CESARE CANTÙ

L’ABATE PARINI

e la Lombardia nel secolo passato

Edizione di riferimento:

L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.

Invenies qui, ob similitudinem morum,

aliena malefacta tibi objectari putent.

Tacito, Ann. l. IV. 315.

Se pubblicazioni fuggevoli lasciassero traccia nelle memorie, alcuno non troppo giovane potrebbe ricordarsi come, or fa ventidue anni, un autore, di cui erano stati compatiti certi Ragionamenti sulla Lombardia nel secolo XVII,proponesse descrivere la Lombardia nel XVIII, togliendo ad esame una serie di personaggi, quali erano Parini per la letteratura e i costumi; Beccaria pei giudizj; Verri per l’amministrazione; Tamburini per le cose ecclesiastiche; Giuseppe II pel governo.

Il pensiero ebbe anche un principio d’attuamento in alcuni capitoli intorno al Parini, pubblicati s’una rivista, la quale lasciò onesta reputazione.

Dovettero non andare a sangue a tutti; sicchè su quel germe fu messo un piede ferrato. Corsero anni, sottentrarono vicende; ma l’autore non perdette mai affetto a quel tema. E appena fu la stampa sottratta ai capricciosi, divieti d’un solo individuo,e reso allo scrittore quello che ad un uomo conviene, la responsalità de’ proprj atti e il poter dire «Ciò che vi espongo è il mio pensiero», egli si propose di rimetter sul telajo quell’operetta.

Ai materiali preparati diede totale rimpasto, e se n’avvedrà chi ci paragoni quel frammento, più volte ristampato. Le idee dovrebbero essere molto più meditate, più larghe, più profonde, dopo sì lunga età e sì dura esperienza; maggiore la franchezza, come d’uomo che non è più ai trepidamenti delle prime prove: ma quel calore di gioventù che ingraziosisce tante cose, tant’altre ne fa perdonare, non può aspettarsi da opera così lentamente maturata nella penombra di laboriosa aspettazione. Se però un perseverante untore pel proprio paese e pel proprio soggetto bastasse a far gradito un libro, questo si presenterebbe con fiducia a’ suoi fratelli di patria, di patimenti, di speranze.

I letterati, i precettori, senza darsi la noja di leggerlo, comprenderanno che il Parini è un pretesto, come fu Ezelino ad altra opera, testè disumata dallo stesso autore [1];se vi getteranno un’occhiata alla sfuggita,diranno che manca d’unità un libro cominciante in tono di cattedra, finito in aria di tribuna; diranno che ripete pensieri e parole vecchie, mostrando che l’autore pensi ancora adesso come tanti anni fa; diranno che è lavoro troppo letterario, troppo aneddotico, troppo lombardo. L’autore avrebbe in pronto una risposta a ciascuna di queste ed altre accuse, se non sapesse che quanto aggeniano le censure, altrettanto si fa ridicolo chi vi risponde. Basterà dunque che con essi letterati e precettori egli faccia valere il merito incontrastabile dell’averlo tenuto in serbo per più di due volte i nove anni oraziani.

Risponderanno ch’era meglio lasciarvelo ancora? e sia! Ma così presto un libro oggi passa dai torchi al dimenticatojo che per nulla nocerà al buon gusto, nè, speriamo, al buon senso che anche questo compaja, per qualche settimana occupi non il discorso de’ circoli, dove più non si ragiona di libri: non i giornalisti, che han altro a fare che leggere, ma il banco de’ libraj; un anno i loro registri: e che con tali onori vada ai muricciuoli. Di ben migliori v’andarono.

Milano, agosto del 1853.

Indice

Prefazione

Ragione dell’opera

A che termini fossero le lettere al tempo del Parini

L’ arte critica. Opere polemiche e precettive del Parini

Qual concetto avesse il Parini della poesia, e come l’ attuasse

Qui si parla dei costumi come erano divenuti in Lombardia ai tempi del Parini:

           e prima sull’educazione e sulla nobiltà

Cicisbei — Usanze particolari — Allegria — Benevolenza

Con qual arte e con qual pro Parini scrisse il Giorno 

Il liberalismo. Schizzo storico della Lombardia, e come risorgesse 

Vita letteraria del Parini. La rivoluzione

Fine del Parini

IL   GIORNO.

Sulle edizioni del Giorno, e sulle varianti di questo

Alla moda

Il Mattino

Il Meriggio

Il Vespro

La Notte

POSTILLE.

Della lingua toscana

Giuseppe Baretti a suor Caterina Dicelli

Vantaggi recali|alla Lombardia dal censimento

Sul dazio

Di Cesare Beccaria

Istruzioni di Maria Teresa e di Giuseppe II

Articoli di Pietro Verri in giornali repubblicani

Le finanze nel triennio

Spirito pubblico nel triennio

Cose inedite del Parini

SUL PARINI E IL SUO SECOLO

STUDI

Ragione dell’opera.

Rivelare le bellezze del comporre dell’abate Giuseppe Parini, la naturale proprietà delle parole, l’efficace precisione dei concetti, l’energia dell’ardita sintassi, lo squisito gusto nel mescolare dizioni signorili con idiotismi ingentiliti, l’armoniosa varietà del verso, il rilevato colorire, l’ingegnoso alludere, l’opportuno tacere, l’originale imitazione, non sarebbe nulla più che esercizio filologico; e chi ha intelletto del bello, sfogli le pagine dell’illustre Lombardo, e basta.

Eppure, da tanto frastuono di desolazioni, di fidanze, d’aspettazioni, di fremiti, di feminei lamenti e reciproche incriminazioni, da tanta paura di poteri misteriosi e fede nella propria efficacia e negli adulatori, non crediamo sconvenga il revocare le menti sulla letteratura, il che equivale a ravviarle al buon senso; la qualità che più scapita nelle rivoluzioni, e che è più necessaria alle speranze. Alla critica miope e declamatrice può essere sfuggito quali le gami reconditi connettano il bello col vero; ma la critica ispiratrice sotto alle parole cerca pensieri; sotto alla poesia delle forme la poesia delle cose; sotto al letterato l’uomo. E noi, riconoscendo per carattere della poesia l’affetto delle alte cose, vorremmo effigiare nell’abate Panni il poeta della civiltà, che colla parola giovò al suo paese spoltrendo gl’infingardi, insinuando le verità, lodando il merito, flagellando la decorata fatuità: sicchè le opere di lui non sono soltanto squisiti esempi di letteratura, ma azioni di virtuoso cittadino.

Grande importanza noi attribuimmo sempre alle biografie; e comunque dica Voltaire che la vita d’uno scrittore sedentario consiste negli scritti suoi, pure l’autore vive col suo secolo, e se assiste a una rivoluzione, n’è specchio, laonde un grande scrittore è rappresentante del proprio secolo e iniziatore del nuovo, se non per volontà creatrice, almeno per vaghezza indecisa e per confuso presentimento.

Rivendicare la storia da quel suo peccato di osservar solo i grandi personaggi e i fatti strepitosi, negligendo l’uomo, noi cercammo in un altro lavoro, a cui questo fa seguito [2], scegliendo ad arte un’età di scarsissimi avvenimenti per badarci sull’uomo, calcolarne i patimenti e le gioje, i peccati e le virtù, le apprensioni e le fiducie: e a ciò miriamo anche in questo, parendoci il soggetto più nobile delle arti belle come delle filosofiche, l’uomo.

Noi dunque, a proposito del Parini, ci allargheremo o, dirà alcuno, ci divagheremo a cercare delle circostanze fra cui visse, del male che v’era e del bene che l’accompagnava, dei miglioramenti che s’incamminavano, di tutto ciò che concerne un secolo così a noi vicino, eppur già tanto dimenticato, sicchè la gente appena si ricorda che vi fu una Maria Teresa austeramente pia; un Giuseppe II che voleva far il bene filosoficamente despotico; un arciduca e una arciduchessa che abbonivano il male, buoni in mezzo a gente buona come sempre fu la milanese; e frati e monache a migliaja, e non si coscrivevano soldati, si pagavano taglie leggere, si portava cipria e coda e vestito corto, ed era un gajo e spensante andare entro il solco avito, senza urtare ed esser urtato come avviene a chi cammina. Ciò ricorda, ma nulla, o sol in di grosso conosce dello sviluppo spontaneo del risorgimento nazionale: e non che il vulgo, ma coloro che s’impinguano della facile sapienza dei giornali, e sparnazzando orgoglio patriotico, ripetono sempre noi e i padri nostri, si figurano che i presenti vantaggi derivino tutti dalla rivoluzione, la quale, da un codardo letargo, ci sbalzò impreparati fra un tumultuoso fermento.

Le epoche critiche, dove un popolo si muta a condizione nuova di civiltà, condizione che deriva dal passato e si lega all’avvenire, meritano studio più che le gloriose. E il XVIII fu secolo di semenza e di lavoro individuale, adagiato ancora sull’autorità e sull’abitudine, ma pure già fecondo di questo nostro, tutto convulso fra le idee e le cose, tra i bisogni e i fatti, fra aspirazioni smisurate e rachitici movimenti, che sbozza tutto e non termina niente, che agogna a un’illimitata libertà, e si sgomenta quando una particella gliene sia lasciata.

È dunque lavoro serio e riflesso che imprendiamo, anche dove terrà apparenze leggiere: trarre dalla letteratura ciò che può descrivere un’età.

La scuola oratoria, avvezza solo al panegirico o alla diatriba, farà meraviglia del bene come del male; e secondo le pagine, ci domanderà se intendessimo lodare o biasimare.

La storia vive di libertà; e riverente al genio dovunque lo incontri, lo tratta con quella critica seria e leale ch’è il migliore omaggio che possa rendersi al talento, mentre ripudia quella che è persecuzione de’ forti, stizza de’ fiacchi, detrazione di coloro cui, non bastando l’animo di far altrettanto, piace cogliere a parole chi non possono imputare per fatti, e almeno calunniare l’intenzione per non essere costretti a lodare le opere.

E poichè è impossibile che la storia non paja allusione, siamo certi di spiacere a più d’uno; spiacere a diversi e opposti partiti, come avviene a chi di nessuno si fece mancipio. I suffragi di chi s’adonta al vero, di chi vuol accarezzati i pregiudizi, adulate le opinioni di moda e gli intermittenti accessi d’entusiasmo o di livore, noi non li desidereremo mai; nè quelli di chi rinnega, o accidiosamente professa la fede nei progressi sociali e in quella libertà, che non è minaccia o vendetta, ma segno di rannodamento, tutela di tutti i diritti, schermo contro le oppressioni, siano superiori o inferiori.

Se non altro, il lungo studio sul Parini ci ha insegnato ch’è supremo dovere l’annunziar la verità, non curando la futilità febbrile de’ circoli, o il rigurgito de’ parolaj, o l’arrabbattarsi de’ faccendieri, o il fischio degli inesorabili pedanti, tutti congiurati a contaminar coll’opinione chi non si lascia schiacciar dalla forza [3]; e, malgrado i giudizj pronunziati con leggerezza e senza coscienza da chi non lesse, o da chi ha già prestabilito la riprovazione e l’applauso, predestinati i titoli generali dell’apoteosi o della gogna, rispettare la gravità del proprio tema, e pensare alle poche anime schiette su cui ne cadranno i semi; pensare a voi, giovani italiani, per educarvi non ad abbajare contro ciò che bisogna distruggere, ma a ragionare sopra ciò che si potrebbe sostituirvi.

A che termini fossero le lettere al tempo del Parini.

Quando leggiamo che i primi legislatori esposero i civili ordinamenti in verso per molcere gli animi coll’armonia, o, come poeticamente si figurò, ammansarono le fiere, e mossero i sassi al suon della cetra, in quegli uomini tutti senso supporremo tanta delicatezza, da andar presi alla squisitezza del ritmo? Bensì gli insegnamenti e gli ordini furono compilati in metri, perchè, in difetto di scrittura, dovendosi mandarli alla memoria, più agevolmente vi s’imprimessero, e più fedelmente si conservassero, quando il mutamento pur d’una parola veniva impedito dal ritmo. In questo uffizio la poesia fu posta vicino alla culla dell’incivilimento, e sempre lo assistette ne’ suoi incrementi. I carmi de’ tempi più remoti sono inni agli dei, sono morali verità, sono lodi di eroi e di belle ed imitabili imprese. E quando, tra il fecondo caos del medio evo, cozzavano gti elementi della civiltà, prima di disporsi in un ordine nuovo, la poesia, affiochita dal soffio nordico, se mandava alcun vagito, era per lodare i celesti, o scolpire un lamento sull’urna d’un defunto. Come un raggio di luce si fu messo fra quella notte mercè delle comunali libertà, i rozzi cantori si volsero a cantare bravure o cortesie, onde occupar piacevolmente gli animi, e mansuefare la ferocia battagliera. Ma que’ menestrelli e trovadori e giullari, que’ cronisti in verso, cos’erano a petto di colui che gigante si collocò alla testa della nuova civiltà? Niuno meglio di Dante intese l’alto scopo della poesia, o ve la seppe dirigere più robustamente. Oh l’avessero tolto ad imitare i tanti suoi successori! Ma essendo sottentrato quel che parve un gran lume di civiltà, ed era una decorata barbarie, gli scrittori sopravissuti alla patria, sequestrati dalla pubblica vita, senz’altre lotte che le fecciose de’ vituperi, si svigorirono in meditazioni solitarie e studj inoperosi, faticando sopra libri e modelli, anzichè sopra gli uomini e la natura; ebbero impressioni, non s’ accorsero di avere anima; e perdettero l’impronta nazionale.

Diseredati i comuni, tra gli amori micidiali e le guerre inumane d’amici infidi e di spietati nemici, sotto la servitù straniera, traverso a replicate pestilenze, in faccia agli eculei dell’ inquisizione e alla pubblica accidia, come intonare e conservare le canzoni depositarie delle speranze, delle glorie, degli sdegni del paese, sicchè vincessero il tumulto delle armi e il fragor delle catene? I poeti, assorti nei mali della patria, anzichè osare almeno compiangerli, ne torsero gli occhi, riducendo il canto a una sonora vanità, a un trastullo di melodie or piangolose, or buffe, che si direbbero diretti ad evitar il pericolo di sentire, di far sentire fortemente; e Italia gli intese verseggiare più molli, più lepidi quando essa più soffriva e più invocava i conforti o, se non altro, il compianto de’ suoi figli. Chi ben ama, chi ben sente, chi ben fa, veda quanto sia a congratularsi della gloria che tali poeti procacciarono ingentilendo, come si vuol dire, i costumi dello stolido e scapestrato medio evo.

In questo divorzio dall’incivilimento le lettere duravano ancora quando comparve Giuseppe Parini. Erano dismesse le sguajaterie del secento, quando gl’ingegni, impediti di pensare, si volsero ad acuire parole e stillar quolibeti; donde quell’inondazione di bisticci, di concetti, di metafore, che per un secolo impattumò il nostro paese: ma i cataplasmi arcadici, applicati a quell’eritema, non recavano gran fatto al meglio; perocchè, a riformarsi, non si ricorse alla natura ed all’inesausta fonte dei sentimenti, bensì ai cinquecentisti e al Petrarca, poeta facile a imitare perchè versa in un sentimento universale, mentre erano perdute e l’allegoria e le credenze di cui si rinforza l’Alighieri. Nè già l’arte immortale cercavano nel cantore di Laura, ma i pensieri e la evirata purità, traendone apparenza di classici, non sostanza. In alcuno tu trovi parole pure, giro melodioso, anche nobiltà, e magnificenza di prosa e armonia di verso; ma non mai passione, non quell’eloquenza che viene dal cuore e al cuore va; e in luogo del patetico o del sublime, una fatuità che viene dal non aver meditato il soggetto, avere sforzato la mente a metter fuori qualcosa di nuovo e di vivo. L’epigramma, il madrigale, erano il fondo di quel comporre, palleggiato tra l’affettazione, che è l’iperbole degli ingegni meschini, e l’iperbole, che è l’affettazione degli ingegni belli ma non poetici.

Con molta stima di sè e niuna del pubblico, coll’ ambizione della rima e della frase, coll’evitare di dir le cose naturalmente [4], non riuscivano che a smorfiose fantasie, a una sciatta loquacità, a una parassita eleganza: mettevano l’arte nel voltar e rivoltare un’idea sotto tutti gli aspetti, vincere difficoltà col descrivere trivialmente e indecorosamente ciò che non ne ha di bisogno, voler elevare soggetti triviali e ritrosi col panicciarli di parole sonore e pillottarli di triviale dottrina; perdendo così il bello col mostrarsene in caccia.

Al verso procuravano, non il nerbo vero delle immagini, ma l’artifiziale delle figure, dei tropi, delle ampolle [5]; scontri di rime difficili, circonlocuzioni lambiccate ed eleganziucce leziose, volgarità d’idee, lingua trasandata e insieme stillatrice di parole peregrine [6], o bizzarra di sensi scontorti [7], fuoco mendicato, monotonia rintronante, imitazione a tessello; e dopo il vuoto d’un’affettata pienezza, terminare « con qualche cosa di brillante che avesse l’aria d’un pensiero ». Conseguenza del separar il bello dal vero e dal buono, del cercare la lindura e la squisitezza più che l’affetto e la verità.

Alcuni alla nauseabonda ricercatezza opponevano un’aquosa facilità, che non era l’affabile naturalezza di chi, pieno di cose, le mette fuori a un parto colle parole.

Neppure l’improba pazienza del Crescimbeni o del Quadrio basterebbe a noverare i mille segnati che, simili ad uccelli in muda, alzavano il canto ad ogni rumore, e promettevansi a vicenda gli applausi de’ contemporanei e le corone dell’immortalità. Sono epitalamj ed epicedj; sono sillabe numeriche abbindolate sopra qualche astrusa dottrina, facendone un non so che, scarso pel dotto, inutile per l’ignorante; sono amori e collere non sentite; e sdolcinate aspirazioni a ideali Amarillidi, tutte dal sen d’avorio, dal crin d’oro, dalle labbra coralline, dal ritondetto fianco; sono strali nomi-sempiternanti, imposti all’arco tebano; sono inavvivate pitture d’una Arcadia ove ognuno aveva un nome, e sognava un podere, mentre non vedeva le inesauribili bellezze del nostro cielo, de’ laghi nostri, delle nostre montagne. Fra tante arcadiche descrizioni, senti tu mai quell’entusiasmo che scotea sant’Agostino alla vista del mare, e per cui prorompeva, « Silenzio, sogni della notte e illusioni del giorno! Dio, solo Iddio parli nel silenzio del creato? »

Il gonfio e il buffo, detestabili maniere, prevalevano; e capitoli berneschi, raccolte per nozze, per oratori, per curati, per lauree. per vestizioni. Siccome ora gli imparaticci esordiscono collo sputar tondo ne’ giornali, così allora col far sonetti per raccolte (qual dei due è peggio?), e beato quel che ne conseguisse brevetti d’accademie.

Così la letteratura ritraeva l’abitudine del secolo di considerar ogni cosa superficialmente. Amore, voluttà, adulazione erano le muse di quei poeti; bamboloni pronti a garrire, incapaci di generare, portanti il segno infallibile della mediocrità, l’esser contenti di sè, produrre in fretta, corregger poco o adagiarsi in una boria sfolgorata, che paravasi di spada, parrucca e cipria come nella vita, che gonfiavasi degli applausi prodigalmente ricambiati dalla galanteria allora di moda. Ogni spirito generoso e fin gli energici difetti mancano a quell’eunuca poesia [8], pari al canto d’una mima tutta voci di testa, non una di petto; non un nobile carme che corroborasse gli animi contro la fiacchezza, la qual è la fonte più comune de’ peccati; che acclamasse le utili verità, che penetrasse ne’ recessi del cuore e dell’intelligenza, che racchiudesse un sospiro quale brama il Tevere e l’Arno e il Po, che rivelasse il silenzio irrequieto della speranza: che di là da questa vita, ove tutto è contradizione, mostrasse quell’altra da cui soltanto essa riceve senso e spiegazione.

I sonetti di Francesco Maria Zanotti, buon prosatore, furono posti fra i migliori, e a stento vanno tra i buoni [9]; ma almeno egli, al par del Manfredi, aveva quel fondo di dottrine che mancava troppo ai poeti contemporanei. Chi più guarda il genovese Richeri, lodato per maestà e magniloquenza? o le pastorali del conte Pompei, che vollero paragonarsi a Teocrito e Virgilio, perchè ne copiava i pensieri e l’intonazione? Il conte Paradisi è da alcuni collocato fra i molti grandi vati di quel secolo, e imitava il Thomas negli elogi. Del Casaregi genovese lodarono i sonetti polifemici, dove con verità e con gran difficoltà di rime descrisse i costumi de’ ciclopi. Vettor Vettori ci diede capitoli di gran naturalezza, ma nel migliore di essi quanto è spietato il celiar sopra un suicida [10]! Più placidamente sfoggia i ghiotti lepori Antonio Frizzi nella Salameide. A Vienna vissero Daniele Florio udinese cantando tutti gli avvenimenti di quella corte, assicurato dell’immortalità dal Metastasio; Clemente Bondi, di languida facilità, che pure osò misurarsi col nostro Parini, e dal secolo era reputato un secondo Metastasio, Aurelio Bertola, che trovò modo di esser elegante eppure osceno.

Paolo Rolli, maestro d’italiano alla corte di Londra, dettò poesie avvenentemente vuote, d’una musicale armonia che titilla l’orecchio, ma non arriva al cuore neppure quando rimpiange il terreno nativo. I monotoni Amori di Lodovico Saviòli potresti credere tradotti da qualche contemporaneo di Tibullo; tanto son fedeli al paganesimo. Così di Salomon Fiorentino, così di Jacopo Vittorelli, Anacreonte italiano, che collochiamo fin là, benchè, immutabile tra i cangiamenti del gusto, fino al 1835 sia vissuto incorreggibile cantore di Dori e di Irene.

Usciamo dagli amori utopisti? ecco il Cotta di Tenda in lunga serie di sonetti cantar Dio e le opere sue, perciò affastellando e teologiche sottigliezze e difficoltà fisiche così da non riuscire nè poeta nè scienziato. Come in lui, così soltanto la pietosa intenzione può lodarsi nel quaresimale poetico dello Jerocades, nel dottor Jacopo Agnelli ferrarese che cantò Dio giudice e Dio redentore, e in Pellegrino Salandri (a Milano segretario del Cristiani, poi a Mantova segretario dell’accademia), il quale, abborrendo la mitologia, stese un sonetto su ciascun titolo delle litanie di Maria.

« Novità, novità bisogna », gridarono altri: e come la cercarono? coll’imitare non più il Petrarca, bensì il Di Costanzo; donde la scuola de’ coloristi, non isprovveduti di merito: e il Cassiani e il Minzoni furono idoli della loro età; ma idoli che hanno cuore e non sentono, verseggiano per far versi, e letti che gli hai, domandi a qual secolo appartengano.

Accademie di Occupati, di Cessanti, d’Apparenti, d’Ipocondriaci, di Teopneusti... e tant’altre (Bologna sola n’avea tredici ) radunavansi ad ascoltare orazioni e poesie fatte unicamente per esser ascoltate. In quella dagli Apatisti a Firenze si faceva il sibillone; cioè poneasi in cattedra un fanciulletto, gli si proponeano dubbj e quesiti, ed egli dovea rispondervi una parola sola: allora due accademici scioglievano il problema proposto, dimostrando ch’era giusta la parola proferita da quel fanciullo come da una sibilla.

Quale concetto aveasi della poesia allorchè il Frugoni spippolava contro l’avaro Ciacco sessanta sonetti scritti da ser Lullo, da ser Lallo e da ser Lello, con note di ser Lollo e con una lettera di ser Lillo? e cento sonetti il Casti per uno cui dovea tre giulj? e Anton Maria Borromeo padovano e l’abate Germani lodavano il cane Cocco; e l’intera accademia de’ Trasformati piangeva in versi il morto gatto del Balestreri, un’altra il Pippo cane vicentino? Sulla morte della gatta d’un pittore di Mondovì si stampo una Micceide nel 1780, poi dieci anni appresso una Nuova Micceide, rime di varj, tra le quali la migliore è questo epigramma del De Giorgi d’Alessandria:

Sulla morte d’una gatta

In due tomi ormai s’è fatta

Delle rime più squisite

Un’ iliade. Insuperbite

D’ora in poi sui vostri onori,

Sposi, musici, dottori!

A Venezia s’istituì un’accademia de’ Granelleschi, unicamente per cuculiare prete Giuseppe Sachellari, pessimo verseggiatore, producendovi poesie bernesche, le quali corrispondeano al sordido titolo. In quella città una sfilinguellata di poesie uscì nel 1760, quando il procuratore Marco Foscarini proibì il Pulcinella dopo le ventiquattro ore. Altri s’accordarono per ridurre in ottave un canto per uno del Bertoldo e Bertoldino,e non v’è poeta che non abbia strimpellato il colascione del Berni.

I trionfi però del Campidoglio erano riservati a una risma ancor più bassa, agli improvisatori, alla Corilla Olimpica; al Perfetti, al quale per esperimento furono dati dodici temi sopra le scienze [11].

Intanto il Parnaso, come diceano, s’affollava di alunni delle muse, che non sai se erano persone d’un tempo e d’un luogo, o piuttosto voci e organetti che ripeteano le stesse variazioni sugli stessi temi, nozze, funerali, preti, monache, abiti nuovi, nuovi nati; empiendoli sempre delle solite ferravecchie, l’ arco d’amore, la face d’Imene, le bilance di Temi, la falce del Tempo. Chi non rimò onda e sponda, pietra e cetra, Nice e infelice? chi non chiamò canori gli augelli, lascive le pecore e il venticello, edace il tempo, trisulcoil fulmine, crudele la pastorella,marina Teti, occhibendato Amore,invida la morte? per qual crine reciso di monaca non piansero Venere e Cupido? per qual largitore di pranzi non si scomodarono Mercurio, Giunone, o almeno Momo ed Ebe? qual possessore di villa non fu chiamato Mecenate, e qual principotto non paragonato ad Augusto, e qual poeta a Orfeo e Amfione che calmano i flutti e movono le pietre? per qual venuta di principe non si apersero i tempj della Gloria, del Destino, dell’Immortalità? qual parto fu assistito da Lucina senza che Apollo o Mercurio non profetassero un liberator della patria, un terror degli Ottomani in quel neonato, che vivrebbe placido marchese o scostumato cavaliere di Malta? [12]

Innocenzo Frugoni genovese, condannato a farsi somasco perchè cadetto di famiglia nobile, lottò col bisogno finchè a Parma, fatto poeta aulico e segretario all’accademia di belle arti, trovò agio da cantar tutti gli avvenimenti della piccola e sontuosa corte e dirigerne gli spettacoli. Pronto ingegno, facile estro, buon coloritore ma senza disegno, abborrente dalla lima, per quanto talora volesse sostenersi con una scienza imparaticcia, abituatosi a soggetti comandati, non cercò mai l’ispirazione, neppur nell’amore, anzi neppur nell’ira, cui spesso servì; poveri concetti rinvolse in forma meschina, e mentre avrebbe potuto meritar il titolo di poeta meditando e sudando, s’accontentò di conseguirne senza fatica il nome dagli applausi della buona compagnia. Talor con enfasi, mai con delicatezza, di zeppe e luoghi comuni e fantasie mitologiche farcisce carmi per nozze, per scommesse, per canarini e cagnolette, per piovani, per dottori, per allegria convivale, per campane o pestelli che lo frastuonano, per facoltosi che il convitano; e intingendo in queste rancide panate, diluviò versi a dettatura più che qualsiasi altro dell’età sua tanto verseggiatrice. E questa il considerò capo d’una scuola di acciabattatori di sonetti e poemetti, ove l’ambizione s’associa con una prolissità negletta e una fatiscente sonorità, simili ai fantocci delle vetrine rivestiti di panni sfarzosi, ma dentro sono stoppa [13].

L’Algarotti conte veneziano, Algarotulus comptulus, menò vita di trionfi in Italia e fuori, e scrisse di tutto, e di tutto incompiutamente e leggermente, azzimato sempre e in fiocchi, col belletto e co’ nei, anzichè coi puri e vivi colori della realtà, incastrando neologismi e improprietà accanto a frasi pretensive e arcaiche, con diligenziuccia stitica affettando trasposizioni, parole tronche, cadenze sonore mediante emistichj poetici, lambiccata simmetria [14].

Di questi due e del Bettinelli si stamparono alcuni poemetti col titolo di Versi sciolti di tre eccellenti autori (1757). L’editore mostra intendere dove sta il merito quando dice che costoro «non solo versi, non suoni e rime vane, ma poesia vera, armonica, franca, nobile, colorita e spirante estro e ardimento presentano:... con l’esempio v’ha l’istruzione, non in precetti che l’anime legano nate a volare, ma nel disinganno che le sprigiona”. Poi dandone la ragione e l’analisi, sostiene che la rima, col facile suo vezzo, lusinga i giovani ad una forma senza fondo, che rese senile la poesia; mentre lo sciolto non traendo bellezza che dai concetti, chi vi si applica dee cercare pregi sodi; così aver fatto questi tre, dei quali ricanta le lodi.

Ma in effetto che cos’hanno? prosa numerata, inevitabile ritorno di fantasie facili e smorfiose come le imagini d’un caleidoscopio; coniano vocaboli inutili, o degli antichi alterano la forma e il senso; dilettansi della perifrasi; scambiano le ampolle per fuoco, il gonfio per nobile, il manierato per adorno; all’affetto surrogano circostanze puerili sì da immiserir anche i soggetti grandi. Il contemplare la soffitta eleva il Frugoni a meditar le ragioni del bello, donde poi lo distrae il valletto che entra colla cioccolatta. Il Bettinelli nell’eruzione del Vesuvio descrive i topi snidati [15]. E si offrivano a modello nelle scuole invece de’ classici e in compagnia unicamente del Petrarca.

Poeti, storici, oratori, che costituiscono la letteratura d’una nazione, non la nutriranno di vera e maschia eloquenza se non derivandola dalla pienezza del cuore, dalla dovizia della fantasia, dalla forza del raziocinio, dalla convinzione della verità, dalla unità ed elevatezza dello scopo. Mancando le quali, poeti, storici, oratori davano allora del pari in un floscio e fatuo comporre che non si scolpisce nella memoria e non si dipinge nell’imaginazione; e più non si leggono, perchè troppa fatica costa il legger un libro che nessuna ne costò a chi lo compose.

Il pulpito, unico arringo aperto all’eloquenza, riducevasi a laboriose amplificazioni di sentimenti superficiali [16]. Adeodato Turchi, campione delle idee libere alla francese finchè non divenne vescovo di Parma, con luoghi comuni e con pensieri negletti non men che le parole, declamava senza robustezza contro i filosofanti, gente che le prediche non frequenta, e che non si converte dal pulpito. Più severo e candido ma scarso di pensieri e di movimenti procede Giovanni Granelli genovese, applauditissimo per evidenza d’imagini e autore di tragedie sacre non infelici. Il Trento commoveva per la propria virtù, ma appariva incolto anche quando distraevasi in far quadri. Ignazio Venini s’ affatica di giungere coll’eleganza alla forza; ma trastullasi in descrizioni e in caccia del nuovo, e colle locuzioni sempre in gala non riesce a velare il vuoto di cose. Il novarese Tornielli scrive colto senza affettazione, armonioso senza monotonia, elegante senza ricerca, ma tutto imagini e descrizioni, e il titolo affissogli di Metastasio del pulpito è sua condanna [17]. Il Pellegrini stordiva con un frondeggiamento d’imagini e di figure retoriche, allora applauditegli. In Evasio Leone parver merito supremo il far tronfio anfanato, e l’orpello di descrizioni appuntellate di luoghi retorici. Chi più legge ora i lodatissimi Masotti, Zucconi, Borgo, Nicolai gesuiti, e il Pietrarossa, e Sebastiano Paoli e Francesco Delola bresciano, il cui quaresimale « di quelli che contrastano coi tempi e le vicende, temono le variazioni e gli insulti che il sempre volubil gusto degli uomini introducono nell’amena letteratura e nella sacra eloquenza», come ce ne assicura il Dizionario degli uomini illustri? Staccandola dall’affetto popolare, riducevasi l’eloquenza sacra ad esercitazione accademica e blandizie d’orecchi, in nulla diversa da quella del foro o dell’ accademie; il cuore lasciavasi freddo, la mente impersuasa, la volontà indifferente: voci, voci, ipotiposi e apostrofi; e non la mestizia che è il fondo di quest’eloquenza quando «le sia padre il Vangelo, la Bibbia madre»; e non quello stile nodrito dalle sante Scritture, che espone la parola divina con placida e famigliare dignità, e che

rifiuta ogni ornamento

Se non d’oro e di solido adamante.

Insomma scorgi nel predicatore un letterato che vuol farsi perdonare dal secolo lo stato suo e le massime eterne che è obbligato a promulgare [18].

Un’eloquenza bastarda pavoneggiavasi (a tacer la lucrosa codardia de’ panegirici principeschi) in dissertazioni di segretari o di accademici, e portentosi successi ce ne sono ricordati colla condiscendenza allora consueta. Ma lo sfoggio di amplificazioni e di figure retoriche toglie il rigore scientifico del linguaggio, ingombra l’idea sotto l’inviluppo delle frasi, ruba il tempo al lettore, che ha diritto di venir istruito il più che si può nel minor tempo che si può; l’autore stesso rimane ingannato credendo aver chiarito un pensiero mentre non ha che trovato una frase onde contornarlo; crede averlo scolpito nella mente del lettore quando non l’ha che fatto sonare al suo orecchio.

E nella sacra e nella profana ebbe nome il Roberti conte bassanese. Amenamente floscio, e’ non si stanca mai di voltar e rivoltare il soggetto, e i pochi pensieri rinfronzola di eleganziucce; eppur si fa leggere volentieri per bontà di animo pacato e benevolo, e perchè porge in sè il ritratto dei vizj e delle virtù de’ letterati d’allora e massime de’ gesuiti. Ne’ moltissimi volumi delle brevi opere sue è a vedere come egli incensi a tutte le mediocrità del suo tempo; a Giampietro Zanotti cigno immortale; al Tiraboschi limatissimo;all’Algarotti autore di opere gloriosissime, osservatore religioso di tutte le proprietà della nostra lingua; al Manara vezzosissimo nelle Buccoliche; al Baretti erede dell’armonia di messer Lodovico; al Bettinelli poeta tre volte venusto i cui sciolti sono splendenti, sonori, eleganti, risentiti da capo a fondo per tocchi animosi; e trovi nel Bertóla uno stile più bello della più bella primavera; nel giovinetto Pindemonti forza d’ingegno, vigoria di deduzioni, omerico terrore; nel Masotti un non so che d’isocrateo che diletica soavissimamente; perfino nel Vittorelli idee sublimi; le elegie alla Vergine di Francesco Maria Zanotti crede degne di leggersi nella camera di Mecenate; originale il Tornielli; il Granelli penna onnipotente, sommo, sovrano maestro e in prosa e in verso, nato a trattare co’ re e predicare ai re; il Venini grandioso con robustezza d’ingegno ed energia di stile, maggiore del Segneri, da formar epoca nuova; Quirico Rossi, predicatore non secondo a nessuno. Appena dai bibliografi si sa oggi chi fossero il Berlendis vero genio in poesia, il celebre Scarselli, il Ghedini, padre d’un sonetto maraviglioso; il Tornieri scrittor puro e aureo, e altri molti aurei e ottimi Bresciani [19].

Colla solita aggraziata cascaggine descrive del Frugoni «la fresca e rosea carnagione delle guancie rilevate e sode, e l’unta polverizzata ricciaja della ritonda zazzera posticcia, e il diritto e franco portamento della non grande persona, sostenuta da due ferme gambe, fornite di colmi e ben torniti polpacci»: e dice che all’aspetto d’una bottiglia o d’un pasticcio fumante ringiovaniva. Poi coi complimenti allora consueti lo chiama poeta ore rotundo, altissimo, immortale, divino, e che «le grazie e i giuochi saltellano e scherzano e gli pettinano la zazzera e lo coronano di rose»; tutte frasi, che, come quelle degli usuali giornalisti, si possono accumulare senza aver letto il libro.

E chi non vide quali baciamani si rimbalzassero esso Roberti, il Giovio, il Cerrati, il San Raffaele, Gaston Rezzonico, il quale affollò tutte le quisquiglie del Frugoni in nove volumi, a ognun dei quali, diceva «per la materia e per lo stile potranno i nomi convenire delle nove muse, onde la Grecia intitolò le storie d’Erodoto?» Non erano lodi compre a un tanto la riga, come da poi, ma efflorescenza dell’età cerimoniosa, che faceva ogni lucciola esaltare come una stella, e che non impedivano gli attacchi, ne’ quali però anche l’acrimonia non andava spoglia d’eleganza; a differenza di certi moderni, di cui la stizza non toglie la goffaggine, nè la malignità dissimula l’impotenza.

Vi fu chi sentì l’alito del rinnovamento; e dal favoloso Pindo, ove, sedendo in un aere artificiato, respingeano la verità della vita abituale per fingersi quella de’ Greci e dei Romani, ed obbliavano la natura per un ideale capriccioso, alcuni poeti s’affacciarono alle realtà, conobbero esservi a far meglio che non intarsiare pensieri altrui in altrui frasi; ma, pur aspirando a rinnovellati, non aveano ben determinato il fine della letteratura, nè conosciuti i mezzi di raggiungerlo. Melchior Cesarotti da moltiplici studj sui forestieri imbevve buoni concetti intorno alla letteratura, senza però assimilarli nè farsene pro; e gonfio di vacua sonorità, osò fare alle braccia coi sommi, e credersene trionfante. Erettosi caposcuola coll’imitare, ai circoli veneti, piacentisi della coltura facile come i parigini, innoculò il gusto francese; dettò relazioni accademiche non nojose, e con gusto giudicò i contemporanei: insensibile però alla atletica nudità della letteratura primitiva, non solo la condanna d’aver fatto male, ma, ben più temerario del Bettinelli, mostra in che modo avrebbe dovuto fare; come di prosa affettata Demostene, così di turgida poesia rimpinza le austere forme di Omero, e guardandolo nel senso men filosofico, cioè non vedendo civiltà che nel raffinamento, ne smorza le magnanime audacie, torna dignitosi gli dei, ragionevoli gli uomini; surroga l’urbanità all’eloquenza, il cerimoniale all’imaginazione, e al colosso applica il panciotto e la parrucca. Meglio riuscì con Ossian, dove impunemente poteva manciparsi, ed ornare a suo modo le mediocrità del Caledonio, che gli illusi contemporanei faceano superiore ad Omero e ad Isaia [20].

Senza gusto per la semplicità e per l’eleganza naturale, voleva anche la lingua si ringiovanisse coll’accogliere vocaboli e forme non solo di ciascun dialetto ma degli stranieri, cioè de’ Francesi [21].

Era un’altra espressione del vacillare dei nostri, dachè, abbandonata la popolare infallibilità, braccavano le orme altrui. Taluno ergeasi sovra quel vanume di scribacchianti? eccogli in coda un pedissequo pecorame. L’abate Chiari scombichera lussureggianti svenevolezze, e dietro a lui uno sguazzare di romanzi morali, sentimentali, sciatti e melensi. Dietro agli esangui tre eccellenti diluvia la pomposa miseria de’ versi sciolti. Sazio del Pindo e di Tempo il Cesarotti volgarizza baldanzosamente il finto Ossian, e le Muse italiche più non ridicono se non nebbie e aquiloni e fantasime e figli del mare e abeti e arpe scosse dal vento e vaporose melanconie, credendo emancipazione il cambiar livrea.

Non altrettanto profittava l’esempio de’ migliori, perchè a imitar i buoni nel lodevole non bastano perplessi voleri. Da ciò, miserabile sintomo di deperito carattere nazionale, l’universale influsso francese, che rivelavasi vuoi nel Metastasio, che da Quinault, da Corneille, da Racine, toglie a prestanza concetti e intere orditure; vuoi ne’ contro-versisti, massime di Napoli, che dai propugnatori della libertà gallicana cercavano argomenti a favor dei re contro i papi; vuoi negli economisti che ripeteano senza discernimento le teoriche straniere. Fabbriche, pitture, drammi, satire, romanzi nostri attestano un fastidioso infranciosamento. Quanto veniva di Parigi pareva un oro, e beato chi primo ne vestisse le mode, comunque a noi disadatte; commedia francese recitatasi a Venezia; un giornale francese usciva a Bologna nel 1781; il Parini bersagliava i nobili che non confessavano merito se non in ciò che scendeva d’oltremonte, fosse il sartore o una tesi filosofica; Scipione Maffei nel Raguet poneva in burletta cotesti che il parlare patrio lardellano di smorfie francesi; il Cesarotti trova che «la biblioteca delle donne e degli uomini di mondo non è che francese»; il Chiari si lamenta spesso che pensa francese chi nacque a Milano, che pare credano nulla si stampi in Francia di cattivo,che le donne il parlar tosco ignorano per balbettare francese; e soggiungeva: «Abbiamo preso degli stranieri gli abiti, i linguaggi, i vizj, ma non però spogliati i pregiudizi innumerabili nostri ». Di Francia venne il costume che, dotti e indotti, con intrepida fatuità sentenziassero d’arti belle; di Francia quello d’intarsiare un gergo matematico ai ragionamenti, perfino di materie morali; di Francia quello di derider quanto era riverito per antichità o per santità, e porre bersaglio a leggeri sarcasmi le cose più venerande.

Alcuni scrittori si preservarono dal forestierume, quali Lorenzo Pignotti che lasciò molte favole sbiadite, ma graziose, talvolta anche naturali, ma più prolisse che questo genere non comporti; Aurelio Bertola, che ne fece di più semplici, ma meno eleganti; il Leonarducci che nella cantica della Provvidenza, e meglio Alfonso Varano nelle Visioni, rinnovellarono il culto di Dante [22]. E Dante redivivo fu questi salutato da’ contemporanei, benchè la monotonia del concetto, la dignità affettata e le prolungate descrizioni l’allontanino sì gran pezza da quel sommo. Giancarlo Passeroni nizzardo, con un’anima tutta candore e semplicità, sentì che la poesia poteva elevarsi a qualche nobil fine [23], e descrivendo con lepidi anacronismi la Vita di Cicerone [24] in centun canto e undicimila e novantasette ottave, si fece strada a pungere i rei e far migliori i tempi [25]. Col confidente abbandono delle immagini e dello stile, più somigliante a ciarla che a scrittura, alletta il lettore, mentre berteggia i mali vezzi del secolo, ma senza fiele, che fiele non avea quel dabben sacerdote. Però quella dilavata prolissità, quella floscia agevolezza d’improvisatore, tante locuzioni insipide, sfiancate, inurbane fanno cascare di mano quella pirlonea; mentre l’amor proprio s’impenna al diretto moralizzare, poco diverso da quel che dai pulpiti suona negli orecchi senza toccare l’anima, appunto perchè troppo si libra sull’universale [26].

Questi ed altri sentirono gl’impulsi del secolo; e se anche non li ajutarono, li secondarono colla perseveranza che nasce dallia persuasione, vuolsi lor sapere grado perchè, educando la poesia ai sentimenti onesti, le aprissero la via ai generosi. Giambattista Casti negli Animali parlanti e nel Poema tartaroaddobbò di versi le politiche dottrine: ma oltrechè ristucca un apologo interminabile, poco sostenuto da vezzi di stile, non porrem mai tra i fautori della civiltà quel Fauno procace [27] che sbordellò l’ingegno a spinger al vizio la già troppo proclive natura, e passava di corte in corte, da Giuseppe II a Caterina di Russia, accattando danari ed applausi con un altro genere d’adulazione, qual era il dir male con ciascuno di tutti gli altri, e col ripetere le sue novellaccie, finchè a Parigi morì d’indigestione; caro a quell’aulica ciurma per cui la poesia era un passatempo e il poeta un buffone [28].

Con migliore successo Carlo Goldoni veneziano riformava il teatro, preda d’impresarj e di compagnie dell’arte aspiranti solo a trar gente col blandire i gusti volgari. Pochi furon meglio dotati di spirito osservatore e di vivace naturalezza d’esposizione: ma egli copiava un piccolo mondo, differente dalla restante Italia: scriveva in una città dove la scostumatezza era sistema; e la libertà impedita dalle aristocratiche paure: sicchè, costretto a chiuder gli occhi sui pubblici difetti, e non insinuare maschie virtù, pennelleggiò i vizj, anzichè li riprovasse.

Sarebbe eccessivo rigore il pretendere tragica dignità dal Metastasio, divenuto tipo de’ melodrammatici. Gl’intrecci egli geminò e fin triplicò; ogni tratto riconoscimenti per mezzi posticci; frequentissimi gli a parte e i monologhi obbligati; le passioni brancica non ritrae, limitandosi a tratti generalissimi, senza divario di paese o d’età: costretto dalla celerità del componimento a esagerar i sentimenti, l’eroismo muta in valenteria, l’amore in leziosaggine. Pure con arte egli guida le situazioni, e conoscendo a meraviglia la decorazione teatrale, ritrova luoghi convenientissimi e colpi di scena decenti.

L’autore del Temistocle e del Regolo Attilio era certamente capace e degno di esprimere sentimenti generosi; ma l’opera in musica era stata inventata ne’ primordj del servaggio italico per inorpellare la voluttuosa mollezza de’ signorotti, e per fare che i popoli nè ricordassero, nè desiderassero; e il Metastasio, anima onestissima ma debole, non seppe, o non ardì volgerla a nuovo colle, e si sdilinquì in adulazioni ai Titi e alle Semiramidi d’allora: sposò l’eroismo, la gloria, la virtù ad una folla d’amori, a tutte le blandizie della vita; subordinando l’arte allo squisito senso musicale, col languor monotono, la grazia accattata, le puerili frasi rintronanti sdulcinò la lingua: divenne il poeta del cuore, il poeta delle donne,

E d’ogn’alma a suo talento,

D’ogni cor la via s’aprì:ma la patria gli sa malgrado di avere, con sì illustre esempio, confermato il melodramma nel dannoso uffizio di snervare e spensierare gli Italiani [29]. Non ancora l’Alfieri aveva brandito il terribile

Odiator de’ tiranni

Pugnale, onde Melpomene

Lui fra gl’itali spirti unico armò [30];

nè aveva fatto fremere le scene di conformità a quel suo detto: «Io credo fermamente che gli uomini debbano imparare in teatro ad esser liberi, forti, generosi, trasportati per la vera virtù, insofferenti d’ogni violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei proprj diritti, e in tutte le passioni loro ardenti, retti, magnanimi» [31].

Vero poeta, malgrado la gracilità delle sue prose, era nato Gaspare Gozzi, e inteso dei fini della poesia, della quale or flagellava atrocemente i difetti [32], ora li commiserava; e veniva raccomandando la semplicità, che è già tanta parte del bello, e diceva:

I poeti son oggi Salmonei

Che imitan Giove nel rumor de’ tuoni,

La poesia è lampi e nuvoloni....

Cantate solo quando il cor si desta:

Non vi spremete ognor concetti e sali

Collo strettojo, fuori della testa.

Studiate i sentimenti naturali,

E fate che uno stil vario li vesta,

E che or s’alzi al bisogno ed ora cali...

 Avrò sempre a dispetto

Quell’armonia che ognor suona a distesa,

Come fan le campane d’una chiesa...

Pajon belli gli stili rattoppati

Di più pazze figure e tropi strani.

Io dico: Meglio parlano i villani,

Che non hanno Aristoteli studiati.

Chi vuol ben favellar, vada alla scuola

Di semplici villani e villanelle,

Le quali dicon quel ch’han nella gola

Ogni pensier fra loro ha sua parola,

Senza tante metafore e novelle.

Amari casi costrinsero il Gozzi a vendere stilla a stilla un ingegno singolare, e provvedersi di pane collo scrivere su soggetti allogatigli da libraj [33]; simile alla rondine, che, quantunque donata di robuste ale, non può spaziar per l’aria se i pulcini a becco aperto le richiedono cibo. Il vivere poi sotto una oligarchia che non soffriva si discutessero le pubbliche cose, lo obbligò a restringer in piccola cornice i quadri de’ suoi Sermoni, l’opera di lui più squisita, e la sola di quel secolo che possa mettersi a riscontro del Parini sì per l’arte del verso, sì per l’ironico sorriso nodrito di mesta meditazione.

L’arte critica.

Opere polemiche e precettive del Parini.

V’ha tempi (il lettore dovrà cercarli molto lontano?) ove, colla sterilità del comporre o colla fecondità di soli aborti, si accoppia una critica di intenzioni, o almen di pretensioni elevate. Tale non possiamo dire quella d’allora. Lo Zanotti per una dama dettò precetti poetici, che il Parini appaja ad Orazio e ad Aristotele, eppure fa la poesia «arte di verseggiare a fine di diletto»; la comedia «rappresentazione di qualche lieto avvenimento, diretta a volgere gli animi a festa e riso»: insomma non vede che forma e superficie. Quel Lodovico Muratori [34] che con venerabonda riconoscenza sarà sempre ricordato dagli storici d’Italia, e che in materie variatissime portò una rettitudine di senso che supplì e all’erudizione e al gusto, nella Perfetta poesia ci dà come ristoratori del buon gusto il lodigiano Lemene e il Maggi milanese [35]; quegli madrigalescamente sfibrato e fanciullescamente ricercato, questo robusto ma non bello scrittore, giustamente riprovato da Scipione Maffei, che pur da esso Muratori era dichiarato « il campione più vigoroso e coraggioso della letteratura d’ Italia » [36] .

Non nominerò il Bisso, che dà la ricetta per ogni sorta di versi e di componimenti, e dice che « i rimarj bisogna sempre averli alle mani ».

I critici non avevano ancora adottata dal Voltaire l’erudizione ipotetica e francamente mentitrice; il suo motto Glissez, mortels, n’appuyez pas era ancora divenuto l’impresa di quello stormo di giornalisti che da poi annuvolò e il buon gusto e il buon senso. Pure anche allora sorgevano o paradossali arditi, o sfrontati censori, che turbavano il galante accordo degli applausi; donde nasceano di quelle baruffe mercatine, che, a spasso della plebe, rinnovano troppo spesso gli Italiani.

Il padre Teobaldo Ceva torinese pubblicò una raccolta di sonetti con critiche osservazioni, ed una dissertazione intorno al sonetto in generale. Preteriamo la poca sua modestia d’inserirne sei di propri. Girolamo Tagliazucchi, che preparava una raccolta di poesie e prose per le scuole, gli suscitò nemici, e il dottor Biagio Schiavo da Este pubblicò contro di lui il Filarete in due tomi; il Ceva e suoi amici risposero, e per quanto si intromettessero il Quadrio e lo Zanotti, non si potè impedire una villanissima avvisaglia.

Più aspro battagliero fu il gesuita Giulio Cesare Cordara alessandrino, che in dieci dialoghi battè la smania delle usanze straniere; volle tentar novità, quando sì poco vi si aspirava, coll’introdurre egloghe militari, che scrisse in italiano, poi tradusse assai meglio in latino, lingua dov’ebbe stupenda abilità. E son famosi i suoi quattro sermoni [37], ove col tono di Giovenale scarifica la ciarlataneria de’ falsi eruditi. E gli eruditi vi si riconobbero, e il destato vespajo si attaccò a lui non solo, ma a tutti i gesuiti, sinchè Clemente XIII ordinò a questi di più non rispondere. Rimedio eroico!

Apostolo Zeno, il felice precursore del Metastasio, appuntando la presuntuosa biblioteca di monsignor Fontanini, mostrò vastissima erudizione letteraria, e nelGiornale de’ Letterati giudicava con acume senza invidia, e si teneva in corrispondenza coi migliori di tutta Italia.

È dalle nostre storie letterarie dimenticato Pietro dei conti Caleppio di Bergamo (1693-1762), che istituì un non triviale Paragone della poesia tragica d’Italia con quella di Francia (Zurigo 1732). Alla quale appone la scarsa dignità de’ protagonisti; le passioni amorose attribuite anche agli eroi che n’erano meno suscettibili, e nelle posizioni ove meno vi si poteano abbandonare; la complicazione degli accidenti sostituita al patetico delle situazioni: di rimpatto la trova superiore alla nostra nell’intreccio, nelle esposizioni de’ precedenti e de’ fatti che non succedono sulla scena; nei mezzi che preparano, sospendono e conducono alla catastrofe. Riprova lo stile delle tragedie italiane, ma anche nelle francesi trova censurabili i concetti, e l’abuso di figure, le inutili parafrasi, i superflui epiteti, cose tutte disdicevoli allo stil naturale: e appunta molti pensieri ed espressioni di Corneille.

Uom si sgomenta a pensare qual immensa fatica dovesse costare la Storia Letteraria al gesuita Tiraboschi, bergamasco, professore a Brera; e si dubita che una vita sola basti a scorrer tanti libri, verificar tante date, appoggiare ogni asserzione. Eppure esso non vi durò che undici anni. Ma così attento e fin disutilmente nojoso nel verificare nomi, date, edizioni [38], con un cicaleccio di forme si poco variate, di passaggi e connessioni stentate, di lingua negletta, non discerne il genio dalla mediocrità, tutti trovando grand’uomini;mai non penetra sotto alla buccia, nè trae ispirazioni dai libri che pur leggeva coscienziatamente; deduce il merito d’un autore dalle lodi che gli si diedero, fosse pur dall’amico e fin dall’editore, o sull’epitafio o nell’orazione funebre [39]; sfrantuma le scienze e gli autori; non informa delle opinioni di questi e del merito relativo; non s’accorge che attorno a loro si moveva un’intera società; non osserva che cosa ciascuno avesse ricevuto, e che cosa contribuito al proprio secolo: nè da tanti volumi morti seppe ricavare i rimasugli e testimoni della vita, nè mai elevarsi a quel punto di prospetto, donde si coglie l’unità armonica. Appuntato di irreligioso dall’inesorabile padre Mamachi, entrò nella propria coscienza, e si tenne sicuro. Appuntato di avere tocco il Petrarca, egli professa che questo è l’idolo suo, il suo eroe, e d’idolatrare il canzoniere [40]: riconvenuto d’alcune opinioni, non osa disdire ai suoi critici; e perchè questi talvolta sono diametralmente opposti, e’ si duole « di non poter corrispondere alla loro gentilezza col dar ragione ad ambe due » [41]: tant’ era di gusto mal sicuro [42].

Oppositori pungenti trovò gli spagnuoli Lampillas ed Arteaga, che tolsero principalmente a scagionare i lor nazionali dalla taccia di corruttori del gusto. Erano essi di quei gesuiti che, cacciati di patria, qui ne cercarono una nuova, e ne adoprarono la lingua in modo da porsi fra’ nostri. De’ quali [43]  è qui memorabile l’Andres, che diede l’Origine e Progressi d’ogni letteratura, baldanzoso assunto, sostenuto con estese ma superficiali cognizioni; e poichè egli sentenzia senza recar nè i motivi de’suoi giudicati, nè esempj per poterli accertare, il lettore pochissimo profitta, nè impara l’indole generale delle nazioni o quella dei particolari autori. Il Lampillas fece un saggio storico sulla letteratura spagnuola; l’Arteaga la Storia del teatro musicale, dove trova la lingua nostra pusillanime, e nella prosa mancarci «uno scrittore che riunisca i suffragi della nazione»: e ripete che la letteratura non dev’essere «ministra di divertimento e di piacere» ma «stromento di morale e legislazione».

Pensate come se ne scandolezzarono i pedanti! Ed è notevole come tali ardimenti venissero da gesuiti, ai quali pure apparteneva Saverio Bettinelli. Franco pensatore, in corrispondenza col Voltaire [44], egli in un poemetto derise il farnetico delle raccolte; nella tragedia Serse ardì far comparire l’ombra di Amestri; nel Risorgimento d’Italia diede una storia mediocre, ma la migliore di quel tempo. Fu uno dei tre eccellenti, e ai costoro versi egli antepose certe lettere di Virgilio dall’Eliso, ove loda il Petrarca con riserbo, schiaffeggia i belanti petrarchisti; fa una scelta rigorosa dei poeti; per migliorarli suggerisce di decimarne il numero, non imitino troppo, e s’abbandonino alla natura; chiudasi l’Arcadia per cinquant’anni; le accademie non ricevano se non chi giuri voler essere mediocre tutta la vita; pongasi un grave dazio sulle raccolte e sui giornali. Ma il mondo, che non studiava Dante, s’infierì allorchè egli malmenò Dante: ed oggi pure egli ne resta in abominevole nominanza presso coloro che nè Dante leggono nè lui. Noi, che non sappiamo scandolezzarci di chi esercita il prezioso diritto di giudicare in luogo di credere, molti de’ suoi appunti troviamo veri, troviamo anche acuti; se non che ha il torto di arrestarsi sulle particolarità dove era necessario guardasse l’insieme; fa da Virgilio criticar l’autore che più si scosta dalla virgiliana armonia, misurar i nettunici passi del genio colle regole del minuetto. Ma forse più largo campo presero i molti che lo confutarono, non eccettuando l’ingegnoso Gaspare Gozzi? [45]

Tutti già mi suggerite laFrusta Letteraria, forse il solo giornale che rimanesse di fama popolare. Giuseppe Baretti torinese [46], autore di capitoli, ch’egli stesso confessava non valer nulla più dei tanti altri contemporanei, e di viaggi in lettere rinzaffate d’accidenti minuti e generici e di leggera osservazione, ma care per spigliato e rapido stile, il che rende poi incomparabili le sue famigliari, cominciò in Venezia a sparnazzare le posticce immortalità, e menare la metaforica sua sferza rabbiosamente addosso a tutti que’ moderni goffi e sciagurati che andavano tutto dì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e pròse e poesie d’ogni generazione, che non hanno in sè la minima sostanza, la minimissima qualità dà renderle o dilettose o ragionevoli ai leggitori e alla patria ».

Qual nobile arringo se egli avesse guardato a qualcosa più che la forma; se avesse compreso l’importanza della franchezza e della sincerità nell’arte; se alla sensata intuizione avesse accoppiato alti sentimenti, veder largo, le corroboranti ispirazioni del patriotismo! Certo egli è lontano dall’impertinenza di quel fu nostro contemporaneo che introdusse di giudicare venti, trenta opere per ogni articolo di giornale, ma quanto poco non sa egli! come sprezza ciò che non comprende! come abusa della beffa invereconda contro gente da tanto più di lui! come s’abbandona a irosa ed invida personalità, e tutto riferisce a sè stesso, senza discernere tempi e studj! Di Dante dice grossolanità non minori di quelle del Bettinelli: il Filicaja pe’ suoi sonetti all’Italia crede degno «d’una buona staffilata sul deretano, per ogni verso»: nel libro Dei delitti e delle pene non vede che «una cosaccia scritta molto bastardamente» e confonde il Beccaria cogli Algarotti, coi Chiari ed «altri tali balordi che non sanno neppur mediocremente la lingua del paese» [47]; il Verri gli è «un sacciutello che crede saper tutto e non sa nulla; una bestia piena d’albagia come d’ignoranza, che mostra d’aver avuto dalla natura un buon pajo di calcagna da ballerino, non una testa da politico e da filosofo»: il Caffè, «una delle più magre bullonerie che si possano leggere»: gli autori di esso «invincibili ignoranti» e peggior di tutti il Verri, cui intima che «ci vuol altro per aggiunger all’altezza di scrittor periodico», e protesta volerlo «render tanto ridicolo da fargli maledire chi gli ha insegnato l’alfabeto» [48]. Del nostro Parini ammira il verso, ma l’esorta a ridurre i suoi sciolti in ottave o terzine; e in ottave o terzine volea si scrivessero le tragedie. Trascina alle gemonie come un pappagallo senza ingegno quel Goldoni, che porrem sempre in testa ai comici nostri [49], mentre è dimenticato quel Carlo Gozzi ch’esso tentava opporgli come il genio più meraviglioso dopo Shakspeare. Frate pazzo, frate birbologo, scimunito arcade, sozzo majale e tal altri abomini sputa sul padre Appiano Buonafede, uomo eruditissimo e scrittore vibrato e agevole, il quale trattò temi seriissimi, come Delle conquiste celebri esaminate col diritto naturale delle genti, impugnando La ragione delle spade; la Storia critica e filosofica del suicidio, e principalmente la Storia ed indole d’ogni filosofia, dove gli autori e i sistemi sono giudicati con lealtà e indipendenza [50].

Que’ triviali che cantano come i giornalisti intuonano, presentino il Baretti come introduttore del buon gusto; a smentirli basterebbero coloro che nominammo fin qua, basterebbe il Parini, che in sieme col poetico unì il merito critico. Perocchè s’inganna chi del gusto fa l’opposto del genio. Il genio è il gusto nel suo impeto creatore; il gusto è il genio nell’esercizio di sua scelta; e l’un e l’altro sono un’impulsione quasi instintiva a preferir il bello, sebbene con diversa intensità. Nè mai il gusto impacciò un talento vero o un’emozione sincera; e mal si reputano essenza del genio quelle irregolarità, che provano soltanto come allo spirito non basti forza per giunger alla meta senza traviarsi nel corso.

La lingua è la nazione; onde non è meraviglia che così spesso gli Italiani tornino a questo campo: che se i grammatici ne fecero l’arena di corse di nani, i forti pensatori vi si addestrarono, massimo quando restavano rimossi da più serj argomenti.

Son molte e non tutte letterarie le ragioni per cui la lingua nostra non potè mai ridursi una, viva, popolare, e rimase stiracchiata fra pedanti e libertini. La Crusca dormiva sul suo frullone; alcuni seguitavano la facile fatica di spogliare classici per impinguare d’inerte opulenza il dizionario [51]; e mentre da una parte non si ammetteva purezza fuor de’ vocaboli catalogati, da un’altra disputavasi al dialetto migliore il diritto di lingua nazionale.

Dachè il Boccaccio sviò lo stile italiano da quella semplicità che è propria de’ linguaggi analitici moderni, e in cui già sì cari esempi aveano dato Dino Compagni, i Villani ed altri trecentisti, in due scuole si divisero gli scrittori. Gli uni vagheggiano la naturalezza, persuasi che non sia lingua se non la viva e parlata; che lo scrivere sia un pensato conversare, e perciò deva imitar quelli che ben parlano, con forme naturali di costruzione, e tenendo serva la parola al pensiero. Gli altri aspirano a un linguaggio appartato, creazione degli scrittori e delle accademie; donde frasi e parole d’uso riposto e impopolare, e giro di periodo artifiziato, e cumulo d’incisi, che sarebbero ridicoli nel discorso, e si credono eleganza nella scrittura. È noto come sul Boccaccio armeggiassero i retori del cinquecento; ma mentr’egli rimase l’idolo degli uni, altri o col Baretti s’indispettiscono di “que’ periodi che prendono tre miglia di paese”, e conchiudono che “la lingua adoperata da esso sia per lo più ottima, e il suo stile per lo più pessimo”; o col Giordani pronunziano che esso e il Bembo “dislogarono le ossa e le giunture di nostra lingua per darle violentemente del latino le forme che meno le si confanno”; o con Ugo Foscolo che “la troppo ammirazione pelDecamerone insinuò nella lingua infiniti vizj, più agevoli a lasciarsi conoscere che a riparare; e guastò in mille guise e per lungo corso di generazioni le menti e la letteratura in Italia [52].

Quindi anche due maniere di critici; gli uni vogliono cose, fin a negligere la forma, ignorando l’intimo nesso del pensiero colla parola, e come non si dia nettezza di concetto senza precisione di forma; gli altri valutano il parlar d’un uomo, non l’uomo dal suo parlare, e un’idea triviale od anche falsa stimano meglio che una insigne e nuova, espressa meno perfettamente.

I filosofi milanesi, intenti ad allargar i confini della lingua, pretendeano ciascuno potesse scrivere come gli cadeva dalla penna, fossero poi i modi italiani o latini o tedeschi, e ne diedero precetti ed esempi nel giornale del Caffè [53]. Libertinaggio indegno di chi abbia polso di patria carità, che, accusando di povertà la propria favella prima d’averne cerche le ricchezze, avrebbe recato a non poter essere più intesi.

Il Parini invece, Pier Domenico Soresi di Mondovì, buon grammatico e autore di poesie e novelle, precettore in casa Serbelloni; Carlantonio Tanzi, Teodoro Villa professore d’eloquenza, veneravano i classici, voleano in essi si studiasse, ma senza farsene plagiare, senza per essi repudiare le forme viventi e le parole sopravenute colle nuove cognizioni.

Il padre Alessandro Bandiera senese, scontento del metodo d’istruzione de’ gesuiti, abbandonò questi, e compose nuovi libri da ciò. Fra questi nel 1756, stando maestro a Milano, ne diede fuori uno De’ pregiudizi delle umane lettere, ove unici modelli del bello stile proponeva il Boccaccio e sè stesso. Quale abbiam noi migliore oratore del Segneri? il quale diceva essersi contenuto “dentro i limiti di quella facilità così difficoltosa che rende il dire quasi simile ad un cammino, fiorito no ma agiato ed andante. Questa nettezza (soggiungeva), se ben si mira, è ordinata non a lusingar l’uditorio ma a rispettarlo”. Or bene il Bandiera l’appuntava di scarso sapore, e pigliatone qualche brano, lo raffazzonò con frasi svenevoli e col contorto periodar boccaccevole.

Spinto da’ suoi compatrioti e dal proprio sentimento, il Parini calò nell’arena a ribattere il soprassapere del Bandiera [54]: e questi, picco nel vivo che un novellino alzasse la voce contro lui autore di venti tomi [55], “prese a soperchiarlo con rusticane beffe ed amari dileggiamenti, quasichè tali avessero ad essere le armi delle onorate persone e massime delle religiose” [56]. Il Parini, convinto che “solamente nelle battaglie sta la vittoria a favor di colui che riman padrone del campo; ove nelle dispute letterarie colui vince che di più valide ragioni è fornito”, oppose alle diatribe quel che bene stava, silenzio e disprezzo [57].

Più lunga favola a dire è la capiglia con Paolo Onofrio Branda barnabita, già suo precettore di retorica [58]. Si costumò fino ai di nostri di finir l’anno scolastico con certe accademie, ove gli studenti declamavano al pubblico componimenti preparati dai maestri: quasi volesse attestarsi che aveano esercitato solo la memoria, e in materie che poco il meritavano. In quella del 27 agosto 1759, il Branda fece recitare da’ suoi discepoli un dialogo, ove, nel lodevole intento di esortarli a studiar il toscano, trascendeva da retore nelle esagerazioni; e levando a cielo, non che il parlare, ma e l’aria e i costumi e i luoghi e il volgo di Toscana, gettava nel fango i Milanesi, dicendone il dialetto una sconciatura, atta solo a far ridere; le ville più magnificile perder al confronta non solo del lung’Arno, ma fin delle “siepi di sempre fresche ed odorose mortelle incespate e intessute”: le donne d’altro non curarsi che di cuffie, merletti e malattiucce: i popolani esser gaglioffi pascibietola scimuniti [59]; e chi in quella lingua componeva “versi per far ridere gli scioperati, e per ridere anch’essi della babuassaggine di chi sta loro ascoltando a bocca aperta”, mandava a coronarsi nel borgo degli Ortolani. Avesser anche presa, tali accuse erano fuor di luogo, erano intemperanti, nè è meraviglia se seppero dell’agro al popolo di Milano. Il Branda, per giustificare il primo dialogo, ne pubblicò un altro, sottigliando in distinzioni: «ma dove l’errore è palpabile, le giustificazioni e le scuse non servono; ci vogliono confessioni e pentimenti» [60]. Fatto fu che dapprima si lesse sui canti della città un cartello:

Esortazione a frate Branda barnabita di ricoverarsi a Firenze.

Sai che si dice, chi la fa l’aspetti.

Bellinc, Son. 91.

Milano, a spese pubbliche :

poi vi tenne dietro una scrittura del nostro Parini [61], il quale poi doveva essere censore ben più severo delle costumanze milanesi. Il guanto da lui gettato fu raccolto; il Branda non tardò a rispondere, il Parini ripicchiò in un foglio volante, poi in una seconda lettera [62]; ma già nella mischia aveano pigliato impresa gli amici dei due: di qua gli scolari finti o veri del frate, di là principalmente i Trasformati [63] e la Badia de’ Meneghini; da una parte il Rifiorito, l’Accorto, lo Svegliato, l’Ingegnoso produceano in rivoluti periodi le autorità di Cicerone, di Quintiliano, di Orazio, di quegli altri di cui i pedanti si valgono a spauracchio della libertà: dall’altra il Beltrame, il Domenico parrucchiere (Meneghin Peccenna), el Scanscin, el Struzapolenta, el Tizziroeu, el Mennapes, il Quartuccio Pintone sfavillavano di locuzioni triviali, di proverbj da taverna, di versi del Maggi, e in cinque mesi fioccarono ben settantaquattro opuscoli tra milanesi, italiani e latini. In quella sfucinata, d’ingiurie non si fe sparagno; il Branda chiamava il Parini e i suoi «autori d’un carattere molto deforme, che hanno gettato via ogni verecondia nello scrivere, bocche sucide, lorde, stomacose e malediche»: un altro toglieva a provare che il Parini è un vero matto [64]: gli avversarj si scanagliarono altrettanto; e il bollimento non ristè fin quando la censura mozzò ogni stampa su quel proposito.

Il nostro Parini; quantunque si mostrasse men arrabbiato perchè meno impotente, pure fu lungi dalla mansuetudine di sapienza che sta così bene al letterato, e rincresceasi dell’essersi tramesso in quell’affare. I libelli ispirati da puntigli e da privati risentimenti nascono morti, e abbastanza monumenti abbiamo noi, che, strappateci le armi, conservammo l’astio; e ringhiosi veniamo a sfide di vituperi, come un giorno a battaglie di sangue. Ben fu dunque il non riprodurre nelle opere del Parini questi opuscoli, dei quali però la candidezza di stile inaffettato e chiaro [65] fa singolare contrasto colla bolsa locuzione, pompeggiante di frasi e vuota di sentenze del Branda [66]. Noi non assentiamo colle sue dottrine in fatto di lingua, e solo il puntiglio potè recarlo non solo a scusare, ma a lodare coloro che scrivono in dialetto milanese: dialetto che era troppo lontano dall’aver mostrata la sua potenza anche nel serio come fece col Grossi [67]. Solo rammenteremo che conchiude esortando il Branda a “trattenere i suoi scolari con materie che sieno vantaggiose prima al loro cuore e poscia alla lor mente. Così apprenderanno essi che la verità debb’essere il fine a cui dee spezialmente tendere l’uomo di lettere: che la vera eloquenza non consiste già solo nelle parole, e in quelle che si chiamano lascivie del parlar toscano, ma più assai consiste nella robustezza delle ragioni e nella bellezza de’ pensieri: e finalmente che la prima scienza che insegnasi, e che conseguentemente si dee imparare nelle scuole, si è il buon costume, la sincerità e la moderazione. Che dobbiamo noi altro fare a questo mondo fuorchè cercar d’illuminarci vicendevolmente? e perchè ne concede il cielo più lunghi dì, se non perchè apprendiamo a diventar ognora migliori? [68] .

Oggi chi dice critico intende giornalista, ma allora la stampa periodica, questa potenza mescolata di bene e di male, senza della quale la libertà non può vivere, e con la quale è difficilissimo mantener l’ordine, appena era al balbettare. I giornali letterari si restringevano a dar un estratto dell’opera più o meno scarno, e un giudizio per lo più benevolo, atto opportunissimo quando scarsamente diffondeansi i libri; mentre oggi ogni articolista pretende improvisar un libro nuovo sopra il libro che giudica. Era uscita nel 56 e 57 una Raccolta Milanese, dove s’inserivano scritti inediti, povera d’interesse. Meglio valsero gli Opuscoli e Nuovi Opuscoli. Dal 1772 al 76 il Galeazzi stampava una Gazzetta Letteraria, ove si dava contezza di opere nuove, con giudizj in gran parte dedotti da giornali forestieri. Vuolsi la dirigesse il Parini, ma sarebbe difficile riscontrarvi la sua mano. Anche una Gazzetta politica compilò alcun tempo, coll’epigrafe Medio tutissimus ibis; genere anche questo ben lontano dal despotismo che or vi esercitano alcuni, i quali, senza garanzia d’elezione, nè altro merito che l’impudenza, s’intitolano rappresentanti dell’opinione di cui non sono che corruttori,  ed  esercitano  la tirannide  più  stolida,  quella d’impor  agli altri come  devano pensare [69].

Chiamato alla cattedra di eloquenza, il Parini vi dettò lezioni dove, non che la squisitezza di dottrine estetiche, oggi comuni e fondate sull’indole del pensiero e del sentimento, nemmanco appaiono i canoni speciosi che allora si applaudivano in Locke, in Shaftesbury, in Burke, in altri che aveano tentato ridur il bello a qualcosa meglio che mera pratica e regole sconnesse. Il Parini espone con lucidità e aria di buona fede e senza smancerie; ma i suoi principi, nè profondi nè generali, rivelano mancanza di capitale scientifico, di spirito filosofico, di dialettica nell’astrazione. Secondo le dominanti meschinità condiliachiane, toglie le mosse dalla tavola rasa, e suppone che l’uomo crei l’intelligenza propria e il linguaggio; mal discernendo l’opera dello spirito da quella della materia, definisce l’arte “un complesso di principi e di regole conosciute e determinate onde facilmente e sicuramente operare in un dato genere di cose” (pag. 10); e crede principj generali quelli dedotti “dalla osservazione, e riconosciuti comunemente e perpetuamente per veri e per utili » (pag. 5). Oggetto delle belle arti pone l’utile e il dilettevole, donde risulta interesse, talchè loro fine è l’interessare. Il bello si raggiunge per mezzo della varietà degli oggetti, riferiti ad unità d’impressione. Da questi principi generaliviene ai particolari, che consistono nel disporre, con proporzione, con ordine, con chiarezza, con facilità, con convenienza: e variano secondo le varie arti, e per le belle lettere sono parole, lingua, stile.

Ma la bellezza non è nè la proporzione, nè la convenienza, nè la perfezione: il Parini non sembra comprendere che l’eloquenza è tutt’altro che lusso d’ingegno, nè addita le vie per cui la parola può dall’orecchio giunger al cuore, eccitare i sentimenti, determinare le risoluzioni. Egli stesso, in una prosa mancante di schietta proprietà, altre volte scriveva al ministro Wilzeck: «Senza far torto a quegli individui che per solo impeto del loro talento si aprono una strada fra le tenebre, ella ben vede quanto sì le pubbliche come le private scritture manchino (in Milano) per lo più di ordine, di precisione, di chiarezza, di dignità. Gli avvocati non hanno idea del buono scrivere, non dico già di quello che si riferisce semplicemente alla grammatica ed allo stile, che pure è molto importante, ma di quello che ha rapporto alle convenienze degli affari e delle persone, cosa che dovrebbe esser tutta propria di loro. I predicatori, per lasciar da parte tutto il resto di cui mancano, sono generalmente privi della prima facoltà, cioè di farsi sentire con piacere, e ciò più per difetto d’abilità in loro che di pietà ne’ cittadini. Che dirò io a V. S. Illustr. di tanti giovani sonettanti che infestano il nostro paese, persuasi di essere qualcosa d’importante; che dietro a questa vanità, estremamente nociva alle famiglie e allo stato, perdono i talenti che dovrebbero esser meglio impiegati? Non vi ha pur uno fra questi che sappia cantar degnamente le lodi della virtù e del suo principe; pur uno che sia capace di contribuire una commedia od una tragedia al teatro; pur uno che faccia una cosa degna della delicatezza e della eleganza del nostro secolo».

Per questo il Parini intendeva che la scuola non dovesse solo occuparsi de’ vocaboli, de’ tropi, dello stile, delle parti e de’ generi dell’orazione, ma associarvi filosofia, logica, metafisica, morale; esaminar le idee annesse ai vocaboli per usarne con proprietà; occuparsi delle opere di gusto e d’immaginazione; richiamar le menti a fini più utili e nobili, e sulle vie del buon gusto. Cercando poi le cagioni di tanto scadimento dell’eloquenza, la trovava egli nell’essere ridotte le scuole sotto la direzione de’ claustrali [70].

I claustrali scomparvero: l’eloquenza venne? o fu meglio insegnata in quelle ibride scuole dove non s’ebbe nè l’impegno ecclesiastico, nè la civile attitudine?

Giusti, se non larghi son i concetti del Parini sull’origine della lingua italiana, e sul perchè il fiorentino prevalse agli altri dialetti. Ma in generale egli è un’altra prova che chi più sente l’arte, meno sa ragionarne. Quello poi che ne abbiamo è a tenersi per un frammento, giacchè si riferisce spesso a quel che dirà poi; e il trattato sull’arte del dire interruppe, perchè le lezioni d’eloquenza di Teodoro Villa gli parvero “piene di giustezza e distese in buon stile”.

Ben più profondamente Cesare Beccaria nel Trattatello dello stiledalla pura impulsione del sentimento richiamava a regole d’analisi e raziocinio; e guardando le scienze del bello, dell’utile, del buono, cioè le belle arti, la politica, la morale come fondate sopra la natura dell’uomo e sopra il concetto della felicità, e perciò di identici principi, previde quell’unità a cui le scienze s’incamminano oggi. Solo per via delle sensazioni il piacere delle cose materiali è avvertito dall’animo: onde la bellezza dello stile dipende immediatamente dallo esprimere le impressioni, e dal senso che nell’animo eccitano le parole che le rappresentano. Il pregio dello stile consiste dunque nelle sensazioni accessorie aggiunto alle principali, e maggior diletto produrrà quanto più se ne addenserà d’interessanti attorno all’idea capitale. Non vuolsi però trascendere in tale accumulamento, e addestrare lo spirito a pronto e vivace risentimento. Quando ivi egli sostiene che tutti siamo egualmente disposti a divenir sommi scrittori, purchè educati tutti a un modo, usava forse non tanto una connivenza alle dottrine d’Elvezio quanto un eccitamento agl’infingardi compatrioti.

Ne’ maestri ben più del precetto vale l’esempio e l’applicazione, e in ciò il Parini gli sovrastava di gran tratto. Veramente nell’esame dei classici nostri egli mette a fascio coi sommi anche qualche mediocre, come il Trissino e l’Anguillara: troppo s’appoggia all’autorità del Salviati, dello Zeno, di altri; ma a volte giudica con una sicurezza, nuova allora, neppur comune adesso. E per temperare le ammirazioni convenzionali avvertiva “doverci noi Italiani guardare che, mentre ci stiamo da noi medesimi adulando davanti allo specchio delle nostre antiche glorie, noi non venghiamo a fare come que’ nobili che neghittosamente dormono sopra gli allori guadagnati da’ loro avi, e tanto più degni sembrano di biasimo e di vituperio quanto nè meno i domestici esempli vagliono ad eccitare scintille di valore nelle loro anime stupide ed intormentite”: oppure, che, mentre noi ci vantiamo d’avere i primi col risorgimento delle lettere, delle arti e delle scienze illuminato le altre nazioni, noi non venghiamo a fare come que’ mercatanti che, dopo aver dato a negoziar de’ proprj fondi a molte famiglie, sono poi per loro mal governo falliti e ridotti a mendicar presso que’ medesimi, che, avendo saputo regger meglio i traffichi loro, hanno di gran lunga i fondi loro prestati accresciuto” [71].

I giudizj sopra autori di fama già stabilita non sono difficili, quand’anche non si voglia soltanto echeggiare gli altrui; bensì il sentenziare primi e assegnar un luogo a chi non l’ebbe. In ciò vedemmo come spesso delirasse il Baretti; mentre le sentenze del Parini furono in gran parte consacrate dalla posterità. Il Passeroni è ancora un buon cantore; l’Alfieri, il fiero Allobrogo, armato d’unico stile, ma a cui il verso fa impaccio al generoso sentire; il Casti un Fauno procace; il Monti un ardito volatore, che minaccia sempre e non cade mai; il Voltaire, idolatrato e inabissato a vicenda, come chi rappresenta una grande reazione, esso il qualificò Proteo multiforme, troppo lodato e troppo biasimato, e vide quanto all’Enricheide sovrastasse per arte l’infame Mirella.

È difficile a un autore stimato sottrarsi dal proferir giudizj, ove, non volendo farsi un nemico in chi li chiede, nè corrispondere con isgarbi a un cortese invito, per lo più abbonda nella lode. Ma alla Diodata Saluzzo il Parini scriveva: “Io non so se qualcuno mi avrà mai creduto soggetto così interessante da parlarle di me, e farle cenno del mio carattere. Se ciò per avventura fosse accaduto, le sarà stato detto ch’io non asserisco mai se non ciò che a tutto rigore mi sembra vero, e che io non amplifico mai nè biasimando nè lodando per qualsivoglia motivo [72]”.

Istituitasi l’Accademia di belle arti, e fattone anch’egli professore, a quelle applicò le dottrine del bello. Nelle molte scritture su tal proposito uscite in quel secolo, si sente il languido e lo storto, un echeggiare frasi di convenzione, e avviare ad un falso bello ideale. Nè è a pretendere il Parini vi sorgesse singolare; pure la connessione delle arti belle, varie ne’ mezzi, conformi nell’idea, mostrava intendere allorchè, osservando il Cenacolo di Leonardo da Vinci, portentosa semplicità di concetto, espressa colla massima fecondità d’imaginazione, diceva che chi era capace di quella composizione era capace di far un poema.

Costumava egli in sulle prime dettar le lezioni, ma poi trovandosi da ciò più legato che non glielo comportasse l’indole sua, prendeva un autore, s’intende sempre degli eccellenti, Omero, Dante, Edipo, un salmo, e da quello toglieva occasione di dissertare, rivelandone le bellezze, non dissimulando i difetti, devoto non superstizioso. Così continuava lo spazio d’un’ora, e spesso anche seguitava il ragionamento coi giovani che l’accompagnavano fin alla sua abitazione sulla piazza Belgiojoso.

Non credasi che la sua scuola fosse affollata: bisogna morire prima d’acquistare reputazione chi ciarlatano non sia, e vivono ancora quelli che attestano come dieci o dodici persone costituissero l’uditorio; meglio fortunate, giacchè riduceva egli l’istruzione a consigli privati, opportunissimi a risparmiar le lunghe esitanze dei tentativi.

I saputi brontolavano, Ebbene cosa insegna l’abate Parini più di qualunque altro maestro di retorica? Ma in fatto, precettore e modello, egli educava nella gioventù uno squisito senso per assaporare il bello, un fino discernimento per rifiutare ciò che non fosse perfetto, sodi principi per riconoscerlo e paragonarlo; formando o giudiziosi scrittori, o giudici assennati. Singolarmente ricantava essere la poesia non un vuoto suono di parole, ma la bella espressione degli affetti, che gli affetti suscita dipingendo al vivo l’uomo e la natura, con profonda sapienza d’ogni cosa.

Del resto ben sapeva che dalle scuole non si ritrae al più che il modo di studiare, e che a ben riuscire si domandano “disposizioni naturali, educazione, studio, fantasia, sensività, ingenuità, delicatezza, nobiltà d’animo, novità conseguente di concetti e d’imagini; tutto ciò che non si acquista se non con lungo tempo ed assidua contemplazione di grandi esemplari, cioè facoltà e dominio di locuzione, di stile, di verso, di metro” [73]. La sua scuola ben meritò pel buon gusto che riscosse, pel richiamo de’ classici ormai obbliati; e noi a Giovanni Torti, lo scolaro suo prediletto e più degno, che incessantemente mettevamo sul discorrere di quel grande, chiedemmo in che consistessero insomma questi suoi consigli Ed esso ci rispose: — Notava che questa parola o questo modo esprimeva più, o esprimeva meno del concetto —.

Regola pratica di semplicità estrema, ma di tanta utilità quanta non può figurarsi se non chi l’applicò.

Qual concetto avesse il Parini della poesia,

e come l’attuasse.

Ugo Foscolo (il quale più tardi dovea lagnarsi che molti in lui avessero “giudicato l’arte del letterato, e pochissimi la carità di cittadino”) quando, di diciottenni, cercava nella conoscenza degli illustri uomini esperienza di morale letteraria, fu presentato al Parini. Il quale gli lesse l’ode, di fresco composta, all’Inclita Nice; e mentre egli stava intento all’artifizio mirabile di quei versi e ardiva lodarli, — “O giovinetto (l’intese dirgli) prima d’encomiare l’ingegno del poeta bada a imitar l’animo suo in ciò che ti desta virtuosi e liberi sensi, ed a fuggirlo ov’ei ti conduca al vizio o alla servitù. Lo stile di questa mia poesia è frutto dello studio dell’arte mia; ma della sentenza che racchiude devo confessarmi grato all’amor solo con cui ho coltivato gli studj, perchè, amandoli fortemente, e drizzandovi tutte le potenze dell’anima, ho potuto serbarmi illibato e indipendente in mezzo ai vizj e alla tirannide dei mortali”.

E un’altra volta, richiedendolo Foscolo in che consistesse la indipendenza dello scrittore, il Parini rispose: “A me pare d’esser liberissimo perchè non sono nè avido nè ambizioso.”

Chi è costretto accettar un impiego, s’infeuda a opinioni e persone, talchè il corpo e l’intelletto è obbligato volgere a soggetti malaugurati. Il bel mondo poi fa pagare i sorrisi che concede all’ingegno coll’imporgli mille piccoli sagrifizj, e compiacendosi d’impicciolirlo alla misura volgare per dettar un articolo, una canzonetta di occasione, un pensiero s’un album. Chi fruga tra questo ciarpame somiglia alla sbirraglia quando ne’ nascondigli o nel dimenticatojo indaga la colpa; ed eccederebbe di severità chi imputasse al Parini alcune miserie pubblicate da insensato editore. Se queste si eccettuino, egli a noi sembra appunto mirabile perchè, quando la poesia era un cantar del nulla, un mercato di ciance inconcludenti, mirò perpetuamente e con coscienza alla sociale edificazione. Alla quale perseveranza riconosciamo l’uomo: perocchè siccome non lodiamo nel vivere civile i caratteri indecisi che, direbbe Machiavello, pigliano certe vie di mezzo, e non sanno essere nè tutti buoni, nè tutti cattivi, onde procedono tra un poco di bene e un poco di male senza corrispondere ad una degna vocazione, così la vita letteraria vorremmo vedere collocata sotto un insieme, diretta a uno scioglimento.

E se lo tengano detto quei che mutano i primi passi sul sentiero delle lettere; badino a che scrivono: non s’affrettino troppo di buttar al pubblico le composizioni imparaticce; considerino se mai secondassero la moda, gli influssi del potere e dell’opinione, una sete intempestiva di gloria o di posti, anzichè gli eterni oracoli della verità: suppongano cangiati intorno a sè gli uomini e i tempi, e librino bene con qual animo sosterrebbero i mutamenti; e se, quando alcuno ai loro nuovi dettati raffrontasse gli antichi, essi otterrebbero lode di coraggiosa uniformità, o vitupero d’inconsiderata leggerezza e di fiacca piacenteria.

Chi dice che l’estro basta a far un poeta, nè tale poter divenire chi di quello non sia largamente donato, ha contro di sè il Baretti, che scriveva essere la poesia un’arte che richiede fatica e giudizi, anzi che estro [74], e l’esempio del Parini, le cui migliori odi furono composte dopo i cinquantanni, e delle prime si pentiva. Di fatto, se si paragonino le sue tornite colle altre, si vede come di poco estro fosse fortunato, ma portava nella poesia l’abitudine ad un’attenta osservazione dell’uomo; studio indefesso dei classici, non per copiarli, ma per dedurne retto gusto e nobile naturalezza, per ravvisar i giusti confini fra la realtà e l’idealità. Nel quale studio adoprava quello spirito libero che dà importanza alle proprie opinioni più che alle ricevute, che si eleva allo spettacolo degli odierni avvenimenti, che riconosce l’autorità ma non ne mendica il favore, che pregia l’antico senza servilità, cerca il nuovo senza libertinaggio: dal che nascono arditezza di sentenze, elevazione di giudizio. Visto come la letteratura non rispondesse al bisogno delle anime generose, il Parini intese a richiamarla al meglio e quanto alle cose e quanto alle forme, conoscendo che, anche nella prevalenza de’ concetti, importa grandemente la veste: sicchè, chi ben guardi all’artifizio de’ suoi componimenti, vi trova un continuo studio di far altrimenti da quello in che peccavano i suoi contemporanei. Alla sontuosa miseria dei frugoniani oppone una potente sobrietà; all’oziosa ridondanza d’epiteti, una tal precisa castigatezza da divenire un secondo Orazio; alla lingua trascurata, disuguale, a brani e brandelli altrui, un dire puro, meditato, una frase nudrita di classici modi ma fatti proprj; all’infingarda facilità una pertinace fatica: non copia il generale andamento, non tessella come i pretesi classici, ma sotto armonie conosciute espone pensieri nuovi. Gravi di senno, ricche di sentenze e d’immagini, par che le sue odi vogliano, all’intrepida fatuità di spacciare qualunque pensiero germogliasse, opporre una severità di gusto che tutto riporta ad un modello d’eccellenza maschia, dispettosa di lascivi ornamenti. Quell’onda piena, larga, fluente che si ammira in alcuni antichi e nel Monti, la cerchereste invano, nel nostro: direste che ha bisogno delle difficoltà; così meglio procede ove la strofa è più serrata, quasi un fiume che sembra raddoppiar di forze contro l’ostacolo; non tocca mai alla brava, ma fatica il verso e la frase, nel che diede nell’eccessivo, il dignitoso spinse fin al contorto, il nobile all’insolito: e con latinismi e perifrasi e artifizi velò od ombrò i sentimenti. E quando al suo maggior lavoro trascelse il verso sciolto, aspirò certo ad ottenere Quella maggior libertà che è supremo bisogno dei generosi, ma insieme a ferir nel cuore il gonfio e facile dei versiscioltaj.

Nè dite ch’io devii dal proposito, quasi poca cosa sia rispetto alla civiltà l’aver riformato il gusto. Il bello è crepuscolo del vero; la convenienza dei pensieri e dello stile porta la convenienza dei modi e delle azioni, di maniera che suonano sinonimi gente colta e gente incivilita; le arti della fantasia guidarono gli antichi ad azioni venerande, cui non saremo per avventura guidati noi moderni da questo austero ed arido sapere [75] che non sa contemplare un fiore senza volerlo sfogliare, dicono, per analizzarlo. Il retto gusto, che alle bellezze, dalla bontà divina profuse, accompagna quelle che lo studio umano prepara, affina l’arte di goderne, veste ali per salire a quelle occupazioni cui l’uomo non sarebbe stato che a stento portato dalla fortuna e dall’impulso dei bisogni, agevola l’intelligenza delle cose ardue, spianando così la via all’elevata istruzione mediante la naturale propensione dell’uomo per le graziose e non difficili sensazioni. Anche quando s’affaccia ilare allo spettacolo del creato, il Parini vede l’uomo; e ritraendo la natura e la vita abituale, non teme d’affrontare imagini che pajono basse e triviali [76]: ma, non che avvilire con queste minutezze le cose grandi, sa vestirle così da nobilitare quel che meno ne parrebbe capace. Canta i campi? non sono sdolcinature d’Arcadia, Licoridi, Filomele, ruscelletti; è il voto di Virgilio quando esclamava: — Oh chi mi posa tra le valli beate, in una sicura quiete, in una vita lontana dagli inganni —; è il sospiro d’Orazio che dai faticosi nulla della metropoli ribrama la villa e le ore inerti, in cui bevere giocondo obblio della sollecita vita. La malinconia, salvo che per amore, fu ignota alla musa italiana fino al Pindemonte e al Foscolo: ma quella tetraggine per cui la poesia divenne uno studio patologico, e infuse nella nostra età un infingardo scontento degli uomini, delle cose, della società, della providenza, fu combattuta dal Parini; e i melanconici sapienti che credono l’uomo non nato che alla sventura, e formano a sè stessi durevole tormento, invitava ad alzar gli occhi in viso alla speranza, e veder come nel mondo all’inverno succeda la primavera, al nembo il sereno [77].

Ma quando, col felice dono di far germogliare alcuna rosa sui passi di quest’essere che la miseria disputa un momento al sepolcro, viene a rallegrare il banchetto con brindisi vivace, tu vi riscontri la squisitezza d’Anacreonte purgata d’ogni lascivia, ti senti inondare d’una soavità, cui la virtù medesima sorride [78]. Quando intuona il cantico d’amore, non è un mero solletico dell’orecchio con note generali, senza passione, coi costumi d’altri secoli, con amanti foggiate sul modello ora di Glicera e Giulia, ora di Laura ed Eleonora, colla freddezza del Savioli, monotona quanto il suo metro. Qui c’è la verità, l’alito della vita, la fisonomia nazionale: l’amica sua tu l’ami quanto la stimi, trovi i costumi nostri o in quella che avvolge il corpo in un gran zendado, illepido costume sceso fra noi [79], o in quella che modula i lepidi detti del sermone veneziano [80], o in quella che, nell’aureo cocchio trascorrendo su la via che fra gli alberi suburbana verdeggia, desterà a fremito le commosse reliquie del suo poeta che dorme nel vicino sepolcreto. E sempre vi senti l’uomo, a cui il genio nel suo nascere disse:

... Di natura i liberi

Doni ed affetti, e il grato

Della beltà spettacolo

Te renderan beato [81].

Ma se il Parini procacciò le gioje del bello che lusingano l’adolescenza dello spirito, non le scompagnò mai da quelle del vero che ne alimentano la maturità. Quindi nelle sue lezioni si proponeva di “dimostrare quanto giovino le belle lettere a tutti gli altri studj della gioventù, alla civil conversazione, ai costumi, alla benevolenza degli uomini, alla probità, alla virtù ed allo stesso eroismo dei cittadini” [82]. Inculcava perciò il gran precetto, di giovare a’ fratelli colla letteratura: e «quanto desiderabile cosa sarebbe che tutti coloro che sortito hanno dalla natura un ingegno adatto alle lettere, fossero stimolati allo studio ed allo scrivere, non da una leggera curiosità o da vano amor di gloria, ma dalla carità de’ suoi prossimi, de’ suoi cittadini, del suo paese! Le opere d’ingegno, che non sono rivolte al comun bene, traggono ogni loro pregio dalla opinione degli uomini, la quale è sempre mai diversa secondo i tempi, le persone ed i luoghi. Gioventù, apprendi a pigliar per guida de’ tuoi studj la carità, che è l’amor del vero, l’amor dell’utile, l’amor del bene» [83].

Della poesia portando sì sublime concetto, dovea volere non le si accostassero nè l’avaro mercadante, nè il fulgido ambizioso, nè il dissoluto brutale, nè la procace donna, pomposa di molti amanti: ma quegli solo cui natura concedette placido senso, puri affetti, semplice costume, pago di sè e del censo avito: che togliendosi al faticoso ozio de’ grandi ed al clamore cittadino, vive ai campi, e pago di casto e numerato stuolo d’ amici, deride lo splendido fasto, dà favore ai buoni ovunque sia, cerca il vero, ama il bello innocente [84]. Favorir le Muse ed i loro cultori non è già di coloro che, pieni dei dispettosi orgogli di fortuna, credono comprare i sacri ingegni col solenne offrire di cene ambiziose: ma di chi, donato dal cielo di benigne voglie, cresciute colle arti delle Muse, spande non ritroso le sue fortune agli eletti ingegni [85].

Il quale alto concetto della poesia egli manifesta in assai luoghi delle sue composizioni. — Io sarò detto parco tessitore diversi, ma certo non toccherò mai corda, ove la turba assorda di sue ciance [86]. Italo cigno amico ai buoni, disdegno il vile maligno volgo [87]. Al volgo, che ingordo d’applausi viene a cercarmi i versi, io li nego; invano il bel suono della lode spera da me l’uomo che splende di beata ricchezza: invano di facili speranze mi lusingano la potenza e l’ombra dei grandi [88]. Nè vile cambio d’importuni incensi ho aperto, nè so in blandi versi tessere frode al giudizio volgare. Ma dove splenda il merito, colà vado con libere mani a porre un serto di fiori immortali [89]. E se sul cammino dei buoni mi compare innanzi un’alma ornata dei proprj suoi doni, porgendo accorto e saggio la lode, rendo al valore debito omaggio de’ versi [90]. M’è dolce orgoglio avere colle arti divine vôlto un egregio alunno al decente, al gentile, al raro, al bello [91], persuaso che vera fama è quella dell’ uomo che, dopo l’ultimo giorno, qui lascia di sè lungo desiderio [92]. Nè i miei meditati lavori cercheranno applauso fra il petulante cicaleccio delle mense, ove ciascuno fa sua ragione delle grida, ove solo può vincere il tumulto o lubrica arte di procace satiro, o chi gonfia inezie conte di verso audace. La Musa ama orecchio pacato [93] e mente arguta e cuor gentile: e la mia calda fantasia va, per sentiero negletto, sempre in traccia dell’utile, tenendosi felice allorquando può unire l’utilità al pregio di canto lusinghevole. Tra la quiete campestre, invidiato, sempre con un viso toccando la cetra, io non iscoterò nobili fila d’oro, studio d’illustre fabbro, ma semplici e care alla natura: sol la virtù ed il merito daranno legge al mio suono [94]. La lusinghevole armonia del mio plettro, molcendo il duro sasso dell’umana mente, la invita verso il buono; nè mai con dannosa lode bestemmiò o il falso in trono o la viltà potente [95]. Verità, solo mio nume, nuda accogli me nudo [96]; me che, non nato a percuotere le dure porte illustri, scenderò nudo ma libero sotterra, senza aver mai dal secolo venditore mercato onore nè ricchezza con frode e con viltà [97].

Ma più che da quanto disse, da quanto egli fece il Parini ci comparirà fedele alla missione di bandir con persuasione ai contemporanei gli oracoli del tempo, contemplando nel popolo tra cui vivea gli abusi radicati e le desiderabili virtù, per combatter quelli, queste favorire, e avvicinare alle condizioni d’una colta e soddisfacente convivenza.

Tacito seme d’orribile malattia cova tra le membra dei bambini, che poi, con funesta furia destandosi, recide all’uomo la lunga speranza del vivere o il dono della bellezza, dono solamente vilipeso da chi ne fu diseredato. Quand’ecco l’arte medica, eleggendo a tempo quel che è men tristo del regnante veleno, e facendosi volontaria incontro al male ne’ primordj, lo sfida, e costringendolo ad usar le armi, che ottuse gli pone fra le mani, salva la cara speme e il frutto de’ santi abbracciamenti. Ma il giudizio molesto della falsa ragione alzasi a contrastare e deridere il favoloso innesto: e l’Europa, che pronta accolse dalla terra di Colombo gl’infausti doni, onde dal fonte stesso della vita attinse spasimi e vergogna, vedeva la tenerezza delle madri, i sofismi dei teologanti, i paralogismi dei filosofi insorgere contro i meditati consigli. Il poeta della civiltà intuona un inno, e dipingendo la tanta prole d’uomini condensata nelle tombe, e le strida condotte dai tugurj alla reggia, e il palpitare dei sani e il gemere dei mal guariti, incora i propagatori di quel fausto trovato, e predice l’ora quando tanta parte di nepoti salvati coltiverà i campi nostri, avvampando d’industria in pace e di coraggio nella guerra, desterà il languore di imene, ora infecondo: quando la crescente bellezza coronerà la fronte di chi primo osò affrontare le risa dell’uomo; di questo folle mortale, che ora abusa della natura contro la ragione, ora della ragione contro la natura [98].

Uditelo esecrare chi primo, per vile guadagno, espose la bella città d’Insubria ai miasmi che esalano dalle acque tratte a marcirle sui prati circostanti: uditelo svegliare la legge che dorme sull’inerzia privata, nè osserva il fimo fermentare appiè degli alti palagi: e dai lari plebei versarsi dalle crete spregiate fracido umore: e corrotti avanzi di vita starsi abbandonati sulle vie: e latrine vaganti infestare di notte la desta città [99].

Entriamo con lui in queste prigioni, fra lamenti e stridor di catene ed ingegnosi strumenti di pene atroci. O giudici, sospendete il colpo: se costoro posero o per forza o per arte le mani rapaci nell’avere altrui, colpa è del bisogno: nè la legge può a dritto punirli finchè non sia sicura d’avere, quanto fu in lei, tolta la causa del loro peccato. Contro il bisogno adunque dirigete in prima la pubblica vendetta, e dando oro e soccorso, generosi insegnate come senza le pene si possa prevenire il delitto [100].

Ora tra gran folla di gente ti mena agli altari della venerabile Impostura, gran maestra agli uomini che agognano di montar sublimi, e che insegna al paltoniero a fingere per le vie i lai con flebile eloquenza, ed ai re nasconde le vergogne della nuda umanità. Ella usurpa al merito i diritti, alla virtù la mercede, per darli a chi, ferace d’opportune fole, con pieghevoli parole, con torto collo ed incrollabile fronte, con una stilla pronta sempre sulle aride luci, può sfrondare ogni giglio, può cogliere larghi frutti dai pianti de’ clienti e de’ pupilli [101].

Pari sentimento del bene gli fa censurare ora le turbe nemiche d’ignoranti cultori delle leggi, che ingombrano di spine e bronchi quegli studj, già dettati con aureo stile sincero [102] ; ora chi esagera ne’ miglioramenti possibili [103]; ora ai cittadini marcenti fra il lusso, l’avarizia, l’infingardaggine, contrappone i rubicondi volti e i baldanzosi fianchi delle forosette, e i membri de’ villani non mai stanchi dietro al pane crescente [104].

Maledetto poi, maledetto il mortale che, mentre il diletto siede fra le placide ale della natura, va a comprarlo a sì caro prezzo che, per crescerlo all’ozioso udito, de’ grandi, si vedono perfino i padri mutilare la prole, rapendo colle membra sue il vivere ai futuri nepoti. Ah! quel disumano padre non gusterà no i tesori ond’egli si finge beato; poichè il tradito adulto figlio, mentre canterà fastoso allato ai re, torcerà dispettoso il ciglio dal carnefice suo, lasciandolo mendicare solo e canuto [105].

Quanto poi alle virtù da seguitarsi, trovi quasi ne’ versi del Parini una serie di precetti pel cittadino d’ogni condizione. Avea compreso che ottimo mezzo a fondare un lodevole stato civile sono buona istruzione e buon esercito, siccome al felice stato dell’individuo torna duopo di buon braccio e buona testa. E questo egli espose nell’ode diretta al giovinetto ma cura e suo diletto, quel desso che fu fortunato d’avere i suoi primi anni e la morte sua cantati dai due poeti milanesi, che rappresentano l’ideale della poesia di due secoli. Ivi insegnava a procurare sano il corpo cogli utili trastulli, e vigorosa l’anima: non col sangue scendere in noi il valor dei padri; solo la virtù formare il pregio dell’uomo: doversi onorare Iddio non solo col fumargli incensi, ma col sagriflzio del cuore: reggere l’istinto dei pronti affetti colla ragione: non farsi velo dell’ipocrisia, ma mostrare il cuore nel volto: lode venire alle opere dal loro fine. Alla lotta, al corso educava Chirone le membra di Achille, perchè tutto può un’alma ardita che vive in forti membra: ma insieme gl’insegnava che può la forza abusarsi; che tra le battaglie ancora conviene la pietà, la quale rende schermo al mendico, fido amante, indomabile amico [106] .

E poichè le città patiscono tanto dai viziosi celibati, vesti d’ogni lusinga lo stato coniugale. Ma fuggendo la bellezza cogli anni freschi e colla voglia giovanile, predicò beato soltanto chi vi sa accoppiare la virtù [107].

Presago che la libertà non si riceve in dono ma si rapisce, e che senz’ armi non era a sperare salute, egli, vivente nel tempo e nel paese più imbelle, quando tutta Lombardia non dava che poca feccia alle inerti milizie, di continuo ricordava l’antico valore sopito negli italici cuori, ed al confronto de’ grand’ avi che, furiando tra il fumo e il fuoco orribile di Marte, si gettarono a difendere i palpitanti lari della patria, svergognava i fiacchi nipoti, che invano Marte a sè invitava, e che giudicavano follia il mercar onore a prezzo della vita [108]. Anche augurava che ne’ pargoletti crescessero cultori ed artieri e insieme squadre alla patria, famosa madre di eroi, i quali fossero appoggio delle natali mura, ed esempio d’industria in pace e di coraggio in guerra [109]. Così avesse Venezia atteso ai consigli di lui, allorchè, mostrando quanti e ferri e fuochi su la terra e su l’onda adunasse la guerra, commettendo tre imperi alla fortuna, e minacciando l’altrui securtà, egli esortava la regina del mare a munir il suo fianco d’uomini eletti, in cui ardessero le sublimi anime di coloro che al rio furore esterno opposero primi il valore, la modestia, i consigli!

Crederete perciò che la guerra, questa trista necessità dei figli di Caino, la quale parve fatalità che ricevesse i migliori incensi dai poeti d’ogni età, n’abbia ottenuti anche dal nostro? Egli maledisse i guai venuti dalle conquiste [110]; sapeva che le armi allora solamente sono giuste e pie quando necessarie; e lo manifestò nel poemetto della Guerra cantando:

Natura in prima e poi ragion ne appella

Le patrie mura a sostener pugnando.

Tempo già fu che i mari, i fiumi e l’alpi

Ponean confine ai regni, e non l’immensa

Avidità, che ognor più alto agogna.

Che se talora ambizïoso spirto

Di por tentava all’altrui patria il freno,

E regnar sopra gli altri, incontanente

Qual dall’aratro e qual dall’officina

Balzar vedeansi.... e dell’ingiusto

Assalitor le forze ivan disperse.

Per lui (l’ambizioso) prima divenne arte e scïenza

Dar morte all’uomo; e la più nobil vita

Spezzar ridendo

Fu chiamato valor: ma.... non nel tôrre

L’oro e le vite altrui virtù s’appoggia,

Ma sì ben nel versar fiumi di sangue

Per la sua patria, e assicurar con una

Mille di cittadin preziose vite.

E neppure quando la vittoria parve recar libertà alla patria nostra , egli seppe tessere inni all’eroe fortunato, e in un bellissimo frammento degli ultimi suoi giorni cantava:

Perchè infocata il volto

E le luci divine,

E scarmigliato e sciolto

Giù per le spalle il crine,

Qual dal marmo saltante

Di greca man bellissima Baccante,

Delia, m’assali; e vuoi

Che, rauca per l’atroce

Battaglia, i tristi eroi

Segua mia lira; e voce

Mandi d’alto furore,

Nata solo a cantar pace ed amore?

Ahi! se l’orrida corda

Fremer farò d’Alceo,

Quando la terra lorda

Di gran sangue plebeo

Mostra col fiero carme

Fra i troni scossi e i ciechi moti e l’arme;

Io ti vedrò ben presto

Sovra le mamme ansanti

Chinar la faccia; e il mesto

Ciglio sgorgar di pianti;

E mentre il pianto cade

Tutta ingombrarti orror, sdegno e pietade.

Chi è così convinto del continuo perfezionamento, deve ben credere un avvenire immenso, sublime, di cui questo non è che il vestibolo, la preparazione. E il Parini più volte ripeteva: — Io mi consolo coll’idea della divinità, nè trovo altra norma sicura dell’umana giustizia, che i timori e le speranze d’un avvenire —. Quindi mordeva il grande illustre, che d’oltr’alpe e d’oltre mare venuto, misero avanzo di Ciprigna, volgeva il riso sui celesti; e il costume dei nobili d’allora, che dalla scettica sapienza de’ filosofanti applauditi e riprovati in Francia imparavano a schernire

il fren che i creduli maggiori

Atto solo stimar l’impeto folle

A vincer de’ mortali, a stringer forte

Nodo fra questi, e a sollevar lor speme

Con penne oltre natura alto volanti [111].

Ma nella religione egli riprovava le immorali dottrine dell’ipocrisia: voleva colla preghiera le opere: onde lodava Caterina da Palanzo (la pia fondatrice del ritiro della Madonna del Monte di Varese) perchè «non mai di sè grave al suol natio, A ben orar e a ben oprar fu dotta » asciugò il pianto de’ poverelli, « utile agli altri e al suo signore più cara »: e consiglia che il popolo non le offra solo inni ed incensi, ma ne imiti le bell’opre. Altamente riprova gli abusi commessi a nome della religione, o quando s’accendevano i roghi per ardere, anzichè convertire i traviati [112], o quando l’ambizione di religion prese le spoglie, E posto il ferro in mano all’uom, gli disse: Uccidi pur, che così il ciel comanda [113] .

Il buon magistrato delineò in Camillo Gritti, ove salutando la gentile Vicenza che, fortunata di bel terreno, non conosce l’infame necessità; che colle arti toglie l’ozio corruttore; che, tra feroce licenza ed abjetta servitù, va dietro alla voce di libertà, reggendosi de’ bei costumi suoi e delle sue leggi, le invidia la felicità dell’essere governata dal Gritti. Il quale non solo tenne chiuse le mani all’oro, il petto alle lusinghe, nè sorse giammai arbitro sopra la giustizia o ne fece traboccar le bilancie in altrui danno, perocchè piccola lode è non esser reo; ma benigno e forte usò il flagello di Temide, accoppiò il pudore all’autorità, fece parer consiglio il comando: più maturo librò le fortune civili; assicurò il comune censo in gran frugalità; ascose al popolo non se stesso, ma gli altrui segreti; represse colla dignità gli audaci; col sorriso gli oppressi sollevò; usò ogni potere per aggiungere alla giustizia i benefizj: e comparendo reggitore, giudice, padre, destò insieme (rara concordia) amicizia e riverenza [114].

Anche nel trono fissò lo sguardo, e se non seppe stendere il commessogli elogio di Maria Teresa, dicendo, — Ella non fu che generosa, e donare l’altrui non è virtù —, applause ai principi che toglievano le nostre provincie dalle branche dei ministri onnipotenti, e a Giuseppe II perchè, sdegnando il fasto, limitava equamente il potere degli stati, difendeva la ragione delle genti, smascherava la frode e l’ignoranza » [115].

Nè di voi si dimenticherà, genti dell’infima classe, nè dei benefizi occulti onde giovate l’uomo che vi dispregia: ma promette di pregare a pro vostro i celesti, perchè stornino dai campi i turbini ed i cavalli inimici. Nel suo studio dell’uman cuore il Parini avea veduto che il difetto de’ villani è l’abborrimento della novità, onde stanno attaccati agli usi vecchi anche dopo conosciuti viziosi, procedendo nel solco scavato da’ padri. Perciò prometteva che, se tra loro sarà chi per nuove orme guidi il tralcio, o più fruttifera renda una sterile parte di terreno con arte ignota ai padri, esso gli consacrerà un canto che ne faccia per più secoli compiante le ossa riverite [116].

Gran peccato ch’ egli non abbia finita l’ode al suo compatrioto Andrea Appiani, ove in quell’alunno delle grazie ci avrebbe ritratte le qualità civili d’un pittore! Ben de’ maestri di musica dipinge i procaci riti, ed onora le virtù piangendo la morte del Sacchini, che mai non abusò dell’emozioni destate in donzelle e spose; ma, sollevando il decoro della bell’arte sua sopra i folli orgogli del non virile gregge, unicamente ambì di beare gli uomini con liberi diletti [117].

Il Parini, veggente com’era, non poteva non avvisare quanto alla coltura e alla civiltà degli uomini contribuisca quella delle donne, le quali reggono col doppio impero dell’autorità e dell’amore. Per questo non trascurò mai occasione di seguire cogli inni alati qualunque ne vedesse donata di bei pregi: d’insinuare a tutte come alle doti del corpo devano accoppiare quelle dell’ingegno e del cuore: perchè anche il sesso gentile, tra gli uffizj a noi cari e le arti della tenue Minerva, può innalzarsi ad immortalità; ed i giovani, se ascoltano savie dottrine da labbro leggiadro, provano alcun diletto ignoto dapprima, e al nuovo esempio acquistano vigore. Amabil sesso, che regna sull’alme con sì possente incanto! Frema la tirannia virile nel vederlo o spiegar leggi dalla cattedra o dettarle dal soglio. Quindi applaudì a Pellegrina Amoretti quando la risorta insubre Atene le cinse d’alloro le lunghe treccie [118]: benchè per l’undecimo lustro già cadente, si confessò vicino a porgere il piè servo ad amore, preso ai meriti di quella Veneziana [119], che dai lepidi detti del patrio sermone facea scoppiare lampi di poetica face: non tacque di quella Caminer Turra, che, vaga e bella, otteneva pure le glorie dell’altro sesso spiegando l’ale fra le muse con fortunato ardire [120]: diede incoraggiamento alla Diodata Saluzzo: e persuaso che le donne sieno ottimi giudici in fatto di gusto e di bello squisito, chiedeva sentenza de’ suoi versi dalla marchesa Paola Castiglione atta a sentire il retto e il bello [121]; quella ch’egli vedeva in modi divini ed in vario sermone dissimulando versar copia d’ingegno con sapere e spontaneo lepore, con tali pregi onde solo a sè stessa era somigliante [122]. Anzi già prima di queste tutte aveva applaudito a quella virtuosa figlia che in negro manto spargeva di lagrime e di versi l’urna d’un padre amato e cantava :

T’allegra, o Poesia, che la tua lira

Dai giuochi della mente alfin ritorna

Del core ai moti e la virtude inspira [123].

Così continuo era il pensiero dell’uom grande alla civiltà del suo paese; non atterrito, come i fiacchi, dal vedere i primi tentativi uscir vani e derisi dai deboli ingegni, cui pare sempre menzogna il nuovo che è grande. Perocchè

... imperturbato il regno

Dei saggi dietro l’utile s’ostina:

Minaccia nè vergogna

Nol frena, nol rimove;

Prove accumula a prove,

Del popolare error l’idol rovina,

E la salute ai posteri destina [124].

Già da questo perpetuo studio della civiltà e del meglio comprendete quanto vivamente egli amasse il suo paese. E soavissima gli veniva la rimembranza del beato terreno e dei placidi colli, che con insensibile pendio cingono il lago di Pusiano. Colà nel lieto clima innocente agognava di passare i dì sereni, esule, contento, ed abbellire coll’agreste libertà le ore fugaci. Eppure amava tutta l’Italia, oh se l’amava! E — Guai (esclamava) a quella patria i cui cittadini sono indifferenti per essa, e che con una stoica malvagia filosofia chiamano lor patria il mondo, per non avere patria veruna —.

Mirava pertanto a rassodare quei legami che tutti ci uniscono: arti, lingua, letteratura, memorie: morde assiduamente la smania di cercar tutto di fuori; di dar favore al merciajuolo, liberal di forestieri nomi a merci che non mai varcaro i mari, ed al ricco sartore che sullo scudo avesse intrecciato alle forbici il titolo di monsù, nel mentre spregiansi i depravati ingegni degli artefici nostri, dalla cui inerte mano invan si spera industre lavoro, o felice invenzione degna di nobil uomo. Vitupera lo strano vezzo corrente d’imbarbarire la lingua, e di giudicare inurbanità l’usar quel sermone onde il Petrarca e l’Alamanni cantarono e piacquero in Francia, e il non temprare il sermon nostro colle galliche grazie: il farnetico di leggere libri stravaganti venuti d’oltralpi, che però non potevano ecclissare le glorie nostre; quantunque chi s’era fatto su quelli accusasse l’ignoranza del nostro paese, tentando illuminar d’un raggio la gotica caligine che sedeva annosa sugli occhi dell’Italia [125]. E quando credette qui stabilita la repubblica cisalpina, si congratulava anche di questo, che — Se saremo liberi, avremo una lingua la quale, se non sarà affatto la primiera, sarà però propria, espressiva, robusta, dignitosa, perchè i popoli liberi sogliono avere il tutto proprio e segnalato —. E sperando nei nuovi mecenati, confidava pure di veder la gioventù torcere disdegnosi e schivi i labbri dalle fonti malnate che dai monti scendono infettando l’Italia d’impura fiamma o d’oscura nebbia, e ritornar ai limpidi rivi onde natura dischiude almo sapore che il secolo loda senza conoscere.

Quanto alle sventure della patria, ben si pare come le sentisse anche sotto la pacata signoria d’allora: onde quel seguitare attento i casi politici del tempo, e alludere sovente negli scritti suoi o alle guerre dell’Inghilterra contro l’America, od agli scotimenti di Francia, o alle battaglie de’ Polacchi, reluttanti al minacciato giogo della Russia, o alle contese coll’Olanda per la navigazione della Schelda. Poi volenteroso entrò nell’amministrazione della patria quando a questa rise la speranza di libertà repubblicana: ma [126] ma appena la conobbe bugiarda, perchè comandata, se ne ritrasse, e in quella violenta e disperata pace, cui s’attaccano deliberatamente le anime maschie, impedite d’operar il bene, gemette su mali che non potea riparare.

Eppure egli non vide che la prima scena de’ guai d’Italia: e pietoso il cielo lo trasse in aere più quieto, più degno di lui, lasciando però quaggiù eredità di caldi affetti, ed esempio di carme liberale a chi sarà degno di ripetere altamente quel che da tutta la nazione è profondamente sentito, e divenire il bardo d’Italia.

Tanto moralizzare suo non veniva diretto, assoluto, come sarebbe (per dir d’alcuni) in certe odi del Testi o del Chiabrera, ove il titolo annunzia il soggetto di prediche in rima. L’uomo seconda gl’impulsi indiretti, mentre i diretti respinge; e il Parini, a sparger tanta dose di civile sapienza, tolse il destro da piccoli casi, da occasioni, da nonnulla.

Odi il muggito della tempesta? Vedi i legni spinti da cupidigia o da ambizione a cercar oro e preda sul mare? e quello che sopra gli altri sovrano torreggia? Rapido mutossi il vento, e disperse i vanti e le vite fra l’onde. O giovinetti, coltivate le terre sotto le  sante  leggi  di  natura;  semplici  regnate,  ordite  utili  consigli [127].

Fra le mode calate d’oltremonti, una alle donne insegna di toglier al petto e all’omero i serici veli; moda denominata dalla scellerata scure con cui la Francia, nel delirio di sua libertà, inzuppando di sangue il terreno, per isbarbicarne l’aristocrazia feudale e clericale, soffocava le opinioni colle morti, adeguava le fortune colla mannaja. Il Parini fa vergognare l’ingenua Silvia di tal costume, non tanto perchè disveli sì dannosa copia di gigli e rose, quanto pei danni che conseguir possono dal dimesticarsi con imagini crudeli. Così le Romane, tolte agli studj dell’ago e della spola, vennero ad ammirare i saltatori e i mimi: si piacquero nei teatri alle atrocità di Tereo, di Medea, d’Atreo; poi dal finto duolo fecero tragitto al vero: contemplarono le fiere combattenti, poi applaudirono ai gladiatori morenti con arte: l’atleta, grondante ancora di sangue, fu chiesto segreto amante: dalla libidine nacque la crudeltà: indi i veleni, indi il concepire invano. O Silvia, lascia quei riti alle belle stupide di mente e di cuore, e tu serba il titolo d’umana e di pudica [128].

Ed ecco il poeta, nell’iniqua stagione strascinando per le vie il fianco mal fermo, stramazza. Quanto piccolo caso per una mente volgare! Ma per lui è fonte di bellissima ode. Perocchè uno, accorrendo a levarlo di terra e sorreggendolo verso casa, — Tu ( gli dice) sei lodato dalla ricca patria, eppure non hai cocchio da salvarti attraverso dei trivj. Muta consiglio: e se non hai amiche, non parenti, non ville, che li facciano preporre agli altri nell’urna del favore, abbraccia le porte de’ piccoli che comandano ai grandi, o turba lo stagno per pescarvi insidioso, o spargi le scurrili facezie sulla tetra noja de’ bassi genj, nascosti dietro al fasto [129].

Alle quali parole dispettoso il Parini, — No (grida) no mai. Buon cittadino, ove natura ed i primi casi lo drizzarono, guida l’ingegno così da meritar la stima della patria; ne’ bisogni chiede onorato e parco: se non è ascoltato, si fa contro ai mali scudo ed usbergo della sostanza sua; ma nè s’abbassa per dolore, nè s’alza per orgoglio —. Insigne ode, anzi tipo dell’ode italiana, la quale torna spesso ai labbro o nel vedere i disordini morali, o nel patire persecuzioni per la giustizia: ode che più d’altra mostra come il Parini sia veramente, qual da principio lo annunziammo, un poeta cittadino, anzi un eroe. Perocchè eroe non è solo colui che prodiga l’anima nei campi. Questi sul morire si vede innanzi la gloria che l’incorona, il mondo che gli applaudisce; ma chi si sagrifica alla verità, pronto a sostenerla col martirio, che cosa ha davanti a sè? una sapienza vanitosa che biasima un fine cui neppure è capace d’intendere: il vizio, l’errore che gli fanno guerra: il popolo cui tentò di giovare, che o l’ignora o a stento gli perdona il gran torto d’avere troppo presto ragione: un mondo che, se cade, ride di sua caduta: pochi che freddamente lo compassionano. Ah! l’uomo che, non ostante ciò, guarda alle benedizioni de’ posteri, all’amor dei lontani, alla stima pacifica e ponderata, la quale si conferma ogni dì anche in coloro che affettano spregiarlo, quegli deve ben essere dotato d’alto coraggio: disposto a che che gli avvenga, non prova rammarico, non confusione; adempì il suo dovere.

Però da gran tempo meditava il Parini un lungo lavoro, fatto all’antica, cioè con lenta ponderazione; dove opponendosi colla poesia agli abusi de’ suoi patrioti ammoinati dalla quiete, si facesse loro santamente molesto per divenirne il benefattore. Già voi nominaste il Giorno: ma prima di farci a discorrerne, giovi dare un’occhiata ai costumi lombardi quali erano nel secolo passato. Veramente, trattandosi d’informarsi di un’età, sarebbe a dire: “Guardate le storie”, e basta. Ma la storia, usa da un pezzo a mirare dall’alto le piccole lotte con che i mortali disputansi palmo a palmo questa terra dove hanno a vivere un dì, non contempla che i capi, non racconta che le fragorose vicende. Lettala, conoscete voi le età che essa vi descrisse? v’ha detto quanto profitti agli individui la gloria dei capi? come un uomo viva in grembo alla sua famiglia? quanto vi sia giovato o molestato dalle leggi? di quale speranza si conforti un padre nell’allevare i suoi figli? che costumi? che arti? che leggi? che sicurezza? che aspettative? a che fossero l’utile, il giusto il bello, il santo, il vero? — Ne patirebbe la storica gravità. Ond’è che noi ci baderemo a descrivere, quanto al vero sapremo e potremo, i tempi che immediatamente precedettero il nostro: che se ci allungheremo oltre le aspettate proporzioni ci sarà ascritto a colpa dal lettore italiano?

Note

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[1] Ezelino da Romano. Torino, 1854.

[2] Sulla storia lombarda mi secolo XVIII; ragionamenti per commento ai Promessi Sposi, Milano 1931: e più volte ristampati.

[3] Gli scritti dei filosofi restano senza ricompensa, ma non sempre senza frutto. Freme la cabala quando parla la ragione, ma si vergogna la cabala stessa di continuare il suo giuoco in faccia d’un popolo che ha ascoltato la ragione». Verri, ms.

[4] “Quest’è il comune scoglio ove urtano coloro i quali, troppo scrupolosamente scrivendo, non pensano che, per quanto aspra e volgare sia una voce, s’ingentilisce e nobile diventa per l’altezza del suo significato” Parini, contro il Bandiera.

[5]                                                                   Poesia novella

È una canna di bronzo alta e gagliarda,

Confina in un polmon pieno di vento,

Glie mantacando articoli parole

E rutti versi ....

Tanto solo il rumor s’ama e ’l rimbombo.

È novitate

Quel che ancor non s’intese. Alto, poeti:

Questa libera età non vuol pastoje;

Tutto concede.. . .

Or basta ch’ empia all’uditor gli orecchi

Sul cominciar sonoritade e pompa

Gozzi, Sermoni.

[6] Bigoncia per pulpito, laudazioni per panegirici, congresssi per adunanze, prestante per bello, natio loco per patria; e così venir fatto, aura, lunghesso, ispezialità, imbasciata, svariato, e debbe e fei e fia e pria, ecc.

[7] Il Roberti parla delle carezze della vita, cioè le dolcezze; delle decenze del suo stato, della mondizia lucida del suo casino, dei bottoncelli di rosa, ecc.

[8] Cotesti modernacci maledetti scrivono come se tutta Italia fosse una galera, e tutti i suoi abitatili tanti vilissimi schiavi». Baretti, Lett. ined.

[9] Diceva celiando che Giobbe non perdette la pazienza perchè non ebbe a fare con stampatori. Il Parini lo chiama «venerabil vecchio, che fu presente e tanto contribuì allo stabilimento delle scienze ed al rinascimento delle lettere, e che vedrà forse decadere e le une e le altre prima della sua morte, se la Vanità degli ingegni italiani non lascia di strascinarsi ciecamente dietro alle opinioni e al gusto intemperante di molti forestieri pittori». Principi delle belle lettere, pag. 235.

[10]                                E risoluto e pieno d’ ardimento,

Le gambe alzando senza dire un fiato,

A capo in giù precipitovvi drento,

       Fece un buco nell’acqua sterminato,

E si pentì d’esser laggiù disceso

Giusto in quel punto ch’ei si fu annegato.

[11] Il Goldoni assistette in Siena ad unaccademia del Perfetti, “Il porta cantò per un quarto d’ora delle strofe alla maniera di Pindaro. Nulla di più bello, nulla di più sorprendente. Era il Perfetti un Petrarca, un Milton, un Rousseau; insomma mi compariva Pindaro stesso». Memorie, c. 48. In questa ciarlataneria dell’improvisare ebbero grido la Amarilli Etrusca, cioè Teresa Bandettini, Livia Accarigi, Fortunata Fantastici, il mordace Matteo Berardi: il napoletano Gaspare Mollo, improvisava in latino come il Gagliuffi, ecc. Ad Antonio Zucchi veronese furono coniate medaglie.

[12]        Nè le Muse devote, onde gran plauso

venne l’altr’anno a gl’imenei felici,

già si tacquero al parto. Anzi, qual suole

là su la notte dell’ardente agosto

turba di grilli, e più lontano ancora

innumerabil popolo di rane

sparger d’alto frastuono i prati e i laghi,

mentre cadon su lor fendendo il buio

lucide strisce, e le paludi accende

fiamma improvvisa che lambisce e vola;

tal sorsero i cantori a schiera a schiera;

e tal piovve su lor foco febèo,

che di motti ventosi alta compaggine

fe’ dividere in righe, o in simil suono

uscir pomposamente. Altri scoperse

in que’ vagiti Alcide, altri d’Italia

il soccorso promise, altri a Bizanzio

minacciò lo sterminio. A tal clamore

non ardì la mia Musa unir sue voci:

ma del parto divino al molle orecchio

appressò non veduta; e molto in poco

strinse dicendo: tu sarai simìle

al tuo gran genitore. - . . . . . . . . . .

Parini, Vespro

Se prende moglie un ricco cavaliere,

Un Orlando, un Achille, un nuovo Ajace

Fan nascere i poeti: aste e bandiere

Vedono tolte al già tremante Trace;

Additan di nipoti immense schiere,

L’un sarà chiaro in guerra e l’altro in pace.

E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra

Cose che star non puon nè in ciei nè in terra.

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,

E fioriranno in le virtù novelle,

Gridano i vati, e vendono dell’orso,

Prima che preso l’ abbiano, la pelle, ecc.

Passeroni, Cicerone, c. IV.

Nè solo prima del Parini e da poeti ordinari, ma fin nel 1782 un sommo poeta, Vincenzo Monti, festeggiando la nascita del Delfino, figlio di Luigi XVI, preconizzava che

sul trono

Guiderà seco la clemenza, e intento

Nel grato cor de’ popoli soggetti

Co’ benefizj a fabbricarsi il tempio,

Sarà de’ regi e degli eroi l’esempio:

Amor del mondo intero

Speme del franco impero....

Veggo intanto i trasporti

Della Francia fedel....

Lungo saria

Di lui le imprese numerarli, e quanto

La futura sua gloria

Vedrassi un giorno affaticar l’istoria.

Lo chiameran le genti

Il magnanimo, il pio, ecc. ecc.

Il che come s’ avverasse ognuno lo ha veduto. Ma che cercar fra il passato? nel 1811 noi sentimmo ai plausi di cinquanta milioni di sudditi mischiarsi centinaia di poetiche voci che in un augusto neonato preludeano le sorti più stupende: poi vedemmo quel neonato, sul fior degli anni, senza il padre, senza la gloria, sovra una terra straniera morir ignoto a sè ed agli altri.

[13]  Egli spera che dopo morte

Ne farà fede ogni lontano tempo

Giudice più sincero, e ne’ miei carmi

Non solo certa esterior vaghezza

Di forme o di fantasmi, e certo dono

Facile di cantar, ma pur fra i lumi

Del difficile stil, come fra belle

Adorne vesti signoril matrona,

Troverà involte quell’egregie cose

Che acconcio meni e trae poeta accorto

Da la scienza, e dir s’udrà: Costui

Vide o conobbe ancor le illustri scuole.

G. M. Cordella, nel suo Compendio della Storia della Bella Letteratura, la quale va fino al 1817, comincia così l’articolo sul Frugoni: “Ma cedano pure la maggior parte de’ poeti del secolo XVIII la palma ad un personaggio che, o si riguardi la ricchezza del genio, o la versatilità dell’ingegno e l’eleganza e dignità dello stile, fra la turba degli altri eminentemente grandeggia”. E dopo sfogatosi con muse, e Apollo, ed erti gioghi d’Elicona e Pindo, conchiude: “Se gli proponga pertanto per illustre modello del lirico o dello sciolto poetare la gioventù che un impeto divino rapisce verso le cime di Pindo; ed il fuoco animato del Frugoni, sparso per le di lei vene, produca nuovi poeti all’Italia, onde ristorar possa almeno in parte la perdita di sì grand’uomo, che ne formò un giorno un così decoroso ornamento”. Eppure l’autorità del Cordella è fondamento a critici posteriori.

[14] Del medico Cocchi e diluì parlando nel Caffè, Pietro Verri diceva che hanno arricchito la nostra lingua colle loro opere, e ci hanno lasciato libri pieni di idee grandi e nobili, adornate da uno stile che le rende ancor più leggiadre».

[15] Gian Gastone Rezzonico, autore di gonfi versi e di lonza (svigorita: ndr) prosa, comincia un poema sul Sistema de’ cieli dall’abil coppiero che agita e mesce

Col dentato versatile stromento

La mattutina d’oltremar bevanda,

E in lucida la versa nella tazza

Del camuso Cinese arduo lavoro.

Fervida s’alza la disciolta droga,

E di fragranza liquida e di spume

Ricca, sovra il capace orlo colmeggia.

 

Ve’ come intorno a lei cadendo il raggio, ecc.

e lo finisce col pranzo:

Già dal bianco mantil vestito il desco

Grato fumeggia di vivande: invito,

 Più che non l’epa dal digiuno asciutta,

Fa del valetto vigile la cura.

[16] Predicatore popolarissimo al fin del secolo precedente era stato il gesuita Ambrogio Cattaneo. Non lasciò che frammenti e cartoline sparse; ma l’altro valente milanese matematico Tomaso Ceva le raccolse, e ne cavò quelle Lezioni sulla Buona Morte, che ancor si leggono. Il Ceva raccontava a Guido Ferrari, che ce lo trasmise poi in bel latino, come dell’immensa fatica sostenuta in quel lavoro si trovò largamente compensato dalla popolarità di esso libro. E segue che una volta incontrò per via un forese che, colla stadera in spalla e con una forma di formaggio sotto ai braccio, andava gridando questa sua merce, intanto che leggeva un libro. Il Ceva se gli accostò e chiese cosa leggesse. — Oh un bellissimo libro, rispose il caciajuolo: il nostro padre Cattaneo, che tante volte ho udito in S. Fedele. - In Thomæ Cevæ Vita.

[17] Come esempio delle spennate invenzioni d’allora, e dell’esprimere giudizj che non richiedono riflessione) reco un sonetto ove il Tornielli loda il Giorno del Parini: sonetto che vedo dato tra i migliori.

Quando apparve, o Parin, l’alto lavoro,

Onde il tuo nome andrà nei marmi inciso,

Voltosi Apollo al divo aonio coro,

Così parlò sul regal trono assiso:

Abbiasi in don costui la cetra d’oro,

La cetra, che io temprai sul fiume Anfriso;

E cinto per mia man del sacro alloro

Goda e regno ed onor con me diviso.

Quel di Smirne e di Manto a cotai note,

Superbi ancor pei lor famosi eroi,

Tinser d’invidia e di rossor le gote.

Ma poi, con senno più maturo e queto

Pesati i doni ed aurei versi tuoi,

Concordi veneraro il gran decreto.

Del padre Granelli si valse Maria Teresa per ripristinar a Vienna l’uso de’ sermoni italiani; il che fece egli con sommo applauso; e i cortigiani (osservatori delle cose piccole come i giornalisti) ammiravano l’arie con cui rannodava il discorso dopo interrottolo per complimentar qualche principe che entrasse. Egli morì nel 1770 ringraziando Dio di morire coll’abito di gesuita.

[18] L’abate Francesco Puricelli milanese, amicissimo del Maggi e del Muratori, morto a Desio il 1738, ebbe una ricca biblioteca che lasciò a quella di Brera; condusse a Milano una colonia di Arcadi, che si piantò in casa del conte Pertusati presidente del senato, e fece molte rime, non inferiori alle lodate d’allora, e che per opera del Balestreri furono stampate a Milano, dai Malatesta 1760. Leviamo come saggio questa sui predicatori :

Due gran predicatori una quaresima,

L’uno per zelo, e l’ altro per dottrina,

La predica facean ogni mattina

Con vario stil ne la città medesima.

L’uno tutto apostolico e divino,

Parlava con fervor sopra i novissimi,

Ma con modi di dir trivialissimi ,

Poco usava il toscan, meno il latino.

Ben si vedea pallido, e smunto in viso,

Penitente nel core e ne l’esterno:

Scioglieasi in pianto in rammentar l’inferno,

E sveniva in parlar del paradiso.

Sgridava le rapine e la discordia,

E ’l senso impuro, ch’ è veleri de l’alma:

Con santa smania battea palma a palma,

Invitando a gridar misericordia.

Ma senz’ordin, senz’arte, incolto e vario

L’istesso ripetea con tuon feroce:

Assai più ch’eloquenza avea gran voce;

Parea, più che oratore, un missionario.

Nei primi giorni s’affollò la gente

Tratta dal grido che di lui correa;

Ma, mentre tutti santi li volea,

Non conseguia di farne un penitente,

E dopo ch’ei sudò come un Elia

Due settimane, gli uditor scemavano;

E quei ch’eran rimasti sbadigliavano,

O a la seconda parte andavan via.

Un giorno che fervente egli inveiva

Contro al peccato, un che presente stava,

Col capo ogni suo detto accompagnava,

Parea compunto, e, pover uom, dormiva.

L’altro predicator tutto erudito,

S’ esprimeva con frasi ornate e pure,

Belle sentenze avea, vaghe figure,

Ingegnosi concetti e stil fiorito.

Schivo d’usar le semplici parole,

Solea con forme inusitate e belle

Or carbonchi del ciel chiamar le stelle,

Ora monarca della luce il sole.

De la profana e de la sacra istoria

Dimostrava una pratica infinita;

I santi padri avea sopra le dita,

E il gran Tertullian tutto a memoria.

Per altro non porgea con mano medica

Rimedio al peccator per farli buoni,

Ma con l’esordio, un par di descrizioni,

E tre Scritture egli finia la predica,

Terso, dotto, sottil, chi l’intendeva

L’udia con indicibile diletto;

Ma predicava solo a l’intelletto,

E per la volontà non la moveva.

Pur, quando gli argomenti l’induceano

A spiegar teologiche dottrine,

Il popolo ignorante e le beghine

Nulla intendendo, il petto si batteano.

Una persona, che più volte udì

San Tomaso citare un giorno a caso,

Pensò che de l’apostol san Tomaso

Facesse il panegirico in quel dì.

Dei due predicator chi fea più male?

Al parer vostro mi rimetto in tutto;

L’un pien di fiori non facea mai frutto,

E l’altro era moral senza morale,....

[19] Se molte biografie si facessero come quella del Roberti, che il Tommaseo pose nel libro Di Bassano e dei Bassanesi illustri, sarebbe riformata non solo la storia letteraria, ma anche la civile.

[20] Eppure il Cesarotti mostrò conoscere in altri questo scandalo allorchè a Saverio Mattei, che tradusse i salmi in istile metastasiano, scriveva: «I salmi possono chiamarsi vostri, giacchè voi per lo meno fate a metà con Davide».

[21] Abbiamo del Cesarotti una lettera in dialetto al Lamberti, dettata con una naturalezza che fa singolar contrasto alle sue traduzioni, e mostra l’importanza di adottare un dialetto per lingua comune, quand’anche nol si fosse già fatto. Mal resistiamo alla tentazione di qui riprodurla:

« Grazie grazie del vostro prezioso regalo. No v’ho risposto subito perchè volea prima lezer de seguito e assaporar le vostre Stagion. No ve posso spiegar el gusto che le m’ha dà. Le ho trovade tutte belle, e ognuna nel so genere tute ecelenti. Ste do quaderne in oposizion le fa un contrasto el più saporito e picante. Un omo del mestier che fusse obligà a scieglier un solo de sti pezzi a esclusion dei altri el saria più imbarazzà de l’aseno tra ì do muci de fèn. Le Stagion Campestri gha tutte le grazie de la natura: i fiori ghe xe seminai con profusion come quei dei prai. Le Cittadine fa la pitura la più espressiva e la satira la più delicata dei costumi de la capital. I vostri Ritrati no la cede ai Caratteri de La Bruyère, e ste quattro scenete originali podaria esserve invidiae da Goldoni. In soma mi ghe ne son contentissimo in ogni senso. No digo che no ghe sia el so più e ’l so manco, e che forse qualche scropoloso no possa trovarghe qualche neo; ma mi, soprafato da le so belezze, no gho avudo tempo de badarghe, e compianzo chi se n’ha acorto. El dialetto venezian gha per vù acquistà la delicatezza elegante de l’aticismo. Anacreonte no gha gnente che superi la galanteria insegnada de la vostra Primavera. Compiaseve de sto primo esperimento, e continuè a darne el resto delle vostre composizion. E le farà che Venezia viva anche dopo morte. E certo de l’ approvazion e de l’ applauso del publico, ma speteve solo i morsegoni delle bele del bon ton e de’ so.... No saria de stupirse se un Orfeo fusse da novo malmenà dalle Bacanti. Ma za i so furori al presente no porta bota, e nol poderia che servir a dar esercizio alla vostra pena. Addio, caro e bravo amigo. Acetè le mie congratulazion e le sincere proteste della mia cordialità. Vogieme ben, e come sempre per el primo dei vostri affetuosi estimatori .... ”

[22] Che il culto di Dante fosse morto nel secolo passato è un luogo comune. Danteggiarono il Maffei nei due componimenti per la nascita del principe di Piemonte; il Manfredi ne’ due canti del Paradiso; Cosimo Belli nella Consumazione de’secoli: Lodovico Salvi veronese, che la sapeva tutta a memoria, fece gli argomenti in verso ai singoli canti della Divina Comedia, e il Morgagni gli diceva la Divina Comedia esser tale da sentirsene crescer con gli anni la intelligenza e l’ammirazione (v. Pedemonti, elogio del Salvi). Anche il breve vissuto Filippo Rosa Morando difese Dante dagli appunti del padre Venturi.

[23]                    Certi versi che sono, sto per dire,

Un ammasso di gravide parole,

Che sovente si stentano a capire,

La dotta Italia più non vuol sentire...

E più non vuol sentir belar l’agnelle,

Ch’anche troppo belarono fra noi;

Nè vuol sentir parlar di pecorelle,

Nè d’ovil nè di capre nè di buoi,

Nè sentir sospirar le pastorelle.

Cicerone, e. XXII

[24] Imitava in ciò il Caporali, che cantò al modo stesso la vita di Mecenate: ma vuolsi che Sterne dicesse essere stato dal Passeroni ispirato nel suo Tristram Shandy.

[25] Parini, La recita dei versi.

[26] Mala figura farà l’Italia d’oggi nei secoli avvenire in fatto di poesia, perchè i principali poeti de’ giorni nostri, vale a dire Carlo Gozzi e G. Passeroni, si sono messi in capo che bastii infilzare migliaja di rime per essere degni del nome. L’uno e l’altro di essi fu arricchito dalla natura di quanto cervello bastava per ornare la patria loro di mille poesie maravigliose; ma l’uno e l’altro non hanno voluto pigliar fatica, ed hanno sparso i componimenti loro di tante, cose insipide, sciancate, sfibratissime che non si possono leggere da uno che ami la diligenza e la perfezione in ogni componimento poetico; e per colmo di sciagura hanno guasto col loro esempio tutti gl’ingegni di seconda classe, inducendoli a buttar giù ogni cosa che viene loro in capo, come se la frettolosa facilità fosse l’unico fregio d’un componimento poetico v. Lettera del Baretti al Carcano, 12 marzo 1788.

[27]                    O gran silenzio intorno

A sè vanti compor Fauno procace

Se, del pudore a scorno,

Annunzia carme onde ai profani piace.

Parini, La recita dei versi.

[28] «L’ abate Casti, nel lungo Poema tartaro contro Caterina II e nel lunghissimo degli Animali parlanti contro le corti, è assai meno arguto e più ciarliere assai di Tersite — e più stolto.» Foscolo, Il Gazzettino del bel mondo. E prosegue: «Ei non aveva urbanità di facezia, nè fantasia pittrice di descrizioni, nè proprietà di vocaboli, nè ricchezza di frasi, nè novità di stile. La sesta rima, di cui si è giovato, è metro d’autore pigro, e per la sua triviale facilità riesce tediosa ai lettori; non può avere la sublimità de’ versi sciolti, nè il nerbo delle terzine, nè la maestà dell’ottava».

[29] Gaetano Casati, rinomato fra i comici col titolo di Cavadenti, a Venezia trasse gran folla al teatro col far declamare i drammi di Metastasio. Eccetto questo, i grandi poeti del secolo passato Goldoni, Gozzi, Passeroni, Marini, Alfieri appartengono tutti all’Italia superiore Perchè?

[30] Parini, Il dono.

[31] Lettera al Calsabigi.

Poche cose ci esposero tanto allo staffile dei maestri quanto i nostri giudizj sul Metastasio, sull’Alfieri, su altri sommi; prova che la critica tra noi non è ancora uscita dai banchi d’umanità; come il recare alterati e mutilati i nostri giudizj mostra che non fu educata alla probità. Noi aspiriamo a dar sentenze nostre, non le altrui, e appunto perciò ce n’è fatto caso. Pure qui registreremo giudizj pubblicati dopo il nostro, e da umori molto differenti.

Il Monti scriveva a Giovanni Rosini, a’ 29 marzo 1807: “È forza che l’Italia, o presto o tardi, si persuada che Alfieri è un grande ingegno, ma mancante di gusto nel verseggiare, e il rovescio della natura nel dipingere le passioni, che in lui sono tutte affari di testa, senza licenza del cuore ”.

Il Gioberti appunta nell’Alfieri a quel fare tirato, superlativo e declamatorio, che li ricorda piuttosto le amplificazioni dei retori che i modelli dei gran maestri v. Gesuita moderno, II. p. 598.

E Ugo Foscolo: « Credo che la sua smania di non dire cose comuni abbia traviati moltissimi begli ingegni. Onde crearsi un modo diverso dal consueto, abbandonata la civile e naturale favella, si piacque di lambiccare ogni frase, ogni periodo, frugare negli antichi onde innestare nei libri nostri strane leggiadrie e squisitezze che non possono essere da tutti gustate, nè costantemente seguite». Prose letterarie, p. 313, ediz. Le Monnier.

[32]                    La poesia è oggi una ....

Che giunge nelle mani a questo e a quello.

Giace la meschinella nel bordello

Tutta sdrucita, sudicia, e malsana.

Ben piange ella, e fa cenno alla lontana

Quando le par vedere un buon cervello,

E dice: Aita aita! deh, fratello,

Cavami omai di questa vita strana.

Vedi come m’han concia le persone ;

Che rogna e lebbra e schianze ho sulla pelle,

E son pelata e vo quasi carpone.

Or sono queste più quelle mammelle

Che allattarono Orfeo ed Anfione

E tanti altri famosi? or son più quelle?

Se non fra le donzelle,

Fa ch’io riabbia almeno un loco onesto,

E che venga una volta fuor di questo,

Dove ogni uom disonesto,

Parassito, buffon, ruffiano e spia,

Si vuol valer della persona mia:

Dove, quanto desia,

Ciascun mi tira, pettina e malmena,

In casa, nelle piazze e sulla scena. —

Così di pianto piena,

Per liberarsi dal suo viver basso,

Grida la vergognosa; e sta nel chiasso.

[33] Almen potessi non indegna e alquanto

Men oscura opra far che tragger carte

Dal gallico idioma , o ignote o vili.

Alla lingua d’Italia.

In vili carte

E in ignote scritture io m’affatico

Con sudor cotidiano.

Sermoni.

Anche suo fratello Curio cantava:

Non credo si chiudesse verginella

In monastero per servire a Dio;

Nè che andasse a marito mai donzella

Senza un gran pezzo del cervello mio.

Il mio nome fu letto in ogni cella

In ogni casa si sa chi son io,

E alcuno forse il cognome mi pose

Di citarista di tutte le cose.

[34] Sto per contare fra i milanesi questo illustre modenese, che qui fu fatto prete, e lunghissimo visse attaccato alla casa Borromeo, poi come dottore della Biblioteca Ambrosiana, e chiamava la nostra la città del buon cuore. Qui pubblicò le Antichità del medio evo in sei volumi, e gli Scrittori delle cose italiche in ventotto (dal 1723 al 51), e la Raccolta delle iscrizioni; moltissimo ajutato dal nostro Sassi, prefetto dell’Ambrosiana. Amicissimo del nostro Maggi, ne scrisse l’elogio, e procurò impedire quell’assassinio che sogliono fare gli editori d’opere postume col pubblicar ciò che un autore avea ripudiato. Fece in casa Borromeo istituire un’Accademia di morale e letteratura. Sì grand’uomo i Milanesi lo vedano ora assistere ridendo ai burattini, ora far dottrina, tener gli esercizj, procurare missioni; del che al solito gli venivano beffe e titoli d’ipocrito, tanto più che osò lodare i gesuiti: al tempo stesso che altri lo accusavano a Roma come eretico. Neppure dagli spadaccini andò immune, e un Côrso minacciò ammazzarlo se non ritrattasse la frase posta nella prefazione, Corsi ferocium atque agrestium hominum gens». Egli sapeva che queste amarezze sono serbate agli storici e continuava intrepido; e quando il re di Sardegna, avendo invaso il modenese, gli domandò: Come mi tratterete nei vostri annali? rispose: Come V. M. tratterà la mia patria.

[35] Il già nominato abate Puricelli (pag. 30) deplorando la morte del Maggi, gli attribuiva nobili e sublimi intenzioni:

Le rime, vili omai per sogni vani

O per mal saggi amori, in pregio ei pose,

Perchè con modi ancor nuovi e sovrani

Il Bello e il Ver della virtude espose;

E a la più pura idea vòlto il pensiero,

Giovò col dolce, e dilettò col vero.

I lumi, ond’ei vergò le dotte carte,

Mostra chiaro l’ingegno e ardente il zelo:

Egli del poetar santa fe l’ arte,

Gran maestro d’amore amando il cielo ;

E de l’estro di Febo, ond’era pieno,

Ne fe balsamo a l’alme, e non veleno.

Censore di costumi, a ferir giunse

Le follìe dell’età con grazie acute,

Ma con amor piagando allor che punse,

Arte medica usò per dar salute;

E quel che altrui parea livido morso,

Era rimedio, e a la virtù soccorso.

I vizj rei, che ivan superbi intorno,

Ei con pietoso zel punse e corresse;

Ed in scena talor con riso e scorno,

Sol per farli odiar, vivi gli espresse,

Il vizio flagellò stolto e rubello;

Ma coperto di rose era il flagello.

Se talora a cantar terreni amori

Sfogò fiorito il giovanil talento,

D’una grand’alma egli cantò gli onori,

Che fea con sua virtù nobil concento;

E fe veder ne l’amoroso stile

Che l’ amor più innocente è il più gentile.

Pur questi amori così puri, e degni

Tanto affina col zel de l’alma santa

E gli erge alfine a sì sublimi segni

Ch’anche in cantar d’Eurilla al ciel sol canta,

E cerca ne’ bei sensi il canto pio

Co’ suoi amori innamorarla a Dio.

[36] Lettera del Muratori al nipote del Maffei.

[37] Lucii Sectani Secundi Q. f. de tota græculorum hujus ætatis literatura

[38] “Di Benedetto Bordone appena mi tratterrei io a parlare se una quistione assai dibattuta qui non ci si offrisse, e che non vuolsi passar senza esame; cioè se fosse padovano o veronese, e, ciò che più importa, s’ei fosse o no il padre del celebre G. C. Scaligero”. E sei intere facciate occupa in tal discussione attorno autore che appena crede degno d’esser mentovato. T. VII, p. III, pag. 1169, 1175.

[39] “Gioachino Scaino da Salò fu un dei più Illustri (giureconsulti}, e ne è testimonio l’onorevole iscrizione a lui posta nella sua patria, dappoichè egli fu morto nel 1608... Paolo Zanchi bergamasco... meritò d’essere encomiato con orazione funebre da Giovita Rapicio ”. T. VIII, L. II, C. IV, n. 49. e passim.

[40] Lettera al padre inquisitore.

[41] Vol. III, pag. 434.

[42] Il gesuita Zaccaria fe una Storia letteraria d’Italia, vero giornale di molta erudizione e non ordinaria franchezza. Con questo, ma più cogli scritti teologici e archeologici provocò chiassose dispute col Concilia, col Mamachi, coll’abate Capriata, col Muratori, col Lami, coi difensori del falso Febronio e del vescovo Ricci.

Anche il bresciano Mazzucchelli, ne suoi Scrittori d’Italia, di cui sventuratamente non si pubblicarono che le due prime lettere, informa delle particolarità bibliografiche e biografiche con portentosa esattezza, ma nè delle opere porge un concetto, nè l’autore colloca coi contemporanei.

[43] Vogliam nominare Antonio Eximeno, che fece l’Origine e regole della musica, negando che questa sia parte delle matematiche, ma solo una prosodia del linguaggio: Vincenzo Requeno, che nel Ristabilimento dell’arte armonica pretende scoprire le regole e l’indole della musica greca, escludendo anch’esso le matematiche; il Clavigero messicano, la cui Storia del Messico e della California è importantissima: Lorenzo Hervas, la cui Storia della terra e delle lingue, e il Catalogo delle lingue son dei primi felici tentativi di filologia comparata.

[44] Voltaire scriveva al Bettinelli:

Compatriote de Virgile,

Et son secretaire aujourd’hui,

C’est a vous d’ècrire sous lui:

Vous avez son ame et son si style.

Nelle Lettere sull’epigramma descrive piacevolmente una sua visita a Voltaire. Questi, invitato poscia dal Bettinelli a visitarlo a Verona, rispondeva: “Ben vedete che non mi dee garbare il venir in paese ove alle porte della città sequestrano i libri che un povero viaggiatore ha nella sua sacca; non posso aver voglia di chiedere a un domenicano licenza di parlare, di pensiare, di leggere; e vi dirò schietto che codesta vigliacca schiavitù dell’Italia mi fa orrore. Credo la basilica di San Pietro assai bella, ma amo più un buon libro inglese, scritto liberamente, che centomila colonne di marmo”.

[45] Il fraseggiare bestemmie contro il Bettinelli è un luogo comune di chiunque scrive di letteratura, ma che pochi l’abbian letto me lo mostra la somiglianza degli attacchi. Per salvar le mie spalle dal non aver fatto eco, dirò ch’egli dal maggior dantista dell’età nostra era chiamalo maestro e padre (Foscolo, epistolario vol. 1, p. 80): e che nel miglior giornale del secolo passato si scriveva: “ È comparso un libro in Italia, che è uno de’ più benemeriti libri che da molto tempo siansi fatti, e sono alcune Lettere di Virgilio all’Arcadia di Roma .... L’autore dà un giusto valore alle cose ed agli originali che ci erano proposti d’imitare eternamente sotto pena di riguardare come reo di lesa pedanteria chiunque osasse uscire dello strettissimo giro stabilito. La maggior parte del lettori si sono scatenati contro la verità, che veniva in quelle lettere annunziata e, direi quasi, dimostrata; pure delle ristampe di quel libro se ne sono fatte, e mi vado lusingando che, sparsi qua e là ve ne siano molti de’ sediziosi, e che il regno de’ pedanti sia per durar poco ”. Pietro Verri nel Caffè. Costoro poi, che ad ogni libero e sentito giudizio rinfacciano l’autorità, osservino la diametrale opposizione di giudizj intorno al Bettinelli nel conte Napione, persona stimabilissima, e in Camillo Ugoni, tre volte stimabilissimo. Finitela una volta, o reverendi maestri, di buttarci in faccia il dotto A e l’ erudito B; opponete ai nostri giudizj i giudizj propriamente vostri, e che mostrino avete letto gli autori, a cui ci accusate di scarsa riverenza o di eccessiva. Voi (lasciatemelo ripetere) avete la vostra testa, noi la nostra, ed esclamiamo con Seneca: “Gli è vergogna, il giudicar sempre su voto altrui: Questo l’ha detto il Tiraboschi o il Ginguenè, il Milizia o il Cicognara. Sta bene: ma tu che ne dici? La Gazzetta tale e l’ipercritico tal altro sentenziarono così e così. Sta bene: ma come ne sentenzii tu? E fin a quando starai al freno d’un altro? Qua, portaci alcun che di tuo. “Turpe est ex commentario sapere. Hoc Zeno dixit: tu quid? Hoc Cleanthes: tu quid? Quousque sub alio moveris? Aliquid de tuo profer”. Seneca , Ep. 337.

[46] Anche il Baretti si piacque assaissimo di Milano, ov’ebbe lungo soggiorno e calde amicizie. Il Firmian avea già dato speranza di quivi impiegarlo; ma avendo egli stampato qui il primo volume delle sue Lettere, il ministro di Portogallo levò romor grande, quasi fosser oltraggiose alla sua nazione. Allora il Baretti se ne andò, ma con gravissimo rincrescimento, che espresse in un’epistola ove ricorda

quel glorioso duomo

Ornamento stupendo di quella Lombardia

Che cara unicamente fu sempre all’alma mia.

E perchè lusingarmi con modo disonesto

Di farmi passar tutto della mia vita il resto

Sotto l’ombra diletta di quell’augusta mole,

Perchè darmene tante replicate parole,

E poi all’improvviso piantarmi un porro in mano,

Deludermi, schernirmi, cavarmi da Milano?

Quanto son poveri questi versi, tanto è graziosa la lettera 10 novembre 1761, ove al fratello Filippo descrive le delizie del villeggiar in casa Imbonati a Cavallasca col Parini, col Tanzi, col Passeroni, col Balestrieri, col Bicelli ed altri: «canti, suoni, poesie, cibi scelti, vini grati e passeggiatelle e risa e giuochi dal cantar del gallo sino a notte chiusa, si seguono alternamente. Gl’ Inglesi, i Francesi, gli Austriaci, i Prussiani, i Moscoviti battaglino e si distruggano a voglia loro: a noi non importa un fil di paglia».

[47] A don Francesco Carcano lettera del 13 ottobre 1770. E al 19 gennajo 1771: «Ho veduto un libro del Beccaria, che ci vuol insegnare a scrivere con buono stile, senza saper egli stesso un’acca nè di stile nè di lingua il pover uomo s’è lambiccato il cervello per esprimersi in modo da non esser inteso, se non fosse da quell’altro cervello bujo del conte Verri ».

[48] Passim: e come economista lo sbatacchia nel N. XXII.

[49] Auguriamo agli autori la tranquillità d’animo del Goldoni, il quale conchiudeva le sue Memorie così: «Se vi fosse qualche scrittore che volesse occuparsi di me non per altro che per farmi dispiacere, perderebbe Il suo tempo, io son nato pacifico, ho conservato sempre il mio sangue freddo: nella mia età leggo poco, e non leggo che libri di divertimento».

Criticato da Diderot, andò a trovarlo; e dice che, qualvolta seppe d’alcuno che gli portava astio, egli andò a cercarlo e disingannarlo. Felice chi si sente questo coraggio, o non ha detrattori così spregevoli da creder viltà il riconciliarseli!

[50] Acciocchè neppur l’originalità dell’infamia sia concessa agli Aristarchi odierni, diremo che il Baretti accusa il padre Buonafede d’essere antimonarchico e antipapistico, e che esso Baretti fu tacciato anche in stampa e sino in francese d’esser nella sua Frusta coadjuvato dai gesuiti; del che egli a lungo si scagiona. Vedi il N. XXX nella risposta al Bue pedagogo. Giacchè delle profezie dei politicanti odierni non si ha cuore di ridere, si leggano quelle che il Baretti faceva intorno alla guerra d’America, assicurando don Francesco Carcano “che se in questo anno l’Inghilterra non disfà l’America, la disferà certamente nel corso dell’anno venturo, se ne dica in milano quel che si vuole; e fa voti che “i perfidi Americani siano in parte sterminati e sbarbati dal mondo, come ben si meritano”.

[51] Bene meritaron Giuseppe Maria Bianchini di Prato, che stampò la Difesa di Dante, lezione nella quale si mostra che lo stile della Divina Comedia non è rozzo e incolto, ma bensì leggiadro e gentile... e che la lettura di Dante è molto utile al predicatore (Firenze 1718); il canonico Paolo Gagliardi, autore di Cento osservazioni; il Rosasco, che fece sette dialoghi della lingua loscana; il Rogacci, e meglio il bolognese Corticelli che ci diedero utili, se non ragionate grammatiche. La più notevole opera in tal fatto è quella di Pietro Bergantini veneziano intitolata: Voci italiane di autori approvati dalla Crusca nel vocabolario di essa non registrate, Venezia 1745; la più utile, il Vocabolario dell’Alberti nizzardo. Non vuolsi dimenticare La Crusca provenzale, ovvero le voci che la lingua toscana ha preso dalla provenzale (Roma 1724 ) ove Antonio Bastero mette un paradosso, che più tardi come novità trovò molti fautori in Italia, cioè che la lingua nostra derivi dalla provenzale, ossia dalla romanza. La letteratura nostra era ancora abbastanca coltivata oltr’alpi: Annibale Antonini salernitano fece a Parigi un dizionario, una grammatica e molte edizioni de’ nostri classici; altre ne eseguì il Rolli a Londra, ove Il Baretti diede un dizionario, e molti scritti proprj e molte stampe d’altrui; il qual Baretti si lagna anzi delle molte cose sconvenienti colà stampate da Italiani.

[52] Discorso IV della lingua italiana, E si guardi il bel paragone che vi fa del Boccaccio con Tucidide.

[53] Al Caffè, cominciato a stamparsi il 1764 colla data di Brescia e finito l’anno seguente, lavoravano Pietro ed Alessandro Verri, Beccaria, Lambertenghi, Alfonso marchese Longo brianzuolo canonico di Santo Stefano, che poi fu professore di diritto ecclesiastico nelle Scuole Palatine, il matematico Frisi, Giuseppe Colponi, Pietro Secchi. In uno de’ primi numeri leggesi: “Cum sit che gli autori del Caffè sieno estremamente portati a preferire le idee alle parole, ed essendo inimicissimi d’ogni laccio ingiusto che imporre si voglia all’onesta libertà de’ suoi pensieri e della ragion loro, perciò sono venuti in parere di fare solenne rinunzia alla purezza della toscana favella”. Alessandro Verri poi si disdisse nella prefazione ai Detti memorabili di Socrate scrivendo: “Certo non è indizio più manifesto di animo servile quanto il contraffare i costumi, le foggie, le opinioni, la lingua altrui. Quindi si dolgono lungamente senza profitto i nostri letterati che omai la nostra favella sia guasta per la mescolanza con la vicina sorella. Uno strano dialetto, composto delle due lingue, non solo si parla ma si scrive ecc.”.

[54] Due lettere sopra il libro intitolato: I pregiudizi delle umane lettere, Milano, dalla r. d. Corte 1756. La seconda è del Soresi, che vi espone buoni concetti intorno all’Insegnamento letterario.

[55] Risposta del P. M. Alessandro Bandiera alle imputazioni apposte contro il suo Gerotricamerone, ecc. Milano, Galeazzi 1757.

[56] Sono parole delle lettere del Parini contro il Branda.

[57] “Le frasi birbesche e da osteria sono un fango che rimbalza sopra chi lo scaglia; nè merita l’onore che se gli risponda chi ha la bassezza di usarne». Verri, Quattro lettere al sig. A. F. D.

[58] Questi oveva già sostenuto un battibecco a favore di Carlo Bescapè generale de’ barnabiti, quando, alla vita di san Carlo scritta da questo, l’Oltrocchi preferì quella del Giussani; poi un altro litigio col canonico Irico per tre parole che questi aveva corrotte in un’epigrafe di lui, e stampò sei lettere, e n’ ebbe altrettante risposte.

L’oblato C. Rosa loda l’elogio del Sassi che latinissima oratione in lucem edidit eruditionis et litteraturae politioris laude celeberrima P. Onuphrius Branda. Vedi C. Rosæ... orationes habitæ in seminario mediolanensi, Milano 1809.

[59] “Non veggiamo noi tutto dì quelli che sono allevati in aria grossa e pigra e addensata e grave , come son que’ contadini che vivono fra gli orti e terreni marciti vicino alla città, i quali sono zughi, gabbiani, gonzi, balordi stolidi, che metton prima la barba al mento che un pò di sale in zucca?” Branda, Dial. della Lingua Tosc.

[60] Parini.

[61] Al P. Onofrio Branda, ecc, prete G. Parini milanese, Milano, Galeazzi, 1760.

[62] Lettera di G. Parini in proposito d’un’altra scritta contro di lui dal padre D. Onofrio Branda, Milano, Galeazzi 1760.

[63] Quest’ accademia milanese, nata fin dal 1550, era stata rinnovata dal conte Giuseppe Imbonati, che ne fu poi conservatore. A quel rinnovamento aveva assai contribuito il valente fisico Ambrogio Avignoni, che molto operò anche nell’accademia di storia ecclesiastica, eretta in casa del conte Ercole Solanella. L’insegna de’ Trasformati era il platano inestato, col motto Et steriles platani malos gessere valentes e appartenevano di bei nomi, il Salandri, lo storico Giulini, il dotto Irico, l’avv. Fogliazzi, gli abati Cristiani e d’Adda, i valtellinesi Saverio Quadrio e Noghera, il padre del Borghetto, il poeta Balestreri, e Villa, Soresi, Passeroni, Baretti, Guttierez, ecc. Ne fu segretario perpetuo Carlantonio Tanzi, ingegno vivace e insieme erudito vastissimo e generoso, come il mostrano le tante notizie ch’egli somministrò al Muzzucchelli, desunte principalmente dalla Biblioteca Ambrosiana. Alle costui poesie milanesi e toscane, stampate a Milano dall’Agnelli il 1766 il Parini antepose un elogio.

Della magnifica Badia parliamo altrove.

Fra i combattenti convien nominare Giuseppe Cerini di Solferino mantovano. Venuto poverissimo a Milano, si fe conoscere da alcuni giovani che lo fecer accettare accademico umorista, e gli trovarono qualche lavoro d’avvocatura. Il suo dialogo di Gracchia e Mastragora piacque ai Milanesi, senza offender il Branda. Il Cerini produsse alcune commedie applaudite e fu fatto poeta del teatro regio. Si san di lui alcune poesie anacreontiche (1776) che la Biographie Universelle loda «per immaginazione dolce e allegra, eleganza squisita e beata facilità» !

[64] Lettera di N. N. al prete Parini. Uno degli scritti più virulenti fu quello intitolato: Al signor Carlantonio Tanzi, lettera di un vero suo amico, nella quale prendesi in considerazione la nuova antibrandana da lui fatta stampare in Lugano e divulgata a Milano. Fu ritirata dalla podestà civile, e si attribuì al famoso matematico padre Grandi. Tutti i giornali se ne occuparono.

Il Lami nelle Novelle Letterarie lodò li Branda, poi anche il Parini. Le Nuove memorie per servire alta Storia Letteraria propendono pel primo; pel nostro l’Excerptum totius italicae nec non helveticae literaturae di Berna.

[65] “Questo è quel poco ch’io ho pur voluto dire del mollo che avrei potuto in proposito di coloro che procurano di nobilitare il nostro volgar milanese. Il che io ho fatto a bella posta per avvertire i semplici, i quali credessero a ciò che voi diceste nel vostro primo Dialogo intorno alla nostra lingua e all’uso che si fa di essa. Così potesse quel vostro libro stimolare i dotti amatori del nostro dialetto a pubblicare tutte le bellissime opere loro, scritte in milanese per loro onesto sollazzo, in mezzo alle più serie occupazioni e ai più gravi studj, co’ quali procurano utilità ed onore alla loro patria ed a sè medesimi! In tal guisa tornerebbono in vantaggio della lingua milanese i biasimi che le avete dati; e sarebbe noto a tutto il mondo ch’essa non solo non è atta a far ridere per sè stessa, ma che tale ancora non la rendon coloro che l’adoperan scrivendo. Anzi acquisterebbono lode i nostri Milanesi, i quali hanno saputo volgere il loro dialetto e i loro versi in esso scritti a un sì lodevole e vantaggioso fine quanto si è quello di ammaestrare e di correggere i costumi della loro patria, servendosi meglio che in tutte le altre lingue non si fa della poesia.

Voi riprenderete forse come soverchio l’amore ch’io porto al mio paese dicendo ch’esso mi fa parere i difetti grazie, e le sconciature avvenentezze, siccome accennaste nel secondo Dialogo; ma voi il potete ben faro a vostra posta, che nondimeno io non mi torrò giammai dalla mia opinione, la quale non è punto diversa da quella de’ più saggi e giudiziosi uomini; e se anche possibil fosse ch’io mi ingannassi in questo, mi farà sapere dolce cosa l’ingannarmi giudicando a favore della mia patria nelle cose indifferenti e che non fanno torto veruno alle altre nazioni”.

[66] Dal Branda leverò un tratto che si riferisce a costumi. Fate serbo di fiato. “Oh quanto invidio la sorte di chi nasce in que’ paesi (in Toscana)! E quanto avventurati noi saremmo se nelle case nostre, invece di que’ gaglioffi che ci servono, di que’ pascibietola e fantocci e scimuniti che non ci fanno altro suffolare agli orecchi che melensaggini e gagliofferie e motti da taverna, sì, quanto avventurati noi saremmo se, invece di que’ Franciosi affamati che ci si ficcano in casa per insegnarci a fare il galante, a metterci in sosta e stare su lezj e smancerie, a smozzicar le parole per cinguettar in lingua pappagallesca, ed avvezzarci a quel linguaggio innestato di francese e italiano che non è nè l’ uno nè l’altro, ma sì bene il vitupero dell’una e dell’altra nazione, e che usano non pertanto a’ dì nostri le più leziose fanciulle e i più spasimati damerini e i più ammartellati d’umore; quanto, ripeto, avventurati noi saremmo se, invece di questa genia, feccia d’asini, di questi paladini erranti, che, birboneggiando alcun tempo per le case delle virtuose e de’ virtuosi di ballo e di palco, si trasser pria le spese, e fecer poscia un buon capitale di smorfie, di attucci, d’inchini, di riverenze, per meritarsi poi d’entrar maestri di buone creanze nelle case de’ galantuomini; quanto, replico, avventurati noi saremmo, se, invece di trattare con costoro, avessimo ad usar di continuo con Toscani ”. Dialogo sulla lingua toscana.

[67] Quando il Branda diceva che il dialetto nostro non è buono che a far ridere, i Meneghini gli domandavano se il prete faccia ridere il moribondo e il giustiziato allorchè li conforta in milanese. Poi il Baretti (ci torneremo di spesso, tanto egli insegna perchè è lui, non copia d’altri) spasimava pel Balestrieri, e non rifina di dargli lode in tute le lettere al Carcano. Letta poi la versione della Gerusalemme, arriva a scrivere. «Mi place quasi da per tutto più che non l’originale, di cui la lingua è sovente arbitraria e sovente barbara.... La lingua del Balestrieri è pura milanese, I suoi versi son tutti facili e armoniosi, i suoi pensieri tutti espressi con chiarezza e con precisione, le sue infinite piacevolezze tutte vaghe, tutte naturali.... Degli uomini come il Balestrieri il mondo non ne produce più d’uno o più di due in un secolo: nè io ne conosco altro in Europa che gli s’agguagli se non il Metastasio». E lo mette dissopra di quei conti e marchesi che allora onoravano Milano, e vorrebbe gli si ergesse una statua, o si facesse una colletta di due o tremila zecchini, come fecer gl’Inglesi col Pope: “e possa io morire se l’Omero del Pope dà la metà piacere del Tasso milanese”. Eppure non v’è uno su mille Milanesi che oggi regga a leggerlo.

Quando il Balestrieri morì, il cardinale Durini, che lo aveva protetto e soccorso nella vecchiaja, lo pianse con un intero volume di poesie latine. Poi Francesco Carcano fe una raccolta di versi (1780, Mon. di Sant’Ambrogio) di varj, fra cui ci ha ottave di P. Verri, un mediocrissimo sonetto milanese del Parini e un suo epigramma poco migliore che dice:

Vanne, o morte crudel, vanne pur lieta

Di questo pianto che mi bagna il volto:

Ahi, tre cose rarissime m’hai tolto;

L’uom buono, il buon amico, il buon poeta.

Fra altre cose di poco valore la men peggio parmi questo sonetto del conte Luigi Marliani:

L’è mort el Balestrer! oh pover omm!

Emm pers ona gran bonna compagnia:

E quel ch’è pesg, emm pers on galantomm

De quij che al dì d’incœu gh’ è carestia.

Cossa ghe giova a lu tucc qui bel tomm

Milanes e toscan de poesia,

Se no ghe resta adess olter ch’el nomm,

E l’è in di sgriff de quella brutta stria?

Guarda, Milan, cossa t’èe mai perduu!

Bonna fed e bon cœur, scienza e virtù

Hin con lu in sepoltura e stan scondùu.

Piangemm, che mai no piangeremm assèe:

Ma lu ch’el se la god e ’l sta là su,

El ne ringrazia, e pœu el ne rid adrèe.

[68] Attese le recenti controversie sopra il valore di lingua e dialetto non sarà superfluo riferire questo brano.

“Le lingue sono tutte indifferenti per riguardo alla intrinseca bruttezza o beltà loro. Le voci, onde ciascuna è composta, sono state somministrate agli uomini dalla necessità di spiegare e comunicarsi vicendevolmente i pensieri dell’animo loro: e la natura, a misura che negli uomini sono cresciute le idee, ha dato loro segni da poterle esprimere al di fuori; onde nasce che ciascuna lingua è abbastanza perfetta, qualora non manchino ad essa quelle voci che si richieggono a poter spiegare ciascuna idea di colui che parla. Ciò che fa creder superiore una lingua ad un’altra si è la maggiore abbondanza de’ vocaboli proprj d’una sola cosa, i quali servono alla diversità degli stili; ed oltre a questo la maggiore universalità di essa lingua, nata da varj accidenti naturali politici e morali, la quale serve alla maggior copia degli scrittori. Queste ed altre accidentali superiorità d’una lingua fanno ch’essa domini sopra le altre più ristrette, e che non hanno tant’abbondanza o, dirò meglio, lusso di vocaboli. Questi si chiamano dialetti, e vivono entro ai termini di ciascuna città e piccolo tratto di paese; laddove le altre, che perciò si chiamano dominanti, stendonsi più largamente e nelle bocche e negli scritti delle persone più colte di ciascun regno o provincia. Ciascun dialetto tanto si reputa più puro, e perciò tanto più bello, quanto più scevro si mantiene dalle voci forestiere, che perciò si chiamano barbare; e in somma da tutte quelle che nate non sono in paese, o da gran tempo adottate da quel popolo che lo parla. Perocchè in ciascun paese si possono distinguere tre diversi linguaggi: l’uno è il dialetto particolare del paese, l’altro la lingua dominante, e il terzo quell’altra specie di lingua introdotta dall’affettazione, parlata dalla gente più colta e civile, formata dagli altri due. Così il dialetto come quell’altra terza specie prendono il nome dal distretto in cui parlansi, e l’altra dalla provincia o dal regno; ma quando in individuo parlasi di qualche dialetto proprio d’una terra, come a dire napolitano o bolognese, intendesi sempre di quella lingua più pura e incorrotta, parlata spezialmente dal popolo, mantenutasi lungo tempo, e formata non già dall’arte, ma originata dalla natura ”.

[69]                   I belli spirti a cui gran copia

D’erudita efemeride distilla,

Volatile scienza entro la mente.

Parini, Notte.

Il Mercurio di Francia doveva gran parte dalla sua importanza sociale alle sciarade e al logogrifi. Il Goldoni nelle sue Memorie, p. III, c. 3), descrive la smania che n’avevano i Francesi, mentre in Italia erano sconosciuti. Ora la dio mercè siamo in progresso. Esso Goldoni diceva di stimar molto “le opere periodiche, ma per le quali non vorrei vedermi occupato per tutto l’oro del mondo. Non v’è niente di più gravoso che l’essere obbligato a lavorar tutti i giorni o volentieri o mal volentieri ”.

Gio. Lodovico Bianconi, filosofo e medico bolognese, nel 1748 cominciò ad Augusta, colla data di Amsterdam, un giornale in francese delle Novità letterarie d’Italia.

[70] Delle cagioni del presente decadimento delle belli lettere ed arti in Italia. In Milano dai gesuiti erano tenute le scuole di Brera colle prerogative d’Università; dai barnabiti quelle di Sant’Alessandro coll’egual privilegio; dagli oblati i seminarj, dai somaschi il collegio de’ nobili, oltre la cura degli orfani.

Alcun tempo dopo, il Borsa di Mantova, rispondendo al quesito “Quali sieno i vizj più comuni in belle lettere”, indicava il neologismo straniero, lo spirito filosofico, la confusione degli stili e dei generi.

Press’a poco le stesse cause adduceva sul tema stesso Ippolito Pindemonte, aggiungendo l’ambizione degli scrittori di volere superare i precedenti col tentare vie nuove. Dissertazione pubblicata negli Opuscoli da Milano il 1785.

[71] Principi delle belle lettere, p. 170.

[72] Poniam qui una sua lettera a Gastone Rezzonico, non inserita nella raccolta del Reina:

“Non posso che commendare l’eleganza, la copia e l’evidenza del bel poemetto che V. S. lllustr. si è compiaciuta di comunicarmi. Ho ammirato poi spezialmente la bella descrizione dell’assalto dato alle mura di Como, la bella similitudine del torrente, l’apparizione di Plinio, ecc.

Tuttavia, per servirmi della libertà ch’ella generosamente mi concede, ardisco di suggerire alla osservazione di lei, che forse non sia per piacere generalmente un poemetto di genere presso al lirico, il quale abbia bisogna di molte note per ottenere l’effetto poetico.

Forse ancora certe espressioni troppo artificiose, tolte dall’antica erudizione poetica, potrebbero non convenire del tutto ad un componimento in cui domina un vero patetico.

Parmi che la introduzione di Plinio, se è considerato come una visione, non abbia bisogno d’esser nè vaporoso, nè assolliglialo. Che se Plinio, o l’apparenza di lui non si suppone sogno, ma realtà, forse non converrebbe farne Morfeo architettore.

A buon intenditore ciò basti. Del resto, rinnovando le mie sincere significazioni di stima per li talenti singolari di V. S. Illustriss., sono col maggiore ossequio, etc.”

Il Parini.

[73] Lettera li febbraio 1797

[74] Lettera a F. Carcano 18 dicembre 1778. E il Gozzi:

Chi fra sè borbotta,

Nasce il poeta a poetare istrutto,

Non bene intende ....

Ecco, in principio alcun sente nell’ alma

Foco di poesia: sono poeta,

Esclama tosto: mano ai versi: penna....

Penna ed inchiostro....

Enea non venne In Italia sì tosto, o non sì tosto

Il satirico Orazio eterno morso

Diede agli altrui costumi....

Or tremi, or sudi

Chi salir vuole d’Elicona il monte, ecc.

Anche La Fontaine scriveva:

L’ ode, qui baisse un peu,

Veut de sa patience, et nos gens ont du feu.

[75] “Così si spargono in una città la delicatezza, il buon gusto, la coltura, cose tutte che V. S. ben sa quanto influiscano sui costumi d’un popolo”. Parini , Lettera al Wilzek.

[76] Vedasi, per esempio, la Salubrità dell’ aria, ed ancora più la meravigliosa ode della Gratitudine.

[77]                     Spesso de’ melanconici sapienti

Mi risi entro il mio core,

Duchessa, allorch’ io li vedea pensosi

E con ciglia dolenti,

Incrociando le palme, accusar l’ore

De’ nostri anni affannosi....

I pasciuti di duol tetri e ferali

Occhi mai non alzare

In viso a la speranza un sol momento

Alla duchessa Serbelloni.

[78] Vedi il Brindisi. Beranger, quello che, fra i poeti viventi, ha meglio inteso la poesia popolare, imitò felicemente il Brindisi del Parini nella canzone La Vieillesse.

[79] Per l’inclita Nice: quest’ era Maria di Castelbarco.

[80] Il pericolo: era Cecilia Tron.

[81] Per l’inclita Nice.

[82] Discorso all’aprimento della cattedra di bette lettere.

[83] Orazione sulla Carità, «L’uomo dei sensi.... donde attingerà le ispirazioni che devono sollevarlo alla sfera delle idee più feconde? come potrà creare, se non sa ammirare le arti belle? quale scienza di umane cose per colui che non sa amare? Il cielo gli sta chiuso, aperta soltanto la terra, ma come un sepolcro ».  Decerando, Il perfezionamento morale.

[84] Ode alla Musa. A questa Febo d’Adda rispose con una all’Amicizia, quasi per provar al mondo ch’e’ non meritava quelle lodi.

Allor come tra il flutto

Di sconosciuto mar, speme novella,

Appar la nota stella

Al nocchier che premea l’estremo lutto,

Tale a l’alma smarrita

L’alta rifulse del Parini aita.

Ei di benigne lodi

I miei spargendo meno incolti versi,

D’altri più adorni e tersi

Giva scoprendo i fonti ignoti e i modi,

E ognor del grande e bello

Dai vetusti poneva a me modello.

[85] La gratitudine.

[86] La gratitudine.

[87] Alla musa.

[88] La laurea.

[89] La gratitudine.

[90] La laurea.

[91] Alla musa.

[92] La vita rustica.

[93] Veramente le stampe mettono placato; latinismo che vien a dire lo stesso. Foscolo cangiò in pacato nel porre quei versi ad epigrafe del Viaggio di Yorik.

[94] La salubrità dell’aria.

[95] L’innesto.

[96] L’impostura.

[97] La vita rustica. Noi sfidiamo i lodatori di certi verseggiatori antichi e moderni a sottoporli alla prova che noi andiam facendo col Parini, ridurli cioè in prosa. Allora si parrà veramente quel che vagliano: e molte stelle si conosceranno fuochi fatui.

[98] L’innesto del vajuolo. Questo preservativo, noto anticamente nella Cina, nell’India, nell’Arabia, fu fatto conoscere all’Europa da Maria Wortley Monlagu, moglie dell’ambasciadore inglese a Costantinopoli. Colà ebbe essa conoscenza che una vecchia di Tessaglia inseriva il vajuolo con cerimonie superstiziose, che dicea rivelatele dalla Madonna, facendo una incisione a croce sulla fronte e sul mento, poi sovrapponendovi una mezza noce; ed esigeva in compenso candele. Benchè l’operazione fosse dolorosa, la Inglese vi fe sottoporre il proprio figliuolo, e cercò mettere quest’uso (1745) in moda fra le madri d’Europa, mentre il suo chirurgo Mailland n’andava persuadendo, i medici. Calde furono le opposizioni; e ci volle perfino la forza onde vincere i pregiudizj. Nella Raccolta Milanese del 1757 fu inserita la storia latina dell’innesto, dal medico Eramanuele Timone scritta nel 1713. Qui tra le prime a sottoporvisi furono la marchesina Litta e le contessine Belgiojoso; nella quale occasione il conte Aresi stampò dei versi. L’ode del Parini fu posta in fronte alle Osservazioni sull’innesto del vajuolo, che furono il primo trattato di tal materia pubblicatosi fra noi nel 1763. Giammaria Bicetti de’ Buttinoni da Treviglio, autore di esse, era buon poeta, e amico e collega di tutti i nostri letterati d’allora. Sua sorella Francesca coltivava anch’essa la poesia non senza merito, e spesso ricreò le accademie degli Arcadi e dei Trasformati: fa sposata dal conte Giuseppe Maria Imbonaii, e dopo d’allora badò a educare la numerosa figliolanza.

[99] La salubrità dell’aria. Contro queste immondezze abbiamo un bel sermone del pittore Giuseppe Rossi.

Ad ogni orma infetta e lorda

La via t’offende il pie’, l’occhio, le nari....

Ogni lare è sacro

Ai resti delle stalle. Esce per mille

Putride bocche d’ ogni ostello al piede

Un’atra nube

Di rio vapor, che velenoso assale

L’ astratto passeggero ....

Sale ai beati

Talami, all’ambra e al redivivo muschio

Misto il rumar de’ digeriti strami.

Aggiungi il crasso

Aer de’ tetri macelli, e le sgozzate

Vittime immonde, che mugliar tu ascolti.

[100] Il bisogno. Son note le cure che de’ carcerati allora si prese l’inglese Howard. Anche il Cirillo, un degli appiccati alle antenne di Nelson, nel 1787 stampò La prigione e l’ospedale discorsi accademici, pieni d’indignazione.

[101] L’impostura.

[102] La laurea,

[103]                   Un filosofo viene

Tutto modesto, e dice:

Si vuol a poco a poco,

Pian pian di loco in loco

Toglier gli errori del mondo morale:

Dunque ciascuno emendi

Prima sè stesso, e poi degli altri il male.

Ecco un altro che grida:

Tulto il mondo è corrotto,

Si dee metter di sotto

Quello che sta di sopra, rovesciare

Le leggi, il governare :

Fuorchè la mia dottrina

Ogni rimedio per salvarlo è vano.

Badate all’altro: questi è un ciarlatano.

I Ciarlatani, Novella.

[104] La salubrità dell’aria.

[105] È notissimo che una volta il Parini per bizzarria scrisse sulla Gazzetta come il papa avesse proibito i castroni: la qual notizia, ripetuta, mosse anche una lettera di congratulazione di Voltaire al papa.

Zaccaria Pasquale nelle Decisioni morali avea sostenuto che i padri hanno diritto di mutilar i flgliuoli per conservarne o svilupparne la voce. Il gesuita Teofilo Raynaud di Sospello genovese, famoso per ampia e disordinata dottrina, lo confutò cogli Eunuchi nati, facti, mystici ex sacra et humana Literatura illustrati. Dijon, 1655.

[106] L’educazione.

[107] Le nozze.

[108] Mattino

[109] L’innesto.

[110] Sonetto.

[111] Il Meriggio.

[112] L’auto da fe, poemetto.

[113] La guerra, poemetto e sonetti.

[114] La magistratura.

[115]                 Indi a stranio poter limiti segna,

Qui delle genti la ragion difende,

E all’oppresso mortal da forza indegna

Or la mente, or il piè libero rende...

Toglie alla frode e all’ignoranza il velo,

Fonda l’util comune, ecc.    Son. 28.

[116] La vita rustica.

[117] In morte del maestro Sacchini: « Gl’Italiani sono distolti dall’istruir nella musica le ragazze per la sregolatezza di costume de’ migliori cantori e maestri nostri ». Baretti , Gli Ital., c. 12 — 15.

[118] La laurea. Conosciamo la Oratio quam VI Kal. jul. anni MDCCLXXVII habuit Aloisius Cremasi senensis, juris crimin profess., cum Mariæ Peregrinæ Amorettiæ oneliensi academica juris insignia traderet in  r.  c. archigymnasio ticinensi. È dedicata a Maria Beatrice d’Este.

[119] Il pericolo.

[120] La magistratura.

[121] La recita dei versi.

[122] Il dono.

[123] Rime degli arcadi, T. XIII.

[124] L’innesto.

[125] Il mattino.

[126] Il mattino.

[127] La tempesta

[128] Fu nell’inverno del 1795 che s’introdusse questa nudità alla ghigliotina. Quell’ode fa dettata quasi improvviso da poeta che le altre stillava tanto a lungo; come Manzoni in una settimana fece il Cinque Maggio, egli pure lentissimo e incontentabile elaboratore. E l’una e l’altra riuscirono insigni, eppure quanto errerebbe dal vero chi ne deducesse la possibilità di far presto e bene! L’ode a Silvia fu tradotta in dialetto milanese da Francesco Bellati, secondo il desiderio dell’arciduca, che volea con ciò far vergognare le nostre dame di quell’addobbo, dimesso in fatti ben presto.

[129]                        E sovra la lor tetra

Noia le facezie e le novelle spandi.

Di questa contrazione di oia in una sillaba sola abbondano esempi fra gli antichi.

Re Enzo            Del mio soffrir non vejo

  Che gioia mi se n’accresca.

Saladino da Pavia   Messer, lo nostro amore

In gioia fue cominciato.

Guido Guinicelli      S’eo muoio, donna, a blasmare

Credo v’ arà la gente

Guido Cavalcanti  Di questa pastorella gioia pigliare.

Dante                        Nello stato primaio non sì l’inselva. Purg. XIV.

Farinata e ’l Tegghiaio che fur sì degni. Inf.  VI.

Dal vostro uccellatojo che comè vinto. Par. XV.

Petrarca                   Ecco Cin da Pistoia, Guitton d’Arezzo.

 Poliziano                   Poichè ’n gioia son conversi i dolor tuoi.

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Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2007