Giuseppe Parini

 

Alcune poesie di Ripano Eupilino

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

[Seconda Parte]

LXXI.

In man d’Essecutori e di Notai,

Che vuol dir di guidoni e di furfanti,

Io son ridotto a tale stato omai,

Ch’io non confido più nè in Dio nè in Santi.                    4

Non so di qual religïon sien mai,

Se Turchi, Ebrei, Gentili, o Protestanti

Ma mi fo a creder che questi cotai

Sien affatto Ateisti tutti quanti.                                          8

Oh che bestie, oh che bestie son, per Dio !

E’ voglion pur del sangue mio cibarsi,

E dicon ch’egli è lor quello ch’è mio.                                 11

Voi Principi, cui dato a governarsi

Fu ’l Mondo da Messer Domeneddio,

Son questi, questi, i ladri da impiccarsi.                            14

LXXII.

Da un tal che pare una mummia d’Egitto,

Ma più fiero dei draghi e i cocodrilli,

Che va via per istrada ritto ritto,

Sicchè pare appuntato cogli spilli,                                    4

Deh guardatevi, o genti, che ’l suo vitto

È di quei dei legati e de’ pupilli

E non va poi nell’operar sì dritto,

Ma è pien di invenzioni e di cavilli.                                   8

Ei non istima coscïenza un’acca,

E pur ch’egli arricchisca la sua schiatta,

Cerca render l’altrui povera e fiacca.                                11

Ei mi s’appicca come una mignatta,

E dal mio sangue mai non si distacca,

S’io v’adropassi l’ugne d’una gatta.                         14

                      Per me la cosa è fatta.

Se mai non viene un Diavol che lo grappe

Dirittamente in mezzo delle chiappe,                              17

                      Sicch’egli non iscappe;

E dar gli faccia un maledetto crollo,

Finchè si rompa un dì l’osso del collo.                              20

LXXIII.

O Fortuna, Fortuna crudelaccia,

Che se’ fatta per mia disperazione;

Fortuna non più no, ma Fortunaccia,

Ha a durare un pezzo sta canzone?                                  4

Vogliam finirla, e volger quella faccia

Un poco ancora alle buone persone?

Che sì che mi daresti roba a braccia,

S’io t’avessi la ciera d’un briccone?                                   8

S’io fossi, verbigrazia, una puttana,

O un castrato, o una cantatrice,

O un bel marmocchio, ovvero una ruffiana?                   11

Allora sì diventerei felice:

Ma, perchè osservo la legge Cristiana,

Ognun mi scaccia, ognun mi maledice,                           14

                      E son sempre infelice.

Ma vivrò, sguaiataccia, al tuo dispetto;

E se ti grappo un dì per quel ciuffetto,                              17

                      Te lo strappo di netto

Sicché i ragazzi a vederti sì bella,

T’abbian a gridar dietro: Vella, vella!                                20

LXXIV.

Molti somari ho scritto in una lista,

Che pretendono saper di Poesia,

E ne san tanto quanto un Ateista

Ne può sapere di Teologia.                                              4

Se t’incontran talotta per la via,

Tosto di non vederti fanno vista;

Eppur se chiedi lor, Dante chi sia,

Dicon che Dante gli era un Secentista.                           8

Ti citano il rimario del Ruscelli,

Come farebbe un Turco l’Alcorano,

E ne san quanto i gufi e i falimbelli.                               11

E se ti leggon un sonetto strano,

Si van ringalluzzando, e si fan belli,

E dicon ch’è di stile alto e sovrano.                                14

                      Or questa lista in mano

Io dòtti, o Nume che in Parnaso imperi,

Acciocchè gli conoschi questi Seri                                 17

                      Fuor dei Poeti veri;

E tu, Pegaso, se ti montan suso.

Rompi pur loro con un calcio il muso.                           20

LXXV.

M’ha invitato a ballar ieri Ser Nanni

In cima quattro scale sott’un tetto.

Dall’una banda era appoggiato un letto,

E dall’altra un armadio con tre scanni.                           4

Da un’altra parte v’erano de’ panni

Sur un appiccatoio, e a dirimpetto

Il focolar, la pentola, il soffietto,

Le stoviglie, e uno spiedo, che ti scanni.                           8

In un cantuccio v’erano de’ piatti

Posti s’un acquaiuol mezzo distrutto,

Uno sgabello, e due cenci disfatti.                                    11

Del resto v’era luogo dappertutto

Di saltare in un mucchio come i gatti,

V’era ’l bisogno, vi mancava tutto.                                  14

                      I sonatori a lutto

Suonavan una razza di strumenti

Che ti metteva i brividi ne’ denti.                                      17

                      Ambidue gli occhi spenti

Aveva l’uno, e l’altro era storpiato,

E un, che come un ladro era stracciato,                           20

                      Ci vedea sol da un lato.

Le sonate, ch’avean in mente fitte,

Eran di quelle che facea Davitte.                                      23

                      Stavano ritte ritte

In sulle panche, che parean steccate,

Certe brutte fanciulle indiavolate.                                    26

                      Eran tutte malate;

Chi aveva ’l cacasangue e chi la tosse,

Chi non cacava, e chi avea le mosse;                                29

                      E la meno che fosse,

Avea la rogna, aveva il mal franzese,

E ’l benefizio non avea del mese.                                      32

                      Un scopator di chiese,

Un beccamorto, un zaffo, un ciabattino,

Un gabelliere, un lanzo, ed un facchino,                         35

                      Ed anche un cherichino,

Di que’ che in Chiesa servono alle monache,

Un oste, un cuoco, e, per finir le cronache,                     38

                      Due frati senza tonache,

Con certi visi di bertucce o monne,

Facean conversazion con quelle donne,                          41

                      A cui putían le gonne

D’un odor d’ogni sorta di malanni.

Oh i begli inviti che mi fa Ser Nanni                               44

LXXVI.

Nanni s’ha messo un mantellaccio in dosso,

Che s’ tu ’l vedessi, ti parrebbe un matto;

Credo che se ’l facesse il Re Minosso,

Quando Giudice ad Inferos fu fatto.                                4

Egli è cencioso, rattoppato, e grosso

Ne cola il brodo e l’unto liquefatto:

Era già nero, ed or diventa rosso

Per la vergogna d’esser così fatto.                                    8

Fa Nanni in somma sì trista figura

Con quello straccio in sulle spalle storto,

Ch’io ne disgrado la mala ventura.                                 11

Il primo dì che in tal foggia l’ho scorto,

Io ebbi a spiritar della paura

Temendo, ch’ e’ non fosse il beccamorto.                        14

LXXVII.

Nanni mi sbircia prima, e quindi arrappa

Ogni via per fuggirmi o manca o destra,

E s’imbavaglia dentro della cappa

Quel musin da colpir colla balestra.                                 4

Che sì, che un giorno tanto si rattrappa

E s’imbacucca, ch’egli s’incapestra!

Deh corri, Farfanicchio, e poi lo grappa,

E lo disvogli con maniera destra.                                     8

E col puntel de’ cozzi un buon sommesso

Gli rileva dal suol quel pa’ d’occhiacci,

E fa’ ch’e’ guardi ben s’io son quel desso.                       11

Poi diragli pian pian, senza minacci:

Se lo noia vedermi così spesso,

Che tu coll’ugne lo torrai d’impacci.                               14

LXXVIII.

Se scorto pria t’avessi, o d’una gogna

Degno, dell’altrui opre usurpatore,

Io t’are’ fatto tanto disonore,

Che ne saresti morto di vergogna.                                    4

Oh va’, càcciati adesso entro una fogna,

Se tu non vuoi provar di che tenore

Sia la mia penna, quand’ell’è in furore,

Bue, piluccone, asinaccio, carogna.                                  8

Io non so chi mi tien, corpo di....,

Ch’io non ti sforzi or ora a dispogliarti

Di tutto quanto ha’ tu del fatto mio;                                11

E ch’io non pongami a perseguitarti,

Con verseggiar sì attossicato e rio

Che di tua man tu vadi ad impiccarti.                             14

LXXIX.

Signori cari, fate di star sani,

Almeno almen finché non vi malate,

E per amor del Cielo vi guardate

Di non ire a ingrassare i petronciani.                              4

E voi, Piovano, quelle vostre mani

Non le tenete mica scioperate;

Ma a scriver belle cose le adoprate

In versi ora latini, ora toscani.                                          8

Così coll’arte, ch’ogni orgoglio placa,

Non temerete quella vecchia piùe,

Che tira colpi da matta imbriaca.                                   11

E chiaro il vostro nome ognora piúe

N’andrà per sino in India Pastinaca,

Laddove l’acque corron alla ’ngiùe.                                14

LXXX.

Ser Cecco mio, voi siete spiritato

Sì, per santa Nafissa, a dir ch’io muoio,

Perchè son d’una donna imbertonato,

Più che d’una carogna un avvoltoio.                              4

Poi mi fate un supposto sgangherato

A dire che perciò mi spolpo e scuoio;

Ch’io non son mica, come voi, bruciato,

Tenero di calcagna, cascatoio.                                         8

Cancher vi mangi: il vo’ pur dir; gli è vero,

Sì, ch’egli è ver ch’io son proprio disfatto

D’una ragazza che vale un impero.                                11

E vo’ giuocar, che se ’l vedeste un tratto

Quel visin che m’ha fatto prigioniero,

Voi n’ardereste in frega come un gatto.                          14

                      Ma pur non m’han mai tratto

In sì sciocco pensier due luci belle,

Di voler per amor tormi la pelle.                                     17

                     E non stimo covelle

Il mal d’amore, s’io ne son guerito

Solamente con polli e pambollito.                                   20

LXXXI.

Voi me ne avete fatti tanti e tanti

Di questi vostri attacci arcipoltroni,

Che se tornate a rompermi i....

Vi tratterò da birbe e da furfanti.                                      4

Voi siete una tormaccia di pedanti,

Che non volete intender le ragioni;

E perchè fate i saggi e i dottoroni,

Stimate gli altri goffi ed ignoranti.                                    8

Che c’è egli drento in que’ vostri libracci

A non volere che sien letti mai,

Quando voi nol volete, ignorantacci?                              11

Il Diavol, credo, che vi salti omai

Su que’ vostri muffati granellacci,

E vi faccia gridare: ahi ahi ahi ahi!                                  14

LXXXII.

Andate alla malora, andate, andate,

F non mi state a rompere i....

Io non vo’ più sentir queste sonate.

Che vestizioni, che professïoni?                                        4

Doh maledette usanze indiavolate!

Possibil, che dottor non s’incoroni,

Non si faccia una monaca o un frate,

Senza i sonetti, senza le canzoni?                                    8

Che debb’io dire? che costei le spalle

Ardita volge ai tre nemici armati,

Ch’alla cella se ’n va per dritto calle?                              11

Ch’amor disperasi, e gl’innamorati....?

E dalle, e dalle, e dalle, e dalle, e dalle

Con questi cavolacci riscaldati!                                        14

LXXXIII.

O monachine mie, questa fanciulla

È una fanciulla tutta bella e buona,

Bella, e diritta della sua persona,

Che, come a donna, non le manca nulla.                       4

Ella poppava quand’ell’era in culla;

Poi per forza di Cerere e Pomona

È venuta una bella pollastrona

Che finor dette al Mondo erba trastulla.                         8

Ella ha poi un cervel non dal suo sesso,

Che mai non fece una minchioneria,

Se a sorte mai non la facesse adesso.                               11

Ella è in oltre così divota e pia,

Ch’ella, sera e mattina, dice spesso

Il Pater nostro e l’Avemmaria.                                         14

                      In fine ella saría,

Se Iddio daralle grazia ch’ella viva,

Propio il caso per la contemplativa;                         17

                      E per la vita attiva,

Poichè a far berricuocoli e ciambelle

Non c’è un paio di man come son quelle.                        20

                      Ei bisogna vedelle;

Ch’io vi so dir che non varría danaio

A petto a lei il miglior ciambellaio                                    23

                      O bericuocolaio

E, s’ella vale un mezzo mondo a falle,

Ne val più di millanta a manucalle.                                 26

LXXXIV.

Son le Furie d’Averno, a quel ch’io sento,

Tre, Megera, Tesifone ed Aletto;

Ma al Mondo se ne contan per portento

Infine a sei sotto un medesmo tetto.                                 4

Son sei sorelle tutte d’un aspetto

Il Ciel ne guardi s’elle fusson cento!

Cacolle la Natura per dispetto

Un dì ch’ella si messe un argomento.                              8

C’è ancor chi dice ch’elle usciron fuora

Prima di tutti quanti gli altri mali

Dal maladetto vaso di Pandora.                                      11

Chi volesse fondar cento Spedali,

O Lazzeretti, lo farebbe ognora

Ch’egli potesse aver queste cotali                                    14

                      Veraci e naturali

Immagini del morbo e della peste,

Fatte senza livello e senza seste                                       17

                      Dalle veloci e preste

Mani della Natura esterrefatta

Da quella materiaccia contrafatta;                                  20

                      La qual par proprio fatta

Per far le tentazioni a Sant’Antonio

In forma di Fantasma o di Demonio.                              23

LXXXV.

Muse pitocche, andatene al bordello,

Poichè da questo vostro mestieraccio,

Mentre per soddisfare a ognun m’avaccio,

Io non ne cavo un marcio quattrinello.                            4

M’ho io dunque a beccar sempre il cervello

Sopra qualche sguaiato suggettaccio,

Che, innanzi che l’onor ch’io gli procaccio,

Mertería di remar sopra un vascello?                               8

Eccoti, Apollo mio, la tua ghirlanda!

Io te ne incaco, ch’ella sia immortale;

Poichè frutto nessun non mi tramanda.                          11

Almen ci fosse ancor qualche cotale

De’ prischi Eroi! ma qual ragion comanda

D’ingrandir co’ miei versi uno animale,                          14

                      Un sciocco, uno stivale

Che s’acconventi? ovvero una bagascia

Che per colpa de’ padri il Mondo lascia,                         17

                      E d’un velo si fascia,

E, giunta in Munister, po’ po’ in quel fondo

Fa forse peggio che non fece al Mondo?                         20

                      Ah l’uno e l’altro pondo

Mi sia strappato via con le tanaglie,

Piuttosto che lodar queste canaglie!                                23

                      Un asino che raglie

Sia ben degno cantor di quella gente,

Che a chi canta per lor non dan mai niente.                    26

LXXXVI.

Sì, vivi pur così, .... vecchia,       [puttana]

Con questi tuoi .... sciocchi.                [desideri]

Sì, nelle sceleraggini, sì, invecchia,

Ove tu fai cotenna e ti balocchi!                                       4

Mi poss’esser tagliato via un’orecchia,

E cavati di testa ambedue gli occhi,

Se gelosia mi punge o mi morsecchia

O mi trapassa il cor con degli stocchi.                              8

Mi vergogno del ben che t’ho voluto.

E, s’io ne sento una favilla in petto,

Poss’io essere un gran....          [fottuto]                          11

S’ tu mai pigli marito, io gli prometto

Che in men d’un mese, sia pur egli astuto,

A portare il cimier sarà costretto.                                     14

                      E finalmente aspetto

Di vederti venir fuor del bordello

In mezzo alla sbirraglia ed al bargello                            17

                      Con al collo il cartello

E la mitera in capo in sur un miccio,

E ’l Boia dreto a dartene un carpiccio.                             20

LXXXVII.

Masin, cotesto tuo Calonacaccio,

Che ruba i versi e l’opere stampate,

Poi dice ch’egli stesso le ha inventate,

Bench’ei di poetar non ne sa straccio;                              4

Oh va’, digli ch’egli è un bell’asinaccio,

Pentito delle pelli che ha rubate;

Ma che tu lo conosci alle ragliate

Oh va’, digliene pure in sul mostaccio!                            8

Digli ch’e’ vada tra la gente sciocca

A fare il dotto, e colla cera brusca,

Nomi ed aggiunti, satire gli scocca!                                 11

Ma no, ch’ogn’altro pregio un solo offusca

Dàgli soltanto il titol che gli tocca.

Sa’ tu quel ch’e’ vuol dire in lingua Etrusca?                  14

                      Da’, leggila la Crusca,

E troverai che in buona locuzione

Calonaco vuol dir proprio  ...                                            17

LXXXVIII.

CAPITOLI.

[I]

Oh poffare! Ser Cecco, i’ son rimasto

Propio come s’io fossi senza un corno

Non mi sa buono nè dormir nè pasto.                              3

Io vo pur dietro a sbirciare d’intorno,

Per vederti una volta, vezzo mio;

Ma in van io guato e di notte e di giorno,                        6

Tu se’ scappato senza dirmi addio;

E starai lieto, e farai buona ciera,

Mentr’io io ti cerco, a orïente, a bacío.                              9

Doh che gli venga un Orco, una Versiera,

E se lo portin via quel can, quel tristo,

Cagion che tu ne desti buona sera.                                   12

Giuro sul berrettin dell’Anticristo,

Ch’i’ vorre’ propio colle man sbranallo,

Se ’l conoscessi, se l’avessi visto.                                        15

Al corpo, al sangue, ch’i’ vorre’ cacciarlo

Dentro ’n un cesso, dentro ’n una fogna,

A far co’ vermi e colle bòtte un ballo.                                18

Non ti par egli degno d’una gogna,

D’un cartoccio turchin, d’un asinello,

E d’una frusta, e d’una gran vergogna?                           21

Ma ritorniamo a te, Ser Cecco bello :

Come va la faccenda? E la Signora

Ti fruga nel pensier, ti dà martello?                                   24

Vatt’ella consumando ad ora ad ora,

Povero meschinello, poveraccio,

Oppure ti dà sosta una qualch’ora?                                  27

Ti senti tu del caldo, oppur del ghiaccio?

Se’ vivo, sano, verde come un aglio?

Oppure se’ ravvolto in uno straccio?                                  30

I’ ho tanta paura che mi quaglio

Allor ch’io penso a cotesto tuo stato,

E mi pare d’avere addosso un maglio.                              33

Ma spero, che rimedio arai trovato

A questo rodimento maledetto,

E quel gran ruzzo te l’avrai cavato.                                   36

Se no, cerca di trarre alcun diletto

Da qualche foresozza ben tarchiata,

Ch’elle sono, per Dio, di core schietto.                               39

Falle col chittarrin la serenata,

Ch’e’ non c’è ristio di pigliar l’acceggia

Dàlle la ben venuta e ben trovata.                                     42

E quando che la zappa o la marreggia,

Va’ a ritrovarla, e presso le ti metti,

E lì ciarla, e sghignazza, e cuccuveggia.                           45

Dàlle de’ nastri, dàlle de’ merletti,

E qualche stringa, e qualche coreggiuolo,

E de’ bigheri ancor, degli spilletti.                                     48

E così passeratti il tempo a volo,

Senza pensare alle ribalderie,

Senz’alcun dispiacere, senza duolo.                                  51

Legger potràle delle poesie

Nuove, bizzarre, chiare ed allegrocce,

Come sarebbe, a un mo’ di dir, le mie;                             54

E poi farle le dolci carezzocce,

E qualche baciolino anche appiccarle

In su quelle gotuzze vermigliocce.                                     57

Ma sta’! Dove vo io con queste ciarle?

Son elle cose da dirle al Ceccone,

Che saprà ben da sè stesso cercarle ?                                 60

Eh via, che gli è propio un dottorone

In questo mestieraccio così fatto,

E le sa tutte meglio che un Nasone.                                   63

E io son pur sí scimunito e matto ?

Gli è come portar cavolo a Legnaia

A insegnare a Ser Cecco in questo fatto.                           60

Desso è una fonte, desso è una ceppaia

Di be’ trovati, e voler dirne a lui

Gli è giusto come metter stoppia in aia.                            61

Ma queste cose le non fan per nui

Lascianle andar, e discorriamo adesso

D’altri affari che fanno per noi dui.                                   72

Deh fatt’in qua, deh fatt’un po’ più presso,

E senti due parole nell’orecchio

Intorno a quel passato tuo successo.                                  75

Quel messer lo Calonaco, quel vecchio,

Il qual vuol farti una pedina, il quale

Vuol fartela cedere in uno specchio;                                  78

Quello sguaiato tristo facimale,

Quel disgraziato, quel sciaguratello,

Che gli venga un gavocciolo, un cassale,                          81

S’è tolto quel pensiere del cervello?

Oppur v’è ancora dentro incaponito?

Chiamalo in giostra, chiamalo in duello.                          84

E s’egli accetta così fatto invito,

Statti lieto, Ceccon, chè ’l tuo gran guaio

In una mezz’oretta gli è fornito.                                        87

Io getto anch’io ’n un canto questo saio,

E armato tutto come un Paladino

Tra sè e me ne farem giusto un paio.                                90

E lì colpi da Orlando e da Zerbino

Gli menerem sul capo e sulle braccia,

Finchè disteso l’abbiamo supino.                                      93

Oh ve’ che spaventosa figuraccia

Faremo noi con quegli stocchi in mano

Affè ch’alle persone il cor s’addiaccia.                              96

Tu parrai un bargello, uno scherano;

Perchè quel tuo visin gli è propio buono

Da spiritare un povero cristiano.                                       99

Oh via lasciamo, perch’ io stanco sono,

Di scriver giù di queste tantafere

Che farebbon scoppiar di verno il tuono.                         102

E voi intanto, il mio buon Messere,

State allegro, e aspettatevi che presto

Fo conto di venirvi a rivedere.                                           105

E se mai quella birba, quel capresto

D’Amor mi dona un becco d’un contento,

Non mi vedrete più doglioso e mesto;                              108

Ma dentro nelle risa infino al mento,

Negli spassi, ne’ gusti, ne’ piaceri,

Vo’ sempre che ci stiam ficcati drento ;                            111

E lasciamo gracchiare a questi Seri,

Che gl’impacci si prendono del Rosso,

A questi sciocchi veri, veri, veri,

Che ’l canchero gli roda infin sull’osso.                     114

 

Poscritta. Ser Finocchio ha ricevuto

Le lettere, al barbier da voi lasciate,

Ed ancor egli vi fa un bel saluto,

Cogli altri amici dalle passeggiate.                            118

LXXXIX.

[II.]

Signor Curato, mi son pure accorto,

E l’ho contato del sicuro a dire,

Che, s’io non fossi vivo, sare’ morto;                                3

E che, se noi abbiamo da spedire

Qualche nostro affaruzzo di presente,

Bisogna farlo prima di morire;                                          6

Perchè m’ha detto ancor di molta gente,

Che, quando un uomo ha tirato le calze,

E’ non c’ è modo di far più nïente.                                    9

Però conviene ch’io mi sbracci e scalze

E ch’io venga con quattro miei versacci

A trovarvi costì fra queste balze.                                      12

E intanto ch’io son vivo e fuor d’impacci,

Meni le mani come i berrettai,

E ch’io faccia ben presto, e ch’io mi spacci,                     15

Prima che tornin più fitti che mai,

E mi vengano sopra difilato,

E m’empiano d’un fregolo di guai.                                  18

Perchè, se voi lo sapeste il mio stato,

Parría ch’io vi contassi delle baie,

E vi direi il ver, Signor Curato.                                         21

Ma queste ciarle sieno le sezzaie :

Ne parleremo poi, quando non ci abbia

Dell’altre pose più gioconde e gaie.                                  24

E perch’io paio un gufo in una gabbia,

O in su la gruccia a far rider gli uccelli,

Mi rincresce scoprirmi, e monto in rabbia.                      27

Intanto io vi ringrazio di que’ belli

Saluti, che di spesso voi mi fate

Or per bocca di questi ed or di quelli.                              30

Ma certo, Signor caro, v’ingannate

A tenermi per un virtuosaccio,

A darmi quelle lodi sperticate;                                          33

Ch’io veramente sono un suggettaccio

Che studio solamente il Pecorone

E in altre cose non vaglio uno straccio,                             36

Io sono, verbigrazia, un compagnone,

Che mi piace di ridere e gracchiare

Co’miei amici in conversazione.                                        39

Io non mi curo molto di studiare

Perchè mi dicon che chi studia troppo

Va a ristio di morire o d’impazzare.                                  42

Io, che vi corro, come di galoppo,

Verso la casa di Monna Pazzia,

Per Dio che vi cadrei senz’altro intoppo.                          45

E poi perchè volete ch’io mi dia

Allo studiar, ch’or non si stima un’acca,

E sol si stima la poltroneria?                                              48

E dappoi che la nuca ti si stracce

In sur i libri, infine a capo d’anno

Tu fai l’avanzo che facea ’l Cibacca.                                 51

Togliamoci, Signor, da questo inganno

Di volere studiar fino alla morte,

E mandiamogli i libri al lor malanno.                              54

Oggi co’ libri non si fa più sorte;

Non è più ’l tempo che Berta filava

E le genti dabbene sono morte.                                        57

Non è più ’l tempo, che si regalava

Di scudacci lampanti e di fiorini

Un sonettuzzo che finisse in ava.                                     60

Adesso se ne van sbrici e meschini

Involti dentro a un piccolo tabarro

I Poeti, ch’un tempo eran divini :                                     63

E forz’è che uno spirito bizzarro

Si pasca sol di fumo, e invano aspetti

Di pigliare la lepre con il carro.                                         66

Oh sieno delle volte benedetti

Più di millanta color c’hanno il Mondo

Dentro a’ loro preteriti perfetti !                                        69

E fra questi voi siete, il mio giocondo

Signor Curato, il quale non avete

Adesso d’altri un bisognino al Mondo;                             72

E vi godete la vostra quïete,

E mangiate, e beete, e poi dormite,

Quando n’avete voglia, e che potete.                                75

Voi ne farete pur delle stampite

In sul quel chittarrone alto e sonoro,

Che potrebbe trar l’anima da Dite.                                   78

E sempre intorno il leggiadretto coro

Avrete delle Muse, che lontane

Se ne stan dagli strepiti del Fôro :                                     81

E scriverete con arabe le mane

In prosa e in versi roba sì squisita

Da mangiarsela tutta senza pane,                                    84

E leccarsene ancor l’ugne e le dita.

Oimè che versi, oimè che dolci prose,

Oimè che roba, corpo di mia vita!                                    87

Quand’io ci vo pensando a queste cose,

Mi sdilinquisce dentro al petto il core,

Come s’io fossi in mezzo a un pa’ di spose,                     90

E ch’ambedue mi amassono d’amore

E facesson tra loro a chi più bene

Mi vuole, e ’l dimostrassono di fuore.                              93

La parità qui non ci calza bene

Ma io l’ho detta per un verbigrazia,

Per una cosa che in bocca mi viene.                                96

Che non credeste già, per mia disgrazia,

Ch’io me le andassi così nominando

Perchè le donne mi fossero in grazia:                              99

Ch’io vi giuro per la Spada d’Orlando,

E per lo ’ncanto di Madonna Tessa,

Ch’io le vorre’ vedere tutte in bando.                              102

Ma sta quistion lasciamola soppressa,

Acciò, col dire, scorger non mi faccia;

Perchè tal burla, che poi si confessa.                               105

Io vo scrivendo giù questa cosaccia,

Senza considerar quel ch’io mi faccio,

E ci do drento a forza delle braccia.                                108

E voi direte: Guata cervellaccio,

Che non sa nè men e’ quel che si dica,

Che vuol far del saccente ed è un babaccio.                    111

E forse monterete in sulla bica,

Ch’io v’assordi con questi noncovelle,

E direte: Oh che ’l Ciel ti maledica!                                  114

Ma, poter della Luna e delle stelle!

Chi cercherebbe di tenere a segno

Un casual ch’abbia in capo le girelle?                              117

Orsù, frenate un micolin lo sdegno,

E lasciate ch’io empia questo vano,

Ch’io non v’aggiungo, se mi dessi un regno.                   120

Se vedeste il Signor Prete....

Il quale sta a...., ed è mio zio,

Fategli da mia parte un baciamano.                                123

E ditegli ch’io son vivo ancor io,

E ch’e’ farebbe il meglio a ricordarsi

Alcuna volta un po’ del fatto mio;                                    126

E ch’ei farebbe bene a dimostrarsi,

Che non sol di parole ei m’è parente

Ma e’ dirà che i tempi sono scarsi.                                    129

E intanto che mi cade nella mente,

Vi raccomando ancor quel vanerello

Dell’Antognin, che si farà valente.                                    132

Egli è un ragazzo virtuoso e bello;

Ma, s’ho a dirla propio spiattellata,

Egli è un po’ leggerino di cervello.                                   135

Bisogna fargli una buona lavata;

Ch’io vi prometto, da quell’uom che sono,

Che non gli sarà mica una sassata.                                  138

Egli ha portato giù dal Cielo in dono

Un grande ingegno, e, se ’l coltiverà,

Certo, ch’ei si farà molto più buono.                                141

Convien dirgli che, s’e’ non studierà

La Logica, sportel d’ogni scïenza,

Ch’egli non saprà mai quel che dirà:                               144

E s’e’ non pianterà buona semenza,

Che delle frutte ne ricorrà poche,

Come gl’insegnerà la sperïenza.                                       147

Ma sento che gridate: O quid est hoche?

Saprò ben dir, senza che tu m’insegni

Hanno a menare i paperi a bêr l’oche?                            150

Per questo io pianto qui d’Ercole i segni,

E dico: Non plus ultra, o Musa mia,

Chè gli uditori ne son pregni pregni

E sono stiavo di Vossignoria.                                    154

XC.

[III].

Manzon, s’i’ te l’ho detto, tu lo sai,

E, s’i’non te l’ho detto, te ’l vo’ dire:

Quand’ i’ te l’arò detto, il saperai.                                      3

Son risoluto di voler morire,

E non ci voglio metter tempo in mezzo:

Guarda capricci che soglion venire!                                  6

I’ mi volea morire sino un pezzo;

Ma non ci ho mai potuto trovar modo,

Ch’a questa cosa non ci sono avvezzo.                             9

Ho attaccato un bel capresto a un chiodo,

E delle volte diece sono stato

Per cacciare la testa drento al nodo :                                 12

Ma, prima di far questo, ci ho pensato,

Ch’egli è una morte da furbo, da baro,

Cioè a dir quel morire impiccato.                                     15

Chè già c’ho a fare questo passo amaro,

I’ non vorre’ po’ poi che le persone

M’avessono a stimare un bel somaro                                18

Perch’ i’ non abbia fatto elezïone

Di qualche morte almen da galantuomo,

Non mica da furfante e da briccone.                                21

Se ci fusse stampato qualche tomo

Il qual mostrasse tutte le maniere

Di far tirar le calze a un pover’uomo,                               24

Io me ’n vorre’ di fatto provvedere,

E ci vorre’ poi tanto studiar suso,

Ch’io ne trovassi alcuna a mio piacere.                             27

Quel povero Bertoldo i’ non l’accuso,

Che non trovò mai pianta da impiccarsi :

Gli ebbe ragione di restar confuso.                                    30

Perocchè, quando si tratta di farsi

Del male, dicon que’ che provat’ hanno,

Ch’egli è molto difficil contentarsi.                                    33

E’ non è già che rechi loro affanno

Quella paura del morire: a quella

I disperati non vi baderanno.                                              36

Ciò che ti fa beccar ben le cervella

Gli è quel cercarla bella; ché di morti

Se ne stenta a trovare alcuna bella.                                    39

E benchè ce ne siano di più sorti,

Le sono peró certe porcherie

Da fare disonore a tutti i morti.                                          42

E questo è il caso che, di tante vie

Che ci ha d’andare a veder ballar l’orso,

In bilico tu stai tra ’l no e ’l sie,                                           45

Ove, al contradio, senza far discorso,

S’ella fusse una morte che piacesse,

Te la beresti come bere un sorso.                                       48

Ma, verbi grazia, se qualcun ti desse

Nel petto d’un pugnale, o nelle stiene,

O con un ciotto il capo ti rompesse,                                   51

Ti par egli una cosa che stia bene,

Sporcarti la camicia o ’l giubberello

Del sangue che vien fuora delle vene?                               54

E’ m’è venuto ancora entro al cervello,

Ch’i’ mi potre’ andare a annegare;

E questo mi parrebbe un modo bello :                              57

Ma quel doversi poi tutto bagnare

Que’ pochi panni che tu hai indosso,

Non mi finisce ben di contentare.                                      60

Mi si potrebbe risponder ch’io posso,

Se pure ho di morir pensier veruno,

Innanzi tratto trarmeli di dosso :                                        63

Ma cotesto non m’entra in conto alcuno;

Perch’i’ sono un cotale innocentino

Che non vorre’ scandolezzar nessuno.                              66

Ci sarebbe un segreto pellegrino;

Cioè ch’i’ mi cacciassi un palo dreto;

Ma questo è un morir da Saracino:                                   69

Oltrechè mi parrebbe un po’ indiscreto

Quel non poter mai più per quella via

Trarre un sospir che somigliasse a un peto.                       72

Un altro bel secreto ci saría

Che mi potrebbe tôrre d’ogn’impaccio;

E l’abbruciarmi credo che ciò sia:                                      75

S’e’ non fosse che qualche ignorantaccio

Sarebbe, che direbbe che quel foco

Fusse in pena di qualche peccataccio.                               78

Ma questa cosa monterebbe poco,

Che, se di fummo ci fusse un po’ meno,

Non ti so dir se sarebbe un bel giuoco.                             81

E quantunque alcun dica che ’l veleno

Sia la più bella morte che si faccia,

Nè anche questa mi contenta appieno.                            84

E la ragion, perch’ella mi dispiaccia,

che par che tu sii morto perduto;

Tanto diforme ti rende la faccia.                                       87

Perchè il vederti nero divenuto,

E gonfio, agli occhi reca tanta noia

Che si vorrebbe piuttosto esser muto.                              90

Or tu, che se’ staggito già per boia,

Manzoni, vorre’ mo’ che mi dicessi

Qualche bel modo di tirar le cuoia,                                  93

Ma qualche modo che non mi spiacessi;

E, se fusse possibil, cosa ancora

Che, a chi l’adopra, mal non gli facessi.                          96

Sovviemmi ch’allor quando la Signora

Non ti volse veder vivo nè morto,

Che tu n’andavi in cerca molto, allora.                           99

A quanto però io mi sono accorto,

Non potesti far pago il tuo disio,

Dappoi ch’i’ vedo che non se’ ancor morto.                   102

Ora, Manzoni, che debbio fare, io,

Posciachè dopo tanto affaticarmi

Io non trovo una morte a modo mio?                            105

Sa’ tu quel ch’i’ vo’ far? voglio chetarmi

E soprastare pazïentemente,

Finchè la morte vengh’ella a trovarmi.                          108

Chi sa che, s’ella la mia brama sente,

Non provvegga da rezzo a’ fatti miei,

Meglio ch’i’ non fare’ forse al presente?                         111

D’arte sì fatta ella ne sa per sei :

In queste cose tiene il principato.

Vo’ far così; voglio aspettarla lei.                                    114

In tanto, per mostrar che ti son grato,

Quel bel capresto te lo dono a tene;

I’ dico quel ch’avevo apprarecchiato:

O ad alcun altro che mi voglia bene.                      118

XCI.

PISTOLA.

Oh oh vedete s’i’ son pronto a scrivere

A’cari amici miei, Signor Fantastico?

Quattro corsi di Luna ancor non compiono

Dacchè voi ne lasciaste inconsolabile,

Ch’i’ son tosto da voi con una pistola.                              5

Oh buon! direte: Che maniera nobile

Di scusarti gli è questa, Astratto amabile?

Ma pian, barbier: chè, se vorrete intendere

Quel ch’i’ vo’ dir, son certo scuseretemi.

In primis quel cotal che preso avevasi                              10

Lo ’mpegno di cercar quel prete, eccetera,

È andato tutto giorno abbindolandomi

E di oggi in doman sempre traendola,

Ch’i’ n’era quasi divenuto sazio.

Pure alla fine spiattellato dissemi                                      15

Che ’l Prete era impegnato, ed altre chiacchiere

Da far morir di stizza un uom che supplica.

Onde pensar potrete, quanti cancheri,

Quanti malanni, e quante pesti e fistoli

I’ gli agurassi in sulla testa subito.                                     20

Allor m’accorsi io ben di quel proverbio

Che dico, che costor che troppo abbaiano,

Solo di vento il corpo si riempiono:

Quest’è una vera escusazion legittima,

Che val per quante mai potessi addurvene.                      25

Ma perchè voi siete un Ser tal difficile

A credere alle prime cacabaldole,

Ce ne vorrebbe almeno un’altra simile:

Ma, diacin, dove mai la debb’io prendere?

Eh via, che risoluto son di dirvela.                                     30

Dunque sappiate che Monna Pigrizia

Mi s’è fatta sì amica ed amorevole,

Che lontano da quella io mai non trovomi;

Ed è cosa vezzosa e carezzevole,

Che mi fa tutto imbietolir e struggere.                              35

Oh se voi la vedeste quando giacesi

In letto meco, come stretto pigliami,

E al collo mi s’attacca, ed aggavignasi,

Ch’e’ non c’è modo ch’i’ mi possa movere!

Talor mi grappa stanco in s’una seggiola,                        40

E così forte per le braccia stringemi,

Sicchè mi scappa di studiar la voglia.

Di mezzo giorno sur un letto sdraiomi

A gambe aperte col civile all’aria,

Ed ella pronta al lato mio si corica,                                   45

E mi fa certe carezzoccie amabili

Ch’i’ sento andarmi tutto il core in succhio.

In sulla sera poi ella dilettasi

Di venirsene meco a pigliar aria,

Verso la porta che conduce a Bergomo.                   50

Onde n’andiamo adagio adagio, dandole

Io ’l braccio, e lietamente discorrendola.

E vi so dir ch’ell’è una bella giovane

Ben tarchiata, ritonda, e sì vermiglia

Che la pare una mela propio propio.                        55

Oh se vedeste come gnene pèrdono

Dietro gli occhi coloro che la guatano!

Principalmente que’ che sempre stannosi

Il giorno intero a scriver negli studii,

E tutti gli artigian che s’affaticano                                    60

Nelle botteghe a far loro opre varie!

Nè solo i ricchi mercatanti e gli orafi,

Ma i facchini, i mugnai, i pizzicagnoli,

E tutte queste razze, la vorrebbono:

Or s’io n’ho la ragion, consideratelo;                                65

E se con una compagnia sì nobile

Poss’io trovar una buon’otta a scrivere.

Or ch’io son certo che perdoneretemi,

Non occor ch’io mi fermi in altre chiacchiere,

Chè già fatta ho un’agliata arcigrandissima.                   70

Ma gnaffe, messer no, tacer non voglio,

E intanto che la Musa in testa frugami

Vo’ cicalar finchè mi pare e piacemi,

Poichè alla fine tanto se ne sa

A mangiarne uno spicchio quanto un aglio.                    75

Or dite, Signor mio, come passatela?

Si va a spasso, si gode, o pur si studia?

Sopra i libri ci vien suso la polvere,

O si rompon, leggendoli o si stracciano?

Ho inteso dire che l’Avvento prossimo                             80

Ha a toccare a voi a far le prediche.

Bravo bravo, studiate, affaticatevi,

E ’l sapere ch’avete in quel cocuzzolo,

Mettetelo in palese, dimostratelo,

E sgridate i villani, e convertiteli.                                      85

Ma l’ora è tarda, e ’l nostro messer Pagolo

M’aspetta presto a casa colla lettera.

Iddievidielbondie, Signor Fantastico;

Vi fo una sberrettata profondissima,

E vi bacio la mano dottorevole.                                        90

XCII.
ECLOGA PESCATORIA.

LICONE.

Dunque, Ninfa crudel, dunque a’miei versi

Non vuoi porgere orecchio, e vuoi ch’io péra

Con tanto pianto onde il mio volto aspersi?                      3

Ben di natura sì maligna e fiera

Son pesci in mar, fra i Ceti e le Balene,

Ch’allor senton piacer quand’uom dispera.                      6

Ben cantan più gioconde le Sirene

Mentre s’avveggon che l’incauto pino

Allettato dal canto a lor se ’n viene.                                   9

E va tanto correndo il Bue marino

Sopra ’l veloce notator, che ’l vede

Provar nell’acqua l’ultimo destino.                                    12

Ma come tanta crudeltà risiede,

Ninfa, in te, che non sei di squame cinta,

E non hai fesso in doppia coda il piede?                            15

Almen t’avesse il tuo furor sospinta

A saziarti un dì del sangue mio,

E a lasciar questa vita un giorno estinta.                           18

Ma, lasso, il core hai sì crudele e rio,

Che, più spietata dei marini mostri,

Conceder non mi vuoi quel che desio.                                21

Alfine andrò negl’infernali chiostri

Quando sii sazia de’ tormenti miei,

E fin ch’a dito allora ognun ti mostri.                                24

Costei, diranno i pescator, costei

Fece morire il misero Licone;

Punitela dal Cielo, o sommi Dei.                                        27

Vedi Mopso, Dameta e Celadone,

Ch’amati essendo dalle Ninfe loro

Cantan politi ognor dolci canzone.                                     30

Son io forse men bello di costoro?

Ho pur le luci del color dell’onde,

Ho pur le chiome del color dell’oro.                                    33

E se nel volto mio non si diffonde

Quel bel vermiglio che la guancia tinge,

Per la tua crudeltate egli s’asconde.                                    36

Pur nessuno di loro i flutti cinge,

Com’io, con tante e sì diverse reti;

Nè contra i pesci tanti ferri stringe.                                     39

E sai ben tu se ’l padre mio mi vieti

D’andar col pesce alla città sovente:

Onde i giorni trarrei felici e lieti,                                          42

Poich’io compro or un fiasco, ora un tridente

E se ’l denaro il genitor mi chiede

Tosto cento e più scuse io volgo in mente                            45

E gli vo raccontando, ed ei se ’l crede,

O che ’i perdei, nel ritornar, per via,

O che mancante il comprator me ’l diede.                          48

E se non fosse così cruda e ria,

Qual meco è sempre, la mia pescatrice,

Spesso qualche bel dono anch’ella avria.                             51

Ma come mai, come sperar ciò lice,

Se questa fèra impietosir non ponno

Tanti sospiri che ’l mio petto elice?                                       54

Quando fia mai quel dì che in lieto sonno

Riposar mi sia dato, e in me si posi

Colui ch’è del mio cor Signore e Donno?                            57

Ahi che prima vedrò gl’impetuosi

Carabi pace aver colla Murena,

E l’Anzie andar co’ Labraci spinosi,                                    60

Pria di state vedrò bianca la Mena,

Ch’io possa dire un dì: Qnest’è quel giorno,

Quest’è l’ora, ch’io debbo uscir di pena.                              63

Ben diece volte ha rinnovato il corno

Cinzia dal cominciar de’ miei lamenti;

Eppur mai sempre a querelarmi io torno;                           66

O se coi remi faticosi e lenti

Guidando vo la piccoletta barca,

O se distendo la mia rete ai venti.                                        69

E non è Ninfa così al pianger parca,

Che, nell’udirmi sospirar, non abbia

Di lagrime la guancia umida e carca.                                 72

Talor mi getto in sulla nuda sabbia,

E vo la dura terra e i duri sassi

Per lo dolor mordendo e per la rabbia.                               75

Nè val che un qualche pescator che passi,

Pietoso mi sollevi e dia conforto,

Perchè accrescendo il mio dolor più vassi.                          78

L’altrier, pensando al mal che in seno io porto,

Ahi disperato, fui per affogarmi;

S’un mio compagno non si fosse accorto,                           81

Che, veggendomi all’onde avvicinarmi

In viso smorto e nel guardar travolto,

Non so dove lontan venne a menarmi.                                84

E di certo, o crudel, non andrà molto

Che in fondo all’acqua estinto mi vedrai,

Comunque io siami o disperato o stolto.                              87

E forse allor qualche pietate avrai

Del mio misero caso, alfin bagnando

Di qualche lagrimetta i tuoi be’ rai.                                      90

Ma v’è nel Nilo un fier dragon, che, quando

Ha divorato l’uomo, alfin se ’n giace

Sopra l’ossa spolpato lagrimando.                                        93

Nè piange, no, la belva aspra e rapace

Per pietà; ma perchè più non ritrova

Ond’empiere la bocca ampia e vorace.                                96

Tal, s’avverrà ch’a te dagli occhi piova

Stilla di pianto sul mio caso amaro,

Ciò non fia par pietà che ’l cor ti mova;                               99

Ma perchè del mio strazio a te sì caro

Non potrai saziar quel fiero petto,

In crudeltà sì mostruoso e raro.                                            102

Sotto qual clima, e sotto quale aspetto

Di fiore stella, il primo dì vedesti,

E qual tana ti diè la culla e ’l tetto!                                       105

Certo in mezzo del mare, empia, nascesti

Fra l’Orche, e le Balene, e le Pistríci,

E dalle poppe loro il latte avesti;                                           108

E fra i pesci dell’uomo i più nemici

Conversasti mai sempre, e l’Arïete,

La Tuli e lo Scorpion ti fûro amici.                                       111

Ma poss’io perder la più bella rete,

Se non ti penti un dì di tanta asprezza,

Poichè andate saran l’ore più liete.                                       114

Allor maledirai la tua fierezza,

E ti dorrai di non avere il frutto

Goduto a tempo della tua bellezza.                                      117

Empia, ma che farai, poiché distrutto

Fia lo Splendor che subito si strugge,

Fuori che consumarti in rabbia e ’n lutto?                           120

Siccome Acciuga al foco, si distrugge

Vostra frale beltà, donne superbe,

E com’onda del mar se ’n passa e fugge.                             123

Abbi dunque pietà delle mi’ acerbe

Pene, o leggiadra pescatrice e bella,

E vienne meco a riposar sull’erba.                                        126

Così non ti dirò più cruda e fella,

Nè delle fiere o dei marini pesci

Più dura, più spietata, e più rubella.                                    129

Prendi l’esca e la canna, o bella, ed esci

Qui dove io giaccio in su la mia barchetta.

E in quest’acqua i tuo’ rai confondi e mesci.                       132

Qui l’onda pura, cristallina e schietta,

A far preda di Lucci e di Carpioni

Le pescatrici e i pescatori alletta.                                        135

Vieni: ho serbato un cestellin d’Agoni

Ch’in una tratta ho presi stamattina;

E vo’ che sian, se qui verrai, tuoi doni.                                 138

Ma lasso! a che pregar? costei s’ostina

Tanto contra di me quant’io mi doglio:

E sono i preghi miei l’onda marina,

Che in van batte e ribatte in uno scoglio.                     142

XCIII.
EGLOGA PESCATORIA

SEBETO.

Or che già la stagion fiorita e bella

Fa tutte intorno rallegrar le cose,

E i pesci e i pescatori allegri e pronti

Correndo vanno in questa parte e in quella,

E le lor Ninfe di ligustri e rose

Sulla riva del mar cingon le fronti;                                     6

Ora ch’ogni animal lieto s’abbraccia

Col suo compagno in sulle verdi erbette,

E la tenera vite all’olmo appresso

Stretto lo tien con amorose braccia,

E di soavi e belle lagrimette

Per lo dolce piacere il bagna spesso;                                12

Sol io, lontan da’ conosciuti liti

Mesto, dolente, abbandonato e solo,

La mia perdita piango e la mia Ninfa.

Qual altro pescator fin che s’additi,

Che tante abbia cagion d’amaro duolo,

Sia pur di questa o di remota linfa?                                  18

Son io Sebeto, il pescator sì vivo,

Che in su la spiaggia de la gran Sirena

Così lieto garzon fui già creduto?

Quel che, col suono e col cantar giulivo,

Fuori dell’onda in su la secca arena

I più timidi pesci avría tenuto?                                          24

Son io colui che in pescatorii giochi

Sovr’ogn’altro compagno il pregio ottenni,

E ch’a ingannar coll’esca e colla rete

I semplicetti pesci avea sì pochi

Uguali in sulla riva ond’io qua venni?

O canne, o reti mie, non più vedrete                                 30

Il vostro pescatore, e, se ’l vedeste,

Non credereste mai che desso i’ fia!

Or vengan pur le grasse Tinche a riva

Coi lascivetti Lucci, e colle preste

Occhiate i Persici, ora che la mia

Fiocina giace irruginita e priva                                          36

D’una man che la spinga, e ’l mio tridente

Fitto laggiù nell’arenoso fondo

D’alga e di musco si ricopre intorno.

Ahi misero Sebeto, e chi ti sente

Alleviar colla voce il grave pondo

Di quel mal che ti preme e notte e giorno?                        42

Questo lito, quest’onda, e queste piante

Non t’odon già; chè se potesse udirti

Una cosa insensata, udresti ancora

Le scabre selci alla tua voce infrante,

E l’onde algenti, e quest’incolti ed irti

Alber aspri ululati mandar fuora,                                      48

Accompagnando i tuoi tristi lamenti.

Ma voi, veloci pesci e leggiadretti,

Che per quest’acqua ognor scherzando andate,

Se mai vi fece andar più tardi e lenti

Amor che incende ancora i vostri petti,

Abbiate voi del mio dolor pietate.                                    54

Quell’io ch’un tempo mi credei felice

Sovr’ogni pescator che in onda peschi,

Or sono a tal, colpa d’Amor, ch’io stimo

Uom non esser in riva od in pendice,

Cui peggio Amor colla sua pania inveschi

Dal principio del core infino all’imo.                               60

Ove son iti que’ felici giorni,

Quando soletto nella mia barchetta

La rete a’ pesci in sul mattin tendea,

Senza ch’un labbro o due begli occhi adorni

Mi ferissero il cor d’aspra saetta?

Ben sciolto allora a mio piacer godea,                             66

Lieto cantando in su le rive amene,

E dolci balli colle Ninfe bionde

E co’ leggiadri pescator tessendo

Al suon di corde e d’incerata avena.

Ma poichè Amore il suo velen m’infonde,

Fin dentro al seno i’ vo sempre piangendo;                     72

Sicch’io non spero di trovar riposo,

Perfin ch’i pesci di quest’onde fuori

Uscir non veggia, e gir volando intorno.

Poiché i begli occhi e ’l bel volto amoroso

Più non riveggio, onde n’uscian splendori

Che rendean da per tutto un chiaro giorno.                    78

Ben ebbe un cor di fiera tigre o d’orso

Colui ch’al Mondo quel bel lume tolse

Che nel mio cor sì dolce stral confisse.

Deh perchè non correste in suo soccorso,

Belle Ninfe del mar? Perchè non volse

Nettuno il ferro, e l’uccisor trafisse?                                  84

Ma, lasso, indarno il mio dolor mortale

Vo disfogando ai duri sassi e all’onda,

I guai nè senso nè pietà non hanno

E ’l mio nemico Amor vieppiù m’assale,

E con vista più lieta e più gioconda

Par che si rida del crudel mio danno.                                90

Io starò qui su quest’ignota piaggia

Sol fra me rammentando il rio destino,

Finchè l’aspra mia vita il duol mi tolga

E se fia mai ch’un dì qui a giugner aggia

Qualche buon pescator d’altro confino,

Fra poche pietre il cener mio raccolga.                             96

Così non fia che in riva d’Acheronte

Andar mi faccia il rigido Nocchiere,

Vagando ancor nel sempiterno orrore;

E ’l mio cadaver sottoposto all’onte

Qui non rimanga dell’ingorde fiere,

Miserando spettacolo d’Amore.                                        102

XCIV.
EGLOGA PESCATORIA.

NILALGA, ALCEO, TELGONE.

NIL.               O sciocco pescatore, e che stoltezza

Meco ti spinge a far tenzon col canto,

Con quella voce che gli orecchi spezza?                            3

ALC.             O sublime cantore, e perchè tanto

Or t’abbassi a venir meco in contesa,

Tu, che riporti sovr’ogni altro il vanto?                               6

NIL.              Il ver tu di’, o s’a te sol vien resa

Da’ rozzi pescator la palma, è solo

Perch’or l’insania per virtute è presa.                                 9

Il ver tu di’; poichè se in questo suolo

È chi è ranocchio, ed usignuol si stima,

Tu se’, per verità, di quello stuolo.                                    12

NIL.               Or non se’ tu, che d’uno scoglio in cima

L’altrier cantasti così dolcemente

Che mi parevi una stridente lima?                                   15

Ben mi sovvien che, sendovi presente

Una schiera di rane, sbigottite

Saltâr tutte nell’acqua prestamente.                                 18

ALC.             Or non se’ tu, che, le tue voci udite,

Ogni canoro augel presto si tacque,

Sendo le piche a cantar teco uscite?                                  21

Ben mi sovvien che ’l dolce canto piacque

Tanto alle Dive che nell’onde stanno,

Che crepavan di riso in fondo all’acque.                           24

NIL.               Sì mi sovvien, e non è mica un anno,

Che tu togliesti al giovine Licone

Due belle canne con aperto inganno.                                27

E perch’ei volea dir la sua ragione,

Tu saltasti di barca, ed adirato

Gli corresti vicin con un bastone.                                       30

ALC.              Anzi io quelle da lui avea comprato,

E mi ricordo ben che in pagamento

A lui dieci ami ed una lenza ho dato;                                 33

Ma perchè poi non si trovò contento,

Non mi voleva dar le canne; ond’io

Gli corsi addosso, e lo colpii sul mento.                              36

TEL.              O giovinetti, e qual folle desio

Vi conduce a piatir? Non delle risse

Ma del canto esser debba il parer mio.                               39

NIL.                Taci, amico: Telgone il ver ci disse;

Sien d’altro i nostri versi, e guadagniamo

Il bel dono che Cromi a noi prescrisse.                                42

ALC.               Taci pure, Nilalga, e rivolgiamo

I nostri canti a dir l’alma beltate

Della tua Ninfa e di colei ch’io bramo,                                45

NIL.                La pescatrice mia le chiome accende

Propio ha dell’or onde la Salpa splende,

E gli occhi rilucenti ha dell’Orate.                                        48

ALC.                La pescatrice mia le gote accende

Della porpora vaga, e ’l suo bel seno

Dell’Ombrina il color candido rende.                                   51

NIL.                Per côrre i pesci mai non mi vien meno

Qualche froda ed astuzia; eppur son stretto

Al girar di quel ciglio almo e sereno.                                     54

ALC.               Da quel dì ch’a nuotare i’ fui costretto,

Mai timore non ebbi; eppur m’annego

Nel dolce latte di quel bianco petto.                                      57

NIL.                Vien, pescatrice mia, vieni, ti prego;

Io vo’ farti un bel don di due fiscelle:

Vedi che i giunchi io vo torcendo e piego.                             60

ALC.              Vien’, pescatrice mia, vieni: due belle

Canne vo’ darti tremule e leggiere

Vedi, son secche, ed han bionda la pelle.                               63

NIL.                Io vo’ darti un bel vaso, ove le schiere

Degli animali mansueti e domi

Dipinti sono, e delle crude fiere.                                              66

ALC.               Io vo’ darti un bel vaso, ove già Cromi,

Il vecchio e saggio pescatore, incise

Di cento pesci sconosciuti i nomi.                                            69

NIL.                Qui meco un dì la Donna mia s’assise,

E mi fe’ cerchio del bel braccio al fianco,

E poi mi diede un dolce bacio, e rise.                                       72

 Allora i pesci al destro lito e al manco

Invidïosi corsero, e tornâro

Traendo il dorso faticoso e stanco.                                           75

ALC.               Qui un dì, che insiem le Ninfe si lavâro,

Vidi le membra della Donna mia

Trasparir nell’umor lucido e chiaro.                                         78

Allor le Dive dell’ondosa via

Stavan sospese rimirando, e poi

Ognuna tinta di rossor partia.                                                  81

NIL.                Perciò se lieti, o bianchi liti, a voi

Tornan le Tenie molli e i Melanuri,

Sì a quest’ombre torniam lieti ancor noi.                                 84

ALC.               Perciò se i gorghi limpidetti e puri

Piacciono al Luccio, e al presto Ghiozzo i sassi,

Piacete a noi, bei siti ombrosi e oscuri.                                     87

NIL.                Sante Muse, i miei versi incolti e bassi

Ergete sì col vostro almo furore,

Sicchè cantando il mio compagno io passi.                             90

ALC.               Sante Muse, col vostro almo splendore

Sì ’l mio canto guidate oscuro e vile,

Ch’io porti sol di vincitor l’onore.                                              93

TEL.                Sien lodi al Ciel, che nell’età senile

Udir mi fa per queste piagge amene

Un sì tenero canto e sì gentile !                                                  96

O quai candidi cigni, o quai Sirene

S’ascoltaro ne’ fiumi oppor nel mare

Cantar tai versi con sì dolci vene?                                              99

Dovresti pur le glauche luci alzare,

O Nereo, Padre delle limpid’onde,

E ben superbo di tai carmi andare.                                          102

Deh chi mi presta un’onorata fronde

Ond’io cinga le chiome ai pescatori

In cui tal spirto il Santo Apollo infonde?                                  105

Felici voi, che i vostri lieti amori

Vedransi scritti per gli scoglj, e d’alga

Orneragli ogni Ninfa, e di bei fiori.                                          108

E i pescator, mirando a quanto salga

Anche in povero lito il canto e i versi:

Qui scrisse Alceo, diranno, e qui Nilalga.                                 111

NIL.                Orsù, Telgone, omai dovría sapersi

A qual di noi la prima lode apporti

Il cantar carmi più leggiadri e tersi.                                           114

TEL.             Combatteste ambidue sì alteri e forti

Nella lotta gentil, ch’io non saprei

Qual sopra l’altro il maggior pregio porti.                                 117

Ma perchè senza premio andar non dèi,

Alceo si tenga il destinato vaso;

Chè tu n’avrai, Nilalga, uno de’ miei.                                         120

Nè ti pensar che ’l minor don rimaso,

O pescator, ti sia; perchè vedrai

Che forse ancor hai migliorato il caso.                                        123

Un picciol nappo di corallo avrai,

Che viene infin dall’Indica marina,

Se ’l ver mi disse quegli onde ’l comprai.                                    126

Questo l’ebbe già in don la mia Lucrina,

E mi ricordo ancor, bench’ei sia molto,

Ch’io gliel diedi sul lito una mattina.                                           129

Scorger ben puoi che per man dotta è stolto,

Poichè tant’opra e tanto studio vedi

       In sì piccolo spazio essere accolto.                                         132

Qui sta intagliato un pescator che in piedi

D’un alto scoglio i bei guizzanti armenti

Colla canna e coll’amo avven che predi.                                     135

Son tre fanciulli appresso a lui ridenti,

Che la preda raccolgono sul lito,

E poi si stanno a scherzar seco intenti.                                        138

Ed eccon’un, che intrepido ed ardito

Un suo compagno stringe pe’ capelli:

Perocchè innanzi un pesce gli ha rapito.                                    141

Qui poscia i piedi candidetti e belli

Si stan lavando quattro giovinette,

All’ombra d’una schiera d’arboscelli.                                          144

Sono sedute su le molli erbette,

E colla gonna oltre ’l ginocchio alzata

Mostran le gambe alabastrine e schiette.                                    147

Intanto di Tritoni una brigata

Del mal cauto drappello ed inesperto

Si sta ridendo dopo un sasso, e guata.                                         150

Or questo vaso, da maestro esperto

Sì ben scolpito, o pescator, ti dono;

Se non egual delle tue voci al merto,

Almeno egual del tuo compagno al dono.                           154

 

 

------   Annotazioni  ------

III. v. 8. calò è correzione di celò nell’Errata-corrige del volumetto.

XIII. In un esemplare a stampa di R. (Ambros., I, 1) è segnato, in alto, con una crocetta. E anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 174.

XV. Introduco nel testo le lezioni del son. riprodotto in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 141. In R. v. 10. Presso a quell’v. 13. e l’asinel; se non per Dio v. 14. Ne va ’l. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta.

XVIII. Con diversità soltanto grafiche, anche in Rime degli Arcadi, XIII, Giunchi, 1780, pag. 142. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. Anche è in Ambros., III, 5, pag. 105, e Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 198.

XIX. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 142 di cui introduco nel testo la correzione al v. 4, che in R. è: Ogni arboscello della selva tutta. Nell’esemplare Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta, e il v. 4 vi è corretto a penna, come qui nel testo.

XX. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 143; di cui introduco nel testo le correzioni (in R., v. 7. pugnersi v. 11, certo per errore di stampa, odorar). Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta.

XXII. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 143, senza altre diversità che grafiche. Nell’esemplare Ambros., III, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta.

XXIV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, le terzine son segnate in margine, a sinistra, con un frego e una crocetta, e il v. 9 ha chiuso dentro un segno al quale. È anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 4.

XXV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. A anche in Ambros., III, 1, pag.. 70, e Ambros., III, 8 pag. 478, entrambi di mano del Gambarelli.

XXVI. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1., il son. è segnato, in alto, di crocetta, e ha correzioni a penna che introduco nel testo. In R.: v. 6. Mi vuo’ tu udire a chiamar lei per nome? v. 8. E. qual spiri.

XXVII. Anche in Rime degli arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 144, di cui introduco nel testo le correzioni. In R. v. 1. tutta, con sopra, senza cancellare lo stampato, meco v. 9. a questo, egualmente, al sacro. È anche in Ambros., III, 4, pag. 71, e Ambros., III, 8, pag. 177, entrambi di mano del Gambàrelli.

XXVIII. Nell’esemplare a stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, di crocetta.

XXIX. Anche in Rime degli Arcadi, XIII,Roma, Giunchi, 1780, pag. 144, di cui introduco nel testo le correzioni. In R. v. 5. unge v. 8. De 1a Strige v. 11. tolte a la; che nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, son corrette a penna come qui nel testo: e in esso esemplare il son. è segnato, in alto, con una crocetta. È anche in Ambros., III, 4,pag. 67, e Ambros., III, 8, pag. 175, entrambi di mano del Gambarelli: nel primo de’ quali il son. è segnato n. 1; e il son. che qui segue, n. 2.

XXX. Anche in Rime degli arcadi, XIII, Roma. Giunchi, 1780, pag. 145; di cui accetto nel testo le correzioni. In R. v. 4. Perchè nè v. 10. alto una spanna v. 12. della sozza canna v. 14. la mia capanna. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. ha, in alto, una crocetta, e a penna le correzioni, introdotte qui nel testo, conformi alle suddette Rime. È anche in Ambros., III, 4, pag. 68, e Ambros., III, 8, pag. 170, entrambi di mano del Gambarelli.

XXXI. L’esemplare della stampa Ambros., I, 1, ha corretto a penna nel v. 6, gli in li. È imitazione dell’epigramma di Mosco: «Eros un giorno, deposte la face e le saette», ecc.

XXII. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta; e ha nel v. 14 la correzione a penna hassi, mentre la stampa reca s’ha. È imitazione dell’Anacreontica greca: «Non m’importano le ricchezze di Gige il re di Sardi».

XXXIII. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta; e vi è corretta a penna l’interpunzione del v. 13. È imitazione dell’Anacreontica greca: «Se Plutone per oro crescesse ai mortali il vivere», ecc.

XXXIV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato in altro, con una crocetta; e son segnati in margine, a sinistra, con un frego laterale, i vv. 5‑11. È imitazione dell’Anacreontica, greca: «Quando Bacco m’invade, s’addormentano le cure», ecc.

XXXV. Anche in Rime degli Arcadi, XIII, Roma, Giunchi, 1780, pag. 146. È in Ambros., III, 8 di mano del Gambarelli, pag. 170. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1,è segnato, in alto, con una crocetta. È imitazione della Anacreontica greca: «Che cosa vuoi, che cosa vuoi che ti faccia, o chiacchierina rondine?», ecc.

XXXVI. È versione libera del Carme CI di Catullo: «Multas per gentes», ecc.

XXXVII. È versione libera dell’Ode di Orazio, III, 13: «O fons Bandusiae», ecc.

XXXIX. Anche in Ambros., III, 5,gag. 111, e Ambros., III, 8, pag. 170, entrambi di mano del Gambarelli.

XL. Correggo nel v. 3. cantando in contando, secondo l’Errata‑corrige del volumetto.

XLI. Anche, senza altre differenze che grafiche, in Rime degli Arcadi, XIII Roma, Giunchi, 1780, pag. 145. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. È anche in Ambros<., III, 4, pag. 69, e Ambros., III, 8, pag. 171, entrambi di mano del Gambarelli.

XLII. Anche, autografo, in Ambros., II, 1, h, pag. 31; senza varianti.

XLIII. Anche in Ambros., III, 4, pag. 73, e Ambros., III, 8,. pag. 172, entrambi di mano del Gambarelli. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son, è segnato, sopra, con una crocetta.

XLV. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, con una crocetta. È anche in Ambros., III, 5, pag. 108, e in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 169.

XLVIII. Anche in Ambros., III, 5,pag. 109; e Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 109.

XLIX. Anche in Ambros., 111, 8, di mano del Gambarelli, pag. 50. Cfr. il son. «Chiese l’empia donzella».

L. Anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 50.

LIII. Anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 50.

LIV. Anche in Ambros., III, 4, di mano del Gambarelli, pag. 66, cancellato con freghi verticali; e Ambros., III, 8, pur di mano di lui, pag. 173.

LV. Anche in Ambros., III, 5, pag. 103; e Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 193.

LXIV. Anche in ms. Ambros., III, 8, pag. 197, e in Ambros., III, 4, pag. 82, dove è cancellato con un frego verticale: entrambi di mano del Gam­barelli.

LXIX. Anche in Ambros., III, 8, di mano del Gambarelli, pag. 54. Nell’esem­plare della stampa Ambros., I, 1, il son. è sognato, in alto, con una crocetta.

LXXI. Anche in ms. Ambros., III, 5, pag. 104, e Ambros., III, 8, pag. 198; entrambi di mano del Gambarelli.

LXXII. Nell’esemplare della stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, sopra, con freghi in croce. Nel ms. Ambros., III, 4, di mano del Gambarelli, pag. 86, è cancellato con un frego verticale. Pur di mano di lui è anche in Ambros., III, 8, pag. 49.

LXXXIII. Nell’esemplare a stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, in alto, d’una crocetta. È in Ambros., III, 4, pagg. 83‑84, e Ambros, III, 8, pag. 195, entrambi di mano del Gambarelli.

LXXXIV. Ms. Ambros., III, 4, pag. 80, e Ambros., III, 8, pag. 194, entrambi di mano del Gambarelli.

LXXXV. Nel v. 16 ho stimato di poter qui sostituire ai puntolini della stampa la parola meno ovvia nè indecente. Nell’esemplare a stampa Ambros., I, 1, il son. è segnato, sopra, con una crocetta. È anche in Ambros., III, 4, pag. 79, dove è cancellato tutto con frego verticale; o in Ambros., III, 8, pag. 196; entrambi di mano del Gambarelli.

LXXXVIII. v. 65. R. ha legnaia; e forse così scrisse il P. ignorando l’origine del motto fiorentino. Ho creduto dover correggere la minuscola; c. 83. R. ha incapponito v. 111. R. ha, per errore di stampa, dentro.

LXXXIX. v. 116. R. ha, per manifesto errore, tenere a freno. Correggo come suggerisce la rima.

XCI. v. 74. Si può supporre, per essere il solo verso tronco in tutta l’epistola, che il testo sia errato; ma può anche essere bizzarria voluta.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 06 maggio 2006