Giuseppe Parini

 

Alcune poesie di Ripano Eupilino

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

 

SUL TESTO

 

Do per intiero Alcune poesie di Ripano Eupilino; Londra, MDCCLII, presso Giacomo Tomson (in realtà, Milano, Bianchi); in 16°, pagg. CXXIV, più sei del frontespizio e dell’avvertenza A’ leggitori, e due in fine con l’Errata-corrige e la dichiarazione: « Tutte l’espressioni, che a qualunque orecchio più delicato possano sonar male, si attribuiscano alla libertà della Poesia, sia Amorosa che Satirica, Berniesca o di qual’altra specie essa sia », ecc. Che Ripano sia anagramma di PARINO,e che Eupilino rimandi al suo luogo di nascita, sull’Eupili, o lago di Pusiano, è palese e notissimo.

Si avverta che in tutti gli esemplari del libretto, e sono parecchi, da me esaminati, fra le pagg. XXII e XXIII si trova un foglio di due pagine numerate XXii e XXiii (cioè, secondo l’intenzione dello stampatore, XX bis e XX ter) coi sonetti I’ muoio alfine e Lungo ’l Sagrin, e in calce ad essi i richiami Lun- e Non; il quale ultimo non ha corrispondenza, nè col sonetto successivo, come dovrebbe, nè con gli altri seguenti. Ciò fa presumere la soppressione di due sonetti, di che si ha conferma esaminando il breve margine del detto foglio fra le pagg. XXVI e XXVII, resto di una pagina tagliata nella quale doveva trovarsi un sonetto in corrispondenza con il richiamo Non della pag. XXiii.

Numero i componimenti con cifre romane, che, anche per ciò e per distendersi alcuni componimenti in più pagine, non corrispondono a quelle della stampa. Questa nelle note chiamo R.

Secondo criterii generali, rispetto la grafia e l’interpunzione del testo, ma non sì da non togliere la virgola innanzi alla congiunzione e e al pronome che, dove ciò non sia che mero uso grafico; da non ritoccare pel senso, in alcuni pochi luoghi, l’interpunzione; da non togliere maiuscole veramente superflue; da risolvere in doppio i l’ j; e da rinunziare a qualche segno o sostituzione di lettera che agevoli la lettura (p. es. sputiamci invece di sputanci, in XXIV, 12; sarem invece di saren, in LXIV,11). Le correzioni dell’Errata-corrige introduco, naturalmente, nel testo.

A’ LEGGITORI.

Io parrò forse troppo arrischiato mandando al Pubblico questa piccola parte delle mie Rime in tempo che, essendo ogni maniera di letteratura al suo colmo venuta, ogni leggier macchia che in un libro si trovi vien da giudiziosi uomini conosciuta e ripresa. Ma chiunque vorrà pôr mente al fine ch’io mi son proposto e alla cautela da me usata pubblicandole, credo che non potrà di soverchia arditezza o temerità ragionevolmente accusarmi. Perciocchè nè sciocca pompa di comparir tra’ saggi nè vano disio di lode nè verun altro mio consimil pensiere mi ha confortato a dar fuori questo picciol libretto; ma puramente una cotal mia vaghezza, di saper dal Pubblico, siccome io penso, giusto e sincero estimator dell’opere altrui, quale io sia per riuscir nel poetico mestiere, mi ha stimolato a far ciò. Perocchè, leggendo gli amatori degli ameni studii queste Poesie, e ora per l’un capo biasimandole cortesemente, e ora per l’altro graziosamente commendandole, e le lodi o i biasimi loro pervenendomi all’orecchio, io potrò, ove gli uni all’altre sopravanzino, lo incominciato cammin tralasciare, e dare alle Muse un eterno addio, e ove al contrario questi meno soperchiati da quelle, animarmi a salir con più vigore il sacro giogo e procacciarmi qualche fronda di lauro in Parnaso. Per tal motivo in ho voluto scêrre, da’ miei poetici lavori, varii di vario argomento e di varie spezie; acciocchè, veggendoli, il Pubblico mi sappia poi dire a qual maniera di comporre io debba appigliarmi, e quale intralasciare. Voi ci troverete addunque nel presente volumetto componimenti e sacri e morali e amorosi e pastorali e pescatorii e piacevoli e satirici e di molte altre guise, i quali, ove di poco valor fossero, colla loro varietà almeno sarannovi di noia minore. La qual noia medesima io mi sono studiato a mio poter di tôr via, con lo scêrre sì poco numero di componimenti, non volendo colla moltitudine de’ miei pessimi versi il secolo nostro incomodare. Senzachè io non sento poi così bassamente di me medesimo, che non confidi poterci essere in questo libro parecchi lavori che, qual colla limatezza, alcuno colla novità, tale coll’evidenza, e tal altro col particolare e nuovo suo gusto, in vece di noia, diletto vi porgeranno. Il che quantunque sia per negarmisi da certi matti abbaiatori che o per astio o per altra cotal loro passione vorranno che io non ci abbia nulla di buono; spero che voi, onesti e discreti lettori, confesserete esser vero, siccome alla prova potete conoscer leggendo. Al quale effetto io, senza più aggiugner, vi lascio. State sani.

I.

Voi, che sparsi ascoltato in rozzi accenti

I pregi eccelsi della Donna mia,

Non istupite, se tra questi fia

Cosa ch’avanzi ’l creder delle genti                                   4

Poichè, sebbene per laudarla i’ tenti

Le penne alzar per ogni alpestre via,

Quel, che meglio però dir si devria,

Riman coperto alle terrene menti.                                     8

Nè sia chi dall’esterno mio dolore,

Onde in pianti mi strugge a poco a poco,

Misuri la pietà dentro al suo core                                     11

Perché, quantunque in ogni tempo e loco

Far mostra i’ soglia del mio grande ardore,

Assai maggior, ch’i’ non dispiego, è ’l foco.                      14

II.

Candido in Cielo, e di be’ raggi adorno

Splendeva il Sole oltre l’usato stile,

E vestivas’il colle e il prato umile

D’ogni fior più leggiadro intorno intorno                       4

Qual su’ rami d’un faggio, e qual d’un orno,

Ogni augel più canoro e più gentile

S’udia cantar, sicchè ’l più oscuro e vile

Facea col canto a Filomena scorno                                  8

Per le frondi degli alberi battea

Zefiro l’ali, e ogni ruscel più mondo

Saltellando tra’ sassi al mar correa;                                 11

E con più dolce volto e più giocondo

Ridea Cupido o l’amorosa Dea

Il dì che nacque la mia Donna al Mondo.                      14

III.

Il dì che nacque la mia Donna al Mondo,

Dal lavoro immortal stupida sorse

La Madre delle cose, e ’l guardo torse

A mirar lo spettacolo giocondo.                                       4

Indi, volgendo il grave ciglio a tondo,

Fisò le luci nell’età trascorse

Di poi sorpresa, e di se stessa in forse,

Fin del suo centro le calò nel fondo.                                 8

Poi disse: E qual sì nobile fattura

Dell’antiche bellezze e delle nove

Gl’illustri pregi alteramente oscura?                               11

E di qual parte sì gran Donna move,

Che coll’alta beltà vince Natura?

Se nel Ciel non è fatta, i’ non so dove.                             14

IV.

Donna, se tu scorgessi il grande ardore

Che nel mio sen per tua beltà s’apprese,

Ben diresti che tal mai non accese

In cor gentil d’innamorato Amore.                                    4

Qui star vedresti quel divin Signore

Temperando gli strali ond’ei m’offese,

Ed a’colpi di lui senza difese

Servir d’incude il mio medesmo core;                               8

E vedresti siccome mi divora

Dolcemente del petto in ogni loco

La bella fiamma che vi cresce ognora;                              11

E tutti i miei pensieri a poco a poco,

Come fanciulli timidetti ancora,

Scaldars’intorno a sì leggiadro foco.                                 14

V.

O pellegrin, che non vedesti mai

La Donna mia, deh su vieni a vedella;

Ch’io ti giuro che mai altra più bella

Nel tuo lungo girar vista non hai.                                    4

D’esser uomo non più ti penserai

Poichè sii giunto alla presenza d’ella

Tanto al su’ aspetto e tanto a la favella

Dolce in seno piacer ti sentirai.                                         8

Vien’, chè nulla varrammi aver parlato,

Quando tu nel bel guardo e nel bel riso

Mille cose più grandi avrai mirato.                                 11

Vieni; e in partir da quel benigno viso,

Se mai cércati alcun dove se’ stato,

Tu rispondigli tosto : In Paradiso.                                   14

VI.

Spesso mi torna il dolce tempo a mente,

Quando, seduto con la Donna mia,

Io le narrava dolorosamente

La pena del mio core intensa e ria.                                   4

Ella, bussando gli occhi dolcemente,

Il volto d’un rossor dolce copria,

E per le labbra a consolarmi intento,

A’ dolcissimi accenti il varco apria                                     8

E tanta gioia avea nel seno accolta,

Ch’all’udir lo parole alme e gioconde,

L’alma se n’ giva pellegrina e sciolta.                                11

Or nullo, fuorchè i sassi, i tronchi e l’onde,

Il mio sì lungo sospirare ascolta;

E a consolarmi, oimè, chi mi risponde?                            14

VII.

Udrammi dunque Amor tristi o dogliosi

Condur sempre in lamenti e giorni ed anni,

Senza volger giammai gli occhi pietosi

A mirar le mio pene ed i miei danni?                                 4

Dunque in vedere da’ pensier tiranni

Girsen tant’altri alfin vittorïosi,

Io solo in mezzo a’ disperati affanni

Invidiando andrò gli altrui riposi?                                      8

Ma stolto! a che le volontarie offese

I’ vo piangendo, a quegli amati guai,

Onde l’alma non mai volle disciorse?                                11

E quante volte la Ragion cortese,

Per sottrarmene pur la man mi porse,

Io strinsi le catene, e la scacciai?                                         14

VIII.

Dunque, Manzon, scorgesti i vaghi rai,

E ’l bel volto, e la man bianca o gentile,

Cui riveder col suo perverso utile

A me ’l fiero destin non lascia mai?                                  4

Oh te beato se comprender sai

Quanto piacere a null’altro simile

Vien dal mirar Donna sì altera e umile,

Ch’uom può trar fuore da’più tristi guai!                         8

Perchè allora ’l mio cor tu non avesti;

Chè più nove bellezze in volto a lei

Colla scorta d’Amor vedute avresti!                                 11

Anzi perchè cangiarme i’ non potei

Tutto in te stesso; e quel che tu godesti

Io medesimo, e più, goduto avrei!                                    14

IX.

E pur te’ n riedi già, dolce pensiero,

Dal vago aspetto del divin mio sole;

E ’l volto mi descrivi e le parole

Dolci e leggiadre, ond’io pur ardo e spero.                       4

Deh pietoso mi di’ per qual sentiero

Sì breve alla mia Donna ognor tu vole

Ch’anch’io ve’ gir là ’ve quell’alte e sole

Bellezze un giorno prigionier mi fêro.                              8

Anzi teco verrò; nè del desio

Temi, che penna men veloce e snella

M’abbia punto a tardar dal volo mio;                              11

Però che Amor coll’aurea sua facella

D’ogni peso terren purgommi; ond’io

Quale accesa mi muovo agil fiammella.                          14

X.

Ecco ’l grand’arco in alto e la saetta

Dell’antico Signor, che mi spaventa;

E, come l’alma il suo poter ne senta,

Tutta stammi dubbiosa in sen ristretta.                              4

Ahi che ’l crudo Tiranno aspra vendetta

Fa dell’essermi sciolto, e mi tormenta!

Nè sol di rilegarmi or si contenta,

Ma in prigion mi rinchiude anco più stretta:                      8

E lontan dal bel cibo, ond’io vivrei,

Vuol, per somma fierezza e crudeltate,

Ch’io finisca per fame i giorni miei.                                   11

Oh te felice te cento fïate,

Tirsi, che presso alla tua Donna sei,

E viver puoi delle sembianze amate!                                 14

XI.

Quando fia mai quel dì che tu ti sciolga,

I’ dico all’alma, da un sì basso affetto?

Oh qual viltate, ch’ad amar si volga

L’alma, cosa immortal, mortale obbietto!                          4

Ella risponde : Allor fia ch’io disciolga

Il bel nodo, ch’è intorno a me ristretto,

Quando ’l Signor dell’Universo accolga

Niun’amore in vêr me dentro al suo petto                          8

Poichè, com’ei con immortal desio

Ama me, ch’appo lui son ombra vile,

Sì rivolto a un bel corpo è l’amor mio.                               11

E s’egli in me vil creatura umile

Ama d’un Dio l’immago, in quello anch’io

Amo l’idea d’un’alma alta e gentile.                                   14

XII.

Qual dolce spiritello entro alle dita,

Amarilli gentil, nascose avete,

Che tanta, oppor ch’al suon voi le movete,

Gioia versa ne’ cori alma e gradita?                                    4

Certo Amor, e non altri, è che v’incita

La mano, in cui tanto piacer chiudete;

Ond’ella poi, senza trovar mai quiete,

Così lieve passeggia e sì spedita.                                         8

Sì certo, è Amor, che in un con voi pur tocca

L’ebano che col fil d’or si connette;

Poichè divino è ’l suon ch’indi trabocca:                            11

E mentre avvien che l’armonia ci allette,

Ei dall’avorio della man ne scocca

Le invisibili sue crude saette.                                              14

XIII.

Filli, qualor con un bel nastro appeso

Lo strumento gentil dal sen vi pende,

E la candida man, ch’or sale, or scende,

Il suon tragge dal fil tremulo e teso,                                  4

D’esser mi par sovra le stelle asceso,

Lo cui girar tant’armonia comprende,

O che qui dove il vostro suon ne accende

Sia di là qualche spirto a noi disceso.                                8

E sì cred’io; poichè, non men che ’l suono,

Celeste avete anco il sembiante, in cui

Quel bel foco riluce, ond’arso i’ sono.                               11

Ed oh beato ben saría colui

Che di vosco finire avesse in dono

A sì dolce concento i giorni sui!                                         14

XIV.

Fra gl’impeti d’Amore e di Fortuna,

Or da quella balzato, or da quest’onda,

Non ch’io mai giunga ad afferrar la sponda,

Pur non veggio un chiaror di speme alcuna.                      4

Ma irato maggiormente il Ciel s’imbruna,

E la tempesta sovra me più inonda;

Sicch’io non trovo parte ove m’asconda

Dal gran furor che intorno a me s’aduna.                          8

S’i’ n’esco mai, di Libertate al tempio

Le rotte spoglie vo’ sacrare, e voglio

Ch’ello ad ogni mortal servan d’esempio :                        11

E s’alcuno fia poi di tanto orgoglio

Che si fidi ad un mar sì crudo ed empio,

Deh sommergasi, o rompa in uno scoglio!                        14

XV.

Ecco Bromio, pastori, ecco Lieo

Col tirso in mano, e co’ fanciulli accanto;

Udite il suon medesmo, udite il canto,

Col qual giri in Tebe il grande ingresso ei feo.                 4

Ecco Sileno, che di vin s’empieo

L’irsuta barba e ’l setoloso manto,

E percotendo va di tanto in tanto

L’asin, che sol di sua vecchiezza è reo.                             8

Tirsi, quel bel monton che t’addit’io

Presso quell’elce, con un colpo atterra,

Indi sacralo allegro al grasso Dio :                                   11

E tu, Damon, che se’ robusto, afferra

Sileno e l’asinel, pigro e restio;

Chè va ’l cavallo e ’l cavaliere a terra.                              14

XVI.

Questo biondo covon, di bica or tolto,

Penda innanzi al tu’ altar, Santa Vacuna :

Poichè felicemente oggi raccolto

Dal campo abbiam le spighe ad una ad una.                 4

Ecco che noi giacciam col sen disciolto

Or che s’alza la Notte umida e bruna :

Tu ’l sudore ne tergi, e intorno al volto

Colla dolce quïete i sogni aduna.                                      8

Tai cose i mietitor da le fatiche

Del dì tornati, poichè ’l sol cadea,

Dicevano sdraiati in su le biche :                                     11

E in tanto il bue, che ’l dì trainato avea,

In disparte, pascevasi di spiche,

E lo stanco drappel non v’attendea.                               14

XVII.

Poichè ciascun vendemmiator si sente,

Mentre toglie alla vite i pondi suoi,

Tra gli scherzi e le risa, inni altamente

Cantare al Domator de’ liti Eoi,                                        4

Togli, Graspin, la cesta ed il tagliente

Picciolo ferro adunco, e andiam pur noi

Tra le viti colà; ma tieni a mente

Di non tanto mangiar, se bêr tu vuoi.                               8

Vedi come quel tralcio il palo fasci?

Quivi con Filli a sgrappolar ti metti,

Dove l’uva mi par legata a fasci.                                      11

Ma non far poi, che sì colei t’alletti

Co’ cenni, o col gracchiar, che tu ne lasci

Sotto l’avare frasche i grappoletti.                                   14

XVIII.

Ahi quante, ahi quante di pietate ignudi

Fan prede i lupi de le fresche agnelle;

Sicchè non val ch’a vigilar su quelle

Il povero pastor fatichi e sudi!                                            4

Questa felice è ben, che i denti crudi

De le belve non teme ingorde e felle;

Poichè dal branco de le pecorelle,

Almo Pastor, la togli, e la rinchiudi.                                  8

Qui, non la guasteran fàscini o incanti :

Ma vedrai come bella e senza scabbia

Di più candide lane ognor s’ammanti :                             11

E fia che ’l lupo indarno giri, ed abbia

In fine a starsi all’ovil chiuso innanti,

Alto ululando per disdegno e rabbia.                               14

XIX.

 Sì vaga pianta e sì gentile avea

Con mie lunghe fatiche a tal ridutta,

Che le sue fronde invidïar parea

Ogni arboscello, anzi la selva tutta :                                   4

Nè più di Borea o d’Aquilon temea

Contra i be’ rami suoi l’orrida lutta;

Ma lieto alla sua dolce ombra sedea

Pur cogliendone alfin le prime frutta.                               8

Quando Giove improvviso ecco disserra

Fulmine, che col colpo i rami adorni

In uno, e me con lo spavento, atterra.                               11

Or giace il parto di sì lunghi giorni;

Ed io stommi guardando in su la terra,

Ch’alcun germoglio a pullular ritorni.                              14

XX.

Quella pianta gentil, ch’avea battuta

Con le folgori Giove in sul terreno,

Così rapidamente era cresciuta

Chi’ i’ n’avea colmo di dolcezza il seno.                              4

Ma ’l mio compagno agricoltor veduta

Non prima l’ebbe, che, d’invidia pieno,

Sentì pungersi il cor d’aspra feruta,

Sol volendo indiviso arbor sì ameno.                                 8

Con ascosa pertanto ignobil arte

I be’frutti m’invola, e pien di duolo

Me ’l tronco ad adorar lascia in disparte.                         11

Torna, o Giove, a cacciar l’arbore al suolo

Chè, chi niun vuol de’suoi piaceri a parte,

Ben non metta costui di goder solo.                                 14

XXI.

Pendi, mia cetra umíl, da questo salce

Senza man che ti svegli, e senza corde;

Poichè a calmar le cure inique e sorde

Il tuo tenero suon punto non valce.                                   4

Già presso è Morte coll’orribil falce,

E ’l Veglio, che le cose atterra e morde;

Nè avvien, bench’ i’col mio gridar gli assorda,

Ch’ognun di loro non mi segua e incalce.                         8

Miser n’andrò fra gli amorosi mirti,

E risonar farovvi ogni pendice,

Mescendo il pianto mio con gli altri spirti.                       11

E tu ti rimarrai, se tanto lice,

Tra’ Pastor d’este selve incolti ed irti

D’una picciol conforto ombra infelice.                             14

XXII.

Accendi il foco, Elpin, mentr’io mi bendo

De le candide fascie il crine e ’l petto;

E non temer del mio cangiato aspetto,

Or che ’l magico Nume in sen comprendo.                      4

Ecco la mano alla sacr’ara io stendo,

E ’l vergin zolfo in su la fiamma getto,

E tre grani d’incenso indi vi metto,

Il suono alzando de’ miei versi orrendo.                             8

Già dall’acceso altar par che si sciolga

Il fumo inverso il Ciel salendo, e parmi

Che ’l Ciel commosso le mie preci accolga.                      11

Or quella fiera, che non vuol mirarmi

Per continuo pregare, a me si volga

Almen per forza de’ possenti carmi.                                 14

XXIII.

I’muoio alfine, alfine, o cruda Eumolpi,

Su quest’umide reti entro a la barca,

Giacer mi vedi, e te non fia ch’io incolpi,

Che d’un freddo sospir mi se’ancor parca.                        4

Non temer più del mio tridente i colpi,

Squamoso gregge: alfin colui se ’n varca

Ad altro lito, che di tenie e polpi

Ogni nassa traea dall’onda carca.                                      8

Toglietevi, o compagni, or le mie canne

(Ah mille volte le lor cime a voi

Veder curve sia dato!) o le mie reti.                                    11

Questo legnetto sol meco verranne,

Per varcare, atra Stige, i gorghi tuoi,

Quando Caronte a un sì infelice il vieti.                            14

XXIV.

Lungo ’l Sagrin, mentre i pastor le gote

Gonfiando van su le ineguali canne,

Amico, i’so ch’assai più dolce andranno

Lor suon congiunto a le tue dolci note.                             4

E intanto che ’l commosso aere percote

L’opposte rupi, da le sue capanne

Ogni Ninfa silvestre a udir verranne

Tuo canto, che le fère addolcir puote.                               8

Oh te felice, al quale il destro Fato

Tant’ozio dona, e a rustical concento

Dentro al paterno suol vivi beato!                                    11

Ahi me non già!, Infin ch’a forza intento

A sè mi tenga il dubitoso piato

Che nel Fôro usar suol garrulo e lento.                            14

XXV.

Da questo cerchio, che sul lito io segno

Colla verga tremenda, e in cui ti metto,

Non partirti, o Damone, e tienti in petto

Le sillabe possenti ch’io t’insegno.                                    4

Ecco son già presenti, a un picciol segno

Della mia man, Tesifone ed Aletto,

E d’Ecate triforme il vario aspetto,

E gli altri Numi dello Stigio Regno.                                 8

Ecco io gl’invoco: O degli oscuri e bui

Fiumi d’Averno abitatrice schiera,

Damone ascolta, o me in vece di lui.                                11

Fa’, per la forza della mia preghiera,

Che la Donna, ch’un tempo amò costui,

A poco a poco ai distrugga e pèra.                                  14

XXVI.

Tirsi, non te ’l diss’io, ch’all’aere fosco

Noi l’aremmo trovata? or vedi come

L’infame Strega con le sciolte chiome

Va dell’erbe cogliendo intorno al bosco.                              4

Tirsi, certo ella è dessa; i’ la conosco :

Ecco m’ascondo, o chiamo lei per nome :

Vedi, vedi, coum’ella si dischiome,

Come spiri dagli occhi acceso tosco!                                    8

Ahi ch’ella udimmi! ahi già, n’ha scorti! or senti

Ch’all’orrende bestemmie ha sciolto il freno :

Ah noi meschini, ahi sventurati armenti!                            11

Deh tre volte sputiamci, o Tirsi, in seno;

Che se ’l gregge da lei ci viene or spento,

Ah, Tirsi, ah noi possiam salvarci almeno!                          14

XXVII.

Sciogli, Fillide, il crin, e meco t’ungi

D’esto liquor, che nelle man ti spargo;

Poi quest’osso più stretto a quel più largo,

Che d’uomo son, con le verbene aggiungi.                        4

Indi accendi l’altar, dal rio non lungi

Che lento va tra l’uno e l’altro margo;

E mentre io d’acqua il sacro altar cospargo,

A questa cerea immago il cor tu pungi.                             8

Ecco l’ombre d’Averno al sacro loco

Vengon scotendo l’atre faci; o ’l sole

Per lo fumo s’oscura a poco a poco.                                   11

Tu non temer; ma di’ queste parole:

La pace che tra loro han l’acqua e ’l foco

Abbian gli amanti ancor Licida e Iole.                               14

XXVIII.

Già s’odon per lo Cielo alti rimbombi

Dei fulmini sonanti, e vanno preste

L’oscure nubi a radunar tempeste :

Volgete, amiche, pur, volgete i rombi.                                4

Tu dispògliati, o Nisa, infine ai lombi,

Siccome i’ faccio ancor, d’ogni tua veste:

E mentre i’ parlo alle ner’ombre e meste,

Volgete, amiche, pur, volgete i rombi.                                8

Ecco cercan ricovro che gli scampi,

Greggi e pastor sotto le querce antiche,

E paventan le Ninfe i tuoni e i lampi.                                  11

L’uve di Tirsi, e di Damon le spiche,

Son péste e tronche per le vigne e i campi

Fermate pur, fermate i rombi, amiche.                               14

XXIX.

Colei, Damon, colei, che più d’un angue

Intorno al crine scapigliato intesse,

E con note, ora chiare ed or sommesse,

Può trar fuor de la tomba un corpo esangue;                    4

Colei, ch’ugne di caldo e vivo sangue

L’uova di rospo ancor fumanti e spesse,

E una penna funèbre aggiunge ad esse

D’una strige che ancor palpita e langue;                            8

Costei, l’erbe che in Colco ed in Campagna

Circe oprâro e Medea, con l’ossa incende

Di bocca tolte a una digiuna cagna;                                  11

E con queste il mio gregge infermo rende,

Sicch’errando se ’n va per la campagna,

Nè d’erba nè di rio vaghezza prende.                               14

XXX.

Nè d’erba nè di rio vaghezza prende

Il mio gregge svenuto, e si rimbosca;

E par che ’l suo pastor più non conosca,

Tanto nè i cenni nè le grida intende.                                  4

Or su le balze perigliose ascendo,

Or entra in tana insidïosa e fosca,

E giurerei che più non riconosca

Qual de l’erbette giova e quale offende.                            8

Lasso! ben il diss’io quel dì che alzarse

Vidi l’infame Strega, alta sei spanne

Da terra con lo chiome orride e sparse;                            11

Ch’ella mandò fuor de le sozze canne

Terribil voce, e allor la Luna sparse

Raggio di sangue in vêr le mie capanne.                         14

XXXI.

Deposta un giorno l’orrida facella,

E quell’arco crudel che i petti schiaccia,

Prese Amore in ispalla una bisaccia,

E un pugnitoio in cambio di quadrella :                            4

E posta sotto il giogo una vitella,

O un giovenco che fosse, o due, li caccia

Per lo incolto tarren con una faccia

D’un villan che si stizza ed arrovella.                                 8

Quasi ’l bellico a’ Numi si sconficca,

D’Amor ridendo, che l’aratro muove

E la semenza per le zolle ficca.                                           11

Qnand’ e’, rivolto al Ciel, grida: Ser Giove,

O fa’di messe questa terra ricca,

O ch’io di nuovo ti converto in bove!                                 14

XXXII.

Io di Lidia il gran Re non mi rammento,

Ma spregiator di ricche gemme e d’ori

Della mia sorte umíl vivo contento,

E non invidio a’ Re gli ampii tesori.                                   4

Sol concesso a me sia la guancia e ’l mento

Cosparger d’odoriferi liquori,

Ed allo specchio d’un bel fonte intento

Cingere il crin di porporini fiori.                                        8

L’oggi m’importa, e l’avvenir non curo :

Perciò questi miei dì labili, o tu

Bacco, fien tuoi; ch’a te bevendo il giuro,                         11

Prima ch’un qualche mal mi dica : Orsù,

Anacreonte, andiamo al regno scuro :

Getta ’l bicchier; non hassi a bever più!                            14

XXXIII.

S’io mi credessi che con or la Morte

Si potesse tener lontan da noi,

Vorrei ben dall’Occaso a’ liti Eoi

Ir cercandomi ognor più amica sorte.                               4

E quand’ella picchiasse alle mie porte,

Le direi: Piglia, e va’ pe’ fatti tuoi.

Ma se fuggir non posso i colpi suoi,

A ché piangendo far l’ore più corte?                                 8

Dunque, poichè così fatal destino

io non posso evitar, mia cura sia

Conversar cogli amici, e ber del vino;                               11

O su le piume colla Donna mia

Passar scherzando i dì felici, infino

Che la Parca ne sciolga ingorda e ria.                              14

XXXIV.

Se di Bacco il liquor nel mio cervello.

Coll’ammirabil suo poter penètra,

Ogni cura se ’n va noiosa e tetra;

Già mi par d’esser ricco e d’esser bello :                           4

E vo cantando or questo carme or quello,

Or sedendo su l’erba, or s’una pietra,

E col pensier calco la Terra e l’etra,

Dominando il destin secondo e ’l fello.                              8

Stia fra l’arma a pugnar pure il guerriero,

Ch’io sol questo desio nel cor mi porto,

Di contender tra ’l fiasco e tra ’l bicchiere.                       11

Dammi la tazza pur, fanciullo accorto;

Poichè involto in un dolce almo piacere

Meglio è certo giacere ebbro, che morto.                         14

XXXV.

Rondinella garruletta,

Se non taci, un giorno affè

Io vo’ far sopra di te

Un’asprissima vendetta.                                                   4

Vo’ pigliarti stretta stretta,

E legarti per un piè;

Poi far quel che Tereo fe’

Con codesta tua linguetta.                                                8

L’alba in ciel non anco appare,

Che con querula favella

Tu ne vieni a risvegliare.                                                  11

Or che dorme la mia bella,

Guarda ben, non la destare,

Garruletta Rondinella.                                                      14

XXXVI.

Per molte genti e molti mar condotto,

O mio germano, finalmente io sono

A quest’esequie miserande addotto,

Per far l’ultimo a te funebre dono.                                   4

E poichè te medesmo a me non buono

Destino ahi tolse, e ’l tuo bel stame ha rotto

Indegnamente, oimè, vo’ dir qui prono

Su la tacita polve un vano motto.                                     8

Questi doni però tu accogli intanto,

Che ne’ funèbri sacrificii offrio

De’ maggiori il costume antico e santo.                          11

Questi accogli pur tu; ch’assai del mio

Sono grondanti ancor fraterno pianto;

E addio per sempre, o mio germano, addio.                  14

XXXVII.

O del vetro più chiaro, ameno fonte,

Degno di dolce vin, cinto di fiori

Domane avrai un caprettin, cui fuori

Spuntan le prime corna in su la fronte.                              4

Indarno ci mostra le sue voglie pronte

Or a l’aspre tenzoni, or agli amori;

Poichè avverrà che i gelidi liquori

Del suo sangue vermiglio esso t’impronte.                         8

Te l’ore atroci dell’ardente Cane

Non san toccar; tu doni a’ tauri, lassi

D’arare, amabil fresco, e al vago armento.                        11

Però tra l’altre andrai chiare fontane;

Ch’io l’elce canterò, ch’ombreggia i sassi

Cavi, onde scorre il tuo loquace argento.                           14

XXXVIII.

Là dove Pindo al ciel tanto s’innalza,

Che le due corna infra le nubi asconde,

E giù per quello van di balza in balza

Con dolce mormorio le placid’onde;                                4

I’ fui, Manzoni, e le fiorite sponde

Osai calcar, dove succinta e scalza

Erra la schiera ognor de le gioconde

Figlie di Giove, carolando, e balza.                                  8

E visto appena, elle mi fûro accanto,

Di te chiedendo; e di quell’onda lieve

Una bell’aureo vaso attinse intanto;                                11

Indi : Questo a lui porgi, e d’ogni greve

Morbo il sollevi, e lo risvegli al canto.

Disse, e me ’l porse colla man di neve.                             14

XXXIX.

Manzon, s’io vedrò mai l’aspro flagello

Dell’irata fortuna un dì posarse,

E ’l cielo, che sinor nuvolo apparse,

Tornar sopra di me sereno e bello;                                     4

Udraimi acceso di furor novello

Versi cantar, e al canto mio placarle

Ogni fera crudele, e cheti starse

I fiumi, e a me condurse ogni arboscello.                          8

Ridi ? non sai quanto Anfïon poteo

Su le pietre Tebane, e quanto impero

Nelle selve di Tracia usava Orfeo?                                   11

Ah così s’ammollisca il destin fiero;

Chè quanto il Trace e quel Teban già feo,

Di far tanto, e più ancora, i’ non dispero.                       14

XL.

Per l’aspro calle ond’a Parnaso uom giunge

Io mossi ’l piede insin da’ più verd’anni,

E già contando i miei sì lunghi affanni

Fra me diceva : Or non puot’esser lunge,                           4

Ma, Fortunata, ahi che ’l tuo vol raggiunge

Il lento passo mio co’ presti vanni;

E lungi ancor da que’ beati scanni

Lo tuo sommo valor m’insulta e punge!                            8

Or vanne lieta pur, ché ’n su la via

Attendon le Sorelle alme e divine

La tua venuta assai più che la mia.                                  11

Quivi non aspettar ch’io giunga al fine

Del mio cammin, sì ratto: assai mi fia,

Quando neve mi copra il fosco crine.                               14

XLI.

O Sonno placido, che con liev’orme

Vai per le tenebre movendo l’ali,

E intorno a i miseri lassi mortali

Giri coll’agili tue varie forme;                                            4

Là dove Fillide secura dorme

Stesa su candidi molli guanciali

Vanno, e un’imagine carca di mali

In mente pignile trista e deforme.                                     8

Tanto a me simili quell’ombra inventa,

E al color pallido che in me si spande,

Ch’ella, destandosi, pietà ne senta.                                   11

Se tu concedimi favor sì grande,

Con man vo’ porgerti tacita e lenta

Due di papaveri fresche ghirlande.                                  14

XLII.

Endecasillabi, cui porgerete

Col vostro tenero suono conforto?

Al mio certissimo Manzon, che smorto

Mirate e languido gir presso a Lete.                                 4

Su richiamatelo, su lo scuotete,

Prima che l’abbiano le cure assorto

Questi è quel giovine saggio ed accorto,

Che delle lettere giunge alle mete.                                    8

Alla sua cetera vid’io sovente

Tendere i satiri l’orecchie acute,

E le selvatiche vergini attente.                                          11

Endecasillabi, dunque le argute

Corde svegliategli, se di repente

Cose udir piacevi dal ciel venute.                                     14

XLIII.

Oimè che turbine rivoltuoso

Di cure asprissime mi turba il sen !

Porgimi, o Fillide, di vin spumoso

Un orcio, o un cintolo, ma che sia pien.                           4

Quest’è ’l dolcissimo caro e gioioso

Ai cor dei miseri contravelen :

Per questo a ridere torna giocoso

L’imbriachissimo vecchio Silen.                                        8

Chi fu che ’l barbaro fiero dolor

Frenò dell’esule vergine a Nasso,

Se non quest’unico dolce liquor?                                      11

Chi fia che reggaci sul fianco lasso,

Fugando il gelido senile onor,

Presso a quell’ultimo dolente passo?                                14

XLIV.

Col guardo i’ vo su per l’aereo calle

Fra le nubi cercando, e tra i pianeti,

E veggio d’ogni stella entro a’ secreti

Lati Dio, ch’ora quiete, or moto dàlle.                              4

Scendo di poi su le nevose spalle

De’ monti, ed essi guai freschi arïeti

Veggio esultar di lui superbi e lieti,

Ch’abita ogni antro loro, ogni lor valle.                             8

Cerco la Terra tutta, e l’onda, e fuore

Caccio lo sguardo ancor, ch’appena il regga,

E veggio come, in quell’immenso orrore,                         11

Solo non già, ma con se stesso ci segga.

Torno coll’occhio alfin dentro al mio core;

E solo nel mio cor par che no ’l vegga.                             14

XLV.

Carca di merci prezïose e rare,

Coll’aure amiche intorno, agile e presta

Girsen vid’io senza curar tempesta

Una nave superba in mezzo al mare.                                4

E per l'onde vicine al lito, chiare,

Col remo, il qual di faticar non resta,

Di due tavole appena insiem contesta

Un’umile barchetta i’ vidi andare.                                     8

Sorse vento improvviso, e l’una tosto

Alla ripa vicina in braccio corse,

E ’l legno altier cadde tra l'onde assorto.                           11

Così ’l miser, diss’io, ch’al basso è posto

Presto si salva; a chi più in alto sorse,

Miracol è se può ritrarsi al porto.                                       14

XLVI.

Su queste pallid’ossa, e già da cento

Anni sepolte in quest’oscuro avello,

Qual già lusse color vermiglio e bello,

Ch’or sciolto in polve se ne porta il vento?                        4

Qui, superbe fanciulle, il guardo intento

Filate a rimirar l’aspro flagello

Che fa ’l Tempo e la Parca intorno a quello

Splendor cui tanto commendar vi sento.                           8

Ecco i candidi avorii, ecco le rose,

Che sì pregiano in voi gli stolti amanti,

Misero avanzo di beltà famose.                                          11

Anzi quaggiù voi vi specchiate innanti,

Folli, cui ’l vero un cieco Amor nascose,

Quel che riman di tanti pregi e tanti.                                 14

XLVII.

Poichè dal braccio del Signor guidate

Fuor dell’Egitto uscir l’Ebraiche genti,

Fuggì timido il Mare, e le frementi

Onde volse il Giordan là ’v’eran nate.                               4

E qual, veggendo lo caprette amate,

Fanno i capri lascivi ed insolenti,

Saltâro i monti, e i colli soggiacenti,

Come i saturi agnei per l’erbe usate.                                 8

Perchè fuggisti, o Mare, e tu, Giordano,

Perchè indietro tornasti? O colli, o monti,

Qual vi mosse a saltare impeto strano?                            11

E monti e colli e flutti, umili e pronti

Chinârsi a lui, che col poter sovrano

Fa, di selci e di rupi, e stagni e fonti.                                 14

XLVIII.

Filli, questo splendor, che con tant’arte

Fregi e nodrisci, leggier fumo ed ombra

È certamente, cui Morte disgombra

O van gli anni struggendo a parte a parte.                         4

Volgi le greche e le latine carte

Ove di gran beltà Donna le ingombra,

E scorgerai come la Terra sgombra

Ne fu ben tosto, e l’arse membra sparte.                            8

Ov’è l’Egizia che cotanto piacque

Al Roman Duce? Ov’è colei che mosse

Argo tutta a seguirla in mezzo all’acque?                          11

Anzi chi ’l corpo sol, chi le nud’osse,

Chi la tomba m’addita, ov’ella giacque,

Poichè ’l filo di lei breve troncosse ?                                    14

XLIX.

Gira l’alta Donzella, e in mille nodi

Tesse i teneri balli, e, più ch’ai vasti

Musici cori, attende alle sue lodi

Ond’avvien ch’ad ogn’altra ella sovrasti.                            4

E in tanto il Re, preso ai soavi modi

Cui non è sì gran core il qual contrasti,

Dice: Chiedi a me quel di che più godi,

Benchè mezzo il mio Regno anco non basti.                       8

Ella : Se tanto di tua grazia abbondo,

Dammi, disse, Giovanni. E tosto un riso

Fe’ sul volto apparir vago e giocondo.                                11

Già non rise il Signor, dal duol conquiso:

Pur : Si faccia, rispose. Ahi Mondo, ahi Mondo,

Quanta legge t’impone un dolce viso!                                14

L.

Chi è costui, che nell’umíl suo letto

Steso passa dal Mondo, e par che rida?

Egli è quell’Uom sì giusto e a Dio diletto,

Del Divino Figliuol custodia e guida.                                  4

Chi son que’ duo, cui con sì dolce affetto

Par che ’l guardo languente ancor divida?

L’uno è lo Dio, cui fu per padre eletto,

E l’altra è la sua sposa onesta e fida.                                   8

E come mai fra così dolci aspetti

Osa Morte pôr piè franca ed ardita,

Ond’uom sì grande al suo poter soggetti?                         11

Stolto, che pensi? di niun stral fornita

Non è la Parca, onde costui saetti;

Ma un’estasi d’amor lo trae di vita.                                    14

LI.

Che val, ch’entro a’ gemmati aurei palagi

Per le splendide sale uomo s’inoltre,

E coperto di bisso e d’aurea coltre

Su le morbide piume il corpo adagi?                                4

Che val, ch’ognor fuggendo i rei disagi

Viva contento a regia mensa, ed oltre

Ad umano dover non mai si spoltre

Dalla gola e dal sonno empii e malvagi?                          8

Se Morte alfin nel più bel corso arresta

Ogni dolce piacer, volgendo i passi

L’alma verso Acheronte ignuda e mesta?                        11

Ed ivi a pochi giorni in cener vassi

Il cadaver superbo; e non ci resta

Che l’onor vano degli scritti sassi?                                    14

LII.

Egli è pur vero, Elpin, ch’altra donzella

Vie più vaga di Nice Iddio far puote:

Dunque perchè in lei posi, ed altre ignote

Beltà non cerchi assai miglior di quella?                          4

E poichè vista o nell’idea tua snella

Donna pinto hai di più vermiglie gote,

Di più begli occhi, e più soavi note,

Vuo’ tu dir che costei sia la più bella?                               8

No certamente; chè la man di Dio

Non s’abbrevia giammai; e in infinito

Meta non troveresti al tuo disio.                                       11

Dunque s’esser non puote un bel compíto,

Di cui l’alma gentil solo ha desio,

In Dio lo cerca, ove ogni bel sta unito.                             14

LIII.

Qual fu? qual fu la scellerata mano

Che le sacre di Pindo alme parole

Ardì di violare, e ’l dritto e sano

Pensier volgere in torte insulse fole?                                 4

Chi fu colui che ’l calamo profano

Osò condurre in su l’elette e sole

Pure voci del bel fiume toscano,

D’onde tanto piacer scorrer ne suole?                              8

O Muse, voi, che le Sorelle audaci

Cangiaste in piche, a che stavate intente,

Quando costui venne a turbar vostr’acque?                   11

E tu, Febo, il gran telo ove ai giacque,

Che le zanne confisse un dì mordaci

Al figlinol della Terra empio serpente?                           14

LIV.

Io son nato in Parnaso, e l’alme Suore

Tutte furon presenti al nascer mio;

E mi lavâro in quel famoso rio,

Mercé solo del quale altri non muore.                              4

Però mi scalda al divin furore,

Sobben giovine d’anni ancor son io,

Che d’Icaro non temo il caso rio,

Mentre compro co’ versi eterno onore.                            8

So che turba di sciocchi invida e bieca

Ognor mi guarda, e con grida e lamenti

sì bel valore a troppo ardir mi reca.                                 11

Ma non perciò mio corso avvien ch’allenti

Nè l’età verde alcun timor m’arreca;

Ch’anco Alcide fanciul vinse i serpenti.                           14

POESIE PIACEVOLI.

LV.

Stava a l’ombra gentil di un gran cotale

Col suo germano un badial... :

Costui contra ’l dover, contra ragione,

Pigliò briga con uno, e gli andò male.                               4

Perciò rivolto al suo fratel carnale,

Con gran rispetto, e grande sommessione

Frate, disse, se m’hai compassïone,

Mi vendica d’un uom così bestiale.                                   8

Allor l’altro... mosso a pietate

Del fratel, che moría, scese in arena,

Invitando il nemico a pugnalate.                                       11

Ma il poverin, che aveva poca lena,

Rimase vinto dalle gran stoccate,

Che gli passavan fino per la stiena.                                   14

                    La miserabil scena

Vide il cotal dei due, e disse:

Ecco che ognun di voi morì qual visse.                             17

               Indi s’un marmo scrisse

O sciocchi, perchè entrate in tal quistioni,

Sapendo ch’eravate due....... ?                                            20

LVI.

Colui, che fece, di grembiul, grembiale,

E di candide ancor sacrate ha fatto,

Io mi vo’ tôrre, quand’ e’ voglia, a patto

Di mostrargli ch’egli è un animale.                                   4

Un animal, che tutto intende male,

Anzi che intende quanto intende un matto,

E di lingua non sa niente affatto,

Bench’e’ faccia il saccente e ’l ser cotale.                           8

Già sparso è già per Elicona il caso,

E le Muse sdegnate in modo strano

Voglion mostrargli dov’e’ metta il naso:                          11

E gli Scrittori del parlar toscano

L’aspettan sulla strada di Parnaso,

Ciascun di loro colla frusta in mano;                               14

           E acciò non prenda invano

Persone ad emendar di lui più pratiche,

Voglion dargli un cavallo in su le natiche.                       17

LVII.

Su, Signor Correttore, in sul nasaccio

Mettetevi l’occhial del Galileo,

E guardate un po’ qui questo libraccio,

Se vi par ch’ e’ sia buono o che sia reo.                             4

L’avete visto questo scartafaccio?

Egli è, se nol sapete, il Galateo,

Che può giovare al vostro cervellaccio

Quanto ad uno ammalato un buon cristeo.                     8

Su via studiate, ed imparate a mente!

Studiatelo, vi dico, alla malora,

Se voi bramate d’imparar nïente.                                     11

Orsù avete imparato? Oh ditemi ora

Se un asino d’Arcadia onnipotente

Può giudicar di voce alta e canora.                                   14

              E poi mi dite ancora,

Se un Correttor pedante, come vui,

È incivile, ignorante, o ambidui.                                       17

LVIII.

Portate in una madia la civaia

Al nostro miccio, che ha ragliato bene,

E dappoi gli montate in sulle stiene

Voi altre mona  Berta e mona Baia.                   4

Fatelo correr su e giù per l’aia,

Frugandolo ben ben dietro alle rene

Crescetegli dell’acqua e delle vene;

E viva il nostro ciuco e la ciucaia.                                     8

Guata, cum’egli al suon di que’ frugoni

Che gli passano infin drento al midollo,

Sgambetta bene e drizza gli orecchioni.                          11

Orsù fra tutte ve ’l recate in collo,

E a suon di ribecacce e pifferoni

Conducetelo innanzi a mastro Apollo,                              14

                      Che gli vuol bene, e vuollo,

Poich’egli è dotto, e così ben corregge,

Addottorar nell’una e l’altra Legge.                                   17

LIX.

Perchè sono un fanciullo, un garzoncello,

Volete dir, ch’io sono un ignorante?

Oh guata conseguenza da pedante,

Che sopra la berretta abbia ’l cervello!                             4

Dove avete studiato? in un tinello?

In una galeazza di Levante?

Voi che fate di Pindo l’amostante,

E non ne siete pur fante o bidello?                                    8

Voi misurate a canna le persone:

Se la barba per voi forma il sapiente,

Chi sarà più sapiente d’un caprone?                                11

Io vi concedo, che non so nïente;

Ma, benché siate così gran barbone,

Voi non siete, alla fe’, troppo valente.                               14

                      E benchè poi la gente

Vi stimi un bacalar di gran scïenza

Tra l’esser e ’l parer c’è differenza.                                   17

                      Direte: Conoscenza.

Non hai di me! Ma, piano, andate adagio,

Ch’anch’io so bene a quanti dì è San Biagio.                  20

                      Ma poich’io non ho agio,

Non vo’ stare a dir cosa che v’annoi;

Chè quel prete il fè’ già ne’ versi suoi.                               23

                   O Nanni, io l’ho con voi

Che non credeste, che ’l mio gran furore

Fosse tutto rivolto al Correttore.                                        26

                     Voi siete il protettore

Ch’avete tolto senz’alcun motivo

A difendere un bufol vero e vivo.                                       20

                      Or non abbiate a schivo

Ch’io v’abbia detto quel che vi si deve.

Qual asin dà in parete, tal riceve.                                       32

LX.

Che si scortica l’Asino alla prova,

Dice un proverbio, messer Nanni mio.

Fin or credei che in sen madonna Clio

E l’altre Muse vi covasser l’uova;                                 4

Ma or m’avete dato una gran prova,

Che voi siete un...., come son io

E sì vi giuro per lo vero Iddio,

Che ben poco cervello in voi si trova.                           8

Poichè centra ogni legge, ogni ragione,

Pensier voi fate di patrocinare

Questo vostro solenne animalone.                                11

Io vi consiglio a non ischiccherare

Più ’l vostro scartabel per tal cagione,

Se non volete farvi cuculiare.                                         14

                      Vi par da sopportare,

Ch’altri su’ versi miei faccia del dotto,

Senza farmene pure un picciol motto?                         17

                      E io dovrò star chiotto,

Vedendo con maniera da pedante

Lacerar le mie cose un ignorante?                                 20

                      Questo, di tante e tante

Rime ch’ho fatto per servir quel tristo,

Io dico, questo guiderdone acquisto?                             23

                      O Cieli, o Santi, o C....

E dove mai si ritrovâr tal leggi?

E tu, Cielo, il difendi, e tu ’l proteggi?                            26

                      O Dottor storcileggi....

Ma voi, ser Nanni, fate quel ch’io dico;

Non v’impacciate più pel vostro amico,                         29

                      Il qual non vale un fico.

Nè vi movete più a nostro danno,

Se non volete aver qualche malanno:                            32

                      Imperocchè quest’anno,

A dirla chiaramente qui tra noi,

È un anno climaterico per voi.                                       35

LXI.

Nencia, ti mando questo mio sonetto,

Per narrarti uno strano pensieraccio

Che m’è venuto d’impiccarmi a un laccio,

Per amor dell’amore maledetto.                                       4

Io te lo dico spiattellato e schietto

Se non mi togli fuor di quest’impaccio,

Dentro un calappio la mia testa caccio,

E ti fo quel bel giuoco netto netto.                                    8

Gnaffe te ’l dico, ve’, Nencia, e tu ’l sai

Mentre son vivo non vuoi farmi lieto,

E dopo morte tu mi cercherai.                                          11

Ma s’io tiro alla fin l’ultimo peto,

Non varratti il picchiare, oppur potrai

Picchiarmi allora all’usciolin di dreto.                              14

LXII.

Nencia, te l’ho pur detto cento volte;

Nol vo’ veder quel gaveggin di Beco

Gnen’ho pur date delle busse molte,

Eppur vol far del cascamorto teco.                                  4

Che sì, che s’io mi stizzo un giorno seco,

Alle guagnel che gli fo dar le volte

Con quel buon bacchio, che di notte reco:

E di’ che gli sien poi dal Papa tolte.                                  8

Sai pur che s’io mi ficco un capricciaccio,

Non mi va fuora della testa piùe:

L’ha’ tu ben visto il dì di Berlingaccio,                            11

Quand’io fei tanto piato con quel bue

In casa tuo cugino Menicaccio:

Di’, allor chi corse meglio di noi due?                             14

LXIII.

Io, Nencia, sono stat’ieri a Fiorenza,

E t’ho comprato un bel gammurrin bianco;

E se tu arai un po’ di pazïenza,

Un gonnellino i’ vo’ comprartel’anco.                             4

Omai di Grazie son rimasto senza;

Perciocch’io compro, e pago come un banco

Ma ho nascosto uno staio di semenza,

E quattro lire chiapperolle almanco.                                 8

Per San Giovanni adunque il gonnellino

Tu l’averai indosso senza fallo,

Che tu proprio parrai un angiolino.                                 11

Ma ricòrdati, ve’, di conservallo

Per la memoria del tuo gaveggino,

Che ti vuol bene, al corpo di cristallo!

LXIV.

Ah, Tofan, quella Gora, quella Gora,

Tu non la vuo’ lasciare, sguaiataccio

Che sì, che s’io l’affilo un coltellaccio,

Quell’animaccia te la cavo fuora!                                      4

Oh che tu poss’andare alla malora!

Che diacin ha’ tu seco, impiccataccio?

S’io ti sbarro uno schioppo nel mostaccio,

Che sì che le starai lontano, allora?                                    8

Io vo’che tu la lasci pe’ suo’ fatti;

Se no, le voglion essere percosse

E sarem sempre come cani e gatti.                                    11

Fa’ ch’io ti vegga; che ti rompo l’osse

con un baston, ch’alle spalle s’addatti;

Ch’io non posso più star saldo alle mosse.                        14

                      E benchè il Duca fosse,

Quando mi salta, ve’, il moscherino,

Lo vorrei sbusecchiar per un quattrino.                            17

LXV.

O anima bizzarra del Burchiello,

Che componesti tante belle cose,

Sicchè s’odono ancora in versi e in prose

L’eccelse lodi del tuo gran cervello,                                  4

Deh volgi da quel seggio aurato e bello,

Ove siedi coll’altre alme famose,

Volgi, dico, le due luci amorose

A questo nostro Poeta novello.                                          8

Guatalo bene; e quando che la zanna

Della Morte il rapisca al vulgo ignaro,

Gli darai la man ritta in sulla scranna.                            11

O per mostrare a certe genti strambe

Quanto lo stimi, e quanto l’abbi caro,

Ti starà bene in mezzo delle gambe.                               14

LXVI.

Se costui fosse nato allor che i Vati

Si stavan spidocchiando al sollïone,

Aremmo visto tutte le persone

A fargli degli onori sterminati:                                          4

E visto arebbon certi sciagurati,

Che finor lo stimarono un babbione,

A mezzogiorno ed a settentrïone

Andar la fama de’ suoi versi ornati.                                  8

Il meno onore che gli avesson fatto,

Sarebbe stato il metterlo a cavallo

D’un lïofante grosso tanto fatto;                                        11

E giunto in Campidoglio coronallo,

Gridando il popolazzo allegro e matto

Ecco il novo Poeta Baraballo.                                            14

LXVII.

Ho vinto i geroglifici d’Egitto,

E la Sfinge, e l’Arsmagna, ed il Caosse,

Che tutt’infuriati in un conflitto

Si davan delle sudice percosse.                                         4

Chi sosteneva che ’l presente scritto

Contien drento i giudizii di Minosse,

E chi diceva che propio descritto

Il lapis filosofico ci fosse.                                                    8

Facevano un romore, un chiasso, un frullo,

Battendosi gli scudi e le loriche,

Ch’egli era proprio a vedergli, un trastullo.                    11

A soccorrere ognun le parti amiche

Son corsi i libri di Raimondo Lullo,

E le iscrizioni, e le medaglie antiche;                               14

                      Colle sciocche e mendiche

Carte di tal che l’antiquario fanno,

E interpretan le cose che non sanno.                               17

                      E armate ancor vi vanno

Tutte unite le mummie in un Museo,

E la romana guglia, e ’l culiseo,                                       20

                      Con dietro un gran corteo

Di tumoli, obelischi, archi e colonne,

E simulacri d’uomini e di donne,                                    23

                      Coll’armi e colle gonne.

Ma poichè disputato ebbono un pezzo,

Non trovando a capir nè via nè mezzo,                         26

                      Conchiusono, al da sezzo,

Ch’è d’uopo, per capire opra sì bella,

Che cavinsi all’autore le cervella.                                    29

LXVIII.

Ti sono schiavo, ti son servitore,

Cecco, che se’ ’l mio bene solo solo.

Deh lascial ir quel ragazzo d’Amore;

Ch’egli è una forca, ch’egli è un mariuolo.                       4

I’ te lo dico, ve’, proprio col core;

Tu vai pel bucolin dell’acquaiuolo;

E alle guagnele ch’i’ ho un gran timore

Che tu non tiri alfine anche l’aiuolo.                                  8

Uh tristo me, se steso in sul cassone,

Belle e tirate, ahi poverin, le cuoia

Avessi un dì a veder il mio Ceccone;                                11

E scritto sopra, per maggior mia noia

Qui giace un tale, che morì poltrone.

Come i gatti per fregola e per foia.                                   14

LXIX.

Ch’io possa diventare una ghiandaia,

Ovvero un barbajanni, o un alocco,

S’io sono un’altra volta sì balocco

Da star tanto menando il can per l’aia!                            4

La prima occasïon che buona paia,

Dimmi un furbo, Ser Cecco, e uno scrocco,

S’io non carico l’arco, e non incocco,

E non do dentro alla pietra focaia.                                    8

Non v’ha a esser più ragion nessuna;

Ch’i’ non vo’ sentir altro brulichio

Che mi frughi poi ventre in su e in giùe.                          11

L’occasïon è come la fortuna.

Se nolla chiappi in men che nol dich’io,

Tu puoi ben correr, nolla grappi piùe.

LXX.

Voi avete a saper, buono persone,

Come il nostro Ser Cecco è innamorato,

Io dico il nostro Ser Cerco Ceccone;

Deh pover’uomo! ch’egli è un peccato.                             4    (nel testo: Doh)

Egli è venuto maghero e spolpato,

Che gli traluce il fegato e ’l polmone,

E se gli vede andar per ogni lato

Tututto il budellame a processione.                                  8

E caccia fuor quegli occhi, e fa una cera,

Ch’ e’ par ch’egli abbia visto Satanasso,

E l’Orco, e la Beffana, e la Versiera                                 11

E va gridando in istrada: Oimè lasso

Come fece il Petrarca quella sera,

O mattina, ch’ e’ fu tratto in conquasso:                          14

                      Perocchè giunto al passo

U’ quel furbo d’Amor tendeva il laccio

Fu preso come un merlo, il cristianaccio!                        17

                      Io dico: Avaccio avaccio

Noi vedremo ser Cecco ad ammalare,

E non poter nè bere nè mangiare,                                   20

                      E le calze tirare;

Perocchè Amor gli ha fatto una ferita,

Ch’è larga almeno quattro o cinque dita !                      23

                      Onde d’aver più vita

Non ci sperare più, ser Cecco mio,

Se non per un miracolo di Dio.                                        26

 

 

 

Indice Biblioteca Progetto Parini Parini, Ripano Eupilino II

II parte

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Ultimo aggiornamento: 06 maggio 2006