Giuseppe Parini

 

Agnoletta

 

 

Edizione di riferimento

da: Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

NOTA SUL TESTO

a cura di Giuseppe Bonghi

Seguo il ms. Ambrosiano X, 5; che non sembra autografo, anche per l’interpunzione; se mai, è di carattere assai diverso da quello de’ consueti autografi pariniani, forse perchè giovanile; di carte 8, delle quali la novella occupa 1-6; nella numerazione dell’inserto 68-73; bianche le 74-75, nella quale ultima, in senso opposto alla pagina, trovasi il son. Scior Curat de Pusian, che è cancellato tutto con freghi su ogni verso.

Quella di Parini non fu una vera vocazione al sacerdozio; anche se aspirante al sacerdozio prima e prete poi, sempre accarezzò nel pensiero le gioie della famiglia, della presenza dei figli e della sensuale dolcezza e dela piacere della convivenza con una donna. Anzi, spesso lo cogliamo nelle sue opera a indugiare fin troppo dentro se stesso nella contemplazione e nell’ammirazione della bellezza, una contemplazione da cui spesso esce un sospiro di rimpianto per quell’amore che la sua natura richiedeva talvolta con forza anche se la volontà lo obbligasse a frenare i suoi desideri e a non svelarsi direttamente non solo agli altri, ma nemmeno all’oggetto stesso del desiderio, e a velare in qualche modo la grazia delle immagini “facendo apparire sorriso il sospiro”.

I fianchi prosperosi e invitanti delle ragazze che abitavano in villa o servivano presso le nobili famiglie che lui visitava; il braccio nudo e bianco della sposa, la mattina dopo le nozze, disteso sul guanciale, mentre il giovane petto s’alza e s’abbassa nel respiro talora un po’ affannoso talaltra un po’ molle e sensuale: sono immagini tratte dalla sua poesia, ed altre e tante se ne potrebbero trarre, fino addirittura ai limiti della decenza, o anche oltre i limiti estremi, come in questa breve novella che Parini imita da uno scrittore piuttosto libertino del Cinquecento, Pietro Fortini.

 

Scrive Guido Mazzoni:

“I baldanzosi fianchi delle ardite villane, oltre quel loro volto giocondo tra il bruno e il rubicondo; il braccio nudo e bianco della sposa, la mattina dopo le nozze, disteso sul guanciale, mentre il giovine petto va e viene pel molle respiro; sono immaginette che a molto altre si accompagnano in tutta la poesia pariniana. Sino, qualche rara volta, ai limiti estremi della decenza visiva e verbale; sino alla novella imitata dallo sconcio cinquecentista Pietro Fortini; sino alla strana domanda perchè i poeti pagani si fossero vergognati d’assegnare agli spiriti quel piacer fisico che fa la più corta ma la più violenta impressione sopra l’uomo.

La bellezza muliebre vive tutta nelle immagini, nelle frasi, nelle armonie pariniane, mirabilmente. «La penetrante al cuor voce di donna», gli occhi mobili e lucidi, le labbra tumide o in sè ristrette, il seno ondeggiante, il braccio, la mano, il piede, il portamento, la favella, ogni naturale soavità, ogni artifizioso agguato, ogni pericolosa tentazione, non ignorò quel poeta delle cantanti, delle ballerine, delle gentildonne, della novella sposa, della laureata; e della sua Teresa (quella, cioè, ch’egli amava ed era moglie d’un altro) con le trecce ravvolte e con « l’elittico assai cerchio degli occhi » donde lampeggiava il fuoco di due pupille nere; e delle dame che lo eccitavano conversando, o lo facevan fantasticare su’ lor pregi palesi ed occulti, sol che mandassero a chieder notizie di lui vecchio ed infermo. Visse la donna per lui anche nel concretarsi d’un bel fantasma davanti al desiderio.

Vero è che, temendo d’esser beffato, confessava, ironico contro sè stesso, il suo male: male di desiderio per le braccia rotonde e rosee, e non per le braccia sole, della Cecilia Tron, o per le delicate forme « che mal può la dovizia - dell’ondeggiante al piè veste coprir » della contessa di Castelbarco. Ohimè, per alcuni amori suoi abbiam testimonianze precise, anche in lettere dove il cuore gli sanguinò ne’ penosi contrasti! Ma è subito da aggiungere che nella corruzione de’ tempi egli parve, a quelli stessi che lo sapevano fragile, immune da macchie indecorose; che dell’arte si valse, pur mentre confessò gli amori senili, non a lenocinio, bensì a diletto e a conforto. Marito e padre, sarebbe stato, non è dubbio, più puro; scandalo non diede neppure se fu incapace di resistere all’indole troppo amorosa. Già avanti negli anni, in un’ode, rimastagli a mezzo, descrisse puramente gli affetti di due giovani sposi: quell’impaziente marito non era lui, quale, tanti anni innanzi, s’era forse egli veduto per un istante con la fantasia accesa da un primo amore? Fantasia che, destinato prete, cacciò; e invocò l’aiuto divino per vincere dolorosi conflitti, tentazioni rischiose. Uomo sano, che gli uomini esperti intendono; e, dove occorra, compatiscono o compiangono.”

Del resto, il Parini ammirò, della donna, non solamente la bellezza corporea e le grazie, riaffermate con tal sicurezza di tocchi nell’ode La evirazione da richiamare alla memoria le sante parole di Bernardino da Siena (ch’egli giovane esaltò); ma della donna ammirò le facoltà intellettive, alato e talvolta sublimi

Mentre nell’ode L’ innesto del vaiuolo cantò che sopra gli animi ha più possanza dell’oro la bellezza; nell’ode La laurea, vantando gli studii eccellenti di alcuno donne, fece un’aperta dichiarazione di femminismo, nell’esclamare alla donna:

 

... al favor de le tue leggi accorte

Spero veder tornata

L’età dell’oro e il viver suo giocondo,

Se tu governi ed ammaestri il mando!"

 

Il contrasto tra l’amore mai non realizzato in un matrimonio e il suo giuramento sacerdotale, in effetti non fu drammatico; ma si risolse con un abbastanza rigoroso senso del dovere, nel rispetto di regole di comportamento che nella seconda metà del Settecento non erano ferree e non costringevano a sacrifici eroici. Anche da questo rispetto della missione sacerdotale, dalla mancanza di pettegolezzi, dalla sobrietà di un amore provato senza appariscenti manifestazioni, ma nel rispetto di un finissimo buon gusto unito a un senso molto profondo della fede cristiana e a un altrettanto profondo senso morale che gi impediva di essere servile di fronte ai potenti (e tutti erano più potenti di lui, viste le sue umili origini), nasce quel rispetto e quell’affetto degli altri “intellettuali” del suo tempo che lo hanno eletto a loro simbolo e modello da imitare.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 21 aprile 2006