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Edizione di riferimento
Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925
In man d’Essecutori e di Notai,
Che vuol dir di guidoni e di furfanti,
Io son ridotto a tale stato omai,
Ch’io non confido più nè in Dio nè in Santi. 4
Non so di qual religïon sien mai,
Se Turchi, Ebrei, Gentili, o Protestanti
Ma mi fo a creder che questi cotai
Sien affatto Ateisti tutti quanti. 8
Oh che bestie, oh che bestie son, per Dio !
E’ voglion pur del sangue mio cibarsi,
E dicon ch’egli è lor quello ch’è mio. 11
Voi Principi, cui dato a governarsi
Fu ’l Mondo da Messer Domeneddio,
Son questi, questi, i ladri da impiccarsi. 14
Da un tal che pare una mummia d’Egitto,
Ma più fiero dei draghi e i cocodrilli,
Che va via per istrada ritto ritto,
Sicchè pare appuntato cogli spilli, 4
Deh guardatevi, o genti, che ’l suo vitto
È di quei dei legati e de’ pupilli
E non va poi nell’operar sì dritto,
Ma è pien di invenzioni e di cavilli. 8
Ei non istima coscïenza un’acca,
E pur ch’egli arricchisca la sua schiatta,
Cerca render l’altrui povera e fiacca. 11
Ei mi s’appicca come una mignatta,
E dal mio sangue mai non si distacca,
S’io v’adropassi l’ugne d’una gatta. 14
Per me la cosa è fatta.
Se mai non viene un Diavol che lo grappe
Dirittamente in mezzo delle chiappe, 17
Sicch’egli non iscappe;
E dar gli faccia un maledetto crollo,
Finchè si rompa un dì l’osso del collo. 20
O Fortuna, Fortuna crudelaccia,
Che se’ fatta per mia disperazione;
Fortuna non più no, ma Fortunaccia,
Ha a durare un pezzo sta canzone? 4
Vogliam finirla, e volger quella faccia
Un poco ancora alle buone persone?
Che sì che mi daresti roba a braccia,
S’io t’avessi la ciera d’un briccone? 8
S’io fossi, verbigrazia, una puttana,
O un castrato, o una cantatrice,
O un bel marmocchio, ovvero una ruffiana? 11
Allora sì diventerei felice:
Ma, perchè osservo la legge Cristiana,
Ognun mi scaccia, ognun mi maledice, 14
E son sempre infelice.
Ma vivrò, sguaiataccia, al tuo dispetto;
E se ti grappo un dì per quel ciuffetto, 17
Te lo strappo di netto
Sicché i ragazzi a vederti sì bella,
T’abbian a gridar dietro: Vella, vella! 20
Molti somari ho scritto in una lista,
Che pretendono saper di Poesia,
E ne san tanto quanto un Ateista
Ne può sapere di Teologia. 4
Se t’incontran talotta per la via,
Tosto di non vederti fanno vista;
Eppur se chiedi lor, Dante chi sia,
Dicon che Dante gli era un Secentista. 8
Ti citano il rimario del Ruscelli,
Come farebbe un Turco l’Alcorano,
E ne san quanto i gufi e i falimbelli. 11
E se ti leggon un sonetto strano,
Si van ringalluzzando, e si fan belli,
E dicon ch’è di stile alto e sovrano. 14
Or questa lista in mano
Io dòtti, o Nume che in Parnaso imperi,
Acciocchè gli conoschi questi Seri 17
Fuor dei Poeti veri;
E tu, Pegaso, se ti montan suso.
Rompi pur loro con un calcio il muso. 20
M’ha invitato a ballar ieri Ser Nanni
In cima quattro scale sott’un tetto.
Dall’una banda era appoggiato un letto,
E dall’altra un armadio con tre scanni. 4
Da un’altra parte v’erano de’ panni
Sur un appiccatoio, e a dirimpetto
Il focolar, la pentola, il soffietto,
Le stoviglie, e uno spiedo, che ti scanni. 8
In un cantuccio v’erano de’ piatti
Posti s’un acquaiuol mezzo distrutto,
Uno sgabello, e due cenci disfatti. 11
Del resto v’era luogo dappertutto
Di saltare in un mucchio come i gatti,
V’era ’l bisogno, vi mancava tutto. 14
I sonatori a lutto
Suonavan una razza di strumenti
Che ti metteva i brividi ne’ denti. 17
Ambidue gli occhi spenti
Aveva l’uno, e l’altro era storpiato,
E un, che come un ladro era stracciato, 20
Ci vedea sol da un lato.
Le sonate, ch’avean in mente fitte,
Eran di quelle che facea Davitte. 23
Stavano ritte ritte
In sulle panche, che parean steccate,
Certe brutte fanciulle indiavolate. 26
Eran tutte malate;
Chi aveva ’l cacasangue e chi la tosse,
Chi non cacava, e chi avea le mosse; 29
E la meno che fosse,
Avea la rogna, aveva il mal franzese,
E ’l benefizio non avea del mese. 32
Un scopator di chiese,
Un beccamorto, un zaffo, un ciabattino,
Un gabelliere, un lanzo, ed un facchino, 35
Ed anche un cherichino,
Di que’ che in Chiesa servono alle monache,
Un oste, un cuoco, e, per finir le cronache, 38
Due frati senza tonache,
Con certi visi di bertucce o monne,
Facean conversazion con quelle donne, 41
A cui putían le gonne
D’un odor d’ogni sorta di malanni.
Oh i begli inviti che mi fa Ser Nanni 44
Nanni s’ha messo un mantellaccio in dosso,
Che s’ tu ’l vedessi, ti parrebbe un matto;
Credo che se ’l facesse il Re Minosso,
Quando Giudice ad Inferos fu fatto. 4
Egli è cencioso, rattoppato, e grosso
Ne cola il brodo e l’unto liquefatto:
Era già nero, ed or diventa rosso
Per la vergogna d’esser così fatto. 8
Fa Nanni in somma sì trista figura
Con quello straccio in sulle spalle storto,
Ch’io ne disgrado la mala ventura. 11
Il primo dì che in tal foggia l’ho scorto,
Io ebbi a spiritar della paura
Temendo, ch’ e’ non fosse il beccamorto. 14
Nanni mi sbircia prima, e quindi arrappa
Ogni via per fuggirmi o manca o destra,
E s’imbavaglia dentro della cappa
Quel musin da colpir colla balestra. 4
Che sì, che un giorno tanto si rattrappa
E s’imbacucca, ch’egli s’incapestra!
Deh corri, Farfanicchio, e poi lo grappa,
E lo disvogli con maniera destra. 8
E col puntel de’ cozzi un buon sommesso
Gli rileva dal suol quel pa’ d’occhiacci,
E fa’ ch’e’ guardi ben s’io son quel desso. 11
Poi diragli pian pian, senza minacci:
Se lo noia vedermi così spesso,
Che tu coll’ugne lo torrai d’impacci. 14
Se scorto pria t’avessi, o d’una gogna
Degno, dell’altrui opre usurpatore,
Io t’are’ fatto tanto disonore,
Che ne saresti morto di vergogna. 4
Oh va’, càcciati adesso entro una fogna,
Se tu non vuoi provar di che tenore
Sia la mia penna, quand’ell’è in furore,
Bue, piluccone, asinaccio, carogna. 8
Io non so chi mi tien, corpo di....,
Ch’io non ti sforzi or ora a dispogliarti
Di tutto quanto ha’ tu del fatto mio; 11
E ch’io non pongami a perseguitarti,
Con verseggiar sì attossicato e rio
Che di tua man tu vadi ad impiccarti. 14
Signori cari, fate di star sani,
Almeno almen finché non vi malate,
E per amor del Cielo vi guardate
Di non ire a ingrassare i petronciani. 4
E voi, Piovano, quelle vostre mani
Non le tenete mica scioperate;
Ma a scriver belle cose le adoprate
In versi ora latini, ora toscani. 8
Così coll’arte, ch’ogni orgoglio placa,
Non temerete quella vecchia piùe,
Che tira colpi da matta imbriaca. 11
E chiaro il vostro nome ognora piúe
N’andrà per sino in India Pastinaca,
Laddove l’acque corron alla ’ngiùe. 14
Ser Cecco mio, voi siete spiritato
Sì, per santa Nafissa, a dir ch’io muoio,
Perchè son d’una donna imbertonato,
Più che d’una carogna un avvoltoio. 4
Poi mi fate un supposto sgangherato
A dire che perciò mi spolpo e scuoio;
Ch’io non son mica, come voi, bruciato,
Tenero di calcagna, cascatoio. 8
Cancher vi mangi: il vo’ pur dir; gli è vero,
Sì, ch’egli è ver ch’io son proprio disfatto
D’una ragazza che vale un impero. 11
E vo’ giuocar, che se ’l vedeste un tratto
Quel visin che m’ha fatto prigioniero,
Voi n’ardereste in frega come un gatto. 14
Ma pur non m’han mai tratto
In sì sciocco pensier due luci belle,
Di voler per amor tormi la pelle. 17
E non stimo covelle
Il mal d’amore, s’io ne son guerito
Solamente con polli e pambollito. 20
Voi me ne avete fatti tanti e tanti
Di questi vostri attacci arcipoltroni,
Che se tornate a rompermi i....
Vi tratterò da birbe e da furfanti. 4
Voi siete una tormaccia di pedanti,
Che non volete intender le ragioni;
E perchè fate i saggi e i dottoroni,
Stimate gli altri goffi ed ignoranti. 8
Che c’è egli drento in que’ vostri libracci
A non volere che sien letti mai,
Quando voi nol volete, ignorantacci? 11
Il Diavol, credo, che vi salti omai
Su que’ vostri muffati granellacci,
E vi faccia gridare: ahi ahi ahi ahi! 14
Andate alla malora, andate, andate,
F non mi state a rompere i....
Io non vo’ più sentir queste sonate.
Che vestizioni, che professïoni? 4
Doh maledette usanze indiavolate!
Possibil, che dottor non s’incoroni,
Non si faccia una monaca o un frate,
Senza i sonetti, senza le canzoni? 8
Che debb’io dire? che costei le spalle
Ardita volge ai tre nemici armati,
Ch’alla cella se ’n va per dritto calle? 11
Ch’amor disperasi, e gl’innamorati....?
E dalle, e dalle, e dalle, e dalle, e dalle
Con questi cavolacci riscaldati! 14
O monachine mie, questa fanciulla
È una fanciulla tutta bella e buona,
Bella, e diritta della sua persona,
Che, come a donna, non le manca nulla. 4
Ella poppava quand’ell’era in culla;
Poi per forza di Cerere e Pomona
È venuta una bella pollastrona
Che finor dette al Mondo erba trastulla. 8
Ella ha poi un cervel non dal suo sesso,
Che mai non fece una minchioneria,
Se a sorte mai non la facesse adesso. 11
Ella è in oltre così divota e pia,
Ch’ella, sera e mattina, dice spesso
Il Pater nostro e l’Avemmaria. 14
In fine ella saría,
Se Iddio daralle grazia ch’ella viva,
Propio il caso per la contemplativa; 17
E per la vita attiva,
Poichè a far berricuocoli e ciambelle
Non c’è un paio di man come son quelle. 20
Ei bisogna vedelle;
Ch’io vi so dir che non varría danaio
A petto a lei il miglior ciambellaio 23
O bericuocolaio
E, s’ella vale un mezzo mondo a falle,
Ne val più di millanta a manucalle. 26
Son le Furie d’Averno, a quel ch’io sento,
Tre, Megera, Tesifone ed Aletto;
Ma al Mondo se ne contan per portento
Infine a sei sotto un medesmo tetto. 4
Son sei sorelle tutte d’un aspetto
Il Ciel ne guardi s’elle fusson cento!
Cacolle la Natura per dispetto
Un dì ch’ella si messe un argomento. 8
C’è ancor chi dice ch’elle usciron fuora
Prima di tutti quanti gli altri mali
Dal maladetto vaso di Pandora. 11
Chi volesse fondar cento Spedali,
O Lazzeretti, lo farebbe ognora
Ch’egli potesse aver queste cotali 14
Veraci e naturali
Immagini del morbo e della peste,
Fatte senza livello e senza seste 17
Dalle veloci e preste
Mani della Natura esterrefatta
Da quella materiaccia contrafatta; 20
La qual par proprio fatta
Per far le tentazioni a Sant’Antonio
In forma di Fantasma o di Demonio. 23
Muse pitocche, andatene al bordello,
Poichè da questo vostro mestieraccio,
Mentre per soddisfare a ognun m’avaccio,
Io non ne cavo un marcio quattrinello. 4
M’ho io dunque a beccar sempre il cervello
Sopra qualche sguaiato suggettaccio,
Che, innanzi che l’onor ch’io gli procaccio,
Mertería di remar sopra un vascello? 8
Eccoti, Apollo mio, la tua ghirlanda!
Io te ne incaco, ch’ella sia immortale;
Poichè frutto nessun non mi tramanda. 11
Almen ci fosse ancor qualche cotale
De’ prischi Eroi! ma qual ragion comanda
D’ingrandir co’ miei versi uno animale, 14
Un sciocco, uno stivale
Che s’acconventi? ovvero una bagascia
Che per colpa de’ padri il Mondo lascia, 17
E d’un velo si fascia,
E, giunta in Munister, po’ po’ in quel fondo
Fa forse peggio che non fece al Mondo? 20
Ah l’uno e l’altro pondo
Mi sia strappato via con le tanaglie,
Piuttosto che lodar queste canaglie! 23
Un asino che raglie
Sia ben degno cantor di quella gente,
Che a chi canta per lor non dan mai niente. 26
Sì, vivi pur così, .... vecchia, [puttana]
Con questi tuoi .... sciocchi. [desideri]
Sì, nelle sceleraggini, sì, invecchia,
Ove tu fai cotenna e ti balocchi! 4
Mi poss’esser tagliato via un’orecchia,
E cavati di testa ambedue gli occhi,
Se gelosia mi punge o mi morsecchia
O mi trapassa il cor con degli stocchi. 8
Mi vergogno del ben che t’ho voluto.
E, s’io ne sento una favilla in petto,
Poss’io essere un gran.... [fottuto] 11
S’ tu mai pigli marito, io gli prometto
Che in men d’un mese, sia pur egli astuto,
A portare il cimier sarà costretto. 14
E finalmente aspetto
Di vederti venir fuor del bordello
In mezzo alla sbirraglia ed al bargello 17
Con al collo il cartello
E la mitera in capo in sur un miccio,
E ’l Boia dreto a dartene un carpiccio. 20
Masin, cotesto tuo Calonacaccio,
Che ruba i versi e l’opere stampate,
Poi dice ch’egli stesso le ha inventate,
Bench’ei di poetar non ne sa straccio; 4
Oh va’, digli ch’egli è un bell’asinaccio,
Pentito delle pelli che ha rubate;
Ma che tu lo conosci alle ragliate
Oh va’, digliene pure in sul mostaccio! 8
Digli ch’e’ vada tra la gente sciocca
A fare il dotto, e colla cera brusca,
Nomi ed aggiunti, satire gli scocca! 11
Ma no, ch’ogn’altro pregio un solo offusca
Dàgli soltanto il titol che gli tocca.
Sa’ tu quel ch’e’ vuol dire in lingua Etrusca? 14
Da’, leggila la Crusca,
E troverai che in buona locuzione
Calonaco vuol dir proprio ... 17
Oh poffare! Ser Cecco, i’ son rimasto
Propio come s’io fossi senza un corno
Non mi sa buono nè dormir nè pasto. 3
Io vo pur dietro a sbirciare d’intorno,
Per vederti una volta, vezzo mio;
Ma in van io guato e di notte e di giorno, 6
Tu se’ scappato senza dirmi addio;
E starai lieto, e farai buona ciera,
Mentr’io io ti cerco, a orïente, a bacío. 9
Doh che gli venga un Orco, una Versiera,
E se lo portin via quel can, quel tristo,
Cagion che tu ne desti buona sera. 12
Giuro sul berrettin dell’Anticristo,
Ch’i’ vorre’ propio colle man sbranallo,
Se ’l conoscessi, se l’avessi visto. 15
Al corpo, al sangue, ch’i’ vorre’ cacciarlo
Dentro ’n un cesso, dentro ’n una fogna,
A far co’ vermi e colle bòtte un ballo. 18
Non ti par egli degno d’una gogna,
D’un cartoccio turchin, d’un asinello,
E d’una frusta, e d’una gran vergogna? 21
Ma ritorniamo a te, Ser Cecco bello :
Come va la faccenda? E la Signora
Ti fruga nel pensier, ti dà martello? 24
Vatt’ella consumando ad ora ad ora,
Povero meschinello, poveraccio,
Oppure ti dà sosta una qualch’ora? 27
Ti senti tu del caldo, oppur del ghiaccio?
Se’ vivo, sano, verde come un aglio?
Oppure se’ ravvolto in uno straccio? 30
I’ ho tanta paura che mi quaglio
Allor ch’io penso a cotesto tuo stato,
E mi pare d’avere addosso un maglio. 33
Ma spero, che rimedio arai trovato
A questo rodimento maledetto,
E quel gran ruzzo te l’avrai cavato. 36
Se no, cerca di trarre alcun diletto
Da qualche foresozza ben tarchiata,
Ch’elle sono, per Dio, di core schietto. 39
Falle col chittarrin la serenata,
Ch’e’ non c’è ristio di pigliar l’acceggia
Dàlle la ben venuta e ben trovata. 42
E quando che la zappa o la marreggia,
Va’ a ritrovarla, e presso le ti metti,
E lì ciarla, e sghignazza, e cuccuveggia. 45
Dàlle de’ nastri, dàlle de’ merletti,
E qualche stringa, e qualche coreggiuolo,
E de’ bigheri ancor, degli spilletti. 48
E così passeratti il tempo a volo,
Senza pensare alle ribalderie,
Senz’alcun dispiacere, senza duolo. 51
Legger potràle delle poesie
Nuove, bizzarre, chiare ed allegrocce,
Come sarebbe, a un mo’ di dir, le mie; 54
E poi farle le dolci carezzocce,
E qualche baciolino anche appiccarle
In su quelle gotuzze vermigliocce. 57
Ma sta’! Dove vo io con queste ciarle?
Son elle cose da dirle al Ceccone,
Che saprà ben da sè stesso cercarle ? 60
Eh via, che gli è propio un dottorone
In questo mestieraccio così fatto,
E le sa tutte meglio che un Nasone. 63
E io son pur sí scimunito e matto ?
Gli è come portar cavolo a Legnaia
A insegnare a Ser Cecco in questo fatto. 60
Desso è una fonte, desso è una ceppaia
Di be’ trovati, e voler dirne a lui
Gli è giusto come metter stoppia in aia. 61
Ma queste cose le non fan per nui
Lascianle andar, e discorriamo adesso
D’altri affari che fanno per noi dui. 72
Deh fatt’in qua, deh fatt’un po’ più presso,
E senti due parole nell’orecchio
Intorno a quel passato tuo successo. 75
Quel messer lo Calonaco, quel vecchio,
Il qual vuol farti una pedina, il quale
Vuol fartela cedere in uno specchio; 78
Quello sguaiato tristo facimale,
Quel disgraziato, quel sciaguratello,
Che gli venga un gavocciolo, un cassale, 81
S’è tolto quel pensiere del cervello?
Oppur v’è ancora dentro incaponito?
Chiamalo in giostra, chiamalo in duello. 84
E s’egli accetta così fatto invito,
Statti lieto, Ceccon, chè ’l tuo gran guaio
In una mezz’oretta gli è fornito. 87
Io getto anch’io ’n un canto questo saio,
E armato tutto come un Paladino
Tra sè e me ne farem giusto un paio. 90
E lì colpi da Orlando e da Zerbino
Gli menerem sul capo e sulle braccia,
Finchè disteso l’abbiamo supino. 93
Oh ve’ che spaventosa figuraccia
Faremo noi con quegli stocchi in mano
Affè ch’alle persone il cor s’addiaccia. 96
Tu parrai un bargello, uno scherano;
Perchè quel tuo visin gli è propio buono
Da spiritare un povero cristiano. 99
Oh via lasciamo, perch’ io stanco sono,
Di scriver giù di queste tantafere
Che farebbon scoppiar di verno il tuono. 102
E voi intanto, il mio buon Messere,
State allegro, e aspettatevi che presto
Fo conto di venirvi a rivedere. 105
E se mai quella birba, quel capresto
D’Amor mi dona un becco d’un contento,
Non mi vedrete più doglioso e mesto; 108
Ma dentro nelle risa infino al mento,
Negli spassi, ne’ gusti, ne’ piaceri,
Vo’ sempre che ci stiam ficcati drento ; 111
E lasciamo gracchiare a questi Seri,
Che gl’impacci si prendono del Rosso,
A questi sciocchi veri, veri, veri,
Che ’l canchero gli roda infin sull’osso. 114
Poscritta. Ser Finocchio ha ricevuto
Le lettere, al barbier da voi lasciate,
Ed ancor egli vi fa un bel saluto,
Cogli altri amici dalle passeggiate. 118
Signor Curato, mi son pure accorto,
E l’ho contato del sicuro a dire,
Che, s’io non fossi vivo, sare’ morto; 3
E che, se noi abbiamo da spedire
Qualche nostro affaruzzo di presente,
Bisogna farlo prima di morire; 6
Perchè m’ha detto ancor di molta gente,
Che, quando un uomo ha tirato le calze,
E’ non c’ è modo di far più nïente. 9
Però conviene ch’io mi sbracci e scalze
E ch’io venga con quattro miei versacci
A trovarvi costì fra queste balze. 12
E intanto ch’io son vivo e fuor d’impacci,
Meni le mani come i berrettai,
E ch’io faccia ben presto, e ch’io mi spacci, 15
Prima che tornin più fitti che mai,
E mi vengano sopra difilato,
E m’empiano d’un fregolo di guai. 18
Perchè, se voi lo sapeste il mio stato,
Parría ch’io vi contassi delle baie,
E vi direi il ver, Signor Curato. 21
Ma queste ciarle sieno le sezzaie :
Ne parleremo poi, quando non ci abbia
Dell’altre pose più gioconde e gaie. 24
E perch’io paio un gufo in una gabbia,
O in su la gruccia a far rider gli uccelli,
Mi rincresce scoprirmi, e monto in rabbia. 27
Intanto io vi ringrazio di que’ belli
Saluti, che di spesso voi mi fate
Or per bocca di questi ed or di quelli. 30
Ma certo, Signor caro, v’ingannate
A tenermi per un virtuosaccio,
A darmi quelle lodi sperticate; 33
Ch’io veramente sono un suggettaccio
Che studio solamente il Pecorone
E in altre cose non vaglio uno straccio, 36
Io sono, verbigrazia, un compagnone,
Che mi piace di ridere e gracchiare
Co’miei amici in conversazione. 39
Io non mi curo molto di studiare
Perchè mi dicon che chi studia troppo
Va a ristio di morire o d’impazzare. 42
Io, che vi corro, come di galoppo,
Verso la casa di Monna Pazzia,
Per Dio che vi cadrei senz’altro intoppo. 45
E poi perchè volete ch’io mi dia
Allo studiar, ch’or non si stima un’acca,
E sol si stima la poltroneria? 48
E dappoi che la nuca ti si stracce
In sur i libri, infine a capo d’anno
Tu fai l’avanzo che facea ’l Cibacca. 51
Togliamoci, Signor, da questo inganno
Di volere studiar fino alla morte,
E mandiamogli i libri al lor malanno. 54
Oggi co’ libri non si fa più sorte;
Non è più ’l tempo che Berta filava
E le genti dabbene sono morte. 57
Non è più ’l tempo, che si regalava
Di scudacci lampanti e di fiorini
Un sonettuzzo che finisse in ava. 60
Adesso se ne van sbrici e meschini
Involti dentro a un piccolo tabarro
I Poeti, ch’un tempo eran divini : 63
E forz’è che uno spirito bizzarro
Si pasca sol di fumo, e invano aspetti
Di pigliare la lepre con il carro. 66
Oh sieno delle volte benedetti
Più di millanta color c’hanno il Mondo
Dentro a’ loro preteriti perfetti ! 69
E fra questi voi siete, il mio giocondo
Signor Curato, il quale non avete
Adesso d’altri un bisognino al Mondo; 72
E vi godete la vostra quïete,
E mangiate, e beete, e poi dormite,
Quando n’avete voglia, e che potete. 75
Voi ne farete pur delle stampite
In sul quel chittarrone alto e sonoro,
Che potrebbe trar l’anima da Dite. 78
E sempre intorno il leggiadretto coro
Avrete delle Muse, che lontane
Se ne stan dagli strepiti del Fôro : 81
E scriverete con arabe le mane
In prosa e in versi roba sì squisita
Da mangiarsela tutta senza pane, 84
E leccarsene ancor l’ugne e le dita.
Oimè che versi, oimè che dolci prose,
Oimè che roba, corpo di mia vita! 87
Quand’io ci vo pensando a queste cose,
Mi sdilinquisce dentro al petto il core,
Come s’io fossi in mezzo a un pa’ di spose, 90
E ch’ambedue mi amassono d’amore
E facesson tra loro a chi più bene
Mi vuole, e ’l dimostrassono di fuore. 93
La parità qui non ci calza bene
Ma io l’ho detta per un verbigrazia,
Per una cosa che in bocca mi viene. 96
Che non credeste già, per mia disgrazia,
Ch’io me le andassi così nominando
Perchè le donne mi fossero in grazia: 99
Ch’io vi giuro per la Spada d’Orlando,
E per lo ’ncanto di Madonna Tessa,
Ch’io le vorre’ vedere tutte in bando. 102
Ma sta quistion lasciamola soppressa,
Acciò, col dire, scorger non mi faccia;
Perchè tal burla, che poi si confessa. 105
Io vo scrivendo giù questa cosaccia,
Senza considerar quel ch’io mi faccio,
E ci do drento a forza delle braccia. 108
E voi direte: Guata cervellaccio,
Che non sa nè men e’ quel che si dica,
Che vuol far del saccente ed è un babaccio. 111
E forse monterete in sulla bica,
Ch’io v’assordi con questi noncovelle,
E direte: Oh che ’l Ciel ti maledica! 114
Ma, poter della Luna e delle stelle!
Chi cercherebbe di tenere a segno
Un casual ch’abbia in capo le girelle? 117
Orsù, frenate un micolin lo sdegno,
E lasciate ch’io empia questo vano,
Ch’io non v’aggiungo, se mi dessi un regno. 120
Se vedeste il Signor Prete....
Il quale sta a...., ed è mio zio,
Fategli da mia parte un baciamano. 123
E ditegli ch’io son vivo ancor io,
E ch’e’ farebbe il meglio a ricordarsi
Alcuna volta un po’ del fatto mio; 126
E ch’ei farebbe bene a dimostrarsi,
Che non sol di parole ei m’è parente
Ma e’ dirà che i tempi sono scarsi. 129
E intanto che mi cade nella mente,
Vi raccomando ancor quel vanerello
Dell’Antognin, che si farà valente. 132
Egli è un ragazzo virtuoso e bello;
Ma, s’ho a dirla propio spiattellata,
Egli è un po’ leggerino di cervello. 135
Bisogna fargli una buona lavata;
Ch’io vi prometto, da quell’uom che sono,
Che non gli sarà mica una sassata. 138
Egli ha portato giù dal Cielo in dono
Un grande ingegno, e, se ’l coltiverà,
Certo, ch’ei si farà molto più buono. 141
Convien dirgli che, s’e’ non studierà
La Logica, sportel d’ogni scïenza,
Ch’egli non saprà mai quel che dirà: 144
E s’e’ non pianterà buona semenza,
Che delle frutte ne ricorrà poche,
Come gl’insegnerà la sperïenza. 147
Ma sento che gridate: O quid est hoche?
Saprò ben dir, senza che tu m’insegni
Hanno a menare i paperi a bêr l’oche? 150
Per questo io pianto qui d’Ercole i segni,
E dico: Non plus ultra, o Musa mia,
Chè gli uditori ne son pregni pregni
E sono stiavo di Vossignoria. 154
Manzon, s’i’ te l’ho detto, tu lo sai,
E, s’i’non te l’ho detto, te ’l vo’ dire:
Quand’ i’ te l’arò detto, il saperai. 3
Son risoluto di voler morire,
E non ci voglio metter tempo in mezzo:
Guarda capricci che soglion venire! 6
I’ mi volea morire sino un pezzo;
Ma non ci ho mai potuto trovar modo,
Ch’a questa cosa non ci sono avvezzo. 9
Ho attaccato un bel capresto a un chiodo,
E delle volte diece sono stato
Per cacciare la testa drento al nodo : 12
Ma, prima di far questo, ci ho pensato,
Ch’egli è una morte da furbo, da baro,
Cioè a dir quel morire impiccato. 15
Chè già c’ho a fare questo passo amaro,
I’ non vorre’ po’ poi che le persone
M’avessono a stimare un bel somaro 18
Perch’ i’ non abbia fatto elezïone
Di qualche morte almen da galantuomo,
Non mica da furfante e da briccone. 21
Se ci fusse stampato qualche tomo
Il qual mostrasse tutte le maniere
Di far tirar le calze a un pover’uomo, 24
Io me ’n vorre’ di fatto provvedere,
E ci vorre’ poi tanto studiar suso,
Ch’io ne trovassi alcuna a mio piacere. 27
Quel povero Bertoldo i’ non l’accuso,
Che non trovò mai pianta da impiccarsi :
Gli ebbe ragione di restar confuso. 30
Perocchè, quando si tratta di farsi
Del male, dicon que’ che provat’ hanno,
Ch’egli è molto difficil contentarsi. 33
E’ non è già che rechi loro affanno
Quella paura del morire: a quella
I disperati non vi baderanno. 36
Ciò che ti fa beccar ben le cervella
Gli è quel cercarla bella; ché di morti
Se ne stenta a trovare alcuna bella. 39
E benchè ce ne siano di più sorti,
Le sono peró certe porcherie
Da fare disonore a tutti i morti. 42
E questo è il caso che, di tante vie
Che ci ha d’andare a veder ballar l’orso,
In bilico tu stai tra ’l no e ’l sie, 45
Ove, al contradio, senza far discorso,
S’ella fusse una morte che piacesse,
Te la beresti come bere un sorso. 48
Ma, verbi grazia, se qualcun ti desse
Nel petto d’un pugnale, o nelle stiene,
O con un ciotto il capo ti rompesse, 51
Ti par egli una cosa che stia bene,
Sporcarti la camicia o ’l giubberello
Del sangue che vien fuora delle vene? 54
E’ m’è venuto ancora entro al cervello,
Ch’i’ mi potre’ andare a annegare;
E questo mi parrebbe un modo bello : 57
Ma quel doversi poi tutto bagnare
Que’ pochi panni che tu hai indosso,
Non mi finisce ben di contentare. 60
Mi si potrebbe risponder ch’io posso,
Se pure ho di morir pensier veruno,
Innanzi tratto trarmeli di dosso : 63
Ma cotesto non m’entra in conto alcuno;
Perch’i’ sono un cotale innocentino
Che non vorre’ scandolezzar nessuno. 66
Ci sarebbe un segreto pellegrino;
Cioè ch’i’ mi cacciassi un palo dreto;
Ma questo è un morir da Saracino: 69
Oltrechè mi parrebbe un po’ indiscreto
Quel non poter mai più per quella via
Trarre un sospir che somigliasse a un peto. 72
Un altro bel secreto ci saría
Che mi potrebbe tôrre d’ogn’impaccio;
E l’abbruciarmi credo che ciò sia: 75
S’e’ non fosse che qualche ignorantaccio
Sarebbe, che direbbe che quel foco
Fusse in pena di qualche peccataccio. 78
Ma questa cosa monterebbe poco,
Che, se di fummo ci fusse un po’ meno,
Non ti so dir se sarebbe un bel giuoco. 81
E quantunque alcun dica che ’l veleno
Sia la più bella morte che si faccia,
Nè anche questa mi contenta appieno. 84
E la ragion, perch’ella mi dispiaccia,
che par che tu sii morto perduto;
Tanto diforme ti rende la faccia. 87
Perchè il vederti nero divenuto,
E gonfio, agli occhi reca tanta noia
Che si vorrebbe piuttosto esser muto. 90
Or tu, che se’ staggito già per boia,
Manzoni, vorre’ mo’ che mi dicessi
Qualche bel modo di tirar le cuoia, 93
Ma qualche modo che non mi spiacessi;
E, se fusse possibil, cosa ancora
Che, a chi l’adopra, mal non gli facessi. 96
Sovviemmi ch’allor quando la Signora
Non ti volse veder vivo nè morto,
Che tu n’andavi in cerca molto, allora. 99
A quanto però io mi sono accorto,
Non potesti far pago il tuo disio,
Dappoi ch’i’ vedo che non se’ ancor morto. 102
Ora, Manzoni, che debbio fare, io,
Posciachè dopo tanto affaticarmi
Io non trovo una morte a modo mio? 105
Sa’ tu quel ch’i’ vo’ far? voglio chetarmi
E soprastare pazïentemente,
Finchè la morte vengh’ella a trovarmi. 108
Chi sa che, s’ella la mia brama sente,
Non provvegga da rezzo a’ fatti miei,
Meglio ch’i’ non fare’ forse al presente? 111
D’arte sì fatta ella ne sa per sei :
In queste cose tiene il principato.
Vo’ far così; voglio aspettarla lei. 114
In tanto, per mostrar che ti son grato,
Quel bel capresto te lo dono a tene;
I’ dico quel ch’avevo apprarecchiato:
O ad alcun altro che mi voglia bene. 118
Oh oh vedete s’i’ son pronto a scrivere
A’cari amici miei, Signor Fantastico?
Quattro corsi di Luna ancor non compiono
Dacchè voi ne lasciaste inconsolabile,
Ch’i’ son tosto da voi con una pistola. 5
Oh buon! direte: Che maniera nobile
Di scusarti gli è questa, Astratto amabile?
Ma pian, barbier: chè, se vorrete intendere
Quel ch’i’ vo’ dir, son certo scuseretemi.
In primis quel cotal che preso avevasi 10
Lo ’mpegno di cercar quel prete, eccetera,
È andato tutto giorno abbindolandomi
E di oggi in doman sempre traendola,
Ch’i’ n’era quasi divenuto sazio.
Pure alla fine spiattellato dissemi 15
Che ’l Prete era impegnato, ed altre chiacchiere
Da far morir di stizza un uom che supplica.
Onde pensar potrete, quanti cancheri,
Quanti malanni, e quante pesti e fistoli
I’ gli agurassi in sulla testa subito. 20
Allor m’accorsi io ben di quel proverbio
Che dico, che costor che troppo abbaiano,
Solo di vento il corpo si riempiono:
Quest’è una vera escusazion legittima,
Che val per quante mai potessi addurvene. 25
Ma perchè voi siete un Ser tal difficile
A credere alle prime cacabaldole,
Ce ne vorrebbe almeno un’altra simile:
Ma, diacin, dove mai la debb’io prendere?
Eh via, che risoluto son di dirvela. 30
Dunque sappiate che Monna Pigrizia
Mi s’è fatta sì amica ed amorevole,
Che lontano da quella io mai non trovomi;
Ed è cosa vezzosa e carezzevole,
Che mi fa tutto imbietolir e struggere. 35
Oh se voi la vedeste quando giacesi
In letto meco, come stretto pigliami,
E al collo mi s’attacca, ed aggavignasi,
Ch’e’ non c’è modo ch’i’ mi possa movere!
Talor mi grappa stanco in s’una seggiola, 40
E così forte per le braccia stringemi,
Sicchè mi scappa di studiar la voglia.
Di mezzo giorno sur un letto sdraiomi
A gambe aperte col civile all’aria,
Ed ella pronta al lato mio si corica, 45
E mi fa certe carezzoccie amabili
Ch’i’ sento andarmi tutto il core in succhio.
In sulla sera poi ella dilettasi
Di venirsene meco a pigliar aria,
Verso la porta che conduce a Bergomo. 50
Onde n’andiamo adagio adagio, dandole
Io ’l braccio, e lietamente discorrendola.
E vi so dir ch’ell’è una bella giovane
Ben tarchiata, ritonda, e sì vermiglia
Che la pare una mela propio propio. 55
Oh se vedeste come gnene pèrdono
Dietro gli occhi coloro che la guatano!
Principalmente que’ che sempre stannosi
Il giorno intero a scriver negli studii,
E tutti gli artigian che s’affaticano 60
Nelle botteghe a far loro opre varie!
Nè solo i ricchi mercatanti e gli orafi,
Ma i facchini, i mugnai, i pizzicagnoli,
E tutte queste razze, la vorrebbono:
Or s’io n’ho la ragion, consideratelo; 65
E se con una compagnia sì nobile
Poss’io trovar una buon’otta a scrivere.
Or ch’io son certo che perdoneretemi,
Non occor ch’io mi fermi in altre chiacchiere,
Chè già fatta ho un’agliata arcigrandissima. 70
Ma gnaffe, messer no, tacer non voglio,
E intanto che la Musa in testa frugami
Vo’ cicalar finchè mi pare e piacemi,
Poichè alla fine tanto se ne sa
A mangiarne uno spicchio quanto un aglio. 75
Or dite, Signor mio, come passatela?
Si va a spasso, si gode, o pur si studia?
Sopra i libri ci vien suso la polvere,
O si rompon, leggendoli o si stracciano?
Ho inteso dire che l’Avvento prossimo 80
Ha a toccare a voi a far le prediche.
Bravo bravo, studiate, affaticatevi,
E ’l sapere ch’avete in quel cocuzzolo,
Mettetelo in palese, dimostratelo,
E sgridate i villani, e convertiteli. 85
Ma l’ora è tarda, e ’l nostro messer Pagolo
M’aspetta presto a casa colla lettera.
Iddievidielbondie, Signor Fantastico;
Vi fo una sberrettata profondissima,
E vi bacio la mano dottorevole. 90
Dunque, Ninfa crudel, dunque a’miei versi
Non vuoi porgere orecchio, e vuoi ch’io péra
Con tanto pianto onde il mio volto aspersi? 3
Ben di natura sì maligna e fiera
Son pesci in mar, fra i Ceti e le Balene,
Ch’allor senton piacer quand’uom dispera. 6
Ben cantan più gioconde le Sirene
Mentre s’avveggon che l’incauto pino
Allettato dal canto a lor se ’n viene. 9
E va tanto correndo il Bue marino
Sopra ’l veloce notator, che ’l vede
Provar nell’acqua l’ultimo destino. 12
Ma come tanta crudeltà risiede,
Ninfa, in te, che non sei di squame cinta,
E non hai fesso in doppia coda il piede? 15
Almen t’avesse il tuo furor sospinta
A saziarti un dì del sangue mio,
E a lasciar questa vita un giorno estinta. 18
Ma, lasso, il core hai sì crudele e rio,
Che, più spietata dei marini mostri,
Conceder non mi vuoi quel che desio. 21
Alfine andrò negl’infernali chiostri
Quando sii sazia de’ tormenti miei,
E fin ch’a dito allora ognun ti mostri. 24
Costei, diranno i pescator, costei
Fece morire il misero Licone;
Punitela dal Cielo, o sommi Dei. 27
Vedi Mopso, Dameta e Celadone,
Ch’amati essendo dalle Ninfe loro
Cantan politi ognor dolci canzone. 30
Son io forse men bello di costoro?
Ho pur le luci del color dell’onde,
Ho pur le chiome del color dell’oro. 33
E se nel volto mio non si diffonde
Quel bel vermiglio che la guancia tinge,
Per la tua crudeltate egli s’asconde. 36
Pur nessuno di loro i flutti cinge,
Com’io, con tante e sì diverse reti;
Nè contra i pesci tanti ferri stringe. 39
E sai ben tu se ’l padre mio mi vieti
D’andar col pesce alla città sovente:
Onde i giorni trarrei felici e lieti, 42
Poich’io compro or un fiasco, ora un tridente
E se ’l denaro il genitor mi chiede
Tosto cento e più scuse io volgo in mente 45
E gli vo raccontando, ed ei se ’l crede,
O che ’i perdei, nel ritornar, per via,
O che mancante il comprator me ’l diede. 48
E se non fosse così cruda e ria,
Qual meco è sempre, la mia pescatrice,
Spesso qualche bel dono anch’ella avria. 51
Ma come mai, come sperar ciò lice,
Se questa fèra impietosir non ponno
Tanti sospiri che ’l mio petto elice? 54
Quando fia mai quel dì che in lieto sonno
Riposar mi sia dato, e in me si posi
Colui ch’è del mio cor Signore e Donno? 57
Ahi che prima vedrò gl’impetuosi
Carabi pace aver colla Murena,
E l’Anzie andar co’ Labraci spinosi, 60
Pria di state vedrò bianca la Mena,
Ch’io possa dire un dì: Qnest’è quel giorno,
Quest’è l’ora, ch’io debbo uscir di pena. 63
Ben diece volte ha rinnovato il corno
Cinzia dal cominciar de’ miei lamenti;
Eppur mai sempre a querelarmi io torno; 66
O se coi remi faticosi e lenti
Guidando vo la piccoletta barca,
O se distendo la mia rete ai venti. 69
E non è Ninfa così al pianger parca,
Che, nell’udirmi sospirar, non abbia
Di lagrime la guancia umida e carca. 72
Talor mi getto in sulla nuda sabbia,
E vo la dura terra e i duri sassi
Per lo dolor mordendo e per la rabbia. 75
Nè val che un qualche pescator che passi,
Pietoso mi sollevi e dia conforto,
Perchè accrescendo il mio dolor più vassi. 78
L’altrier, pensando al mal che in seno io porto,
Ahi disperato, fui per affogarmi;
S’un mio compagno non si fosse accorto, 81
Che, veggendomi all’onde avvicinarmi
In viso smorto e nel guardar travolto,
Non so dove lontan venne a menarmi. 84
E di certo, o crudel, non andrà molto
Che in fondo all’acqua estinto mi vedrai,
Comunque io siami o disperato o stolto. 87
E forse allor qualche pietate avrai
Del mio misero caso, alfin bagnando
Di qualche lagrimetta i tuoi be’ rai. 90
Ma v’è nel Nilo un fier dragon, che, quando
Ha divorato l’uomo, alfin se ’n giace
Sopra l’ossa spolpato lagrimando. 93
Nè piange, no, la belva aspra e rapace
Per pietà; ma perchè più non ritrova
Ond’empiere la bocca ampia e vorace. 96
Tal, s’avverrà ch’a te dagli occhi piova
Stilla di pianto sul mio caso amaro,
Ciò non fia par pietà che ’l cor ti mova; 99
Ma perchè del mio strazio a te sì caro
Non potrai saziar quel fiero petto,
In crudeltà sì mostruoso e raro. 102
Sotto qual clima, e sotto quale aspetto
Di fiore stella, il primo dì vedesti,
E qual tana ti diè la culla e ’l tetto! 105
Certo in mezzo del mare, empia, nascesti
Fra l’Orche, e le Balene, e le Pistríci,
E dalle poppe loro il latte avesti; 108
E fra i pesci dell’uomo i più nemici
Conversasti mai sempre, e l’Arïete,
La Tuli e lo Scorpion ti fûro amici. 111
Ma poss’io perder la più bella rete,
Se non ti penti un dì di tanta asprezza,
Poichè andate saran l’ore più liete. 114
Allor maledirai la tua fierezza,
E ti dorrai di non avere il frutto
Goduto a tempo della tua bellezza. 117
Empia, ma che farai, poiché distrutto
Fia lo Splendor che subito si strugge,
Fuori che consumarti in rabbia e ’n lutto? 120
Siccome Acciuga al foco, si distrugge
Vostra frale beltà, donne superbe,
E com’onda del mar se ’n passa e fugge. 123
Abbi dunque pietà delle mi’ acerbe
Pene, o leggiadra pescatrice e bella,
E vienne meco a riposar sull’erba. 126
Così non ti dirò più cruda e fella,
Nè delle fiere o dei marini pesci
Più dura, più spietata, e più rubella. 129
Prendi l’esca e la canna, o bella, ed esci
Qui dove io giaccio in su la mia barchetta.
E in quest’acqua i tuo’ rai confondi e mesci. 132
Qui l’onda pura, cristallina e schietta,
A far preda di Lucci e di Carpioni
Le pescatrici e i pescatori alletta. 135
Vieni: ho serbato un cestellin d’Agoni
Ch’in una tratta ho presi stamattina;
E vo’ che sian, se qui verrai, tuoi doni. 138
Ma lasso! a che pregar? costei s’ostina
Tanto contra di me quant’io mi doglio:
E sono i preghi miei l’onda marina,
Che in van batte e ribatte in uno scoglio. 142
Or che già la stagion fiorita e bella
Fa tutte intorno rallegrar le cose,
E i pesci e i pescatori allegri e pronti
Correndo vanno in questa parte e in quella,
E le lor Ninfe di ligustri e rose
Sulla riva del mar cingon le fronti; 6
Ora ch’ogni animal lieto s’abbraccia
Col suo compagno in sulle verdi erbette,
E la tenera vite all’olmo appresso
Stretto lo tien con amorose braccia,
E di soavi e belle lagrimette
Per lo dolce piacere il bagna spesso; 12
Sol io, lontan da’ conosciuti liti
Mesto, dolente, abbandonato e solo,
La mia perdita piango e la mia Ninfa.
Qual altro pescator fin che s’additi,
Che tante abbia cagion d’amaro duolo,
Sia pur di questa o di remota linfa? 18
Son io Sebeto, il pescator sì vivo,
Che in su la spiaggia de la gran Sirena
Così lieto garzon fui già creduto?
Quel che, col suono e col cantar giulivo,
Fuori dell’onda in su la secca arena
I più timidi pesci avría tenuto? 24
Son io colui che in pescatorii giochi
Sovr’ogn’altro compagno il pregio ottenni,
E ch’a ingannar coll’esca e colla rete
I semplicetti pesci avea sì pochi
Uguali in sulla riva ond’io qua venni?
O canne, o reti mie, non più vedrete 30
Il vostro pescatore, e, se ’l vedeste,
Non credereste mai che desso i’ fia!
Or vengan pur le grasse Tinche a riva
Coi lascivetti Lucci, e colle preste
Occhiate i Persici, ora che la mia
Fiocina giace irruginita e priva 36
D’una man che la spinga, e ’l mio tridente
Fitto laggiù nell’arenoso fondo
D’alga e di musco si ricopre intorno.
Ahi misero Sebeto, e chi ti sente
Alleviar colla voce il grave pondo
Di quel mal che ti preme e notte e giorno? 42
Questo lito, quest’onda, e queste piante
Non t’odon già; chè se potesse udirti
Una cosa insensata, udresti ancora
Le scabre selci alla tua voce infrante,
E l’onde algenti, e quest’incolti ed irti
Alber aspri ululati mandar fuora, 48
Accompagnando i tuoi tristi lamenti.
Ma voi, veloci pesci e leggiadretti,
Che per quest’acqua ognor scherzando andate,
Se mai vi fece andar più tardi e lenti
Amor che incende ancora i vostri petti,
Abbiate voi del mio dolor pietate. 54
Quell’io ch’un tempo mi credei felice
Sovr’ogni pescator che in onda peschi,
Or sono a tal, colpa d’Amor, ch’io stimo
Uom non esser in riva od in pendice,
Cui peggio Amor colla sua pania inveschi
Dal principio del core infino all’imo. 60
Ove son iti que’ felici giorni,
Quando soletto nella mia barchetta
La rete a’ pesci in sul mattin tendea,
Senza ch’un labbro o due begli occhi adorni
Mi ferissero il cor d’aspra saetta?
Ben sciolto allora a mio piacer godea, 66
Lieto cantando in su le rive amene,
E dolci balli colle Ninfe bionde
E co’ leggiadri pescator tessendo
Al suon di corde e d’incerata avena.
Ma poichè Amore il suo velen m’infonde,
Fin dentro al seno i’ vo sempre piangendo; 72
Sicch’io non spero di trovar riposo,
Perfin ch’i pesci di quest’onde fuori
Uscir non veggia, e gir volando intorno.
Poiché i begli occhi e ’l bel volto amoroso
Più non riveggio, onde n’uscian splendori
Che rendean da per tutto un chiaro giorno. 78
Ben ebbe un cor di fiera tigre o d’orso
Colui ch’al Mondo quel bel lume tolse
Che nel mio cor sì dolce stral confisse.
Deh perchè non correste in suo soccorso,
Belle Ninfe del mar? Perchè non volse
Nettuno il ferro, e l’uccisor trafisse? 84
Ma, lasso, indarno il mio dolor mortale
Vo disfogando ai duri sassi e all’onda,
I guai nè senso nè pietà non hanno
E ’l mio nemico Amor vieppiù m’assale,
E con vista più lieta e più gioconda
Par che si rida del crudel mio danno. 90
Io starò qui su quest’ignota piaggia
Sol fra me rammentando il rio destino,
Finchè l’aspra mia vita il duol mi tolga
E se fia mai ch’un dì qui a giugner aggia
Qualche buon pescator d’altro confino,
Fra poche pietre il cener mio raccolga. 96
Così non fia che in riva d’Acheronte
Andar mi faccia il rigido Nocchiere,
Vagando ancor nel sempiterno orrore;
E ’l mio cadaver sottoposto all’onte
Qui non rimanga dell’ingorde fiere,
Miserando spettacolo d’Amore. 102
NIL. O sciocco pescatore, e che stoltezza
Meco ti spinge a far tenzon col canto,
Con quella voce che gli orecchi spezza? 3
ALC. O sublime cantore, e perchè tanto
Or t’abbassi a venir meco in contesa,
Tu, che riporti sovr’ogni altro il vanto? 6
NIL. Il ver tu di’, o s’a te sol vien resa
Da’ rozzi pescator la palma, è solo
Perch’or l’insania per virtute è presa. 9
Il ver tu di’; poichè se in questo suolo
È chi è ranocchio, ed usignuol si stima,
Tu se’, per verità, di quello stuolo. 12
NIL. Or non se’ tu, che d’uno scoglio in cima
L’altrier cantasti così dolcemente
Che mi parevi una stridente lima? 15
Ben mi sovvien che, sendovi presente
Una schiera di rane, sbigottite
Saltâr tutte nell’acqua prestamente. 18
ALC. Or non se’ tu, che, le tue voci udite,
Ogni canoro augel presto si tacque,
Sendo le piche a cantar teco uscite? 21
Ben mi sovvien che ’l dolce canto piacque
Tanto alle Dive che nell’onde stanno,
Che crepavan di riso in fondo all’acque. 24
NIL. Sì mi sovvien, e non è mica un anno,
Che tu togliesti al giovine Licone
Due belle canne con aperto inganno. 27
E perch’ei volea dir la sua ragione,
Tu saltasti di barca, ed adirato
Gli corresti vicin con un bastone. 30
ALC. Anzi io quelle da lui avea comprato,
E mi ricordo ben che in pagamento
A lui dieci ami ed una lenza ho dato; 33
Ma perchè poi non si trovò contento,
Non mi voleva dar le canne; ond’io
Gli corsi addosso, e lo colpii sul mento. 36
TEL. O giovinetti, e qual folle desio
Vi conduce a piatir? Non delle risse
Ma del canto esser debba il parer mio. 39
NIL. Taci, amico: Telgone il ver ci disse;
Sien d’altro i nostri versi, e guadagniamo
Il bel dono che Cromi a noi prescrisse. 42
ALC. Taci pure, Nilalga, e rivolgiamo
I nostri canti a dir l’alma beltate
Della tua Ninfa e di colei ch’io bramo, 45
NIL. La pescatrice mia le chiome accende
Propio ha dell’or onde la Salpa splende,
E gli occhi rilucenti ha dell’Orate. 48
ALC. La pescatrice mia le gote accende
Della porpora vaga, e ’l suo bel seno
Dell’Ombrina il color candido rende. 51
NIL. Per côrre i pesci mai non mi vien meno
Qualche froda ed astuzia; eppur son stretto
Al girar di quel ciglio almo e sereno. 54
ALC. Da quel dì ch’a nuotare i’ fui costretto,
Mai timore non ebbi; eppur m’annego
Nel dolce latte di quel bianco petto. 57
NIL. Vien, pescatrice mia, vieni, ti prego;
Io vo’ farti un bel don di due fiscelle:
Vedi che i giunchi io vo torcendo e piego. 60
ALC. Vien’, pescatrice mia, vieni: due belle
Canne vo’ darti tremule e leggiere
Vedi, son secche, ed han bionda la pelle. 63
NIL. Io vo’ darti un bel vaso, ove le schiere
Degli animali mansueti e domi
Dipinti sono, e delle crude fiere. 66
ALC. Io vo’ darti un bel vaso, ove già Cromi,
Il vecchio e saggio pescatore, incise
Di cento pesci sconosciuti i nomi. 69
NIL. Qui meco un dì la Donna mia s’assise,
E mi fe’ cerchio del bel braccio al fianco,
E poi mi diede un dolce bacio, e rise. 72
Allora i pesci al destro lito e al manco
Invidïosi corsero, e tornâro
Traendo il dorso faticoso e stanco. 75
ALC. Qui un dì, che insiem le Ninfe si lavâro,
Vidi le membra della Donna mia
Trasparir nell’umor lucido e chiaro. 78
Allor le Dive dell’ondosa via
Stavan sospese rimirando, e poi
Ognuna tinta di rossor partia. 81
NIL. Perciò se lieti, o bianchi liti, a voi
Tornan le Tenie molli e i Melanuri,
Sì a quest’ombre torniam lieti ancor noi. 84
ALC. Perciò se i gorghi limpidetti e puri
Piacciono al Luccio, e al presto Ghiozzo i sassi,
Piacete a noi, bei siti ombrosi e oscuri. 87
NIL. Sante Muse, i miei versi incolti e bassi
Ergete sì col vostro almo furore,
Sicchè cantando il mio compagno io passi. 90
ALC. Sante Muse, col vostro almo splendore
Sì ’l mio canto guidate oscuro e vile,
Ch’io porti sol di vincitor l’onore. 93
TEL. Sien lodi al Ciel, che nell’età senile
Udir mi fa per queste piagge amene
Un sì tenero canto e sì gentile ! 96
O quai candidi cigni, o quai Sirene
S’ascoltaro ne’ fiumi oppor nel mare
Cantar tai versi con sì dolci vene? 99
Dovresti pur le glauche luci alzare,
O Nereo, Padre delle limpid’onde,
E ben superbo di tai carmi andare. 102
Deh chi mi presta un’onorata fronde
Ond’io cinga le chiome ai pescatori
In cui tal spirto il Santo Apollo infonde? 105
Felici voi, che i vostri lieti amori
Vedransi scritti per gli scoglj, e d’alga
Orneragli ogni Ninfa, e di bei fiori. 108
E i pescator, mirando a quanto salga
Anche in povero lito il canto e i versi:
Qui scrisse Alceo, diranno, e qui Nilalga. 111
NIL. Orsù, Telgone, omai dovría sapersi
A qual di noi la prima lode apporti
Il cantar carmi più leggiadri e tersi. 114
TEL. Combatteste ambidue sì alteri e forti
Nella lotta gentil, ch’io non saprei
Qual sopra l’altro il maggior pregio porti. 117
Ma perchè senza premio andar non dèi,
Alceo si tenga il destinato vaso;
Chè tu n’avrai, Nilalga, uno de’ miei. 120
Nè ti pensar che ’l minor don rimaso,
O pescator, ti sia; perchè vedrai
Che forse ancor hai migliorato il caso. 123
Un picciol nappo di corallo avrai,
Che viene infin dall’Indica marina,
Se ’l ver mi disse quegli onde ’l comprai. 126
Questo l’ebbe già in don la mia Lucrina,
E mi ricordo ancor, bench’ei sia molto,
Ch’io gliel diedi sul lito una mattina. 129
Scorger ben puoi che per man dotta è stolto,
Poichè tant’opra e tanto studio vedi
In sì piccolo spazio essere accolto. 132
Qui sta intagliato un pescator che in piedi
D’un alto scoglio i bei guizzanti armenti
Colla canna e coll’amo avven che predi. 135
Son tre fanciulli appresso a lui ridenti,
Che la preda raccolgono sul lito,
E poi si stanno a scherzar seco intenti. 138
Ed eccon’un, che intrepido ed ardito
Un suo compagno stringe pe’ capelli:
Perocchè innanzi un pesce gli ha rapito. 141
Qui poscia i piedi candidetti e belli
Si stan lavando quattro giovinette,
All’ombra d’una schiera d’arboscelli. 144
Sono sedute su le molli erbette,
E colla gonna oltre ’l ginocchio alzata
Mostran le gambe alabastrine e schiette. 147
Intanto di Tritoni una brigata
Del mal cauto drappello ed inesperto
Si sta ridendo dopo un sasso, e guata. 150
Or questo vaso, da maestro esperto
Sì ben scolpito, o pescator, ti dono;
Se non egual delle tue voci al merto,
Almeno egual del tuo compagno al dono. 154
------ Annotazioni ------
III. v. 8. calò è correzione di celò nell’Errata-corrige del volumetto.
XIII. In un esemplare a stampa di R. (Ambros., I, 1) è segnato, in alto, con una crocetta. E anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 174.
XV. Introduco nel testo le lezioni del son. riprodotto in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 141. In R. v. 10. Presso a quell’v. 13. e l’asinel; se non per Dio v. 14. Ne va ’l. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta.
XVIII. Con diversità soltanto grafiche, anche in Rime degli Arcadi, XIII, Giunchi, 1780, pag. 142. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. Anche è in Ambros., III, 5, pag. 105, e Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 198.
XIX. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 142 di cui introduco nel testo la correzione al v. 4, che in R. è: Ogni arboscello della selva tutta. Nell’esemplare Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta, e il v. 4 vi è corretto a penna, come qui nel testo.
XX. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 143; di cui introduco nel testo le correzioni (in R., v. 7. pugnersi v. 11, certo per errore di stampa, odorar). Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta.
XXII. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 143, senza altre diversità che grafiche. Nell’esemplare Ambros., III, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta.
XXIV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, le terzine son segnate in margine, a sinistra, con un frego e una crocetta, e il v. 9 ha chiuso dentro un segno al quale. È anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 4.
XXV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. A anche in Ambros., III, 1, pag.. 70, e Ambros., III, 8 pag. 478, entrambi di mano del Gambarelli.
XXVI. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1., il son. è segnato, in alto, di crocetta, e ha correzioni a penna che introduco nel testo. In R.: v. 6. Mi vuo’ tu udire a chiamar lei per nome? v. 8. E. qual spiri.
XXVII. Anche in Rime degli arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 144, di cui introduco nel testo le correzioni. In R. v. 1. tutta, con sopra, senza cancellare lo stampato, meco v. 9. a questo, egualmente, al sacro. È anche in Ambros., III, 4, pag. 71, e Ambros., III, 8, pag. 177, entrambi di mano del Gambàrelli.
XXVIII. Nell’esemplare a stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, di crocetta.
XXIX. Anche in Rime degli Arcadi, XIII,Roma, Giunchi, 1780, pag. 144, di cui introduco nel testo le correzioni. In R. v. 5. unge v. 8. De 1a Strige v. 11. tolte a la; che nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, son corrette a penna come qui nel testo: e in esso esemplare il son. è segnato, in alto, con una crocetta. È anche in Ambros., III, 4,pag. 67, e Ambros., III, 8, pag. 175, entrambi di mano del Gambarelli: nel primo de’ quali il son. è segnato n. 1; e il son. che qui segue, n. 2.
XXX. Anche in Rime degli arcadi, XIII, Roma. Giunchi, 1780, pag. 145; di cui accetto nel testo le correzioni. In R. v. 4. Perchè nè v. 10. alto una spanna v. 12. della sozza canna v. 14. la mia capanna. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. ha, in alto, una crocetta, e a penna le correzioni, introdotte qui nel testo, conformi alle suddette Rime. È anche in Ambros., III, 4, pag. 68, e Ambros., III, 8, pag. 170, entrambi di mano del Gambarelli.
XXXI. L’esemplare della stampa Ambros., I, 1, ha corretto a penna nel v. 6, gli in li. È imitazione dell’epigramma di Mosco: «Eros un giorno, deposte la face e le saette», ecc.
XXII. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta; e ha nel v. 14 la correzione a penna hassi, mentre la stampa reca s’ha. È imitazione dell’Anacreontica greca: «Non m’importano le ricchezze di Gige il re di Sardi».
XXXIII. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta; e vi è corretta a penna l’interpunzione del v. 13. È imitazione dell’Anacreontica greca: «Se Plutone per oro crescesse ai mortali il vivere», ecc.
XXXIV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato in altro, con una crocetta; e son segnati in margine, a sinistra, con un frego laterale, i vv. 5‑11. È imitazione dell’Anacreontica, greca: «Quando Bacco m’invade, s’addormentano le cure», ecc.
XXXV. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 146. È in Ambros., III, 8 di mano del Gambarelli, pag. 170. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1,è segnato, in alto, con una crocetta. È imitazione della Anacreontica greca: «Che cosa vuoi, che cosa vuoi che ti faccia, o chiacchierina rondine?», ecc.
XXXVI. È versione libera del Carme CI di Catullo: «Multas per gentes», ecc.
XXXVII. È versione libera dell’Ode di Orazio, III, 13: «O fons Bandusiae», ecc.
XXXIX. Anche in Ambros., III, 5,gag. 111, e Ambros., III, 8, pag. 170, entrambi di mano del Gambarelli.
XL. Correggo nel v. 3. cantando in contando, secondo l’Errata‑corrige del volumetto.
XLI. Anche, senza altre differenze che grafiche, in Rime degli Arcadi, XIII Roma, Giunchi, 1780, pag. 145. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. È anche in Ambros<., III, 4, pag. 69, e Ambros., III, 8, pag. 171, entrambi di mano del Gambarelli.
XLII. Anche, autografo, in Ambros., II, 1, h, pag. 31; senza varianti.
XLIII. Anche in Ambros., III, 4, pag. 73, e Ambros., III, 8,. pag. 172, entrambi di mano del Gambarelli. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son, è segnato, sopra, con una crocetta.
XLV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. È anche in Ambros., III, 5, pag. 108, e in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 169.
XLVIII. Anche in Ambros., III, 5,pag. 109; e Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 109.
XLIX. Anche in Ambros., 111, 8, di mano del Gambarelli, pag. 50. Cfr. il son. «Chiese l’empia donzella».
L. Anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 50.
LIII. Anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 50.
LIV. Anche in Ambros., III, 4, di mano del Gambarelli, pag. 66, cancellato con freghi verticali; e Ambros., III, 8, pur di mano di lui, pag. 173.
LV. Anche in Ambros., III, 5, pag. 103; e Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 193.
LXIV. Anche in ms. Ambros., III, 8, pag. 197, e in Ambros., III, 4, pag. 82, dove è cancellato con un frego verticale: entrambi di mano del Gambarelli.
LXIX. Anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 54. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è sognato, in alto, con una crocetta.
LXXI. Anche in ms. Ambros., III, 5, pag. 104, e Ambros., III, 8, pag. 198; entrambi di mano del Gambarelli.
LXXII. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, sopra, con freghi in croce. Nel ms. Ambros., III, 4, di mano del Gambarelli, pag. 86, è cancellato con un frego verticale. Pur di mano di lui è anche in Ambros., III, 8, pag. 49.
LXXXIII. Nell’esemplare a stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, d’una crocetta. È in Ambros., III, 4, pagg. 83‑84, e Ambros, III, 8, pag. 195, entrambi di mano del Gambarelli.
LXXXIV. Ms. Ambros., III, 4, pag. 80, e Ambros., III, 8, pag. 194, entrambi di mano del Gambarelli.
LXXXV. Nel v. 16 ho stimato di poter qui sostituire ai puntolini della stampa la parola meno ovvia nè indecente. Nell’esemplare a stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, sopra, con una crocetta. È anche in Ambros., III, 4, pag. 79, dove è cancellato tutto con frego verticale; o in Ambros., III, 8, pag. 196; entrambi di mano del Gambarelli.
LXXXVIII. v. 65. R. ha legnaia; e forse così scrisse il P. ignorando l’origine del motto fiorentino. Ho creduto dover correggere la minuscola; c. 83. R. ha incapponito v. 111. R. ha, per errore di stampa, dentro.
LXXXIX. v. 116. R. ha, per manifesto errore, tenere a freno. Correggo come suggerisce la rima.
XCI. v. 74. Si può supporre, per essere il solo verso tronco in tutta l’epistola, che il testo sia errato; ma può anche essere bizzarria voluta.
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