Giacomo Dominici

 

Prefazione a Parini

 

 

 

Edizione di Riferimento

Giuseppe Parini, Il Giorno Il dialogo sulla nobiltà e Odi scelte, Libreria editrice internazionale, Torino 1919

 I. Cenni biografici di Giuseppe Parini. — II. Che poema sia Il Giorno: quale la società in esso flagellata, e quale il suo fine. — III. Sua struttura, pregi e difetti. — IV. Chi sia il Giovin Signor del Giorno, e perchè il Poeta non abbia finito il poema. — V. Sunto. — VI. La lirica pariniana.

 

I.

Da Angiola Maria Caspana e da Francesco, umile mercante di seta, nacque Giuseppe Parini il 23 maggio del 1729 a Bosisio, paesello della Brianza presso il lago di Pusiano. Di nove anni fu condotto dal padre a Milano presso la zia, Anna Parini, perchè frequentasse le scuole Arcimboldi e si avviasse alla carriera ecclesiastica. Mancatagli di lì a poco la zia, il padre potè, colla vendita del suo campicello, far fronte alle prime spese; ma fin dal 17415 Giuseppe, sedicenne, dovè di già provvedere a sè ed alla madre, che era venuta con lui, copiando carte ne’ ritagli di tempo, e facendo il ripetitore ai nipoti del canonico Agudio. Vita dura, penosa, ma che non lo distolse dallo studio della filosofia e teologia, nè dalla lettura di Virgilio, Orazio, Dante, Petrarca, Berni, Ariosto, pei quali era affezionatissimo, e sui quali trovava un conforto alla umiliante condizione, uno sfogo alle naturali inclinazioni. A 23 anni, nel 1753, tentò le prime armi pubblicando a Milano, colla data falsa di Londra, un volumetto di versi, sotto il nome arcadico di Ripano Eupilino. [1] Codesti primi frutti del suo ingegno, sebbene disadorni e lungi da quella robustezza e perfezione a cui doveva arrivare più tardi, gli aprirono l’adito nel mondo letterario. L’arcadia di Roma [2] lo ascrisse col nome di Darisbo Elidonio tra i suoi membri, e l’Accademia milanese de’ Trasformati, [3] fondata in casa del conte Giuseppe lmbonati, gli aprì le sue porte.

Quivi il Parini trovò ben tosto stimatori ed ottimi amici, tra cui il buon Carlo Passeroni, il Beccaria, il Balestrieri, il Fogliazzi, il Tanzi, il Baretti, gli uomini insomma più celebri d’allora; e, più tardi, lo stesso conte di Firmian, ministro plenipotenziario dell’imperatrice Maria Teresa in Lombardia. [4] In quel medesimo anno avendo celebrata in versi la promozione a cardinale di monsignor Fabrizio Serbelloni, inserendovi augurii per il papato, s’acquistò benevolenza in casa Serbelloni; sì che, due anni dopo, nel 54, ordinato sacerdote, fu scelto dalla duchessa Maria Vittoria Serbelloni Ottobuoni per abate di casa e precettore de’ suoi quattro figliuoli. Presso la duchessa, donna colta, letterata, di spiriti liberali, il P. passò, grazie specialmente a quella ormai incipiente aureola di poeta e di letterato, un periodo di tempo meno infelice. In mezzo alle cure di precettore ebbe comodità di fortificarsi sui libri de’ classici, agio ad esercitarsi nell’arte e agevolezza a conoscere da vicino la vita aristocratica in tutte le sue piccinerie, borie e indegnità; di contemplare, smascherata, quella società sfibrata, incapace ormai di ogni azione; che, caricatura vivente, offriva di sè miserando spettacolo. Dai bei colli della Brianza il P. aveva portato fantasia vivace; animo schietto, vigoroso, nobile sana coscienza del bene e del retto; forte avversione al brutto ed al falso. Fortificato ora dalla coltura classica, il plebeo di Bosisio, in quella tonaca di abatino, si sentiva di gran lunga superiore a tutti quei conti, duchi, marchesi, magistrati, a tutta quella nobiltà milanese che affluiva in casa Serbelloni; e, se la sua condizione di precettore e abate di casa lo esponeva pressochè quotidianamente ai sogghigni e allo sprezzo di tutta quella folla elegante, anziché sentirsi umiliato, l’animo si ritemprava di un secreto e sdegnoso compatimento, via via che l’occhio scrutatore s’affissava addentro all’animo di quei cavalieri, e più chiara si faceva la visione dell’ignavia e corruzione nascosta sotto quelle fastose parvenze di grandezza.

Così spontaneamente sbocciarono a poco a poco le immagini, gli spiriti, l’idea del Giorno di cui tentò i primi conati nel dialogo Della Nobiltà, e di cui si hanno già dei lampi precursori qua e là nelle prime poesie. [5] Ma assai probabilmente distese le fila principali del poema, e compose una parte del Mattino nei giorni più tranquilli che passò colla duchessa nella sua villa sul promontorio di Bellagio, nella Quiete alla Tremezzina sul lago di Como, e a Gorgonzola. Se non che quivi, nell’autunno del 1762, gli accadde un incidente che lo costrinse a lasciare la casa Serbelloni. Era venuta in villa colla duchessa Vittoria, la signora Sammartini, figlia d’un maestro di cappella. Volendo costei ritornare a Milano contro il volere della duchessa, ne ebbe due schiaffi. Il Parini rimase talmente disgustato di codesta prepotenza che, anteponendo la vilipesa umanità alla presente agiatezza, abbandonò la sua padrona per accompagnare la Sammartini a Milano, nonostante sapesse che là lo aspettava la miseria, resa più dolorosa dai bisogni della vecchia madre, rimasta vedova nel 1760. A questi giorni di lotta coll’indigenza si riferisce il Capitolo a Candido Agudio, canonico del duomo, uomo letterato che aveva sempre voluto bene ed aiutato il Parini.

Canonico, voi siete il padre mio;

Vol siete quegli in cui unicamente

Mi resta a confidare dopo Dio;

Voi siete quegli che pietosamente

M’avete fino adesso mantenuto,

E non m’avete mai negato niente.

Io mi rimasi ieri sera muto

Per la vergogna del dovervi dire

Il tristo stato in cui sono caduto.

Dicolvi adesso: ch’io possa morire

Se ora trovomi avere al mio comando

Un par di soldi sol, non che due lire.

Limosina, di Messe Dio sa quando

Io ne potrò toccare, e non c’è un cane

Che mi tolga dal mio stato miserando.

La mia povera, madre non ha pane,

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.

Se voi non move il mio tormento amaro,

Non so dove mi volga; onde costretto

Sarò dimani a vendere un caldano.....

Mai la mia bocca non sarà più ardita

Di nulla domandarvi da qui avanti,

Se andar me ne dovesse anco la vita.

Ma per ora movetevi a’ miei pianti,

Abbiate or sol di me compassïone,

Dieci zecchini datemi in contanti.

La casa vi darò per cauzïone;

Io ve l’obbligherò per istromento,

E ve ne cederò ogni ragione.

Ma siccome ha vergogna di venirli a prendere, lo prega che glie li lasci entro un libro suggellato in casa Riso, suo amico, e prosegue:

Deh, per amor di Dio! pietà vi venga,

Canonico, del mio dolente stato,

E vostra man dall’opra non s’astenga.

Per carità, se non m’avete dato

Un’altra volta quel ch’io vi cercai

Per quel poema [6] che vorrei stampato,

Mel concedete adesso, che ne ho assai

Più di bisogno. Io chiesine diciotto,

Ed otto solamente ne impetrai.

Una decina or aggiugnete agli otto

Per aiutar mia madre, chè i denari

Non mangio, nè li gioco, nè li fotto.

Bisogna bene che non abbia pari

La mia necessità ch’oggi m’inspira

Questi versi che sono singolari,

Poichè nessun poeta mai fu in ira

Talmente alla fortuna, che cantasse

I casi suoi con sì dolente lira.

I’ ho tutte le membra, stanche e lasse,

Poichè stanotte non dormii per fare

Che al fin questo capitolo arrivasse;

Onde, più non potendo, al mio pregare

Qui termin pongo, e spero, e tengo fermo

Che voi non mi vorrete sconsolare,

E che al mio male voi sarete schermo;

E che vedrò dieci zecchini in viso

Venirmi oggi a sanare il core infermo,

E che li troverò in casa Riso. [7]

Nonostante sì dolorose strettezze, potè uel 1761 pubblicare, senza nome di autore, Il Mattino, il quale incontrò l’ammirazione universale. Un giornale officioso del governo, stampato a Lugano, ne parlò subito a lungo lodevolmente; e lo stesso Baretti che, nella Frusta Letteraria, menava la sferza su tutto e su tutti, ammirato del bel lavoro, gli fu largo di encomi e incoraggiamenti. [8] Il poemetto andò a ruba, e se ne ristamparono tosto più edizioni a Bergamo e a Venezia. Il Parini incoraggiato dalle esortazioni degli amici e dal buon successo, pubblicava nel ’65 Il Mezzogiorno col suo nome e colla privativa di stampa, per sottrarlo alle ingordigie dei librai. L’ammirazione del pubblico non fu inferiore; e la fama del poeta si divulgava per tutta l’Italia e fuori, sì che gli fu sempre più facile, d’allora in poi, l’accesso nelle case aristocriltiche come precettore [9] e come poeta di grido. Così, grazie alle lezioni private e alle stampe dei due poemetti, cominciò pel P. un periodo di vita meno disagiato. Nel ’66 il Du Tillot, ministro a Parma del borbonico duca Ferdinando, gli offerse la cattedra di logica e di eloquenza nelle scuole dei Paggi; ma il Firmian, grande ammiratore del Parini, al quale aveva dopo il ’63 affidato la compilazione della Gazzetta di Milano, e dal quale aveva ricevuti manoscritti, ottimi consigli per una sana riforma degli studi [10] che anch’egli da tempo vagheggiava, non seppe privarsi di un tanto uomo: ne lo sconsigliò, e nel ’69, appena aperte le nuove scuole dette Palatine, ve lo nominò professore di Lettere. [11] Nel ’71, quando l’arciduca Ferdinando, terzogenito di Maria Teresa, per le nozze con Maria Beatrice di Este, entrò in Milano governatore della Lombardia austriaca, il Parini descrisse «in fiorita prosa, con accendimento qua e là di stile a le feste fatte dai Lombardi. Allora, insieme al Ruggero del Metastasio, fu rappresentato L’Ascanio in Alba composto per la circostanza dal Parini per ordine del Firmian, e musicato dal giovane cavaliere Volfango Mozart: melodramma in cui Ascanio figurava l’arciduca Ferdinando, Alba la Lombardia, e la madre Venere l’imperatrice Maria Teresa. Nel ’74, per la soppressione dei Gesuiti, essendo passato al Governo collegio di Brera e soppressa la cattedra di. Lettere alle Scuole Palatine, il Parini fu traslocato come professore di Belle Arti [12] al Brera, dove rimase fino alla morte con discreto alloggio gratuito. Nell’80, alla morte dell’imperatrice Maria Teresa, invitato a tesserne l’elogio funebre, non potè per malattia di nervi. Quattro anni appresso, morto il suo mecenate il conte di Firmian, il Poeta ebbe non poche molestie dagli invidiosi della sua fama, con pericolo di perdere la cattedra.

Ciononostante dal ’80 in poi corsero pel Poeta anni discretamente agiati. Oltre ad un tenue benefizio ottenuto dall’arcivescovo nel ’71 coll’appoggio del Firmian, ebbe nel ’76 una pensione annua di 50 scudi romani dal Papa, un altro benefizio dall’arciduca nel ’85, e nel ’91 dall’imperatore Leopoldo la sopraintendenza alle scuole di Brera coll’aumento dello stipendio a lire quattromila. Menando così una vita non più molestata dalle angustie del vivere, potè attendere più seriamente alla scuola ed alla musa, dirette sempre l’una e l’altra a render migliori i costumi e i cittadini. Invero a questo periodo appartengono le più e migliori delle Odi, come La caduta, In morte di A. Sacchini, Il pericolo, Il messaggio, A Silvia, Alla Musa, tutte di squisita fattura.

Intanto la Rivoluzione Francese s’era pur fatta sentire in Italia, e il 15 maggio del ’96 Napoleone entrava vincitore in Milano, salutato con entusiasmo, quale apportatore di novella libertà. Fondata la Repubblica Cisalpina con a capitale Milano, e una nuova amministrazione, il Parini fu invitato a far parte de’ Magistrati del nuovo Municipio. [13] Ma ben presto ebbe a toccar con mano qual deplorevole schiavitù Napoleone avesse portato d’oltr’alpe, sotto la pomposa parvenza di libertà. Ogni dì vessazioni, violenze, soprusi. Quei tre anni di efferato dispotismo giacobino furono terribili alle coscienze non ben salde: o soccombere o piegarsi vilmente alle violenze imposte dai Giacobini in nome della libertà. [14] Il Parini che amava ardentemente la patria e i cittadini, che al bene dell’una e degli altri aveva consacrato fatiche, ingegno ed arte, soffriva immensamente; e il suo parlare schietto, franco, l’integrità dell’animo furono causa che fosse presto licenziato da quel pubblico ufficio. Ma appena uscito, ordinò al parroco di distribuire ai poveri lo stipendio che gli spettava da quella carica, e conservò costante la libertà dell’animo, nonostante corresse nuovo pericolo di perdere la cattedra e di morire nella miseria. [15]  Oh quanto forte dove ripercuotersi sull’animo suo l’eco di quel grido nobile di libertà di circa quarant’anni innanzi :

No, ricchezza né onore

Con frode o con viltà

Il secol venditore

Mercar non mi vedrà.

Al mal delle gambe, dal quale, più o meno, fu sempre travagliato fin da giovane, s’era aggiunta l’idropisia che lo condusse in fin di vita. Nel ’99 erano rientrati vincitori gli Austriaci, e il 15 agosto, quando i Francesi per la battaglia di Novi furono costretti a ritirarsi a Genova, ne salutava il ritorno col sonetto La Vittoria, ammonendoli però severamente di far risplendere la giustizia ed i buoni esempi, se non volevano rivedere tra poco nuove rapine e nuove stragi.[16] Era l’ultimo accento della sua nobile musa; chè nello stesso giorno moriva ricco di tante virtù cristiane, civili e poetiche, dopo aver mandato i vivi sprazzi di luce che segnarono l’alba del nostro risorgimento civile e letterario. La sua vita semplice, schietta, integerrima, l’anima singolarmente serena, tranquilla, dignitosamente rassegnata nella miseria, costante fino alla tomba nei magnanimi propositi, aliena da ogni artifizio, e che, circondata di gloriosa fama, rimane inaccessibile ad ogni tentazione di dare spettacolo di sè, hanno fatto del Parini la personalità più spiccata e grande del suo secolo; una delle figure più universalmente simpatiche ed ammirate della nostra letteratura.

II.

Che cos’è Il Giorno? Nella lettera è un poema didascalico: nello spirito è un fiero assalto contro la nobiltà caduta in profonda abiezione; una battaglia contro i privilegi di classe, combattuta con versi elegantissimi da un poeta di squisito senso dell’arte, coll’intendimento non di distruggere, ma di riabilitare. Dunque : è un poema didascalico-satirico.

La lunga servitù di circa dugent’anni ad effeminati governatori stranieri, o a principi nazionali non meno fiacchi e boriosi di quelli, aveva causato nel popolo italiano una profonda decadenza intellettuale e morale. Illanguiditi o spenti i sentimenti della libertà, del carattere nazionale e di qualsivoglia progresso, ei s’era piegato a tutte le tirannie, a tutti i capricci, a tutte le mode di quei governi violenti o ridicoli, senza che ne le masse, nè vigorosi ingegni insorgessero colle opere o cogli scritti ad arrestare il corso a sì miserabile deperimento. I nobili, alteri del piccolo feudo, del sangue avito, di ogni sorta di privilegi, sfrenati ad ogni audacia e licenza che non avesse aspetto politico, avevano alzata una bar-riera insormontabile tra sè e il popolo. Questi, per la lunga abitudine ad ubbidire e a servire, smarrito il sentimento della propria dignità, s’era acconciato a vedersi messo a pari e a volte un grado sotto le bestie; quelli, per la lunga abitudine a poltrire e ad essere idolatrati, disappreso ogni senso della vita sana e reale, vi avevan surrogato l’artificio e la falsità. La parrucca incipriata, il belletto al viso, lo spadino al fianco, le smancerie svenevoli, le cerimonie compassate ne erano schietta manifestazione: erano maschere che supplivano alla freschezza della vita sana, al nobile ardire, all’affetto verace. Incapaci di studio, di fatica, di qualsiasi sforzo, perchè sfibrati, consumavano la vita nello sperpero delle ricchezze avite, in un lusso stolto, insultante alla miseria altrui, nell’alternare ozi a vizi. Ignobili, ma superbi e prepotenti; ignoranti, ma saccenti imperterriti su tutto lo scibile; fiacchi, ma boriosi spadaccini; infingardi, ma sprezzanti del popolo che incallisce le mani per loro; senz’amore, senza vita, offrivano il triste spettacolo di una società, caduta nella più profonda abiezione. Pure, persuasi d’essere qualcosa di troppo diverso dalla comune razza degli uomini, s’atteggiavano tronfi a semidei terrestri, venerati dal volgo ignorante. Tali, in breve, le condizioni delle due classi sociali, quando nacque Giuseppe Parini.

Se non che, a quei dì, quali si fossero le cause remote, cominciava a farsi strada negli animi, non pur del popolo, ma anche dei nobili, il sentimento della loro abiezione e il desiderio di riabilitarsi. Sentimento e desiderio che, manifestatisi sporadicamente già nella prima metà del secolo, andarono via via diffondendosi, sì da venire generali in tutta la penisola, e costituire un periodo di risveglio intellettuale e morale, un’epoca innovatrice e risanatrice nella vita politica, sociale, scientifica e letteraria. Certo, in quel secolo in cui tanta fu la smania di far viaggi all’estero, e specialmente in Francia e in Inghilterra, tra gli impulsi più potenti e diretti al nuovo indirizzo di idee e di costumi, dovè essere il contatto e il confronto con quelle due nazioni. Fiorenti per libertà e ricchezza, per ottime istituzioni, dovettero risvegliare potentemente negli Italiani la coscienza della propria vergogna e il desiderio dell’emulazione.

A favorire codesto risveglio di risanamento nella vita pubblica e privata, nei rapporti vicendevoli tra i cittadini contribuirono pure non poco i molti libri francesi e inglesi che discutevano le questioni vitali del loro paese, e le nuove dottrine degli Enciclopedisti Francesi. [17] Queste, sebbene frammiste a innumerevoli errori, pure diffusero non poche idee buone sulla dignità, sui diritti, sulla fratellanza degli uomini, sull’eguaglianza di tutti in faccia a Dio ed alle leggi. Nè è a tacere l’impulso del Firmian, persona colta, di larghe e sane vedute, che secondava l’opera di ricostituzione. Così gli influssi benefici dei popoli confinanti e del governo austriaco andavano manifestandosi dovunque, e in tutti i rami della vita sociale.

Al Parini, nutrito di forti studi classici, nella cui mente era fin da giovanetto brillata la grandezza del popolo romano e greco, potenti per amore alla libertà e alla gloria, dovettero assai per tempo risvegliarsi i germi di quella vita nuova, e più vivo dovè apparirgli il contrasto tra la vergogna della patria sua e la grandezza delle nazioni vicine. Non occorre dirlo, che della nazione i ricchi e i nobili, quelli in alto, com’erano stati la causa precipua della decadenza per infingardaggine e pel cattivo esempio, così potevano, scossi dal letargo e raddrizzati, essere leva potente a sollevare e dare un nuovo indirizzo al paese. E il Parini che, per la sua condizione di precettore e di abate, aveva potuto conoscere dappresso le famiglie aristocratiche, la vacuità di quelle anime, il mal costume, la mollezza, vide per tempo che là era la radice del reale onde era travagliato il paese, e intuì altresì che l’unico mezzo alla riabilitazione di quella società languida, incosciente ormai della propria abiezione sancita dalla moda inveterata de’ tempi, era farne un’elegante, finissima caricatura, in cui specchiandosi vergognasse; e vi si cimentò col Giorno. Questo nobile intendimento dichiarò poi nel 1769 nel salire la prima volta la cattedra di Lettere alle scuole Palatine: « Finchè non si giunge a rivolgere l’affetto, l’ambizione e la venerazione dei cittadini ad oggetti più sublimi che non sono la vana pompa del lusso e la falsa gloria delle ricchezze, mai non si destano gli animi loro per accorgersi che ci è un merito, che ci è una gloria infinitamente superiore; mai non si sollevano a tentar cose grandi, a segnalarsi nella lor patria e ad aver la superbia di distinguersi, benchè nudi, fra l’oro e le gemme che circondano gli altri; » e riaffermò, con evidente accenno al poema, verso l’84 in un’epistola al consigliere Barone De Martini, mandato a Milano da Giuseppe II a riordinare il foro :

Spesso gli uomini scuote un acre riso:

Ed io con ciò tentai frenar gli errori

De’ fortunati e de gl’illustri, fonte

Onde nel popol poi discorre il vizio.

Nè paventai seguir con lunga beffa

E la superbia prepotente e il lusso

Stolto ed ingiusto e il mal costume e l’ozio

E la turpe mollezza e la nemica

D’ogni atto egregio vanità del core:

Così, già compie il quarto lustro, io volsi

L’itale Muse a render saggi e buoni

I cittadini miei.

Dunque il P. sferza a sangue non per uccidere, ma perchè la società, scossa dal bruciore e purificata del sangue guasto, risani: ritorni a quei tempi in cui la nobiltà della nascita veniva consacrata in tutto o in parte dalla nobiltà delle opere.

III.

Alla mente del Parini, prete cristiano, di sani criteri, che alle dottrine evangeliche sull’uguaglianza degli uomini aveva contemperato quelle degli Enciclopedisti, la nobiltà che si fonda puramente sull’eredità del sangue, sulla gloria degli antenati, sulle ricchezze appare vana, sciocca; degna del disprezzo universale, se macchiata da prepotenze, da infingardaggini, da scostumatezza. La nobiltà, ei dice, non si può ereditare nè comprare, ma è cosa tutta e affatto personale, che ciascuno deve acquistare col merito delle proprie azioni: la nobiltà vera è virtù. [18] Stolto il popolo che adora gente esecrabile da cui è calpestato: stolto il ceto nobilesco o ricco clle, pretende a questi privilegi, a quest’apoteosi. Informato a questi concetti sulla nobiltà, il Poeta, fingendo di ammaestrare un Nobile in tutte le ore del giorno, lo segue passo passo in tutte le sue borie e frivolezze, in tutte le sue piccinerie e leziosaggini, e ne fa una stupenda caricatura dipinta dal vero. Diviso pertanto il poema in quattro parti, corrispondenti ciascuna a particolari occupazioni, nel Mattino ce lo rappresenta nella sua vita domestica, tra le pareti del salotto elegante dela toeletta; nei suoi contatti e famigliarità private cogli eguali nel Mezzogiorno; in pubblico al Corso nel Vespro, nel Ridotto tra gli ozi notturni nella Notte. Così la rappresentazione di quella società elegante e gaudente va via via sempre più allargandosi, sì da formare un quadro compiuto delle varie sue manifestazioni.

Ma nel processo dell’opera l’animo del Poeta è continuanuente sviato da molteplici reminiscenze. Ora sono gli avi dei moderni aristocratici, tra cui, se ve ne furono dei prepotenti, degli spilorci, degli strozzini, non mancarono guerrieri, magistrati, letterati che onorarono il blasone col merito delle opere e colla nobiltà dell’animo. Ora sono gli eroi più famosi e gagliardi dell’epopea classica e romanzesca; ora gli eroi della mitologia; ora il grato spettacolo della natura; ed ora la mesta visione dei contadini e degli artigiani che anneriscono al sole, grondanti sudore, per procacciare sempre nuove delizie agli inumani padroni.

Ond’è che il lavoro procede tra continui contrasti e contrapposizioni tra la società gaudente e la plebe sofferente; tra la società scioperata, corrotta e corruttrice, e gli antenati laboriosi, prodi difensori e insigni benefattori della patria; tra gli effeminati cavalierini moderni e gli eroi del mondo antico; intramezzato da vive e fresche pitture della natura e dell’ubertà del suolo italiano, da svariatissimi episodi mitologici, epici, romanzeschi, da apologhi e da graziosi ritratti in caricatura.

Queste le fila principali dell’ampia tela del poemetto. Nella qual partizione e tessitura se grande è l’arte del Poeta, più grande ne appare la maestria nello svolgimento. Il ceto nobilesco, di cui vuol fare la satira, è una società che ha già in sè, nelle varie forme e manifestazioni della vita privata e pubblica, l’ironia: è una caricatura vivente. L’ironia, il Poeta non ha bisogno di cercarla nella fantasia: gli basta ritrarre al vivo, di fare una pittura dal vero. Però fa duopo che a siffatta pittura il Poeta dia vita, movimento anche ne’ suoi versi, illuminandola colla luce del suo intelletto e della retta coscienza indignata, in guisa che essa appaia, in quei versi tersissimi, tal quale la vede il Poeta nella propria coscienza; che essa, solita da tanto tempo a credersi superiore in tutto, perfino nell’ingegno e nella coltura, e a sentirsi dire grande, magnanima, forte, si ricreda una buona volta, e vegga nella pittura del Poeta la propria caricatura, nelle pretensioni e soprusi feudali la propria prepotenza e ferocia, nella pretesa coltura enciclopedica la sua ignoranza supina, nelle ree costumanze della tarlata coscienza la sua turpitudine, e se ne vergogni. Qui sta il merito grande, l’arte mirabile del Poeta; nella viva dipintura illuminata dal suo intelletto: perfezione e luce provenienti soprattutto dalla perfetta rispondenza della forma e del contenuto del poema alla società che descrive. Al forte contrasto infatti della nobiltà feroce, crudele, egoista nell’animo, e tutta gentilezza, eleganza, sorrisi nella persona, corrisponde mirabilmente il poema, feroce nella sostanza, elegante, garbatissimo, sorridente nella forma [19], come persona che nobilmente vestita, teco scherzi e rida, mentre t’immerge nel seno finissima lama avvelenata.

Ma comunque ben trattata, una satira protratta così a lungo è di natura sua pesante, e finisce per stancare. E qui il Poeta ha dato prove singolari di maestria, superando in gran parte la natura ribelle della materia, col dare mirabile varietà all’argomento, di per sè monotono, per mezzo degli svariati ornamenti suaccennati, sparsi qua e là con sagace giustezza ed opportunità. Nè sono introdotti per puro ornamento. L’arguto artista sa ben egli trarne grande vantaggio in servizio dell’arte; anzi è qui, negli episodi, nelle digressioni, negli apologhi, ne’ confronti, dove la satira si fa più potente, più feroce. Da essi, come da due bottoni elettrici accostati, scattano scintille roventi di sarcasmo; sprizzano vivi raggi di luce che sfolgorano d’un tratto sinistramente quello sciocco mondo elegante in tutta la sua fatuità. [20] A questo effetto contribuisce non poco l’arte somma di maneggiare i confronti, nei quali, non pur i tratti, le posizioni più cospicue, ma fin i più minuti particolari mandano ciascuno propri raggi di sinistra luce; nè v’è accenno che vada privo di fine arguzia. A completare la varietà, hai di tratto in tratto graziose figurine, argute caricature: alcune appena sbozzate, altre di sì squisita fattura e perfezione, che ti si presentano alla fantasia come gioielli in miniatura. Il magistero del verso elegantemente vario, la vivavità della descrizione, l’eleganza continua dell’elocuzione sempre nitida e arguta ti sorprende.

«Purissimo, celeste» è il sangue del Giovin Signore, «impuro» quello della plebe; «magnanimi» i suoi lombi, «invitte» le reni, «vezzose» le membra, «celeste» l’ingegno, «beante» l’aspetto, «illustri» le inezie, «sagace» la tabacchiera, «beata» la carta da visita, «preziosi» gl’istanti; «felici, generosi» i cocchi; «piccoli» i mortali «dominati» dal tempo, «brevi» le loro anime; «leggiadra» la schiera de’ maestri; «eburnei» i denti della cagnolina, «sacrilego» il piè del servo che le menò un calcio; «stirpe, prole alta di Numi, gemma degli eroi, pupilla del più nobile mondo, delizia degli uomini e di sua stirpe, gloria e sostegno della patria» è il Giovin Signore. Egli durante l’acconciatura del capo, «la più grave e grand’opera» del dì, ha leggicchiato un po’ di tutto: filosofia, letteratura, giornali italiani, francesi, novelle, apologhi ecc., e se per avventura abbia imparato qualche nuovo francesismo, ecco che nella giornata deve fare in modo che «al sol esca de’ brevi studi il glorioso frutto, il nuovo tesor, la nuova gemma, la peregrina forma» in un «peregrino fiume di eloquenza, abbagliando,» a guisa dell’incantato scudo di Atlante, gli astanti col «novo splendore.» Il vulgo berrà con «aperte fauci i suoi oracoli;» e «gloriose pompe» sono aurei monili e nastri; «prezioso evento» il deliquio d’una dama. Mille damigelli attendono a vestire il Signore, ed oh quanto «ferve» lavoro! l’arte «suda,» tutto «arrischia» per lui: l’aprica montagna «educa e scalda» per lui erbe odorose; nel trinciare il pollo i muscoli «giuocano» soavi e molli; la sua «infaticabil mente macchinerà» sublimi cose nello scegliere la biga di cavalli per la passeggiata al corso; e là il cocchiere nel maneggiar la frusta «splenderà con olimpica man.» L’eredità degli avi scialacquata, «scherza sulla mensa variata in mille forme;» il pitagorico, schifo delle carni, «rumina lentamente poco pane. Alla gran veglia della notte, la gioventù divina scende a «pugnar» con l’armi delle leziosaggini e frivolezze; e via di questo tenore. Così l’ironia grave, insistente, concentrata, mirabilmente varia nelle sue infinite gradazioni, procede sciolta, disinvolta sempre nel suo cammino, sempre sostenuta senza mai abbassarsi a plebee volgarità, tanto facili in una satira così lunga, sempre piacevole, in un mondo di squisite bellezze d’arte, in mezzo ad una stupenda fioritura di svariatissimi ornamenti, che danno viva, improvvisa freschezza e grata varietà all’aridità monotona dell’argomento.

I difetti più universalmente rimproverati al Poeta sono l’abuso della mitologia e degli iperbati o trasposizioni. Certo che a noi, educati assai diversamenle di idee e di costumi, da cui la mitologia è ginstamenle riguardata quale anticaglia fuor d’uso, riesce talvolta oscura, e richiede noiosi schiarimenti. Ma se consideriamo che, un secolo fa, la mitologia era di moda, che era parte importantissima dell’educazione cavalleresca, che non v’era persona mediocremente colta che non sapesse spifferare a puntino le genealogie e le gesta degli Dei e Semidei, che insomma la mitologia era parte integrante della vita d’allora vedremo quanto parco uso ne abbia fatto il Parini, e solo e sempre, come parodia della moda, in servizio della satira. Di iperbati oziosi non saprei indicarne nel Giorno, dove sono evidenti gli effetti, a volte mirabili, [21] che sa trarne il Poeta; pure la frequenza stanca la mente. Ma queste pecche, che vorrei dire proprie del tempo e della materia, e non sfuggite all’artista che lavora di cesello, ma volute come mezzi di arte, sono compensate ad usura dagli innumerevoli pregi onde è ricco il poemetto, di cui nessun’altra letteratura può vantare l’eguale.

IV.

Fu detto che nel 1763, appena uscito Il Mattino, alcuni nobili signori, scottati dal vedersi rappresentati così al vivo nei versi del Poeta, e dall’essere segnati a dito dal volgo, gli abbiano fatte varie minacce, e che il principe Alberico di Belgioioso; additato pel Giovin Signore, gli abbia mandato a dire si guardasse bene dal pubblicare Il Mezzogiorno, se aveva caro veder la sera: motivo per cui non abbia compiuto nè pubblicato le ultime due parti del poemetto. Che il volgo abbia fatte delle applicazioni, e abbia ravvisato nei versi del Poeta il tale e il tal signore, la tale e la tal’altra dama, è cosa naturalissima: avrebbe fatto quello che si farebbe anche oggi; e sarebbe avvenuto nè più nè meno di quanto avviene tuttodì alla predica e al teatro. Quante applicazioni a cui nè l’oratore nè il commediografo hanno pensato! D’altronde certe figure del Mezzogiorno, certe macchiette e tipi del Vespro e della Notte sono coi particolari, di una fisionomia così propria, che dicono da se stessi che la pittura è fatta dal vero. Ma che il Poeta abbia, nel Giovin Signore, ritratto il principe di Belgioioso, o qualcun altro, non lo si può ammettere; chè contraddice alla natura del poemetto, alla storia e agli intendimenti civili e morali dell’arte. I primi versi del poema

Giovin Signore, o a te scenda per lungo

Di magnanimi lombi ordine il sangue

Purissimo celeste, o in te del sangue

Emendino il difetto i compri onori

E le adunate in terra o in mar ricchezze

Dal genitor frugale in pochi lustri,

assegnano al Giovin Signore una duplice ipotetica discendenza, o da antenati ricchi e nobili da lungo tempo, o da antenati ricchi e nobili da poco tempo; la qual distinzione par messa lì in principio apposta per chiarire subito, che non si tratta di un personaggio, ma di un tipo nel quale figurano tutti i Giovini Signori delle due classi, onde si compone la società aristocratica. Ed è notevole il riscontro che questi versi hanno con quelli indirizzati, circa 20 anni dopo, al barone De’ Martini; dove, accennando ai Giovani Signori del suo Giorno, il Poeta li distingue in illustri e fortunati, cioè in nobili di antica e di recente data. Si sa poi, per documenti storici, che il principe di Belgioioso non fu punto un fannullone, nè un effeminato qual è il Giovin Signore. Prese parte alla guerra dei Sette anni in Germania, e si trovò, in qualità di tenente generale, alla battaglia di Rosbach: nè di lui in niun modo il Poeta poteva dire fin dai primi versi :

In van te chiama.

Lo Dio dell’armi; chè ben folle è quegli

Che a rischio della vita onor si merci;

E tu naturalmente il sangue aborri.

Ne è fattibile che in una satira così ampia, d’intendimenti così alti e vasti com’è la pariniana, in cui si flagella intera una classe di persone, il Poeta abbia voluto nel Giovin Signore, attore principale, rappresentare un solo individuo. La satira pariniana è evidentemente sociale: essa rappresenta l’alta aristocrazia, concentrando e individuandone le caratteristiche principali in un sol tipo, nel Giovin Signore. Ed è questa, lode grande pel Poeta, d’aver saputo raccogliere da vari tipi quello che più vero e reale c’era nella vita quotidiana, e, dopo averlo concentrato nella mente e idealizzato colla fantasia, d’averne creato un individuo, il quale, se non è alcuno de’ viventi, è però vivo e reale della vita e realtà di tutta la classe che rappresenta.

Che le minacce, se pur son vere, non abbiano per nulla impaurito il Poeta, ne è prova la pubblicazione ch’ei fece del Mezzogiorno due anni dopo, nel ’65. Alle altre due parti poi, vi attese finché visse. Nell’85 Ippolito Pindemonte dopo averlo visitato diceva: «sta sempre lavorando senza mai terminare la sua Sera, di cui mi ha letto alcuni pezzi, bellissimi veramente;» e nel ’91 l’arciduchessa Beatrice d’Este avendogli manifestato il vivo desiderio di vedere La Notte, il Poeta scusandosi di mostrarle il manoscritto, imperfetto com’era, le promise di sollecitarne il compimento e offrirle poi tutto intero il poema. Aveva già ritoccato Il Mattino e Il Mezzogiorno, e attendeva a correggere e a rimpinguare Il Vespro e La Notte, quando, nel ’96, i Francesi, calpestata e demolita colla rivoluzione l’aristocrazia, valicavano le Alpi, ed entravano nuovarnente, quasi dopo un secolo, vincitori in Milano. Questi avvenimenti politici, [22] le molteplici occupazioni, la malferma salute, l’incontentabilità del Poeta nella perfezione dei versi, e l’animo suo, se non mutato nei principii d’uguaglianza, certo non più esasperato, per la condizione abbastanza agiata e per la riputazione grande in che era tenuto da Grandi e dal Governo, furono i veri e soli motivi che distolsero il Parini dal condurre a termine e poi pubblicare le ultime due parti del poema.

V.

Il giorno

del Giovin

Signore

Il Mattino

Dal mezzodì circa, quando «il sole eccelso pende sul capo,»a poco prima del tramonto, quando «il sol dall'alto fuggendo volge all'occaso.»

Il Mezzogiorno

Le ore del tramonto, ossia fino a che «il sol dalle eccelse rocche manda gli ultimi saluti all'Italia fuggente.»

Il Vespro

Dal tramonto fino a che la notte, fatta oscura, avvolge ogni cosa «per entro al tenebroso ultimo velo.»

La Notte

- Di veglia: fino all'alba, al canto del gallo

- Di riposo: dall'alba a circa il mezzodì

 

Il Mattino.

Il Poeta, precettore dell’amabil rito, fatta la dedica e dichiarata in breve la proposizione del poema, accenna di volo la prima educazione del suo alunno, il Giovin Signore, ed entra tosto in argomento con uno stupendo contrapposto tra il mattino della plebe e quello dell’alunno, pel quale comincia circa a mezzodì (1-100).

Svegliatosi a quell’ora, i camerieri, allo squillo del campanello, corron pronti a chiedergli se voglia la cioccolata o il caffè, che ei poscia sorbilla stando a letto, mentre riceve i maestri di ballo, di canto, di violino, di francese, i maestri insomma dell’educazione cavalleresca d’allora, non già per sentirne la lezione, chè gli manca la voglia, sebbene per divertirsi in chiacchiere frivole sulle novità del giorno. Ma il volgo, che vede ogni dì entrare nel suo palazzo i primi maestri d’arte, lo crederà un’arca di scienza (101-257).

Finalmente veste gli abiti da camera coll’aiuto di mille damigelli affaccendati, si lava. Allora i primi pensieri deve rivolgerli alla Dama di cui è cavaliere servente; e di questa rea usanza è spiegata l’origine coll’apologo di Amore e d’Imene (258-381).

Mandi quindi il servo più fidato ed accorto a chieder novelle di lei. Egli intanto, poiché tutti, in quel tempo, lavorano per lui, si accinga al lavoro della toeletta per farsi bello, onde poterli compensare col suo beante aspetto (382-431).

Si sottometta adunque all’opera del parrucchiere a di ben crin volubile architetto. Ma mentre il parrucchiere gli adorna il capo all’esterno, ei pensi ad arricchirlo internamente con utili letture; chè dopo gli mancherà il tempo. Pure di quel po’ di tempo egli, grazie all’innato buon gusto, ne ha basta per approfondirsi in tutto lo scibile; ond’è che non gli dovrà rincrescere d’interrompere talvolta le sue letture per ricevere il merciaiuolo parigino e il miniatore. Anzi gli è buona occasione per fare sfoggio di squisitezza di gusto nell’arti belle (442-716).

Finita la pettinatura, passa in apposito stanzino a incipriarsi, e quindi indossa gli abiti di gala e ne rimpinza le tasche di mille bagatelle (717-920).

Cocchieri e cavalli, che da buona pezza lo attendono giù nel cortile, sono ormai impazienti. Non importa: sentiranno meglio quanta distanza li separi da lui. Si metta pure a disbrigare la corrispondenza, o a farsi radere la barba, o a far due passi a piedi (921-1029).

Ma è ora di andare a pranzo al palazzo della Dama; perciò scenda, ma, a scanso di visioni nauseanti, non degni d’uno sguardo i ritratti degli antenati laboriosi e benemeriti, appesi nelle sale per cui passa; salga la carrozza, e la faccia mettere in corsa vorticosa, dovesse pur schiacciare sotto le ruote qualche plebeo (1030-1123).

Il Mezzogiorno.

Dopo la proposizione, il P. ritorna al Giovin Signore, al suo arrivo alla casa della Dama, di cui è cavaliere servente: i cavalieri, giunti prima, gli cedono tosto il posto d’onore (1-67).

Fatte le reverenze del cerimoniale, vanno a tavola, non già per isfamarsi, chè questo è un bisogno animalesco della plebe, ma per soddisfare gli organi dei sensi sì mirabilmente raffinati a percepire le sensazioni. Dalla maggior raffinatezza dei sensi infatti ebbe origine e perdura la distinzione tra uomini e uomini, tra i nobili e i plebei; il che è dichiarato dalla favola del Piacere (68-199).

Sedutisi a tavola, l’ufficio dello scalcare è della Dama o, se a lei non aggradi, del Giovin Signore, che potrà così far sfoggio della sua abilità di scalco, far brillare le avella e i manichetti inglesi. Ma non trascuri un istante la Dama: le scelga delle vivande le parti più igieniche e più gradite, e ne moderi le voglie. In mezzo a tante faccende potrà però prendere di tratto in tratto un po’ di riposo, scambiando quattro chiacchiere coi commensali (200-286).

Ed ecco la drammatica descrizione di cinque commensali in caricatura: il Zerbinotto, il Fanatico del buon gusto francese, il Fanatico del commercio, il pingue Mangione e il lanternuto Filosofo pitagorico che non prende che erbaggi, per pietà alle bestie crudelmente uccise dagli uomini, e che prelude così bene allo stupendo episodio della vergine cuccia (287-494).

Se qualche volta al pranzo vi sarà qualche illustre forestiere, a lui toccherà il posto d’onore accanto alla Dama; e allora, anche da lontano, non la lascierà priva delle sue attenzioni colla tacita favella degli occhi (495-533).

Ma il pranzo volge alla fine: cresce il chiasso, la baldanza; ognuno fa sfoggio di bello spirito e di erudizione enciclopedica. Si faccia adunque avanti anche lui, e risplenda sopra gli altri, infiorando il suo dire con bei neologismi, con frasi del formulario scientifico, senza temere le beffe del poeta che è tra i commensali (534-624).

Questo pure è il tempo di metter fuori le muove dottrine dei Filosofi francesi, ma solo quelle sul disprezzo alla religione ed alla morale, non le dottrine sull’uguaglianza degli uomini; che sono tossico mortale (655-731).

Viene intanto servito il formaggio, poi i gelati; e s’alzano di tavola per passare nell’attigua sala da caffè, e da giuoco (732-782).

Mentre si sorbilla il caffè, le infaticabili menti di quei semidei devon pensare qual coppia di cavalli e qual carrozza abbiano a scegliere pel passeggio al Corso, e darne per tempo gli ordini al cocchiere; dopo di che cercan di far passare il tempo nel giuoco e specialmente a quello favorito del tric-trac.

 

Il vespro.

Descritto con stupenda novità il tramonto, accennati gli ultimi preparativi, l’addio alla caccia, Cavaliere e Dama escono in carrozza per le visite richieste dall’amicizia. Che sorta d’amicizia sia quella dei nobili (1-114).

Le visite doverose, come sarebbe quella all’amico uscito di grave malattia, siano sbrigate con un semplice biglietto di visita «sollievo almo de’ mali;» si vada invece là dove c’è qualche motivo da ridere o da malignare. Eccoli perciò dall’amica di cui la fama ha diffuso le ultime bizze col marito e le seguite convulsioni e svenimenti. Le amiche si accolgono glacialmente, assalendosi tosto con frizzi mordaci, si che finiscono per azzuffarsi, se il Giovin Signore non conduce via presto la sua Dama (115-205).

Vanno pertanto ad una festa di famiglia per la nascita del primogenito, di cui mille postiglioni sono corsi a darne notizia a tutto il mondo, e di cui mille poeti si sono affrettati a cantarne, attorno alla culla, le future glorie. A tanti vaticinii il Poeta unisce il suo (296-340).

Vanno a spasso sul Corso; e qui la descrizione porge occasione di rappresentare l’aristocrazia del sangue nel suo insieme, fuori delle pareti domestiche, mista alla borghesia ricca o altolocata; e di schizzare con tocchi magistrali, altri tipi e figurine pur necessarie a completare il vasto quadro dell’alta società. Viene dunque in scena la comica figura del nobile di sangue, scialacquatore dei beni aviti, superbo del suo carrozzino all’ultima moda; il ricco sfondolato senza titoli, un villan rifatto che, lasciati appena ieri i campi, va già alla grande come i nobili; il titolato di recente che, fuori di sè per la gioia, crede che tutti al vederlo parlino di lui (341-375).

Seguono le grandi dame di antica nobiltà e le borghesi titolate di fresco, che si sforzano invano di gareggiare con quelle; poi le spose novelline col proprio cavalierino (376-419).

Giungono ultimi, in corsa vorticosa, il Giovin Signore e la Dama, i quali, fatti alcuni giri su e giù pel corso, si fermano. Il Giovin Signore sonde e s’accosta ad altre carrozze a chiacchierare e sghignazzare, mentre altri cavalieri fanno altrettanto attorno, alla carrozza della Dama; finchè scende la notte uguale per tutti ad avvolgere ogni cosa nell’oscurità (420-473).

La Notte.

Detta brevissimamente la proposizione, descritta la notte degli avi e quella dei, moderni cavalieri, di forte contrapposto, il Poeta si domanda dove mai possa essere e che faccia il Giovin Signore, perduto di vista al sopraggiungere della notte. È stato a godere il fresco sul Corso, ed ora si avvia colla Dama al Ridotto (1-131).

Una splendida matrona tiene aperto il suo palazzo ai convegni notturni dell’aristocrazia. Il cortile rigurgita di carrozze, di cocchieri e di lacchè in varia livrea. Arrivano trionfalmente il Giovin Signore e la Dama: scendono di carrozza, salgono e, per lunga fila di stanze, giungono al superbo salone dei Semidei terrestri (132-217).

La padrona sta a ricevere seduta nel mezzo su di un canape, il quale è in uggia alla gioventà. Perche? è detto con un altro grazioso e nuovo apologo (218-295).

Segue la descrizione di viarie figurine: il frequentatore de’ caffè, il maniaco per la frusta, il maniaco per l’ufficio di postiglione, l’intelligente di carrozze, il maniaco pel giuoco, il maniaco pei cavalli, l’effeminato sfilacciatore, e il maniaco raccoglitore d’annunzi per nascite, nozze, funerali e simili (296-410).

Contegno del Giovin Signore e schizzi di altre figurine (411-468).

Intanto è giunta l’ora del giuoco, e la padrona pensa seriamente sul come distribuire i giuocatori a gruppi, conforme alla condizione, all’abilità e voglia loro (469-530).

Tutti, giovani e vecchi, giocano con interesse e serietà; ma il gruppo che desta l’attenzione e le risa universali è un gruppo dei più vecchi e più brutti, che giocano alla cavagnola (531-596).

Il tavoliere del Giovin Signore e della Dama, e in fine i rinfreschi (597-710).

VI.

La lirica pariniana e, come Il Giorno, tra le più alte manifestazioni di quella coorrente di idee salutarmente innovatrici nella letteratura e nella vita sociale suaccenuata. « Quanto giovino le Lettere e la Poesia al progresso, ai costumi, alla comune benevolenza degli uomini, alla probità, alla virtù, allo stesso eroismo; quanta prosperità ne venga alla patria, se la gioventù sia stimolata allo studio ed allo scrivere, non da vano amor di gloria, ma dalla carità de’ suoi cittadini e del suo paese, e se si prenda per guida la carità, che è l’amor del vero, dell’utile, del bene, » il P. additava pubblicamente ai suoi cittadini. A questo nobile intendimento morale e civile, a quest’alta missione civilizzatrice della letteratura, il Parini non solo informò le sue lezioni di professore, ma indirizzò costantemente la sua musa. Le sue Odi infatti, hanno tutte un fine moralmente o civilmente utile, buono, educativo. Dovunque scorgesse un abuso da sradicare, un motivo di incoraggiamento, di biasimo, di lode o di consiglio, un soggetto di qualche pratica utilità, vi si cimentava quel robusto e poderoso ingegno, dovesse pur toccare di cose triviali, inserendovi qua e là variamente i suoi nobili propositi di uomo e di poeta. E questi argomenti trattò con una forma varia di metro, ora semplice, ora grandiosa, con un’eleganza di stile e di elocuzione sempre, di anno in anno, migliore, fino ad affermarsi in composizioni di arte perfetta. Innovazione grande, dopo tanti trastulli, dopo tanti bisticci e leziosaggini di parole, dopo tante pastorellerie arcadiche di forma e di contenuto. Innovazione felice tentata con fermezza di propositi, con nobiltà di sentimento e avvalorata di tutte le lusinghe, di tutti i lenocini dell’arte, sicché alla via prefissa alla musa fin dai primi passi nell’arte, e a cui non venne meno mai, non mancò glorioso porto: quel compianto e quell’ammirazione universale che si era augurato fin dal 1757.

 

Note

__________________________

 

[1] Anagrannna di Parini con l’accenno, in Eupilino, al suo lago: cfr. la Vita Rustica.

[2] Accademia di letterati fondata a Roma per opera specialmente del Gravina e del Crescimbeni.

[3] Quest’accademia, unica a Milano e abbastanza seria per quei tempi, s’era proposta l’imitazione de’ classici antichi e de’ cinquecentisti.

[4] Il Ducato di Milano, pel trattato di Utrecht (1713), passò al dominio Austriaco sotto cui rimase, tranne brevi intervalli, fino alla fine del secolo, cioè: sotto il dominio dell’Imperatore Carlo VI, dal 1713 al 1740; dell’Imperatrice Maria Teresa, primogenita di Carlo VI, fino al 65; di Giuseppe II, primogenito di Maria Teresa, fino al 90; di Leopoldo II, secondogenito fino al 96; dei Francesi, che lo riformarono a Repuhhlica Cisalpina, fino al 99, nel quale ritornò agli Austriaci.

[5] Cfr. ‘La Vita Rustica’ e ‘La salubrità dell’aria’.

[6] Il P. gli aveva chiesto diciotto zecchini per la stampa del ‘Mattino’, e non ne aveva avuti che otto.

[7] Seguiva in prosa questo poscritto: Canonico carissimo, non lasciate di farmi oggi questa grazia per amor di Dio, perchè sono senza un quattrino e ho mille cose da pagare... Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo foglio.

[8] « Io non mi farò scrupolo di dire, che l’incognito autore del Mattino è uno di quei pochissimi buoni poeti, che onorano la moderna Italia. Con un’ironia molto bravamente continuata lino al fine di questo poemetto, egli satireggia con tutta la necessaria mordacità gli effeminati costumi di que’ tanti fra i nostri Nobili, che, non sapendo in che impiegare la loro meschina vita e come passar via il tempo, lo consumano tutto in zerbinerie e in illeciti amoreggiamenti. Egli descrive molto bene tutte le loro povere mattutine faccende, e le uccella talora con una forza di sarcasmo degna dello stesso Giovenale. Temo però che la sua satira non produca quel frutto che dovrebbe produrre, perchè è scritta qui e qua con molta sublimità di poesia, e que’ Nobili, che dovrebbero leggerla seriamente per correggersi di que’ difetti e di que’ vizi che in essa sono maestrevolmente additati e cuculiati, non intendono nè la sublime poesia, nè l’umile. Ma o frutto o non frutto che la tua satira produca, io ti esorto, o abate elegantissimo, a non deludere la speranza che ne dài nella prefazione, di scrivere anche Il Mezzodì e La Sera dei tuoi effeminati nobili. Dacci il quadro finito, chè te ne avremo obbligo, e contrapporremo senza paura i tre canti del tuo poema al Lutrin (Il Leggio) di Boileau e al Rape of the Loch (Il Riccio Rapito) di Pope. „ — La Frusta letteraria, 1° ottobre 1763.

[9] Dalle Odi risulta che nel 1764 era precettore privato del contino Carlo Imbonati, pel quale compose l’ode ‘L’Educazione;’ e circa l’85 dovè esserlo del marchese Febo D’Adda al quale indirizzò l’ode ‘Alla Musa’.

[10] Delle cagioni del presente decadimento delle Belle Lettere e delle Belle Arti in Italia, e di certi mezzi onde restaurarle. Opere, V. 147-158.

[11] Nel salire la cattedra lesse a numeroso pubblico di cavalieri e letterati il discorso di prolusione, ricco di erudizione e di sani criteri didattici. Opere, IV. 20.

[12] Le sue Lezioni, dal titolo Principii fondamentali e generali delle Belle Lettere applicati alle Belle Arti, puoi vederle nelle Opere, VI.

[13] Il Consiglio municipale era di trentun membro distribuiti in comitati. Il Parini. era del III Comitato, al quale erano affidati il censo, le finanze, gli archivi, gli impieghi, le cause ecclesiastiche, la religione, l’istruzione pubblica, i teatri, il commercio.

[14] A questo tempo si riferiscono i noti episodi che rispecchiano l’animo franco e retto del Parini. In una seduta, accortosi che era stata tolto dai repubblicani un gran crocifisso che pendeva dalle pareti della sala, con quella fina e mordace ironia che gli era propria, domandò: « che ne avete fatto del cittadino Cristo? dove non c’entra Cristo, neppur io non ho a che farvi, » e se ne andò. — Ad un contadino, rimproverato da quei ladri repubblicani d’essere entrato nella sala municipale a capo scoperto, disse ad alta voce colla, solita, arguzia: a cappello in capo, e mani in tasca. » — Ad un arrabbiato giacobino che in teatro lo molestava perchè gridasse « Viva la Repubblica: morte agli Aristocratici, » rispose fortemente: « Viva la libertà: morte a nessuno. » — Ad un Francese che lo rimproverava della limosina fatta ad un Tedesco prigioniero: « La fo al Turco, la fo all’Ebreo, all’Arabo: la farei a voi, se ne aveste bisogno. » — Ad un cotale che in nome dell’uguaglianza, lo affrontò col tu, gli rispose dignitosamente: «l’eguaglianza non consiste nell’abbassar me al vostro livello, bensì nell’alzarvi voi al mio, se tanto valete. Ma per valerlo, non bastano ciance sonanti e urli di piazza; voi sa-rete sempre un miserabile, anche intitolandovi cittadino, mentre col dar questo titolo a me, voi non mi torrete di essere l’abate Parini. »

[15] Il Foscolo, giovane, che a quei dì era a Milano, scriveva del Parini: « Serba la sua generosa fierezza, ma parmi sgomentato dai tempi e dalla vecchiaia. Egli paventa di essere cacciato dalla sua cattedra, e di trovarsi costretto, dopa sessant’anni di studi e di gloria, ad agonizzare elemosinando. » — E altrove: « Ier sera passeggiavo con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della città sotto un boschetto di tigli: egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall’altra sul suo bastone... s’assise sopra uno di quei sedili ed io con lui. Il Parini è il personaggio più dignitoso ed eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto; e d’altronde un profondo, meditato dolore a chi non dà somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria; fremeva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. »

[16] Vedi Opere, II. 44.

[17] Furono quei filosofi le cui dottrine basate, in generale, sull’eguaglianza degli uomini, tendevano ad abbattere ogni principio di autorità religiosa e civile, e prepararono la Rivoluzione Francese.

[18] Vedi L’Educazione, vv. 99 e segg.

[19] A. Borgognoni, La Vita e l’Arte nel ‘Giorno’.

[20] Vedi per es. i vv. 33-60; 67-76; 436-451; 473-478; 746-762; del ‘Mattino’; 7-23; 212-222; 287-314; 357-389; 366-389; 704-731 del ‘Mezzogiorno’; 264-295 del ‘Vespro’.

[21] Vedi per esempio i vv. 1-3 del Mattino e 190 del Mezzogiorno.

[22] Al Pozzetti scolopio che lo sollecitava a metter fuori La Sera rispose « sè aver cominciato fin dal decimo quarto giorno di maggio dell’anno mille settecento novanta sei a riguardare qual pretta viltà niente men turpe che l’insaevire in mortum, l’acconsentir, dopo tanto procrastinare, all’edizione d’uno scritto, ove si pungono di sarcasmo quelli singolarmente che nel gran corpo sociale formavano una classe distinta, di cui i politici cangiamenti sopraggiunti allora nel proprio paese facean vedere manifesta la total decadenza. »

 

 

Indice Biblioteca Progetto Parini

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 giugno 2006