Giuseppe Giusti

Versi e prose di Giuseppe Parini

con un discorso intorno alla vita e alle opere di lui.

Edizione di riferimento:

Versi e prose di Giuseppe Parini, con un discorso di Giuseppe Giusti intorno alla vita e alle opere di lui, Felice Le Monnier, Firenze 1840.

Su la vita e le opere di Giuseppe Parini,

Discorso di Giuseppe Giusti.

A Giovanni Torti, a Tommaso Grossi e a Luigi Rossari, milanesi,

per ricordo d'amicizia,

Giuseppe Giusti.

LETTORE.

Invitato a scrivere del Parini, farò d'essere piano e sugoso quanto me lo concederanno il subietto e l'ingegno. Chi si dà a tesser vite oggigiorno, pare che le tessa col Lunario alla mano, tenendo dietro ai passi che fece, ai peli che ebbe nella barba l'Eroe, quasi che il sodo della faccenda stesse in queste minutaglie, o avesse preso dai passaporti il modo di designare alla posterità gl'illustri viandanti di questa terra. Da un modo di considerare uomini e cose, largo, pieno e parco a un tempo medesimo, siamo cascati ai lavori d'intarsio, alle sminuzzature, a queste grettezze lussureggianti, e la penna or ora diventa un coltello anatomico. S'usa parimente dai facitori di Saggi sopra li scritti del tale o del tal altro, non di trar fuori dagli scritti medesimi quel tanto che v'è, ma di rovesciare se stessi sul povero scrittore, che ne resta soffocato e sepolto. Sebbene io non mi tenga da tanto di sapermi scansare da questi due scogli, farò il possibile di riuscirvi; e vedrò di passar sopra alle minuzie, di dire ciò che importa piuttosto che di dir tutto, di darti il Parini in carne e in ossa, in luogo d'una figura di mia invenzione. Ma ricordati, che per quanto mi possa studiare di spogliarmi de' miei per entrare nei panni d'un altro, il recitante sarò sempre io a ogni modo.

Giuseppe Parini nacque nel 1729 in Bosisio, piccola terra della Brianza, da onesti popolani che lo vollero abate, forse per iscemare una bocca alla pentola di casa, o forse anco per l'ambizione d'avere il prete in famiglia. Dell'infanzia, dell'adolescenza, e dei primi studi di lui, non ti dirò nulla, perchè i miracoli che si cantano dei vagiti e delle prime scappate degli uomini riusciti sommi, per lo più sono miracoli ripescati e rifritti dopo, profezie che si profetizzano a cose fatte. Di questa roba fanno come del cranio: sino a tanto che nessuno parla di te, dalla tua alla testa d'un ciabattino nessuno vede la differenza; ma appena sentono che accozzi il nome col verbo, ecco tutti a squadrarti gli ossi della fronte, dicendo a una voce: Eh con quella struttura di cranio!... Tanto è vero che del senno di poi ne son piene le fosse. Ora, figurati, sarà stato pronto, vivace, loquace, avventato; ora tardo, mogio, silenzioso, timido o che so io; estremi che si riscontrano sempre o quasi sempre in chi è nato a qualcosa, come puoi vedere venendo giù giù da Adamo fino a questo presente giorno. Dimodoché dai profeti che l'ho detto di sopra, oggi gli sarà toccato di matto, domani di stupido; o avranno detto di lui come fu detto di parecchi altri: che aveva il capo alle ragazzate; che non voleva far nulla; che non sarebbe riuscito mai buono a nulla, o al più al più un poeta, che dicono essere la medesima. Ma comunque sia andata la cosa, salto da queste prunaie al tempo che l'uomo si mostra qual è, e i profeti cominciano a gridare: l'avevo detto.

Ma prima vo' provarmi a dirti così alla lesta, a che termini erano in Italia le lettere e le altre faccende ai tempi nei quali si mostrò il Parini; perchè i grandi sono pochi in ogni secolo, come generazione per generazione i nonagenari, e per valutarli secondo il merito, bisogna aver l'occhio all'età che li produsse, e vedere a che punto era la moltitudine appetto a loro, ed essi appetto alla moltitudine.

Finito il secento, finita su in Lombardia la dominazione spagnola che con altri mille guasti ci avea portato anco quelle bombe del fare e del dire, le lettere, dopo lunghi errori, s'erano poste a sedere nelle Accademie, e nelle Accademie tronfiavano, belavano e sfilinguellavano. L'Arcadia spadroneggiava. Tra il secento e il settecento, gli Arcadi, per verità, e tra gli Arcadi il Guidi, lo Zappi, il Menzini, il Filicaia, il Forteguerri e altri, avevano fatto argine alla gora che ci venne sopra dal Marini e dall'Achillini, e dato un fermo a quel po' di buon gusto che ci rimaneva, nel quale avresti potuto notare tuttavia un sentore degli scartocci e delle scorniciature a stucco dorato, che i Bernini e i Borromini della letteratura aveano introdotto nella poesia e nell'eloquenza. Nota di volo che, morto il Redi, le lettere e le scienze avevano dimessa alquanto della schiettezza paesana, e cominciato a sapere di forestiero: ma il vento allora tirava d'oltremonte. Di lì a poco il Gravina educava il Metastasio al Dramma lirico; il Goldoni educava se stesso alla Commedia; il Varano colle sue nobili terzine rammentava che v'era stato un certo Dante Alighieri, e il Bettinelli, gesuita, detto poi il Nestore della letteratura, recava a questo Dante l'ultimo oltraggio nelle Lettere Virgiliane, e quasi invitasse i giovani a chiudere tutti i poeti stati fin lì, proponeva a modello delle scuole i Versi sciolti di tre eccellenti autori, cioè i versi del Frugoni, quelli dell'Algarotti, e per giunta i suoi, con rara modestia. Al Bettinelli si faceva contro Gaspero Gozzi, primo a rimettere Dante in onore, e a dare esempio d'arguto scrivere nei Sermoni e in un giornale che pubblicava a Venezia. Ma la stella polare alla quale mirava il branco innumcrabile

Del servo pecorame imitatore,

era Innocenzo Frugoni. Con molta vena, con un ingegno facile e pieghevole, ma portato alla vita di poeta da villeggiatura, il Frugoni scrisse, scrisse e riscrisse di tutto ciò che gli capitò sotto, dalla calata d'Annibale, fino a uno speziale che l'assordiva pestando le droghe [1]. Il Monti lo chiama

Padre incorrotto di corrotti figli. [2]

Io avrei le mie difficoltà su questo padre incorrotto, e lo chiamerei piuttosto il Lucilio degli Anacreontici e dei facitori di versi sciolti

Quum flueret lutulentus erat quod tollere velles. [3]

Ciò non ostante, il Frugoni rimetteva in fiocchi e in voga il verso sciolto, che dal Caro in poi o era stato lasciato là, o non aveva avuto chi lo trattasse a garbo; e insegnava specialmente a romperlo e a variarne le fermate, cosa di molto momento in un metro che ha del monotono. Contro gli scioltai, contro le pastorellerie e contro le inezie suonanti, delle quali non era penuria, si sbizzarriva il Baretti con quell' acume e con quella sua lepidezza rotta, viva e avventata, che ognuno sa; [4] e il Cesarotti, uomo di molto e di vario sapere, collo sbrigliare, forse anco un po' troppo, e la prosa e il verso e il modo di tradurre, e col darci un primo saggio di poesia nordica nella versione dell'Ossian, rompeva le pastoie della pedanteria, e nettava il campo a chi avesse saputo e voluto camminare colle proprie gambe; e l'abate Chiari di contro, quasi a fare più strano il contrasto, l'abate Chiari, uno dei bifolchi più eunuchi e più svenevoli che abbia avuti l'Arcadia, tirava via a dare la stura a quelle sue Ballerine onorate, a quelle Turche in cimento [5] a prose e a versi d'ogni conio, allora braccati dalla facile contentatura di chi leggeva per leggere, ora passati in proverbio.

Popolo, non v'era; cittadini, di nome; i nobili, nulli, boriosi, molli, fastosi, pieni d'ozio e di vizi; ma dalla sfera stessa dei nobili sorgevano i Verri, il Beccaria, il Filangieri e altri; nomi che saranno sempre in onore fino a tanto che si onoreranno gli studi, gli ordini e gl'incrementi della civiltà. Le Scienze avevano lo Spallanzani, il Mascheroni, l'Oriani e il Lagrangia; la Filosofia, il Genovesi; la Storia, il Giannone e il Muratori; e primo, e più remoto di tutti, il Vico, che stava là come un monte solitario e ronchioso, ove non boschetti d'alloro né giardini di fiori se vuoi, ma qua e là una gran quercia, e nel grembo vene preziose di solido metallo, che aspettavano d'essere saggiate e volte a profitto. [6] La folla giaceva, i pochi erano desti; i principi, allora vaghi di novità più dei popoli, agitavano riforme di proprio moto, o spinti dalla necessità delle cose. Insomma tra molto vanume era molta polpa, e si destavano e si svolgevano da ogni lato i germi d'uomini e di tempi migliori. Taluni chiamano il secolo passato secolo delle rovine; io lo chiamerei il secolo dei diboscamenti, e lascerei dire quei tanti che ne sparlano e non s'avveggono di mordere le mammelle alla balia. Diceva Giovan-Batista Niccolini a uno di questi nipotucci superbiosi e sconoscenti: «Voi fate come il pimmeo, che dopo essersi arrampicato sulle spalle al gigante per vedere le cose di più alto, gli percuote la testa gridando: io ci vedo meglio di te. Al quale il gigante potrebbe rispondere: se tu non mi fossi salito addosso, non diresti così.» [7] Il cinquecento fu per noi Italiani l'ultimo chiarore d'un lume che sta per ispegnersi; ma quando nel gran Michelangelo si terminò il campo dell'arte, nasceva per legge di Provvidenza quegli che doveva gettare la vera pietra fondamentale dell'edificio dell'intelletto, voglio dire Galileo. Nel settecento si riscosse la vita da tutte le parti, e se i primi moti parvero incomposti, furono come quei venti che rompono le nuvole e preparano il sereno. Prendi l'Italia dal 500 al 700, e ti dà immagine di persona caduta inferma nella pienezza della gioventù, che dopo un lungo languire cominci a riaversi sul declinare degli anni, quando il polso batte più lento, e all'affetto prevale il senno, ricco di quella dura esperienza che portano il tempo e i mali sofferti.

Il Parini, tuttavia fanciullo, fu condotto dal padre a Milano, ove frequentò le scuole dei Barnabiti, e ove poi dimorò sempre a procacciarsi di che vivere meno strettamente. [8] Vivente il padre, dicono che facesse il copista di scritture forensi, e un Capitolo indirizzato al canonico Agudio per avere dieci zecchini in prestito, dice in quali strettezze si trovasse anco da uomo fatto:

Limosina di messe Dio sa quando

Io ne potrò toccare, e non c'è un cane

Che mi tolga al mio stato miserando.

La mia povera madre non ha pane

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.

Milano veduto a quei giorni, era una cosa tra sozza e superba, ed aveva l'aspetto d'un signoraccio che abbia grandi possessi e grandi debiti, e quantità di decorazioni sopra una giubba logora e sversata. Per tutto i danni e le allumacature spagnole; nei costumi, negli ordini, nelle vie, quel certo che di tristo e di trasandato, che vedi nei campi usciti di mano all'affittuario a breve tempo, il quale sapendo di non essere il padrone legittimo, non ha amore ai luoghi, e tira a sfruttare, niente curando che il suolo s'insterilisca. Ora v'è sapienza nel mietere, e la pulizia è grande di dentro e di fuori.

Il Firmian, governatore per l'Austria, del quale si lodano i Lombardi d'allora, mosso dalla fama del Parini e dalla lettura del Mattino, dicono che lo avesse caro, e che si consigliasse con lui in cose di grave importanza, e segnatamente in ciò che spettava alla riforma degli studi, che allora stava preparando su in Lombardia quel ministro di Maria Teresa. Trovo che il Firmian, per dare al Parini un primo saggio della sua protezione, gli fece stendere la gazzetta di Milano, esercizio non molto accomodato a un ingegno di quella fatta; ma in quel tempo medesimo Gio. Giacomo Rousseau, per campare, copiava la musica. Raccontano che una volta, smarrite le bozze del Numero che doveva uscire il giorno dipoi, e non sapendo come rifarle lì su due piedi, le rifece di testa, inventando le nuove da darsi, e tra le altre, che Roma aveva proibita l'evirazione, [9] praticata in quei tempi anco materialmente; di che ne vennero lodi grandissime da tutte le parti, e una lettera di Voltaire a Papa Ganganelli. [10] In seguito fece il pedagogo ai giovanetti di casa illustre, via comodissima per chi sa legare l'asino (per dirla come si dice) dove vuole il padrone, ma piena di spine per chi la pensa diversamente. Alla fine gli fu data la Cattedra di Belle Lettere nel Collegio Palatino, di dove poi, soppressi i Gesuiti, passò in quello di Brera.

Da queste dure necessità pensano taluni che possa essergliene venuto impedimento all'ingegno. Io penso il contrario; e dico che il Parini fu poeta grande perchè appunto si trovò a repentaglio con ostacoli di questa sorta: i deboli ci si fiaccano, i forti se ne fanno scalino. E di fatto, quell'ira generosa, quella nobile severità, quell'ironia delicata e profonda che spirano le Odi e la Satira, furono effetti di cose vedute, e dispregiate nell'alta e nella bassa gentaglia colla quale si trovò accozzato, e che nella quiete e nell'agiatezza domestica, o non avrebbe inciampate o non avrebbe curate. Compiangerò chi lo lasciò alla carretta, non lui, che anco in quell'aspro tirocinio non ismentì la sua nobile natura.

Sulle prime, o per compiacere alla brigata o per aver trovato che il linguaggio nativo era servitore più pronto e più prossimo al pensiero, trattò anco il vernacolo milanese, nel quale in seguito riuscirono a tanta perfezione Carlo Porla e Tommaso Grossi. [11] Tentò a riprese il Capitolo Bernesco, la Satira Oraziana, il Sermone, il Dramma, le Versioni dall'antico, e molti altri generi di poesia, tanto serii che da burla, come Idilli, Canzonette, Madrigali e Sonetti di molte maniere. Dico tentò, perchè credo che egli stesso sentisse di non potere mai aver fama da queste prove, per quanto nei primi tempi ne pubblicasse un libercolo per esperimento; e penso piuttosto che si lasciasse andare colla penna per quella bramosia di fare che possiede l'animo di chi si sente e non s'è ancora trovato. Nella vita del poeta v'è un tempo nel quale e' s'accorge d'aver dentro un non so che d'occulto, d'indeterminato, d'impaziente, che da un lato ti spingerebbe ad abbracciare l'universo, dall'altro ti tiene impedito e quasi avviluppato in te stesso. Allora l'ingegno svolazza qua e là, e si sofferma su tutto e non trova posa mai su nulla, un po', lieto di correre, un po', mortificato del non sapere ove corra. È il tempo delle letture affollate, delle fatiche improbe e disordinate, rotte da ozi tormentosi e invincibili; delle presunzioni smodate e dei fieri sgomenti, nel quale l'animo, l'ingegno e l'essere intero traboccano da tutte le parti; orgasmo fecondo di più ferma vigoria, e simile a quelle febbri che vedi nei fanciulli, chiamate febbri di crescenza, le quali nascono di troppa salute, e migliorano la complessione quasi martellando la fibra. Come uno che si trova a un tratto possessore d'un tesoro del quale non conosce né il valore né l'uso, che lo disperde qua e là in ispese vane e inutili, le quali poi, s'egli ha testa, coll'avvertirlo dello scialacquo, gli insegnano impiego migliore; così fa il poeta, sprecando dapprima ingegno, tempo e inchiostro: ma da quello spreco medesimo finisce coll'avere la misura giusta delle sue forze; e quando meno se lo pensa, una disgrazia, uno di quegli errori che ammaestrano, uno scritto riuscito male o malamente censurato, un mutar di paese, un amore, un libro trovato, te lo mette sur una via nuova, sulla via che era nato a percorrere. A pochissimi vien fatto di pigliarla subito di primo slancio; i più la rasentano lungamente avanti d'imbroccarla. Dante fu fatto poeta grande dalla natura, grandissimo dall'esilio; Alfieri, da un amore vergognoso, come ha scritto egli stesso; un amico mio si rifece d'animo e di studi nel libro di Giob; Parini stesso, come ho accennato di sopra, diventò eccellente per aver vissuto in Milano e veduti da vicino i costumi che mise in derisione.

Gli scolari del Parini che ne pubblicarono gli Scritti dopo morte, non solamente non ebbero la pia reverenza di Sem e d'Jafet, ma più arditi o più sconsiderati di Cam, si compiacquero nella nudità paterna, e la esposero intera agli occhi della posterità. Raccolsero con iscrupolo superstizioso tutte le bagattelle che gli erano cadute dalla penna, fino a darci una filza di madrigalucci trovati sui Ventagli, sulle Ventole e sui Parafuochi (Album di quel tempo), e scritti dal Parini per levarsi dai piedi gl'illustrissimi e ignorantissimi importuni, che gli facevano pagare a furia di versi abborracciati l'alta degnazione di riceverlo in casa, io, a costo ili cadere nel peccato contrario (peccato meno dannoso), scarterò questa e altra roba parecchia, contento di darli un buon volumetto piuttostochè un grosso volume infarcito d'ogni pietanza, e mi limiterò a pochi Sonetti, a tre Canzonette, ad altrettanti frammenti, diciannove Odi, il Poema, la Canzone al Barbiere, il Corso di Letteratura, e un' altra prosa per saggio. [12]

Troverai nei Sonetti buona, dal più al meno, la sostanza e la forma; nelle Canzonette, grazia senza novità; nei Frammenti, belle mosse di Componimenti che si vorrebbero vedere condotti a fine. Della Canzone al Barbiere e del Dialogo Della Nobiltà, parlerò per incidenza quando toccherò delle doti che si richieggono allo scherzo e allo stile familiare; delle altre prose dirò fino d'ora, e per non tornarci su, che sono buone per quello che dava il tempo, ma non valgono i versi. [13] Importa principalmente parlare delle Odi e della Satira, che sono i lavori che hanno dato fama al Parini, e pei quali terrà sempre uno de' primi gradi nella scala dei poeti morali e civili che onorano il nostro paese.

Come nell'ordine dell'universo tante e tante forze disparate, tendono alla conservazione della legge stessa che le governa, così le facoltà diverse degli uomini, nati a convivere in istato sociale, debbono cospirare al fine della civiltà, fondamento di quello stato. Questa è la pietra del paragone alla quale dobbiamo sperimentare e filosofi e poeti e artefici e tutti, ritenendo per buone e per vere le opere dell'ingegno umano che intesero a quell'ufficio, e per dannose, o almeno per inutili, quelle che a quel fine non s'avviarono. E a questo fine si può giungere, e si giunge, per la via dell'utile, per quella del diletto, e per qualunque altra via li piaccia di prendere, dai racconti della nonna fino a una stesura di leggi, pure d'avere a guida il vero e l'onesto, senza di che non vi può essere nulla di buono né di durevole. Le lettere furono chiamate umane non perché l'uomo le professa, ma perché sono fatte al bene dell'umanità: vediamo se così le intese il Parini.

È stato scritto che la lirica canta quasi ex officio i Numi e gli Eroi, e che nei tempi scaduti, d'incredulilà e d'annullamento civile, la lirica tace. Io direi che la lirica canta tutto ciò che scuote fortemente e subitaneamente l'animo del poeta, e che non la lirica sola, ma e la poesia tutta quanta, e l'eloquenza, e le altre arti dell'immaginazione, si corrompono col corrompersi dei tempi. Ma anco in tempi corrotti, vi sono tali che si serbano netti e interi, e che del solo desiderio di tempi migliori sanno farsi ala per gareggiare nel volo poetico con quei pochi eletti, che dai fatti presenti ebbero cagione d'altissimo canto; e il Parini è di questo numero.

Tra l'Ode Pindarica e l'Ode d'Anacreonte vi sono infinite gradazioni, alle quali sarebbe opera perduta l'assegnare un nome; e chi l'ha tentato, l'ha tentato con poco frutto; anzi, per dirla come la penso, non ha fatto altro che avviluppare le leggi dell'arte in una rete di sottigliezze: i pusillanimi vi s'incalappiano, i liberi ingegni sorridono di quei lacci e se ne strigano calpestandoli. Per questa ragione non qualificherò con un nome generico le Odi del Parini, ma dirò che i suoi tempi volgevano tristi per le credenze religiose, e non solo v'era penuria, ma assoluta mancanza d'Eroi; pure intendevasi ai miglioramenti civili, e il Poeta temperava a questo le corde.

Va per negletta via

Ognor l'util cercando

la calda fantasia,

Che sol felice è quando

L'utile unir può al vanto

Di lusinghevol canto. [14]

E cantò la Vaccinazione, la Salubrità dell'aria, l'Educazione, la Decenza del vestire, e altro di pari importanza.

Se questo fosse uno scritto da pubblicarsi staccato dal libro come un articolo di Giornale, io mi darei a passare in rassegna ode per ode, strofa per istrofa, e anco verso per verso; ma siccome il testo è qui a pochi passi, ti rimanderò al testo, e mi contenterò d'accennarti per lievi tocchi i pregi e i difetti delle Odi, e altrettanto farò in seguito rispetto a quella nuova foggia di Satira precettiva.

È pregio dell'Ode, e in generale del componimento Pariniano, un certo piglio alto, schietto, austero, maschio anco nella dolcezza, che ti scuote e t'esalta. Vi senti lo studio profondo dei sommi esemplari non iscompagnato mai da quello dell'uomo e del tempo; e se a volte l'armonia di quei versi pare un eco di suoni antichi e conosciuti, il pensiero è nuovo, o a cose nuove felicemente rivolto. Chi cercasse foglio per foglio, troverebbe qua e là alcuni tratti, alcune intonazioni derivanti dai Latini e dai Greci, ma non un solo componimento, non un'intera tessitura di strofa o presa di pianta o lucidata da loro, e molto meno la frondosità, le ampolle, il vuoto e il disutile che infettavano i rimatori di quel tempo, i quali, pochi eccettuati, erano una ciurma di copisti, o sciatti o freddi o ridicoli. Vedi, oltre le Odi accennate di sopra, il Pericolo, il Messaggio, la Caduta, la Recita dei versi, la Musa, tutte splendide di varia bellezza; gravi di senno e di dignità: ricche di sentenze. d'immagini, d'affetto, e di tutti gl'impeti e di tutte le nobili aspirazioni d'un animo caldo del vero e del bello poetico. Né poteva essere diversamente d'un uomo che volgendosi alla Musa diceva: «Te, o Musa, non ama quegli che per sete di guadagno calpesta i santi affetti o di famiglia; né chi roso dall'ambizione di salire in alto, mena inquieto i giorni e le notti; né il giovane che simile a bestia s'ingolfa nei diletti del senso; né la donna procace che osa farsi una pompa del vitupero che la circonda.

Sai tu, vergine Dea, chi la parola

Modulata da te gusta od imita,

Onde ingenuo piacer sgorga e consola

L'umana vita. [15]

Quegli al quale fu dato dal Cielo placido senso, affetti miti, costumi semplici; che pago di sè e di ciò che possiede, non presume più oltre; che ritraendosi spesso dall'ozio faticoso dei grandi e dai rumori della città, va a godersi l'acre puro e la cara libertà della campagna; e là, in mezzo a pochi amici scelti e dabbene, siede a mensa parca e delicata a un tempo, e deride lieto il vano fasto e la splendida turba. Favoreggia i buoni, cerca il vero, ama il bello innocente, e sano il cuore e l'intelletto, passa tranquilla la vita. » [16]

Il verso non cammina sempre spedito; la strofa non ha sempre un'onda piena, larga, facile; la trasposizione che egli usò molto con bello ardimento, a volte non solo è arrischiata, ma anco scontorta; per esempio:

Queste che il fero Allobrogo

Note piene d'affanni

Incise col terribile

Odiator de' tiranni

Pugnale ec. [17]

E l'altro:

E spesso a breve oblio

La da lui declinante in novo impero

Il Britanno severo

America lasciò ec. [18]

V'è qua e là qualcosa di scabro, qualcosa che sa di ripiego piuttosto che d'artifizio, e l'artifizio medesimo si mostra talora un po' troppo.

M'è parso di vedere che il Parini sia più vibrato, più castigato, più potente nelle Odi di metro serrato, che in quelle di metro più largo. L'ode al Bicetti, quella al Durini, quella per Vicenza, e quella per Laurea di Donna, perdono in gara di bellezza colla Caduta, col Messaggio, colla Salubrità dell'aria e colle altre citate. Gl'ingegni forti sono audacissimi nell'infrangere i ceppi imposti dagli altri, e durissimi poi seco stessi a imporsene de' nuovi e terribili, quasi stessero in sospetto di traboccare [19]. Spesse volte ciò che ai mediocri è pericolo, per essi è un punto d'appoggio, vaghi di scherzare sui precipizi cercati, come fanciulli destri e leggeri, o come audaci giocolatori di corda. Oltre a questo, la difficoltà del metro obbliga il pensiero a raccogliersi in se stesso, come persona che voglia passare per un'apertura difficile, mentre tagliando là nell'ampiezza del panno, ti vien fatto di sguazzare colle forbici. Dico di chi ha lombi: gli slombati hanno il De Colonia che sta aperto per loro.

È bello e onorevole al Parini il vedere come dalla prima Ode

Perchè turbarmi l'anima,

scritta nel 1758, alle due ultime

Perchè al bel petto e all'omero; ....

Te il mercadante, che con ciglio asciutto

scritte nel 1795, il Poeta vada sempre di bene in meglio e quanto alla sostanza e quanto alla forma. Del come si concesse alla perfezione alla quale si condusse, non terrò proposito, perchè questa tacita operazione della mente che provandosi e riprovandosi acquista al suo fine, è uno dei tanti segreti che è meglio lasciare nell'ombra che tentare di mettere in luce. Ognuno sa sé, dice un dettato; ognuno ha mezzi tutti suoi, tutti voluti dal suo modo d'essere, e dei quali il più delle volte non saprebbe render pieno conto neppure a se medesimo. E vi sono dei Retori che presumono di metterti la penna in mano senza avere mai scritto nulla di buono, e vi sono Poeti e Oratori che avendo fatto bene, hanno poi detto malissimo come si fa a fare. L'arte, chi più la sente, meno ne può parlare, perchè ha troppe cose che gli s'affollano, e perchè

Chi può dir com'egli arde è in picciol fuoco. [20]

Piuttostochè tenere a sindacato il pensiero quando si svolge tuttavia nei laberinti della testa, è più sicuro valutare gl'ingegni a lavoro fatto. Io non dirò che l'arie in noi sia del tutto istintiva, come quella che disegna il nido agli uccelli; ma nell'atto del lavoro, quando l'uomo trasfonde sè nell'opera sua, v'ha un che di recondito, un che di misterioso, che sarebbe vano il tentar di ridire. L'artista stesso, in quel punto solenne, non sa bene se dà o riceve; se assume un peso o si sgrava; se ciò che fa è divinazione o immagine di cose vedute; compreso, agitato, sopraffatto, spronato da dieci operazioni della mente distinte e conflate insieme a un tempo, che vanno come in figura di cono a metter capo in un prodotto comune. Ma queste riescono parole sibilline a chi non è dell' arte, e parole, vaghe e manchevoli a chi sente l'arte in se e se nell'arte, che non è un gioco di parole come parrebbe a prima vista. L'arte, l'amore, e tutte le alte e tremende passioni che traggono a sè l'uomo tutto quanto, non hanno parola intera quaggiù. Sono forti problemi che egli tenta e ritenta con magnanima pertinacia, argomento della sua nobile natura, e che non risolverà mai pienamente, se prima non è risoluto quello della vita, più forte e più solenne di tutti: ma è tempo di passare al Poema.

Volendo rifarsi daccapo a dire come la Satira è cosa tutta nostra; [21] come nacque e da chi fu coltivata, prima tra i Latini e in seguilo tra noi; questa parte del lavoro soverchierebbe il lavoro medesimo, e diventerebbe un membro sproporzionato al suo corpo. Riserbandomi a scriverne distesamente quando me ne sarà data occasione, accennerò di volo che tra un vespaio di scrittori satirici si distinguono, primo l'Ariosto, poi, a molti gradi di distanza, il Menzini e Salvator Rosa. L'Ariosto è quel che è, nè per parole che ci adoperassi arriverei a dire la decima parte dei pregi che lo fanno singolare dagli altri scrittori anco in questo genere di componimento. Il garbo della lingua, i sali comici, il lasciarsi andare facile, sicuro, elegante, sono mirabilissimi in lui; svelto a cangiar tono nelle Satire come nel Poema; prestigiatore anco in queste più maraviglioso di quelli dei quali ci descrive i portenti nel suo lavoro maestro. Il Menzini è acerbo, stizzoso, violento, ma di rado ha grazia, di radissimo quella lepida urbanità che è l'ultima perfezione della Satira. La lingua è buona, il verso ben coniato, la rima bizzarra e spontanea, ma lo stile ha un che di plebeo, e in generale la satira del Menzini dà in bassezze e in isconcezze d'ogni maniera; è piuttosto cucita che tessuta, e soprattutto manchevole dal lato drammatico. Quelle di Salvatore sorridono d'una certa scioltezza gaia e ciarliera; vi senti il brio pronto e loquace del Napoletano; il fare dell'uomo avvezzo in palco a spassare la brigata: ma io lo scorgo povero in mezzo a quel lusso erudito; declamatore, pieno di lungaggini; si lascia e si ripiglia per tornare a lasciarsi e ripigliarsi cento volte; vanga e rivanga uno stesso pensiero e te lo rivolta da tutti i lati, come se faccettasse un brillante; [22] si sente insomma che lo scrivere non era l'arte sua naturale, ma un di più del suo ingegno. V'è poi l'Alamanni, il Nelli, il Soldani, l'Adimari e altri venti, tutta gente che bisogna leggere perchè così vogliono i letterati, e poi pentirsi più o meno d'averli letti, come accade di parecchi testi di lingua. Ma lo scrittore di Satire come lo scrittore di Commedie, per quanti modelli buoni o cattivi possa aver trovati nelle scuole e negli scaffali, se intende davvero il suo fine (detto oggi missione) sarà sempre figliuolo de' suoi tempi, non solo quanto alle cose prese di mira, come anco per lo stile e per la lingua. La Satira universale, di tutti i luoghi e di tutti i secoli, è un sogno rettorico come fu un sogno chimico la pietra filosofale; e vorrei sapere a quale esemplare s'appoggino i maestri che durano a predicarcela, visto che Orazio, Giovenale, Persio, e tutti i Satirici di questo mondo sono abbarbicati ai loro tempi come l'edera al muro, nè potrebbero esserne divelti senza lasciarvi gran parte delle radici, e rimanerne tutti rotti e sfrondati. La Satira deve esser fatta non alla misura dell'uomo, ma a quella del vizio, a seconda via via delle forme che assume di tempo in tempo; ed è perciò che paragonerei un libro di Satire a una bottega di vestiti bell'e fatti: il sarto non ha tagliate quelle giubbe al dosso di questo o di quello, né le ha tagliate a seconda dell'uso che corre, lasciando poi che la gente scelga a sua posta, e dica se vuole: questa va bene a me. La Satira ha una breve gioventù perché il tempo ogni anno le rintuzza la punta; [23] ma può avere lunga vita, e quando ha cessato d'essere uno specchio delle cose che sono, rimanere a documento di que' che furono, e in certo modo supplire alla storia. Se nasce di puntigli e di risentimenti privati, è libello che lo più nasce morto; se muove dal desiderio del bene, e dallo sdegno di non poterlo appagare, è una nobilissima manifestazione dell'animo, e la direi sorella minore della Lirica. Questa applaude alla virtù, quella sciuperà il suo contrario; ambedue partono dalla stessa sorgente, e per via diversa s'avviano a uno scopo medesimo. Di qui deriva, che non è raro vedere riuniti in uno i pregi di lirico e di satirico: testimoni, tra gli altri, Orazio e il Parini. Ma Orazio, maestro grande dell'arte, non fu egualmente di rettitudine e tolte poche Odi pensate quand'era Romano, tutto il resto palesa un'indole che si volta di mano in mano al vento che tira, e mi sa di roba cortigianesca, scritta con licenza de' superiori e dei sotto-superiori. Certo non s'astenne Orazio dal porsi

Fra lo stuol de' clienti,

Abbracciando le porte

Degl'imi che comandano ai potenti, [24]

e di penetrare in grazia loro nell'aula dei grandi, divertendo di facezie la loro tetraggine [25]. Anzi quelle liriche per lo più senza calore, e quel riso senza sdegno, e quell'andare a punzecchiar tutti i viziarelli e mai e i vizi organici del suo tempo che piegava alla servitù soprattutto le irrisioni amare, crudeli e svergognate contro la setta stoica, [26] ricovero solenne ai resti magnanimi della virtù romana, e che allora e poi diè uomini e vittime illustri, e tra queste Elvidio Prisco e Trasea Peto; se non fosse la magia dello stile, me lo avrebbero fatto gettare mille volle nel letamaio. Né per me lo assolvono quelle sue tirate magnifiche sulla virtù, sulla sapienza e che so io, che nelle Odi, nei Sermoni e nell'Epistole gli hanno dettati qua e là versi passati in sentenza. Per aver la misura della sua buona fede quando scriveva delle virtù che onorano l'umana natura, basti la fine dell'Epistola prima indirizzata a Mecenate, nella quale, dopo aver detto mirabilia della sapienza, conclude: insomma il sapiente è minore a Giove solo; ricco, onorato, bello, re dei re finalmente; soprattutto poi sano, se non quando lo molesta il catarro [27]. Questa conclusione è una mera furfanteria; e mi fa sospetto tutto il rimanente. E quando trovai scritto che la fama di lui non fu né schietta né grande mentre viveva, non lo detti all'invidia, come hanno fatto certuni, ma ne conclusi che gli onesti erano tuttavia molti a quei tempi, e che i mille pregi dell'arte non valsero a salvare dal debito dispregio questo lusingatore arguto e leggiadro d'Augusto e di Mecenate. E fecero bene coloro che scrivendo d'Orazio divisero l'uomo dallo scrittore; questo notabilissimo, quello riprovevole: e tra gli altri m'è caro distinguere Atto Vannucci [28], giovine egregio, al quale andremo sempre più debitori di scritti utilissimi, se non gli mancheranno la salute e la fortuna; e quand'anco gli manchino, egli non mancherà mai a se stesso.

Nei tempi stagnanti di servitù sonnacchiosa, la moltitudine è nulla, i pochi, o ricchi o potenti o astuti, sono tutto: e siccome dai pochi prendono norma i più, a questi pochi debbono aver l'occhio gli scrittori che intendono a migliorare i loro simili. Il Parini divenuto maestro di giovinetti di casa illustre, poi cercato ai pranzi e alle conversazioni (perchè uno che abbia cuoco e casa spalancata a tutti, oltre all'elegante, al maldicente e al ghiotto, vuole anco il letterato e lo scienziato per adobbarsene le stanze), e avvolto per conseguenza nel turbine delle sciempiaggini patrizie, ebbe luogo di vedere da vicino tutte le ridicolezze di quel modo di vivere, e di ruminarne a lungo lo sdegno e il dispregio. Lo sdegno, che sulle prime scoppia in fiere invettive, quanto più abbonda negli animi alteri, tanto più si fa pieno, profondo, severo, e direi quasi tranquillo. Come l'uomo forte, straziato da acuti dolori, che dopo i duri lamenti e le grida disperate, per la soverchianza dello spasimo, s'alleggia all'impassibilità e spesso finisce col sorridere e col crollare la testa amaramente, così l'animo del poeta, dalle fiere tempeste che lo sconvolgono tutto all'aspetto delle turpitudini, passa velocemente dallo sdegno allo sconforto, e dallo sconforto risorge mesto e pacato a meditare il doloroso spettacolo delle umane vergogne. In questo stato dell'animo, tra mite e addolcito, nasce spesso il sorriso che nasconde una lacrima, e quella ironia senza malignità che è la spada più acuta e più rovente che possa opporre la ragione e la dignità offesa. Ma guai se questa spada non è retta dall'amore! Ella deve essere come dicevano che fosse l'asta favolosa di Peleo, che feriva e sanava; deve percuotere ogni male senza mai offendere il bene, senza insanguinarsi mai in nulla di ciò che possa giovare o consolare la nostra natura. Così facendo, quand'anco ti siano ritorti contro taluni degli strali avventati, non ti negheranno il desiderio della virtù per ciò solo che l'avrai rispettata.

Il Poema del Parini, oltre all'essere nettissimo da queste macchie, ridonda di tante e tante bellezze, che io mi trovo sopraffatto dall'abbondanza, e non mi risolvo bene a dirti: leggi questo o quell'altro pezzo. Leggilo da cima a fondo, e oltre al trovarvi passo passo maraviglie d'invenzione e di stile, ti parrà di percorrere una galleria di quadri d'ogni maniera, e tutti capilavori. Quella fina e tremenda ironia che vi passeggia da un capo all'altro; quella copia d'immagini e di paragoni pei quali sa ottenere la difficile armonia dei contrapposti; e quel piglio dommatico, quella prosopopea di verso adoperata a particolareggiare le infinite nullaggini e le vane pomposità del vivere signoresco, ti destano nell'animo un sorriso pieno di sdegno e di pensiero; e una lettura dalla quale, se hai fibre nel cuore, non puoi a meno d'uscire maravigliato e corretto [29]. E per verità, le acutezze dell'epigramma non toccano mai tanto sul vivo come se le dici con certa serietà; né Arlecchino è mai tanto ridicolo come quando te lo piantano in iscena coi fronzoli di senatore o di re. Se poi tu volessi poesia alta e non più udita, hai qua e là di che appagarti, e tra i mille squarci che potrei riportare, ne scelgo uno per saggio e per tutta lode, nel quale il tramonto è descritto, non co' soliti cavalli che si tuffano in mare, ma a seconda del sistema Galileiano, a correzione di coloro che dicono, il vero delle cose prestarsi alla poesia molto meno che il favoloso. E anco questa è una novità felicemente tentata, e tale da tenerne conto al Poeta come d'un passo fatto fare alla poesia, o almeno d'un pregiudizio tolto via dalle scuole.

Ma degli augelli e delle fere il giorno

E de' pesci squammosi e delle piante

E dell' umana plebe al suo fin corre.

Già sotto al guardo della immensa luce

Sfugge l'un mondo: e a berne i vivi raggi

Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice

Di molte perle California estrema:

E da' maggiori colli e dall'eccelse

Ròcche il sol manda gli ultimi saluti

All'Italia fuggente, e par che brami

Rivederli, o signor, prima che l'Alpe

O l'Appennino o il mar curvo ti celi

Agli occhi suoi. [30]

Qui non è un cocchio luminoso che precipita in giù e nasconde; è un mondo intero che si rivolge, e v'è moltiplicazione di moto e di vita, e per conseguenza di poesia.

Ma, a senso mio, una delle cose che dimostra come in questa Satira il Parini si sia posto al di sopra de' suoi tempi, oltre allo scherno fiero e acerbo contro il costume d'allora, e l'aver messo in chiaro i perditempi, le falsità e le turpitudini del celibato e del mestiere di servir donne, è il farsi contro e coll'esempio e col precetto alla lue che cominciava a venirci addosso di fuori, e che infettava di già gli usi, la lingua, le lettere e la filosofia. Ora non sarebbe nulla, ma allora fu molto dire a Voltaire, tuttora vivente e tenuto dagli uni in conto di Santo Padre, dagli altri per un Anticristo:

O della Francia Proteo multiforme,

Voltaire, troppo biasmato, e troppo a torto

Lodato ancor, che sai con nuovi modi

Imbandir ne' tuoi scritti eterno cibo

Ai semplici palati, e se' maestro

Di coloro che mostran di sapere; [31]

ed era molto, in quella voga di cose francesi, chiamare Ninon de Lenclos

novella Aspasia,

Taide novella ai facili sapienti

Della gallica Atene; [32]

e in tanta rilassatezza di costumi, rimproverare a La Fontaine d'aver macchiati i suoi versi d'oscenità; [33] e dir arditamente che la folla dei filosofastri d'allora credeva e miscredeva a comodo, come apparisce da questo passo che riporto per intero, e che ti parrà notabilissimo, se riterrai che allora, per gli uomini che niente niente si distinguevano dalla folla, il credere solamente in Dio era tenuto per bacchettoneria.

Qui (cioè a tavola) li segnalerai coi novi sofi,

Schernendo il fren che i creduli maggiori

Atto solo stimar l'impelo folle

A vincer de' mortali, a stringer forte

Nodo fra questi, e a sollevar lor speme

Con penne oltre natura alto volanti.

Chi por freno oserà d'almo signore

Alla mente od al cor? Paventi il vulgo

(Rammentati che qui v'è ironia, e che questo volgo non è il volgo vero, ma quello che i patrizii di quel conio debbono chiamare volgo, cioè la parte sana.)

Paventi il vulgo

Oltre natura; il debole prudente

Rispetti il vulgo; e quei, cui dona il vulgo

Titol di saggio, mediti romito

Il ver celato, e alfin cada adorando

La sacra nebbia che lo avvolge intorno.

Ma il mio signor, com'aquila sublime,

Dietro ai sofi novelli il volo spieghi.

Perchè più generoso il volo sia,

Voli senz'ale ancor, né degni 'l tergo

Affaticar con penne.

Dardo scagliato contro coloro che, senza ingegno e senza studi, spensieratamente sfilosofeggiano. Ma eccoci alla punta più amara che rivela l'alto animo del Poeta, e il mal vezzo degl'illustri dottorelli d'allora (razza non estinta), che volevano licenza, non uguaglianza.

Ma guardali, o signor, guardali, oh Dio!

Dal tossico mortal che fuori esala

Dai volumi famosi, e occulto poi

Sa, per le luci penetrato all'alma,

Gir serpendo nei cori, e con fallace

Lusinghevole stil corromper lenta

Il generoso delle stirpi orgoglio

Che li scevra dal vulgo. Udrai da quelli,

Che ciascun de' mortali all' altro è pari;

Che caro alla Natura e caro al Cielo

È non meno di te colui che regge

I tuoi desideri e quei ch'ara i tuoi campi:

E che la tua pietade e il tuo rispetto

Dovrien fino a costor scender vilmente.

Folli sogni d'infermo! Intatti lascia

Così strani consigli, e sol ne apprendi

Quel che la dolce voluttà rinfranca,

Quel che scioglie i desiri e quel che nutre

La libertà magnanima. Tu questo

Reca solo alla mensa, e sol da questo

Cerca plauso ed onor.

E qui paragonandolo alle api che traggono il meglio dei fiori e dell'erbe aromatiche, ferisce di rimbalzo quella testa vana, impregnata di boria e di presunzione, che dei libri ritiene il male che gli giova, e scarta il bene che non gli va a sangue. Riporto il paragone, che per dolcezza e snellezza di verso rivaleggia con quello d'Omero e di Virgilio.

Così dell'api

L'industrioso popolo, ronzando,

Gira di fiore in fior, di prato in prato;

E i dissimili sughi raccogliendo,

Tesoreggia nell'arnie: un giorno poi

Ne van colme le patere dorate

Sopra l'ara de' Numi, e d'ogn'intorno

Ribocca la fragrante alma dolcezza. [34]

Il Parini, vissuto nel più forte della mischia tra una generazione che s'ostinava a giacere, e una che voleva rialzarsi a ogni patto, non consentì agli errori e molto meno agli eccessi né dell'una né dell'altra, ma delle cose antiche ritenne il buono senza servitù, delle nuove, la libertà non la licenza. E così gli nacque tra mano la più morale e la più alta Satira che abbiano le lettere italiane, nella quale, sotto colore di pungere quella genìa di signorotti, si pungono e si mettono in aperto le storture, le inezie e le falsità di tutto il secolo decimottavo. Si potrebbe anco dire che un povero prete, nato in contado di famiglia popolana, trapiantato a Milano a sudarsi un pane, che osa senza bassezza segnare d'uno sfregio eterno la gente del sangue purissimo, celeste; e che invece d'averne persecuzioni, ne ottiene lode e favore, dà indizio che il sentimento dell'uguaglianza non lo era nato tra noi, ma aveva poste radici ferme e profonde.

Dell'accusa data al Parini d'avere scritto il Poema ad personam, [35] non credo doverlo difendere, perchè queste accuse sono miserie solite di cervellini stroppiati nel cranio, che misurano tutte le teste al giro del proprio cappello, e che incarogniti nel puntiglio, nel ripicco, e nel pettegolume letterato e domestico, non credono che possa essere al mondo uomo che quando piglia la penna in mano, si scordi le punture, i fastidi, le invidiole e le persecuzioncelle che una mano di poveri cuori e di povere teste possano avergli recate. Già il poeta vero sa che prendendo di mira il tale o il tal altro piuttosto che una data forma di vizio in generale, verrebbe a ristringere il cerchio dell'arie, e farebbe danno e ingiuria a se stesso; e poi lo spendere quattro righe sole per vendicarsi di cosarelle quali sono novantanove per cento quelle che riguardano il nostro misero noi, non mi pare che metta il conto. Se non che io penso che taluni abbiano l'arte di tirarsi addosso le frustate volontariamente, perchè il consumare la vita dimenticato non gusta a nessuno, e pure di poter fare un po' di chiasso, si accetta una fama anco infamissima. Seguitiamo.

Fu detto che scritta in rima, quella Satira spiccherebbe di più: io non lo credo punto, per le ragioni dette qui innanzi, quando toccai del contrasto nuovo e bizzarro che fa il verso grave colle cose trattate, e perchè credo che la rima non avrebbe servito spontanea il Parini come lo servì quel metro più libero. Per maneggiare a dovere i metri rimati nei componimenti di stile comico e familiare, bisogna avere la lingua dalla balia, e i soli vocabolari non bastano. Uno scritto in gala, tutti più o meno lo fanno, perchè per gli scritti in gala si fa capitale della lingua dotta, e la lingua dotta sta là ferma ne' libri, come in tanti barattoli da spezieria; ma uno scritto toccato alla brava, come dicono i disegnatori; uno scritto nel quale lasci sgorgare dalla penna la lingua tutta quanta è, vuol vedere lo scrittore in viso, ed è lì che si scorge davvero chi ha o chi non ha e garbo e dovizia, chi sa e chi non sa camminare per questo campo, nel quale, appunto perchè è larghissimo, non ti fanno grazia d'un solo passo che tu possa mettere in fallo. Prendi gli scrittori di dialetto da un capo all'altro del nostro paese, che ne ha molti e di molto valore; prendili, dico, quando scherzano nel vernacolo nativo, e mettili a scherzare nella lingua imparata nei libri, e vedrai subito la differenza. Il Parini medesimo è una prova di ciò nella Canzone al Barbiere e nel Dialogo Della Nobiltà. Certo quello Scherzo e quel Dialogo non sono da buttarsi là colle mille inezie che gli furono pubblicate, ma l'orecchio esercitato al vero garbo della lingua rimane in desiderio d'una certa spontaneità, d'una certa grazia, d'una certa negligenza non trascurata, che non pare concessa se non a coloro che maneggiano la favella nella quale snodarono dapprima la lingua. Non dico ciò per ridestare una lite che vorrei sopita per sempre con le altre mille che ci hanno guasti; dico perchè quanto più vo' innanzi, e più mi par questa la verità, e dico acciò i Toscani, appunto perchè hanno paesana la lingua che, Dio volendo, diventerà comune, si facciano un dovere di non strapazzarla, di non contaminarla, di porgerla a chi ce la chiede arricchita e rinfrescata dei mille modi che al nostro popolo abbondano sulle labbra, e che i nostri scrittori tremano di prendere in mano. [36] Che v'è troppa mitologia, lo dico a malincuore, pensando al tempo nel quale il Poema fu scritto; e il farne rimprovero al Poeta sarebbe lo stesso che deriderlo di essersi incipriati i capelli. Con più sicurezza mi pare di poter dire che l'ironia a volte è spinta o ricercata un po' troppo, come in quel passo:

Alfin tu da te sciolto, ella dal cane.

Ambo alfin v'appressate. Ella dai lumi

Spande sopra di te quanto a lei lascia

D'eccitata pietà l'amata belva;

E fu sopra di lei dagli occhi versi

Quanto in te di piacer destò il tuo volto.

Vespro, v. 74-79.

A volte si lascia cadere la maschera a disvantaggio, come:

Né d'animali ancor copia vi manca,

O, al par d'umana creatura, l'orso

Ritto in due piedi, o il micio, o la ridente

Simia, o il caro asinello, onde a se grato

E giocatrici e giocator fan speglio.

Notte, v. 677-681.

A volte batte in falso, come nello squarcio citato poche pagine addietro:

e sol ne apprendi

Quel che la dolce voluttà rinfranca,

Quel che scioglie i desiri e quel che nutre

La libertà magnanima.

Qui in luogo di libertà bisognava dire licenza o altro; diversamente l'ironia non mi pare che colga in pieno. Ma sono cose da nulla; nei, dai quali non potrebbe trarre un breve respiro, non dico l'invidia, ma neppure la mediocrità la più industriosa a riposarsi sui difettoli dei sommi ingegni.

A chi dice che il Poema pecca di lunghezza, si potrebbe rispondere che in fatto di componimenti il codice del lungo e del corto nessuno lo ha scritto, e che un buon libro non è mai lungo, come non è mai corto abbastanza un libro cattivo. Dicono che al di là del Mezzogiorno il Poema, se continua a dilettare, non riesce più una novità; che si sa presso a poco le cose che dee dire, e come le dirà, e che l'andare fino in fondo sarà piuttosto uno sforzo dell'ingegno, che una cosa senza la quale il lavoro non potesse stare. Sia pur vero che le ultime due parti, quanto al modo, non riescano nuove come il Mattino e il Mezzogiorno, e che l'ironia a lungo andare non ferisca tanto inaspettata, come ferisce di prima mossa; ma oltre che le cose descritto nel Vespro e nella Notte sono sempre vere e scolpite, i versi, lo stile, e forse anco la sceneggiatura, se non vincono le prime due parti, non rimangono certamente al di sotto, e anzi mi pare che dal lato della scioltezza e della sicurezza il Poema nell'andare acquisti mirabilmente. La descrizione del tramonto citata poc'anzi, quella della notte, del corso e della conversazione, sono vive, spiranti, e toccate da gran maestro.

Pare che sulle prime non avesse in animo di farlo se non di tre parti, [37] e che poi le portasse fino a quattro, per consiglio di tali che forse non sapevano capacitarsi come le parti del giorno essendo quattro a rigor di Sole, il Poeta n'avesse a descrivere solamente tre: né la cosa è nuova. Vi sono certe teste più simetriche che armoniche, le quali perchè avrai cantata la Primavera, trovano d'assoluta necessità che tu debba sfilarle dietro l'Estate, l'Autunno e anco l'Inverno. Guardati, se credi a me, dal dovresti dire e dal dovresti fare di questi tali, e in generale dai consigli e dai suggerimenli di chi non è del mestiere, perchè non v' è la peggio che lasciarsi annacquare la testa col cervello degli altri, prima d'aver messo fuori ciò che v'è dentro. A lavoro fatto, tasta il parere di chi tu vuoi; quando lo fai, non ti consigliare con anima nata, e conversa coll'arte a uscio chiuso, come converseresti colla donna del tuo cuore; perocché senza solitudine e senza verecondia, non concepisco né amore, né arte. Al Parini non incolse male del non aver saputo resistere alla turba molesta che lo incitava di por fine al Giorno; [38] ma non tutti sono il Parini: e lo stare a dovere al fianco dei valorosi è cosa saputa da pochi, e meno dai così detti ammiratori, che non ne capiscono né tanto né quanto, ma che per averti lodato e detto ai muriccioli che sono dall'infanzia amici tuoi svisceratissimi, ti credono roba manevole, roba tutta loro. Fanno degli uomini che onorano il loro paese come dei monumenti; se ne creano cioè ozio, boria e spettacolo per un po' di tempo, poi gli tengono là tanto per millantarsene col forestiere, e finalmente a un bisogno.... guarda al piè de' campanili, delle statue e dell'altre glorie di sasso, e vedrai il conto che ne tengono.

Al Vespro e alla Notte, secondo l'intenzione del Poeta, manca l'ultima mano; [39] secondo chi legge anco con occhio difficile, non parrebbe che mancasse; ma chi oserà misurare la portata di quell'ingegno o dirgli: tu non avresti potuto andare più in là? La perfezione della quale è capace un lavoro di nuova stampa, non la sente che il solo inventore, perché egli creando il genere, ne crea anco la misura e le leggi: ed ecco la cagione per la quale spesso l'artista, in mezzo all'applauso universale, rimane scontento di sè; che ai meschini pare un mostro o un'affettazione, perchè i meschini sono, o almeno dovrebbero essere, la razza più contentabile che si muova sotto la cappa del cielo. Il Parini, che non era di costoro perchè si sapeva ricco e potente, limava e rilimava [40] con magnanima incontentabilità, propria dell'uomo che, per quanto possa sentirsi al di sopra degli altri nella via che ha presa, si sente sempre al di sotto dell' arte sua. Di questo lavoro della lima molti si lamentano come di fatica insopportabile, macchinale, che agghiaccia il cuore e insterilisce la mente; altri la sberta come una stitichezza dell'ingegno, che a furia di ritocchi guasta o tormenta l'opera sua. Darò ragione ai primi, quando vedrò le madri non indegne di questo nome, doventare sfaticate o disamorate via via che spendono cure e fatiche intorno ai figliuoli, tanto per allevarli e mandarli ritti; sappiano i secondi che non è fabbro perfetto quello il quale dopo avere ben posto un ordigno a forza di fuoco e di martello, lo peggiora tirandolo a pulimento. L'Alfieri quando chiamò il limare, lavoro aspro che sega l'anima, [41] non iscrutò a fondo se stesso, o si fece inganno pei duri contrasti che dovè sostenere usando una lingua imparata tardi: tanto sono tenaci i danni della prima educazione! Orazio, più attento e più sagace di lui, disse: lima labor et mora, [42] che un arguto ingegno traduceva speditamente:

La faticosa, ritardante lima. [43]

E che la lima porti fatica e ritardo, lo so; che seghi l'anima, non lo concedo. Il pensiero e la parola sono tanto congiunti, che lo studio dell'una importa studio dell'altro; e chi non sente questa verità, dirò arduamente che ha mezzo cuore e mezza testa. Ma la parola rimane sempre difettiva al pensiero, come la materia allo spirito, perchè sebbene cospirino a un fine,

Diversamente son pennuti in ali. [44]

L'artista vero, consegnando alla tela, al marmo, alla carta le immagini della fantasia, e i pensieri della mente, e le passioni del cuore, non fa altro che sforzarsi di raggiungere coi segni sensibili il concetto intimo, profondo, inarrivabile, che sente e idoleggia in se stesso. Più torna sul suo lavoro, più versa sé nel lavoro medesimo, più s'avvicina al tipo ideale che gli balena davanti; e questo avvicinarsene è un ritrovare se stesso, è il suo premio, la sua vita, è cosa piena di voluttà grande, ineffabile, e sto per dire più che umana. Se non ti senti dentro un fremito di gioia e d'emulazione, pensando alle forti compiacenze che debbono aver provate e quest'uomo e i simili a lui lavorando con assidua longanimità, non leggere né queste né le pagine che seguono, che sarebbe tempo perduto per tutti. Ed io mi diffondo volentieri in queste materie, perchè parlando dell'arte lodo il Parini, e così la gemma ha il cerchio che le conviene; e perchè in fatto di lettere mi ronzano ogni giorno agli orecchi bestemmie innumerabili, di nuova e di vecchia data.

Parlato degli Scritti, diciamo due parole della persona e dell'animo. Per dare a conoscere, come si può, l'aspetto d'un uomo illustre ai posteri che lo desiderano, la sua sarebbe di porne l'immagine in fronte al libro, e fare a meno d'un ritratto a parole, dalle quali poi ognuno che legge si rifà in testa una figura a modo suo. [45] Quando avrò detto che era alto e asciutto, che aveva la fronte aperta, gli occhi grandi, neri e distanti, il naso aquilino, la bocca ben tagliata, il colorito tendente al bruno, e via discorrendo, metti dieci a rifarlo in matita dietro questa (per dirlo in gala) ipotiposi, e ti fanno dieci teste, l'una a cento miglia di distanza dall'altra. Una di quelle malattie muscolari o nervose, come le chiamano, gli aveva indebolite e avvizzite le gambe per modo, che era costretto a camminare lento e guardingo; in seguito poi, inasprita per soverchia applicazione, gli offese la vista e gl'impedì per lunghi intervalli di continuare nei suoi lavori. [46]

Chi lo conobbe dice che fu caldo e impetuoso, ma seppe frenarsi; che ebbe brevi ire senz'odio, e lunghi amori immutabili; che si mostrò fiero coi potenti orgogliosi, mansueto cogli eguali, affabile co' sottoposti; che fu arguto senza malignità, faceto senza sconcezza, amante del conversare senz'ozio. Fermo nel proposito, s'arrendeva alla sola ragione; dispregiava altamente i vantatori, i millantatori, i ciarlatani d'ogni conio; gradiva la lode dei buoni, non curando quella del volgo; si dilettava dello scherzare coi fanciulli e coi giovinetti vivaci, arditi e che davano buone speranze; bella lode in un vecchio, come bellissima in un giovane amare i vecchi. Era parco di lodi, e però schietto se lodava; [47] biasimava senza perseguitare. Riprese e spronò virilmente l'Alfieri, [48] ammirò i voli audaci del Monti, [49] spregiò il Casti come scrittore di eleganti lascivie, e credo anco per la giusta ira di vederselo anteposto: forse sarebbe stato meno acerbo con lui se avesse letti gli Animali parlanti, ma non fu in tempo. Entrato in un battibecco tra letterati e letterati, [50] presto se ne strigò, e si biasimò poi sempre d'esservisi mescolato, tanto più che v'era di mezzo il suo stesso maestro: cosa che ho voluto dire, perché allora e poi fu vezzo e perpetua compiacenza dei dotti lo scanagliarsi. Ebbe emuli occulti e palesi che non curò, ed ebbe amici caldissimi coi quali visse lungamente in un dolce ricambio d'affetti, di consigli e di benefizi; e tra questi gli fu caro oltremodo Gian Carlo Passeroni, [51] buona pasta d'uomo e di poeta, il quale, sebbene poverissimo, una volta che dai ladri fu spogliata la casa al Parini, lo sovvenne di quel po' che aveva con un cuore da milionario.

Gl'irreprensibili, razza riprensibilissima, riprendono il Parini d'essere stato troppo inchinevole all'amore; e certo, l'ode alla bella donatrice delle Tragedie d'Alfieri, e quella all'inclita Nice, e il Pericolo, e il Sonetto

Quell' io che già con lungo amaro carme

danno cagione all'accusa, tanto più che v'era il prete di mezzo, e che in quei versi scritti da vecchio spira il calore, l'impeto e la terribilità d'una passione più che giovanile, io non lo scuserò citando l'esempio del Bembo, e del Casa, e di qualche altro prelato erotico, che se ne contano parecchi nel nostro Parnaso; né dirò che i versi si tirano dietro l'amore quasi per necessità; né rammenterò che al tempo dei nostri nonni la galanteria era una cosa sine qua non, e che allora, degli abati corteggiatori di donne, ve n'era uno per uscio; ma in luogo di queste magre difese, ti farò osservare che nel Parini l'amore fu temperato sempre dal rispetto dovuto alla persona amata e a se stesso, e quando il cuore lo avrebbe spinto a rivedere le donne che gli aveano suscitate dentro quelle fiere tempeste, seppe far senno e fuggire:

Ma con veloci rote

Me, quantunque mal docile,

Ratto per le remote

Campagne il mio buon Genio

Opportuno rapì;

Tal che, in tristi catene,

Ai garzoni ed al popolo

Di giovanili pene

Io canuto spettacolo

Mostrato non sarò. [52]

E a chi mormorava di quella sua propensione per la bellezza, ingenita agli animi fatti a sentirla e a riprodurla, così rispondeva con franca alterezza:

A me disse il mio Genio

Allor ch'io nacqui: L'oro

Non fia che te solleciti,

Né l'inane decoro

De' titoli, né il perfido

Desio di superare altri in poter.

Ma di natura i liberi

Doni ed affetti, e il grato

Della beltà spettacolo,

Te renderan beato,

Te di vagare indocile

Per lungo di speranza arduo sentier. [53]

E nell'ode A Silvia, ove la riprende dell'avere adottata la foggia crudele e invereconda del vestire come erano vestiti allora in Francia i condannati nella testa, prorompe così da par suo: «Lascia, Silvia mia, questa orribile costumanza alle altre belle stupide di mente e di cuore: anco una giovane mansueta può divenire feroce per una cagione lontana che nuoce occultamente. Sai tu che avvenne delle donne egregie per le quali Roma crebbe in tanta grandezza? Poiché per loro sciagura si recarono a tedio l'ago, la spola, e le dolci cure, e le caste consuetudini della famiglia; e convennero con improvvida baldanza ad ammirare i saltatori e i commedianti, cominciarono prima dall'assuefarsi ai delitti, agli orrori, alle atrocità delle favole greche, e così pervertita l'indole e fatto il cuore più feroce, sazie oramai d'un dolore finto, corsero al dolore vero con isfrenata compiacenza.

E là dove di Libia

Le belve in guerra oscena

Empiean d'urla e di fremito

E di sangue l'arena,

Potè all'alte patrizie,

Come alla plebe oscura,

Giocoso dar solletico

La soffrente natura.

Che più? Baccanti e cupide

D'abbominando aspetto,

Sol dall'uman pericolo

Acuto ebber diletto;

E dai gradi e dai circoli,

Co' moti e con le voci

Di già maschili, applausero

Ai duellanti atroci:

Creando a se delizia

E delle membra sparte

E degli estremi aneliti

E del morir con arte.

Silvia, copriti il volto e ascolta come passarono tutti i confini della licenza. Il gladiatore, terribile di modi e d'aspetto, fu cercato da esse per amante segreto; poi s'assuefecero ad apprestare veleni occulti; quindi le madri ardirono di concepire invano; e così da un errore lieve dapprima, derivò il precipitare della gloria e del nome latino. Silvia, togli via quella veste esecranda; rammenta l'origine dell'antica licenza, e serbati umana e pudica.» [54] Che potremmo dire di più calzante a talune delle nostre leggiadre, che si dilettano tanto dei romanzacci e delle sconce rappresentanze della scuola oltremontana? Ora un poeta che parla così a quelle che l'hanno colpito con la loro bellezza, non è amante volgare né riprovevole.

Come nacque, fu mantenuto povero, né il verso tanto lodato [55] gli fruttò di che farsi trascinare qua e là in una misera carrozzuccia, vecchio e impedito com'era. [56] E ciò perchè avea scritto, e più che scritto, promesso a se medesimo:

Me, non nato a percuotere

Le dure illustri porte,

Nudo accorrà, ma libero,

Il regno della morte.

No, ricchezza né onore

Con frode o con villa

Il secol venditore

Mercar non mi vedrà.

La Vita rustica.

Né aveva saputo piegare l'indole sdegnosa a strisciarsi ai piedi dei grandi, o dei piccini che comandano ai grandi; né fare vili lamenti della propria miseria; né aiutare del suo ingegno gli spogliatori del paese; né ridurre la Musa al mestiere di rea commediante insultando il pudore e solleticando con iscurrililà

I bassi genii dietro al fasto occulti. [57]

Né già si ritenne dal chiedere soccorso a chi doveva darglielo, forte della gloria acquistata al suo paese, e carico d'anni e strinto dal bisogno, ma

Chiede opportuno e parco

Con fronte liberal che l'alma pinge. [58]

E se la durezza o la trascuraggine di tali che forse lo ammiravano in cuore, perseverò a voltargli le spalle, e' seppe farsi scudo della sua costanza medesima, [59] beato di vivere senza rimorso. E di fatti, non a una vile moneta, non agli onori vani, né all'applauso mutabile della folla, dee mirare un libero ingegno, ma al vero, al solo vero, e all'alta compiacenza di poterlo e di saperlo dire; compiacenza che nessuno può toglierti, e che ti compensa largamente della miseria, della noncuranza, e di tutti i mali che ti può partorire l'averlo detto. Perchè, poni da parte i pochi che se ne dilettano e sanno farsene prò, la verità piace a tutti il dirla, a nessuno il sentirsela dire.

Nelle case ove fu precettore si contenne con dignità e trattò con amore paterno e con pia sollecitudine i giovinetti che gli furono affidati, sdegnoso forse tuttavia del giogo bestiale che rammentava d'aver patito egli stesso

i queruli ricinti

Ove l'Arti migliori e le scïenze,

Cangiate in mostri e in vane orride larve,

Fan le capaci volte eccheggiar sempre

Di giovanili strida. [60]

Che modi tenesse nell'educare lo dicono i versi a Febo d'Adda, alunno carissimo:

Torna a fiorir la rosa,

Che pur dianzi languia,

dai quali apparisce che egli non era di quei maestri che s'inalberano della vivacità, della irrequietezza, della propensione a folleggiare propria dei fanciulli, nei quali muoversi e il mutarsi da una cosa a un' altra, è necessità di fibra e d'animo che si svolgono. Diceva anzi, compiacendosi del vedere rinverdire quel tenero germoglio,

Vigor novo conforta

L'irrequieto piede:

Natura ecco ecco il porta,

Si che al vento non cede,

Fra gli utili trastulli

De' vezzosi fanciulli. [61]

Poi volgendosi al fanciullo medesimo, aggiungeva: «O pianta di buona semenza, che cresci a coronare le mie fatiche e le mie speranze, io ho cercato di darti vigore all'animo non meno che alle membra, e t'ho educato alla poesia che ispira virtù. Nato a onorare la patria, ricordati che può tutto un animo forte accoppiato a membra robuste, e che la bellezza, il vigore, l'attitudine ai forti esercizi, sarebbero nulla, se non t'ammaestrassi a usarli rettamente. Dall'animo, figliuol mio, dall'animo solo derivano i fatti lodevoli; che se l'animo è fiacco, non lo rialza la chiarezza del sangue. Lascia, mio caro, che altri tenga in pregio l'alterezza della nascita e le fortune superbe, che sono i fregi anco dei vili: chi è cupido di gloria s'appaghi della sola virtù. Onora Iddio che ti guarda dall'alto, ma alzagli nel cuore il primo altare, non contento d'onorarlo apparentemente. Fa che ti stia la giustizia nel petto, e le tue mani siano al bisognoso quell'albero pellegrino che distilla unguenti soavi. Fa che la ragione regga i mali impetuosi dell'animo, e vedrai nascere effetti di somma virtù. Non celare con un velo ipocrita questi bei doni di natura, e lascia apparire nel volto l'impronta dell' animo. L'ardimento, il valore, non ispengano in te la pietà, e quel senso dolce che t'inchina all' amore; questo anzi ti faccia difensore del mendico; questo, amante fedele; questo amico indomabile. » E la chiusa dell'Ode fa sentire che il giovinetto beveva con grato animo i santi precetti, e i genitori di lui applaudivano al Poeta, che li dettava sotto figura di Chirone che ammaestri Achille.

Tal cantava il Centauro.

Baci il giovin gli offriva

Con ghirlande di lauro.

E Tetide, che udiva,

Alla fera divina

Plaudia dalla marina. [62]

Nell'ufficio di pubblico precettore fu largo, amorevole, intento a educare un numero eletto di giovani, che tornati per lui alle vere sorgenti del bello, sapessero onorare la patria del loro ingegno.

Vedrò, vedrò dalle mal nate fonti

Che di zolfo e d'impura

Fiamma e di nebbia oscura

Scendon d' Italia ad infettar dai monti;

Vedrò la gioventude

I labbri torcer disdegnosi e schivi,

E ai limpidi tornar di Grecia rivi,

Onde natura schiude

Almo sapor che a se contrario il folle

Secol non gusta e pur con laude estolle. [63]

E l'ottenne: perchè da quel tempo la Lombardia crebbe in fama di studi; e anco gli uomini che la onorano adesso, sono, a chi ben guardi, splendori accesi di quella luce. Insegnava come le arti dell'immaginazione si danno la mano tra loro; come hanno comuni i principi generali; come tutte debbano cospirare a svegliare e a mantenere in noi i germi della buona morale e della virtù operosa, e come i sommi esemplari della poesia e dell'eloquenza giovino mirabilmente a educare al bello, al vero e al grande, l'animo degli altri artisti tutti quanti [64]. Dicono che parlando dalla cattedra s'accendesse della sua stessa parola e dell'esser lì, come una fiaccola che agitata moltiplica le fiamme, e segnatamente quando esponeva le tragedie di Sofocle, e tra queste l'Edipo [65].

Sorser le giovanili

Menti, da tanta autorità commosse;

Subita fiamma inusitata scosse

Gli spiriti gentili,

Che con novo stupor dietro agl'inviti

Della greca beltà corser rapiti. [66]

Quando nacquero i rumori di Francia, e quando di Francia vennero tra noi le nuove opinioni, o coi fogli pubblici o cogli uomini che erano mandati a disseminarle, il Parini fu di quei tanti che le abbracciarono caldamente, perchè le sentivano concordi all'intimo desiderio, e perchè innestandole anco non volendo a quella immagine di libertà che s'erano figurata leggendo Plutarco e altri, facevano tutta una cosa di Parigi, d'Atene, di Sparta e di Roma, né s'aspettavano i morsi della tirannide imberrettata. [67] Di qui nacque che al primo scendere delle armi francesi in Italia, la parte migliore, voglio dire la gente illuminata, si diè tutta alla speranza di quei beni che dicevano di recare, e poi di lì a poco, vedutala fallire, finì col rivoltarsi contro ai nuovi padroni. Sbozzata alla militare la Repubblica Cisalpina, e scelti agli uffici del nuovo Stato gli uomini più ragguardevoli per sapere, per nascita e per averi (un po' perchè fu stile della Repubblica Francese, e più di Napoleone, dare la preferenza ai capaci; un po' perchè tutte le dominazioni nuove s'affrettano di tirare a se i sommi, perchè sanno che dietro questi corre il rimanente come branco di pecore), il Parini fu chiamato a sedere tra i Municipali. Prete, poeta, invecchiato tra pochi amici e nelle quiete abitudini dei suoi studi, immagina se ebbe a trovarsi lì come un pesce fuor d'acqua. In tempi di fortune civili (o sociali, come dicono), alla testa delle faccende pubbliche vogliono essere uomini venuti su per le fortune medesime, o se non altro dirotti alle cose di governo; tali da prefiggersi uno scopo, e a quello tendere velocemente con fiera pertinacia, poco o nulla curando dei mezzi che occorrano a conseguirlo. Allora le teorie, piuttosto che recarle agli uffici bell'e fatte, bisogna farsele volta per volta, a seconda dei casi che sorgono, si moltiplicano, s'intralciano, e vanno precipitando con irresistibile continuità. Il Parini invece portava a quella carica un animo retto, casto, bramoso del bene, avverso alle vie oblique o violente, e alle esorbitanze di quel modo di governo, nel quale alle licenze, ai tumulti, alle furie della democrazia, camminavano di pari passo la durezza, la tracolanza, la soverchieria e la rapina militare. Se non era Pietro Verri, municipale ancor esso, che gli stesse al fianco e gli desse lume, egli di sicuro non avrebbe saputo uscire del ginepraio [68]. E come poteva intendersela con gente sfrenata, un uomo che diceva: «Le persecuzioni non vincere gli animi, né fondarsi la libertà coi delitti e colla licenza; — Il popolo doversi condurre co' buoni consigli e col dargli da lavorare e da vivere, e non prenderlo di fronte nelle sue false opinioni, ma educarlo e persuaderlo, più col buon esempio che colle leggi? — Come poteva piacere, in quei mutamenti continui, egli sempre fermo e intero, che badava a ripetere a questo e a quello: se' tu buono come ieri? — Raccontano che un giorno, entrato nelle stanze assegnate all'ufficio, e veduto che n'era stato levato un Cristo, domandò: E del cittadino Cristo che n'avete fatto? E volle dire con tremenda ironia: Voi che fate finta d'accogliere tutti come eguali e come fratelli, perchè escludete di tra voi il primo fondatore della fraternità e dell'eguaglianza? — Un'altra volta invitato a gridare quel solito grido: Viva la libertà! morte agli aristocratici! gridò a fronte levata: Vita la libertà, e morte a nessuno! — Rimproverato da un tale d'aver fatta l'elemosina a un Tedesco, rispose fieramente: la farei al Turco, al Giudeo; la farei a te, bisognando. — Essendo un vecchio gentiluomo andato dal Parini perchè gli facesse sbrigare un non so che spettante all'ufficio della Municipalità, questi, sopraffatto dagli affari e dalla gente che aveva d'intorno, prima di tutto lo salutò colle parole d'uso antico: ben venuto, Don Beppe (che allora era un delitto grave di lesa uguaglianza; poi, siccome per servire il gentiluomo di ciò che gli aveva richiesto v'era bisogno d'un ufficiale lì del posto, il Parini, dopo avere squadrati ben bene i ceffi che aveva davanti, tutta feccia di basse combriccole sedicenti repubblicane, adocchiò una faccia meno proibita delle altre; e: Almeno di lei, disse, so che suo padre era un galantuomo: dunque mi farà Ella questo servizio. — Udito riprendere un onesto campagnolo, il quale o per timidità, o per abito di cortesia, non sapeva stare dinanzi ai magistrati col cappello in capo, come decretavano i liberi villani d'allora, gli disse con un amaro sorriso: Copritevi il capo e guardatevi le tasche. — Non sapevano costoro che togliendo la reverenza a chi siede al freno delle cose pubbliche, gli si scema la riputazione e la forza; ma presto venne chi ne diè loro un duro ricordo. Un decreto della Magistratura nella quale sedeva non essendo andato a sangue ai conquistatori [69], il generale Despinois, comandante di piazza, uomo che affettava di mostrarsi più plebeo de' plebei perchè dimenticassero che era nato nobile, entrato nella sala del Municipio, svillaneggiò i magistrati, e tirata fuori la scimitarra, ne percosse furiosamente la tavola. Il Parini portando la mano alla fuciacca (che era distintivo della carica, e che dalla cintola era stata fatta salire al braccio, da una di quelle teste felici che anco in quei trambusti trovano tempo d'occuparsi di frasche), disse freddamente: Ora non manca altro che di farcela salire più su e poi stringerla. V'è chi dice che la sera stessa scrivesse una lettera piena di dignità, nella quale si dimetteva dall'ufficio, protestando che ove regnava la sciabola non v'era più luogo pei magistrati: ma la cosa non è bene appurata. Quello che è certo si è, che questa e altre bruttezze fecero sì che egli di lì a poco si ritirò dalle pubbliche faccende, dicendo: Ora son libero davvero; e fece distribuire ai poveri gli stipendi che aveva riscossi. Nientedimeno protestò, che quando le cose mutassero in meglio, sarebbe tornato a servire il suo paese di libera volontà.

Da quel tempo fino a quando morì, visse molto a se o con pochi fidati, deplorando il precipitare delle cose, e astenendosi perfino dal carteggiare cogli amici, acciò la purità delle sue lettere non venisse stuprata da qualche mascalzone, come s'espresse egli stesso. E quando con Bonaparte, passato in Egitto, indietreggiò in Italia la fortuna francese, e la Lombardia fu ripresa dalle armi tedesche, russe e anco turche, i suoi emuli brigarono per fargli perdere la cattedra, ma non lo trovarono né debole né codardo. Anzi a un amico che gli si offerse in caso di bisogno, disse che era pronto d'andare limosinando, a esempio dei buoni e a perpetua infamia dei malvagi.

Morì il dì 15 d'agosto del 1799, d'un'idrope che gli si manifestava a riprese ora qua ora là. Negli ultimi giorni fu sereno, preparato al suo fine, vago di conversare cogli amici più cari, di farsi rileggere Euripide e Plutarco, barzellettando coi medici che lo visitavano. Io mi consolo, soleva dire, pensando che v'è Iddio, e non trovo altra norma più sicura all'umana giustizia. E l'ultimo giorno della sua vita, sentendo un fuoco che gli scorreva per le spalle: Una volta, diceva, ciò sarebbe stato creduto un Folletto; ora non si crede più né al Folletto, né al Diavolo, e nemmeno in Dio; nel quale però crede il Parini. E in questi pensieri consolanti chiuse gli occhi per sempre, lasciando per testamento, che il suo funerale fosse modesto come quello del più infimo tra i cittadini. Non ebbe sepoltura distinta, vietandolo le leggi d'allora, della qual cosa mosse lamento nobilissimo Ugo Foscolo nei Sepolcri.

Così la Lombardia perdè il suo poeta, e non poteva cadere in mente ai cittadini che lo piangevano, di consolarsene nel caro aspetto d'un fanciullo di tredici anni che era allora in Milano, e che di lì a poco fu quell'uomo che tutti sanno. Dico di te, Alessandro mio: né mi sarà imputato a vanità se ti rendo l'onore che t'è dovuto con quella amorosa dimestichezza che volesti concedermi, della quale mi sento nell'animo un'alta compiacenza, temperata di rispetto e di gratitudine.

Riandando le cose discorse, il Parini nacque e morì povero: sopportò il suo stato con fermezza e con dignità, fu d'alto cuore e di sommo ingegno: fu amico del paese e non mai d'una piuttosto che d'un'altra dominazione. [70] Rialzò la poesia al suo scopo civile, e diè un esempio nuovo di Lirica e di Satira. Ottimo precettore pubblico e privato, amico immutabile, magistrato integerrimo, in lui concordarono lo scrittore coll'uomo e l'uomo collo scrittore; e ciò sia detto a gloria di lui e a vergogna di chi è di due pezzi. Addio.

Giuseppe Giusti.

 

Note

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[1] Vedi il Sonetto:

Ferocemente la visiera bruna ec..

e lo Scherzo:

Spezialin che sempre pesti,

Notte e dì tu mi molesti.

[2] Nei versi alla Malaspina premessi all'edizione dell'Aminta fatta dal Bodoni.

[3] Horat., Sat. IV, lib. I.

[4] Frusta Letteraria.

[5] Titoli di romanzi di questo scompisciatore di carta.

[6] S'accenna alla Scienza Nuova , opera principale del Vico.

[7] L'illustre scrittore avrà detto molto meglio di me, ma la sostanza è questa.

[8] Qui e altrove m'approfitto della Vita scritta da Reina e dei lavori di tutti coloro che m'hanno preceduto. Lo dico per debito, e a risparmio di citazioni.

[9] Contro questa nefandità che durava tuttavia, inveisce nell'Ode intilolata La Musica.

[10] Vedi in questo fatto l'uomo il quale anco nello scherzo mira sempre a un nobile scopo.

[11] Vedi l'edizione di Reina. Il Parini passa su in Lombardia anco per uno dei più valenti scrittori di dialetto, e ne fa testimonianza il Porta, giudice competentissimo:

Varron, Magg, Balestree, Tanc e Parin,

Cinq omenoni proppi de spallera,

Gloria del lenguagg noster meneghin etc.

Porta, Poesie milanesi.

[12] Questa era la volontà dell'Autore del Discorso; ma è sembrato all'Editore che allargando un poco più il campo della scelta, la sua edizione incontrerebbe il gradimento di un maggior numero di lettori. — I componimenti aggiunti sono nell'indice del volume contrassegnati coll'asterisco. Nota dell'Editore.

[13] Sebbene il Parini non sia prosatore grande, sentiva però molto addentro anco nella prosa, come dimostra la difesa del Segneri contro il Padre Bandiera che aveva presunto di correggerlo, e la stima che faceva del Machiavello. Di questo soleva dire ai suoi scolari: costui v'insegnerà a pensare, a parlare, e a scrivere liberamente.

[14] la Salubrità dell'aria

[15] Ode Alla Musa.

[16] Ode Alla Musa

[17] Ode Il Dono.

[18] Ode In morte del Sacchini.

[19] Vedi Dante, Alfieri e altri di questa fatta.

[20] Petrarca, Rime.

[21] Pare che Lucilio fosse il primo a scrivere la satira volante e che i Greci non abbiano avuto questo genere di poesia. Satira tota nostra est, dice Quintiliano.

[22] Vedi per la più corta il principio della prima Satira, La Musica.

[23] Per esempio, le allusioni ai fatti e agli usi del tempo, anco certi vocaboli e certi modi, sbiadiscono coll'andar degli anni.

[24] Ode La Caduta.

[25] Ibid.

[26] Vedi le Satire.

[27]                              Ad summam, sapiens uno minor est Jove; dives,

Liber, honoratus, pulcher, rex denique regum:

Precipue sanus, nisi quum pituita molesta est.

Horat., Epist. I. lib. I.

[28] Vedi la Vita di Orazio premessa dal Vannucci all'edizione fatta per uso delle scuole.

[29] Un uomo mollo considerevole per cuore, per ingegno e per nascita, m'ha detto mille volle che la lettura del Parini fatta di giovanetto, nei primi anni di questo secolo, era stata per lui una rivelazione, e l'aveva fatto accorto di molte storture.

[30] Vedi il Vespro, v. 1-13. — Mi ricordo d'avere udito, anni sono, uno dei miei maestri gridare contro questi versi, quasi contro una specie d'eresia poetica, e deriderne il Parini come d'un fiasco fatto. Tutte le altre osservazioni in contrario che mi farò a ribattere, le ho più udite che lette, perchè sebbene anco la stampa sia audacissima, il chiacchierare ha e avrà sempre le ali più pronte e più facili.

[31] Il Mattino, v. 598-603.

[32] Ibid., v. 611-613.

[33] Ilbid., v. 615-618.

[34] Il Mezzogiorno, v. 964-1020.

[35] Nominano un tale di Milano, famoso elegante di quei giorni, e dicono che per vendetta facesse malamente aggredire il Poeta.

[36] Quando si scriveva come si udiva parlare, salvo qualche lisciatura che lo scrittore fa e farà e ha fatto sempre, nascevano testi di lingua anco in mano ai bottegai; dacché si scrive come trova scritto, non si vede altro che copie di copie.

[37] Vedi le poche parole Alla Moda premesse all'edizione del Mattino: «Se a te piacerà di riguardare con placid'occhio questo Mattino, forse gli succederà il Mezzogiorno e la Sera.» Della Notte non si fa parola, come pure non se ne parla in quei versi del principio:

Quali al mattino,

Quai dopo il mezzodì, quali la sera

Esser debban tue cure apprenderai ec.

Il Mattino, v. 11-13)

seppure qui col vocabolo sera non ha inteso d'abbracciare il Vespro e la Notte.

[38] Nell' Ode La Caduta.

[39] Vedi l'edizione del Reina.

[40] Vedi l'edizioni che riportano le Varianti.

[41] Rime.

[42] Epistola ai Pisoni.

[43] Il Professore Pacchiani.

[44] Dante, Paradiso.

[45] Durante la stampa, l'editore si è determinato di dare il ritratto di Giuseppe Parini, che si vede in principio del volume. Nota dell'Editore.

[46] Giovanni Torti nell'Epistola a Delio sul Carme di Foscolo e del Pindemonte, così scrive del Parini, del quale era stato discepolo:

E pur l'acerba

Tua giovinezza, e l'invido recinto

Che fu de' tuoi primi anni a guardia eletto,

Ti vietaro il mirar sovra gl'infermi

Fianchi e l'infermo piè proceder lente

Le altere forme, e il più che umano aspetto

Del venerando vecchio, e le pupille

Eloquenti aggirarsi e vibrar dardi

Di sotto agli archi dell' augusto ciglio.

[47] Impegnato colla Società Patriottica a scrivere l'elogio di Maria Teresa, dopo aver combattuto a lungo seco stesso tanto da averne una malattia, finì col non farne altro, dicendo che in quella Regnante, al di là d'una certa bontà e d'una certa larghezza, che nel Principe sono virtù minime di valore e di costo, non avea trovata materia da Panegirico.

[48] Tanta già di coturni, altero ingegno, ec.

[49] Soleva dire: Costui minaccia sempre di cadere e non cade mai.

[50] Vedi le poesie in dialetto milanese.

[51] Autore delle Favole e del Cicerone.

[52] Il Pericolo.

[53] Il Messaggio.

[54] A Silvia, sul vestire à la Victime; o à la Guillotine.

[55]     Né il sì lodato verso

Vile cocchio ti appresta,

Che te salvi, a traverso

De' trivii, dal furor della tempesta.

La Caduta.

[56] Leopoldo Primo di Toscana, passando per andare a farsi Imperatore, aocchiò per le vie di Milano quello sciancato pieno di dignità; e domandato chi era, e saputo essere il Parini, lasciò detto che a spese dello Stato gli fosse mantenuta una carrozza, che il Poeta non ebbe mai.

[57] Versi che alludono al Casti allora poeta Cesareo e colmato di favori. Feriscono parimente il Casti quelli dell' Ode intitolati La Recita dei versi:

O gran silenzio intorno

A se vanti compor Fauno procace ,

Se del pudore a scorno

Annunzia carme onde ai profani piace;

Dalla cui lubric'arte

Saggia matrona vergognando parte.

Ed è contro il Casti il Sonetto:

Un prete vecchio, brutto e puzzolente,

che non si riporta in questa edizione.

[58] Per tutte queste cose vedi La Caduta.

[59] Ibid.

[60] Vedi II Mattino, v. 26 30.

[61] E chiamare utili i trastulli del proprio scolare quasi ottant'anni fa, quando per lo più il trastullarsi era caso da nerbo reverendissimo, è cosa da far mettere il busto del Parini in capo di scala a tutte le Sale d'Asili.

[62] Per tutto questo vedi l'Ode intitolala l'Educazione.

[63] Vedi l'Ode intitolala La Gratitudine.

[64] Vedi le Lezioni.

[65]       Né tu la immensa delle sue parole

Piena sentisti risonar nell'alma,

Allor che apria dall'ispirata scranna

I misteri del Bello; e rivelando

Di natura i tesori ampi, abbracciava

E le terrestri e le celesti cose.

Torti, luogo citato.

[66] Vedi l'Ode intitolala La Gratitudine.

[67] Il berretto frigio era il distintivo della Dea Libertà e di tutti i più focosi repubblicani di quel tempo; anzi in certi uffici non si poteva sedere senza averlo in capo.

[68] Verri e Parini non se l'erano mai detta molto, o per gara di primeggiare, che può molto negli animi desiderosi di fama, o perché Parini aveva censurato, quanto alla lingua, i compilatori del Caffè; ma posti lì a quell'ufficio l'uno al fianco dell'altro, scordarono ogni grossezza privata, e si dettero la mano per cooperare al bene pubblico.

[69] Questo decreto che fece tanto imbestialire il Despinois, crederesti mai che mirasse ad abolire la nobiltà e i rimasugli feudali? Eccotene una parte :

1. Resta per sempre abolita la nobiltà.

2. Nessuno potrà portare altro titolo che quello di cittadino

3. [...]

4. Sarà abolita ogni giurisdizione feudale e riserva di caccia.

5. Tutti gli stemmi, livree ec. saranno levate ec. ec.

L'atto, consentaneo quanto allo scopo a ciò che predicavano i Francesi, fu detto che non era di competenza della Municipalità, che questa, emanandolo e pubblicandolo, aveva ecceduti i limiti del suo potere. Ora, non ti dispiaccia che io trascriva qui il proclama che diè fuori in questa occasione il generale Despinois: la lingua, il modo, la padronanza che s'arroga la repubblica mamma sulla repubblica figliuola, sono notabilissimi.

« Considerando che da alcuni giorni la Municipalità di Milano oltrepassa i suoi poteri, prendendo degli arresti, facendo degli atti e dando loro tutta la pubblicità per mezzo degli affissi e della stampa, senz'ordine, partecipazione o approvazione qualunque del Generale Comandante in Milano e nella Lombardia per la Repubblica Francese (qui sarebbe stato bene l'aggiunto di Serenissima ); che ella (la Municipalità) cerca di sottrarsi alle autorità superiori giusta le quali ha soltanto il diritto d'agire; avviluppando le sue deliberazioni nell'oscurità; che quella delegazione di potere è una vera infrazione delle leggi della Repubblica Francese e dell'obbedienza che la Municipalità deve alle autorità da quella costituite; richiama la Municipalità di Milano all'osservanza rigorosa di quelle stesse leggi ed ai suoi doveri: le ordina di circoscriversi strettamente nelle funzioni amministrative state a lei delegate; dichiara i suoi atti ed arresti che hanno ricevuta la sanzione del Generale in capo dell'armata d'Italia, dei commissari del Direttorio Esecutivo o del Generale comandante a Milano e nella Lombardia, nulli e come non seguiti; proibisce a tutti gli abitanti di Milano e nella sua giurisdizione d'avervi riguardo e d'ubbidirli; rende responsabili tutti i membri della detta Municipalità, come pure tutti i corpi amministrativi nella Lombardia, degli atti ed arresti presi in loro nome, pubblicati ed affissi da essi senza l'approvazione diretta e immediata delle Autorità Francesi superiori e legittime (anco legittime!), e li previene che saranno trattati come ribelli in caso di disubbidienza e d'usurpazione di potere dalla lor parte (questo dalla lor parte è una gemma storica). Il presente Proclama sarà pubblicato ed affisso nella Comune di Milano ed in tutti i luoghi della sua giurisdizione a diligenza e sotto responsabilità dei membri della Congregazione di Stato attualmente in funzione a Milano.

Despinois. »

Tre giorni dopo, Despinois scrisse alla Municipalità lodando il decreto fulminato e invitandola a pubblicarlo. Prima lo vieta poi lo vuol pubblicato, pur di comandare. — Questa e altre notizie la debbo alla cortesia del sig. Cesare Giubili, al quale mi è caro mostrarmi grato e riconoscente.

[70] Ecco la cagione del sonetto contro gl' invasori di Francia

Predaro i Filistei l'arca di Dio

e dell' altro per un Te Deum:

Viva, o Signor, viva in eterno, viva ec.,

nei quali non vedo il poeta prezzolato che abbaia ai calcagni del vinto e lambe la mano del vincitore, ma l'amico dell'ordine e della giustizia, che dice gl'inganni dei nuovi padroni, e avverte gli antichi di non abusare della vittoria.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2010