CESARE CANTÙ

L’ABATE PARINI

e la Lombardia nel secolo passato

Edizione di riferimento:

L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.

Qui si parla dei costumi

come erano divenuti in Lombardia ai tempi del Parini:

e prima sull’educazione e sulla nobiltà.

Il valore, perito fra gli Italiani al dechino dell’impero romano, rinacque allorchè, verso il mille, contro dogli scorridori saracini ed ungheri dovettero schermire la propria città, il villaggio, il campo, l’abituro. Vennero poi le crociate, quando il valore parve una scorciatoja al paradiso: venne la cavalleria, che fe della bravura un dovere, una galanteria: vennero le repubbliche, dove i parteggiamenti cittadini, fermento di forze disgiunte ma vitali, costringevano ad aver continuo il pugno sulla spada. Le opportunità dunque, più che il sognato incrociamento delle razze o la trasfusione del sangue settentrionale, qui tornarono vive le abitudini guerresche, troppo necessarie a nazione che vuol conservarsi o rigenerarsi.

Chi fra queste avesse pensato educare i fanciulli nelle lettere, imprigionarli in collegi, e soggettarli alla disciplina, sarebbesi sentito gridare come dai Goti Amalasunta: — Potrà essere coraggioso in faccia al nemico chi crebbe tremando sotto la sferza d’un pedagogo? — Erano quindi comunemente tenuti a vile gli studj, dai teologici in fuori: e i fanciulli crescevano su liberamente, tutti baldanza dj membra e di spirito; loro esercizio le armi, divertimenti il torneo, la gualdana, la giostra; occupazioni giornaliere la caccia o la battaglia, scopo l’ottenere gli sproni cavallereschi; e invece de’ terrori pusillanimi che assediano i deboli e gli inesperti, trascorrevano agli impeti d’una petulante temerità, favorita da muscoli robusti [1].

Così vennero educati gli Italiani in que’ mezzi tempi, che, chiaminsi pure di ferro, ma non si dica che massime l’Italia se ne deva deplorare [2]; l’Italia che, allora risvegliata, si elevò ad una civiltà estesa sulle persone, sulle cose, sulle azioni, sul politico ordinamento; l’Italia che, stabilendo i comuni, diede l’esempio d’una libertà, da cui tanto avran da imparare i posteri quando cessino dall’idoleggiare nomi e dall’imitare stranieri; l’Italia, che inventa la bussola, dominò i mari colle navi di Amalfi, di Pisa, di Genova, di Venezia, prese la parte più vantaggiosa nelle crociate; strinse la Lega Lombarda; fabbricò San Marco, Santa Maria del Fiore, il Campo Santo di Pisa, il Duomo e il palazzo comunale d’ogni città, cantò la Divina Commedia, mentre l’altre parli d’Europa giacevano in una notte che assai più sarebbesi prolungata se non fossero venuti a qui cercare la scintilla avvivatrice.

Che i costumi sorti fra tale educazione fossero castigati, nol dirò io: ma que’ padri nostri, governantisi a comune, occupati nei grandi interessi della patria, con una libertà riposta meno nella garanzia dei diritti che nel partecipare ogni uomo alla sovranità sulla piazza, nell’arringo, in consiglio, acquistavano un’indole aperta ed elevata: operosi in traffici e in arti per emulazione; forti nelle guerre che eglino stessi aveano decretate; con sentimento non sempre giusto, ma profondo della propria dignità.

Questi tempi di ferro, si mutarono in quelli d’oro dei Leoni e dei Cosmi, quando sull’insanguinata nostra patria si dibatterono lungamente la libertà e la tirannide, l’autocrazia e il dominio straniero. A quella lotta, disuguali fra armi poderosissime, e vittime predestinate a qual si fosse il vincitore, scarsa parte presero i nostri e sciagurata; e com’è più doloroso il morire d’un robusto, così penò un pezzo l’Italia prima di diventar cadavere.

Durante il medio evo, il pontefice e la sua pacifica milizia, secondo la missione di spirito e d’intelligenza del divino Maestro, erano stati apostoli del sociale progresso, difensori delle franchigie popolari; la voce di Pietro opponevasi unica alla forza materiale, accoglieva il debole, comandava la giustizia ai prepotenti, ergeva sopra le teste coronate un tribunale, efficacissimo perchè fondato sulla giustizia e rappresentante del voto popolare: la Lega Lombarda fu giurata in un convento, e dal nome di Alessandro III santificata l’insurrezione che condusse la pace di Costanza; colle benedizioni di Roma le armi del popolo italiano spezzavano il diadema agli imperatori svevi e la mannaja ad Ezelino; Nicolò III dava favore ai Siciliani quando maturavano i vespri tremendi; Popolo e Chiesa era il grido onde le città levavansi a rumore contro i loro tiranni, e quella voce eccheggiava dal Vaticano sin quando Giulio II si proponeva di risciacquar l’Italia dai Barbari.

Ruppe quell’avviamento la riforma religiosa, la quale, facendo predominare l’elemento soggettivo personale, e chiamando ciascuno alla libera disamina, non minacciava meno Cesare che Pietro. In conseguenza le due potestà, messa da canto la quistione politica per la quistione dell’esistenza, si accordarono nel pericolo comune; prestandosi a vicenda la persuasiva e le armi onde restringere le conquiste del pensiero; quando appunto, a disingannar gli Italiani da ogni speranza di libertà, di grandezza, di gloria, si assodava il quieto tiranneggiare degli Austro-spagnuoli.

Il più sottile accorgimento di quella riazione fu l’impossessarsi dell’educazione. Da prima commessa ad uomini valenti o in fama di tali, scelti da chi in essi aveva fiducia, non legati a metodo o prescrizione superiore, animati dall’emulazione e dalla compiacenza di buoni alunni; allora venne essa riservata agli ordini religiosi ed a quello specialmente che sentivasi rigoglioso di recente vita, e resa regolare, sistematica, uniforme. Il santo intento di formar i giovani alla virtù prima ancora che alla scienza, e di saldarvi l’idea dell’autorità, avrebbe potuto farli benedire; ma pur troppo seguirono metodi pregiudicati, o i nuovi foggiarono sopra le idee prevalenti. L’educazione del collegio restò distinta da quella che dovea poi riceversi nel mondo: si vollero letterati piuttosto che cittadini; spiriti colti anzichè uomini dabbene; latinisti, poeti, più che buoni magistrati, buoni artieri, buoni padri di famiglia: si coltivò la memoria a scapito del giudizio, l’immaginazione a scapito del raziocinio: nell’insegnare i garzoni ad esporre idee che non erano lor proprie, si cercava eleganza, squisitezza di forme, senza accorgersi che è tutt’uno parlar bene, scrivere bene e ben ragionare: si proponeva l’immoralità della mitologia, non la sapienza della storia [3]: si cercavano le mezze verità ne’ sistemi filosofici, invece di francamente attingerle al fonte più sublime.

Quanto alle morali disposizioni, mostravansi piuttosto i doveri verso sè che verso il prossimo: ad illeggiadrirsi con una vernice di delicatezza, moversi, parlare sul punto del convenevole; non urtare il galateo, divenuto importante più che il codice, più che il Vangelo. Delle azioni vedute o lette giudicavasi piuttosto il bello che il buono, il grandioso che il giusto, lo straordinario che il ragionevole: si moltiplicavano i precetti, che facendo guardare come necessario ciò che è indifferente, induceano a tenere per indifferente quel che è essenziale. Soprattutto ispiravasi al giovane un alto concetto de’ natali della famiglia, il decoro credendo opportuno argine alle bassezze. Ed era: ma cangiavasi la conseguenza in principio; e frattanto non si dava conveniente idea della dignità comune, della comune origine e destinazione; l’onore, tanto raccomandato, riduceasi a una virtù di parata, all’esteriore della probità è all’eleganza del vizio. Nè lo sviluppo fisico era abbastanza giovato da monotone passeggiate sotto la indeclinabile vigilanza di mercenari custodi, che consideravano colpa ogni vivacità: colpa tenevansi quei nodi d’amicizia così naturali ne’ giovinetti: virtù prima il non aver volontà, e piegarsi irrazionalmente al cenno d’un superiore, all’uniformità del vivere comune: nè aggiungendo nozioni utili alla vita, nè raddrizzando i torti giudizj, nè ampliando lo spirito.

Il fanciullo, usato a guidarsi colle ragioni ed i consigli altrui, riusciva apatico, irresoluto, spensierato, pusillanime; adulava i superiori, disamava i compagni, in ciascuno dei quali temeva un delatore: fra comandati complimenti, ad ore ed a parole fisse, dovea mortificare quanto v’ha di generoso e d’istantaneo ne’ sentimenti umani.

Che dirò poi delle scuole, ove un maestro, abbandonandosi agl’impeti della collera, scagliava imprecazioni e battiture, e squisitamente raffinava castighi che prostrassero e corpo e spirito ai giovinetti, in quella sacra età dove il minimo impulso basta a dirigerli al vizio od alla virtù? [4]

Un uomo così educato entri nella società. Cosa vi porta? nausea di studj cui attese mal suo grado, e che vede non tornargli buoni a nulla [5]: idee della virtù false, o sfumate, od esagerate, senza pratiche cognizioni, o abilità negli affari, nè civile e domestica bontà; negli uomini non vede che od inferiori sui quali vendicarsi delle umiliazioni patite, o superiori da temere e palpare; da per tutto corruttela, lacci del mondo e dei perversi, pericoli al candore. Ma la volontà, piuttosto repressa dal rigore che dirizzata al bene, lo strascina: non bastano le disamate dottrine a contenerlo fra limiti arbitrari: al primo passo fallato egli si vede perduto; perdute le virtù che gli si erano insegnate come supreme, non sa rigenerarsi in quello slancio di sociali atti e generosi, dei quali non gli han ragionato mai. Così l’istruzione delle cose reali distrugge l’istruzione artificiale; ogni frutto è smarrito: più non rimane che il danno. Rimane fiacchezza di cuore, che pone il sommo della felicità nel riposo: rimane la diffidenza: rimane l’arte di supplire colle apparenze alle virtù e ai sentimenti: rimane una stupida rassegnazione che guarda le cose circostanti come mali necessari, senza ardire, non che di tentare, ma di pensare un rimedio: rimane unica norma l’obbedire.

Anche s’addestravano a ballare, sonare, balbettar francese; singolarmente poi negli esercizj cavallereschi, quali erano il tirar di spada, e conoscere le inestricabili leggi del punto d’onore. Il ballo era scienza complicata quanto importante, dovendo impreteribilmente regolare il passo ordinario d’un signore, le mille gradazioni de’ suoi saluti, la rigorosa prammatica degli inchini [6].

Non ci si oppongano i vizj, fors’ anche peggiori, della farraginosa educazione odierna, che noi non siamo qui a denigrare il passato per adulare il presente.

Pochi coronavano l’educazione con alcun viaggio; ma questi non riuscivano così importanti quando meno interessi comuni v’erano onde occuparsi, meno idee comuni da partecipare. V’avea di peggio. Nella società gaudente e spensierata, nella quale si gettavano alle corti di Luigi XV o dei principotti di Germania dove erano ammessi, oltre il libertinaggio in grande e la pompa del vizio e del giuoco [7], imparavano a solleticare la noja coi libri allora entrati di moda, i quali col riso e coi sofismi scalzavano ogni morale, ogni fede; oppure, ostentando una virtù senza pratica, una filantropia indeterminata, illudevano il sentimento benevolo. Avvezzati così a ridere di ciò che si venerava, a ripudiare tutto il passato, a impugnare i dogmi sui quali stava l’edifizio sociale, perdevano fin quell’aria da bene, quell’amorevolezza soccorrevole, che, inspirata dalla tradizione domestica e dalla abitudine, riparava a tanti degli sconci sociali [8].

Il lettore s’accorge che qui parliamo solo della nobiltà. La democrazia, nelle gloriose ma non felici nostre republichette, avea tolto le distinzioni e i privilegi derivati dal possesso dei terreni, e la filosofia, ben prima de’ moderni, dichiarato la naturale eguaglianza degli uomini [9]: sicchè la nobiltà lombarda non è titolata dai feudi come altrove. È sempre vantaggio della civiltà l’eguaglianza introdotta, ma la tirannia è giovata dal vedersi levati gli ostacoli. Vero è che essa trova opportuno il circondarsi d’una aristocrazia, ma nuova e creata da diplomi, che basta ad eccitar gelosie, e suggerire viltà, non a reprimere gli abusi.

Al tempo che la Lombardia cadde sotto Carlo V, non restava un corpo robusto che gli ponesse freno costituzionale, pure la nobiltà importava alcuni diritti reali; e, spenta la vita comune, merita studio quella delle famiglie, che, ingrandite pel concentramento delle primogeniture e de’ fedecommessi, e pei lucri che si presentavano nel senato e nella presidenza, e trovandosi accumulati nella cassa i danari che l’opinione non permetteva d’impiegare in commercio, nè di collocare a mutuo, sfoggiavano di grandigie, di privilegi, di beneficenza. Io non conosco una storia concepita in questo senso; eppure i municipi, cioè l’unica vita rimasta in Italia, consistevano nella nobiltà.

Per un esempio, chi capitasse a Cremona tra il fine del XVI e il cominciare del XVII secolo, poteva in qualche occasione solenne trovar riuniti Francesco Sommi cavalier di santo Stefano, valente matematico, che avea menato una compagnia di cavalleggieri a servizio del re di Francia contro gli Ugonotti; Girolamo Osio, ch’era stato luogotenente d’un’altra nella guerra di Fiandra; Giulio Favagrossa, che capitanava trecento fanti per la Spagna contro il Portogallo; Vincenzo Locatello, capitano e ingegnere soprintendente alle fortezze della Sicilia, e già secretario del famoso marchese di Pescara; Luigi e Flaminio Dovara, prodi in armi non men che savj ne’ reali consigli di Spagna e di Firenze, come anche Jacopo Offredo, ornati perciò di titoli e pensioni: G. B. Ala, che in compenso de’ servigi prestati dalla sua casa, aveva avuto dal re di Spagna la soprintendenza alle vettovaglie della città, che rendeva da trecento scudi l’anno. Gli Affaitati pel valore aveano ottenuto il feudo di Romanengo, e ne possedeano altri pel reddito di ducentomila zecchini; cinquecento altri n’avea avuti Ottavio dal re di Spagna per opera prestata nella guerra di Portogallo; e poc’anzi uno d’essi era morto combattendo gli Ugonotti, l’altro alla battaglia di Lepanto.

In istudj pacifici aveano grido Lodovico Cavitello, autore di una storia universale; Giovan Jacopo Sorresino, gran cercatore d’istorie, che trovava genealogie per tutti. Romano Borgo, lodato nelle lettere, quanto altri del suo tempo: Alessandro Lamo, eccellente poeta e scrittore di belle arti, secretario al Taverna vescovo di Lodi nunzio in Spagna: Cesare Porta, lodato per poesie volgari, per una vita di sant’Omobono in ottave, per stanze sui quindici misteri del rosario, e per la tragedia la Delfa dedicata a Ottaviano Cantullo, letterato non solo di grandi speranze, ma adoperato in molti uffìzj dalla patria. Come dal cavallo di Troja, così molti grand’uomini uscirono da quel collegio di dottori, nel quale non entravano se non nobili, e le cui entrate si erogavano in opere pie. Giovan Botta giureconsulto stampò allora i suoi Consigli, ed era stato podestà di molte città e governatore di Rimini: Pietro Martire Ponzone fu chiamato consigliere di stato in Spagna: Gian Francesco de’ Valvassori d’Argenta ebbe frequenti legazioni a principi; i consulti di Lodovico Cavuccio, Filiberto Lodi, Giacomo Mainoldo aveansi in conto di oracoli; un Mainoldo, un Manna, Alessandro Picenardo, G. B. Ragazzi, Gianfrancesco Persichello, Alessandro Schinchinello, Lodovico Aimi, Girolamo Fonduto ebbero magistrature, giudicati, auditorati in varie città; un Brumano fu anche professore a Pavia e consiglier di guerra nella spedizione contro i Turchi; Lodovico Maggio venne deputato dal re visitatore dello Stato per iscoprirne i molti disordini: Giovan Battista Schizzi fu reggente dello Stato di Milano presso l’imperatore; Daniele Barbò salì vescovo di Pedena in Istria, e lasciò varie prediche; della qual famiglia fu Marcantonio filosofo e medico: poichè quasi tutte queste famiglie aveano anche un medico collegiato [10]. Le contesse Isabella de Luna e Maddalena Bia degli Affaitati stamparono lettere, e chiudiamo con Nicolò Sfondrati che salì poi papa.

Cerchi ciascuna città nelle sue memorie questi vanti municipali; e il Parini avrà da giovinetto inteso ricordare come, fra la nobiltà milanese, i Marliani aveano diritto di tenere sbarrata fin a metà la via dinanzi al loro palazzo, che ora è il Monte dello Stato; i Ro camminavano alla briglia dell’arcivescovo nelle processioni; nelle quali i Litta doveano fare spazzar le strade; i Gonfalonieri sosteneano figura principale nell’ingresso dell’arcivescovo; ai Serbelloni competea di dar doppio voto nel consiglio dei sessanta, portar l’arme della città, restare esenti di dazj e gabelle per venticinque persone, andare incontro al nuovo governatore fino a Genova, e aver parte in tutte le ambasciate, per benemerenza del cardinale Giovan Antonio Serbelloni, vescovo di Foligno e Novara.

Gli avranno pur raccontato come nelle spese i signori volessero aver sempre qualcosa di popolare; onde, o per un santo domestico, o in un giorno particolarmente devoto, o nell’onomastico del capo-casa, con fastosa devozione offrivano alla metropolitana o ad altra chiesa un donativo spontaneo, o un omaggio portato da obbligo feudale o da voto. I Pusterla, stirpe longobarda emula perpetua dei Visconti e mescolata in tutte le cospirazioni, portavano nello stemma l’aquila imperiale, e aveano trentacinque ville, in città abitavano nella via mozza che ancor dicesi la stretta Pusterla, donde dominavano quasi tutta la Porta Ticinese, e vuolsi introducessero quelle palanche o cancelli fra la porta di via e il cortile interno, che da loro diciamo pusterle. Un dato giorno questa famiglia allestiva un enorme cavallo di legno, il quale, tirato dai facchini della Balla, a suon di musica procedeva pel corso di Porta Ticinese fin al Duomo: ivi schiudeasi, e ne usciva gente coi regali da presentare in omaggio alla metropolitana. Terminavasi in lauti pasti agl’innumerevoli clienti, trattati secondo il grado nelle capaci sale e nei clamorosi cortili.

Gli avran ripetuto il nome di Bartolomeo Arese, presidente del senato e reggente del supremo consiglio d’Italia, versatissimo negli affari, che faceva fabbricare il palazzo ora Litta, la villa di Cesano Borromeo, il convento de’ Domenicani a Barlassina e quello di San Filippo in città, ricostruire Santa Maria Porta, e in San Vittor grande una ricchissima cappella, e dopo tutto ciò le sue ricchezze bastarono a far doviziose due famiglie, i Borromeo e i Litta [11].

Era vanto l’arricchir la Chiesa di cui erano popolani, e porvi altari e monumenti e sepolture ; come fecero gli Omodei alla Vittoria; i Carini, i Trotti, i Brivio a Sant’Eustorgio; i Castiglioni a San Francesco; i Trivulzio a Santo Stefano; i Visconti Modroni a Santa Sofìa; i Vimercato e i Borromei alle Grazie; i Robbiano a San Lorenzo. Il marchese Alessandro Modrone regalò a Sant’Alessandro ametiste, diaspri, sardoniche, lapislazzuli fin di dodici oncie di grandezza, donde furono strarricchiti il pulpito, l’altare e fino i confessionali.

Finalmente comanda Sua Eccellenza al Capitano di Giustizia, el Podestà di questa, et altre Città, et particolarmente di Pavia, et ad ogni altro a chi spetta, che ciascuno per li beni, che sono nelle loro giuriditioni, facciano pubblicare la presente ne’ luoghi opportuni, et ne procurino la puntual’osseruanza, procedendo rigorosamente contro trasgressori alle pene in questa Grida comminate, et dando parte all’Eccellenza sua delli casi, che odoreranno degni della sua notizia”.

Noi possediamo una quantità di gride di simile tenore, concedute a privati, a comuni, a corporazioni fin allo scorcio del secolo passato.

Le pinguissime beneficenze che durano tuttavia a Milano, attestano la lautezza e la carità de’ patrizj. Basta nominare i Borromei, solo aggiungendo che il conte Vitaliano, nel 1637, per magnifico capriccio, trasmutava un nudo scoglio sul Lago Maggiore nella incantevole isola Madre, con dieci giardini degradanti, e sotterranei e palazzo.

Nè questi signori teneansi estranj agli studj: e l’abate Pucinelli nel 1670 pubblicava un Ateneo di letterati milanesi dove, principalmente come giureconsulti, figurano gli Aresi, i Confalonieri, gli Archinti, i Bigli, i Taeggi, i Redaelli, i Castiglioni, i Vimercati, gli Origoni, i Caimi, i Visconti, i Pietrasanta, i Settala, i Monti, i Casati, i Serbelloni, i Corio, i Lampugnani, i Terzaghi, i Triulzj, i Gherardini, i Ro, i Porro, i Rovida, i Tanzi, gli Stampa, i Bossi.

Questa medesima enumerazione di famiglie attesta come la nobiltà formasse, non uno stato propriamente detto, ma un ordine segregato dai cittadini e dai plebei; ad essi il senato, ad essi il collegio de’ dottori, ad essi i canonicati del Duomo e il posto d’arcivescovo [12].

A chi gli ricordava tali cose, il Parini avrà domandato se ciò che alletta colla speciosa splendidezza non è ben diverso da ciò che favorisce la dignità umana. In fatto, a tacere la depressione delle classi inferiori, l’interno stesso delle nobili famiglie era mal disposto all’educazione morale. L’orgoglio, seminato ne’ teneri cuori, cresceva tra le piacenterie de’ parassiti e le umiliazioni d’una folla di servi, marcenti in colpevoli ozj [13]; con un padre despoto sui figliuoli; col continuo esempio del far nulla, riconosciuto per unica degna occupazione; coll’irritante spettacolo della disuguaglianza tra i fratelli. Imperocchè i principi, avendo avvisato che al lustro del trono giovasse circondarsi di sfarzo, secondarono la vanità coll’istituir per legge i maggioraschi, pei quali tutte le ricchezze di un casato affluissero in mano del primogenito. Onde continuare la grandezza nella parentela, anche i collaterali su quell’uno concentravano le eredità, ma queste erano legate in fedecommessi, sicchè egli non le poteva nè vendere, nè mutar di destinazione. Accumulate le ricchezze e impeditane l’equa diffusione; mantenuta una tradizione di lusso, di doveri, di clientele, moltissimi signori davansi aria e trattamento da principe, e ne aveano i mezzi. Non pochi teneano fin cinquanta servidori, moltissime carrozze, che bastasser ai principali ministri della casa e al medico e ai maestri, oltre che il padrone dovea sempre uscire con più d’una, quasi corteo: in non poche case macellavasi quotidianamente, e la credenza preparava privatamente una varietà di dolci, di paste, di gelati; il pranzo doveva esser affollato di convitati, la conversazione serale ricreata da rinfreschi; alle lunghe villeggiature si traeva può dirsi un nuovo paese nel paese; continuo ricambio di carrozze conduceva e riconduceva i visitanti e il poeta e il maestro: oltre le caccie e le passeggiate, si trasferivano in villa i giuochi, i balli, i sinistri esempi della città; e perfin ne’ godimenti campestri conservavasi quell’artifizioso che è rivelato dalle ville e dai giardini d’allora, coi parterre simmetrici, coi diritti viali, colle grandi cerchiate di carpani, colle siepi di mortella foggiata a bizzarri disegni.

In quell’ozio si disfacevano le pingui entrate, e poichè ai primi sconcerti non poteasi riparare col vender qualche parte de’ latifondi, legati in fedecommessi, finivasi in turpi fallimenti.

Tacciasi lo svantaggio derivante al commercio, alle arti, all’agricoltura; ma nelle case venivasi a trovare un fratello traricco, titolato, riverito, carezzato; gli altri poveri, oziosi per decoro e, per mancanza di mezzi, destinati a guardarlo come un tiranno, il quale, per solo dovere, serbava loro un piatto alla sua mensa: e avvilirsi, sopportando i dispettosi fastidj di esso e degli altri fortunati del mondo, ai quali si ghermivano per vivere riccamente. In tal condizione i cadetti menavano intrighi, sollecitavano grazie e ingiustizie fra i parenti e pei parenti, e quella impunità di ingiurie che chiamavasi soddisfazione; corteggiavano le dame coll’assiduità permessa dall’ozio e suggerita dal bisogno; e sovra la plebe esercitavano tante arroganze, quante doveano soffrirne dai loro pari più ricchi. D’entrar con onore in società avevano costoro tre vie: gl’impieghi, il sacerdozio, le armi; l’industria no, che gli avrebbe degradati [14]. Ma gl’impieghi erano minuti, nè offrivano lucro alla titolata mendicità. A certe dignità e benefizi ecclesiastici si giungeva non col lungo travagliare nella vigna di Cristo, ma col discendere da illustri padri. Udiamo tutto dì lamentare perchè l’abolire gli ordini religiosi abbia chiuso uno sfogo alle famiglie numerose; ma le convenienze domestiche saranno elle bastante ragione per avviare alcuno sopra una carriera che tante virtù esige, tanti sagrifizj? Che se le canzoni ed i proverbj volgari ridondano di frizzi contro la santità di quegli istituti, a chi la colpa?

L’inclinazione battagliera degli Italiani, dopo che non potette profittarsi per la patria, s’era dapprima sfogata in tracotanze, continuando la piccola guerra nel cuor della pace; poi l’opera del tempo e il marasmo della servitù forestiera aveano represso quelle tracotanze, ma insieme ogni spirito guerresco. Nè i Lombardi soli, ma tutti gli Italiani erano divezzi dalle armi, se eccettui il Piemonte forte di venticinquemila soldati e quindici castella: a Genova, bastava appena un migliajo e mezzo di soldati: altrettanti al Modenese: meno del doppio a Parma; due centinaja alla placida Lucca; quattromila alla Toscana; da cinque in sei mila al papa; Venezia con buone fortezze e ricco arsenale teneva in essere quindici bastimenti grossi e cinquantaquattro minori, ma de’ ventimila suoi soldati ben pochissimi non erano stranieri, nè voleasi che i nobili primeggiassero nella milizia. Napoli, proveduto di grosso esercito, di vascelli e fregate ed artiglieria, pure lasciava che i ladroni di Barberia predassero impunemente le coste. In Lombardia si armavano le fortezze di Mantova e Milano, e quattromila soldati si cernivano dagli ergastoli o si descrivevano per ingaggio. Prima i Francesi nel 1705 vi avevano ingiunto la coscrizione forzata, ma invano: Maria Teresa la ritentò il 1759, ma i giovani fuggivano dal peso durissimo perchè insolito, tanto che fu necessità desistere. Giuseppe II tenne esente dalla leva questa provincia: e quando, gridata la guerra della rivoluzione, Francesco II chiese milletrecento reclute per riempire i due reggimenti italiani Belgiojoso e Caprara, lo Stato, per rimanerne scarico, esibì centomila zecchini l’anno finchè tornasse la pace.

Poichè dove mancano le cose sogliono affettarsi le apparenze, molti dei cadetti nobili davano il nome alla milizia di Rodi o ad altre religioni cavalleresche, degenerate dal primitivo istituto, e che non faceano se non aggiunger ai vizj il sacrilegio, mediante i voti di castità e povertà; e quella distinzione era ambita, perchè richiedeva rigorose prove di purissimo sangue [15].

Troppi dunque de’ signori di quel secolo si condannavano da sè all’accidia, rifuggendo i gravi ministeri nella patria esercitati, le severe leggi, l’annojante domestica economia, misero appannaggio della canuta età [16]. Così i gaudenti di quella generazione, che avea perduto il vantaggio delle prische istituzioni, preludevano ai difetti dell’età nostra: fiacchezza ed egoismo. Per la prima riponeano il supremo bene nel riposo; evitando i bronchi e i passi scabrosi sul cammino della vita, per cercare solo il declive e i fiori. Di là insulsaggini cortigianesche, e femminili smancerie, e sonnolenti volontà, che, per sottrarsi alla fatica del pensare e del fare, strascinavansi terra terra sulle orme altrui; servilità che si rinviene nella letteratura al par che ne’ costumi. Descrivendosi attorno un angusto circolo di tempo, neppur si pensava ad abbellirsi collo splendore delle arti, a preparare ai figliuoli un’abitazione, ai posteri un monumento. In sì lunga pace, le arti non fiorirono qui; non si davano commissioni come nel 600, tutto consumando in frivolo lusso: la stessa insigne fabbrica del Duomo, monumento della ricchezza e della libera operosità degli avi, pendendo interrotta, accusava la diversità dei tempi.

L’egoismo poi, sconoscendo la dignità della natura umana, persuadeva che i mortali fossero nati gli uni a godere, gli altri a procacciar loro i godimenti; gli uni ad inebriarsi al banchetto della vita, gli altri a raccoglierne stentando le briciole cadute. Dominava ne’ ricchi il convincimento d’una supremazia, non acquisita e meritata, ma ingenita, e che perciò non si perderebbe per vigliaccheria o per malvagità. E di mezzo ad espressioni amorevoli, ad alti benefici, uno sguardo, un frizzo, un’ affabilità insolente avvertivano che le loro cortesie erano una degnazione [17]. La legge stessa il sanciva, determinando con puntigliosa esattezza titoli e distintivi [18], esimendo i nobili da aggravj, i quali venivano a pesare viepiù sui volgari, e a loro concedendo tribunali distinti, per modo che il plebeo, ricorrendo alla giustizia, dovea temere di vederla, da giudici nobili o eletti da nobili, sagrificata alla protezione. Il pregiudizio, potente ancor più che la legge, dava al signore offeso di chieder ragione colla spada, mentre il plebeo che l’avesse osato, toccava le bastonate; moneta con cui troppe volte erano ripagati dai signori i torti non solo ricevuti, ma fatti.

Propagavasi quell’alito dagl’individui alla società, fomentato anche dai civili ordinamenti, che separavano d’interessi una città dall’altra, e ciascuna città dalla sua provincia: e sopendo ogni sentimento di nazione, ogni interesse di cose italiane, faceano guardar con disamore i vicini, con indifferenza i compatrioti.

L’aristocrazia non credasi pecca speciale del nostro paese: tutto il mondo ne soffriva e di peggior modo. Nel napoletano era stata fiaccata dalla avvedutezza dei re, che dai castelli l’aveano chiamata a logorar le sostanze e i costumi alla Corte, sicchè non era più elemento di opposizione. In Roma era pretesca, e cernita da tutto il mondo e da ogni classe. In Toscana, d’origine popolare, scarsa di ricchezze, di pretensioni, di privilegi; ma non voglio tacere che quando Pietro Leopoldo vi proibì i giuochi di zara, ne eccettuò il casino de’ nobili; il che del resto fu sempre tenuto anche in Lombardia. A Torino, d’origine feudale, la nobiltà era legata fra sè con privilegi reali e rappresentanza meglio che altrove. Dominava poi nelle repubbliche aristocratiche; a Genova dedita ai commerci; a Venezia divisa in due parti, l’una sovrana, l’altra povera e intrigante; e che da un lato supremeggiava sulla plebe, fin a sputare dai palchetti nella platea; dall’altro legavasi ai popolani con mille vincoli di patronato, che fanno ancor cara nelle memorie del volgo quella nobiltà, che gli storici e i romanzieri non han colori abbastanza foschi per dipingerla. Lucca si ostinava a restringere il potere nelle poche famiglie privilegiate dalla legge martiniana; e nel 1711 provedeva contro que’ cittadini originari che sposavano persone inferiori, poichè «la giustizia non consente che chi è destinato a governare altri possa avvilupparsi in modo di meritare il disprezzo di chi deve stargli sottoposto»: e decretava contro una tale «viltà, che, denigrando la riputazione delle famiglie particolari, ne rimane in qualche modo offuscato anche il decoro di tutto l’ordine». Quindi chi la commette decade dal grado; facendo però eccezione per que’ matrimonj che, «sebbene al primo aspetto appariscano vili e indecenti, non sieno poi in effetto tali, o per ragioni di grosse doti, o speranza ben fondata di eredità considerevoli» [19].

I nobili lombardi, mansuefatti dallo stesso clima che fa le volontà benevole, e frenati da un governo che tendeva ad assorbir le piccole forze, meno che altrove abusavano di un’albagia che sarebbe stata resa più ridicola dall’impotenza. Eppure continue mortificazioni recava all’amor proprio il vederli sceverarsi in ogni atto dagli altri; essi distinti per abito, per carrozze, per schiere di servi, pei lacchè, per le spade, per gli strascichi: mortificazioni più amare quando venissero da persone, in cui, chi si sente nato a soffrir il male ma non l’ingiustizia, non potesse riverire nè la virtù del cuore, nè i lumi dell’ingegno.

E il Parini ci descrive la nobiltà infingarda, vana, voluttuosa, ma non tiranna; protettrice insultante piuttosto che soverchiatrice; nè armata di speciali e avvilenti diritti, com’era quella di Francia. E di Francia in fatto venne al nostro popolo l’odio contro alla nobiltà, alla quale poi si fece una codarda guerra nel 1796, che di rimpatto una scellerata riazione operò nel 1799; che nel 1814 sperò restaurato il proprio regno, e invece si trovò soccombente ai progressi dell’eguaglianza civile; che nel 1838 ringalluzzì di stolida boria; e poi, per salvar questa, rovinò le lombarde speranze. Ma nè ora furono colpevoli tutti, nè erano ai tempi del Parini.

Scusare chi nasce in miseri tempi se non sa andare a ritroso della corrente universale, e scagionare i nobili ignavi perchè somigliavano a tutti quelli del loro secolo, è da menti fiacche, le quali si curvano alle difficoltà come a necessità fatali. Mentre alcuni, e di casi pure i più, fra i nobili accidiavano, altri sorgeano coraggiosi alle virtù e ad opere di utile comune. Non essendo ancora la società ossessa dall’incubo regolamentare, invece di quella superfetazione d’impiegati che poi degradò i governi riducendoli ad una meccanica pressione e alla cachessia dell’uniformità, gran parte della pubblica attività lasciavasi ai corpi ed ai comuni, onde nell’amministrazione del patrimonio pubblico e della giustizia molto restava a fare gratuitamente ai nobili. Essi cominciavano la carriera col protettorato de’ carcerati, il che li rendeva pratici del Foro, e sottili nell’osservare le procedure a vantaggio de’ loro protetti; essi ascritti a’ collegi de’ dottori legali o fisici; essi presidi alle cause pie; essi avvocati officiosi. I dominatori non aveano conculcato il sentimento nazionale col porre ne’ principali uffizj persone forestiere e ignare; e le più delle poche cariche restavano a’ paesani.

Ora che gli impieghi son accentrati nel governo, da questo chiedesi la nobilitazione, direi quasi la creazione, giacchè soltanto una nomina fa che l’uomo sia qualche cosa. Allora al contrario il nobile occupato presso le Provincie e nelle magistrature avrebbe preso sdegno d’esser tenuto per un impiegato; il conte, il marchese erano qualche cosa prima d’essere una dignità, e davano importanza alla carica, invece di trarla da questa.

Ne’ bisogni della patria, o per sostenerne le ragioni, alcuni nobili erano spediti alla Corte imperiale, e perchè, atteso il Foro ecclesiastico, molte cause veniano riportate a Roma, colà risedevano sempre un auditore del palazzo apostolico e un avvocato del sacro concistoro, tolti dal collegio de’ giureconsulti, fra il quale pure sceglievasi l’arcivescovo di Milano. Sotto Carlo VI alcuni patrizj furono ascritti al grandado di Spagna; altri fregiati del toson d’oro: due milanesi andarono anche vicerè a Napoli [20]. Quando la gerenza de’ comuni e delle provincie, le idee morali e gl’interessi materiali non restavano incatenati all’assolutismo centrale, fedecommessovi dalla rivoluzione e dal Buonaparte, i nobili erano i rappresentanti nati della città propria, il che, allettando co’ privilegi e colla partecipazione del potere, toglieva la voglia di abbandonarla e di affluire alla capitale, come venne poi di sciagurata consuetudine. In quell’utile palestra, i signori s’adopravano coll’impegno di chi ha a custodire una tradizionale reputazione; e di danari proprj faceano eseguire lavori, ricerche statistiche. Occupandosi all’amministrazione del patrimonio pubblico, ne prendeano indirizzo e abilità nella pubblica economia. Era fra essi anche una tradizione di studj classici: alte scuole gesuitiche assistevano agli esami molti cavalieri, i quali discutevano cogli alunni sopra materie filosofiche e letterarie; prova che non le ignoravano [21].

Fra le tradizioni d’una casa nobile v’era anche la protezione verso i dipendenti e la cura del loro miglior essere, comunque voglia dirsi che in quelli si vedeva non la dignità di uomini, ma la qualità di subalterni. L’inumano abbandono del contadino alla inesorabile avidità d’un affittajuolo, che, pagato caro il possesso, deve smungerlo ad ogni modo, era ignota ai padri di quei che ora l’esercitano fra pompose declamazioni di filantropia; il contadino moriva sul fondo coltivato da suo padre o da suo nonno, e che trasmetteva ai figli e ai nipoti insieme colla riverenza ai padroni, i quali egli era certo lo salverebbero dalla fame e dai soprusi. Anche i servi eran nati in casa o entrati fanciulli; cresciuti coi padroni, gli amavano direi per istinto; annestavano la propria sulla famiglia di quelli. Così avveniva de’ ministri della casa, così degli artieri: patronato che costituiva un nuovo legame sociale, appoggio ai piccoli, lustro ai grandi. Chiamiamola pure vanità, neghiamo ogni merito ai ricchi che proteggevano; ciò non toglie che gl’inferiori se ne trovassero meglio e tranquillati sul loro avvenire. Chi consideri che i ricchi aveano modo d’ottener una educazione, inaccessibile ai poveri, che essi aveano cognizione delle leggi per istudio, pratica degli affari per tradizione, potenza d’impegni e volontà di tutelare per ispirito di classe, sentirà di quanto potessero riuscir giovevoli la fiducia che l’uomo istruito ispira all’ignorante, la protezione del ricco intelligente, sul povero laborioso, l’influenza di un nome conosciuto da lungo tempo, di una persona esposta al pubblico sguardo fin dalla nascita.

Vero è che quella clientela poteva degenerare in fiacca condiscendenza, in una persuasione di naturale inferiorità, che non lasciasse scorgere tampoco i difetti de’ padroni, e le arroganze ne ascrivesse alla condizione.

I meglio studiosi, i più caldi promulgatori degli oracoli del tempo sorsero appunto fra quella classe, a cui la fortuna dava ed agi e tempo da studiare, e appoggio di parentele, e indipendenza di parola. Fa duopo ch’io nomini il Beccaria e i Verri? A quel caloroso Pietro Verri, che tanto male disse del suo paese e tanto bene gli fece, supponiamo che alcuno, al diffondersi delle idee giacobine, rinfacciasse l’esser nobile: «Che?» avrebbe potuto dire: «Non son tra la nobiltà i più bei nomi che vanti la patria nostra? Un Cristoforo Casati, che in sua casa raccoglie i migliori artisti e scrittori e gli incoraggia di lodi e sussidj, giurisperito egli stesso ed antiquario di vaglia, come il prova il suo lodato libro dell’Origine delle auguste case d’Austria e Lorena: un Carlo Trivulzio, che fece ricchissima raccolta di libri e di numismi; il marchese Corio Gorini, comico lodato e che nella sua Politica, Diritto e Religione anticipò molto delle idee or gridate per le piazze [22]: il marchese Guidantonio Brivio valente matematico: il conte Gustavo Taverna, e l’abate Trivulzio, raccoglitori numismatici diligenti; Girolamo Birago, capacissimo, avvocato, massime in materie di fedecommessi, e autor di commedie e poesie, tra cui Meneghin alla Senavra, ove descrive gli esercizi che i gesuiti davano in quella lor casa: il conte Carlo Pertusati presidente del senato, la cui biblioteca di ventiquattromila volumi, comprata dalla nostra Congregazione di Stato, divenne il fondamento della biblioteca di Brera [23]; un conte Archinto Carlo, gentiluomo di camera dell’imperatore, tosonista, grande di Spagna [24], il quale, studiato a Ingolstadt e viaggiato assai, raccolse e libri e stromenti matematici, scrisse varie operette, di cui alcune stampò, istituì un’accademia di scienze e belle arti, e con alquanti nobili amici [25] fondò la Società Palatina per pubblicare le insigni fatiche del Muratori e del Sigonio. Oltre il munificentissimo cardinale Durini, il nostro cardinal Pozzobonello sarà un pezzo ricordato fra i migliori arcivescovi, che da quarant’anni sostiene il decoro della sua sede come chi non teme i grandi perchè non soprusa ai piccoli. Il conte Luigi Castiglioni, dai viaggi transatlantici riportò in patria nuove piante, nuove industrie e cognizioni dell’uomo. Il conte Donato Silva qui introdusse piante esotiche, e di libri, di danaro, di rari strumenti coadjuva gli studiosi, mentre suo fratello Ercole scrive sui giardini all’inglese. Il conte Carlo del Verme raccolse in sei volumi i monumenti della propria famiglia, ajutato dal padre Cesare Brusati novarese, che vi antepose una dissertazione De nobilitate [26]. Il conte Serbelloni primeggiò nelle guerre di Francia o Turchia sotto Carlo III, poi in quella di successione e dei sette anni. Ignazio Basca, nunzio pontifizio nel Belgio, or cardinale e governator di Roma, cerca introdurvi gli ordinamenti municipali, come li vedeva in Fiandra e nella nostra Lombardia [27]. Il conte Andreani ci mostrò i primi parafulmini e il primo volo areostatico nella vicina villa di Moncucco [28]. Il conte Imbonati fu l’amico e il padre di tutti i nostri letterati, ai quali presiedeva nell’Accademia de’ Trasformati [29]. Il conte Giorgio Giulini radunava le Memorie del Milanese, improba fatica. Volete vi citi delle dame? Eccovi la contessa Clelia Borromeo Grillo, che fondò un’accademia filosofica letteraria, dove, senza le ridicolaggini delle Preziose di Parigi, fortunatamente ignote alle nostre dame, raccoglieva i migliori ingegni, e vi faceva sperienze l’insigne naturalista Spallanzani; e il famoso padre Grandi, restauratore in Italia della sintesi sublime, dedicava ad essa un’opera, e da essa intitolò le curve clelie, e non era forestiero che non volesse averla conosciuta. Maria Gaetana Agnesi dei feudatari di Montevecchia a nove anni die’ un saggio di retorica con una orazione latina stampata [30]; a quattordici suo padre aprì in casa un’accademia, dove essa per molto tempo spiegò filosofia, ricevendo objezioni da chichefosse; poi nel 1738 diede un’accademia più grande, dove espose a moltissimi concorrenti tutta la filosofia [31]. Nelle Istituzioni analitiche (1748) svolse con chiarezza il sistema di Leibnitz e rintegrazione delle differenziali a molte variabili, tradotte, applaudite in tutta Europa, benchè qui neppure sapute [32]; e, più quanto dotta, si ritirò a servire i poveri nel Luogo Pio Trivulzio. Sua sorella Maria Teresa (1718-99) la ammiriamo sonatrice di cembalo e compositrice di musiche, fra cui quella della Semiramide. Quante volte la contessa Francesca Bicetti Imbonati colle sue poesie eccitò gli applausi de’ nostri Trasformati!

“Non è questo un tal corredo da far perdonare la nobile nascita? E se volgiamo un occhio a qualche altra città dello Stato, per esempio a Como, troviamo nei Rezzonico un papa Clemente XIII e un cardinale; il conte Anton Gioseffo antiquario, autor delle Disquisitiones Plinianæ, e suo figlio Carlo Gastone, un de’ letterati più festeggiati dal secolo; in casa Erba il marchese Gerolamo reggente di Stato, e due cardinali, uno de’ quali Benedetto fu nunzio in Polonia e arcivescovo di Milano; nei Lucini uno cardinale e applaudito controversista, uno vescovo di Gravina e uno di Capsa negli infedeli; e il marchese Matteo tenente maresciallo, che lasciò settantamila scudi a quell’ospedale. Nei Rovelli, il somasco Carlo Francesco applauditissimo predicatore, Carlo vescovo in patria per sempre memorabile, il marchese Giuseppe che or detta una storia delle migliori fra le municipali. Degli Odelscalchi, Antonio tradusse e supplì gli statuti di Milano; il conte Marco fu visitator generale delle manifatture, e in patria occupò fanciulli e uomini a filare negli ozj invernali, il che meritogli medaglie d’oro dalla nostra Società Patriotica. Da questa fu premiata la Teresa Ciceri per aver filato il gambo del lupino e l’amianto, e diffuso la coltura delle patate. Aggiungete un cardinale Stoppani, un Pellegrini vescovo di Epifania, poi in patria, dov’ebbe successore il Muggiasca, anch’esso patrizio. De’ Clerici il marchese Giorgio salì presidente del senato, e un altro fu proprietario d’un reggimento di fanteria. Grado di generali v’ebbero il marchese Casnedi, un Gaggi, un Cernezzi. Il marchese Giambattista Raimondi fu vicario generale dello Stato. Ignazio Martignoni, buon giureconsulto e buon dettatore d’eloquenza, sfangandosi dalle usuali pedanterie, ponderando il merito anche de’ forestieri, asserisce che “più il vero che il verosimile c’interessa”; chiede ai filosofi «nella letteratura quella tolleranza che tanto predicano nelle cose della religione», raccomanda l’imitazione della natura, imitazione libera e originale; ed esser armento chi non lei, ma imita qualche scuola particolare: pone il gusto nel più fine raziocinio congiunto al più squisito senso, nato dall’abitudine d’esaminare, distinguere e confrontar le cose e le idee; e vuol un giusto equilibrio d’immaginazione, giudizio, affetto. [33]. Fulvio Tridi s’occupò delle antichità patrie e della storia del commercio. E senza assicurarmi da ommissioni, chiuderò coi nomi del conte G. B. Giovio e di Alessandro Volta, destinati all’immortalità. « Senza uscire da quest’ alta Italia, voi trovate a Bergamo il Beltramelli, in corrispondenza co’ migliori, e che allevò la contessa Suardi Grismondi, poetessa immortalata or ora dall’Invito del Mascheroni: Ferdinando Caccia architetto ed erudito, che cercò ne’ libri elementari introdurre metodi meno fastidiosi d’insegnamento: il conte Lupi che nell’erudizione de’ mezzi tempi vide tanto addentro.

« Nella terra ferma veneta avete pure a Brescia il conte Duranti buon poeta, Giulio Baitelli, che scrisse sui Cenomani ed ebbe una sorella grecista e poetessa, il qual merito divideva colla Camilla Fenaroli Solaro: il Corniani, autore della Storia letteraria; il Mazzucchelli [34], oltre il cardinal Quirini e Antonio Brognoli, protettore caldissimo delle lettere e autore di elogi e d’un poema sui Pregiudizi; un Pompei, un Algarotti, un Roberti, scrittori vivaci se non diligenti: due Pindemonti, lo Spolverini, l’insigne Scipione Maffei: il conte Daniele Florio d’Udine, poeta distinto dalla imperatrice e da Metastasio: il conte Lodovico Barbieri vicentino, filosofo di molte scritture; il Lorgna naturalista, che fondò a Verona la Società Italiana dei quaranta, destinata a raccor le forze scientifiche di tutta la nazione. Fra gli eruditi han grido i conti Carlo Silvestri di Rovigo, Ottaviano Guasco di Bricherasio; Rambaldo Azzoni degli Avogadri, che in Treviso stabilì l’accademia de’ Solleciti, e fabbricò e dotò una biblioteca.

«Di tanti patrizj veneti appena nominerò i serenissimi dogi Grimano e Marco Foscarini, Vincenzo Pasqualigo, Ascanio Molin, Giandomenico Tiepolo, Francesco Foscari ambasciadore presso molte Corti, che da Biagio Ugolini fe compilare e stampare a sue spese il Thesaurus antiquitatum sacrarum in trentaquattro volumi in foglio, oltre sussidiare la Bibliotheca veterum patrum del Galand in ventiquattro volumi: e non tacerò il Falletti che con munificenza regia fe modellare al vero le migliori statue del mondo, e con una quantità di bronzi, di schizzi, di bozzetti, di copie, di quadri, li collocò nel proprio palazzo a vantaggio degli studiosi.

«Fra i Piemontesi, del conte di San Rafaele si leggeran sempre volentieri il Secolo di Augusto e altre operette tutte morali: e con esso procedono i conti Balbo, Galeani Napione, Gio. Francesco Bagnolo, antiquario, che illustrò le tavole eugubine; i Robilanti militari e minerologi: il Saluzzo di Menusiglio, un de’ restauratori della chimica e delle migliori teorie dei gas e della combustione; Buronzio del Signore vercellese, che trovò o illustrò eruditissimamente le opere del vescovo Attone, e perseverò negli studj finchè fu chiamato arcivescovo di Acqui, di Novara, di Torino. L’avvenire più non dimenticherà il conte Vittorio Alfieri.

«Volete nobili architetti? mi cadono a memoria i conti Francesco Ottavio Magnacavalli di Casalmonferrato, Andrea Arnaldi vicentino, Girolamo Pozzo veronese. Volete guerrieri? basti nominarvi Alessandro Maffei veronese, maresciallo, terror de’ Turchi, e lo Zeno e l’Emo, che or ora mostrarono non esser Venezia indegna del suo passato. Volete matematici? eccovi tre Riccati, il marchese Fagnani, il nostro Annibale Beccaria, il Carli, il Frisi, il Fe, il Marinoni ».

Questi nomi avrebbe potuto trovar nella sua memoria il Verri, a tacer quei tanti che una fama precaria solleva; a tacere i bellissimi della sua famiglia ed altri che, fattisi educatori della nazione, cercavano nuove guarentigie d’ordine e di sicurezza, nutrivano e spingevano innanzi la speranza del sociale progresso. E il Parini che per avventura l’udisse, e che credesse con ciò risposto alla sua satira, avrebbe potuto rispondergli: — A questi somiglino coloro che fossero disposti ad irritarsi al ritratto de’ loro maggiori; o mostrino la più giusta maniera di sdegno col forbirsi dai difetti che altri ne dipinge, col mostrarsi diversi da quella spuria genia che non trae orgoglio se non dall’orpello, e le cui brighe, anche nella decadenza sua e nei trionfi dall’ugualità, molestano il paese e chi nega incensi al cataletto donde non esce più che il fetore dell’antico vanto e della presente putrefazione.

Cicisbei - Litanie particolari

- Allegria - Benevolenza.

Nè meglio avviato era quel sesso alle cui cadute la Seduzione mascolina prepara una scusa col qualificarlo debole. Le future madri e spose, invece dell’opportunissima educazione domestica, erano affidate a persone che per istituto dovevano ignorare di madri e di spose gli affetti e le cure, e odiar il mondo a cui le allieve erano destinate. Che se la castità è la suprema virtù nelle donne, non è l’unica, e le vergini fatue perdettero lo sposo perchè non aveano ammanito l’olio. I genitori, solleciti d’impinguare il retaggio de’ primonati, inducevano e talora fin costringevano le fanciulle a legarsi in voti perpetui, a guasto della felicità e dei costumi [35].

Dispensandomi dal ripetere i troppi aneddoti, solo accennerò d’una fanciulla, che, astretta dai genitori, si vestì monaca: pronunziati i voti, prima che padre e madre si ritirassero, implorò di favellar loro: entrano in parlatorio, essa di dietro la crate cominciò a maledirli, e tutt’insieme coi legacci delle calze si strangolò [36].

Quelle che non erano destinate a rimaner nel chiostro, ne uscivan al momento del matrimonio; o se prima, affidavansi ad aje che per una nobile e vera ne insinuavano troppe di falso pudore e di civetteria. In una soggezione la quale tarpasse la vivacità così cara delle fanciulle e le privasse del coraggio ch’è tanto necessario a mogli e madri, educavansi alla danza, al suono, al parlar francese. E così in parte si continua a crescere le fanciulle, e si continuerà finchè le occupazioni della donna, senza fallire agl’intenti della natura, non vengano nella convivenza civile coordinate alla prosperità d’un paese, alla gloria d’una patria, in gara d’utilità colle virili [37].

Senza aver sentita la deliziosa infanzia del sentimento, o combattute le ingenue emozioni d’un primo affetto, venivano chiamate a nozze, ove non erasi studiato di combinare quelle convenienze d’anima, di spirito, di carattere, d’età, d’abitudine, di temperamento, di fortuna, donde l’equilibrio necessario alla felicità di due sposi: ma solo la prudenza coi canuti padri sedendo, aveva librato il molto oro e i purissimi sangui [38], dimenticato il santo fine del matrimonio (bellissimo simbolo delle civili istituzioni, ove due esseri si comunicano il sentimento, il pensiero, la speranza, la vita; nodo cui natura preparò colle affettuose commozioni, cui abbellì colla felicità che pose nell’amare, nel dare, nel ricevere) gli uomini toglievano moglie quando sazj o logori delle dissolutezze le fanciulle speravano una viziosa libertà in un nodo indissolubile.

Roma antica aveva stabilita l’assoluta dipendenza delle donne, rispettate sì, ma tenute in tutela; occupate solo ne’ domestici recinti ad allevare i futuri padroni del mondo: e a gran lode si disse di una, domum servavit, lanam fecit. Fra i Germani, al contrario, venerata, la donna parlava ne’ consessi, discuteva, profetava; donde la sovranità delle bionde capelliere, donde la galanteria, donde i longevi amori. Il cristianesimo recò dignità alla femmina sollevandola in cielo a fianco di Dio. Da questi tre elementi della moderna civiltà, risultò la cavalleria, che proclamò l’eccellenza delle donne a fronte della legale loro servitù; quando i prodi voleano ottener da esse licenza d’amarle, di dirglielo, di correr per esse a ferir torneamenti o fiaccare tiranni, di portarne i colori e la divisa, e farsi belli della pubblicità di questo omaggio. E insigne parte nel mondo sostennero le avole nostre; e fino al XV secolo, non solo conversavano cogli uomini, ma tenevano adunanze, le avvivavano colla bellezza e col brio, siccome può vedere chi cerchi ne’ cronisti e ne’ novellieri dal Boccaccio fino al Bandello. Ma dall’Asia esagerate idee dell’onor femminile avevano gli Arabi recate: da cui le bevvero gli Spagnuoli, che poi, con altri mali, le comunicarono all’Italia nostra. Allora il contegno compassato, certa inesorabile divozione, un onore supremamente puntiglioso indussero a rinserrar le femmine, segregate dal consorzio maschile. Durando il dominio spagnuolo, qui non usavano circoli e ritrovi numerosi; ogni famiglia faceva crocchio da sè, per discuter gravemente di onore e di domestica economia: le dame non si trovavano accanto agli uomini, se non fossero stretti parenti, ed avendo il governatore duca d’Ossuna raccolto una volta a circolo la nobiltà d’ambo i sessi, ne nacque tale scandalo che ben s’astenne dal rinnovarlo.

Saltar la barriera di questo fittizio onore osò il principe di Vaudemont, ultimo de’ governatori a nome della Spagna. Cresciuto alle maniere francesi, radunava di frequente i nobili nel suo palazzo; villeggiava scialosamente convitando i primati e permettendo, anzi stuzzicando il libertinaggio, sicchè i giardini suoi alla Bellingera, poco fuor di Porta Orientale, acquistarono appo i padri nostri un’oscena rinomanza.

Allora, secondando l’esempio delle corti borboniche, le quali aveano messo l’adulterio in trono, e del libertinaggio faceano mentosto un piacere che una professione, i nobili lombardi si precipitarono al nuovo sentiero, tanto più violenti, quanto n’erano stati più rattenuti. Le donne, non premunite da buona educazione, che le rendesse capaci di apprezzar i sagrifizj onde un marito arrivò all’agiatezza, impazienti di pavoneggiarsi in un mondo de’ cui pericoli aveano quell’idea esagerata che non arma ad incontrarli, ma scoraggia dal resistervi, abbracciarono con avidità l’impero che loro conquistava la bellezza, e scambiarono per amore i susurri della galanteria. Ai cavalieri ozianti qualcosa poteva giungere più opportuna che un tale sbrigliamento? e così nacque la strana genia de’ cicisbei [39].

La dissolutezza, lo spregio della fede coniugale erano tutt’altro che cose nuove, nè i mariti che mangiassero il pane della loro turpitudine [40]. Onde non vuolsi dire che i cicisbei rompessero primi la moralità, ma ridussero a regola quel ch’era disordine; al vizio diedero una specie di legalità; e il pudore che dissimula mutarono in vanità che ostenta. Non fu più il peccato d’aver qualche donna l’amante, ma il dovere che ognuna l’avesse, per non parer ridicola; ridicolo un marito che uscisse in pubblico colla propria donna; che più? in contratti nuziali veniva stipulato che alla dama fosse concesso il cavalier servente, e talor anche nominatamente un tale [41].

Com’avviene d’ogni usanza comune, i contemporanei parlarono de’ cicisbei talmente sulle generali che mal potrebbe giudicarsi l’estensione e il grado d’immoralità di tali passioni di parata. Il Goldoni, che dovette empirne le scene, li ritrae non altrimenti che insulsi damerini, perpetue ombre della signora, senza turbare la domestica pace [42]. Giuseppe Baretti, in un libro sugli Italiani, minuto nelle particolarità e sprovisto di aspetti generali, affine di scolparci dalle accuse degli stranieri, dipinse queste unioni come un’innocente bambolaggine, e i cicisbei come i successori o di quei poeti che tutta lor vita cantavano gli occhi, la mano, le trecce d’una bella intatta; o di que’ paladini che correvano il mondo e ferivano torneamenti per ingrazianire l’eletta del loro cuore: così chiamarsi dal pispigliar all’orecchio della signora cui professano stima, servitù ed un amore di platonica illibatezza. «Il bel mondo (prosegue egli) va a chiesa tra le dieci e le undici ore del mattino: le gentildonne vi sono accompagnate dai famigli e dai cicisbei. Un cicisbeo che conduce la sua dama deve sull’entrare nel tempio precorrerla d’alcuni passi a sollevare la portiera, intinger il dito nell’acqua santa e porgerla alla signora, che la prende, lo ringrazia d’un piccolo inchino, e si segna. I bidelli della chiesa presentano la seggiola alla dama e al suo cicisbeo. Finita la messa, ella porge il libriccino devoto al seno o al damo, toglie il ventaglio, s’alza, si segna, fa una riverenza all’altar maggiore, e s’avvia preceduta dal cicisbeo, che le presenta ancora l’acqua benedetta, le solleva ancora la cortina, e le dà il braccio per tornare a casa».

Quest’ingenua esposizione di melensaggini, non che scusarle, ne forma la satira più rilevata. Del peccato che vi fosse chieda ragione colui che scruta le reni ed i cuori: ecco intanto il fior della gioventù italiana smaschiato in una leggera e perpetua menzogna d’affetto, in attucci che dimostrino amore o lo fingano almeno; in baciamani, in feminei accompagnamenti, in reggere lo strascico o il braccio o il ventaglio alle signore, in anacreontiche riverenze e sdolcinature. Privato l’amore sin dell’energia del vizio e ridotto a mestiere, i garzoni, noti ai servi e ai cani, trovavansi la mattina a ber la cioccolata colla signora, assistevano al suo vestirsi, l’accompagnavano uscendo, comandavano sulla servitù e la tenevano rispettosa alla padrona, ed empiendo di tali importanze la inanità de’ loro giorni, meno sentivano la noja, punitrice degli sfaccendati: ne’ servigi di quella cui gli aveva uniti non l’affetto, ma l’ozio e la moda, s’indormivano sopra ogni nobile impresa, ogni magnanima speranza. Dachè le donne furono dettatrici del bel mondo, la maldicenza invase le conversazioni, esclusiva di tutt’altri ragionari. Un affetto non di onore o di temperamento, ma di pretta vanità, dava loro i difetti della donna amorosa e della lubrica, senza che ne avessero le scuse. Le squisite dolcezze domestiche, balsamo ne’ pubblici guai, vennero rapite agli Italiani quando un marito, ridotto alla conjugale inanità [43], non fu più l’appoggio, l’amico, il confidente unico della sua consorte: un terzo incomodo trovava sempre fra sè e la moglie, intromesso a tutti gli affari, testimonio delle azioni e de’ discorsi. La donna, non scelta dal cuore, non stimata, era indifferente a piaceri non conditi dall’amore [44]; trascurando gli andamenti domestici e la prole [45], più non era in casa quello che esser deve una buona madre, l’imagine vivente della Provvidenza, che sentesi dappertutto e non si mostra in luogo alcuno. L’uomo, abbracciando con incertezza i suoi figli, nauseava dolcezze il cui pregio sta nell’essere indivise, e una famiglia ove contava sì poco e come sposo e come padre.

I giovani cavalieri, tragittati dal sussiego spagnuolo alla leggerezza francese, molliccichi nelle dilicature, intorpidivano ne’ codardi sonni; e abdicato ogni coraggio, anticipavansi l’inoperosità della vecchiaja, abituandosi a far beffa d’ogni cosa non pel dispetto delle anime generose, ma per la leggerezza di chi su tutto svolazza, in nulla s’arresta [46].

Volete sapere la faccenda degli inerti lor giorni? L’intera mattina dedicavano alla pettiniera e all’addobbo, siccome richiedevano il complicatissimo vestire e le studiatissime zazzere [47]: poi all’altrui convito s’abbandonavano alle tentazioni, di cui i cuochi raffinati assediavano la temperanza; visite, passeggi, ciancie occupavano le ore vespertine; mutavasi la notte in giorno, ove a luce artifiziale incantar l’accidiosa esistenza fra insipide conversazioni, o nella febbrile agitazione del giuoco e delle scene.

Non vi venne mai considerato quanta mutazione abbia indotto nei costumi l’estendersi dei giuochi delle carte? Esercizj ginnastici, il novellare, l’ascoltar poesie e racconti; sono le occupazioni che vediamo sempre ne’ nostri epici e novellieri, finchè la gravità e l’isolamento spagnuolo insegnarono a collocarsi due o quattro ad un tavolino, e pateticamente meditare sulle combinazioni d’alcune decine di minchiate. L’avventurare poi grosse somme su quelle sembrò nobilitasse il passatempo, e laute fortune cangiavano di padrone per la ventura d’una carta, pel trarre d’un dado o d’una palla. Oltre le case private, s’aprivano pubblicamente di questi abissi, che con facili speranze rumassero l’incauta gioventù [48].

Principalmente vi si segnalò Venezia, che, decaduta dall’antico vanto, favoriva il viver beato, cioè il molle e vizioso, per isviare l’attenzione da una oligarchia brigante, e trarre colà quei che della vita non cercano se non il godimento. Nel ridotto, sessanta o settanta tavolieri offrivano le alternative di opime illusioni e di angoscie disperate; il diritto di presedervi era riservato a’ nobili, stipendiati per ciò dagli appaltatori, e si tenevano in parrucca e toga da magistrati, mentre gli altri tutti con bautta nera di seta, cappello a tre punte e mezzo viso [49]. E forse quei nobili avrebbero creduto dirazzare col metter la propria firma a una cambiale.

Questo vivere spensante e molle era comune alle altre nazioni; e da un libro francese [50] togliamo la dipintura d’un signore alla pettiniera, che par fatta per illustrazione del nostro poeta. « Il signore è fra le mani del parrucchiere, mentre l’ajutante di questo prova s’una carta il ferro da arricciar i capelli. Dietro sta il lacchè, colle piume al capo, la mazza alla mano, disposto a portare i viglietti e far le commissioni che il signore stava affidandogli quando entrò il sartore col suo fattorino, e gli spiegò sotto gli occhi un abito a ricami » [51].

A Parigi aveva rinomanza di galanteria il signore d’Epinay, la cui signora così ne descrive la mattinata: «Levato ch’e’ sia, il cameriere si accinge all’opera d’acconciarlo. Due lacchè stanno in piedi aspettandone gli ordini. Il primo segretario viene per rendergli conto delle lettere ricevute al suo dipartimento, e ch’egli ha l’incarico di aprire; deve legger le risposte e farle firmare, ma ducento volte è interrotto da ogni specie immaginabile. Ora è un mercante di cavalli, che ha una pariglia unica da vendere, ma già caparrata da un signore: è venuto soltanto per non mancar di paròla; del resto non potrebbe darli neppur pel doppio prezzo.... Poi un poltrone viene a urlare un’aria, e gli si accorda protezione per ottenergli un posto nell’Opera, dopo avergli dato qualche lezione di buon gusto e insegnatogli cos’è la proprietà del canto francese. Io m’alzo ed esco: i due lacchè spalancano i due battenti, mentre vorrei passare per la cruna d’un ago, e due staffieri gridano nell’ anticamera, Ecco la signora, ecco la signora. Tutti mettonsi in fila, e costoro sono mercanti di stoffe, mercanti di stromenti o di minuterie, merciajuoli, lacchè, lustrastivali, creditori; insomma tutto quel che possiate immaginarvi di più ridicolo ed affliggente ”.

Anche don Jose Samosa, spagnuolo nostro contemporaneo, esponendo il vivere di Madrid nel 1760, offre un riscontro alle abitudini lombarde di quel tempo. «Ogni gentiluomo, uscendo di letto, aspettava il barbiere, operazione allora assai più lunga d’adesso, che due terzi del viso teniam peloso, e che nessuno faceva da sè. Poi il parrucchiere sottentrava al diuturno uffizio di pettinare, ungere , architettare, impolverare la testa. Solo allora passavasi al gran travaglio del vestirsi, che i più lesti non finivano in men di tre quarti d’ora, tanti ci avevano pezzi, tanti attaccagnoli, da quelli che sostenevano il collo fin a quelli che stringeano i calzari. Terminata questa architettura, il nostro uomo cingeasi la spada; e Dio gli mandi bel tempo, giacchè esce ad affrontare l’intemperie dell’aria con pie’ fermo e capo scoperto, qualunque tempo faccia.

« Andando pedestre, occorreva la massima precauzione per salvare dalle zacchere le calze di seta bianca e le scarpe à la mahonnaise. Ho conosciuto un ufficiale che salì in celebrità per avere traversato Madrid d’inverno senza infangarsi; talento di qualche importanza in tempo che tutti doveano pedonare, come oggi fanno soltanto negozianti e persone d’affari. Allora anche i meno dipendenti erano stretti a convenevoli, regolati da cerimoniale inesorabile che nessun giorno lasciava di riposo. C’era natale o il capodanno, c’era il santo onomastico, c’era il compleanno; e il mancarvi bastava perchè due famiglie si guastassero. Il minimo viaggio esigeva un congedo universale, che ciascuno esattamente restituiva al domani, ed altrettanto al ritorno. Quando correva un santo di nome divulgato, lo straniero, entrando in una città, vi avrebbe supposto un incendio o una sommossa ; tanto era il correre affaccendati, forbottandosi, gridando per le vie; poveri artieri crepavano dalla fatica di pettinare, calzare, vestire in queste grandi circostanze.

Pranzavasi a un’ora; si mangiava più d’adesso, e maggior destrezza, occorreva per sapere mangiare che per guadagnar da mangiare. Essendo convenuto che le mani dovessero rimanere oziose fintantochè protette dai manichini, sopra questi si adattavano imbuti di cartone. Altre macchine s’erano inventate per proteggere dalle macchie l’orlo dell’abito e il colletto dalla camicia; ma la più complicata e singolare era quella di cui servivansi per fare la meriggiana. Io ho visto il celebre Jovellanos dormire col naso sull’origliere, ma senza toccarlo altrimenti che colla fronte, per non scarmigliare i ricci.

Solo chi non dovesse far visita alla sera, potea liberare la capellatura da quest’avviluppo, ravvolgendola in una reticella. Cotesti uscivano imbaccuccati in una cappa scarlatta, ma non per questo aveano più spedito il passo, attesochè le calze di seta e le scarpettine non li lasciavano sviare dal cammino reale. Eppure gli uomini stavano a miglior condizione delle donne, potendo posare il piede in terra, mentre quelle, erette sopra altissimi tacchi di legno, erano obbligate a un andare barcollante e pericoloso, come di polli che razzolano. Spietatamente stringate dal corsetto di balena, qual esercizio poteano fare, e come non sarieno state abbattute dal minimo crollo? Quel busto era cosa tanto inamovibile che alcune madri nutrivano il loro infante traverso una, direi, botola aperta nel corsetto, mentre le povere creaturine, premendo colla bocca assetata le inflessibili balene, cercavano inutilmente il calore del seno materno.

Il cavaliere ogni giorno subiva tre metamorfosi: cappa e berretta la mattina, divisa militare a mezzodì, abito galante la bass’ora per assistere agli spettacoli... La gravità spagnuola serbava il suo silenzio e il decoro per le serate. Nulla più grave e patetico di quel che chiamavano un rinfresco o colazione. Pareano raccolti non per divertirsi, ma per ascoltare la tremenda giustizia della val di Giosafat. Niente musica, niente ballo, niente ciarla graziosa e interessante: solo i giocatori di carte, piantati in mezzo alla sala, aveano il diritto d’urlare e dirsene fin sopra il capo, e a pugnate sovra il tavoliere segnare il numero de’ loro trionfi.

Compiuto questo grand’affare, ciascuna famiglia ritiravasi, e a disfare il complicato vestire voleasi tanto, quanto a metterselo. Mentre la testa della dama si disarmava dell’enorme cuffia e della parrucca gigantesca, la fronte dello sposo sguarnivasi anch’essa da una batteria d’arricciature che la circondavano coi loro cotonati diavolini. Quanti di tali notturni sparecchi non ho io visti da ragazzo! Sotto gli occhi miei, afflitti quanto attoniti, la forma e il volume degli autori di mia esistenza andavano in dileguo, e finivano con annichilarsi al punto, da rendermi irreconoscibile la fisonomia loro e la statura.

Ultima delle occupazioni giornaliere ostensibili dei padri nostri era il caricare gli oriuoli; non piccolo esercizio, poichè ciascun gentiluomo ne avea due, e per ciascun orologio due casse. Tutto era doppio in que’ beati tempi; due oriuoli, due fazzoletti, due tabacchiere.

Costumi innocenti al possibile, ma tutti formalità. Formola era ogni cosa pel proprietario, pel mercante, l’artigiano, il ricco, il nobile, il plebeo; la formola dominava l’educazione del fanciullo, la matricola del professore, la scelta d’una carriera. Prendevate una divisa, v’imbarcavate per l’America e tornavate senza sapere che vi fossero antipodi, tutto secondo la formola, per rispetto all’idolo medesimo. La più parte dei figli di famiglia venivano, alla corte, cioè a Madrid, ove passavano la vita da sollecitatori, finchè i loro capelli fossero canuti, studiando l’almanacco reale. Ma di tutte le professioni la più formalista ne’ costumi, nelle idee, nelle abitudini, che sparve davanti alla coltura, era quella degli abati, che inspirarono tante satire e canzoni, oggetti di curiosità, d’ammirazione, di spasso pel bel sesso, che li considerava con tanta attenzione e meraviglia, quanto i giovani botanici ne concedono a quella pianta singolare che chiamasi mandragora».

Fra siffatte cure qual restava tempo ai giovani di ornare lo spirito di utili e belle cognizioni [52]? attraverso all’atmosfera perpetuamente annebbiata dagli incensi dati e ricevuti, poteano vedere nei diritti de’ loro simili, nè i bisogni, curar la patria, l’avvenire?

L’arguto Baretti, esortato a stampare in Italia la sua opera Sugli Italiani, ove pur di questi si faceva campione contro agli stranieri, mostrava tenerli per gente «avvezza da innumerabili sciocchi preti, da innumerabili sciocchi verseggiatori, da innumerabili sciocchi nobili, da innumerabili sciocchi plebei, a scambiare il falso per vero, il frivolo per sostanziale, il vizio e l’inettezza per virtù e per cosa importantissima.... Lasciate prima che la gente nella nostra contrada si stanchi di san Francesco e di sant’Antonio e di tutti que’ loro panegiristi cocollati, che ci hanno ormai fatto scordare Domeneddio e i suoi miracoli per que’ santi e pe’ miracoli loro: lasciate che il tempo e il sano pensare diminuisca la barbara tirannia de’ frati, e poi, se saremo vivi, regalerò all’Italia il mio libro; ma fintantochè l’Italia sarà quel nido vastissimo di sciocchezze, di futilità, di vizio e di cattive leggi che è, non mi parlate di farle regali» [53]. Parole stizzose, superbe e soverchie, ma non destitute di verità.

Il Baretti stesso trova che «gli abitanti di Lombardia, e singolarmente i Milanesi, vantano assai la loro umanità, nè senza ragione: talchè sono forse l’unico popolo al mondo non odiato dai vicini, anzi amato per ischiettezza e cordialità. Sono paragonati (egli segue) ai Tedeschi per la buona fede, ai Francesi pel lusso e l’eleganza degli addobbi e degli equipaggi, ed aggiungerò agli Inglesi pel gusto di ben mangiare, donde il titolo di lupi lombardi. Non i nobili soltanto, ma molti ricchi cittadini tengono tavola bandita fra l’abbondanza e il buon umore, ed hanno quantità di carrozze, segno non tanto di lusso quanto di ricchezza».

E basta aver conosciuto le persone che vissero nel secolo passato, o viste case dove se ne conservarono le costumanze, per sapere la somma importanza attribuita ai mangiari, e i ripetuti vanti del nostro verzajo [54]: pietanze offrivansi ai principi e ai governatori nella loro entrata [55]: ancora si ricordano i manicaretti preferiti dal tal Signore o dall’arcivescovo o dall’ arciduca, del quale non un atto o un detto si cita d’ingegno o bontà, bensì i luoghi ov’egli tornava a gustar questa o quella leccornia. Tale passione, già da antico attribuita ai Lombardi, era allora comune al volgo ed ai magnati [56], e veniva anche fomentata dall’educazione. Perocchè è noto come singolarmente i gesuiti fossero amorevoli della squisita cioccolata (invenzione onde benmeritarono del mondo) e dei manicaretti, e ne facessero parte ai più valenti e più diletti alunni [57]. A padre Roberti ricorda i confetti e confortini che dava, non solo agli scolari, ma ai penitenti; e deh con qual solluchero non ragiona ogni tratto del ben mangiare! come basisce al nominare la cioccolata del cacao di Soconosco, regalatagli da un cordon bleu, e i canestrelli vercellesi, e i biscottini di Novara e di Chiari, e gli zuccherini di Mondovì, e il prosciutto di San Daniele, e le spallette di San Secondo, e tali altri pruriginosi cibi! «I più dilettevoli momenti (arriva a dire) che possa offerire ed inventar l’amicizia son quelli quando due amici vanno sorbendo assieme e adagio una chicchera di cioccolata, interponendo i sorsi saporiti con delle ciance più saporite ancora » [58].

O amici che meco divideste generosi dispetti e magnanime speranze, pensaste giammai che potessero esser siffatti gl’istanti più deliziosi dell’amistà?

Quando io vi avrò aggiunto che questo ed altri non molto dissimiglianti erano anche ai miei giorni gli squarci d’eloquenza che ne si davano da ammirare ed imitare, sarà meraviglia se gli uomini uscivano alquanto golosi da quelle istruzioni?

Alessandro Verri da Parigi scriveva il 12 novembre 1766: «Sono stato a Versailles.... Il re d’un regno sterminato, abitatore d’un parimente sterminato palazzo, non abita più magnificamente della marchesa Litta ».

Vestito, abitazione, mobili, tutto doveva esprimere il fasto, la grandigia, l’ostentazione. «Abiti grandiosi di panno, di velluto, giubbe della stessa stoffa o di seta, secondo la stagione, tutte ricamate d’oro e d’argento, ed orlate di galloni d’oro e d’argento, e sì lunghe che giungevano quasi alle ginocchia; bottoni d’oro e di madreperla od acciajo grandissimi agli abiti, più piccoli alle giubbe, e tanto negli uni che nelle altre dal collo fino all’estremità: corti calzoni oliati di galloni d’oro o d’argento sotto alle ginocchia, calzette bianche di seta, fibbie d’oro o d’argento o di diamante al centurino de’alzoni ed alle scarpe: spada al fianco: cappello triangolare di feltro o di seta, grandissima zazzera a due o tre ordini di licci o tutta polverizzata di cipria, borsa nera di seta per rinchiudere i capelli di dietro: colletto bianco a più pieghe, allacciato di dietro al collo con fibbia: manichini di merletti e gran lattughe al petto d’egual materia: nell’inverno gran mantello di panno bianco o di saja verde, foderato di pelliccia, ecco la foggia di vestire de’ gentiluomini. Di bellissime e ricchissime stoffe di seta, di velluto, di raso, di broccato d’oro o d’argento eran le ampie vesti delle nobili donne e delle ricche cittadine, sotto cui portavano grandissime faldiglie o guardanfanti: eran esse guarnite al basso per lo più da due ordini di finissimi merletti disposti a festoni, e di merletti pure a più giri erano i manichini che uscivan dalle maniche, le quali non oltrepassavano il gomito: in un altissimo tuppè [59], con un nodo sulla sommità de’ capelli o di nastri intrecciati di perle o diamanti, con un ordine continuato di grossi ricci per ciascun lato, che dalla cima giungeva fin sulle spalle consisteva generalmente racconciatura delle nostre ave, che con indicibile pazienza tolleravan la nojosa operazione d’un esperto parrucchiere, che continuava per tre o quattro ore a distendere, ricciare, increspare, manteccare, impastare, lisciare e incipriare i capelli. Dopo di ciò usavan per lo più imbellettarsi ed attaccar qua e là de’ nei sulla faccia» [60].

La moda si regolava a quella di Francia, ma niuno creda che come oggi cangiasse ad ogni mese [61]; ripugnandovi la ricchezza delle stoffe e la complicazione delle fatture. L’abito di sposa bastava ad un’intera vita, e trasmettevasi a una figlia o a una nuora: ed all’immagine d’una donna andava connessa quella del vestito che usava.

L’antico vezzo d’ingerirsi il pubblico nell’economia privata produsse anche nel secolo passato molte ordinanze intorno al lusso, dalle quali può indursi la natura e l’andamento di esso. Tutte poi trovansi compendiate in un dispaccio di Maria Teresa del 20 settembre 1749, dove, volendo, «mediante le più adattate ordinanze, fiorire l’interno pubblico bene de’ suoi paesi e riparare ai mali immensi della passata guerra», proibisce l’introduzione di drappi stranieri, e di qualunque oro o argento lavorato, eccettuati nei soli oriuoli da tasca; chi lo facesse, se è mercante, sarà, oltre la confisca d’esse merci, sottomesso ad una pena sensibile corporale. Se è persona di qualità, dovrà duecento ongari e anche più. Segue infinito treno di prescrizioni per notificar le già introdotte e i tagli d’abiti non ancor fatti. Nelle livree signorili non v’abbia argento e oro, salvo il galone sul cappello: non si indorino o inargentino carrozze, pareti di stanze, cornici: non s’importino gioje forestiere, perchè scemano il prezzo di quelle già ammonticchiate nel paese; di gioje non traffichino che i soli negozianti, e facendo pagamento in contanti; alle nozze non se ne regalino altre che gli anelli sposalizj. Proibite le stoffe di seta straniere che costino più di cinque fiorini; proibiti i merletti bianchi, e specialmente le blonde.

Alla morte di Carlo VI fu ingiunto « alla nobiltà dell’ uno e dell’altro sesso di vestirsi d’un grave lutto di drappo di lana, li soli padroni e padrone, escludendo fino a nuovo ordine qualunque drappo di seta, e prescrivendo alle dame che usino del velo nero, astenendosi da ogni qualità di pizzi e nastri di colore » [62].

Una prammatica di Maria Teresa del 3 maggio 1747, proibiva le eccessive spese in occasione di mortorj; e prescriveva per padre, madre, consorte, suocero si mettesse lo scorruccio per sei mesi: tre pei discendenti, o collaterali ascendenti, o fratelli; otto giorni per fratellastri, cognati, cugini. Nello stretto lutto gli uomini portassero le prime sei settimane abito nero di panno o bajetta, spada e fibbie imbrunite, calze di lana, scarpe di cordovano rivoltato, le maniche colle fascie bianche (pleureuses) pei soli nobili; il resto del tempo abiti neri senz’altro ornamento. Alle dame e donne si permette solo due cambiamenti di vesti e d’ornati in tutto quel tempo. Vietato il far vestire a bruno servi o gentiluomini, nè le carrozze o sedie portatili: nè coprire a lutto le pareti delle chiese o i banchi di esse, e solo l’altar maggiore. Se il morto è nobile, si potran mettere le sue arme sulla bara; nessun catafalco; ma sia deposto a terra, e attorno al più dodici torcie collo stemma.

Qual distintiva del tempo sogliamo, coi guardinfanti, citare le pettinature, nelle quali andavano il maggior tempo, le maggiori spese, gl’ingegni maggiori [63]. A Maria Teresa nel 1753 ricorsero i parrucchieri della nostra città, mostrando quanto danno veniva loro dalle parrucche introdottesi di filo d’argento o di ferro: ed essa, vedendo come ne patissero tante famiglie, abilitate a comporle di capelli, le vietò affatto, pena cinquanta zecchini, ovvero tre tratti di corda, dando a tal uopo arbitrio di fare perquisizioni.

La cipria poi era indispensabile, e la moglie dell’architetto de Wailly quando, nell’inverno del 1786, si presentò in una loggia del Teatro Francese coi capelli corvini, destò grave scandalo; sì poco si comprendeva che il color di essi s’accorda con quello della pelle e degli occhi, variando l’effetto della bellezza. Questo fregio aristocratico fu abbandonato durante il terrore per non distinguersi; ma succeduti giorni più calmi, alcuni affettavano la cipria e le parrucche bionde per far contrasto alle teste nere alla Garacalla e alla Tito.

Ciò che più divaria il vestire d’allora dal nostro è l’averne ciascuna classe uno proprio, in modo che non si sarebbe confusa la crestaja colla dama, nè il medico col senatore, o l’artigiana colla contadina. Allorchè le idee d’eguaglianza cominciarono a traforarsi, e qualche signore affrontò la consuetudine, fino ad adottare il frac o il redingcoat inglese, ed uscire non pettinato e in abiti succinti, grave scandalo ne venne ai guardiani dell’uso antico, e i padri nostri ci narravano quanto rumore si levasse allorchè la rivoluzione abituò a non veder più distinte nè per le stoffe nè pel taglio le vesti plebee dalle signorili. A questo contribuì assai il cresciuto uso de’ cotoni, più accessibili che non le sete o le lane sopraffine. Disusate le enormi architetture del capo, in pochi minuti qualunque donna potè averlo acconciato al par di quelle dame che vi consumavano tre ore e l’ingegno di difficili pettinatori.

Gli uomini poi traversarono perfin la rivoluzione senza smettere la coda, che taluni conservarono fin a jeri, come segno di fedeltà a un passato che certamente merita qualche rimpianto.

Perocchè, adagiandosi nel presente senza investigar il domani, avendo tempo d’avanzo per le faccende e pei moderati bisogni, dovea nascere quell’umor gajo, pel quale erano distinti i padri nostri; e tante feste, tanti aneddoti, tante burle di que’ compagnoni di cui si perde oggimai la razza, tanto cercare occasioni di godere, di scialarsi, quasi il secolo ridesse di sè medesimo.

Il gusto de’ teatri era nuovo: guardavansi con una specie di scandalo; i predicatori vi si opponevano; il padre Tornielli dissuase i suoi Novaresi dall’erigerne uno; a Como lo tentò il predicatore Salabue nel 1762, ed essendogli intimato silenzio dal magistrato, il giorno di Pasqua ricomparve in pulpito colle epistole di san Paolo per provare che i teatri son contrarj alla religione: il valente erudito Pier Francesco Foggini romano fe una raccolta di opuscoli di san Filippo Neri, di san Francesco di Sales, di san Carlo contro gli spettacoli (1753).

Diremo che aveano torto; eppur ripeteremo che i teatri, quali sono, riescono micidiali alla morale pubblica e privata. Allora poi erano anche brutti, alternando fra nojoso patetico e comico sguajato. Gli impresari cercavano attirarvi la folla col secondarne il gusto; e mentre i letterati faceano commedie che addormentavano, comici di mestiere sovra povere traccie improvvisavano il dialogo, giovandosi delle maschere, caratteri generici che s’acconciano a qualunque intreccio.

A Venezia contavansi quattro teatri da commedia: San Benedetto aprivasi al tocco del mezzodì; San Moisè e San Samuele alle nove, e si pagavano quindici soldi; altri alle ventiquattr’ ore. I migliori attori di parti nobili toccavano sessanta o settanta luigi all’anno, quando in Inghilterra settecento. In Bologna un teatro appigionavasi due mesi per sessanta zecchini, e Voltaire diceva: I bei teatri sono in Italia, i bei drammi in Francia [64] .

La scarsità di commedie e tragedie buone crescea pregio all’Opera, malgrado i difetti e le lascivie dell’arte. Sempre la musica figurò assai nella società moderna; giacchè una quantità di persone agiate e colte, disoccupate e bisognose di distrarsi, mesterebbero negli affari pubblici se i governi non pensassero ad allettarle e stordirle. L’Opera dall’Italia si estese ai forestieri; nel secolo del Parini molti re sonavano e componevano; per toccar solo dei nostri, Carlo VI scrisse un’opera che fu cantata dai principali di corte, egli stesso sonando nell’orchestra e le due sue figlie ballando sul palco; e il Farinelli [65] e il Razumoffski per merito della voce entrarono nei consigli dei re.

I libretti erano un accozzamento ignorante e presuntuoso, con allegorie, enti metafisici, trabalzi dal cielo in terra, sfoggiandovi abilità principalmente i macchinisti di Torino e Firenze. Nel Dario di Francesco Beverini, in tre atti volano quattordici volte le scene, con campo, macchine, elefanti, cavalleria e fanteria. A Venezia si rappresentò la Divisione del mondo, comparendovi tutte le parti della terra coi simboli loro e con meraviglie di meccanica. Talora in aria apparivano a fuoco anagrammi, bisticci, divise. Che importavano le convenienze storiche e morali, quando nessuno faceva mente alle parole? Talora Persepoli era mandata in aria da una mina; Catone uccidevasi in una libreria, dov’egli avea riposta anche, la propria vita scritta da Plutarco e la Gerusalemme liberata [66]; poi si presentavano amori senza velo, rinforzati dalla musica; oltre un anfanamento delle metafore di moda.

Anzichè far progredire l’espressione della musica, cercavansi difficoltà, e fioriture, strascichi, tremoli, finte sincopi e tali galanterie, ed imitare col suono il rumore materiale degli oggetti indicati dalla parola. Ne conseguiva che i cantanti pretendessero il primato, poeta e maestro dovessero servire alle loro arroganze: ed erano pagati profumatamente, massime i soprani, fra’ quali primeggiò il milanese Marchesi. Le virtuose [67] battevano il tempo collo scettro o col ventaglio, rideano ai palchetti, prendeano tabacco, davano dell’asino al rammentatore, sfibbiavansi per cantar meglio, e alla fine uscivano mezzo ignude. Il Guadagni, facendo da Ezio, al finale mutavasi in Teseo perchè gli piaceva combattere col minotauro; una bella non volle mai cantare il larga mercede di Metastasio, ma ampia.

Il ballo competeva a vantaggio coll’Opera; se a questa due o tre, esso pretendeva sei o otto scene nuove; ed otteneva silenzio ne’ palchetti, ove durante il canto si schiamazzava, giocava, mangiava. L’orchestra venivasi usurpando l’importanza principale; componevasi la musica prima delle parole; negletti i recitativi; prostituita l’opera buffa. Anche in chiesa musica schiamazzante ; una volta si contarono quattromila amen, e perchè gli stromenti da fiato in qualche rito erano proibiti, sonavano di fuori; e gli astanti applaudivano spurgandosi.

Alcuni però avevano ridesta la buona melodia e la graziosa semplicità [68], e presto sorsero que’ gran maestri che furono Corelli, Porpora, Tartini, Paisiello, Cimarosa, Pacchierotti, e quell’Anton Maria Sacchini, graditissimo per un fare facile e per dolcezza, che meritò essere compianto dal nostro poeta. I miglioramenti della musica ne portarono nelle composizioni, si cominciò a far parlare con meno lezj gli eroi, si sostituirono soggetti storici ai fantastici, si separò il serio dal buffo; da cinque furono gli atti ridotti a tre; tolti i prologhi; le arie relegate al fine della scena, e fatta parsimonia di decorazioni. Nel che ben meritarono Silvio Stampiglia romano, Apostolo Zeno veneto e a tutti superiore il Metastasio.

Nel 1717 i nobili milanesi aveano nel palazzo ducale aperto il Teatrino, imitando i palchetti, primamente introdotti nel San Giovan Grisostomo di Venezia, e divenuti poi comuni a dispetto del Milizia. La prima domenica del 1776 andò in fiamme, e fu creduto per arte dell’arciduca Ferdinando, il quale ne desiderava uno più conveniente al fasto che veniva introducendo alla corte. Piermarini di Foligno lo disegnò sull’area dell’abolita chiesa della Scala, e un altro minore dov’erano le scuole Canobbiane, donde il nome dei due teatri maggiori che durano ancora. Il Parini diede i programmi pei siparj e per altri dipinti. La spesa dell’edifizio si coprì col vendere i palchetti: e per mantenervi il concorso fu proibita ogn’altra sorta [di] spettacoli nelle ore che ivi si rappresentava; pochi mesi stavano aperti, nè aveano la pingue dote che vi assegnò un secolo più serio [69] .

In Milano aveasi pure qualche teatro privato, dove si producevano i patrizj: in casa del conte Pertusati le dame recitavano commedie e tragedie d’un Perabò, allora tanto illustre quanto oggi ignorato [70]: un più rinomato dai conti di Rosate, era diretto dal padre Francesco Molina [71] e da Galeazzo Scotti meratese, prediletto scolaro del Parini [72].

Richard scriveva : — Non v’ha città in Italia pari a Milano per vivervi con piacere, e che porga altrettante opportunità ai viaggiatori che abbiano conoscenze. In ben venti case, ogni giorno si può pranzare in buona compagnia: tavole messe splendidamente, gentilezze, grazie le più obbliganti, da serbarne viva riconoscenza —. Anche Lalande notava, che « il carattere dei signori milanesi è pieno di generosità e magnificenza; ricevono con amicizia in città e alla campagna; è la città d’Italia ove i forestieri sono meglio accolti, e le tavole dilicate da non invidiare alle francesi. Sebbene gran parte (e’ soggiunge) non possedano ancora il bon ton ».

Ognuno ha inteso ricordare come allegro corresse il carnovale, vivo per balli e parate e maschere e gran maniere di baldorie. V’aveva brigate de’ Beoni, del Mantellaccio, degli Spensierati e fra noi la magnifica Badia dei Facchini della Val di Bregno, istituita il 1560. Sotto l’invocazione di Bacco, col tirso per impresa, vestivano carattere e nome di facchini; tra loro chiamavansi compari; erano retti da otto savj, a capo dei quali un abate ; e parlavano e scrivevano col linguaggio di quella valle, poi quello della val d’Intragna, meno aspro [73]. Ma lasciamola descrivere dal nostro Parini:

«Degli abitatori d’alcune valli sopra il Lago Maggiore, una parte sino ab antico costumano di guadagnarsi il sostentamento in Milano, impiegandosi in que’ servizj privati e pubblici che sono proprj del facchino. Stanno questi nella città con certi obblighi e privilegi che ne autorizzano l’uso e la dimora. Quelli poi che rappresentano tal gente, colla mascherata così detta dei facchini o la facchinata, sono persone civili, addette ad un corpo che chiamasi Magnifica Badia. Questa piacevole congrega è d’origine molto incerta, nondimeno se ne ha memoria oltre due secoli. Gode d’alcuni privilegi concedutigli dai governatori di questo stato. Ha statuto ancor essa e cariche, come di piovano, d’abate, di dottore, di cancelliere, di poeta e simile. Gli individui della Badia affettano un dialetto proprio del paese del quale si fingono. Hanno ciascuno un nome bizzarro e caratteristico che li distingue. Hanno una foggia di ballo e di costumanze nazionali. Il loro abito è d’un panno bigio, con un giubboncino, e le calze dello stesso. Il cappello è del medesimo colore, ma ornato di grandi e ricchi pennacchi, che danno figura d’aria bizzarra e pittoresca. Portano alla cinta un grembiale vagamente ricamato d’oro e d’argento, con simboli e figure alludenti al carattere particolare che ciascun rappresenta. Recano un sacco in ispalla, ed hanno al viso maschere eccellentemente fatte, raffiguranti fisonomie oltremodo nuove e capricciose, ma nello stesso tempo naturali e secondo il costume. La detta maschera suole uscire quasi ogni carnovale, e talvolta ancora in occasione di pubbliche allegrie, ora più, ora meno pomposamente [74]».

Anche qui, come in tutto il resto, entravano privilegi, e severi bandi erano ripetuti contra chi osasse usurpar quell’addobbo [75].

Questo lieto umore esprimeva spensierataggine piuttosto che vero bene stare: giacchè il paese era a gran pezza da quella prosperità che possono dargli l’ubertoso suolo, l’opportuna postura, la svegliatezza degli abitanti, e alla quale salivano allora altre nazioni, poc’anzi inferiori. De’ campi gran parte era comunale, cioè goduta da tutti, coltivata da nessuno: un quarto stavano commessi all’amministrazione delle manimorte, e principalmente dei frati che, quantunque avessero un tempo, direi quasi, creata la campagna milanese coll’introdurvi l’irrigazione, poi le marcite, i risi e la fabbrica del cacio, erano troppo scaduti da quell’operosità, nè solleciti di cavarne tutto il frutto [76]; ampj latifondi uniti alle eredità fedecommesse languivano senza la cura che vi prestano i minuti possessori, benchè anche senza l’ingordigia, de’ fittajuoli che si rincarnano col sangue dei miseri agricoltori.

Il commercio, se ne eccettui le sete [77], non riusciva profittevole al paese, e intisichiva in piccole cure di ritaglio. I più scarsi con tatti sociali sminuivano i consumi di lusso, e la moda ricorreva piuttosto all’industria forestiera. Una quantità di capitali rimanevano sepolti, invece di saturar le manifatture, che nè attiravano il danaro forestiero, nè provedeano i vicini. Abbastanza si declamò contro gl’impacci posti alle arti dalle maestranze, da tante leggi e statuti e privilegi che, istituiti per regolar l’esercizio della proprietà e dell’industria, finivano col favorir una classe a scapito, dell’altra, e assegnare ogni mestiero come un privilegio personale. Ma il secolo nostro che, tutti sciogliendoli, lasciò l’uom volgare isolato, povero, in arbitrio della polizia, mi avverte a sospendere queste orgogliose disapprovazioni del passato.

«All’incominciare del regno di Maria Teresa, possenti ostacoli incontrava da noi l’industria per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente ripartito il tributo sulle terre, ci offriva lo spettacolo di molti campi abbandonati dai proprietarj alle comunità: la tassa personale, esageratamente aggravata, rendeva spopolati altri distretti e priva la tèrra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all’interna comunicazione per trasporto delle derrate sempre più allontanavano i reciproci soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la morte a chi cercava trasportare agli esteri i frutti della coltura, invece d’invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i trjbuti delle dogane appaltati a diverse compagnie, interponevano un contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano: le scienze, le nobili arti, quello spirito d’impegnata ricerca della verità che fa tentar la natura dubitando delle opinioni, e separar le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiate: uno studio di parole, una servile venerazione o imitazione erano lo scopo che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente un ostinato spirito, nemico d’ogni felice slancio verso del bene, teneva in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche: e dimentichi di noi stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e di continuo fra le generazioni passate e le avvenire, anzi che una generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il deposito delle umane cognizioni » [78].

Il buon prezzo delle derrate, lungi dall’accennare lautezza e bel vivere, palesa la scarsezza del danaro circolante, che fu uno dei guai di tutto il secolo [79]. Di qui le migliaja di paltonieri che infestavano le strade collo spettacolo dell’inerzia alimentata dalle indistinte elargizioni d’una irriflessiva pietà. E quando le arti, serve all’imitazione e al capriccio, vedevansi tratto tratto chiuso alcuno degli sfoghi artifiziali, un popolo di affamati si trovavano sul lastrico, od agglobati col terribile grido popolare chiedeano imperiosamente del pane ai privati e al governo. Tali sommosse, senza svelarne le cagioni, venivano soffocate con qualche arresto e qualche supplizio, col dispensare limosine a carico dei comuni, coll’apprestare lavori affatto estranei alla professione dei sollevati. Centinaja di setaiuoli furono mandati a risarcire le fortificazioni di Mantova, e morirvi di febbri.

A fronte della ora crescente depravazione, consola il ricordare come pochissime fossero le prigioni e sovente vuote, sicchè i begli umori attaccavano l’appigionasi fin a quelle delle città: ma non è men vero che bande armate stavano a cavallo de’ confini, movendo guerra alle strade; e nomi d’assassini vivono tuttora in infausta celebrità.

Il governo doveva opporvi quelle gride feroci e clamorosamente inutili [80]: ed ora mandar fuori decreti che pigliassero in particolare tutela dai malfattori alcuni beni o alcuni paesi; ora eccitare alla guerra civile, come fa la grida del 6 gennajo 1773, rinnovando la raccomandazione a tutti di arrestare i malviventi, promettendo premio da un filippo a due zecchini, e molto più se fossero banditi, e fin ventiquattro per alcuni nominati; or comandando deboli precauzioni, come quella della grida stessa che proibisce di girar in città senza lume dopo l’un’ora di notte, sotto pena di scudi due per la prima contravenzione e del carcere per la recidiva. Tutte le gride e minacce concentrò Maria Teresa in una dell’11 agosto 1763, ove i masnadieri condanna al marchio infocato, escludendoli da ogni asilo, obbligando gli osti a giornaliere denunzie; i vagabondi abbiano cinque anni di galera; le donne tre giorni di pubblica fustigazione, poi il bando; i minori di diciotto anni la frusta pubblica poi il bando o i lavori forzati, e tutti prima d’essere dimessi siano bollati. Vi va unita una lista di circa 1256 banditi fuggiaschi o contumaci, cui all’11 maggio del 1765 se n’aggiunsero da 380 altri. Fomite di delitti era il contrabbando, favorito dai tanti divieti: e «per ereditaria possessione» praticavasi specialmente da quei di Pozzolo Formigaro nel tortonese, e di Castellazzo e Castel Fe nell’alessandrino, cresciuto vie più dal sessanta al settantacinque; onde l’autorità eccitava a coglierli, col premio di cinquanta scudi per testa se vivi, e la metà se uccisi [81].

Esse gride, non allargando la vista a casi generali, ma provedendo volta per volta, or ci mostrano ladri che entrano nelle case fingendosi inviati ufficialmente a cercare tabacco frodato o monete proibite, or la violazione frequente delle chiese, ora nel bel mezzo della città delitti di cui esponevansi al pubblico le orribili o scandalose particolarità [82].

E vi teneva dietro il rimedio de’ governi ignoranti e feroci, la frequente pena di morte, e questa pure esacerbata con sevizie, il cui spettacolo non poteva se non rendere peggiore la plebe, rintuzzando il senso dell’umanità [83].

Quell’infinità di leggi e prammatiche e gride, dettata da successivi governi, porgeva all’autorità un’arma irreparabile, e ai sudditi un labirinto inestricabile: tanto più se si aggiungano la diversità degli statuti da paese a paese, le immunità che rendeano incerto il Foro, le contese di giurisdizione; tutti impacci alla giustizia e pascolo ai legulej, che venti o trent’anni strascinavano una causa senza risolvere.

La libertà delle persone e delle fortune rimaneva alla balia di birri insolenti e d’un pretore, il quale decideva non esposto al guardo della società: e Giuseppe II notava nella procedura forense «gravi disordini, prodotti in gran parte dall’organica, imperfezione degli antichi metodi, poco o nulla confacenti alle odierne circostanze, che hanno reso sempre più fluttuante ed arbitrario l’esercizio del più sacro dovere di un buon governo, qual è quello di proteggere ed assicurare i diritti de’ cittadini mediante la rettitudine e speditezza dei giudizi, l’allontanare l’arbitrio, lo spirito di cavillo ed il raggiro forense» [84].

Eppure giustizia retta, pronta, non costosa; carichi moderati ed equabilmente distribuiti; regolare libertà d’azione, son i primi bisogni del popolo. Che se le fonti da cui sgorga ad esso la luce sono i dibattimenti legislativi e giudiziali, la partecipazione ai pubblici interessi, il pulpito, le scuole, la stampa, il teatro, la conversazione, le comunicazioni esterne, abbastanza dicemmo fin qua perchè si possa indurne il grado di civiltà del paese.

La religione, aurea catena che lega l’uomo alla virtù, che salda il precetto con un’autorità dinanzi alla quale la ragione s’inchina, il cuore si eleva, se ancor dirigevasi alla consolazione del tapino, all’istruzione dell’ignorante per opera di quegli eroi che sono i curati, nel resto del clero disgiungendosi dalla sociale utilità, sagrificava non di rado la realtà a chimere.

Grave scredito dovea venire al clero dagli abati, cadetti di buone case o plebei, che quell’unica via trovavano per uscir dalla classe soffrente; e che, senza cura d’anime, s’attaccavano alle famiglie, e in qualità di cappellani erano appena un grado più che camerieri; o strascinavano da una casa all’altra, da una all’altra villeggiatura l’infingardaggine, l’ignoranza, l’adulazione, talvolta la scurrilità.

Ascolta i predicatori d’allora; ov’è quella ferma persuasione che dice ai monti Movetevi, e si movono? quella parola efficace nella sua semplicità che ricorda i primi pescatori, quando nel nome di Gesù persuadevano ai Greci ed agli Ebrei? Quanto avrebbero poi tradito la loro vocazione quelli che spargevansi per la campagna, se fosse vero che predicavano meno il vangelo che non le opinioni proprie, meno Cristo che il proprio santo, dividendo senza faticare il pane degli operosi, insinuando non l’omaggio razionale, ma la sommessione cieca, tanto più comoda, quanto più facile è il credere che l’essere virtuosi? [85]  E i curati, sublime magistero d’origine popolare, di mission liberale, se si mostrassero ligi all’opulenza, invece di bandir la legge d’amore, di consolazione, che fa tutti eguali in faccia al padre comune, che conta i patimenti di quaggiù per l’acquisto d’un premio serbato a chi ama, a chi opera, a chi soffre. I ciclopi francesi affilavano armi per dar l’assalto al cielo, e nessun de’ nostri, ch’io sappia, s’accinse a contrastarli; al più abbaruffavansi nelle puntigliose quistioni giansenistiche, e più avanzati credevansi quelli che, col Tamburini e collo Zola, sostenevano dover il re potere ogni cosa nell’ordine ecclesiastico siccome nel civile; e che fu usurpazione e tirannia quella dei papi, i quali vollero metter dei limiti ai principi quando nessun altro ne aveano: e di singolare fiacchezza fu segno la docilità con cui il clero si curvò agli insegnamenti servili imposti arbitrariamente da un principe filosofo.

Eppure all’uomo plebeo nessun altro che i preti possono pensar ad insegnare quel che veramente importa, cioè chi sia, per chi e perchè sia, donde venga, ove vada; ad ispirargli cognizione dei doveri, coscienza uniforme, abito di sociale virtù; a sfuggir le reti dei tristi, repudiare gli errori, crescere i vantaggi del proprio stato, divenire uom dabbene, utile cittadino. Rimaneva dunque troppo spesso abbandonato ai vizj dell’ignoranza: vizj che si sviluppavano meno fra i contadini, cinti da spettacolo di sobrietà e di fatica, astretti a vita regolata e laboriosa, e cui la natura, in compenso di tant’altre privazioni, concede l’appetito, il sonno, la temperanza e il senso comune: ma giganteggiavano fra la plebe cittadina, fatta invidiosa dall’aver sugli occhi la mollezza, l’ozio, la seduzione.

E questo popolo soffriva forse meno calamità che oggi, ma più umiliazioni, ed era cinto di terrori che abbattono il carattere; terrore de’ nobili, che poteano offenderlo impunemente; terrore dei tanti ladri, e non meno degli sgherri e de’ supplizi, da cui nol garantiva neppure l’innocenza; terrore de’ fermieri, che per qualche contrabbando poteano sovvertir tutta la sua famiglia; terrore di quelle potenze misteriose e malefiche, da cui molti erano possessi, ossessi o circonsessi, e la credenza nelle quali non era soltanto dei volgari [86]. Rimaneva dunque floscia, ignorante, annighittita, ma del resto non violenta ed assassina [87]; attaccata a’ suoi campi, riveriva quasi un essere d’altra natura il signore che le permetteva di guadagnarsi un tozzo; guardava a quel tozzo e nulla più in là; leale per istinto più che per riflessione; ghiotta, beona, di grossolana sensualità, piena d’ubbie, scarsa di coraggio, restia alle novità, amante de’ principi e delle esteriorità della religione; non conoscendo il bene, non curando il male, vivendo dì per dì. Al qual ritratto chiaroscuro deve aggiungersi una qualità, indigena nel nostro paese, ma prevalente ne’ nostri padri, la benevolenza.

La stampa, onnipotente leva del pensiero, fino a Maria Teresa era sopravveduta dai vescovi e dall’uffizio dell’Inquisizione, parola che significava tutt’altro che le persecuzioni e i roghi d’una volta, sebben conservasse e prigioni e bargelli d’onore. Pochissimo si stampava, quel poco pei dotti, nulla pel popolo; una sola gazzetta in tutte queste provincie: pochi si curavano de’ giornali, maniera di lettura leggerissima è vero, che non avanza il sapere, ma che può propagarlo, come lo propagano, sebbene fautori della mediocrità, i tanti libri odierni d’istruzione compendiosa e famigliare. Onde la dottrina, non un possesso comune, ma rimaneva un monopolio de’ ricchi e de’ religiosi: e in ogni città v’aveva alcuni sapienti al cui parere tutti si riportavano, scegliendo per comodo la dipendenza del pensare, e perciò o perseguitando o almeno impacciando chi pensasse altrimenti.

La scarsa lettura contribuiva a conservare le viete consuetudini, spesso tutrici della moralità, ma insieme i funesti pregiudizi, ai quali nulla fa più guerra che il veder altri uomini, altri costumi [88].

La difficoltà delle communicazioni rendeva scarse le relazioni coi forestieri, che potevano invogliarci ad emularli. Fra gli stessi paesani, rari e difficili erano i contatti: chiunque non è fanciullo ricorda la disagevolezza delle strade interne, poco meglio che letti allo scolo delle acque; poche le vetture; il più si viaggiava sui ronzini: lunghe file di somieri portavano il grano ai mercati: [89] un viaggio, per breve, era un avvenimento domestico; ed è trito proverbio che chi dalle città della provincia si conducesse alla capitale, predisponeva il suo testamento. Pensate che dovea parere il varcare i monti o il mare! [90]

Chi guardi ai libri d’allora, stupisce che tanto s’ignorasse quel ch’erasi fatto di fuori. Coloro stessi che conoscevano i Francesi non sapeano più in là di quelli, ne avevano veduto le fonti a cui essi attingevano o le fatte confutazioni; ne contraevano la smania di pensare e di scrivere al modo francese; e i nostri anche più insigni, come il Filangeri, il Genovesi, il Verri, non dubitavano tra scrivere e ragionamenti e passi interi degli Enciclopedisti, quasi non dubitando che il plagio potess’essere conosciuto.

Insomma facciamo satira o panegirico? Facciamo un ritratto; cioè misto di bene e di male, com’è ogni cosa e ogni tempo. Che l’età dell’oro, se mai è possibile, ha da cercarsi nell’avvenire, non nel passato. E nel secolo scorso, durando nelle maestranze quegli statuti che potrebbero esser protezione e divenivano tirannia, durando gli impacci nella circolazione delle derrate, nella trasmissione dei possessi, nella partizione delle eredità, la ricchezza era troppo inegualmente distribuita. Per uscire dal volgo bisognava esser nobile o prete; saria parso reo di lesa società il figlio del pizzicaruolo e del gastaldo che si mettesse sugli studj; e il nobile conservava il diritto del soverchiare colla spada fra’ suoi pari, col bastone sugli inferiori. Ma quel nobile stesso, separato da alcuni fratelli chiusi nei chiostri, nojato dall’insistente inutilità degli altri, con una moglie non scelta e non stimata, con beni di cui non potea disporre liberamente, e che moglie, fratelli, servi gareggiavano a dilapidare; che carico di debiti, non poteva alienar parte dei fondi, ma dovea servirsi del capitale circolante destinato all’agricoltura, perciò languida anche a danno del contadino; che, gonfio di sè, avea le continue cure, i continui disgusti della superbia, il viver burbero, gli urti della vanità, le soddisfazioni del puntiglio.... lo chiameremo noi beato? Non ci accorgeremo quanto siasi guadagnato col mettere l’importanza sociale dove star dee veramente, cioè nel mezzo?

Del resto, non ancora una vicenda assidua di rivoluzioni aveva distrutto ogni rispetto al potere, svilita l’esperienza, seminata nelle anime un’agitazione febbrile, un’ambizione che s’esalta a tutti i fantasmi, un’avidità di moto, di pericoli, di forti emozioni, cercate fin nella cospirazione o nella guerra civile. Non si credeva fosse nobile scopo agl’ingegni il masticare le piaghe sociali, invelenendole coll’ugna; occupare ogni domani a distrugger le idee e le persone di jeri, e sfoggiare uno spettacoloso empirismo d’inutili rimedj. Questo scarmigliato cianciar di politica dal gabinetto del ministro sino alla taverna del villaggio era ignoto ai padri nostri; questa abilità di scrivere e dettare, comune all’uomo consumato e all’umanista, che tutti converte in maestri e non lascia più scolari, poteva conoscersi allora quando, nell’intero secolo, in tutta Italia, non si stampò quanto ora in un anno solo e nel solo Milano? Non erano tutti invasi dal farnetico di salir più in su, vergognandosi di rimanere nella condizione del proprio padre; nè si credeva che l’educazione consistesse nell’uscir dal proprio stato, e imparare non le cognizioni utili alla società e a ciascun uomo, ma il latino e l’arte retorica. Fedeltà tradizionale teneva i signori nella città e nella provincia avita, circondati dagli amici e dipendenti dei loro maggiori; non dirò dagli stessi nemici, giacchè la mollezza dei costumi toglieva gli odj ereditarj e gli sdegni violenti; nè il secolo passato rammenta le storie feroci di gelosie, di prepotenze, di vendette. Altrettanto l’uom del popolo si educava nell’arte paterna; notaro, curiale, tessitore, barbiere, perchè tale era stato suo padre; ne riceveva gli strumenti, i secreti, le pratiche, gli avventori. Sorgeva alcuno distinto per ingegno, o fervoroso di pietà? mettevasi prete o frate, e i tanti benefizj di patronato delle case signorili offrivano il mezzo di educarsi a quella carriera ed entrare al sacerdozio.

Al modo stesso le menti riposavano d’accordo su certi principi generali; la riverenza all’autorità non era stata scossa dall’idolatria di sè stessi, unico culto oggimai sopravissuto: credevasi che alcuni dovessero comandare ed altri obbedire; che il mondo è luogo d’espiazione; ove dunque non è a cercare la felicità, ma abituarsi alle abnegazioni e proporsi reciproci sagrifizj; che la famiglia è il fondamento del vivere sociale, e a padre e madre. Si dee venerazione anche dopo cessato d’esserne dipendenti; che sacri sono il mio e il tuo, ma chi possiede di più ha stretto obbligo di beneficare chi difetta. Nel popolo basso e della campagna regnava incontroversa l’idea della sommissione alle autorità, del rispetto ai superiori, del dovere di guadagnare faticando e soccorrersi a vicenda; la riverenza alle cose e alle persone sacre, le abitudini di economia e di buona condotta; il pudore che di tante virtù tiene luogo ed elèva le anime semplici fino all’eroismo [91].

Noi, nati in un secolo ove queste virtù e questi canoni son revocati in discussione, noi sproveduti di ciò che non è più e di ciò che non è ancora; noi ci maravigliamo che gli animi d’allora, accettandoli, vi si riposassero; in conseguenza non soffrissero gli spasimi degl’insaziabili appetiti, e nel minore sviluppo della facoltà pensante e della volente trovassero una serenità che non tutti giudicheranno invidiabile.

Non affrettiamoci dunque a riprovare i lieti umori e gli spassi de’ nostri padri col contrapporvi la tormentosa agitazione che è carattere del secolo nostro, tempestato continuamente da dubbj sconfortanti, da ambizioni smisurate, da inappagabili pretensioni. La vita pubblica era poco sviluppata; le classi restavano distinte; il clero serragliato nella propria indipendenza; i nobili persuasi d’una superiorità quasi naturale; il popolo limitato ne’ desideri e saldo nella subordinazione; molti non avevano perduto mai di vista il campanile del villaggio natio, e gloriavansi che il loro nome non fosse stato scritto mai sui libri della giustizia; raro lo scambio delle proprietà, raro quel delle idee. Quindi o ignoranza od errore, e più spesso indifferenza sulle cose esterne: i meno frivoli ragiona vano d’ alcuna teologica quistione, di decreti fatti da principi senza che la nazione v’avesse parte; di contese o matrimonj fra i re; di feste, funerali, viaggi di coronati [92]: nè empivansi le conversazioni col discorrere di pubblici casi, coll’erigersi in consiglieri e giudici di chi governa, col seguitare le fortune di popoli anche lontanissimi, com’ è fatto comune o, a dire più giusto, volgare ai giorni nostri, dopo che gli avvenimenti, succeduti con una rapidità imprevedibile, apersero innanzi uno spettacolo senza pari di cognizioni e d’ignoranza, di filantropia e barbarie, di sagrifizj generosi e di gelato egoismo, d’inestricabili rivoluzioni e d’insulsi riordinamenti, di sublimi teoriche e di folli: una tragedia, una commedia, ove il mondo intero è protagonista, e dove lottano l’uomo contra la natura, il pensiero contro la forza, la libertà contro l’assolutezza superiore ed inferiore.

A quale toccherà la vittoria?

Con qual arte, con qual pro

Parini scrisse il Giorno.

Di mezzo ad una tale generazione di ricchi limati dalla accidia e di poveri consumati dalla miseria e dall’ignoranza sorga l’uomo da prepotente genio chiamato alla poesia. Se al vigore dell’intelletto non accoppii alto sentire, cercando più il rumore che la stima, più la grazia de’ presenti che la fama degli avvenire, comprerà i favori col palpar i gusti e le passioni: diverrà il poeta del giorno, il canzoniere della brigata: canterà sentimentali scempiaggini ed efimere importanze: otterrà applausi, soddisfazioni; ma la gloria patisce violenza, nè la conquista se non il coraggioso.

Pericolosa abilità, la satira di rado giova a coloro cui ferisce; produce inutilmente nemici; troppo spesso il satirico saetta ciò che dovrebbe più rispettarsi, la disinteressata attività, le idee fuor dell’ordinario, quelle convinzioni che durano anche dopo dissipate le illusioni; somigliando al monello che diverte sè ed altrui col soffiar del tabacco negli occhi a chi ha la sventura d’imbatterlo, spegne quella reciproca fiducia ch’è pur l’unica salvaguardia degli oppressi; fomenta i disamori d’una società intollerante, irosa a chiunque esce dalla mediocrità, e che, vogliosa di cacciar i denti nella propria carne, rinnega la critica e il buonsenso quando trattasi di credere e dir il male, sciagurato bisogno di chi il male e la viltà ha in fondo del cuore. Non vediam noi tuttodì (non ultima delle miserie nostre) d’apparente tranquillità mascherando un cupo astio e l’autolatria, adoprarsi la satira a fabbricar troni colle macerie altrui, a solleticare le malevole passioni, conculcare i vigorosi e blandire gl’infimi, e tra gli applausi d’una mediocrità presuntuosa. farsi tremendi col minacciare nuovi colpi a sempre nuovi nemici e cooperare cogli sgherri bersagliando or la pietà, or l’ingegno, or la buona fede? Eppure la patria domanda che la pericolosa facoltà del riso sia vôlta a protestare contro l’inerzia decretata, a munire contro il comune oppressore.

Vorremo perciò escludere tutto ciò che non spiri mansuetudine di sapienza, e nel poeta satirico vedere soltanto il losco occhieggiatore, il Cam, maledetto ne’ suoi figli perchè scopriva e beffava le paterne nudità? Mancavano forse di cuor retto, forse non amavano la patria Tacito e Catone quando acremente censuravano i vizj di Roma? Non compiva, o almen non cercava santa opera Dante Alighieri, che, erettosi giudice tra le fraterne liti, con sagace livore colpiva re, cavalieri, sacerdoti, stranieri, concittadini? Malore a chi, esagerando le nostre vergogne, ne colse pretesto di oltraggiarci e deluderci: ma amor di patria non chiameremo l’istinto d’adularne i sonni e le vanità; come sufficiente medico non chiameremmo quello che dissimulasse i malori impigliati nel corpo del suo infermo perchè al toccarli non li risenta più vivi.

Nè crediamo che la verità possa annunziarsi solo flebilmente: però l’ironia, sempre falsa quando sta nel pensiero, ma che può esser vera nella forma, deve proporsi un fine, deve essere non conchiusione ma mezzo; e cuor benevolo, evidente intenzione del meglio possono sole dare il diritto di «rimescolar la fetida belletta» del proprio secolo. Anche l’offeso perdona quando vi scorge il desiderio del meglio.

Troviamo che i Milanesi, nel secolo passato, propendeano soverchiamente alla beffa: le idee più nobili, i concetti meglio generosi, le virtù più efficaci non lasciavano immuni dal ridicolo; ad un frizzo, ad un soprannome immolavano la riputazione più intemerata; sicchè bellissimi concetti restavano sterili o nascosti per paura d’un epigramma. Forse il Parini non fece che secondare quel miserabile andazzo? Da robusto intelletto, sicura coscienza, ragionato coraggio portato a scabbiare i lombardi Sardanapali, egli vi s’accostò col ribrezzo rispettoso del chirurgo che scandaglia la piaga, non coll’atrocità di chi cerca materia di riso in uno spedale di pazzi. Egli credeva; e col meditabondo sorriso flagellando il vizio, voleva sgombrar il calle all’operosa virtù. Senti che, se v’ha cosa degna di esser esposta alle beffe, sono l’ignavia pretensiva, la codardia gentile, la vanità sprezzante [93]; che bisogna lacerare i fiori per mostrar che sotto vi cova il verme roditore della società.

Pertanto l’ironia di Luciano temperò coll’amabilità di Erasmo, onde ritrar un tempo dove l’ignoranza o il disprezzo de’ principi coprivasi con tanto rispetto per le convenienze. E ricordandosi che competenza del poeta satirico sono i difetti, non i delitti, perfin nella relazione così strana de’ cicisbei punse le scipite apparenze, ma accennò soltanto la possibilità che un giorno Amore possa usurpare qualche altra provincia a Imene. Con arguta malizia, ma non con rancore, più che la retorica arcigna di Persio e lo straziante sarcasmo di Giovenale, cercò, nel suo lungo amaro carme [94], la celia socievole e la colta arguzia di Flacco, con minor leggerezza e più fidanza nel meglio, con maggior fiore di sapienza civile, e senza quelle scappate che il cortigiano d’Augusto rivelano scredente alla virtù e ligio al potere. E come Orazio, egli sarà sempre il poeta di chi ha buon gusto; come quello offrì al parlar quotidiano una quantità di motti che restarono come proverbi [95].

I mediocri, contenti a seguitare la traccia altrui, lasciano l’arte al punto ove l’hanno trovata: degl’ingegni prelibati è carattere che, a qualunque parte drizzino la potenza loro, vi fanno progredire l’arte o la dottrina; avanzando forse in falso, ma sulle proprie orme.

Si è voluto cercare donde il Parini togliesse l’artifizio originale di quella satira che consiste nel dire le cose sul grave, eppure in un modo che s’intenda affatto il contrario: da sembrar che si consigli come retto e naturale quello di cui si fa risaltare l’irragionevolezza e la bruttura; satira che può parere e gravissima sbizzarrissima secondo gli uditori. Si vollero citare e il Satiricon di Petronio Arbitro, e le Saccenti di Molière, e La Metromania di Piron, e l’operetta di Swift sulla vita del pedante Scriblero, e Lo splendido scellino di Philipps, e la Trivia di Gay, perfino il Principe del Machiavello [96].

Al Riccio rapito di Pope meglio somiglia per l’arte di magnificare un piccolo evento e, come si disse di Boileau, nobilitare le minute particolarità [97]; ma tutto questo poteva il Parini imparare da ben altri, cominciando dalla Batracomiomachia, e venendo fino ai troppi nostri berneschi, i quali anche sovente dicono una cosa per farne intendere tutt’altra, come là dove il Berni esalta le bellezze della sua donna, e dove altri lodano la fame, la febbre, la peste.

Quanti usarono l’ironia, assunsero a volte quel tono: e non potrebbero dirsi pariniani molti tratti di Socrate, e singolarmente il suo ultimo discorso, sublimemente puerile? Nè sarebbe difficile trovare interi componimenti così sistemati; e vaglianmi le odi di Orazio O diva gratum e Parcus Deorum cultor; la seconda a Canidia, che è la XVII degli Epòdi, e la notissima del Beatus Me [98].

Un sofista coronato, Giuliano apostata, lodò con lunga ironia i proprj difetti, e non che il vestire sciamannato e le unghie schifose e la barba sudicia e scarmigliata, perfin gl’insetti del suo capo. Con miglior intento Raterio, vescovo di Verona sul fine del 900, nella Conghiettura fece il ritratto suo proprio, fingendo approvare le censure de’ suoi nemici. Il Petrarca, De sui ipsius et multorum ignorantia, fingendo confessare la propria, attacca l’ignoranza degli altri.

Neppur tra i Francesi, amanti del riso aperto, mancherebbero satire alla pariniana, e Gassendi la adoperò per combattere il dogmatismo e l’entusiasmo; il famoso scettico Pietro Bayle compose una difesa del maresciallo di Lussemburgo, ove supponendolo accusato di fatucchieria e venefizio, lo fa scagionarsene quasi dal diavolo non abbia cercato che costante prosperità presso il re, le donne, in guerra, ne’ processi, così flagellando lui e molti altri Montesquieu sostiene la tratta dei Negri con tutta serietà o col corredo delle ragioni usate dai fautori di essa, donde ne risultano l’assurdo e l’empietà [99]. Nelle Lettere di Ebrei, l’abate Guenèe rivelò alcuni dei cento errori e delle mille impudenze di Voltaire, combattendolo colle armi sue proprie, il motteggio e l’arguzia; fra le altre in una sopra i testi greci ne scopre enormi strafalcioni con quell’aria dabbene che dal colpito lo facea paragonare a una scimmia; il colpito, designato egli stesso per scimmia-tigre.

L’abate Morellet, famoso cortigiano degli Enciclopedisti, attiene alla Lombardia per aver tradotto e coordinato il libro del Beccaria Dei delitti e delle pene, ed essere venuto a Milano a godere trionfi, come rappresentante la società filosofica. Nel 1773, essendosi bucinato che si ristabilivano i gesuiti, egli mandò fuori una canzone, ove, mostrando congratularsene, strazia e i ripristinati e chi li ripristinava [100].

Quel riso pieno di meditazione e di mestizia si confà principalmente cogli Inglesi e con quel ch’essi chiamano humor. De Foe, autore del Robinson Crusoè, nel Mezzo spiccio di farla finita co’ dissidenti imitò sì bene le opinioni e lo stile degli anglicani esaltati e l’atroce loro intolleranza che molti lo preser da senno: un dottore di Cambridge ringraziava il suo librajo d’avergli inviato « quest’ eccellente trattato che, dopo la Bibbia e i Commenti sacri, era il più venerabile che fosse comparso ». Pensate le smanie quando fu scoperta l’ironia! per la quale fu bandita taglia di cinquanta sterline sopra la testa dell’autore.

Quando Bolingbroke inondava la sua patria di scritti scettici contro la religione, il famoso oratore irlandese Eduardo Burke pubblicò un Reclamo a favore della società naturale, ove gli argomenti stessi torce contro le basi della società civile, per farne risaltare il pericolo. L’ironia sfuggì a molti, che l’imputarono d’esagerata democrazia. Ciò ai tempi del Parini, del cui modo vivono pure molti capitoli del Viaggio sentimentale di Sterne. Appartengon alla satira pariniana Gli eruditi della viola dello spagnuolo Cadahalso (ucciso all’assedio di Gibilterra il 27 febbrajo 1782), corso compito di tutte le scienze, diviso in sette lezioni, una per ciascun giorno della settimana, insegnando ciò che occorre a que’ troppi che vogliono mostrare di saper tutto. E anteriori e più insigni sono il Don Chisciotte e il Fra Gerundio [101], dove si motteggiano i vizj de’ predicatori. La qual opera servì di modello a Bernardo Bozza di Monselice, che nel 1762 stampò Il celebre altitonante conte Bacucco, orazione panegirica, contrafacendo il metodo barocco, le inette divisioni, il gonfio esporre, il cadenzato periodare, l’incongruente argomentare, l’accozzato e assurdo epitetare, l’abusato e ignorante citare degli oratori del suo tempo; libro più volte ristampato (io ho sottocchio la sesta edizione di Venezia nel 1849) e lodato molto; ma privo di quella finezza che forma il merito dell’ironia, e troppo abbandonato alle esagerazioni che son il campo della buffoneria [102].

Il Menkenio, lo Skelornio, il Gerdesio col supporre spessissimo che gli autori parlassero ironicamente, vollero moltiplicare i precursori della riforma religiosa: ma così usò veramente Lucilio Vanini quando mostrava combatter Lutero e difendere il concilio di Trento.

Al prorompere di essa riforma, levarono un gran rumore le Litteræ eruditorum virorum, che da alcuni furono prese come serie, mentre erano una beffa continua di Giovanni Hutten e un’incessante contraffazione de’ frati e de’ teologanti. A tacere l’Elogio della pazzia di Erasmo, si ha una lettera di Gerardo Busdrago [103], la quale si suppone una sostenuta ironia di Pier Paolo Vergerio, vescovo apostata. Allora pure uscì, senza luogo nè anno, che però è Basilea 1558, un libretto intitolato, Dialogo di Jacopo Ossanese, nel quale si scoprono le astuzie con che i luterani si sforzano d’ingannare le persone semplici e tirarle alla loro setta; e si mostra la via che avrebbono da tenere i principi e i magistrati per estirpare dagli stati loro le pesti dell’eresia, cosa in questi tempi ad ogni qualità di persone non solo utile ma grandemente necessaria da intendere; titolo ironico che copre una violenta apologia della riforma.

Chi rimescolasse la deplorabile abbaruffata tra i gesuiti e giansenisti, troverebbe esempi di satire simili; e mi basti il Maurolico pubblicato nel 1698, ove si fingeva difendere l’arcivescovo Le Tellier, il quale avea condannato alcune tesi dei gesuiti e al tempo stesso mal trattato i giansenisti, con quell’intradue che fa odioso ad ambe le parti allorchè il dèmone del dissidio non lascia luogo alla moderazione [104].

Stando ai nostri italiani, il Gravina suppose che il Pulci fesse una continua ironia [105]. Il Mauro, degno emulo dell’Aretino, ha un capitolo sui frati, ove mostra lodare quella loro vita neghittosa e quel facile guadagnar il paradiso. Arieggia a tal modo il sermone del Chiabrera a Jacopo Gaddi, ove, lodato il valor guerriero degli stranieri, vi contrappone la mollezza degli Italiani con modi degni del Parini [106]. Jacopo Martelli a un nobile idioto insegna le guise di diventar letterato [107]. Galileo in un dialogo adducea le ragioni più forti a sostener il moto della terra, eppure l’interlocutore si dava vinto alle deboli dell’avversario; e la prefazione va tutta con ironia pariniana, nè forse la compresero il maestro del sacro palazzo e il papa, che gliene permisero la stampa. Il piacentino Giulio Clemente Scotti, scarso di meriti quanto ricco di presunzione, non trovandola appagata nella società di Gesù, ne uscì, e postosi a Venezia, pubblicò nel 1645 la Monarchia de’ solipsi; dove, fingendo dar consigli ai gesuiti, li sferza con una virulenza da pareggiare qualsiasi delle moderne.

Non so come non siasi dedotto il Giorno dall’ars amandi, dove Ovidio, fattosi anch’esso precettor d’amabil rito [108], insegna i nonnulla del bel mondo: lavoro però fatto sul serio, giusta la natura de’ tempi e de’ costumi; l’autore non vuole a scolari i doviziosi [109], ai quali al contrario si dirige interamente il Parini: non che correggere i costumi, insinua una calcolata scostumatezza. Ben sarebbe studio grazioso nè vano il confrontare l’amore ignudo e voluttuoso di Ovidio col guerresco ed avventuriero della cavalleria, poi coll’ideale del Petrarca, indi con questo de’ cicisbei, da ultimo col nostro d’oggidì, molto (se odo il vero) inselvatichito e di sensualità positiva mista a fantastica ipocondria.

Fu tratto fuori un libro intitolato Mores eruditorum, stampato non si dice dove nel 1760, che contiene dialoghi, lettere, commenti latini, a burla degli eruditi. Autore probabilmente un tedesco: e da un brano che volgarizzo ne apparirà la somiglianza col nostro poeta.

« Se brami sapere qual sia dottissimo fra i dotti, che venga tenuto una fonte, un mare d’ogni dottrina, cui attenda la più parte della studiosa gioventù, dammi un tratto ascolto e sì tel dirò. Alta la fronte, marmellata la capellatura, volerà per le piazze; abbonderà d’unguenti; empirà le aure con purissimo olezzo, quasi tutto fosse di rose e mirto; recherassi il cappello sotto l’ascelle; cinto d’un argenteo spadino; con cortissimo abito di seta a color cangiante; saluterà quei che incontra, curvando elegantemente il tergo, strisciando il piè destro a sinistra, e chinando il cappello fino a terra: offrirà la scatola colma di tabacco con tant’arte che, anche senza volerlo, tu gli veda brillar in dito gli anelli: ogni tratto leverà dai calzonetti l’oriuolo, ornato di lunghe catene e ciondoli d’oro: con mirabile prestezza dirà alcuna cosa dell’aria tranquilla, del bel tempo: scherzerà colla cagnolina: trarrà a mano le gazzette: dirà che cosa pensi di quella invasione di soldati, di quell’assedio di città: in fine con molto tragittar di mani declamerà contro coloro che sanno. O figlio del cielo! oh beati i secoli che ti produssero!»

Davvero questo è l’andar del Parini: ma esso libro, oltre che rarissimo, fu stampato tre soli anni prima che Comparisse il Mattino, opera molti e molti anni studiata.

Alla letteratura avea dato inclinazione al ridicolo il Voltaire, il quale se ne valeva contro la religione, perchè uno scherzo ferisce più che non possa medicare un lungo ragionamento. E forse avevano i nostri imparato da lui a dare la baja in modo che non paresse. Il Tiraboschi, tutt’altro che vivace, così ripicchiò certe note apposte alla sua Storia della letteratura italiana. Cesare Beccaria aveva mandato in luce un libro Dei disordini e dei rimedj delle monete nello stato di Milano, e perchè ricco di belle cose e pensate, riuscì disgradito a molti curiali. Per cuculiare costoro, Alessandro Verri pubblicò certe Riflessioni in punto di ragione sopra il libro suddetto (agosto 1762), fingendo confutare l’amico suo coll’opporgli i più assurdi teoremi de’ suoi avversari, e i loro ragionamenti conditi d’affettazione e presunzione. Non solamente uno zio del Beccaria, uomo all’antica, esultava di vedervi trionfalmente battuto il nipote, ma il Parini stesso lo credette di qualche ignorante legulejo.

Con quest’arma Pietro Verri nel Mal di milza [110] punzecchia usanze correnti, e singolarmente la boria dell’inclita nobiltà. Paolo Frisi, con assai meno grazia e brio mostrando confutarlo colle ragioni che doveano que’ giorni udirsi ne’ crocchi, infigge vie più le punte del primo [111]. Ma che? Vi fu chi si alzò seriamente a ribattere i due burlevoli [112] con lunga e noiosissima opera; alla quale essi in cinque lettere diedero la berta.

Nella quistione che dicemmo contro il padre Branda, più d’un opuscolo sapeva di siffatta ironia. Singolarmente il dialogo del Branda, origine di tutto lo scandalo, postillato sto per dire frase per frase, ebbe una prefazione di seria canzonetta, ch’io giudico del Parini [113].

Chi su i costumi de’ nobili, piuttosto ridicoli che ribaldi, piuttosto insulsi che malvagi, fosse comparso a dottrineggiare con aridezza scolastica, o lunga severità, da pochi sarìa stato letto, nulla avrebbe giovato, come nulla il poema del Bettinelli sopra le raccolte. E il Parini scriveva:

Spesso gli uomini scuote un acre riso

Ed io con ciò tentai frenar gli errori

De’ fortunati e degli illustri, fonte

Onde nel popol più discorre il vizio:

Nè paventai seguir con lunga beffa

E la superbia prepotente, e il lusso

Stolto ed ingiusto, e il mal costume, e l’ozio,

E la turpe mollezza, e la nemica

D’ogni atto egregio vanità del cuore

Così .    .    .    .    .    .    .    .    .  io volsi

L’itale muse a render saggi e buoni

I cittadini miei [114] .

Perciò scelse l’ironia; fece opera breve, e la vestì della più squisita poesia, acciocchè la causticità venisse temperata dall’affettuoso culto della bellezza. Quanta distanza da lui ai satirici precedenti, grossolani e incivili i più, prolissi tutti, alcuni violenti, senza drammatica, ove si eccettui l’incomparabile Ariosto, raggirantisi da improvvisatori sopra pochissimi pensieri come Salvator Rosa, consumanti fin 1000 e 1500 versi a vituperar le donne come l’Adimari! Fan dire al Parini, i soli versi moderni che gli dessero alcuna norma al comporre i suoi essere stati quelli del Femia. È un dramma ove Pier Jacopo Martelli punge Scipione Maffei, supponendolo chiamato al giudizio degli dei infernali. I soli versi che presentino alcun raffronto col principio del Meriggio sarebbero quelli ove Femia, cioè il Maffei, dice:

Nacqui colà dove all’ionio flutto

Itaca da’ suoi scogli alto sovrasta.

Mio mestier fu la cetra e poi la mesta

Tibia, e alle corde lor tenere o gravi

Versi temprar quai mi piovean dall’alto,

Le sante muse. A rallegrar le cene

Venian spesso chiamati i miei concenti,

Compensandosi a me dai convitati

La melodia coi saporiti cibi,

E colle tazze di Lieo spumanti,

Ne’ vati atte a far quel die fan le Muse.

Fosse caso o destin, gl’ingordi proci,

Che alla tentata invan Penelopea

Consuman le sostanze di Laerte,

Convitar Femia, e Femia è il nome mio.

Le condite vivande e gli odorosi

Vini allor tracannati in me svegliaro

Estro che sovra me sorger mi feo,

Onde trassi cantando i gonfi Achivi.

Dai fochi d’Ilio entro i castighi acerbi

A’ quai votate avean lor teste i numi

Vendicatori del trojano sangue.

Ripreso fu l’aspro argomento allora

Da Penelope sola, a cui d’Ulisso

Parea d’udir ne’ miei racconti il fato,

Ma fra ’l viva de’ proci io bebbi e risi [115] .

Si lodino pure questi versi, ma distanza telescopica corre tra essi e la mirabile maestria de’ pariniani « or fluidi o soavi, or aspri e stridenti, languidi o vibrati, celeri o tardi, per la sola magia dell’accento che fa che questa o quella sillaba, ove arte il richiegga, preme pesantemente o sdrucciola rapido e vola » [116]. La prosa del nostro autore difetta di colore e armonia; nelle odi, oltre mancar sempre quella che Shakspeare chiama frenesia poetica, si sente troppo lo stento, con cui voleva opporsi alla semplicità senza grandezza o alla sterile abbondanza delle emporetiche poesie d’allora, e a quello stile che nulla lascia da pensare ai lettori. Nel Giorno il poeta è maturo: cerca i vocaboli più convenienti, e li colloca ove più diano risalto alle forme e al concetto; mai non ride; non cerca il motto nè la punta; non declama, non si posa; ed è il men francese in tempo che tutto era francese. La varietà somma del verso, le frasi nuove e vere, la correzione dello stile, l’evidenza dello pitture, lo facean novatore senza cessare d’essere classico e nazionale. Dopo il Mattino e il Meriggio sappiamo già tutto; l’ironia può sembrare protratta, e manca l’allettativo dell’inaspettato; pure anche nelle due parti pubblicate postume occorrono ancora posizioni nuove; piace il veder arrivare così bello quel che pure si sa che deve arrivare; maggiore per avventura v’è il drammatico: più franco lo stile, più spigliato il verso.

Al primo comparir del Mattino inaridì la pessima erba de’ versi-scioltaj. Il Baretti, che fin le tragedie avrebbe volute in terza od ottava rima, confessava che costui «già aveva fatto vincere l’avversione ai versi-scioltai e all’oscurità, perchè ogni verso del Parini è buono, e alla lingua ha saputo dare de’ nuovi colori molto vivi e molto vaghi; e il suo pensiero ha sempre del brioso e del fiero » [117]: il Frugoni, corifeo della scuola dominante, come lesse questi così variati, imitativi, adatti, lontani dalla fastosa e vana sua armonia. con lealtà onorevole perchè rara esclamò: — Perdio! mi davo a intendere d’esser maestro nel verso sciolto, e m’accorgo di non esser tampoco scolaro». Il Bettinelli dichiarò che «l’autore del Mattino e del Mezzogiorno farebbe sempre un’epoca nuova anche in un secolo svogliato» [118].

Ma gli scolari onde ebbe sorte il Parini non furono gli autori dell’Uso, della Moda, della Conversazione, della Sera, od altri che pretesero farsi pariniani col dipingere anch’essi costumi signorili in aria ironica; poveri in magistero diversa, in arguzia di concetti, in grazia di sapore; gregge servile, che faceva esclamare al Parini: — Pur troppo so d’aver fatto dei cattivi scolari» [119]. Alunni suoi veri sono quelli che, tolta la poesia dalle canore vanità, la diressero costantemente alla sociale educazione, alla virtù amorevole ed operosa, non accidiosi ricalcatori, ma studiosi dell’arte di lui, alla guisa onde Dante avea tolto da Virgilio «lo Bello stile che gli  ha fatto onore ».

Giovanni Salvadore De Coureil pisano, lodato per liriche poesie, che nel Nuovo giornale dei letterati predicava non volgari dottrine letterarie, tolse a censurare il Parini, trattandolo or d’affettato, or di pedantesco, or d’inelegante, or di prolisso, fin di mancante al buon gusto e al buon senso [120]. Noi rispettiamo troppo la libertà del pensiero per avventare a costui le villanie, che divennero vulgata dopo che Vincenzo Monti, tocco sul vivo, sfogò contro di lui un accesso di quelle passioni, in cui era tanto fervoroso quanto incostante [121]. Il De Coureil dimenticò (come troppo spesso i giornalisti) che la misura degli uomini grandi non si prende dal basso; e ci accadrà di ribatter molte delle sue critiche; ma più insiste sul non essersi il Parini emancipato dalla mitologia. Non si aspettarono i romantici per riprovare chi toglie a soggetto la mitologia [122]: ma chi la rifiuterebbe come ornamento? Tutti i campi della natura e dell’immaginazione sono schiusi al volo del poeta: allusioni, similitudini, descrizioni, i variati colori onde prepara la sua tavolozza, li procacci pure onde gli piace; noi, proclamatori della libertà, non imitiamo il pedante, che traccia una linea capricciosa e dice all’intelletto, Qui ti fermerai. Ora le favole introdotte dal Parini non sono piuttosto greche che arabiche; maggior numero appartengono alla parte simbolica; non le trovi miste a credenze diverse, non date come una fede dell’autore; rimangono fregio, non fondo del suo quadro. Senza negare che talvolta eccedesse, parmi sottile avvedimento quest’usarne all’armonia de’ contrapposti: perocchè, qual cosa più atta a dar rilievo beffardo a tante frivolezze? a vaneggiar la descrizione con vivezze saporite? a puntellare di comparazioni maestose le inezie degli smaschiati eroi? Adoprandole al riso ed all’ironia non mostrava egli apertamente in qual conto avesse le favole? L’invenzione della cipria, dello sbaraglino, del sofà sarebbonsi potute dire più leggiadramente? o con maggiore decenza ed arguzia insieme i male spesi viaggi del giovin signore, od i confini tra l’amore e l’imene? Leggansi que’ passi, e lanci la pietra chi n’ha il coraggio.

Alcuno pretese che il Parini togliesse di mira una persona particolare: e si accennò singolarmente al principe di Belgiojoso, tipo degli eleganti d’allora. Il fissare un individuo repugnava non meno alle condizioni dell’arte che alla natura di quel severo Lombardo; il quale, flagellando il peccato non il peccatore, discerneva i vizj della classe dalle persone, e continuò tutta la vita ad usare famiglie signorili.

E poichè i nobili dappoco traevano ogni loro superbia dagli antenati, che arte, forza o fortuna avea resi grandi, per questo il Parini spesso confrontò la bontà dei passati colla futilità dei moderni. Nè dissimula i peccati dell’età precedente: nè gli avi che, per accumular tesori, s’adattarono a vigilie, a sobrj pasti, a case in preda all’aquilone, a magre rôzze digiune, a cocchi scommessi; spogliarono i villani, desiderarono le carestie, armarono sul volgo l’autorità delle sacre toghe [123]: nè quegli altri che, truci per gelosia, empirono gli antri domestici, le selve, le rupi di femminili strida; ed alle lagrimanti spose offrivano le tazze attossicate e i nudi stili [124]. Non era dunque il vezzo di chi, scontento del presente, ghermisce ogni visione del passato e dell’avvenire: egli si piacque mostrar come fossero più operosi que’ vecchi pel pubblico e pel loro privato incremento; e mettendoli a petto dei nipoti, gloriosi del non far nulla, ne trasse felicissimi paragoni. Così, fatto coraggio al giovin signore perchè animoso si slanci tra la polvere cipria, esclama:

O bravo! o forte!

Tale il grand’avo tuo tra ’l fumo e ’l foco

Orribile di Marte, furïando

Gittossi allor che i palpitanti Lari

De la patria difese, e ruppe e in fuga

Mise l’oste feroce. Ei non pertanto,

Fuliginoso il volto, e d’atro sangue

Asperso e di sudore, e co’ capegli

Stracciati ed irti, da la mischia uscia

Spettacol fero a’ cittadini istessi

Per sua man salvi: ove tu, assai più dolce

E leggiadro a vedersi, in bianca spoglia

Uscirai quindi a poco a bear gli occhi

De la cara tua patria, a cui dell’avo

Il forte braccio, e il viso almo celeste

Del nipote dovean portar salute.

Altrove ritrae que’ vecchioni duri ed alpestri, che si coricavano col sole, e coll’aurora sorgevano a vigilar su l’opre

Dei per novo cammin guidati rivi,

E sui campi nascenti, onde poi grandi

Furo i nepoti e le cittadi e i regni.

Accompagnando poi il suo eroe per le gallerie fregiate co’ ritratti de’ padri, coglie occasione di rammentare come fossero famosi in fatti di guerra e di pace [125].

Non cooperava dunque al tristo intento d’invelenire gl’implacabili rancori de’ poveri contro i ricchi, giacchè loda questi del ben fare [126]. Bensì combatteva quel giudizio fecondo di tanti mali, che poneva una distinzione naturale fra il nobile ed il plebeo. Ond’egli mette a continuo raffronto l’uom del bisogno coll’uomo delle superfluità; i piccoli mortali dominati dal tempo, coi liberi semidej terrestri: e mentre questi, gonfi per molta sequenza di avi e per ricchezza, poltriscono tuffandosi nelle vivande e nel sonno, rimostra quegli altri, sorgenti coll’alba per riaprire le sonanti officine, o per volgere i bovi alle fatiche nel campo: indi tutto il giorno i cultori incallir la mano al vomere, o gli operaj rampicarsi sulle aeree capre degli edifizj, o l’industre, assiduo allo scalpello, all’asce, al subbio, all’ago; ed il giudice piatire, e tutto insomma l’umile volgo, donato dell’industria, affaticarsi per ministrare piaceri al signore, e recarglieli faticosamente sulla mensa senza pur libarli. Spesso ritorna sulla disconvenienza di tanti servi, marcenti nel servigio d’un solo; e del cocchiere che deve lungamente durare ai geli e al sole per sentire di quanto immensa via la natura divida l’uom servo dal suo signore. Chi poi non ammirò l’episodio della cagnolina, da’ cui morsi essendosi schermito il servo con un calcio, egli fu cacciato dalla casa, e, ramingando a mendicare il tozzo coi nudi figli e colla donna, restò vivo esempio del quanto possa dirigersi male la sensibilità?

Le dottrine d’uguaglianza primitiva che dai filosofi allora predicava usi, e massime da Rousseau nella solitudine del suo genio atrabiliare, sono più acconce a poesia che a filosofia; e il nostro poeta canta siccome un giorno fossero nomi ignoti Plebe e Nobiltà, e il padre del principe e quel del volgare spregiato godessero una stessa vesta, un suolo istesso, uno stesso antro per ricovero e letto, guidati dal medesimo istinto, da una medesima forza a soddisfare i bisogni e fuggire il dolore. Imperciocchè ai giorni del Parini d’ogni parte sentivasi l’insofferenza degli ultimi e sordidi avanzi degli ordini feudali; e dai principi, dal clero, da’ sapienti facevasi opera di spezzare il giogo imposto sulla degradata umanità; il regno della ragione soppiantava la tirannia dell’autorità: dallo studio gretto delle leggi si faceva tragitto al ragionato: cercavansi nella storia i progressi dell’umanità, le sue proteste contro le usurpazioni: fondavasi la scienza dell’utile combinato col giusto, la quale deve abbracciar la terra e camminare coi secoli. Anche la letteratura delle inezie dava luogo ad una nuova di bello sodo, pensato, sincero; cessando il divorzio fra le meditazioni della sapienza e gli idoli della fantasia.

Non imitando il volgo che ammira solo il culmine degli edifizj, non le pietre inosservate che servono di fondamento, veneriamo (se anche talora esorbitarono) i pensatori, dalle cui ceneri germogliò tanto bene alla presente età: veneriamo Giuseppe Parini, il quale, adorando la ragione, l’intelligenza, la fede che camminano innanzi ai progressi dell’umanità, fu de’ primi a manifestare le verità, sgradite dai pochi potenti perchè utili ai molti fiacchi; e con profitto. Come Rinaldo al veder nello scudo la propria effigie infemminita dagli ornamenti, così i migliori si saranno riscossi a quella viva dipintura del vivere nobile; frivolezza e vanità si cessò d’ostentare quando stava sotto gli occhi di tutti la propria caricatura: gli abietti che esecrano il vero poterono sdegnarsi col poeta, disgraziarlo, perseguitarlo: cose tutte più agevoli che non il trascurare le sue sentenze, e l’affrontare una satira sì pungente ed ingegnosa. Che se il mutamento recatoci da altrui vittorie rovesciò i costumi ben più possentemente che non avrebbero fatto poeti, o filosofi, o legislatori, vuolsi saper grado a coloro che avviavano la nazione al bene anche senza il tremendo esperimento di una rivoluzione.

Il liberalismo. Schizzo storico

della Lombardia, e come risorgesse.

E potrebb’essere ancora chi, dopo tanto discorrere, ci domandasse se il Parini era liberale.

Questa parola non era tampoco nata, e vi corrispondeva quella di filosofo, a significar chi voleva il progresso a norma di certe idee; credeva all’onnipotenza dei libri; conosceva quelli dei filantropi francesi e degli enciclopedisti, traendone tanto amore pei fanti quanto disprezzo pei santi; mostrava dubitar di tutto; sorvolando a molte convenienze mondane, e intitolando pregiudizi le credenze e le abitudini avite, in senso poco pacifico ripeteva spesso superstizione, fanatismo, filantropia, ragione, umanità, tolleranza.

I siffatti miravano ad alterare gli ordinamenti civili, non però a scassinare l’autorità, nè consideravano come generosità un sistematico malcontento, il quale non sa tampoco proporsi un punto di riposo, nè come sintomo di carattere fiacco e di codardo sentimento il chiamarsi soddisfatti, o come prova di forza il barcollare indefinito [127].

Una vicina nazione, che, dopo uscita dall’antico assetto, cambia così spesso di costituzioni come di mode, introdusse quel liberalismo che riesce all’adorazione della forza; atteso che, avendo infranto ogni legame tra gl’individui, per tenerli insieme non resta se non una pressione esterna. E questa è il governo, al quale per tanto s’affidano gli attributi più preziosi dell’umana individualità: esso proveda alle malattie, alle intemperie; esso regoli le coscienze, nominando vescovi e parrochi; esso educhi i figliuoli, prescrivendo maestri e libri e metodi; esso pensi poi ad impiegarli; se no, lamenti e maledizioni perchè non moltiplichi regolamenti, non profonda quotidianamente leggi nuove, supplite da quotidiane ordinanze; e per applicarle un esercito d’impiegati, e per sostenerle un esercito di soldati; e in conseguenza enormi tasse e debiti divoranti; e per farli pagare, fortezze, prigioni, stato d’assedio: cioè ancora la forza.

Ciò posto, e credendo che coi decreti si possa tutto, è naturale che (intendo da quella nazione) s’imputi al governo ogni male che succede; e se ne concepisca odio perchè non vuole, o disprezzo perchè non sa riparare, foss’ anche ai morbi, alle intemperie, agli ozianti che non han lavoro o non voglia, alle credenze che vacillano, alle famiglie che si sfasciano. Donde l’altro carattere di quel liberalismo esotico, il voler tutto dal governo, eppure il governo criticar sempre, considerare nobiltà il fargli opposizione, e il non aver mai proferito, non che la lode, nè tampoco il nome dei governanti; e dimenticando le rimostranze legali, susurrar provedimenti senza effettibilità, unico vanto de’quali è l’esser diversi dai presenti; e anche in ciò rimaner individuali, cioè isolati nell’opinione; e per attuarli non veder ancora altro mezzo che la cospirazione o la guerra, cioè ancora la forza.

Chi sia ispirato da tali sentimenti troverà che il Parini non fu poeta patriotico perchè non declamò contro i dominanti, non ebbe l’ambizione del dolore, non concitò le passioni a fini inattingibili. Ma in circostanze ben diverse egli versava. Che il governo deva limitarsi ad assistere al progresso sociale e a rimoverne gli ostacoli; e non credendosi in diritto, anzi in dovere di tutto dirigere, si sbarazzi dall’inestricabile viluppo degli affari locali, tolga nessun’altra libertà se non quella del far male, lasci che gli uomini esercitino il proprio giudizio nell’uso del tempo, del lavoro, dei beni, applichino la fatica e il capitale come più sembra acconcio al lor meglio fisico, morale e politico, non so se fosse un pregiudizio chiaramente professato al tempo del Parini; certo si praticava: onde la scienza del governo riusciva molto più semplice, e si stabiliva una associazione abituale di esso coi cittadini, fondata sulla riverenza pel dovere personale e pel diritto.

La politica non era la suprema importanza dei discorsi e degli atti, e se noi volessimo espor la storia del secolo passato, in pochi versi ne saremmo cheti. Morto improle Carlo II re di Spagna e nostro duca, i potentati, che da un pezzo spasimavano alla sua ricca eredità, se le avventarono, e ne nacque la lunga guerra di successione. L’Austria, che allora aveva sulle braccia la sollevata Ungheria, guadagnossi il duca di Savoja, promettendogli porzione del Milanese, cioè il Monferrato con Alessandria e Valenza, la Lomellina, la Valsesia [128]; e condotta dal principe Eugenio di quella casa, entrò in Milano (24 settembre 1706). Colla pace del 1714 qui cessava la dominazione degli Spagnuoli, ma alla costoro andata non contribuì punto il paese; non aveva spiegato la maestà del voto nazionale, non sperimentato le proprie forze; per mene diplomatiche straniere, per battaglie, combattute   da stranieri vedemmo agli Austriaci Spagnuoli succedere con Carlo VI gli Austriaci Tedeschi;  coll’indifferenza onde  il casigliano vede cambiar il padrone della casa di cui egli non fa che pagar la pigione. Dappoi la pace fu guasta dalle pretensioni di varj principi sulla Toscana e sul Parmigiano, di cui allora si estinguevano i dinasti: ma durati tre anni di quella povera condizione in cui nè si gode della pace, nè si risolve colla guerra [129], ecco scoppiar nimicizie (chi lo crederebbe?) per la successione al trono di Polonia. Carlo Emanuele di Savoja, che poc’anzi aveva ottenuto il titolo di re, arma fingendo temere di Francia, e invece si scaglia sul Milanese; il governatore Daun coi Tedeschi ritirasi nelle fortezze, e i nostri spediscono a far omaggio al Savoiardo. Ma, mentre si trionfava, lasciatasi ripigliar lena ai Tedeschi, che presto ebber ricuperata la Lombardia amicandosi il re piemontese col cedergli ancora i territori di Novara e Tortona; ond’egli paragonava la Lombardia a un carciofo di cui bisogna mangiare una foglia per volta.

Poco dopo (1740) anche Carlo VI moriva senza figli, e benchè il sublime scopo dell’intera sua vita fosse stato il far da tutte le potenze riconoscer erede la figlia Maria Teresa, tutte le potenze sorsero a disputar a questa la successione. Con essa il re di Piemonte fece quella singolare alleanza provisoria per cui obbligavasi a giovarla finchè Spagna e Francia non gli esibissero patti migliori.

L’inutilità del possedere Milano apparve di nuovo quando gli Spagnuoli l’occuparono (1745): e i nostri deputati fecero omaggio, il nostro popolo fece festa a Filippo di Spagna, che tre mesi dopo dovette fuggire. Gli antichi padroni posero qui una giunta che operando brutalmente, abolì gli atti del governo provisorio fino a impiccare uno graziato dal re, e, dimentica che ogni restaurazione deve cominciar dal perdono, eccitò il fremito d’Europa facendo da una commissione speciale processar il conte Biancani questore del magistrato ordinario, e coll’assenso della sovrana decapitarlo [130]. Solo il Piemonte ne guadagnò, nella pace del 1748 assicurandosi i territori di Bobbio, di Voghera, di Novara, sicchè il Ticino di venne arcifinio, e Milano fu a dodici miglia da quel paese, che la politica chiama forestiero, e noi fratello.

La magistratura nostra si era sempre opposta a tali sbrani e alla vendita del Finale, prezioso perchè congiungeva il nostro paese col mare; a cui compenso fu aggregato il Mantovano, confiscato ai vecchi suoi duchi.

Qui cominciano quarantotto anni di pace, in cui il paese non udì il cannone che nelle solennità de’ suoi principi. Nella scarsezza degli avvenimenti di cui si tesse la storia che i letterati scrivono per trastullo dei letterati, seguitiamo le tranquille evoluzioni che maggiore efficacia ebbero sull’essere della nostra nazione.

Un imperatore il quale divenisse duca di Milano senza, conoscerne la storia, gli usi, i privilegi, sarebbe parso un assurdo; laonde, per istruzione di quel che poi divenne Giuseppe II, fu incaricato di stenderne una minuta informazione Gabriele Verri, senatore e avvocato fiscale generale, versato nella giurisprudenza non meno che nella diplomazia, e infine reggente supremo del consiglio d’Italia a Vienna. Non ne fece egli un tema di declamazioni, ciarlataneria vecchia, nè un cumulo di cifre, prestidigitazione nuova: ma, intendendo la statistica nel nobile suo senso, ne formò una storia civile in tre grossi volumi, che nessuno si prese cura di stampare perchè cosa patria. Poniamo però che alcuno si fosse rivolto a lui chiedendogli come originasse il governo municipale di Lombardia, avrebbe potuto rispondere press’a poco in questi, termini :

Quando, nel 1499, Luigi XII re di Francia, divenne padrone del Milanese pel fiero diritto della spada, lo sistemò in modo di conservarlo in obbedienza anche da lontano, eppure imbrigliar gli arbitri del suo rappresentante. Noi non avevamo più quelle adunanze generali e regolate che sono vere istituzioni nazionali; ma già al tempo dell’indipendenza stavano a fianco al nostro principe due consigli: uno di cinque ministri di spada, uno di sette ministri di toga. Luigi li raccolse in un solo aggiungendovi tre prelati, e formonne un parlamento a uso di Francia, che italianamente si chiamò senato; e gli affidò giurisdizione suprema nelle cause civili e criminali, negli affari di pubblica economia, del fisco, dell’ecclesiastico.

Francesco II Sforza, per un tratto dalle armi straniere rimesso signore della Lombardia, riordinava il senato, portandolo a cinque prelati, nove cavalieri di spada, tredici giureconsulti, con sette secretarj. Questo limite ch’egli poneva non più a un governatore lontano, ma a se stesso, forse fu suggerimento del gran cancelliere Girolamo Morone, principale negli affari di quel tempo.

Nessuna legge od ordine del principe avea vigore se non approvato dal senato; mentre un ordine del senato non avea mestieri della sanzione sovrana [131].

Costituzione paesana, che temperava gli arbitrj del governatore regio, e talmente consona al paese che traverso a tanti accidenti sopravisse quasi tre secoli, fin adesso, quando i filosofi pongono in moda i governi centrali, e un imperatore filosofo distruggendo con un frego di penna l’opera del tempo.

Delle rivoluzioni erasi valsa anche la città per ottenere, nel 1512, che il vicario di provisione (o vogliam dire il podestà) fosse una carica civica, coperta da un dottor collegiale; poi nel 1518 dal governatore francese Lautrech che il consiglio comunale, in prima di 600, poi di 150, fosse di 60 soli membri, onde restringere la rappresentanza in poche nobili famiglie; al qual uopo introdussero ancora che il padre, invecchiando, rinunziasse la carica al figlio od al nipote [132]. Il vicario e alquanti decurioni e dottori componevano la congregazione del patrimonio.

Di tal modo il consiglio e la provisione sarebbero restati affatto indipendenti, se il governo spagnuolo non avesse voluto che un luogotenente regio assistesse a tutte le congregazioni: ma la città, per elidere questo sindacato, stabilì che esso luogotenente, finito il suo anno, divenisse vicario di provisione.

Carlo V pensò regolar l’imposta mediante un estimo generale; e istituì una congregazione di stato, di commissarj tutti forestieri per togliere ogni sospetto di parzialità (1546); le singole città vi unirono dei procuratori; e sebbene rivolta unicamente agli interessi economici, poteva divenire una rappresentanza del paese. Ma di ciò mettendosi  paura al governatore don Ferrante Gonzaga, egli rispose: — State cheti; che tante gelosie e litigi sorgeranno fra que’ procuratori da toglier ogni pericolo di unanime opposizione ». Pur troppo indovina sempre chi spera nella sconcordia degli Italiani.

Insomma il governo restava diviso fra regj e civici, che gli uni vigilavano gli altri, formando quel contrappeso che sembra il capolavoro delle costituzioni moderne [133]. Ma tutto era guasto dal governo militare, qui durato cencinquant’anni, pel quale, nel cuor della pace, ogni cosa sacrificavasi al bisogno della guerra. Pagare, quest’era li primo dovere del suddito, il primo studio del governo, indifferente poi se l’amministrazione peggiorasse coll’abbandonarla all’arbitrio. Imperocchè della contribuzione a ciascuna provincia accollavasi una quota parte, che essa distribuiva fra i comuni, e questi fra i particolari, con metodi variati e viziosi.

I carichi indiretti si ripartirono a norma delle due antiche tasse dei sale e de’ cavalli. Francesco Sforza, nel 1462, noverati gli uomini e le bestie di ciascuna provincia, per ogni uomo da sette anni in su assegnò libbre sei di sale, e ogni dieci bestie uno stajo; obbligando ciascun Comune alla leva forzosa dell’assegnata quantità, pagandolo lire quattro lo stajo, che crebber presto a otto. Nel 1531 Francesco II, volendo alleviare lo Stato di questo peso e assicurarsi una rendita fissa, ridusse il sale a lire sei, delle quali quattro si pagassero dai privati per quel che liberamente comprassero, e due fosser obbligo dei Comuni secondo la misura antica, costituendo un’entrata ordinaria, detta il censo del sale. E il prezzo e il modo variarono poi; ma una tassa imposta a proporzione degli abitanti diveniva ingiusta coll’ondeggiar di questi.

Allorchè si cominciò a tenere truppe stabili, Filippo Maria avea ripartito (1412) il suo esercito, di 12500 cavallir fra le terre dello stato, a proporzione della capacità, e concedendo d’esimersene a danaro. Lodovico il Moro nel 1493 agli alloggi surrogò lire 2, soldi 10 per ciascun cavallo, da pagarsi alla sua camera. Furono 5829 le tasse, compartite però non a norma delle teste o dell’ estensione o del traffico; sibbene con un arbitrio che causava doglianze e reclami.

È divulgata la viziosa moltiplicità di tasse che il governo militare spagnuolo inventò per sopperire a spurj bisogni. Il mensuale, di dodicimila scudi d’oro al mese, introdotto ne’ primi tempi, Carlo V promise levarlo, e invece lo crebbe a venticinquemila, colla promessa non vi sarebbe altro carico; promessa mantenuta come le altre. Il riparto faceasi sulla macina, sulla carne, sul sale, insomma personale, e sempre promettendo che sarebbe ben tosto abolito.

Imporre i maggiori pesi col minor incomodo e di chi paga e di cui esige è lo scopo del censo; ma da una parte le insaziabili necessità del militare, dall’altra l’inesperienza faceano difficile l’attuarlo.

Erasi compito l’estimo dei terreni e del mercimonio, ma, a tacer gli sbagli e le ommissioni e la mancanza di mappe dimostrative, quel lasciare ancora alle provincie il suddividere fra i privati la tangente attribuiva agli amministratori un arbitrio disastroso. I comuni, per versare inesorabilmente ogni mese la loro quota nella voragine delle pubbliche fortune, la cassa di guerra, spesso doveano contrarre debiti a rovinose usure. Aggiungi la distinzione dei beni rurali dai civili, cioè posseduti da’ cittadini, la quale suddivideva lo stato in due parti d’interessi opposti; aggiungi le esenzioni di alcune terre feudali e di tutte le ecclesiastiche; aggiungi che alcuni territori si esimevano da qualche aggravio mediante una somma, come fece Cremona dalla tassa de’ cavalli; aggiungi comunelli che si staccavano dal comune principale, applicandosi una tangente particolare, origine a inestricabili litigi. Di qui enorme complicazione, e spese d’amministrazione, e parassita moltiplicità di ragionieri. Inoltre tutti gli aggravi per toglier i quali erasi in trodotto il mensuale, furono conservati; vo’ dire gli alloggi, la tassa della cavalleria, la somministrazione di cavalli per le artiglierie; i quattordici reali per la milizia urbana, che in 11 stendardi di 46 lancie ciascuno, valente L. 20,090, erasi disposta per toglier via dallo stato la truppa, la quale invece si conservò, e costava altre L. 30 mila.

Era imposto solennemente dalle costituzioni di Carlo V che per nessun titolo si vendessero o alienassero regalie ed effetti camerali; e a poc’a poco si vendettero tutti; e i feudi, e i dazj, e i pedaggi, e l’acqua del naviglio, e il giardino del castello; poi si inventavano nuovi balzelli per potere di questi pure far mercato. Queste tasse ripartivansi ove sul transito, ove sul perticato, ove a numero di camini, ove di teste, ove secondo il sale, ove secondo i cavalli; e con ragguagli labirintei [134]. In un luogo le persone pagavano in ragione d’una libbra di sale; ma i fittajuoli, una libbra ogni tre pertiche rurali, una ogni sei pertiche civili, una ogni dodici ecclesiastiche, una ogni trentasei forensi. In un altro le teste vive pagavano per le morte, cioè i rimasti pei fuggiti o mutati; in alcuno i famigli pagavano per mezza testa; in alcuno il capocasa per due teste; v’era un luogo dove il massaro pagava L. 40, L. 30 l’ammogliato, L. 15 il nubile, L. 7:10 la vedova. La complicazione cagionava immense spese, talchè ben poco entrava nell’erario, costretto per ciò a impor nuove gravezze. Non starò a dirvi quanta importanza ne venisse ai ragionieri; nè gli incessanti litigi fra città e contadi, e fra un contado e l’altro: onde i giureconsulti nostri dicono che un’intera vita non basta a un magistrato per conoscer pienamente, e giustamente applicare tante norme e leggi e consuetudini. Le Provincie e le città per un secolo e mezzo continuarono a reclamare non libertà o diritti, ma contro l’enorme e mal distribuito pagare; e trovaronsi affogate nei debiti, decimate di popolazione, abbandonata l’agricoltura, dismesse le manifatture [135]: nel 1668 il senato, mostrando che ormai si era a mancar del puro pane [136], propose la riduzione dei censi e mutui al 3 e al 2 1/2 per cento, cioè il fallimento.

Così la cattiva reggenza guastava i migliori ordini indigeni. —

Questi fatti, che avrebbe potuti esporre Gabriele Verri, a chi li vedesse al modo odierno mostrano insomma che vi aveva un re non assoluto, una nobiltà con favori e privilegi, un popolo senza diritti. Ma fin d’allora alcuno avrebbe potuto domandare, come mai, fra tanta miseria pubblica, v’avesse ricchissimi privati e la città conservasse tanto splendore, mostrasse fabbriche, lauta nobiltà, lusso dispendioso?

Ricchezza non è già la quantità di capitali, ma il maggior riparto di questi, e il loro impiego utile. Ora, perchè la società, quando è guidata da pochi, viene disposta a utilità di pochi, continua cura si volse a favorir la città a scapito del contado; e nella città stessa alcune e sempre più poche famiglie. Le quali, coll’autorità attribuita loro dalla costituzione comunale e coll’arbitrio lasciato ai pubblici e agli esattori, si sottraevano ai pagamenti; obbligavano a contratti leonini; molestavano con litigi, ove le aderenze affidavano a soperchiare i poveri e plebei. Questi dunque e le piccole comunità impoverivano, mentre s’impinguavano gli amministratori, i ragionieri, i legulej. Nelle guerre chi approvigionava gli eserciti? ai Comuni gravati di debiti chi prestava capitali a usura? chi comprava regalie e feudi quando la Camera fosse in bisogno?

Nel 1593 erasi istituito il Banco di Sant’Ambrogio. Oltre che un annuo interesse allettava a concentrarvi tutto il danaro circolante, si comminarono scudi cento di multa a chi non ne onorasse le cedole; al governo spagnuolo garbando l’aver sotto mano quest’erario sempre provisto. Il Banco assorbì a poco a poco le regalie del pane, del vino, della carne, della macina, della legna, de’ polli, d’altre vittovaglie. La città, sovvenuta da esso, istituiva altre regalie, e gliele dava in isconto; pure se ne riservava l’amministrazione atteso che il capo della città presiedeva alla congregazione del Banco.

La città e i nobili costituirono dunque una specie di dominio sopra il popolo, che consideravasi suddito a questi, anzichè al sovrano; e mostrandosi suoi protettori e facendosi organi de’ suoi lamenti, alienavano gli animi dal sovrano, e avrebber potuto condur facilmente una rivoluzione [137], se non avessero trovato a sè profittevole quello stato di cose, che rimpiansero quando rovinò.

Il dire che un governo a bella posta faccia star male un paese è politica da caffè; che troppo van connessi il bene dei governanti e quello de’ governati. Viene il disordine da ignoranza del meglio; donde l’obbligo agli uni di chiedere, agli altri di somministrare que’ lumi, che conducano all’utile comune.

Così si strascinò la Lombardia fin al principio del secolo XVIII; quando, passata agli Austriaci Tedeschi, cessò di decadere, sebben tardasse ancora a rialzarsi. La guerra di successione versando molto danaro nel paese, scarseggiante di numerario, agevolò le transazioni [138]. Il principe Eugenio, luogotenente generale, tagliò il nodo gordiano di quegli aggravj, riducendoli tutti in un solo, detto la Diaria, sicchè lo Stato pagasse L. 22,000 il giorno. Questa semplificazione rendeva più certo l’incasso al militare, ch’era pur sempre lo scopo supremo, ma nel riparto sopravviveano tutti gli abusi. Ripensossi dunque seriamente al catasto generale, istituendo una giunta nel 1718; ed è uno dei più utili studj per gli economisti quell’operazione, della quale se avessero fatto lor pro gli stranieri, non ci sarebbe toccato testè udire da un ministro che la Francia nel suo censimento aveva già speso 300 milioni, e il meglio che potesse era il tornar da capo. A noi che abbiam sottocchio quest’operazione, la quale da cent’anni, fra tante vicende di tempi e di cose, dura inalterata nell’originale evidenza e nella pienezza della sua utilità, basti rammemorare la sua connessione col sistema dei comuni, l’amministrazione de’ quali restò affidata a una deputazione, scelta ne’ convocati dove ha voce attiva chiunque possiede, per quanto poco; il che, attesa la suddivisione delle proprietà, molto avvicina al suffragio universale.

Dichiarato inalterabile l’estimo, ognuno restò incoraggiato a migliorare il proprio fondo, e diminuirono i terreni incolti. Tassato ciascuno a ragione del valore, e nel comune dove realmente esiste, resta tolta ogni differenza da nobile a plebeo, da cittadino a forese. ben presto da ecclesiastico a secolare. Il privato può ad ogn’ora facilmente verificare il proprio possesso e l’esatta proporzione del carico applicatovi; lo Stato riscuote i tributi nel modo più piano, meno dispendioso e più sicuro, ritenendo unico debitore il fondo stesso.

Scemate le spese d’esazione, si potè diminuire l’imposta, e mentre lo Stata pagava un anno per l’altro 11 milioni e mezzo, nel 67 il tributo non eccedette le L. 8,417,873 [139].

Restava a regolare le imposte indirette. Fin dal 1535 si cominciò a dare in appalto il dazio della mercanzia e gabella grossa di Cremona; ma il primo che si conosca con certezza fu nel 1542 a Giovan Angelo Legnano, in L. 295,000; dedotte L. 6000 per gli avvantaggi [140]. Al 1748 fu deliberato per L. 1,444,267 in testa di Bartolomeo Luone; poi nel 50 il generale Pallavicino, ministro plenipotenziario, raccolse in uno tutte le imposizioni indirette, e le affittò ad una compagnia, composta di Francesco Antonio Bettinelli, Giuseppe Pezzoli, Antonio Greppi, Giacomo Mellerio, Rocco Rotigni. Al prezzo predetto si aggiunsero settantremila fiorini per le regalie del sale, tabacco e mercanzie [141]; oltre anticipare due milioni di fiorini, che si compenserebbero sui frutti ne’ primi sei anni; l’imperatore si riservava il 10 per cento sugli utili pel privato borsillo; riserva tolta poi nel rinnovare l’appalto dopo i sei anni, quando fu anche abolito il dazio di molti generi.

Il Carli ammira il sistema delle ferme perchè raccoglieva in una le amministrazioni delle varie regalie, e dava la possibilità di sorvegliarle direttamente; molti dazj furono aboliti o alleviati; si pubblicò una tariffa che considerava il paese come uno Stato solo, cessando i particolari dazj interni; poi gli appalti rincarivano, e mentre nel 51 produssero L. 4,314,413, nel 65 rendevano L. 4,720,457; e in ventisei anni vantaggiarono l’erario di L. 8,029,908. Eppure esorbitanti guadagni fecero gli appaltatori, i quali, per assicurare la rendita allo Stato, pretesero l’uso della forza; sicchè non era angheria che non potesse commettersi per trovare il frodo o per castigarlo, aprendo il campo alle denunzie e a vendette private. Ecco perchè quella ferma rimase in esecrazione: e contro di essa le-varonsi molte voci, e potente quella di Pietro Verri. Maria Teresa, invidiando i lauti guadagni de’ fermieri, pensò con quelli mantener qui un arciduca, onde volle dapprima avervi parte [142]: alfine nel 1770 la abolì del tutto, anche di queste imposizioni traendo l’amministrazione al governo.

Di tanti provedimenli chi guardi l’intenzione o, come si dice, lo spirito, troverà che il governo dirizzava la mira a trarre in in sè tutta l’autorità, sparpagliata fra i corpi; nel che conveniva pure l’opinione degli scrittori e talvolta anche de’ pubblici nostri, per quegli abbandoni di libertà che sono sì consueti [143]. Vero è che all’uopo il governo valevasi di persone forestiere al paese, quali erano il Pallavicino e il Cristiani genovesi, il Carli istrioto, il Neri toscano, il Pecis trentino; ma anche i nostri spregiudicati, e segnatamente il Verri, moveano guerra ai corpi provinciali, come impacci alla libera azione del governo; e non è male che non dicessero del senato e della cameretta. Se esso e gli altri apostoli dell’indipendenza del principe avessero ragione, nol cerchiamo; solo noteremo quanto differisse il liberalismo d’allora da quello d’oggi, che cerca istituire contrappesi all’autorità, sovrana; contrappesi di scarsissima efficacia, perchè non fondati che su carte, mentre gli antichi erano sui costumi e consolidati dal tempo.

La vera riparatrice del paese fu la lunga pace, succeduta a due secoli d’uno stato di guerra, che suol nuocere più che la guerra guerreggiata. Diminuito il bisogno di spese e d’imposizioni, crebbe la comune agiatezza, la quale vantaggia sempre alla democrazia, consistente nel diritto di ottenere tutti perfetta sicurezza personale e reale, e nel dovere di contribuir tutti a mantenerla in proporzione del proprio interesse; parità insomma di diritti, e tendenza comune all’azione unita.

I re coll’integrare la propria autorità crebbero la sicurezza del popolo e l’eguaglianza delle classi; faceano gl’interessi della libertà, mentre pareano mozzarla; e il sopprimere i resti della feudalità, abolire i privilegi de’ nobili, mobilizzar la proprietà fondiaria, pareggiare le eredità, mettere scuole, agevolar le comunicazioni, alleggerire gl’interessi era vero liberalismo. Ecco perchè i meglio pensanti favorivano alla monarchia; si volgevano al capo per rammentargli il suo dovere, anzichè al popolo per vantargli i suoi diritti; governati e governanti se la dicevano benevolmente, perchè questi aveano l’arte, divenuta poi sì rara, di far poco, mostrarsi poco, e lasciar a quelli la nobile compiacenza di faticare pel proprio paese.

La Lombardia Austriaca, come allora si diceva, paese di 1,300,000 abitanti, era l’unico d’Italia sottoposto a stranieri; ma conservava il titolo di ducato, regolavasi come uno Stato distinto, il cui governo comunicava immediatamente col consiglio d’Italia stabilito a Vienna; e per bisogni straordinarj o per solennità spediva ambasciatori alla corte o al papa, a guisa di potenza indipendente. Il nome del principe appariva sulle monete e in testa agli editti, che ben rari giungevano; tutto il resto facevano il nostro senato, la nostra congregazione di Stato, la nostra provisione, le nostre curie. È ben vero che i nostri a vicenda s’abbandonavano a una cascaggine a cui dicono che l’aria ci predisponga; pure non ho mai inteso che il far niente si volesse imbellettare con apparenza di eroismo, e il Parini e il Verri ed altri rinfacciavano il consumare il tempo in far nulla o dei nulla; il guardare sempre al passato per ribramarlo, non per farsene scuola all’avvenire. Il popolo accettava i benefizj dai re, senza discutere se gli venissero di diritto; in modo che nè resistenza vi era nè servilità.

Maria Teresa, al cui regno coincide la riforma amministrativa della Lombardia, benchè in quarant’anni d’impero non la visitasse tampoco [144], ottenne qui una tradizionale riconoscenza. È però esagerazione cortigianesca il dire che allora fu creata in Lombardia l’amministrazione. Il creare è rivoluzione e dura quanto una rivoluzione, e il mostrarono fra breve i congegni applauditi di Giuseppe II. L’umiltà sapiente accetta il passato, lo coordina, lo vivifica, v’innesta germi nuovi che lo migliorano, non lo snatura.

Già ne cadde di citare alcuni ordinamenti di quel tempo, assurdamente rigorosi. Credendo la ricchezza consistesse nel danaro, si adoprava ogni cura di tenerlo in paese, e al tempo stesso vietavasi o misuravasi l’asportazione di ciò che potea procacciarne, come il frumento, i comestibili, i bozzoli, la cenere. Erano regalia, oltre il sale e il tabacco, gli stracci, le carte da giuoco, l’indaco, gli strati funebri, la neve e il ghiaccio. Le arti rimanevano inceppate nelle, maestranze e nelle infinite loro suddivisioni di boffettari, pellatari, confettori, cribbiari, guantari, calzolari, ciabattini, sellari, e via discorrete. Ancora concedeansi alcune terre in feudo, e fin nel 75 i Crivelli ebbero le quattro valli, la Valtravaglia e Luvino. Ai governatori [145] rimaneva sempre esorbitante potenza, come capitani generali, finchè non venne un arciduca. Maria Teresa, che, estendendo le sue viste su tutta Italia, avea un figlio granduca di Toscana, tre figliuole sui troni di Parma, di Napoli, di Sardegna; sapendo che Ferdinando d’Este, ultimo duca di Modena, avrebbe preferito il soggiorno di Milano, gli offrì il titolo di serenissimo amministratore della Lombardia, purchè al terzogenito di lei Ferdinando desse sposa sua figlia Maria Beatrice, la quale così portava in casa d’ Austria i ducati di Modena, Massa e Carrara, Mirandola. Egli gradì (1754), lasciando però ogni autorità a Beltrame Cristiani, uomo sprezzatore delle esteriorità e degli uomini, balbuziente, disadatto, sudicio di tabacco, ma che dall’oscurità alzatosi per somma esperienza degli affari, col menar a buon fine questo di Modena avea guadagnato la imperatrice per modo che lo elesse gran cancelliere, poi ministro plenipotente della Lombardia, e gli lasciava persino firme in bianco. Alla morte dell’ultimo estense, Ferdinando d’Austria fu posto governatore di queste Provincie, e vi menò Maria Beatrice [146]; buone persone entrambi, egli dilettante del ben mangiare, ella cortese e benefica, tanto che oggi ancora se ne sente. Col titolo di plenipotenziario, presiedeva al governo il conte di Firmian tirolese, che col convitare i letterati, con una ricchissima biblioteca [147], con grand’arte nel dissimular la propria mediocrità, prese posto fra gli uomini illustri. Egli e il suo successore Wilzeck (1782) doveano lasciar figurare l’arciduca; ma reciprocamente a Vienna non si prendea decisione se non a loro proposta [148]. Kaunitz, l’accorto ministro di Maria Teresa, sebbene cercasse concentrare i poteri, non intaccava però i corpi privilegiati; i collegi de’ giureconsulti conservò, lodandoli come stimolo della nobile gioventù a studiar le leggi per vantaggio della patria e dello Stato; quand’esso proponeva si alleggerissero le tariffe sui panni di Germania, trovava opposizione nel senato; opposizione irragionevole, ma che attesta un’esistenza indipendente; e ne’ suoi dispacci andava esortando i nostri a dispagnolizzarsi, a far almeno sperimento de’ miglioramenti che suggeriva.

Fra ciò fu introdotta grand’economia negl’impieghi e ne’ soldi, talchè non costavano più di L. 687,500 all’anno: si abolirono molti aggravj e sbarre e catene: fu permessa la libera circolazione interna dei grani (1776, 10 febbrajo): furono impediti i giuochi zarosi, i prati irrigatori dentro e le risaje vicino della città; si istituì una camera di commercio, un monte per le sete (1781): in un archivio si raccolsero gli atti notarili, ordinando fossero in italiano (1775): una camera dei conti esaminava le pubbliche spese.

Governando Daun, erasi proposto di raccogliere i molti pitocchi in uno stabilimento, di cui il conte Trotti diede il piano; e per averne i fondi si chiederebbe dalla santa sede una delle pingui badie del paese. Poi verso il 1750 il senatore Verri avea proposto una casa di correzione, affinchè le carceri servissero a migliorare, non a pervertire. Più tardi un pensiero e l’altro ebbe effetto, impedendosi il questuare coll’aprire i ricoveri di San Vincenzo, del Lazzaretto e d’Abbiategrasso; e nella casa di Correzione almeno col nome e colla separazione cellulare mostratasi conoscere che il diritto di punire comincia solo dopo esauriti i mezzi di correggere e prevenire.

In un supremo consiglio d’economia (1765), dappoi magistrato camerale, presieduto da Gian Rinaldo Carli e da Pietro Verri, si discussero e risolsero chiaramente le quistioni, che oggi rinascono, sul corso abusivo, sulla moneta legale, sull’aggio. E venne a stabilirsi una nuova moneta nazionale (1777), che riuscì bella e nitida. Perdoniamo ai tempi se, nel desiderio d’unità, erasi fin minacciata la galera a chi ne portasse o adoprasse altra [149]; ma ricordiamo che il Beccaria proponeva di introdurvi la divisione decimale, ben prima che in Francia; e si trattò di adottare per tutt’Italia un unico segno rappresentativo del valore; passo rilevantissimo a formar una nazione.

Fu istituito il Monte pubblico (1755) per ricuperare le regalie e dazj venduti, assorbendo i banchi di S. Teresa e S. Carlo; e pei frutti annui assegnandogli L. 94,880 imperiali, cui più tardi (1795) si aggregò con distinta amministrazione il Banco di S. Ambrogio, che aveva un capitale di 33 milioni al 2 per cento.

Mentre, con disuguaglianza incompatibile, le strade erano conservate dai comuni, e in città dai frontisti; dal 1777 all’85 s’introdusse il piano stradale, ripartendo sull’estimo la spesa, fossero strade provinciali, regie, o comunali. Anche il commercio e l’industria ripigliavano fiato, come che il Verri e gli altri economisti deplorino che tanto capitale andasse all’estero per comperar manifatture [150].

Allora in questa piccola nazione sôrse una schiera d’uomini, qual potrebbe onorare una grande. Comprendendo quanto sia bello il trovarsi con pochi innanzi ai contemporanei, alcuni aveano spinto il guardo fuor dei confini d’Italia; e avvisato come, durante il torpore di questa, altri l’avessero sopravanzata; onde diressero l’industria, il raziocinio, il sapere a rimetterla al livello delle antiche e spesso ingrate discepole.

Qilando la De Boccage attraversava l’Italia coi trionfi che non difficilmente si prodigano qui ai forestieri [151], la società milanese le fa intorno con ogni gentilezza; e ai circoli del governatore Firmian, il Verri o il Beccaria avran potuto mostrarle molti nostri valenti; e dirle: «Questi è Giuseppe Imbonati, il mecenate de’ nostri poeti; questi il Tanzi, erudito modesto, piacevol compagnone e lustro de’ Trasformati; questi il gesuita or abbate Saverio Quadrio, a cui il marchese Trivulzio e il conte Pallavicini providero i mezzi di finire e stampare la Storia e ragion d’ogni poesia. Sono con esso il poeta Salandri, e il grammatico Soresi, e il padre Soave, cittadini nostri adottivi, come il consultore Pecis che illustra le guerre di Cesare, e coopera alle strade e ai canali. Ecco il Guttierez, ecco il buon Balestreri, ecco l’erudito Giulini, ecco Teodoro Villa che scrive la storia dell’università di Pavia. Vedete il barnabita Giovenale Sacchi, sommo maestro delle teorie del canto e insieme bellissimo scrittore. Vedete Guido Ferrari gesuita, da venti anni professore a Brera [152], che raccontò in latino le imprese di Eugenio di Savoja, e in epigrafi quelle di Carlo Emmanuele, di Maria Teresa, e molti elogi. Colà l’abate Carlo Vitali che scrive sull’educazione, tema trattato pure dal Giudici, discorre coi due fratelli Perego, ignoti alla patria e quasi a sè stessi, che scrissero favole morali, d’eccellente intenzione, se non di forma squisita [153]. Ecco il marchese G. B. Morigia; ecco nella semplice maestà della porpora il nostro Pozzobonelli, caritatevole e pio arcivescovo, che ispira rispetto senza eccitar paura; e al suo fianco il cardinal Durini, splendidissimo mecenate, che ornò la sua casa coi busti del Parini e d’altri illustri lombardi [154]: e attorno a loro i barnabiti Racagni fisico e Bernardino Ferrario, che col padre Carlo Castelli perfezionarono il naviglio grande e compirono quel della Martesana; i gesuiti Giannantonio Lechi, autore del più compiuto trattato d’idrostatica, Francesco Gianella, collaboratore del sommo Lagrangia e un de’ primi aggregati all’accademia di Torino, or qui professore di fisica e matematica; e i valenti nostri predicatori Matteo Brumano [155], Geminiano da S. Mansueto e Anton Maria del Borghetto».

Con questi ultimi poteano accompagnarsi il gesuita De Carli prevosto di San Giorgio, che lasciò un corso di vangeli popolari, campo dove poi valse tanto anche il Branca, mentre il De Vecchi e il Quadrupani d’Induno, e il Valdani barnabiti scotevano le coscienze negli esercizj e nelle missioni.

La Società Palatina metteva a stampa opere di molto costo, e nominatamente gl’insigni lavori sulla storia d’Italia del Muratori e del Sigonio, la mediocre Biblioteca degli scrittori milanesi dell’Argellati, i poeti latini colla traduzione, le opere sulle monete ed altre minori. Anche i cistercensi di Sant’Ambrogio, e massime il padre abate Fumagalli esponevano le Antichità longobardiche milanesi e le Istituzioni diplomatiche. Il Bugatti, il Grazioli, il Sormani, G. B. Branca dilucidavano punti della sacra e della patria erudizione; il Bombognini abborracciava un Antiquario della diocesi milanese; il domenicano Giuseppe Allegranza illustrava nostri monumenti con intelligenza della simbolica cristiana; e con Isidoro Bianchi cominciò una Collezione di opuscoli su materie utili.

Dagli inoperosi gabinetti, e dalle astruse speculazioni, dove non curavano di ridurre in accordo le istituzioni colle opinioni, i filosofi uscirono per discutere le materie che più dappresso toccano l’uomo e le relazioni fra i cittadini e il principe, e dei cittadini fra loro; e le veglie de’ saggi fruttarono pe’ sociali interessi [156]. Cesare Beccaria precorse molte dottrine che formarono la gloria d’economisti francesi e inglesi, perchè (oltre la differenza che corre tra l’enunciar una verità e il dimostrarla) questi sono applauditi dai loro nazionali, quanto dai nostri son negletti i concittadini [157]. Nell’opuscolo Dei delitti e delle pene, scritto con impeto, concepito con riflessione, infamò le procedure criminali, per cui si accettavano le mezze prove, i testimoni per frazione, le accuse cumulative, e s’incrudeliva sul prevenuto onde costringerlo a confessare; s’incrudeliva sul condannato onde atterrir cogli esempi; s’incrudeliva contro delitti che, come i politici, non indicano perversità di cuore, o, come i religiosi, sono competenza della divinità; e con quel calore febbrile e coll’arte di condensare e non digredire, e con quello stile «che allontana il volgo non illuminato e impaziente», scoteva l’inerzia togata, e strappava la tortura e la mannaja a quell’arbitrio secreto che chiamavano la giustizia.

De’ figli del conte Gabriele Verri, Carlo si occupa di agronomia; Alessandro coi romanzi della Saffo e dell’Erostrato seguì, al modo moderno, lo sviluppo d’un carattere e d’una passione; nelle tragedie affrontò argomenti moderni, sciogliendosi dalle scolastiche unità; nelle Notti romane giudicò severamente la civiltà antica a fronte della cristiana, e starebbe tra i migliori letterati se più sobrio e men faticato nelle forme. Pietro, che disse tanto male di questo paese e gli volle tanto bene, considerando la nobiltà come un obbligo di mostrarsi migliore, la magistratura come un carico più che un onore, ai pregiudizi e all’illiberale fatuità dei pedanti, fe guerra incessante fosse in almanacchi, fosse nel giornale del Caffè, scritto con alquanti suoi amici per abbattere la pedanteria de’ parolaj, la scurrilità degli spauracchi dell’infima letteratura, quel continuo ed inquieto pensiero delle più minute cose, che ha tanto influito sul carattere, sulla letteratura, sulla politica italiana». Questo giornale presto soccombette alla paesana noncuranza, come succede delle opere che non palpano le passioni volgari. Il popolo infatti allora non leggeva; i nobili, da lui derisi e combattuti, sel recarono in uggia: ma il governo, di cui rivelava gli sbagli, ne facea senno per emendarsi, ed egli continuava, non creando, ma divulgando teorie economiche, giacchè non potea politiche.

Compilò anche una storia patria, polemica e a digressioni secondo ii vezzo d’allora, ma dove, invece delle favole adulatrici, indagava le istituzioni, le opinioni, i costumi: facea continue applicazioni al presente, batteva i pregiudizj, e mostrava la forza dei molti uniti contro i pochi prepotenti.

D’indebolito carattere nazionale era sintomo certo quel troppo imitar i Francesi e i filosofi della sensibilità, dai quali eransi desunti quegli impeti di filantropia senza attualità nè sanzione religiosa, lo sprezzo del passato, le idee avventate sul commercio, sul governo, sull’amministrazione, sulla giustizia, ma è già merito l’intenzione del bene e l’aver côlto il meglio d’una scuola che tanti buoni semi quanti micidiali spargeva e sviluppava [158].

Altero io forse la storia se i più di questi nomi traggo da nobili e da quegli altri oziosi che furono i preti e i frati? Il padre Ermenegildo Pino, che fu anche architettore geologo, e faticò alle cave della torba e dell’argento e alla sistemazione dei torrenti, nella Protologia cominciava la riazione contro le meschinità condilliachiane, e professava la rivelazione divina della parola prima di De Maistre e Bonald, sebbene, scrivendo in latina e confuso per ricerca d’eleganza, nulla servisse alla restaurazione della verità, e la nostra gioventù fosse avviata al decadimento sulle compilazioni di Francesco Soave, che innocentemente propagava Locke e i sensisti. Di fisica molte opere scrisse anche il nostro Andrea Bina, monaco cassinese, illustratosi poi a Padova, a Perugia e altrove. Al padre Paolo Frisi la dissertazione sulla figura della terra ottenne posto fra’ primi matematici; e l’altra De gravitate universali fu dal Bernouilli dichiarata « una delle più profonde e più utili intorno alla scienza astronomica », e dal Bailly « la sola in cui il sistema del mondo fosse rischiarato in tutte le sue parti ». Legato cogli Enciclopedisti, diede a conoscer le opere del Beccaria e del Verri a que’dispensieri della fama. Doni di re, diplomi d’accademie gli fioccavano; era cerco da per tutto per pareri intorno alle acque, e a lui è dovuto il progetto del naviglio di Pavia [159].

Nel 76 si formò la Società Patriotica [160]  affine di promovere l’agricoltura e lo scavo della torba, assegnar medaglie e danaro a chi introducesse qualche novità, o miglioramento nella seta, ne’ formaggi, nel pane, nelle tinture, negli ingrassi; esaminasse meglio la pellagra, dissodasse brughiere. Senza credere che la filantropia dovesse assumere il linguaggio provocante e minaccioso, e invelenire l’ira del povero contro del ricco, nel breve tempo che durò, scese alla capanna del povero ad esaminarne il vestimento, la stanza, il letto, il pane, le malattie; diffuse gratuitamente utili libri, premiando chi li stendesse; insegnò metodi nuovi, nuovi semi, nuove cure al contadino, che, sollevando la fronte avvilita, si maravigliava che grandi e dotti degnassero pensare a’ suoi alberi, alla sua cena, alle sue serate vernali [161]. Allora si pose la prima fabbrica di birra, si migliorò la manipolazione del lino e del cacio; sicchè il re di Napoli, qui venuto nel 1783, tolse dalle nostre cascine il modello della sua regia repubblica di San Leucio. I frati miglioravano la fabbricazione del formaggio; l’abate Cattaneo dava una fisiologia vegetale, il De Capitani curato di Viganò un trattato di agricoltura; Moscati diffondeva cognizioni veterinarie, per le quali nel 1772 si spedirono de’ giovani a Lione, che poi qui apersero scuola nel Lazzaretto.

Si diffuse l’istruzione elementare, per la quale il luganese Francesco Soave fece libri chiari, se non precisi. Alle scuole Canobbiane unite a quelle di S. Alessandro fu posto dal padre Pino un museo di storia naturale e mineralogia; poi nel 1781 una cattedra d’idraulica e idrostatica, tanto opportuna al nostro paese. Nelle Palatine, dove leggeano il Beccaria e il Parini, fu invitato a insegnar diritto pubblico Alessandro Verri, che preferì Roma, allettato dalla contemplazione di tante grandezze e dall’amicizia della marchesa Sparapani Gentili.

Alla riformata università di Pavia si chiamò chi fosse in qual si volesse qualità eccellente, senza meschina esclusione di forestieri; e la resero illustre i medici Tissot, Borsieri, Scarpa, Rezia; i naturalisti Scopoli, Malacarne, Spallanzani; i teologi Palmieri, Tamburini, Zola; i matematici Gregorio Fontana e Mascheroni, il fisico Volta: Pietro Frank, succeduto al Tissot nel 1783, diede vita a quel gabinetto d’anatomia patologica; poi fatto protomedico, applicò la polizia medica agli spedali, alle farmacie [162], ai trovatelli, ai soccorsi per gli asfitici, alla verificazione dei delitti.

La congregazione di Stato, comprata per 210,000 lire la biblioteca Pertusati, la offrì all’arciduca Ferdinando. M. Teresa aggradì il dono, ma la restituì ad uso pubblico, dond’ebbe origine quella di Brera, impinguata poi colla soppressione de’ conventi. A Brera stessa il gesuita Wiltman avea posto un orto botanico, ed altri suoi confratelli la specula [163] ; e benchè provisti appena d’un cannocchiale non acromatico di 40 piedi di fuoco, d’una sfera armillare di ferro, d’un quadrante costruito da un nostro ferrajo, i padri Bovio e Gerra scopersero una cometa. Da ciò animato, il rettore fece venire un sestante e un quadrante e il padre Lagrange a insegnarne l’uso. Abolita quella società, si conservò la specula, illustrata dal Boscovich, dal nostro Luino, dal Regio genovese, dal De Cesaris casalasco, sovrattutto da Barnaba Oriani, povero ragazzo raccolto dai certosini di Garignano, e che presto salì tra’ primi matematici, superò difficoltà, dichiarate da Eulero invincibili, nel trovar tutte le relazioni possibili fra i sei elementi di qualunque triangolo sferoidico, e calcolò gli elementi del nuovo pianeta Urano.

Delle accademie letterarie, evanescenti dietro a parole, taceremo, solo della colonia arcade qui trapiantata dall’abate Puricelli e da Giannantonio Castiglione farem menzione per dire come il principe Tolomeo Trivulzio, nel 1724, convocasse tutti gli arcadi d’Italia, e fra essi il Metastasio, nel suo palazzo; quel palazzo che poi nel 1766 egli lasciò per Pio Albergo ai vecchi sessagenarj, che ora vi s’accolgono fin in numero di cinquecento. Perocchè la beneficenza non venne meno, e a tacer i pingui lasciti allo spedale, un solo de’ quali [164] bastò a fabbricarne un’ala nuova; nel 1767 fu istituita la scuola d’ostetricia a S. Caterina; nel 1780 aperta ai pazzi la Senavra; nel 72 donato agli orfani il convento di S. Pietro in Gessate. Il monte di Pietà, arricchito nel 54, poi nell’83 con fondi di conventi soppressi, potè avere casa propria e dote d’oltre un milione.

Come il cuore del Parini avrà esultato a veder questi procedimenti della sua nazione! E noi ci lasciamo trasportare dalla dolcezza di descriverli e di dedurne fiducia nel meglio anche quando sembra più disperato. Avvegnachè per abbattere l’Italia congiurò quanto di più sgraziato incontrar può ad un paese: guerre micidiali, replicate irruzioni di stranieri, fami, contagi e, quasi peggior di tutto, un riposo di morte universale e sistematico. Eppure, appena lentò la pressura, quantunque niuna cosa fosse migliorata, nessun impulso fosse dato, il genio italiano colla propria elasticità e coll’emulazione tornò a sorgere, a pensare, a ragionare, ad operare.

Del pessimo gusto in fatto di arti al principio del secolo ci rimangono testimoni la facciata di casa Litta, il ricchissimo palazzo del general Clerici, S. Francesco di Paola, S. Bartolomeo, e i colossi del Giudici che deturpano i due cappelloni del Duomo. Da poi s’impose al duomo la guglia che ne è carattere, a disegno di quel Francesco Croce, di cui è pure il Foppone di porta Tosa. Nel 76 un’ accademia di belle arti fu fondata nel palazzo di Brera, chiamandovi il fiorentino Traballesi, il carrarese Franchi, il luganese Albertolli, il Piermarini da Foligno. Allora si fece il corso di porta Orientale col giardino pubblico; si spianarono e alberarono i bastioni, destinati al passeggio; rifatte le vie interne, si provide a tenerle monde e spalare la neve: col Redefosso si salvarono dagli allagamenti i borghi di porta Tosa e Orientale: si posero i numeri alle case, i nomi alle vie, e i lampioni, mentre prima ciascuno era obbligato la notte andare col lanternino, se non fosse così ricco da farsi precedere da lacchè portanti le fiaccole. La navigazione fino alla città fu agevolata col finire, nel 1777, il naviglio di Paderno. Piermarini architettò la Corte, i due teatri regj, la piazza Fontana, la strada di S. Radegonda, i palazzi Belgiojoso, del Genio, del Monte di Pietà e dello Stato, con stile più corretto, comunque frastagliato e povero di rilievi. Polak, più vigoroso ed elegante, disegnava la villa Belgiojoso con giardino all’inglese; Simone Cantoni ergeva il palazzo Serbelloni; altri Felice Soave; l’avvocato Diotti quello scorretto ma principesco, dove ora siede il governo. Alla scuola di ornatisti pazientissima e corretta fondata dall’Albertolli è dovuto il buon gusto che oggi distingue fin gli artefici nostri. Franchici mostrava migliori scolture nelle sirene di piazza Fontana, e il Traballesi di Russia l’avea cercato; e poichè, a cagione di qualche scritto da lui approvato, Firmian gli teneva il broncio, lo protesse Kaunitz e lo presentò all’imperatrice. Anche il Beccaria fu domandato dalla czarina, ma da Vienna si scrisse: «Non farebbe onore al governo il vedersi prevenuto dagli esteri nella stima dovuta agl’ingegni», e si fondò per lui la prima cattedra d’economia pubblica e di scienze camerali.

Gli affari d’Italia erano in Vienna affidati a Giovanni Sperges di Innspruck, il quale conoscea uomini e cose del nostro paese, per quanto può chi non l’abbia mai visto; e ricco d’erudizione e coltissimo scrittore latino, favoriva alle domande de’ nostri valentuomini. Vien da sorridere al vederne tanti ricorrere a lui per aumento di pensioni o per qualche onore, come G. B. Giovio per esser aggregato all’accademia di Berlino e alla società di Mantova o alla patriotica; ma consola il veder questo ministro esortare la nostra gioventù a viaggi scientifici [165], interessarsi all’edizione di qualche libro e compatire dell’ingordigia degli editori [166], ottenere sussidj al medico Nessi, a Guido Ferrari, allo Spallanzani, al Volta, per macchine e arredi dell’università; al medico Vademari, pe’ suoi studj sulla pellagra; al Gremani, illustre professore di diritto, per una sua dissertazione; al Giulini perchè prosegua le sue Memorie, quantunque gli parrebbe giusto che tale compenso gli venisse dalla città che illustrava [167]. Al qual Giulini egli comparte quella lode che è più cara, vale a dire appunti sagaci sull’opera sua. Di Guido Fermi loda gli elogi, ma si lamenta siano unicamente encomiastici, e biographiam vehementer amo, sed quae hominum facta, res bene maleve gestas, vitia aeque ac virtutes, sine fuco, sine exaggeratione narrat. Bramerebbe che alcuno scrivesse la storia delle scuole milanesi e pavesi; e a chi assuma questo tema promette e sussidj e stipendi come in fatto fece con Teodoro Villa: ma suggerisce che la storia ha bisogno più di giudizio che d’ingegno, poichè « in questa età filosofica fino i principi amano meglio la verità che l’adulazione ».

Col teologo Gaetano Bugati si congratula abbia stampato il codice siroestranghelo, tanto più perchè i Lombardi non mettono quasi fuori se non cose esili e digiune o da scolari, e pochi attendono all’erudizione recondita; e comunque ingegnosi, preferiscono le muse amene alle gravi e accigliate. Col Soave desidera che anche gli Italiani si volgano alle indagini del vero e alla metafisica. Incoraggia Ermenegildo Pino che avea cominciato il museo di storia naturale a S. Alessandro: gli astronomi di Brera esorta a pubblicar le efemeridi, promettendo far coniare una medaglia in onore a Filippo Frisi, che gli mandava un manoscritto sopra la giurisdizione, chiedendogli se la censura milanese potrebbe permetterlo, risponde non poter sapere come la pensino i censori lombardi; certo a Vienna «non molestarsi gli ingegni de’ privati se non offendano la religione, i costumi, lo Stato; tanto vero che vi si disputava liberamente della ragion delle leggi fondamentali, della tortura, della pena di morte come inutile ». Col Cremani discuteva sull’opportunità di estender l’eguaglianza a tutti i cittadini, non mettere ostacoli ai matrimonj con forestiere o con inferiori, mitigar le pene a norma de’ raddolciti costumi; non vuol però illudersi coi filantropi della giornata credendo che scemino i delinquenti, e bastino ammonizioni e lievi castighi a frenagli. « Io osservo gli stati, che ogni trimestre si mandano qui dall’Italia austriaca, dell’amministrazione della giustizia, e trovo infiniti e quotidiani delitti, per quanto lievi, e quasi solo di furti e rapine; e chi esce dagli ergastoli di rado si corregge»: e qui l’esorta a indagarne le cause lontane e prossime, e suggerirne i rimedj. « Nelle Provincie austriache (segue egli) la tortura fu abolita, e la pena di morte riservata solo ai delitti atroci: se far altrettanto nelle italiane ne fu interpellato il senato, e possa esso combinare la pubblica tranquillità colle ragioni dell’umanità » (1776).

Anche al giureconsulto Franchino Rusca dava coraggio a discorrere della tortura; e Insubrice gratulor, in qua C. Beccaria, suo de delictis et poenis opusculo, tamquam elato signo primus in Italia de isto argumento liberius philosophandi ac disceptandi aurata ceteris præbuit. Lodando il giureconsulto milanese Paolo Vergani d’un suo trattato contro il duello, l’assicura che anche l’imperatrice vede volentieri argomenti siffatti [168].

A governanti di questo sentire perchè doveano portar odio i pensanti? E qual meraviglia se il Beccaria, il Verri, il Parini son pieni di lodi all’augusta sovrana, alla casa d’Austria? e quanto meno dovea sentirsi il bisogno di parlare di nazionalità quando questa non era conculcata!

Si era insomma in quel roseo stadio delle riforme che tanto sorride agli uomini di buona volontà; e dove non si distruggeva nulla, miglioravasi tutto. Quindi, senza intaccare il clero, veniva ristretto ne’ limiti ad esso competenti; la istruzione, dei claustrali non si proibiva, ma se le accostava un’altra civile e libera, in gara di meglio; e persuadendosi che le piccole società pregiudicavano alla grande, passato che ne sia il primo fiore, quelle si limitavano o correggevano, non abolivano.

Il camminare al meglio senza violenza è impresa difficile dei governi; quant’è facile ai partiti, movendo da un’idea assoluta, spingersi alla mutazione radicale, e in conseguenza a dover creare. Ma la riforma, quando non sia semplice acconcime amministrativo, nè fatta per se stessa, ma in vista d’un generale sistema, richiede sicuro giudizio per conoscerne lo scopo, il momento, l’estensione; intelligenza pratica per discernere i rami isteriliti da quelli che l’innesto ringiovanirà; ferma ragione per non turbarsi alle difficoltà, alle objezioni, allo scontento, e sprezzando le speciosità egoistiche, appagar il raziocinio e l’esperienza. Doti rare, ond’è che troppo spesso le riforme rimangono compromesse, in prima dalla logica impazienza che le accelera, poi dalla sgomentata riazione che le sopprime.

Tanto avvenne allorchè l’imperatore Giuseppe II, trovatosi finalmente libero alla morte di sua madre, mandò fuori una salva di decreti (1788), quasi i decreti bastino a migliorare; quasi gli uomini non s’irritino contro chi vuol fare, sia pure il bene, ma contro lor voglia o senza persuaderli.

Nei paesi sprovvisti di costituzioni assicuratrici, i privati e le comunità cercano almeno sottrarre al governo qualche porzione di loro indipendenza mercè la varietà degli ordini e il contrasto de’ poteri. Ora l’imperatore volle di colpo abbattere i privilegi de’ corpi e le istituzioni che controbilanciavano il regnante, onde assorbire l’autorità in un consiglio di governo che centralizzava tutta l’azione pubblica dirigendola al volere del sovrano.

La costituzione comunale, così ben organata, andò sovversa. Delle caritatevoli istituzioni, riunite col titolo di Luoghi Pii Elemosinieri, l’amministrazione fu tolta agli antichi patroni, per affidarla a regj impiegati. Il senato abolito: abolite le maestranze e trattine al fisco i beni, col proposito non mai effettuato d’istituire una Compagnia della carità del prossimo. Si istituì la polizia, che punisse senza le formalità giudiziarie, e la città fu piena di poliziotti che menavano il bastone, e neppur il fucile risparmiavano; davano la caccia ai pitocchi, e li spingeano in prigione, dove poi non volendosi mantenerli, si rilasciavano sotto il giuramento di più non accattare, e al domani erano arrestati di nuovo pel giuramento violato. Nel nuovo codice si applicavano il bastone e le nervate ed esacerbazioni della morte; proibite le armi, solo consentendo la spada ai gentiluomini; messa una tassa sugli assenti; vietato ai nazionali d’educarsi fuor dello Stato. Moltiplicaronsi le faccende del governo e le spese dei Comuni con un’infinità di tabelle e protocolli. Voleansi impieghi, parocchie, canonicati, beneficenze? tutto dipendeva dal ministro. A capo dei tribunali si posero due Toscani, della polizia un Veneto: « ciascuno dovette tremare : ed un’onorata fermezza d’animo, invisa al despoto, venne condannata alla inazione ed allo scarto, senza riguardo alcuno ai servigi prestati » [169].

Era questo un tentativo di salvare l’assolutezza col mascherarla di filosofia, e in questo senso Metternich potè dire che Giuseppe II preservò l’Austria dalla rivoluzione coll’inoculargliela: ma per riformare mediante il despotismo voglionsi petti quali Carlo Magno, Gregorio VII o Pietro czar. Che se la turba degli impiegati applaude a chi moltiplica gli impacci amministrativi, la storia vive di libertà, ed esecra i persecutori forti, ma ancor peggio i persecutori pusilli, nè scrive sul libro d’oro l’uomo che, nel far violenza all’avvenire, lasciossi scappare il presente e per vanto di libertà si fece tiranno.

Abbattuta la nobiltà e le istituzioni paesane, restava il clero, potenza più robusta perchè più antica, più compatta, appoggiata su privilegi scritti e sostenuta di fuori da un’autorità universale, di dentro dall’opinione popolare.

Poco ci accadde di sfoggiare un frasario di moda contro la tirannia dei preti e l’ingombro dei frati, perchè il secolo passato non ne parlava troppo, e il nostro rese triviale quel tema a forza di rimenarlo. Milano era pieno di frati, di monache, di chiese; e per un esempio, chi partisse dalla piazza de’ Mercanti, lasciava a destra San Salvatore; a sinistra San Protaso ai monaci benedettini, col luogo pio della Carità; poco più avanti San Dalmazio, San Cipriano, la parrocchiale de’ Santi Cosma e Damiano, e avanti di essa San Lorenzo in Torrigia; trovava Santa Margherita monastero di benedettine; poi la collegiata di Santa Maria alla Scala, avente poco lontano San Giovanni alle Case Rotte della confraternita dei giustiziati, e San Fedele dei gesuiti, e poco più innanzi il Giardino e San Pietro in rete; voltava a sinistra? ecco il luogo pio di San Giuseppe; e rimpetto le terziarie dell’Immacolata; la parrocchiale di San Silvestro; le cappuccine di Santa Barbara; le agostiniane di Sant’Agostino, lo francescane di Santa Chiara, poi le umiliate di Santa Catarina in Brera, e i gesuiti e Sant’Eusebio e il Collegio Patelano e de’ Calchi. In un piccolo quartiere della città! e occupavano que’ bei fabbricati che il secol nostro si chiama felice di aver tramutati in teatri, in caserme, in prigioni.

Quei corpi morali costituivano altrettante repubblichette, dove ognuno entrando sommetteasi a leggi particolari; niuna differenza di ricchezza o di nascita; persone e beni erano protetti da immunità, giudicati da un tribunale di pari, e non sottoposti che ad un capo unico in tutto il mondo, vecchio, lontano, inerme. Che se gli spregiudicati trovavano che i conventi, tanto opportuni nel medio evo, fossero trasmodati di numero e di possessi, più spiaceva al governo quel sottrarsi ai pubblici carichi or ch’erano resi gravissimi, e quest’indipendenza or ch’esso voleva far tutto.

Sotto Maria Teresa eransi portati i primi colpi all’onnipotenza ecclesiastica; diminuiti i giorni festivi; limitato il numero dei monaci: tolta l’immunità de’ luoghi sacri; istituito un economato per vigilar i diritti della sovranità.

Il Sant’uffizio che, come l’inquisizione di Stato di Venezia, rimaneva uno spauracchio storico, acconcio ai romanzi, e con diplomi e uffiziali e formole da tempo disusate [170], realmente equivaleva alla censura delle stampe [171] ed alla odierna polizia; salvo che di rettori e commissari n’erano frati; le accuse cadevano sull’osservanza delle feste, sul mangiar grasso al venerdì e sabato, o butirro e ova in quaresima [172], ridersi dei predicatori, dir bestemmie; e le punizioni, recitar il rosario, digiunare alquanti giorni, visitare le sette chiese o la Madonna di S. Celso, firmare una ritrattazione. Ma essa noceva sì pel fomentare le superstizioni coll’accettar accuse di malefizj e processarli, sì col falsare le coscienze sino a far credere obbligatorie le denunzie, sì col portare all’ipocrisia mediante le ritrattazioni, che salvavano dai castighi. Fu dunque abolito, e toltagli la revisiona dei libri (1768), nel tempo forse che più vi bisognava della vigilanza ecclesiastica. Tutto ciò facevasi sotto una pia sovrana e di accordo col papa [173], e di tal passo si vide crollare quella Società, che desta un febbrile spavento fin nel secolo della tolleranza [174]. Ma come all’aristocrazia nobiliare gli impiegati, così alla pretina mossero attacco i giansenisti, a tutte due i filosofi; quelli mostrando voler richiamare l’antico, questi all’antico facendo guerra. Da essi empito di sospettosa ostilità, Giuseppe II proibì il chieder dispense matrimoniali se non dai proprj vescovi; sottrasse a questi i seminari, unendo i cherici in un portico teologico a Pavia, dove meschini imitatori dei pii solitari di Portoreale pretesseano il nome di libertà allo sfrenamento del principato, e collocavano Cesare di sopra di Pietro, senza avvedersi che con ciò portavano e fautori e propugnatori a frugar nella storia, e scoprirvi i fondamenti della podestà, non sempre così tetragoni da reggere all’esame [175]. A quei professori Giuseppe II diceva: « Insegnate il dogma semplicemente, nè impacciatevi di quistioni inutili e di scolastiche sofisterie, di oziose ed acerbe dispute, che movono gli odî e soffocano il vero cristianesimo » Sì: ma intanto egli moltiplicava que’ frivoli ordini per cui Federico II lo chiamava Mio fratello sagrista: toglier dalle vie gli altarini e le croci, proibire le processioni sceniche, regolate le ore di sonar campane e le spese de’ funerali, poste le sepolture in campi aperti, sminuite le feste e abolite le confraternite e i frati oziosi, mentre si lasciavano estendersi le logge massoniche: mandato alle monache da cucire camicie pei soldati, genia che ognuno vede quanto sia più utile alla società.

Gli Elvetici furono rinviati dal collegio che il nostro san Carlo avea loro preparato per formare sentinelle avanzate contro l’eresia; variata la distribuzione delle parrocchie; tratta al duca la nomina ai vescovadi e benefizi nostri [176]; vietato ai vescovi di scrivere alla lor plebe senza il visto del governo, nè di visitar la diocesi senza licenza; nè senza licenza poteansi fare lasciti a chiese o a luoghi pii; proibito il catechismo del Bellarmino, proibita l’uffiziatura di Gregorio VII. Così abbatteansi i vecchi pregiudizi.

Riformatore, non so se provido, certo impopolare, ne’ suoi concetti avea del buono, ma oltre che le riforme dei despoti portano sempre via qualche bioccolo di libertà, ben si disse che faceva il bene a colpi di bastone. Poniamo pure che il lungo torpore facesse preferire la conservazione degli abusi; ma chi è popolare crede che bisogni sempre sentire i desiderj del popolo, e Giuseppe II nol faceva nè qui nè altrove; onde vide l’Ungheria, la Transilvania, i Paesi Bassi opporre a quelle arbitrarie prammatiche una risoluta negativa, e fin l’aperta sollevazione. La stessa mitissima Toscana s’impennava contro cotesto despotismo, che intaccava l’uomo in ciò che ha di più libero, la coscienza e le credenze, e i vescovi in ciò che ad essi è più competente, l’ispezione sul culto e sui futuri sacerdoti. Il Milanese, alienissimo dalle rivoluzioni, si limitava a brontolare, a espor qualche satira, a far fare qualche allusione dal Romanino, famoso giocatore di burattini. Essendo l’arciduca governatore andato ad un viaggio, i nostri, proclivi a suppor buone intenzioni ai capi che non fanno nulla, vollero vedervi un segno di disapprovazione; e quando egli tornò, fecero clamorosa dimostrazione coll’andargli incontro in gran folla. Allora, disgustato che il re dimenticasse di non esser padrone degli uomini più che dell’erario, Pietro Verri fu escluso dagli affari e messo a un terzo di soldo [177]; Gian Rinaldo Carli, ridotto povero [178]; al Passeroni, che godeva una pensione di 500 lire sui 300 zecchini attribuiti alla vedova Aresi Lucini, fu tolta per effetto di sistema [179].

Appena Giuseppe II morì scontento di sè e degli altri, a Leopoldo suo successore i nostri mandarono tosto pregando rimettesse le cose nell’assetto di prima. Ed egli abolì la polizia, ripristinò le congregazioni municipali coll’ispezione sul censo, sulle vettovaglie, sulle strade, sulla sanità, sulla polizia urbana; e la congregazione di Stato, ove ogni città mandava un assessore tolto dai decurioni e uno dai possidenti per consultare sugli affari di massima e vegliare l’economia delle spese universali; restituì l’amministrazione dei luoghi pii e degli spedali a chi avevano destinato i fondatori; fece gratuite le scuole pubbliche, ove prima il ricco pagava; volle rispettata la nazionalità nel conferire gli impieghi [180].

Quando poi Leopoldo convocò una consulta di deputati di tutte le provincie, sonarono d’ogni parte lamenti e domande. Alcuni presero lo sciagurato tono della declamazione, esagerando le miserie del paese [181], alcuni sottigliavano in domande parziali; ma altri voleano non si badasse ad altro che a chiedere una costituzione, e Pietro Verri credeva potesse questa piantarsi sopra la sicurezza della proprietà; che infatti, se questa è garantita, non può esservi assolutezza. Così alla libertà civile di far quel che non è proibito dalla legge, alla libertà personale di esercitar le proprie facoltà, si sarebbe aggiunta la libertà politica che quelle garantisce, cioè il diritto del popolo di esaminare gli atti del governo e prendervi parte. « Un foglio (diceva esso) nemmeno firmato dal monarca, annichilò la congregazione di Stato, i municipi, le amministrazioni che la pietà de’ nostri maggiori aveva istituite per l’indigenza. Dunque tutto il sistema antico era precario, non avendo per base una costituzione, nè potendosi allegare ostacolo di legge contro la volontà del ministro. Il peggio che possa accadere è di tornare a tal precaria condizione. Il milanese fu soggetto al dispotismo da che cessarono i suoi naturali principi. Questo despotismo si esercitava da alcuni corpi potenti sotto del governo spagnuolo, poi ne furono gradatamente spogliati e venne tutto nell’arbitrio d’un uomo solo... Sarebbe un problema accademico il disputare quale dei due sia più funesto: quel che ora importa è di uscir da questa abiezione, e da schiavi malcontenti diventar sudditi ragionevoli, fedeli al nuovo monarca che ci vuole uomini e che è degno di comandare ad uomini. Una costituzione convien cercare, cioè una legge inviolabile anche in avvenire, la quale assicuri ai successori la fedeltà nostra, ed ai nostri cittadini un’inviolabile proprietà, essendo questo infine unico d’ogni governo. Conviene che tale costituzione venga garantita e difesa «da un corpo permanente, interessato a custodirla, e le cui voci possano liberamente e in ogni tempo avvisare il monarca degli attentati del ministro» [182].

Ahimè! queste opportunità si direbbe brillino di tempo in tempo soltanto per mostrare l’inettitudine nostra a coglierle, e l’inevitabile prevalenza degl’intriganti e dei corrotti sovra i pratici e virtuosi. Allora pure furono deputate persone sproviste di sapienza e coraggio civile, che deviarono in quelle inezie, le quali attraversano le più sacre importanze [183].

Troppo breve regno, troppo impedita volontà, troppo tempestose vicende tolsero di proseguire a passi misurati; ma d’ogni parte sentivasi il fremito del rinnovamento. E i buoni e il Parini vedeano con compiacenza trionfare la causa del progresso, per la quale avevano combattuto, e quelle idee che nessun eccesso aveva ancora compromesse snaturandole: e non confondendo l’alito della libertà colla bufera del disordine, persuasi che nell’accordo tra la filantropia che proponeva e l’autorità che effettuava, le riforme verrebbero senza le terribili responsalità d’una rivoluzione [184], col desiderio precorrevano il lontano giorno, quando, sviluppati parallelamente i poteri fondamentali de’ beni, della forza, dell’opinione, i cittadini, educati per le leggi e pel vigor de’ governi all’ordine della maggior sicurezza e prosperità comune, amerebbero, difenderebbero, servirebbero meglio sè e la patria. Lontano giorno io dissi, perchè l’uomo non può calcolare quelle eventualità con cui talvolta la provvidenza fa alle nazioni compier in un giorno il cammino d’un secolo; e dopo provato che la libertà germina dalla pace e dal bene stare, e imbozacchisce nella guerra e ne’ sovvertimenti, traendo il castigo dall’errore loro stesso, le riconduce per mezzo de’ patimenti sul sentiero della giustizia e della verità.

 

Note

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[1]                    Non consumava ancor muscoli e nervi

Uso di morbidezze : erano in prègio,

Non membroline di zerbini inerti,

Ma petto immenso, muscoloso e saldo

Pesce di braccio, e formidabil lombo.

A’ gran mariti s’offerian le nozze,

Non di locuste ognor cresciute a stento

In guaine d’imbusti: era bel corpo

L’intero corpo, ed Imeneo guidava

Ai forti sposi, non balene o siringhe,

Ma sostanze di vita, e i bene scossi

Congiungimenti avean prole robusta.

Nascean Achilli, ed i trastulli primi

Delle mani sfasciate eran le folte

De’ Chironi maestri ispide barbe.

Crescean sudando; e l’anime, di pelli

Abitatrici stagionali ed ampli,

Erano anch’esse onnipossenti e grandi.

Barbari tempi! in zazzerin risponde

Medoro, che intestine ha di bambagia,

Vivo non vivo, e d’un bel ghigno adorna

La pellicina dell’ argute labbra.

Chi seguirebbe in questo secol saggio

Rusticitadi di silvestre vita?

Scese dal cielo a rischiarar gl’ingegni

Florida Voluttade, e dall’Olimpo

D’Epicuro negli orti i grati bulbi

Piantò di nuovi fortunati fiori.

Per lei siam salvi. Abbiansi laude e nome

D’asta e di lotta i secoli remoti;

Io del far buona pelle e del riposo.

Gozzi.

[2] “Sorse allora il Medio Evo, desolata età massime per l’Italia”. Botta, Prefazione alla Storia d’Italia.

[3] Quando, al cadere del secolo, si ebbe a discutere di politica attuale, si cercò ogni esempio tra Greci e Romani, non mai tra le generazioni nuove: onde que’ bei sistemi di Mably e compagni. Melchior Gioja, cercando quale dei governi liberi s’affacesse meglio all’Italia, stette sempre sugli esempi amichi, quasichè potessero applicarsi alle età moderne; quasichè l’Italiano non avesse nei mezzi tempi fatto sperimento di tutte le forme di governo ad uno e a più.

[4]                        Nè i mesti della dea Pallade studj

Ti son meno odiosi. Avverso ad essi

Troppo ti fero i garruli recinti,

Ove l’ arti migliori e le scïenze,

Cangiate in mostri e in vane orride larve,

Fan le capaci volte eccheggiar sempre

Di giovanili strida.

Parini, Mattino.

[5] « Ho passato la mia prima ciò in queste scuole, e rammentando tuttavia l’inumanità e la crudele atrabile dei pedanti sulla tenera e vivace fanciullezza, e riandando con dolore gli effetti funesti che ne vidi derivare, posso assicurare oggidì che ben Loke disse a ragione che si trova di rado avvenire che i fanciulli castigati crudelmente diventino uomini dabbene ». Corbetta, Osservazioni sopra l’infestazione de’ malviventi.

Il canonico Cesare Galloni nei primi anni del nostro secolo scrisse un libro sull’Educazione cristiana, continuo piagnisteo dell’essere stata levata la gioventù ai gesuiti, “A tutto ridur in breve (dic’egli) se i giovani non devono aver paura del diavolo, io non so con qual mezzo si potrà far argine alle impetuose loro passioni”. Piange a cald’occhi l’essersi perdute dai nobili quella forma di rigorosa etichetta, che circondava come una forte siepe la vita sociale del primo ceto. — “Nelle memorie di mia nonna (scrive altrove; leggesi di molti giovani e d’assai più fanciulle d’ogni stato che dall’uso della ragione fino bene al di là dell’età pubere non avevano mai messo un piede fuori di casa senza la compagnia dell’uno dei genitori, o d’altra persona di carattere sperimentalo e sicuro; e che fino al collocamento spirirituale o temporale avevano conservato l’innocenza del battesimo”. Capirete che non doveva essere gran fatto amico dell’istruzione popolare: nulladimeno loda le scuole normali allora istituite, purchè non si ponga in mano ai figliuoli il libretto per accompagnare la santa Messa in volgare, perchè di gusto giansenistico è condannato dalla santa Sede.

[6] Alessandro Verri nel Caffè si proponeva di scrivere un trattato matematico-logico politico sulle riverenze; ponendone la serie “da quelle che appenappena si scostano dalla perpendicolare, fin a quelle che presentano tutta la schiena al protettore, quasi a dirgli, “Vosustrissima faccia l’onore di bastonarmi”.

Ballerino di gran vanto fu Ippolito Pindemonte, tantochè da giovane fu per mettersi sul teatro, volendo emulare il famoso e terribile Pic. Ad un gran ballo datosi a Vienna il 1790 dall’ambasciadore di Napoli, il principe Antonio di Sassonia dichiarò che il ballerino più vago fu il Pindemonte, e ai bagni di Bath si cessava dal giuoco e dalla conversazione quando ballava l’italiano. Vedi la sua vita per Bennassù Montanari.

[7]                 Già l’are a Vener sacre e al giocatore

Mercurio.... hai visitate.

Parini, Mattino.

E Gaspare Gozzi:

Delle balie i capezzoli le vite

Stillano ancora è ver; ma in un con esse

Indole di lascivie e di mollezze

Ne’ novellini piccioletti infanti:

Nè, divezzati dalle poppe, scole

Trovano più corrette. Ecco il paterno

Ed il materno amor che gli accarezza,

Ma sol per passo, che di più non puote:

Tronca lor tenerezza un mare, un mondo

D’importanti faccende. Colà danza

Il tanto a lungo desiato Picche,

Commentator con gli atti e colle gambe

D’auliche storie di Romani e Greci.

Qua tavola si mette, e la condisce

Cucinier nuovo che i più rari punti

Tutti sa della gola. Ivi la veglia,

Di qua la danza, o l’assemblea gli attende

Del gioco. Andar si dee; conviensi a forza

Squartar le notti in particelle e i giorni,

Senza speranza d’aver posa mai.

E ben sì pare la fatica a’ visi

Di pallor tinti, e all’ossa onde s’ informa

La grinza, asciutta e scolorita pelle.

Fra sì gravi importanze, agli scommessi

Padri, e alle madri colle membra infrante,

Qual più tempo rimane e qual quiete

Per darsi cura degli amati giorni?

Col cagnolin, col bertuccin, col merlo

S’ accomandano a’ servi: lor custodi

Sono un tempo le fanti; indi i famigli

Malcreati, idioti, e spesso brulli

D’ogni magagna, e d’ogni vizio infami.

Questi le prime, questi son le prime

Lanterne che fan lume a’ primi passi

Delle vite novelle, e i mastri sono

Scelti a fondar delle città più chiare

Gli aspettati puntelli e i baloardi....

Escono di pupillo? ecco i licei

Spalancati del gioco, e i templi e l’are

Sacre alla dea di Cipri, ove la prima

Scola si ribadisce e si rassoda.

[8] Ippolito Pindemonte, in un sermone pariniano, mette in canzone i viaggi. Egli viaggiò molto, e vide d’appresso i costumi della Francia d’allora, e li ritrasse in un romanzo che oggi più nessuno ricorda, Abaritte. Parlando di cotesta letteratura micidiale scrive: “Dovrò dirvi come s’ornan ne’ vostri romanzi e nelle vostre commedie i modi e le degradazioni tutte del più raffinato libertinaggio? Come s’indora in alcuni dei vostri più saporiti libri la dannosissima irreligione? In verità mi pare quasi un innocente l’assassino di strada rimpetto a colui che, nella notturna solitudine della sua libreria, si mette deliberatamente ed a sangue freddo a guastare il mondo, e si stilla il cervello per lasciar morendo gli uomini più contaminati che al suo nascere non trovollo.... Che non si potrà sperare da uomini che sentano di sè stessi così bassamente? Quanto più bella, quanto più nobile non è la filosofia di quegli amichi sapienti, di cui si dice ora che non fecero che sognar nobilmente, e da cui non niego che venne l’uomo quasi deificalo? Ma poichè non trovo nemmeno in questa moderna sapienza, che mi avvilisce e deprime, un grado di certezza soddisfacente, perchè preferire non dovrò quella che m’infiamma e m’innalza, e mi fa tentar cose grandi col farmi credere di poter compirle?... ”

[9] “Sicchè non dica quel degli Uberti, nè quello dei Visconti di Milano: Perchè io sono di cotale schiatta, io sono nobile; che il divino seme non cade in ischiatta, cioè in istirpe, ma cade nelle singolari persone nobili, e la stirpe non fa le singolari persone nobili, ma le singolari persone fanno nobile la stirpe ”. Dante, Convivio, pag. 248.

[10] Campi, Storia di Cremona, lib. III passim.

[11] Degli smisurati possessi di questo signore abbiamo un documento officiale. Sì scarsa era la sicurezza pubblica che i ricchi o i corpi ricorreano al governatore per ottenerne una grida, mediante la quale i possessi specificali erano presi sotto la special salvaguardia dell’autorità pubblica, con gravissime minaccie a chi li guastasse. Dal 1656 al 1674 ben 110 gride siffatte contiene il Gridario: e un dei siffatti, del 13 gennajo 1669, fu appunto concesso all’Aresi, in questi termini:

“Sendo stato esposto all’eccellentissimo signor Alonzo Perez de Viuero, conte di Fuensaldagna, governatore, ecc., per parte del reggente conte Bartolomeo Aresi presidente del Magistrato Ordinario, che possedendo diversi beni, anco come legittimo amministratore del conte Don Giulio suo figlio, nelli luoghi et Territori di Castel Lambro Vicariato di Binasco, Chiarella, Concorezzo, Mentirago, Pilastrello, Cesano Maderno, Mazzo, Seveso, Barucana, Cabiate, Casate, Desio, Binzaga, Concesa, et Mezzate, tutti del Ducato di Milano; Tagliedo, Robarello et Case nuove, Corpi Santi, Torre d’Aresi, Magherno, Spirago, Ponte Caratere, Malpaga (Campagna Sottana Barco di Pavia), quali consistono in Vigne, Prati, Campi, Boschi, Pascoli, Risali, Giardini, Horli, Edifizj, Peschiere, Molini, Torchi, Caui, Ponti, Sentieri, Colombare et altri, con le sue ragioni d’acque, et massime della Roggia fiscale Corin, (ragione tutta d’esso Presidente), Tauerna, Garolfa, et altre, da molti, che non v’hanno interesse alcuno, gli vengono in diversi modi et tempi, rubbate le acque, pescate le peschiere, rubbata la legna, tagliate, et scaluate le piante, attraversati li Terreni, con Bestie, et Carri, rotti li Caui, et in diverse altre maniere danneggiati li detti beni acque, et ragioni, con notabil suo pregiuditio, et de’ suoi Fittabili, et Massari, et con pericolo di scandalosi accidenti. El supplicata l’Eccellenza sua a volervi prouedere di opportuno rimedio; Sua Eccellenza, con il desiderio, che tiene d’assistere a questi buoni, et fedelissimi Vassalli, massime ad una Casa tanto qualificata, et benemerita del Real servitio, et che in tutti li tempi si è resa degna d’ogni maggior riguardo, et per redimere li beni, et ragioni del detto conte da qualsivoglia danno, et pregiuditio, ha comandato si rinoui la presente, inherendo alle altre già pubblicate.

In virtù della quale ordina l’Eccellenza sua, et espressamente comanda, che niuna persona di qualsivoglia qualità, conditione, et grado, ardisca sotto qualsisia colore, o pretesto impedire il corso, o far cosa alcuna alle dette Acque, et Peschiere, o rubbarle per adacquare terreni, nè condurle a Molini, Torchi, Pile da Riso, o altrimenti dannificarle con chiuse et altro, non havendo ragione in esse, sotto le pene infrascritte.

Che quel tale a cui beneficio anderanno le dette acque, et non vi haverà ragione, per rispetto del furto di esse, incorra nella pena di trecento scudi, d’applicarsi per due terzi al Regio Fisco, et l’altro all’accusatore, et constando siano state divertite per violenza, incorra nella pena di tre anni di galera, più, o meno all’arbitrio di Sua Eccellenza.

Et quelli, che sotto qualsivoglia colore, o pretesto danneggeranno li detti Boschi, Vigne, Prati, Campi, Pascoli, Edificj, Arbori, et altro come sopra per sè , o per sottomessa persona, con Carri, Bestie, od altrimente contro la volontà di dello Regente conte Presidente Aresi, o suoi Agenti, (in quanto ne sia vero Padrone et in possesso con giusto titolo) incorrano nella pena di dieci scudi per ogni persona, et di cinque per ciascuna bestia che sarà trouata a far danno nelli detti beni, et ragioni per ogni volta, da esser applicati per metà al Regio Fisco, et per l’ultra al dannificato, oltre le pene Statutarie, et refetione del danno, del quale s’auerà da credere al Camparo, che sarà deputato per questo effetto con il suo giuramento et un testimonio.

Et quelli che con parole ingiuriose, o fatti per cause dipendenti da questa materia offenderanno, o faranno offendere i Lavoratori, Campari, Operari, Fattori, Agenti, et Soprastanti alle dette acque, et beni, incoreranno, oltre le pene ordinarie, in quella di cinquanta scudi, et in caso d’inhabililà, di tre tratti di corda, et maggior pena all’arbitrio di Sua Eccellenza.

Et se si troueranno de’ malfattori, o usurpatori sodetti inhabili a servire al remo, et a pagar la pena pecuniaria, ouero saranno femine, vuole, et dichiara Sua Eccellenza che incorrano nella pena dell’esilio da questo Stato all’arbitrio dell’Eccellenza Sua, sotto pena della fustigatione se contraueranno al bando.

[12] Nel 1277 fu compilalo il catalogo delle famiglie nobili milanesi, cui era privilegiata la dignità di monsignori del Duomo. È il più antico libro d’oro nostro, e spesso anche nel 1600 il consiglio comunale raccomandò al pontefice scegliesse da quello i nostri arcivescovi. Piacerà dunque il vederlo, e segneremo in corsivo le famiglie che ancora sussistono. De Amigoni, Annoni, Airoldi di Robiate, De Arzoni, Alzate, Avvocati, Aliprandi, Arconati, Arzago (Capitani d’), Ariverio, Appiani, Ansi, Bizzozero, Birago, Biffi, Besozzo, Buzzi, Bernareggio, Bossi di Azzate, Bulbi, Bulgaroni, Borri, Busnate, Busto (Capitani di), Bianchi di Velate, Badagio, Brivio, Bescapè (Capitani di), Becalò, Brioschi, Bevolchi, De Baldironi, Barni, Biumi, Carcano, Crivelli, Cucarani, Caponago, Castiglioni, Corvi, Carponi, Crivelli di Parabiago, Confalonieri, Crippa, Cutica, Casati, Corti, Caimi, De’ Capponi, De’ Cumini, Cortessella, De Cotta, Crivelli di Uboldo e di Nerviano, De Caimbasilici, De Cani, Calco, Carago, De Capelli, Castelli di Cernusco, Conti di Castelseprio, Carnisio, Gagnola di Gagnola e di Gassan Magnago, Ceva, Cuzoli, Coradi, Cimiliano, Cardani, Castiglioni di Cardani, Cassina, Cagatossici, Castelletto, Cattani di Busto Arsizio, Daverio, Desio, Dugnano, Dervio, Dardanoni, Fagnani, Foppa, Figino, Giudici di Castegnate, Ceroni, Ghiringhelli di Garonno e di Milano, Grasselli, Giussano, Goffredi di Ornate, Gattoni, Guaschi di Bellusco, Grasselli di Bollate e Treno, Hoe (Capitani di), Homodei, Imbersago (Capitani di), Litta, Landriano (Capitani di), Lampugnani, La Mairola, La Sala, Landriano di Olgiate Olona, Luino, La Torre, La Porta, Mondello, Maineri, Menclozzi, Martignoni di Boladello e di Roate, Meravigli, Medici di porta Ticinese e di Casoretto e di Nosigia e d’Albairate e di Novate; Molteni, Marinoni, Muri, Matregnano, Mantegazza, Marnate, Morosi di Vimercate, Nasi, Oldrendi di Legnano, Orelli de Abiasca, Ozeno, Pusterla, Pirovano da Tabiago, Perego, Pietrasanta, Pandolfi, Paravicino, Petroni di Cermusco e di Bernareggio, Prada, Pozzobonello, Parasio, Piatti, Porri, Paravicino di Busnigo, Porta Romana (Capitani di), Po, Giovannoli, Perdeperi, Riboldi di Besana, Richi, Ro (Capitani di), Regni, Ruzolo, Rusconi, Sacchi, Soresina, Segazoni, Sessa di Val Travaglia, Scaccabarozzi, Stampi, Settala, Sirtori, Sacchi di Busnigo, Salvatici, Solbiate, Sesto (Capitani di), Spanzuli, Taeggi, Terzaghi, Tabusi, Trivulzi, Trezzi, Turate, Visconti di Saronno, di Pollano, d’Invorio, di Oleggio, di Castel d’Oleggio, Vergiate, Vincimali , Vimercati, Valvassori di Serio e di Sesto, Vittuoni, Vigonzoni, Villani, Vagliani, Zoti, Zerbi, Zeno.

[13] Zelo d’arcani vffizj. Parini, Mezzodì. Il Corbetta succitato assicura che nel 1793, quando la rivoluzione francese cominciava a recare spavento, erano nella sola Milano 800 servidori senza padrone. A Torino nel 1796, sopra 93000 abitanti si contavano 168 servidori, 5292 serve.

[14] Lo statuto de’ giureconsulti di Milano dichiarava scaduto il nobile che attendesse a commercio. Carlo VI derogò questo statuto, ma poco valse. Nel Caffè, i cui redattori si proponevano di combatter i pregiudizj, sono alcune Riflessioni sull’opinione che il commercio deroghi alla nobiltà, scritte da Alessandro Verri, ove si sostiene che anche i nobili possono mercatare. Ma soggiunge, «fa duopo fare una gran distinzione fra il commercio al minuto ed il commercio all’ingrosso. Perchè il secondo soltanto dovrebbe essere concesso alla nobiltà, nè vi avrebbe ad essere ammesso se non se si facesse commercio all’ingrosso: e per commercio all’ingrosso io non m’intendo tanto la grandezza de’ capitali che vi s’impiegano, quanto che egli venga fatto per via d’institori e di commessi, in guisa tale che il nobile principale non vi abbia che la superiore ispezione, nè richiegga più di tempo l’attendervi che l’amministrare i terreni come oggidì. E ciò dico, non perchè chiami vile, abietta, sordida ogni arte utile al pubblico; ma bensì perchè i nobili, in qualunque paese ove siano il seminario da cui cavinsi i cittadini inservienti alla spada, alla toga ed a qualunque ufficio civile, militare, politico: in tal paese, dico, conviene che la nobiltà abbia un’educazione, e che l’abbia con tutti i comodi. Per lo che s’ella al commercio di dettaglio discendesse, ed in ciò occupasse molta parte della vita, ne seguirebbe che le arti cavalleresche, gli studj ed ogni altra cosa che costituisce l’educazione d’un nobile, sarebbero iti; e laddove cercasti il giuriconsulto, o il politico, o il militare, non vi troveresti che il piccolo mercante; ed i piccoli mercanti non ponno governare la repubblica».

[15] Quando il marchese Landi di Piacenza fidanzò la Isotta, sorella dei Pindemonti, pose per condizione che un di essi ottenesse la croce di cavalier di Malta; e l’ottenne Ippolito.

[16] Parini.

[17] Abbiamo conosciuto un signore de’ più assennati e più benevoli d’una città nostra, che andava ogni giorno alla messa, ma sempre in carrozzo, benchè la chiesa stesse rimpetto al suo palazzo. Smontato, facea la limosina a tutti i poverelli che vi si trovavano, ma spesso divertivasi di porre il soldo sul gozzo o sul moncherino del mendicante. Benevolenza impertinente.

[18] Nel 1749 fu in Lombardia istituito un tribunale araldico, composto da un questore del magistrato e due patrizj, affine di reprimer l’abuso nei titoli e nelle insegne di nobiltà. Poi il 20 novembre 1709 cascò da Vienna una lunga prammatica, specificando chi e come si avesse diritto a titoli e nobiltà, e imponendo pene ai trasgressori. Lasciando via quel ch’è di legge, e attenendoci alla sola pompa esterna onorifica, avvertiremo come ai soli nobili fosse concesso l’uso di sgabelletti, cassette d’argento, e borse pei libri nelle chiese; del guardinfante alla moda della corte, e il farsi sostenere lo strascico, e il servirsi di torcie nell’entrar e uscire del teatro. A soli consiglieri intimi e ai più alti impiegati e alle dame di nobiltà antica era permesso l’uso de’ cuscini, e i fiocchi di seta alle teste de’ cavalli. Ai nobili era permesso vestir i servi con livree a più colori, guarnirle con passamani e nastri d’oro e d’argento, adornar le carrozze con oro fino e colle arme gentilizie, menar seco per città più di due staffieri, e anche un lacchè, o più se siano qualificati: mandar inviti a stampa per matrimonj, funerali, inviti. La spada o palosso in città è poi severamente proibito alle persone che professano arti ed esercizj mecanici e vili, qualifica che spetta al tribunale araldico.

Ma nel maneggio di questa nuova vasta e scabrosa materia insorsero molte difficoltà, spiegate poi con nuova grida dei 29 aprile 1771.

[19] Ap. Tomiusi, Documenti di storia lucchese, pag. 218 dell’Archivio storico, vol. X.

[20] Il conte Carlo Borromeo e il conte Giulio Visconti.

[21] Ciò faceasi certo in Brescia, come appare dal Roberti Opere, edizione dell’Antonelli, Tom. VII 86, XVI 183, XVII 56, XIX 223. Quando don Carlo di Spagna entrò duca di Piacenza, ventiquattro cavalieri di colà composero ciascuno un canto d’un poema.

[22] Attacca forte i monaci, sicchè molti vi risposero, e specialmente il padre Ambrogio Avignoni, abate de’ cistercensi di Sant’Ambrogio, valente letterato ed esposto a molte contradizioni perchè ai vecchi sistemi filosofici anteponeva i nuovi. Il cardinale Pozzobonello diede alla Agnesi da esaminare l’opera del Gorini, che poi fu messa all’Indice.

[23] Fu rinomatissima la biblioteca del milanese Pier Antonio Crevenna Bolongaro negoziante, il quale ne pubblicò il Catalogo ragionato (Amsterdam 1776 sei volumi in quarto, poi 1789 cinque volumi in ottavo; poi ancora 1793 dopo la sua morte). Egli preparava una storia della stamperia, che non finì. Della biblioteca di casa Lauzio profittò molto il Goldoni quando stava a Milano giovinetto appettando un posto nel collegio Ghislieri. Egli dice che molte delle nostre donne aveano il gozzo, difetto raro adesso. Anche gli alunni del collegio Ghislieri è sperabile sieno migliorati da quei ch’esso dipinge, come non ottengono più le preferenze sugli uffiziali di guarnigione e presso gli uomini e le donne. Vedi Memorie del Goldoni, lib. I, c. 9.

[24] Un Ottavio Archinto, conte di Barato, morto il 1656, aveva pure amato le antichità, e fattane una raccolta, di cui stese una descrizione, rimasta inedita e Ignota allo stesso Argellati: Collectanea antiquitatum in ejus domo: oltre gli Epilogati racconti delle antichità e nobiltà della famiglia Archinti aggiuntavi una breve esposizione degli antichi marmi che nei palagi di questa famiglia si leggono, Milano 1648.

[25] Il conte Pertusati suddetto, il questore Calderari, il conte Costanzo e il marchese Giuseppe D’Adda, il conte Antonio Simonelli, il marchese Teodoro Trivulzi, il conte Silva, il marchese Erba, il marchese Pozzobonelli. Erano sedici, e ognuno contribuì quattromila scudi. Era collocata nel palazzo ducale, donde trasse il nome.

[26] Da quella curiosa collezione trarrò documenti, che col confronto illustrino i costumi dei vecchi nostri, e ne mostrino le sfasciate ricchezze. E siano due corredi di nobili spose.

Nel 1474 Francesco degli Stampa di porta Ticinese, della parrocchia di Santa Maria Valle, come corredo della Bartolomea de’ Guaschi, riceve, 264 perle, stimate 80 ducati d’oro in oro; 4 oncie di perle formate a rete, per 24 ducati; 8 pezze di tela di lino fino per far camicie, 1 di tela di stoppa (revi) per far tovaglioli pel capo; 4 pezze di fazzoletti (panetorum) che son 58; 18 camicie da donna; 30 monete da tener in testa; libbre 9 e mezzo di refe di lino bianco; uno specchio grande, e uno più piccolo; 3 pettini d’avorio; un uffiziello della Beata Vergine co’ suoi guarnimenti; un cofanetto, dorato disopra; un corriginus di broccato d’oro cremisino co’ suoi fornimenti e uno di broccato d’oro cilestro col suo fornimento e con perle; un chiavacuore d’argento dorato col suo agorajo (gugirolo) d’argento dorato; due federe (fedreghete) lavorate in oro; 6 cuscini verdi di tappezzeria; 15 federe di tela di lino fina co’ suoi lavori intorno; una veste di damasco bianco coi fornimenti dorati e col collare a perle; un’altra di drappo morello di grana colle maniche dirette e con fornimenti dorati e con perle; un’altra di drappo scarlatto di Londra colle sue balzane di velluto nero al collare, alle maniche, e ai piedi; una gamurra o socca di velluto cilestro, e un’altra di drappo di lana rosso; un par di maniche di broccato d’argento cilestro; un vestito di zetonino cilestro colle maniche strette e ricamato al bavaro e alle maniche; un vestito di scarlatto colle maniche strette e ricamate, e col bavaro fatto di punticelli; un vestito turchino colle maniche strette, ricamato alle maniche e al bavaro; un vestito di velluto morello con maniche serrate e guarnizioni fatte a telajo alle maniche; un vestito rosa secca con maniche al modo stesso; uno di drappo verde scuro; una zuppa di velluto cremisino; una socca scarlatta, una di drappo turchino; un par di maniche di drappo d’oro ricco; un cremisino e uno d’argento cremisino e uno di cilestro; un par di maniche di zetonino cremisino e uno di morello; uno di velluto cremisino, e uno di verde; un corrigino d’argento dorato fatto a raggi (a raziis); un chiavacuore d’argento dorato coi coltellini; una corregia con tessuto d’oro e guarnizioni d’argento dorato, ecc. Di tali doni rogò Francesco di Besozzo, notajo di porta Comasina.

Molto più ricco è il corredo di Chiara Sforza, rimaritatasi il 1488 al Campofregoso. Nel solo ricamo sopra una manica vi sono da 36 in 40 oncie di perle, stimate ducati 400; 67 perle da un ducato l’una; 19 da 3 caratti il pezzo, a ducati 8 l’una; 4 da caratti 13 in 14, a ducati 100 al pezzo; una di caratti 25, a ducati 300; due rosette di rubino da 60 ducati il pezzo; un rubino da tavola con 4 perle, ducati 70; 4 smeraldi in tavola a ducati 15 il pezzo; uno smeraldo quadro a faccette, ducati 20; oltre un filo di 317 perle da un ducato al pezzo. C’è una perla a pero, di caratti 21, stimata 1000 ducati; un mazzo di 54 giri di catena d’oro, pesante 40 oncie; un pendente con un balascio in tavola in mezzo, una punta di diamante e una perla a pera, valutati ducati 2000; un altro fermaglio con un balascio in tavola ducati 1600. Vedi Pezzana, Storia di Parma, vol. III, doc. X, XV.

[27] Fu poi segretario di Stato di Pio VI, e nobilmente ravvolto nelle disgrazie di questo.

[28] Il pallone aveva l’ altezza di 72 piedi, la larghezza di 66, la capacità di piedi cubici 171128. Era non solo il primo volo, ma la prima di siffatte macchine che si vedesse a Milano: onde ognuno può imaginarsi l’aspettazione e la trepidanza degli spettatori. Abbiamo sott’occhio una relazione, fatta dal canonico Carlo Castelli, “pieno ed ebbro ancora dell’areostatico prodigio”, ove, descritto l’entrar nella barchetta dell’Andreani con Gaetano Russi e Giuseppe Barzago falegnami, e il segno dato colla tromba, prosegue: “Ma dall’operosa azione degli animosi viaggiatori la macchina già libera vien sospinta in aria, già su dessa si libra, già s’innalza maestosa, già movesi verso al cielo. Spettacolo più grande non erasi presentato allo sguardo di veruno degli innumerabili spettatori, nè sensazion aveva provato il più di loro. Mirare una mole vasta al pari d’un ampio palazzo, e più assai capace del grandissimo nostro teatro, una mole di un peso di 1870 libbre grosse, galleggiare, fendere dolcissima il lieve aere, senza che ondeggiamento mostrasse, o moto alcuno, fuor di quello che imprimevale l’aria quasi abbracciando il nuovo suo abitatore, per alto levarlo alle più pure sue regioni; era portento da fermare, da scuotere qualunque cuore il meno sensibile a siffatte impressioni.

“Per lungo tempo però gli occhi de’ riguardanti tutti non erano che rivolti e fissi nel volto del milanese nuovo Dedalo, del coraggioso aereo viaggiatore, cui seguivano ognora cogli sguardi solleciti e paurosi: ma vedendolo costantemente lieto e giulivo dividere le sue cure parte al regolamento pacifico della sua macchina, e parte a salutare festoso la sottoposta moltitudine de’ suoi concittadini, si cambiò scena, e dalla sospensione timorosa si passò da tutti ad un batter festevole di mano, quasi quasi invidiando la sorte sua, e di chi lo accompagnava; corrispondendo egli con eguale plauso e batter di mano ed inchinar di cappello all’esultazione loro.

Il valente matematico Cossali diede lo spettacolo d’un areostato a Verona, e nel 1784 scrisse sull’ equilibrio esterno ed interno delle macchine aereostatiche, un de’ lavori più notevoli in tal materia.

[29] In morte dell’ Imbonati, F. Carcano fe una raccolta di componimenti (Milano 1799, Galeazzi) dedicata a Firmian. Precede un’orazione del C. Giulini, ove mostra le angosce terribili di questo vecchio negli ultimi suoi giorni, perchè un suo giovine figlio era stato preso dalla spaventosa malattia del vaiuolo. Del Parini v’è questo sonetto, ignoto al Reina:

No, non si piange un uom d’ingegno eletto

Che, per costumi e nobil arti chiaro,

Visse alle dame e ai cavalier sì caro

In ciel rimoto e sotto al patrio tetto;

Un uom cui la pietà, l’amor del retto,

La carità, mille altre doti ornaro;

E visse nella patria esempio raro

Di sposo e padre e cittadin perfetto;

Un uom che, pieno alfin di merti e d’anni,

Placidamente a più beata sede

Passò, fuggendo dai terreni affanni;

Un uom che, mentre al comun fato cede,

Lasciò, per compensare i nostri danni,

Di sue virtù tanta famiglia erede.

[30] Oratio, qua ostenditur artium liberalium studia a femineo sexu neutiquam abhorrere, habita a Maria de Agnesiis rhetorica operam dante anno ætatis sua nono nondum exacto etc. Vi seguono moltissime poesie in lode di essa.

[31] Propositiones philosophicæ quas crebris disputationibus domi habitis corum clarissimis viris explicabat extempore, et ab objectis vindicabat Maria Cajetana de Agnesiis mediolanensis. Milano 1733. Richino Malatesta. Comincia dalle generalità sulla storia della filosofia; poi viene alla logica, all’ontologia, alla pneumatologia, alla fisica generale, dove del moto, della resistenza, dei moti composti, della gravità, della ballistica, della geostatica, dell’idrostatica, dell’equilibrio, dei solidi immersi ne’ fluidi, del moto comunicato, de’ corpi elementari; della fisica particolare tratta dell’universo, della forza centripeta e centrifuga, delle meteore, della terra e dei monti, del mare e delle fonti, de’ fossili e metalli, delle piante, degli animali, della parte animale dell’uomo.

[32] Maria Teresa le mandò una scatola e un anello prezioso: Benedetto XIV il rosario di pietre fine e il diploma di lettrice onoraria di matematica all’università di Bologna.

[33] Il suo libro del Diritto di natura e delle genti fu adottato nelle scuole del regno d’Italia, benchè i canoni suoi condannassero l’usurpatore.

[34] Il Mazzucchelli radunava in sua casa una conversazione dove spesso si facevano letture. A proposito di esso il Baretti scriveva: «E’ mi vien quasi ghiribizzo di spogliarmi per un quarto d’ora di quell’innocuo carattere di critico da me assunto in questi fogli, e buttandomi alla satira, sputar fuoco e fiamme come drago contro que’ tanti magnati del nostro e d’altri paesi, che, invece d’imitare quel conte con impiegare i loro quattrini in libri, e il loro tempo in incessante studio, s’immergono anzi nell’infingardia e nel vizio; ognun vede come naturalmente potrei venir a dire della robaccia tanta a cento conti, che sono il rovescio di questo Mazzucchelli, e che, invece d’adoperarsi virtuosamente com’esso tuttora s’adopera, non pensano mal ad altro che a farsi incipriare le parrucche ed abbigliarsi ogni dì dell’anno come il dì delle nozze a masticarsi pranzi e cene sardanapalesche, a mischiare le cinquantadue e a far all’ amore con le donne d’altri. Che vasto campo da esercitare la malignità mia sotto colore di fare il moralista! ”

[35] Alle ben note avventure della Signora di Monza (della quale diremo per transenna come fu trovato il processo originale) potrebbe far riscontro la storia vera di Arcangela Turabolli. Nacque essa il 1605 da famiglia bergamasca trasportata in Venezia, e da padre lungamente versato in cose di mare. A undici anni i parenti la obbligarono a vestirsi monaca in Sant’Anna di Venezia, cambiandole il nome di Elena in quello di Arcangela. Nel proferire i voti confessa ella medesima che diversa dalla lingua e dagli atti esteriori, altro intendeva la sua mente, e fu monaca solo di nome, ma neppure d’abito e di costumi, quello pazzamente vano, e questi vanamente pazzi.

Non le si era tampoco insegnato a leggere e scrivere; pure dotata di naturale ingegno e bisognosa di sottrarsi all’accidia dell’ingrata posizione, applicò agli studj e molte opere compose che, in parte stampate, la resero illustre fra’ contemporanei. E la prima cosa scrisse la Semplicità ingannata e la Tirannia paterna, ove rivela la usatale violenza; molto faticò per stamparla, ne scrisse anche a Vittoria Medici della Rovere, granduchessa di Toscana, ma solo postuma fu pubblicata, col falso nome di Galerana Barattotti, e colla data pur falsa di Leida nel 1634; e fu posta all’indice dei libri proibiti. A gran rinforzo di argomenti e più di parole sostiene la libertà delle donne nello scegliersi uno stato, e vi applica una farragine di sentenze e fatti della Scrittura, degli storici, e principali di Dante e dell’Ariosto. L’opera è in tre libri che cominciano: “Non poteva la malitia degli uomini inventar la più enorme scelleratezza che quella di opponersi ecc ”. Manoscritti pure rimasero tre libri dell’Inferno monacale, ai quali era premessa una lettera ai genitori che forzano la vocazione de’ figliuoli.

Ma non era serbata ai perpetui tormenti d’ una posizione aborrita, e le pie insinuazioni del cardinale Federico Cornaro, patriarca di Venezia nel 1613, la fecero prima rassegnarsi, poi compiacersi del proprio stato; abbandonò le lascivie degli habiti di cui tanto si dilettava, e a riparo del libri precedenti ne scrisse altri di concetto opposto: quali il Paradiso monacale, dedicato al suddetto patriarca; la Luce monacale e la Via lastricata per andar al cielo, le Contemplazioni dell’anima amante, il Purgatorio delle malmaritate.

Nè però era tutta alle opere ascetiche. Nel 1595 un anonimo avea stampato delle conclusioni sul punto se le donne fossero della specie degli uomimi, e Simone Gediccio il confutò in un opuscolo latino stampato all’Aja il 1641. Un Orazio Plata, forse pseudonimo, riprodusse in Italiano quelle stolte ingiurie, colla data di Norimberga 1651, e la Tarabotti mandò fuori un opuscolo col titolo: Che le donne sieno della specie degli uomini. Anche a Francesco Buoninsegni, che aveva scritto una satira menippea contro il lusso delle donne, la Tarabotti oppose un’antisatira, stampata a Venezia il 1644; contro cui il domenicano Lodovico Sesti, col nome di Lucido Ossiteo accademico aristocratico, diè fuori una Censura, e Girolamo Brusoni Gli aborti dell’occasione, il padre Angelico Aprosio Ventimiglia la Maschera scoperta, la quale però non fu stampata perchè essa si fece impedire, ma esso Aprosio fa rifuso poi nel cap. VII dello Scudo di Rinaldo.

Della Tarabotti si han pure a stampa le Lettere famigliari e di complimenti, Venezia, Guerigli 1650, e prossima alla morte mandò tutti i suoi scritti a Elisabetta Polani, indicando fossero pure stampate le contemplazioni, la via e la luce; il resto sia gettato nel mare dell’oblio, ve ne prego in visceribus Christi.

Vedasi Cicogna, Iscrizioni veneziane, vol. I, pag. 135.

[36] Baretti, Gl’Italiani C. 21. Ivi, per ribattere le accuse degli stranieri, conta siccome le buone suore vivessero liete ne loro ritiri: “alcune ancora (soggiunse) contraggono de’ teneri impegni con qualche fratino, e in tal caso si fanno un dovere di serbarsi fedeli agli amatori, in un amore che consiste tutto in affettuosi viglietti, tenere occhiate, dolci parolette. Esso smentisce le oscenità a loro apposte. Uno di questi teneri impegni aveva pure contratto il Bareti colla monaca Catarina Bicetti di Treviglio, sorella del Bicetti lodato da Parini come propagator dell’innesto, e noi daremo qualche sua lettera a lei.

[37] Contro i pregiudizj dati alle educande ne’ monasteri diresse Pietro Verri l’opuscolo il Collegio delle Marionette.

[38] Parini, Giorno.

[39] Gli Spagnuoli dicono Cortejo, a Genova il patito. Propriamente il patito era l’amante in titolo, e nulla più; l’amante doveva esser unico; i cicisbei e galanti facevano la corte a molte, e non di rado erano abati.

[40] La sera del lunedì 9 gennajo 1475 usciva dal palazzo di corte di Milano il duca Galeazzo Maria Sforza, e con esso molti illustrissimi parenti e signori e ambasciadori e cavalieri delle prime case e il segretario Cico Simonetta, sì famoso per destrezza politica e poi per sventure, e s’avviavano verso Porta Vercellina, nella parrocchia di San Giovanni sul Muro, e nella casa di Madonna Lucia de Maritano. Quivi son accolti a grand’onore dal signor Ambrogio de’ Raverti del quondam Giuseppe della parrocchia di San Fedele, felice marito della predetta Lucia de Maritano. Entrati, tutti prendono conveniente posto in giro ad una tavola, alla quale stanno in atto di scrivere due pubblici notaj, Giannantonio de Girardi e Giovanni de Molo.

I due notari in solido hanno steso un lunghissimo istromentlo, ove il duca, atteso gl’ingenui costumi, la vita pudica, la somma bellezza della Lucia ed insieme l’immenso ardore onde la ama, in parte fa, in parte conferma amplissime donazioni a lei ed ai figliuoli, che essa gli generò o gli genererà.

E queste donazioni sono la casa stessa dove ella abita; il naviglio della Martesana, dalle cui acque abbia a percepire non meno di mille annui zecchini; abbia ad intitolarsi Visconti ed esser considerata come parte della famiglia dominante: poi l’elegge contessa di Melzo, regalandole questo paese e Gorgonzola con tutta la pieve: indi altri prati e poderi a Vigevano, i borghi di Desio e Maritano coi dazj del pane, del vino, delle carni, dell’imbottatura del vino e delle biade: de’ quali poderi tutti la investe colla tradizione della spada sguainata: ed essa, col tatto materiale delle mani, e toccando i santi vangeli, si promette fedele e ligia all’illustrissimo signor duca.

Il duca garantisce con modi straordinarj la donazione, e «Se (dice egli) se la illustrissima nostra signora moglie duchessa Bona molestasse in verun modo nella persona o nei modi la predetta Lucia, revochiamo all’istante ogni dono di vesti, di suppellettili, di mobili ed immobili, e perfino la dote che le abbiamo fatta e siamo per farle, e la priviamo del diritto di tutela. E se il figliuol nostro controfaccia a questa donazione, perda il diritto di succederci, ed abbiasi la maledizione di Datan e Abiron cui la terra non volle sostenere, e di Giuda Scariota traditore del Redentor nostro.

“E vogliamo (seguita esso), che tale nostra donazione abbia ogni ragione ed effetto, purchè la predetta Lucia viva in devozione nostra, e non abbia mai a che fare, non che con altro uomo, ma neppure col marito suo, se non abbia prima ottenuta da noi speciale licenza in iscritto. Dummodo prædicta Lucia marito tuo per carnalem copulam se non commisceat, sine speciali licentia in scriptis; nec cum alio viro rem habeat, nobis exceptis, si forte cum ea coire libuerit aliquando ”.

Fatto e letto l’istromento, que’ gran signori e consiglieri e ciambellani, que’ gravi notari, quel gran politico, seriamente soscrivevano quell’atto, mentre la dama ed il suo buon marito non sapevano rifinire di ringraziar di tanta generosità il duca, che rendeva così la signora ed i figliuoli avutine i più ricchi possessori di Lombardia, ed il marito per conseguenza l’uomo più beato e contento.

Essa poi faceva scrivere quello stromento e i varj altri d’appendice in un elegantissimo libriccino, tutto miniato e dorato, e legato con fregi ed ori; e se lo conservava preziosissimo. Quel libriccino venne e sta nella biblioteca de’ marchesi Trivulzio.

[41] L’arciduchessa Beatrice ebbe a dire che tutte le donne avevano il damo, da lei in fuori. Pel qual detto il Parini le diresse un sonetto adulatorio.

Ardono, il giuro, al tuo divino aspetto, ecc.

Pure il Lalande, nel suo screditato viaggio del 1765 di Milano, dice: “il cicisbeismo non è un obbligo per le donne e una servitù per gli uomini, come a Genova e altrove; ci ha dame senza cavalier servente, e quelle che l’hanno non son tenute per cosa straordinaria, onde possono cambiare con facilità, nè son obbligate a vedersi sempre accompagnare da uno che faccia loro dispiacere e venga a noja. Più che il sussiego dell’altre italiane le Milanesi hanno il fare sciolto che abbella le Francesi”.

[42] “E che? Pregiudicano forse la sua reputazione con dire che don Rodrigo la serve? Io servo donna Virginia; voi favorite mia moglie: e per questo che male c’è?” Goldoni, Il cavaliere e la dama.

“Gran pazzia è la nostra! servir per diletto e soggettarci alle ridicole stravaganze di una donna per avere il grand’onore di essere nel numero de’ cavalieri serventi!” ibid. Il marchese Gioseffo Gorini Corio milanese, autore di povere commedie in versi, nel Fripon francese punge il cicisbeato, “ormai quasi universale”; e Lisa cameriera, descrivendo le occupazioni della padrona sua, dice:

Chi sia a la tavoletta,

Chi le accomoda i ricci, e chi la veste,

Chi i nei sul volto le dispone, e chi

Le affibbia il centurino, e chi le scarpe

E chi le porge il cioccolatte....

Ugo Foscolo nelle note al Viaggio di Sterne, dice: “De’ cicisbei si va perdendo la razza; erano e sono nè amanti, nè nemici, nè servi, nè mariti, bensì individui mirabilmente composti di qualità negative. Li difende il Baretti nel suo libro inglese The Italiani, cap. 30, ma pigliò l’impresa per carità della patria”.

[43]                                                              A par del volgo

Prostrò l’anima imbelle e non sdegnosa

Di chiamarsi marito....

Stallone ignobil della razza umana.

Colui che dritto vanta

D’impor nuovo cognome a la tua dama,

E pinte trascinar su gli aurei cocchi

Giunte a quelle di lei le proprie insegne.

Parini, Mattino.

[44]                       Non senza affanno delle caste spose

Ch’indi preveggon tra poc’anni il fiore

De la fresca beltade a sè rapirsi.

Parini , Mattino.

Imene e il sonno

Oggi ban pari le Insegne, ecc.

Parini, Meriggio.

Con ragione il Baretti bestemmiò la balordaggine d’un figlio impronto e pazzerello che pubblicò postumo un animalesco discorso del fumoso Antonio Cocchi, ove si disuade dal matrimonio, mostrando ch’è impossibile trovar in esso nè virtù nè felicità.

[45]                                           I figli, essi dal giorno

Che le alleviaro il dilicato fianco

Non la rivider più. D’ignobil petto

Esaurirono i vasi, e la ricolma

Nitidezza serbaro al sen materno.

Meriggio.

il cane

Al par del gioco, al par de’ cari figli

Grave sua cara.

Vespro.

[46]                                                            Aguzza, aguzza,

Minerva, l’occhio mio. Dietro gli trotto.

Vo’ studiar quai pensier han quelle teste,

Ed in che giovinezza oggi s’impieghi.

Entro in una bottega: in essa miro

Morsi di ferro da frenar mascelle

A focoso destrier; veggo pennacchi

Di due colori, da ingrandir l’onore

Della fronte a Bucefalo, e di staffe

Di rilucente ferro e giallo ottone

Parecchi paja; e fra me dico: Vedi

Falso giudizio ch’io facea di lui!

D’animoso destrier premere il dorso

Forse ei vorrà: cavallereschi arredi

Ecco egli acquista. Intanto, o bottegajo,

Diè egli, fuor le scatole e le carte

Delle spille fiaminghe, e fuori tosto

Forchettine tedesche. Ecco le merci:

Spiegansi carte: egli le mira; elegge,

Fino conoscitor: cava la borsa:

Io noto. Mentre novera i contanti,

Giunge amico novello, che passeggia

Anch’ei come cutrettola, e sull’anca

Or destra ed or sinistra il corpo appoggia

Leggiadramente. Oh bella gioja, ei grida,

Conosco i segni di novella fiamma:

Forchette e spille! Servitor di dama

Tu se’ novello. Il primo ghigna, e nega

Con un risino qual chi nega il vero.

Che! ti vergogni? Ha già tre volte corso

La luna il ciel che servitor son fatto

Anch’io di donna. Vuoi vederlo? E tragge

Dalla saccoccia un lucido specchietto,

Inverniciato un bossolo, ove chiude

Polver di cipri, un aureo scatolino

Di nei ripieno, un pettine pulito

Di bianco avorio, un vasellin di puro

Cristal con acqua onde arrecar ristoro,

Se mal odore il delicato naso

Offende, o se de’ nervi occulto tremito

Fa la dama svenir. Fra mio cor dico:

Oh beati d’Amor servi, cambiati

In pettiniere, in cassettine e bolge!

Trotta, sesso più nobile e maschile,

Come asinel che sul mercato porti

Forbici, cordelline, agucchie e nastri

Di qua di là sugl’incalliti fianchi,

E del rigido legno alle percosse

Desti l’anche, e le natiche alla voce

Del severo padrone incurvi e affretti.

Non aspettar che la tua dama chiegga

Con domestica voce: a cenni impera.

Tu dunque apprendi, interprete novello,

A far commento a’ femminili cenni.

Spilla vuol? Tragge fuor due dita, in punta

L’indice e il vicin grosso, allunga il braccio;

E se neo le abbisogna, a te con l’occhio

Si volge, e il dito al pollice dappresso

Mette alla lingua, e molle a te lo stende.

Se il chiuso loco o la soverchia gente

Riscaldi l’aria, scioglie un nodo al petto,

E con l’òmero accenna: accorri tosto,

Levale il mantellino; e gliel rimetti,

Se le spalle ti volta, e a’ fianchi appoggia

I gombiti, e la man dirizza al collo.

Se non l’intendi, vedrai tosto un lampo

Dell’accese pupille, e un tuono udrai

D’amara lingua ; e subita tempesta

Di capo d’oca, di babbione e tronco.

G. Gozzi.

[47] Intorno a ciò daremo le particolarità nel commento al Mattino.

[48] Questi giuochi erano il Biribisso, il Faraone, la Bassetta, la Rotella, la Bianca e la Rossa, ecc. ecc. Il privilegio dei giuochi pubblici e privati era riservato in Milano al collegio delle Vergini Spagnuole, che lo davano in appalto. Molte gride del secolo passato concernono i giuochi: e quella del 7 settembre 1739 si lagna che ai tanti altri giuochi di rischio siansi aggiunti i nuovi « di maggior zara de’ primi, in conseguenza più pregiudiziali, col titolo di giuochi della Cavagnola e della Cingarella Indovina ».

La grida 22 ottobre 1773 proibiva i giuochi di rischio, dove son notevoli questi articoli:

§ 10. Le nuove sale ad uso di giuoco serviranno soltanto pelle persone nobili, per gli ufficiali, e altri che abbiano rango di nobiltà; nè vi potranno entrare altre persone fuorchè nel tempo in cui sarà permessa la maschera.

§ 11. Sarà lecito soltanto a’ nobili ed officiali il tagliare il Faraone o sia Bassetta, osservando le consuete regole, e col solito prezzo tanto riguardo alle sedute, quanto riguardo alle carte, ma però senza maschera in volto.

§ 14. Proibiamo severamente a qualunque persona di qualunque condizione, eminenza e grado anche militare di giuocare in verun tempo e luogo senza eccezione, sì in pubblico che in privato, ai giuochi del Faraone o sia Bassetto, Biribisso, Arbore imperiale, Pirla, Bissona, e simili, tanto inventati quanto da invernarsi, appartenenti alla natura de’ giuochi di zara, li quali perciò tolti si abbino qui per espressi, e generalmente banditi. E perchè ne resti tanto più allontanata la loro reintroduzione, riserviamo a noi soli la facoltà di derogarvi. Da tale divieto però resta eccettuato il solo regio ducale teatro, quando sia aperto per qualche divertimento, e vi si permette l’uso del Faraone, del Biribisso e del Turchetto, proscritti però sempre tutti quei giuochi di zara che solevansi in passato tenere alla porta per il basso popolo, e che davano un’ansa troppo facile a’ disordini e vizj. Tale proibizione di giuochi dovrà generalmente osservarsi sotto la pena di scudi 500 d’oro da incorrersi per ciascuna contravvenzione, o contravventore, ed in caso d’impotenza, sotto la corporale all’arbitrio Nostro e del Senato, secondo la qualità delle persone ».

La proibizione delle case pubbliche di giuoco li moltiplicò in privato. La Repubblica Cisalpina le permise di nuovo, e durarono fino al 1815 nel ridotto dei teatri regj.

A Venezia pure i giuochi pubblici erano stati proibiti nel 1772, poi rimessi sotto il regno d’Italia.

Al primo entrar degli Austriaci nel granducato di Toscana furono proibiti i giuochi d’azzardo “e specialmente quelli detto Faraone e Bassetta, ingiusti, disuguali, suscettibili di molte frodi e di molte perdite di danaro” per “allontanare i popoli da una sì stolida occupazione” (motu-proprio 2 gennajo 1737). Ma n’eran eccettuali i casini de’ nobili.

Fu applaudito nel secolo passato il poemetto sul giuoco del Faraone di Agostino Paradisi (Classici, 1830)

[49] La maschera eravi permessa in pubblico dal 5 ottobre al 16 dicembre, poi da santo Stefano a tutto il carnevale, oltre il giorno di san Marco, i quindici giorni della fiera dell’ascensione, i giorni della creazione del doge e de’ suoi banchetti solenni, e in altre feste straordinarie e venute di principi. Il patrizio poteva depor la toga e la parrucca; e colla maschera sul volto o al cappello, girare per tutto, favellare anche coi ministri esteri in piazza, ne’ casini, al teatro, non mai però in casa loro. Casini siffatti, ma meno splendidi e pericolosi, aveva ogni città del Veneto; a Verona principalmente, ove nel 1773, essendo comparse alcune dame col guardinfante meno voluminoso del consueto, ne venne tale scandalo che la città si divise in due fazioni, una difendendole, una accusandole, moltiplicaronsi gli scritti, e dovette interporvisi la suprema magistratura della repubblica.

[50] Monuments du costume physique et moral de la fin da XVIII siècle; ou Tableaux de la vie Le figure sono di Moreau il giovane; e le segue un testo meschinissimo di Retif le Brètonne, il quale non solo non meditava le sue scritture, ma le componeva addirittura sui piombi.

[51] La moda non finì col secolo, e La Martine, dipingendo (ch’egli è coloritore, non istorico) la impressione fatta dal ricomparire di Napoleone in Francia nel 1815, dice: “Il principe di Talleyrand ignorava tutto ancora. Usciva egli dalle sue cortine di notte, e ad imitazione de’ sovrani, dei quali imitava le cerimonie alla levata, faceva la sua tavoletta di giorno in presenza del circolo de’ suoi famigliari e de’ segretarj d’ambasciata; quando sua nipote, la giovane e bella principessa di Curlandia, accorse turbata e gli consegnò un viglietto di gran premura e secreto, del principe di Metternich. Talleyrand, le cui mani stillavano de’ profumi che i suoi camerieri gli versavano, e la capellatura era abbandonata a due parrucchieri che pettinavano e spolveravano la sua testa, pregò la nipote d’aprire e leggere il viglietto. Lesse ella ed impallidì; e più afflitta dell’interruzione delle feste ove la bellezza sua trionfava che non del sovvertimento degli imperi, sclamò: — Cielo! Buonaparte lasciò l’isola d’ Elba. Che ne sarà della mia festa di stasera? ”

[52] “I nobili d’Inghilterra (scriveva il Baretti) non sono avari o superbi come lo sono in molte parli d’Italia. A vedere come Italiano i loro inferiori, pare che cerchino più di farsi amare che non di farsi rispettare; all’incontro molti de’ nostri nobili pajono sempre agitati dal timore di non essere stimati per que’ che la fortuna li ha fatti, e tanta più alterigia mostrano, quanto più abiettezza trovano in chi deve loro per sua sventura accostarsi... Molti de’ nobili nostri se ne stanno serenamente a sedere sulla seggetta della schiocchezza senza mai mostrare d’essere nauseati dall’infinito puzzo che di quella esce, e anzi si fanno un animalesco pregio d’essere riputati asinacci in ogni sorta di buone lettere, fidandosi unicamente alla riverenza che l’antichità della prosapia e l’abbondanza di quattrini naturalmente procurano ». Baretti, Lettere famigliari, 6.

[53] Lettera a D. Francesco Carcano, 13 ottobre 1770 nelle Opere rare ed inedite del Baretti.

[54] La tradizione vuole che Can della Scala signore di Verona, essendo venuto a Milano, volle far una burla al duca Gio. Galeazzo Visconti col non lasciare nessun comestibile nel Verzajo. Il duca, avutone sentore, avvertì i venditori non lasciassero venir meno l’antica reputazione. Tanto bastò; al domani i servi dello Scaligero comprano quanto v’era di buono sul mercato; ma da lì a un momento eccolo rifornito come prima. E Cane fa comprar di nuovo ogni cosa, ma subito il vide provisto. Così fu la terza volta: onde cessò dal proposito. Invitato a pranzo dal Visconti e servito con immensa profusione, non potè trattenersi da farne le meraviglie; ma il Visconti gli rispose: — Non son che gli avanzi del triplice saccheggio de’ tuoi —. Il Verzaro fu cantato burlescamente in latino dal cardinale Pozzobonelli. Vedi G. Rosa Orationes, pag. 69.

[55] Quando un governatore visitasse Como, veniva presentato di dodici bacili di squisiti comestibili. Altri ha già notato come rivelazione della golosità lombarda il desumersi da comestibili le più fra le similitudini volgari. Noi non ci poniam mente: ma spesso m’incontrò, nell’entrare in Milano con forestieri, di vederne le gran meraviglie al trovare sì frequenti le botteghe di grascine. A pranzi fa sovente allusione il Parini: ed oltre il Giorno, nella Musa canta che il buon mecenate

In stuol d’amici numerato e casto

Fra parco e dilicato al desco asside:

nella Recita de* versi:

Qual fra le mense loco

Versi otterranno, ecc.

e nella Gratitudine:

Solenne offrir d’ ambiziose cene

Onde frequente schiera

Sazia sì parla e altera,

Non è il favor di che a bearmi ei viene.

L’Alfieri nei Viaggi scriveva di Milano:

Le cene, i pranzi e il volto ospite e umano

E i crassi corpi e i vie più crassi ingegni,

Che il Beolzio t’impastan col Germano,

Fan sì ch’io sclami: Ohimè! perchè pur regni,

Alma bontà degli uomini, sol dove

Son di materie inaccensibil pregni?

E il Goldoni nelle Memorie: — Non si fanno a Milano passeggiate, nè si mette insieme divertimento, di qualunque sorta sia, in cui non si discorra di mangiare; alli spettacoli, alle conversazioni di giuoco, a quelle di famiglia, siano esse di cerimonia o di complimento, alle corse, alle processioni, alle conferenze spirituali inclusive, sempre si mangia —.

[56] Filippo V di Spagna e la sua donna Farnese due volte la settimana facevano dalla cucina del re di Francia portarsi un pasticcio: i quali diplomatici dispacci costavano allo Stato cinquecento pezze. Il cardinale Bernis, nunzio in Venezia, faceva venire anch’esso pasticci dalla Francia. Il senato di Bologna mandava ogn’anno regalare di quella prelibata uva bianca a Carlo VI, che n’era ghiotto. Quando Leopoldo d’Austria nel 1769 visitò Roma, dal governatore e dal sacro collegio, sede vacante, gli furono regalati tre piatti «di vitella lattonza ben guarniti, otto casse di vini nostrali e sedici barili di forestieri, due di rosolj, tre di storioni, ombrine ed altri pesci dilicati: cioccolata, caffè, zuccaro, dolci, frutti, confetti, cedrati, olive a josa; due statuette di butirro, molti salumi preziosi, e pavoni, fagiani, galline vive.

[57] Io possiedo una lunga corrispondenza tra il Volta e un Bonesi suo padre spirituale, che voleva indurlo a vestirsi gesuita. Tra queste è una lettera d’un fratello del Volta, domenicano e perciò nemico de’ gesuiti, ove tenta svolgerlo dal vestir quell’abito, mostrandogli che la sua non è vocazione. — Il vostro fine (gli dice) sarà di mostrarvi grato, di accondiscendere alle finezze ricevute da qualcheduno dei padri. Voglio dire per aver voi ricevuto ora della cioccolata coi biscottini anche di digiuno, ora del caffè; cose che, sebbene siano piccole in sè, pure sanno movere anche troppo gli animi di chi non è troppo accorto nel prevedere l’avvenire, e di chi ben di rado soleva bagnar la bocca di simili liquori.... In simil maniera hanno tentato di gabbare anche me, ma io mi prendeva la cioccolata, buone parole, e poi a rivedersi....

[58] Lettera al conte di San Rafaele.

[59] Altissimo il tuppè, altissimi i tacchi delle scarpe, vedete che le doveano sembrar gigantesse. Sul tuppè abbiamo un poema in due canti in ottave del Vittorelli giovanissimo: il quale poi cantò l’andrienne, i nei, lo specchio, argomenti della materia che or trattiamo.

[60] Il Costume antico e moderno dell’ Europa, vol. III, P. II.

Nel palazzo reale di Berlino in un antico quadro è ritratta la corte di Federico I (che regnò dal 1688 al 1713), ove la regina e le dame, in grandi faldiglie, accendono le pippe de’ loro mariti con miccie di carta. La moda è dunque antica, e forse tedesca; e i moralisti a principio la fulminarono come fautrice del libertinaggio, e inventata a nasconderne le conseguenze. D’Inghilterra giunse in Francia nel 1718, e gli abili erano talmente pomposi e solidi che uno scrittore olandese (nel giornale La Bagatelle, 15 agosto 1718) domandava se venissero dal sartore o dalla fucina. La moda vi durò settant’anni, ma d’altra parte sotto la Reggenza erasi introdotto il negligè, gran dame cominciando a comparir fuori con quella specie di disordine che accusa la voluttà e la provoca. Quest’indecenza fu ornata con tutta l’arte e la grazia, facendone un gradevole misto di ricercatezza e negligenza, di lusso e semplicità. Uno scrittore contemporaneo stima di dodici oncie il peso di un vestito di negligè, fatto di mussolina, con corsetto sparato, testa nuda, pantofole ai piedi.

[61] Per censurar noi al confronto degli Asiatici, gli scrittori del Caffè ci rimproveravano perchè noi cambiamo di moda ogni vent’anni. D’allora in poi ci fu dunque grande progresso. Il Goldoni nelle Memorie scrive: “Quanti cambiamenti in pochissimo tempo! Polacche, Levitiche, Foderi, Veste all’inglese, Camicie, Pierotte, Vesti alla turca, Cappelli di cento maniere, Cuffie che non si saprebbero definire, Acconciature di testa.... Questa parte d’acconciamento delle donne, così essenziale per dar risalto alle loro grazie ed alla loro beltà, era arrivata, qualche tempo fa, al punto della sua perfezione: oggi, domando perdono alle signore, agli occhi miei è insoffribile. Quei capelli scipati, quei tuppè che cascano sulle sopraciglia, danno loro disavvantaggi, dai quali dovrebber elleno riguardarsi. Le donne, in materia di pettinatura, si fanno torto a seguir la moda generale: ciascuna dovrebbe consultare il suo specchio, esaminare le sue fattezze, adattare l’aggiustamento de’ suoi capelli all’aria del suo viso, e condur la mano, del suo parrucchiere.

Ma prima che le mie Memorie siano stampate, si vedranno forse molti altri cambiamenti nelle pettinature delle donne e nelle altre mode: si diminuirà la grandezza dei ricci, si ritaglieranno i capelli: si darà più di nobiltà ai vestimenti delle donne, e maggior ampiezza al calzoni degli uomini”.

E sempre bene Gaspare Gozzi :

E spettacol sublime io veggo insieme

Ne’ diversi vestiti! e grido: È questa

Scena in Francia o in Lamagna? e sono donne

Qua nostrali, cinesi o di Mombazza?

Al veder tolte d’ogni luogo fogge

E d’ogni regione abbigliamenti,

Siam da per tutto; e non sol genti vive,

Ma pitture, rabeschi, arazzi e carte.

Con l’elmo in capo al torniamento vanno

Bradamante e Marfisa: un’altra, tolto

Dal semplice orticel novo ornamento,

Del cavol crespo ecco la foglia imita;

O dalla sporta umil tratto l’esempio,

Cappellini si forma. Una è in capelli;

E della cuffia sulle tempie all’altra

Svolazzati l’ale. Tristanzuola e macra

Questa cammina, e l’imbottita tela

Mi segna appena ove s’innalzi il fianco ;

Quella procede, anzi veleggia intorno

Qual caravella, con immenso grembo

Di guardinfante, pettoruta e gonfia.

Ha ciascheduna passeggiando intanto

Due maschi a lato, e men felice turba

Che indietro segue. La beata coppia,

Confina a’ fianchi, ad ogni mover d’anca

Della signora sua misura i passi.

Ella talvolta indietro guarda, e nota

S’ ha la sua schiera; e la seguace gente

D’esser seco s’ applaude, e umil cammina.

[62] 2 novembre 1740.

[63] Il Goldoni scrisse un almanacco satirico col tiloto: L’esperienza del passato astrologo dell’avvenire: almanacco critico dell’anno 1732. Fra i molti frizzi per cui grandemente piacque, fu lodato questo sotto al giorno di pasqua:

In sì gran giorno una gentil contessa

Al parrucchier sagrifica la messa.

Levò rumore una signora che a Milano comparve ai circoli di corte colla cuffia in foggia di cometa. Pietro Verri stese allora una Relazione d’una prodigiosa cometa, osservata a Milano l’anno 1763: dove non tanto canzona la bella, quanto la futilità dei discorsi delle conversazioni d’allora. È rimasta manoscritta, e più tardi l’autore vi scrisse: — Gli uomini sono piccoli animali. In qualunque parte del mondo, e resteranno colla lor natura, malgrado la pena che un galantuomo si prende di correggerli col ridicolo —.

[64] Così nella risposta che fece in difesa del Maffei a una lettera pur sua, ma bugiardamente attribuita a un De la Lindelle contro esso Maffei! E conchiude: On pardonne braucoup de choses en Italie qu’on ne passerait pas en France: premièrement parceque les goûts, les bienséances, les théâtres n’y sont pas les mêmes; secondement, parceque les Italiens, n’ayant point de ville où l’on représente tous les jours des pièces dramatiques, ne peuvent être aussi exercés que nous en ce genre. Le beau monstre de l’Opera étouffe chez eux Melpomène et il y a tant de castrati qu’il n’y a plus de place pour les Esopus et pour les Roscius. Mais si jamais les Italiens avaient un théâtre régulier, je crois qu’ils iraient plus loin que nous. Leurs théâtres sont mieux entendus, leur langue plus maniable, leurs vers blancs plus aisés à faire, leur nation plus sensible. Il leur manque l’encouragement,  l’abondance et la paix, etc.

[65] I contemporanei non han parole bastanti a lodarlo. A Londra fu accolto con entusiasmo, e vi gareggiò con Caffarelli, e toccava cinquemila sterline l’anno.

[66] È noto quali beffe di ciò facesse Adisson nel suo viaggio in Italia.

[67]       Virtuosi saran dunque i cantanti,

Virtuose saran le contatrici?

Quali saranno dunque gl’ignoranti

In questi tempi miseri e infelici?

Se virtuoso è adesso ognun che canti,

Son virtuosi i corvi e le cornici,

Virtuosi saran que’ che di maggio

Cantan versi d’amore in lor linguaggio.

Passeroni , Cic. xii.

Per antonomasia fu detta la Virtuosa la Banti di Crema (1757-1816), cantatrice girovaga, che, messasi sui teatri, ottenne trionfi straordinarj a Parigi e a Londra. Il ballerino Vestris era chiamato a Parigi il Dio della danza, e diceva: — Me, Voltaire e Federico il Grande —.

[68] Tra i riformatori della musica sacra ha bel posto il milanese Giovenale Sacchi barnabita, che fu anche scrittore di gran proprietà; intorno alla profana son divulgate le lettere di Giuseppe Carpani, il quale poi nella gazzetta attaccò i liberali, il famoso maestro di musica Marcello scrisse la satira Il teatro alla moda.

[69] Il biglietto costava quarantacinque soldi, ma per entrar in platea ve ne voleano altri 37. 1/2, chi non fosse nobile. A Venezia il più caro era una lira per la commedia; per l’opera seria due paoli e mezzo; un e mezzo per la buffa: si contò come uno straordinario l’aver fatto lire 677 di porta al Convitato di pietra.

[70] L’Italia; 1772.

[71] Creduto autore del dramma rimasto popolare I conti d’Agliate, sebbene ora gliel contenda Giuseppe Carpani.

[72] Questi compose tragedie anche di soggetto moderno, come Galeazzo Sforza, Ezelino, Alberico di Barbiano, Passaguado Settala, La morte di Barnabò, Bianca Visconti, I principi estensi.

Fra le molte opere di lui ebbero grido sette volumi di novelle intitolale Giornale del Brembo, colle Veglie di Belgiojoso,

Egli stese pure un elogio del Parini (Motta 1801), e fece un lungo commento alll’ode della Gratitudine, rimasto inedito, e tutto in ampliar i meriti del poeta e del cardinale Durini. Erasi anzi proposto di commentare tulle le odi e il Giorno.

[73] Fin dal 1585 pel Ponzio fu stampata Rabisch dra Accademiglia der compà Zavargna Nabat dra val de Bregn, opera del pittore Lomazzi.

[74] Descriziom delle feste celebratesi in Milano, ecc.

[75] «Compiacendosi il serenissimo amministratore di sentire che una compagnia di onesti e qualificati cittadini siasi fatto pensiero di rallegrare questa città con una ben ordinata e decorosa comparsa di maschera in abito di facchini, e che a ciò fare siansi prese misure molto discrete ed accertate e per l’unione di persone tutte civili e per il regolamento che serva alla comune loro direzione; come però talvolta l’emulazione indiscreta o l’insorgenza de’ malaffetti potrebbero per avventura portare del disordine e de’ torbidi nella comune compiacenza, però sollecita Sua Altezza serenissima che per una parte goda la città tranquillamente di questo pubblico spettacolo, e che per l’altra l’unione della detta benemerita compagnia non venga sturbata nella lodevole intenzione di ricreare questo pubblico, così è venuta Sua Altezza serenissima nella determinazione di far prevenire per mezzo di quest’avviso qualunque ordine di persone che non sarà lecito a chicchessia di usare in pubblico dell’abito di maschera da facchino durante il tempo del corrente carnevale, quando non sia descritto nel corpo della compagnia suddetta, e ciò sotto pena d’immediata carcerazione; vietando Sua Altezza Serenissima a tale effetto anco a tutti li pattari e rigattieri il dare a nolo vestiti di tal sorta a chi non sia descritto come sopra nell’accennato corpo ed unione, sotto pena, oltre alla perdita del vestito, di carcerazione come sopra; e per l’osservanza di questa disposizione ne commette l’Altezza Sua Serenissima l’incarico al regio capitano di giustizia, ed agli altri giudici di questa città.

Data in Milano, 18 febbrajo 1734.

[76] Il Denina, non amico dei frati, diceva: «È cosa provata che le terre de’ religiosi sono generalmente meglio coltivate che quelle de’ ricchi laici ed anche del clero secolare ». Capo ult. delle Rivol. d’Italia.

Egli avvertiva benissimo ch’era un’assurdità sopprimere le case religiose, e lasciar sussistere le primogeniture.

Nel 1796, tempo di troppe passioni, la sostanza capitale de’ corpi religiosi secolari e regolari nella Lombardia, aggiuntovi il bresciano e il bergamasco, fu valutata di ducento milioni e mezzo di lire.

[77] Le sete portavano in Lombardia non più di un milione di zecchini; e tre milioni in tutta Italia. Nel 1812 dal solo regno d’Italia, se dovessimo credere ai famosi rendiconti, se ne asportò un valore di franchi 61,552,625: ora dal regno Lombardo-Veneto se ne spedisce per sette milioni di Libbre, che importerebbero da cento milioni di franchi.

[78] Discorso all’ apertura della società patriotica, 1778.

[79] «Qual è quel mercato, qual è quella fiera in cui d’anno in anno non si vegga diminuire il giro del danaro e il numero di venditori e compratori? Siamo ridotti a tale che il nostro maggior commercio è la guerra. L’unica via per cui si vada aumentando o, per dir meglio, rimettendo in qualche parte la quantità del metallo che per ragione di commercio si perde è la guerra. Centomila soldati oltramontani, vivendo fra noi, fanno aumentare il prezzo dei generi, ed essi li pagano con oro ed argento forestiero, dando con ciò moto a maggiori negoziazioni. Se cinquant’anni stesse l’Italia senza la guerra, io son di parere che si ridurrebbe ad una positiva miseria. Vedete a quale infelice stato siamo condotti, di desiderar perfino la guerra guerreggiata per rimedio dei nostri mali ». Carli, Della proporzione tra le monete e i generi in Italia. Diss. VII. Non è duopo notar il sofisma di tali asserti.

[80] Per esempio questa del 25 giugno 1749:

«Dopo tante dimostrazioni di rigorosa giustizia, e dopo tante provvide gride, ordinate all’esterminio de’ rei di atroci delitti, singolarmente de’ ladri di strada, intendiamo col più vivo sentimento dell’animo che ne ritorni la temeraria infestazione, alla quale conviene prontamente accorrere, e provvedere con insoliti mezzi per la pubblica tranquillità e per la comune sicurezza di questi popoli, secondo le rettissime e clementissime massime dell’Augustissima Imperatrice e Regina nostra Signora.

Quindi, dopo la più seria considerazione, sentito anche il parere del senato, abbiamo deliberato che debba sperimentarsi quel più esecutivo rimedio che speditamente può condurre all’importantissimo fine di sterminare li malfattori e rendere sicure la vita e le sostanze de’ sudditi.

Abbiamo dunque per un rimedio straordinario adattato alle singolarissime circostanze deliberato che si venga per ora all’esperimento di procedere contro de’ banditi capitali e de’ ladri famosi, massimamente di strada, perturbatori della pubblica quiete, senza osservare l’ordine e le formalità dalla pratica criminale e dalle leggi prescritte, mirando soltanto alla pura verità del fatto, cioè ad modum belli, ex abrupto, levato velo, brachio regio.

Resta perciò destinato un regio commissario di campagna come nostro speciale delegato, il quale, con le Istruzioni che ha di già ricevute, e secondo gli sarà successivamente ordinato a misura del bisogno e delle circostanze presenti, accompagnato da un notajo criminale e da un confessore, con l’opportuna scorta di soldati e col seguito de’ fanti e del carnefice, tutti a cavallo, vada girando le strade ed i luoghi ora più infestati, e con opportuna e sufficiente informazione delle ruberie alla strada, verificata sommariamente la verità del fatto e delli delinquenti, non solamente procuri a tutto potere il loro arresto, ma altresì passi a condannarli fino alla morte inclusivamente, secondo la loro reità, poi dato un breve intervallo alli malfattori di prepararsi, li faccia immancabilmente impiccare, appesi ad una pianta nelle pubbliche strade, dove si lascino i loro cadaveri esposti al pubblico spettacolo, e ciò in qualunque luogo. Il che pure dovrà eseguire delli banditi capitalmente de’ quali gli è stato consegnato il catalogo, procedendo anche contro le persone sospette e forestiere, e specialmente contro i Pozzolaschi, caso che si ritrovino armati nel numero annunciato nell’editto dell’anno 1743 24 gennajo, che vogliamo si abbi per rinnovato, alle pene nell’Editto medesimo comminate, volendo Noi che, tolta ogni speranza di perdono e allontanata la clemenza, della quale sono indegni sì fatti nemici della pubblica quiete, si osservi in questa occasione una rigorosa sommaria giustizia con indefettibile esecuzione immediata alle rispettive pene corrispondenti alle circostanze de’ casi e delle persone, sino alla morte inclusivamente, come sopra, sola facti veritate inspecta, e senza veruna formalità di giudizio criminale».

[81] Grida 11 agosto 1757.

[82] Fra le molte che attestano i provvedimenti presi sopra fatti speciali, scelgo questa del 21 aprile 1763.

“Penetrati noi sensibilmente dell’avvenuto la sera del giorno 24 dello scaduto marzo nella casa dell’ufficiate del commissarialo cesareo Giuseppe Hacher, nella quale introdottisi con chiavi adulterine quattro facinorosi, assalirono la di lui moglie, che si trovava sola in casa, e legati alla medesima piedi e mani, ed otturatole la bocca con un cencio, ed involtale la faccia e la testa col rovesciamento delle di lei vesti sopra di essa, trasportata violentemente sotto un portico della casa, sottratte le chiavi delli scrigni e ripostigli domestici, con minaccia ed intimazione fatta da taluno a tal altro di essi ladri di ammazzarla, benchè poi non ne seguisse l’esecuzione, mediante le tolte chiavi si aprissero li detti scrigni, e sottratti e rubati cento quarantuno zecchini gigliati di Firenze, lasciassero l’infelice donna nel danno e nel terrore, e pella violenza del suo legamento ed involucro, sottraendosi col furto dalla casa, richiusa come prima, ” ecc.

Il 28 febbrajo precedente era uscita questa:

“La pubblica tranquillità e la privata sicurezza e l’indennità del commercio sono sempre state l’oggetto delle nostre più accurate veglie e fervorose sollecitudini. D’indi è che non poteva avvenir incidente che più l’animo nostro affliggesse che quello di sentire e l’una e l’altra a un tempo stesso al lamente turbata da frequenti, ripetuti, scandalosi, notturni furti, artificiose irruzioni, rilevanti spogli ed animosi attentati, seguiti a questi giorni passati nelle rispettive botteghe, fondachi e negozj dell’orefice Antonio Tessera sotto il portone della piazza de’ mercanti, la notte del giorno 21 gennajo prossimo passato;

Di Francesco Bordino postaro sul cantone della contrada della Maddalena, la notte dei primo corrente febbrajo;

Di Maria Antonia vedova del fu Gio. Batta Paleardi, cordaro in vicinanza di S. Maria Segreta, la notte del 12 successivo;

Di Giuseppe Antonio Barzi, calzolajo sotto la parrocchia di S. Marcellino, la notte del giorno 10;

Di Carlo Giuseppe Porro, mercante in porta Comasina, la stessa notte del giorno 18;

Di innocente Rossi, mercante di telerie in vicinanza di questo regio ducal palazzo, la notte del giorno 21;

A rispettivo pregiudizio dei quali sono state spogliate e derubate le loro rispettive botteghe e merci, e così

Di Andrea Agnelli, postaro in porta Ticinese;

Di Antonio Biondi, tintore nel Borgo degli Ortolani;

Di Bartolomeo Maini, merzaro presso la chiesa de’ Servi, a pregiudizio de’ quali, come di varj altri, sono state allentate ed eseguite rotture di chiavistelli e serrature e ripari, benchè senza effetto, per la sopravenienza e risalto delli custodi e vicinato.

Dopo però le più diligenti ed esatte pratiche e cure, da Noi seriamente commesse a tutti ed a ciascheduno giusdicente criminale di questa città, per riparare e por freno ad una tanta tracotanza e disordine, e per venir in cognizione degli autori delli succennati ladroneggi ed attentati, e dopo aver dati tutti li stimoli più efficaci alle rispettive famiglie di giustizia per le notturne veglie ed indagini, non potendo noi cessare da tutte quelle pratiche che ci suggerisce il vivo zelo che nutriamo per l’adempimento della giustizia e pel bene di questi fedeli sudditi di Sua Maestà, siamo venuti in determinazione di eccitare anco con premio il zelo del pubblico e de’ particolari alle diligenze ed inquisizioni tendenti al detto oggetto, e d’invitare eziandio coll’impunità e col premio pur anco taluno e ciascheduno de’ complici de’ misfatti suddetti, a denunziare e somministrare indizj valevoli a far radicalmente cessare questo scandalo e disordine, e redimere al possibile l’interesse de’ danneggiati, e punire convenevolmente gli autori e complici de’ furti ed attentati di sopra enunciati.

Quindi è che promettiamo il premio e gratificazione di cento zecchini effettivi a chiunque somministrerà indizj sufficienti alla tortura, mediante i quali possa venirsi in chiaro degli autori de’ succennati furti.

Non escludiamo dal suddetto premio, anzi positivamente il promettiamo anco alli complici ed autori, qualunque sia, di essi furti ed attentati, e gli assicuriamo inoltre dell’impunità, ove, come sopra, somministri indizj sufficienti alla tortura de’ suoi compagni e complici; la segretezza verrà pur anco serbata fedelmente per chiunque de’ non complici, che, ove la desideri, denunciasse gli autori e complici come sopra, manifestasse il ricovero o nascondiglio delle robe rubate, e somministrasse, come si è detto, indizj sufficienti alla tortura.

Limitiamo però il termine alle succennate denunzie, somministrazioni e manifestazioni ad un mese, da coniarsi dalla data di questa grida, dentro il quale denunciandosi ne’ termini sopra indicati e coll’effetto sopra descritto, verrà indilatamenle sborsato il suddetto premio dal tesoriere della cancelleria segreta.

E perchè sia nota questa nostra costante determinazione e promessa o promesse, ordiniamo che la presente sia nelle debite forme pubblicata ed affissa ne’ luoghi solili di questa città a comune notizia e direzione.»

[83] Nel Diutile dei notari per l’anno 1778 v’ha fra l’altre questa tariffa:

Per il carnefice in occasione di esecuzione delle sentenze

 fuori della città di Milano.

Per qualunque esecuzione di sentenza di morte sia di taglio di testa, forca o ruota, abbia il carnefice L. 126, oltre le giornate a L. 30 ciascuna.

Per l’esecuzione di qualunque altra sentenza, come di fustigazione, berlina, taglio di mano, bollo L. 84

Allorchè il condannalo debba essere tirato a coda di cavallo, avrà il carnefice dippiù di quanto sopra L. 25. Dovrà però esso provvedersi il cavallo.

Non potrà pretendere maggior somma di quanto sopra il carnefice, ancorchè il condannato a morte dovesse prima soccombere ad altre pene ex. gr. di tenaglia, taglio di mano, cartelli e simili.

Occorrendo l’esposizione di qualche cadavere in ruota, testa o teste, per ogni ruota L. 7. per ogni colonna di legno L. 9. per due scale da mano L. 4. per l’asse da riporvi sopra la gabbia di ferro per l’esposizione di una o più teste L. 3. per legnami, chioderia ed altri ferri ad uso dell’assa sopra la quale si deve distendere il condannato ad essere tirato a coda di cavallo L. 18. per ogni paja di sacchette ad uso di cavallo da riporvi la testa o teste L. 3.

[84] Decreto dei 28 ottobre 1785.

[85] «Il padre guardiano doveva, cosi esigendo il signori 1 costume, recarsi ogni mattina ai baciamano della tale o tale marchesa, o dal signor conte, chiedendogli colla maggiore scrupolosità come avesse passato la notte egli, e come si trastullava il signor contino”. N. Monti, Storia di Como, II. 170. Nelle memorie del vescovo Ricci di Pistoja è fatta la più orribile e schifosa pittura del clero e de’ conventi. Da noi pare vi fosse non tanto il vizio, quanto la debolezza, come in tutto il resto.

[86] Quando Scipione Maffei, nel 1750, pubblicò la sua Arte magica dileguata, gli si levò gran contradizione, e sedici autori scrissero per sostener la verità o almeno possibilità delle stregherie, e quattro a impugnarla. Il celebre matematico Paolo Frisi scrisse pure sugli Spiriti maligni, e nelle scuole dei barnabiti fe combattere questa credenza in pubbliche tesi.

[87] Il re di Piemonte diceva al medico Frank che ogni anno seicento piemontesi cadevano vittime d’assassini.

[88] “Se invece d’essere sempre pomposi lodatori di noi stessi e delle cose nostre come siamo stati da un pezzo e come siamo tuttavia, fossimo un po’ più studiosi delle cose oltramontane, la nostra albagia sciocca si diminuirebbe alquanto. E poi che vale il dire fummo quando gli altri possono dire siamo? Non dico che noi non abbiamo qualche valentuomo sparso qua e là per la nostra penisola: ma v’è egli un volgo più ampio in alcun paese di quello che v’è nel nostro? — Volete altro che di cento letterati italiani non ve n’ha tre che sappiano la lingua italiana....? Leggete i nostri giornali, le nostre gazzette letterarie. Panegirici e poi panegirici, e sempre panegirici » e questo è tutto ”. Baretti, Lettera 20 ottobre 1776.

E altrove, sempre per difenderci, scriveva: «E chi potrebbe arrischiarsi a difendere una patria in cui abitano centomila maladetti pastori imaginarj, non atti a far altro che sonetti, una patria, in cui abitano centomila inutilissimi pedanti, non atti a far altro che raccogliere iscrizioni e pataffj ne’ cimiteri , ed illustrarli con innumerabili tomi in foglio? una patria in cui il Goldoni e il Chiari trovano tre o quattro milioni d’ammiratori? una patria in cui sino l’abate Frugoni trova migliaja di seguaci, e l’abate Vicini trova dozzine di panegiristi? una patria in somma in cui una schiuma d’ignoranza trova leggitori e applauditori, imbastardendo il parlare con vocaboli e frasi franciose, e facendo rinuncia avanti notaro alla purità della favella toscana? Eh! di’ pure, signore di Voltaire, che noi siamo Arlecchini e Goti, che Aristarco non ti può smentire: così potesse! La Frusta, N. XXXII.

[89] Como, a metà del secolo, registrava 120 muli pel transito; 740 bestie per condurvi i grani; 167 muli, e 154 pel solo grano che veniva da Saronno.

[90] V’era però il suo bello anche in quei lenti viaggi, chi potesse procurarselo. Ho inteso più d’un veneziano sospirar i tempi quando lentissimamente con tutta la famiglia rimontavasi « fra i salci delle ricche sponde della Brenta felice » per andar in villa.

il bastoncello,

Un valigiotto era il mio arredo, e trenta

Soldi, nolo al nocchiero, e men talvolta,

E incogniti compagni, allegra ciurma.

Se la moglie era meco, dal piloto

Comperava un cantuccio, ove la culla

Stava e il pitale, ed ova sode e pane,

Parca prebenda nell’umil canestro.

Gozzi, Sermoni.

Anche senza esser vecchio, può più d’un lettore ricordarsi de’ lenti tragitti sui nostri laghi e de’ passatempi che gli accompagnavano. Il Goldoni racconta il suo viaggio da Pavia a Chioggia con una brigata di signori in un burchiello proveduto d’ogni comodità; tutti sonavano, fuor di lui che invece facea versi, e la gente accorreva sulle rive del Po a vederli e applaudirli: la sera chiedeano ospitalità nelle ville de’ ricchi o nelle case de’ benedettini, dando concerti, e così trionfalmente passando.

[91] Nel Caffè si racconta d’una pastorella che, messa a lenta morte da un piovano per indurla alle malnate sue voglie, continuava ad esortarlo a ravvedersi, gli porgeva la mano in segno di pace, e gli pregava dal cielo il perdono, in ricompensa del martirio che le dava.

[92] Il Verri, seguace de’ filosofi, e che perciò affetta sempre lo scontento, scriveva:

“Ci raduniamo nelle conversazioni, e ciascuno v’interviene sommamente cauto come tramezzo a nemici, temendo la interpretazione, la diceria e il ridicolo. Una compagnia d’amici è una cosa non conosciuta. Le conversazioni sono una riunione di gente, dove ciascun interviene perchè vi si deve, ciascuno se ne parte con noja e stanchezza; e questo è il frutto del costume cattivo, dell’invidia, del disonore, dell’indiscreta smania di primeggiare, insomma de’ vizj dell’animo.... Tali sono i corrotti nostri costumi che un uomo d’onore, fermo, nobile, franco, deve sottrarsi alla società e vivere con pochissimi.”

[93] Tertulliano dice che nulla è dovuto alla vanità più che il ridicolo. Pascal nell’XI delle Provinciali difende l’uso del ridicolo in materia seria, ma vi si sarebbe egli gettato come fece nelle sue immortali bugiarde se avesse visto a che si trascorse andando dietro a lui?

[94]                   Quell’io che già con lungo amaro carme

Amor derisi e il suo regno potente,

E tutta osai chiamare l’itala gente

Col mio riso maligno ad ascoltarme.

[95] Melchior Cesarotti, nella traduzione di alcune satire di Giovenale, dice che il Parini “col perpetuo giuoco dell’ironia e del sarcasmo, ben più che gli scherzi d’Orazio, espresse l’amarezza e l’energia di Giovenale”. Anche G. B. Nicolini, nelle Memorie su Angiolo d’Elei, dice che “ne’ suoi mirabili versi espresse il Parini l’amarezza e la forza di Giovenale ”. Questo giudizio parmi nulla più vero di quel di Ugo Foscolo ove scrive che del Parini, “tranne il Giorno e poche odi e sonetti, tolti gli altri argomenti de’ suoi tanti volumi postumi hanno del municipale e dell’accademico”. Intorno alle traduzioni dell’Odissea. Il Tommaseo imputa il Parini d’aver posto “nella sua lirica un che d’individuale: ma l’età in ch’egli visse non era ancor preparata a quel forte linguaggio dello spirito, i cui pregi sono la profondità e la franchezza”. Il Galeani Napione conte, Dell’uso e dei pregi della lingua italiana, mostra (a dir poco) grande improprietà di termini, ove lodando il nostro poeta, dice che “molta malignità si nasconde sotto il falso velo della cortesia e della gentilezza nel suo celebratissimo triplice poema.... e lancia i tratti più amari e più pungenti con maestria grandissima”.

[96] anche il Parini (Principi delle belle arti, pag. 179) accettò la volgarissima opinione che fosse ironia quel libro, dove son consigliate al principe anche le scelleratezze purchè riesca ad un intento grande; ove si ripete ogni tratto, tienti al popolo; ove si finisce coll’esortare a redimer Italia dalle crudeltà ed insolenzie barbare, l’Italia d’allora più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi, senza capo, senz’ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, ma pure tutta prona e disposta a seguire una bandiera, purchè ci sia alcuno che la pigli. Cap. XXVI.

[97] Ora il lettore è in grado di conoscer l’assurdità del giudizio che del nostro poeta recò il Sismondi, dicendo: J. Parini.... est l’ègal de Savioli, et comme lui l’èmule d’Anacrèon lorsqu’il chante d’amour. Son inspiration est rèelle, son sentiment dèlicat et tendre, et son amour est toujours une ivresse de bonheur. Il a imitè le Boucle de cheveux de Pope dans son poème sur la journèe de l’homme du monde.

[98] Il dialogo di Luciano fra Crotone e Licinio in lode della musica è da molti inteso come un’ironia continuata, ma io lo credo piuttosto un di quegli esercizj ove i retori, per puntelli di sofismi, lodavano a controsenso. In un dialogo in versi fra Aprile e Gaufride intorno agli uffiziali della corte romana, scritto da Gaufrido di Vinosalvo nel XII secolo, tutto in gran lode de’ papi e de’ cardinali, Mario Piaccio fervoroso protestante che il pubblicò (De corrupto ecclesiæ statu; Basilea 1557) crede vedere un’ironia continuata, e si appoggia all’ultimo verso che dice:

O miser Aprilis, hic fuit antiphrasis.

Io penso che questo verso fosse aggiunto da qualcuno che malvoleva alla curia romana: pure l’accenno come indizio che non parea novità questa perpetua ironia. Il bello e fastoso Gastone di Foix, morto il 1390, scrisse sulla caccia, mostrando come essa è il miglior mezzo di salvar l’anima, vu que qui fuit les sept pechez mortelz, selon notre foy, doit estre saulve. Doncques bon veneur aura en ce monde joye, lèesse ci desduit, et aprez aura paradis encore. Questi e gli altri elogi dati alla caccia sono talmente esagerati che si credono una celia continua, e che da essa sia derivato quel modo di dire faire des phaebus, per usare uno stile enfatico e contorto. Il Phaebus des Daeduitz de la chasse et des bestes sauvaisges et des oyseaulx de proye, comparve dapprima in quarto senza data, poi a Parigi nel 1515 e 1529 in caratteri gotici, poi di nuovo il 1839 nella collezione di Elzear Bluze d’antiche opere sulla caccia.

Glanville, pastore inglese, vissuto dal 1656 al 1680, e che precedette Hume nel render scientifico lo scetticismo, compose certe Considerazioni filosofiche sull’esistenza delle streghe e della stregoneria (Londra 1666), così strane per quel genio dubitante che De Gerando (nella Biogr. Univ., artic. Glanville) le credette una continua beffa alla credulità de’ suoi contemporanei; ma non ce lo lascia credere l’altra sua opera Sadduceismus triumphant, (Londra 1681), ove tratta lo stesso soggetto con altrettanta convinzione.

[99] Esprit des lois, XV, 5.

[100]        Or écoutez, petits et grands,

Le plus beau des événemens ;

Il a pour moi de si grands charmes

Que j’en suis touché jusqu’aux larmes :

Des jésuites en ce jour

On nous annonce le retour.

Le retour des pères enfin

Nous assure un meilleur destin.

Nous verrons bientôt la France

Recouvrer toute sa puissance,

Et notre peuple heureux et gai

Comme on l’était au Paraguay.

Egli medesimo adoperò siffatta ironia in due articoli nel Mercurio; in un de’ quali appuntava la polizia che vietava ai campagnuoli di vender essi medesimi i frutti de’ loro orti in Parigi se non camminando; nell’altro satireggiava una follia introdotta dal duca d’Orlèans nel suo parco di Monceaux, che consisteva in un ponte a leva per far cadere in acqua coloro che il volessero passare. (Vedi Mém. de l’abbé Morellet. I, 263.)

[101] Fu tradotto in inglese dal Baretti. L’autor suo padre Dell’Isola, uno dei gesuiti rifuggiti in Italia, qui scrisse nel 1781 il Gil Blas de Santillana restituito alla sua patria, ove asserisce quello spiritoso romanzo essere slato scritto nel 1635 da uno spagnuolo, che per ciò dovette fuggir in Francia, ove il manoscritto capitò in mano di Le Sage, che lo pubblicò come suo.

A proposito di Spagnuoli voglio ricordare Luigi Giuseppe Velasques di Velasco marchese di Vuideflores, famoso letterato e storico, che pubblicò nel 1763 la sesta edizione di una raccolta di varj scritti relativi alla galanteria con note, contenente più verità inedite della prima edizione, più allegorie inconcludenti della seconda, più frivolezze piacevoli che la terza, più impertinenze che la quarta, più cose originali che la quinta; Cortejopoli, nell’anno 64 dell’era volgare della galanteria alla francese, con la permissione presasi dall’autore di dire le odierne verità con elegante indiscretezza. Vi si contengono gli elementi della galanteria e un’apologia di essi; arguta satira non solo contro ai cavalieri serventi, ma ad altri costumi d’allora e agli abusi di potere, ecc. Gliene vennero persecuzioni. Fra noi Costantino Roncaglia, buon teologo lucchese, fin dal 1720 stampava Le moderne conversazioni, volgarmente dette de’ cicisbei ristampate poi con moltissimi cambiamenti nel 1736.

[102] La proposizione è: “Nascita, vita, morte. Nascita perchè questo Antenore incamuffato Bacucco nacque festoso; Vita, perchè visse letterato; Morte perchè morì guerreggiante. Nascita perchè qual festoso Pompeo ei nacque, Naquit: Vita, perchè qual dotto Fetonte visse, Vissit: Morte perchè qual guerreggiante Seleuco morì, Morsit. Nella morte si discerne geometrica l’allegrezza; Festoso. Nella vita si scopre etimologica la sapienza: Letterato. Nella morte si vede democratica l’intrepidezza: Guerreggiante. Nascendo festinabat: Vivendo doctorabat: Moriendo guerreggiabat. Tre punti allegorici del mio odierno rugginoso trasporto; tre riflessi pitagorici del mio flebotico depravato favellare: in appresso tre motivi metaforici della simpatica curiosa vostra orientale attenzione”.

Qualche tratto è arguto. “Spunta dall’oriente il sole? nell’oriente ancora nasce Bacucco. Sorge lucido quello? l’oriente e l’orizzonte festeggia e giubila. Nasce festoso questo? l’occaso e il settentrione lampeggia e trionfa, quegli di chiarezza ripieno, questi di allegrezza ricolmo: quegli insomma con laconico cocente raggio il mondo tutto ravviva ed illumina, questo con platonico ardente gaudio tutto il mondo rasserena e consola, ecc.

“Arrivato alla florida incirconcisa virilità, coll’assenso de’ suoi discese nell’Africa; entrò nell’America; scorse in gran parte l’Asia; e in queste con tutta la raucedine baldanzosa di sua inestinguibile facondia, intimorì li scrittori, confuse i legisti, persuase i lettori: nell’Africa confutò le astruse contumelie del giansenista Zopiro; nell’America compilò il Forense sistema de’ Principi Caldei; nell’Asia con la sua inferocita dottrina convinse Polidoro, e Mitridate, li due della Grecia energumeni Espositori. Finalmente nell’Italia nostra Europa fermossi, e qua Videndo doctorabat; perchè, come scrive Archelao primo eunuco del serraglio cosmopolitano, vedeasi, die’ egli, il mio, il vostro, il gran Bacucco, il conte, con la mordace acrimonia del suo burbero canforato spirito, montar pergami, salir cattedre, innalzar pulpiti, o con voce scintillante e magica perorare e far noto ai popoli le bellezze di Curcoma, la castità di Venere, la pubertà di Pallade, la continenza di Cleopatra, il celibato di Agrippina, la scorbutica inverecondia di Minerva, di Messalina il pudore, e il notturno di Medusa commercio col vecchiarello Arbace. Vedeasi poscia nelle accademie di Ruggiero, nelle assemblee di Properzio, nelle scuole di Giarba, a pubblicare con aristocratico plettro l’ammutinamento de’ Cesari, il decubito de’ Fabj, la frugalità de’ Scipioni, la dappocaggine de’ Pompei. Decantino pure adesso i Massimiliani i loro infingardi Platoni, i loro onorati Catulli, i loro adottrinati Fetonti. Esaltino pure i Tarquinj i suoi vetusti Orazj, i suoi eruditi Scipioni, i suoi eloquenti Artabani. Vantino similmente i Neroni di possedere gli scaltriti Catoni, i superbi Timotei, i perspicaci Polisseti; che non mai eglino superato avranno la meccanica profonda sapienza del nostro inesplicabile confederato Bacucco. A voi, sì, a voi, della Mecca popoli orgogliosi, e mendaci, a voi mi appello, perorate per me; dite a questo celtico gentile uditorio, quante fiate e quante, con jaculatoria zoppicante eloquenza il mio Bacucco v’istruì nelle arti, vi ammaestrò nelle danze, vi erudì nelle scienze. Dillo tu, Cappadocia, quando dalla bassa pendice dell’ignoranza: all’eccelsa canizie della virtù egli li trasse; e se in quella qual aquila tenace sepolta giacesti, in questa qual colomba rapace ti fe risorgere; e tu, maestro dell’Adria e del Tirolo, o antica e deplorata Roma, tu per me ne parli Ostende, dimostra a questa nobile circonferenziata corona, quando per due lustri intieri, l’antagonista conte Bacucco ti fiancheggiò co’ suoi caliginosi consigli: Ostende quando li abbellì co’ suoi disastrosi esempi : Ostende alla perfine a tutta possa quando l’illustrò colle sue indigeste virtudi. Loquere, Roma m’incoraggisce Boezio, Loquere, Roma, ostende consilia, exempla et fragmenta virtutis Bacucchi comitis.

[103] De Dalia a luteranismo preservando. (In Series Antiq. TV f, pag. 334;)

[104] Il satirico istituisce un confronto fra esso arcivescovo e l’antico abate Maurolico, che aveva sostenuto diversa opinione: e si fa obiettare che l’autorità dell’ odierno arcivescovo pesa meno di quella dell’antico; ma “Sa Dio (scrive l’anonimo) com’io turai la bocca ai siffatti. Maurolico, mi dicevano, era un dotto uomo, di grande considerazione al suo tempo. E monsignore arcivescovo, rispondevo io, è primo pari di Francia, e tenuto una gran cosa nella sua diocesi. Maurolico, ripigliavano essi, era di gran pietà, di regolarissima condotta. E monsignore arcivescovo, replicava io, è commendatore dell’ordine dello Spirito Santo e maestro di cappella del re. Maurolico, osavano ripetere, era persona bennata dell’antica casa dei Marulles. E monsignor arcivescovo di Reims, io conchiudeva, ha la qualità di provveditore della Sorbona, la più antica scuola del mondo. Al che essi non sapeano più cosa rispondere ”.

[105] (Ma il Pulci, benchè a qualche buona gente si faccia credere per serio, volute ridurre in beffe tutte le invenzioni romanzesche, sì provenzali come spagnuole, con applicare opere e maniere buffonesche a que’ paladini. «Gravina, Della ragion poetica. n. 19.)

[106]        Forte contrasterò che nè per Fiandra

Nè per dovunque il Sol mostra i capegli

Gente leggiadra mirerai che agguagli

La leggiadria dell’ italica gente.

Chi moverassi a contraddirmi? e dove

Calzar potrassi una gentil scarpetta,

Un calcagnello sì polito? Arroge

I bei flocchi del nastro onde s’allaccia,

Che di Mercurio sembrano i talari.

Io tacio il feltro de’ cappelli tinto,

Oltre misura a negro, e taccio i fregi

Sul giubbon di ricchissimi vermigli.

Chi potrà dir de’ collarini, bianchi

Più che neve di monte? ovvero azzurri

Più che l’azzurro d’ogni ciel sereno?

Ed acconci per via che non s’asconda

Il groppo della gola, anzi s’espone

Alle dame l’avorio del bel collo?

Lungo fora a narrar come son gai

Per trapunto i calzoni; e come ornate

Per entro la casacca in varie guise

Serpeggiando sen van bottonature ....

E così proseguito un buon pezzo, conchiude:

oh gloriosa

E non men fortunata Italia mia,

Di quella Italia che domava il mondo

Quando fremean le legion romane

Che tanto trionfar! non è bel carro

Da trionfar il letto? ed un convito

Non adegua il gioir d’ una vittoria? ecc.

[107]      Mio baron, ch’alto gite in pettinata

Grondante al tergo zazzera posticcia

Sì che quasi Assalonne ognun vi guata,

Io non biasmo il desio che v’incapriccia

D’ andar fra’ più comati in poesia

Per poi d’Arcade indosso aver pelliccia.

E l’insegnamento consiste nell’ invitar a colazione e a pranzo e a merenda:

Fama in somma si compri ed òr si spenda....

E qui ci vuol chi le da voi composte

Rime difenda, e chi replichi ad esso,

E chi, a chi replicò, replichi ed oste;

Che chiaro fan le inimicizie adesso

Cercate a posta, e s’eccita il desio

A legger ciò su cui piatito è spesso.

[108] Ego sum praceptor amori». Lib. I.

[109] Non ego divitibus veniam præceptor amandi:

Nil opus est illi qui dabit arte mea. Lib. II.

[110] Il mal di milza, astrologiche osservazioni per l’anno bisestile 1764, in cui si trovano cose belle, cose bellissime, cose non più udite. Avanti, signori; la spesa è poca , la meraviglia è grande.

[111] Il gran Zoroastro ossia astrologiche predizioni per l’anno 1764, per servir di contrappeso al nuovo almanacco Il mal di milza, opera antipocondriaca non mai più stampata.

[112] Riflessioni critiche filosofiche esposte in dialoghi sopra diverse materie scientifiche letterarie, con un discorso preliminare sopra le opere di spirito dell’ A. F. D. (abate Ferdinando d’Adda), 1765. È un volume di 444 pagine.

[113] Crediamo bene darlo in appendice.

[114] Versi diretti al consigliere austriaco De Martini, che aveva rimandati i poemetti regalatigli dal nostro poeta, perchè non erano ben rilegati.

[115] Atto I scena II del Femia sentenziata, favola di messer Stucco a messer Colabrighe : Cagliari (Milano) 1724. Quali versi più dissimili tra loro che quei del Cesarotti e dell’Alfieri? Pure questi confessa avere imparato a verseggiare dalla traduzione di Ossian.

[116] Gargallo, prefazione alla traduzione d’Orazio.

[117] Lettera a Francesco Carcano, ch’era zio del Parini, fra le inedite.

[118] Prefazione ai sei poemetti in ottava rima.

[119] Lo disse a proposito del Durando, autore dell’Uso, in tre parti, ove l’eroe è messo nelle condizioni di giovane, di marito, di vedovo.

[120] Vol. V, VI, VII*. Sono tre lettere all’avvocato Bramieri. S’hanno a stampa le Opere di G. Salvadore de Coureil. Pisa 1803. Una sua memoria sull’Alfieri fu premiata. Era nato a Pisa il 1700 da padre francese.

[121] Note alle lettere sul cavallo alato d’Arsinoe.

[122] Parini nel Meriggio deride il poeta che tesseva Inni al barbato figliuol di Febo intonso. Salvi pubblicò verso il 1745 una dissertazione contro l’uso dell’antica mitologia nelle poesie moderne, e persuase il Tirabosco e lo Spolverini a comporre i loro poemi didascalici senza favole.

[123] Meriggio.

[124] Ivi.

[125] Questo squisito brano è tra i postumi, e nella nostra edizione va dal verso 1185 al 1230 del Mattino.

[126] Alfieri doleasi che il Parini non fosse nobile, per non parere invidioso. Vedi Pindemonti Elogio del Maffei.

[127] Il patriarca de’ filosofisti scriveva a Marmontel, a’ 13 agosto 1760:

“ Si sa che noi amiamo il re e lo stato. Non è presso noi che i Damiens (assassino di Luigi XV) intesero discorsi sediziosi. Io asciugo paludi, fabbrico una chiesa e fo voti per il re ”. E ad Elvezio, 27 ottobre 1760: “ È interesse del re che cresca il numero de’ filosofi, e scemi quello de’ fanatici. Noi siamo tranquilli, e cotesta razza di gente sono perturbatori: noi siamo cittadini, essi sediziosi. I buoni servitori del re e della ragione trionferanno”.

È vero che altre volte disse l’opposto, come incontra di tutte le opinioni di costui.

[128] Rimonta ai tempi d’Enrico IV e di Carlo Emanuele il concetto d’un regno dell’Alta Italia, in favore dei duchi di Savoja: ma allora rivisse. Nelle Memorie del ministro Torcy parlasi a lungo dell’interesse che prendea l’Inghilterra all’ingrandimento del Piemonte; ma neppur la Francia ne abborriva, e quando l’abate Gualtieri passò da Londra a Versailles per far firmare gli articoli d’un trattato, gli si consegnò una memoria ove si diceva che “Luigi XIV non solo confermava l’articolo concernente il duca di Savoja, ma dichiarava che, non che opporsi all’ingrandimento di questo, credeva esser bene dell’Italia che egli unisse il resto del Milanese a quanto già possedeva di quel ducato. S. M. volle confidare alla regina della Gran Bretagna ed ai suoi ministri che, in questo caso, essa acconsentirebbe senza difficoltà a riconoscerlo in qualità di re di Lombardia”. Torcy, Mém. T. III. p. 145. 208. Vero è che la Francia vi metteva una piccola condizione, cioè di aver in mano i forti di Exiles e di Fenestrelle, vale a dire le chiavi di casa.

[129] Si sospesero i pagamenti del Monte, poi si ridussero i capitali dal 100 al 60, e gl’interessi dal 5 al 3, e si obbligò ad affrancar le lettere.

[130] Era principale mestatore d’una trama che avea centro in casa Borromeo. Ne fu partecipe don Luigi Melzi, per ciò condannato a prigionia perpetua nel proprio palazzo. La contessa Clelia Borromeo, sullodata da noi a pag. 414, partì cogli invasori: invano richiamata con pubblico editto e con promessa del perdono, ebbe confiscati i beni, che dipoi le furono restituiti.

[131] Costituzioni milanesi e prammatica 6 agosto 1545.

[132] Questo sconcio fu proibito poi dal governatore Terranova con decreto 11 aprile 1584.

[133] “E quindi forse cominciò la distinzione che fatalmente dura tuttavia di regj e di civici come in Londra, indizio di due permanenti principi diversi, direttori delle rispettive operazioni de’ ministri e de’ cittadini”. Sono parole di G. Rinaldo Carli, in un’opera mss. che devo alla gentilezza del dottore Antonio Mora, intitolata Saggio di economia pubblica o sia confronto della condizione dello Stato di Milano fra il passato e il tempo presente per rispetto all’esazione ed amministrazione delle rendite de’ pubblici, al commercio, alle ferme, all’agricoltura ed alla popolazione, 1763. Scritta collo spirito di centralità che gli era proprio, destinata a far valutare ai Lombardi i vantaggi della dominazione austriaca, non con declamazioni, ma con fatti; rimase inedita, salvo alquanti capitoli che sono simili e spesso eguali a quelli stampati nella sua operetta Il censimento di Milano.

[134] Per esempio, un cavallo di tassa dividevasi in quarantotto punti, di quarantotto gradi ciascuno; ed equivaleva nel principato di Pavia a staja 9 1/5 di sale del ducato; a staja 40 1/5 nel contado di Cremona, a staja 12 2/5 nel lodigiano, e così via.

[135] Questi debiti e carichi possono vedersi nel libretto del Carli sul Censimento. Potremmo aggiungervi alcune notizie di terre minori. Monza nel 1631 contava 3000 abitanti; aveva il debito di L. 359,799. 10: nessun traffico; una pertica di terra rendeva L. 3 all’anno, e pagava d’imposizione L. 4. 5: una casa appigionata a L. 45, pagava L. 66. Lecco asseriva avere in vent’anni pagato più di scudi 300 mila d’oro, onde aveva il debito di L. 100,000; pagava ogn’anno L. 59 mila più del ricavo; e un terzo del territorio restava incolto. Saronno aveva 4200 abitanti, di cui soli 350 atti ai lavori di campagna, e il debito di L. 70,197.10.

[136] Jam in eo sumus ut alimenta, qua ineluctabili jure sibi vindicat natura, colonis deficiant.

[137] Il Carli, nel citato manoscritto, se ne sgomenta.

[138] La sola Francia, al dir del Muratori, spese di qua dell’Alpi settanta milioni di luigi.

Nel 1706 la congregazione di Stato espose al principe Eugenio le triste condizioni del paese e la storia degli aggravj e del conseguente abbandono dei terreni e delle manifatture, gli aumenti di gabelle, l’istituzione di nuove, delle quali ben quattordici furono introdotte dal 1620 al 1630. Ciò ch’è notevole per chi crede che gli Spagnuoli portassero via il nostro oro, vi è detto che il sovrano, compatendo alle espostegli miserie, mandò spesso qui grosse somme; e sessanta milioni di pezze di Spagna da L. 8 spedì dal 1610 al 1654: poi nel 1632 Carlo II fissò dall’ erario spagnuolo trentun mille scudi al mese per sussidio dello Stato.

[139] Il Carli fin d’allora esclamava :

“Se al confronto delle deplorabili miserie alle quali lo Stato di Milano fu sottoposto fino al principio di questo secolo, cagionato non tanto dai flagelli della peste e dalla guerre, quanto dalla non retta amministrazione degli affari de’ pubblici, dagli arbitrj e dalla altrettanto ineguale che ingiusta distribuzione ed esazione de’ carichi, poniamo le circostanze de’ tempi presenti, ne’ quali un tribunale, tutore delle comunità e della perequazione de’ carichi, toglie onninamente il modo di fomentare gli abusi e gli arbitrj dell’uomo: che per conseguenza il possessore sa quanto deve pagare di tributo al principe, e la ragione per cui deve pagare, sicuro, di non essere d’inferior condizione d’ogni altro: che il popolo, non più sottoposto all’arbitrio degli inesorabili amministratori, invece di venti, venticinque scudi per testa, contribuisce ora soltanto lire sette all’anno; e queste solamente in que’ luoghi ove le comunità soffrono ancora il peso dei debiti, e non godono sufficientemente de’ beni comunali, mentre nelle altre che hanno minori debiti o ne sono totalmente libere, e che in aggiunta dotate sono di beni e di fondi, il tributo del popolo va in proporzione, diminuendo sinchè è interamente levato: che le manifatture e il commercio sono, a differenza d’ogni altro paese d’Europa, privilegiati, premiati, protetti: che il nuovo sistema delle ferme generali ha facilitata e liberata la circolazione interna delle Provincie, l’uscita delle nazionali manifatture e i transiti di generi forestieri: che in una tranquilla e sicura pace l’agricoltura s’è andata sino al massimo grado aumentando: che i prodotti della terra sono accresciuti il doppio dipresso a vantaggio de’ possessori: che finalmente la popolazione dello Stato s’è aumentata più del terzo, sembrerà impossibile potersi ritrovare chi, disapprovando la vegliante situazione delle cose, abbia cuore di vantare la felicità de’ tempi passati”. Nel manoscritto citato, capo IV: e vedasi la nostra appendice.

[140] Mettendosi all’incauto, prelevavansi gli avvantaggi, ch’era una specie di remunerazione agli appaltatori stessi per l’aumento che aveano fatto all’erario; poi ne’ capitoli preparatori si acchiudevano alcune partite, dette extra incantum, che l’impresario dovea pagare di più del fitto. Su gli appalli impinguarono le famiglie Calderara, Crivelli, Molinari ed altre. I conti Alari avevano il dazio, de vini, forestieri; i Litta l’appalto dei porti, ecc...

[141] La gabella del sale fu data in appalto la prima volta a Giacomo Grimaldi genovese nel 1537: quella del tabacco il 1640 per L. 12,330. gli appaltatori andavano sempre aumentando il prezzo di quest’ultimo, talchè nel 1756 i nostri stabilirono astenersi dal tirarne. I pochi che ancor ne prendeano erano scopo a molte celie; un gran mucchio di scatole di legno fu arso in pubblico, e quelle d’argento si mandarono in dono alla tomba di san Carlo: versi e prose si scrissero e stamparono contro l’uso del tabacco; gli appaltatori fecero arrestar qualcuno, e con ciò resero più pertinaci le volontà. Gli appaltatori dovettero dunque fare concessioni, e dispensarono tabacco squisito, dal quale i Milanesi lasciaronsi allettare. Si ravvivò la lotta quando Maria Teresa mandò fuori un editto di ben ventotto paragrafi a proteggere la regalia del tabacco e aggravar la punizione de’ contrabbandi fino a castigare il padre pel figlio, il padrone pel servo, e allora si abbandonò il tabacco con tal risolutezza che fu forza abolire il sistema degli appalti.

[142] Allora furono rappresentanti dell’interesse degli appaltatori D. Antonio Greppi e D. Pietro Venini, e di quello del regio il Verri, pel fitto netto di lire 1,518,762 per la mercanzia, e di 4,787,653 per tutte insieme le regalie.

[143] G. Rovelli, la cui Storia di Como nessuno legge, e lo meriterebbe ben più che altre storie civili e storie filosofiche, s’accorge benissimo che “il dominante genio de’ regolamenti e delle riforme dalla parte de’ principi andava sempre più scemando le facoltà competenti ai pubblici”. Vol. III, p. III, pag. 122, parlando della città di Como, quando, invece di eleggere il proprio oratore, trasmise la quintupla al governo perchè eleggesse lui.

[144] Vi venne come arciduchessa nel 1739, ed essendosi ordinato di non fare spese, il palazzo di corte si addobbò con mobili delle primarie case. Le dame però furono in gran pena perchè la foggia di corte esigeva il Mantò , mentre esse portavano l’Adrienne; ma  trovarono modo di risparmiare col farlo con due terzi del drappo. Essendo il giorno della santa croce, il santo chiodo fu dato all’arciduchessa da portare dalla nuvola fin all’altare del duomo.

Relazione della venuta e dimora in Milano delle AA. RR. della serenissima Maria Teresa.... e del serenissimo Francesco il.... nel mese di maggio 1739, ecc, da D. Carlo Celidonio maestro delle cerimonie, ecc. Milano» Malatesta.

[145] Questi furono il principe Eugenio di Savoja; il conte Luigi di Vandôme; Massimiliano Carlo di Lövenstein (1717) che fabbricò un teatro; il conte Girolamo di Colloredo (1719), sotto cui si posero le sbarre al naviglio; il conte Daun maresciallo (1723); il capitano conte Otto Ferdinando Traun (1736); il principe di Lobkowitz (1743); il conte Gian Luca Pallavicino (1745). Caduto lui in disgrazia, governò Ferdinando Bonaventura di Harrach (1747), buon uomo, nemico delle novità; la cui donna d’umor allegro introdusse l’andar le dame a cavallo anche in città, e il girar le maschere ne’ palchetti. Tornò poi il Pallavicino (1749), fatto onche soprantendente generale delle finanze civili e militari e del censimento con piena autorità, in modo che da lui immediatamente dipendessero le camere di Milano e di Mantova.

Al governatore Colloredo fu segretario di gabinetto Giuseppe Bini friulano, studiosissimo principalmente d’erudizione ecclesiastica e patria, autore di prose e poesie, e In relazione coi più valenti di quel tempo. A Milano fu incaricato della corrispondenza più secreta; nell’ incendio del palazzo ducale nel 1723 riuscì a salvar le scritture della Cancelleria di Stato e di guerra: e per uso dell’imperatore stese una “Relazione del sistema politico, economico e militare dello Stato di Milano”: rese importanti servigi a casa d’Austria e qui e a Torino e colla corte di Roma nelle quistioni su Comacchio, sull’investitura di Napoli, sull’inquisizione ecc. Morto il Colloredo, l’imperatore gli fe promesse molte, lo lodò e l’incaricò di una scrittura per persuadere il papa a concedere ai preti negli Stat austriaci, come già faceasi in Catalogna, di recitar tre messe nel giorno de’ morti. Il resto di sua vita consumò negli studj, ottenuta l’arcipretura di Gemona, ch’è la più lucrosa della diocesi d’Aquileja.

[146] In occasione delia venuta dell’arciduca, le città e provincie offrirono il dono di centomila zecchini. La imperatrice lo aggradì, e “perchè si renda memorabile per il tempo avvenire una gara sì bella fra il sovrano e i popoli a lui soggetti”, abolì la tassa detta la mezza percento. Grida 28 giugno 1778. In occasione poi delle nozze, la città di Milano aperse la via di Santa Radegonda, diede doti a trecento fanciulle; si cantarono il Ruggero di Metastasio, musica del Pergolesi, e Ascanio in Alba dei Parini, musica del giovane Mozart: e la Badia de’ Meneghini fece una mascherata, descritta da esso Parini.

[147] Biblioteca firmiana, Milano 1793. Son circa 40,000 volumi, e il catalogo è diviso in dieci parti; una contiene i libri inglesi, una le medaglie, una i manoscritti, una le stampe.

Esagera il Verri nel vilipendere quest’uomo come un ignorante d’inettissima superbia; ma esagera anche M. Villemain nel farne il ristauratore della Lombardia e l’anima de’ nostri fliosofi (Cours de litterature française, leçon XXI et XXII). L’acadèmie savante et généreuse, qui se forma à Milan sous la protection du comte de Firmian, non era che una brigata d’amici, i quali venivano a conversazione in casa Verri; non accademia, e, la Dio mercè, non protetta.

Una vita del Firmian fu stesa dal tirolese Mazzetti, che avendo schiusi gli archivj nostri, avea tratto Importantissimi documenti per illustrare la trasformazione che allora avvenne della Lombardia. Morì senza stamparla, e la lasciò alla, biblioteca di Trento; e il mio amico Tomaso Gar, ben noto all’Italia per lavori eruditi e da cui si avrà presto una storia di Trento, a mia preghiera esaminò quel manoscritto e me ne informò. Porta il titolo di Vita e reggimento del conte Carlo di Firmian, con notizie storiche di quell’epoca, libri VII, di Antonio Mazzetti. Si compone di tre volumi, di 458, 268 e 376 pagine piccole. Detto nel primo libro della famiglia e dei primi casi del Firmian, espone nel secondo l’infelice stato in cui trovò la Lombardia, e le operazioni di esso nell’amministrazione civile, nel censo, nel fisco, ne’ confini, nel redimer le regalie, riordinare le finanze, incoraggiare il commercio. Tocca poi delle cose ecclesiastiche, delle superstizioni, dell’inquisizione. Il terzo libro versa più diffusamente sulla coltura intellettuale, e come fu promossa dalla Corte colle accademie, la biblioteca, la specola, l’università, la protezione ai letterati; e v’ha buona parte il nostro Parini. I libri IV e V parlano degli atti del Firmian, dopo venuto qui l’arciduca Ferdinando; l’annessione del mantovano, l’abolizione di corporazioni monastiche e delle maestranze; i continuati incrementi degli studj; la società patriotica; le pubbliche costruzioni; il collegio ungarico germanico, trasferito da Giuseppe II a Pavia. Gli ultimi libri concernono il carattere e gli avvenimenti particolari del Firmian: e confutano specialmente quel che contro di lui e del governo austriaco è detto dal Verri negli Scritti inediti e dal Custodi nella continuazione della storia di Milano; si termina coll’enumerar i meriti dell’Austria verso la Lombardia.

La forma è negletta, benchè sappiasi ch’egli la fece redigere da uno di qua; ma la materia potrebbe sempre essere importante alla storia amministrativa del Milanese, guardata, è vero, da un punto d’aspetto affatto governativo, e attribuendo a impulsi superiori lo sviluppo spontaneo e i frutti indigeni.

[148] Lo Sperges scriveva a Gio. Antonio Beretta da Vienna: Nihil heic decernitur ab Augusto, nisi illorum, qui Mediolani res moderantur, Consilio et opera.

[149] Per l’editto 25 ollobre 1778, chi introduce monete forestiere erose, se siano meno d’un marco le abbia confiscate; da 1 a 10 marchi, un mese di carcere; se di più, 6 mesi di carcere, e anche peggio ad arbitrio del senato, e fin al pubblico travaglio secondo la qualità o le circostanze dei casi.

Lo spender monete proibite in qualunque somma e quantità anche piccola portava 6 mesi di carcere, da potersi estendere fin ai lavori pubblici; e in questi casi si procede per via d’inquisizione, e con le prove privilegiate che si ammettono pei delitti più gravi. Altrettanto a chi ne ritenga dopo spirati i termini; si eseguiscano le stesse indagini come pel sale e tabacco; i delatori ottengano la moneta confiscata.

Forse se ne capì l’assurdità, onde i termini furono sempre prorogati.

Di quella moneta furono battuti cinquecentodue milioni fin al 1807 quando si cessò d’imprimerne. I ducati di Maria Teresa essendo molto cercati in Levante, si ottenne che qui potessero farne battere anche i particolari e la zecca assai lavorò di tali commissioni fin poco fa, quando, volendo essa attenersi ai metodi vecchi, non potè sostenere la concorrenza.

[150] Due sole fabbriche di panno lavoravano in città verso il 1750 di centocinquanta mercanti di seta, pochissimi eran fabbricatori e meno capitalisti. Vedi Pavesi, Memoria per servir alla storia del commercio dello Stato di Milano. Sul fine del secolo, sovente il governo intervenne per trovar lavoro ai braccianti, ma questi artificiali favori non danno che frutti afati.

In un manoscritto del marchese Carpano, presentato a Vienna il 1754, son contati in Milano cencinquanta mercanti di seta e d’oro, dieci di panno (fra tutto il resto del ducato erano due fabbriche di panno e trenta di seta, mentre nel 1595 la sola Milano possedeva 312 delle prime, 509 delle seconde), 13 cappellai, 420 orefici, 200 mercanti di tela, 50 di droghe, 62 di mercerie, 9 di guanti, 8 di pelliccie, 12 botteghe di ferramenta, 18 di latta, 6 mercanti di specchi, 30 ramaj, 32 fabbriche di calze da seta, 75 di sellaj, 170 di calzolaj, 34 di cartolaj, 33 di salumieri, 9 di materassaj, 18 di oriuolaj, ecc. Esso pretende che, per le materie prime di tutti questi, per bovi, cavalli, vini forestieri, bolle e dispense di Roma, frutti d’abbazie godute fuor di paese (questi soli valuta a tre milioni), e sale, tabacco, cassa militare, ecc. uscisse dallo Stato per quaranta milioni, e per grani, seta, formaggi, lino, pelli verdi, ne entrassero cinquanta. Non sono che presunzioni. Per un esempio, esso non fa che di nove milioni l’esportazione della seta: ma Gabriele Verri nel 1750 dice, che nel ducato si notificavano libbre 2,300,000 di bozzoli, ciò ch’è sempre di sotto del vero, e i conti camerali del 1778 danno almeno dodici milioni in seta esportata; altrettanta ne valuta il Carli nel 1781, che ne aggiunge sei o sette in formaggi, quattro o cinque in grani ed altrettanto in lino.

Nel 1764 Pietro Verri e il Meraviglia, d’ordine del governo e secondo le false idee economiche d’allora, fecero un bilancio del commercio milanese, nel quale risultò

Attività        milanesi    L. 13,337,033

Passività           "             "  16,980,488

 __________

Onde si era in iscapito ogni anno di      L.   1,643,453

Il Baretti, che non ha ingiurie bastanti per berteggiare questo conto e il politicuzzo, il sacciutello che lo fece, gli fa dire che lo scapito è di dieci milioni l’anno. Io non potetti procurarmi l’edizione originale di quel conto reso, bensì conosco un Bilancio dello Stato di Milano, ove si confuta quel del 1764, in cui è dato in fatti un ammanco di lire 9,751,069: libretto di molto accorgimento sopra questi dati statistici, tanto arbitrarj.

Nell’attività figurano la seta e suoi lavori per L.  10,868,944

"                                      grani                         "      2,321,373

"                                      burro e caci              "      1,341,211

"                                      lino e suoi lavori      "        880,857

Da questi paesi medesimi, aggiuntovi la Valtellina,

il bergamasco, il bresciano, il cremasco, nel 1814

uscì in sela e suoi lavori                     L. 35,463,508

grani                                                         "     7,142,377

caci e burro                                            "     4,124,080

lino e suoi lavori                                  "     4,619,000.

___________

Lire italiane            51,348,965

Riducendo lo Stato all’antica proporzione, sarebbero dà trenta milioni.

Nel 1790 han calcolato a Milano le seguenti manifatture:

Drappi con oro, argento, seta;     telai    688    lavoranti    1585

Veli e garze di seta                          "        431           "              672

Calze di sela e cascame                  "        217            "              258

Galloni e simili lavorini                 "           82           "                 91

Manifatture di lana                         "           31           "              108

lino e cotone                                     "        372            "              487

  _____                         _____

telaj   1820     lavoranti    2901

[151] Madama di Boccage fu una delle donne più glorificate al suo tempo, e visse novantadue anni (1710-1802). I suoi poemi del Paradiso perduto, della Morte d’Abele, della Colombiade nessun più li legge, ma allora le attirarono applausi universali e i diplomi di tutte le accademie. Convien notare ch’era bellissima, e i suoi ammiratori la dicevano Forma Venus, arte Minerva. La sola cosa che parrebbe importante al nostro tema son le lettere in cui racconta i suoi viaggi; e Voltaire le preferiva a quelle della Montagu; ma sciaguratamente essa le riempie di aneddoti, arguzie e delle innumerevoli onorificenze ricevute, tal vanità credendo permessa in lettere confidenziali. Del resto confessava: Credo l’incenso sia una sostanza salutifera: vengo nutrita di esso, e me ne trovo a meraviglia. Benedetto XIV la accolse festevolmente, e vedendo il severo e ottagenario cardinal Passionei accompagnarla assiduamente, disse: Et homo factus est. La giovane duchessa d’Arce degli Orsini, poetessa, cantò la ospite, la quale di ricambio, ammirandone la bellezza e i talenti, le disse: Voi siete la Dea di Roma. Ma la bella italiana rispose: I Romani hanno preso sempre i loro Dei dagli stranieri; e la De Boccage restò senza saper replicare.

Voltaire, che a Ferney le aveva messo una corona d’alloro, dicendo ch’era il solo ornamento che mancasse alla bella sua acconciatura, le prediceva, in un viglietto italiano, che sarebbe coronata in Campidoglio dalle mani del buon Benedetto; e la esortava a tornar per la via di Ginevra e trionfare tra gli eretici dopo ricevuto l’alloro dai santi cattolici.

I nostri Milanesi vollero usarle una galanteria men usuale, col tradurre fra molti la sua Colombiade; e il Parini verseggiò anch’esso il canto IX col padre Mainoni (Marelli, 1771): povero lavoro.

[152] Nella vita sua, scrina, da lui stesso, è a vedersi II metodo con cui allevava la gioventù.

[153] Nel Canarino o il giudice competente nelle belle arti, il canarino vola

Al soggiorno d’ un gran vate

Che d’orecchie è delicato,

Di bel cuore e di gran mente.

Canarino avventuroso,

Giù del grande italo cigno

Che ama i buoni, ed il maligno

Volgo vil guarda sdegnoso,

Con invidia (e tu tel sai)

Nella stanza io ti mirai.

[154] Angelo Maria Durini è l’ultimo esempio di que’ prelati fastosi che ogni famiglia patrizia si gloriava di possedere. I suoi padri erano stati agenti di casa Leiva, e aveano comprato i beni di questa e il feudo di Monza. Il cardinale era stato nunzio in Polonia e a Parigi, e legato ad Avignone. Ricchissimo di Patrimonio e di abazie a S. Abondio di Como, a Milano, a Merate, teneva una villa dilettevolissima a Mirabello presso Monza, e amava la lieta cera e le galanterie. Altra villa magnifica erasi fabbricata al Bulbianino sul lago di Como, e alla molta compagnia procurava tutte le squisitezze; una delle quali era il condurla a passeggio in gondola, poi nel mezzo del lago far servire una varietà di sorbetti e gelati. Procurò edizioni, componeva versi latini, in epigrammi tradusse i due sonetti del Parini pel busto di Maria Beatrice; e si buscava lodi e dediche dai dotti d’allora col riceverli e careggiarli. Il Parini eternò la degnazione di lui, quando si recò nella scuola di esso, e misto ai discepoli ascoltò i commenti che faceta sopra l’Edipo di Sofocle. Ma il Parini stesso raccontava come una volta andò a visitarlo al Mirabello, e il cardinale lo presentò alla sua società, dicendo: Questo è quell’illustre poeta che onora tutta Italia, l’autore del Giorno e delle Odi..., e così via con encomj, dei quali, diceva il Parini, io mi sentivo insuperbire: se non che (soggiungeva) poco poi entrò un frate, e il cardinale, fattosegli incontro con altrettanta effusione, con altrettanta magnificenza disse: Ho l’onore di presentar loro il padre guardiano del convento delle Cascine Boate, personaggio che è lo splendore della sua religione e di tutta Italia; ed altre lodi che dovettero temperar di molto l’effetto prodotto dalle prime. Quella villa del Mirabello, per un atto prepotente del vicerè Beauharnais, fu aggregata al parco di Monza, repugnanti i padroni, che non vollero accettarne il prezzo; onde fu da esso vicerè deposto in una cassa pubblica, e vi rimase fin al tornare degli Austriaci, quando gli spropriati si rassegnarono a riceverlo.

[155] Fu poi vescovo di Melfi: Sigismondo suo fratello ebbe lode di medico valoroso. Cardinali lombardi in quel tempo erano pure il Dugnani, l’Erba Odescalchi, il Crivelli, il Visconti, l’Archinto, il Borromeo, due Valenti Gonzaga di Mantova e qualche frate.

[156] Il Baretti nella Frusta letteraria rflette che nel 1764, invece di sonetti, egloche ecc., uscirono in folla dissertazioni, trattati sulle arti, sulle monete ecc., benchè soggiunga quasi tutti molto bislacchi. Chi ne’ fatti contemporanei vuol sempre trovare un arcano accordo, rifletterà che quell’anno stesso Weisshaupt rivelò le sue dottrine, propagate poi fra gl’Illuminati e i Franchi muratori, e tanto potenti in Germania.

[157] Sei anni prima di Smith annunziò la ricchezza delle nazioni consistere nella massima quantità di lavoro utile. A chi trovasse i seguenti giudizj conformi di senso e talor di parole a una recente storia, avvertiremo come questa le copiasse da un nostro libro ben anteriore, Milano e suo Territorio». Il che notiamo unicamente per dichiarare che non è nostra, ma anzi posta a confutazione nostra quella proposizione che leggesi a pag. 233: «Ad ogni governo è fatta intera facoltà di creare, di levare e abolire quello che meglio giudica e gli torna. Cosi è da fare, così venne fatto sempre e si farà ».

[158] Queste parole ci furono rinfacciate come crudeli e non vere, e consacrazione d’un’oltraggiante ingiustizia. Il signor Ferrara che, facendo una raccolta d’economisti, volle pure inserirvi alquanti italiani, e perciò dovette esaminarli più che non faccia un giornalista, si tolse la briga di far le nostre difese coi fatti alla mano, e conchiude: «Non solo è falso che noi nel secolo scorso avessimo dato alla luce una scienza economica, ma pensarlo e sospettarlo è ridicolo*. Bibl. dell’economista , vol. III, pag. XLV-LXI.

Uno dei più originali scrittori è certamente Cesare Beccaria; eppure confessava di dovere tutto agli Enciclopedisti, a D’Alembert, a Diderot, ad Elvezio, fin all’ignobilissimo barone d’Holbach; e ciò ch’è strano, non accennava i due più grandi, Voltaire e Rousseau. Vedi una sua lettera all’abate Morellet, da noi pubblicata nella Storia universale, schiarimenti al libro XVII. Alessandro Verri, che col Beccaria andò a Parigi nel 1766, e vide questo «dappertutto accolto con adorazione», di là scriveva al fratello Pietro: «La domenica e il giovedì sono giorni destinati al pranzo enciclopedico in casa d’Holbach, ove io vedo i più grandi ingegni di questa nazione. Il barone d’Holbach è un uomo adorabile, ha molto sapere, molta bontà, molto spirito; il tono della società, e della sua casa è libero e comodissimo. Diderot è la stessa semplicità, ottimo e sensibilissimo uomo, declama sempre con impeto, è caldo in tutte le cose della conversazione, come in tutti i suoi libri. D’Alembert non tanto sembra occupato della sua fama nella conversazione, quanto di comparirvi amabile, grande, accorto, buon uomo. Elvezio porta il genio scolpito a gran caratteri sulla fronte; robusto, sublime nel suo libro, nella conversazione è d’una dolcezza quasi femminile. Marmontel fa delle terribilissime dispute con Morellet per tutto il tempo della tavola e dopo, finchè partono; sembra si attacchino come cani, eppur sono teneri amici.... Generalmente amano la franca e libera disputa. In principio sembra duro e strano questo costume, ma poi lo trovate ottimo, perchè fate altrettanto, e siete sicuro di non esser mai offeso con parole il men che siasi pungenti; urlano, gridano come disperati, ma nel fondo sono d’una buona fede e d’una dolcezza, mirabile ».

Questo abate Morellet, che pur era satellite dei filosofisti, appunta agli Italiani d’aver fatto buona accoglienza all’Esprit di Elvezio. Le parole sono aspre, ma è bene udirle: Les Italiens parmi lesquels je vivais ne s’en occupaient pas encore, quoique se fût le pays de l’Europe où cet ouvrage devait y avoir le plus grand succès, e a fini par l’obtenir; car de tous les Europèens ceux qui estiment moins l’humanitè sont, sans contredit, les Italiens qui, en general, ne croient pas assez à la vertu, et qui disent presque tous dès vingt ans le mot de Brutus, qu’il ne faut dire comme lui qu’en  mourant: O vertu, tu n’es qu’un vain nom! Mémoires, chap. III.»

[159] Alla morte del Frisi, tra altre poesie, n’è una del noto Giuseppe Carpani! che comincia Ei non è più: e nel seguito ha molta somiglianza coll’ode del Monti a Montgolfier, ma non so bene se questa fosse pubblicata prima.

Al gravitar de’ fluidi

Egli dettò le fisse

Leggi, e le leggi al vario

De’ corpi urto prescrisse.

Egli librò l’ elastico

Aer pesante, e feo

I color dal settemplice

Sortir raggio febeo.

Ei del trisulco fulmine

Troncando l’ale ardenti

Il fier diritto torsegli

Di spaventar le genti.

[160] La emulava l’accademia di Mantova, di cui ecco alcuni temi:

Nel 1769. Qnal è il modo più semplice di unire l’assicurazione dell’annona colla libera estrazione dei grani.

Nel 1768. Qual deve essere l’educazione dei fanciulli del minuto popolo.

Nel 1776. Se il presente secolo sia a ragione chiamato il secolo della filosofia.

Nel 1784. Con quali mezzi promovere l’amor della patria sì negli Stati repubblicani che ne’ monarchici.

Nel 1783. Quali siano i doveri intrinseci e peculiari di un nobile verso lo Stato.

Nel 1793. In quali materie, dentro a quali circostanze e fino a qual segno il giudizio del pubblico abbia a tenersi per un criterio di verità.

[161] Dei trentanove primi socj nominati dalli sovrana, quattro soli non erano nobili o preti. In essa Paolo Lavezzari, Galeazzo Fumagalli, la Ciceri di Como, Carlo Bonanomi di Lecco promoveano l’agricoltura; i curati di Marnate e di Senago introdussero i pomi di terra; quel di Cimbro instradava alle manifatture i fanciulli ozianti della sua parrocchia; l’abate Mazza di Seregito piantava migliori viti, il Bianchi curato di Varedo insegnava a distruggere gli insetti che le rodono.

[162] La farmacia era distinta in galenica e chimica: per questa gli speziali venivano approvati dal protomedico, per quella dal collegio degli speziali, il nostro Sangiorgio, buon farmacista, diede al Firmian un’informazione sulla geografia fisica della Lombardia, e primo introdusse il digestore di Papin.

[163] Anche la specula di Parma fu fondala nel 1757 da Jacopo Belgrado udinese, gesuita; autore di molte opere matematiche e fisiche, per le quali gran rinomanza acquistò anche fuor d’Italia.

Gli astronomi di Brera nel 1775 cominciarono a pubblicar le efemeridi, continuate fin oggi; nel 1786 tracciarono in duomo la meridiana, il cui gnomone è a settantotto braccia di altezza: nel 1783 misurarono nella landa di Gallarate una linea di diecimila metri, che servì di base alla triangolazione di tutta la Lombardia fin nell’Illiria; secondo la quale poi, nel 1796, pubblicarono l’accurata curia del ducato nella scala di 1/86400, disegnata dal Pinchetti, incisa da Bordiga, col metodo di prelezione del Cassini. Il Luino calcolò l’altezza del polo di Milano, e scrisse sulle progressioni e le serie.

[164] Del Macchi, che è l’ originale della satira del Zanoja sulle pie istituzioni testamentarie.

[165] Spercesii, Patentini centuria literarum ad Italos, etc., editio altera. Vienna 1706. Vedi la lettera a Marsilio Landriani.

[166] Typographorum sive ignaviam sive improbum lucri spem vitas. Eodem ubique morbo hoc hominum genus laborat: iisdem ubique fatis premuntur eruditi si quem ingenii sui fœtum edere typis cupiunt. All’Allegranza.

[167] Un’altra patriotica istituzione, che i secoli ciarlieri lasciarono cascare, era quella di due delegati sopra la storia patria, a cui cura si stendevano opere nuove, o se ne pubblicavano di vecchie, a spese della città. Spogliando i processi verbali del consiglio della città, trovo al 18 settembre 1598 che Giacomo Filippo Besta domanda un sussidio per stampar le sue storie; il 6 settembre 1622, si ordinò di stampare col maggiore vantaggio possibile le storie di Milano e i manoscritti che più parranno meritarlo; il 20 dicembre 1627 si informa sopra la pubblicazione di Tristano Calco; il 23 dicembre 1635 si dà incarico al canonico Ripamonti di compor la storia di Milano, col titolo di storiografo e ducento scudi l’anno, oltre la spesa dell’edizione; il 23 dicembre 1645 s’apre concorso per la carica di storiografo; il 30 dicembre 1659 si ordina la spesa per pubblicar le vite degli arcivescovi, scritte dal Puccinelli; il 5 maggio 1651 si elegge istoriografo Ottavio Ferrario col soldo stesso del Ripamonti; il 29 maggio 1660 i delegati sopra la storia patria ragguagliano intorno a quelle del Priorato; il 26 agosto 1767 e 28 settembre 1774 si elegge iconografo Giorgio Giulini, e gli si assegnano cento doppie per l’edizione della seconda parte delle sue Memorie, e probabilmente si sarà dato anche per la prima. Tali fatti sono così onorevoli alla nostra città e così ignorati che non ci parve frivolo il ripescarli. Chi scrivesse la storia patria da cinque anni!

[168] Qua a C. Beccaria, in sua de criminibus et pœnis commentatione liberius ei plane philosophiæ spiritu dictis adeo non offensa fuit ut eum Mediolani primo civilis scientiæ tradendo, dein reipublicæ curandaæ admotum, et inter eos qui sibi in rebus ærarii a consiliis sunt adlectum voluerit. Hoc pacto, me auctore, vir egregius, qui ab Alamberto Russorum autocratici commendatus, iter jam Petropolim parabat, ac eo proficiscendi licentiam petierat, patriaæ suaæ quasi redditus est, ejusque servitio mancipatus.

“Allora (sotto Maria Teresa) Beccaria non solamente venne tollerato, ma posto in carica: Frisi dalla Toscana invitato a ripatriare con ugual stipendio: Parini gratificato di una pensione onesta e della cattedra di eloquenza: levato dalle scuole di Sant’Alessandro e di Brera il dettare la teologia dogmatica; e nessun uomo colto e onesto rimase dimenticato. Tanto può il sentimento della gloria in un sovrano anche non illuminato...” Verri in un manoscritto sopra la Lombardia al venir de’ Francesi. Ma più sotto scrive: “L’ arciduca derideva sinceramente gli uomini dati alle scienze e i filosofi singolarmente, che dapprima considerava come seguaci di vani delirj, indi, poichè credette la rivoluzione della Francia accaduta per opera loro, passò a temerli, odiarli e perseguitarli come personali suoi nemici. Questa avversione pel merito letterario sembrava inserita nel sangue, non essendosi mai accostato al trono austriaco alcun filosofo”. Eppure gli profonde adulazioni nella prefazione alla Storia di Milano.

[169] Verri, Scritti inediti. Egli sì poco curante della lingua, si lagna però del barbari termini allora introdotti, quasi a spregio nazionale, un esibito, un referato, inrotolato, concepista, cancellista ...

[170] Ho fra le mie curie una patente del Sant’uffizio, data il 20 oprile 1735 e confermata fino all’11 luglio 1753, che dice in latino così: — Noi fra Silvestro da Ferrara, Inquisitore nella città e nello Stato di Milano, ecc., ecc. Per l’incarico affidatoci dalla provvida attenzione dell’apostolica sede, dovendo noi vigilare per estirpar la malizia di coloro che con temerario ardire s’adoprano di lacerare l’inconsunta tonaca del Signore, e nel suo campo adulterar colla zizzania il frumento di Cristo; nè potendo a ciò riuscire se non per via di ministri ed uffiziali idonei, che adoprino con noi affinchè ritornino al cuore quelli che errarono dall’utero della S. Madre Chiesa, e le volpi che guastano la vigna rimangano prese al laccio della verità; per ciò credemmo opportuno scerre moltissimi ministri ed ufficiali che ne ajutino col consiglio, il sapere, la prudenza, l’opera, il soccorso. Tra i quali te Giambattista Bonoli, che giurasti d’osservare in perpetuo fede e segreto all’uffizio della S. Inquisizione, di denunziar gii eretici e i sospetti, di prestar fede a noi ed ai successori nostri nelle cose del S. Uffizio; e della cui sufficienza, probità, pietà e zelo della fede confidiamo e siamo informati, eleggiamo Assistente nella pieve d’Oggiono con tutte le grazie, privilegi, indulgenze, immunità ed esenzioni concesse ai ministri del S. Uffizio: e singolarmente colla facoltà di tenere e portar in qualunque luogo armi d’ogni genere offensive e difensive, a tutela tua e del S. Uffizio: proibendo a qualunque offiziale e ministro di qualsivoglia grado, stato, condizione, baroncelli, collaterali, birri, sotto le censure comminate a chi turba l’uffizio della S. Inquisizione, di molestarti, impedirti, offenderti: dovendo al contrario accoglierti, favorirti, venerarti quale legittimo assistente della S. Inquisizione, ecc , ecc. ”

È evidente che questa è una semplice carta d’immunità e licenza di portare armi.

Anche questo potere, come gli altri segreti, fu punito dell’arcano in cui s’avvolgeva: vietato il parlarne ad alta voce, non fu male che non se ne borbogliasse, e non si credesse. Al primo raggio di libertà di stampa in Lombardia nel 1848, e sul giornale che si pretendeva il più avanzato, pubblicaronsi i processi dell’inquisizione di Crema nel tempo del suo peggior furore, cioè fino al 1550, e la ragionevolezza di quelle procedure e la mitezza delle pene doveano far un singolare contrasto con altre inquisizioni, i cui misteri venivano in luce di que’ giorni.

[171] La censura milanese era larghissima: e alcuni professori, fuorusciti dal napoletano con Vittorio Amedeo, quando cessò d’esser re di Sicilia, non trovando abbastanza libertà in Piemonte, vennero a insegnare e stampare nello Stato milanese.

[172] La quaresima faceasi tutta di olio, era proibito macellare, poi otteneasi per privilegio. Il primo indulto generale da noi fu chiesto nel 1739, ma solo pei latticini, atteso la scarsezza dell’olio: a Como aveasi fin dal 1731. Nell’archivio della cattedrale di Como ho cercato quanto rendesse la tassa dogli animali macellati in quaresima, che andava a pro della fabbrica del duomo. Nel 1534 fu appaltato per L. 120; dal 1698 al 1730 per L. 580; e andò crescendo fin a L. 1105 nel 1788, quando l’imperatore abolì quel privilegio.

[173] Nel 1771, si trattò di dare libero asilo agli eretici in Lombardia, il papa ne scrisse a Maria Teresa, che non n’era informata dai suoi ministri, ed essa l’impedì.

[174] La colpa che Pietro Verri, nell’elogio del Frisi, dà ai gesuiti è d’aver portato all’eccesso un principio buono, qual è la stima e l’affetto pel ceto loro: onde osteggiarono chiunque a quello non apparteneva, e così ne venne una generale cospirazione che gli attaccò nella pubblica opinione, unico appoggio col quale sostenevano quel meraviglioso edilizio.

[175] Il Parini inclinava ai giansenisti, come gli altri liberali del tempo, cioè la minorità; spesso ne disputava col p. Noghera di Valtellina, traduttore di Demostene e autore di varie operette, p. e. Cos’è il papa. Se anche non è del Parini il sonetto per l’abolizione de’ gesuiti, egli cantò le imprese di Giuseppe II contro la Superstizione, e minacciò guai a Roma nel viaggio che questi vi fece per dar pareri al conclave.

[176] Per privilegio antichissimo, varando il nostro arcivescovado, era dal corpo municipale proposto alla santa sede un dottore di collegio. Pel concordato la nomina toccava al duca, e quando il Pozzobonelli morì, dicevasi che l’imperatore, per batter il pregiudizio, nol torrebbe dai nobili dottori. Questi, per non lasciar prescrivere la consuetudine, tennero a Vienna un esploratore; e come seppero ch’egli (credesi per isbaglio di nome) aveva nominato Filippo Visconti, la sera stessa il fecero dottore di collegio; sicchè quando, a stupore di tutti e dell’eletto stesso, arrivò la nomina, l’imperatore si trovò prevenuto. Napoleone volle mantenere questi medesimi puntigli, e nominò qui arcivescovo il Caprara bolognese, ma nel tempo stesso che nella patria di questo metteva il milanese Opizzoni. Esso Caprara era insigne per governi e nunziature: in quella di Vienna profuse il suo patrimonio onde soccorrer gli abitanti in un’ inondazione: come vescovo di Jesi nel 1800, in grave carestia, diede tutto il suo grano e il danaro, e fe grossi debiti per nutrire gli indigenti. Messo legato a latere presso il governo di Francia, riuscì a farvi ristabilir il culto, ed egli cantò la prima messa in Nostra Donna di Parigi. A Milano non stette mai, ma lasciava qui tutta la sua rendita; rifabbricò la villa arcivescovile di Gropello, e istituì erede universale l’ospedal nostro; ma Napoleone volle che questo facesse una grossa pensione al Caprara, gran scudiere e prodigo insigne.

[177] Allora cambiato tono, disapprova affatto la concentrazione, riflettendo che “prima molti potevano far del male, ma molti ancora potevano preservar dal male un cittadino; poi radunata la forza in un solo, non rimase più riparo contro l’ira, l’odio o la vendetta di lui ”. Su Maria Teresa, negli Scritti inediti.

[178] Il Carli di Capo d’Istria era andato col Moscati a Vienna, ove piacquero i suoi consigli, e secondo questi fu istituito qui il supremo consiglio di pubblica economia, scrivendogli il Wilzek che “dal fondo d’Italia bisognasse chiamar un uomo affinchè sua maestà fosse ben servita a Milano”. Fu poi presidente del magistrato camerale, e Giuseppe II assistette a tredici sessioni di questo, ove il Carli stesso faceva da relatore, e gli offrì un prospetto statistico della Lombardia. Il Carli godè l’amicizia delle contesse Belgiojoso e della Somaglia, e di quella procuratessa Tron di Venezia che fu cantata dal Parini. Quando gli fu sminuita la pensione, questa gli ottenne il posto di consultore di Stato a Venezia, ma egli preferì l’umile ritiro a Cusano.

[179] Alla morte del Metastasio si era bucinato che il Passeroni diverrebbe poeta cesareo. Invece fu eletto il Casti, assegnandogli 3000 fiorini. E il Casti fece a Giuseppe II in morte qnest’epitafio, dopo averlo tanto palpeggiato e fatto ridere in vita:

La Schelda aprir, dar legge al Prusso altero,

Domar l’orgoglio del Fiamingo audace,

All’Austria unire il bavarese impero,

Spinger d’ Europa oltre i confini il Trace,

Navi inviare all’ indico emisfero,

Esser temuto in guerra, amato in pace

L’imprese son che l’Immortal Giuseppe

Ravvolse in mente ed eseguir non seppe.

Lo stesso sentimento esprime il Denina al fine delle Rivoluzioni d’Italia, dicendo che “de’ molti vasti disegni lungamente meditati il solo che Giuseppe II potè effettuare fu quello di distruggere molte case religiose tanto nella Lombardia austriaca, quanto negli altri suoi dominj”.

[180] Esultante de’ recuperati privilegi, la città decretò un busto a Leopoldo II con iscrizione, e una medaglia ad Antonio Visconti Aimo, Alessandro Dotta Adorno e Alessandro Cauzzi deputati che gli aveano ottenuti. Lo Sperges lascia traspirare il malcontento delle precipitose novità di Giuseppe II, e promettesi ogni bene da Leopoldo, congratulandosi che intanto avesse chiamato quattro consultori per le cose d’Italia, mentre in venticinque anni le ebbe egli solo.

[181] “Nell’Interno, preda dello straniero non meno che del ricco indigeno egoista, invano fan cumulo le nostre ricchezze: dove più ridondano le dovizie, ivi forma più orribile contrasto la penuria del necessario.... Inaridite stilla a stilla le fonti dei più necessari proficui lavori, recisi o guasti i rami dell’industre nostra mano d’opera, il frivolo mobile ha presso noi occupato il luogo del necessario e dell’utile; vittima de’ rapidi cangiamenti o della futilità d’una versatile industria, l’affamato artigiano erra per alcune Provincie disperso e neghittoso in traccia d’un lavoro che lo fugge. In tutte le nostre arti, le nostre scienze, la servile imitazione misurata unicamente sul vantaggio del giorno, circoscrive gli slanci del genio nazionale, e restringe per conseguenza anche la sfera delle occupazioni e della sussistenza. Ammucchiata nelle nostre città, la popolazione, dopo aver spogliata d’utili braccia l’agricoltura e i minuti mestieri, si viene a corrompere, mercè del lusso e del libertinaggio, la propria sorgente, e mentre vi soffre nuovi bisogni, vi trova minori mezzi onde soddisfarli. La classe più necessaria v’è priva di adequato sostentamento e ricorre al delitto, all’arti prave: l’utile mediocrità vi manca di stabile base, e s’abbandona al vizio, alla bassezza: l’alto rango v’infingardisce senza splendore, o lo cerca nel lusso senza patriotismo, e sparge delle venefiche influenze nelle pubbliche riforme ».

Osservazioni d’un ex giudice di provincia sopra l’infestazione de’ mal viventi.

[182] “Da più secoli non è accaduto a questa provincia un sì felice avvenimento. Appena, erano tollerate le rimostranze pubbliche; conveniva che sopportasse la macchia d’intricante, d’importuno, di fanatico chi le promovea.... Se non esporremo tutto, la colpa sarà nostra. Se colle domande indiscrete e inopportune screditeremo la causa pubblica, nostra sarà colpa. Se, meschinamente ignorando i principi, cercheremo un sistema precario e la reviviscenza di pregiudizi amichi, anzichè il regno stabile della ragione, la colpa sarà tutta nostra ...

“Non è vero che lunghe oppressioni delle generazioni passate e della presente generazione, sbigottita da una serie di arbitrarj atti del potere ministeriale, abbiano ridotti gli animi alla nullità e degradati al punto di considerare una chimera la virtù, e un delirio l’amore della patria. Eccoci al momento o di coprire i nostri nomi d’infamia presso della storia, o di onorare per sempre noi stessi e i figli nostri in faccia dei secoli venturi.... Le passate vicende altro sentimento non lasciarono negli animi umani fuori che il timore; nè altri precetti ricevemmo dai nostri padri che la sommissione e l’avvilimento, coonestato coll’onorevole nome di prudenza. La veracità ingenua, fa carità verso della patria, l’amore del giusto, l’entusiasmo nobile del vero, ogni slancio di un cuore buono ed energico scomparvero, ecc. Se una volta il sistema è caduto al primo impeto che venne dato, dunque non rifabbrichiamolo più colla medesima centina.”

[183] Il Verri stesso ne piangeva: “Miseranda cosa! I più inetti fra i decurioni vennero trascelti per questa importantissima commissione, e invece di domandare un limite al potere ministeriale, limite che con una costituzione impedisse la creazione di nuove leggi senza l’approvazione degli stati, che assicurasse le fortune col proibire ogni accrescimento di tributo se non previa adesione degli stati, e impedisse che la libertà sotto verun pretesto non venisse tolta a nessuno se non dipendentemente dalle leggi e dal regolare processo: costituzione che, rappresentando per libera elezione temporaria de’ deputati del popolo, da esso fosse custodita; invece insomma di togliere gli antichi mali del dispotismo ministeriale, e profittare della occasione unica, i deputali ignoranti o non riflessivi si limitarono a domandare le vane decorazioni più insulse e frivole del loro ceto, con manifesta indignazione del popolo da essi così tradito w. Storia del Milanese all’occasione dell’invasione dei Francesi nel 1796. Manoscritta.

[184] È notevole come i nostri non presentissero il nembo che sovrastava. Nè il Parini o il Verri o il Beccaria ne hanno sentore: il Cesarotti dichiarava più tardi che “era ben lungi dal prevedere che l’85 fosse così presso all’89: Aurelio Bertola nel 1787 dettava nella Filosofia della storia che la presente perfezione dei sistemi politici assicurava omai i popoli da ogni sovvertimento; poche riforme restare e queste tranquille; ma una rivoluzione l’Europa già più non la teme.

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Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2007