Giuseppe Parini

 

I FRAMMENTI MINORI DELLA «NOTTE»

 

 

Edizione di riferimento

da: Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

 

APPENDICE

 

I FRAMMENTI MINORI DELLA «NOTTE»

I

Ma d’ambrosia e di nettare gelato

Anco a i vostri palati almo conforto

Terrestri deitadi ecco sen viene;

E cento Ganimedi in vaga pompa

E di vesti e di crin lucide tazze

Ne recan taciturni; e con leggiadro

E rispettoso inchin tutte spiegando

Dell’omero virile e de’ bei fianchi

Le rare forme lusingar son osi

De le Cinzie terrene i guardi obliqui.

Mira o signor che a la tua dama un d’essi

Lene s’accosta e con sommessa voce

E mozzicando le parole alquanto

Onde pur sempre al suo signor somigli

A lei di gel voluttuoso annuncia

Copia diversa. Ivi è raccolta in neve

La fragola gentil che di lontano

Pur col soave odor tradì se stessa;

V’è il salubre limon; v’è il molle latte;

V’è con largo tesor culto fra noi

Pomo stranier che coronato usurpa

Loco a i pomi natii; v’è le due brune

Odorose bevande che pur dianzi

Di scoppiato vulcan simili al corso,

Fumanti ardenti torbide spumose

Inondavan le tazze, ed or congeste

Sono in rigidi coni a fieder pronte

Di contraria dolcezza i sensi altrui.

Sorgi tu dunque, e a la tua dama intendi

A porger di tua man scelto fra molti

Il sapor più gradito. I suoi desiri

Ella scopre a te solo: e mal gradito

O mal lodato almen giugne il diletto

Quando al senso di lei per te non giunge.

Ma pria togli di tasca intatto ancora

Candidissimo lin che sul bel grembo

Di lei scenda spiegato, onde di gelo

Inavvertita stilla i cari veli

E le frange pompose in van minacci

Di macchia disperata. Umili cose

E di picciol valore al cieco vulgo

Queste forse parran che a te dimostro

Con sì nobili versi; e spargo ed orno

De’ vaghi fiori de lo stil ch’io colsi

Ne’ recessi di Pindo, e che giammai

Da poetica man tocchi non furo.

Ma di sì crasso error di tanta notte

Già tu non hai l’eccelsa mente ingombra

Signor che vedi di quest’opre ordirsi

De’ tuoi pari la vita, e sorger quindi

La gloria e lo splendor di tanti eroi

Che poi prosteso il cieco vulgo adora.

II

Signor che fai? Così dell’opre altrui

inoperoso spettator non vedi

Già la sacra del gioco ara disposta

A te pur anco? E nell’aurato bronzo

Che d’Attiche colonne il grande imìta

I lumi sfavillanti, a cui nel mezzo

Lusingando gli eroi sorge di carte

Elegante congerie intatta ancora?

Ecco s’asside la tua dama e freme

Omai di tua lentezza; eccone un’altra,

Ecco l’eterno cavalier con lei

Che ritto in piè del tavolino al labbro

Più non chiede che te; e te co i guardi

Te con le palme desiando affretta.

Questi, or volgon tre lustri, a te simìle

Corre di gloria il generoso stadio

De la sua dama al fianco. A lei l’intero

Giorno il vide vicino, a lei la notte

Innoltrata d’assai. Varia tra loro

Fu la sorte d’amor, mille le guerre

Mille le paci, mille i furibondi

Scapigliati congedi, e mille i dolce

Palpitanti ritorni, al caro sposo

Noti non sol, ma nel teatro e al corso

Lunga e trita novella. Alfine Amore

Dopo tanti travagli, a lor nel grembo

Molle sonno chiedea, quand’ecco il Tempo

Tra la coppia felice osa indiscreto

Passar volando; e de la dama un poco

Dove il ciglio ha confin riga la guancia

Con la cima dell’ale, all’altro svelle

Parte del ciuffo che nel liquid’aere

Si conteser dipoi l’aure superbe.

Al fischiar del gran volo a i dolci lai

De gli amanti sferzati Amor si scosse,

Il nemico sentì, l’armi raccolse,

A fuggir cominciò. Pietà di noi

Pietà gridan gli amanti: or se tu parti

Come sentir la cara vita, o come

Più lunghi desiarne i giorni e l’ore?

Nè già in van si gridò. La gracil mano

Verso l’omero armato Amor levando

Rise un riso vezzoso; indi un bel mazzo

De le carte che Felsina colora

Tolse dalla faretra, e: Questo, ei disse,

A voi resti in mia vece. Oh meraviglia!

Ecco que’ fogli con diurna mano

E notturna trattati anco d’amore

Sensi spirano e moti. Ah se un invito

Ben comprese giocando e ben rispose

Il cavalier, qual de la dama il fiede

Tenera occhiata che nel cor discende;

E quale a lei voluttuoso in bocca

Da una fresca rughetta esce il sogghigno!

Ma se i vaghi pensieri ella disvia

Solo un momento, e il giocatore avverso

Util ne tragge, ah il cavaliere allora

Freme geloso si contorce tutto

Fa irrequieto scricchiolar la sedia;

E male e violento aduna e male

Mesce i discordi de le carte semi,

Onde poi l’altra giocatrice a manca

Ne invola il meglio: e la stizzosa dama

I due labbri aguzzando il pugne e sferza

Con atroce implacabile ironia

Cara a le belle multilustri. Or ecco

Sorger fieri dispetti acerbe voglie

Lungo aggrottar di ciglia e per più giorni

A la veglia al teatro al corso in cocchio

Trasferito silenzio. Al fin chiamato

Un per gran senno e per veduti casi

Nestore tra gli eroi famoso e chiaro

Rompe il tenor de le ostinate menti

Con mirabil di mente arduo consiglio.

Così ad onta del tempo or lieta or mesta

L’alma coppia d’amarsi anco si finge,

Così gusta la vita. Egual ventura

T’è serbata o signor se ardirà mai,

Ch’io non credo però, l’alato veglio

Smovere alcun de’ preziosi avorj

Onor de’ risi tuoi sì che le labbra

Si ripieghino a dentro e il gentil mento

Oltre i confin de la bellezza ecceda.

III

In van pregato

Fu il zotico marito, in van di pianto

Si rigaron le gote, in vano ad arte

Si negò si concesse, in van fu armata

Terribil convulsion! stette il marito

Duro al par d’un macigno, e mai non volle

Scender dal sangue d’Agilulfo, o in una

Sillaba pur dell’avolo il cognome

Correggere o piegar con suon più dolce.

IV

Poi che tant’opre e gloriose ai solo

Fatte in un giorno, almo signore or vieni

Meco e discendi ne la valle inferna.

Nè il lusingante con la cetra Orfeo

Nè l’armato di clava Ercole invitto

Ambo di mostri domatori un giorno

Sarien sì chiaro a scintillar saliti

Là per la volta dell’etereo polo,

Se non tentato giù per l’ombre eterne

Lasciato avesser l’ultimo periglio.

Nè di te degno e dell’eterna Clio

Saria il tuo vate, se de gli altri al paro

Poi non guidasse il suo cantato eroe

Felice temerario in faccia a Pluto.

Vergine furibonda e scapigliata

De le cui voci profetanti tutta

Ululava l’Euboica riviera

Ne’ prischi tempi, e che guidasti a Dite

Il timoroso degli dei Troiano,

Tu predinne le sorti e tu ne assisti

Mentre d’un semideo guidando i passi

Scendo uom mortale, e penetrar son oso

I ridotti dell’ombre e il regno avaro.

Ma oh dio già mi trasformo, ecco ecco un velo

Ampio nero lugubre a me dintorno

Si diffonde mi copre. In grembo ad esso

Si rannicchian le braccia, e veggio a pena

Zoppicarmi del piè la punta estrema

Sotto spoglie novelle. Orrida giubba

Di negro velo anch’essa a me dal capo

Scende sul dorso e si dilata e cela

E mento e gola e petto. Ahimè il sembiante

Sorge privo di labbra esangue freddo

E di squallore sepolcral coperto.

V1

Il padre eterno

L’occhio girò per l’orizzonte immenso

De’ capricci donneschi; ed a gran pena

Veggendone il confin cesse a’ lor voti.

V2

Quindi le antiche madri ed Opi e Vesta

E la gran genitrice de gli dei

La turrita Cibele arman sdegnate

I più remoti dell’oscuro caos

Titoli e fregi. Orribile scompiglio

Tutto scuote l’Olimpo; e a nuovo assalto

Sembran venire i figli di Titano.

Sorrise amaramente il sommo Giove

A i tumulti indecenti: e la gran testa

Crollando un poco sotto al torvo ciglio

Meditò la vendetta.

VI

O mente serbatrice de le cose

Lusinga il mio garzon, mentre l’altera

Gente s’affolla; e di’ per qual cagione

Dal canapè sì rapida declini.

VII

  Ma come suol negli odorosi clivi

Sciame d’api dorate al novo aprile

Co’ zefiri volar di fiore in fiore;

Così gli sguardi tuoi signore intanto

A i fermagli recenti al non più visto

Dell’oriolo altrui ciondol sonante

Al felice tupè che un fronte adombra

Giran dintorno, e van libando i semi

Di fugaci desir di picciol onte

Di lievi compiacenze onde tu poi

Il generoso cor nudra e fomenti.

VIII1

Di frascheggianti passere novelle

Fanno dintorno a lei lieto bisbiglio.

Tal, se volgendo i due begli occhi grandi

Ne le sale del ciel Giuno sen riede

Dal talamo immortale, ove rendette

Padre d’un altro nume il gran Tonante,

I maschi eterni e le divine femine

Di letizia e di festa a lei dan segno.

VIII2

La sovrana del ciel Giuno s’asside

Nel talamo immortale ove rendette

Padre d’un altro nume il gran Tonante,

I maschi eterni e le divine femine

Di letizia e di festa a lei dan segno.

A lei di

VIII3

a lei vegnente

Sorgon plaudendo i cavalier gentili.

A lei vegnente l’inclite matrone

Con severo contegno in su le gote

Stampan di mano in man due baci appunto

E con pari contegno in su le gote

Poi ricevon da lei due baci a punto.

Tal se volgendo i due begli occhi grandi

Ne le sale del ciel Giuno sen viene

Dal talamo immortale ove rendette

Padre d’un altro nume il gran Tonante,

I maschi eterni e le divine femine

Di letizia e di festa a lei dan segno.

A lei di Cirra il vago dio che torna

Pur or dal giro suo dove correndo

Sparse di raggi d’oro ampia ricchezza,

Chinasi e versa dal bocchin socchiuso

Eleganze straniere: a lei Gradivo

Stretti i gomiti al fianco e il petto alzato

E la canna pendente infra le dita

Mollemente sorride: anco Cillenio

Col piumato cappel sotto all’ascella

E d’alati fermagli il piede ornato

Rompe la folla, e di lontan comincia

A spander di parole alto profluvio

Applaudendo a la diva. Idalia intanto

Chiara nel ciel per variati amori

E per arguta di parlar licenza

Corre improvviso ad abbracciarla, e s’alza,

E non so che susurrale all’orecchio.

Quella semplice ancor tigne il bel volto

D’un vermiglio importuno, e questa cade

Supina in sul sedile alti mandando

Scoppj di risa, e rigonfiando ansante

Ciò che del molle seno anco le resta,

Che di veli mal chiuso i guardi cerca

Che il cercarono un tempo. A tale aspetto

La casta diva de le selve amica

Raggrinza i labbri, e nauseando volge

Al biondo Ganimede i guardi obliqui,

Mentre girando per lo ciel dispensa

Di nettare gelato almo conforto.

VIII4

Tu castissima dea de’ boschi amica

aggrinzi,

E fastidita a contemplar ti volgi

Del biondo Ganimede il volto e i moti,

Mentr’ei girando per lo ciel dispensa

Il nettare gelato o pur l’ambrosia

De i divini palati almo conforto.

IX

V’ha chi sa ben quale ogni scudo ammetta

Cognate insegne, quali adornin forme

Di solenne divisa i cocchi e i servi,

E qual d’ozi lontani aggia decoro

Ogni progenie. Innanzi a lui stan cheti

Gli splendidi magnati a cui per sorte

Scenda torbido il sangue, o ne la cieca

Ombra de’ tempi si nasconda un avo

A i cittadini od a la patria infesto.

X

Ve’ chi sa ben come si deggia a punto

Fausto di nozze o pur d’estremi fati

Miserabile annuncio in carta esporre.

Lui scapigliati e torbidi la mente

Per la gran doglia a consultar sen vanno

I novi eredi: nè già mai fur viste

Tante vicino a la Cumea caverna

Foglie volar d’oracoli notate,

Quanti avvisi ei raccolse, i quali un giorno

Per gran pubblico ben serbati fieno.

APPUNTI PER IL «VESPRO» E LA «NOTTE»

1.  Cavagnola, fichetti, cartelle, tuttissimo.

  Matrone, Sibille, polla caduta, scompiglio, ordini per terra, mormorazione, amori.

3.  Il marito una volta assisteva la moglie.

4.  Dipoi il servente la dama, ora non più.

5.  Forastieri. Le milanesi gli rispondono con lingua e pronuncia milanese. Le dotte in francese facendo pompa ecc.

6. Al teatro gli altri vanno per sollevarsi dalle fatiche. Tu solo vi vai per coronar coll’estrema le fatiche del giorno.

7. Agli attori applaudi non quando il meritano, ma quando te ne vien capriccio. Il vulgo adoperi la ragione e quel senso che perciò è detto comune; ma le voglie repentine sieno sole la tua norma.

8. Celibi.

9. Marito colla sua bella.

10. Bandò o nastro da notte ricamato a caratteri amorosi dalla bella.

11. Collare o anello tessuto de’ capelli della bella.

12.  Nella platea discendi talora, accomunati co’ musici buffoni mutoli ecc.

13. Degna talora gli uomini di talento; ma come lione ecc.

14. Carte rapidamente mescolate. Così lesta scorrea Penelope colla spola ecc.

15. Picciole dame usano etichetta fra loro, ma son dimenticate dalle grandi.

16. Tabacchiera con figure oscene. Le dame o ne ridono o non arrossiscono.

17. Seder pesante. Così piuma leggera che accrebbe leggerezza e mobilità ai capi delle dame, piomba come sasso nel vuoto.

18. Araldici nuovi.

19. Maraviglia de’ posteri pensando che tu abbi fatto ogni giorno tante cose per tanti anni.

20. Morte dell’eroe, funerali, apoteosi.

21. Inferno, mostri varj, ombre pallide, tutti eguali, Giudici sedendo distribuiscon le pene. Tolgono agli uni il frutto de’ lor peccati, danno ad altri un premio che tornerà in loro danno ecc.

22. Donne di teatro. Amor guarda le dame e sorride ecc.

23. Cavalier savio, dama savia.

24. Caratteri di donne da visitare in teatro.

25. In palco non ceder la mano, tornando ripigliarla.

26. Nel partir dal palco cerchi dello staffiere per la mantiglia, la metta alla dama, ne acconci le code nel cappuccio.

27. Porti il sacco, lo levi, lo adatti, segga in faccia alla dama, pulisca il cannocchiale, esibisca diavolotti ecc. porti ambasciate ecc.

28. Il vulgo attenda al grande ed utile commercio, ma il cavaliere tagli.

29. Giovinetti usciti di Collegio parlano d’Architet.a d’Elettricità ecc.

30. Novellista, Lettor di romanzi, Filosofo ciarliero, Pratico d’etichette, Frequentator di funzioni, Anecdotista, Decidente di Musica, Metodico, Libertino, Suppletor di serventi, Direttor di forastieri.

31.  Imbecille che dà dei pranzi fa de’ piccoli viaggi, è alla moda. Felice finchè ciò farà, altrimenti sarà dimenticato.

32. Imbecille che ripete ciò che dicono i rispettati.

33. Tu sarai in collegio, uscirai, ti daranno un birbino ecc.

34. Ercole uccise Lino battendogli della cetra sul capo.

35. Cavalieri che mantengon donne.

36. Cavalieri sbrici che fanno la corte alle donne mantenute dagli altri.

37. Cavalieri che danno ciarle e protezione alle donne di teatro non potendo dare altro.

38. Dame guardano ai ballerini, cavalieri alle ballerine.

39. La dama che dispone i giochi ebbe cura d’unir l’amante all’amata, d’allontanarne il marito seccante e privo di dama relegandolo nell’angolo più lontano della stanza.

40. Si accorse d’altri nascenti amori d’altri, e li collocò insieme co’ più semplici e meno abili a notare ogni cosa.

41. Unì insieme i più illustri.

42. Destinò colle dame decadute la nuova araldica, e co’ cavalieri decaduti il marito di lei, il quale ancora fa sonar la pronuncia de’ monti onde scese.

43. Talora mise allo stesso tavolino le rivali per il piacer di vederne le smorfie.

44. Là collocò due dame sessagenarie, con due cavalieri sessagenarj per sentire il coro delle loro tossi.

45. Suocera che parla d’economia, la nuora ne sorride guardando in viso a’ giovani.

46. Le avide brame con argentee piume volano intorno insieme a i piccioli sdegni, ed all’oblio che farà svanire dalle tavolette i segni della matita.

47. Il teatro è un alveare, i palchi le celle, i giovani le api che fanno il mele.

48. Alla partoriente, parlar de’ nuovi araldici.

49. Cattiva aria del ridotto.

50. Una volta i fanciulli si divertivano, e i padri attendevano agli studi. Ora il contrario.

51. Uscirà del collegio, e apprenderà i giochi ecc.

52. al Corso

53. Descrizione di cocchieri, cacciatori ecc.

54. Cadetti ecc.

55. Anecdotista galante.

56. Bugiardo.

57. Osceni e plebei nel discorso.

58. Nel Vespro.

59. Frattanto che io scrivo la moda si cangia. Divien lecito passar giornalmente di bella in bella. Qui si raccolgon varie dame. Pensa a cercar se qualcuna fra loro ti aggrada. Questa ecc.

60. Nella conversazione.

61. Amori che nascono

62. Amori che finiscono

63. Gelosie, dispetti ecc.

64. Maschere. Chauvesouris, Armadj ecc.

65. Svegliarsi all’improvviso e applaudire a chi stona.

66. Parlar forte dalla platea al palco.

67. Marito servente amante occulto aspirante accidentale.

68. Godere in un punto colla vista gli spettacoli, coll’udito la musica, coll’olfatto gli odori, col gusto gli sporgimenti, col tatto del ginocchio la dama.

69. Nel vespro della partoriente.

70. Dame e cavalieri protettori de’ birbanti.

71. Primogeniti, cadetti, principj di musica, architettura ecc.

72. Macte puer virtute nova: sic itur ad astra

73. Dis genite, et geniture deos.

Virg. En.

63. Vos o patritius sanguis, cui vivere par est

64. Occipite coeco, posticae occurrite sannae.

Pers.

64. Vespro.

65. Necessità della nobiltà.

66. Collegi, uscita da essi, birbino carrozzino ecc.

67. Viene e fugge il tuttissimo, deità benefica.

68. Fortunata la Dama che lo coglierà. Domattina chiamerà la mercantessa di mode, a cui farà baci e carezze mentre nella campagna d’inverno fa un freddo inchino alla moglie del medico o del pretore.

69. Dialetto della Cavagnoli.

70. Collegio.

71. figli in Coll.° lasciano giovani i padri ecc.

72. Nuovi Araldici mettono i figli in Coll.° e se ne lagnano gl’illustri ecc.

73. Teatro.

74. Ma che non muta l’età? Si rivolgono i regni mentre che io canto, e si cambiano le mode galanti.

75. Collegio.

76. Parlare sulla natura e l’arte della nobiltà e della fortuna.

77. Argomenti sofistici in contrario.

78. Notte

79. Infinita licenza contro al nemico. Paragone co’ principi.

80. Le Dame subalterne fanno la Corte alle Superiori

81. Confidenza da padre a figlio.

82. Cacciatori

83. Cabriolè

84. Donne ed uomini a cavallo

85.  Lista de’ visitanti

86. Accademia.

87. Cavaliere che straccia dopo l’accademia il libro di Conclusioni Matematiche, inorridito di quelle cifre ecc.

88. Dama, o Cavaliere invita ecc.

89. Radunati e dato il segno del trasferirsi ecc. non si movono, dicendo che hanno tempo di seccarsi ecc.

90. Alla recita parlano gridano ecc.

91. Il recitante si dispetta del non essere ascoltato ecc.

92. Stanno più attenti alla musica ecc.

93. Cercan di fuggire ecc.

94. Termina non rimanendovi più di cinque o sei persone.

95. Quando recita il figlio dell’invitante i padri o gli amici tacciono, salvo a ciarlare quando recita il figlio altrui.

96. Claudia

97. Maggiordomi e paggi.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 13 aprile 2006