Francesco Reina

VITA DI GIUSEPPE Parini.

Edizione di riferimento:

Opere di Giuseppe Parini, pubblicate ed illustrate da Francesco Reina. Vol. primo. Milano, presso la Stamperia e Fonderia del Genio tipografico, I. - Vendemmiatore anno x - 1801.

Giuseppe Parini da Bosisio terra del Milanese situata presso il Lago di Pusiano nacque il 29 maggio 1729 di oscuri, ma civili parenti. Il padre suo, che teneramente l'amava, benchè possessore di un solo poderetto, recossi a vivere in Milano, per dare al vivacissimo ed ingegnoso figliuolo una diligente educazione.

Questi applicò alle Umane Lettere, ed alla Filosofia nel Ginnasio Arcimboldi diretto da' Barnabiti, e gli studj suoi furono, quali da' tempi volevansi, infelici.

Apparve in esso di buon'ora un genio libero filosofico e singolarmente dedito alla Poesia; nè vi si richiese meno della paterna autorità, per istrascinarlo repugnante alla Teologia, ed al Sacerdozio.

L'inesorabile bisogno, togliendogli i più begli anni de' sublimi ed utili studj, lo fece scrivano di cose forensi procurategli dal padre. Ostinato nondimeno nella felice sua inclinazione divoravasi di rado qualche buon libro filosofico, e benchè privo d'interpreti attentamente rileggeva gli amati suoi Virgilio, Orazio, Dante, e Petrarca con Berni, ed Ariosto; il che giovogli forte a sviluppare l’ingegno, se non a perfezionarlo. Né potevasi astenere dal compor versi, che, sebbene non molto gastigati, spiravano da ogni lato la forza poetica.

Gli amici di lui mossi più dal desiderio di giovargli che di renderlo celebre, nel 1752 lo spinsero immaturo a pubblicare varie sue Poesie in Lugano colla data di Londra, e sotto il nome di Ripano Eupilino, dal vago Eupili suo, antica dinominazione del lago di Pusiano. Gran lode gliene venne; perciocché traluceva già dalle cose sue quel grande, che fa segnalati gli autori. Quindi egli fu accarezzato a gara da' colti ingegni, e spezialmente da' Trasformati alla cui Accademia venne ascritto, quando vi fiorivano Balestrieri, Tanzi, SaIandri, Baretti, Guttierez, Villa, Passeroni, ed altri ragguardevoli scrittori. Egli fu anco invitato ed ascritto all'Arcadia di Roma col nome di Darisbo Elidonio, sotto diede alcune Liriche nel vol. XIII. Delle Rime degli Arcadi.

Una strana debolezza di muscoli lo aveva renduto dalla nascita gracile e cagionevole; ma la sua prima giovinezza piena di brio, e di alacrità non risentissi punto di quegl'incomodi, che tanto grave gli rendettero la virilità, e la vecchiaja. A ventun anno soffrì egli una violenta stiracchiatura di muscoli, ed una maggiore debolezza; perlochè gambe, cosce, e braccia cominciarongli a mancar d'alimento, ad estenuarsi, e a perdere la snellezza, e la forza sì necessarie agli uffizj loro. Credevasi da principio, che il suo andare lento e grave fosse una filosofica caricatura, ma presto si conobbe proceder ciò da malattia, la quale crebbe in guisa di togliergli il libero uso delle sue membra. Egli è però da avvertire, che tanta era in lui la dignità e maestría del portamento, del porgere, e dello stampar Forma, che ogni gentile persona era obbligata alla maraviglia, veggendo il suo difetto.

Statura alta, fronte bella e spaziosa, vivacissimo grand'occhio nero, naso tendente all'aquilino, aperti lineamenti rilevati e grandeggianti, muscoli del volto mobilissimi e fortemente scolpiti, mano maestra di bei moti labbra modificate ad ogni affetto speziale voce gagliarda pieghevole e sonora, discorso energico e risoluto, ed austerità di aspetto raddolcita spesso da un grazioso sorriso indicavano in lui l'uomo di animo straordinariamente elevato, e conciliavangli una riverenza singolare.

Tali e tante circostanze cospirarono a renderlo accetto e desiderato da' Grandi. L'angustia della paterna fortuna gli faceva menare una vita duramente frugale, ma senza l'invito altrui la sua libera fierezza non avrebbe piegato verso coloro, da' quali allontanavalo la disuguaglianza della condizione. Invitato, fu precettore presso le illustri famiglie Borromeo e Serbelloni Quivi potè meglio soccorrere a' bisogni della madre cadente, per cui volentieri consumò fino all'ultimo danajo della paterna eredità consistente in un umile abituro, e si ridusse un giorno a mancar di pane egli stesso.

Un po' d'ozio letterario, il consorzio degli uomini grandi, e l'esimia sua inclinazione lo ridussero a' cari studj suoi, e spezialmente alla Lingua Greca, in cui poco era da prima versato. Aspirando egli all'eccellenza della poetica facoltà, applicò quindi allo studio severo della Critica, ed alla regolare lettura de' Classici antichi e moderni; ma si avvide presto, che molto gli rimaneva a compiere la divisata carriera, per essere sfornito delle necessarie filosofiche cognizioni; nel conseguimento delle quali fu acre ed ostinato, finchè non ebbe superata la odiosa mediocrità.

Pier-Domenico Soresi nel 1756 eccitollo alla censura del libro di Alessandro Bandiera, intitolato i Pregiudizj delle Umane Lettere: la quale fece egli con una dotta Lettera, in cui difese evidentemente la retta e bella eloquenza del Segneri dalla licenziosa critica del Bandiera.

Questa savia operetta congiunta a parecchie Liriche di gusto sodo gli aggiunsero reputazione al segno, che offesi da Onofrio Branda, già maestro di Parini nel Ginnasio Arcimboldi, i Letterati Milanesi con certo Dialogo intitolato della Lingua Toscana, da lui composto nel 1759, e contrario al Dialetto Milanese sì celebre per le Poesie di Maggi, Tanzi, e Balestrieri, elessero Parini medesimo a condottiere dell'aspra guerra, che gli si volle movere. Urbana, a dir vero, e moderata fu la prima scrittura di lui; ma il Branda con tono magistrale e plebeo gli si levò contro, e strascinò nella contesa chi per un lato chi per l'altro una caterva di Letterati. Arsero quindi gli animi e dalle ragioni si passò alle ingiurie, siccome avvenir suole nelle letterarie quistioni. La guerra si fece con tanta licenza, che Parini soleva chiamarla l'obbrobrio della letteratura, e fu forza, che il Tribunale della Cancelleria vietasse di continuarla. Sebbene Parini per impeto giovanile, e per delicatezza rispingesse con molta vivacità le offese, è d'uopo confessare, ch'egli fu il più discreto e contegnoso, e che gli dolse tutta la vita sua della contesa sostenuta contro il proprio precettore. Grandissimo fu il vantaggio, che ne ritrasse Parini. Cercossi ogni via di avvilirlo, ed egli all'opposito soverchiando mille ostacoli aguzzò l'ingegno a quella terribile critica, che vuole proprietà somma di vocaboli, e precisione d'idee; e cominciò a riflettere, che il tempo era pur giunto di segnalarsi con lavori di straordinaria novità e bellezza. Aveva esso già steso, a guisa dell'Arcadia, una favola pescareccia mista di versi e prose; ma, benchè tal opera smarritasi gli anelasse a genio, s'accorse agevolmente, che la medesima non era nè nuova, nè originale. Molto sudò, riflettè molto sulla letteratura Italiana per trovarvi qualche genere intentato, o non bastevolmente illustrato. La Tragedia allettavalo forte a cagione delle sue libere idee; ma non gli sembrarono propizie a tentarla le politiche circostanze. La Satira amica della fine critica, in cui da tempo versava l'animo suo, parvegli un campo comune da rendersi proprio. Egli è vero, per tacere della numerosa schiera de' nostri Satirici pregevoli a qualche risguardo, ma lontani della eccellenza, che il divino Ariosto trattò la Satira Italiana con quella facilità, ed ingenuità, che sono proprie di lui, ma poco fece in tal genere, nè pensò forse mai a rendere la Satira eccellente, siccome i Romanzo.

Da molt'anni Parini disprezzava le maniere de' Grandi; e la vita, che conduceva nelle case loro, gliele aveva rendute ancor più odiose. La colta spiritosissima Duchessa Serbelloni, Ottoboni, della cui conversazione usava egli famigliarmente, aveva numerosa brigata di costoro, fra quali spiccava Pietro Verri in quella stagione vaghissimo di primeggiare per certo suo talento mirabile; ma toltine pochi il convegno era pieno di scioperati ed ignoranti. Quivi stuzzicavasi sovente la splendida bile di Parini, e gli era forza di sofferire que' vizj e difetti, che odiava cotanto. Parvegli la vita loro, un eccellente soggetto di satira, e vi si provò.

Una grave difficoltà ad eseguire i suoi divisamenti nascevagli dallo stile satirico, che, dietro i Latini, derivasi dal parlar famigliare. Nelle Capitali de' grandi Stati si raccolgono i begl'ingegni delle Nazioni, vi si affina la lingua solenne, e nel tempo stesso quel colto parlar famigliare, che è comunemente inteso e ricevuto dagli uomini educati sparsi nelle varie contrade di essi Stati. Così era a Roma, così è a Parigi ed a Londra: quivi gli scrittori di cose famigliari hanno una sicura norma da seguitare, il fiore cioè di que' vocaboli e modi proprj e leggiadri, che costituiscono l’urbanità, sia nel giornaliero uso del Popolo, sia nell'opere de' precedenti scrittori. Non così nella infelice moderna Italia. Distratto da tante incisioni politiche il bel corpo di Lei sorsero parecchie popolazioni aventi modi ed interessi diversi, che fecero coltivare a ciascuna il proprio dialetto famigliare. Appena si ricevette da' Toscani il colto loro volgare, per adottarlo in lingua solenne Italiana, che si ricusò di ricevere parimenti i loro modi proverbiali, e famigliari. Castiglione nel Cortegiano, Cinzio Giraldi, e Bandello nelle loro Novelle, per tacere dì tant'altri, assunsero con bello accorgimento alcuni modi famigliari tolti dai varj dialetti Italiani; ma ciò non piacque molto a' Toscani, onde fu universale la discrepanza degl'Italiani a tale riguardo. Quindi generarono noja al restante d'Italia i riboboli Fiorentini e Sanesi, nè vi s'intesero; ed a vicenda si risero, e forse con più ragionevolezza i Toscani degli insulsi modi, che molti scrittori Italiani trassero da' loro dialetti, onde costituire un parlar famigliare, che è un barbaro gergo, come può singolarmente vedersi nelle Commedie del Chiari, del Villi, e dello stesso Goldoni, poeta altrimenti pregevolissimo. Così mancammo di ottime Commedie e Satire dal lato dello stile famigliare. Del che s'avvide Parini, ed adoperò in guisa che innestando la Didattica, e la Drammatica alla Satira divenne inventore di nuova maniera ne' suoi Poemetti del Giorno. Finse egli di ammaestrare gli ottimati mentre faceva una terribil Satira de' loro costumi, e prese quindi una favella nobile ed adeguata alla loro condizione, prescindendo da' comuni modi famigliari e proverbiali, ed usando meramente la chiarezza, e la piacevolezza naturali al colto discorso; e v'aggiunse una costante finissima ironia, che rende necessaria la nobiltà dello stile, quando in un alto e magnifico soggetto vuolsi persuadere l’opposito di quanto materialmente dicesi, e produrre in tal guisa lo squisito ridicolo, che nasce dalla contraria aspettazione.

Il Femia di Pier-Jacopo Martelli, Dramma Satirico, in cui sotto nome di Femia si censurò Scipione Maffei, composizione scritta in eccellenti Versi Sciolti, per mostrare a Maffei, che Martelli sapeva farne da non invidiare que' della Merope, fu l'unica opera che desse a Parini per propria confessione, alcuna norma del suo verseggiare. Ingenuo com'egli era, amava di ristampare il Femia con una Lettera inedita di Martelli, ed un suo proprio ragionamento, che lo risguardava, ma trovò fatalmente smarrita ogni cosa.

Nè però contento di sè Parini conferì a lungo sull'invenzione dell'opera, e spezialmente sulla tessitura del MATTINO con Gian Carlo Passeroni, che molto ne commendò il pensiero, la condotta, ed il verseggiare. Compiuto il Mattino, lo lesse egli a Francesco Fogliazzi indi ad una brigata di dotti amici, che maravigliandone lo persuasero a pubblicarlo. Era di que' dì Ministro Plenipotenziario dell'Austria in Lombardia Carlo Conte di Firmian, personaggio di esimie doti morali ed intellettuali, al quale non saranno mai bastevolmente grati gl'Italiani da lui favoriti ed accarezzati in ogni maniera, ed a cui debbono il loro risorgimento presso noi Lombardi le Scienze, le Arti, e le Discipline Liberali, che ci animarono alla libertà. Fogliazzi parlò a Firmian dell'eccellente poesia del MATTINO, e della risoluzione di stamparla, benchè vi si mordesse l'ozio de' Grandi: ottimamente, rispose il Ministro, ve n’ha bisogno estremo. Divolgatosi il Mattino nel 1763, l’Italia tutta fece plauso alla novità ed eccellenza del medesimo, ed affrettò co’ voti il Mezzogiorno, che apparve nel 1765, e fu ricevuto con pari lode. Ogni sorta di Poesia scrivevasi allora per moda, in Versi Sciolti, e tutti gli sfaccendati facevansela da verseggiatori per la soverchia facilità di accozzare pessimi Versi liberi da rima e metro obbligato.

Il novello cimento di PARINI distolse dagli Sciolti molti di coloro, che studiandosi d'imitarlo videro al paragone la somma difficoltà, di fargli eccellenti, e quindi la moda de' medesimi cominciò a svanire. Frugoni Poeta di ricchissima fantasia, e di nobile dizione, ma stemperato ed impaziente di lima, autore a torto troppo lodato, e troppo a torto biasimato aveva di que' tempi la massima reputazione negli Sciolti. Poffardio! sclamò egli al leggere del MATTINO, conosco ora di non avere saputo mai fare Versi Sciolti, benchè me ne reputassi gran maestro: confessione degna di quel valentuomo. Tale ammirazione trasselo a scrivere a PARINI: nacque indi tra loro un pregevole carteggio sull'orditura degli Sciolti, carteggio da PARINI stimato assai e che dopo la morte di lui alcuni barbari abbruciarono col restante delle sue Pistole, a grave danno delle buone Lettere. I colt'ingegni d'oltramonti fecero eco agl'Italiani, ed i Poemetti suoi vennero tradotti, benchè male, in varie lingue forestiere. Nè più è da stupire, se PARINI con pochi versi divenne il dittatore del Buongusto.

La stima, e l'affezione, che gli prese il Firmian, fu tanta, che sempre il voleva seco, e consigliavasi con lui sulle più gravi faccende, e su quelle spezialmente, che risguardavano la letteraria restaurazione.

Scontento il buon Ministro delle gazzette nostrali zeppe di bugie e stese senza critica, e senza mirar punto allo scopo filosofico, cui intendevano tutte le sue cure, volle, che Parini scrivesse la Gazzetta avente per motto medio tutissimus ibis. Vi si applicò egli volentieri col soccorso de' giornali procuratigli in copia grande dal Ministro, che gli permetteva la stampa della medesima senza revisione. Soleva Parini esporre i materiali della gazzetta in una certa nicchia, donde toglievali lo stampatore. Vennero essi una mattina veduti a caso da un sartore, che avendo bisogno di carta, per farne misure, se li prese; nè potendo Parini rifare a memoria l'intero foglio, finse a capriccio una data di Roma, in cui dicevasi con bell'apparato di termini: il S. Padre Ganganelli avere ordinato, che per allontanare, dal delitto della castratura, non si ammettessero più castroni nelle Chiese, e ne' Teatri dello Stato Romano. Questa bizzarría riferita tosto dalla gazzetta di Leida, e da tutti gli altri giornali si diffuse romorosamente in Europa: grandi elogi ne diedero al Pontefice i Protestanti; e lo stesso Voltaire gl'indirizzò la bella Pistola sur ce quil ne veut plus de castrats. La cosa non si avverò per ignominia de' tempi, e per disgrazia dell'umanità.

Intanto il Firmian amando di render utile vieppiù alla Patria il talento di Parini, che aveva ricusato la Cattedra di Eloquenza nella Università di Parma, nominollo nel 1769, Professore di Belle Lettere nelle Scuole Palatine, facendo una nuova Cattedra a dispetto de' Gesuiti, che malissimo il comportarono. Lesse egli alla Canobiana fino alla loro distruzione, dopo la quale fu dichiarato Professore di Eloquenza nel Ginnasio di Brera. Fino da' primi anni della Cattedra compose l'aureo Corso di Belle Lettere, che ci rimane. Nominato dappoi Professore dì Belle Arti le andò di mano in mano dichiarando con ampio trattato. Avvisò alcuno, che lo scrivesse compiutamente, e ne desse copia al Ministro Conte di Wilzech. In quindici anni, che usai con Parini famigliarmente, non vidi maltrattato simile, nè da esso intesi dire, che lo consegnasse altrui, anzi non avendone sentore veruno la massima parte degli amici suoi da me domandati, conviene reputarlo supposto; del che è sommamente da dolersi. Parmi di avere udito da lui molt’anni addietro, che desse ad un Ministro il Corso di Belle Lettere, del quale era stato richiesto dal Governo, e che ne avesse la vana risposta, che poteva stamparlo. Grande fu il concorso degli uditori d'ogni maniera sì nazionali, che stranieri alle sue Lezioni, i quali scossi da tante utili e libere verità, ch'egli ingegnosamente mescolava ai letterarj discorsi, per ogni verso ammiravano in lui il precettore e l'esempio; e la Patria nostra gli dee la conservazione del Buongusto, e di quella soda cultura, che, sì frequente fra noi pose argine la parte alla Straniera corruttela.

Varj metodi fece egli di pubblico comando per l'insegnamento delle Belle Arti; ed i più valenti artisti d'ogni paese richiedevanlo spesso di Programmi, e di Giudizj risguardanti l'Arti medesime delle quali cose conserviamo una ragguardevole collezione.

Per l'arrivo di Ferdinando Arciduca d'Austria, Governatore di Milano, e Sposo di Maria Beatrice da Este, il Firmian ordinogli un Dramma Nuziale da rappresentarsi a vicenda col Rugiero di Metastasio. Questa si fu l'Ascanio in Alba, Dramma, in cui Parini, per evitare l'assurdo di sentir uomini cantare fuori della natura, scelse la sua favola da' tempi eroici, e v'introdusse Dei e Semidei, de' quali non conoscendosi l'indole soprannaturale può fingersi proprio il canto, ed ogni altra straordinaria maniera del Dramma Lirico inteso al diletto nascente dal maraviglioso. Se Metastasio fu osservabile per la dolcezza del suo dire, e per la inimitabile sua facilità, Parini meritò assai dal lato della nobile e semplice locuzione, e della convenienza e condotta della favola. Altre volte tentò egli lodevolmente la Drammatica con diverse nitide ed eleganti cantate, e ci lasciò i frammenti di un Dramma serio, e di un altro giocoso, che hanno molta grazia di stile.

Abbruciatosi il vecchio Teatro di Milano, per innalzarvi il Palazzo di Corte, si commisero a Parini i Programmi, onde ornarlo di Pitture; il che eseguì con leggiadrissime invenzioni. Il giovane Arciduca ostinatamente voleva, che vi si dipingesse nella sala di pubblica udienza il Giudizio di Paride; glielo dissuase egli, e vi sostituì una nobile favola adatta alla maestà del luogo.

Fondatasi nel 1776 la Società Patriotica, Parini vi fa ascritto. La Società medesima ordinogli poi di stendere l'elogio funebre di Maria Teresa Imperadrice. Accettatone l'assunto non trovò egli mai un più fiero contrasto nelle sue affezioni: quante volte tentò l'opera, tante se ne trovò incapace; e per riescirvi, sollecitato dall'amico Gian-Rinaldo Carli si ridusse in villa; ma indarno: io non trovo, diceva egli, veruna idea soddisfacente, su cui tessere l'elogio della Imperadrice: ella non fu che generosa: donare l'altrui non è virtù. Biasimava inoltre la segreta inquisizione, di cui grandemente si compiaceva la Imperadrice, ed i privati gravissimi disordini della famiglia di lei. L'uomo ingenuo non seppe vincere la propria repugnanza, e si disse incapace dell'impresa, per assoluta smemoraggine. Qualunque si fosse da prima la malattia di lui, egli è certo, che la contenzione dell'animo recogli una profonda agitazione, ed una malattia nervosa, per cui fu un intero anno inetto allo studio.

L'Italia domandavagli intanto la continuazione del Giorno: vi si provò egli spesso, abbozzò il Vespro, e la Notte, che sostituì all'ideata Sera; ma ne sospese più volte il lavoro: tanto lo rendette difficile la tema di non parer minore di sè nella pubblica opinione.

Altra cura mordevalo da tant'anni, e accompagnollo alla tomba studioso ancora di nuove poetiche bellezze nelle composizioni Liriche, cui doveva la prima celebrità. Parevagli, che la ricca armoniosa pieghevolissima favella Italiana, che s'ingentilì cotanto nelle tenere e dilicate forme dell'originale Petrarca, non fosse stata condotta da Bernardo Tasso, e da Chiabrera a quella vaghezza, e grandezza di modi, che sono proprj della Lirica Greca e Latina, cui studiaronsi d'imitare que' due valorosi Italiani, che non aggiunsero alla severa economia de' Lirici antichi.

Avvertì egli pure, che nessuno de' nostri aveva saputo come Pindaro scegliere tante elevate verità, esprimerle con grandezza e sublimità d'immagini e di modi, e luminosamente applicarle al soggetto; nè come Anacreonte toccar l'anima ne' più intimi e soavi sentimenti, accennando con venuste immaginette e con certi vezzi leggiadri alcune graziosissime idee principali, che mille all'istante ne risvegliano di simili, e fanno ondeggiare lungamente l'anima nella più cara voluttà. Rimanendo ancora libero il campo a grandi cose nella Lirica, la tentò egli da saggio innovatore, e lo studio suo fu nella Lirica vieppiù pertinace che nella Satira. L'Italia applaudì agli sforzi suoi felici nel Sonetto, e nelle Odi, le quali furono l'ultima sua cura; ed il collocò fra' maestri della Lirica nostra.

L'avventura occorsagli per l'elogio di Maria Teresa, e la morte del Firmian, diedero armi agl'invidi, onde tentare di nuocergli; e se non era la inveterata sua reputazione, e l'amicizia del Consultore Pecci, egli correva rischio della Cattedra. Ma parvegli anco più duro, qualche anno dopo, che gli amici dalla giovinezza, saliti in eminente fortuna lo perseguitassero, e gli negasser fino una più ampia casa publica, necessaria alla sua inferma vecchiaja.

Conoscitore ed amator grande della Politica tenne dietro con piacer sommo agli utili cambiamenti di Giuseppe II. Re Cittadino, cui molto commendò egli, e desiderò sempre migliori ministri e consiglieri nelle sue intraprese. Leggendo Belle Arti, inventandone Programmi, e quelli singolarmente de' Bassi Rilievi del nuovo Palazzo Belgiojoso, coltivando la sua Lirica, e l'amicizia de' buoni, e de' pochi Letterati alieni da' partiti, visse tranquillo fino alla Rivoluzione di Francia. Crebbegli allora il felice entusiasmo di Libertà e naccquegli la speranza di giorni migliori per l'Europa e spezialmente per l'avvilita Italia costante oggetto de' suoi voti; e parve che non conoscesse più incomodi di salute, o di declinante età. La politica meditazione delle antiche e moderne cose libere paragonate colle giornaliere, e la lettura di tutti i famosi Giornali Parigini divennero la delizia di lui; ma l'animo suo prudente versava in segreto su gli oggetti amati co' fidi amici, il Dottor Vincenzo Dadda, ed Alfonso Longo; nè si condusse mai ad azione veruna, che offendere potesse la delicatezza de' suoi doveri qual suddito, o qual precettore. La materiale lettura di Giornali mal impressi gl'indebolì la vista, e gli si appannò da una cateratta l'occhio destro.

Succeduto, nell'Austriaca Eredità, e nell'Imperio Germanico Leopoldo II recossi a Milano; e si avvenne in Parini. L'Imperadore osservò fisso questo sciancato, che maestosamente zoppicava, e per maraviglia ne domandò ad uno del corteggio, che dissegli: quello essere Parini. Stupì l'Imperadore, che un uomo sì celebre e venerando si strascinasse pedestre, e comandò, che gli si desse stipendio maggiore. Gli fu allora, per la sollecitudine di Emanuele Kevenhüller conferita la Prefettura degli studj di Brera con migliori condizioni; e se non era un potentissimo nimico suo, lo stipendio gli si accresceva in guisa di ripararlo, giusta la mente dell'Imperadore, dalle ingiurie degli anni, e della cagionevolezza.

Mentre fervevano i terribili avvenimenti politici, e guerrieri, l'Arciduchessa Maria Beatrice da Este, donna di generosa indole, piena di domestiche virtù, ed amica e coltivatrice degli Studj Liberali, desiderò di vedere la Notte di Parini. Egli, che molto reputava la valorosa donna, se ne scusò per la imperfezione  della la cosa, e promise di offerirgliela sollecitamente stampata col restante del Giorno. Diedesi perciò al pulimento dell'opera, ed aveva già riveduto il Mattino, il Meriggio, e parte del Vespro, e della Notte, quando i Francesi conquistarono la Lombardia. Può ognuno immaginarsi l'onesto tripudio di un uomo nutrito colle idee di libertà, al quale era dato di sperar bene della Patria. Eletto da Bonaparte, e Saliceti al Magistrato Municipale di Milano, presso cui stava la somma delle nuove cose, vi fa accompagnato dai voti e dagli applausi de' Cittadini. Zelatore instancabile del pubblico bene vi rimase, finchè lusingossi di conseguirlo: indi ottenne un onesto congedo. Sciolto appena dal Magistrato fece segretamente distribuire dal suo Parroco a' poverelli l'intero stipendio derivatogli dal medesimo. È grave la perdita di cert'egregie narrazioni, che distese egli sulle principali vicende avvenute nel Patrio Municipio a' tempi suoi, e che ragionevolmente suppongonsi cadute nelle mani de' Tedeschi. Restituitosi alla domestica quiete seguitò con premura costante, gli andamenti politici della giornata. Istruendo dalla Cattedra, lodando e biasimando cogli amici a tenore delle circostanze visse una libera vita privata in mezzo alle fazioni, che miseramente lacerarono questa bella contrada. Intanto meditava egli alcune profonde Lezioni sul famoso Cenacolo di Lionardo da Vinci, una delle più eccellenti dipinture, massimamente per la ingegnosissima sua composizione; ma non le scrisse. Il continuo leggere, che faceva delle cose giornaliere, e lo studio de' Classici, che non trascurò mai, gli offesero la vista in modo, che gli si appannò alquanto anche l'occhio sinistro; onde risolvette di sottoporre il destro all'operazione della cateratta; la quale riescendogli bene divisava di compiere il Vespro, e la Notte nella state vegnente, ed aveva promesso già di dettarmeli.

I Tedeschi sopraggiunsero intanto nell'Aprile 1799, e invadendo la Repubblica Cisalpina sparsero il terrore e la desolazione fra i seguaci della libertà. Parini benché tale, conscio di essersi sempre condotto onestamente, se ne stette tranquillo: fu minacciato, ma non perseguitato. In questo mentre l'operazione della cateratta vennegli egregiamente fatta dal valoroso Chirurgo Buzzi. Ma dopo un lungo decubito e la mancanza di esercizio, sì necessario ad un corpo male articolato gli si manifestò, e forse per precedente indisposizione, un'idropisia di gambe. I medici gli consigliarono la campagna: recossi quindi ad Arluno dall'Avvocato Marliani. Davasi egli colà ad ogni maniera di esercizio; e trastullavasi col buon piovano d'Arluno spezialmente su' riti superstiziosi di que' tempi nefandi. Ma l'aria troppo viva, lungi dal giovargli, gli nocque, e gli fu forza di ritornarsene dopo un mese. Sereno nell'animo, e piacevole cogli amici divise con loro gli ultimi suoi giorni, ne' quali facevasi leggere Euripide, e Plutarco, che soleva chiamare il più galantuomo degli antichi scrittori. Alternando dappoi stranamente la idropisía gli svanì sotto la diligente cura del Dottore Strambi, e più volte gli ricomparve fino al 15 Agosto 1799. Ma prima di narrare gli avvenimenti di quella memorabile giornata, che chiuse la sua vita, ragion vuole che dicasi del carattere letterario, e morale di lui; il che resulta pià dal complesso, che dalle cose parziali.

Acre, e penetrante ingegno, grande e libera fantasia, cuore energicamente sensitivo inclinaronlo alle Umane Lettere, ed alla Filosofia, e lo trassero a vincere gli ostacoli della povertà, e dell'infelice educazione. Le gare letterarie con Bandiera, e Branda aguzzarongli molto l'ingegno, e lo spinsero ad esser grande, onde superare per ogni verso gli emoli suoi. Solitario nella città astraevasi spesso dalle idee comuni ritirato negli orti, di cui molto dilettavasi. In villa sdrajavasi a leggere o al rezzo di un albero, o ne' freschi antri romiti o in una barchetta. È osservabile, che stese i suoi Poemetti sul Lago di Como a Malgrate da Candido Agudio amicissimo suo, ed a Bellagio dal Conte della Riviera, ove la bella natura di que' luoghi ameni risvegliavagli l'estro, e l'invitava a poetare.

Ma l'estro in lui doveva essere sempre moderato dall'arte. Quindi ostinato studio de' sommi Critici antichi e moderni, meditazioni sui Classici, osservazione costante della Natura, e spezialmente delle umane affezioni, che l'occupavano in sottilissime indagini necessarie all'artista, che vuole segnalarsi; ed applicazione alle Bell'Arti delle filosofiche dottrine. Dolevagli di non conoscere che i primi rudimenti del Disegno, e di non avere atteso quanto si conveniva alla Lingua Greca, che però seppe al segno di fare alcune belle versioni dalla medesima. Era poi in lui tanta la perizia della Latina ed Italiana favella, che conosceva l'intima indole loro, e ne notomizzava ogni vocabolo e forma, per usarne propriamente. E se poco trattò il Disegno, nessuno meditò più di lui su Lionardo, Vasari, Palladio, Borghini, e Bottari, nè svolse le collezioni degli eccellenti disegnatori, ed incisori più di quanto egli fece in compagnia dell'eruditissimo Libraio, Domenico Speranza, e del valoroso Scultore Giuseppe Franchi, nè più finalmente vi ragionò sopra, talchè chiunque udivalo era forzato a credere che le avesse lungamente professate. Aveva egli parimenti meditato assai sulla Danza con Gasparo Angiolini, e sulla Musica col Maestro Sacchini. La severità della sua Critica divenne terribile a lui stesso: limava egli, cangiava spesso, come ci attestano i molti suoi pentimenti: nè parlava delle cose proprie che per biasimarle, e n'era sempre malcontento. Gli altri lodano le cose mie: io non le posso lodare. Ora che sono vecchio conosco ove sta il bello: se potessi dar addietro di trent'anni? comporrei forse cose non indegne del nome Italiano: memorabili parole di Parini settuagenario.

Difficile ed austero esser doveva parimenti il giudizio suo con altrui, e parve, che il fosse di soverchio; ma errò chi sel credette. Fu egli parco, ma opportuno lodatore: gentile con coloro, che amavano le Belle Arti senza professarle, distoglieva dall'esercizio delle medesime quanti vi si davano senza ingegno ed inclinazione: colui, andava egli ripetendo, adulato da me sarà un artista infelice, e riescirà forse altrimenti un uomo di segnalata abilità: non debbo ingannarlo: la mediocrità eccellente nelle fortune è pessima nelle facoltà liberali, ove tutto vuol essere bello ed insigne. E quando vide egli sollevarsi qualche ingegno Italiano lo animò caldamente, e spronollo colla lode e col consiglio verso l'eccellenza dell'arte. Così accadde di Alfieri, che indirizzandogli le sue prime Tragedie col motto: all'Abate Parini

Primo Pittor del Signoril costume

n'ebbe per iscambio gran lode in un famoso Sonetto, ed avvertimento di riformarne in parte lo stile, cui l'autore studiosamente corresse. Parini riconosceva Alfieri per padre della Tragedia Italiana; ed oltre la precisione, il nervo, e la sublime semplicità dello stile commendava nelle Tragedie di lui la scelta sempre terribile, l'economia, la rapidità, la grandezza della favola; e la maravigliosa unità di affetto, che anima l'intera Tragedia, variando e crescendo sempre ne' gradi, ma dentro i limiti dell'affetto divisato; nel che sta l'eccellenza dell'arte. Sembrava a Parini che il solo Alfieri avesse penetrato nella Tragedia Greca, il cui scopo si era di rendere abbominevoli per se stessi tiranni e tirannide naturale compagna del delitto, e d'infiammare con alti ed arditi sensi il Popolo alla vera Libertà. Parini ed Alfieri magnanimi e liberi anche sotto i Re concepirono un'elevatissima idea di Libertà, adeguata ad anime veracemente Italiane, la quale sdegnosi li rendette e feroci contro la insolenza, la rapina, e la ipocrisia mascherate alla repubblicana. Alcuni sconsigliati uomini dabbene tacciaronli senza conoscerli, e servirono a coloro, che temendoli o invidiandoli, atrocemente li calunniarono.

Gran lode pur diede egli alle Poesie di Adeodata Saluzzo Torinese, donna di nobilissimo ingegno, buongusto delicato, e candido cuore; siccome risulta da una ingenua Lettera da lui scrittale, che verrà pubblicata.

 Parlando della Basvilliana di Vincenzo Monti soleva egli dire: costui minaccia di cader sempre colla repentina sublimità de' suoi voli, ma non cade mai. Ammirava parimenti nelle opere di lui nobiltà, ricchezza, e splendor sommo di stile. Fu egli pure nella sua vecchiaja largo di ben giusta lode alle belle dipinture del suo compatriota Andrea Appiani che sì valorosamente sostiene la gloria del nome Italiano.

Ma Parini odiava, sopra ogni credere, le Sette Letterarie, che certi mediocri ingegni formano, onde usurparsi una fama passeggiera col favore della vile adulazione: vizio, che singolarmente deturpa i Letterati di alcune contrade d'Italia, mercadanti di falsa lode, ad obbrobrio e danno grave della nostra Letteratura.

La sua rigida severità lo fece parco compositore; nè potev'altrimenti accadere a chi voleva essere originale. Ne' Poemetti del Giorno vedemmo già come superasse le difficoltà dello Stile Satirico Italiano: esaminiamo ora alcune doti di quelle Satire originali. Orazio fra gli antichi, Boileau, e Pope fra' moderni maneggiarono il ridicolo della Satira convenevolmente; ma nessuno di loro concepì mai l'idea di un Poema apparentemente Didattico, che constasse di una continovata ironia, fonte principale del ridicolo. La declamazione, il sarcasmo, e il burlevole agiscono sopra di noi con certa forza, ma non mai quanto l'ironia; perciocchè egli è facile il rispingere la violenza, o l'ingiuria, che derivano dal sarcasmo, e dalla declamazione, parimenti facile il rendere la baja; difficilissimo lo schermirsi dalla finezza, con cui l'ironia, sotto l'apparenza della lode, volge in ridicolo le cose, cui siamo più affezionati, con una spezie di sorpresa, che si fa all'animo laddove meno se lo aspettava. Ma la somma difficoltà trovasi nella continuazione dell'ironia medesima per l'intero decorso dei Poemetti. È l'ironia, come ognun sa, una figura rapida di sua natura, perchè intesa a deridere intimamente, e quindi a farsi sentire colla massima facilità. Richiedevasi perciò una singolare maestría sì nella naturalezza de' pretesi insegnamenti, che nella squisitezza dei sali, e nell'aria grave data ai pregiudizj, per non offendere la verosimiglianza della durata dell'ironia medesima.

Nè potev'esservi più grata novità del ludibrio sparso su i vizj e i difetti della classe de' Grandi naturalmente abborriti dagli altri uomini, che ne soffrono il predominio; nè più utile, perchè tendente a correggere una parte tanto considerevole della società. Naturalezza nella condotta, novità, opportunità, grazia negli Episodj, evidenza costante, e graduata importanza di affetti appajono nell'opera, e presentano all'animo quanto vi ha di bello, e di grande proporzionatamente al soggetto, riscaldano tratto tratto l'immaginazione, e suscitano un continuo diletto, che moderatamente esercita, e perciò riesce più gradevole. I Critici avvisarono, che Parini agguagliò Pope, e Boileau per la giustezza de' pensieri, e che li vinse nella giustezza e bellezza delle immagini, e nella fecondità dell'invenzione. Quanto allo stile mirò egli alla precisione, e proprietà de' vocaboli, e spezialmente degli epiteti usati da Orazio alla varietà imitatrice, armonia, ed eleganza di Virgilio; onde costituì un carattere speziale a' suoi versi, che di prima giunta si riconosce.

L'arte sua recondita ignota al volgo de' Poeti e vestita di apparente facilità sedusse parecchi all'imitazione de' Poemetti, per vaghezza di fama. Ma l'autore della Sera, quelli dell'Uso, della Moda e delle Conversazioni mal distinguendo tra il naturale e l'affettato, il grande ed il turgido, il vero ed il falso, imitarono i modi suoi laddove l'eccellenza dell'arte è vicina al pericolo, e privi di belle e giudiziose invenzioni, e di bello stile provarono co' mediocri loro componimenti, che gli Scrittori originali sono rari e quasi inimitabili.

Non mai contento di sè Parini s'accorse, che l'arte facevasi ricordare qualche volta ne' suoi Poemetti. I pentimenti tutti posteriori all'opera provano bastevolmente, che ne levò que' modi, e vocaboli, che non erano i più propri e naturali, in guisa di declinare spesso dalla novità per amore della semplicità e chiarezza. Con simili divisamenti stese egli il Vespro, e la Notte, ne' quali, benchè imperfetti, il semplicissimo bello della composizione, e dello stile è giunto a tale, che la felice pertinacia dell'arte interamente si asconde sotto l'apparenza della nuda ed evidente facilità: del qual metodo assai compiacevasi nella vecchiaja. Poche cose trovava egli di questa natura, e perciò gliene piacevano poche. Negli ultimi tempi suoi l'evidentissimo Dante, il semplice e facile Ariosto gli erano sempre alla mano: costoro, diceva egli, più si conosce l'arte, più si ammirano: più si studiano, più piacciono.

Io non difenderò i Poemetti da chi sospettolli ingiuriosi alla morale: basta il leggerli per convincersene altrimenti: tanta ne è la decenza, e l'avversione, che ispira al vizio la continovata loro ironia; nè li difenderò da chi vi ha notato versi cascanti e trascurati, senza indicarli, perchè quegli non abbadò forse al ricco e vario andamento del Verso Sciolto, nè all'imitativo verseggiare, nè alla libertà de' modi richiesti dalla diversa sposizione successiva delle idee per un tale affetto, e per un tal fine. Parini volle poi, che sino dalla invocazione si sentisse l'indole ironica e stranamente elevata de' suoi Poemetti nella sintassi, e ne' modi alquanto ricercati de' primi versi medesimi.

Avrei amato, che quel Critico sottile, il quale trovò viziosi certi rivolgimenti, siccome quello al parrucchiere, il complimento della noja, la digressione sulla stupidità d'Imenéo, e simili, avesse alquanto investigato la strana balordaggine de' nostri Grandi, i quali parlavano di noja, come di male inevitabile, accarezzavano i parrucchieri ed ammettevangli a' più alti segreti, e quindi erano liberali co' medesimi di facezie e piacevolezze; e che non fosse severo al segno di togliere la libertà di una similitudine, e di uno slancio al Poeta, che vuol essere di libera fantasia, e di vaga locuzione.

Nè intendo però di biasimare que' Critici ragguardevoli, che censurarono Parini, ma di rendere, quanto per me si può, più sicuro il giudizio su' Poemetti di lui. Amo la sana critica, che è la cote dell'ingegno, ed amo singolarmente il modesto contegno dei Critici di Parini.

Gli assidui studj, che fece nella Lirica, lo condussero al conseguimento di quelle doti, che desiderava ne' Lirici Italiani imitatori degli antichi. Introdusse egli nelle sue composizioni il calore degli affetti, le sublimi verità che sorprendono ed assumono l'abito dell'immaginosa poesia, e que' graziosi idoletti e sentimenti fecondi di mille gradevoli pensieri; ma i maggiori sforzi suoi si rivolsero allo stile, dal quale derivansi le principali bellezze della Lirica. Proprietà, eleganza, nobiltà, ardire, opportuna novità di vocaboli, e di modi corrispondenti alle idee; e quindi insigni modificazioni, ond'essere elevato e grande nelle grandi cose, vivace grazioso e dilicato nelle medie, piano schietto garbato ed arguto nelle tenui, ravvisansi di continuo nelle Odi, e ne' Sonetti di lui; nel che imitò egregiamente Orazio sì accurato nel conservare la proporzione dello stile col soggetto, e quasi una spezie di tuono e motivo musico in ogni componimento. In tutte le Odi di lui, e più nell'ultime mirabilmente risplendono, e sono congiunte tali doti alla più ferma facilità. Richiedevasi quindi nella Caduta, e nella Tempesta una velata grandezza propria di quelle Odi profonde e misteriose; e nella Musica, e nel Bisogno argomenti sublimi per sé, e della comune intelligenza, quella nobile ed evidente semplicità, che è compagna del sublime. Nè contraddisse egli, come avvisò alcuno, alla natura dell'affetto, introducendo nell'Ode intitolata le Nozze quell'utile Ricordo sulla beltà passeggiera sì analogo alla filosofia del piacere, di cui tanto compiacevansi Anacreonte ed Orazio in que' frequenti loro Ricordi; perciocchè simili avvertimenti invitano a cogliere saggiamente, giusta i dettami d'Epicuro, i fugaci piaceri dell'istante, che perduti una volta sono eternamente perduti. Parini andò oltre col Ricordo, e lo rendette più bello coll'idea della virtù, che ci è sempre cara, e migliora le nostre affezioni. Nè difettuose si possono chiamare le inversioni, che trovansi nel Pericolo, e nell'altra in morte del Sacchini, perciocchè la naturale agitazione degli affetti, che vi si esprimono, domanda uno speziale turbamento, onde simular meglio la verità. Alcuno disse architettata male qualche Ode di Parini; ma non accennò quale siasi, nè come pecchi. È duopo separare dalle sue Odi tre composizioni quasi improvvise, ch'egli rifiutò: il Piacere e la Virtù; Piramo e Tisbe; ed Alceste. Dolsegli amaramente, che Agostino Gambarelli gliele pubblicasse fra le Odi: voi arrischiate, gli disse, di farmi perdere quel po' di buon nome, che mi meritarono le mie fatiche. Nè io le porrò fra le Odi, essendo mia ferma intenzione di non pubblicare, che le cose da lui già approvate e raccolte in un volume; se tolgansi poche composizioni, che vi volle aggiugnere il severo giudizio di valenti Letterati, e che non si ommetterà di ricordare.

 Gl'imitatori delle sue Odi furono più infelici di que' dei Poemetti, perchè le dilicate e segrete bellezze dello stile, che stanno spesso nella novità, nella grazia e connessione dei modi, difficilmente si comprendono; ed una nuova maniera opportunamente introdotta, se collochisi altrove, nuoce spesso al bello, e diventa affettazione, o licenza. Altrettanto dicasi di certi vocaboli tolti dal Latino, che Parini maravigliosamente innestò ai nostrali, per indicare tratto tratto gradi di proprietà; o di sentimento, i quali vocaboli vogliono essere permessi solo agli eccellenti maestri, ed usati diversamente rendono le composizioni barbare ed oscure.

Quant'oltre sentisse egli poi nello stile risulta ancora dall'esame delle cose tenui di lui: havvi gentilezza, ed arguzia ingegnosamente velata dalla schiettezza negli Scherzi, nelle Novellette, e negli Epigrammi: bizzarria e facezia finissima nelle Poesie Berniesche; naturalezza nelle Milanesi, di cui fu parco ma leggiadrissimo compositore.

Rara dote ma comune alle Poesie di Lui si è la costante schiettissima pittura, ch'egli fece de' costumi, e delle usanze de' tempi suoi, siccome Omero, Orazio, Dante, e Shakespeare, che vivranno sempre nelle bocche degli uomini quai sommi Storici e Poeti.

Nè minor lode si dee alle sue prose. I Dialoghi, le Pistole, e qualche Novella di lui sono distese con que' modi facili ed ingenui, che si convengono allo stile famigliare. Quivi accorto si fu egli nella scelta di quelle dizioni, che sono ricevute ed intese da tutti gl'Italiani, e nel rifiuto delle manierate e volute solo da qualche dialetto speziale. Colti e modestamente ornati sono i Ragionamenti Accademici di lui, e gli Elogi del Tanzi, e del Dadda, che grandeggiano per le cose, e naturalmente conducono a credere vero quanto si espone con bella semplicità, a differenza de' moderni Elogi, che strani e falsi nello stile c'inducono a diffidare anco delle qualità attribuite alle persone lodate.

Aveva egli nella giovinezza imitati gli antichi prosatori Italiani con modi bensì propri e leggiadri, ma che risentivansi un po' dell'antica sintassi qualche volta, come ognuno sa, non tanto amica della chiarezza. La licenza Franzese introdottasi da quasi mezzo secolo nel Linguaggio Italiano fece trascurare quelle forme e giaciture, che si confanno all'indole del Linguaggio medesimo, ed alla varia sposizione delle idee. Studiossi Parini di conciliare la peregrina novità coll'indole della Lingua nostra, e colla leggiadria de' modi nostrali, togliendo le inversioni, dove non sono richieste dalle idee, o dall'uso costante della Lingua stessa, svolgendo in regolari incisi gl'immensi periodi avvilupati, e rendendo ogni cosa facile e spedita, in guisa di allettare gl'Italiani a scrivere naturalmente e purgatamente nel tempo medesimo. E per parlare delle sue scritture di Belle Lettere, ed Arti, che formano la massima parte delle sue prose, giova avvertire, che l'Eloquenza vi è sì spontanea nella scelta de' vocaboli, e delle forme del dire, e nella loro disposizione; vi è si nobile rapida ed energica, che risplende singolarmente, e sparge le cose di tale vaghezza, che impegna non solo nello studio dell'esposte dottrine, ma serve d'esempio, onde esercitare l'Arte nell'insegnarla, siccome fecero Cicerone e Longino. Havvi nelle scritture medesime una nitida e gastigata floridezza, un'artificiosissima sprezzatura, ed una ferma facilità, per le quali ognuno apprende agevolmente le cose, e si presume capace di scrivere in quella guisa, la quale trovasi, alla prova, sì studiata difficile ed originale.

Forza, nobiltà, armonia, ricchezza, grazia, scorrevolezza, ed evidenza dominavano vieppiù nel suo discorso, che importantissimo per la grandezza de' sentimenti, e delle dottrine rapiva gli animi, e faceva, che tutti pendessero attoniti dalla bocca di lui. Tali doti cospirarono a renderlo egregio precettore. Quindi i più ardui dettami della filosofia, e i più fini sentimenti applicati alle Belle Arti e dimostrati da lui vestivano le più evidenti forme. Condiva egli sovente i propri insegnamenti col garbo Socratico, dialogizzando, e mescolando la più leggiadra urbanità alla precisione della domanda; il che invita all'esattezza della risposta. Largo di meritata lode verso gli scolari, e delicato nel velare chi non la meritasse, pareva nel dimostrar nuovamente la cosa mal intesa, che correggesse sè medesimo con bella disinvoltura.

Veggendo egli, che gli antichi Critici avevano più sentito che veduto, trattando di Belle Arti, e che lo stesso Aristotele, ed Orazio, che tanto conobbero i principj comuni delle medesime, trascurarono di collocare in lucida serie le Teoriche loro, studiossi di ridurle a' principj generici ed esatti, e confermò i precetti coll'assidua osservazione della natura, la quale crea negli uomini affezioni costanti, e li guida a gustarle imitate nell'opere delle Bell'Arti.

Du-bos, André, Batteux, ed altri avevano già unite parecchie osservazioni comuni alle Belle Lettere, ed Arti , e spezialmente Batteux le aveva ridotte al principio dell'Imitazione dietro gl'insegnamenti di Platone ed Aristotele. Parini nel suo Corso di Belle Lettere applicato alle Belle Arti divise “i principj loro fondamentali, e generali da' particolari”, e proprj di ciascun'Arte; e ne ridusse i fondamentali all'Interesse derivato dalla presentazione, e imitazione della natura alla Varietà, ed alla Unità; i generali alla Proporzione, all'Ordine, alla Chiarezza, Facilità, e Convenevolezza; ed i particolari, parlando di Belle Lettere, alla Parola, alle Lingue, ed agli Stili: e passò quindi alla Lingua Italiana, all'Indole, ed agli Scrittori Classici della medesima. Grandi ed utilissime verità contiene quell'opera insigne, che intera ci rimane. Ma conobbe egli di non avervi bastevolmente sviluppate tutte le filosofiche osservazioni risguardanti le compiute Teoriche delle Bell'Arti. Mendelsshon, e Sulzer procedettero oltre nelle Teoriche stesse; ma da nudi metafisici passarono ad un'estremitá opposta a quella de' Critici antichi, cioè dal sentir troppo al troppo vedere. È inutile il ripetere tutte le opinioni di Sulzer, e di Mendelsshon cotanto divolgate; basti il dire che Parini da Filosofo e Letterato sommo si tenne nel mezzo, e ridusse a maggiore verità i principj fondanientali delle Bell'Arti. Non essendovi il trattato di lui sulle medesime tenterò di esporre il metodo, con cui la insegnava. Quanto all'essenza loro non conveniva egli con Sulzer, tampoco con Mendelsshon, che la fa consistere in una perfezione sensibile rappresentata per l'Arte. Egli è vero, diceva Parini, che l'Arte aspira alla perfezione dietro quanto ne accenna sparsamente la Natura, ma non l'ottiene giammai; perciocchè non è degli uomini il conseguirla, siccome ci provano le continue discrepanze, che sorgono fra loro relativamente alle opere delle Arti, che trovansi sempre più o meno difettuose. Se la perfezione costituisse l'essenza delle Bell'Arti, essa dovrebbe necessariamente trovarsi nell'opere delle medesime, siccome vi si trovano sempre i veri loro principj, la Composizione, e la Imitazione, sieno esse bene o male trattate. La perfezione, secondo l'angustia delle umane menti, non è che un sentimento, o tipo ideale superiore ai sensi, che ci presentarono parzialmente idee o immagini, onde comporlo, sebbene non n'esistesse mai l'oggetto compiuto nella Natura. La sola bellezza derivante dalle sensibili proporzioni cade sotto i nostri sensi, e forma lo scopo delle opere, dell'Arte, che aspira a perfezionarla.

Parini cominciava dalla Storia Filosofica delle Arti, discendeva poi alla parte risguardante le Belle Arti Architettura, Scultura, Pittura, Danza, Musica, Eloquenza Poetica e Prosaica chiamate tali, perché generano il diletto per via del Bello. Esponeva quindi i due principj loro generali, la Composizione, e la Imitazione.

Gli Elementi della Composizione sono la Semplicità, la Varietà, e l’Unità; nel che consiste il Bello naturale ed artifiziale.

Le Belle Arti fanno la loro Composizione, altre colla Realtà, siccome la Musica, l’Architettura, e la Danza; altre co' Segni Reali delle cose, come la Pittura, e la Scultura; altre co' Segni Convenzionali delle idee, come l'Eloquenza, da cui deriva ogni maniera di Stile.

Gli Elementi dell'Imitazione sono il Vero di Realtà, o di Fantasia, lo Scelto, ed il Perfezionato, che agiscono per l'Economia, la Distinzione, e la Convenevolezza. L'eccellenza poi dell'Imitazione sta in quella delle Umane Passioni, cosa la più atta a commovere gli uomini: ne deriva quindi la dottrina degli Affetti.

Questi principj venivano da lui applicati a tutte le Belle Arti, e spezialmente alla Poesia, da cui traeva in maggior copia gli esempi. I più sublimi squarci di Omero, Euripide, Virgilio, Dante, Ariosto, Tasso, l'intero Edipo Re di Sofocle, parecchie Liriche di Anacreonte, e Pindaro, della Scrittura Ebraica, di Orazio e Petrarca confermavano mirabilmente le sue dottrine. Cominciava egli dall'esaminare il tutto per li generali principj della Composizione ed Imitazione; ed osservava poi l'ordine particolare delle idee, la verità delle medesime e quella spezialmente delle immagini, la naturalezza e la forza degli affetti, che costituiscono il sommo pregio dell'Arte; e da ultimo fermavasi sulla proprietà della lingua, e dello stile, e sull'armonia imitatrice del verso. Tanta era in lui la evidenza dell'elocuzione, che spesso gli uditori trovavansi rapiti nel Concilio de' Greci; sbalorditi dall'Omerica Discordia; teneramente commossi allo incontro di Andromaca e di Ettore; agitati terribilmente nella torre con Ugolino, e co’ suoi figliuoli; soavemente illusi coll'infelice Didone per una graduata serie di affetti, in cui eccellentissimo è Virgilio sì nel tutto che nelle parti del suo Poema. Interpretava egli con singolare artificio l'Edipo Re di Sofocle qual modello il più insigne della Drammatica. Infatti le virtù di Edipo, e la sua fatale scelleraggine scoperta per terribili avvenimenti e punita da lui medesimo generano nell'animo un tale contrasto di affetti, che di continuo crescendo preparano segretamente l'animo stesso a cose maggiori, e non lasciandolo in riposo giammai non l'opprimono, nè lo precipitano nell'orribile, minacciatogli dalla natura de' casi rappresentati; in modo che il nostro affetto insensibilmente diviene, l'affetto di que' Greci, che agiscono, il più novo, il più contrastato, il più nobile, ed il più terribile, che si fosse mai con immenso nostro diletto, e colla persuasione di quel sentimento utilissimo ai liberi Ateniesi: che il destino maledice perfino le virtù dei Re.

La semplicità de' Greci, ossia la presentazione delle cose, e singolarmente degli affetti eseguita con modi naturali facili ed evidenti in guisa di esercitare e commovere l'animo senza pena, dimostravasi sottilmente da Parini ne' più sublimi squarci di Omero da lui chiamato l'autore che possedesse mai in più eminente grado d'ogni altro lo stile poetico, e la poetica facoltà; doti, che dopo Omero, malgrado i difetti de' tempi nel nostro Dante sommamente risplendono.

Dopo la semplicità de' Greci ammirava egli forte la ingegnosa loro acutezza particolarmente negli Epigrammi risguardanti seggetti di Pittura, o Scultura fondati per lo più sul vero della fantasia; ma severamente notava quelli, che ad ogni modo peccassero di falso. Egualmente censurava egli Omero, Virgilio, e gli altri sommi Scrittori laddove offesero di rado il Vero, ed il Bello.

Circa lo studio de' Classici Greci, che tanto è difficile il gustare negli originali, voleva, che se ne leggessero le buone tradizioni letterali, che conservano, se non altro, le grandi forme degli originali. È cosa facile, diceva egli, il rendere i sentimenti dell'originale amplificando, e trovare l'armonia imitativa di qualche cosa con lungo giro di versi; ma è quasi impossibile d'imitare le cose col suono proprio in pochi versi, e in poche parole naturalmente, e quasi a caso, come pur fanno i Classici, onde nelle opere loro l'Arte, che tutto fa, nulla si discopre.

L'esempio però, che soleva egli più sovente dimostrare, si è la Poetica di Orazio in cui havvi le doti teoretiche e pratiche congiuntamente. Sudarono molto i Critici, e fra essi l'Einsio per riordinarla: Parini mostrava, che ordinatissima è per sè, quanto esser lo dee una pistola, che è l'immagine del discorso famigliare, in cui per avventura divagasi qualche volta dalle cose primarie; che è fondata sui principj comuni alle Bell'Arti.

Infatti dal verso:

Humano capiti cervicem Pictor equinam

parlasi della Composizione divisa in varia, semplice, ed una, fino al verso:

Non satis est pulchra esse poemata; dulcia sunto

dove cominciasi a parlare dell'Imitazione distinta nel Vero, nello Scelto, e nel Perfezionato, coll'applicazione loro ai Costumi ed agli Affetti Umani; e vi si progredisce fino al verso:

O major juvenum quamvis et voce paterna:

dopo il quale trattasi di regole generali spettanti al Buongusto fino alla fine.

Nè cessava mai dall'inculcare lo studio dell'Italiana favella, che mostrava con finissime investigazioni essere la più ricca di modi, la più armoniosa e pieghevole delle viventi. Abborriva egli la ricercatezza, e l'affettazione qual peste d'ogni scrittura, e sofferiva più presto la trascuraggine, e la licenza, quando non offendano la chiarezza, perchè il primo scopo d'ogni discorso è d'essere inteso. Ma nemico della perniziosa novità soleva dire, che chi non conosce la propria Lingua, non può far valere, come si vorrebbe, i suoi pensieri, e che gl'Italiani correndo dietro al falso stile, ed alla confusione de' vocaboli e modi forestieri arrischiavano di perdere la precisione delle idee. E sebbene commendasse molto le filosofiche istituzioni della Società del Caffè, a cui non appartenne mai, biasimava in maniera di lingua la licenza di molti fra que' dotti Scrittori, la quale diffusasi per l'importanza delle cose di Beccaria, Verri, e Frisi rendette oscuro, e corruppe assai l'Italiano idioma. Fuggite, diceva egli, gli Scrittorelli Lombardi, ed i recenti Toscani degeneri dall'antica loro grandezza. Al venire della Repubblica Parini consolossi non poco per la Lingua nostra. Se saremo liberi, diceva egli, avremo una Lingua, la quale, se non sarà affatto la primiera, sarà però propria espressiva robusta e dignitosa, perchè i Popoli liberi sogliono avere il tutto proprio e segnalato. Per lo che compiacevasi forte della libera divolgazione delle Opere di Macchiavelli: costui, dicevami, t'insegnerà a pensare, parlare, e scrivere liberamente.

Nè meno singolari furono le doti morali di lui. Una mobilità somma di nervi, ed una costante agitazione di muscolari irritamenti gli avevano costituito la tempera facilissima alle impressioni e per sè molto inquieta. Queste affezioni, che rendono gli uomini per l'ordinario sagaci osservatori di sè, e d'altrui, spargono di un certo acre ed iracondo, il discorso, e di una straordinaria risolutezza ed energia le azioni; e ben condotte spingono gli uomini verso gli oggetti utilmente ingegnosi; mal dirette li fanno diventare fastidiosi e maligni.

Parini moderò sagacemente, come Socrate, il suo carattere impetuoso: corresse la sua splendida bile, trasformandola nella Socratica ironia, che mescolata coll'ingenuità, col garbo, e col decoro non offende gli uomini, mentre li riprende gentilmente con un contrasto di modi, che li sorprendono. Se adiravasi egli per avventura, l'ira sua era breve fugace e nimica dell'odio. Alieno dalla malignità, non prese di mira i difetti di persona veruna ne' suoi Poemetti, ma servì alla storia de' costumi, e delle abitudini de' tempi suoi, ne scelse i tratti più singolari, e li dipinse al vivo colorandoli con la verità, e la naturalezza, che sono proprie di tutti i tempi e luoghi possibili. Nè mai discese altrove alla satira personale, se non contro uomini assolutamente tristi e licenziosi. Candido e gentile co' buoni Parini era acre, terribile e fiero co' malvagi. Abborriva egli singolarmente gli adulatori, i bugiardi, ed i millantatori. Un certo Florent parrucchiere nel dargli una parrucca gli disse con baldanza naturale a' suoi: affè, signor Abate, non aveste, nè avrete mai parrucca sì bella: sdegnarsene, gittarla dalla finestra, non volerla più benchè pagata, fu una cosa sola.

La dilicata sua probità accompagnavasi colla nobile alterezza, che deriva dalla coscienza della propria integrità. Conservò egli sempre una certa fierezza con que' potenti, i quali sogliono arrogarsi l'autorità, che al solo merito si concede; nel mentre che mantennesi costantemente dolce piacevole ed urbano cogl'infimi, e cogli eguali.

Quest'egregie qualità di Parini sono sì marcate e trasfuse nelle opere di lui, che Vincenzo Monti, senz'averlo conosciuto mai, colla semplice lettura loro mirabilmente le espresse nella sua Mascheroniana.

L'arguzia, e la facezia temperavano tratto tratto la severità del suo sembiante, e spesso usavane egli per indicare la fermezza dell'animo, non mai per iscurrilità. Due medici il visitarono ammalato; diceva l'uno: è duopo dar tuono alla fibra; l'altro: conviene scemarle tuono; ed egli: costoro, ad ogni modo, mi vogliono far morire in musica.

Tenace del proposito per una bella costanza piegavasi ogni volta, che il volesse la ragionevolezza. Amò, come debbono gli uomini dabbene, la onesta lode, e l'ottima reputazione: abborrì sempre gli encomj volgari, e quelli, che sentissero di affettazione. Nell'ultima età ogni lode gli era quasi indifferente; se quella tolgasi degli amici, che gli fu sempre cara.

L'amicizia occupogli ognora l'animo; la coltivò egli colla pienezza del cuore. Tutto il suo era comune agli amici per una liberalità, derivata più dal sentimento, che dalla prudenza: ebbe egli però la larga consolazione di vedersi in tal generosa gara corrisposto. L'amico suo Gian-Carlo Passeroni, in cui la ingenuità e candidezza dell'animo vanno del pari coll'eccellenza dell'ingegno, allorchè Parini fu spogliato da' ladri domestici, corse a recargli tutti i pochi quattrinelli, che aveva. Difficile alle nuove amicizie era egli studiosissimo delle antiche. Cogli amici amò sempre la consuetudine famigliare, e benchè cagionevole da tant'anni strascinavasi tutti i giorni dal libraio Domenico Speranza, e dal Dottore Vincenzo Dadda letterato, e virtuoso Epicureo. Nulla lasciò d'intentato, onde giovare agli amici, pe' quali discese con altrui fino all'importunità, ed alla preghiera. Le loro sventure lo rendettero inconsolabile lungamente, e quella, sopra ogni credere, dell'aureo suo discepolo Agostino Gambarelli, che per disperata malinconia si trafisse colla spada.

Grave spesso ed austero cogli uomini nuovi Parini era scherzevole e caramente litigioso cogli amici: simulava con loro aspre dispute e contese, che risolvevansi nel breve giro della conversazione, ma che parevano strane a chi v'intervenisse a caso: tanta erane la bella ed accorta esagerazione, che certi momenti vestiva più le forme della passione, che dell'amicizia. Io tacerò i molti nomi degli amici di lui, per non arrischiare di scordarne parecchj.

Amò egli forte l'ingenuità de' fanciulli, che di continuo osservava, e teneramente accarezzava. Trattenevasi pur molto colla gioventù di forme grandi e rilevate, e d'animo sensitivo e vivace: mal sofferiva quella, che usurpasse i caratteri delle altre età. Stuzzicando l'amor proprio de' giovani pungevali con festività e baldanza, dava loro la baja, e dilettavasi di que' moti subiti e veementi, con cui si schermisce la calda gioventù, e prepara l'animo a cose maggiori. Era egli affettuoso e piacevole co' suoi discepoli, tra cui gli furono singolarmente cari Agostino Gambarelli, Gian-Battista Scotti, l'Obblato Antonio Mussi, Antonio Conti, Febo D'dda, Giovanni Torti, e Palamede Carpani.

Complesso d'organi estremamente sensitivi e delicati, vivacissima fantasia, tenero cuore, finezza rara di modi, che erano in lui, volevano, che l'animo suo fosse soggetto alla più soave e forte delle passioni. Amò le vaghe e gentili donne, e ne fu spesso riamato. Ma nobile e dignitoso dava un'aria di grandezza alle sue stesse passioni, che mai nol declinarono dalla rigida virtù. Le donne ornate di modestia, di aria ingenua, di patetici sentimenti, e di forme grandemente scolpite avevano il più forte predominio sull'animo di lui.

Ma le sue virtù non risplendettero mai tanto, quanto nell'esercizio del Magistrato repubblicano. Maestro di Libertà fin sotto i re ed invincibile nella sua costanza non lasciossi giammai sedurre dalla lusinghiera novità nemica spesso dell'ordine, e della giustizia; biasimò, combattè sempre con alacrità quante violenze volevansi commettere sotto l'arbitrio specioso della Libertà. Non forza d'insidiosi sofismi, non furore di partito, non mali artifiziosamente simulati poterono strappargli di bocca mai una sentenza, la quale si opponesse alla fredda rettitudine, che sempre egli sostenne con fulminea eloquenza. Colla persecuzione, e colla violenza non si vincono gli animi, nè si ottiene la libertá colla licenza, e co' delitti. Il Popolo vi si conduce col pane, e col buon consiglio: non si dee urtarlo ne' suoi pregiudizj, ma vincerlo per sè stesso coll'istruzione, e coll'esempio piú che colle leggi. Così avvisava egli, e sì francamente parlava co' suoi, e cogli stranieri.

Gl'imminenti mali della Patria, per cui volentieri avrebbe sagrificato la vita, il trassero spesso alla segreta amarezza del pianto; il che aggiugnevagli in pubblico lena e conforto.

Molti sono i tratti rari, ed insigni di lui qual uomo pubblico, e privato nel tempo repubblicano. Uno di que' forsennati, che nelle apparenze pongono la Libertà, voleva, che chiunque si presentasse al Magistrato, vi stesse a capo coperto. Un buon alpigiano, che sempre aveva fatto altrimenti, benchè ripreso, non sapeva coprirsi per rispettosa abitudine: allora Parini: copritevi il capo, e guardatevi le tasche.

Quando il Generale Despinoy represse il Municipio di Milano con minacce brutali, ridendo Parini, e toccando la ciarpa, che gli pendeva dall'omero al fianco, or ora, disse, ci pongono un po' più in su questa ciarpa, e ce la stringono.

Egli fu nel Municipio, che Parini acremente perseguitando coll'indagine certi quali, che rubarono a nome del Municipio stesso, e trovandovisi chi con smoderato garrito cercava di travolgere la verità, l'arguto Pietro Verri disse a  Parini medesimo: il ladro alla fine siete Voi che qui rubate il soggetto di una bella Satira.

 Ripreso Parini, per istrada, da uno sciagurato, perchè facesse la carità ad un Tedesco prigioniere, la fo, disse, al Turco, al Giudeo, all'Arabo, al Tedesco, la farei a te, se tu ne avessi bisogno.

Volevasi da un furibondo fargli gridare in pieno Teatro morte agli aristocratici; ed egli: viva la repubblica: morte a nessuno, con voce sì terribile, che l'audace ne ammutolì.

Contro i nemici di Francesco Melzi diceva: costoro non si accorgono, che, perseguitando un uomo distinto, lo rendono vieppiù famoso e desiderato.

In que' giorni turbolenti disse a più di un amico: sei tu buono qual jeri?

Un censore sì severo non poteva piacere in quella stagione, e fu chiamato uomo di soverchio prudente ed inetto. Il precipizio delle cose gli fece desiderare un congedo dal Magistrato, e nell'ottenerlo mise un sospiro, e disse: ora sono libero da vero. Quando le fazioni cesseranno, ed il Popolo assolutamente stabilirà le sue leggi fondamentali e nominerà i suoi Magistrati, allora occorrendo servirò nuovamente la Patria.

La poltica inquisizione, di cui tanto abusavasi in que' dì, gli faceva, sopra ogni altra cosa, ribrezzo. Scrisse egli a Gioranni Paradisi, che astenevasi dal commercio epistolare, non amando che la purità delle sue Lettere fosse stuprata da qualche mascalzone.

Nè giunti i Tedeschi, coloro, che volevano togliergli la cattedra declinarono punto l'animo sicuro di lui. Un amico allora gli offeriva al caso un onesto ricovero; ed egli: andrò più presto mendicando per ammaestramento de' posteri, ed infamia di costoro.

I tempi vogliono un'altra dichiarazione sulle opinioni di Parini. Nemico egli della superstizione, e dell'impostura fu creduto ateo, e nol fu mai; nè poteva esserlo un uomo dotato come lui di fervidissima fantasia. Io mi consolo, diceva egli, coll'idea della divinità; nè trovo veruna norma sicura dell'umana giustizia, oltre i timori, e le speranze di un altro avvenire.

 Queste doti esimie lo seguirono fino alla alla tomba. L'ultima sua giornata levossi alle otto del mattino per inquietudine e caldo eccessivo, e fu tosto salutato da Calimero Cattaneo Professore di Rettorica, e da Paolo Brambilla professore di Geometria ed Algebra, al quale dettò con voce elevata un Sonetto, che si volle da lui sul ritorno de' Tedeschi: finitolo disse: vi ho posto un buon ricordo per costoro. Intanto sopraggiunse il Medico Jacopo Locatelli, che richiesto da lui sull'andamento della malattia non disse presente ma vicino il pericolo. Udillo Parini coll'usata serenità, e andato nella vicina Sala ragionò placido cogli astanti Febo D'Adda, Brambilla, Angelo Vecchi, e Giuseppe Airoldi. Agitato poi da lieve vomito, e da vivissimo fuoco, che gli discorreva le spalle: una volta, disse, ciò si sarebbe creduto un folletto, nè al Diavolo; tampoco a Dio, al quale però crede il Parini.

 Scioltasi alle due, dopo il meriggio la conversazione, ritornò egli alla stanza; e giunto dicontro ad una finestra vide una luce inusitata, e disse ridendo al servidore, che non aveva veduto mai sì bene dell'occhio risanato; sentissi una nuova forza, per cui passeggiò dall'una all'altra stanza, senza esservi tratto da altrui, come di solito accadeva. Dopo varie faccende sdraiossi sul letto, torse alquanto la bocca, nè parlò più: momenti dopo placido spirò.

Privatissimi furono i funerali di lui per lutto de' tempi, e per ultima sua volontà così espressa: voglio ordino comando, che le spese funebri mi siano fatte nel più semplice e mero necessario, ed all'uso, che si costuma per il più infimo dei cittadini.

Calimero Cattaneo pose al tumulo di lui nel Cimetero di Porta Comasina la seguente iscrizione

IOS - PARINI - POETA

HIC - QVIESCIT

INGENVA - PROBITATE

EXQVISITO - IVDICIO

POTENTI ELOQVIO - CLARVS

LITTERAS - ET - BONAS - ARTES

PVBLICE DOCVIT - AN - XXX

VIXIT - AN - LXX

PLENOS - EXISTIMATIONIS - ET GRATIAE

OB - A - MDCCXCIX

L'Astronomo Oriani, dopo avere inutilmente tentato di onorare in pubblico la memoria di Parini nel decorso dell'Austriaca invasione, restituitasi appena la Repubblica, gli fece a spese proprie collocare ne' Portici del Ginnasio di Brera un nobile monumento coll'effigie di lui sculta in marmo da Giuseppe Franchi: nel cui Piedestallo scrisse Oriani medesimo:

IOSEPHYS - PARINIVS

CVI - ERAT - INGENIUM

MENS - DIVINIOR

ATQVE - OS - MAGNA - SONATVRVM

OBIIT

XVIII - KAL - SEPT - A - MDCCIC

L'Avvocato Rocco Marliani, che Parini chiamava il più caro amico della sua vecchiaia, nell'amena sua villa, che sorge presso la terra di Erba, detta Amalia dal nome di sua moglie ugualmente amica di Parini, gl'innalzò un grazioso tempietto col simulacro di lui, e con varj ingegni musicali sovra di un colle, che specchiasi nel vago Eupili suo.

Ma il più bel monumento della sua gloria sta nell'ammirazione de' posteri, e nel cuore de' suoi concittadini, che vivo l'amarono, ed ora ne serbano una soavemente trista rimembranza.

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2010