostri auspíci

Il tentar più gran volo                                                         20

Non è temerità; solo è coraggio:

E il coraggio è virtù. Non si paventi:

E per piacere a voi tutto si tenti.

Chiare stelle, ah voi splendete

Sempre amiche a noi d’intorno                     25

E destarsi in noi vedrete

La speranza ed il valor.

Al brillar de’ vostri rai

Fiamma ignota il cor ne accende;

E l’ingegno allor si rende                                30

Di se stesso assai maggior.

PROLOGO [3]

ALLA RAPPRESENTANZA DEL Demetrio

NEL GIORNO NATALIZIO

DI SUA ECCELLENZA IL SIGNOR CONTE DI FIRMIAN.

Che lieto giorno è questo ?... Il cor nel seno

Perchè balza così?... Perchè sì desto

L’ingegno in noi? ... Che lieto giorno è questo ?...

Ah chi mai non lo sa? Questo di vita

A un magnanimo Eroe                                                       5

Spirò l’aure primiere

Questo gli aprì il sentiere

Di gloria e di virtude: e quante volte

A lui fece ritorno,

Sempre il mirò di nuovi pregi adorno.                              10

Che fare in sì bel dì? Fra tanto affetto

Come a quell’alma grande

Dar di gioia tributo e di rispetto?

Ammirarla e tacer?... Ma, chi pon freno

All’impeto del cor? Parlar?... Ma come?                           15

Se la grandezza sua col nostro ingegno

Adeguar non si può: se scarso encomio

A tanto merto è frode

Se la modestia sua vince ogni lode!

Dunque che far? Si tessa                                                    20

Un inganno gentil. Del finto Alceste

Si presentino i casi. Ognuno in quello

Vedrà del nostro Eroe

Le altere doti espresse; ed ei deluso

Quelle Virtudi stesse                                                           25

Ammirerà in altrui,

Che tutto il Mondo riconosce in lui.

Se il pastorel si vede

La prima volta al fonte,

Così la gota e il fronte                                     30

A vagheggiar si sta.

Semplice! e’ non s’avvede

Chi sia quel vago oggetto;

E nell’ignoto aspetto

Loda la sua beltà.                                            35

CANTATA. [4]

Qual prodigio fia mai? Quale inusato

Splendor di maestà? Chi tutte inonda

D’eterea luce e pura

Queste soglie felici e queste mura ?

Ah no, di Filemon l’umil capanna                                     5

No più questa non è. Vider gli Dei

La pietà d’un mortale; e non sdegnaro

D’esser ospiti suoi. Tutta già sento

La Deità presente: e l’umil tetto,

Del celeste favore illustre esempio,                                    10

S’alza superbo, e si trasforma in tempio.

Ma dell’attiche fole,

Chiari Sposi Reali, aprasi il velo.

Qui si parla di voi. Così s’esprime

D’un mortal che per voi oggi è beato                                15

Il piacer, lo stupore,

Il rispetto, il dover, l’animo grato.

Se in voi de’ sommi Dei

L’immagine risplende, in essa ancora

Di Bauci e Filemone il cor v’adora.                                    20

Che non adora in voi? Canuto senno

In grazie giovanili: amor del giusto

Temprato di bontà; real contegno,

Che il sorriso accompagna; e tutti alfine,

Quasi celeste dono,                                                             25

I meriti privati e quei del trono.

La gran Donna Reale

Dalla cura del mondo alza talora

In voi l’occhio sereno

E la materna gioia                                                              30

Gode sentirsi palpitar nel seno.

E fra l’armi di Marte

Onde frena l’Europa, il gran germano

A voi sorride e batte mano a mano.

Ah se brillar dovete                                              35

Di tanti pregi e tanti,

Vivete, o sposi amanti,

Alla più tarda età!

No, non s’affretti il volo

Di vite al Ciel sì care                                     40

Abbian le Parche avare

Lunga di noi pietà.

Ma tu di rose annoda,

Amor, gli sposi intanto;

E si ripari al pianto                                        45

De’ più lontani dì.

Serba la stirpe al mondo

Di sì famosi Eroi;

E la virtù fra noi

Eternerai così.                                                 50

L’ABIGAIL. [5]

Ah Davidde, che fai? Cotanti armati

Ove li guida il tuo furor? Qual cerchi

Degna di te vendetta

In un sangue sì vile? Odimi, aspetta.

Innanzi a te, Signore,                                                         5

Peccò Nabal mio sposo. A’ tuoi soldati

Negò cibo ed aita. È ver. Perdono

A’ piedi tuoi ne chiedo

Per lo sposo e per me. Cotesta mano

Le cui vittorie illustri                                                          10

Tanto volte cantâr l’Ebree donzelle,

Deh trattieni o Signor; non s’avvilisca

Contra una moglie imbelle,

Contra un misero sposo

Che inerme, forsennato, in mezzo al vino                        15

Non si oppon, non prevede il suo destino.

Placa quell’alma, oh Dio!

Quell’alma ardita e forte

Onde, cadendo, a morte

Il fiero mostro andò.                                              20

Questa, Signor, sì, questa

La più nobile gloria è degli eroi,

Domar gli affetti suoi. Un dì fra gl’inni

D’Israel trionfasti. Ognun gridava:

- Mille Saulle uccise                                                     25

De’ nimici di Dio; ma diecimila

De’ nimici di Dio Davidde uccise.

Or di più si dirà: - Davidde adesso

Ha vinto il proprio cor, vinto ha sè stesso. -

Ma che veggio, o Signor? Ne le tue luci                    30

S’apre un lieto seren. L’ardita spada

Par che obliqua ti cada.

Il tuo sguardo s’aggira,

E tempra ne’ guerrier la torbid’ira.

Ah quel sorriso, oh Dio,                                                35

È nuncio di perdono

È un bel raggio di sole

Che penetra le nubi e accheta il tuono!

Di quel volto il bel sereno

Mi ravviva e mi consola;                                40

Già si desta nel tuo seno

La dolcezza e la pietà.

Il mio cor palpita, e sento

Che sperando aleggia e cola;

Per te cessa il mio tormento                           45

Che perdoni il cor lo sa.

LA FIGLIA DI JEFTE.[6]

Oh dio! Padre, che festi? Ahi sventurato,

Col sangue de la figlia

Macchiasti i tuoi trofei,

E il tuo voto pon fine a i giorni miei.

Al tuo arrivo, o Signore,                                                     5

Balzommi il cor nel petto. Ecco, diss’io,

Ecco il padre che vien. Questo me ’l dice

Palpitare improvviso

D’insolito contento. Ad incontrarlo

Meco uscite, o compagne. I suoni e i canti                        10

Festeggino con noi. Cingiam di fiori

Il suo crin glorioso;

Gli onorati sudori

Da la fronte tergiam; baciam la destra

Ond’è salvo Israele. Ahi fiera sorte!                                   15

Corro, o padre, al tuo seno;

E in braccio al genitor trovo la morte.

Ahi che fatal promessa.

Al nostro Dio ti lega.

Ecco la figlia oppressa,                                        20

Oppresso il genitor.

Padre, che dissi mai?

A la figlia non lice

Condannare il tuo zelo.

Se fu senno od error, sol noto è al Cielo.                            25

Cieco mortal non osi

Di Dio le strade esaminar. Sia certo

Ch’ei felici ne vuol; che spesso viene

Dall’abisso de’ mali il nostro bene.

Eccomi ancella tua. Sol mi concedi                                    30

La mia sorte immatura

Pianger due lune al monte. Abbia natura,

O padre, i dritti suoi;

Poi si faccia di me quel che tu vuoi.

Sì, mi vedrai fra poco                                            35

Tornar costante vergine;

Ma tra il coltello e il foco

Palpiterai, lo so.

Piangerò forse anch’io;

Ma fra le stesse lagrime                                 40

Al tuo dovere e al mio

Fedele obbedirò.

 

Note

_________________________________

 

[1] Seguo Ambros., I, 10, foglio a stampa, senza note tipografiche. Di mano del GaMBARELLI, Ambros., III, 4, pagg. 32-94, e III, 8, pag. 9. Il Reina, III, 250-251: «Servì questa [Cantata] di Prologo all’Olimpiade recitata dalle figlie Diletti coll’intervento del Co. di Firmia». Altra copia ms., Ambros., III, 9, pag. 33, ha: «Scritto dall’Autore per le figlie N. N. [scrittoci, sopra, Diletti] che per privato loro trattenimento recitavano in musica il dramma l’Alessandro nell’Indie» v. 12 fra v. 26 le vie.

[2] Seguo l’Ambros., I, 9 foglio volante a stampa., senza note tipografiche. Di mano del GAMBARELLI in Ambros., III, 8, pag. 10, e i soli vv. 28-31, a pag. 13.

[3] Dalla copia Ambros., III, 5, pagg. 221-222. Collocazione, qualità, stile, occasione, assicurano che è del P. Nel v. 32 il ms. ha Semplice, e: che, a rigore, può stare. Carlo Giuseppe di Firmian nacque il 6 agosto 1716 a Mezocorona nel Trentino; morì il 20 luglio 1782.

[4] L’autografo Ambros., II, 3, pagg. 23-26 (che ha l’avvertenza ms. «Dell’ab. Parini scritta di suo carattere ») ha la Cantata nelle pagg. 23-24; nelle pagg. 25-26 ne ha un’altra copia, antecedente, con cancellature; a pag. 27 il P. scrive: «Io non ho ritenuto veruna copia di quei versi che feci pochi giorni sono di commissione di V. S. Ill.ma, e desiderando io di pure averne una per la singolarità del fatto, così prego la V. S. Ill.ma di restituirmi quella che io Le mandai scritta di mia mano. Spero che v. S. Ill.ma, non mi negherà questo favore; e sono col maggiore ossequio» Tralasciando le cancellature e i mutamenti dell’abbozzo, noto che ai vv. 7-8 le parole La pietà d’un mortale, il puro culto, La sincera sua fe’ ; nè si sdegnaro, sebbene quindi rimutate, non furono cancellate; e che al v. 20, onora, invece di adora, neppur esso è cancellato. Nell’autografo Ambros., II, 4, pag. 20, sono i primi nove versi della Cantata, senza titolo, scritti a rovescio della giacitura normale della carta: v. 1. invece di Quale, aveva scritto Questo, che cancellò e vi scrisse, sopra, Tanto, seguitando con fulgore vv. 2-3. Di maestà improvvisa Donde vien, che sarà 2 Chi tutto v. 5. Questo albergo; cancellato albergo, e scritto soglie, senza ritoccare Questo v. 5. Di Bacaci ; cancellato, e scrittovi, sopra, Ah no di vv. 7-8. mortale, il puro culto; La sincera sica fe’, nè si sdegnaro. In Miscell. Morbio, 17, nella Braidense, pagg. 64-65, con la didascalia «Cantata fatta in occasione d’una festa data da S. E. il Principe Sigismondo Ghigi [sic] alla quale intervennero le LL. AA. RR. ». Di mano del GAMBARELLI, in Ambros., III, 4, pagg. 90-91, e III, 8, pagine 41-42 (con la data 1773, e il titolo «Cantata per la Festa del Principe Chigi »). In REINA, III, 247-249 : «Fu essa scritta nel 1774 per cantarsi in una festa da ballo datasi in Milano dal Principe Chigi Romano coll’intervento degli Sposi Arciduchi d’Austria ai quali si allude.». Ferdinando Arciduca d’Austria e Maria Beatrice d’Este si erano sposati in Milano nell’ottobre 1771.

[5] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, c, Pagg. 9-11: nel quale mancano i due ultimi versi, con spazio bianco dopo e vola; li accetto dal REINA, III, 257. Nel v. 9 il P. aveva scritto Quel braccio a cui: cancellò e corresse, sopra, come è nel testo. Nel v. 22 aveva scritto È la gloria maggior: cancellò.

[6] Seguo l’autografo Ambros., II, 1, c, pagg. 8-9 dove non ha titolo. Lo pongo col REINA, III, 255-256.

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Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2007