Guido Mazzoni

 

Introduzione a Tutte le opere

di Giuseppe Parini [1]

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

Edizione elettronica di Giuseppe Bonghi e Adriana Pozzi

I.

Giuseppe Parini, nato nella Brianza a Bosisio il 22 o 23 maggio 1729, aveva nove anni quando il padre, umile trafficante di famiglia contadinesca, volendolo tirar su per gli studii, lo recò a Milano, e lo allogò in casa d’una zia. «Addio, monti sorgenti dalle acque!» avrebbe certo sospirato allora quel ragazzo d’ingegno ben promettente, se Alessandro Manzoni, che fu poi il massimo discepolo del Parini, già avesse consacrato all’arte, con l’eloquenza dell’addio di Lucia, monti ed acque poco distanti dalle colline di Bosisio e dal lago di Pusiano. Il ragazzo, cui aveva insegnato a leggere e scrivere il prete del borgo nativo, non ripensò allora, partendo, il tenue passato, ma mirò con gli occhi della fantasia verso le meraviglie della sterminata ed opulenta Milano, che seguitava a far salire le guglie del suo Duomo: nel 1772 la massima guglia.

Eran gli ultimi del 1738; e Milano, sgombrata da Carlo Emanuele di Savoia, che era apparso brutale, venuta in signoria a quel placido Carlo VI, che doveva morire d’indigestione, si preparava ad accoglierne la figlia, Maria Teresa, sposa novella a Francesco di Lorena. E proprio quando il ragazzo arrivava, si facevano grandi questioni nel fervore de’ preparativi e nello studio dell’etichetta: chi doveva andare fin a Mantova incontro ai principi? chi si doveva invitare alle feste? e le dame dovevano presentarsi a Corte con l’« andrienne » o col « mantò »? Le due prime questioni furon risolute presto: a Mantova andò il Vicario di provvisione e sei patrizi; sei altri, col titolo onorifico di Bastoni, ebbero a compilare l’elenco degli invitati; quanto all’« andrienne » e al « mantò », bisognò indagare cautamente l’animo della Maggiordoma Maggiore dell’Arciduchessa, e, a dispetto di qualche avaro marito, a gioia di tutte le splendide dame, venne la risposta: « mantò » !

Il povero abatino, che cominciava a frequentare le scuole de’ Barnabiti, non seppe o non si curò di quelle controversie; ma certo era per le strade, in vacanza, quando il 2 maggio 1739 i principi, sorridenti al popolo dall’enorme carrozzone dorato, entrarono pomposamente in Milano; e potè forse avvicinarsi al corteo, stupirne da presso, ammirare la futura padrona, la fiorente Maria Teresa; perché le milizie, schierate a contenere la folla e a presentare le armi, sorprese da un acquazzone s’erano sbandate. Poi splendè illuminata tutta la città; e chi sa non fosse anche lui tra’ monelli che (come narrò la gazzetta) « girando all’intorno con semplici rime dettate dal naturale genio o piacere, come dall’affezione succhiata col latte verso la Cesarea Stirpe, invitavano i meno pronti ad esporre i lumi con abbondanza ». Furon le prime feste, le prime dame, che vide co’ suoi grandi e vivacissimi occhi neri quel lungo, gracile, irrequieto ragazzo; e cominciò ad assorbire inconsapevole l’amore del lusso, delle eleganze, della bellezza; suo tormento, ma anche una ragione della sua gloria.

Mentre egli cresceva, e proseguiva a studiare, i tempi si acquietavano. Nella Lombardia il governo imperiale, interrotto per pochi mesi dai Gallo-Ispani, si andava assodando dentro quella pace di quarantotto anni che diè tempo all’incipriarsi e all’imbellettarsi, ma anche a esaminare l’anima nostra, vergognarsene, iniziarne la conversione; e a recuperare quella coscienza nazionale, che i Francesi del 1796 ci aiutarono, sia pur militarescamente, ad affermare. Milano si faceva, d’anno in anno, più grande, più bella, più polita, negli agi e ne’ diletti crescenti dell’urbanità; e, come accade, ogni moto nel risveglio affrettava altri moti. Passava su tutti un’aria tiepida, quasi autunnale, che affrettava e spargeva i semi della primavera ventura. Di ciò che, fino allora, non aveva suscitato ribrezzo o schifo, nè era sembrato un danno, si lagnavano i più, o alcuni invocavano fosse tolto via dalle leggi e dalle costumanze. Già la pubblica critica esercitava rispettosamente l’uffizio suo buono; e il governo le porgeva orecchio, la sussidiava, talvolta la incitava a chiedere riforme, così da prepararvi l’animo neghittoso o restio della moltitudine. I libri, le fogge, che oramai, anzi che da Madrid, venivano da Parigi, vivaci, eleganti, trasformavano idee e appariscenze della società che era allora la sola che importasse, la sola che si pavoneggiasse; l’aristocrazia, distinta dagli altri ordini sociali anche nelle vesti.

E il Parini giovanetto strabilia davanti al trascorrere rovinoso delle carozze dalle alte ruote, con innanzi i candidi lacchè, impennacchiati, che sgombran con la mazza la via o agitan fiaccole ardenti; contempla la serica e ingommata o incipriata dama quando snella balza giù da quegli ori, da quelle vernici, da quei cristalli, da quei cuscini; invidia il cavalier servente che a lei dà il braccio; e, costretto come è a faticare su’ libri classici e su’ teologici, si distrae fantasticando di quel giovin signore nel cui palazzo gli accade veder entrare ogni mattina i maestri di violino, di canto, di ballo, o ch’egli a caso ha ascoltato facile e colto parlatore sopra ogni scienza ed ogni arte. Gli additano i teatri; gliene descrivono la magnificenza, quando son tutti pieni di gentiluomini e gentildonne, e l’orchestra con le melodie vi dona un’espressione nuova alle ariette dello Zeno e del Metastasio, e lo spettacolo degli scenarii, dei cori, delle comparse, ingigantisce eroicamente lo peripezie o le figure del dramma. Gl’insegnano il Ridotto, tutto strepito e luce, con davanti carrozze e staffieri affaccendati: quell’ampio e ornato scalone a salire, e lassù, gli dicono, sopra i verdi tappeti scorre a fiotti l’oro. Certo va qualche volta al Corso; guarda pariglie e livree in gara di lusso. Interroga: — Chi è la leggiadrissima dama? chi l’attillato signore? — e ode titoli sonori d’illustri casate, onde gli si risveglian memorie di forti o sapienti, de’ quali le storie gl’insegnano intanto imprese e benemerenze.

È giovine, ha l’animo ardente, ha pronta la fantasia. Quell’alta società deve sembrargli felice; troppo lontana da lui, e perciò più desiderabili, quelle fanciulle. Nella sua cameretta rientra avvilito, scorato; prende di mala voglia un libro di scuola, lo scorre col pensiero altrove. Sembrerà a qualcuno de’ maestri un discepolo negligente o indisciplinato. Ma Orazio e Virgilio (poi che il latino gli piace) l’han presto liberato dalle vane e pericolose visioni; d’altre idee lo accendono, e lo accendono di sè: eccolo irrequieto andar su e giù per la cameretta, non più povera agli occhi suoi, ma raggiante; e il cuore, montre egli tenta i primi versi, gli batte forte per una confusa, incerta, misteriosa idealità. La vorrebbe determinare, esprimere, e ancora non può; ma la sente fervere, e del sentirla gioisce. Sarà poeta.

II.

Sì, ma intanto gli bisogna studiare per farsi prete [2]. Dal testamento della zia non ha avuto che una materassa a sua scelta: avrà una rendita annua per una messa quotidiana, se continuerà da chierico negli studii, e se diverrà sacerdote.

Pur troppo, una vera vocazione quella sua non fu. Prete, accarezzò poi sempre nel pensiero, non che le pure gioie della famiglia, anche i sensuali piaceri della convivenza coniugale; anzi, indulse fin troppo a sè stesso per l’ammirazione della bellezza e per l’amore, con un rimpianto forte, sia pure che la volontà lo frenasse dallo svelarsi direttamente, e la grazia delle immagini o dello stile ne faccia apparire sorriso il sospiro.

I baldanzosi fianchi delle ardite villane, oltre quel loro volto giocondo tra il bruno e il rubicondo; il braccio nudo e bianco della sposa, la mattina dopo le nozze, disteso sul guanciale, mentre il giovine petto va e viene pel molle respiro; sono immaginette che a molte altre si accompagnano in tutta la poesia pariniana. Sino, qualche rara volta, ai limiti estremi della decenza visiva, o verbale; sino alla novella imitata dallo sconcio cinquecentista Pietro Fortini [3]; sino alla strana domanda perchè i poeti pagani si fossero vergognati d’assegnare agli spiriti quel piacer fisico che fa la più corta ma la più violenta impressione sopra l’uomo.

La bellezza muliebre vive tutta nelle immagini, nelle frasi, nelle armonie pariniane, mirabilmente. «La penetrante al cuor voce di donna», gli occhi mobili e lucidi, le labbra tumide o in sè ristrette, il seno ondeggiante, il braccio, la mano, il piede, il portamento, la favella, ogni naturale soavità, ogni artifizioso agguato, ogni pericolosa tentazione, non ignorò quel poeta delle cantanti, delle ballerine, dello gentildonne, della novella sposa, della laureata; e della sua Teresa (quella, cioè, ch’ egli amava ed era moglie d’un altro) con le trecce ravvolte o con «l’elittico assai cerchio degli occhi» donde lampeggiava il fuoco di due pupille nere; e delle dame che lo eccitavano conversando, o lo facevan fantasticare su’ lor pregi palesi ed occulti, sol che mandassero a chieder notizie di lui vecchio ed infermo. Visse la donna per lui anche nel concretarsi d’un bel fantasma davanti al desiderio.

Vero è che, temendo d’esser beffato, confessava, ironico contro se stesso, il suo male: male di desiderio per le braccia rotonde e rosee, e non per le braccia sole, della Cecilia Tron, o per le delicate forme «che mal può la dovizia — dell’ondeggiante al piè veste coprir» della contessa di Castelbarco. Ohimè, per alcuni amori suoi abbiam testimonianze precise, anche in lettere dove il cuore gli sanguinò ne’ penosi contrasti! Ma è subito da aggiungere che nella corruzione de’ tempi egli parve, a quelli stessi che lo sapevano fragile, immune da macchie indecorose; che dell’arte si valse, pur mentre confessò gli amori senili, non a lenocinio, bensì a diletto e a conforto. Marito o padre, sarebbe stato, non è dubbio, più puro; scandalo non diede neppure se fu incapace di resistere all’indole troppo amorosa. Già avanti negli anni, in un’ode, rimastagli a mezzo, descrisse puramente gli affetti di due giovani sposi: quell’impaziente marito non era lui, quale, tanti anni innanzi, s’era forse egli veduto per un istante con la fantasia accesa da un primo amore? Fantasia che, destinato prete, cacciò; o invocò l’aiuto divino per vincere dolorosi conflitti, tentazioni rischiose. Uomo sano, come gli uomini esperti intendono; e, dove occorra, compatiscono o compiangono. [4]

Del resto, il Parini ammirò, della donna, non solamente la bellezza corporea e le grazie, riaffermate con tal sicurezza di tocchi nell’ode La evirazione da richiamare alla memoria le sante parole di Bernardino da Siena (ch’egli giovane esaltò); ma della donna ammirò le facoltà intellettive, alate e talvolta sublimi. Mentre nell’ode L’ innesto del vaiuolo cantò che sopra gli animi ha più possanza dell’oro la bellezza; nell’ode La laurea, vantando gli studii eccellenti di alcune donne, fece un’aperta dichiarazione di femminismo, nell’esclamare alla donna:

.  .  .  al favor de le tue leggi accorte

Spero veder tornata

L’età dell’oro  e il viver suo giocondo,

Se tu governi ed ammaestri il mondo!

III.

Fu ordinato prete nel 1754; e, quando gli vengan concesse tutte le ragioni attenuanti che i costumi d’allora consigliano, fu un prete buono. Cristiano (se non s’immiserisca il valor del vocabolo) fu sempre, dal profondo dell’animo, nell’alta, serena, cosciente, coraggiosa sua fede. Le Lettere ad una falsa divota, o tradotte dal francese o francesizzanti, neppur esse escono dall’intenzione cristiana. Dicono che, da vecchio, non vedendo più il crocifisso nella sala delle adunanze municipali, esclamò: — Dove non entra Cristo, non entra il cittadino Parini! — E contro la prepotenza, l’ingiustizia, il mal costume, si era sempre levato con ardore evangelico. Ad ogni modo, se bene o male fu per lui il farsi prete, nessuno può oggi indagare nè asserire; ma nessuno può dubitare che ciò non riuscisse a un bene grande per l’arte e anche per la morale: in quanto il Parini laico non avrebbe veduto ciò che vide, né avrebbe rappresentato ciò che così vivacemente rappresentò; con effetto anche sopra i costumi, e con meriti d’arte gloriosi a lui o all’Italia. Quel po’ di stima che tra i letterati milanesi gli aveva procacciato, due anni innanzi, il libretto delle poesie di Ripano Eupilino, pseudonimo ch’è anagramma od allusione al suo lago, non gli avrebbe infatti schiuso le porte de’ Serbelloni, degl’Imbonati, se egli non fosse stato sacerdote, e per ciò abate di casa e precettore ai quattro duchini e al contino; nè sarebbe passato in altre case patrizie: nè senza gli agi della vita che gli permisero lo studio e l’esercizio dell’arte, senza l’agevolezza dell’osservare i signori da presso e smascherati, avrebbe potuto pensare ed eseguire l’elegante e tremenda sua satira nè le più tra le sue liriche migliori.

La società de’ Serbelloni e l’ingegnosa e colta duchessa Vittoria Maria, che iniziò il giovane prete alla conoscenza e alla pratica della vita signorile, eran tali da mantenerlo per alcun poco nella buona stima che di quella vita egli si fosse fatta giudicandone da lontano per le apparenze esterne. I vizii del secolo o de’ signori non gli erano oramai ignoti, non foss’altro per le chiacchiere, i pettegolezzi, le rime de’ letterati borghesi amici suoi, per le poesie di canzonatura o d’improperio in che si sfogava la Musa meneghina, per gli ammonimenti che l’eloquenza verbosa o fiorita de’ predicatori non si stancava di far rimbombare nelle chiese stuccate o indorate. Ma altro è udire, altro è vedere. Colta, letterata, scrittrice anche per le stampe, la duchessa era affabile col medico e col precettore; i due cognati Serbelloni erano ufficiali valorosi delle milizie imperiali; tra le più grandi, la casata, e ricca e illustre. Ah il marito, da un lato, la moglie, dall’altro! onde il Parini non seppe mordersi la lingua innanzi che, per quei litigi di cui si occupavano perfino alla corte di Vienna, scoccasse un pungente epigramma. Valorosi i cognati, ma ozioso e prepotente il duca, che non si voleva veder tra i piedi quel pretonzolo di Bosisio, cui Maria Vittoria dava troppa confidenza. Affabile la duchessa, ma anche manesca. E una volta che, in villa, appiccicò due schiaffi alla figliuola d’un maestro di cappella la quale era là ospite sua, il Parini non ci resse: prese la ragazza, e l’accompagnò a Milano. Onde la padrona «si disfece» di lui. Ed eccolo a Milano, con la vecchia madre vedova, incerto dell’avvenire; così povero, nel presente, da dover chiedere in rima e in prosa a un amico il prestito di pochi zecchini. Miseria; e, ciò che è più crudele, miseria costretta a celarsi: «Sono senza un quattrino.... Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo foglio». L’uomo, e perciò il poeta, erano compiuti: chè il dolore matura la coscienza; matura, spesso, anche l’arte.

Nè si pongano nel conto del soffrire soltanto alcune pagine storiche, come è quel capitolo al canonico Agudio. Vi si pongano i crucci frequenti, gli amari bocconi. Un sonetto ci mostra il Parini costretto a lasciare discepoli cui si andava affezionando, perché troppo poco i loro genitori lo volevano retribuire; altre rime rendono fede di scatti provocati da sconoscenza o da villania. Dio ci salvi dalle persone molto bene educate quando credono di aver che fare con persone non educate!

Chi poi dicesse che il giovane prete venuto dalla Brianza aveva talvolta del rustico, e del mordace, o dell’osservatore importuno, mentre pur accettava i diletti o le vanità del vivere signorile nei palazzi e nelle ville; non contradirei nè vorrei atteggiarmi a difensore di là da quanto fosse equo. D’anno in anno il Parini crebbe in istima, salì in fama: e così gl’inconvenienti di tal sua condizione, se non cessarono tutti, diminuirono. Non era più un prete scagnozzo, nè più un copiatore di carte forensi: era un autore. Molto a ciò gli giovarono i colleghi in un’ illustre Accademia.

Di contro alla Società dei Pugni, che costituiva in brigata ardente e veramente pugnace i giovani riformatori, l’Accademia dei Trasformati era (almeno fino a un certo segno, di là dal quale si andrebbe errando) il bastione dei difensori della tradizione. Con quelli Pietro Verri, con questi il Parini. E l’un l’altro si avversarono a lungo. Piace che di mano in mano si accostassero con reciproca stima. E piace che in alcuni casi quei del Caffè, che erano insomma i signori della Società dei Pugni, e quei dell’Accademia [5], si trovassero a militare concordi per le cause medesime; come accadde, ad esempio, quanto al Parini, per L’Impostura, poi frammento su la Colonna infame, per gli sciolti su l’Inquisizione di Spagna. Quell’ode tratta, con molta affinità, l’invenzione che nel Caffè era dal Verri [6] presentata come Il Tempio dell’Ignoranza; e alla guerra contro la tortura e contro la superstizione e le iniquità legali, coraggiosamente sostenuta dai Verri, dal Beccaria, dagli amici loro, si riconnette la scelta che, dentro temi generici, fece il Panini discorrendo in versi ai Trasformati proprio sul monumento milanese (atterrato nel 1778) dell’aberrazione popolare e giuridica contro gli Untori, e su l’auto da fe dell’infelice Spagna, a’ suoi figli stessi tremenda. Il Beccaria [7] era anche de’ Trasformati; e l’ode Il Bisogno avrebbe ben potuto esservi letta anch’essa, applaudendola in presenza il Beccaria, di cui una pagina eloquente nacque dall’ ispirazione medesima: «Quali sono queste leggi che io debbo rispettare, che lasciano un così grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che gli cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fra le innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali », ecc. [8]

IV.

«Consideri se v’ è versificatorello che abbia un po’ di straccio di cicisbea, della quale morendo o il micino o il canino o la passerina, non faccia subito l’epinicio» Così esclamava Lorenzo Magalotti, morto diciassette anni prima che nascesse il Parini.

La rimería in fogli volanti, in opuscoli, in Raccolte, per qualsiasi occasione d’illustri o anche oscure nozze, monacazioni, nascite, morti, non che dei pubblici giorni fasti e nefasti, ebbe alcuna regola nella brigatella dei Trasformati. Questa, raggruppatasi intorno al conte Giuseppe Maria Imbonati, che nel 1743 ne fe’ rifiorire il simbolico Platano, durò in onore e con utilità finchè egli visse, cioè fino al 1768: il che significa che non piccola parte dell’opera del Parini vi si riconnette. Puristi intenzionalmente, e ligi razionalmente alla tradizione letteraria, ma non senza un qualche spirito animatore a novità, usavan costoro leggersi componimenti sopra un tema prestabilito: ed ecco, ad esempio, nelle Rime toscane e milanesi che in Milano nel 1774 pubblicò Domenico Balestrieri, intimo del Parini, ecco ottave italiane e un sonetto milanese su la Malinconia; ecco un sonetto milanese «Sora el Foeugh»; ecco, pure in milanese, una canzonetta «Per l’Accademia sora el Carnevaa ed altro”. Ora appunto abbiam del Parini, sul Carnevale un capitolo in terza rima, sul Fuoco una descrizione in versi sciolti, su la Malinconia tre scherzosi sonetti. E sarebbe facile proseguire con sì fatti rimandi e al Balestrieri e a Gaetano Guttierez (di cui Le Stagioni e altre poesie, uscite a Milano nel 1760, ostentano un bel Platano), a Carlo Antonio Tanzi [9] (di cui alcune ottave furono recitate ai Trasformati, sopra l’Impostura), e a quanti de’ Trasformati [10] pubblicarono versi. L’esame delle poesie varie del Parini, cui dan sussidio le didascalie manoscritte, dimostra come e quanto fu a lui d’incentivo una tanta emulazione; e gli fu altresì di vantaggio civile l’amichevole frequentare tra quelle garbate e colte persone e tra i loro uditori.

Una controversia intorno all’uso letterario del dialetto milanese, alla quale il Parini nel 1760 prese contro il Padre Branda tal parte ch’egli stesso se n’ebbe poi a rammaricare, definendola un « opprobrio », cominciò a metterlo in luce; e in buona luce lo manteneva l’affettuosa comunanza col Balestrieri e col Tanzi. Dal discorso Sopra la Carità, virtù ch’egli raccomandava a coloro che più sogliono esserne privi nelle loro questioni, ai letterati; dal discorso Sopra le Caricature, dove egli, senza carità, nell’imitare il sarcastico Gionata Swift, tornò a deridere solenni maestri; apparisce la forza che gli veniva dal sentirsi fiancheggiato e protetto. Passò la signora Du Boccage [11] nel 1758, acclamata per la Colombiade, che il Frugoni le prometteva tradurre: e il Parini si trova fra coloro che si onorarono di sobbarcarsi a verseggiarne qualche canto: godeva dunque, oramai quasi da pari a pari, di sì fatte aristocratiche degnazioni. E l’indole, dalla schietta rudezza naturale, gli si ammorbidiva; di feconde contrapposizioni tra la campagna e la città, tra la plebe e la nobiltà, gli si alimentava la fantasia; gli si agitava la vena, ora verso le grazie sensuali e sentimentali, ora verso le maliziose ironie o i veementi sarcasmi.

Come lo studio del Berni, del Lasca, di altri burleschi e satirici cinquecentisti o secentisti, gli servisse a tirocinio stilistico; come specialmente l’imitazione del Rosa e del Menzini nei capitoli in terza rima lo avviasse alla determinazione satiricamente precisa di figurine e di costumanze, e all’indignata espressione d’un sentimento morale; con accenti e con disegni che a noi riescono curiosi perchè spesso li ritroviamo ripresi e intensificati nelle opere belle del poeta maturo; si può con facilità seguire, dalle prime prove al Giorno, in quei tanti. in quei troppi versi, che non egli ma i posteri han creduto bene di stampare; dopo che, del resto, i contemporanei avevano creduto bene di copiarli e ricopiarli. Anche per la lingua e per lo stile il purismo de’ Trasformati gli giovò.

Maturatosi così, addestratosi così; con un po’ tuttavia del crudo plebeo, e sempre più con un po’ dell’abate elegante; era nel fior dell’età e si trovava in istraordinarie facoltà di scorgere, rappresentare, esprimere, insieme con l’animo suo proprio, quello della borghesia operosa, e desiderosa di più salire.

V.

Conosceva allora, conobbe da allora in poi sempre più (frequentando, come maestro e come letterato, le case patrizie), quali erano le occupazioni e gli affetti, quali i cuori e le menti, di cotal gente superiore, che aveva un tempo ammirata. La critica, animosa, audace, apriva la breccia in ogni fortezza; egli se ne compiaceva, e l’accendeva ai colpi. Costoro, quei nobili, che mai facevano? studiavano? no: lavoravano? no: spendevano, in vantaggio pubblico, le ricchezze avite? no: anzi le sparnazzavano. Almeno, oh avessero goduto quanto il danaro può dar di piacere, tracannando la vita d’orgia in orgia, tumultuosi, ardenti, per iscagliar poi via brutalmente la coppa vuota! o industri, sapienti nelle raffinatezze del vizio, avessero centellinato la coppa fino all’ultimo sorso, lasciandosela esausti cader dalla mano con l’ultime rose dalla pallida fronte! Ma no. Chi li chiamò Sardanapali fece loro un soverchio onore: in faccia all’invadente nemico, quel re arse in un rogo enorme le sue donne, le sue ricchezze, sè stesso; eroica follia. Ma i titolati apparivano ora le reliquie estreme d’una razza sfibrata, dissanguata, incapace così dell’azione virtuosa come della passione viziosa; mediocri in tutto; vili insomma, e però incapaci di redenzione. Non che tutti fossero tali; tali apparivano i più, ed era oramai possibile il vituperarli perchè avevan contro e i nobili riformatori e la nuova gente che le riforme voleva.

Ai tempi di Renzo e Lucia, v’era ancora qualche gran signore feudale, come l’Innominato, di ardenti passioni; prima quasi un demonio, poi quasi un santo, per la medesima energia, dal male rivolta al bene; e v’erano molti signorotti cortigiani, molti Don Rodrighi e Don Attilii, che, per cavarsi un gusto, per sodisfare un puntiglio, non badavano a contaminare e a prepotere, pronti ad appiattarsi dietro la forza dell’Innominato o l’autorità del Conte zio. Un secolo e mezzo dopo, la Lombardia non aveva più nessun Innominato; aveva troppi nipoti dei Don Rodrighi e Don Attilii; nipotini, tirannucoli in parrucca e spadino, buoni soltanto a menar treschette illecite, tacitamente consentendovi i mariti.

E il Parini, dopo averne sorpreso a caso qualche smorfia mendace, qualche sorriso verace, si sta ora a sorvegliarli con occhio acuto, da moralista e da satirico, ne coglie le fattezze tipiche, penetra fin nel profondo della loro ignavia e stoltezza. L’han fatto aspettare più volte nelle anticamere, e dopo il lungo indugio, finchè il giovin signore si svegliasse, s’è visto passare innanzi il maestro di ballo, di canto, di violino; e questi l’han rassicurato che le lezioni saran brevi, perchè van là soltanto a ragguagliare su’ discorsi correnti ne’ palcoscenici. È stato ammesso, e ha trovato il contino o il duchino davanti lo specchio, col parrucchiere affaccendato su lui alla più grave opera di tutta la giornata, la pettinatura; e l’ha visto mordersi impaziente i labbri, o furibondo rovesciar tutto e scagliare improperii e minacciar col bastone il lento o mal destro artista del pettine. Finalmente ha potuto parlargli, e n’ha misurata la saccente ignoranza. Oppure gli ha dovuto far tanto di cappello, mentre costui passava graziosamente superbo o stupidamente tronfio per recarsi dalla dama che lui onorava facendosene « servire ».

Il Parini, inchinato dalla natura alle dolcezze della famiglia, prete cristiano, osservatore acuto e artista arguto, quanto ebbe a riflettere, a sorridere, a indignarsi, assiduo spettatore di quelle strane regole per cui parevan ridicoli un marito e una moglie che fossero stretti di convivenza affettuosa Durante la mattina, la moglie era delle cameriere, poi de’ corteggiatori intorno alla toilette, poi del cavalier servente: quindi la mensa, che nella vita sana di chi lavora ed ama è ritrovo, è riposo, è agio concesso allo scambio delle idee, sì che insiem con le membra l’animo vi si ciba e vi si rafforza al bene, la mensa allontanava anche l’un dall’altro, il marito e la moglie. Peggio, il giuoco; e la scarrozzata e la conversazione e il teatro....

Durante il pranzo, quel malizioso abate osservava ancora amoretti, gelosiuzze, sfacciataggini, ipocrisie, stranezze. Sogghignava quando la dama narrava (o le s’inumidivan di lacrime gli occhi) la pedata con cui un villan servitore aveva remunerato un carezzevole morso della Cuccia sua, o la giusta vendetta ch’ella ne aveva preso scacciandolo: sorrideva all’ostentata scienza di quello, agli spropositi madornali di questo: stupiva della cecità de’ mariti, della vanità de’ cavalieri serventi, della petulanza de’ parassiti, della sciocca corruttela di quasi tutti costoro. E quando sul Corso mirava nelle trionfali carrozze i gentiluomini, e gli arricchiti di fresco che tentavan frammischiarsi tra loro, ben poteva esclamare dentro sè : Maschere, io, vi conosco.

VI.

Conosceva le maschere, ne sapeva i segreti. Della superbia prepotente, del lusso stolido o iniquo, del mal costume, dell’ozio, della mollezza, onde i fortunati e gl’illustri eran guasti, e guastavano altri con gli esempii loro, la mala radice stava nella « nemica d’ogni atto egregio vanità del core ». Quella gente vecchia, e la nuova che le s’imbrancava, non aveva virtù di sentimento per cosa alcuna; vivacchiava di giorno in giorno, paga di sè, mollemente, morbidamente, e perdeva le ragioni della vita nell’aborrimento dello sforzo, del disagio, che la vita impone a chi quelle ragioni cerca, o lo trova, nell’amore o nell’opera. O peccatori, abbiate almeno il coraggio, l’audacia, della passione. Non operavano, non amavano, e però avvilivano e la fede e il lavoro. La scienza? qualche parola da farne sfoggio; l’arte? qualche diletto futile, qualche eccitamento sensuale; la patria? qualche onore da vantarsene; la religione? un bell’apparato, un cantare solenne, riti sfarzosi, prediche fiorite, comodità a richiamare occhiate e a darsi ritrovi. I confessori, nel dar la penitenza alle peccatrici gentili, offrivan loro i confetti; in chiesa il cicisbeo non aveva maggior pensiero che di ben servire, con tanti occhi addosso, la dama, precedendola, sollevandole la portiera, porgendole le dita bagnate dell’acqua santa. E i predicatori di que’ penitenti e di que’ devoti è naturale che cominciassero a lodar Maria Vergine a questo modo: « Alla terra che mi sostiene, all’aria che mi circonda, al cielo che mi sovrasta, protesto, nè me ne dolgo, protesto, e me ne vanto, protesto al cielo, all’aria, alla terra, ch’io sono innamorato. S’io dica la verità, lo sapete voi, voi istessa il sapete, Vergine amabile ed amante, la quale m’innamoraste. Voi mi vedete il cuore, e vedete eziandio la piaga amorosa di che me lo avete graziosamente ferito. Lo ferirono quelle vostre guance più vermiglie della melagrana, quel vostro crine più lucente dell’oro, quelle vostre labbra più dolci del miele, quel vostro collo più bianco dell’avorio, ecc. ecc. ». [12] Mai l’eloquenza sacra non fu più profana d’allora. Ed è naturale che i verseggiatori di quella gente fossero quali erano, poi che il verseggiare era una moda, ampollosamente retorici, arcadicamente grulli, sempre proclivi all’entusiasmo, sempre disposti alle lacrime.

Fu il Parini, anche per questa parte, uomo e letterato del tempo suo. E molto rimò che non ha valore d’arte. Ma seppe con vivacità e lepidezza burlarsi di chi gl’imponeva di rimare in tal modo; e seppe, non di rado, dal tema trito far sprizzare scintille di poesia. E, capace di ben altro, rinnovò i temi. La lirica sua spronò i reggitori al risanamento della città; lodò chi o si facesse propagatore di sapienti rimedii o amministrasse la giustizia con indulgenza provvida; diede eletti consigli di bontà; manifestò l’ammirazione per la bellezza e l’ingegno; affermò nobili vanti di una coscienza e di un’arte incontaminate. E la sua satira non è un veleno che tenda a uccidere; è un caustico che vuol bruciar la cancrena per salvare la vita. L’aristocrazia ch’egli vede putrefatta, non fu sempre così, non v’ha ragione resti sempre così; dà invece alcun segno di risanamento. Ecco eruditi ed economisti rompere l’ozio, accordarsi tra loro in società proficue a tutta la cittadinanza, pronunziare, preparare essi medesimi i tempi migliori. Nè il governo di Maria Teresa vede di malo occhio quel moto; lo incoraggia, lo affretta, lo seconda. Tempo era di batter forte e sicuro. La satira, che fa sempre opera di piccone a rovinar mura crollanti, finchè sia tolto di mezzo l’ingombro e il pericolo, venne dunque opportuna anche quella volta, sebbene alcuno dei valenti, cui dava mano gagliarda, non si accorgesse lì per lì dell’aiuto e capisse male l’animo e l’intenzione del picconiere.

Forse egli stesso, ribollendo, non lesse sempre chiaro nello sue proprie intenzioni. Che differenza v’è, in fondo, tra l’uomo nobile e l’uomo plebeo?... In un Dialogo [13], prolisso ma che ha del bello e che cooperò alla formazione de’ dialoghi leopardiani, o in quel famoso episodio del Giorno sopra l’origine della nobiltà, la satira va più oltre, assai più oltre, della coppia seguita o inseguita per tanti momenti d’un vivere scioperato e lussuoso. In un sonetto imprecò al Lusso, nume villano. E più crudamente in un altro risalì alla comune generazione per concludere che nascono a un modo medesimo il villano, il papa, il re. Certamente innumerevoli predicatori cristiani [14] avevan detto lo stesso, prima del prete Parini; molti filosofi increduli andavano allora ripetendo ciò che il professor Parini leggeva anche nel Voltaire e nel Rousseau: eppure il verso suo « Così nasce il villano, il papa, il re » con la stessa violenza dell’accento dà all’ indignazione personale del popolano la forza espressiva che esploderà nel Ça ira.

VII.

Era di moda il poema didattico. Alla scioperataggine artistica sembrava un gran che il saper descrivere tutto, l’insegnare tutto, in una serie di sillabe numerate o regolate da acconti. La versione del poema di Lucrezio, condotta con tanta eleganza dal Marchetti, aveva dato a quegli artifizi fallaci un impulso nuovo: di tutto, quanto è, lo scibile, si facevan maestri i verseggiatori, dalle leggi che regolano il moto de’ pianeti all’accorgimento col quale s’han da inzuccherare le fragole. Così dame e cavalieri si erudivano, durante la pettinatura, su trattati che avevano le apparenze dell’arte. Già nel 1719 un patrizio pisano aveva messo in versi tutto intiero Il Cuoco in villa; dove, da far minestra di triglie, o burro di mandorle, o salsa di gelsomini sopra il pesce fritto, si può imparare in ricette di endecasillabi che han talvolta, per un curioso incontro del serio con l’ironico, una qualche intonazione pariniana :

Or queste son le fila onde si ordisce

De’ pasticcini tuoi la tela industre.

Nel 1739 altri aveva esposto in versi il compendio delle parti del corpo umano, L’anatomico in Parnaso. Nel 1741 Girolamo Baruffaldi prendeva tanto sul serio la canapa, che il suo Canapaio è insieme un poema in isciolti e un trattato in prosa. Del 1754 Le Muse Fisiche; del 1755, Del mal de’ nervi; del 1776, La Teoria del Fuoco e Il Legista versificante, ecc. ecc.

Il Parini, che vuole ammaestrare, lascerà ad altri poi la cura di sdottoreggiare, a quel modo, in poemi didattici, sopra l’educazione fingerà, soltanto, di accettare dalla moda le forme; ma dentro v’infonderà lo spirito sarcastico di cui ha visto mirabili prove nelle satire latine del Sergardi, del Lucchesini, del Cordara. Piace, per esempio, dal 1758, La coltivazione del riso, in versi sciolti, leggiadra opera del marchese Giovan Battista Spolverini? Ed io, sembra che dica il Parini, vo’ darvi anch’io un poema didattico: la coltivazione del gentiluomo! e sarò anch’io un versiscioltaio, poi che così vuole la moda. Ma ciò ch’egli dice veramente è questo: — Gli uomini sono scossi sovente da un acre riso; ed io me ne son valso a tentar di frenare gli orrori dei fortunati e degl’illustri, perchè sono essi errori la fonte donde scorre il vizio giù tra il popolo! — Parole dove noteremo due cose, la distinzione tra i fortunati e gli illustri, e l’intendimento di frenarne gli errori. La distinzione fa riscontro a quella sul principio del poema, quando vi si suppone che il giovin signore discenda o da un’antica famiglia o da un padre arricchito in pochi anni col far lo strozzino. Gli illustri saran dunque i nobili; i fortunati, coloro che per censo vi s’imbrancano: con 500 fiorini si acquistava il titolo di «don»; con 2500 si diventava marchese. Agli uni e agli altri, non a nobili solo di data antica, si volge la satira. Ed anche si volge a ricchi borghesi. Tanto è vero che, nel descrivere il Corso, non son omesse lo figurine comiche delle Naiadi e delle Napèe, ninfe alpestri, le quali vorrebbero farsi prendere per delle Dee maggiori. Hanno un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare le livree di cocchiere o di staffiere al cuoco e al mozzo di stalla, e aver forse chiuso a chiave, solo in casa, il padre vecchio! Anche queste maschere il Parini le riconosce; e di quei nobili, e de’ borghesi che si pavoneggiano caudati co’ vizii de’ nobili, vuole frenar gli errori: correggerli, cioè, e tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, le forze sì bruttamente sprecate.

Mal si correggon gli adulti; si educa meglio o peggio il fanciullo. Il Parini educatore dichiarò il suo pensiero nell’ode, fin troppo gnomica, per la guarigione dell’Imbonati; e noi dalle scuole rechiamo i precetti dati da Chirone ad Achille in versi gloriosi anche pel Manzoni che li echeggiò. Nobiltà vera non è quella che si eredita dagli avi; quella è che ci acquistiamo noi stessi col merito delle opere nostre. A diventar nobili occorre quindi l’addestramento di tutte le facoltà migliori, anche corporali, perchè senza il vigor loro non si ha virtù attiva ed efficace: ma son valide al bene le membra se rette e mosse da un’idealità morale; e di tutte le idealità la più alta è la fede, purchè nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto è quegli solo che si dà, corpo ed anima, con sacrifizio di sè, al vantaggio degli altri.

VIII.

Se il giovin signore ammaestrato nel Giorno è il rovescio dell’Achille nell’ode [15], il precettore che nel Giorno lo ammaestra non è il rovescio di Chirone; nè poteva essere. Il giovin signore (che che da altri se ne malignasse) non è una data persona; è un tipo immaginario, composto di chi sa quante persone, atteggiato in chi sa quanti modi che il poeta aveva osservati e còlti sul fatto. Potè perciò riuscirgli quale lo voleva; vacuo, insulso, indegno, sì da non poter costituire neppur un tipo drammatico. Ma il precettore che parla per tutto il poema non è, in fondo, che il Parini medesimo. Insegna con ironia: e per maneggiar questa a dovere, si serve d’ogni accortezza; per non romperla, si sorveglia più che può. Or ecco che, mentre scrive, due ordini di reminiscenze lo distraggono spesso, e tentano sviarlo; le campagne della sua Brianza, e gli effetti sinistri dell’egoismo in quel fantoccio cui egli si volge. Campagne lontane; effetti presenti.

Addio, monti sorgenti dall’acque! Quanto meglio (par che dica il poeta) m’era restar tra voi, o uscir la mattina all’alba lungo le siepi fiorite, o passando scuoterne la rugiada che rifrange, quasi gemme, i raggi del Sole nascente! vedere il contadino avviarsi al campo con innanzi i buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella sonante officina! Quanto meglio, ammirar d’estate il crescer della bufera col tuono sempre più rimbombante di monte in monte su la valle e su la foresta, finchè vien giù la bella pioggia fecondatrice! Quanto meglio, mentre la luce del tramonto s’indugia rosea su le cime de’ colli, starsi a meditare la rotazione incessante della Terra intorno all’astro, o col pensiero, mentre l’astro par che cali la giù dietro l’orizzonte, scendere all’altro emisfero che si affretta a goderne! Oppure uscir di notte a fantasticare nel crescer delle ombre sotto le torri antiche. Solcano il cielo stelle cadenti; cantano la turba infinita de’ grilli nel gran silenzio del cielo, e la rana rimonta alla campagna. Que’ pochi anni vissuti a Bosisio risorgevano nitidi, particolareggiati, in mente al Parini, mentre il precettore andava insegnando al giovin signore, che gli altri uomini avevan tutti da lavorare per lui, ed egli solo aveva da godersi il lavoro di tutti; i mietitori sudare ne’ campi, i soldati vegliar su le mura, i muratori arrischiarsi su’ palchi, gli artigiani operare nelle botteghe, i remiganti stancar le braccia ne’ laghi; tutti per lui solo. La sensazione e l’amore per la natura che i effondono così schiettamente e vivacemente, subito che se ne offra un’occasione, rompendo l’insegnamento ironico, non sono del finto precettore sono del poeta vero. Sempre il Parini, e lo ripeteva agli amici, nelle campagne ritrovava se stesso; e non si stancava, mal fermo nelle gambe, di percorrerle a cavallo.

E il Parini, non il finto precettore, dà ne’ gridi della coscienza offesa, che non sa dissimularsi con l’artifizio dell’ironica figura retorica, ogni volta che le cose evocate si presentino nella cruda realtà. Coscienza di filantropo o di prete buono, in cui vennero a fondersi le dottrine politiche degli Enciclopedisti francesi col sacro Vangelo di Cristo. Allora, presa dalle sue proprie finzioni, la fantasia inorridiva nel rispecchiarsi entro il verso. Pranza il giovin signore? assapori e s’impingui, dimentico perfino della carità tradizionale; e i miseri mortali, tumultuosa, ignuda, atroce folla, d’infermi e di mutilati, si riconfortino all’odore che vien loro, a buffate, dal convivio divino de’ reggitori.

Ed è di simile tempra la descrizione della furia con la quale trascorrevan per la via le signorili carrozze, senza punto curarsi de’ passeggeri, a onta dei bandi ripetuti, sì che alla fine il governo dovè comandare ai birri di ficcare stanghe tra le ruote volanti, spezzarlo, formarlo per forza; le rote, o volgo, che tante volte seguitavano a correre, macchiate del tuo sangue impuro, o di lunga striscia ne segnavano il suolo.

Tali voci direttamente fervide verso la natura libera e amena, verso il popolo tormentato perchè laborioso, posson sembrare fuor di tono solamente a chi apprezza più la retorica che la poesia. Non già un errore, sono il pregio migliore del poema, perchè ci fan consentire, in un contatto immediato, con l’intimo animo di chi sentì a quel modo; e perchè, in riposi dalla lunga ironia, giovano all’efficacia non men dell’arte che dell’intendimento civile. Si sarebbe manifestato, questo, stupendamente nella quarta e ultima parte del poema che rimase, pur troppo, in tronco. Quivi la mitologia s’incarnava in persone tipiche della realtà perenne e della lombarda d’allora: la grave gentildonna Giunone, il vago cavaliere Apollo, l’ufficialetto per la pace Marte, il procacciante Mercurio, la pervicace Venere, il camerier Ganimede. E quivi lo spettacolo si dilatava dalla camera al salotto, dalle sale al teatro, su tutta l’umana commedia. Il Tommaseo, che osò sentenziare scrittori di poca fantasia il Manzoni e il Parini, perchè lombardi; oh come, in tal caso, errò grossamente, quell’acuto Tommaseo! [16]

Non isfuggirà, spero, ai più attenti lettori del poema la progressiva bellezza di alcune tra le aggiunte destinate ad esservi inserite. La figurina del cavaliere balzellante e fischiettante qua e là nel salotto, per carpire, senza voler apparire, il segreto di gingilli nuovi, di pettinature nuove, di scandalucci; la figurina della dama supplicante il marito zotico ch’e’ si lasci persuadere ad ammettere di discendere da Agilulfo e a nobilitare per lei e per sè con una particella il casato; e la figurina di lui, zuccone pertinace a rinnegare Agilulfo e a rifiutare la particella; sono, in tali aggiunte, due pietruzze non incastonate nel gioiello ma preziose.

Virgilio e Orazio, maestri al Parini: il Virgilio delle Georgiche, specialmente; ma l’Orazio non più delle satire che delle odi, anche in versi acclamato maestro da lui. L’indefessa cura del numero, dell’epiteto, della frase, non sempre giovò, nel lombardo, allo scorrere della vena spontanea ; e tanta ragione fu di rallentamenti e d’intralci che impedì alle odi la definitiva pubblicazione paterna e al poema il compimento. Nondimeno il classicheggiare stilistico ha nel Parini una profonda origine, fuori delle scuole di Retorica e Umanità; ed ha un’aperta corrispondenza con l’arte del tempo; ed ha un particolare e nuovo sapore anche dall’ironia contro i Numi e i Semidei terreni.

Ma perciò questo è forse un punto non abbastanza osservato, mi si conceda una citazione dai Mémoires du Comte de Gramont di quel faceto e grazioso Antonio conte d’Hamilton, che morì nove anni prima che il Parini nascesse; e la sua paginetta è del 1713: « On eût dit que le dieu d’Amour, par un nouveau caprice livrant tout ce qui reconnaissait son empire aux lois de l’Hymen, avait en même temps mis son bandeau sur les yeux de ce dieu pour marier tout de travers la plupart des amants dont a fait mention ». Oh, ecco qui, non diremo una fonte, ma, un riscontro preciso ai miti e ai disegni pseudo-classici del Giorno! Se non che, in questo la facezia graziosa, ch’era di moda dentro codeste forme, divenne un sottile artifizio a satireggiare le forme medesime. Certo, non era facile schivare, seguitando a lungo in sì fatti scherzi, la stanchezza. E il poema finisce, è vero, qua e là, con lo stancare perciò l’invenzione e la parola vi si presentano troppo come fine a sè stesse; nel tutt’insieme, o in particolari singoli, è d’una squisitezza eccellente. I miti lucianeschi che lo abbelliscono sono, a uno a uno, non men sottili nella novità inventrice che finissimi nel cesello da orafo. Le comparazioni, belle in sè, contribuirono, più particolarmente che il resto, alla sapiente ironia delle comparazioni nei Promessi Sposi.

Squisitezza visiva ed acustica insieme. Ha una lente d’ingrandimento a sua disposizione l’abate? Si direbbe di sì, ammirandone le miniature. Ma piuttosto egli, che si serve, un po’ a distanza, del binocolo, si diverte a rovesciarlo così da guardare su le scene dell’elegante teatro sociale le figurine rimpicciolite, e però più nette o curiosamente variopinte nel loro gesticolare. Il versiscioltaio, che dal Caro, dal Marchetti, e più dal Femia del Martelli [17], ha imparato qual sia quello strumento, è un virtuoso non pareggiabile per la tecnica. Senza le difficoltà, di cui egli soffre, della rima, senza l’obbligo di accenti fissi o di pause metriche corrispondenti alle sintattiche, fa con l’endecasillabo sciolto miracoli. Nè è più un virtuoso che eseguisce; è un artista che s’inebria dell’arte sua; è un musicista che crea. Al che, insieme col ritmo, conferì la giuntura o snodatura sintattica perfino eccessiva in qualche inversione; o conferì il ricco vocabolario che sapeva latineggiare [18] e sapeva francesizzare alternamente o non di rado anche contemporaneamente; come quando all’orbe unì il bel mondo, e fe’ complice d’un beante aspetto la toilette. Effetti da grande maestro nell’arte del dire.

Ma qui occorre fermarsi alcun poco; chè la censura, dello stancare con la perfezione formale, fu mossa anche dallo spirito sagace e pronto della signora di Staël, quando ella così ne scrisse al Monti: [19] «Parini, que je viens de lire tout entier, Le Matin et L’Après-midi, ce Parini, qui fait des tours de force avec le mots comme Marchesi en fait avec les notes, m’a bien peu intéressée; c’est une imitation de La Boucle enlevée de Pope [20] (giudizio bell’e fatto; accettato pur troppo anche dallo Strocchi), c’est une ironie continuelle sans véritable gaîté. Sans doute, il y a des difficultés vaincues avec succès, mais dans tous les arts je déteste la difficulté vaincue; c’est un plaisir savant que celui-là, et je demande des impressions naturelles, immédiates, qui partent de la source pour arriver à la source; toutes ces poésies mosaïques ne valent pas une ébauche de génie » 21].

E il Monti, di rimando, a lei: «Il Parini in più luoghi è quale lo definite; ma voi date tutto al cuore e niente allo spirito, niente all’eleganza, niente alla grazia dell’elocuzione, pregi che niuno conoscitore dello stile oraziano o della lingua italiana può contrastare a quell’esimio poeta. Il suo maggior difetto cade piuttosto, per mio parere, sulla scelta dell’argomento, che sull’esecuzione».[22] E dopo ovvie considerazioni (che il Parini medesimo, in un suo appunto in prosa destinato a una digressione nel poema, aveva quasi riassunte o previste nella frase: «Ma mentre che io scrivo la moda si cangia», o che in altre forme a lui furono attribuite come lode di animo generoso che non più volesse incrudelire co’ morti), il bravo Monti ripigliò a dire: «Contuttociò sarebbe insensatezza e ingiustizia il non riconoscere nel Parini altre doti che quelle di stile. Ponderatelo bene, e senza pretendere di darvelo per un poeta di genio, permettetemi di raccomandarvelo per poeta di gusto». Difesa giusta, ma che ha del timido. Nè, tutto sommato, era allora nel 1805, e oggi non è il caso di difendere chi d’esser difeso non ha alcun bisogno. Non foss’altro perchè, se è vero che la maestria perfetta dello stile e del verso apparisce qua e là nel Giorno un po’ soverchiamente e talvolta artifiziosamente voluta e cercata, oh il cuore non è assente nè dall’invenzione nè dall’esecuzione! Concedasi pure che l’occhio e l’orecchio, durante il pazientissimo e ostinato lavoro, usurpino di quando in quando i diritti del cuore; e, direi, or qua or là se ne scordino [23].

Eppure, anche in ciò è del merito, oltre che artistico, poetico. Per esempio, lo spietato osservatore de’ gaudenti, davanti allo spettacolo della gioventù, della bellezza, della grazia, li ammira anch’ egli, e ammirando li raffigura, quasi che sul volto austero gli baleni un gaio sorriso. Rileggiamo almeno questi versi:

Snello dunque o vivace offri a la bella

Mollemente piegato il destro braccio.

Ella la manca v’inserisca. Premi

Tu col gomito un poco. Anch’ella un poco

Ti risponda premendo, e a la tua lena

Dolce peso a portar tutta si doni,

Mentre a piccioli salti ambo affrettate

Per le sonanti scale alto celiando.

E ci accorgeremo che qui, e altrove, la satira ch’era nell’intenzione del moralista cede il luogo alla poesia realisticamente e simpaticamente espressiva. Lo cede senza accorgersene? Tanto meglio!

Darò un altro esempio di consimili confessioni non volontarie. Quando il poeta pensa a deridere, nel pranzo, il cavalier servente e la dama, li rappresenta conniventi e consenzienti in un tacito saluto ; e questo descrive così :

Tu ai cenni del bel guardo e de la mano,

Che reggendo il bicchier sospesa ondeggia,

Affettuoso attendi. I guardi tuoi

Sfavillando di gioia accolgan lieti

Il brindisi segreto e tu ti accingi

In simil modo a tacita risposta.

Lo « sfavillando di gioia » indica in quel cavaliere un sentimento vero che, nella caricatura, non gli si confà. Quel cavaliere ha dunque, per un momento, del Parini; e la dama ha, per un momento, della Teresa Mussi o d’altra donna che egli abbia amato e ne sia stato riamato. Vale a dire, ritroviamo nel caricaturista l’uomo, cui ogni tanto la bellezza e la passione facevano dimenticare l’uffizio volontario e costante del mettere in caricatura. Nè egli è più solamente l’anacreontico rimatore del Brindisi, dove le belle gli si avvicinano pian piano per offrire anch’esse il brindisi; e neppure è l’anacreontico, temerario in quella sua veste d’abate, che esclamò:

Che far con esse allora?

Seco un bicchiere ancora

Bevere, e poi morir!

Ma è lo psicologo che un abbozzo della canzonetta medesima ci presenta così curiosamente vanaglorioso da vantarsi di potere ancora, sebbene vecchiotto, contendere con buona fortuna agl’insipidi rivali, troppo sicuri di sè, il cuore e le labbra delle belle.

L’austero Parini è una figura vera non più che per un aspetto, talvolta anche di posa, e non più che per alcune occasioni e ragioni. Oltre i neri occhi bellissimi, egli aveva doni egregi per conquistare e tenere, con le sue facoltà naturali e affinate nell’elegantissima convivenza: la lingua pronta, il motto vivo, la finezza del gusto, la rara coltura. Chi si accorgeva delle sue «gambe strambe» [24] ?

Non va dimenticato, anche in tale proposito, il gusto che egli ebbe felicemente e magistralmente alle Arti del disegno e alla Musica. Delle Arti trattò a lungo, dalla cattedra, in relazione alle Lettere; e se n’intendeva da tecnico. Se innanzi al Cenacolo di Leonardo si fermava a meditare e a ragionare come un critico estetico, scriveva pei decoratori dei palazzi e dei teatri pagine che han talvolta accenni precisi ai colori, e tutte dimostrano un raro senso della linea e degli effetti complessivi. Al melodramma era quindi disposto doppiamente, pel verso e per lo spettacolo. E intese alla Musica, anche se non fluisse da labbra di donna, gli orecchi e l’animo, e ne rese le sensazioni con finezza inconsueta ai nostri poeti dopo Dante e prima del Leopardi e del Fogazzaro [25]. L’Ascanio in Alba, come non rammentarlo ? parve degno delle melodie di Volfango Mozart. Quanto alla pittura, conferì all’educazione di Andrea Appiani [26].

Nel 1769 compilò, per incarico del governo, la settimanale Gazzetta di Milano 27. Miglior cattedra gli spettava. Nelle Scuole Palatine, dal 1769 stesso [28], poi, con più alto insegnamento, dal 1773, in quelle di Brera, attrasse molti con lezioni eloquenti; e si aggregò discepoli che lo ammirarono amandolo [29]. «Ne’ primi anni della scuola soleva dettare i propri precetti. Molti vi sono che se li tengon cari e custoditi; assai che gli cercano con avidità. Poi smise, e improvvisava per l’ora della lezione. Spesso durava di più; o massime quando abitava esso fuori di Brera, alcuni discepoli lo riaccompagnavano a casa». Così uno di loro, Cosimo Galeazzo Scotti.

IX.

Il Giorno (di cui pubblicò nel 1763 la prima parte, Il Mattino, e nel 1765 la seconda, Il Meriggio) [30], ma anche le Odi, sebbene non si curasse raccoglierle da sè, fecero celebrato lui vivo [31]; e nel poema, nobile di pensiero, lepido d’invenzioni, elegante di stile, magistralmente variato nelle intonazioni e nell’accento de’ versi, nel poema più che nelle Odi sta per alcuni, come a lui stesso appariva, la ragione della sua grandezza. Incontentabile come era, (e non già per timore di bastonate [32], come ne corse voce) lo lasciò incompiuto, e a più riprese ne corresse e ricorresse le parti che aveva dato alle stampe. Anche per l’intenzione formale dell’arte, e pel modo di lavorare, fu maestro al Foscolo, che, tutto industriandosi nella rappresentazione delle cose, precisa e insieme adorna, si dilettò a procedere di quadretto in quadretto, e, incontentabile anche lui, non riuscì a finire Le Grazie. Ma dall’altro lato il Parini, nel poema e nelle odi, fu padre della scuola [33] che si onorò di Alessandro Manzoni: e forse sta in ciò il fondamento della sua fama migliore. Il poeta che si propose congiungere l’utile al vanto di canto lusinghevole, e richiamò la poesia, inspiratrice di virtù, da’ giuochi della mente ai moti del cuore; l’artista che fe’ getto delle ciarle arcadiche e lavorò un poema moderno, contemporaneo, senz’altra mitologia se non quella che l’argomento recava con sè per l’ingegnosa imitazione e parodia della moda mitologica; fu ben a ragione asserito come il loro primo maestro dai Lombardi [34] che dopo il 1816 affermavano la scuola nuova [35]. Fin dal 1806 codesta derivazione ora stata sentita dal giovane Manzoni [36], quando nei versi In morte di Carlo Imbonati, l’alunno del Parini, si faceva ripetere da lui gli ammonimenti famosi: sentire e meditare, non tradire la verità, non contaminarsi mai, volgere l’arte a incremento di virtù [37]. Se discepolo vero e proprio del Parini fu il romantico Giovanni Torti [38]; se nel programma del romantico Conciliatore, scritto dal Borsieri, le dottrine del Parini furono rammentate quali egli le «proclamava eloquentemente dalla cattedra» come preparazione alle idee rinnovatrici dell’arte; gli stessi avversarii riconobbero nel Parini un precursore dei Romantici. Ben a ragione, anche per certe qualità dell’ingegno fantastico. Chi si aspetterebbe, da un poeta a mezzo il Settecento, l’accenno alle Fate che graziosamente e fantasticamente s’innesta in un episodio del classico Giorno? Ma più originali vi si trovan gli accenni ai cavalieri di Carlo e d’Artù, e più l’accenno ai signorotti e ai bravi del secolo XVII; vi è la descrizione della gelosia medievale, quando i mariti, fatto preparare un funebre catafalco, offrivano alle mogli infedeli la scelta tra il veleno e lo stile; vi è quella della notte, quale un tempo appariva su le torri «di teschi antiqui seminato al piede», con upupe e gufi svolazzanti, e fuochi fatui saltellanti, e urla lunghe di fantasime, cui «per entro al vasto buio i cani rispondevano ululando». Una poesia, scritta a cinquant’anni sonati, e disgraziatamente rimasta a mezzo, mostra remote origini di codesta romanticheria, così bene allogata e così efficace, nel mitologico Giorno. Non era uscito dalle fasce, e già le sdentate donnicciuole dei vicinato gli andavano (egli dice) empiendo di fiabe la mente: le streghe sotto il noce di Benevento, i folletti maliziosi, gli spettri paurosi. Era cresciuto e fin da ragazzo gli avevan dato libri di conversioni o miracoli. Da bambino aveva preso gusto a quelle panzane paurose; dimenticava, per chiederne delle altre, i pomi e il pane. Quanto al ragazzo, che avrebbe detto il Parini delle «fanatiche (così, e non "fantastiche" ha il testo) leggende?» Codesta avviata odicina sembra anche per metro, strofette di ottonarii, una romanza di Arrigo Heine.

Non senza stupore tra coloro che della poesia grata al popolo si fanno un’idea poco o punto corrispondente al vero, si è saputo che in istampe popolari parmensi ricomparvero, verso il 1830, due odi del Parini: Le Nozze, Il Brindisi. [39] Ebbene, le non sono due, ma tre, le poesie così divulgate; chè in quelle medesime stampe si trova anche Il Piacere e la Virtù. Male se ne dedurrebbero conseguenze logicamente eccessive; nondimeno si converrà che il classicista Parini non appariva troppo a disagio, in mezzo ai lettori comuni, neppur quando più erano in corso le teorie e la pratica della poesia per il popolo.

Alcuna sua prova felice prenunzia, d’altronde, le maniere satiricamente realistiche che saranno del Porta [40], del Belli, del Fucini, del Pascarella [41]. Si veggano, e varranno a dimostrazione, il sonetto, italiano, su Crispino arricchito troppo improvvisamente per essersi sposata una bella ragazza, e l’altro, milanese, su la nuova moda venuta da Parigi in rivoluzione. Militava contro il forestierume nordico, che si determinò poi in una delle forme più appariscenti fuor dalla confusa nebbia romantica; ma, del pari, censurava il falso classicismo che andava ponendo le greche colonne perfino a sostegno delle candele.

X.

Or questo padre di romantici, questo romantico in potenza, e qualche volta in atto, mentre potè dallo studio de’ classici derivare tanto di virtù o d’eleganza all’eloquio e al verso, tutto classico, così ebbe audacie di sano realismo, anche altrove che nella satira dove più era agevole ammetterle; audacie, quali sembrarono e non erano, che tra i romantici nostri nessuno, salvo il Manzoni, vorrà e saprà tentare. In più luoghi del Giorno si additano; evidenti nelle odi. Se non avessimo sott’occhio ciò che il poeta fece, e che è spesso un capolavoro, si direbbe volesse vincere bizzarre scommesse: presi i metri della canzonetta e dell’ode, quali gli Arcadi gli avevan retoricamente foggiati, vi trattò delle fogne e delle vaganti latrine che infestavan Milano; vi trattò dell’innesto del vaiolo, della castrazione, della china-china. Or come è che, con le odi davanti, non pensiamo più alla singolarità di codesti argomenti? Ciò accade perchè il poeta non li cercò nè li scelse a prova di virtuosità tecnica o d’ingegno sottile, ma li ebbe spontanei; filantropo che meditava sul pubblico bene, e artista che, dentro ogni aspetto caduco, per umile che fosse, sentiva la vita inesausta, grande, immortale, onde son piene o animate tutte le cose.

Nè men rischiose le espressioni; pur quanto appropriate, vive, efficaci! I carri stercorarii che con spalancate gole ammorbano la città, il famelico che mangia i rapiti pani con mani sanguinose, il cappello insudiciato di fango, e il vano bastone, che quel pietoso cittadino raccoglie dalla via e restituisce al povero vecchio, sono immagini e frasi delle quali la poesia europea, non che l’italiana, non aveva da un pezzo le eguali per energia. La «energica» plebe è un detto del Parini; ben fu ch’egli avesse del plebeo. Roberto Burns, il poeta contadino scozzese, non nacque che nel 1759. Vero è che noi avevamo, da secoli, l’aristocratico Dante.

Ogni vita bene spesa ha il suo premio. Al Parini non furon premii i misurati stipendii nè le lodi officiali; ma la stima di tutta la patria, l’ammirazione strappata quasi per forza a chi un tempo aveva diffidato di lui. Un sonetto, bellissimo, in milanese, ci mostra, anche più direttamente che l’ode sul vestire alla ghigliottina, come egli si risentisse degli orrori in cui sciaguratamente andava precipitando la rivoluzione di Francia. Quando Francesco Ottaviano Renucci, il buon storico della sua Corsica, nel 1794 si recò a visitarlo (e avran parlato assai di Pasquale Paoli, in nome del quale il Parini aveva tentato un’orazione politica), il Parini, non sì tosto lo vide, gli disse: «Or bene, la Francia corre alla sua rovina, e deturpa una delle cause più nobili che all’opera umana sieno state affidate!» Era naturale, per altro, che sulle prime a un tal liberale e precursore della democrazia si rendesse onore dal nuovo governo; naturale era, che, partiti gli Austriaci, si pensasse a valersi, in uffizi pubblici, di lui che, filosofo filantropo o prete cristiano, aveva tanto cooperato alla diffusione delle idee nuove, per quel che era in loro di giustizia civile.

Fu così nominato nella Municipalità che i Francesi istituirono a reggere Milano. Con gli stessi sentimenti che in lui abbiam visto verso la rivoluzione grande, sì d’amore e fede, sì di timore e disgusto, egli assistè alla rivoluzione piccola, alla nostra, finchè lesse alla Municipalità la magnanima dichiarazione del 21 luglio 1796: «Si domanda se la causa della Libertà milanese si tratti a Parigi; se si tratti a Milano; se si tratti in ambedue i luoghi; se veramente si tratti in nessuno dei due luoghi ».

Il buon prete, quasi paralitico, si faceva portare su le braccia a compiere il dover suo: e a compierlo, ci voleva spesso, contro le prepotenze e le angarie, non poco coraggio. Quando il coraggio fu inutile, allora soltanto egli pianse. Pietro Verri s’era trovato con lui nella Società Patriotica, fondata nel 1776 pel progresso dell’agricoltura e delle industrie, e aveva preso a stimarlo: poi in quella convivenza là, sempre meglio era andato conoscendolo, nè più lo sprezzava come un tempo aveva fatto, ma ne scriveva al fratello, prima così: «Parini il poeta è municipalista mio collega, un uomo un po’ pedante, ma illuminato sui principii della scienza sociale, e di molta probità»; poi, un mese e mezzo dopo, così: «Figuratevi che stato è quello di un uomo probo in tale società! Parini, il fermo ed energico Parini, talvolta piange. Io non piango ma fremo, e lo amo come un uomo di somma virtù»; e da ultimo, così: «La superiorità francese ha congedati sette municipalisti, tre dei quali erano veramente capaci; gli altri sono dimessi per partito, e tra questi il nostro Parini, uomo deciso per la giustizia e fermo contro chi vorrebbe imporci cose ingiuste, civium ardor prava jubentium. Mi duole, e mi rallegro con lui». E dire che quel fratello di Pietro, Alessandro Verri, aveva scritto una volta a lui, non dissenziente, che animali come il Parini son rari al mondo!

«L’abate Parini (attesta ancora Pietro Verri) vi si trovò (nella Municipalità) quasi collocato a tradimento; il pubblico conosce in lui il poeta; chi se gli accosta, conosce l’uomo decisamente virtuoso e fermo; e perciò il partito dominante, poco dopo, lo fece congedare: il che non è accaduto a me, forse per considerazione della mia età o delle cariche da me esercitate, e forse anche perchè nel modo d’oppormi alle ingiustizie io fui più riguardato ». Venuti gli Austriaci, egli, il giorno in cui morì, il 15 Agosto 1799, scrisse un sonetto per ammonire non si ricadesse negli errori di prima. Gli ultimi suoi versi furon così per la patria. A lui questa, politicamente, apparve soltanto nella Lombardia. Società Patriotica, una Società per la Lombardia. Forse, da ultimo, capì che avremmo potuto anche noi Italiani costituirci in una sola nazione, e partecipò allo speranze cisalpine? Certo è che al risorgimento nazionale preparò assai d’animo e di vigore con l’opera sua civile, e con gli auspicii dati all’Alfieri.

XI.

Come tutti gli uomini saliti in fama, egli ebbe amici e ammiratori, ed ebbe detrattori e nemici. Come ciascun uomo, che non sia una vanità con apparenze di persona ma sia una persona reale, fu diversamente giudicato. E si prestava a discrepanti giudizi col suo fare, ora d’arcigno spettatore e ammonitore, ora di gaio convivente e partecipe ai costumi derisi e flagellati da lui medesimo. Qualche diretta o indiretta lamentazione delle sue strettezze, anche allora che insomma egli aveva assai più del necessario, dispiace in un così severo rimbrottatore del lusso altrui; dispiacciono, in un così altiero assertore della sua propria indipendenza dai ricchi e dai potenti, qualche adulazione, qualche soggezione. Ma converrà non dimenticare che nella società elegante, dove era penetrato da giovane, si restava egli sempre più desiderato e onorato; e, restandovi, doveva provvedere al proprio decoro. E alla vecchiaia, che gli era ingrata, è naturale pensasse con timore e cercasse di provvedervi in tempo. Come, accettando cortesie e doni, fosse tale da mostrarsi riconoscente con dignità (e altresì come sentisse di sè, e a sè stimasse dovuto più che la società non gli dava) si scorge, forse meglio che altrove, nelle sue lettere a Don Antonio Greppi; di molti anni anteriori all’ode La Caduta, dove robusto e veemente egli affermò ai contemporanei o ai posteri, in forma d’arte, sè stesso.

Gli amori non levarono scandalo allora: dobbiam gridarne, ora, noi? Per lo meno peccheremmo d’ingratitudine verso la passione sensuale che inspirò versi belli di lirica esaltatrice o di motteggio sorridente. La severità delle sentenze contro gli altri sembrò talvolta, che movesse da un’eccessiva estimazione di sè. Una dama scriveva il 29 dicembre 1784 da Milano alla Paolina Grismondi [42], ammirata dal Parini: «J’ai vu l’abbé Parini et le P. Soave: le premier rempli de son mérite souffre impatiemment qu’on exalte celui des autres, le second modeste et doux comme les idylles de Gessner qu’il a tracés ecc.». Ma con molti fu largo di lodi sincere, e non sappiamo mica chi quella dama andò quel giorno a lodargli! Ippolito Pindemonte [43], per esempio, lo vide «un po’ serio e grave, se volete; pieno, per altro, di urbanità: parla volentieri e bene, non recita a tutti nè senza esser pregato come Orazio, e dice anche sincerissimamente il suo parere delle cose che gli mostrate, se ne vien domandato con candidezza». Con che non si vuol negare che, come il Reina confessò, e il Gargallo [44] attestò, nel conversare non avesse qualche volta dell’acre. Cotanto adunque di sapere è dato a nobil mente? — usava, citando sè stesso, chiedere con ironia agli amici-nemici; e, se pur lodava (séguita ad attestare il Gargallo) non si dimenticava d’accompagnare alla lode qualche utile avviso. Di che, del resto, i valenti gli restavano grati: tra gli altri, e val per molti imbelli, l’armato Vittorio Alfieri.

Natura sana e forte, lo designò non a torto il Manzoni [45], che pur ne seppe le debolezze e le malattie. Se pure è il caso di dire così. Ogni luce reca seco necessariamente l’ombra; o, per lo meno, son l’ombre che in un ritratto fan risaltare la luce. Nella figura del Parini, più che in altre men rilevate, molto servono al carattere, espresso in bello, anche linee che in sè e di per sè non apparirebbero belle.

Piaceva, a lui vecchio, deporre il meglio che avesse nei giovani, in cui confidava; e dal Foscolo [46] fu per ciò idealmente rappresentato in atto amorevole o in discorsi gravi, da maestro paterno; ma di curiosità più viva, che non siano pagine fattizie, è la seguente veridica, su Francesco Moschetti [47] (di Como, 1766-1839), che nel 1793 accettò la condotta di medico in Tromezzina, e là conobbe il Parini, ospite dei Serbelloni a Bellagio, e gli fu caro: «Era il Parini nel colmo della gloria, e null’ostante voleva a sè vicino il Moschetti, giovane e a fama ignoto; passeggiava i giardini appoggiando a lui l’informe fianco, e gli pasceva l’intelletto di alte e generose dottrine. Nelle sere dell’autunno il Moschetti attraversava il lago per salire al promontorio di Bellagio, e una notte, rabbruscatosi d’improvviso il tempo, corse pericolo di naufragio. Al vivo ne fu addolorato il Parini: Ho già deposta la cetra, gli disse, ma questa volta avrei sfogato il mio dolore cantando». Due anni dopo, fu un altro giovane, Febo D’Adda, che dal Parini ebbe, per la prossima nascita del primogenito, l’ode Alla Musa.

Con l’età le occasioni a poetare s’erano di grado in grado elevate a sensazioni più elette, ad affetti più degni [48]: ed è gran riprova di virtù morale che l’uomo invecchiando possa farsi più puro [49], sebbene sia della vita più esperto; è gran riprova di virtù estetica ch’egli apparisca perfetto, sia pure men vivace, nell’arte.

XII.

Quanto all’arte [50], il Parini, senza essere un poeta sovrano, è celebrato tra i nostri più insigni [51]. Meritatamente. Perfino il Leopardi [52], che non n’era un caldo ammiratore, volle unirne il nome a quel della gloria. Non soltanto l’elaborazione della dicitura e del verso nelle sue pagine offre frequenti ragioni di gustare ammirando, e di ponderare delicatissimi esempii; ma le stesse asprezze delle odi han potenza quasi di vapore ch’erompa da un troppo sottile involucro di ben cesellato metallo [53]. La campagna, la grazia femminile, la musica, gli arredi eleganti, sensazioni rapide, alti affetti, atti o atteggiamenti eroici, conseguirono da lui la netta e ben sonante espressione che, definitiva, rende quasi impossibile ripensare e ridire in un’altra forma quella stessa materia. Affermazioni per-sonali ed umane egli dette liricamente, che restano acquisite alla coscienza italiana [54]. Anche quando fu più eloquente che poeta, più sentenzioso che profondo, riuscì ad affermare degnamente concetti non mai volgari [55]. Di caricature sue séguita ad alimentarsi nella nostra fantasia la figurazione del Settecento aristocratico. Presentì il nuovo, e lo preparò; consapevole, sia della classicità, di contro all’accademico classicismo, sia della realtà, compresa sanamente come vivificazione dell’arte, di contro alla confusa o convulsa imitazione di modelli stranieri. Amò la salubre irradiazione del nostro bel sole; non ammirò i bagliori del fetido zolfo. Di alcuni grandi francesi seppe valutare le qualità belle senza restarne cattivo. E sempre si rimase italiano di lingua, d’intenzione, di forme; e, dentro la tradizione italiana, innovava.

Dal Pope imparò leggiadrie e riflessioni, non lo imitò. Un suo frammento d’idillio, il quale pur deriva da quelli del Gessner, è una delle più care cose che abbia la descrizione di scenette naturali mista con l’analisi d’un sentimento gentile. In alcuni componimenti minori, d’intonazione giocosa su tema serio, raggiunse un segno che non fu oltrepassato, mentre sembrava si divertisse a ricalcare le orme del Berni e del Lasca.

Qualunque sentenza si accetti sopra il pregio della poesia del Parini, l’importanza storica ne apparisce grande, per la fama, per gli effetti; tanto a chi studia lui in relazione col secolo XVIII, quanto a chi le scritture di lui va esaminando per lo stile e pel verso [56]. Se poi della sua poesia è più agevole il magnificare una parte o il vilipendere un’altra, che il profferire una compiuta e ben ragionata sentenza, ciò non fa che, intanto, l’Italia non prosegua, e nelle scuole o fuori, a vedere in molte pagine del Parini una bellezza non vana, e a sentire in molti accenti di lui la voce d’un uomo che davvero si espresse e che, esprimendo sè, diè voce durevole a sdegni, ad amori, a confessioni, di molti fratelli nella travagliata umanità [57], mentre di qualche curioso aspetto de’ tempi suoi preparava egli ai posteri una caratteristica rappresentazione con una serie di miniature e d’acqueforti stupende.

Note

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[1] Questo discorso, assai più breve e in forma assai diversa, fu letto in Firenze, il 26 febbraio 1896, per la serie La Vita Italiana nel Settecento, e comparve stampato nella collezione di quel titolo edita a Milano, Treves, nell’anno medesimo (II, 273-308). Ritoccato uscì nel mio volume Glorie e memorie dell’arte e della civiltà d’Italia, Firenze, Alfani e Venturi, 1905, pagg. 253-284. Con qualche altro ritocco fu dato come introduzione alle Poesie del Parini, nella raccolta dei Classici italiani, Milano, Istituto editoriale italiano, vol XXII. Or qui è molto accresciuto o mutato; e avrei voluto corredarlo di qualche pagina desunta, dal mio commento Le Odi, Il Giorno e altre poesie minori di G. P., Firenze, Barbèra, 1897, e di molte note. Ma, ciò non potendo, mi limito a rimandare, in genere, al diligente manualetto di E. Bellorini, La vita e le opere di G. P., Livorno, Giusti, 1918, che dà la bibliografia essenziale dell’argomento; e soltanto aggiungerò, dopo le note al discorso, alcune indicazioni.

[2] Le registrazioni scolastiche (che son dodici, dal 1740 al 1752) posson vedersi in Albo Pariniano, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1899, pagg. 21-24: nel 1749-1750, il P. dopo molte assenze, carpì «subdole», la firma di frequenza, e poi non si fece più vedere alle lezioni di Teologia.

[3] La sconcia novella del Fortini imitata dal P. fu, in soli cento esemplari, ristampata (dal testo del Reina) a Firenze, nel 1857: L’Agnoletta, novella di G. P., ecc., ora riprodotta come ricordo agli artisti che in Firenze convengono al Caffè Michelangelo. Era la brigata, de’ così detti Macchiaiuoli. Si direbbe che il P. dovè fare del peccato giovanile un’ammenda onorevole quando corresse (e il pubblico gliene attribuì più responsabilità, ch’egli non vi avesse) le Novelle morali del discepolo C. G. Scotti: cfr. L. Bellò, Memorie su la vita e su gli scritti del Sac. C. G. S., Cremona, Manini, 1823, pagg. 13 sgg.

[4] Per gli amori del P. cfr. anche F. Salveraglio, a proposito del Brindisi, nella ediz. cit. delle Odi, pagg. 231-237.

[5] Per le relazioni tra il P. e la Società dei Pugni o Il Caffè, cfr. L. Ferrari, Del «Caffè», periodico milanese del sec. XVIII, Pisa, Nistri, 1899 (Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa, vol. XXII), pagg. 63 sgg. Credo che in questo bel lavoro sia eccessivo il contrapposto, vero in sè, tra la Società dei Pugni o Il Caffè, da un lato, e i Trasformati, dall’altro.

[6] Per le relazioni del P. coi Verri e per la sua condotta nella Municipalità, cfr. anche A. Ottolini, Pietro Verri e i suoi tempi, Palermo, Sandron, 1921, e M. Gallioli, Alessandro Verri, Milano, Soc. dei giovani autori, 1921, i quali, naturalmente, rimandano all’epistolario.

[7] G. A. Venturi. C. Beccaria e le lettere di P. e di A. Verri, Ancona, Stab. tip. dellOrdine, 1882 (per le relazioni del Beccaria, e del Verri col P.).

[8] La pagina del Beccaria è nel libro Dei Delitti e delle Pene, § XVI; e cfr. anche, pel Bisogno, § XL I.

[9] Per la concomitanza di poesie del P. e del Tanzi si osservi, ad esempio, che nelle Alcune Poesie milanesi e toscane di questo, Milano, Agnelli, 1706, vi è anche un sonetto caudato in dialetto «Per la Cademia sora el Foeugh», e ottave italiane «Per l’Accademia sopra, le Maschere», e terzine in dialetto «Rezitae in la Cademia sora la Spilorciaria»; argomenti trattati anche dal P.

[10] Per le relazioni tra il P. e il Baretti (che fu nei Trasformati, e che nella  Frusta letteraria lodò Il Mattino), cfr. L. Piccioni, Studi e ricerche intorno a C. Baretti, Livorno, Giusti, 1899 (v. Indice analitico). e «G. B. prima della Frusta letteraria», Supplemento nn. 13-14, del Giorn. Stor. della Letter. Ital., Torino, 1912. Cfr. anche il giudizio del B. in Gl’Italiani, Milano, Pirotta, 1818, pag. 32 e Prose di G. B. scelte ed annotate da L. Piccioni, Torino, Paravia, 1907 (v. Indice delle cose notabili).

[11] Pel viaggio della Du Boccage In Italia, e per l’accenno al Frugoni, cfr. il suo Recueil des oeuvres, Lione, Perisse, 1762, III, 127 sgg., e pag. 377.

[12] La predica, di cui riferisco il principio è Sugli occhi di Maria, ed è di Onofrio Minzoni (ferrarese, 1734-1817): si può leggerla anche in sue Rime e Prose, Venezia, Tip. Pepoliana, 1794, pagg. 3 sgg. delle Prose.

[13] C. Ugoni, Della Letteratura Italiana nella seconda metà del sec. XVIII, Milano, Bernardoni, 1856, I, 388, indicò la probabile fonte del Dialogo della Nobiltà in alcuni versi di Pietro Patrix (di Caen, 1583-1671), che furono divulgatissimi; stimo bene riferirli qui:

Je, songeai cette nuit que, de mal consumé,

Côte à côte d’un pauvre on m’avait inhumé;

Mais, ne pouvant souffrir ce fâsceux voisinage,

En mort de qualité je lui tins ce langage:

«Retire-toi, coquin, va pourrir loin d’ici!

Il ne t’appartient pas de m’approcher ainsi!»

«Coquin?, ce m’a-t’-il dit d’une arrogance extrême,

Va cercher tes coquins ailleurs, coquin toi-même!

Ici, tous égaux, je ne te dois plus rien:

Je suis sur mon fumier come toi sur le tien!

[14] Si potrà utilmente ricercare in C. Correnti, Pensieri, Milano, Treves, 1915, pagg. l05-106, da un manoscritto del 1852, un notevole luogo su esso Dialogo della Nobiltà.

[15] Per documento del favore che soleva accogliere le odi del P. può addursi anche il Chracas, ossia Diario ordinario di Roma, Roma, 18 luglio 1793, n. 2144: «è comparsa in pubblico una vivacissima anacreontica del sig. ab. G. P., ove si biasima la moda francese della Guigliottina, e sì bella composizione vien celebrata per la sceltezza delle parole, per l’altezza dello stile e per la nobiltà dei concetti.

[16] Il Tommaseo, come usava, con sempre nuove osservazioni che han dell’importante o del curioso anche nel loro contradirsi, tornò più volte sul P. Eccone un altro giudizio, che più loda il P. per non lodar molto I’Alfieri: « Segna piuttosto una nuova stagione poetica Giuseppe Parini, con una lirica e una sattira propria a lui, con uno stile più suo, con un concetto morale e civile, con la dignità di certi sentimenti, se non di tutta la vita. La qual dignità era più difficile esercitare al povero prete che al Conte ricco; nè il Conte la esercitò sempre; ed il prete si mantenne più uguale a se stesso che il Conte negli ultimi anni, ed espresso con parole più nobili e con atti men passionati il disdegno de’ rivolgimenti licenziosi e inonesti. Al Parini più che all’Alfieri debbono Alessandro Manzoni e Ugo Foscolo », in Lettere inedite di N. Tommaseo a P. De Donato-Giannini, Trani, Vecchi, 1887, pag. 37. La sentenza su la poca fantasia poetica de’ Lombardi dice precisamente così: « Vedete i due loro [de’ Lombardi] poeti, veramente grandi, Parini o Manzoni: come poveri di fantasia; o poveri di quella ricchezza di stile che viene dalla vivacità delle imagini!» in G. Capponi e N. Tommaseo, Carteggio inedito, Bologna, Zanichelli, 1911, I, 507. Nelle Memorie poetiche, Venezia, Gondoliere, 1838, pag. 135, già aveva detto: il Cervantes predecessore del Parini, ma più poeta di lui ». Nella raccolta di scritti Il secondo esilio, Milano, Sanvito, 1862, II, 386, dopo aver contrapposto il P. al Cesarotti e al Metastasio, per aggravargli la mano addosso: « Meritamente punito l’infelice dello schernire ch’e’ faceva i grandi, accettando gl’indigesti lor pranzi, che lasciano al poeta nell’animo la sete di Tantalo o le voglie di Sisifo. Onde al prete sciancato divenne tormento dell’onorata vecchiaia il non poter andare in carrozza », ecc. Negli Esercizi letterari, Firenze, Le Monnier, 1869, col. 119, con lode: « Certe odi del P. son belle, non piacevoli: i versi del Metastasio sono sovente più soavi che belli ». Nel Dizionario Estetico, Firenze, Le Monnier, 1867, col. 119, con altra lode, dell’essersi mosso dalle tradizioni per proseguire al nuovo: « Così fece nell’arte del verso il Parini, più moderno insieme e più antico, più originale e più dottamente accurato, e del rinnovamento della poesia e della dignità delle lettere più benemerito, al parer mio, che l’Alfieri ». Ne loda la « castigatezza » stilistica, ivi, col. 586. Contempera equamente lodi o censure, ivi, col. 687: « Il Parini, dalla forza dell’ingegno, e più da certo vigore di fibra lombarda, fu messo in una nuova via affatto; ma per separarsi dal volgo degli scriventi, credette doversi sequestrare dall’intelligenza de’ più; creò uno stile dignitoso ed eletto, ma soverchiamente peregrino e superbo. Così la miseria de’ tempi condusse l’uomo di cuore sincero e semplice, di mente retta, a cercare il leggiadro nel contorto, il nobile nell’insolito; e sovente a far dello stile non il colore ma la maschera della bellezza. Non è già che, là dove la poesia del Parini è più vera, non sia schietta e spedita; ma giova ripetere che il più sovente i latinismi, lo trasposizioni, le perifrasi, e simili artifizi, rendono inaccessibili ai più, tanti di que’ sentirnenti che converrebbe far colla dolcezza della poesia in tutti gli animi penetrare ». La « invenustà di soverchio artifizio che sovente s’aggrava sulla poesia del Parini » è notata, ivi, col. 689. Che il Parini « innovò con più di gusto che d’estro ivi, col. 692. Ed altro ancora si potrebbe spigolare, non inutilmente.

[17] Per le relazioni tra ii Femia del Martelli e il Giorno cfr. anche G. Toffanin, L’eredità del Rinascimento in Arcadia, Bologna, Zanichelli, 1923, pagg. 217 segg. Cfr. A. Manzoni, Carteggio, Milano, Hoepli, 1912, I, 179-180.

[18] Il commento di A. D’Ancona alle Odi (Firenze, Le Monnier, 1884) ha speciale curiosità dai molti riscontri d’immagini e di frasi del P. con quelle di classici latini. Per un caso singolo della felicità del P. nell’uso delle parole composte classicheggiando (anguicrinite), cfr. L. Fornaciari, Prose, Firenze, Le Monnier, 1892, pagg. 66-67.

[19] I giudizi della Staël, e del Monti sono in Lettres de V. Monti à M.me De Staël pendant l’année 1805, edite da J. Luchaire in Bulletin Italien, Bordeaux, 1906, Lettera IX e relativa nota.

[20] La derivazione del Giorno dal poemetto di A. Pope, era stata tenuta per sicura anche da L. Strocchi, Lettere, Faenza, Conti, 1868, 1, 165: Egli (il P.) avea preso a modellio il Riccio rapito di Pope, e lo volle perfettamente imitare anche nei difetti». In genere cfr. G. Zanella, Paralleli letterari, Verona, Münster, 1585, pagg. 70 sgg.; nè sto a rimandare anche qui al Carducci.

[21] Tal derivazione del Giorno dalla poesia inglese precisamente affermata da R. Garnett, A history of Italian Literature, Londra, Heinemann, 1898, pagg. 299-300: «Parini is particularly interesting as the first eminent Italian poet who shows decided traces of English influence. The plan of his poem is taken from Thomson [the Seasons, 1727-1730], the spirit is the spirit of Pope; the net result is much such a poem as Cowper might have written had he been an Italian. Just as Thomson in his Seasons depicts the entire course of Nature from four points of view, so Parini in his Giorno delineated the useless life of a frivolous young Italian of quality by exhibiting the occupations of his morning, afternoon, evening, and night. The spirit is that of Pope’s satires ecc.

[22] S. De Coureil, Lettera all’ill.mo sig. V. Monti, Lucca, Rocchi, 1805, difende alcuni suoi giudizi su l’arte del P., riproveratigli dal MONTI (Opere, Milano, Resnati, 1541, V, 167, v. 95., in Del Cavallo alato di Arsinoe. Lettere filologiche, uscite l’anno innanzi); curiosa polemica. E vedi in sue Opere, Livorno, Stamp. della Fenice, 1818-1819, II, 179 sgg., III, 45 sgg. e 80 sgg.

[23] G. Biadego, Donna Silvia Curtoni Verza a Milano e a Napoli, in sue spigolature da libri e manoscritti, Verona, Munster, 1883, pagg. 105 sgg. In una lettera a Clementino Vannetti, del 24 novembre 1788, ella scrisse: «Ho conosciuto il bravo abate Parini, che ha nel vero due grandi occhi poetici. Ho inteso da lui stesso recitare parte della sua Sera, nulla inferiore al Mattino e al Mezzogiorno. Che penna aurea che maniere e forme di dire tutte nuove! che vivacità di colori! che verità di costume! Non m’accusate di entusiasmo. Sono lodi che egli merita, voi lo sapete». Riferito in Biadego da L’Epistolario, raccolta di lettere edite da A. Rubbi, Venezia, 1795 (cioè, vivente il P.), anno I, pag. 160.

C. Vannetti [1754-1795], Opere italiane e latine, Venezia, Alvisopoli, 1827, osserva che il P., «leggiadro e pungente nel suo poema, parrà ai posteri anche pieno d’erudizione in quanto racchiuderà le memorie degli usi nostri, che allora saranno oscuri, e perciò porgeranno argomento di varie ricerche a’ filologi» (III, 126, in nota). Per le lodi a lui cfr. anche IV, 98 sgg., e in difesa di lui contro l’ab. Andres, ivi, VI, 283, in nota al testo poetico di un sermone che è a pag. 270-271, dove il P. è detto «original poeta»: altrove, VI, 215, «robusto De’ folli vizi original pittore». E in sue lettere, sotto il titolo L’educazione letteraria del bel sesso, Milano, Pirotta, 1835, pag. 19: «poemetti immortali [quelli del P.], che fra le giunchiglie, i gelsomini, le manteche, i nastri e le polveri fan parte tuttavia delle più eleganti tolette: che è notevole e curiosa testimonianza; e prosegue con lodi allo stile del P., « conciso, vibrato, misterioso».

[24] Della rapida fama del P. è documento la traduzione libera e integrazione che del suo poema fece Giuseppe Grellet Desprades, Les Quatre parties du jour à la ville, Parigi, 1776. Desprades, di Limoges, visse dal 1733 al 1810; fu abate e istitutore dei figli del Conte di Artois. Un’altra traduzione in versi francesi uscì a Parigi nel 1814. A una traduzione tedesca, avviata, ma non so se quindi compiuta, accenna il Magazzino di Letteratura, ecc., Firenze, marzo 1805, III, 70-71.

Un’altra traduzione in versi francesi, del Raymond, uscì nel 1820. Delle Odi, una, di Th. Feriaud, nel 1899, a Bologna, si vanta d’esser la prima; ma non è del mio proposito registrare edizioni nè traduzioni.

La prima parte del Giorno fu tradotta in esametri latini da ANTONIO Morandi, Hetruscum poema cui titulus Il Mattino latine redditum, Milano, Pogliani, 1791; ristampata l’anno seguente. Un’altra versione latina, inedita, è nell’Ambrosiana.

[25]

[26] Pr le relazioni del P. con Andrea Appiani e l’efficacia ch’egli ebbe sopra l’arte di P. cfr. G. eretta, Le opere di A. A., Milano, Silvestri, 1848, pagg. 83 sgg.; e G. Zappa, A. A. e l’arte classica nel suo spirito e nella sua derivazione letteraria, nel vol. di scritture sue Verso Emmaus, Roma, Alfieri e Lacroix, 1922, pagg. 151 sgg., dove anche sulle buone osservazioni sul valore delle teoriche artistiche del P. e de’ suoi programmi per affreschi, ecc.

[27] Su la direzione che il P. nel 1709 tenne della Gazzetta di Milano, cfr. E. Bellorini, in appendice alla sua edizione delle Prose, II, 275 sgg., Il P. giornalista. Ch. Boissonade, nell’artic. Parini, della Biographie universelle ancienne et moderne, Parigi, Michaud, 1822, XXXII, 566-569, fu, credo, de’ primi (esagerando dal Reina) a divulgare che egli, nel compilare, passava per un finestrino al tipografo l’originale, di cartella in cartella: il suo sarto, cui occorreva carta per certe misure, prese una di quelle cartelle e se ne valse; e il P. rimediò alla lacuna con la notizia su la proibizione, fatta dal papa Ganganelli, di evirare; proibizione che fu molto lodata, e che inspirò versi attribuiti dal Reina al Voltaire mentre, secondo il Boissonade, sono di Ch. Bordes. Il Salveraglio, pagg. 214 egg., ha l’originario racconto, da una lettera al Reina: l’originale sarebbe stato portato via, dal vento, durante un temporale notturno. E ivi cfr. il resto, quanto alla notizia su l’evirazione.

[28] Quanto all’insegnamento del P., cfr. C. G. Scotti, Elogio dell’al. G. P., Milano, Motta, 1801, pag. 38 in nota; e cfr. anche Della vita e degli scritti di G. P. (di P. Pozzetti e L. Bramieri), Milano, Majnardi, 1802. pag. 28 : «Chi ebbe la ventura di ascoltar P. ragionante dalla cattedra, partì dolcemente inebbriato e sorpreso ecc. » I registri tenuti dal P. nella Scuola di Brera per gli anni 1774-1777 e 1779 si conservano nell’archivio del R. Liceo Parini in Milano, Il facsimile del registro del 1775 (con 33 scolari) è in Albo pariniano, Bergamo, Ist. Ital. d’Arti grafiche, 1899, pag. 58.

[29] Il P., interrogato dal Reina perché non pensasse di compiere il suo trattato sui Principii di Belle Lettere, gli rispose che non credeva che più occorresse, dopo le Lezioni d’Illo(100uza del Villa; lo quali, « benchè non forse quanto si vorrebbe filosofiche, sono ripiene di giustezza e distese in buono stil». Cfr. F. Reina nell’Avvertimento innanzi al vol. VI delle Opere di G. P.

[30] Meritan d’essere raccolte, per la storia del Giorno, queste parole scritte da C. I. Frugoni a L. A. Loschi il 24 febbraio 1764 : «Da Milano mi fu mandato da cavaliero amico mio il Mattino, del qual Ella mi parla; e benchè io vi scorgessi per entro le pecche ch’Ella vi ha scoperte, pure, per non dispiacere al cavaliere amico, molto lo approvai; ed invero non si può negare che molte bellezze non vi si trovino pur entro; ma non sono esse così prodigiose e divine come Scannabue le fa». Cfr. G. Zannoni, Una lettera inedita di C. I. Frugoni a L. A. Loschi, Roma, Tip. Elzeviriana, 1895, pag. 15. Per gli effetti che l’arte del Frugoni ebbe su quella del P., e per le relazioni tra essi due, cfr. C. Calcaterra, Storia della poesia frugoniana, Genova, Lib. edit. moderna, 1920, specialmente a pagg. 389 sgg.

[31] Che dopo i1 1796 non volesse publicare la Sera per ragioni morali e politiche, attesta L. Bramieri: «A me, che il pregava di arrendersi al voto comune, togliendo all’avaro scrigno quell’auree carte per donarle all’Italia bramosa, replicò risolutamente: sè aver cominciato fin dal decimo quarto giorno di Maggio dell’anno millesettecentonovantasei a riguardare qual pretta viltà, niente men turpe che l’insaevire in mortuum, l’acconsentir, dopo tanto procrastinare, all’edizione d’uno scritto, ove si pungono di sarcasmo quelli singolarmente che nel gran corpo sociale formavano una classe distinta, di cui i politici cangiamenti sopraggiunti allora nel proprio paese facean vedere manifesta la total decadenza (Della vita e degli scritti di G. P., Lettere di due amici, Milano, Majnardi, 1802, pag. 47). Le parole del P. a F. O. Rinucci si leggono nella vita di questo (firmata «Un Corso») in Biogrefia degli Italiani illustri ecc. di E. De Tipaldo, Venezia, Cecchini, 1845, X, 289.

[32] Per la voce della minaccia di bastonature al P. se si fosse ostinato a pubblicare Il Giorno, alle altre testimonianze sul mito si aggiunga quella di Francesco Rubini (di Valdagno, 1766-1827) in una sua lettera da Milano, 9 ottobre 1789, edita nell’opuscolo Nozze Soster-Dondi Orologio, Padova, Prosperini, 1885, pag. 15. Fin dal 1764 era corsa la voce che il P. avesse dovuto scappare da Milano per la persecuzione del Belgioioso che s’era ravvisato nel «giovin signore»: cfr. L. Bertana, Un documento pariniano, in Rassegna Bibliografica della Letteratura Italiana, Pisa, Mariotti, 1897, V. 178-179.

[33] «Antesignano della nuova Scuola Lombarda» fu riconosciuto il P. anche da F. Benedetti in Giorn. di Letter. e Belle Arti, Firenze, 1816, II, 26.

[34] Per la diffusione e gli effetti immediati dell’opera del P., cfr. anche Rosa Germano, La fortuna di G. P. e i contemporanei, in Nuova Rivista Storica, Milano, Albrighi e Segati, 1921 (anno V, fasc.II-III). Qualcosa è agevole spigolare tuttavia. In un componimento di versi sciolti che Angelo Teodoro Villa, amico e collega del P. (il quale poi non gli risparmiò una letteraccia stizzosa; e cfr. anche nelle Poesie varie, n. CCXXXV), pubblicò, accanto ai versi di lui, nei Componimenti in morte del Conte C. M. Imbonati, Mïlano, Galeazzi, 1769, pagg. 24-25, son questi versi sul P. e sul Beccaria, che fu anch’esso un loro compagno nei Trasformati, come dai versi medesimi si rileva:

Vennero accinti a riformar d’Italia

L’ impavido Berretti i vani studii

Che di flagelli avea la destra armata;

E l’oltraggiosa a’ semplici costumi

Signoreggiante moda il mio Parini,

Anima sopra l’altre, anima tanto

Cara alle Muse e a me, che con eterni

Risi e col motteggiar nobile e franco

Fea di morbido eroe plauso alle gesta.

Venne il giovane illustre, atto a dar leggi

Nella più fresca età, che di man tolse

All’umana severa punitrice

Giustizia i fieri canapi omicidi,

Le spietate mannaie, i non temuti

Ceppi, e al pubblico ben gravi e dannosi.

Tutti accogliea Vesalno: era Vesalno

Tutto alla gloria altrui, tutto rivolto

All’onor del suo Platano famoso.

Vesalno, occorre dirlo?, era Giuseppe Maria Imbonati: il Platano l’insegna dei Trasformati.

[35] Tra i primi riconoscimenti pubblici che ebbe l’eccellenza della poesia, del P., merita d’essere indicato questo accenno in un libro scolastico e meridionale: Principii elementari delle Belle Lettere, opera del sig. Formey tradotta dal francese e corredata di note e di appendici, Napoli, Campo, 1767, pag 144: «L’autore de’ due dilicatissimi poemi intitolati il Mattino e il Mezzogiorno ha incomparabilmente maneggiata a’ dì nostri la Satira ironica».

[36] « Perchè di molta curiosità, riferisco dalle Memorie Manzoniane del prof. C. Fanais, Milano, Cogliati, 1901, pagg. 85-90, una conversazione tra il Manzoni (che indico con M.), un Canonico (C.), un Bibliotecario (B.) e un Professore (P.).

P. E il Parini lo ha conosciuto, don Alessandro?

M. No: Parini è morto mentre io ero in Collegio a Lugano. Stavo durante l’ora di ricreazione, chiuso in una stanza, come mi accadeva spesso....

C. In castigo, o volontariamente?

M. No, no, in castigo: me ne sono toccati degli scappellotti in collegio, ma quella volta. non ero in castigo: per solito mi chiudevo, durante le ricreazioni, in una stanza a far versi, se l’ho da dire; mestiere che ho cominciato fin dai nove anni; ma quel giorno recitavo da me La Caduta del Parini; e, uscito poi di stanza, ebbi la notizia che il Parini era morto: e fu una delle più forti e dolorose impressioni della mia vita.

P. Quel barone Porro, di cui parlavo poco fa, fu uno degli ultimi discepoli del Parini, e io mi facevo raccontare da lui qualche aneddoto intorno al suo gran maestro. Parini non parlava, mai a’ suoi scolari delle proprie opere; ma un giorno il Porro, che era pien di fuoco, gli disse: Signor Professore, io sono ammiratore di tutte le sue cose: ma quella che più mi rapisce, è Il Pericolo. E il Parini gli rispose asciutto asciutto: “Se ne avessi fatte dodici, sarei contento anch’io”.

M. Quando, dopo la morte di Parini, furono venduti all’asta i suoi libri e i suoi manoscritti, fra i quali c’erano ancora inediti il Vespro e la Notte, i congiunti di Parini, che erano dei contadini venuti a Milano per averne l’eredità, vedendo salire così alto il prezzo dei manoscritti, li presero in mano e li scossero, credendo che ci fosse dentro denaro.

- Io poi, quando furono pubblicate le due ultime parti del Giorno che si è detto non avere il Parini compiute o stampate per timore di riuscire inferiore a sè stesso; ma io non sono di questa opinione — me le ho portate a casa, e mi son messo a leggerle con le mani tremanti di gioia. Parini, secondo me, è il primo che abbia introdotto nello stile poetico italiano una parte delle bellezze dello stile poetico latino.

P. Aveva cominciato il Chiabrera ad aprire quel campo, nelle sue Odi eroiche e sacre.

M. Chiabrera io lo chiamo un poeta improvvisatore; cioè di quelli che colgono le bellezze della dicitura quando si presentano spontaneamente al loro pensiero; ma non sanno andarne in cerca. E allorchè si è detta una cosa anche bene, bisogna pensare se si può dirla meglio.

- Ma, quanto al Parini, è singolare che, per parlar di cose affatto famigliari, in un lavoro che voleva rendere popolare, abbia usato uno stile che è il più lontano dal famigliare.

B. Ed è più notabile che nelle sue Odi egli, che nel Giorno ha tanto deriso l’aristocrazia, abbia inneggiato invece a parecchi aristocratici.

M. Febo d’Adda rispose, con un’altra saffica, alla saffica di Parini: ma i versi del D’Adda erano miserabili, nè so come Parini potesse dire di lui che

giudice fea

Me de’ suoi carmi, e a me chiede consiglio,

E lode avea.

- Quanto al cardinale Durini, che è l’argomento dell’ode la Gratitudine (una delle più ricche per stile, perchè delle più povere per materia), egli era stato fatto Cardinale perchè era un Durini, come si usava allora: e basta!...

B. E finì poi così miseramente, ucciso da una valigia, che gli cadde addosso!

M. Ma quello che mi ha più scandolezzato fu ciò che mi accadde a Venezia col gontiluomo Gritti, per il quale il Parini scrisse La Magistratura. Io lo trovai una sera in una conversazione; e, accostatomi a lui, gli dissi, pieno di entusiasmo: .. C’è una ode di Parini fatta per Lei! " Ed egli mi rispose che non se ne ricordava bene! »

[37] Altri accenni del Manzoni al P. sono sparsamente in sue Opere, Firenze, Barbera, 1923, pagg. 826, 919, 967: dei quali il più notevole è il primo, che si riferisce al frammento su la Colonna Infame: « Era questa veramente l’opinione del Parini? Non si sa: e l’averla espressa così affermativamente bensì, ma, in versi, non ne sarebbe un argomento; perchè allora era massima ricevuta che i poeti avessero il privilegio di profittar di tutte le credenze, o vere o false, le quali fossero atte a produrre un’impressione, o forte o piacevole.» II Manzoni non riflettè, dunque, che i versi, onde stimò avere ragione di scandalo, non sono che una parafrasi della iscrizione apposta alla colonna; e che tutto il resto del frammento medesimo mostra chiaramente, come è nel componimento sul Fuoco, la vera opinione del P. e il suo sentimento che condannavano la superstizione e l’iniqua crudeltà. Cfr. anche in Carteggio di A. MANZONI, Milano, Hoepli, 1912, I, 30-31 (e v. Indice alfabetica).

[38] Per l’efficacia delle dottrine e degli esempii del P. sul Torti e su altri Romantici, cfr. E. Bellorini, Giovanni Torti, Napoli, Jovene, 1907, pagg. 32 sgg. Per l’affinità tra il P. e il Manzoni, cfr. anche G. Ruffoni, Beccaria, Parini e Manzoni, Ferrara, Bresciani, 1906.

[39] Per le ristampe popolari di alcune poesie, cfr. C. Prati, Stampe popolari parmensi e due odi di G. P., in La Bibliofilia, Firenze, 1917-1918, XIX, 13 sgg. Gli sfuggì, pur registrando la stampa, che anche Il Piacere e la Virtù è del P.

[40] Per le relazioni tra il P. e il Porta cfr. A. Momigliano, L’opera di C. Porta, Città di Castello, Lapi, 1909.

[41] Ripeteva spesso a mente i versi meneghini di C. A. Pellizzoni (cfr. in Poesie di C. Porta, Milano, Robecchi, 1887, pagg. 150-151); e anche questo spiega come un son. del Pellizzoni (cfr. n. CCXXXIfl) potè attribuirsi al P.

[42] L’accenno al P. fatto alla Grismondi da un’amica (Gabriella di Chateau Dauphin Verrue) è in Lettere di illustri letterati scritte alla celebre poetessa Paolina Grismondi nata Contessa Secco-Suardo, tra le Arcadi Lesbia Cidonia, Bergamo, Mazzoleni, 1833, pagg. 52-53.

[43] La conversazione del P. con Ippolito Pindemonte è in Versi e Prose di B. Montanari, Verona, Antonelli,  1855, V, 89.

[44] La visita di Tommaso Gargallo al P., narrata in G. Taormina, Una visita a G. P., nel periodico La Stella Polare, Salerno, 28 febbraio 1901, anno 1, num. 2, si ha ora ampliamente riferita in T. Gargallo, Opere edite ed inedite, Firenze, Le Monnier, 1923, 1, 38-40 (nelle Memorie autografiche).

[45] La definizione che il Manzoni diede del P., «natura sana e forte» è riferita da R. Bonghi in una conversazione, su cui cfr. F. D’Ovidio, in Atti della R. Accademia di Napoli, 1897, XXVIII, 534.

[46] Per ciò che il Foscolo dice del P., si vegga in sue Opere, Firenze, Le Monnier, 1850, II, 163-164; IV, 23, 39-41; ed Epistolario, ivi, I, 59, 87. Sarà da considerare, in più, il capitolo sul P. che è nel Saggio sullo stato della letteratura italiana, sia o no tutto dell’ Hobhouse, in esse Opere, Firenze, Le Monnier, 1862, XI, 206 segg.; e ricordare I Sepolcri.

[47] Il racconto dell’amicizia del P. pel Moschetti è nella vita di questo (scritta da M. Monti), in Biografia degli italiani illustri, ecc., del sec. XVIII, per cura di E. De Tipaldo, Venezia, Cecchini, 1844, IX, 327.

[48] I versi del P. «Non moverò mai corda — Ove la turba di sue ciance assorda» (La recita dei versi, 41-42) son riferiti dal Byron nella Lettera dedicatoria all’Hobhouse, innanzi al canto IV del Childe-Harold’s pilgrimage.

[49] Un grazioso aneddoto degli ultimi anni del P. lo sappiamo da una favola Il Canarino di Gaetano Perego (1740-1814), sopra le cui favole il P. scrisse un così favorevole parere. Un canarino vola sulla finestra del poeta, e lì si mise a cantare :

Lunga pezza il canto el scioglie

E il Poeta intento l’ode;

Largo poi d’amica lode

Seco in sua magion l’accoglie

Ed eletti cibi in copia

Porge a lui di sua man propia.

 

Canarino avventuroso,

Già del grande Italo Cigno

Ch’amò i buoni, ed il maligno

Volgo vil guardò sdegnoso,

Con invidia, e tu tel sai,

Nella stanza io ti mirai :

 

E de’ suoi canti divini,

In bell’estasi sospeso,

Quanto, oh quanto avrai tu appreso!

Ah dall’unico Parini

Esse ancor grazie novelle

Impârar le Ascree sorelle!

 

Nella prefazione alle sue Favole il Perego racconta che principalmenie per merito del P. fu a lui assegnato il premio d’una medaglia d’oro, nel marzo 1796, dalla Società Patriotica, per quando le avesse pubblicate; il che egli, per varie ragioni, fece soltanto molti anni dopo; cfr. G. Perego, Favole supra i doveri sociali, Milano, Silvestri, 1830 (quinta edizione), pagg. IX-X e pagg. 80-82: Favola XVIII del Libro II, Doveri verso i genitori ed i maestri.

[50] Sarebbe agevole dimostrare, anche più che non sia stato fatto, come il P. deve non meno di qualsiasi altro valente a’ suoi maestri o predecessori. Ad esempio, nella bella canzone di V. Filicaia, A’ suoi figliuoli (« Figli che agli atti e al viso »), si han già accennati i ritratti degli avi a rimprovero o ammonimento de’ nipoti ....

...... Le immagini degli avi

Mirate là. Quei d’ostro

Splendido ammanto, e quei guerriero arnese

Vestiro; altri, sudó sotto le gravi

Pubbliche cure; imprese

Altri egregie fornì. Mentr’io vi mostro

E toghe e insegne ed armi,

peggio che qual ardente e generoso

Destrier del suo riposo, ecc.

[51] «È cosa notabile che tra gli scritti satirici italiani il Giorno del P. nello stile, nel verso e in tutta la forma esteriore somiglia forse meno d’ogni altro alla poesia di Dante; alla quale deve poi dirsi che nessun altro più si avvicina, nella sostanza e nulla potenza. Del resto se Dante è mirabile per la grande felicità colla quale appropria costantemente la forma al soggetto, e per l’arte di convertire in imagine tutto quello che pensa, sarà senza dubbio riconosciuto da tutti, che anche da questo lato nessuno tra quei satirici, pochissimi tra tutti i nostri poeti, gli somiglia più del P. Quest’uomo che nato sì basso osò levarsi tant’alto coll’animo, ed ebbe ingegno da sormontare ogni altezza; trovò nuova materia, non imaginata a diletto, ma cavata dalla realtà a pubblico vantaggio; si compose uno stile conveniente alla sua materia, come è proprio dei grandi scrittori coi quali si mise in ischiera, e così fu imitabile anziché imitatore». F. Ambrosoli, Considerazioni generali sulla storia della Letteratura Italiana, in fine al suo Manuale della Lett. Ital., Firenze, Barbera, 1882, IV, 432; e cfr., ivi, le pagine sul III, 318 segg., dove è notevole per le Lezioni il giudizio: «Sebbene si credano quasi una semplice traccia che poi improvvisando arricchiva di eruditi commenti, nondimeno sono degne di essere studiate; e raccogliendo le Letture e le Belle Arti sotto un principio generale e comune, accennano ad una maniera di vedere filosofica ed alta, allora piuttosto nuova che rara».

[52] Il Leopardi, che non ammirò mai pienamente il P., nella prefazione alla sua Crestomazia poetica lo pose, per altro, tra quei pochi nostri di cui gl’ltaliani devono leggere l’opera intiera: cfr. in Opere, Firenze, Le Monnier, 1853, vol. III (Scritti filologici), pag. 312: ciò pel Giorno. Sul suo stile «virgiliano», cfr., ivi, pag. 177. Sulla lirica del P., cfr. in Pensieri, Firenze, Le Monnier, 1898, II, 140 («piuttosto letterato di finissimo gusto che poeta.); e ivi, pag. 373: «Gli sforzi del P. (veri sforzi o stenti, secondo me) mostrano «quanto ci mancasse e quanto poco si sia guadagnato nella lirica italiana» e IV, 195, per la malinconia: Il P. tende anch’esso nella malinconia, specialmente nelle odi, ma anche nel Giorno, per ischerzoso che paia. Il P. però non aveva bastante forza di passione o sentimento, per esser vero poeta».

[53] «Cosa bellissima e di vero genio» è asserito Il Giorno da P. Giordani, Epistolario, Milano, Borroni e Scotti, 1854, II, 308; in lettera del 1812.

Che il GIOBERTI ammirasse il P. molto più che non apparisca dal poco che ne scrisse, nota bene C. Sgroi, L’estetica e la critica letteraria in V. Gioberti, Firenze, Vallecchi, 1921, pag. 164.

[54] C. Borra, Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini, Capolago, Tip. Elvetica, 1831, XV, 126-127, insiste sul carattere civile dell’opera del P., che «più veramente per la natura sua sapeva di Dante che del Petrarca».

[55] Al P., satirico, diede molta lode P. Costa nel suo Sermone II :

                                              Ei segga

Solo, e per sempre, poichè seppe ei solo

Condurre a lungo l’ironia, che morse

Il profumato cavalier ventoso.

Alla satira ei die’ splendida forma

D’alto poema.

Ma, per altra lode, in una lettera del 1836 scrisse a L. Biondi: Avevo dato quella lode al P. pel rumore che mi facevano i suoi adoratori, che sono molti in Bologna, moltissimi in Milano. L’ ho tolta via ». In sue Opere, Firenze, 1839, IV, 171, e 356.

[56] Derivazioni del P. nel Meli tese a mostrare N. Bianchi, Il pensiero civile e politico di G. Meli, in Rassegna Nazionale, Firenze, 6 febbraio 1916, e G. Bolognesi, in Rass. critica della Letter. Ital., Napoli, gennaio-giugno 1917, XX11, 65 sgg. In una lettera del Meli, da Palermo, 31 ottobre 1815, egli spontaneamente si professò «un devoto ammiratore dell’immortale Abate Parini»: cfr. G. Genoino, Poesie, Napoli, Tip. della Soc. Filomatica, 1818, I, 110.

[57] M. Cesarotti, Opere, Firenze, Molini e Landi, 1811, XXXVI, 122-123, afferma che il P. «fu il primo a farci sentire un’urbanità piccante ben diversa dalle puerilità e dai plebeismi del nostro stile Bernesco. Ma la sua ironia è forse un po’ troppo acre, laddove quella del Polcenigo è delicatissima. Si sente nell’uno il sarcasmo amaro dello Swift, nell’altro la grazia scherzevole del Riccio rapito (1 luglio 1783): e cfr., ivi, XXXVII, 14 (24 marzo 1786), dove, per evitare verso la memoria del Cesarotti un meritato sorriso da parte dei lettori, l’editore pose puntolini dopo «l’Autor del », e convien supplire Giorno o Mattino.

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2010