Giuseppe Parini

 

Lettere del Conte N. N. ad una falsa divolta

 

 

Edizione di riferimento

da: Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

PREFAZIONE

Oh che piacer fio ’l mio, quando ad Elisa

Giungano in man queste mie carte argute,

E vegga in lor, quasi a lor speglio fisa,

Pinger se stessa e dentro e ne la cute!

Forse fio che, da me punta e derisa,

Sua pietà falsa in vera alfin si mute,

E che abbattendo le bugiarde scene,

Cerchi, più che divota, esser dabbene.

LETTERA I

È egli adunque vero, signora Elisa mia, che voi vi siete determinata di darvi alla divozione, come mi avete scritto nell’ultima vostra? Io mi rallegro assai, e me ne congratulo con esso voi. Voi vi siete sempre mostrata una donna di spirito, e io v’ho sempre tenuta per tale; ma cotesta vostra nuova deliberazione me ne conferma talmente ch’io non ne posso più dubitare. Ogni cosa ha la sua stagione: tempo di ridere e tempo di piangere. Oh Dio, io mi risovvengo ancora con una estrema dolcezza di que’ be’ giorni che voi eravate fanciulla che spiritosa ragazza eravate voi mai che graziose serate ho io passate con esso voi! Posso io dirlo con libertà ad una donna che comincia a disingannarsi del mondo? Voi non avevate gran dono di bellezza; a dir vero; ma voi avevate tanta grazia e tanti ornamenti dello spirito, ch’io non mi maraviglio se tutto il mondo correva pazzo per voi. In così tenera età, come gustavate voi i buoni libri! quanta grazia, quanta eleganza di scrivere in prosa ed in versi! Egli é il vero che i maligni volevano che il papà e la mamma ve li raffazzonassero alquanto per darvi maggiore risalto; ma ad ogni modo que’ vostri sopettini amorosi, ch’io tengo ancora presso di me come un piccolo tesoro, non é possibile che fosser veduti da loro. Voi eravate pratica di geografia e d’astronomia quanto un piloto; così di storia, così di lingua italiana, inglese, francese. Il vostro canto aveva una maestria ed una soavità incomparabile; e voi toccavate poi l’arpa in una maniera ch’io ne disgrado colui che scongiurava i diavoli in corpo a Saule. Pormi ancor vedere quel vostro zio dabbene che andava bevendo gli applausi dagli occhi de’ circostanti e narrava lor sotto voce qualche piccola parte delle vostre prerogative; e voi fra tante lodi vi stavate tutta umile e modesta come una colombina: se non che di quando in quando vi scappava tra labbro e labbro un sorriso di naturale compiacenza. Non temiate, mia cara Elisa, ch’io voglia mettere a ripentaglio la vostra divozione, solleticandola con un poco di vanità. Io ho ricordata una sola infinitesima parte de’ vostri meriti, perché non é possibile che altri parli di voi senza lodarvi: dall’altro canto non crediate che la vanità possa nuocere punto alla divozione; anzi siate persuasa che l’una é un maraviglioso fomento’ dell’altra, e ch’esse vanno d’ordinario accompagnate, spezialmente nel vostro amabile sesso. Ma venghiamo ora a me, poiché voi volete ch’io pure sia interessato nella nuova maniera di vivere che a voi piace d’intraprendere. Che diacin di capriccio v’è egli entrato in capo di volermi ad ogni modo scegliere per maestro e per direttore nella via della divozione sulla quale d’ora innanzi voi intendete di caminare? Come potete voi sperare che un miserabile mondanaccio com’io sono, che non sa alzare un momento gli occhi da questo fango terreno, valer’ possa giammai a reggere il sublime volo ch’io veggovi prendere nella via dello spirito e della divozione! Io mi sono, se voi nol sapete, un cotal pezzo d’uomo fatto alla carlona, che conosco poco più là del Decalogo. Ho mille passioni che mi agitano continovamente, come odo dire che accade al più degli altri uomini; e mi trovo ben contento, quando mediante i celesti doni che il nostro supremo Autore degnasi di compartirmi, giungo a frenarle in modo che non mi trasportino a rompere troppo frequentemente le leggi ch’egli ne ha date. Io, per mia disgrazia, non mi sono mai curato di penetrar troppo addentro nell’oscuro santuario de’ mistici e degli ascetici; anzi mi sono stimato sempre così profaro, che non ho ardito mai di accostarmi a’ venerabili penetrali di esso. Confesserovvi ancora ingenuamente una mia debolezza; ed é ch’io non ho mai potuto avvezzare queste mie labbra un poco indomabili a recitar troppo lunghe preghiere, e che i mattoni mi hanno ad avere grand’obbligo perché le mie ginocchia non hanno soverchiamente logorata la loro molle superficie. Io ho un certo naturale fatto all’antica, che non si sa discostare dalle costumanze de’ nostri bisavoli; e che male si accomoda a certe liturgie di nuova moda, le quali cred’io che sieno state instituite spezialmente per comodità del vostro sesso, che ama naturalmente di variare; e che probabilmente si é stancato di andar sempre al paradiso per la medesima via; massimamente che la via che già solevano battere i nostri buoni vecchi riesce alquanto scoscesa e difplciletta. Io alzomi la mattina, e mi raccomando a Dio con quella cortissima preghiera ch’egli stesso insegnò a’ nostri antecessori, e non mi curo poi di ripeterla molte volte, essendo io persuaso ch’egli non misura i nostri voti e gli atti di culto che noi gli prestiamo, dalla loro durata, ma dalla loro intensione [sic] e sincerità. Io passo poi il resto della giornata occupandomi a vivere, com’egli ne ha comandato di fare, e procurando di unire quanto più posso il mio profitto a quello degli altri; se non che di tanto in tanto mi vengono alzati gli occhi al Cielo, secondo le occasioni che mi si presentano di ammirare la sua grandezza o di ringraziare la sua beneficenza. Ora voi ben vedete, madre Elisa mia venerabile, ché d’ora innanzi mi permetterete di chiamarvi sempre con questo titolo, voi ben vedete quanto io sia poco il caso vostro e quanto male vi apponete, se voi vi lusingate di far di me il vostro Fenelone. Ma che accade? Egli non ci é cosa ch’io vi sapessi negare, né malagevole impresa a cui io non mi cimentassi per amor vostro. Benché sieno già parecchi anni ch’io non vi ho veduta, contuttoció mi stanno ancora così fittamente riposte nell’animo quelle rare doti colle quali mi ricorda che una volta sapevate obbligare ed incantar così forte le persone, ch’io voglio tuttavia essere schiavo de’ vostri desiderii, oggi massimamente che sono diretti a tanto lodevole intenzione. Oh la sarebbe poi bella che il diavolo facesse che, col nostro lungo commerzio di lettere, io m’innamorassi di voi, come accade spesse volte a’ direttori che prendono a guidare sul cammino della divozione qualche ancor fresca e spiritosa penitente: benché io per me credo ch’egli si rimarrebbe con un palmo di naso, dappoiché tanti fiumi, tante valli e tanti monti s’interpongono tra me e voi. Dal canto vostro poi io non credo che quindinnanzi ci fosse molto da temere, perocché io mi lusingo che apprenderete a purificare in modo le umane concupiscenze, che la vostra divozione non abbia a sdegnarsi di far soavissima lega con esse: e alla più trista poi io m’immagino che voi terrete riposta nella vostra piccola spezieria" spirituale qualche breve o qualche orazioncina, che possavi alle occasioni servire di facile contraveleno alle tentazioni del Nimico. Ma sia che vuole: egli é così commendabile il fine della nostra corrispondenza, ch’io non so pigliarmi affanno di quello che ne possa intervenir nel cammino. Io m’immagino di già quanta gloria verrammi da questa intrapresa; e innanzi tratto mi par di vedermi citar le lettere, ch’io v’andrò scrivendo, tra quelle de’ più solenni maestri di spirito che si vedessero mai, e andare i nostri nomi famosi accoppiati insieme fra quelli de’ più entusiastici contemplativi, tanto da fare scomparir quelli de’ due celebri divoti amanti Eloisa ed Abelardo. Già pongomi a meditar ferocemente sulla scienza della divozione. Già dommi ad osservar diligentissimamente la fisionomia, il contegno, le maniere di quanti famigerati divoti e di quante famigerate divote passeggiano per questa grande città ov’ora dimoro, già sbracciomi a scartabellare quanto di più sottile e di più lambiccato si é scritto su questa materia, per cavarne alla fine una quintessenza di regole e d’ammaestramenti; in modo ch’io spero di vedervi quanto prima rapita nelle più dolci e meravigliose estasi che mai a qualsivoglia divota femmina provar facesse la riscaldata immaginazione. Intanto mantenetevi in cotesto savio proponimento, ché l’occasione non può esser più favorevole. I giovani amici cominciano a poter vivere senza di voi; la vostra età principia a lagnarsi di qualche lustro superfluo. Oh bella cosa ch’è la divozione, quando si giugne ad un certo numero d’anni! Soavissima Elisa, vogliatemi d’ora innanzi un carro di bene spirituale, ché io farò pure ogni sforzo per ispogliarmi d’ogni basso appetito, sicché io pure spiritualmente possa essere in ogni tempo tutto vostro.

Il conte N. N.

LETTERA II

Io non lascio un momento di pensare a voi, la mia divotamente amabile Elisa; e stimo bene impiegata ogni fatica, quando questa debba servire al vostro spirituale vantaggio. Con che piacere ho io letta la tenerissima lettera, che avete fatta succedere immediatamente all’altra vostra, rispondendo alla mia che ultimamente v’ho scritta! Ora io, povero secolaraccio, comincio a comprendere che consolazione e che soavità provi un’anima che abbia spirituale commerzio con un’altra. Io non so se sia forza della fantasia posta in troppo movimento dalla melifluità delle vostre parole, o se pur sia cosa reale, come agevolmente m’induco a credere; egli mi sembra che cotesta vostra carta, ch’io ho tuttavia tra le mani, olezzi un non so che di gelsomini e di rose, come pareti d’aver letto che accadesse talvolta alle tombe d’alcuna di quelle benedette persone alle quali voi desiderate ora di comparir somigliante. Io ricordomi bene, voi mi scrivete, che nella mia fanciullezza io era fornita di qualche merito, fosse nelle grazie del corpo, fosse in quello dello spirito; ma ora, bench’io sia nel fiore della mia età femminile, non ho altro da potermi gloriare se non della savia deliberazione, ch’io ho fatta, di tutta donarmi alla divozione». O amabile Elisa, che invidiabili sentimenti sono cotesti vostri! Io v’assicuro sulla coscienza mia, ch’io v’amo e vi stimo assai più oggi ch’io non faceva ventisette anni fa. Ma io m’immagino che voi siate impaziente di sapere quel ch’io abbia fino a quest’ora o meditato o osservato sul proposito del nuovo tenor di vita che voi avete intrapreso; ed eccomi, senza più parole, disposto a soddisfarvi quanto meglio per me si possa. Lusingomi che l’assoluto ordine, che voi m’avete dato, di palesarvi i miei sentimenti sull’arte che voi siete risoluta d’esercitare, scuserammi appo voi se mi verrà detta alcuna cosa che non sia del tutto degna della elevatezza dello spirito vostro. Dirovvi adunque che, prima d’ogni altra cosa, io ho meco stesso esaminato se quest’arte della divozione a voi convenga, ed ho subitamente risoluto che a voi non sarebbe potuto venire in capo pensiere alcuno, che fosse migliore di questo. Io ho detto tra me e me: ‑ La volontà ed il costume degli uomini é talmente depravato a questi infelici giorni, e talmente sono i desiderii loro a questa misera carne rivolti ed inchinati, che, niun caso facendo delle qualità dello spirito, solo all’esteriore appariscenza si lasciano trascinare; e non si tosto il sole nascente comincia a scuotere la rugiada e ad aprire le foglie della rosa che comincia ad essere adulta; ch’essi l’abbandonano, non badando che la perfezion delle cose succede appunto in quel momento ch’esse Za trovansi in procinto di scendere dalla contraria parte. La mia saggia Elisa é appunto nel caso. L’animo di lei ha acquistato tutte quelle forze a cui la natura e l’educazione la potesser condurre; tutti gli obbietti che la potevano distrarre da una prudente risoluzione sonosi fortunatamente allontanati da lei. Il Cielo l’ha dotata d’un grande talento, e i gran talenti sono naturalmente portati a rendersi singolari. Se la natura non le ha fatto di que’ pericolosi e caduchi doni, ch’ella suol fare anche alle più plebee delle creature, ciò é stato perché la mia Elisa non fosse debitrice de’ proprie meriti ad altri che a se medesima. Ella non potrebbe fare una molto vantaggiosa comparsa in questo mondaccio pieno di frivolità e d’animalesche concupiscenze: ottima cosa é adunque ch’ella si faccia conoscere per mezzo della sua devozione, e ch’ella procuri di richiamare a sé per mezzo della sua singolare pietà gli occhi di quelle miserabili creature, che se n’erano divagati. ‑ Poiché, dal riflettere sopra le vostre circostanze, io mi sono finalmente persuaso che questo appunto é il genere della vita, che ora a voi più conviene, io ho pigliato a considerare in qual modo la devozione potesse più adattarsi al carattere ed alla complession vostra. Ho adunque cercato se questa faccenda della devozione si possa dividere in varie classi; ed ho trovato che può comodamente dividersi in due. La prima, che alcuni troppo scrupolosi vogliono che sia la vera ed unica devozione perché non sanno applicare prudentemente le cose alle diverse qualità de’ loro suggetti, si può deffinire una pietà ed un culto di Dio esercitato con ardore e con sincerità. Se questo ardore avesse ad esser ardore di mente piuttosto che di cuore, e questa sincerità avesse ad esser sincerità di parole piuttosto che d’animo, io ardirei di proporci che voi v’appigliaste a questa prima classe di devozione. Ma come questo non é, e d’altra parte troppe cose e troppi incomodi ci vogliono per riuscirvi plausibilmente, io non estimo che questa sorta di devozione sia ben adatta alla delicatezza della vostra natura e al fervore del vostro temperamento. Basta che voi vi compiacciate di esaminarne meco per un momento i caratteri, perché ne siate immediatamente convinta. I caratteri principali per li quali questi rigorosi vogliono che si distingua una persona devota di questa prima classe, sono l’umiltà, la sincerità e la carità, senza le quali virtù dicano essi non poter darsi veruna divozione. Se il mio umore piuttosto gaio, ch’io voglio lasciar comparire anche nel mio stile me ’1 permettesse, lo vorrei a marcia forza di logica dimostrarvi che questi caratteri non possono assolutamente accoppiarsi in voi colla divozione. Bisognerebbe, incomparabile Elisa, che voi aveste troppa povertà di spirito, perché non aveste a conoscere la singolarità del vostro merito, massimamente quando avrete fatto maggiori progressi nell’arte che avete presa ad esercitare; e crederebbe capace di troppa viltà cotesto vostro generoso animo colui che vi negasse d’avere un giusto sentimento di compiacenza nel vedervi distinta per li meriti e per le virtù vostre da noi altre mondane creature. In oltre non mostrereste voi d’esser ingrata a quel supremo donatore che vi ha preferita a tante altre coll’ornarvi di tante doti dello spirito e della carne, non facendo festosa mostra de’ ricchissimi presenti ch’egli vi ha fatto? Io credo certo che, se altri mi regalasse o una tabacchiera o un oriolo, e che io non li mostrassi dipoi a venino, io credo certo che il donatore avrebbe ragione di dolersi di me e di chiamarmi villano. S’egli adunque vi ha fatta nascere dotata di spirito, e se vi ha voluta distinguere dagli altri uomini colla grandezza e colla nobiltà della vostra famiglia, perché non dovrete voi darvi vanto di una tanta distinzione? forseché cotesto vostro spirito é puramente ideale, e forse che la nobiltà é un sogno, che non abbia altro fondamento fuorché nella opinione degli uomini? Quanto poi alla sincerità, oh, si che starebbono fresche le povere divote, selle avessero a fare e a dire ogni lor cosa schiettamente e sinceramente dappoiché per la natura del loro stato debbono essere quasi bersaglio all’invidia, alla malignità, alle insidie ed alle persecuzioni di noi altri peccatori che le circondiamo per coglier loro cagione addosso continovamente! A noi non é lecito di pregiudicar gravemente a’ nostri interessi o a quelli della nostra famiglia: e questi andrebbono il più delle volte in fondo se alle povere divote non fosse anco lecito di sostenerli con qualche prudente simulazione o dissimulazione. Io voglio ben credere che le belle labbra della mia spirituale Elisa resisterebbono a non dir bugie; ma io stimo quasi impossibile che una divota femmina possa resistere a non farne. Io credo bene che la vostra gentile e scrupolosa anima si asterrebbe dall’ingannare direttamente; ma come si può, senza mancare notabilmente alla prudenza, come si può in certi frangenti non prestare occasione o non lasciar cadere in errore il nostro amato prossimo? Come si potrebbe vivere senza un poco di simulazione? bisogna pur confessare che un poco di restrizion mentale é uno de’ maggiori comodi dell’umana vita, spezialmente per una divota a cui non é tanto lecito quanto a’ peccatori il dir bugie. E non per altro cred’io che tanti dottori le abbiano cosi fortemente difese e sostenute, se non per lasciare un meschino asilo a qualche anima pia che si trovasse impacciata tra l’interesse e la divozione. Aggiugnete ancora un’altra riflessione, la quale riguarda principalmente il vostro carattere di divota. Questa sincerità sarebbe in contraddizione coll’umiltà, di cui v’ho parlato sopra. Imperciocché non verremmo noi a mascherare ed a mentir noi medesimi, col celare i nostri meriti e col procurare di non lasciarci comparire al di fuori quali noi siamo al di dentro? Io, per me, son anzi d’opinione che fosse lecito servirsi di questa dissimulazione solamente quando si desse un caso che una divota avesse qualche difetto, acciocché, scoprendosi al di fuori, non venisse a pregiudicare al decoro dell’arte sua; e che in quel cambio dovesse usare tutta la più rigida sincerità e schiettezza possibile per isciorinare, dirò così, e mettere al chiaro giorno tutte quante le sue prerogative, acciocché queste servir possano ad edificare il prossimo sviato e ad accrescer gloria alla divozione. Io mi fermerò poco a mostrarvi quanto male si possa accordar colla divozione il terzo di que’ caratteri, ch’io vi ho annoverati di sopra; cioè la carità. Permettetemi nondimeno ch’io vi riporti qui prima un passo d’uno autore, ch’io ho letto a questi giorni passati. Io so che non è molto approvato il far delle lunghe citazioni da’ legislatori dello stile epistolare; ma lusingomi che si possa perdonare qualche licenza a un genere di lettere come le mie, che possono meritare il titolo d’edificanti. Piglierommi ancora un’altra libertà, cioè di palesarvi che l’autore, ch’ora son per citarvi, è un eretico; perché, essendo voi appena iniziata ne’ misterii della divozione, spero che peranco non ispiriterete della paura leggendo un simile vocabolo. L’autore dice adunque così: «Ciò che rende più insoffribili i divoti di professione si è una cert’asprezza di costumi, per cui sono insensibili all’umanità, un cert’orgoglio eccessivo che fa loro guardare con occhio di pietà tutto il resto del mondo. Se nella loro elevazione eglino degnansi di chinarsi a qualche atto di bontà, il fanno eglino con tanta soverchieria, essi compiangono gli altri con modi tanto crudeli, la loro giustizia è tanto rigorosa, la loro carità è così dura, il loro zelo è tanto amaro, il loro disprezzo tanto si rassomiglia all’odio, che la stessa insensibilità della gente di mondo è meno barbara della loro compassione. L’amor di Dio serve loro di scusa per non amare nessuno, ed eglino non s’amano neppur tra di loro: avete voi veduto giammai tra i divoti una vera amicizia? Ma quanto più eglino si staccan dagli uomini, tanto più pretendono da questi, e si potrebbe dire che non si alzano a Dio per altro, fuorché per esercitare la loro autorità sulla terra. Questo miserabile eretico, Elisa mia, non sa quel che si dica: egli scambia per asprezza di costumi quel nobile zelo con cui una divota non dee saper perdonare il menomo fallo al suo prossimo peccatore, e per orgoglio il generoso sentimento de’ proprii meriti paragonati coll’altrui meschinità. In fine egli pretende che i divoti debbano avere quella tenerezza e carità per li mondani, che, come ho detto dapprincipio, alcuni troppo rigidi e scrupolosi vogliono che sia uno de’ caratteri di quella loro supposta vera ed unica divozione. Vedete di grazia le belle massime! Se queste massime fossero vere, credete voi che potessero entrare in capo anche a un tizzone d’inferno qual è un eretico? Parmi già di vedervi tutta smaniante arder di sdegno contro a questa razza di maestri di spirito, che presumono di riformare il mondo e di ridurlo alla vita spirituale senz’aver prima trovato un soave nodo col quale congiunger si possa il nostro comodo e il nostro interesse colla pietà e colla divozione. Ma chetatevi, madre Elisa mia dolcissima, e non istate più ad affannare per la collera cotesto bel petto, che se ben mi ricordo voi avevate molti anni sono. Non dubitate; ch’io son presto a darvi nel venturo ordinario 4° certe tenere lezioncine di divozione ch’io non credo che desse mai frate ad altra giovane contemplativa. Io ho osservato in tutti questi giorni il fiore de’ divoti e delle divote di questa grande città; e vi so dire ch’io ho imparati i migliori segreti che ci possan essere perché con pochissima vostra spesa v’acquistiate nel mondo il glorioso nome di divota. Raccomandomi intanto alle vostre fervorose preghiere acciocché mi cresca sempre maggior forza di adoperarmi a vostro vantaggio; e pregovi di mandarmi, di tanto in tanto, ma quanto più ristrettamente `1 potrete, un catalogo delle vostre opere meritorie, che andrete ogni giorno facendo, acciocché io il serbi tra le mie memorie. Chi sa che una volta non abbia poi a vedere la luce, per edificazione del prossimo e per maggior gloria vostra? Sappiate tener conto di cotesta vostra preziosa vita, andate adagio per non affaticarvi, mangiate cose sane e dilicate per non caricarvi lo stomaco, e parlate quanto più potete con dimessa voce acciocché non vi si stanchino troppo i polmoni.

Il vostro Conte.

LETTERA III

Io avrei non piccola occasione di dolermi di voi, mia fortunatissima Elisa. Voi mi avete lasciato quest’ordinario senza la dolcissima manna delle vostre lettere; onde sono rimasto quasi un’infelice contemplativa caduta in una deplorabile aridezza di spirito, o sorpresa da un’improvvisa sospensione del dono delle lagrime. Io era per darmi alla disperazione se la marchesa Dorotea non m’avesse oggi mandato a mostrare una lettera che voi le avete scritta, dalla quale ho rilevata la cagione per cui non avete scritto a me. I divoti esercizii ne’ quali siete stata ritirata questi giorni passati, v’hanno, per quel ch’io credo, così dolcemente occupato lo spirito, che non vi é rimasto tempo di scrivere a molti; e forse avete voluto avere in questi giorni la lodevole avvertenza di non aver commerzio col sesso maschile né meno per via di lettere. Io vorrei essere stato un altro Clodio, non già per entrare a profanar quel venerabile luogo occupato del divoto sesso femminile; ma per due altri motivi. L’uno si é per udire quel grazioso Padrino, che diceva così bene, e che in que’ suoi esami prattici [sic] delle ore pomeridiane sapeva così bene solleticare alcune piaghette di cuore che stavano sul rammarginarsi; di modo che, come voi scrivete alla marchesa, vi faceva quasi svenire per la spirituale dolcezza che voi ne sentivate: l’altro motivo più forte si é per aver la spirituale consolazione di veder voi esercitar que’ fiori e quelle spiritose penitenziuole, di cui scrivete a lungo, e da cui, come voi dite pure, rimaneva edificata tutta quella tenera assemblea di giovani ed amabili penitenti. Ma, poiché non ho avuto il conforto né di ricever vostre lettere né di trovarmi con voi, supplirò com’io posso, scrivendovi ora io quello che il mio animo mi suggerisce sulla materia che abbiamo per le mani. lo m’immagino che voi avrete trovate ottime le ragioni, ch’io vi ho addotte nell’altra mia, contro a quella prima classe di divozione, la quale é seguitata da alcuni pochi rigidi nemici di se medesimi; i quali non ardiscono neppure di lasciarsi vedere nel pubblico, e i quali vanno ognora più scemando di numero. Spero che voi avrete trovate quelle mie ragioni molto consentanee alla natura dell’uomo in genere, e in ispezie a quella del vostro sesso. E spero ancora che non v’avranno cagionato niun tumulto nell’animo; e che discese placidamente nel vostro cuore avranno stabilita úna lega offensiva e difensiva col vostro amor proprio. Ora io parlerò della seconda classe di divozione, la quale io credo la più adatta al vostro temperamento ed alla maniera del vostro pensare. Io lascio di darvene una deffinizione, perché, oltre che per la sua eccellenza e per la varia complicazione delle sue parti non é così agevolmente definibile, che mestieri abbiam noi di deffinizione trattandosi di cosa che ha a consistere nella semplice pratica? E che? credete voi però che ci vogliano di grandi cose per muovere una persona ad applicarsi a quella divozione, alla quale io veggo che, senz’attendere i miei precetti, voi vi siete di già fervorosissima Elisa mia? Ripescate per un momento dentro al vostro cuore, e voi vi troverete le sorgenti onde é nata la vostra divozione. Recipe, per far diventare una femmina divota, due dramme di fragilità umana, quattro dramme di paura di casa del diavolo, otto di vanità.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 21 aprile 2006