Giuseppe Parini

 

 

 

 

Edizione di riferimento

da: Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

 

Il Mattino

secondo la lezione del Manoscritto Ambrosiano IV,3-4)

Sorge il mattino in compagnìa dell’alba

innanzi al sol, che di poi grande appare

su l’estremo orizzonte a render lieti

gli animali e le piante e i campi e l’onde.

Allora il buon villan sorge dal caro

letto cui la fedel sposa, e i minori

suoi figlioletti intepidîr la notte;

poi sul dorso portando i sacri arnesi

che prima ritrovâr Cerere, e Pale,

move seguendo i lenti bovi, e scote

lungo il picciol sentier da i curvi rami

fresca rugiada che di gemme al paro

la nascente del sol luce rifrange.

Allora sorge il fabbro, e la sonante

officina riapre, e all’opre torna

l’altro dì non perfette, o se di chiave

ardua e ferrati ingegni all’inquieto

ricco l’arche assecura, o se d’argento

e d’oro incider vuol gioielli e vasi

per ornamento a nova sposa o a mense.

Ma che? tu inorridisci, e mostri in capo,

qual istrice pungente, irti i capelli

al suon di mie parole? Ah, il tuo mattino,

signor, questo non &egrave. Tu col cadente

sol non sedesti a parca cena, e al lume

dell’incerto crepuscolo non gisti

jeri a posar, qual nei tuguri suoi

entro a rigide coltri il vulgo vile.

A voi celeste prole, a voi, concilio

almo di semidei, altro concesse

Giove benigno: e con altr’arti e leggi

per novo calle a me guidarvi &egrave d’uopo.

 

Tu tra le veglie, e le canore scene,

e il patetico gioco oltre più assai

producesti la notte; e stanco alfine,

in aureo cocchio, col fragor di calde

precipitose rote, e il calpestio

di volanti corsier, lunge agitasti

il queto aere notturno, e le tenébre

con fiaccole superbe intorno apristi,

siccome allor che il siculo terreno

da l’uno all’altro mar rimbombar féo

Pluto col carro a cui splendeano innanzi

le tede de le Furie anguicrinite.

 

Tal ritornasti a i gran palagi; e quivi

cari conforti a te porgea la mensa

cui ricoprien pruriginosi cibi

e licor lieti di francesi colli,

o d’ispani, e di toschi, o l’ungarese

bottiglia a cui di verdi ellere Bromio

concedette corona e disse: - Or siedi

de le mense regina. -  Al fine il Sonno

ti sprimacciò di propria man le coltrici

molle cedenti, ove te accolto il fido

servo calò le ombrifere cortine;

e a te soavemente i lumi chiuse

il gallo che li suole aprire altrui.

 

Dritto è però, che a te gli stanchi sensi

dai tenaci papaveri Morféo

prima non solva, che già grande il giorno

fra gli spiragli penetrar contenda

de le dorate imposte, e la parete

pingano a stento in alcun lato i rai

del sol ch’eccelso a te pende sul capo.

Or qui principio le leggiadre cure

denno aver del tuo giorno; e quindi io deggio

sciorre il mio legno, e co’ precetti miei

te ad alte imprese ammaestrar cantando.

 

Già i valetti gentili udîr lo squillo

dei penduli metalli, a cui da lounge

moto improvviso la tua destra impresse;

e corser pronti a spalancar gli opposti

schermi a la luce, e rigidi osservâro,

che con tua pena non osasse Febo

entrar diretto a saettarte i lumi.

Ergi dunque il bel fianco, e sì ti appoggia

alli origlier che lenti degradando

all’omero ti fan molle sostegno;

e coll’indice destro lieve lieve

sovra gli occhi trascorri, e ne dilegua

quel che riman de la cimmeria nebbia;

poi de’ labbri formando un picciol arco,

dolce a vedersi, tacito sbadiglia.

Ahi se te in sì vezzoso atto mirasse

il duro capitan, quando tra l’arme

sgangherando le labbra  un grido innalza

lacerator di ben costrutti orecchi,

s’ei te mirasse allor, certo vergogna

avria di sé più, che Minerva il giorno

che, di flauto sonando, al fonte scorse

il turpe aspetto de le guance enfiate.

 

Ma il damigel ben pettinato i crini

ecco s’innoltra, e con sommessi accenti

chiede qual più de le bevande usate

sorbir ti piaccia in preziosa tazza.

Indiche merci son tazza e bevande;

scegli qual più desii. S’oggi ti giova

porger dolci allo stomaco fomenti,

onde con legge il natural calore

v’arda temprato, e al digerir ti vaglia,

tu il cioccolatte eleggi, onde tributo

ti diè il guatimalese, o il caribèo

che di barbare penne avvolto ha il crine:

ma se nojosa ipocondrìa t’opprime,

o troppo intorno a le divine membra

adipe cresce, de’ tuoi labbri onora

la nettarea bevanda ove abbronzato

 arde e fumica il grano a te d’Aleppo

giunto e da Moca che di mille navi

popolata mai sempre insuperbisce.

 

Certo fu d’uopo, che da i prischi seggi

uscisse un regno, e con audaci vele

fra straniere procelle e novi mostri

e teme e rischi ed inumane fami

superasse i confin, per tanta etade

inviolati ancora: e ben fu dritto

se Pizzarro e Cortese umano sangue

più non stimâr quel ch’oltre l’Oceàno

scorrea le umane membra, e se tonando

e fulminando alfin spietatamente

balzaron giù da i grandi aviti troni

re messicani e generosi Incassi,

poi che nuove così venner delizie,

o gemma degli eroi, al tuo palato.

 

Cessi ‘l cielo però che, in quel momento

che le scelte bevande a sorbir prendi,

servo indiscreto a te improvviso annunci

o il villano sartor che non ben pago

d’aver teco diviso i ricchi drappi,

oso sia ancor con polizza infinita

fastidirti la mente; o di lugùbri

panni ravvolto il garrulo forense

cui de’ paterni tuoi campi e tesori

il periglio s’affida; o il tuo castaldo

che già con l’alba a la città discese,

bianco di gelo mattutin la chioma.

Così zotica pompa i tuoi maggiori

al dì nascente si vedean dintorno:

ma tu, gran prole, in cui si féo scendendo

e più mobile il senso e più gentile,

ah sul primo tornar de’ lievi spirti

all’uficio diurno, ah non ferirli

d’imagini sì sconce! Or come i detti

di costor soffrirai barbari e rudi;

come il penoso articolar di voci

smarrite, titubanti al tuo cospetto;

e, tra l’obliquo profondar d’inchini,

del calzar polveroso in su i tapeti

leimpresse orme indecenti? Ahimè, che fatto

il salutar licore agro e indigesto

tra le viscere tue, te allor faria

e in casa e fuori e nel teatro e al corso

ruttar plebeiamente il giorno intero!

 

Non fia che attenda già ch’altri lo annunzj

gradito ognor benché improvviso, il dolce

mastro che il tuo bel piè come a lui piace

guida e corregge. Egli all’entrar s’arresti

ritto sul limitare, indi elevando

ambe le spalle, qual testudo, il collo

contragga alquanto; e ad un medesmo tempo

il mento inchini, e con l’estrema falda

del mio signor t’innoltra, o tu che addestri.

 

E non men di costui facile al letto

del piumato cappello il labbro tocchi,

a modular con la flessibil voce

soavi canti, e tu che insegni altrui

come vibrar con maestrevol arco

sul cavo legno armoniose fila.

 

Né la squisita a terminar corona

che segga intorno a te, manchi, o signore,

il precettor del tenero idioma

che da la Senna de le Grazie madre

pur ora a sparger di celeste ambrosia

venne all’Italia nauseata i labbri.

All’apparir di lui l’itale voci

tronche cedano il campo al lor tiranno;

e a la nova inefabil melodia

de’ sovrumani accenti, odio ti nasca

più grande in sen contro al le bocche impure

ch’osan macchiarse ancor di quel sermone

onde in Valchiusa fu lodata e pianta

già la bella francese, e i culti campi

all’orecchio de i re cantati fûro

lungo il fonte gentil de le bell’acque.

 

Or te questa, o signor, leggiadra schiera

al novo dì trattenga; e di tue voglie

irresolute ancora or quegli or questi

con piacevol discorso il vano adempia,

mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi

dell’ardente bevanda a qual cantore

nel vicin verno si darà la palma

sopra le scene; e s’egli è il ver che rieda

l’astuta Frine che ben cento folli

milordi rimandò nudi al Tamigi;

o se il brillante danzator Narcisso

torni pur anco ad agghiacciare i petti

de’ palpitanti italici mariti.

 

Così poi gran pezzo a i novi albori

del tuo mattin teco scherzato fia

non senza aver da te rimosso in prima

l’ipocrita Pudore, e quella schifa,

che le accigliate gelide matrone

chiaman Modestia, alfine o a lor talento,

o da te congedati escan costoro.

Doman quindi potrai, o l’altro forse

giorno, a i precetti lor porgere orecchio,

se ai bei momenti tuoi cure minori

porranno assedio. A voi, divina schiatta,

più assai che a noi mortali il ciel concesse

domabile midollo entro al cerébro,

sì che breve lavoro unir vi puote

ampio tesor d’ogni scienza ed arte.

 

Il vulgo intanto, a cui non lice il velo

aprir de’ venerabili misteri,

fie pago assai, poi che vedrà sovente

ire o tornar dal tuo palagio i primi

d’arte maestri, e con aperte fauci

stupefatto berà le tue sentenze.

 

Ma già vegg’io, che le oziose lane

premer non sai più lungamente: e in vano

te l’ignavo tepor lusinga e molce,

però che te più gloriosi affanni

aspettan l’ore ad illustrar del giorno.

 

O voi dunque del primo ordine servi

che di nobil signor ministri al fianco

siete incontaminati, or dunque voi

al mio divino Achille, al mio Rinaldo

l’armi apprestate. Ed ecco in un baleno

i damigelli a’ cenni tuoi star pronti.

Già ferve il gran lavoro. Altri ti veste

la serica zimarra, ove bei fregi

diramansi chinesi; altri, se il chiede

più la stagione, a te le membra copre

di stese infino al piè tiepide pelli;

questi al fianco ti cinge il bianco lino

che sciorinato poi cada, e difenda

i calzonetti; e quei, d’alto curvando

il cristallino rostro, in su le mani

ti versa onde odorate, in su le mani

in limpido bacin sotto le accoglie;

quale il sapon del redivivo muschio

olezzante all’intorno; e qual ti porge

il macinato di quell’arbor frutto,

che a Rodope fu già vaga donzella,

e piagne in van sotto mutate spoglie

Demofoonte ancor Demofoonte;

un di soavi essenze intrisa spugna

onde tergere i denti, e l’altro appresta

ad imbiancar le guance util licore.

 

Assai signore a te pensasti: or volgi

l’alta mente per poco ad altri obbietti

non men degni di te. Sai che compagna

con cui partir de la giornata illustre

i travagli e le glorie il ciel destìna

al giovane signore. Impallidisci?

Ahi, non parlo di nozze: antiquo e vieto

dottor sarei, se così folle io dessi

a te consiglio. Di tant’alte doti

già non orni così lo spirto e i membri,

perché in mezzo a la fulgida carriera

tu il tuo corso interrompa, e fuora uscendo

di cotesto a ragion detto «bel mondo»,

in tra i severi di famiglia padri

relegato ti giacci, a nodi avvinto

di giorno in giorno più noioso, e fatto

ignobil fabbro de la razza umana.

 

D’altra parte il marito ahi quanto spiace,

e lo stomaco move a i dilicati

del vostr’orbe felice abitatori

qualor de’ semplicetti avoli nostri

portar osa in ridevole trionfo

la rimbambita Fe’, la Pudicizia

severi nomi! E qual non suole a forza

entro a’ melati petti eccitar bile

quando i computi vili del castaldo

le vendemmie, i ricolti, i pedagoghi

di que’ sì dolci suoi bambini altrui

gongolando ricorda; e non vergogna

di mischiar cotai fole a peregrini

subbietti, a nuove del dir forme, a sciolti

da volgar fren concetti, onde s’avviva

da’ begli spirti il conversar sublime.

Non però tu senza compagna andrai;

ché tra le fide altrui giovani spose

una te n’offre inviolabil rito

del bel mondo onde sei parte sì cara.

 

Tempo fu già, che il pargoletto Amore

dato era in guardia al suo fratello Imene;

tanto la madre lor temea che il cieco

incauto nume perigliando gisse

misero e solo per oblique vie,

e che, bersaglio a gl’indiscreti colpi

di senza guida, e senza freno arciero,

immaturo al suo fin corresse il seme

uman che nato è a dominar la terra.

Quindi la prole mal secura all’altra

in cura dato avea, sì lor dicendo:

- Ite, o figli, del par; tu più possente

il dardo scocca, e tu più cauto il reggi

a certa meta. - Così ognor congiunta

iva la dolce coppia, e in un sol regno,

e d’un nodo comun l’alme strignea.

Allora fu che il sol mai sempre uniti

vedea un pastore ed una pastorella

starsi al prato, a la selva, al colle, al fonte;

e la suora di lui vedeali poi

uniti ancor nel talamo beato,

ch’ambo gli amici numi a piene mani

gareggiando spargean di gigli e rose.

Ma che non puote anco in divini petti,

se mai s’accende ambizion d’iimpero?

Crebber l’ali ad Amor, crebbe l’ardire,

onde a poc’aere prima, indi securo

a vie maggior fidossi, e fiero alfine

entrò nell’alto, e il grande arco crollando,

e il capo, risonar fece a quel moto

il duro acciar che a tergo la faretra

gli empie, e gridò: - Solo regnar vogl’io. -

Disse, e volto a la madre: - Amore adunque,

il più possente in fra gli dèi, il primo

di Citeréa figliuol ricever leggi,

e dal minor german ricever leggi,

vile alunno, anzi servo? Or dunque Amore

non oserà fuor ch’una unica volta

fiedere un’alma come questo schifo

da me pur chiede? E non potrò giammai

da poi ch’io strinsi un laccio, anco disciorrlo

a mio talento, e, se m’aggrada, un altro

stringerne ancora? E lascerò pur ch’egli

di suoi unguenti impece a me i miei dardi,

perché men velenosi e men crudeli

scendano a i petti? Or via, perché non togli

a me da le mie man quest’arco, e queste

armi da le mie spalle, e ignudo lasci

quasi rifiuto de gli dèi Cupido?

Oh, il bel viver che fia quando tu solo

regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso!

Studiarti a torre da le languid’alme

la stanchezza e il fastidio, e spander gelo

di foco in vece! Or, genitrice, intendi,

vaglio, e vo’ regnar solo. A tuo piacere

tra noi parti l’impero, ond’io con teco

abbia omai pace, e in compagnìa d’Imene

me non trovin mai più le umane genti. -

Amor qui tacque, e minaccioso in atto,

parve all’idalia dea chieder risposta.

Ella tenta placarlo, e preghi e pianti

sparge, ma in van; tal  ch’a i due figli volta

con questo dir pose al contender fine:

- Poi che nulla tra voi pace esser puote,

si dividano i regni. E perché l’uno

sia dall’altro fratelloo ognor disgiunto,

sien diversi tra voi, e il tempo, e l’opra.

Tu che, di strali altero, a fren non cedi,

l’alme ferisci, e tutto il giorno impera;

e tu che di fior placidi hai corona

le salme accoppia, e con l’ardente face

regna la notte. - Or quindi, almo signore,

venne il rito gentil, che ai freddi sposi

le tenebre concede, e de le spose

le caste membra: e a voi, beata gente

edi più nobil mondo, il cor di queste

e il dominio del dì largo destìna.

 

Dunque ascolta i miei detti, e meco apprendi

quai tu deggia al mattin curea la bella

che spontanea o pregata a te si diede

in tua dama quel dì lieto che a fida

carta, né senza testimoni, fûro

a vicenda commessi i patti santi,

e le condizion del caro nodo.

 

Già la dama gentile i vaghi rai

al novo giorno aperse; e suo primiero

pensier fu dove teco ir più convenga

a vegliar questa sera, e gravemente

consultò con lo sposo a lei vicino

o a baciarle la man pur dianzi ammesso.

 

Ore è tempo, o signor, che il fido servo

e il più accorto tra’ tuoi voli al palagio

di lei, chiedendo se tranquilli sonni

dormio la notte, e se d’imagin liete

le fu Mòrfeo cortese. è ver che ieri

al partir l’ammirasti in viso tinta

di freschissime rose; e più che mai

viva e snella balzar teco dal cocchio,

e la vigile tua mano per vezzo

ricusar sorridendo, allor che l’ampie

scale salì del maritale albergo:

ma ciò non basti ad acquetarti, e mai

non obliar sì giusti ufici. Ahi quanti

geni malvagi tra l’orror notturno

godono uscire ed empier di perigli

la placida quiete de’ viventi!

 

Poria, tolgalo il cielo, il picciol cane,

con latrato improvviso i cari sogni

troncar de la tua dama, ond’ella, scossa

da sùbito capriccio, a rannicchiarsi

astretta fosse, di sudor gelato

e la fronte bagnando e il guancial molle.

Anco poria colui che sì de’ tristi

come de’ lieti sogni è genitore,

crearle in mente, di nemiche idee

in un congiunte, orribile chimera,

tal che agitata e in ansioso affanno

gridar tentasse, e non però potesse

aprire a i gridi tra le fauci il varco.

Sovente ancor de la passata sera

la perduta nel gioco aurea moneta,

non men che al cavalier, suole a la dama

lunga vigilia cagionar: talora

nobile invidia de la bella amica

vagheggiata da molti, e talor breve

gelosia n’è cagione. A questo aggiugni

gl’importuni mariti i quali nel capo

ravvolgendosi ancor le viete usanze,

poi che cessero ad altri il giorno, quasi

aggian fatto gran cosa, aman d’Imene

con superstizion serbare i dritti,

e dell’ombra notturna esser tiranni,

ahi con qual noia de le caste spose

ch’indi preveggon fra non molto il fiore

di lor fresca beltade a sé rapito.

 

Mentre che il fido messaggier sen rieda,

magnanimo signor, già non starai

ozioso però. Nel campoamato

pur in questo momento il buon cultore

suda, e incallisce al vomere la mano,

lieto che i suoi sudor ti fruttin poi

dorati cocchi, e pellegrine mense.

Ora per te l’industre artier sta fiso

allo scarpello, all’asce, al subbio, all’ago;

ed ora a tuo favor contende, o veglia

il ministro di Temi. Ecco, te pure

la tavoletta or chiama: ivi i bei pregi

de la natura accrescerai con l’arte,

ond’oggi, uscendo, del beante aspetto

beneficar potrai le genti, e grato

ricompensar di sue fatiche il mondo.

 

Ogni cosa è già pronta. All’un de’ lati

crepitar s’odon le fiammanti brage

ove si scalda industrioso e vario

di ferri arnese a moderar del fronte

gl’indocili capei. Stuolo d’Amori

invisibil sul foco agita i vanni,

e per entro vi soffia, alto gonfiando

ambe le gote. Altri di lor v’appressa

pauroso la destra, e prestamente

ne rapisce un dei ferri; altri rapito

tenta com’arda, in su l’estrema cima

sospendendol dell’ala, e cauto attende

pur se la piuma si contragga o fume;

altri un altro ne scote, e de le ceneri

filigginose il ripulisce e terge.

Tali a le vampe dell’etnea fucina,

sorridente la madre, i vaghi Amori

eran ministri all’ingegnoso fabbro:

e sotto i colpi del martel frattanto

l’elmo sorgea del fondator latino.

All’altro lato con la man rosata

Como e di fiori inghirlandato il crine

i bissi scopre ove di idali arredi

almo tesor la tavoletta espone.

Ivi e nappi eleganti e di canori

cigni morbide piume; ivi raccolti

di lucide odorate onde vapori;

ivi di polvi fuggitive al tatto

color diversi o ad imitar d’Apollo

l’aurato biondo o il biondo cenerino

che de le sacre Muse in su le spalle

casca ondeggiando tenero e gentile.

Che se a nobil eroe le fresche labbra

repentino spirar di rigid’aura

offese alquanto, v’è stemprato il seme

de la fredda cucurbita; e se mai

pallidetto ei si scorga, è pronto all’uopo

arcano a gli altri eroi vago cinabro.

Né quando a un semideo spuntar sul volto

postula temeraria osa pur fosse,

multiforme di nèi copia vi manca,

ond’ei l’asconda in sul momento, ed esca

più perigliosa a saettar co i guardi

le belle inavvedute, a guerrier pari

che, già poste le bende a la ferita,

più glorioso e furibondo insieme

sbaragliando le schiere entra nel folto.

 

Ma già velocemente il mio signore

tre volte e quattro  il gabinetto scorse

col crin disciolto e su gli omeri sparso,

quale a Cuma solea l’orribil maga

quando, agitata dal possente nume,

vaticinar s’udia. Così dal capo

evaporar lasciò degli oli sparsi

il nocivo fermento, e de le polvi

che roder gli porìen la molle cute,

o d’atroci emicranie a lui lo spirto

trafigger lungamente. Or ecco avvolto

tutto in candidi lini a la grand’opra

e più grave del dì s’appresta, e siede.

Nembo d’intorno a lui vola d’odori

che a le varie manteche ama rapire

l’aura vagante lungo i vasi ugnendo

le leggerissim’ale di farfalla:

e lo speglio patente a lui dinanzi

altero sembra raccô nel seno

l’imagin diva: e stassi a gli occhi suoi

severo esplorator de la tua mano,

o di bel crin volubile architetto.

 

O di bel crin volubile architetto,

tu pria chiedi all’eroe qual più gli aggrade

sparger al crin, se i gelsomini o il biondo

fior d’arancio piuttosto, o la giunchiglia,

o l’ambra preziosa agli avi nostri.

Ma se la sposa altrui, cara all’eroe,

del talamo nuzial si lagna, e scosse

pur or da lungo peso i casti lombi,

ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi;

ché micidial potresti a un sol momento

più vite insidiar: semplici sieno

i tuoi balsami allor, né oprarli ardisci

pria che di lor deciso abbian le nari

del mio signore e tuo. Pon mano poi

al pettin liscio, e coll’ottuso dente

lieve solca le chiome; indi animoso

le turba, e le scompiglia; e alfin da quella

alta confusione traggi e dispiega,

opra di tua tua mente,ordin superbo.

 

Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro

breve non fia però; né al termin giunto

prima sarà, che da’ più strani eventi

s’involva o tronchi a all’alta impresa il filo.

Fisa i lumi al lo speglio, e là sovente

il mio signor vedrai morder le labbra

impaziente, ed arrossir nel viso.

Sovente ancor, se men dell’uso esperta

parrà la tua destra, del convulso piede

udrai lo scalpitar breve e frequente,

non senza un tronco articolar di voce

che condanni, e minacci. Anco t’aspetta

veder talvolta il cavalier sublime

furiando agitarsi, e destra e manca

porsi a la chioma; e dissipar con l’ugn

lo studio di molt’ore in un momento.

Che più? Se per tuo male un dì vaghezza

d’accordar ti prendesse al suo sembiante

gli edifici del capo, e non curassi

ricever leggi da colui che venne

pur ier di Francia, ahi quale atroce folgore,

meschino! allor ti penderìa sul capo?

Tu allor l’eroe vedresti ergers’in piedi;

e per gli occhi versando ira e dispetto,

mille strazi imprecarti; e scender fino

ad usurpar le infami voci al vulgo

per farti onta maggiore; e di bastone

il tergo minacciarti; e violento

rovesciare ogni cosa, al suol spargendo

rotti cristalli e calamistri e vasi

e pettini ad un tempo. In cotal guisa,

se del tonante all’ara o de la dea,

che ricovrò dal Nilo il turpe phallo,

tauro spezzava i raddoppiati nodi

e libero fuggìa, vedeansi a terra

cader tripodi, tazze, bende, scuri,

litui, coltelli, e d’orridi mugiti

commosse rimbombar le arcate volte,

e d’ogni lato astanti e sacerdoti

pallidi all’urto e all’impeto involarse

del feroce animal, che pria sì queto

gìa di fior cinto, e sotto la man sacra

umiliava le dorate corna.

Tu non pertanto coraggioso e forte

dura, e ti serba a la miglior fortuna.

Quasi foco di paglia è il foco d’ira

in nobil petto. Il tuo signor vedrai

mansuefatto a te chieder perdono,

e sollevarti oltr’ogni altro mortale

con preghi e scuse a niun altro concesse;

tal che securo sacerdote a lui

immolerai lui stesso, e pria d’ogn’altro

larga otterrai del tuo lavor mercede.

 

         Or, signore, a te riedo. Ah non sia colpa

dinanzi a te, s’io travviai col verso

breve parlando ad un mortal cui degni

tu degli arcani tuoi. Sai, che a sua voglia

questi ogni dì volge, e governa i capi

de’ semideipiù più chiari; e le matrone,

che da i sublimi cocchi alto disdegnano

chinar lo sguardo a la pedestre turba,

non disdegnan sovente entrar con lui

in festevoli motti, allor ch’esposti

a la sua man sono i ridenti avori

del bel collo e del crin l’aureo volume.

Però m’odi benigno: or ch’io t’apprendo

l’ore a passar più graziose, intanto

che il pettin creator doni a le e

leggiadra o almen non più veduta forma.

 

Breve libro elegante a te dinanzi

tra gli arnesi vedrai, che l’arte aduna

per disputare a la natura il vanto

del renderti sì caro agli occhi altrui.

Ei ti lusingherà forse con liscia

purpurea pelle onde fornito avrallo

o mauritano conciatore, o siro;

e d’oro fregi delicati, e vago

mutabile color che il collo imite

de la colomba, v’avrà sparso intorno

squisito legator batavo o franco;

e forse incisa con venereo stile

vi fia serie d’immagini interposta,

lavor che vince la materia, e donde

fia che nel cor ti si ridesti e viva

la stanca di piaceri ottusa voglia.

Or tu il libro gentil con lenta mano

togli; e non senza sbadigliare un poco

aprilo a caso, o pur là dove il parta

tra l’uno e l’altro foglio indice nastro.

 

O de la Francia Proteo multiforme

scrittor troppo biasmato e troppo a torto

lodato ancor, che sai con novi modi

imbandir ne’ tuoi scritti eterno cibo

a i semplici palati, e se’ maestro

di color che a sé fingon di sapere;

tu appresta al mio signor leggiadri studi

con quella tua fanciulla all’anglo infesta,

onde l’Enrico tuo vinto è d’assai,

l’Enrico tuo, che invano abbatter tenta

l’italian Goffredo, ardito scoglio

contro a la Senna d’ogni vanto altera.

 

Tu de la Francia onor, tu in mille scritti

celebrata da’ tuoi novella Aspasia,

Taide novella a i facili sapienti

de la gallica Atene, i tuoi precetti

tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno

pasci l’alto pensier tu che all’Italia,

poi che rapîrle i tuoi l’oro e le gemme,

invidiasti il fedo loto ancora

onde macchiato è il certaldese, o l’altro

per cui va sì famoso il pazzo conte.

 

Questi, o signore, i tuoi studiati autori

fieno e mill’altri che guidâro in Francia

i bendati sultani, i regi persi,

e le peregrinanti arabe dame;

o che, con penna liberale, a i cani

ragion donâro e a i barbari sedili,

e diêr feste e conviti e liete scene

a i polli ed alle gru d’amor maestre.

 

O pascol degno d’anima sublime!

oh chiara, oh nobil mente! A te ben dritto

è che si curvi riverente il vulgo,

e gli oracoli attenda. Or chi fie dunque

sì temerario che in suo cor ti beffe

qualor, partendo da sì gravi studi

del tuo paese l’ignoranza accusi,

e tenti aprir col tuo felice raggio

la gotica caligine che annosa

siede su gli occhi a le misere genti?

Così non mai ti venga estranea cura

questi a troncar sì preziosi istanti

in cui del pari e a la dorata chioma

splendor dai novo ed al celeste ingegno.

 

Non pertanto avverrà, che tu sospenda

quindi a poco il versar de’ libri amati,

e che ad altro ti volga. A te quest’ora

condurrà il merciaiol che in patria or torna

pronto inventor di lusinghiere fole,

e liberal di forastieri nomi

a merci che non mai varcâro i monti.

Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi, ch’ose

unqua mentire ad un tuo pari in faccia?

Ei fia che venda, se a te piace, o cambi

mille fregi e lavori a cui la moda

di viver concedette un giorno intero

tra le folte d’inezie illustri tasche:

poi lieto se n’andrà, con l’una mano

pesante di molt’oro; e in cor gioiendo,

spregerà le bestemmie imprecatrici,

e il gittato lavoro, e i vani passi

del calzolar diserto, e del drappiere;

e dirà lor: - Ben degna pena avete,

o troppo ancor religiosi servi

de la Necessitade, antiqua, è vero,

madre e donna dell’arti, or nondimeno

fatta cenciosa e vile. Al suo possente

amabil vincitor v’era assai meglio,

o miseri, ubbidire. Il Lusso, il Lusso

oggi sol puote dal ferace corno

versar sull’arti a lui vassalle applausi

e non contesi mai premi e ricchezze.

 

L’ore fien queste ancor che a te ne vegna

il dilicato miniator di belle,

che de la corte d’Amatunta e uscìo

stipendiato ministro atto a gli affari

sollecitar dell’amorosa diva.

Or tu l’affretta mpaziente e sprona,

sì che a te porga il desiato avorio

che de le amate forme impresso ride;

sia che il pennel cortese ivi dispieghi

l’alme sembianze del tuo viso, ond’aggia

tacito pasco allor che te non vede

la pudica d’altrui sposa a te cara;

sia che di lei medesma al vivo esprima

il vago aspetto; o, se ti piace, ancora

d’altra beltà furtiva a te presenti

con più largo confin le amiche membra.

Doman fie poi che la concessa imago

entro arnese gentil per te si chiuda

con opposto cristallo, ove tu faccia

sovente paragon di tua beltade

con la beltà de la tua dama; o a i guardi

degl’invidi la tolga e in sen l’asconda

sagace tabacchiera; o a te riluca

sul minor dito in fra le gemme e l’oro;

o de le grazie del tuo viso desti

soavi rimembranze al braccio avvolta

dell’altrui fida sposa a cui se’ caro.

 

Ed ecco alfin che a le tue luci appare

l’artificio compiuto. Or cauto osserva

se bene il simulato al ver s’adegue,

vie più rigido assai se il tuo sembiante

esprimer denno i colorati punti

che l’arte ivi dispose. Or brune troppo

a te parran le guance; or fia ch’ecceda

mal frenata la bocca; or qual conviene

a camuso etiòpe il naso fia.

Anco sovente d’accusar ti piaccia

il dipintor che non atteggi ardito

l’agili membra e il dignitoso busto,

o che mal tra le leggi a la tua forma

dia contorno o la posi o la panneggi.

è ver, che tu del grande di Crotone

non conosci la scola e mai tua mano

non abbassossi a la volgar matita

che fu nell’altra età cara a’ tuoi pari

cui non gustate ancora eran più dolci

e più nobili cure, a te serbate.

Ma che non puote quel d’ogni scienza

gusto trionfator che all’ordin vostro

in vece di maestro il ciel concesse,

e d’onde a voi coniò le altere menti

acciò che possan dell’uman confine

oltrepassar la paludosa nebbia,

e d’etere più puro abitatrici

non fallibili scêrre il vero e il bello?

 

Periò qual più ti par loda o riprendi

non men fermo d’allor che a scranna siedi

Raffael giudicando, o l’altro egregio

che del gran nome suo l’Adige onora:

e a le tavole ignote i noti nomi

grave comparti di color che primi

fûro nell’arte. Ah, s’altri è sì procace

ch’osi rider di te, costui paventi

l’augusta maestà del tuo cospetto,

si volga a la parete; e mentre cerca

por freno in van col morder de le labbra

a lo scrosciar de le importune risa

che scoppian da’ precordi, violenta

convulsione a lui deforme il volto,

e lo affoghi aspra tosse; e lo punisca

di sua temerità. Ma tu non pensa

ch’altri ardisca di te rider giammai;

e mai sempre imperterrito decidi.

 

Or giunta è al fin del dotto pettin l’opra,

e il maestro elegante intorno spande

da la man scossa polveroso nembo

onde a te innanzi tempo il crine imbianchi.

 

D’orribil piato risonar s’udìo

già la corte d’Amore. I tardi vegli

grinzuti osâr coi giovani nipoti

contendere di grado in faccia al soglio

del comune lor dio. Rise la fresca

gioventude animosa, e d’agri motti

libera punse la senil baldanza.

Gran tumulto nascea; se non che Amore

ch’ogni diseguaglianza odia in sua corte

a spegner mosse i perigliosi sdegni:

e a quei che militando incanutîro

suoi servi, apprese a simular con arte

i duo bei fior che in giovanile gota

educa e nudre di sua man natura:

indi fe’ cenno, e in un balen fûr visti

mille alati ministri alto volando

scoter lor piume, onde fioccò leggera

candida polve che a posar poi venne

su le giovani chiome; e in bianco volse

il biondo, il nero, e l’odiato rosso.

L’occhio così nell’amorosa reggia

più non distinse le due opposte etadi,

e solo vi restò giudice il tatto.

 

Tu pertanto, o signor, tu che se’ il primo

fregio ed onor dell’acidalio regno

i sacri usi ne serba. Ecco che sparsa

già da provvida man, la bianca polve

in piccolo stanzin con l’aere pugna,

e degli atomi suoi tutto riempie

egualmente divisa. Or ti fa core,

e in seno a quella vorticosa nebbia

animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte!

Tale il grand’avo tuo tra il fumo e il foco

orribile di Marte, furiando

gittossi allor che i palpitanti lari

de la patria difese, e ruppe e in fuga

mise l’oste feroce. Ei nondimeno

fuligginoso il volto, e d’atro sangue

asperso e di sudore, e co’ capegli

stracciati ed irti de la mischia uscìo,

spettacol fero a i cittadini istessi

per sua man salvi; ove tu, assai più vago

e leggiadro a vederse, in bianca spoglia

scenderai quindi a poco a bear gli occhi

de la cara tua patria, a cui dell’avo

il forte braccio e il viso almo, celeste

del nipote dovean portar salute.

 

Non vedi omai qual con solerte mano

rechin di veste a te pubblico arredo

i damigelli tuoi? Rodano e Senna

le tesserono a gara a gara, e qui cucille

opulento sartor cui su lo scudo

serpe intrecciato a forbici eleganti

il titol di monsù; né sol dà leggi

a la materia la stagion diverse;

ma qual più si conviene al giorno e all’ora

vari sono il lavoro e la ricchezza.

 

Vieni, o fior de gli eroi, vieni; e qual suole

nel più dubbio de’ casi alto monarca

avanti al trono suo convocar lento

di satrapi concilio a cui nell’ampia

calvizie de la fronte il senno appare;

tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo

grave t’assidi, e lor sentenza ascolta.

Un giacendo al tuo piè mostri qual deggia

liscia e piana salir su per le gambe

la docil calza: un sia presente al volto,

un dietro al capo: e la percossa luce

quinci e quindi tornando, a un tempo solo

tutto al giudizio de’ tuoi guardi esponga

l’apparato dell’arte. Intanto i servi

a te sudino intorno; e qual, piegate

le ginocchia in sul suol, prono ti stringa

il molle piè di lucidi fermagli;

e qual del biondo crin, che i nodi eccede

su le schiere ondeggiando, in negro velo

i tesori raccoglia; e qual già pronto

venga spiegando la nettarea veste.

Fortunato garzone, a cui la moda

in fioriti canestri e di vermiglia

seta coperti preparò tal copia

d’ornamenti e di pompe! Ella pur ieri

a te dono ne féo. La notte intera

faticaron per te cent’aghi e cento;

e di percossi e ripercossi ferri

per le tacite case andò il rimbombo:

ma non invan, poi che di novo fasto

oggi superbo nel bel mondo andrai;

e per entro l’invidia e lo stupore

passerai de’ tuoi pari, eguale a un dio,

folto bisbiglio sollevando intorno.

 

Figlie de la Memoria inclite, suore

che invocate scendendo i feri nomi

de le squadre diverse e degli eroi

annoveraste a i grandi che cantâro

Achille, Enea, e il non minor Buglione,

or m’è d’uopo di voi. Tropp’ardua impresa,

e insuperabil senza vostr’aita,

fia ricordare al mio signor di quanti

leggiadri arnesi graverà sue vesti

pria che di sé medesmo esca a far pompa.

 

Ma qual di tanti e sì leggiadri arnesi

sì felice sarà che innanzi a gli altri,

signor, venga a formar tua nobil soma?

Tutti importan del pari. Ecco l’astuccio

di pelli rilucenti ornato e d’oro

sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero

occupar di sua mole: esso a cent’usi

opportuno si vanta, e ad esso in grembo

atta a gli orecchi, a i denti, a i peli, all’ugne

vien forbita famiglia. A i primi onori

seco s’affretta d’odorifer’onda

colmo cristal, che a la tua vita in forse

doni conforto allor che il vulgo ardisca

troppo accosto vibrar da la vil salma

fastidiosi effluvi a le tue nari.

Né men pronto di quello e all’uopo istesso

l’imitante un cuscin purpureo drappo

reca turgido il sen d’erbe odorate

che l’aprica montagna in tuo favore

al possente meriggio educa e scalda.

Ecco vien poi da cristallina rupe

tolto nobil vasello. Onde traluce

prezioso confetto, ove a gli aromi

stimolanti s’unì l’ambra o la terra,

che il Giappon manda a profumar de’ grandi

l’etereo fiato; o quel che il caramano

fa gemer latte dall’inciso capo

de’ papaveri suoi; perché, se mai

non ben felice amor l’alma t’attrista,

lene serpendo per li membri acquete

a te gli spirti, e ne la mente induca

lieta stupidità, che mille adune

imagin dolci e al tuo desio conformi.

A tanto arredo il cannocchial succeda,

e la chiusa tra l’oro anglica lente.

Quel notturno favor ti presti allora

che al teatro t’assidi, e t’avvicini

o i piè leggeri o le canore labbra

da la scena remota, o con maligno

guardo dell’alte vai logge spiando

le abitate tenébre, o miri altronde

gli ognor nascenti e moribondi amori

de le tenere dame, onde s’appresti

all’eloquenza tua nel dì venturo

lunga e grave materia. A te la lente

nel giorno assista, e de gli sguardi tuoi

economa presieda, e sì li parta,

che il mirato da te vada superbo,

né i malvisti accusarte osin giammai.

La lente ancor su l’occhio tuo sedendo

irrefragabil giudice condanni

o approvi di Palladio i muri e gli archi

o di Tizian le tele: essa a le vesti,

a i libri, a i volti feminili applauda

severa o li dispregi. E chi del senso

comun sì privo fia che insorger osi

contro al sentenziar de la tua lente?

Non per questa però sdegna, o signore,

giunto a lo speglio, in gallico sermone

il vezzoso giornal; non le notate

eburnee tavolette, a guardar preste

tuoi sublimi pensier fin ch’abbian luce

doman tra i belli spirti; e non isdegna

la picciola guaina ove al tuo cenno

mille ognora stan pronti argentei spilli.

Oh quante volte a cavalier sagace

ho vedut’io le man render beate

uno apprestato a tempo unico spillo!

Ma dove, ahi dove inonorato e solo

lasci ‘l coltello a cui l’oro e l’acciaro

donâr gemina lama, e a cui la madre

de la gemma più bella d’Anfitrite

diè manico elegante ove il colore

con dolce variar l’iride imìta?

Verrà il tempo verrà, che ne’ superbi

convivi ognaltro avanzerai per fama

d’esimio trinciatore, e i plausi e i gridi

de’ tuoi gran pari ecciterai, qualora

pollo o fagian con le forcine in alto

sospeso, a un colpo il priverai dell’anca

mirabilmente. Or qual più resta omai

onde colmar tue tasche inclito ingombro?

Ecco a molti colori oro distinto,

ecco nobil testuggine su cui

voluttuose immagini lo sguardo

invitan de gli eroi. Copia squisita

di fumido rapé quivi è serbata

e di spagna oleoso, onde lontana

pur come suol fastidioso insetto

da te fugga la noia. Ecco che smaglia

cupido a te di circondar le dita

vivo splendor di preziose anella.

Ami la pietra, ove si stanno ignude

sculte le Grazie, e che il giudeo ti fece

creder opra d’argivi allor ch’ei chiese

tanto tesoro, e d’erudito il nome

ti compartì prostrandosi a’ tuoi piedi?

Vuoi tu i lieti rubini? O più t’aggrada

sceglier quest’oggi l’indico adamante

là dove il lusso incantata costrinse

la fatica e il sudor di cento buoi

che pria vagando per le tue campagne

facean sotto a i lor piè nascere i beni?

Prendi o tutti o qual vuoi; ma l’aureo cerchio

che sculto intorno è d’amorosi motti

ognor teco si vegga, e il minor dito

premati alquanto, e sovvenir ti faccia

dell’altrui fida sposa a cui se’ caro.

Vengano alfin degli orioi gemmati,

venga il duplice pondo; e a te de l’ore

che all’alte imprese dispensar conviene

faccia rigida prova. Ohimè che vago

arsenal minutissimo di cose

ciondola quindi, e ripercosso insieme

molce con soavissimo tintinno!

Ma v’hai tu il meglio? Ah! sì, che i miei precetti

sagace prevenisti. Ecco risplende

chiuso in breve cristallo il dolce pegno

di fortunato amor: lungi, o profani,

ché a voi tant’oltre penetrar non lice.

 

Compiuto è il gran lavoro. Odi, signore,

sonar già intorno la ferrata zampa

de’ superbi corsier che irrequieti

ne’ grand’atri sospinge, arretra e volge

la disciplina dell’ardito auriga.

Sorgi, e t’appresta a render baldi e lieti

del tuo nobile incarco i bruti ancora.

Ma a possente signor scender non lice

da le stanze superne infin che al gelo,

o al meriggio non abbia il cocchier stanco

durato un pezzo, onde l’uom servo intenda

per quanto immensa via natura il parta

dal suo signore. Or dunque i miei precetti

io seguirò; ché varie al tuo mattino

portar dee cure il variar dei giorni.

Tu dolce intanto prenderai solazzo

ad agitar fra le tranquille dita

dell’oriolo i ciondoli vezzosi.

 

Signore, al ciel non è cosa più cara

di tua salute; e troppo a noi mortali

è il viver de’ tuoi pari util tesoro.

Uopo è talor che da gli egregi affanni

t’allevi alquanto, e con pietosa mano

il teso per gran tempo arco rallente.

Tu dunque allor che placida mattina

vestita riderà d’un bel sereno

esci pedestre, e le abbattute membra

all’aura salutar snoda e rinfranca.

Di nobil cuoio a te la gamba calzi

purpureo stivaletto, onde giammai

non profanin tuo piè la polve e il limo

che l’uomo calpesta. A te s’avvolga intorno

veste leggiadra che sul fianco sciolta

sventoli andando, e le formose braccia

stringa in maniche anguste, a cui vermiglio

o cilestro ermesino orni gli estremi.

Del bel color che l’elitropio tigne

o pur d’oriental candido bisso

voluminosa benda indi a te fasci

la snella gola. E il crin... Ma il crin, signore,

forma non abbia ancor da la man dotta

dell’artefice suo; ché troppo fôra,

ahi troppo grave error lasciar tant’opra

de le licenziose aure in balìa.

Né senz’arte però vada negletto

su gli omeri a cader; ma, o che natura

a te il nodrisca, o che da ignote fronti

il più famoso parrucchier lo involi

e lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo

ripiegato l’afferri e lo sospenda

con testugginei denti il pettin curvo.

Ampio cappello alfin che il disco agguagli

del gran lume febeo tutto ti copra,

e allo sguardo profan tuo nume asconda.

Poi che così le belle membra ornate

con artifici negligenti avrai,

esci soletto a respirar talora

i mattutini fiati; e lieve canna

brandendo con la man, quasi baleno

le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo

che s’oppone al tuo corso. In altra guisa

fôra colpa l’uscir; però che andriéno

mal dal vulgo distinti i primi eroi.

 

Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forse

fien qualch’ore serbarsi al molle ferro

che i peli a te rigermoglianti a pena

d’in su la guancia miete, e par che invidi,

ch’altri fuor che é solo indaghi e scopra

unqua il tuo sesso. Arroge a questo il giorno

che di lavacro universal convienti

terger le vaghe membra. è ver che allora

d’esser mortal dubiterai; ma innalza

tu allor la mente, e a i grandi aviti onori

che fino a te per secoli cotanti

misti scesero al chiaro altero sangue,

e il pensier ubbioso al par di nebbia

per lo vasto vedrai aere smarrirsi

a i raggi de la gloria onde t’investi.

e di te pago sorgerai qual pria

gran semidéo che a sé solo somiglia.

Fama è così, che il dì quinto le fate

loro salma immortal vedean coprirsi

già d’orribili scaglie, e in feda serpe

volta strisciar sul suolo, a sé facendo

de le inarcate spire impeto e forza;

ma il primo sol le rivedea più belle

far beati gli amanti, e a un volger d’occhi

mescere a voglia lor la terra e il mare.

 

Assai l’auriga bestemmiò finora

i tuoi nobili indugi; assai la terra

calpestâro i cavalli. Or via veloce

reca, o servo gentil, reca il cappello

ch’ornan fulgidi nodi; e tu frattanto,

fero genio di Marte, a guardar posto

de la stirpe de’ numi il caro fianco,

al mio giovan eroe cigni la spada;

corta e lieve non già, ma, qual richiede

la stagion bellicosa, al suol cadente,

e di triplice taglio armata e d’else

immane. Quanto esser può mai sublime

l’annoda pure, onde la impugni all’uopo

la destra furibonda in un momento.

Né disdegnar con le sanguigne dita

di ripulire ed ordinar quel nastro

onde l’else è superbo. Industre studio

è di candida mano. Al mio signore

dianzi donollo e gliel appese al brando

l’altrui fida consorte a lui sì cara.

Tal del famoso Artù vide la corte

le infiammate d’amor donzelle ardite

ornar di piume e di purpuree fasce

i fatati guerrier; sì che poi lieti

correan mortale ad incontrar periglio

in selve orrende fra i giganti e i mostri.

 

Volgi, o invitto campion, volgi tu pure

il generoso piè dove la bella

e de gli eguali tuoi scelto drappello

sbadigliando t’aspetta all’alte mense.

Vieni, e godendo, nell’uscire, il lungo

ordin superbo di tue stanze ammira.

Or già siamo all’estreme: alza i bei lumi

a le pendenti tavole vetuste

che a te degli avi tuoi serbano ancora

gli atti e le forme. Quei due in duro dante

strigne le membra, a cui sì grande ingombra

traforato collar le grandi spalle,

fu di macchine autor; cinse d’invitte

mura i penati; e da le nere torri

signoreggiando il mar, verso le aduste

spiagge la predatrice Africa spinse.

Vedi quel magro a cui canuto e raro

pende il crin da la nuca, e l’altro a cui

su la guancia pienotta e sopra il mento

serpe triplice pelo? Ambo s’adornano

di toga magistral cadente a i piedi:

l’uno a Temi fu sacro: entro a’ licei

la gioventù pellegrinando ei trasse

a gli oracoli suoi; indi sedette

nel senato de’ padri; e le disperse

leggi raccolte, ne fe’ parte al mondo:

l’altro sacro ad Igeia. Non odi ancora,

presso a un secol di vita, il buon vegliardo

di lui narrar quel che da’ padri suoi

nonagenari udì, com’ei spargesse

su la plebe infelice oro e salute,

pari a Febo suo nume? Ecco quel grande

a cui sì fosco parruccon s’innalza

sopra la fronte spaziosa; e scende

di minuti botton serie infinita

lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse

studi a la patria; ei di perenne aita

i miseri dotò; portici e vie

stese per la cittade; e da gli ombrosi

lor lontani recessi a lei dedusse

le pure onde salubri, e ne’ quadrivi

e in mezzo a gli ampli fôri alto le fece

salir scherzando a rinfrescar la state,

madre di morbi popolari. Oh come

ardi a tal vista di beato orgoglio,

magnanimo garzon! Folle! A cui parlo?

Ei gia più non m’ascolta: odiò que’ ceffi

il suo sguardo gentil: noia lui prese

di sì vieti racconti: e già s’affretta

giù per le scale impaziente. Addio

degli uomini delizia, e di tua stirpe

e de la patria tua gloria e sostegno.

Ecco che umìli in bipartita schiera

t’accolgono i tuoi servi: altri già pronto

via se ne corre ad annunciare al mondo,

che tu vieni a bearlo; altri a le braccia

timido ti sostien, mentre il dorato

cocchio tu sali, e tacito, e severo

sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo,

e cedi il passo al trono ove s’asside

il mio signore. Ahi, te meschin, s’ei perde

un sol per te de’ preziosi istanti.

Temi il non mai da legge o verga o fune

domabile cocchier; temi le rote,

che già più volte le tue membra in giro

avvolser seco, e del tuo impuro sangue

corser macchiate, e il suol di lunga striscia,

spettacol miserabile! segnâro.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 13 aprile 2006