Giuseppe Parini

 

 

 

 

Edizione di riferimento

da: Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

 

Il Mezzogiorno

(secondo l’edizione di Milano, 1765)

 

Ardirò ancor tra i desinari illustri

sul meriggio innoltrarmi umil cantore,

poiché troppa di te cura mi punge,

signor, ch’io spero un dì veder maestro

e dittator di graziosi modi

all’alma gioventù che Italia onora.

 

Tal fra le tazze e i coronati vini,

onde all’ospite suo fe’ lieta pompa

la punica regina, i canti alzava

Jopa crinito: e la regina intanto

da’ begli occhi stranieri iva beendo

l’oblivion del misero Sichèo:

e tale allor che l’orba Itaca in vano

chiedea a Nettun la prole di Laerte,

Femio s’udìa co’ versi e con la cetra

la facil mensa rallegrar de’ proci

cui dell’errante Ulisse i pingui agnelli

e i petrosi licori, e la consorte

invitavano al pranzo. Amici or piega,

giovin signore, al mio cantar gli orecchi

or che tra nuove Elise, e novi proci,

e tra fedeli ancor Penelopèe,

ti guidano a la mensa i versi miei.

 

Già dal meriggio ardente il sol fuggendo

verge all’occaso: e i piccioli mortali

dominati dal tempo escon di novo

a popolar le vie ch’all’oriente

volgon ombra già grande: a te null’altro

dominator fuor che te stesso è dato.

 

Alfin di consigliarsi al fido speglio

la tua dama cessò. Quante uopo è volte

chiedette, e rimandò novelli ornati;

quante convien de le agitate ognora

damigelle or con vezzi or con garriti

rovesciò la fortuna; a se medesma

quante volte convien piacque e dispiacque;

e quante volte è d’uopo a sé ragione

fece, e a’ suoi lodatori. I mille intorno

dispersi arnesi alfin raccolse in uno

la consapevol del suo cor ministra;

alfin velata d’un leggier zendado

è l’ara tutelar di sua beltate;

e la seggiola sacra, un po’ rimossa,

languidetta l’accoglie. Intorno ad essa

pochi giovani eroi van rimembrando

i cari lacci altrui, mentre da lungi

ad altra intorno i cari lacci vostri

pochi giovani eroi van rimembrando.

 

         Il marito gentil queto sorride

a le lor celie; o s’ei si cruccia alquanto,

del tuo lungo tardar solo si cruccia.

Nulla però di lui cura te prenda

oggi, o signore, e s’egli a par del vulgo

prostrò l’anima imbelle, e non sdegnosse

di chiamarsi marito, a par del vulgo

senta la fame esercitargl’in petto

lo stimol fier degli oziosi sughi

avidi d’esca: o s’a un marito alcuna

d’anima generosa orma rimane,

ad altra mensa il piè rivolga; e d’altra

dama al fianco s’assida il cui marito

pranzi altrove lontan d’un’altra a lato

ch’abbia lungi lo sposo: e così nuove

anella intrecci a la catena immensa

onde, alternando, Amor l’anime annoda.

 

Ma sia che vuol, tu baldanzoso innoltra

ne le stanze più interne: ecco precorre

per annunciarti al gabinetto estremo

il noto stropiccìo de’ piedi tuoi.

Già lo sposo t’incontra. In un baleno

sfugge dall’altrui man l’accorta mano

de la tua dama: e il suo bel labbro intanto

t’apparecchia un sorriso. Ognun s’arretra

che conosce i tuoi dritti, e si conforta

con le adulte speranze a te lasciando

libero e scarco il più beato seggio.

Tal colà dove infra gelose mura

Bizanzio ed Ispaàn guardano il fiore

de la beltà che il popolato Egèo

manda, e l’armeno, e il Tartaro, e il circasso

per delizia d’un solo, a bear entra

l’ardente sposa il grave munsulmano.

Tra ’l maestoso passeggiar gli ondeggiano

le late spalle, e sopra l’alta testa

le avvolte fasce: dall’arcato ciglio

ei volge intorno imperioso il guardo;

e vede al su’ apparire umil chinarsi,

e il piè ritrar l’effeminata, occhiuta

turba, che sorridendo egli dispregia.

 

Ora imponi, o signor, che tutte a schiera

si dispongan tue grazie; e a la tua dama

quanto elegante esser più puoi ti mostra.

Tengasi al fianco la sinistra mano

sotto il breve giubbon celata; e l’altra

sul finissimo lin posi, e s’asconda

vicino al cor: sublime alzisi ’l petto,

sorgan gli omeri entrambi, e verso lei

piega il duttile collo; ai lati stringi

le labbra un poco; ver lo mezzo acute

rendile alquanto, e da la bocca poi

compendiata in guisa tal sen esca

un non inteso mormorio. La destra

ella intanto ti porga: e molle caschi

sopra i tiepidi avorj un doppio bacio.

Siedi tu poscia; e d’una man trascina

più presso a lei la seggioletta. Ognuno

tacciasi; ma tu sol curvato alquanto

seco susurra ignoti detti a cui

concordin vicendevoli sorrisi,

e sfavillar di cupidette luci

che amor dimostri, o che lo finga almeno.

 

Ma rimembra, o signor, che troppo nuoce

negli amorosi cor lunga e ostinata

tranquillità. Su l’oceàno ancora

perigliosa è la calma: oh quante volte

dall’immobile prora il buon nocchiere

invocò la tempesta! e sì crudele

soccorso ancor gli fu negato; e giacque

affamato assetato estenuato

dal velenoso aere stagnante oppresso

tra l’inutile ciurma al suol languendo.

Però ti giovi de la scorsa notte

ricordar le vicende; e con obliqui

motti pungerl’ alquanto, o se nel volto

paga più che non suole accor fu vista

il novello straniere; e co’ bei labbri

semiaperti aspettar, quasi marina

conca, la soavissima rugiada

de’ novi accenti: o se cupida troppo

col guardo accompagnò di loggia in loggia

il seguace di Marte, idol vegliante

de’ feminili voti, a la cui chioma

col lauro trionfal s’avvolgon mille

e mille frondi dell’idalio mirto.

 

Colpevole o innocente allor la bella

dama improviso adombrerà la fronte

d’un nuvoletto di verace sdegno

o simulato; e la nevosa spalla

scoterà un poco; e premerà col dente

l’infimo labbro: e volgeransi alfine

gli altri a bear le sue parole estreme.

Fors’anco rintuzzar di tue querele

saprà l’agrezza; e sovvenir faratti

le visite furtive ai tetti, ai cocchi

ed a le logge de le mogli illustri

di ricchi cittadini a cui sovente,

per calle che il piacer mostra, piegarsi

la maestà di cavalier non sdegna.

 

Felice te, se mesta e disdegnosa

la conduci a la mensa; e s’ivi puoi

solo piegarla a comportar de’ cibi

la nausea universal. Sorridan pure

a le vostre dolcissime querele

i convitati; e l’un l’altro percota

col gomito maligno: ah nondimeno

come fremon lor alme; e quanta invidia

ti portan, te veggendo unico scopo

di sì bell’ire! Al solo sposo è dato

nodrir nel cor magnanima quiete,

mostrar nel volto ingenuo riso, e tanto

docil fidanza ne le innocue luci.

 

O tre fiate avventurosi e quattro

voi del nostro buon secolo mariti

quanto diversi da’ vostr’avi! Un tempo

uscìa d’Averno con viperei crini,

con torbid’occhi irrequieti, e fredde

tenaci branche un indomabil mostro

che ansando e anelando intorno giva

ai nuziali letti; e tutto empiea

di sospetto e di fremito e di sangue.

Allor gli antri domestici, le selve,

l’onde, le rupi alto ulular s’udièno

di feminili strida: allor le belle

dame con mani incrocicchiate, e luci

pavide al ciel, tremando lagrimando,

tra la pompa feral de le lugubri

sale vedean dal truce sposo offrirsi

le tazze attossicate o i nudi stili.

Ahi pazza Italia! Il tuo furor medesmo

oltre l’alpi, oltre ’l mar destò le risa

presso agli emoli tuoi che di gelosa

titol ti diero; e t’è serbato ancora

ingiustamente. Non di cieco amore

vicendevol desire, alterno impulso,

non di costume simiglianza or guida

gl’incauti sposi al talamo bramato;

ma la prudenza coi canuti padri

siede librando il molt’oro, e i divini

antiquissimi sangui: e allor che l’uno

bene all’altro risponde, ecco Imenèo

scoter sua face; e unirsi al freddo sposo,

di lui non già, ma de le nozze amante

la freddissima vergine che in core

già volge i riti del bel mondo; e lieta

l’indifferenza maritale affronta.

Così non fien de la crudel Megera

più temuti gli sdegni. Oltre Pirene

contenda or pur le desiate porte

ai gravi amanti; e di feminee risse

turbi Oriente: Italia oggi si ride

di quello ond’era già derisa; tanto

puote una sola età volger le menti!

 

Ma già rimbomba d’una in altra sala

il tuo nome, o signor; di già l’udìro

l’ime officine ove al volubil tatto

degl’ingenui palati arduo s’appresta

solletico che molle i nervi scota,

e varia seco voluttà conduca

fino al core dell’alma. In bianche spoglie

s’affrettano a compir la nobil opra

prodi ministri: e lor sue leggi detta

una gran mente del paese uscita

ove Colbert, e Richelieu fûr chiari.

Forse con tanta maestade in fronte

presso a le navi ond’Ilio arse e cadèo,

per gli ospiti famosi il grande Achille

disegnava la cena: e seco intanto

le vivande cocean sui lenti fochi

Pàtroclo fido, e il guidator di carri

Automedonte. O tu sagace mastro

di lusinghe al palato udrai fra poco

sonar le lodi tue dall’alta mensa.

Chi fia che ardisca di trovar pur macchia

nel tuo lavoro? Il tuo signor farassi

campion de le tue glorie; e male a quanti

cercator di conviti oseran motto

pronunciar contro te; ché sul cocente

meriggio andran peregrinando poi

miseri e stanchi, e non avran cui piaccia

più popolar con le lor bocche i pranzi.

 

Imbandita è la mensa. In piè d’un salto

alzati e porgi, almo signor, la mano

a la tua dama; e lei dolce cadente

sopra di te col tuo valor sostieni,

e al pranzo l’accompagna. I convitati

vengan dopo di voi; quindi ’l marito

ultimo segua. O prole alta di numi

non vergognate di donar voi anco

pochi momenti al cibo: in voi non fia

vil opra il pasto; a quei soltanto è vile,

che il duro irresistibile bisogno

stimola e caccia. All’impeto di quello

cedan l’orso, la tigre, il falco, il nibbio,

l’orca, il delfino, e quant’altri mortali

vivon quaggiù; ma voi con rosee labbra

la sola Voluttade inviti al pasto,

la sola Voluttà che le celesti

mense imbandisce, e al nèttare convita

i viventi per sé dèi sempiterni.

 

Forse vero non è; ma un giorno è fama,

che fûr gli uomini eguali; e ignoti nomi

fûr plebe, e nobiltade. Al cibo, al bere,

all’accoppiarsi d’ambo i sessi, al sonno

Un istinto medesmo, un’egual forza

sospingeva gli umani: e niun consiglio

niuna scelta d’obbietti o lochi o tempi

era lor conceduta. A un rivo stesso,

a un medesimo frutto, a una stess’ombra

convenivano insieme i primi padri

del tuo sangue, o signore, e i primi padri

de la plebe spregiata. I medesm’antri

il medesimo suolo offrieno loro

il riposo, e l’albergo; e a le lor membra

i medesmi animai le irsute vesti.

sol’ una cura a tutti era comune

di sfuggire il dolore, e ignota cosa

era il desire agli uman petti ancora.

 

L’uniforme degli uomini sembianza

spiacque a’ celesti: e a variar la terra

fu spedito il Piacer. Quale già i numi

d’Ilio sui campi, tal l’amico genio,

lieve lieve per l’aere labendo

s’avvicina a la terra; e questa ride

di riso ancor non conosciuto. Ei move,

e l’aura estiva del cadente rivo,

e dei clivi odorosi a lui blandisce

le vaghe membra, e lentamente sdrucciola

sul tondeggiar dei muscoli gentile.

gli s’aggiran d’intorno i Vezzi e i Giochi,

e come ambrosia, le lusinghe scorrongli

da le fraghe del labbro: e da le luci

socchiuse, languidette, umide fuori

di tremulo fulgore escon scintille

ond’arde l’aere che scendendo ei varca.

 

Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra,

sua prim’orma stamparsi; e tosto un lento

tremere soavissimo si sparse

di cosa in cosa; e ognor crescendo, tutte

di natura le viscere commosse:

come nell’arsa state il tuono s’ode

che di lontano mormorando viene;

e col profondo suon di monte in monte

sorge; e la valle, e la foresta intorno

mugon del fragoroso alto rimbombo,

finché poi cade la feconda pioggia

che gli uomini e le fere e i fiori e l’erbe

ravviva riconforta allegra e abbella.

 

Oh beati tra gli altri, oh cari al cielo

viventi a cui con miglior man Titano

formò gli organi illustri, e meglio tese,

e di fluido agilissimo inondolli!

Voi l’ignoto solletico sentiste

del celeste motore. In voi ben tosto

le voglie fermentâr, nacque il desio.

Voi primieri scopriste il buono, il meglio;

e con foga dolcissima correste

a possederli. Allor quel de’ due sessi,

che necessario in prima era soltanto,

d’amabile, e di bello il nome ottenne.

Al giudizio di Paride voi deste

il primo esempio: tra feminei volti

a distinguer s’apprese; e voi sentiste

primamente le grazie. A voi tra mille

sapor fûr noti i più soavi: allora

fu il vin preposto all’onda; e il vin s’elesse

figlio de’ tralci più riarsi, e posti

a più fervido sol, ne’ più sublimi

colli dove più zolfo il suolo impingua.

Così l’Uom si divise: e fu il signore

dai volgari distinto a cui nel seno

troppo languir l’ebeti fibre, inette

a rimbalzar sotto i soavi colpi

de la nova cagione onde fûr tocche:

e quasi bovi, al suol curvati ancora

dinanzi al pungol del bisogno andâro;

e tra la servitute, e la viltade,

e ’l travaglio, e l’inopia a viver nati,

ebber nome di plebe. Or tu signore

che feltrato per mille invitte reni

sangue racchiudi, poiché in altra etade

arte, forza, o fortuna i padri tuoi

grandi rendette, poiché il tempo alfine

lor divisi tesori in te raccolse,

del tuo senso gioisci, a te dai numi

concessa parte: e l’umil vulgo intanto

dell’industria donato, ora ministri

a te i piaceri tuoi nato a recarli

su la mensa real, non a gioirne.

 

Ecco la dama tua s’asside al desco:

tu la man le abbandona; e mentre il servo

la seggiola avanzando, all’agil fianco

la sottopon, sì che lontana troppo

ella non sia, né da vicin col petto

prema troppo la mensa, un picciol salto

spicca, e chino raccogli a lei del lembo

il diffuso volume. A lato poscia

di lei tu siedi: a cavalier gentile

il fianco abbandonar de la sua dama

non fia lecito mai, se già non sorge

strana cagione a meritar, ch’egli usi

tanta licenza. Un nume ebber gli antichi

immobil sempre, e ch’allo stesso padre

degli dèi non cedette, allor ch’ei venne

il Campidoglio ad abitar, sebbene

e Giuno e Febo e Venere e Gradivo

e tutti gli altri dèi da le lor sedi

per riverenza del Tonante uscîro.

 

Indistinto ad ognaltro il loco sia

presso al nobile desco: e s’alcun arde

ambizioso di brillar fra gli altri,

brilli altramente. Oh come i varj ingegni

la libertà del genial convito

desta ed infiamma! Ivi il gentil Motteggio,

maliziosetto svolazzando intorno,

reca su l’ali fuggitive ed agita

ora i raccolti da la fama errori

de le belle lontane, ora d’amante

o di marito i semplici costumi:

e gode di mirare il queto sposo

rider primiero, e di crucciar con lievi

minacce in cor de la sua fida sposa

i timidi segreti. Ivi abbracciata

co’ festivi Racconti intorno gira

l’elegante Licenza: or nuda appare

come le Grazie; or con leggiadro velo

solletica vie meglio; e s’affatica

di richiamar de le matrone al volto

quella rosa gentil che fu già un tempo

onor di belle donne, all’Amor cara

e cara all’Onestade; ora ne’ campi

cresce solinga, e tra i selvaggi scherzi

a le rozze villane il viso adorna.

 

Già s’avanza la mensa. In mille guise

e di mille sapor, di color mille

la variata eredità degli avi

scherza ne’ piatti; e giust’ordine serba.

Forse a la dama di sua man le dapi

piacerà ministrar, che novo pregio

acquisteran da lei. Veloce il ferro

che forbito ti attende al destro lato

nudo fuor esca; e come quel di Marte,

scintillando lampeggi: indi la punta

fra due dita ne stringi, e chino a lei

tu il presenta, o signore. Or si vedranno

de la candida mano all’opra intenta

i muscoli giocar soavi e molli:

e le grazie, piegandosi dintorno,

vestiran nuove forme, or da le dita

fuggevoli scorrendo, ora su l’alto

de’ bei nodi insensibili aleggiando,

et or de le pozzette in sen cadendo,

che dei nodi al confin v’impresse Amore.

Mille baci di freno impazienti

ecco sorgon dal labbro ai convitati;

già s’arrischian, già volano, già un guardo

sfugge dagli occhi tuoi, che i vanni audaci

fulmina, et arde, e tue ragion difende.

Sol de la fida sposa a cui se’ caro

il tranquillo marito immoto siede:

e nulla impression l’agita e scuote

di brama, o di timor; però che Imene

da capo a piè fatollo. Imene or porta

non più serti di rose avvolti al crine,

ma stupido papavero grondante

di crassa onda letèa: Imene, e il Sonno

oggi han pari le insegne. Oh come spesso

la dama dilicata invoca il Sonno

che al talamo presieda, e seco invece

trova Imenèo; e stupida rimane

quasi al meriggio stanca villanella

che tra l’erbe innocenti adagia il fianco

queta e sicura; e d’improviso vede

Un serpe; e balza in piedi inorridita;

e le rigide man stende, e ritragge

il gomito, e l’anelito sospende;

e immota e muta, e con le labbra aperte

obliquamente il guarda! Oh come spesso

incauto amante a la sua lunga pena

cercò sollievo: et invocar credendo

Imene, ahi folle! invocò il Sonno; e questi

di fredda oblivion l’alma gli asperse;

e d’invincibil noia, e di torpente

indifferenza gli ricinse il core.

 

Ma se a la dama dispensar non piace

le vivande, o non giova, allor tu stesso

il bel lavoro imprendi. Agli occhi altrui

più brillerà così l’enorme gemma,

dolc’esca agli usurai, che quella osâro

a le promesse di signor preporre

villanamente: ed osservati fieno

i manichetti, la più nobil opra

che tessesse giammai anglica Aracne.

Invidieran tua dilicata mano

i convitati; inarcheran le ciglia

sul difficil lavoro, e d’oggi in poi

ti fia ceduto il trinciator coltello

che al cadetto guerrier serban le mense.

 

Teco son io, signor; già intendo e veggo

felice osservatore i detti e i motti

de’ semidei che coronando stanno,

e con vario costume ornan la mensa.

Or chi è quell’eroe che tanta parte

colà ingombra di loco, e mangia e fiuta

e guata e de le altrui cure ridendo

si superba di ventre agita mole?

Oh di mente acutissima dotate

mamme del suo palato! oh da mortali

invidiabil anima che siede

tra la mirabil lor testura; e quindi

l’ultimo del piacer deliquio sugge!

Chi più saggio di lui penètra e intende

la natura migliore; o chi più industre

converte a suo piacer l’aria, la terra,

e ’l ferace di mostri ondoso abisso?

Qualor s’accosta al desco altrui, paventano

suo gusto inesorabile le smilze

ombre de’ padri, che per l’aria lievi

s’aggirano vegliando ancora intorno

ai ceduti tesori: e piangon lasse

le mal spese vigilie, i sobrj pasti,

le in preda all’aquilon case, le antique

digiune rozze, gli scommessi cocchj

forte assordanti per stridente ferro

le piazze e i tetti: e lamentando vanno

gl’invan nudati rustici, le fami

mal desiate, e de le sacre toghe

l’armata in vano autorità sul vulgo.

 

Chi siede a lui vicin? Per certo il caso

congiunse accorto i due leggiadri estremi

perché doppio spettacolo campeggi;

e l’un dell’altro al par più lustri e splenda.

Falcato dio degli orti a cui la greca

Làmsaco d’asinelli offrir solea

vittima degna, al giovine seguace

del sapiente di Samo i doni tuoi

reca sul desco: egli ozioso siede

dispregiando le carni; e le narici

schifo raggrinza, in nauseanti rughe

ripiega i labbri, e poco pane intanto

rumina lentamente. Altro giammai

a la squallida fame eroe non seppe

durar sì forte: né lassezza il vinse

né deliquio giammai né febbre ardente;

tanto importa lo aver scarze le membra,

singolare il costume, e nel bel mondo

onor di filosofico talento.

Qual anima è volgar la sua pietade

all’Uom riserbi; e facile ribrezzo

déstino in lui del suo simile i danni,

i bisogni, e le piaghe. Il cor di lui

sdegna comune affetto; e i dolci moti

a più lontano limite sospinge.

«Pera colui che prima osò la mano

armata alzar su l’innocente agnella,

e sul placido bue: né il truculento

cor gli piegâro i teneri belati

né i pietosi mugiti né le molli

lingue lambenti tortuosamente

la man che il loro fato, ahimè, stringea.»

Tal ei parla, o signore; e sorge intanto

al suo pietoso favellar dagli occhi

de la tua dama dolce lagrimetta

pari a le stille tremule, brillanti

che a la nova stagion gemendo vanno

dai palmiti di Bacco entro commossi

al tiepido spirar de le prim’aure

fecondatrici. Or le sovviene il giorno,

ahi fero giorno! allor che la sua bella

vergine cuccia de le Grazie alunna,

giovenilmente vezzeggiando, il piede

villan del servo con l’eburneo dente

segnò di lieve nota: ed egli audace

con sacrilego piè lanciolla: e quella

tre volte rotolò; tre volte scosse

gli scompigliati peli, e da le molli

nari soffiò la polvere rodente.

Indi i gemiti alzando: aita aita

parea dicesse; e da le aurate volte

a lei l’impietosita Eco rispose:

e dagl’infimi chiostri i mesti servi

asceser tutti; e da le somme stanze

le damigelle pallide tremanti

precipitâro. Accorse ognuno; il volto

fu spruzzato d’essenze a la tua dama;

ella rinvenne alfin: l’ira, il dolore

l’agitavano ancor; fulminei sguardi

gettò sul servo, e con languida voce

chiamò tre volte la sua cuccia: e questa

al sen le corse; in suo tenor vendetta

chieder sembrolle: e tu vendetta avesti

vergine cuccia de le grazie alunna.

L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo

udì la sua condanna. A lui non valse

merito quadrilustre; a lui non valse

zelo d’arcani uficj: in van per lui

fu pregato e promesso; ei nudo andonne

dell’assisa spogliato ond’era un giorno

venerabile al vulgo. In van novello

signor sperò; ché le pietose dame

inorridìro, e del misfatto atroce

odiâr l’autore. Il misero si giacque

con la squallida prole, e con la nuda

consorte a lato su la via spargendo

al passeggiere inutile lamento:

e tu vergine cuccia, idol placato

da le vittime umane, isti superba.

 

Fia tua cura, o signore, or che più ferve

la mensa, di vegliar su i cibi; e pronto

scoprir qual d’essi a la tua dama è caro:

o qual di raro augel, di stranio pesce

parte le aggrada. Il tuo coltello Amore

anatomico renda, Amor che tutte

degli animali noverar le membra

puote; e discerner sa qual abbian tutte

Uso, e natura. Più d’ognaltra cosa

però ti caglia rammentar mai sempre

qual più cibo le nuoca, o qual più giovi;

e l’un rapisci a lei, l’altro concedi

come d’uopo ti par. Serbala, oh dio,

serbala ai cari figlj. Essi dal giorno

che le alleviâro il dilicato fianco

non la rivider più: d’ignobil petto

esaurirono i vasi, e la ricolma

nitidezza serbâro al sen materno.

Sgridala, se a te par, ch’avida troppo

agogni al cibo; e le ricorda i mali

che forse avranno altra cagione, e ch’ella

al cibo imputerà nel dì venturo.

Né al cucinier perdona a cui non calse

tanta salute. A te sui servi altrui

ragion donossi in quel felice istante

che la noia, o l’amor vi strinser ambo

in dolce nodo; e dier ordini e leggi.

Per te sgravato d’odioso incarco

ti fia grato colui che dritto vanta

d’impor novo cognome a la tua dama;

e pinte trascinar su gli aurei cocchi

giunte a quelle di lei le proprie insegne:

dritto illustre per lui, e ch’altri seco

audace non tentò divider mai.

 

Ma non sempre, o signor, tue cure fieno

a la dama rivolte: anco talora

ti fia lecito aver qualche riposo;

e de la quercia trionfale all’ombra

te de la polve olimpica tergendo,

al vario ragionar degli altri eroi

porgere orecchio, e il tuo sermone ai loro

ozioso mischiar. Già scote un d’essi

le architettate del bel crine anella

su l’orecchio ondeggianti; e ad ogni scossa,

de’ convitati a le narici manda

vezzoso nembo d’arabi profumi.

Allo spirto di lui l’alma Natura

fu prodiga così, che più non seppe

di che il volto abbellirgli; e all’Arte disse:

- Compisci ’l mio lavoro; - e l’Arte suda

sollecita d’intorno all’opra illustre.

Molli tinture, preziose linfe,

polvi, pastiglie, dilicati unguenti

tutto arrischia per lui. Quanto di novo,

e mostruoso più sa tesser spola,

o bulino intagliar francese ed anglo

a lui primo concede. Oh lui beato,

che primo può di non più viste forme

tabacchiera mostrar! l’etica invidia

i grandi eguali a lui lacera, e mangia;

ed ei pago di sé, superbamente

crudo fa loro balenar su gli occhi

l’ultima gloria onde Parigi ornollo.

Forse altera così d’Egitto in faccia

vaga prole di Semele apparisti

i giocondi rubini alto levando

del grappolo primiero: e tal tu forse

tessalico garzon mostrasti a Jolco

l’auree lane rapite al fero drago.

 

Vedi, o signor, quanto magnanim’ira

nell’eroe che vicino all’altro siede

a quel novo spettacolo si desta:

vedi come s’affanna, e sembra il cibo

obliar declamando. Al certo al certo

il nemico è a le porte: ohimè i Penati

tremano, e in forse è la civil salute.

Ah no; più grave a lui, più preziosa

cura lo infiamma: - Oh depravati ingegni

degli artefici nostri! In van si spera

dall’inerte lor man lavoro industre,

felice invenzion d’uom nobil degna:

chi sa intrecciar, chi sa pulir fermaglio

a nobile calzar? chi tesser drappo

soffribil tanto, che d’ornar presuma

le membra di signor che un lustro a pena

di feudo conti? In van s’adopra e stanca

chi ’l genio lor bituminoso e crasso

osa destar. Di là dall’Alpi è forza

ricercar l’eleganza: e chi giammai

fuor che il Genio di Francia osato avrebbe

su i menomi lavori i Grechi ornati

recar felicemente? Andò romito

il bongusto finora spaziando

su le auguste cornici, e su gli eccelsi

timpani de le moli al nume sacre,

e agli uomini scettrati; oggi ne scende

vago alfin di condurre i gravi fregi

infra le man di cavalieri e dame:

tosto forse il vedrem trascinar anco

su molli veli, e nuziali doni

le greche travi; e docile trastullo

fien de la moda le colonne, e gli archi

ove sedeano i secoli canuti -.

 

- Commercio! -  alto gridar; gridar: - commercio! -

all’altro lato de la mensa or odi

con fanatica voce: e tra ’l fragore

d’un peregrino d’eloquenza fiume,

di bella novità stampate al conio

le forme apprendi, onde assai meglio poi

brillantati i pensier picchin la mente.

Tu pur grida: - Commercio! e la tua dama

anco un motto ne dica. Empiono è vero

il nostro suol di Cerere i favori,

che tra i folti di biade immensi campi

move sublime; e fuor ne mostra a pena

tra le spighe confuso il crin dorato.

Bacco, e Vertunno i lieti poggi intorno

ne coronan di poma: e Pale amica

latte ne preme a larga mano, e tonde

candidi velli, e per li prati pasce

mille al palato uman vittime sacre:

cresce fecondo il lin soave cura

del verno rusticale; e d’infinita

serie ne cinge le campagne il tanto

per la morte di Tisbe arbor famoso.

che vale or ciò? Su le natie lor balze

rodan le capre; ruminando il bue

lungo i prati natii vada; e la plebe

non dissimile a lor, si nutra e vesta

de le fatiche sue; ma a le grand’alme

di troppo agevol ben schife Cillenio

il comodo presenti a cui le miglia

pregio acquistino, e l’oro; e d’ogn’intorno:

commercio, risonar s’oda, commercio.

Tale dai letti de la molle rosa

Sìbari ancor gridar soleva; i lumi

disdegnando volgea dai campi aviti,

troppo per lei ignobil cura; e mentre

Cartagin dura a le fatiche, e Tiro,

pericolando per l’immenso sale,

con l’oro altrui le voluttà cambiava,

Sìbari si volgea sull’altro lato;

e non premute ancor rose cercando,

pur di commercio novellava, e d’arti.

 

Né senza i miei precetti, e senza scorta

inerudito andrai, signor, qualora

il perverso destin dal fianco amato

t’allontani a la mensa. Avvien sovente,

che un grande illustre or l’Alpi, or l’oceàno

varca, e scende in Ausonia, orribil ceffo

per natura o per arte, a cui Ciprigna

rose le nari; e sale impuro e crudo

snudò i denti ineguali. Ora il distingue

risibil gobba, or furiosi sguardi,

obliqui o loschi; or rantoloso avvolge

tra le tumide fauci ampio volume

di voce che gorgoglia, ed esce alfine

come da inverso fiasco onda che goccia.

Ora d’avi or di cavalli ora di Frini

instancabile parla, or de’ celesti

le folgori deride. Aurei monili,

e gemme e nastri gloriose pompe

l’ingombran tutto; e gran titolo suona

dinanzi a lui. Qual più tra noi risplende

inclita stirpe, che onorar non voglia

d’un ospite sì degno i lari suoi?

Ei però sederà de la tua dama

al fianco ancora: e tu lontan da Giuno

tra i silvani capripedi n’andrai

presso al marito; e pranzerai negletto

col popol folto degli dèi minori.

 

Ma negletto non già dagli occhi andrai

de la dama gentil, che a te rivolti

incontreranno i tuoi. L’aere a quell’urto

arderà di faville: e Amor con l’ali

l’agiterà. Nel fortunato incontro

i messaggier pacifici dell’alma

cambieran lor novelle, e alternamente

spinti, rifluiranno a voi con dolce

delizioso tremito sui cori.

Tu le ubbidisci allora, o se t’invita

le vivande a gustar che a lei vicine

l’ordin dispose, o se a te chiede in vece

quella che innanzi a te sue voglie punge

non col soave odor, ma con le nove

leggiadre forme onde abbellir la seppe

dell’ammirato cucinier la mano.

Con la mente si pascono gli dèi

sopra le nubi del brillante Olimpo:

e le labbra immortali irrita e move

non la materia, ma il divin lavoro.

 

Né intento meno ad ubbidir sarai

i cenni del bel guardo allor che quella

di licor peregrino ai labbri accosta

colmo bicchiere a lo cui orlo intorno

serpe dorata striscia; o a cui vermiglia

cera la base impronta, e par, che dica:

- Lungi o labbra profane: al labbro solo

de la diva che qui soggiorna e regna

il castissimo calice si serbi:

né cavalier con l’alito maschile

osi appannarne il nitido cristallo,

né dama convitata unqua presuma

di porvi i labbri; e sien pur casti e puri,

e quant’esser si può cari all’amore.

Nessun’altra è di lei più pura cosa;

chi macchiarla oserà? Le Ninfe in vano

da le arenose loro urne versando

cento limpidi rivi, al candor primo

tornar vorrièno il profanato vaso;

e degno farlo di salir di novo

a le labbra celesti, a cui non lice

lnviolate approssimarsi ai vasi

che convitati cavalieri, e dame

convitate macchiâr coi labbri loro. -

Tu ai cenni del bel guardo, e de la mano

che reggendo il bicchier, sospesa ondeggia,

affettuoso attendi. I guardi tuoi

sfavillando di gioia, accolgan lieti

il brindisi segreto; e tu ti accingi

in simil modo a tacita risposta.

 

Immortal come voi la nostra Musa

Brindisi grida all’uno, e all’altro amante;

all’altrui fida sposa a cui se’ caro,

e a te, signor, sua dolce cura e nostra.

Come annoso licor Lièo vi mesce,

tale Amore a voi mesca eterna gioia

non gustata al marito, e da coloro

invidiata che gustata l’hanno.

Veli con l’ali sue sagace oblìo

le alterne infedeltà che un cor dall’altro

potrièno un giorno separar per sempre

e sole agli occhi vostri Amor discopra

le alterne infedeltà che in ambo i cori

ventilar possan le cedenti fiamme.

Un sempiterno indissolubil nodo

Àuguri ai vostri cor volgar cantore;

nostra nobile Musa a voi desia

sol fin che piace a voi durevol nodo.

Duri fin che a voi piace; e non si sciolga

senza che fama sopra l’ali immense

tolga l’alta novella, e grande n’empia

col reboàto dell’aperta tromba

l’ampia cittade, e dell’Enotria i monti

e le piagge sonanti, e s’esser puote,

la bianca Teti, e Guadiana, e Tule.

Il mattutino gabinetto, il corso,

il teatro, la mensa in vario stile

ne ragionin gran tempo: ognun ne chieda

il dolente marito; ed ei dall’alto

la lamentabil favola cominci.

Tal su le scene ove agitar solea

l’ombre tinte di sangue Argo piagnente,

squallido messo al palpitante coro

narrava, come furiando Edipo

al talamo corresse incestuoso;

come le porte rovescionne, e come

al subito spettacolo risté

quando vicina del nefando letto

vide in un corpo solo e sposa e madre

pender strozzata; e del fatale uncino

le mani armossi; e con le proprie mani

a sé le care luci da la testa

con le man proprie, misero! strapposse.

 

Ecco volge al suo fine il pranzo illustre.

Già Como, e Dionisio al desco intorno

rapidissimamente in danza girano

con la libera gioia: ella saltando,

or questo or quel dei convitati lieve

tocca col dito; e al suo toccar scoppiettano

brillanti vivacissime scintille

ch’altre ne destan poi. Sonan le risa;

e il clamoroso disputar s’accende.

La nobil vanità punge le menti;

e l’Amor di sé sol, baldo scorrendo,

porge un scettro a ciascuno, e dice: - Regna. -

Questi i concilj di Bellona, e quegli

penetra i tempj de la pace. Un guida

i condottieri: ai consiglier consiglio

l’altro dona, e divide e capovolge

con seste ardite il pelago e la terra.

Qual di Pallade l’arti e de le Muse

giudica e libra: qual ne scopre acuto

l’alte cagioni; e i gran principj abbatte

cui creò la natura, e che tiranni

sopra il senso degli uomini regnâro

gran tempo in Grecia; e ne la tosca terra

rinacquer poi più poderosi e forti.

 

Cotanto adunque di sapere è dato

a nobil mente? Oh letto, oh specchio, oh mensa,

oh corso, oh scena, oh feudi, oh sangue, oh avi,

che per voi non s’apprende? Or tu signore,

col volo ardito del felice ingegno

t’ergi sopra d’ognaltro. Il campo è questo

ove splender più dei: nulla scienza,

sia quant’esser si vuole arcana e grande,

ti spaventi giammai. Se cosa udisti,

o leggesti al mattino onde tu possa

gloria sperar; qual cacciator che segue

circuendo la fera, e sì la guida

e volge di lontan, che a poco a poco

s’avvicina a le insidie, e dentro piomba;

tal tu il sermone altrui volgi sagace

finché là cada over spiegar ti giovi

il tuo novo tesor. Se nova forma

del parlare apprendesti, allor ti piaccia

materia espor che, favellando, ammetta

la nova gemma: e poi che il punto hai colto,

ratto la scopri, e sfolgorando abbaglia

qual altra è mente che superba andasse

di squisita eloquenza ai gran convivj.

In simil guisa il favoloso amante

dell’animosa vergin di Dordona

ai cavalier che l’assalien superbi

usar lasciava ogni lor possa ed arte;

poi nel miglior de la terribil pugna

svelava il don dell’amoroso mago:

e quei sorpresi dall’immensa luce

cadeano ciechi e soggiogati a terra.

Se alcun di Zoroastro, e d’Archimede

discepol sederà teco a la mensa,

a lui ti volgi: seco lui ragiona;

suo linguaggio ne apprendi, e quello poi

quas’innato a te fosse, alto ripeti:

né paventar quel che l’antica fama

narrò de’ suoi compagni. Oggi la diva

Urania il crin compose: e gl’irti alunni

smarriti vergognosi balbettanti

trasse da le lor cave ove pur dianzi

col profondo silenzio e con la notte

tenean consiglio: indi le serve braccia

fornien di leve onnipotenti ond’alto

salisser poi piramidi, obelischi

ad eternar de’ popoli superbi

i gravi casi: oppur con feri dicchi

stavan contro i gran letti; o di pignone

audace armati spaventosamente

cozzavan con la piena, e giù a traverso

spezzate, dissipate rovesciavano

le tetre corna, decima fatica

d’Ercole invitto. Ora i selvaggi amici

Urania incivilì: baldi e leggiadri

nel gran mondo li guida o tra ’l clamore

de’ frequenti convivj, oppur tra i vezzi

de’ gabinetti ove a la docil dama,

e al saggio cavalier mostran qual via

Venere tenga; e in quante forme o quali

suo volto lucidissimo si cambi.

 

Né del poeta temerai, che beffi

con satira indiscreta i detti tuoi;

né che a maligne risa esponer osi

tuo talento immortal. Voi l’innalzaste

all’alta mensa: e tra la vostra luce

beato l’avvolgeste; e de le Muse

a dispetto e d’Apollo, al sacro coro

l’ascriveste de’ vati. Egli ’l suo Pindo

feo de la mensa: e guai a lui, se quinci

le dèe sdegnate giù precipitando

con le forchette il cacciano! Meschino!

Più non potria su le dolenti membra

del suo infermo signor chiedere aita

da la buona Salute; o con alate

odi ringraziar, né tesser inni

al barbato figliuol di Febo intonso:

più del giorno natale i chiari albori

salutar non potrebbe, e l’auree frecce

nomi-sempiternanti all’arco imporre:

non più gli urti festevoli, o sul naso

l’elegante scoccar d’illustri dita

fora dato sperare. A lui tu dunque

non isdegna, o signor, volger talvolta

tu’ amabil voce: a lui declama i versi

del dilicato cortigian d’Augusto,

o di quel che tra Venere, e Lièo

pinse Trimalcion. La Moda impone,

ch’arbitro, o Flacco a un bello spirto ingombri

spesso le tasche. Il vostro amico vate

t’udrà, maravigliando, il sermon prisco

or sciogliere or frenar qual più ti piace:

e per la sua faretra, e per li cento

destrier focosi che in Arcadia pasce

ti giurerà, che di Donato al paro

il difficil sermone intendi e gusti.

 

Cotesto ancor di rammentar fia tempo

i novi sofi, che la Gallia, e l’Alpe

esecrando persegue: e dir qual arse

de’ volumi infelici, e andò macchiato

d’infame nota: e quale asilo appresti

filosofia al morbido Aristippo

del secol nostro; e qual ne appresti al novo

Diogene dell’auro spregiatore,

e della opinione de’ mortali.

Lor volumi famosi a te verranno

da le fiamme fuggendo a gran giornate

per calle obliquo, e compri a gran tesoro

o da cortese man prestati, fièno

lungo ornamento a lo tuo speglio innanzi.

Poiché scorsi gli avrai pochi momenti

specchiandoti, e a la man garrendo indotta

del parrucchier; poiché t’avran la sera

conciliato il facil sonno, allora

a la <i>toilette</i> passeran di quella

che comuni ha con te studi e liceo

ove togato in cattedra elegante

siede interprete Amor. Ma fia la mensa

il favorevol loco ove al sol esca

de’ brevi studj il glorioso frutto.

 

Qui ti segnalerai co’ novi sofi

schernendo il fren che i creduli maggiori

atto solo stimâr l’impeto folle

a vincer de’ mortali, a stringer forte

nodo fra questi, e a sollevar lor speme

con penne oltre natura alto volanti.

Chi por freno oserà d’almo signore

a la mente od al cor? Paventi il vulgo

oltre natura: il debole prudente

rispetti il vulgo; e quei, cui dona il vulgo

titol di saggio, mediti romito

il ver celato; e alfin cada adorando

la sacra nebbia che lo avvolge intorno.

Ma il mio signor, com’aquila sublime

dietro ai sofi novelli il volo spieghi.

Perché più generoso il volo sia,

voli senz’ale ancor; né degni ’l tergo

affaticar con penne. Applauda intanto

tutta la mensa al tuo poggiare ardito.

Te con lo sguardo, e con l’orecchio beva

la dama dalle tue labbra rapita:

con cenno approvator vezzosa il capo

pieghi sovente: e il «calcolo», e la «massa»,

e l’«inversa ragion» sonino ancora

su la bocca amorosa. Or più non odia

de le scole il sermone Amor maestro;

ma l’accademia e i portici passeggia

de’ filosofi al fianco, e con la molle

mano accarezza le cadenti barbe.

Ma guàrdati, o signor, guàrdati oh Dio!

dal tossico mortal che fuora esala

dai volumi famosi; e occulto poi

sa, per le luci penetrato all’alma,

gir serpendo nei cori; e con fallace

lusinghevole stil corromper tenta

il generoso de le stirpi orgoglio

che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli,

che ciascun de’ mortali all’altro è pari;

che caro a la Natura, e caro al cielo

è non meno di te colui che regge

i tuoi destrieri, e quei ch’ara i tuoi campi;

e che la tua pietade, e il tuo rispetto

dovrien fino a costor scender vilmente.

Folli sogni d’infermo! Intatti lascia

così strani consiglj; e sol ne apprendi

quel che la dolce voluttà rinfranca,

quel che scioglie i desiri, e quel che nutre

la libertà magnanima. Tu questo

reca solo a la mensa: e sol da questo

cerca plausi ed onor. Così dell’api

l’industrioso popolo ronzando,

gira di fiore in fior, di prato in prato;

e i dissimili sughi raccogliendo,

tesoreggia nell’arnie: un giorno poi

ne van colme le pàtere dorate

sopra l’ara de’ numi; e d’ogn’intorno

ribocca la fragrante alma dolcezza.

 

Or versa pur dall’odorato grembo

i tuoi doni o Pomona; e l’ampie colma

tazze che d’oro e di color diversi

fregiò il sàssone industre; il fine è giunto

de la mensa divina. E tu dai greggi

rustica Pale coronata vieni

di melissa olezzante e di ginebro;

e co’ lavori tuoi di presso latte

vergognando t’accosta a chi ti chiede,

ma deporli non osa. In su la mensa

potrien deposti le celesti nari

commover troppo, e con volgare olezzo

gli stomachi agitar. Torreggin solo

su’ ripiegati lini in varie forme

i latti tuoi cui di serbato verno

rassodarono i sali, e reser atti

a dilettar con subito rigore

di convitato cavalier le labbra.

 

Tu, signor, che farai poiché fie posto

fine a la mensa, e che lieve puntando

la tua dama gentil fatto avrà cenno,

che di sorger è tempo? In piè d’un salto

balza prima di tutti; a lei t’accosta,

la seggiola rimovi, la man porgi;

guidala in altra stanza, e più non soffri,

che lo stagnante de le dapi odore

il célabro le offenda. Ivi con gli altri

gratissimo vapor t’invita, ond’empie

l’aria il caffè che preparato fuma

in tavola minor cui vela ed orna

indica tela. Ridolente gomma

quinci arde intanto; e va lustrando e purga

l’aere profano, e fuor caccia del cibo

le volanti reliquie. Egri mortali

cui la miseria e la fidanza un giorno

sul meriggio guidâro a queste porte;

tumultuosa, ignuda, atroce folla

di tronche membra, e di squallide facce,

e di bare e di grucce, ora da lungi

vi confortate; e per le aperte nari

del divin pranzo il néttare beete

che favorevol aura a voi conduce:

ma non osate i limitari illustri

assediar, fastidioso offrendo

spettacolo di mali a chi ci regna.

 

Or la piccola tazza a te conviene

apprestare, o signor, che i lenti sorsi

ministri poi de la tua dama ai labbri:

or memore avvertir s’ella più goda,

o sobria o liberal, temprar col dolce

la bollente bevanda; o se più forse

l’ami così, come sorbir la suole

barbara sposa, allor che, molle assisa

su’ broccati di Persia, al suo signore

con le dita pieghevoli ’l selvoso

mento vezzeggia, e la svelata fronte

alzando, il guarda; e quelli sguardi han possa

di far che a poco a poco di man cada

al suo signore la fumante canna.

 

Mentre il labbro, e la man v’occupa, e scalda

l’odorosa bevanda, altere cose

macchinerà tua infaticabil mente.

Qual coppia di destrieri oggi de’ il carro

guidar de la tua dama; o l’alte moli

che su le fredde piagge educa il cimbro;

o quei che abbeverò la Drava, o quelli

che a le vigili guardie un dì fuggîro

da la stirpe campana. Oggi qual meglio

si convenga ornamento ai dorsi alteri:

se semplici e negletti; o se pomposi

di ricche nappe e variate stringhe

andran su l’alto collo i crin volando;

e sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie

ondeggeranno li ritondi fianchi.

Quale oggi cocchio trionfanti al corso

vi porterà: se quel cui l’oro copre;

o quel su le cui tavole pesanti

saggio pennello i dilicati finse

studj dell’ago, onde si fregia il capo

e il bel sen la tua dama; e pieni vetri

di freschissima linfa e di fior varj

gli diede a trascinar. Cotanta mole

di cose a un tempo sol nell’alta mente

rivolgerai: poi col supremo auriga

arduo consiglio ne terrai, non senza

qualche lieve garrir con la tua dama

servi le leggi tue l’auriga: e intanto

altre v’occupin cure. Il gioco puote

ora il tempo ingannare: ed altri ancora

forse ingannar potrà. Tu il gioco eleggi

che due soltanto a un tavoliere ammetta;

tale Amor ti consiglia. Occulto ardea

già di ninfa gentil misero amante

cui null’altra eloquenza usar con lei,

fuor che quella degli occhi era concesso;

poiché il rozzo marito ad Argo eguale

vigilava mai sempre; e quasi biscia

ora piegando, or allungando il collo,

ad ogni verbo con gli orecchi acuti

era presente. Oimè, come con cenni,

o con notata tavola giammai

o con servi sedotti a la sua ninfa

chieder pace ed aita? Ogni d’Amore

stratagemma finissimo vinceva

la gelosìa del rustico marito.

Che più lice sperare? Al tempio ei corre

del nume accorto che le serpi intreccia

all’aurea verga, e il capo e le calcagna

d’ali fornisce. A lui si prostra umile;

e in questa guisa, lagrimando, il prega:

- O propizio agli amanti, o buon figliuolo

de la candida Maja, o tu che d’Argo

deludesti i cent’occhi, e a lui rapisti

la guardata giovenca, i preghi accetta

d’un amante infelice; e a me concedi

se non gli occhi ingannar, gli orecchi almeno

d’un marito importuno. - Ecco si scote

il divin simulacro, a lui si china,

con la verga pacifica la fronte

gli percote tre volte: e il lieto amante

sente dettarsi ne la mente un gioco

che i mariti assordisce. A lui diresti,

che l’ali del suo piè concesse ancora

il supplicato dio; cotanto ei vola

velocissimamente a la sua donna.

Là bipartita tavola prepara

ov’ebano, ed avorio intarsiati

regnan sul piano; e partono alternando

in dodici magioni ambe le sponde.

Quindici nere d’ebano girelle

e d’avorio bianchissimo altrettante

stan divise in due parti; e moto e norma

da due dadi gittati attendon, pronte

ad occupar le case, e quinci e quindi

pugnar contrarie. Oh cara a la Fortuna

quella che corre innanzi all’altre, e seco

Ha la compagna, onde il nemico assalto

forte sostenga! Oh giocator felice

chi pria l’estrema casa occupa; e l’altro

de le proprie magioni ordin riempie

con doppio segno, e quindi poi, securo,

da la falange il suo rival combatte;

e in proprio ben rivolge i colpi ostili.

Al tavolier s’assidono ambidue,

l’amante cupidissimo, e la ninfa:

quella occupa una sponda, e questi l’altra.

Il marito col gomito s’appoggia

all’un de’ lati: ambi gli orecchi tende;

e sotto al tavolier di quando in quando

guata con gli occhi. Or l’agitar dei dadi

entro ai sonanti bossoli comincia;

ora il picchiar de’ bossoli sul piano;

ora il vibrar, lo sparpagliar, l’urtare,

il cozzar de’ due dadi; or de le mosse

pedine il martellar. Torcesi e freme

sbalordito il geloso: a fuggir pensa,

ma rattienlo il sospetto. Il romor cresce

il rombazzo, il frastono, il rovinìo.

Ei più regger non puote; in piedi balza,

e con ambe le man tura gli orecchi

tu vincesti o Mercurio: il cauto amante

poco disse, e la bella intese assai.

 

Tal ne la ferrea età quando gli sposi

folle superstizion chiamava all’armi

giocato fu. Ma poi che l’aureo fulse

secol di novo, e che del prisco errore

si spogliâro i mariti, al sol diletto

la dama, e il cavalier volsero il gioco

che la necessità scoperto avea.

Fu superfluo il romor: di molle panno

la tavola vestissi, e de’ patenti

bossoli ’l sen: lo schiamazzìo molesto

tal rintuzzossi; e durò al gioco il nome

che ancor l’antico strepito dinòta.

 

Già de le fere, e degli augelli il giorno,

e de’ pesci notanti, e de’ fior varj,

degli alberi, e del vulgo al suo fin corre.

Di sotto al guardo dell’immenso Febo

sfugge l’un mondo; e a berne i vivi raggi

Cuba s’affretta, e il Messico, e l’altrice

di molte perle California estrema.

Già da’ maggiori colli, e da l’eccelse

torri il sol manda gli ultimi saluti

all’Italia, fuggente; e par, che brami

rivederti, o signore, anzi che l’Alpe,

o l’Appennino, o il mar curvo ti celi

agli occhi suoi. Altro finor non vide,

che di falcato mietitore i fianchi

su le. campagne tue piegati e lassi,

e su le armate mura or fronti or spalle

carche di ferro, e su le aeree capre

degli edificj tuoi man scabre e arsicce,

e villan polverosi innanzi ai carri

gravi del tuo ricolto, e sui canali

e sui fertili laghi irsute braccia

di remigante che le alterne merci

al tuo comodo guida ed al tuo lusso,

tutt’ignobili oggetti. Or colui vegga,

che da tutti servito, a nullo serve.

 

Già di cocchi frequente il Corso splende:

e di mille che là volano rote

rimbombano le vie. Fiero per nova

scoperta biga il giovine leggiadro

che cesse al carpentier gli avìti campi

là si scorge tra i primi. All’un de’ lati

sdrajasi tutto: e de le stese gambe

la snellezza dispiega. A lui nel seno

la conoscenza del suo merto abbonda;

e con gentil sorriso arde e balena

su la vetta del labbro; o da le ciglia,

disdegnando, de’ cocchi signoreggia

la turba inferior: soave intanto

egli alza il mento, e il gomito protende;

e mollemente la man ripiegando,

i merletti finissimi su l’alto

petto si ricompon con le due dita.

Quinci vien l’altro che pur oggi al cocchio

dai casali pervenne, e già s’ascrive

al concilio de’ numi. Egli oggi impara

a conoscere il vulgo, e già da quello

mille miglia lontan sente rapirsi

per lo spazio de’ cieli. A lui davanti

ossequiosi cadono i cristalli

de’ generosi cocchi oltrepassando;

e il lusingano ancor perché sostegno

sia de la pompa loro. Altri ne viene

che di compro pur or titol si vanta;

e pur s’affaccia, e pur gli orecchi porge,

e pur sembragli udir da tutti i labbri

sonar le glorie sue: mal abbia il lungo

de le rote stridore, e il calpestìo

de’ ferrati cavalli, e l’aura, e il vento

che il bel tenor de le bramate voci

scender non lascia a dilettargli ’l core.

Di momento in momento il fragor cresce,

e la folla con esso. Ecco le vaghe

a cui gli amanti per lo dì solenne

mendicarono i cocchi. Ecco le gravi

matrone che gran tempo arser di zelo

contro al bel Mondo, e dell’ignoto Corso

la scelerata polvere dannâro;

ma poi che la vivace amabil prole

crebbe, e invitar sembrò con gli occhi Imene,

cessero alfine; e le tornite braccia,

e del sorgente petto i rugiadosi

frutti prudentemente al guardo aprîro

dei nipoti di Giano. Affrettan quindi

le belle cittadine, ora è più lustri

note a la Fama, poi che ai tetti loro

dedussero gli dèi; e sepper meglio,

e in più tragico stil da la <i>toilette</i>

ai loro amici declamar l’istoria

de’ rotti amori; ed agitar repente

con celebrata convulsion la mensa,

il teatro, e la danza. Il lor ventaglio

irrequieto sempre or quinci or quindi

con variata eloquenza esce e saluta.

Convolgonsi le belle: or su l’un fianco

or su l’altro si posano tentennano

volteggiano si rizzan, sul cuscino

ricadono pesanti, e la lor voce

acuta scorre d’uno in altro cocchio.

 

Ma ecco alfin che le divine spose

degl’Italici eroi vengono anch’esse.

Io le conosco ai messaggier volanti

che le annuncian da lungi, ed urtan fieri,

e rompono la folla; io le conosco

da la turba de’ servi al vomer tolti,

perché oziosi poi diretro pendano

al carro trionfal con alte braccia.

Male a Giuno ed a Pallade Minerva

e a Cinzia e a Citerea mischiarvi osate

voi pettorute Naiadi e Napee

vane di picciol fonte o d’umil selva

che agli Egipani vostri in guardia diede

Giove dall’alto. Vostr’incerti sguardi,

vostra frequente inane maraviglia,

e l’aria alpestre ancor de’ vostri moti

vi tradiscono, ahi lasse, e rendon vana

la multiplice in fronte ai palafreni

pendente nappa, ch’usurpar tentaste,

e la divisa onde copriste il mozzo

e il cucinier che la seguace corte

accrebber stanchi, e i miseri lasciâro

canuti padri di famiglia soli

ne la muta magion serbati a chiave.

Troppo da voi diverse esse ne vanno

ritte negli alti cocchi alteramente;

e a la turba volgare che si prostra

non badan punto: a voi talor si volge

lor guardo negligente, e par, che dica:

tu ignota mi sei; o nel mirarvi

col compagno susurrano ridendo.

 

Le giovinette madri degli eroi

tutto empierono il Corso, e tutte han seco

Un giovinetto eroe, o un giovin padre

d’altri futuri eroi, che a la toilette

a la mensa, al teatro, al corso, al gioco

segnaleransi un giorno; e fien cantati,

s’io scorgo l’avvenir, da tromba eguale

a quella che a me diede Apollo, e disse:

canta gli Achilli tuoi, canta gli Augusti

del secol tuo. Sol tu manchi, o Pupilla

del più nobile mondo: ora ne vieni,

e del rallegratore de le cose

rallegra or tu la moribonda luce.

 

Già d’untuosa polvere novella

di propria man la tabacchiera empisti

a la tua dama, e di novelli odori

il cristallo dorato; ed al suo crine

la bionda che svanìo polve tornasti

con piuma dilicata; e adatto al giorno

le scegliesti ’l ventaglio: al pronto cocchio

di tua man la guidasti, e già con essa

precipitosamente al corso arrivi.

Il memore cocchier serbi quel loco

che voi dianzi sceglieste, e voi non osi

tra le ignobili rote esporre al vulgo,

se star fermi vi piace, od oltre scorra,

se di scorrer v’aggrada. Uscir del cocchio

ti fia lecito ancor. T’accolgan pronti

allo scendere i servi. Ancora un salto

spicca; e rassetta i rincrespati panni,

e le trine sul petto: un po’ t’inchina,

ed ai lievi calzàri un guardo volgi;

ergiti, e marcia dimenando il fianco.

Il corso misurar potrai soletto,

s’ami di passeggiare; anzi potrai

dell’altrui dame avvicinarti al cocchio,

e inerpicarti, et introdurvi ’l capo

e le spalle e le braccia, e mezzo ancora

dentro versarti. Ivi sonar tant’alto

fa le tue risa, che da lunge gli oda

la tua dama, e si turbi, ed interrompa

il celiar degli eroi che accorser tosto

tra ’l dubbio giorno a custodir la bella

che solinga lasciasti. O sommi numi

sospendete la Notte; e i fatti egregi

del mio giovin signor splender lasciate

al chiaro giorno. Ma la Notte segue

sue leggi inviolabili, e declina

con tacit’ombra sopra l’emispero;

e il rugiadoso piè lenta movendo,

rimescola i color varj infiniti,

e via gli spazza con l’immenso lembo

di cosa in cosa: e suora de la morte

Un aspetto indistinto, un solo volto

al suolo, ai vegetanti, agli animali,

a i grandi, ed a la plebe equa permette;

e i nudi insieme, ed i dipinti visi

de le belle confonde, e i cenci e l’oro.

né veder mi concede all’aer cieco

qual de’ cocchi si parta, o qual rimanga

solo all’ombre segrete; e a me di mano

toglie il pennello; e il mio signore avvolge

per entro al tenebroso umido velo.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Parini 

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Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2006