Giuseppe Parini

 

De’ principi fondamentali e generali

delle Belle Lettere

applicate alle Belle Arti

 

 

 

edizione di riferimento

Opere scelte di Giuseppe Parini a cura di Gianna Maria Zuradelli, U.T.E.T., Torino 1961

 

 

DE’ PRINCIPII PARTICOLARI DELLE BELLE LETTERE

PARTE SECONDA

Capo I.

Nel corso delle precedenti lezioni, le quali hanno servito a stabilire i principii fondamentali comuni a tutte le Belle Arti, ci siamo a nostra possa [1] studiati di ricavar dalla natura e dalla dottrina de’ buoni maestri le ragioni e le norme che generalmente condurci debbono a bene operare nelle dette arti. Trovate le ragioni, stabiliti i principii e fissate le norme generali colle quali le Belle Arti intraprendono l’opera e tendono direttamente al loro fine, altro non si richiede che una proporzionata attenzione dello spirito per applicar le dette cose a ciascun soggetto che prenda a trattarsi dall’arte: e noi osiamo lusingarci che chi voglia di proposito por mente a quanto si è da noi detto, non potrà a meno di non farne una giusta applicazione alle speciali materie, e facendola non potrà a meno di non condursi bene, sia nell’opera propria, sia nel giudizio delle opere altrui.

Posti i principii generali delle Belle Arti, è debito del nostro instituto di trattare de’ principii particolari delle Belle Lettere, dentro que’ limiti che da noi si sono assegnati a questa facoltà nella definizione che data ne abbiamo sul principio delle presenti lezioni.

Ma siccome le opere che appartengono alle Belle Lettere non si producono se non per mezzo della parola, e spezialmente in quella lingua nobile che è propria e naturale degli autori che attendono a questo genere di studii, così, riserbandoci di dichiarare con un ampio trattato l’arte del dire risguardo alle sentenze, ai sentimenti, alla locuzione ed allo stile, è necessario che diamo ora in breve una convenevole idea della parola e delle lingue in genere, e che scendiamo dipoi a parlare della formazione, della propagazione, della natura e dell’uso della nostra lingua italiana. Siccome poi è necessario di ben sapere e di ben applicare questa lingua per produrre nelle Belle Lettere opere che degne sieno della comune e costante approvazione; e siccome, per ben apprendere questa lingua e l’uso di essa, convien leggere abitualmente gli eccellenti scrittori che l’hanno adoperata e perfezionata e nobilitata; così di questi verremo poscia parlando, dandone quel giudizio che la buona critica suggerisce, massimamente per risguardo al buon uso della medesima italiana lingua.

CAPO II.

Della Parola e della Lingua in genere.

La parola, come ognuno sa, considerata fisicamente noi è altro che il suono della umana voce in tale e in tale altra guisa modificato, nel quale il filosofo più cose osserva, che risguardano la meccanica degli organi del corpo umano, destinato a formarlo ed a variarlo così maravigliosarente, e più altre che risguardano la natura del suono medesimo, e che spezialmente all’arte della musica si riferiscono. Ma la parola, metafisicamente e moralmente considerata, è il segno che gli uomini hanno destinato, di comune loro placito [2], a rappresentarsi reciprocamente allo spirito i concetti dell’animo di ciascuno.

Può adunque la parola considerarsi nello studio delle Belle Lettere e come suono e come segno. Diffatti [sic] l’arte del dire la considera così sotto all’uno come sotto all’altro aspetto. Nondimeno è assai più importante per gli uomini, e conseguentemente per l’arte del dire, di aver riguardo alla parola ricevuta come segno, di quello che sia osservata come suono. Imperciocché è infinitamente più utile per la società umana conoscere il valore de’ segni che sono necessarii per comunicare agli altri i nostri pensieri ed i nostri sentimenti, di quel che non è il conoscere la formazione e la natura de’ semplici suoni. Per altro l’arte del dire considera anche i semplici suoni, non già per quel che essi vagliono assolutamente, ma per lo profitto che ne può ricavare, onde meglio conseguire il fine che essa si propone.

Come le idee che gli uomini generalmente hanno, sono in grandissimo numero, così in grandissimo numero convien che siano i suoni dell’umana voce, destinati ad esser segno, ciascuno, di qualche particolare idea; ed il complesso di questo gran numero di segni è quello che noi traslatamente [3] chiamiamo lingua.

Ma non d’una lingua sola si servono gli uomini sopra la terra; anzi, secondo che quelle adunanze di molti uomini alle quali si dà il nome di popoli o di nazioni, son divise o differenti tra di loro per ragion del clima, de’ costumi o delle varie circostanze politiche; così sono varie e fra di lor differenti le lingue che gli uomini parlano. Per significare il detto complesso de’ suoni, noi Italiani, oltre del vocabolo lingua, ci serviamo indifferentemente di altri nomi, come linguaggio, favella, idioma e simili.

Delle varie lingue, di cui gli uomini si sono serviti o si servono ad esprimere le loro idee, altre si dicon vive, altre spente, altre morte, altre erudite, altre colte, altre barbare, altre forestiere. Lingue vive chiamansi quelle che tuttora si parlano da qualche nazione d’uomini sopra la terra; spente quelle le quali si sa o si deve supporre che parlate fossero da molti fra gli antichi popoli, e delle quali a’ nostri giorni non resta o non si conosce verun notabile vestigio; morte più propriamente si dicon quelle che ora più non si parlano da nessun popolo nell’uso comune del vivere, ma che nondimeno, mercé degli scritti e delle antiche reliquie [4] di marmi, di bronzi o simili, si conservano tuttora conosciute ed intese; erudite si chiamano queste medesime, perché, imparate che sieno, servono a darci notizia delle cose e de’ fatti degli antichi, in cui propriamente consiste ciò che dicesi erudizione. Ma, fra le lingue morte, quelle particolarmente chiamansi erudite, le quali contribuiscono bensì a farci acquistar questa erudizione, che ne può esser utile in molte occorrenze, ma per lo cui mezzo nondimeno non sono a noi pervenute insigni opere di scrittori o simili altri monumenti, che direttamente servano di modello e vagliano a perfezionare il nostro spirito in genere di scienze, di lettere e d’arti; e nello stesso tempo a darci compiuta idea della dottrina e della coltura de’ popoli che una volta le parlarono. Quelle lingue che servono all’uno e all’altro di questi due oggetti, chiamansi lingue colte; cioè lingue che furono una volta parlate o che presentemente si parlano da popoli educati nelle scienze e nelle arti, e che sono state ridotte a notabile grado di regolarità e di gentilezza da’ bravi parlatori e dagli eccellenti scrittori che usate le hanno. Lingue barbare, presso i Greci ed i Latini, dicevansi quelle che si parlavano da popoli forestieri che essi chiamavano barbari; e presso di noi così chiamansi le lingue delle nazioni ignoranti di scienze ed arti, e prive di gentilezza, alle quali medesime diamo pure il titolo di barbare: forestiere sono tutte le altre lingue, fuorché quella che parlasi comunemente nella nazione di cui siam parte, la quale da noi propriamente dicesi nostra.

La sapienza dell’uomo consiste nel fare il miglior uso che sia possibile di molte verità conosciute a proprio vantaggio. Queste verità non si conoscono se non facendo molti paragoni di idee; né molti paragoni si possono fare, se molte idee non si sono acquistate. Però [5] tutti i mezzi, che contribuiscono ad arricchire il tesoro della nostra mente di più gran numero d’idee, non debbon esser da noi trascurati, massimamente nella prima gioventù, quando la innocenza del nostro animo ci rende più atti a ricevere le purissime immagini degli oggetti senza pericolo che ci vengano adulterate e corrotte dalle anticipate opinioni; quando la nostra memoria è più capace di custodirle profondamente, e quando la ferma costituzione della nostra macchina [6] ci rende più alacri e più forti ad intraprendere e a sostenere la fatica che si richiede nell’acquisto e nell’uso de’ mezzi.

Ora, fra i mezzi che sono utili all’uomo per fargli acquistar delle idee e delle cognizioni, utilissimo è quello delle lingue, le quali, siccome trovate dagli uomini per comunicare le idee che si hanno delle cose ed i giudizii che formano sopra di quelle, così sono un larghissimo ed aperto canale, a cui, per così dire, attignere e bere le cognizioni e la dottrina.

Non è possibile che l’uomo sia presente a tutti i tempi, e difficilissima cosa è che egli si presenti a tutti i luoghi. Molte idee degli oggetti adunque non le può ricevere immediatamente dalla presenza degli oggetti, ma conviene che le riceva per mezzo de’ segni co’ quali uno communica [sic] a molti le immagini che in lui primitivamente passarono dagli oggetti stessi. Quindi si può troppo agevolmente inferire [7] quanto giovi all’acquisto delle utili cognizioni lo studio delle lingue, qualora queste si studiano non già come scienza, ed assai meno come sapienza, ma come mezzo soltanto onde acquistai l’una e l’altra.

Con tutto ciò, fra le moltissime lingue che già si parlarono e che oggidì si parlano nel mondo, ce n’ha alcune le quali ci sono maggiormente e più immediatamente utili che le altre; epperò queste con maggior premura dobbiamo affaticarci d’apprendere.

Quali sono le cognizioni che l’uomo assennato e prudente dee con maggiore sforzo procurarsi? Quelle, per verità, che sono più utili al suo benessere così privato come pubblico. Ma l’uomo può considerarsi assolutamente [8]; e, in tal caso, gli conviene acquistare quelle cognizioni che il possono meglio condurre a perfezionar se medesimo ed a supplire più sicuramente ai bisogni della sua natura. Può inoltre esser considerato relativamente alla particolare constituzione dello stato, del luogo e simili, in cui ciascun individuo si trova; e perciò eziandio quelle particolari cognizioni gli abbisognano, che nelle date circostanze possono meglio contribuire al vantaggio di lui.

Ora, volendo noi risguardar noi stessi come uomini e come posti nelle nostre circostanze di patria, di costumi e simili, ci sono alcune fra le varie lingue, che ci dee più premer d’imparare. Consideriamo da quali popoli sieno a noi derivate le nostre leggi, gran parte de’ nostri costumi, le nostre scienze, le nostre arti, le nostre opinioni; da quali popoli ci sieno stati lasciati e ci vengano più insigni documenti ed esempii di morale, di politica, di filosofia, di buongusto; con quali popoli abbiamo ora affari più comuni, più vicine relazioni di commercio, di trattati, di studii, di peregrinazioni; e ci sarà facile indovinare quali sieno quelle lingue, sia fra le viventi, sia fra le morte, che non si dovrebbe trascurar d’apprendere dalla gioventù.

Ma fra queste lingue havvene una che ci è assolutamente necessaria, e lo studio della quale si debbe di sua natura preporre a quello d’ogn’altra. Questa è la lingua in cui gli uomini della nostra nazione, che hanno cultura di lettere e di costumi, usano di favellare e di scrivere; quella in cui il popolo stesso affetta [9] di parlare, massimamente ne’ discorsi che richieggono preparamento e nelle cose che da esso pure si scrivono; quella perfine che chiamasi o toscana dal paese ond’essa trae la sua origine e dal quale si è poi largamente propagata, o italiana dal complesso de’ popoli italiani che sonosi a poco a poco tacitamente accordati di valersene. Di tutte le altre lingue noi ci abbiamo a servire, secondo quello che poco sopra si è detto, come di mezzi onde acquistar più cognizioni di cose. Ma questa ci è necessaria per comunicar le cognizioni, che sonosi per noi acquistate, a coloro nel mezzo de’ quali noi dobbiamo e vivere e conversare, co’ quali abbiamo più stretti legami e più prossime corrispondenze d’affari e da’ quali noi aspettiamo più immediata approvazione ed onore.

Giova assaissimo a conoscer l’indole e la natura d’una lingua, e per conseguenza a far buono e sicuro uso di quella, il sapere in qual modo, per quali accidenti e da quali altre lingue siasi formata. Ma tanti sono gli scrittori che hanno abbondevolmente e con molta erudizione trattato dell’origine della nostra, che sarebbe per noi superfluo il fermarci troppo a lungo su questo proposito. Ci basterà pertanto di toccarne solamente le cose più generali, che servono a dare una sufficiente idea di quanto si appartiene alla erudizione ed alla etimologia.

CAPO III.

Dell’origine della Lingua Italiana.

Nel tempo che cadde la repubblica romana era comune all’Italia la lingua latina, quella che gli imperiosi [10] cittadini di Roma, domatori di quasi tutta la terra anticamente conosciuta, affettavano [11] di trasferire dal Lazio dietro alla fortuna delle loro armi e di trapiantare nelle debellate provincie, servendosi delle leggi e della forza, non contenti di ciò che avrebbe naturalmente operato il calamitoso [12] commercio de’ popoli guerreggianti. Ma dopo il principio del Romano Imperio cominciò ad alterarsi notabilmente la lingua latina e a decadere da quell’antica purità e splendore, in cui, anche in tempo di Augusto, maneggiata da esimii scrittori, sembrava che sola meritasse d’esser la lingua de’ vincitori del mondo. Non solo entravano di già a far corpo nella favella dominante molte maniere del dire dissonanti e barbare; ma la stessa composizione delle voci e delle frasi nel discorso cambiava sensibilmente d’indole e di forma. Inoltre la grammatica e lo stile di quasi tutti gli scrittori non solo smarriva quel fiore di urbana eleganza e nobiltà, ma andava ogni giorno più divenendo irregolare e capriccioso.

Se ciò accadeva negli scrittori, ben è facile di figurarsi quello che seguiva nel popolo, il quale ordinariamente è sospinto a favellare dall’urgenza del bisogno presente, che spazio [13] non gli lascia di avvertire e di scegliere. Aggiungasi che, negli stessi tempi migliori della lingua, il popolo romano parlava un latino notabilmente diverso da quello che le persone nobili o letterate eran use di parlare; talmente che erano instituite in Roma pubbliche scuole, nelle quali il patrio sermone insegnavisi alla gioventù.

Di questi cambiamenti, che collo scadere dell’Imperio andarono vieppiù crescendo nella latina lingua, diverse furono le cagioni. La prima di tutte si è che, col cadere della romana libertà, tutte, per così dire, le Muse rimasero sbigottite. L’esattezza, l’eleganza, la grandezza, la forza, la gloria degli oratori, tutte si spensero in uno colla libertà del dire nelle pubbliche cause; la quale, siccome era il maggior fomite [14] che dar si potesse allo entusiasmo dell’eloquenza, così più d’ogn’altra cosa doveva esser frenata dalla tirannia che si andava sempre più stabilendo. Tolta così o scemata la nobile franchezza degli oratori, ecco spegnersi il calor delle gare, ecco perciò trascurarsi la vera magnificenza del dire e le naturali pompe dell’elocuzione e dello stile; ecco, finalmente, tra i Romani, che dianzi avevano ne’ pubblici arringhi il modello e la norma del bel parlare, nascer l’indifferenza per lo studio e per la gloria del nativo idioma. Restavano i poeti eccellenti, unica tavola [15] a cui potesse attenersi la naufragante latina eloquenza; ma questi pure, mancate quelle anime ambiziose, ma grandi, di Cesare, di Augusto, di Mecenate e di altri simili a loro, questi pure si perdettero insieme ai lor protettori. Seguirono ad Augusto i primi imperadori, parte de’ quali pieni di politica cupa, timida e sospettosa, parte barbari e brutali, o non si curarono di chiamar le lettere intorno al trono, o le fecer fuggire, pretendendo d’esser tiranni anche di queste; le quali non conoscono altro giogo fuorché quello soavissimo della ragione e del buon gusto. Intanto le armate romane, uscendo fuori e ritornando, seco conducevano schiavi forestieri, e stranieri costumi e favelle.

Degli scrittori che di que’ tempi vivevano in Roma molti eran forestieri; e i latini nativi, per la maggior parte, o erano di già contaminati nello stile e nella lingua, o affettavano una maniera di scrivere stranamente bizzarra, arguta [16] ed ampollosa, per invitare in questo modo l’altrui attenzione, poiché far nol sapevano colle naturali e vere bellezze. Né alcuni pochi, che pur tentavano di serbarsi illesi dalla corruttela comune, potevan far argine al torrente degli altri. Sembra, è vero, che qualche volta, massimamente sotto a’ buoni principi amanti delle lettere, come Traiano ed altri, tentasse di risorger la romana eloquenza e la purità dell’antica lingua; ma tutto in vano. Così andò peggiorando coll’Imperio, l’una e l’altra, fino alla loro totale caduta. Imperocché, diviso l’imperio ed occupata una parte dell’Italia, da tante nazioni barbare, che di mano in mano la invasero, si mutarono i governi, le opinioni, i costumi, e si confusero talmente le lingue, che della corruzione di tutte ne resultò finalmente una, che fu, come dire, il primo fondo di quella che ora chiamasi italiana. Questa s’accrebbe insignemente [17] di poi per le nuove genti che entrarono in Italia, in occasione delle guerre, de’ concilii, e simili, e per gli stessi Italiani che frequenti volte ne uscirono e ci tornarono, spezialmente al tempo delle Crociate. Troppo malagevole cosa sarebbe e fors’anche inutile l’investigare delle rovine di quante lingue diverse sia composta la nostra, ed impossibile poi il cernere [18] i vocaboli che appartengono a ciascuna di esse. Gioverà soltanto di avvertire che gran parte ci è rimaso del latino che noi conosciamo, e parte ancora di quello a noi ignoto, che parlar dovevasi dalla plebe e dal contado dell’antica Roma.

Queste nuove materie, vale a dire questo nuovo complesso di vocaboli, nell’uso de’ quali andavan convenendo fra sé i diversi popoli dell’Italia, dovettero vagare per le diverse provincie, e, secondo che in un luogo o in un altro venivano a stabilirsi, così pigliavano diversa modificazione dalle circostanze e dalle disposizioni particolari in cui ciascuno de’ popoli italiani poteva trovarsi relativamente all’affare [19] del linguaggio. Quindi probabilmente nacquero i diversi dialetti, che sembrano provenire o riuscire ad una lingua comune, i quali tutt’ora sussistono e volgarmente si parlano in Italia.

Ma per qual ragione la favella speziale de’ Toscani ebbe poscia tal predominio sopra i dialetti delle altre provincie, che sola divenisse la lingua nobile comune a tutta l’Italia? La ragione di ciò è palpabile. I Toscani, nazione naturalmente di spirito assai vivace e di sottile ingegno dotata, furono i primi che, nauseando [20] il cattivo latino, il quale solo ne’ primi tempi della nuova lingua adoperavasi nelle scritture e nelle pubbliche concioni, osarono tentare se il nuovo loro idioma fosse atto a quella parte dell’eloquenza che dipende dalla elocuzione e dallo stile, e se fosse adattabile a scrivere in esso plausibilmente opere d’ingegno. Molto più vennero essi a questo cimento animati dallo esempio de’ Siciliani e de’ Provenzali [21], che alquanto prima, e di que’ tempi eziandio, andavano scrivendo le loro volgari [22] poesie, singolarmente nobili e leggiadre, divenute famose nelle corti amorose della Francia e dell’Italia. Fortunatamente ancora nell’atto del tentare trovaronsi eglino fra le labbra un linguaggio composto di voci facili, graziose, sonore per la disposizione degli accenti e per la quantità delle vocali, che, interponendosi alle consonanti, ne temperavano l’asprezza e, terminando la parola, davano adito di legarla morbidamente coll’altre, sì che la tela della composizione ne venisse pieghevole, versatile e capace di variabile armonia. Inoltre la lingua de’ Toscani era in gran parte simile alla latina, si per la grande quantità de’ vocaboli, che vi erano con piccola mutazione conservati, si per la struttura degli altri vocaboli ond’essa è formata, a’ quali par che altro non manchi sovente, fuorché una consonante nel fine, per divenir affatto somiglievoli di suono a quel delle latine parole. Perciò è che i Toscani dovettero trovare assai più facile di ridurre al numero oratorio [23] e di legar nel verso questa lor lingua, che tanta somiglianza di temperamento aveva colla latina, nella quale avevano così illustri esempii degli antichi, e nella quale, benché corrotta, usavasi tuttavia di scrivere e di parlare.

La lingua toscana ebbe quest’altro vantaggio ancora, che, per la stessa somiglianza che corre fra essa e la latina, doveva a coloro che la parlavano riuscire anche più facile a scrivere, come a quelli ch’erano avvezzi di scrivere accoppiamenti di lettere e di sillabe pochissimo differenti nel latino.

Queste cose, che della toscana lingua dette si sono, e più altre, che per brevità si tralasciano, non potevansi verificar negli altri dialetti dell’Italia; i quali, sebbene, ciascuno di per sé, abbiano per avventura diversi pregi, che in qualità di lingue li rendon raccomandabili, con tutto ciò, posti al confronto di quella, non potrebbono in verun modo andarle del pari.

CAPO IV.

De’ progressi della lingua italiana e degli eccellenti

scrittori di quella nel secolo decimo quarto.

Nel tempo che parlavansi comunemente in Italia le nuove lingue o i nuovi dialetti, de’ quali si è ragionato finora, sebbene la latina lingua non fosse più volgarmente [24] per le bocche del popolo, era essa nondimeno la lingua nobile, della quale servivansi le persone letterate e quella che nelle pubbliche concioni, nelle prediche e nelle scritture usavasi tuttavia; contuttoché il latino d’allora, anzi che risvegliarne oggi idea veruna di nobiltà, d’eleganza e di buongusto, soglia piuttosto moverci a riso. Non osarono pertanto que’ primi scrittori toscani servirsi del loro volgare per trattare o scrivere le cose credute più gravi ed importanti, figurandosi eglino che la lingua del popolo non fosse proporzionata alla severità di certi argomenti; ma si applicarono a scrivere in essa cose piacevoli e degne della popolare curiosità, e poesie massimamente, e queste d’ordinario amorose, come soggetti che sono più d’ogn’altro alla portata comune, e i quali ci era più interesse di trattare in una lingua piana ed intelligibile alle giovani persone. Di poi, veggendosi che tali cose in tale lingua scritte piacevano, sia per la novità, sia per le cose stesse, vi si arrischiò qualche cosa di più, e cominciarono i Toscani a scrivere nella volgar lingua le cronache, cioè le semplici ed estese narrazioni de’ fatti successi nella lor patria. I cherici [25] anch’essi s’avvidero che meglio sarebbono stati intesi da’ laici ed idioti [26], se nel loro volgare avessero loro parlato dal pulpito; e così, col proceder del tempo, si diedero a farlo essi pure. Questi esempii furono di stimolo ad altri perché stendessero [27] nella volgar lingua e da altre vi traducessero, non già trattati di divinità ed altre scienze elevate, ma cose pertinenti massimamente a comodo [28] e ad ammaestramento delle persone illiterate; e in simil guisa si andò via via in Firenze ed altri luoghi della Toscana facendo ogni giorno qualche passo più oltre.

Ma queste scritture, d’un genere assai mediocre, non sarebbono per avventura uscite di Toscana, né perciò quella lingua sarebbe uscita dagli stretti confini ov’era nata, se tre sublimi ingegni non sorgevano, che, in pochissimo tempo si grandi ali le diedero, che fuori la spinsero dal suo nido, e la fecero volare per tutta l’Italia con felicissimi augurii; e costor furono Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, tutti e tre fiorentini [29].

Dante, uomo d’ingegno elevato, di grande e libera fantasia, assuefatto fino dalla prima giovinezza ad alternar fra le arme e fra gli studii, in mezzo alle fazioni ed alle turbolenze della sua patria e dell’Italia, quindi ad amministrar nelle supreme cariche gli affari più importanti e scabrosi della repubblica fiorentina, e di poi agitato continuamente fra le varie fortune d’un perpetuo esiguo, fu il primo che, trasferendo l’entusiasmo della libertà politica anco negli affari delle lettere, osò scuotere il giogo venerato della barbara latinità de’ suoi tempi, per levar di terra il peranco timido volgare della sua città, e condurlo di balzo a trattare in versi l’argomento il più forte ed il più sublime che a scrittore ed a poeta cristiano potesse convenirsi giammai.

L’Italia [30] era di que’ tempi comandata in gran parte da piccoli tiranni, e, più che di cittadini, piena di fuorusciti, i quali tutti empievano a gara le misere contrade di rapine, di violenze e di sangue. In mezzo ad una quasi comune barbarie di costumi e di Lettere e d’Arti, regnavano mille opinioni e mille pratiche superstiziose, le quali sono l’unico asilo e il solo conforto degli animi crudeli e delle coscienze malvagie.

La teologia era pressoché la sola scienza che allora dominasse le scuole, se però teologia può quella chiamarsi, la quale comunemente in altro non consisteva, fuorché in vane controversie di parole, con cui le ostinate fazioni scolastiche procuravano di spiegar colla dottrina di Platone e di Aristotele i misteri della cristiana religione.

In tale circostanza di tempo comparve il poema di Dante; nel quale, non con minor evidenza che fierezza ed energia di pennello, erano descritti i gastighi de’ malvagi nell’inferno, s’insultavano e si adulavano le contrarie fazioni, dannando e salvando, secondo che fosse meglio paruto [31] al poeta, i principali partigiani dell’una e dell’altra; nel quale erano o condannate o difese le ragioni e la condotta de’ varii partiti; e così per mille modi cavate dall’infelice natura de’ tempi le cose che potesser meglio interessare nel suo poema, sia scuotendo le fantasie de’ suoi contemporanei, rendute suscettibili [32] di tetre e terribili impressioni dall’ignoranza e dalle sceleraggini, sia solleticando le loro avversioni e loro odii. In tal guisa la maggiore opera di Dante, e per l’importanza dell’argomento e per la dottrina e massimamente per l’interesse delle passioni dominanti, divenne famosa e ricevuta [33], non solamente nella Toscana, ma anche fuori; di modo che, vivendo tuttavia il poeta, si cantavano pubblicamente dal popolo i versi di lui. Ed è da credere che il bando che il poeta ebbe dalla sua patria per la prepotenza del partito contrario a lui, siccome contribuì alla perfezione del poema, così contribuisse notabilmente a divulgarlo in varie bande dell’Italia per propria bocca dell’autore.

Intanto non solo i Toscani, ma gli altri Italiani ancora cominciarono ad avvedersi che tutte le lingue si rendono atte a trattar qualsivoglia grande suggetto, qualora sieno esse maneggiate da grandi scrittori; e gli uomini letterati dell’una dell’altra parte dell’Appennino s’invogliarono d’intender perfettamente quel volgare in cui così eccellente opera era scritta, se ne invaghirono, e cominciarono essi pure a pro varsi di scrivere in quello, e di parlarlo eziandio.

Dopo Dante venne il Petrarca, nato anch’egli nell’esilio de’ suoi parenti da Firenze, dotato anch’egli di vivacissima fantasia e di sublime talento, ma fornito di gusto anche più squisito e delicato che Dante non era. Il temperamento più tranquillo, che al paragone di Dante sortì il Petrarca, fu quello che, malgrado le condizioni della sua fortuna, il riconduceva mai sempre dal tumulto degli affari e delle corti alle sue amate solito dove, confortato dal suo genio, attese a rivolgere tutte le opere eccellenti dell’antichità. La felicità dell’ingegno, l’assiduità dello studio e la pratica degli uomini fecero poi si ch’ei divenisse non solo uno de’ migliori filosofi e politici de’ suoi tempi, ma eziandio l’unico scrittore che col suo esempio tentasse di rinovare il gusto della buona latinità, e salir facesse al più sublime grado di nobiltà e d’eleganza la lingua italiana. Egli fu che dal più bel fiore della spenta lingua latina e dall’antica provenzale introdusse nel nostro idioma e graziosi vocaboli e gentilissime forme del dire, atte a nobilitare non solamente la poesia ma la prosa medesima; nel che adoperò egli con assai maggiore avvedimento che Dante non aveva fatto prima di lui. Imperocché, dove quegli, condotto dal suo entusiasmo ad esprimere in qualunque modo le alte fantasie della sua mente, aveva con troppa libertà, a dir vero, usurpato e dall’ebraico e dal greco e dal francese e dal lombardo parole e modi del dire, che per la loro natura mal convenivano e difficilmente potevano far lega co’ vocaboli e colle forme del suo volgare, questi al contrario, più modesto e più gastigato, serbando sempre le regole dell’analogia, arricchì notabilmente la nostra lingua di parole e di maniere leggiadre, che, quasi ben proporzionate membra, si aggiunsero e si conformarono al corpo di essa. Quindi è poi che molte delle forme usate da Dante furono e dal Petrarca medesimo e da’ buoni scrittori che venner di poi o neglette o dismesse; laddove quelle che il Petrarca usò, tranne pochissime, passarono e durano tuttavia nelle scritture più nobili e più eleganti dell’italiana favella. I versi volgari adunque di questo eccellente scrittore, siccome a preferenza delle sue opere latine diedero tanta celebrità al nome di lui, così, non meno che quei di Dante, giovarono a propagare in Italia il gusto e l’uso della toscana lingua. Il soggetto [34] di questi versi, atto fors’anche troppo di sua natura ad invitar l’altrui attenzione; la dottrina platonica, che da per tutto vi risplende, la quale era in gran credito ne’ tempi dell’autore e più ancora qualche tempo dipoi [35]; le insigni bellezze poetiche, di cui sono adorni; la fama dell’autore medesimo, i frequenti viaggi e soggiorni di lui in varie parti dell’Italia, le cagioni furono per cui ne divenne celebre il Canzoniere, col mezzo del quale si promulgò [36] maggiormente quel nobile volgare che dipoi si venne comunemente parlando e scrivendo.

Mancava alla toscana lingua, poiché dai due mentovati scrittori massimamente erale stato dato tutto ciò che servir poteva alla forza ed alla eleganza dell’espressione nella poesia, chi scrivesse una ingegnosa e nobile prosa; onde si vedesse quanto la lingua medesima fosse atta, non meno che qualsivoglia altra più colta, d’essere impiegata lodevolmente in ogni genere del dire. Ma questa mancanza non durò già a lungo, perché, nell’età stessa del Petrarca, sorse Giovanni Boccaccio, il quale, scrivendo in prosa, diede nella sua più celebre opera illustri esempii dell’uso che far si poteva del suo volgare in ogni sorta di stili. Questo scrittore, di non minor ingegno degli altri due, fu non meno di essi studioso ed erudito nelle buone lettere dell’antichità, dalle quali non solamente ritrasse quella copia di dottrina che apparisce nelle opere di lui scritte in latina lingua, ma ancora il buongusto dell’eloquenza, che salir fece in tanto pregio l’opera [37] principale di lui. È da dolersi che quest’uomo eccellente sia stato nella sua gioventù, in modo sconvenevole ad uomo filosofo e ad uomo di lettere, troppo libertino ne’ costumi e nella maniera del pensare. Ma assai più merita d’esser compianto, perché, abusando vergognosamente de’ suoi talenti, imbrattò sin dalla culla la sua bellissima crescente lingua; poiché di quella si valse per iscrivere molte infamie oscene ed irreligiose, che egli sparse ne’ suoi libri, e le quali meritatamente son condannate non meno dalla religione che dalla pubblica onestà.

Sventuratamente, anche nell’opera del Boccaccio, nella quale rilucono maggiormente le native bellezze della toscana lingua e i più bei lumi dell’eloquenza, abbondano, più di quello che comportar si possa da persone savie e gentili, le infamie mentovate di sopra. Ma queste medesime, per la malizia e per l’imprudenza degli uomini, congiunte agli eccellenti meriti dello scrivere, influirono pure a render celebre per tutta l’Italia quel libro, e così a diffonder tanto più la cognizione del gusto del toscano idioma.

Non tutte [38] le opere volgari del Boccaccio nondimeno furono egualmente applaudite ne’ tempi posteriori; anzi le altre o furono dal consenso degli eruditi assolutamente riprovate, o per il poco lor merito caddero in dimenticanza; e il solo Decamerone è quello che, purgato [39] debitamente secondo l’ordinazione della Chiesa, si lesse e si legge tuttora anche dalle persone costumate e religiose, affine di apprendere la lingua e l’eloquenza italiana.

Come la maggior parte delle opere italiane che il Boccaccio scrisse, le scrisse egli nella sua prima gioventù, cioè quando non era peranco formato nella buona eloquenza dietro agli eccellenti esempii de’ Greci e de’ Latini, così abbondano esse, per riguardo alla lingua, di vocaboli troppo Latini e di forme troppo latinamente costruite, assai lontane dalla maniera comune del parlare e dello scrivere de’ suoi tempi. Quanto allo stile, sono esse piene di traslati, d’allegorie e di una certa gonfiezza d’espressione affatto aliena dalla natura e dalla buona ragione dello scrivere; finalmente assai infelici sono quanto all’invenzione ed alla disposizione delle parti e del tutto. Il solo Decamerone adunque fu quello che diede tanta celebrità all’autore, come opera nella quale, se si tolgono pochi difetti ed alcune poche cose che non egualmente s’accomodano a tutte le età, per le variazioni che vanno continuamente facendo, e nelle voci e nelle scritture, le lingue viventi, tutte quelle doti risplendono, che si convengono ad esimio scrittore. Ma conciossiaché il nostro proposito si è per ora di ragionar de’ progressi della nostra lingua, così rimetteremo a più opportuno luogo di parlar generalmente de’ pregi di quest’opera, contentandoci d’avvertir soltanto che la lingua usata dal Boccaccio è la più pura, la più gentile che usar si possa scrivendo; quando si lascino da parte alcune poche voci o maniere del dire che ora sono antiquate; quando l’autore venga imitato colà dove la costruzione de’ suoi periodi è più naturale e più semplice, e manco [40] inversa ed intralciata alla foggia della lingua latina, la quale, per propria costituzione, ammetteva, non solo senza pregiudizio, ma anche con vantaggio, una somiglievole composizione; quando finalmente si avvertisca di adattare a proposito le diverse maniere dello stile, delle quali ha egli dato in un’opera sola tanti bellissimi esempii. E come l’espressione, nella quale singolarmente consiste il merito dello scrivere, risulta dall’uso che della stessa lingua si fa, così egli è pure da notarsi che niuno scrittore italiano è arrivato giammai ad esprimere ordinariamente i proprii pensieri in prosa con maggior proprietà, con più venustà e con più forza, di quel che abbia fatto il Boccaccio; né alcuno, scrivendo, ha dipinto meglio di lui, co’ precisi e veri colori dello stile, i caratteri diversi delle cose, delle persone, degli affetti, e simili.

Da quanto si è detto per noi finora intorno a’ mentovati tre illustri scrittori, ricavasi che l’Italia dee principalmente riconoscer da essi lo stabilimento e la perfezione della toscana lingua, e dalle loro opere la promulgazione [41] di essa, talmente che poi è divenuta comune a tutti gli Italiani, e da ciò ha il nome più generale acquistato di italiana.

Ma la nostra riconoscenza esige ancora che a questo opportuno luogo si faccia precisamente avvertire ciò che più sopra si è appena accennato, che un’altra obbligazione assai più importante verso gli scrittori medesimi ha l’Italia, e con essa tutte le altre nazioni colte europee. Questa si è dello aver essi, in mezzo a’ loro tempi barbari e pieni d’ogni sorta di deplorabili calamità, fatto rinascere nell’Europa con i loro studii e le loro fatiche il genio [42] delle buone lettere, della storia e della erudizione, dietro alla luce del quale risorsero poi di mano in mano tutte le Belle Arti e per ultimo la filosofia.

Giova inoltre di commendare la giustizia e la generosità delle stesse forestiere nazioni, le quali, in una con l’Italia, ingenuamente chiamansi debitrici a questo celebre triumvirato di Fiorentini del felice risuscitamento della critica e del buongusto, che prima nascosi giacevano fra le rovine della Grecia e di Roma. Finalmente conviene a questo proposito avvertire doverci noi Italiani guardare che, mentre ci stiamo da noi medesimi adulando davanti allo specchio delle nostre antiche glorie, noi non venghiamo a fare come que’ nobili [43] che neghittosamente dormono sopra gli allori guadagnati da’ loro avi, e tanto più degni sembrano di biasimo e di vituperio, quanto né meno i domestici esempli vagliono ad eccitare scintille di valore nelle loro anime stupide e intormentite [44]: oppure che, mentre noi ci vantiamo d’aver i primi, col risorgimento delle lettere, delle arti e delle scienze, illuminate le altre nazioni, noi non venghiamo a fare come que’ mercatanti, che, dopo aver dato a negoziar de’ proprii fondi a molte famiglie, sono poi per loro malgoverno falliti e ridotti a mendicar presso que’ medesimi che, avendo saputo regger meglio i traffichi loro, hanno di gran lunga, i fondi loro prestati, accresciuto.

Ma facendo ritorno al soggetto che noi abbiam fra le mani, varii altri scrittori della Toscana medesima, benché di minor nome de’ primi, hanno verso que’ tempi notabilmente contribuito alla perfezione ed al propagamento della nostra lingua; e perciò così di questi come de’ primi si sono saviamente serviti gli Accademici della Crusca [45] nella compilazione de’ loro vocabolarii. Nondimeno fra questi antichi scrittori conviene far differenza; imperocché ve ne ha di quelli che possono soltanto servir d’ammaestramento in ciò che risguarda la proprietà de’ termini e la natia composizione di essi; havvene di quelli che servono a questo fine, e nello stesso tempo anche alle altre condizioni che si ricercano alla formazione dello stile, ed alla proprietà insieme, alla facilità, all’eleganza, alla forza dell’espressione; havvene per ultimo di quelli che conducono all’uno o all’altro di questi due fini, od anche ad amendue, e nel tempo medesimo comunicano delle cognizioni e trattano cose che sono utili a sapere.

Ora, siccome la vita dell’uomo è breve, troppe sono le cose che ci bisogna d’apprendere e troppi i libri che sono stati scritti; però in ogni genere di questi conviene far scelta, onde spedirci colla maggior sollecitudine e col maggior profitto possibile ne’ nostri studii. Tornerà dunque bene, qualora ci piaccia di ricorrere anche ad altri fra gli antichi scrittori della nostra lingua, di preferire quelli fra essi che giovano in un tempo medesimo a’ tre oggetti sopraccennati, la quale avvertenza sarà utile per ben guidarci anche nella lettura degli scrittori moderni.

A questo fine, di fare scelta fra gli antichi libri scritti nel buon secolo dell’italiana lingua, come da’ nostri filologi si suol chiamare il secolo decimoquarto o del Trecento, veder si possono i cataloghi [46] posti innanzi a’ vocabolarii della Crusca, e l’indice ragionato che degli scrittori di quel tempo ha inserito ne’ suoi giudiziosi Avvertimenti [47] della lingue. sopra il Decamerone il cavalier Lionardo Salviati.

Noi annovereremo qui soli pochi de’ sopradetti antichi scrittori; si perché questi possono bastare per molti altri a farne conoscere la copia [48] della lingua, onde valersene con quella temperanza che più s’accomodi alle presenti circostanze; si perché, fra la moltitudine degli altri posson meglio servire ad istruirci in cose morali o scientifiche o in quallunque altro modo vantaggioso a chi legge.

Dopo i tre primi scrittori mentovati di sopra, merita il primo luogo Giovanni Villani, il quale scrisse la sua storia nell’anteriore metà del secolo decimoquarto. « Sopra costui — dice il Salviati — il fondamento è da porre della purità de’ vocaboli e de’ modi del dire, si perché scrisse nella pura favella, si perché stese maggior volume di qualunque altro che del buon tempo forse ci sia rimaso. La legatura delle voci v’è semplice e naturale; niuna cosa di soverchio, niuna per ripieno, nulla di sforzato, niente d’artificiato vi può scoprire il lettore: non pertanto in quella semplicità si vede una cotai leggiadria e bellezza, simile a quella che noi veggiamo in vago ma non lisciato viso di nobil donna o donzella ». Il giudizio d’un uomo così intendente e così zelante della volgar lingua, qual fu il Salviati, vaglia per molti altri che qui recar si potrebbono. Noi aggiungeremo soltanto che, sebbene la locuzione e lo stile del Villani siano invero quali il Salviati li giudica, forse non sarebber quelli che meglio convenissero, generalmente parlando, allo storico d’una nazione, massimamente in tempi più colti e filosofici, quali noi reputiamo essere i nostri; e ciò per li principii che noi stabiliremo, quando si tratterà della maniera del leggere e dello scrivere la storia. Tuttavia, siccome la storia di esso Villani abbonda più che ogni altro antico libro de’ vocaboli e delle forate più gentili c più proprie della nostra lingua, così sarà utile di leggerla per far di queste una raccolta nella mente ed averle in pronto, accomodate a’ diversi generi dello stile, secondo che ad alcuno di questi posson meglio convenire.

È troppo noto che un Matteo Villani, fratello dell’altro, ed un Filippo, figliuolo di questo, hanno pure scritto storie, continuando quella del primo; ma costor due sono assai meno purgati e gentili che non fu l’altro, e perciò, per riguardo alla lingua, con poca utilità si leggerebbono.

Un’altra opera fra le antiche italiane merita d’esser scelta dagli studiosi, e questa si è gli Ammaestramenti degli antichi, raccolti e volgarizzati da fra Bartolommeo da San Concordio [49]. Questa piccola operetta è una raccolta delle più gravi e più utili sentenze degli antichi filosofi, recate nella volgar lingua con uno stile breve, preciso, succoso ed energico, e tutto proprio a servirci di modello, non solamente per la purità della lingua, ma ancora per lo stile che si richiede a trattar certe materie di notabile grandezza ed importanza. Il citato Salviati, dopo aver lodato lo stile di questo libro, conchiude che la favella di esso è la più bella e la più notabile che si scrivesse mai in que’ tempi.

Il volgarizzamento del Trattato dell’Agricoltura di Pietro de’ Crescenzi [50] non è pure da trascurarsi nella moltitudine degli altri antichi libri; imperocché, al dir del Salviati medesimo, esso è una delle principali scritture del volgar nostro, sì per li nomi [51] specialissimi degli affari della villa, e talora anche d’astrologia e di medicina e d’altre arti, molti de’ quali tra’ libri di quell’età altrove non si ritrovano; sì perché, in genere, di buone voci e di pura lingua è ripieno, e anche l’accozzamento delle parole imita quella leggiadra semplicità del Villani.

Per fine sono da pregiarsi assaissimo altre due opere antiche, l’una delle quali si è lo Specchio di penitenza di fra Iacopo Passavanti, l’altra si è le Lettere di don Giovanni da Catignano [52] scritte nelle Celle di Vallombrosa. Del primo dice il Salviati, che, nel fatto dell’esser puro e nella guisa de’ favellari, andò forte imitando il libro delle Novelle [53], ma con istile più semplice, e oltre a ciò lasciò più l’uso de’ vocaboli antichi, che nelle sue Giornate non aveva fatto il Boccaccio. Dell’opera del secondo dice lo stesso Salviati che v’ha qualche voce antica, ma assai poche, e i parlaci e la dettatura appaion così novelli, che per moderni in tutto per poco si prenderebbono; nella quale osservazione è da avvertire che quel « moderni » intender debbesi rispettivamente allo stato in cui era la lingua nel tempo che il Salviati fiorì.

Dopo i libri che noi ora abbiamo di tanti eccellenti moderni, dopo i vocabolarii dell’Accademia della Crusca, dopo le molte opere de’ grammatici, superflua cosa sarebbe che noi, oltre alle opere fin qui accennate, altre ne leggessimo degli antichi per cagione di apprendervi la nostra lingua. Soltanto è da notare che, nella lettura degli autori nominati de’ quali per avventura non ci occorrerà più di far parola, usar si vogliono le medesime avvertenze, che si è accennato doversi usare in leggendo ed imitando le opere de’ tre principali; cioè che conviene lasciar da parte le voci antiquate, e adattare i diversi loro stili proporzionatamente alle materie delle quali hassi a trattare. Un’altra cosa è da notarsi per legger le dette opere senza pericolo di acquistare idee ed opinioni false delle cose, e di adottare gli errori che in materia di scienze e di arti potrebbon esservi sparsi; è da notarsi, dicemmo, che i loro autori, per la oscurità de’ tempi ne’ quali vissero, erano, generalmente parlando, molto ignoranti nella fisica, nella metafisica e nella storia. Il che li fece cadere in molti errori, da’ quali l’osservazione, la meditazione e la critica più sagace de’ moderni ci ha felicemente preservati. Quest’avvertenza produrrà nel nostro animo due buoni effetti. Il primo sarà di renderci giusti, sicché non condanniamo nelle opere di que’ semplici antichi le buone ed utilissime cose che vi sono, in grazia degli errori che esser vi possono mescolati, e non ne incolpiamo piuttosto essi che la stagione [54]. Il secondo sarà di renderci cauti nell’adottare i giudizi loro, qualora li riconosciamo contrarii alla retta maniera del ragionare ed alle dottrine che noi abbiamo apprese dalla filosofia e dalla critica migliore de’ nostri tempi. Ed a questo proposito non è inutile di soggiungere che la stessa prudenza vi vuol sempre mai leggendo qualsivoglia sorta d’autori, massimamente anteriori alla nostra età, avendo sempre rispetto a’ tempi, alle nazioni ed alle scuole nelle quali son eglino stati educati.

Dopo il tempo de’ primi eccellenti scrittori, i quali coll’esempio loro e colla loro autorità animarono gli altri Toscani a scrivere nel loro materno idioma, ed invogliarono i forestieri ancora ad apprenderlo e a tentare di scrivere in esso, venne mancando lo zelo che poco prima era nato di scrivere nella nuova lingua e di perfezionarla e nobilitarla. Di fatti, siccome col Boccaccio era ella salita all’alto della venustà e gentilezza, così col mancare di lui andò immediatamente decadendo, non solo rispetto alla vera purità ed eleganza, ma ancora rispetto all’uso dello scriverla; e verso la fine del decimoquarto secolo non pure componevasi male in essa, ma quasi non vi si componeva punto dalle persone letterate di que’ tempi. La cagion principale di un tale decadimento della lingua nostra, fra quelle che possono esser note, si fu la sciocca vanità degli uomini di talento volgare [55], i quali per la loro natura si oppongono di subito a tutto ciò che ha faccia di novità, senza pigliarsi cura d’esaminare se sia vero o falso, se utile o dannoso. Costoro, che sono ciechi veneratori delle opinioni, delle dottrine e de’ costumi ne’ quali stati sono educati, abborriscono chiunque tenta di battere altre vie, comunque esser possano le migliori e le più sicure, e si offendono di qualunque osa mettere in campo nuove cose e tenta di segnalarsi per altro verso, parendo loro che il menomo deviamento dal loro modo di pensare ed operare sia uno sfregio fatto all’autorità che essi presumono di avere. Le sette scolastiche massimamente peccano in questa parte, come quelle che per il concorso dell’opinione di molti si rinforzano nelle ostinazioni. Le belle cose che si andavano scrivendo nella nuova lingua, siccome piacquero alle persone semplici che si lasciano condurre ne’ loro giudizii dalla sola verità e dalla sola natura, così stuzzicarono il furor de’ pedanti, il trono de’ quali, come suole accadere, era fondato sopra un misterioso e barbaro gergo di termini scolastici e d’una lingua che essi avevano ardimento di chiamar latina. Costoro adunque si diedero a predicar tanto contro l’uso dello scrivere nella volgar lingua, e tanto si ostinarono a non abbandonare il loro pessimo latino, che, essendo i più forti mercé delle loro sette, finalmente la vinsero, e tarparono alla nuova favella le ali che appena aveva messe. Quindi è che, dalla fine del Trecento sino allo scadere del Quattrocento, pochissimi furono quelli che scrivessero opera di qualche mole o di qualche valore in lingua volgare; e que’ pochi, volendo pur comparir letterati, nol seppero far meglio che mescolando con una turpe dissonanza le parole e le forme del loro latino alla favella de’ buoni autori del secolo antecedente.

Ma finalmente, poiché la lingua toscana avea cominciato a scriversi e a divolgarsi per mezzo de’ poeti, la qual cosa d’ordinario interviene [56] anche delle altre lingue, così risorse poi dal suo quasi totale abbattimento per mezzo degli stessi poeti. Precipua cagione di un tale risorgimento fu il buongusto di Lorenzo de’ Medici autorevolissimo cittadino fiorentino, e la dichiarata protezione ch’egli concedette a’ letterati per cui meritò il cognome di Padre delle lettere. Né minor merito ebbero per ciò Giovan Galeazzo Maria Sforza e Ludovico il Moro, zio di lui, amendue duchi di Milano, alla corte de’ quali tutti gli scienziati e massimamente i poeti italiani erano ben accolti e protetti. I primi, che in Firenze richiamassero alla pristina purità ed eleganza la toscana lingua, furono il mentovato Lorenzo, Angelo Poliziano, uomo eruditissimo di que’ tempi nelle lettere greche e latine, e Luigi Pulci, uomo di vivacissimo talento. Ciò operarono essi quasi a gara; il primo colle varie sue rime piene di sincera grazia e venustà di sentimenti e d’espressione; il secondo colle sue Stanze, nelle quali a meraviglia risplende la bella imitazione degli antichi poeti greci, latini e toscani; e l’ultimo col suo poema del Morgante, nel quale raccolse tutte, si può dire, le bellezze ingenue e famigliari della volgar lingua, non senza abusare, a dir vero, troppo irriverentemente delle cose sacre e dell’onestà che si richiede a scrittor costumato e dabbene.

CAPO V.

De’ progressi della lingua italiana nel secolo decimosesto e ne’ seguenti.

Poiché il nostro instituto [57] ci conduce soltanto dietro alle tracce degli autori classici ed insigni, che colla importanza delle materie e colla purità della lingua servirono a propagare la cognizione e l’uso della toscana favella, così, tralasciando gli altri di minor nome, a questi soli ci atterremo fra i moderni, come dianzi facemmo per riguardo agli antichi.

Il primo insigne che ci si affaccia dopo il risorgimento della nostra lingua si è Niccolò Macchiavelli, segretario della repubblica fiorentina [...] [58] sentimento de’ loro sacri naturali diritti, si risentirono da ogni parte; e scrittori eccellenti d’ogni nazione confutarono a gara le massime pestilenziali di quel libro. Ben è vero che varii eruditi di gran credito così passati come moderni credettero superiore anche al segno a cui possa mai giugnere la depravazione del cuore umano l’avere scritto da buon senno un’opera contenente massime così scelerate; e sono perciò d’opinione che il Macchiavelli, educato qual era in una repubblica, e fierissimo partigiano del governo di molti, scrivesse il suo Libro del Principe con intenzione assai differente da quella che appare. Inclinarono adunque a credere che il Macchiavelli non altro intendesse con quell’opera che di fare una sottilissima critica del governo di molti piccoli tiranni che comandavano in Italia de’ suoi tempi, e insieme di presentare a’ suoi Fiorentini, nel ritratto delle massime e della condotta di coloro, un oggetto terribile, che tanto più alienasse lo spirito della sua patria dal comando di un solo, nel quale già da qualche tempo minacciava di cadere. E tanto più fortemente si confermano in questo sentimento, quanto che in altre delle opere dello stesso autore si fa questi conoscere amico della religione, della giustizia e dell’umanità; e altronde, dalle memorie che si hanno di lui, si ricava esser lui stato uomo dabbene, e per costumi assai commendevoli e per pubblici servigi accetto ed onorato nella sua patria. In una tale credenza ci sentiamo propendere noi piuttosto per interesse dell’uman genere, che per intima persuasione dell’intelletto. Comunque sia di tutto ciò, una simile opinione non di manco non salva per nulla il Macchiavelli, la cui lettera [59] suona del tutto diversamente; e in ogni caso era obbligo di lui di farne conoscere più apertamente la sua intenzione, qualora fosse stata innocente, acciocché altri non cadesse in errore, trattandosi di materie così gravi e pericolose, e non ne venisse per ciò, come venne difatti, vergogna ed infamia al suo nome.

Venghiamo ora a toccare in proposito di questo autore, quello che alla nostra materia [60] spezialmente si appartiene; e se forse ci siamo intorno ad esso più lungamente trattenuti di quel che paia richiedersi dal nostro instituto [61], scusici il riflettere che, chiamandoci la serie delle cose che trattiamo a dover parlare anche d’un autore così sospetto, noi non avremmo potuto innocentemente parlarne senza usare intorno a ciò le debite avvertenze. Le opere del Macchiavelli, dice Apostolo Zeno [62] nelle sue note al Fontanini, corsero gran tempo per le mani di tutti, lette, approvate e stampate in più luoghi, e persino in Roma dedicate al papa, senza che alcuno pensasse, non che osasse, di dirne male. Il Salviati, parlando della maniera dello scrivere del Boccaccio e di quella del Macchiavelli, dice: « Quasi senza risa non si possono udir coloro, i quali lo stile e la favella di chi spezialmente scrisse le nostre [63] storie e gli ammaestramenti dell’arte del guerreggiare, con la favella e con lo stile di quest’opera (cioè del Decamerone) recar sogliono in paragone: conciossiaché il Boccaccio sia tutto candidezza, tutto fiore, tutto dolcezza, tutto osservanza, tutto orrevolezza, tutto splendore; e nello storico non abbia pur vestigio d’alcuna di queste cose, come colui che, oltre che nacque in mal secolo (cioè nel decimoquinto), rivolse tutto il suo studio ad altre virtù: ciò furono la chiarezza l’efficacia e la brevità: nelle quali riuscì singulare e ammirabile, in tanto che nella prima a Cesare e nell’ultime a Tacito arditamente si può paragonare. Nel rimanente egli scrisse del tutto, senza punto sforzarsi, nella favella che correva nel tempo suo; né volle prendersi alcuna cura di scelta di parole, che all’una delle tre cose [64], ch’egli avea per oggetto, non gli spianasse principalmente il cammino ». Da queste parole del cavalier Salviati egli è troppo facile a rilevarsi una verace e singolare lode che egli, quasi non accorgendosi, viene a dare allo stile del Macchiavelli. Imperocché, se è vero che il merito principale di uno scrittore sia quello di rendersi facilmente intelligibile, di esporre con forza i suoi pensieri, sicché facciano profonda impressione in chi legge, e di rendersi intelligibile ed efficace nel suo discorso, usando la minor quantità di mezzi possibile, sarà altresì vero che il Salviati, lodando lo scriver del Macchiavelli di chiarezza, di efficacia e di brevità, verrà in tal guisa a concedere ad esso tutto ciò che forma le principali doti dello scrivere. Inoltre, se per avventura si verificasse che al Boccaccio non competessero le doti che qui dal Salviati si attribuiscono al Macchiavelli, il Boccaccio sarebbe da dirsi un cattivo scrittore, non ostante tutte le altre, che il Salviati medesimo toglie al primo e giustamente concede al secondo: imperciocché il Macchiavelli verrebbe così ad avere le condizioni che necessariamente formano il buono scrittore; e l’altro, mancando delle necessarie, avrebbe quelle soltanto che sono di soprappiù, e che per questa ragione appunto il renderebbono più difettuoso. Ma come è possibile mai d’essere nello stesso tempo chiaro, efficace e breve, senza aver perfetta cognizione e senza fare un retto uso della lingua nella quale si scrive, giacché dall’ottima applicazione e dalla giudiziosa scelta de’ termini dipende massimamente la chiarezza, la brevità e l’efficacia dello stile? Una delle ragioni, che questo grammatico adduce per condannare di cattivo stile il filosofo, si è l’esser questi nato in mal secolo, cioè nel Quattrocento. Ma perché loda poi egli altri scrittori che nacquero nel secolo medesimo? Un’altra delle dette ragioni si è che il Segretario fiorentino scrisse del tutto, senza punto sforzarsi, nella favella che correva nel tempo suo. Ma il Segretario era toscano, e le lingue viventi sono soggette a cambiamento: bene adunque fece di accomodarsi alla lingua che parlavisi del suo tempo dal popolo nel quale egli scriveva; e non sarebbe riuscito nel suo dire così maravigliosamente chiaro ed efficace, tanto da paragonarsi a Cesare e a Tacito, come dal Salviati si concede, se già così non avesse operato: conciosiaché la chiarezza del dire consista principalmente nel servirsi de’ vocaboli i più intelligibili alla moltitudine delle persone con cui si parla; e l’efficacia medesimamente resulta in gran parte da ciò, perché le voci e le forme del dire allora sono più efficaci quando sono più proprie, e le più proprie sono quelle che attualmente sono in uso, non già quelle che sono dismesse. Oltre di ciò, se questo valesse, il Salviati medesimo dovrebbe esser giudicato cattivo scrittore, la qual cosa nondimeno non potrebbe dirsi senza grave ingiuria d’un uomo così benemerito della nostra lingua; perché anch’egli nelle sue opere scrive assai differentemente di quello che il Boccaccio facesse; anzi egli medesimo se ne protesta chiaramente sul bel principio della sua maggior opera, vale a dire de’ più volte citati Avvertimenti. Per ultimo il Salviati, in conferma del suo assunto, soggiugne che il Segretario non volle prendersi alcuna cura di scelta di parole, che all’una delle tre cose ch’egli avea per oggetto non gli spianasse principalmente il cammino. Vale a dire: soltanto il Macchiavelli si prese cura di scegliere fra le parole della sua lingua quelle che potevan meglio servire a rendere il suo dire chiaro, efficace e breve. Dunque, anche per questo capo, commendevole sarebbe il giudizio di questo scrittore, che fece scelta di parole per il fine principale che si dee avere scrivendo. Noi saremmo troppo lunghi, se volessimo più oltre diffonderci su questo articolo. Gioverà adunque di conchiudere che non ci da far paragone tra lo stile del Boccaccio e del Macchiavelli, non già perché l’uno abbia bene scritto, e l’altro male, come pare che il Salviati pretenda; ma perché quegli scrisse in uno stile, questi in un altro, secondo la materia che ciascuno avea tra le mani; ed amendue, avuto riguardo alla detta materia, scrissero eccellentemente. Il primo si pigliò cura dell’eleganza e de’ fiori dell’elocuzione, perché, avendo preso a trattare un soggetto di mero passatempo, questo non avrebbe tanto somministrato del suo proprio fondo [65] a produrre interesse in chi leggeva, se non fosse stato accompagnato dalle grazie della dizione e dello stile. Oltre di ciò, chi scrive o dice cose da sollazzo, è reputato dirle o scriverle a coloro che di sollazzo hanno voglia: ora il badare, scrivendo, a raccogliere diligentemente certe grazie e certi vezzi della lingua o dello stile serve, in tal caso, al fine principale di chi legge e di chi scrive. Colui che cammina a solo fine di sollazzarsi vagando per le ridenti campagne, può a sua voglia soffermarsi, e qui cogliere un fiore, colà un’erbetta; qui mirare un bell’albero, colà odorare un soave pomo: ma quegli che cammina per suoi affari non bada altrimenti a simili cose, se non se quanto spontaneamente se gli presentano sotto a’ sensi; e solo ha cura di scegliere la via più conosciuta e la più corta, e di affrettarsi e rinvigorirsi per giugner più presto al luogo destinato. Ora il Boccaccio è da rassomigliarsi al primo: il Macchiavelli al secondo; imperocché questi, avendo a trattar materie grandi ed importanti, quali sono le politiche, più che degli ornamenti dell’elocuzione, doveva curarsi, come fece, della chiarezza, della brevità e della forza. Tanta più dovette egli ciò fare, quanto che trattava egli le sue materie istruttivamente [66]; la qual cosa richiede stile ancora più semplice e naturale, come vedremo e confermeremo colle ragioni e con gli esempii a luogo più accomodato. Da quanto abbiam detto non si dee però conchiudere che sia da approvarsi interamente lo stile della Storia fiorentina, de’ Discorsi sopra Tito Livio, dell’Arte della guerra, o simili altre opere del Segretario [67]; come neppure è da interamente approvarsi quello del Boccaccio. Il difetto particolare del Macchiavelli si è d’esser frequentemente caduto nelle forme basse e triviali del popolo, per troppa voglia d’esser semplice e naturale nel suo scrivere; come è difetto particolare del Boccaccio il cader più volte in espressioni poetiche, per troppa voglia d’essere splendido ed ornato. Apprendasi adunque che le opere d’amendue questi scrittori eccellenti posson esser egualmente profittevoli alla lingua ed alla eloquenza italiana, quando i loro stili giudiziosamente si applichino alle materie che li comportano, e quando si sfuggano i difetti che di loro accennati si sono. Soltanto si avvertisca che il Segretario scrisse con assai diversa cura d’elocuzione e di stile le sue opere; anzi talora in un’opera medesima alle volte fu egli più corretto e pulito, alle volte meno, come alcuni osservano, massimamente nelle sue Storie fiorentine. A detta degl’intendenti, i discorsi di lui sopra Tito Livio, siccome sono il capo d’opera di lui, così sono anche meglio scritti. Vogliono ancora che le sue commedie, quanto allo stile che ad esse conviene, sieno eccellentemente dettate; così pure la novella di Belfegorre; e, se il piccolo dialogo [68] sopra Dante, che fu la prima volta stampato in Firenze l’anno 1730 dietro all’Ercolano del Varchi, e che viene attribuito al Macchiavelli, è veramente opera di lui, esso può passare per uno de’ più eccellenti modelli del dialogo famigliare, che abbia la nostra lingua.

Ecco che appresso al Macchiavelli, secondo l’ordine de’ tempi, ci si presenta Pietro Bembo. Questo illustre autore fu il primo fra i non Toscani, colla purità ed eleganza del suo scrivere in lingua volgare, a dimostrare evidentemente che, senza esser nato in quella provincia che ebbe la gloria di dare a tutta l’Italia la lingua nobile e comune, si poteva eccellentemente comporre in versi ed in prosa. Anzi, siccome i Toscani de’ tempi poco innanzi a lui succhiavano essi col latte la lingua, così poca o niuna briga pigliavansi di porvi intorno qualche studio, sia nella scelta delle parole, sia nel modo di accozzarle ed usarne regolarmente, come fatto avevano i primi scrittori della lingua; questi fu che ne raccolse e ne pubblicò le regole, ad istruzione non meno de’ Toscani medesimi che degli altri Italiani. L’Italia tutta va debitrice massimamente a costui della divulgazione e dell’uso generale che poi, e scrivendo e parlando, si fece della volgar lingua. Imperocché egli, e col suo esempio e colle pratiche fatte e con lo zelo continuo dimostrato per essa, non solo animò gli altri Italiani ad usarla trattando ogni sorta di materie, ma si può dire con verità ch’egli sia stato principal cagione che i Toscani stessi seguitassero a farlo, dietro agli eccellenti modelli de’ primi loro scrittori. Nello stesso tempo che il giovane Bembo andava, per così dire, predicando per tutta l’Italia la volgar lingua e l’eccellenza de’ suoi antichi scrittori, risorser più che mai furiosi i pedanti e le fanatiche scuole sempre nemiche delle novità, benché utili ed innocenti. E’ volevano pure che non si avessero a scoprire al volgo i santuarii della loro dottrina, profanandoli con una lingua che sarebbe intesa anche dalle persone idiote [69] da un capo all’altro dell’Italia. Per maggiore sventura trovavan costoro qualche plausibile fondamento onde screditare anche in Toscana e in Firenze medesima l’uso dello scrivere anche nella volgar lingua, e mostravano di temere che la gioventù, troppo vaga di questa novità, non abbandonasse del tutto lo studio delle lingue greca e latina. Introducevansi ancora, come sul farsi per abuso, i motivi della religione e del buon costume, dicendo che non era conveniente che si lasciasse invalere [70] l’uso di questa lingua, nella quale ben presto si sarebbe osato trattare anche le cose sublimi della teologia e delle Scritture, quando non si fosse posto freno alla tracotanza de’ novatori; e che la gioventù sarebbe divenuta scostumata, ritornando alla lettura del Boccaccio e del Petrarca ed avvezzandosi ad imitarli, trattando materie amorose e lascive. Per conferma di ciò merita d’esser notato quello che Benedetto Varchi dice nel suo Ercolano: « Quando — dic’egli — il Magnifico Giuliano [71], fratello di papa Leone, era vivo, che sono più di quarant’anni passati, nel qual tempo la lingua fiorentina, comeché altrove non si stimasse molto, era in Firenze per la maggior parte in dispregio; e mi ricordo io, quando era giovanetto, che il primo e più severo comandamento che facevano generalmente i padri a’ figliuoli e i maestri a’ discepoli era ch’eglino né per bene né per male non leggesseno cose volgari (per dirlo barbaramente come loro); e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella gramatica mio precettore, uomo di duri e rozzi, ma di santissimi e buoni costumi, avendo una volta inteso, in non so che modo, che Schiatta di Bernardo Bagnesi ed io leggevamo il Petrarca di nascoso, ce ne diede una buona grida [72], e poco mancò che non ci cacciasse di scuola ». A queste parole soggiugne il Varchi per mezzo d’un altro interlocutore: «Dunque a Firenze, invece di maestri che insegnassero la lingua fiorentina, come anticamente si faceva in Roma della romana, erano di quelli i quali confortavano, anzi sforzavano a non impararla, anzi piuttosto a sdimenticarla». Indi séguita il Varchi medesimo: «E ancora oggi non ve ne mancano; e credete a me che non bisognava né minor bontà né minor giudizio di quello dell’illustrissimo ed eccellentissimo signor duca mio padrone» [73]. Ma non ostante tutte le difficoltà che si opponevano d’ogni parte e che si opposero anche dappoi, il concorso degli umani accidenti portava pure che il dialetto toscano salisse ad esser la lingua nobile e comune della gloriosa nazione italiana, e che in essa dovessero poi scriversi tali opere da muovere a gara i forestieri popoli ad avidamente impararla, e da innalzare l’Italia moderna al pari dell’antica, e della Grecia stessa, in genere di scrittori. Quindi è che, all’esempio ed alla voce del Bembo, scossero il giogo della barbara opinione gl’italiani ingegni. Coloro che si opponevano a’ progressi della toscana favella furono costretti a tacere; o, se pur parlarono, non vennero altrimenti ascoltati, perocché quegli che in essa scrivevano eccellentemente, erano ad un tempo i ristoratori della buona latinità, anzi i più zelanti promotori delle lettere greche e latine; sicché può dirsi con verità che, se da una parte riconducevano il secolo del Petrarca e del Boccaccio per la purità ed eleganza dello scrivere italiano, dall’altra riconducevano quello di Virgilio e di Cicerone per l’eccellenza dello scriver latinamente in prosa ed in verso.

Non è qui luogo d’annoverare tutti i valorosi scrittori del secolo decimosesto; ed è troppo facile d’altra parte d’averne notizia da molti autori che hanno scritta la storia letteraria. Solo ci basti d’avvertire, intorno a’ progressi della volgar lingua, che nella prima metà di questo secolo, vale a dire nel termine di soli cinquant’anni dappoiché il Bembo cominciò a fiorire, furono scritte, in lingua italiana, e storie illustri e gravissime orazioni e trattati morali e filosofici, e bellissimi poemi eroici e didascalici e lirici e piacevoli d’ogni sorta, e tragedie e commedie, e traduzioni moltissime e diverse d’autori greci e latini; tanto che si poté apertamente conoscere quanto il toscano idioma fosse atto, in mano de’ buoni scrittori, a trattar bene ed ornatamente ogni genere di materie. Allora si fu che questa lingua, divenuta veramente preziosa per la quantità delle cose in essa nobilmente scritte, eccitò l’invidia degli Italiani medesimi, talché ciascuno o la voleva privatamente per sua [74], o voleva almeno parteciparne. I Fiorentini, i quali per avventura avevano più ragione degli altri, vantavansi d’essere naturali possessori di essa lingua, e volevano perciò che questa, benché comune allora a’ letterati d’Italia, portasse il nome di fiorentina. Gli altri Toscani pretendevano d’aver anch’essi antico e presente possesso dello stesso fondo, e volevano che la lingua si chiamasse toscana; e tutti gli Italiani, massimamente i lombardi, la volevano italiana, ora allegando anch’essi antica ragione e possesso, ora, più giustamente, allegando diritto di coltura e di miglioramento fatto nello stesso fondo. Altri avevano trovato un temperamento [75] di chiamarla cortigiana [76], o dalla corte di Roma, dove si pretendeva che anticamente fosse parlata, o dalle corti de’ principi italiani, nelle quali attualmente si coltivava insieme a tutti i generi di lettere, d’arti e di gentili costumi. I più modesti e discreti perfine si stavano imparziali, e contentavansi di chiamarla volgare. Quindi sorsero le crudeli guerre grammaticali, nelle quali i furiosi paladini della lingua stillarono ridicolosamente più di cervello e d’inchiostro che di sangue.

Di tali cose noi abbiam voluto parlare solamente per avvertire che opera perduta sarebbe il leggere con troppa premura gli scritti di quel tempo in proposito di tale quistione, quando già non si facesse per apprendere dagli altrui trasporti a meglio governarci nelle dispute letterarie, e a non intraprenderne mai sopra soggetti così inutili e di nessun momento. Ben è vero che siccome varii buoni scrittori, e massimamente toscani, condotti dalla passione, entrarono in simile disputa; così molte utili cose si ritrovano nelle opere loro, che assottigliar possono l’ingegno alla buona critica, ed avvezzarci all’acutezza ed alla vivacità de’ motti e delle risposte, le quali, innocentemente, gentilmente e moderatamente usate a proporzione delle materie, sono l’anima dello scrivere apologetico.

L’uso finalmente, il quale d’ordinario supplisce a quello che non fa la ragione, pose termine ad una disputa così vana: e in progresso di tempo gli stessi Fiorentini, e a nome loro l’Accademia della Crusca, non ebbero difficoltà di ricevere e far testo della lingua scrittori eccellenti della nazione italiana, benché non toscani, giudicando quello che è in fatti, cioè che le lingue nobili sono formate spezialmente dal concorso degli scrittori; e così si poté senza pericolo, come ora si usa, chiamare italiana la lingua comune degli scrittori italiani. [77]

Contemporaneo al Bembo fu Iacopo Sannazaro, eccellente scrittore latino ed italiano, di cui è celebre l’Arcadia scritta in volgare, il poema De partu Virginis e l’egloghe pescatorie scritte in verso latino.

Séguita dopo di lui Ludovico Ariosto, di cui son famosi l’Orlando furioso, le commedie, le satire, le elegie ed altri componimenti italiani, oltre i latini.

Chi crederebbe che noi volessimo proporre Lionardo da Vinci fra gli autori di lingua? Eppure le opere di questo toscano, grande letterato, insigne pittore e singolare meccanico [78], meritano d’esser lette, perché, in uno colla proprietà de’ termini attinenti a diverse arti, vi si possono imparar molte cose utili alle stesse arti ed alle scienze.

Il conte Baldassarre Castiglione, autore del Cortegiano, fu anche insigne poeta latino: il Cortegiano di lui merita d’esser studiato per la naturale ed elegante maniera con cui è scritto. Quest’opera è anche sommamente raccomandabile per il bel costume e per le buone creanze che vi s’insegnano; le quali, sebbene nella loro forma esteriore sieno alquanto diverse da quelle che ora usiamo, pure, perché sono un’espressione della gentilezza dell’animo, la cui essenza non cambia giammai, così servono anche oggi ad ispirarla e a mantenerla.

Le opere di Giovan Giorgio Trissino, di cui le più note sono il poema epico dell’Italia liberata, la Sofonisba tragedia, e la Poetica, hanno dato gran fama alla nostra lingua, benché, per voler egli troppo servilmente imitar gli antichi nel poetare, sia rimasto molto al di sotto e degli antichi e de’ moderni.

Agnolo Firenzuola, scrittore leggiadrissimo in prosa ed assai mediocre nel verso, condannevole per la troppa libertà del costume introdotta nella sua parafrasi dell’Asino d’oro d’Apuleio e nelle sue novelle, ma nobile, gentile ed ingegnoso sopra ogni credere nel suo dialogo della Bellezza delle donne e ne’ suoi Discorsi degli animali.

Giovan Batista Gelli, ottimo scrittore di prosa ed acuto e bizzarro filosofo de’ suoi tempi, ha il merito di pascer graziosamente lo spirito in un tempo colla bellezza dello scrivere e colla novità delle idee; cosa rara negli scrittori di quella stagione. Le opere principali di lui, oltre le commedie, sono la Circe e i Capricci del bottaio.

Giovanni Guidiccioni, autore di varie poesie, ha uno stile tutto suo, con cui, mentre nobilitò di sceltissimi sentimenti la lingua italiana, ne arricchì ancora mirabilmente il linguaggio poetico, e però si annovera fra i nostri lirici insigni.

Ludovico Martelli è egli pure uno de’ più ingegnosi lirici nostri, il quale, amando la novità senza però slontanarsi dalla natura, servì ancora a render copioso e vivace il linguaggio della nostra poesia.

Ma per seguire i poeti non si dimentichi Benvenuto Cellini, famoso artefice e talento oltre misura bizzarro, i cui trattati Dell’orificeria e Della scultura somministrano grande quantità di vocaboli e di forme relative alle arti, oltreché abbondano d’ottimi precetti e di regole per la pratica e per la intelligenza dell’arti stesse. La vita sua da se medesimo scritta è una delle cose più vivaci che abbia la lingua italiana, si per le cose che descritte vi sono, si per il modo. Costui è spezialmente mirabile nel dipingere al vivo, con pochi tratti, i caratteri, gli affetti, le fisonomie, i moti e i vezzi delle persone. Qui giova avvertir di passaggio che, fra gli autori italiani del Cinquecento, risplende ordinariamente più filosofia nelle opere degli eccellenti artisti che in quelle de’ grandi letterati, perché questi preoccupati furono la maggior parte dalle opinioni, o vere o false che fossero, da essi bevute nelle scuole e ne’ libri; dove gli altri andarono in traccia della natura e della verità, condotti dal solo raziocinio.

Claudio Tolomei, grande letterato de’ suoi tempi e grande promotore della italiana lingua e poesia. Le opere più autorevoli di lui sono le lettere, scritte con molta purgatezza ed in istile veramente epistolare; oltre a ciò piene di buoni documenti rispetto a letteratura ed a morale.

Ma Luigi Alamanni, scrittore di cose liriche, di satire, di tragedie e di poemi, merita spezialmente d’essere studiato come uno degli ottimi. Il suo poema della Coltivazione è testo insieme della lingua, della poesia e della letteratura italiana, ed una delle opere che è vergogna di non aver mai letto.

Benedetto Varchi, uno de’ più scienziati uomini del suo tempo e fautore appassionato dell’italiana favella. Fra le molte opere di lui, le più pregievoli sono i suoi Componimenti pastorali, le Lezioni, l’Ercolano e la Storia fiorentina; ma sebbene tutte sieno scritte con molta nitidezza e proprietà, la Storia nondimeno è assai diffusa nello stile, e molte volte troppo famigliare nella scelta de’ termini e delle forme del dire.

Bernardo Segni scrisse egli pure in istile assai nobile la Storia fiorentina, e tradusse, con gran purgatezza di lingua, varie delle opere più importanti d’Aristotele.

Agnolo Segni, che scrisse varie lezioni; Vincenzo Borghini, piano, facile e nobile scrittore di discorsi di varia erudizione; Raffaello Borghini, autore dell’elegante e bel dialogo sopra la pittura, intitolato Il Riposo; Pier Vettori e Giovan Vittorio Soderini, semplici e naturali scrittori, l’uno del trattato della Coltivazione degli ulivi, l’altro del trattato della Coltivazione delle viti; tutti questi vanno essi pure tra’ migliori autori della lingua, e sono degni d’esser letti, non solo per rispetto alla stessa lingua, ma ancora per le importanti materie ch’essi trattano.

Opera classica dell’Italia si è la Storia di Francesco Guicciardini, il quale passa per il principe degli storici nostri. Questi, sebbene, quanto a storico, venga ripreso di varii difetti, pure è egli accettato generalmente in materia dello scrivere; se non che alcuni lo accusano di aver usati termini troppo latini, o forensi, come dicono.

Bernardo Tasso, padre illustre di più illustre figliolo, autore fecondissimo di poesie, e bastevolmente colto nell’uso della lingua. Troppo abusò egli del suo ingegno, scrivendo foie di romanzi, ne’ quali nondimeno è assai inferiore di verità, di forza, d’evidenza, di costume poetico e simili all’Ariosto e ad alcuni altri de’ poeti romanzieri. Lo stile è troppo diffuso e fiorito, del qual difetto vien tacciato anche nelle sue lettere. Nondimeno i salmi e le odi, che egli scrisse sul fare d’Orazio, sono corrette nello stile e son modelli di buona poesia.

Iacopo Bonfadio, bravo latino scrittore ed autore di colte e gentilissime lettere italiane; Sperone Speroni, scrittore di dialoghi, ma difettuoso assai volte quanto alle materie, mercé della filosofia che correva ne’ suoi tempi; Alberto Lollio, elegante e nobile autor d’orazioni, ma alle volte freddo e snervato; Alessandro Piccolomini, autore di molte opere di filosofia proporzionata a’ suoi tempi, ma pregevole per la sua opera della Instituzione morale; Pier Francesco Giambullari, storico e filologo; si annoverano fra i principali autori della lingua.

Francesco Coppetta, Anton Francesco Rainieri, Angelo di Costanzo, Berardino Rota e Luigi Tansillo, cinque de’ più illustri poeti lirici che abbia l’Italia, i quali, sdegnando di camminar sempre sulle pedate del Petrarca, si aprirono nuove strade, e per esse andarono giudiziosamente alla volta del Bello. Assai più commendevoli sarebbono, se, abbandonata eziandio l’eterna seccaggine dell’amore trattato da’ loro antecessori, si fossero innalzati a più nuovi e più sublimi soggetti. In tutti questi, oltre ai singolari pregi poetici, merita d’esser riguardata la cultura della lingua e la nobilità e la ricchezza dello stile. De’ tre primi sono massimamente pregevoli i sonetti; del quarto le egloghe pescatorie; dell’ultimo le canzoni, le stanze ed alcuni capitoli che versano sopra materie morali ed economiche.

Giovanni della Casa, uno de’ principi scrittori della lingua, anzi il migliore di tutti dopo il Boccaccio, e quegli che, senza lasciar d’esser nobile e grave, s’accosta, forse più d’ogni altro del suo secolo, alla forma del dire semplice e naturale che si ama nel nostro. Il suo trattato delle creanze, intitolato il Galateo, è uno de’ capi d’opera della nostra lingua; è quello in cui sovranamente risplende la schietta, gentile e nobile urbanità che conviene anche nelle cose tenui, e della quale abbiamo illustri esempii fra i Greci e in alcuno de’ Latini. Non inferiore al Galateo è il trattato Degli offici, benché in istile alquanto diverso. Nelle lettere poi spira egli da ogni parte la grazia conveniente della dizione, la nobiltà de’ sentimenti, la conoscenza degli uomini e de’ loro affari, il sapere squisito delle arti e delle scienze, la buona morale e mille altre doti che caratterizzano l’eccellenza dello scrittore. Ma che lodi non si debbono alle poche orazioni di lui? In esse armonia di numero senza studiato artifizio, correzione di lingua senza pedanteria, semplicità d’elocuzione senza bassezza, proporzione di traslati, nobiltà d’immagini, gravità di sentenze, grandezza di sentimenti, forza di ragioni, commovimento d’affetti e tutte le parti insomma che a grande orator si convengono. Ne meno dee dirsi delle sue poesie liriche, colle quali apri anch’egli una nuova scuola, dove entrarono bensì molti, ma a pochi fu dato d’avvicinarsi, non che d’agguagliarsi, al maestro. Anche nella prosa e nella poesia latina fu egli de’ primi del suo secolo.

Le poesie di Francesco Berni sono utilissime per l’uso della lingua e dello stile in cose famigliari e piacevoli. Chi non è nato buffone quanto lui, e chi non ha come lui il vero intrinseco atticismo [79] della lingua, non pensi di seguirlo poetando, se non vuole accrescere il numero degli sciocchi, che si sono renduti ridicoli e dispregevoli imitando il di lui carattere originale.

Annibal Caro, leggiadrissimo scrittore, massimamente di prosa, nella nostra lingua. Le più stimate fra le opere di lui sono la traduzione dell’Eneide, benché non senza ragione venga ripreso d’essersi assai volte scostato dal testo, e le lettere, nel qual genere l’italiana lingua non ha nulla di più puro, di più elegante, di più grazioso, né di più accomodato alle cose che vi si trattano. Le sue lettere d’affari massimamente dovrebbono, anche a’ tempi nostri, essere il modello delle segreterie, se in queste, generalmente parlando, si avesse punto cura di bene scrivere. I nomi del Caro e del Castelvetro non possono andar disgiunti, perché l’uno [80] risveglia l’idea dell’altro. Quest’ultimo fu uomo dottissimo in ogni sorta di letteratura, e scrisse molte cose in materie poetiche e grammaticali. Felice lui, se la sottigliezza del suo ingegno non lo avesse talvolta trasportato oltre i limiti del vero, e se i suoi avversarii avessero voluto concedere d’aver torto in molte cose! Lo stile di lui è semplice, breve, preciso, nervoso, comeché alquanto severo; la locuzione è propria e corretta, se non che egli adottò certe parole e certe forme che non bene consonano colle altre, e perciò fanno rincrescimento al lettore.

Giorgio Vasari, famoso pittore ed architetto, scrisse le Vile de’ più eccellenti pittori, scultori ed architetti. Quest’opera deve ad ogni conto leggersi da chiunque pretende d’aver buongusto in materia di Belle Lettere e di Belle Arti. Noi non sapremmo come meglio darne idea, fuorché servendoci delle parole di monsignor Bottari, inserite nella prefazione alla da lui fatta nuova edizione delle Vite del Vasari per esso procurata. « Del pregio dell’opera », dice egli, « è anche superfluo il ragionare. La stima che n’è stata fatta sempre da tutte le nazioni e che sempre è andata crescendo, ne parla a sufficienza. Ognuno sa che in essa il Vasari ha rammassate infinite notizie appartenenti a’ più celebri professori di tutte le Belle Arti che hanno qualche dependenza e connessione col disegno; e che le azioni di questi professori sono narrate e stese con tanta leggiadria e naturalezza, che col suo stile e colla maniera di scrivere incanta i lettori, e fa loro parere non di leggere ma di vedere quel ch’ei racconta. Inoltre ha ripiena tutta quest’opera d’utilissimi precetti sull’arte, e di dotte osservazioni sopra gli edifizii più illustri e sopra le statue e pitture più celebri dell’Italia«. E a proposito dello scrivere del Vasari, che è ciò che ora spezialmente importa di riguardare, è da notarsi quanto lo stesso Bottari in qualche altro luogo avvertiste; ed è che il Vasari sopra la maniera del suo scrivere consultò Annibal Caro, uomo di finissimo gusto in tutte le arti, e grande amico ed utile consigliere de’ più eccellenti artisti del suo tempo, come si può ben vedere dalle lettere di lui. Aggiungasi ciò, che pure il Bottari altrove osserva: cioè che il Vasari seppe alle volte alzarsi dal suo stile naturale e piano, e renderlo temperatamente ornato e grande, secondo che la materia comportava; la qual cosa non solo non disconviene, ma dice [81] anzi benissimo a coloro che trattano materie di sentimenti e di buongusto piuttosto che di speculazione; purché ciò si faccia con opportunità e con proporzione, secondo i principii già da noi stabiliti e secondo i modelli lasciatici da’ grandi scrittori, fra i quali, oltre Platone, Senofonte e Marco Tullio, ci piace di mentovare spezialmente Longino. Questi, nel suo trattato Del sublime, di mano in mano che la materia più o manco s’innalza, così va pigliando collo stile i colori di quella; talché ad un tempo con molto giudizio e bella fantasia istruisce la mente per mezzo de’ precetti, e la infiamma e la solleva per mezzo dell’espressione che quelli accompagna e rinforza.

Ci si permetta di stenderci alquanto più, ragionando di quest’opera del Vasari. Imperocché, se noi non andiamo errati, essa è una delle opere italiane, che vorrebbesi veder più frequentemente nelle mani della gioventù, massimamente lombarda, invece d’altre che sono assai meno profittevoli, e che bene spesso, male applicate, sono anzi nocive non solo alla retta maniera dello scrivere, ma anche al buon giudizio ed al buon costume. Primamente le Vite del Vasari, benché trattino d’arti speziali e d’opere d’artefici, sono scritte con tanta chiarezza ed in un linguaggio così a tutti comune, che la intelligenza n’è facile anche a chiunque non abbia appreso i principii né teorici né pratici delle arti. In secondo luogo, la lettura di queste Vite sommamente dilettevole per la novità e varietà de’ piacevoli, degli stravaganti e de’ grandi, ora lieti ora funesti, accidenti [82] che narrati vi sono. Questi accidenti tanto più ne interessano, commovendo i nostri affetti, quanto che sappiamo che sono intervenuti veramente, a differenza di quelli che fingonsi ne’ romanzi e nelle novelle, della cui falsità ci consta, e che oltre di ciò sono assai volte inverosimili ed assurdi. Inoltre si fatti accidenti vi sono applicati, secondo la verità della storia, ad uomini grandi nel loro genere, de’ quali naturalmente desideriamo di sapere le avventure, e nel tempo stesso vi sono dipinti i costoro caratteri e costumi, i quali ci sorprendono e ci dilettano estremamente colla loro novità [83]; conciossiaché gli uomini eccellenti non siano giammai mediocri né comunali [84], si nelle virtù come negli errori della mente e del cuore, e tutto ciò che esce dall’ordinario e dal mediocre ha forza d’interessarci, e per conseguenza di recarne diletto. Queste cose poi si verificano spezialmente de’ pittori e d’altri simili artisti, de’ quali, per antica esperienza, si sa esser eglino d’ordinario uomini di nuove maniere e bizzarre. Ci si potrebbe opporre per avventura che, in leggendo le Vite del Vasari, contuttoché si possa veramente ricavar quel diletto che dalle anzidette cose resulta, nondimeno, avvegna che gli accidenti, i caratteri e i costumi che quivi si espongono sieno realmente stati, non si può, leggendo quelle Vite, aver quel piacere che proviene dal veder la natura bene imitata, come si fa ne’ poemi, ne’ romanzi, nelle novelle e in altre simili produzioni dello spirito umano. A ciò noi rispondiamo che non è nostro pensiere di condannare giammai ciò che v’è d’eccellente in qualsivoglia genere, imperocché anzi ne raccomandiamo vivamente la cognizione e lo studio; ma desideriam soltanto che alla lettura delle cose mediocri ed inutili si preponga sempre quella delle utili e delle ottime. Quanto poi alla imitazione, è da notarsi che due sorta d’imitazione si danno: la prima è quella che si fa quando, inventando e fingendo, si espongono dall’arte gli oggetti quali son potuti o possono essere, come fa il poeta nell’epopeia e nella drammatica, o come fa il dipintore nelle storie o nelle favole che egli rappresenta. L’altra sorta d’imitazione è quella che si fa quando, né inventando né fingendo, l’arte per li mezzi convenienti toglie a rappresentare ai sensi o alla mente una immagine di cose quale realmente ha esistito ed esiste, come fa lo storico nelle sue narrazioni, e qualsivoglia scrittore o parlatore nella manifestazione che fa delle proprie idee, e lo stesso dipintore ne’ suoi ritratti. Ora, tanto nell’un genere d’imitazione come nell’altro, si può bene o male, più o manco perfettamente operare: ed egli è nel secondo genere che il Vasari, considerato come narratore di fatti, è al pari di ogn’altro eccellente; imperocché coi colori dello stile crea egli nella mente di chi legge un’immagine così viva e così energica delle cose, che, come si è riferito più sopra, ci par d’averle sotto a’ nostri sensi tali e quali dovettero esistere in realtà.

Ma, oltre che le Vite scritte dal Vasari riescono assai dilettevoli a leggersi, sono anche molto utili ad ogni genere di persone: prima, perché contengono le notizie di molti uomini grandi, che ogni uomo gentile e ben educato dovrebbe vergognarsi di non conoscere, come si vergognerebbe di non conoscere Cesare ed Alessandro: secondo, perché nelle memorie degli uomini grandi noi veggiamo più apertamente il giuoco, il contrasto e la forza delle umane passioni, e da ciò noi apprendiamo le regole della prudenza, giusta le quali condur noi medesimi nell’uso della vita: dall’altra parte in esse veggiamo i cominciamenti, i progressi e la perfezione delle arti e delle scienze; con che apprendiamo a misurar le forze dell’umano ingegno, secondo le circostanze nelle quali esso trovasi; e con amendue queste cose insieme ci avvezziamo a conoscer l’uomo, sia nelle facoltà della mente, sia negli affetti del cuore, nel che consiste la scienza più importante che studiar si possa, e la manco soggetta ad opinioni, e la più adattabile a tutti gli usi della vita. Utile eziandio è l’opera del Vasari per gli studii medesimi che ora facciamo, anzi per tutte le arti che hanno per oggetto la produzione del Bello. Imperocché avendo esse principii comuni, come si è tante volte detto, non può a meno che i ragionamenti e le osservazioni che si fanno sopra l’una di esse non sieno o generalmente o in parte applicabili anche alle altre. Ora abbondando il Vasari e di giusti precetti e di finissime osservazioni sopra le tre arti del disegno e sopra le opere di queste arti, noi venghiamo, leggendolo, a confermarci tanto più ne’ principii su’ quali generalmente si fonda ogni Bello, che l’arte, con qualsivoglia mezzo, tenti di produrre; e con ciò formiamo un buon gusto universale ed apprendiamo a giudicar sanamente in tutte le opere dell’arte. Per ultimo gli scritti del Vasari sono massimamente utili a noi Milanesi, i quali, sebbene abbiamo parecchie pitture, qualche scultura e qualche edificio in loro genere pregevoli, fatti da valenti artefici nostri o forestieri de’ passati secoli, non abbiamo per tutto ciò sotto l’occhio da poter contemplare in tal genere que’ maravigliosi sforzi dell’ingegno umano, che sono i capi d’opera degli uomini eccellentissimi nelle tre arti del disegno. Ma il Vasari, co’ suoi ragionamenti e colle sue descrizioni, ci dà un’idea delle dette cose, che basta ad erudirci in qualche modo e a pascolarci, come si può, nella mancanza in cui ci troviamo, e, se non altro, sveglia in noi quella curiosità e quello spirito di osservazione intorno ai prodotti dell’arte, che quandocchessia può esserci di giovamento.

Gio. Andrea dell’Anguillara autore di poesie di vario genere, ma spezialmente celebre per il poema delle Trasformazioni, il quale può anzi dirsi rifatto da lui che tradotto da quello di Ovidio, tanta è la libertà con cui l’Anguillara si è scostato dal testo delle Metamorfosi. Non è qui luogo di trat-tare se sia da lodarsi o da condannarsi questo autore dello aver così liberamente tradotto. Basta bene ch’egli abbia arricchito l’italiana lingua e poesia d’un bellissimo poema, qual è questo; in cui risplendono a meraviglia la felicità dell’espressione, la copia del dire e la vaghezza dello stile. Ben è vero che talvolta è alquanto licenzioso nell’uso della favella e de’ traslati e della rima; ma ciò gli verrebbe perdonato agevolmente, non così l’esser più licenzioso nel costume che Ovidio medesimo.

Anton Francesco Grazzini, sopranominato il Lasca, uno de’ più naturali e insieme de’ più colti e leggiadri scrittori di prosa italiana. Le novelle di lui, che vanno sotto il titolo di Cene, e le commedie, sono singolarmente stimate.

Erasmo di Valvasone , nobile poeta italiano, autore di molte poesie liriche e di quattro poemi, tra’ quali i più pregiati sono l’Angeleide, poema epico, e la Caccia, poema didattico.

Diomede Borghesi, autore di varie Lettere intitolate Discorsive, scritte in istile assai piano e facile, e massimamente utili, perché versano sopra materie di lingua, senza che cadano in sottigliezze né in pedanteria.

Lionardo Salviati, scrittore illustre d’assai opere di prosa e di verso. Questi fu uno de’ più benemeriti promotori della nostra lingua per le molte cose che egli scrisse a vantaggio di questa, e per quelle ov’egli ebbe parte, come nella compilazione del primo Vocabolario della Crusca. Cadde costui ne’ vizii che sono comuni alla maggior parte de’ grammatici di professione, cioè d’essere spesso soggetti a sofisticherie per voler troppo sottilizzare, d’essere ostinatamente tenaci della propria opinione, d’esser troppo agri e pungenti rampognatori degli altri, e finalmente d’essere troppo languidi e snervati dicitori, massimamente nelle materie che sono fuori della loro professione. Le opere ch’egli scrisse contro Torquato Tasso sono un aperto testimonio de’ primi di questi vizii, e le orazioni di lui il sono spezialmente dell’ultimo. Nondimeno nelle opere scritte contro al Tasso risplende molta dottrina, ed assai volte una critica giudiziosa, congiunta con uno stile pieno di brio e di vivacità, benché vi si affetti troppo il volgar fiorentino. Gli Avvertimenti  sopra il « Decamerone » fra le opere del Salviati vien giudicata la migliore, non solo per la molta erudizione che vi è sparsa, e per le buone ed utili osservazioni che contiene sopra la lingua e l’eloquenza italiana, ma ancora per la singolare nitidezza e certo lepore, naturale insieme e nobile, con cui è dettata. Con tutto ciò, fa di mestieri avvertire che egli, troppo innamorato dello scrivere degli antichi Toscani, adottò de’ vocaboli e delle frasi che dovevano esser rancide fino del suo tempo, e che ora lo sarebbono assai più.

Torquato Tasso, principe dell’epica poesia italiana, del quale poco diremo, perché tutti gli autori ne parlano e perché tutta l’Europa è piena del suo nome. Noi toccheremo soltanto qualche cosa di questo grand’uomo relativamente alla lingua ed allo stile delle sue opere principali, che sono la Gerusalemme e l’Aminta. La Gerusalemme, come suole accadere di tutte le opere straordinarie, incontrò, dalla parte degli Accademici della Crusca e di altri, le grandi critiche che sono famose nella storia letteraria. Ma finalmente tali furono e così universalmente riconosciute le bellezze di quel poema, che quella stessa Accademia, dalla quale erano uscite le critiche, ricevette poi e quella ed altre opere del Tasso ad esser testo della lingua ne’ posteriori vocabolari. L’Aminta, favola pastorale dello stesso autore, è opera tale che, paragonata colla Gerusalemme, si rimarrà in dubbio qual delle due, nel rispettivo loro genere, più s’accosti alla perfezione. Essa è il più nobile modello che abbia l’italiana lingua e poesia della gentilezza, della purità, dell’eleganza, del vezzo e di tutte le grazie insomma della dizione e dello stile. Gl’italiani critici osano dir con ragione che niuna delle moderne lingue non ha nulla da poter mettere al pari di questo componimento, sia per riguardo alla scelta ed alla nobiltà de’ pensieri adattati al costume delle persone introdotte, sia per riguardo alle natie grazie ed alla veramente greca venustà dell’espressione. Gioverà qui d’osservare che malagevolmente si troverà scrittore così diverso da se medesimo, nelle diverse sue opere, quanto il Tasso; il che, se bene ci apponghiamo, dee spezialmente attribuirsi all’incostanza della fortuna e della mente di lui. La maggior parte delle poesie, anzi anche delle prose di questo autore, se di qualche cosa mancano spezialmente, mancano esse di quella esteriore apparente facilità in cui consiste il più perfetto raffinamento e, per così dire, l’ultimo lenocinio dell’arte. Egli medesimo si accusa di un tale difetto, fingendo più d’una volta ne’ suoi versi lirici d’esserne stato ripreso da chi li leggeva. E in vero, anche nella Gerusalemme stessa è egli nella maniera d’esprimersi qualche volta aspretto anzi che no, e, generalmente parlando, non vedesi in essa né quella morbidezza, né quella, che par così naturale facondia, del dire che trovasi nel Furioso dell’Ariosto, e la quale può ottimamente congiugnersi calla dignità e colla grandezza, come è manifesto per tanti insigni esempii dell’Ariosto medesimo. Ma, non ostante tutto ciò, chi legge l’Aminta, dopo aver lette quasi tutte le altre opere del Tasso, non senza grande meraviglia scopre in esso quello che non sarebbesi mai figurato di ritrovare a così alto segno in questo autore, cioè estrema proprietà di lingua, nitidezza, eleganza e facilità incomparabile d’elocuzione e di stile. Il Tasso, nella sua Gerusalemme, siccome si studiò di camminar sui passi di Virgilio massimamente, e di contender con esso, come felicemente riuscì, così anche v’introdusse assai volte certe forme e un certo andar d’elocuzione che ha del latino, e che produce novità e talvolta anche grandezza; ma nell’Aminta, dovendo egli procurar d’esser semplice, per accomodarsi al costume tolto da lui ad imitare, non poté andar cercando né parole né frasi né giri della dizione che fossero troppo alieni dal comune linguaggio poetico già formato da’ nostri grandi scrittori. Due cose dunque gli restarono a fare per render eccellente la sua pastorale quanto all’elocuzione.

La prima si fu di scegliere nella nostra favella quanto ci era di più pure, di più leggiadre, di più gentili parole e forme del dire; e queste accozzar poi insieme, di modo che nel verso formassero un suono ed un andamento tutto semplice nello stesso tempo e tutto grazioso. L’altra cosa che egli fece, si fu di andare imitando negli eccellenti Greci, e massimamente in Anacreonte, in Mosco e in Teocrito, certe figure, certi traslati, certe imaginette, certi vezzi insomma che paiono affatto naturali, eppur sono artifiziosissimi e delicati. Nella quale imitazione il Tasso si contenne veramente da quell’uomo grande che egli era. Imperocché non ricopiò già egli, né troppo da vicino imitò, ma sul tronco delle greche bellezze, per così dire, innestò le sue proprie e quelle della sua lingua; di modo che ne venne un frutto nostrale di terzo sapore, talvolta anche più dolce e saporito del primo ed originario.

Altre poesie assai, e molte prose scrisse il Tasso, come ognun sa, ma tutte di gran lunga inferiori alle due opere delle quali si è parlato; non perché le altre tutte sieno del genere delle mediocri, ma perché queste due si sollevano nella loro eccellenza troppo più alto che non è dato comunemente di fare all’ingegno umano. Le Giornate del Mondo creato, poema da lui scritto in versi sciolti, contengono, a dir vero, qualche bellezze qua e là sparse; ma generalmente sono scritte con molta languidezza e per la invenzione e per lo stile e per il verso. La tragedia del Torrismondo viene posta fra le migliori della lingua nostra da alcuni critici, ma nondimeno a torto; oltreché queste medesime migliori sono molto al di sotto di quelle de’ greci e di molte ancora delle scritte nelle altre moderne lingue, quando si voglia render giustizia alla verità. Fra le poesie liriche del Tasso massimamente sono da considerarsi le canzoni, nelle quali molta grandezza di pensieri risplende e molta magnificenza di stile. Fra le sue prose assai utili sono quelle che egli scrisse sopra il Poema eroico.

La bellezza dell’Aminta risvegliò altri autori a trattare argomenti dello stesso genere o di simile. Perciò il conte Guidobaldo Bonarelli compose la sua Filli di Sciro, Antonio Ongaro il suo Alceo, ed altri altre cose; ma niuno giunse ad agguagliare l’Aminta del Tasso nella purità della lingua e nella bellezza dello stile, fuorché Giovan Battista Guarini nel suo Pastor fido, il quale non è meno dell’Aminta una delle più eleganti cose che abbia la poetica, scendendo dai Greci fino a noi. Questi pregi però non coprono i gravi difetti che vi sono rispetto alle regole drammatiche, alla verità e giustezza de’ pensieri, al costume poetico e morale ed alla convenevolezza, per le quali cose il Pastor fido rimane di molto inferiore all’Aminta.

Bernardino Baldi, uomo assai erudito de’ suoi tempi e nobile italiano scrittore, autor di varie opere in prosa ed in verso. Il poema di lui intitolato La Nautica va tra i buoni poemi didattici, e le sue egloghe, scritte con notabile grazia e semplicità, sono delle più pregevoli che abbiamo; e quella, fra le altre, intitolata La madre di famiglia può servir di modello anche per la scelta de’ soggetti da trattarsi in quel genere di poesia.

Gabriello Chiabrera, uno de’ principi tra i nostri poeti, che sui passi d’Anacreonte e di Pindaro si aperse un a nuova strada fra i lirici nostri. Molto invero e più che nessun altro si avvicinò costui a que’ due antichi, ma fu ben lontano dall’agguargliarli, come altri ci ha voluto far credere. Uno de’ caratteri principali del greco Pindaro sono, per nostro avviso, le verità sublimi ch’egli sorprende quasi nel seno della filosofia, e con molta grandezza e sublimità d’espressioni espone in sentenze, e luminosamente applica al suo soggetto. Uno poi de’ caratteri principali d’Anacreonte si è quello di toccar l’anima nostra ne’ più intimi suoi sentimenti, e con una idea appena accennata risvegliarne mille altre tutte della stessa categoria, fra le quali l’anima stessa è costretta d’ondeggiar voluttuosamente per lungo tempo. Difficilmente si troveranno questi due caratteri nel Chiabrera, sebbene egli abbia moltissimi altri pregi. Le odi, le canzonette, i ditirambi, i sermoni, i poemetti sacri in verso sciolto sono le migliori cose di questo autore; il restante non è degno di lui: tutto nondimeno è scritto con esattezza e purità straordinaria, talché le opere di lui sono testo di lingua.

La fenice de’ moderni filosofi e la gloria dell’Italia, Galileo Galilei, non credette ineguale alla sublimità delle sue dottrine e delle sue scoperte il materno linguaggio, e scrisse in esso con quella regolarità e naturalezza di stile che conviene ad un filosofo il quale ha delle grandi cose a dire, e però d’altro più non si cura fuorché d’essere ben inteso.

Vincenzo Viviani e Mario Guiducci, degni seguaci d’un tant’uomo, sono pure esemplari da imitarsi nell’uso della lingua.

Alessandro Tassoni, autor classico dell’italiana eloquenza per il suo poema eroicomico della Secchia rapita, nel cui genere finora niuno lo ha pareggiato. Le opere meglio scritte di lui sono la detta Secchia e le cose che versano intorno al Petrarca; i varii Pensieri sono dettati generalmente con molta trascuraggine, oltre che vi è poco da imparare per riguardo alla dottrina.

Filippo Baldinucci scrittor delle Vite dei pittori, scultori ed architetti, assai purgato nella lingua, benché molto meno elegante e leggiadro di stile che il Vasari e di manco dottrina nelle materie che tratta.

Lorenzo Lippi nel Malmantile e Michelangelo Buonarruoti il giovane nelle sue commedie ci hanno lasciato un apparato di tutti i vocaboli e di tutte le maniere famigliari della lingua; e sono perciò molto utili ai non Toscani, che son costretti d’apprenderla dai libri.

Conchiudiamo finalmente il catalogo de’ libri migliori da leggersi per la lingua, aggiugnendo le opere di Benedetto Menzini, di Francesco Redi, d’Alessandro Marchetti, d’Orazio Rucellai, di Carlo Dati, di Benedetto Averani, di Lorenzo Bellini, di Lorenzo Magalotti e d’Anton Maria Salvini.

Dalla serie che, seguitando a un dipresso l’ordine de’ tempi, si è per noi tessuta de’ principali scrittori, coll’opera de’ quali si è stabilita, perfezionata e divulgata la lingua italiana, noi abbiamo appreso quali sieno gli autori e le opere su le quali bassi a fare maggior fondamento per lo studio di essa. Dal carattere poi che, dietro alla scorta della ragione e de’ buoni critici, abbiamo attribuito a ciascuno degli autori, per ciò che si appartiene alla respettiva maniera del pensar loro e dello scrivere, confidiamo d’aver per ora detto in generale quello che basta per ben guidarci cos). ad imitarne i pregi, come a sfuggirne i difetti. Noi abbiamo pur parlato bastevolmente delle vicende alle quali è stata soggetta l’italiana lingua ed eloquenza dal suo primo nascere fino al secolo decimosesto, nel quale può veramente dirsi che stabilisse ed ampliasse gloriosamente il suo regno per tutta l’Italia, mercé degli eccellenti scrittori in ogni genere, che la coltivarono con tutto lo studio. Da ciò si rileva che i Toscani quelli furono che non solo diedero all’Italia il linguaggio nobile, ma ancora i primi grandi modelli dello stile e dell’eloquenza, rettamente applicati allo stesso linguaggio; da’ quali venendo poscia animati ed ammaestrati tanti begli ingegni delle altre italiane provincie, produssero in seguito opere non meno grandi e singolari. Ma siccome, per quello che si può giudicare dalla continua successione degli umani accidenti, così l’ingegno dell’uomo come la natura tutta sono dentro a certo limite ristretti fino all’estremità a cui perfezionando si sale, e da cui poscia conviene scendere peggiorando, però anche la nostra lingua, nell’uso generale degli scrittori, decadde di molto verso la fine del Cinquecento. Cagione di questo fu la perversa maniera del pensare, del ragionare e dell’immaginare, che per eccessivo amore di novità s’introdusse ne’ libri da alcuni autori, i quali, sorprendendo ed abbagliando gli altri con una ingegnosa apparenza di verità tutta nuova e singolare, di mano in mano contaminarono tutta l’Italia e fecer nascere quel pessimo gusto, per cui è presso di noi ridicolosamente famosa l’eloquenza del passato secolo. Dietro alla falsità de’ pensieri, alla sproporzione de’ traslati, alla sconvenevolezza delle immagini, andar dovettero tutti gli altri vizii dello stile, e per conseguenza lo sfrenato arbitrio del fraseggiare non naturale alla lingua, la improprietà de’ termini, la novità de’ vocaboli, i solecismi, i barbarismi e mille altri simili difetti del favellare. I soli Toscani serbarono tuttavia accese le faville del bongusto in mezzo alla comune depravazione di quel secolo; il che non tanto si deve attribuire alla sagacità de’ loro scrittori, quanto alla tenace venerazione che per amor proprio e delle cose loro portarono agli antichi esemplari dell’italiana eloquenza. Grande obbligazione si ha inoltre all’Accademia della Crusca, la quale, essendo per suo instituto destinata a mantenere ed a promovere la purità della toscana lingua, alimentò sempre col latte de’ buoni modelli qualche [85] scrittori atti a risuscitar, quando che fosse, il sano gusto, quasi che spento nel resto dell’Italia. Di fatti il costoro esempio congiunto colla buona filosofia, che per opera del gran Galileo massimamente era rinata a gloria dell’Italia e ad istruzione degli altri popoli dell’Europa, fecero sì che, sullo scadere dello scorso secolo, ritornarono nel loro seggio la verità, la natura e il bongusto, stati già per un secolo sbanditi. Alla quale riforma giovarono eziandio notabilmente due altre già celebri accademie dell’Italia, cioè quella del Cimento in Firenze e quella dell’Arcadia in Roma; imperocché la prima, invitando gl’ingegni alle fisiche osservazioni, e l’altra alla elegante semplicità richiamandoli degli antichi esemplari greci, latini e italiani, fecero sì che l’Italia si riebbe dalla sua vertigine, tornò a gustare il vero e ad esprimerlo co’ suoi proprii colori. Né minor merito di quelle accademie ebbero in ciò alcuni uomini grandi per talento, per dottrina e per zelo; i quali dall’una all’altra parte dell’Italia, sul principio del presente secolo, congiurarono contro all’ignoranza e contro al cattivo gusto, propagarono il sano metodo nelle scienze, accesero la face della buona critica; sul fondamento delle quali cose il bongusto delle lettere poté più agevolmente reggersi e sollevarsi. La nostra gratitudine esige che noi ricordiamo qui i nomi d’alcuni de’ più benemeriti fra essi, come dell’Averani, del Gravina, del Magalotti, del Redi, del Maggi, del Magliabecchi, del Vallisnieri, del Muratori, del Maffei, del Zeno, del Manfredi, degl’illustri fratelli Zanotti e di Francesco Maria spezialmente, venerabile vecchio che e fu presente e tanto contribuì allo stabilimento delle scienze ed al rinascimento delle lettere, e che vedrà forse decader le une e le altre prima della sua morte, se la vanità degli ingegni italiani non lascia di trascinarli ciecamente dietro alle opinioni ed al gusto intemperante di molti forestieri scrittori.

 

Note

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[1] a nostra possa: secondo le nostre possibilità.

[2] placito: consenso.

[3] traslata mente: per traslato, figuratamente.

[4] reliquie: resti.

[5] Però: perciò.

[6] macchina: organismo.

[7] inferire: dedurre.

[8] assolutamente: come individuo a sé stante.

[9] affetta: si studia.

[10] imperiosi: dispotici.

[11] affettavano: si studiavano di.

[12] il calamitoso ecc.: i rapporti che si sarebbero naturalmente stabiliti fra i popoli pur in séguito alla calamità delle guerre.

[13] spazio: agio, tempo.

[14] fomite: alimento.

[15] tavola: tavola di salvezza, estremo sostegno.

[16] arguta: concettosa.

[17] insignemente: grandemente.

[18] cernere: distinguere.

[19] affare: questione.

[20] nauseando: disprezzando.

[21] Provenzali: allude alla poesia amorosa provenzale e a quella della scuola siciliana, fiorita alla corte di Federico II, in Palermo.

[22] volgari: in lingua volgare.

[23] ridurre al numero oratorio: adattare alle clausole ritmiche della prosa oratoria.

[24] volgarmente: diffusamente.

[25] cherici: gli ecclesiastici.

[26] idioti: illetterati.

[27] stendessero: scrivessero, componessero.

[28] a comodo: nell’interesse.

[29] tutti e tre fiorentini: invero il Petrarca e il Boccaccio nacquero rispettivamente ad Arezzo e a Certaldo, ma certamente fiorentino fu il loro linguaggio.

[30] L’Italia ecc.: la descrizione dell’epoca trecentesca risente dell’impostazione storiografica settecentesca, che giudicò negativamente il medioevo.

[31] paruto: sembrato.

[32] rendute suscettibili ecc.: rese facilmente suggestionabili.

[33] ricevuta: accetta.

[34] soggetto: l’argomento amoroso del Canzoniere.

[35] dipoi: nel Quattrocento e nel Cinquecento.

[36] si promulgò: si diffuse.

[37] l’opera ecc.: il Decamerone.

[38] Non tutte ecc.: fra le più note, la Fiammetta e il Ninfale fiesolano.

[39] purgato ecc.: allude alla edizione del 1573, a cui attese una commissione di letterati presieduta da Vincenzo Borghini.

[40] manco: meno.

[41] promulgazione: diffusione.

[42] genio: gusto.

[43] come que’ nobili ecc.: per questo passo, cfr. Il Mattino A, vv. 1100-1149.

[44] intormentite: torpide.

[45] gli Accademici della Crusca: l’Accademia della Crusca, costituitasi nel 1583, con il còmpito di conservare puro il patrimonio linguistico toscano, iniziò nel 1551 la compilazione di un vocabolario, attenendosi esclusivamente alla lingua degli scrittori trecenteschi.

[46] cataloghi : elenchi cronologici degli autori citati, inseriti nella parte introduttiva delle successive edizioni dei vocabolari della Crusca.

[47] Avvertimenti ecc.: opera scritta negli anni 1584-1586, da Leonardo Salviati (1540-1589), uno dei fondatori dell’Accademia della Crusca e rigoroso assertore della fiorentinitá della lingua, noto anche per la polemica contro il Tasso.

[48] copia: ricchezza.

[49] fra Bartolommeo da San Concordio: frate domenicano (1262-1347) autore di numerose opere latine, raccolse oltre duemila sentenze di autori sacri e profani, classici e medievali, che ordinò in un volume prima scritto in latino, De documentis antiquorum e quindi tradotto in volgare, con il titolo Ammaestrameriti degli antichi.

[50] Pietro de’ Crescenzi: autore (1230-1321) del più importante trattato medievale sull’agricoltura, tradotto dal latino in lingua volgare da un anonimo.

[51] li nomi ecc.: i termini tecnici dell’agricoltura.

[52] Giovanni da Catignano: frate fiorentino del Trecento, detto Giovanni dalle Celle.

[53] il libro delle Novelle: la celebre raccolta ducentesca detta Il Novellino o Le cento novelle antiche.

[54] stagione: l’epoca storica.

[55] uomini di talento volgare: i mediocri.

[56] interviene: accade.

[57] instituto: proposito, assunto.

[58] a questo punto il testo ha una lacuna, che fu arbitrariamente integrata dal Reina.

[59] la cui lettera: il pensiero inteso alla lettera.  

[60] materia: argomento.

[61] instituto: proposito.

[62] Apostolo Zeno: erudito e riformatore del melodramma (1668-1750), aggiornò e corredò di osservazioni la Biblioteca dell’eloquenza italiana, repertorio bibliografico ragionato della letteratura italiana di Giusto Fontanini (1666-1736).

[63] le nostre ecc.: le Istorie fiorentine e i Dialoghi dell’arte della guerra, opere del Machiavelli.

[64] tre cose: si cfr. sopra: la chiarezza, l’efficacia e la brevità.

[65] non... fondo: non sarebbe valso per sé stesso.

[66] istruttivamente: al fine di istruire.

[67] Segretario: nel 1498, dopo la fine della repubblica savonaroliana, il Machiavelli fu nominato segretario della seconda cancelleria, che si occupava della guerra e degli affari interni.

[68] il piccolo dialogo: è il Discorso o Dialogo intorno alla nostra lingua.

[69] idiote: illetterate.

[70] invalere: diffondersi e prevalere.

[71] il Magnifico Giuliano: Giuliano de’ Medici (1479-1516), duca di Nemours e fratello di Giovanni de’ Medici, salito al soglio pontificio con il nome di Leone X.

[72] grida: sgridata.

[73] signor duca mio padrone: Cosimo I (1518-1574).

[74] la voleva privatamente per sua: la rivendicava alla propria regione.

[75] temperamento: il compromesso.

[76] cortigiana: la definizione di lingua cortigiana si fa risalire a Vincenzo Colli detto il Calmeta (1460-i5o8), autore di un trattato Della volgar poesia, andato perduto; altri fautori ne furono l’Equicola, il Colocci, il Castiglione, il Trissino, ecc.

[77] scrittori italiani: in un altro manoscritto si legge: «Conciossiaché noi ora non ragioniamo degli scrittori italiani se non relativamente a ciò che s’appartiene alla lingua; però sarebbe qui inopportuno il diffondersi in verun’altra di quelle qualità che costituiscono il merito degli autori: tanto più che de’ classici ci verrà assai frequente occasione di dover parlare nel decorso delle nostre lezioni. Altro adunque non faremo per ora fuorché tenere un breve catalogo degli scrittori più insigni che vennero dopo il risorgimento della lingua fino a noi, camminando con le stesse avvertenze che fatte abbiamo finora, parlando degli autori più antichi».

[78] meccanico: conoscitore delle leggi fisiche e meccaniche e costruttore.

[79] atticismo: purezza.

[80] perché l’uno ecc.: il Caro e il Castelvetro ebbero una polemica intorna alla canzone: Venite all’ombra de’ gran gigli d’oro, scritta dal primo nel 1553 in onore dei Valois e biasimata dal secondo. Il modenese Ludovico Castelvetro (1505-1571) fu uno dei principali protagonisti della polemica linguistica cui partecipò con la Giunta fatta al Ragionamento degli articoli e dei versi di Messer Pietro Bembo e le Correzioni d’alcune cose nel «Dialogo delle lingue» di B. Varchi; inoltre fece la traduzione e il commento della Poetica di Aristotele, il commento al Canzoniere del Petrarca.

[81] dice: s’addice.

[82] accidenti : avvenimenti.

[83] novità: singolarità, originalità.

[84] comunali: comuni.

[85] qualche: così nel testo

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 25 aprile 2006