CESARE CANTÙ

L’ABATE PARINI

e la Lombardia nel secolo passato

Edizione di riferimento:

L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.

Vita letteraria del Parini.

La Rivoluzione.

Allo scarco delle colline che formano la più deliziosa parte del Milanese, detta il Monte di Brianza, a specchio del lago di Pusiano, uno di que’ laghetti che rimasero dopo che alcun grave accidente naturale, dando uno sfogo alle acque che formavano l’Eupili [1], mise in asciutto il Pian d’Erba, sorge Bosisio, feudo un tempo de’ conti della Riviera, che vi teneano il loro pretorio. Là nacque Giuseppe Parini il 22 maggio 1729 da poveri ma onesti parenti [2]. Suo padre che, secondo il paese, mercatava di seta, conosciuto nel figlio un buon ingegno, volle educarlo col poco ben di Dio che aveva, il menò seco a Milano, e vestitolo da abbate, solo modo per non far ridicolo un forese e di bassa portata che studiasse, lo pose nelle scuole Arcimbolde [3]. Il padre Branda suo maestro ci attesta che non vi profittò gran fatto: nè farà meraviglia a chi sa come di rado il merito venga a galla di sotto alla disciplina dei pedanti, sia ne’ materiali esercizj di memoria d’allora, sia nella tumultuaria e indigesta enciclopedia d’adesso, alla tirannia del metodo e al tedio de’ precetti inapplicati d’allora e d’adesso. «Io non nego (dice esso Parini) quel che il padre Branda accenna. Pur troppo allorchè frequentai da giovinetto le nostre scuole di Sant’Alessandro, male corrisposi alla diligente cura de’ miei poveri parenti, e poco attesi a quello ch’essi chiamavano studio. Nondimeno, benchè non sia giammai salito tra’ precipui campioni del ludo luterano, non sono per tutto ciò rimasto tra la ingloria turba degl’indisciplinati adolescenti [4]. E potrei ancora ad un bisogno mostrarvi i superbi trofei che d’una in altra classe passando, furono dai comprofessori del padre Branda a me decretati. Egli è bensì vero ch’ei non potrà veder pendere alle pareti de’ portici scolastici il mio nome, accompagnato da qualche ingegnoso emblema e adorno d’una cornice dorata, perchè i miei parenti non ebbero mai danari da gettar via» [5]. Continuato poi nella filosofia e nella teologia, fu unto sacerdote, non già perchè si sentisse veramente chiamato ad un ministero che esige tante virtù, tanti sagrifizj; ma, come avviene dei più, per servire alla volontà altrui ed ai primi casi. In que’ giovani anni s’ajutava di giorno in giorno a vivere col copiar carte presso un avvocato; pur cogliendo qualche ritaglio d’ora per lo studio de’ classici e per fare alcuni versi.

Il Verri, il Longo, il Beccaria trovavansi spianato il calle, una clientela ereditata, comodità di studj, di consigli, di appoggi; ma chi nasce povero e con ingegno e voglie superiori alla propria condizione quanto non ha a lottare prima di trar fuori il proprio nome dai mille ignorati, e farsi perdonare l’ardimento dal volgo patrizio e dai piaggiatori di questo!

Viveva allora poveramente a Milano un buon prete che già più volte ci venne nominato, Gian Carlo Passeroni; e forse incontrandosi coll’abatino nelle sacristie, ne conobbe l’ingegno non volgare; e lo presentò ai Trasformati, e seppe indurli a riceverlo nella loro accademia. In questa accademia si solea fare degli appunti sovra le composizioni che alcuno presentasse, e poniam pure fossero frivoli i più, poteano giovarsene quelli che d’una osservazione altrui sanno indagar la ragione ben meglio che lo stesso osservatore.

Ivi dunque produceva il Parini le odi che componeva tratto tratto, e di cui la prima raccolta pubblicò a Lugano nel 1752 sotto il nome di Ripano Eupilino, anagramma il primo del suo nome, il secondo dinotante la patria. Lavori da giovane e troppo lontani dalla perfezione; gli valsero però applausi e un diploma dell’Arcadia di Roma.

E qui, invece del facile ridere dietro alle accademie e agli istituti [6], noteremo due cose. La prima è il trovare spesso i dotti di quel tempo congiunti fra loro alla dolcezza di colloqui o alla fatica di lavori, non credendo, come oggi alcuno proclama, che la benevolenza uccida l’arte. Quando fu abolita la compagnia di Gesù, il conte Roberti, che e’ era vissuto così bene con minestra, nove once di carne, frutta e cacio, e che ne uscì con tre camicie buone e una logora, più di tutto deplorava la perdita della conversazione « ove dieci o dodici ingegni, legati fra loro con vincoli di una carità e d’una amicizia dolcissima, in certe ore felici, in certi congressi geniali, s’irritavano ed elettrizzavano, dirò così, insieme, e gettavano scintillamenti, lumi e vezzi, coi bei motti e colle belle sentenze».

Basta poi scorrere i lavori d’allora per sentire come fossero soccorsi, non dico solo dai fratelli di religione, ma da persone fino sconosciute. Lo Zeno, che largamente ajutò al Foscarini e al Fontanini, aveva ideato la raccolta dei Rerum italicarum Scriptores; quando, udito che l’intraprendeva il Muratori, gli cesse i suoi materiali. Altrettanto fece il Baruffaldi al Barotti per le memorie storiche de’ letterati ferraresi. Il famoso soprano Farinelli, metteva una ricca biblioteca musicale a servigio del padre Martini, da lui eccitato a comporre la storia della musica. Alle opere del Sigonio, edite in Milano dall’Argellati, il Muratori prepose la vita dell’ autore: eruditi commenti e buone osservazionj vi unirono il somasco Giammaria Stampa, don Gennaro Salinas napolitano, il dottor Machiavelli bolognese, l’avvocato Giovanni Maderni, l’abate Lorenzo Maffei, l’agostiniano Costanzo Rabbi, il Sassi e un gesuita di grand’erudizione che non volle esser nominato, e che fu il padre Giacomo Ponte, torinese [7].

Il Salvini ajutava Filippo Bonarroti nelle ricerche d’antiquaria; Paolo Alessandro Maffei il Sergardi nel comporre le celebri satire. Il Frizzi, descrivea le Memorie di Ferrara, era in corrispondenza col Zaccaria, coll’Affò, col Verri, con Eugenio Levis, con Francesco Bertoldi, con monsignore Speroni ed altri. Poniam caso che uno di piccola città si accingesse a un lavoro di erudizione: puta G. B. Verci, che a Bassano preparasse la Storia degli Eccelini. E’ si dirige a Padova, e lo ajutano l’abate Gennari che una stupenda raccolta fece di documenti patrj, e « S. E. il signor Gian Roberto Papafava, eruditissimo cavaliere, da gran tempo occupato a scrivere la storia della celebre famiglia Carrarese »; in Treviso il conte canonico Avogaro, « raro soggetto, noto alla repubblica delle lettere per tante opere date alle stampe, avea ricercato tutti gli archivj per scrivere la storia della Marca Trevisana », e ne accomodò il nostro Verci, come fecero il cavaliere conte di Rovero, il conte canonico Trieste, il conte Daniel Concina « valente raccoglitore ed intendentissimo di codici »; in Verona il marchese canonico Dionisi che « quanto sia versato negli studj de’ tempi di mezzo ben lo dimostrano le di lui operette »; oltre G. B. Biancolini « che stampò tanti tomi sopra le chiese di Verona, tutti corredati di bellissimi documenti ». A Vicenza trovò che il padre Calvi carmelitano scalzo, possedeva in dodici grossi volumi tutti i documenti di quella città, già raccolti dall’abate Vigna, ed altri dal padre Barbarano. Il canonico Doglioni gli manda documenti bellunesi: bresciani don Giovan Battista Rodella, e Giuseppe Nember, che scrivea la storia di Quinzano: veneziani, il famoso Morelli e il padre Mandelli, editore della Nuova raccolta d’opuscoli scientifici il padre Sajanelli l’informava delle cose ferraresi, delle cenedesi il vescovo Gradenigo «versatissimo in questi studj, e che avea consumato gran parte di sua vita in molti archivj della sua religione benedettina»: delle asolane il conte Trieste che «avea per alcuni anni nutrito l’idea di scrivere questa medesima storia». Il marchese Lodovico Andrea, «che sommamente ama le lettere e le belle arti insieme con tutti quelli che le coltivano», gli agevolò le ricerche nell’archivio di Campese: in quei di Mantova il celebre Bettinelli e il conte D’Arco: ne’ friulani il conte di Porzia, ne’ tridentini il cavaliere Ippolito del Paradiso «valente letterato che travaglia già da venti anni intorno alla storia di Trento, e gli riuscì di compilare in ventitre tomi in foglio seimila documenti e più de’ migliori archivj del Tirolo»: a tacere il Tiraboschi, che sapea di tutto. Ed esso Tiraboschi empiva una lunga pagina dei soli nomi di coloro che lo soccorsero, e «qual sorte per me (conchiudeva), anzi qual sorte per l’italiana letteratura è stata che tanti valentuomini siansi uniti in correggere i difetti dei quali io avea sparsa questa mia storia!» [8]. Ah, questa concordia di studj quanto s’ebbe poi a rimpiangere. L’altra osservazione si dà mano colla precedente, riguardando la docilità con cui gli autori chiedevano ed accettavano consigli, e la generosità di compartirgliene. Il Muratori, dopo pubblicato il primo volume d’Anecdota, fe proposito di non dar fuori nulla se prima non fosse veduto da qualche amico. E in fatto il dottor Pietro Ercole Gherardi modenese, oltre coadjuvarlo nelle ricerche, rileggeva le opere di lui prima di mandarle ai torchj. Il padre Martini, stando preside del convito ecclesiastico di Superga, fu da un piemontese ajutato nella traduzione della Bibbia. Il re di Napoli assegna trecento ducati di pensione al celebre antiquario Marzocchi, e questi lo prega di dividerla col giovane Nicolò Yguarra che gli era di sussidio. Le Rivoluzioni d’Italia del Denina furono rivedute dall’abate Costa d’Arignano, che poi fu cardinale, e a lui s’attribuisce l’esser quelle tanto superiori all’altre opere dell’abate. Il Fabbroni sottopose le sue Vite al Gunichio e al Bongiochi; il Bentivoglio al Frugoni la sua versione di Stazio; Pietro Pariati lavorava drammi di concerto con Apostolo Zeno, al quale a vicenda coadjuvava; l’Algarotti dava a ripulir i suoi scritti al Bressani [9]; il poeta matematico Torelli rivide minutamente la Riseide dello Spolverini, l’Uccellagione del Tirabosco, e il latino poema sui gelsi di L. Maniscalchi; il Bertola usò lo stesso uffizio coll’Invito a Lesina del Mascheroni [10].

Gaspare Gozzi mandava al Seghezzi le sue opere da stacciare e ripulire; e moltissime sue lettere sono in pregarlo di tale uffizio. L’Alfieri sottoponeva le sue tragedie al Calsabigi e all’abate di Caluso. Il Beccaria si lasciava correggere da Pietro Verri. Ippolito Pindemonte, alla morte del Vannetti, si lamentava perchè più i suoi versi «da lui per farsi rabbellir non vanno»; e al padre Francesco Fontana barnabita milanese scriveva da Verona il 4 gennaio 1782: «Oh quanto la ringrazio, quanto le sono obbligato dell’ultima sua! Così vorrei sempre che mi venisse parlato, cioè con quell’ingenuità unita a quell’acume e a quell’accortezza; cose rare e la cui unione è ancora più rara. L’amico tranquillo vede assai meglio del compositor riscaldato. Credi di non aver oltrepassati que’ limiti che ti hai prefisso, e t’inganni. Dopo la cara sua lettera, parmi di stimarla e di amarla più ancora di prima ».

Il secolo nostro darebbe altrettanti esempi di sì fruttuosa umiltà. E il Parini si professava obbligato di buoni consigli al Balestrieri [11], alla marchesa Castiglioni, al buon Passeroni, dal quale principalmente riconosceva il consiglio di non giuncare i componimenti con parole peregrine e frasi dismesse, e restituire al volgo i riboboli che i vecchi Toscani n’aveano tolti a prestanza.

L’abbaruffata col Branda e col Bandiera fece nominare il Parini; il quale poi lesse al Passeroni stesso, a Francesco Fogliazzi, ad altri amici il suo Mattino e, confortato da loro, il pubblicò anonimo nel 1703, e due anni appresso vi fece tener dietro il Meriggio.

Più cresceva d’età e di senno, più prendeva soggezione del pubblico; e continuamente limava i proprj componimenti; e quando, nel 1791, permise che Agostino Gambarelli suo ammiratore facesse la prima raccolta delle sue odi, le diede con quelle moltissime correzioni, delle quali tanto pro potranno fare gli studiosi.

Lavorava intanto lentamente alla Sera [12]: ma le lodi non alleviavano l’incolpevole povertà di lui, ridotto ad aver una sola cameretta e non bastante pane da divider colla povera sua madre [13]. Chi vorrebbe la sapienza disdegnosa e paziente di qualvogliasi traversia, sin della fame, insomma spartana, condannerà non la società costituita in modo che non sempre uno trovi come guadagnar faticando, ma il Parini stesso che ebbe ricorso ad amici e protettori, con lettere che facilmente si direbbero senza dignità; e prodigò sue lodi, non soltanto al munifico cardinal Durini, ma ad uomini che non conoscevano in lui se non l’encomiatore [14] .

La condizione dei letterati se non fu mai prospera in Italia, meno era in que’ tempi, dove, poco leggendosi, l’autore non poteva invocare per unici mecenati il pubblico e il librajo. A Venezia compravasi due lire e mezzo venete un volume di 200 e più pagine; cinque soldi la Gazzetta del Gozzi [15], onde un nulla doveano pagarsi i manoscritti; le traduzioni tre o quattro lire al foglio; per sei lire furono tradotti il dizionario del Ghambers e la Vita di Cicerone del Middleton; la tassa consueta per un sonetto era mezzo filippo; e un’intera collezione per nozze, netta da spese di stampa, 50 zecchini [16]; da 300 lire davano gl’impresari per una commedia al Goldoni o al Chiari; o, secondo Carlo Gozzi, tre zecchini per quelle a soggetto, trenta per le scritte, quaranta per un dramma: il qual Gozzi calcola che, a 12 lire il foglio in-12, un verso era pagato meno d’un punto di ciabattino. Metastasio non ricavò un soldo dalla stampa de’ suoi drammi, le cui dieci edizioni fruttarono diecimila luigi all’editore; non cento luigi il Morgagni dalle sue opere. Sterne, l’autore del Viaggio sentimentale, che a Milano lasciò galanti orme del suo passaggio, volle vedere il Passeroni,

e pien di gratitudine e d’amore

Lo chiamava suo duca e precettore [17];

e vedendolo così poveramente in arnese, «Eppure dovete aver cavato tesori dal vostro Cicerone», gli disse: e stupì nell’intendere che non s’era tampoco rifatto delle spese. Vero è che di rimpatto era accademico Trasformato, Arcade, Fluttuante, Agiato, Affidato, Infecondo, e via là.

Il Marelli, il Galeazzi, gli Agnelli libraj erano spesso gli amici de’ nostri letterati, i quali solevano adunarsi nelle loro botteghe; e per cortesia, o per la persuasione di spacciarla, assumevano l’edizione di qualche loro fatica, quando non la pagassero gli amici, gli scolari o qualche signore. Così dovettero comparire le prime scritture del Parini; dal Mattino trovasi scritto ricavasse 150 zecchini, ma abbiamo di che credere che neppur tanti n’avesse [18].

Possiamo presumere che qualche patrizia e qualche veterano della gloria avranno incoraggiato il nostro autore, con aria di protezione dicendo ch’e’ dava buone speranze; l’avran chiamato poeta, titolo che racchiude sempre qualche atomo di beffa o di compassione; si saranno degnati di chiedergli un epigramma per i parafuochi [19], un madrigale per un album, un sonetto per qualche raccolta, sicchè talvolta indispettito egli prorompeva:

Che vestizioni, che professïoni ?...

Possibil che dottor non s’incoroni,

Non si faccia una monaca od un frate

Senza i sonetti, senza le canzoni?...

E dalle e dalle e dalle e dalle e dalle

Con questi cavolacci riscaldati.

Questi erano i compensi al grand’ingegno; ma trovo che i Milanesi (d’allora) repugnavano alla luce sparsa sui loro patrioti, non volendo accorgersi come essa rischiara tutta la cittadinanza. Adunque, se anche non sparlavano d’un autore, lo guardavano pur sempre con un certo fastidio; appena l’avrebbero collocato a paro alle glorie d’un Veronese o d’un Parmigiano, il quale a vicenda da’ suoi era posposto ai Milanesi; meschini pascoli della mediocrità, che si adombra di chiunque la oltrepassa; pur beato quando non finiscono che in noncuranza o in riso, e non ne segua la codarda calunnia e la combinata persecuzione.

Io so che il Beccaria pubblicò il suo libro fuor di paese; e quando alla seconda edizione arrivò a Milano, vi trovò contradditori e peggio; tanto da sgomentare la già vacillante risoluzione dell’autore. Della Storia di Milano Pietro Verri vendette una copia [20]: e «Per la fatica di molti anni (lagnavasi), per le molte spese fatte per consegnare nelle mani de’ Milanesi una storia leggibile della loro patria e un libro che senza rossore potessero indicare a’ forestieri curiosi d’informarsene, io non ho avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s’accorgesse ch’io abbia scritto. Ma già lo sapevo prima d’intraprendere un tal lavoro, e conosceva rerum dominos gentemque togatam. Nella Toscana, nella terra ferma veneta e nella Romagna vi è sentimento di patria e amore della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, una iscrizione pubblica, un diploma di storiografo, qualche segno di vita si darebbe, se non altro per animare alla imitazione. Ma noi viviamo languendo in umbra mortis. Non si sapeva il nome di Cavalieri; la Agnesi è all’ospedale: Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli ed amarezze. Il sommo bene di chi ardisce far onore alla patria è se ottiene la dimenticanza di lei».

La storia del letterato si limita al gabinetto, dove egli prosegue gli studi, o dolcemente protetti dal riposo, dall’amicizia, dalla fortuna, o agitato dai bisogni e dalla malevolenza, che spesso fan come il martello che migliora il ferro. E il Parini fu di quelli che, aderenti al patrio terreno come l’edera, non potrebbero staccarsene senza lasciarvi infinite barbe.

Quanto ne sono avidi i nostri vicini, tanto noi negligiamo quegli aneddoti, che, se sfrivoliscono la storia, incarnano le biografie. Vive ancora alcun suo scolaro; noi conoscemmo molti suoi amici, ma quanto poco ci seppero dire oltre le futilità! Poche lettere pure ci rimangono: sicchè male possiamo penetrare nella vita sua intima e studiarvi un altro di quei genj artistici che, dallo slancio passionato pel difficile e per l’insolito, passano all’infingarda trascuranza sin delle fatiche ordinarie della vita.

Del resto sol chi la assaggiò conosce qual ricompensa destini ai letterati la società. Impedito e amareggiato ne’ primi passi dall’emulazione contemporanea e dall’invidia canuta, non una mano lo sorregge, sovente non una voce lo rincora nell’esitanza; vilipeso se tace la verità, sospetto se la dice; non genio, non sventura, non persecuzioni lo salveranno dai vantatori codardi, i quali negano fede a una generosità di cui si sentono incapaci; il dotto e l’elegante volgo dalla bassezza propria sentenzierà quello di cui non arriva ad abbracciar le intenzioni, a indovinare il pensiero, e il colto pubblico crederà alle asserzioni sventate d’un calunniatore anzichè ad una intera vita immacolata alle prove del terrore e delle lusinghe. Blandito e strapazzato, scopo alle celie e alle sevizie, il letterato sentesi solitario in una società, ch’egli dee pur frequentare per non esser eccentrico, e schivare per non divenir frivolo e infingardo: onde, non trovando che repulsione e ironia in un sentiero dov’era entrato pieno d’affetti, o prorompe alla stizza e al sarcasmo, o sconta il proprio genio nell’affannoso desiderio d’amorevolezza e d’intelligenza.

In quei tempi calmi dove ciascuno è ridotto a camminare nella carreggiata solcatagli dai primi casi; in una patria dove la vita pubblica manca, nè è dato contribuire al bene di essa e al miglioramento pubblico, l’uom di forte sentire spasima nel vedersi condannato a far nulla; e l’Alfieri esclamava: «All’udire certi gran tratti di quei sommi uomini, spessissimo balzava in piedi agitatissimo e  fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scaturivano nel vedermi nato in Piemonte ed in tempi e governi ove niun’altra cosa non si poteva nè fare nè dire; ed inutilmente appena forse ella si poteva sentire e pensare » [21].

Vedemmo come alcuni, alla mancanza di civil libertà cercassero compenso nella economia politica, benchè quella sia stabile e garantita, questa scarsa e precaria. Altro campo rimane fuor de’ maneggiamenti politici: l’educare le menti al vero, al bello, al buono; preparare una miglior generazione, e i patimenti diminuire colla beneficenza. Il Parini in fatto si diede a maestro in casa de’ Borromei, poi dei Serbelloni, coi quali conservò sempre amicizia, e per loro mezzo frequentò le conversazioni signorili, facendovi tollerare la superiorità del suo ingegno e l’arguzia del suo osservare [22].

La Gazzetta allora non era una faticosa altalena d’opinioni e di parole, ove abbindolar sofisticherie e travisare fatti per corrompere la morale e il senso comune; ma informava parcamente delle notizie estere; delle cose interne poco ragionava, come avviene in tempi quieti e in governi che, per paura di sentire o critiche o suggerimenti, nè tampoco si curano di propalar il molto bene che fanno. Firmian, vedendo come, essendo essa lo scritto più diffuso, non convenga commetterla che a mani maestre e intemerate, la affidò al Parini, dispensandolo dalla censura e somministrandogli i giornali forestieri. E quando il seppe cercato maestro all’università di Parma, fece nel 1769 eriger a posta per lui una cattedra di belle lettere nelle scuole Canobbiane. Distrutte poi queste e soppressi i gesuiti, il Parini venne chiamato a leggere eloquenza a Brera [23] e nell’Accademia delle Belle Arti. Si trovò allora meglio agiato, ma subì la sorte d’impiegato regio; e se non vendette l’anima, imprestò qualche volta la musa a cantare i duchi e l’imperatore; versi fatti con sì poca attenzione che da poi assicurava non esser suo un sonetto per Giuseppe II, e credeva in vece suo uno reclamato da Teodoro Villa.

A chi fu mai lecito camminare alla gloria senza il dentecchiare de’ pedanti, i latrati dell’invidia, le vendette de’ compatrioti? Uom di libera sentenza, egli usava quel franco esprimere che tanto facilmente si trae a peggior senso, massime in tempi e paesi di fiacchi caratteri, dove vuolsi l’adulazione sotto tutte le forme, dove la lauta società non tollera attorno a’ suoi godimenti se non eunuchi. Poi aveva piccata nel vivo quella classe spuria che della nobiltà non tiene se non le magagne; qua! meraviglia se essa voleva male a chi avea ragione troppo presto?

Neppur allora mancava la razza di coloro i quali, col far villania e danno ai buoni e valenti, cercano grazia e lucro a sè malvagi e dappoco. E costoro rapportarono il Parini di pensare antipolitico: ma i governanti non si lasciaron insusurrare dalla viltà concittadina; e il maltalento di coloro che avevano fatto opera di cacciarlo dalla sua cattedra non riuscì se non ad attraversargli ogni miglioramento che gli desse come meglio riposare il capo incanutito nella virtù.

Intanto gl’intelletti osservatori si serenarono dapprima, si sgomentarono da poi alla rivoluzione di Francia. Fu aperta in nome dei più sacri dogmi dell’eguaglianza di tutti in faccia alla legge: ma i filosofi che le aveano dato la spinta senza calcolare dove arriverebbe, da sopposti arbitrari deducendo sofistiche illazioni, non aveano intesa l’origine della ineguaglianza fra gli uomini, nè determinatone i confini; peggio ancora l’intese il volgo, che si figurò una parità di fortune, non di diritti. Da qui una rivoluzione cui mancò uniformità e certezza di scopo; con sapienza intollerante e sterminatrice rinnegò tutta l’esperienza de’ secoli; con logica inflessibile da santi principi dedusse scellerate conseguenze: sicchè al trionfo dell’idea si immolavano le persone; professavasi un amore dell’umanità e della virtù dinanzi al quale perdeano valore i patimenti, il sangue, perfino il delitto; e una nazione audacissima a intraprendere tutto, incapace di nulla finire nè conservare [24], e che sembra destinata ad esser la clinica di tutte le malattie sociali, agli antichi surrogò nuovi delirj, e versò torrenti di sangue per questi come già per quelli. Tanto le idee si alterano nel tradursi in fatti.

Non ripeteremo come tra noi la nobiltà fosse una condizione, non uno stato, nè esecrata dai più; e se alcuni di essa, non volendo esser popolo, diventavano volgo, alcuni zelavano il privilegio della gentilezza, del patronato, dello studio. Empietà non s’aveva, nè ancora erasi introdotto quel sensismo speculativo e pratico che le somiglia e che suol nascere dalla prevalenza de’ miglioramenti fisici sopra i morali. I nostri teneano i difetti dello sfrazionamento, idee locali e nessuna generale, gelosie anguste, piccoli disegni: e per un gesuita il quale attaccasse Dante faceano più rumore che per un filosofo il quale attaccasse Dio. Alquanti avvocati e curiosi aveano veduti i libri francesi e l’Enciclopedia, ascoltato i filosofi che respingeano il mondo alla tirannia dell’ incredulità, quasi da diciotto secoli la libertà non fosse nata col Vangelo [25]; aveano dato il nome di qualche loggia de’ franchi muratori [26], ove predicavansi la filantropia, l’eguaglianza, lo sprezzo de’ pregiudizi, ma con una gajezza che di fiori e balli e cene copriva la teatrale austerità delle paurose iniziazioni. Aggiungete alcuni ecclesiastici, o ligi a quel bastardo giansenismo, o vogliosi di rompere incomodi voti. Ma i più non concepivano che sgomento di questa rivoluzione che strascinava il re in trionfo per poi strascinarlo al patibolo, e che, abbandonata alle declamazioni de’ retori e al braccio della ciurma, gavazzava nel sangue e minacciava strozzar l’ultimo re colle budella dell’ultimo prete. E benchè si fosse rimessa sulle vie della moderazione, pochi salutarono con fiducia il vessillo tricolore quando lo sventolò dalle Alpi Buonaparte, proclamando venire a rompere i nostri ceppi, e a farci non francesi nè tedeschi, ma italiani.

Pure la vittoria e la riuscita affascinano sì che il Buonaparte fu ricevuto fra applausi intemperanti che gli lusingarono allora primamente una superba speranza [27].

Subito egli scrisse a Barnaba Orfani: «Le scienze che onorano lo spirito, le arti che abbelliscono la vita e trasmettono i grandi fatti all’avvenire devono nelle repubbliche esser onorate. Conobbi con dolore che a Milano non godono i sapienti la considerazione che meritano; ritirati ne’ gabinetti e nei laboratori, tengonsi ben fortunati quando i re ed i preti non li molestino. Oggi tutto muta: il pensiero è libero in Italia; non inquisizione, non intolleranza, non dispute teologiche. Invito i sapienti ad espormi il come dare nuova vita alle scienze ed arti belle».

Applausero a queste parole i liberalastri, cui pare franchezza anche l’ingiuria invereconda quando in bocca al forte; ma l’Oriani, robusto nella propria semplicità, gli rispondeva che « i letterati di Milano non erano stati negletti nè sprezzati dal governo, anzi godevano un’onesta posizione e stima proporzionata al merito; nella guerra presente, comunque dispendiosa, n’erano stati pagati puntualmente gli assegni, i quali sol da poche settimane cessarono, lo che reca grave costernazione in molte famiglie ».

La protezione alle lettere cominciava dunque dall’impoverirle, come la libertà dall’imporre venti milioni: nè noi sappiamo che alcun atto generoso usasse Buonaparte col Parini; cuor sicuro, che, se non erasi curvato ai re, neppur voleva curvarsi al generale.

La congregazione municipale che, come avvien nelle rivoluzioni, raccolse le redini cadute al governo, procurò concordare i cittadini nell’unico scopo del pubblico bene, poi al generale di brigata Despinoy, comandante di piazza, inviò supplica perchè l’amministrazione fosse affidata a persone probe, abili e che coi proprj beni potessero garantire il pubblico interesse. Di fatto si elesse una municipalità di trentun membri; e poichè una rivoluzione che non sia già guasta nel nascere dalla briga o dal tradimento sente la necessità di fregiarsi di bei nomi, atterrata l’antica municipalità, figlia dell’arciducal tirannia, nella nuova si chiamarono Pietro Verri e il nostro Parini.

Il primo, versato di lunga mano negli affari, al nuovo posto non dovea mostrare nè imbarazzo nè meraviglia [28]: l’altro non poteva recarvi se non quell’ingenua confidenza da cui mai non guariscono i galantuomini; ma poichè seconda vita gli era l’amor della patria, conobbe quanto quella patirebbe se, imitando Pomponio Attico, i buoni si tenessero a man giunte in disparte con quella noncalenza che si rimette a ciò che farà il vicino anche in quella crisi ove de’ buoni occorre maggior bisogno. Che dei partiti il più tristo è il non far nulla, per darsi il meschino piacere di querelarsi degli uni e degli altri.

Coloro che dalla libertà voglion fare il contrapposto del buon senso speravano che il Parini dovesse gettarsi nelle lor gozzoviglie alla scapestrata; egli amico già conosciuto del franco stato e oppugnatore dell’aristocrazia. Ma il pupillo che dalla rigida tutela salta in possesso d’inattesa eredità, inebbriato ne farà scialacquo, non il solerte negoziante che a stenti e a sudori procacciò. Da un pezzo il Parini era pari alle chieste riforme; da un pezzo seguiva nel Monitore francese i casi della gran nazione, e que’ ragionamenti pieni d’errori o d’illusioni, ma insieme d’impeto e vigoria: onde, premunito contro que’ parossismi ; non si precipitò alle opinioni estreme che, per quanto speciose, non sono accettabili se non a intelligenze volgari e a cuori pervertiti; non mischiò la sua voce alle tante che o ringhiavano un cianciero eroismo e spettacolose paure, o adulavano all’idolo incensato dai preti, dai re, dai popoli, dalla fortuna, Buonaparte.

Poco si tardò a comprendere quanto facilmente si deturpi la libertà allorchè non sia conquista faticata, ma dono, o vendita, o zimbello; e come agli antichi padroni che s’intitolavano re, arciduchi, imperatori, ne fossero surrogati altri che si chiamavano commissari, generali, direttori, cittadini; e a noi non restasse che pagare le spese del travestimento.

Sovrastava a tutti l’arbitrio militare, e pensiero supremo era il vestire e mantenere la gloriosa armata. Il decreto 30 fiorile portava che l’esercito d’un monarca insolente avrebbe operato immensi mali, e invece l’armata repubblicana prometteva rispettar le persone e le proprietà, ma dovendo proseguir le vittorie, imponeva venti milioni di franchi, e suggeriva di levarli sulle persone agiate e sui corpi ecclesiastici.

Più che l’enorme aggravio, la capricciosa partizione recò turbamenti, eppure avanti dicembre furono pagati. Ma l’avidità militare moltiplicava imposte ed esazioni e contribuzioni, oltre lo sfacciato rubare di que’ commissari di guerra, contro cui invano fulminava Buonaparte; oltre i doni che bisognava fare a questo e a’ suoi parenti e amici [29].

La municipalità, corpo sovrano di nome, stava sotto la vigilanza di tre agenti militari, capo il Despinoy: costoro presentavano ai municipali, dettando come legge il proprio volere; e se trovassero contraddizione, snudavano le sciabole, e battendole di piatto sulla tavola dove si discuteva, prorompevano in quelle bestemmie e in que’ modi d’inurbana confidenza coi quali allora si credeva esprimere la proclamata elevazione della plebe. Avendo la municipalità milanese abolito i titoli nobiliari, il Despinoy cassò l’editto perchè non firmato da lui; un tratto parvero dunque rinascere le speranze aristocratiche, ma egli dichiarò stare il fatto, non disapprovare che l’usurpazione de’ municipalisti.

A’ costui rimbrotti il Parini, impugnando la bandoliera tricolore che prima portavasi a cintura, e che poi (a proposta di qualche autor di mozioni) erasi messa alle spalle, « Perchè dunque non ci tirate ancor più in su questa fascia, e non ce la incappiate al collo? »

I voti del popolo, gli esprima o no, sono abbondanza, giustizia, sicurezza.

Il milanese poi, nullameno che rivoluzionario, senza coazione aveva obbedito alle leggi, perchè queste aveano il senno di essere poche; sproveduto del resto d’opinione pubblica, del sentimento d’un interesse comune, della cognizione de’ proprj diritti, necessaria per difenderli con fermezza, accettò le feste, le pompe, i fraternizzamenti, le braverie e la comodità del soperchiare, offerta dal cessare d’un governo prima che un altro ne sia stabilito; seguitava la piena, non intendendosene; applaudiva alle catilinarie contro gli aristocratici e i preti; ma non tardò a mostrar repugnanza a uno stato, men tollerabile perchè ostentava libertà.

I nobili, da un odio esotico e da non provocate vendette bersagliati non solo nelle sostanze e nei servi, ma negl’insulsi titoli, ne’ vani stemmi, fin nei sepolcri [30], avversavano la tirannia nuova. Nelle plebi apparve la potenza di que’ pregiudizi che pretendeano salvi gli averi, sicura la religione, rispettate le opinioni. Quel che, secondo gli interessi, sublimasi come popolo o si vitupera come canaglia, da per tutto prendeva sin le armi onde protegger il viatico e le esequie dalla derisione e dai divieti de’ giacobini: vedeansi miracoli, e qui in Milano la gente s’affollò sotto un Sant’Ambrogio che stava al canto degli Spadari, dicendo agitava lo staffile per cacciar i Francesi, talchè fu duopo calarlo e asconderlo: in Val Porlezza, in Val Menaggio, in Brianza si tumultuava: il 22 maggio a Como s’insultò l’albero della libertà, e sebbene il vescovo e buoni cittadini a forza d’esortazioni rimettesser la calma, un de’ capi fu passato per l’armi; il 23 fu tumulto a Milano, dissipato dai dragoni del Despinoy: più seriamente insorse Pavia, dove accorso Buonaparte, pose Binasco a fuoco, la città a sacco e sangue [31], sopra tutto portandone via le campane, il cui martellare spaventava i vincitori di Montenotte. Del che, dando avviso al direttorio esecutivo, il Saliceti scriveva: «Per assicurare maggiormente la calma, ho ordinato si levino le armi di qualunque sorta a tutti gli abitanti della Lombardia senza veruna eccezione, non essendo a fidarsi di alcuno. Tolta la ventesima parte appena, tutti sono affezionati all’antico governo; di questa ventesima parte quei che si mostrano decisamente pei Francesi mi pajono molto ambigui, essendovi spinti dall’interesse o da cupidigia di rimediar agli sconcerti della passata condotta. Gli ho conosciuti, ne cavo quel che posso, ma non mi lascio toglier la mano».

E per verità, quanto quel governo durò, dovette lamentarsi di scarso patriotismo e dell’avversione delle plebi, palesata anche con frequenti assassinj ed accresciuta da moltiplicati supplizi [32]; ma in tali sconvolgimenti la gran difficoltà consiste nel discernere il popolo dalla ciurma.

Le rivoluzioni poi di pensiero non di cuore, improvisate per imitazione o per comando, sogliono operar dispoticamente, anzi che saper accomodare le novità all’indole di ciascun popolo. Delle novità, a tacer quelli che ne faceano bottega, s’invasarono alcuni pochi, e coll’impeto di molte sbandate, rivoltaronsi contro l’altare od il trono prima d’intendere con chiarezza il nuovo sistema, nè concepire le nuove obbligazioni che imponeva; e destri alle schermaglie della rivoluzione, non alle battaglie della libertà, usando talento dov’era necessario carattere, coll’audace franchezza onde aveano rovesciato le prime barriere camminavano innanzi sfrenati, disviando dai principi e dai costumi, in libertà di oltraggio se non anche di delitto. Quando bastavano audacia, ciance e convulsioni, i saccenti si faceano innanzi; gente impacciosa, più abbondante ove è minore la politica educazione, e che con un’attività febbrile aspirando ad esser qualcosa e distinguersi con mozioni e decreti, si mette in prima fila tutte le volte che si tratta di dileticare le passioni del volgo o di adular i potenti. Usciva insieme quella bordaglia che vien a galla in ogni scossa, pronta a gridar viva a chiunque le lasci una settimana per soddisfare un’ambizione, un rancore, una cupidigia; e che si fa merito di martirj che nè tampoco meritò. Usciva la ciurma scribacchiante che, strascinata nel movimento, pretende averlo diretto, e che sieno sue le parole che suonano dapertutto, come se l’eco pretendesse aver lui parlato pel primo; che s’arroga di rappresentare il popolo; che, dopo udite tutte le ragioni, grida ancora come niuno avesse parlato; che non tien conto delle difficoltà nelle sue proposte, ridicole al buon senso, quando anche non sono micidiali alla libertà; scaraventa que’ proclami in cui la sola cosa degna di considerazione è il vederli, sentimenti e frasi, ripetuti in pari circostanze un mezzo secolo più tardi.

Allora la foga di mutar mestiere, disfacendosi gloriosamente di quel ch’erasi malamente esercitato; un cattivo prete si rendea politico; uno screditato giornalista, oratore demagogo; un adulator pagato di re, sommovitore di plebi; un serio filosofo inascoltato, libellista leggero; un filologo, finanziere. Così alla democrazia che schiude un esercizio a tutte le forze e capacità, sottentrava quella demagogia che si fa sgabello ai nani, che produce apoteosi senza virtù, avanzamenti senza merito, cariche senza cognizione nè probità; dove gli intriganti escludono gli onesti e i pratici; dove la moderatezza, la riflessione, la gravità, che potrebbero temperare o dirigere lo smanioso movimento, sono accusate, svilite in modo che ammutoliscono e si ritirano.

Affluiva nella nuova repubblica quanto di più fermentativo conteneva l’Italia. Il Gianni improvvisatore, carezzato da Buonaparte; il Ceracchi scultore, che poi fu vittima d’una congiura contro quel fortunato; il Barbieri architetto romano, il metafisico abate Poli, gli abati Valle e Melchior Gioja, il Valeriani, autore dell’esame delle Dodici tavole, il Galdi, l’Abamonti, il Petracchi, l’erudito Tambroni, il Poggi, il Salfi, il poeta Fantoni che « col linguaggio dei profeti dell’antico testamento parlava della rivoluzione francese e della libertà » [33]; il Monti che le sue imprecazioni contro la repubblica volea farsi perdonare con imprecazioni più violente contro i tiranni; quel Ranza vercellese, maestro d’umanità a Torino, che divenne poi l’organizzatore di tutte le feste e di tutte le dimostrazioni, tema prediletto alla retorica di Carlo Botta, faceansi regolatori del paese, più potenti quanto più sapeano umiliarsi ai veri padroni. Ne’ loro giornali, ne’ profusi libelli mostravano tendenze piuttosto che sistemi, dottrine indecise, solenne ignoranza delle grandi quistioni che trattavano, mentre sfoggiando un lusso d’ingiurie e la sciagurata smania di voltar tutto in riso, non v’era persona o cosa che si rispettasse, non violenza che non si suggerisse o si applaudisse; non permettendo se non le verità piacentiere, sulle piazze si bruciavano i libri che opinassero diversamente dalla moda, o i giornali che dessero notizie non volute; supponeansi pericoli imaginarj per giustificare provvedimenti esagerati. Ne’ circoli d’istruzione pubblica gareggiavasi a chi ne scaraventasse di più badiali; il cittadino Sueri vi declamava contro « i frati brodosi, animali assai nojosi »; la cittadina Mattei dissertava sulla privata e pubblica educazione femminile; la cittadina Lattanzi sulla schiavitù della donna [34]; la cittadina Sangiorgio esibiva la propria mano a chi le recherebbe la testa del tiranno dei Sette Colli.

Tutto andava in partiti; aristocratici e democratici, preti, giacobini, agenti del direttorio, emissarj dell’Austria, Milanesi, Novaresi, Bolognesi, Veneziani formavano altrettante fazioni che si contrariavano, e in altro non pareano accordarsi che nel nuocere alla repubblica.

L’indipendenza non era ancora acquistata, e già sull’uso di essa si svituperavano federalisti e unitarj. Reggiani, Bolognesi, Valtellini.... chiedendo d’unirsi alla Cisalpina [35], pur voleano riservare privilegi e sgravio del debito comune e perfino l’unicità della religione cattolica; mentre altri chiedeano la fusione, la fusione immediata, e « Buonaparte! Non vi ha più mezzo: conviene unire immediatamente in una sola repubblica tutti i popoli liberi dell’Italia. I popoli il vogliono; tu non puoi, tu non devi più tenere sospesi i loro voti [36] ».

Il Parini, degno de’ nuovi tempi perchè avea parlato di libertà e d’eguaglianza prima che fosse di moda, apparteneva a que’ democratici antichi, quali Socrate, Aristofane, Demostene, che abbonivano il volgo perchè amavano la libertà; e fra i tosati Bruti, che dalla venerazione del poter assoluto passavano di sbalzo all’idolatria dell’indipendenza individuale, non portò un’iracondia di convenzione; e quando il Monti cantava

La vittoria ne’ bellici affanni

Sta sul brando che i regi ferì ;

e il Foscolo:

piantate

Ne’ rei petti esecrandi

Infino all’elsa i brandi,

e quando veemenza ed enfasi erano in tutti gli scritti, fin de’ più savj, egli osava spiacere agli esagerati, affrontare l’impopolarità, ricusando i deplorabili sagrifizj cui si condanna chi vive d’applauso plebeo.

Egli, che spesso aveva derisa l’imbelle fiacchezza de’ suoi contemporanei, dovette esultare al rinnovantesi ardor militare, e a quei primi sperimenti di Bassano, di Faenza, d’Ancona, dove i Cisalpini preludevano al valore che doveano poi mostrare all’Ebro, al Raab, alla Beresina, combattendo e morendo intrepidi, sebbene per una causa che più non era la loro [37]. Avrà goduto a quella festa della confederazione che si celebrò nel Lazzaretto, ove i rappresentanti di tutte le frazioni d’Italia venivano a giurare di non formar più che una sola nazione, e dove, tra le indeclinabili are e ghirlande pagane e ligure de’ Gurzj, degli Scevola, de’ Bruti, leggevansi epigrafi come queste: L’unione dà la forza e sublima il coraggio Senza costumi non è virtù, nè senza virtù libertà — Il vero cittadino non dispera mai della salute della patria.

Ma non potea non istomacarsi quando vedeva, col nome della libertà, piantato il peggior governo, cioè il militare, e questo arrestare i membri dell’antica congregazione di Stato e della municipale, seppellirli in numero di ben sessanta al capitano di giustizia, poi trasportarli in lontane fortezze per molti mesi, «misura di pubblica sicurezza» [38]; tra i vanti di democrazia, rubar il pane al povero, togliendo i pegni da esso deposti al Monte di pietà e gli argenti delle sue chiese; tra i vanti di fede pubblica, sospendere i pagamenti del Monte [39]; tra l’affettata protezione  delle belle arti rubar i capolavori, cari a un popolo che a quelle credeva anche dopo cessato di credere ai re, ai nobili, ai preti [40]; quando vedeva istituir un comitato di polizia « per abbattere gli sforzi degli inimici della libertà, che tentano da ogni parte di corromper l’opinione e arrestare i progressi dello spirito pubblico », cioè sostituire l’arbitrio dell’uomo alla imparzialità della legge, e raccomandare e onorare lo spionaggio [41]; quando vedeva nel Monitore nell’Estensor cisalpino, nel Foglio de’ fogli, nel Giornale senza nome, nel Termometro politico.... intaccarsi impudentemente le persone, perseguitarsi le opinioni e denunziare or l’arcivescovo perchè funzionò con pomposi arredi, or il vescovo di Como perchè visitò i paesi svizzeri di sua diocesi senza passaporto, or i preti che andavano a raccoglier lo stato delle anime, or il volgo che festeggiava alla Palla sant’Aquilino o il Crocifisso delle colonne di S. Lorenzo [42]; e sanzionare i sospetti del popolo in momenti dove sì facilmente cangiansi in furori, e provocare sempre nuovi rigori, e supporre controrivoluzioni per spingere, alle persecuzioni; e quando le commissioni militari mandavano molti alla forca, applaudire al patriotismo ed esortare s’accorciasse ai condannati il tempo del soffrire col non obbligarli a ricever i conforti della religione; e predicare quel comunismo, quella tassa progressiva, quegli opifizj nazionali, che taluno credette aborti nuovi del 1848 [43].

Ed erano i giornali stessi che annunziavano le edizioni recenti delle Rovine di Volney e delle Novelle galanti del Casti.

Che? (avrà egli detto) chiamerò libertà questo turbare il culto, vietando le campane, le processioni, ogni esterna appariscenza? libertà quelle infinite proibizioni di atti innocenti, come il portare gli habits carrés sotto pena d’esser immediatamente arrestati; e che arriva sino al divieto d’uscire dalle porte se non con licenza? [44]. Libertà l’obbligare i nobili e i benefiziati a ridursi in città, e proibire se ne allontanino; e se i padroni, tassati per l’apparenza del lusso, congedano i servi, rimediar alla miseria e alla desolazione coll’obbligar i padroni a continuare i salarj? [45] libertà il frugar i secreti delle lettere? per me cesserò da ogni carteggio, affinchè la purità delle mie non sia stuprata da qualche mascalzone [46]. Rido dell’inetto che, buono a null’altro, fa mozioni, organizza dimostrazioni, pindareggia un eroismo che non porta pericolo: ma detesto codesti lanzichinecchi della letteratura, in cui mano la penna è un pugnale. Rido del calzolajo che, pompeggiando come tenente della guardja nazionale, non si crede inferiore al capitano che meritò col sangue i suoi spallini: ma trovo insania l’obbligar i preti, votati a ben altri uffizj, a montar anch’essi la guardia. Intendete l’eguaglianza voi che la spingete fino a ordinar che, per essa, si assolvano tutti i peccati? [47] Intendete il patriotismo voi che dai palazzi e dalle chiese pestate i monumenti che ricordano un’Italia libera e donna? Intendete i diritti voi che ci imponete di giurar odio ai re ed a fratelli nostri? [48]

Carattere vivace, schietta parola, retto operare, spiacciono in tempi siffatti. Nulla più solito allora che il tacciar uno di avere cangiato; nulla più consueto che i titoli di transfuga e di traditore. L’uomo che in maggio suggerisca di deporre le vesti di lana; poi in settembre dica doversi coprir la persona, lo chiamerete voi incostante? anzi il troverete logico, purchè raggiungiate un principio più elevato, cioè dovere adattarsi gli abiti alla stagione. Uno avrà acclamato alla repubblica, ed uno riverita la monarchia; voi li supporrete avversari se non vediate che loro scopo era la libertà, aspirazione ben più sublime che non questi arzigogoli governativi. « Amo la libertà, ma non la libertà fescennina » esclamava il Parini, di sotto ai simpatici paroloni ravvisando le prische e peggiori malvagità, e l’insensato orgoglio di certe lepri arrabbiate, e la cecità d’un volgo che ama chi lo inganna, non chi lo serve, e dà ai ciarlatani danaro, ardimento, potere; e le bieche intenzioni degli sleali che ci avevano sporto il berretto rosso perchè lo colmassimo del nostro oro, lo macchiassimo delle nostre turpitudini, e apparissimo degni delle catene che ci battevano coi fasci di Bruto.

Gente ancora persuasa, come i filosofi d’allora e come i re filosofanti, che coi decreti si potesse far ogni cosa, ne andavano moltiplicando a furia; onde il Verri ripigliò uffizio di giornalista per ridestare il buon senso, e dimostrava in un apologo come sia falso che un governo possa ciò che voglia. E il Parini ripeteva: « Colla persecuzione e colla violenza non si vincono gli animi, nè libertà si ottiene colla licenza e coi delitti. Il popolo vi si conduce col pane e col buon consiglio; non urtarne i pregiudizi si deve, ma vincerlo coll’istruzione e coll’esempio, meglio che coi decreti ».

Terroristi non mancano mai, anche dove il vigor popolare non è così prostrato da permettere stabiliscano il terrore. Udendo un di costoro gridar in teatro come una cosa pazza, «Viva la repubblica, morte agli aristocratici», il Parini gli mozzò quel grido esclamando: «Viva la repubblica, morte a nessuno». E uscita fama, che, assecondando la plebe urlante e scribacchiante, si volesse qui pure colla forca tagliar le quistioni che non poteano colle ragioni accordarsi, il Parini domandatone rabbrividì, e fatto convulso esclamava: «Che? al sangue io? io alle stragi? No, non sarà mai; troppo mi sono cari i miei concittadini, troppo mi è diletta la patria ».

Nella sala ove s’accoglieva il consiglio stava esposto un gran Crocifisso: e alcuno volendolo levare, giacchè Cristo non aveva a fare colla nuova libertà, « Ebbene (gridò il Parini) ove non c’entra il cittadino Cristo, neppur io non ho a che fare »: ed uscì.

E non la perdonava a quegli ecclesiastici che deponeano i segni della lor dignità; e spesso coi segni la dignità: e negli ultimi anni già cieco, quando l’abate Carpani andava a visitarlo, gli palpava il collo per sentire se portasse ancora il collare.

Passarono cinquant’anni da que’ tempi; anni pieni di dolorose esperienze, educati da tanta luce di pubblicità, di sapienza civile o di qualche cosa che si presume tale; e se da tanto gridar all’eguaglianza verun che di ragionevole vogliamo dedurre, la riporremo non nel mettere sotto quel ch’era sopra, e abbassare ogni superiorità affine d’allivellarla a chi non ne ha; bensì nel fare che ogni merito, ogni virtù, ogni talento, di qual siano grado e condizione e paese ed opinione, vengano utilizzati a pro della patria. Così la pensava quel grand’avversario delle nocevoli ed insulse aristocrazie, il Parini; e quando alcuno l’affrontava colla superba famigliarità del tu, non dissimulava il dispetto, e « L’eguaglianza non consiste nell’abbassar me al vostro livello, ma nell’alzarvi voi al mio, se tanto valete. Ma, per poterlo, non si vuol ciancie sonanti e urla di piazza, e voi resterete sempre un miserabile, anche intitolandovi cittadino, mentre col darmi questo titolo voi non torrete a me di essere l’abbate Parini ».

E a un tale che gli apponeva d’aver fatto limosina a un prigioniero tedesco, « La fo al turco, la fo all’ebreo, all’arabo: la farei a te se tu fossi in bisogno ».

Non risparmiando il vizio indorato o la viltà montata in scanno, a quei parodianti Bruti e a quegli inonesti Fabrizj rinfacciava intrepidamente il lezzo natio e i turpi brogli, l’abusata autorità, la svergognata albagia. E poichè troppo spesso accadeva che operasse daTigellino e da Verre colui che dianzi ostentavasi un Curio, un Catone, chiese talvolta ad alcuno: « Sei tu ancora buono come jeri? »

Un uom del contado, entrato nel consesso municipale per non so qual domanda, tenevasi a capo scoperto, benchè le leggi vietassero siffatti rispetti: onde il Parini, vòltosegli con quel riso austero. « Cittadino, il cappello in testa e le mani in tasca », alludendo alle ladre voglie degli insaziabili mercadanti di libertà.

Un sì austero contradittore, un sì tenace amatore del ben pubblico sgradì alla bordaglia tumultuante, agli ambiziosi colleghi e ai despoti mascherati: onde fu congedato. Non già si abdicò spontaneo, come fanno credere le sue vite: e l’ho da un amico di lui che di quei giorni trovatolo gli disse: « Onde, abbate Parini, siete pur uscito da quella congrega. — Uscito? (rispos’egli) m’han fatto uscire » [49].

Allora egli fece dal proprio parroco distribuire ai poverelli quanto aveva ritratto dal suo impiego; tornò al silenzio, che è o il pudore della saggezza o il suo disdegno; e consolandosi che il popolo non sono i quattro gazzettieri e i dieci ambiziosi che oppignorano la parola e, gl’impieghi, crocifiggendo il senso comune e la libertà, persuadevasi che, quando le fazioni fossero cessate, e il popolo da sè stabilisse le proprie leggi, nominasse i proprj magistrati, sarebbe di nuovo chiesto a ciò ch’è più caro a un buon cittadino, servire a libera patria.

Que’ tempi non vennero. L’accorgimento penetrante d’uomo consumato nello studio dell’uomo gli fece avvisare quanto fossero state vane le sue speranze, inutile il suo predicare che la libertà richiede perseveranza per ottenerla, moderazione per conservarla [50].

Sono di que’ terribili momenti dove anime triste si vendicano dell’essersi ingannate coll’ingannare altrui; e dove anime oneste, al vedere frutti di servitù maturare dai semi della libertà, disperano della rigenerazione.

Allora l’Alfieri che, nel Parigi disbastigliato, avea preconizzata la liberazione del mondo, ruggiva contro la tirannide degli avvocati, e spettorò la peggiore delle sue produzioni, il Misogallo. Allora Ippolito Pindemonte, che con lui aveva applaudito alle prime scene della rivoluzione, imprecò a Voltaire e alla fatal sua penna, mal retribuita di simulacri ed archi, e lo spingeva a lasciar qui il disinganno, e portar seco all’averno il lutto e l’onta. Allora il milanese conte Gorani, che aveva aizzato i popoli contro i regnanti, nella Conversione politica mostrò altrettanta intemperanza di opinioni opposte. Allora Alessandro Verri s’accorgeva che « quella filosofia che distrugge tutto sul suo tavolino, non val gran cosa a formare grandi cittadini e valorosi soldati »: e scriveva a Pietro: « Voi ora mi esprimete una massima da me sommamente gustata e fissata fin da quando trattai in Parigi i filosofi, cioè che la breccia aperta da essi al riparo della religione non è stata supplita con altri mezzi presi dalla medesima, dal che ne proviene che anche nella plebe vi sono giovani senza principio alcuno di moralità. Io non entro nel santuario, parlo da cittadino, e dico esser la religione patria un’importantissima parte della costituzione civile; il deridere la quale o lo schernirla colla penna o con le operazioni è atto d’improbità civile. Io ho veduto da vicino i filosofi di Parigi, e il loro tono mi ha facilmente saziato ».

Un giovane bollente di cuore e incauto d’ingegno vide in quei giorni il Parini, e scriveva: « Serba la sua generosa fierezza, ma parmi sgomentato dai tempi e dalla vecchiaja. Andandolo a visitare, lo incontrai sulla porta delle sue stanze mentr’egli strascinavasi per uscire. Mi ravvisò e, fermatosi sul suo bastone, mi pose la mano sulla spalla, dicendomi: — Tu vieni a rivedere quest’animoso cavallo che si sente nel cuore la superbia della sua bella gioventù, ma che ora stramazza fra via, e si rialza soltanto per le battiture della fortuna. — Egli paventa di essere cacciato dalla sua cattedra e di trovarsi costretto, dopo settant’anni di studj e di gloria, ad agonizzare elemosinando » [51].

Però i fiacchi, al vedere i disordini, precipitano dall’estremo entusiasmo all’estremo abbattimento; al cadere del loro idolo esclamano, È disperato per la libertà! è finito per la società! e si rassegnano agli arbitrj che credono necessari alla quiete. Ma chi studiò la storia, non accetta le speranze impazienti e i repentini acquisti politici: non crede che un paese e un’età cangi per volontà altrui o per decreti; sorride al fanciullesco tripudio dei partiti momentaneamente vittoriosi, alla smania di coloro che nulla vogliono lasciar da fare domani; e confidando nel bene che dal male stesso deriverà, s’attacca alle idee per cui soffre, e non perde la fede neppur dopo perdute le illusioni.

Chi al mesto spettacolo di que’ giorni argomentasse che i popoli non devono aspirar alla libertà finchè non sappiano usarne, il Parini l’avrebbe paragonato al semplicione che giurò non entrar più nell’acqua finchè non sapesse nuotare. E certamente la storia di quegli anni sarebbe la peggior satira delle repubbliche ove non si riflettesse che dalla lunga servitù era impossibile imparar quella maturità e quella misura che solo son date dalla pratica degli affari e della libertà; che ai magistrati d’allora mancava la condizione di vita e d’indipendenza, non essendo eletti dal paese, ma da un uomo che potea cassarli appena tentassero resistere; che la costituzione era data, tolta, lodata, riprovata dagli stranieri [52]; e che il santo nome di repubblica mascherava il despotismo peggiore, il militare.

Alla guisa però d’un vascello, spinto innanzi dalla tempesta che sembra volerlo ad ora ad ora sobissare, fra la lotta procedeva la figlia primogenita di Dio, la ragione. Il secolo del quale notammo e i meriti e le colpe, posava sopra la gerarchia; il nostro sopra le ruine della feudalità e del privilegio piantò, ormai inconcussa, la civile eguaglianza. Il nobile, invece di gloriarsi sull’abiezione de’ fratelli, sentì che dal sangue illustre non gli veniva se non l’obbligo di mostrarsi migliore: il popolo apprese che ognuno ha pari diritti nella vita, nella famiglia, ne’ beni, nella patria, nella libertà; e mentre quelli perdevano l’orgoglio della vanità, noi popolo acquistammo il sentimento della personale dignità; ai rancori perpetuati dagl’ingiusti privilegi sottentrarono i nodi d’una comune parentela, d’una virtuosa carità, una democrazia dove non resta più che un popolo di cittadini; e i governi (stentino tra le forme del passato o s’addestrino in quella dell’avvenire) tendono senza distinzioni alla conservazione dell’ordine e allo sviluppo della libertà.

Così la dottrina di quell’Uom Dio che agli uomini, divisi dalla più rea fra le distinzioni, quella di liberi e di schiavi, bandì primiero l’egualità e la fratellanza, fu condotta a trionfare dalle acclamazioni e dalle armi di coloro stessi che si erano prefissi di distruggere il vangelo. Tali sono le vie della previdenza, acciocchè l’uomo si conforti di speranza buona nel vedere infallibilmente trionfare il vero e crescere il buono; ma insieme impari umiltà nel conoscere come falliscano gli sforzi che vi adoprano gli individui o le singole età.

Fine del Parini.

L’amarezza di chi vede andar in dileguo la più cara illusione della vita, dove forse non c’è di bello che le illusioni, peggiorò la salute del nostro poeta. Sempre mal fermo di costituzione, e peggio da che gli anni faceangli soma addosso, la lettura de’ giornali aveagli indebolito la vista, che al fine del tutto gli si caligò. L’abbassamento della cataratta, operatogli dal valente oculista Buzzi, e la penosa quiete ordinatagli, gli aveano fatto ostinare addosso una malsania sorda e lenta.

Nel penoso ritiro egli cercò ancora agli studj quell’obblio delle pubbliche calamità che altri ostenta trovare nel giuoco, nel bagordo, nella lascivia. E rileggeva Dante e l’Ariosto, i quali, più se ne conosce l’arte, e più s’ammirano, più si studiano e più piacciono; e Machiavello che insegna a pensare, parlare e scrivere liberalmente; e Plutarco, il più galantuomo degli antichi scrittori. Gemeva che la letteratura fosse perita per far luogo al giornalismo, cioè alla distrazione e all’audacia; e col Passeroni lagnasi che

i detti nostri

Beffa insolente il giovin, che pur jeri

Scappò via dalle scuole, e che, provisto

Di giornali e di vasti dizionari

E d’un pò di francese, oggi fa in piazza

Il letterato, e ciurma una gran turba

Di sciocchi eguali a lui.

Ma anche quando prevalevano i giornali, che oggi divorano l’jeri, e saran divorati dal domani; feminea letteratura che consiste nel dir molte parole perchè si han poche idee, credere ingegno il parlar di tutto, e principalmente di ciò che non si sa; egli ebbe fede ai libri duraturi: e, per quel bisogno d’armonia e di squisitezza che nell’anime elette si fa maggiore quanto più il pubblicò ne perde il sentimento, forbiva i suoi versi (le prose non credè mai degne di ritocco), e ne fe di nuovi ed insigni. Dicemmo come nel 1791 avesse permesso al suo Gambarelli [53] di far la raccolta delle odi, inesorabilmente levandone intere strofe, che è vergogna il veder inserite in edizioni posteriori [54]; e lagnandosi che la benevolenza di questo ne avesse introdotte di meno forbite e nominatamente le canzonette.

Non mirando poi allo scherno, ma all’emendazione, quando vide giganteggiare l’opera cui avea consacrata la sua penna, e cader l’aristocrazia come si sfascia un cadavere alla prima impressione dell’aria, credette inutile uscir con armi più terse a combattere un nemico che più non noceva alla società; e gittò le sue, come Tancredi lo scudo. Mancarono dunque gli ultimi morsi della lima alle altre due parti del Giorno, restando così incompiuto il lavoro forse più squisito della letteratura nostra, il solo tra i moderni che regga a paro delle Georgiche. Fa però onore all’animo del Parini il non essergli rincresciuto di scemarsi la gloria poetica da che vedeva che questa veniva superflua al civile suo proposito, e aver conosciuto quella che pochi, la dignità del silenzio.

Nè per questo abbandonò il lavoro; e incontentabile, come sono sempre i migliori, faceva di continuo aggiunte, concieri, cambiamenti ai due poemetti già stampati e ai due inediti; sicchè fra le sue carie si trovarono sette testi del Mattino e tre del Meriggio corretti di sua mano; il Vespro compito, con due foglietti che ne conteneano le varianti; e sette esemplari della Notte non finita. Le correzioni tendeano sempre più a velar l’arte, togliere le parole meno proprie e meno naturali, accostare a quella semplicità che non è la bellezza, ma alla bellezza aggiunge tanto.

Nuovo nembo s’offuscava intanto sulla sua e nostra patria: i recenti conquistatori partivano in isconfitta; e tornavano gli antichi padroni con Russi, con Cosacchi a ripristinare i troni e gli altari; campane e canti sacri benedivano al Signore, e dove prima il berretto e Libertà e uguaglianza, ricompariva l’aquila col motto Sub umbra alarum tuarum sperabo donec transeat iniquitas. Tristi questi subiti cambiamenti di governo, ove all’uno adula chi non adulò all’altro, quando pure non si blandisca a entrambi, così svilendosi i caratteri! Coloro che aveano veduto prostituita la libertà in nome della libertà, sperarono in questa nuova lezione: e come molti, così il Parini credette che i vincitori ripristinerebbero l’arca di Dio, conculcata o nascosa; ma ricordava ad essi che la restaurazione deve farsi colla giustizia e col buon esempio, se non vogliansi provocare novelli disastri [55].

Di rado i vincenti s’accontentano di vincere; e come gli spiriti angusti che si baloccano nell’ora presente, presumendo cancellar il passato e impedir l’avvenire, fanno alla forza dei vili succedere la viltà dei forti; e dimenticano che alle ingiustizie non si ripara colle ingiustizie, nè si pon termine alle rivoluzioni colla provocazione e con quelle vendette che snaturano fin la giustizia. I vecchi signori tornarono qui come in paese riconquistato; e lo diedero in balia a una congregazione delegata e a tre giureconsulti [56] che sindacassero i fautori d’un governo che pure essi aveano legalmente riconosciuto, mentre con nuove imposte dissanguavano il paese. Allora il solito trionfo dei camaleonti: quei che dalla repubblica erano stati compressi rialzavansi stizzosi: più volea vendicarsi chi meno avea sofferto; e il restauramento degli altari e del trono mascherava izze private e basse reazioni che questo e quelli faceano esecrare; onde poteasi esclamare coi disingannati di Geremia: « Aspettammo la pace, e non recò bene; il tempo della medicina, ed ecco la paura ».

Il Parini vide gli amici suoi o in male o in avventura, chi destituiti, chi imprigionati [57], chi esulanti, e sè medesimo a pericolo, in un di quei tempi quand’è fortuna aver un nome sì oscuro da esser dimenticato, quando il buono fa più ombra che il ribaldo; e chi, facendosi parte da se stesso, era parso un codardo ai maniaci, pare un sedizioso a chi dà indietro fin all’abisso. Sapeva che un potente malevolo cercava nuocergli, ma sapeva altresì che « il perseguitare un uomo illustre lo rende più famoso e desiderato »: e senza stizzirsi delle calunnie, o piagnucolare dell’ingratitudine, rassegnandosi a che che venisse, diceva: Andrò mendicando per ammaestramento de’ posteri e infamia di costoro ».

A chi soffre vien pur confortevole l’idea d’una pace che attende il giusto di là della tomba.

E il benvissuto poeta la sospirava; e ve l’avvicinava l’idrope, invano combattuta dagli amici suoi Strambio e Locatelli. Un medico diceva: «Bisogna dar tono alla fibra»; un altro: «Bisogna scemar tono alla fibra»; ond’egli: «Dunque a ogni modo volete farmi morir in musica». E sentendosi un vivo fuoco correre per le spalle, aggiunse: «Altre volte si sarebbe creduto un folletto; or al folletto e al diavolo non si crede più... E nè a Dio tampoco... Ma il Parini vi crede». E soggiungeva: — Mi consola l’idea della divinità, nè trovo altra norma sicura alla giustizia di quaggiù che i timori e le speranze di lassù ».

Non intermise gli studj neppur nelle ore estreme; poi la mattina del 15 agosto 1799 si alzò, affacciòssi a una finestra, consolandosi di vedervi così bene dall’occhio risanato; si compose sul suo seggiolone, e abbandonò la terra colla calma d’uomo che a sera si tranquilla nel pensiero d’una buona giornata.

Fu il Parini di statura vantaggiata, corpo asciutto, color olivigno, fronte spaziosa; assai pronunziati i lineamenti del volto, sul quale vivamente si scolpivano le interne impressioni. Per difetto naturale, o per infermità cagionata, si volle dire, da abusati piaceri, restò debole di muscoli, singolarmente alla congiuntura del piede: talchè questo nel mutarlo gli cascava come cosa morta [58]. Pure, in quel suo camminare in tentenno atteggiavasi di tal maestà, che fermava l’attenzione di chi l’imbattesse; e Leopoldo imperatore scontratolo il guatò fiso e domandò chi fosse lo sconosciuto che portava con tanta maestà la vita.

Bello, franco, efficace parlatore [59], dialettico sottilissimo, arguto eppure non maligno, franco non audace, con voce sonora, con gesto adatto; sorrideva di rado, mostrando allora bianchissima siepe di denti: spesso ti fissava con due grand’occhi bruni, vivaci come il suo spirito e che nel caldo del discorso pareano sfavillare. Non affettava quelle distrazioni che alcuno crede indizj di genio. La mobilità de’ nervi, tormento delle persone che molto occupano il cervello, era nel Parini indicata anche da frequenti guizzi de’ muscoli. Suol esserne conseguenza un’irrequietudine, fastidiosa ai vicini, un’irascibilità permalosa ed egoistica, l’acrimonia ne’ discorsi, la propensione a veder male, l’indispettirsi de’ servigi perchè obbligano a un ricambio, a cui non si sente o voglia o capacità: vuolsi forza ed esercizio per moderare questo temperamento, chi voglia esserne ajutato ad opere ingegnose e azioni vive, a veder argutamente, eppur compatire, a sentir le offese, eppure perdonarle.

Parlava sovente sentenzioso: il qual modo, se si consideri qual lume di giudizio e di sapere foss’egli tra’ suoi contemporanei, non chiamerassi vanità, ma alterezza generosa. Colla precisione della domanda invitava all’esattezza della risposta. E in tutte le sue opere rivela energia di carattere, e morale austerità di pensieri e d’affetti; sicchè ancora nel popolo al nome di lui si associa qual cosa di grave, di argutamente sensato, d’irremovibilmente onesto.

Il suo vivere coi ricchi [60] ad alcuni puzzò di viltà: ma esso versava tra loro non per mendicare protezione ed oro, ma come uomo che sentesi superiore a quelle apparenze; pronto a lodarne la virtù, e mostrar di conoscerne le debolezze.

Amò la società d’amici pochi e provati, e di que’ migliori che faceano bella in que’ giorni la nostra città. Quanto quelli della Albrizzi a Venezia e della Silvia Terza a Verona erano famosi in Milano i circoli della marchesa Paola Castiglioni, dama di rara coltura e di rarissimo spirito. Il Parini non solo si dilettava dei colloqui di essa, e ricreavasi ai sali saporiti e agli arguti ripicchi, che non abbandonarono la marchesa neppur divenuta vecchissima ed esposta all’abbandono di chi sopravive, al proprio tempo ed alle prove d’una rovesciata fortuna [61], ma tenea conto (già ’l dicemmo) degli appunti ch’essa faceva ai versi di lui.

Anche presso la contessa Serbelloni Ottoboni il Parini trovava gran nobiltà di dame e cavalieri, fra cui Pietro Verri. Corre fama che poco egli si dicesse con questo: ma forse, al modo volgare, si denunziava come rancore qualche dissenso, qualche franca contesa [62]. Del resto sarebbe nuova lode al Verri il non avere preterito occasione di lodare nel Caffè l’Orazio nostro, il nostro Giovenale; seco d’accordo operò nella municipalità, e deplorò come pubblica sciagura il vedernelo escluso [63].

Il Parini ebbe singolarmente « fin dagli anni suoi più verdi congiunto di virtù, d’amor, di studj [64] il dabben Passeroni, uomo antico, stranio alle gentilezze come ai difetti e ai pregiudizi del mondo. Quando una volta i ladri gli spogliarono la casa,  non cercò ricovero altrove che nell’abjetto casolare là presso la porta Tosa, ove il cantor di Cicerone, senz’altra compagnia che d’un gallo, coceva da sè la povera minestra e qualche legume, e rattoppava la giubba semi-secolare; e volesse o no, dovette accettare i minuti risparmi di quello, sommanti a dieci zecchini. Il Passeroni sentiva bene la diversità di quella sua facilità dilavata, e gli scriveva:

È sparuto il mio stile, il vostro è acuto;

Voi v’esprimete in modo spacciativo,

Io la metto sovente in sul liuto:

I vostri versi toccano sul vivo:

Contro il vizio non fanno i miei gran colpo,

E curo i mali altrui col lenitivo.

Volle che l’ultimo libro delle sue Favole esopiane fosse intitolata al Parini:

Porta il nome d’un gran vate

Che impetrò con pochi versi

Nerborosi, arguti e tersi

Quel che a me, che ho già stampate

Tante rime e cento e un canto,

Non concesse il Dio del canto.

Se alcuno gli si vantava di comporre versi rapidamente, il Parini sorrideva e taceva. Domandato, e qualche volta anche non domandato, proferiva liberi giudizj sulle opere e sugli autori, e il non sapere farsi piacentiero alle pompose mediocrità gli procacciò molti malevoli, che, non potendo chiamarlo ignorante, l’avranno detto maligno. L’avranno anche chiamato superbo: e facilmente è tale l’uom di genio che si paragona ai circostanti, mentre s’umilia quando si paragoni all’ideale che da sè formò; onde diceva: «Lodano le cose mie; io nol posso: settuagenario conosco dove sta il bello, e se potessi dar addietro trentanni, farei forse opere non indegne del nome italiano». Delle cose proprie non ragionava se non fosse co’ più intimi o lungamente sollecitato. Il merito riconosceva volentieri, e compartiva quella

Lode figlia del cielo,

Che mentre alla virtù terge i sudori,

E soave origlier spande d’allori

Alla fatica, al zelo,

Nuova in alma gentil forza compone,

E gran premio dell’opre, al meglio è sprone:

ma a chi non mostrasse la favilla del genio parlava severamente sincero, dicendo: « Adulato da me, resterebbe un  meschino artista: forse per altra via potrà segnalarsi. A che ingannarlo? La mediocrità sta bene nelle fortune; ma nelle facoltà liberali tutto deve essere insigne ».

Venne uno per recitargli due suoi sonetti, acciocchè gl’indicasse quale dovesse stampare; udito il primo, senz’attendere esclamò: « Stampate l’altro ».

Il matematico Mascheroni, autore dello stupendo Invito a Lesbia Cidonia, chiese d’essergli presentato, e nell’entrare a lui che sedeva infermo sul seggiolone, coll’esitanza di chi primamente si accosta a persona ammirata, balbettava, o mio maestro; e il Parini, tendendogli affettuosamente le braccia: «Caro Mascheroni, abbracciamoci, i suoi sono i più bei versi sciolti di questo secolo ».

A chi lo richiedeva era liberale di consigli [65], e oltre i programmi pei dipinti della corte e pei bassorilievi del palazzo Belgiojoso, sovente diede soggetti di balli e di rappresentazioni sceniche, tanto che gli fu destinata una sedia gratuita nel teatro [66]. Predilesse la gioventù, cosa sacra e speranza dell’avvenire; e colla potenza della favella e dell’esempio dominava sugli scolari ammirati [67].

« Non è malvagio (diceva egli) se non chi è inverecondo verso la vecchiaia, le donne e la sventura ». Stava egli in broncio con un giovane del quale gli aveano riferito non so qual torto: ma incontratolo per via che sorreggeva un vecchio cappuccino, e rimbrottava alcuni che, per mostrarsi filosofi, lo aveano deriso e forbottato, il Parini alzò la voce anch’egli contro costoro; poi gettate le braccia al collo del giovane, gli disse: « Un momento fa ti reputavo un perverso; or che ho vista la tua pietà verso un vecchio, ti credo capace di molte virtù ».

Piacevasi dei campi: anche quando era in città cercava ansiosamente il verde e l’aria aperta, ora negli orti, ora nella via che, suburbana verdeggia fra gli alberi [68]; ora scevro dagli altri, al boschetto dei tigli. Quando poi si poteva circondare delle aure libere o nei colli beati e placidi che cingono il suo lago nativo, o nella villa Amalia del Marliani presso Erba, o dagli Agudj a Malgrate, o dal conte della Riviera su quell’incomparabile promontorio di Bellagio, che parte in mezzo il lago di Como, pare fatto perchè vi si senta tutto il bello della natura, allora più felici concetti gli rampollavano nella mente. Ohi l’uomo che può visitare que’ luoghi, e non sentire accelerarsi i battiti del cuore, non s’accosti alla sacra poesia, non s’accosti (il dirò pure) a nessuna magnanima impresa!

Fu appuntato il Parini d’amare eccessivamente le donne. È questa l’accusa consueta di coloro che si dilettano a cercare le debolezze de’ forti, e desiderano trovare scarsa dignità in chi li farebbe vergognare di affatto mancarne. Il forte si rassegna a tale necessità, ricordando la coda del cane d’Alcibiade; e il Parini stesso confessava che nè la canizie, nè il senno fatto rigido dagli anni, gli erano scudo contro le terribili armi della beltà [69]. Noi domanderemo se in quelle che insignorì dell’amor suo mostrò vagheggiare la sola bellezza, o non insieme le doti dello spirito e del cuore: se il ribellarono alla virtù: se lo resero anneghittito, o se « il grato della beltà spettacolo » non crebbe piuttosto la nobiltà del suo sentire e l’operosità nel bene: dopo ciò, scagli la pietra chi è senza peccato. Quanto a lui, lodando il defunto Tanzi scriveva: « Nella sua gioventù non odiò il bel sesso: non era così ristretta la virtù di lui che gli convenisse affettare un’avversione non naturale per far credere che egli ne avesse. Egli unì sempre all’amore anche l’amicizia, con tutto il corredo delle virtù che seco porta la vera amicizia. In rimerito di queste sue belle qualità, anche nell’età provetta fu egli sempre ben veduto dalle giovani donne ».

Allorchè il Parini morì, correvano di quegl’infausti giorni quando gli animi abbattuti non osano esternare nè lo sbigottimento nè le ammirazioni; e i codardi rialzati, considerando come insulto proprio la lode altrui, frugano fin nella bara, e gli atti non solo ma anche le intenzioni. Il carteggio di lui, e insieme si pretende una storia del triennio, fu, da una falsa prudenza, buttato al fuoco: i manoscritti letterari venduti per duemila e duecento lire dai parenti, che nella loro semplicità domandavano se vi si trovassero forse carte di valore.

Fra pel tempo nero, fra per espressa volontà sua, fu, con modestissime esequie portato al cimitero di Porta Comasina. È però amplificazione poetica che fosse confuso il suo cadavere con quel del ladro, e negatogli un sasso, una parola [70]. Calimero Cattaneo gli pose l’epitafio che ancora si legge in quel cimitero [71], e Barnaba Oriani comprò dagli eredi di esso un busto fattogli dal Franchi [72], e lo collocò a sue spese sotto i portici di Brera ove dettava; onorificenza non ancora degradata col volgarizzarla. Tosto in una serie di lettere ricambiate fra l’avvocato Bramieri e il padre Pompilio Pozzetti, segretario della società italiana fondata a Verona poi trasferita a Modena, si analizzarono i meriti dell’ammirato estinto. Vincenzo Monti in quel fiero carme in morte di Lorenzo Mascheroni, ove rivela i vituperj della Repubblica Cisalpina sotto la prepotente dittatura francese e l’avaro broglio de’ nostri avvocati, introdusse il Parini a svergognarli con veementi parole [73], e descrisse il privato monumento che ad Erba gli avea posto l’amico Marliani. Monumento d’altro genere gli ergeva l’avvocato Reina, il quale, dedicando l’edizione delle opere « del più gran letterato de’ tempi suoi al più grande de’ moderni politici e capitani », chiamava il Parini « nemico acerrimo della tirannide e attivissimo maestro di libertà »: lode che non so quanto dovesse garbare al Buonaparte. Poco poi un poeta di magnanimi e pericolosi esempj, il quale seppe non adular la potenza a cui tutti i letterati invocavano l’onore di far plauso e sostegno, negli stupendi versi sui Sepolcri rimbrottò acerbamente la lasciva città perchè largheggiasse cogli evirati cantori, mentre non poneva un sasso, una parola al Parini. Cessato quel frastuono di guerra che impediva di ascoltare i sentimenti gentili, negli animi disoccupati entrò una molle condiscendenza che si traduceva in iracondie villane e in piacenterie. Allora i portici consacrati dall’unica effigie del Parini, si popolarono di un volgo di monumenti a glorie d’un giorno e d’una consorteria, essendo più facile erger monumenti che meritarne, render lode ai morti che giustizia ai vivi. L’onoranza profusa svilì; ma parve vergogna che ivi mancasse un pubblico monumento pel Parini, e una società di privati vi eresse una statua a lui, una al Beccaria [74].

Innanzi a quei sommi noi condurremo la gioventù ad attingere ispirazioni, e nutricare la speranza, dolce istinto di quell’età; ed, O garzoni (diremo) nati a metter il colmo all’edifizio di cui questi posarono le fondamenta, cominciate l’opera dal venerare chi col precetto e coll’esempio v’antecedette. Salomone chiese dal cielo la sapienza; e potere e ricchezza vi tennero dietro. Siate generosamente savj, siate virtuosamente perseveranti; al cospetto della vostra e delle altre nazioni comparite con quella dignità, che è necessaria a tutti, indispensabile a popolo che vuol rigenerarsi. Che oggi manchino i grand’uomini perchè non vi sono i Cosmi ed i Leoni, lasciatelo ripetere a chi cerca una scusa alla pigrizia di cui si vergogna. Qual favore ebbero Parini e Beccaria? Eppure da gli studj romiti, dall’utile scuola del silenzio, dal conversare coi migliori, dall’osservarci traviati, dal non transigere colla propria coscienza, dedussero arte e coraggio permettersi colla ragione dove i più stavano col torto.

Ma quei grandi amavano la patria e l’umanità non di un amore a fior di labbra, molle, inoperoso, incapace di sagrifizj, esalantesi in sbadiglianti querele od in ditirambiche minacce; non di quello scarmigliato, che si crede forte perchè ha la febbre, mentre si mostra debole perchè sempre vicino ai partiti estremi: ripone vanto nel bestemmiare, nel censurare, nel dir sempre no; e giudica inettitudine la moderazione, pusillanimità il ragionare, servilità la subordinazione, tirannia l’ordine, orgoglio la dignitosa perseveranza: ma sibbene di quello che ricolma i cuori, empie la vita, regola l’attività; vede il bene e lo vuole, e senza presumere che un uomo nè una generazione possa raggiungerlo, v’indirizza ogni azione, ogni pensiero.

Tale scaldava il cuore dell’abate Parini: lo perchè noi non credemmo disopportuno il ravvivarne la memoria. I modi su cui egli diresse l’intrepida sua collera, cessarono; rimanda loro radice, una infingardaggine attillata e sprezzante; un’accattata gentilezza, una prudenza epicurea, una fatuità insolente, l’incuria delle grandi cose, mantellata arrogantemente coll’ importanza attribuita alle piccole; lo spavaldo adular a noi stessi e ai padri nostri e alla nostra patria; un’avidità di applausi e di rinomanza, accattati col sagri-ticare o il sentimento proprio o il buon senso ai pregiudizi giornalieri: una smania di levar la sabbia dal piedestallo de’ grandi er buttarla loro in faccia; una letteratura che suona e non crea, che medita sulla confezione della cetra e delle corde, invece di trarne magnanimi suoni, i quali eccitino ad opere generose e confortino nel compirle tra la ciurmaglia scribacchiante, la deleterica conversazione, la violenza de’ persecutori forti e l’inintelligenza de’ persecutori pusilli; rimane insomma l’egoismo.

Le arti del bello non pajono frivole se non a chi è tale; nè l’uomo consiste tutto nella ragione, sibbene anche nel sentimento: onde Pitagora voleva per mezzo dell’amor del bello condurre alla scienza, che è evidenza della bontà. E della poesia, che Pindaro chiamava fior della sapienza, materia vera sono la natura dell’uomo, l’enigma del mondo e del cuore, le superne destinazioni. Come dunque potrà dirsi morta finchè sia dato di contemplar l’uomo colle memorie degli antenati e le speranze de’ posteri, e le bellezze ed armonie della natura, e il Dio da cui viene e a cui tornerà, e l’immortale suo avvenire? O rida col Giusti e col Porta, o analizzi col Manzoni e col Parini, o dipinga col Monti, o frema coll’Alfieri, o sprezzi col Leopardi, essa rivela sempre un pensiero elevato e religioso, come l’odor d’incenso annunzia la vicinanza d’un tempio; e la verginità delle classiche bellezze, la rapida armonia, il sorriso della satira, il gemito della malinconia, il fremito della generosità non potranno fondersi tra i pigri allucinamenti de’ gabinetti o della scuola, ma sentendo la connessione fra l’arte e la fede, le dottrine e la cosa pubblica: e interrogando il creato con profondità e convinzione, con nobile concetto della dignità umana, della famiglia, della patria, della religione.

Coltivando dunque le arti del bello, prendete animo ad elevarvi al vero; ne’ grandi coll’alto sentire cercate gli impulsi all’alto operare, giacchè del pari la libertà e la bellezza sono movimento nell’ordine: e mentre i fatui implacabili e gli orgogliosi ignoranti imbroncano la via, voi sentendo, amando, credendo, radicatevi in robusta speranza e magnanima pazienza. E se vi annoja un’età di presuntuose utopie e di inconditi conati, di lavoro sfrantumato e d’intimi sofferimenti, e questo affannoso disaccordo fra le idee, i desiderj, le istituzioni, questo scuotersi convulso d’un momento per sentire l’impotenza e ricascar tosto nello scoraggiamento, il disinganno non vi rechi a disperazione; continuate ad adorare il Dio anche quando la folla diserta il tempio; e in quella solitudine che a molti ispira paura o allontanamento, interrogate le voci del passato. Fra le quali, sotto le volte di Brera vi parrà intendere ancora le parole, colle quali colà il Parini inaugurava il suo corso, e noi conchiudiamo volontieri il nostro: « Finchè non si giunge a rivolger l’affetto, l’ambizione, la venerazione de’ cittadini ad oggetti più sublimi che non sono la vana pompa del lusso o la falsa gloria delle ricchezze, mai non si destano gli animi loro per accorgersi che vi è un merito, che v’è una gloria infinitamente superiore; mai non si sollevano a tentar cose grandi, a segnalarsi nella lor patria e ad aver la superbia di distinguersi, benchè nudi, fra l’oro e le gemme che circondano altri ».

FINE DEGLI STUDI.

 

Note

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[1]   Colli beati e placidi

Che il vago Eupili mio

Cingete con dolcissimo

Insensibil pendio....

La vita rustica,

[2] Parole del Parini nel foglietto volante in risposta al P. Branda. Suo padre era Francesco Maria, sua madre Angela Maria Carpani: non ebbe che una sorella. All’ Appiani scriveva:

Te di stirpe gentile

E me di casa popolar, cred’io,

Dall’Eupili natio,

Come fortuna variò di stile,

Guidaron gli avi nostri

De la città fra i clamorosi chiostri.

E noi dall’onde pure,

Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo

Seme portammo attivo

Pronto a levarne da le genti oscure,

Tu, Appiani, col pennello ,

Ed io col plettro seguitando il bello.

[3] Dal luogo ove sono collocate chiamansi Ginnasio di Sant’Alessandro; ma il Parini a ragione amava meglio si dicesse Scuole Arcimbolde “per così tener viva nella nostra patria la memoria di quel buon cittadino, che fu insigne benefattore di essa ”. Lettera di G. Parini in proposito d’un’altra, ecc. Colà aveva poco prima insegnato il padre Pietro Grazioli, che lasciò una buona opera De praclaris Mediolani oedificiis.

[4] E’ contrafà lo stile del maestro.

[5] Nella lettera stessa. In esse scuole chi avesse primeggiato poteva farsi fare un quadro con alcun emblema e col proprio nome. Agli altri meritevoli donavasi un trofeo, foglio dov’era stampato un puttino che d’una mano scolpiva sopra un plinto HONOR ALIT ARTES e il nome dello studioso, e dall’altra vi sovrapponeva una corona d’alloro. Il quadro non poteva farsi da chi non avesse quattrini da gettare.

[6] Il Baretti che giudica col buon senso, cioè retto, ogni qualvolta la passione non lo sgangheri, scriveva al Carcano, appunto a proposito de’ Trasformati: “Le accademie sono buoue quand’uno è presente, perchè allora un galantuomo studioso ha sicurezza di trovare, in certe ore, degli altri studiosi galantuomini, ragunati in un dato luogo, coi quali può consumare qualche pò di tempo con soddisfazione; a chi è lontano, un’accademia non è nulla ».

[7] Vedi Tiraboschi, vol. XII, pag. 1218.

[8] Prefazione al T. IX della prima edizione.

[9] Gregorio Bressani trevisano (1703-71) coltivò assiduamente la lingua, studiandola sui classici e deplorando il male scrivere degli scienziati; e il suo Discorso sulla lingua italiana può leggersi non men volentieri che il Saggio di filosofia morale sull’educazione dei fanciulli. Ma nel Modo di filosofare introdotto da Galileo ragguagliato al saggio di Platone e di Aristotele (Padova 1753), impugna Galileo e Newton, stupendosi che il mondo siasi lasciato illudere In modo, da preferirli a Plalone ed Aristotele, e specialmente svetta il primo dei quattro famosi dialoghi del Galilei intorno ai sistema del mondo. L’Algarotti lo menò seco alla corte di Berlino e gli assegnò una pensione.

[10] Pedemonti, Elogi.

[11]       Io de’ bei detti tuoi nell’alta mente

Facea tesoro, e tu n’ hai lode in parte

Se alcun ramo di lauro il Dio lucente

A questo crin comparte.

[12] “Tanto peggio se il Parini si lascia ire alla pigrizia, e se non viene a darci, dopo tanti anni, la terza parte dei suo poema. Intanto ch’egli è giovane, dovrebbe pur adoperar quel suo cervello a far onore alla patria e a se stesso”. Baretti, a don F. Carcano, 12 agosto 1778.

[13]                                          Ch’io possa morire

Se ora trovomi avere al mio comando

Un par di soldi sol, non che due lire.

Limosina di messe Dio su quando

Io ne potrò toccare, e non c’è un cane

Che mi tolga al mio stato miserando.

La mia povera madre non ha pane

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.

Capitolo.

[14] Il patrizio veneto cui diresse la bella ode del Bisogno quando andò podestà a Vicenza, appena si ricordava che una volta un tal Parini avesse steso una poesia nella raccolta fatta per lui in quell’occasione.

[15] La lira è circa 60 centesimi: 8 faceano un ducato, e 23 un zecchino.

[16] Quest’ultima notizia l’ho dal Pindemonti nell’elogio del Gozzi: le altre dalle baruffe tra i Gozzi, il Chiari, il Baretti.

[17] Cicerone.

[18] Questa lettera, che sta originale nella Marciana, CI. X, cod. 19, servirà molto bene a quelli che (altro luogo comune dei nostri declamatori) van gridando contro l’avidità de’ libraj e la pirateria:

Al librajo Colombani, a Venezia.

Milano, 10 settembre 1766.

Fu per errore che esibii a V. S. Riv. il mio Mezzodì. Il signor Graziosi m’avea scritto raccomandandomisi per esso. Come io tardai molto a rispondergli, mi dimenticai il cognome, e scambiai Graziosi in Colombani. Tuttavia non mi dolgo di questo equivoco, avendo io la medesima stima per lei che ho per il signor Graziosi.

Quanto alla mia Sera, io ho quasi dimesso il pensiero; non che non mi piaccia di compiere i tre poemetti da me annunciati; ma perchè sono stomacato dell’avidità e della cabala degli stampatori. Non solo essi mi hanno ristampato in mille luoghi gli altri due; ma lo hanno fatto senza veruna partecipazione meco, senza mandarmene una copia, senza lasciarmi luogo a correggervi pure un errore.

Questa Sera è appena cominciata; e io non mi sono dato veruna briga di andare avanti, veduto che non me ne posso aspettare il menomo vantaggio, e probabilmente non proseguirò se non avrò stimoli a farlo.

Aggradisco le proposizioni di lei, e su queste proposito le rispondo che sarebbe mia intenzione di fare un’edizione elegante di tutti e tre I poemetti, qualora l’opera fosse compita. Se ella dunque si risente di farla, Io mi esibisco di darle la Sera terminata per il principio della ventura primavera, e insieme gli altri due poemetti, corretti in molti luoghi e migliorati.

Il prezzo che io ne pretendo, senza speranza di dibatterne un zero, è di centocinquanta zecchini, da pagarsi un terzo alla conclusione del contratto, e il restante al consegnarsi del manoscritto. Se ella non è di ciò contenta, non s’incomodi a scrivermi più oltre, io mi sono indotto a risponderle in grazia della pulitezza con cui ella mi scrive; così non ho fatto con molti altri libraj, e fra questi, con due o tre veneziani, i quali hanno ardito di farmi l’esibizioni che fannosi a’ compositori d’ almanacchi; alle lettere vigliacche de’ quali io non piglierò mai il disagio di rispondere.

Farò il possibile per promulgar l’esito del suo giornale. E con tutta la stima mi protesto, ecc.

[19] I versi sulle ventole e sui parafuochi furono fatti per Teresa Mussi, amica del poeta.

[20] Il Baretti scriveva al milanese Carcano il 27 aprile 1765: “Credereste che in Roma caput mundi, e che in Fiorenza caput sapientiae non ho potuto vendere dieci copie delle mie Lettere e della mia Frusta? Pensate poi negli altri paesi! E poi non avete alcuna idea dei nostri libraj, per le mani dei quali s’ha da passare?... Tratto tratto vien fuori (in Italia) qualche coserella in istampa che fa un pò di rumore, ma presto quel romore s’acqueta e non se ne fa altro. Chi vuol leggere qualche cosa, procura di farselo prestare per risparmiarsi un mezzo paolo e se ne lascia passar la voglia: onde non v’ è modo di fare ducati sicuramente.”

E più, tardi: “Delle prose ne vo’ scrivere, ma non in toscano, perchè nessuno me le paga. Delle Inglesi sì, perchè ne ho delle ghinee» (26 settembre 1770). E il 3 novembre 1777: “Spiacenti che le ristampe del Cicerone privino il Passeroni di quel pò di profitto che gliene verrebbe. Ma quei tanti nostri governi indipendenti gli uni dagli altri non sono troppo favorevoli alle lettere nostre; e aggiungasi a questo infinito malanno quella iniqua disonestà che fiorisce sì bella fra tutta la nostra canaglia, nel qual numero io inchiudo ciascun nostro stampatore ”.

Altrove paragonava, la condizione economica de’ nostri letterati cogli Inglesi: “In Inghilterra, e particolarmente in Londra, lo scrivere de’ libri è una cosa ridotta così bene a mestiere, che gl’Inglesi hanno comunissima la frase The trade of an authour, Il mestiere d’autore. Chiunque ha facoltà mentali bastevoli per far comprare una sua opera da sole sei o settecento persone in tutta quella parie dell’isola chiamata propriamente Inghilterra, cosa non molto ardua a farsi colà, ha subito una sicurezza poco meno che fisica di campare onestamente con la sua penna scrivendo un libro dopo l’altro.... L’insaziabilissima ingordigia di leggere cose nuove, che tutti gl’ inglesi hanno dal più gran milordo e dalla più gran miledi giù fino al più tristo artigianello ed alla più sciatta fantesca, ha bisogno di continuo pascolo. Quindi è che quattro e più mila penne, in Londra solamente, hanno il comodo di somministrare quel pascolo a quella tanta ingordigia con più di trenta amplissime gazzette, sotto varj titoli con innumerahili panfletti e magazzini e fogli a imitazione dello Spettatore; ed estratti di sacra scrittura e di botanica e di medicina; e dizionarj stampati a quinternetto a quinternetto; e giornali letterari e critici, e salire e libelli e panegirici e romanzi, e storie e poesie ed altre infinite cose; il tutto venduto a ritaglio di dì in dì, di settimana in settimana, di mese in mese; senza contare assai voluminose opere che vanno pubblicandosi dentro l’anno: cosicchè io crederei non esagerare se dicessi che più si stampa in una settimana in Inghilterra che in tutta Italia in un anno. Basta dire che d’ogni foglio di gazzetta che si vende, si paga al re un soldo sterlino, che equivale circa alla sesta parte d’un paolo, e che da questa piccolissima tassa sono stato assicurato da più persone degne di fede e da supporsi bene informate, che il re cava più di dugento lire sterline il giorno, vale a dire quattrocento zecchini circa dalla sola città di Londra.”

[21] Quando l’opera del Beccaria era qui attaccata dal professor Giudici, dal dottor Vergani e da altri, il Firmian scriveva: J’ai lu le livre des Dèlits et des Peines. Ce qu’on y dit de la question m’a beaucoup plu. Ma vanitè en était flattée par ce que mon sentiment a été toujours de même sur ce point. Le livre me parait écrit avec beaucoup d’amour de l’humanité et beaucoup d’imagination. Viglietto del 3 febhrajo 1765. E la risposta alle critiche stampata a Lugano, trovava piena di moderazione, e tale che fa onore alla morale dell’autore. Kaunitz, il 27 aprile 1767, chiedeva ad esso Firmian informazioni sul Beccaria, e “Supposto che in lui prevalgano le buone qualità, non sarebbe da perdere pel paese un uomo che dal suo libro appare avvezzo a pensare, massime nella penuria in cui siamo d’uomini pensatori e filosofi. La considerazione verso i talenti de’ nazionali eccita gli uni dal letargo e dal torpore, e scioglie gli altri dallo scoraggiamento”. E al 21 maggio seguente insiste sulla “necessità di conservare nel paese un ingegno atto ad ispirare eguale spirito ed amore per gli studj filosofici alla gioventù, purtroppo aliena dalle occupazioni serie; occupandosi quella d’Italia per lo più nella sola triviale giurisprudenza del foro, destituita d’ogni erudizione, o in studj frivoli, i quali, se pure servono alla coltura dell’ingegno, nulla però conducono all’emendazione dell’intelletto.”

[22]             È ver che questa infaccendata etade,

in panche acculatar, facendo guerra

D’assi, di re, di fanti e di cavalli,

Ed in sempre fiutare orme di donne,

Tempo non ha da decretare i nappi

Dell’infame cicuta, e non isforza

A discacciar dalle segate vene

Filosofiche vite in un col sangue.

Ma qual pro? questo secolo apparecchia

Allo speculator de’ suoi costumi

Altri gastighi. Ove apparisce, ei vede

Tosto facce ingrugnarsi, aggrottar ciglia,

E mostra far d’infastiditi orecchi.                          Gozzi.

[23] Aveva cento doppie milanesi di stipendio. Gli fu poi cresciuto quando vi diventò prefetto degli studj.

Il Kaunitz, viste le prime lezioni del Parini sopra le belle lettere, scriveva al Firmian: “Da questo saggio traspira il buon gusto e il calore da cui è animato l’autore, e ho motivo non solo di compiacermi della scelta di lui, sembrandomi collocato nella vera sua nicchia, ma anche di ripromettermi il vantaggio di chi vorrà mettere a profitto i lumi del professore. In questi sentimenti scrivo all’abate Parini in risposta alla di lui lettera. Ciò nonostante potrà l’eccellenza vostra medesima assicurarlo della mia soddisfazione, per così viepiù animarlo a distinguersi in questa per lui onorifica destinazione”.

E il Firmian, al 9 gennajo 1770, rispondeva al Kaunitz: “La superiore approvazione da V. E. manifestata per mio mezzo al prof. Parini non potrà se non essere di gran conforto al medesimo per animarlo a faticare e proseguire con ardore la carriera intrapresa”. Si hanno in fatto lettere del Parini al Firmian ove lo ringrazia degli “elogi che ei si era degnato invariabilmente di fare ai talenti di lui”; e d’averlo animato “ad esporre le sue circostanze in ogni occasione dove vedesse potergli giovar il suo patrocinio”.

[24]. Les Français sont tout feu pour entreprendre, et ne savent rien finir, ni rien conserver. Rousseau, Confessions.

[25] Voltaire a D’Alembert 16 giugno 1773 scriveva che l’Italia anch’essa era piena di persone che pensavano come loro, e che solo per interesse trattenevansi dal palesarsi. Asserto gratuito.

[26] La massoneria da molti era tenuta come istituzione onestissima; e perfino l’abate Barruel, accanito a tutto ciò che sentiva di rivoluzione, nella sua Storia del giacobinismo, non rifina di far proteste sopra le intenzioni innocenti di molti franchi muratori, e sull’ignoranza dei fini antireligiosi e antigovernativi mantenuta nel maggior numero degli adepti, I quali nelle logge non cercavano che un passatempo, l’occasione di far conoscenze e di prestare e ricevere sussidj fratellevoli, un’eguaglianza lusinghiera e le agevolezze d’un pratico deismo.

[27] “Cittadini milanesi, nell’atto che prendo possesso in nome della Repubblica Francese della città di Milano con sua provincia, vengo in suo nome ad assicurarvi degl’immutabili suoi sentimenti. Questi sono, che ogni individuo della società contribuisca al bene generale; che tutti esercitino i loro diritti sotto la scorta della virtù, che ogni essere, riconoscendo un Dio, eserciti quel culto che gl’inspirerà la propria coscienza; e che questo, qualunque sia, venga rispettato come il primo dritto dell’uomo. La Repubblica farà ogni sforzo per rendervi felici; a voi tocca di contribuire a togliere gli ostacoli. Che il solo merito segui una linea di separazione fra uomo e uomo: in tutto il resto una fraterna eguaglianza formi un sul corpo; e siccome tale eguaglianza è patto della libertà, vi conviene difender questa col proprio sangue. Che ciascun goda delle sue proprietà e di tutti quei vantaggi che accorda una repubblica ben organizzata. Pensate che ogni grand’opera non riesce perfetta col primo getto, e colla moderazione e colle virtù si possono solo correggere i grandi errori ».

A Sant’ Elena egli diceva al dottore Antonmarchi: — Quando prima entrai in Italia, ad ogni mio passo l’aria sonava d’applausi, tutto penderà da me: dotti, ignoranti, ricchi, poveri, magistrati, preti, tutti a’ miei piedi. Vi confesso, dottore, che questo accordo d’omaggio mi esaltò, m’occupò così che divenni insensibile a tutto quello che non fosse gloria. Invano le belle italiane faceano di sè bella mostra innanzi a me: non le curavo ».

[28] Uno delle prime mozioni di quel virtuoso cittadino fu perchè si onorassero di monumenti Beccaria ed altri illustri milanesi.

[29] Sulle finanze del triennio, vedasi l’appendice.

[30] Il Verri sull’avito oralorio in Ornago fe scrivere Petrus Verri stemma abstulit nomen posuit. Allora furono guasti molti bei lavori, come vedesi in tutte le tombe, principalmente a Sant’Eustorgio e alle Grazie, e anche gli stemmi che ricordavano l’antica nostra indipendenza. I ricchi, ridotti al rifugio de’ partiti soccombuti, le dimostrazioni, tralasciarono d’andar al teatro; e fra i sintomi dell’aristocrazia un giornale d’allora dà: noja dell’altrui allegria; abbonimento degli spettacoli pubblici; poca attitudine alle maniere plebee.... Un altro denunzia un piano di nobili, che consisteva nel ritirarsi in villa, non andar più al corso, nè ai giardini pubblici.

[31] Fra le vittime furono monsignor Rosales, arciprete nel duomo di Milano, ito colà per metter pace, e lo storico padre Capsoni, affacciatosi a una finestra.

[32] Vedansi le prove nell’appendice.

[33] Estensor cisalpino, N. 23.

[34] Se si scriveva ladramente l’italiano, nulla meglio andava pel francese. La cittadina Luti anzi dedicava a Giuseppina Buonaparte la sua Dissertazione sulla schiavitù delle donne con queste parole: Agrèez l’offre que je vous fais d’une mémoire en faveur de notre sèxe. L’esclavage des femmes italiennes ne peut être mieux recommandè pour qu’il n’ait pas son terme desiré puisque vous êtes la chère moitié du Libèrateur de notre pays.

[35] I Veneziani sottoscrissero per la fusione in un libro che fu legato in argento, perchè il libro d’oro era nome esecrato; e lo presentò il cittadino Francesco Battaggia.

[36] Estensor cisalpino, N. 2.

[37] Buonaparte, l’uom dalle buone parole e dai tristi fatti, diceva nel nostro consiglio legislativo: « Gli Italiani non giungeranno al posto ch’io loro destino, se non persuadendosi che la forza dell’armi è il principal sostegno degli Stati ».

[38] Erano delle primarie famiglie della Lombardia; e furono rimpatriati soltanto in settembre.

[39] Il 14 maggio 1796. Al 14 germile anno VI fu sottoposto al corpo legislativo un ragionato ragguaglio sullo stato di esso Monte; dei quale si dimostrava un credito di 36,064,078 verso la Camera Aulica.

[40] L’esempio era venuto du Giuseppe II, che tolse alla sacristia di San Celso una Sacra Famiglia di Raffaello, compensandola però con sei candellieri e una croce d’argento e due doti annue. Tolti dalla Repubblica Francese furono alle Grazie la famosa Coronazione di spine del Tiziano e il lodatissimo San Paolo di Gaudenzio Ferrari; a San Celso il San Sebastiano di Giulio Cesare Procaccini; alla Vittoria l’Assunta di Salvator Rosa; a San Giovanni alle Case Rotte le Anime purganti dello stesso; unico quadro restituito nel 1810, e posto a Brera. Dalla Biblioteca Ambrosiana furono levati 13 volumi manoscritti di Leonardo da Vinci, dei quali un solo fu reso nel 1816, quando furono restituiti il Giuseffo Ebreo su papiro, il Virgilio postillato da Petrarca , la cronaca di Martin Polacco, un Dante su pergamena del XV secolo, alcune cose del Galilei e il cartone di Raffaello della Scuola d’Atene. Dalla Biblioteca di Brera 133 rarità, fra cui 108 edizioni anteriori al 1476; nove più non furono rese, tra cui la Biblia Pauperum su tavolette di legno, che precedette le edizioni di Magonza, un Cantico de’ cantici, una Ars memorandi, una Historia antichristi. Dalla pinacoteca di Brera si dovettero più tardi ceder al Museo Napoleone varj quadri, ricevendone altri in cambio.

[41] Libertà, Eguaglianza. In nome della repubblica francese, una ed indivisibile. Il Comitato centrale di polizia presso l’Amministrazione generale della Lombardia:

Cittadini! L’accusa fu sempre la sorgente della pubblica sicurezza, la salvaguardia della libertà: odiato vizio se serve a garantire un tiranno ed a turbare la pace di quei degni cittadini che rinchiudono un’anima repubblicana sotto il regno del dispotismo; diviene una virtù se è posta in opera per distruggere le sorde trame dei nemici della patria, e per mettere tra le mani dei magistrali le prove onde scoprire ed abbattere i fautori della tirannia.

Lungi da voi, o cittadini, l’amico pregiudizio che segna con onta d’infamia gli accusatori. Infami sono coloro che cospirano contro il ben pubblico, che formano dei disegni contro i nostri liberatori e contro i buoni cittadini, che con voci bugiarde ed artificiose cercan di spargere tra il popolo ora il malcontento colle calunnie ora lo spavento con false novelle, figlie de’ loro desideri e della loro perfidia.

Il Comitato centrale di polizia v’invita, o buoni cittadini, a denunciargli tutto ciò che giungervi potesse a notizia che tendesse a turbare la pubblica tranquillità. Un’urna chiusa a chiave, e posta nella parte esterna del Comitato situato nel palazzo Marini, assicurerà i timidi dal dubbio d’essere svelati, e lì rendersi certi che le loro carte passeranno immediatamente nelle mani dei membri del Comitato.

Quelli che, senza presentarsi al medesimo, volessero esibire la loro opera per l’assicurazione della pubblica quiete, potranno ivi portare le loro memorie, certi di trovare grata compensa alle loro offerte, se verranno accettate; alle notizie che verranno comunicate, a misura della loro importanza; ed in ogni caso il più inviolabile segreto.

Bravi amici della libertà, accorrete alle nostre voci, secondate i nostri coi vostri sforzi e fate che la nostra vigilanza riunita porti un occhio penetrante sull’aristocrazia che cerca avvilupparsi nell’oscurità dell’intrigo: essa, tostochè scoperta, sarà atterrata, e noi con sicurezza potremo correre unitamente alla libertà, dolce meta de’ nostri voti più ardenti.

Milano, dal palazzo Marini 14 Brumale anno V della sudetta Repubblica.

I membri del Comitato centrale di Polizia

Sommariva — Porro — Visconti

Abamonti. Segretario.

[42] Del resto diceano nel calor della passione quel che, dopo sessantanni e per raziocinio, ripete uno storico della rivoluzione francese, ammirando la generosità della plebe che scannava quest’infame pretaglia, la quale “stillava goccia a goccia il veleno colla confessione”, soccorreva ai poveri per sedurli, avea fin introdotto una divozione dove pregavasi la beata Vergine a liberarci dai mali presenti e futuri. Vedi Louis Blanc, Hist. de la Revolution, vol. IV.

[43] L’Estensore cisalpino, compilato da Giuseppe Poggi, nel N. 14, oltre i quattro primari diritti dell’uomo in società, Libertà, Eguaglianza, Sicurezza e Proprietà, domanda se non ve n’è un altro, quel di Sussistenza, e risponde che “niuno può dubitarne” e che “in una repubblica ben amministrata tutti debbono ritrovare egualmente i mezzi di sussistere. La società è quella che si rende garante della sussistenza di tutti i cittadini.... deve formare de’ pubblici stabilimenti di ogni genere, perchè niuno rimanga privo di travaglio” (sic).

“Quanto ai possidenti,” le imposizioni non debbono già distribuirsi in geometrica proporzione.... ma in proporzione progressiva; per cui, sebbene i più ricchi saranno sempre di miglior condizione de’ meno ricchi, pure si otterrà sempre d’indebolire alcun poco le gigantesche fortune degli egoisti ambiziosi”.

[44] Corse allora la bosinata ;

Libertaa e indipendenza

Fin al dazi de porta Renza.

E più spiritosa quest’altra:

Semm liber ligaa alla franzesa.

[45] Ordine 24 maggio della municipalità. All’entrar de’ giacobini questi erano i prezzi de’ generi che si lassavano:

Butirro la libbra. . .            soldi    20.

 pane di frumento . . .           "          6.

    "     di mescolanza. . .        "          2. 6

carne di manzo                      "       16. —

    "     di vitello                       "        13. —

legna, cioè bacchette

e rotondini forti al centin     "     36. —

carbone forte al moggio       "      10. 9

Tutto rincarì ben presto; e per tener bassi i prezzi, si ricorse alle più stolide pratiche, si proibì l’asportazione del grano, ecc.

[46] Frase d’ una sua lettera a Giovanni Paradisi.

[47] Questo veramente fu un ordine della municipalità di Como ai frati paolotti; al qual patto conserverebbe loro il privilegio antico di pescare un giorno dell’anno nel lago.

[48] Quest’era la formola del giuramento prescritta il 26 frimale anno VI:

“ Io N. N. giuro inviolabile osservanza della costituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocratici ed oligarchi, e prometto di non soffrire giammai alcun giogo straniero, e di contribuire con tutte le forze al sostegno della libertà e dell’eguaglianza, ed alla conservazione e prosperità della repubblica ”.

L’Oriani dichiarò che non poteva giurar “odio a chi non gli aveva fatto che bene, ” e si sottometteva alla legge che lo privava del suo impiego alla specula. Scarpa fu dimesso sul medesimo titolo.

Intorno al giuramento a tutti i pubblici funzionarj scrisse pure una lettera un altro milanese di qualche nome, il gesuita Luigi Maria Duchetii (1747-1801). Come maestro di ricchi giovani costui viaggiò assai, conobbe lingue e scienze, fu felicissimo parlatore, si mostrò avversissimo alla rivoluzione e a fatica scampò a Venezia.

[49] La municipalità era di trentun membri: il presidente cambiavasi ogni decade; si univano ogni sera, ed erano distribuiti in comitati: Parini e Verri erano del III, cui spettavano il censo, le finanze, gli archivi, gli impieghi, le cause ecclesiastiche, i luoghi pii, la religione, l’istruzione pubblica, i teatri, il commercio. Il primo atto ove trovo il Parini è questo del 14 pratile:

“ Essendo pervenuta accidentalmente in potere del cittadino Venous, capo dell’LXXXIV mezza brigata, una vettura e due cavalli, questi ha fatto invitare la municipalità di Pavia a ricevere le dette proprietà, perchè, fatte le opportune diligenze, sieno immediatamente restituite al loro padrone. A questo atto di esatta giustizia ne ha aggiunto un altro di generosa umanità spedendo alla stessa municipalità di Pavia lire cento in contante, perchè vengano distribuite a’ poveri bisognosi di quel Comune, che non hanno avuto parte nell’ultima cospirazione contro ai Francesi.

“ E voi, se ancora uno se ne trova, che malignate contro gloriose armate della repubblica francese, imparate da questo fatto quale sia la giustizia e la sublimità di morale di generosi repubblicani. Imparate, e rimanete nella vergogna e nella confusione. ”

Visconti  presidente. — Parini. — Bigatti segretario.

Al 17 termidoro, i commissarj del potere esecutivo riducevano la municipalità a 24, e fra questi più non trovo il Parini.

“ Tutto che consigliò e che disse (il Parini) in quelle adunanze potrebbe scriversi in oro”. Quando lessi queste parole nella Vita di Foscolo per Luigi Carrer, io che avevo tanto cercato i protocolli di quelle adunanze, pregai esso Carrer a indicarmi donde ciò avesse. Dovette lasciarmi comprendere che la era una delle frasi retoriche onde si tessono i panegirici.

[50] Cessato il governo militare fu messo un direttorio: Giovanni Galeazzo Serbelloni milanese presidente, Pietro Moscati mantovano, Giovanni Paradisi reggiano, Marco Alessandri bergamasco, Giovanni Constabili ferrarese, con cinquantamila lire ciascuno, segretario generale l’avvocato Sommariva di Lodi. Il direttorio spese cinquecento quarantottomila lire per ornar il proprio palazzo, ch’era il ducale. I ministri aveano venticinquemila lire ciascuno: i ducento quaranta membri dei due corpi legislativi, lire 6000. Si conoscono le case insignorite da quel triennio.

[51] Lettere di Jacopo Ortis, 27 ottobre 1798. E altrove: “ Jer sera io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della città sotto un boschetto di tigli: egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall’ altra sul suo bastone: e talora guardava gli storpi suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di quella sua infermità, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io l’accompagnava. S’assise sopra uno di quei sedili, ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io n’abbia mai conosciuto; e d’altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi non dà somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria; fremeva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. Le lettere prostituite: tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente vilissima corruzione; non più la savia ospitalità, non la benevolenza, non più l’amor figliale... E poi mi tesseva gli annali recenti e i delitti di tanti omiciattoli ch’io degnerei di nominare se le loro scelleraggini mostrassero il vigor d’animo, non dirò di Silla e di Catilina, ma di quegli animosi masnadieri che affrontano il misfatto, quantunque gli vedano presso il patibolo. Ma ladroncelli tremanti, saccenti... più onesto insomma è tacerne.

“Tacque, ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: — O Coccejo Nerva, tu almeno sapevi morire incontaminato. — Il vecchio mi guardò; e — Se tu nè speri nè temi fuori di questo mondo — e mi stringeva la mano, ma io... Alzò gli occhi al cielo, e quella severa sua fisonomia si raddolciva d’un soave conforto, come s’ei lassù contemplasse tutte le sue speranze.”

[52]    In nome della repubblica cisalpina una ed indivisibile

Milano 15 fruttidoro, anno VI repubblicano

Proclama dei Consigli legislativi al popolo cisalpino.

“ Cittadini! Quell’eroe a cui la Francia deve tanta gloria e la Cisalpina la sua esistenza, aveva accompagnato questo primo benefizio con quello d’una costituzione; ma pressato dalle circostanze, chiamato a rendere dei nuovi servigj al suo paese, egli non ha potuto dare alla sua opera la necessaria perfezione; e questo codice politico fu meno un governo definitivo che un saggio preliminare, una specie d’atto provisorio, di cui l’esperienza fece conoscere i difetti.

“ La disposizione che prescrive il termine di tre anni per farvi dei cambiamenti diventava funesta alla repubblica, se si fosse aspettato fino a quell’epoca a chiudere il precipizio ove essa minacciava di cadere. Sì, cittadini, non vi voleva più che un anno d’un governo senza azione e senza forza, d’una mal intesa divisione territoriale, d’una amministrazione rovinosa, d’uno stato militare nullo ed eccessivamenie costoso, per vedere la Cisalpina senza finanza, senza spirito pubblico, senza leggi, ricadere sotto il giogo dell’estero, o perire vittima di quel furore anarchico che, coprendo la Francia di sangue e di calamità, fu al punto di far retrogradare la libertà, e immergere di nuovo l’Europa nelle tenebre dei pregiudizj e dell’ignoranza.

“ La Francia ha veduto lo stato infelice della repubblica che avea fondata, essa s’è occupata della nostra situazione, e de’ mezzi di migliorarla. Il suo governo, avendo riconosciuto che la più gran parte dei nostri mali provengono dalla nostra medesima organizzazione, ha incaricato il suo ambasciatore d’indirizzare ai due consigli legislativi alcune modificazioni della nostra costituzione: modificazioni le quali, rispettando pienamente e serbando intatti i veri principi dell’eguaglianza e della democrazia rappresentativa, la rendono meglio adattata all’estensione del nostro territorio, alla misura delle nostre forze e della nostra potenza. ”

Si sa che la costituzione allora cambiata, ben presto si trovò difettosissima e si cambiò. L’amministrazione della Lombardia, il 6 vendemmiale, anno V, proponeva 200 zecchini di premio a chi sciogliesse meglio il quesito, Qual dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia. La risposta datavi da Melchior Gioja non torna abbastanza a suo onore.

[53] Questo infelice poco di poi si uccise.

[54] Per esempio, questa nella Vita rustica.

Invan con cerchio orribile,

Quasi campo di biade,

I lor palagi attorniano

Acute lance e spade:

Perocchè nel lor petto

Penetra non di men

Il trepido sospetto

Armato di velen.

[55]      Or Dio lodiamo, il tabernacol santo

E l’arca è salva; e si dispone il tempio

Che di Gerusalem fia gloria e vanto.

Ma splendan la giustizia e il retto esempio,

Tal che Israel non torni a nuovo pianto,

A novella rapina e a nuovo scempio.

[56] Drago, Manzoni, Bazze!la: e la pasquinata diceva “Due han di bestia il nome, uno l’aspetto”. Cocastelli era il commissario imperiale. Dal maggio 1799 al fin dell’anno si pagarono 70 danari per ogni scudo d’estimo; lo che, su 103,409,170 scudi, faceva L. 30,187,259: oltre le spese militari di 13,346,460.

[57] Fra i deportati allora a Cattaro furono il conte Gio. Paradisi, il padre Gregorio Fontana insigne matematico, il conte Caprara, il fisico Moscati, Il conte Costabili-Containi, l’ellenista Lamberti, ecc. Su quei deportati si ha un poema in tre canti che comincia:

Muse, ajuto! io vo l’istoria

Di trentotto patrioti

Tramandare alla memoria

Dei tardissimi nipoti.

Son pure o vedere le Lettere sirmiesi di Francesco Apostoli venexiano, bizzarro scrittore di romanzi, quali la Storia di Andrea, Saggezza nella follia, Lettres et contes sentimentaux de George Wanderson. La sua Rappresentazione del secolo XVIII è sì frivola da nulla servire all’ intento nostro.

[58] Parini io son, d’ambe le gambe strambe.

[59] Giocondo Albertolli, quando, più che nonagenario, io lo rimetteva spesso sul discorrere dei valenti coi quali era vissuto, mi ripeteva: “Io non ho mai incontrato un uomo più ingegnoso del Piermarini, nè un più bel ragionatore del Parini ». Di man d’un Aglio d’esso Giocondo ho un ritratto del Parini, secondo lo stile statuario d’allora. Suo genero Paolo Brambilla matematico raccolse l’ultimo sonetto, dettato dal poeta ormai moribondo.

[60]                                                     I dorati scanni

Premea dei grandi taciturno, e intanto

Notava i riti e gli oziosi affanni

E gli orgogli e le noje e i gaudj o il pianto

Del par mentiti: indi ne fea precetto

In quel sublime suo ridevol canto

Torti, Sulla poesia

[61] Il governatore Firmian, tornando dalla corte di Vienna, le disse: Indovinerebbe, signora marchesa, chi mi ha domandato nuove di lei? E la marchesa: Non ardisco indovinare: ho indovinato? Ottagenaria, cadde malata e a fin di morte. Quando si riebbe, il dottor Locatelli le disse: Marchesa, anche per questa volta ci metteremo una toppa. E lei: A forza di toppe mi manderete in paradiso come un arlecchino.

Il Pindemonti scriveva al Pieri: “Dimorai quindici giorni a Milano por due sole persone. La prima metà del giorno io mi stava col Parini, e la seconda con la marchesa Castiglioni”. E altrove del Parini parlando: “Sta sempre lavorando senza mai terminar la sua Sera, di cui mi ha recitati alcuni pezzi, bellissimi veramente. Quanto poi ai suoi modi e costumi, egli è un pò serio e grave, se volete, ma pieno di urbanità; parla volentieri e bene; non recita a tutti nè senza esser pregato come Orazio, e dice anche sincerissmamente il suo parere delle cose che gli mostrate se ne vien  dimandato con candidezza ”.

[62] Io non avrò giammai per nemici coloro che mi sono contrarj nella maniera di pensare.  Parini al Branda.

[63] Nello scritto inedito altre volte accennato dice: “Alcuni pochi s’eran posti nella Municipalità uomini onesti, ad oggetto di dare qualche apparenza di probità a quell’unione screditatissima. Fra questi l’abate Parini vi si trovò collocato quasi a tradimento. Il pubblico conosce in lui il poeta: chi se gli accosta conosce l’uomo decisamente virtuoso e fermo; e perciò il partito dominante poco dopo lo fece congedare ”. Verri vi si conservò ancora, ma ben presto improvvisa morte lo colse mentre sedeva in uffizio.

[64] Frammento.

[65] Di eccellenti ne dirigeva a Giuseppe Carpani nel dialetto patrio:

Alto, andee inanz, studiee sira e matina.

La natura l’è lee che fa et prim lett ,

Ma l’art l’è quella che tutt coss rafina;

Tra l’una e l’altra ve faran perfett.

Chi tœu consei de tœe no fa nogott;

Chi nol tœu de nessun de rar fa ben:

Tuil de quaighedun, ma che ’l sia dott.

[66] Vedasi l’elogio di Galeazzo Scotti.

[67]                                                       L’acerba

Tua giovinezza e l’invido recinto

Che fu de’ tuoi prim’ anni a guardia eletto

Ti vietaro il mirar sopra gl’infermi

Fianchi e l’infermo piè proceder lente

Le altere forme e il più che umano aspetto

Del venerabil vecchio, e le pupille

Eloquenti aggirarsi e vibrar dardi

Di sotto agli archi dell’augusto ciglio.

Nè tu la immensa delle sue parole

Piena sentisti risonar nell’alma,

Allor che apria dalla inspirata scranna

I misteri del Bello e, rivelando

Di natura i tesori ampj, abbracciava

E le terrestri e le celesti cose.

E a me sovente nell’onesto albergo

Seder fu dato all’intime cortine

De’ suoi riposi, e per le vie frequenti

All’egro pondo delle membra fargli,

Di mia destra sostegno; ed ei scendea

Meco ai blandi consigli, onde all’ incerto

Virtù, non men che all’imperito stile

Porgea soccorso; ed anco, oh meraviglia!

Anco talvolta mi bear sue laudi.

G. B. Torti a G. B. De Cristotoris.

[68] Per l’inclita Nice.

[69] Il pericolo.

[70]                                                    E forse l’ ossa

Col mozzo capo gl’insanguina il ladro, ecc.

I Sepolcri

[71]                                                                                        JOS.  PARINI  POETA

HIC REQUIESCIT

INGENUA   PROBITATE

EXQUISITO JUDICIO

POTENTI ELOQUIO CLARO

LITERAS ET BONAS ARTES

PUBLICE DOCUIT AN.  XXX

VIXIT AN.   LXX

PLENUS EXTIMATIONIS ET GRATIAE

OB. AN. MDCCXCIX.

[72] Giuseppe Franchi, che non può non collocarsi fra i ristoratori del buon gusto artistico da chi abbia veduto le sirene di piazza Fontana, avea fatto e regalato quel busto al Parini, sul che scrisse una canzone Agostino Gambarelli. L’iscrizione d’esso monumento dice:

J.  PARINIUS  CUI  ERAT  INGENIUM

MENS DIVINIOR

ATQUE  OS  MAGNA   SONATURUM

OBIIT XVIII   KAL.   SEPT.   A.  MDCCIC.

Nella cattedra gli succedette Luigi Lamberti, rinomato grecista. Il costui discorso inaugurale a me pare poverissimo e pel fondo e per le forme, e oltre modo meschino il cenno che, sul finire, vi fa del Parini.

[73]                   Dopo il tuo dipartir dal patrio suolo   (o Mascheroni)

Io misero Parini il fianco venni

Grave d’anni traendo e più di duolo.

E poi ch’oltre veder più non sostenni

Della patria lo strazio e la ruina,

Bramai morire e di morire ottenni.

Vidi prima il dolor della meschina,

Di cotal nuova libertà vestita

Che libertà nomossi e fu rapina.

Serva la vidi, e ohimè! serva schernita,

E tutta piaghe e sangue al ciel dolersi,

Che i suoi pur anco, i suoi l’avean tradita.

Altri stolti, altri vili, altri perversi,

Tiranni molti, cittadini pochi,

E i pochi o muti o insidiati o spersi....

Tal vi trama che tutto è parosismo

Di delfica mania; vate più destro

La calunnia a filar che il sillogismo.

Vile! e tal altro del rubar maestro

A Caton si pareggia, e monta i rostri,

Scappato al remo e al liberal capestro.

Oh iniqui! e tutti in arroganti inchiostri

Parlar virtude, e sè dir Bruto e Gracco.

Genuzj essendo, Saturnini e mostri....

Vidi il tartaro ferro e l’ alemanno

Strugger la speme dell’ausonie glebe

Sì che i nemici ancor ne piangeranno.

Vidi chierche e cocolle armar la plebe,

Consumar colpe che d’Atreo le cene

E le vendette vincerian di Tebe....

Nella fiumana di tanta nequizia

Deh ! trammi in porto, io dissi al mio Fattore;

Ed ei m’assunse all’immortal letizia.

Il Monti non conobbe il Parini;  ma un discorso  di questo genere tenne proprio una volta esso Parini con Pietro Verri, presente un signor Villa, galantuomo de’ cui  pregiudizi avevano  riso più volte que’ filosofi, “E ciò che mi spiace (conchiudeva il Parini) gli è che quella volta ebbero ragione i c...”

[74] Nel 1847 quando sorridea la speranza di rigenerar l’Italia a forza di canzoni e di battimani, fra tante inaugurazioni e riparazioni e ovazioni se ne preparò una anche alla casetta natale del Parini in Bosisio; dal nome suo si intitolò la via che vi conduce, e il 23 ottobre, fra gran concorso, ed elogio e versi e brindisi, si collocò una lapida con questa iscrizione di Achille Mauri:

A Giuseppe Parini

gloria dell’ingegno lombardo

che nuovi sentieri aprì

all’italica poesia

e la fe potente interprete

d’alti pensieri e di sdegni magnanimi

derisor sublime dei fiacchi costumi

banditor sincero delle verità più utili

maestro d’ uno stile pellegrino temperato

che ubbidisce al concetto e gli cresce energia

alcuni estimatori

perchè qui dove poveramente nacque

e prima s’inspirò nel riso

di ciel sì lieto

abbia il nome di lui perenne ossequio

p.

nel  MDCCCXLVII

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Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2007