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Edizione di riferimento:
L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato, studj di Cesare Cantù, presso Giacomo Gnocchi Milano 1854.
Invenies qui, ob similitudinem morum,
aliena malefacta tibi objectari putent.
Tacito, Ann. l. IV. 315.
I manoscritti del Parini furono compri dall’avvocato Francesco Reina, bibliografo avidissimo; e li pubblicò in sei volumi in-8.°, a Milano 1801, dalla stamperia del genio tipografico. Oltre il Giorno, le Odi, alcuni poemetti e frammenti, vi sono le lezioni sulle belle arti; programmi di pitture; scherzi su parafuochi e ventagli; una canzone in morte del barbiere, paragonabile alle più lodate de’ berneschi; capitoli e sonetti del tono medesimo ma scadenti; sermoni che arieggiano ai vecchi nostri satirici, con qualche frizzo sentito, ma scarsi nervi; novellette triviali; e una in prosa, imitazione degli antichi anche nell’oscenità. Le traduzioni libere pajono esercizj da scuola, nè gran cosa vagliono i sonetti pastorali, marinareschi e somiglianti, nè le cantate: il dramma Ascanio in Alba si dà per delle migliori imitazioni del Metastasio, e ne ha il dolciume e le passioni generiche e scolorate. Le poesie milanesi poteano tralasciarsi senza fraudargli il merito. Il frammento d’idilio accenna una strada nuova a quel genere ibrido di poesia. L’elogio del Tanzi è semplice; all’orazione inaugurale alla cattedra di belle lettere mancano eloquenza e sapor di lingua; quella sulla poesia è indegna di lui, quanto la cicalata sulle caricature. È preso giustamente il discorso sulla carità; nel dialogo fra un nobile e un poeta poche idee buone affogano in un mar di parole. Pochissime lettere, nè d’importanza, se ne togli quella al Wilzeck.
In quella indiscreta mescolanza di cose buone, mediocri, e fin cattive, si attribuirono al Parini un sermone dello Zanoja, una canzonetta del Vittorelli, alcune versioni oraziane del Venini; di rimpatto si omisero non solo canzoni e sonetti sparsi in raccolte, ma e la versione del penultimo canto della Colombiade (Milano 1771), e le controversie col Branda, e la descrizione delle feste celebrate in Milano per le nozze di Ferdinando d’Austria con Beatrice d’Este (Milano 1771).
Del quale poco discernimento il Reina incolpava le importune e sleali istanze di Luigi Cerretti parmense, autore di versi e prose che un tempo furono lodate (vedi la Prefazione all’edizione de’ Classici 1825). Ma il Parini stesso, quasi presago del grave torto che gli si farebbe, chiamava assassini d’un autore cotesti smaniati di pubblicarne ogni quisquiglia; torto viemaggiore a lui, incontentabile ripulitore delle opere, le quali con lunghissima fatica avvicinava a quell’eccellenza ch’egli aveva in concetto.
Di tale incontentabilità il maggior segno sono le sei copie del Giorno, che si trovarono con sempre nuov[e correzioni]. Il Vespro e la Sera comparvero primamente nell’edizione del Reina, il quale ristampò pure il Mattino e il Meriggio quali erano usciti nel 1763 e 1765, ponendo a piè di pagina amplissima messe di varianti. All’avvocato Bramieri parve gioverebbe rannicchiar queste ai debiti luoghi, inserire e trasportare passi come l’autore aveva indicato: e con tal arte preparò l’edizione, uscita nel 1805 in-4.°, per cura del Mussi a Parma.
Pure il Mussi stesso, nella pomposa edizione in foglio ( Milano, stamperia reale 1811) falsamente asserita di soli 200 esemplari, conservò ancora il testo primitivo, che divenne vulgato nelle infinite edizioni posteriori, frodate perciò di moltissime bellezze, e peccanti d’errori e ineleganze che il poeta avea riparate. Solo nel 1841 la tipografia dei Classici Italiani, per nuova fatica dell’abate Colonnetti, diede fuori un testo, ridotto quale può supporsi l’avrebbe voluto il Parini. Noi nel lodammo distesamente in una lettera diretta a Salvator Betti romano (vedi Rivista Europea, aprile 1814), cercando le ragioni dei cambiamenti, apprendendo nuove strade del bello, e procurando additarne a qualche giovane che non credesse per anco inutili le cure intorno alle finezze dello stile e alla squisitezza delle armonie, e che potesse comprendere quanto sia lunga l’arte d’arrivare al bello, e come dai pentimenti e ripentimenti de’ grandi si deva imparare a far difficilmente le cose facili.
Qui ripigliando quell’esame, mostreremo una variante fin alla soglia del poemetto, in quel verso « Giorni di vita, cui sì lungo tedio ». Il Parini mutò il cui nel più solito e più naturale che ogni qualvolta si riferisse a cosa, e dovunque l’avea posto, non per fuggire ambiguità, ma per una certa meticolosità grammaticale come in
Cui ricoprian pruriginosi cibi....
.... e quella schifa .
Cui le accigliate gelide matrone
Chiaman modestia.
Al sempre più raffinato orecchio suo sapeano di prosastico alcuni versi, in prima aggraditi o inosservati; siccome sarebbero,
Per novo calle a me convien guidarvi...
Or dunque è tempo che il più fido servo...-
È ver che jeri
Sera tu l’ammirasti....
Lunga vigilia cagionar....
Color che primi
Fur tra’pittori....
Sicché breve lavor basta a stamparvi
Novelle idee....
E qualor parmi, un altro
Stringerne ancora....
E li mutò in questi altri, sospesi in scrupolosa bilancia:
Per novo calle a me guidarvi è duopo....
L’ora è questa, o signor, che il fido servo
E il più accorto de’ tuoi voli al palagio....
È ver che jeri
Al partir l’ammirasti....
Lunga vigilia preparar
Color che primi
Furo nell’arte....
Si che breve lavor nova scïenza
Basta a stamparvi...
E se m’aggrada, un altro
Stringerne ancora.
Con pari diligenza evitò la cacofonia; e in quello
Bottiglia a cui di verde edera Bacco
Concedette corona,
mutò edera in ellera e Bacco in Bromio; e in quel
Di tant’alte doti
Tu non orni così lo spirto e i membri
mutò il tu in già, e nell’altro
Crearle in mente di diverseidee
sostituì nemiche idee; come a mille fregi e giojelli, mille fregi e lavori.
Riguardano alcune varianti il meccanismo del verso; ove attese costantemente a fuggire le parole e frasi il cui suono estremo essendo più debole del precedente, lasci slombato il verso. Avea scritto
Ma che? tu inorridisci e mostriin capo... :
e corresse
Ma che? tu inorridisci e mostri in fronte...;
e là presso,
Ah non è questo, Signore, il tuo mattin,
e tolse quell’esilità di suono, mutando, -
Ah il tuo mattino,
Signor, questo non è.
Così gli parea che il grave suono del primo emistichio snervasse il secondo in quel
Non gisti
Jeri a corcarti in mal agiate piume ;
e però tentava varj mutamenti
Jeri a giacer in male agiate coltri....
Jeri a posar qual ne’ tugurj suoi
Tra le rigide coltri il mortal volgo.
E quest’ultima lezione calza a meraviglia, pel contrasto coll’idea che segue:
A voi, celeste prole, a voi, concilio
Di semidei terreni, ecc.
Questi son tutti nel Mattino. Nel Mezzogiorno incadea nella stessa pecca quel verso
Qui tacque Amor, e minaccioso in atto:
e il Parini traspose
Amor qui tacque, e minacciosa in atto,
Ha generalmente evitato il Parini di usar distese le voci che possono troncarsi, giacché quella terminazione muta e feminina dà non so qual aria di snervato al verso, come non vi sia lasciata che per una riempitura. Adunque le venne togliendo dovunque gli fossero sfuggite.
Or è tempo di posa. Invano Marte
A sè t’invita....
Allora sorge il fabbro, e la sonante
Officina riapre.
Se meno ch’oggi a te cure d’intorno....
Allora fu che il sol mai sempre uniti....
Il ciel concesse
Domabile midollo
Tutti questi versi del Mattino limò così :
Or è tempo di posa. Invan te chiama
Lo dio de l’armi....
Sorge anche il fabbro allora, e la sonante....
Se men ch’oggi le cure a te dintorno....
Allora il chiaro sol mai sempre uniti...
Il ciel concesse...
Domabili midolli;
e il plurale sostituì nel verso
Ma che non puote anche in divino petto.
L’accorgimento stesso ricorre ne’ seguenti
Sieno tra voi diversi e il tempo e l’opra
Sien diversi tra voi e il tempo e l’opra.
Regna la notte. Ora di qui, signore,
Or quindi, almo signore,
Di coloro che mostran di sapere
Di color che a sè fingon di sapere.
Gl’importuni mariti i quali in capo....
Gl’importuni mariti a cui nel capo
Ti giovi ancora d’accusar sovente...
Ancor ti giovi d’accusar sovente, ovvero
Anco sovente d’accusar ti piace
Contendere di grado in faccia al soglio....
Già contender di grado in faccia al soglio.
Non finirei sì presto; ma confermerò piuttosto questo suo intento con altri esempi dove tralasciò i pronomi e le particelle inutili.
Balzaron giù dai loro aviti sogli
Re messicani e generosi Incassi.
Quel loro è una zeppa alla francese, ed egli preferì
Giù dai grandi balzaro aviti troni,
come che non del tutto mi finisca quel grandi.
Più sotto parla della pettinatura, e che colpa sarebbe se il volubile architetto del crine pensasse adattar alla fisonomia
L’edificio del capo, ed obbliasse
Di prender legge da colui che giunse
Pur jer di Francia.
Quel vano di scompare nella correzione
e non curasse
Ricever leggi da colui che venne, ecc.
Così mutò i begli studj in gravi studj: e dove avea posto
In cui non meno de la docil chioma
Coltivi ed orni il penetrante ingegno,
tolse il parallelismo de’ versi, facendo
In cui del pari e a le dorate chiome
Splendor dai nuovo ed al celeste ingegno.
È miglioramento certo, pure confesso che, malgrado la trivialità sua, più m’aggenia il penetrante, atteso che l’ironia mal regge dove esagerata.
Non occor più dire perchè a « Turba che sorridendo egli dispregia » abbia surrogato
Turba che d’alto sorridendo ei spregia.
Anche nel verso che più volte ricorre, « La pudica d’altrui sposa a te cara » è menda quel separare l’altrui dal nome cui s’appoggia; epperò in diversi luoghi diversamente l’alterò:
L’altrui fida consorte a te sì cara....
Dell’ altrui fida sposa a cui se’ caro...
Virgilio schiva nel medesimo verso le desinenze in vocali simili; e il Parini pure cercò questa delicatezza; onde invece de’ versi
Con latrati improvvisi i dolci sonni....
Entrar diretto a saettarti i lumi....
Gli importuni mariti i quali in mente....
E dagli infimi chiostri i mesti servi....
pose
Con latrato improvviso i dolci sonni....
Entrar diretto a saettarne i lumi....
Gl’importuni mariti a cui nel capo...
E dall’infime chiostre i mesti servi....
Queste sono finezze che a pochi eletti sarà dato avvertire, e che il critico non può badarsi a dimostrare, appunto perchè di grazia più che di regola, di sentimento più che di ragione. Altrove però si possono trovare cause più evidenti delle desiderate mutazioni; come là dove la grammatica e le ragioni del buon italiano gli parvero lese. Mostrare per insegnare gli sentì di francese: e invece di
tu che mostri altrui
Come vibrar con maestrevol arco
Sul cavo legno armonïose fila;
disse insegni; e al vibrar le fila surrogò agitare, molto più proprio. « Chiedette o rimandò novelli ornati » il mutava in O chiese o rimandò.
Amfibologico sonava quel verso « Troppo immaturo al fin corresse ’l seme » e vi sostituì
Immaturo al suo fin corresse il seme.
In quelle « Io breve a te parlai, ma non per tanto Lunga fia l’opra tua », il non cade egli su lunga, o forma la disgiuntiva non pertanto? Toglie i dubbj l’autore, emendando,
Io breve a te parlai, ma il tuo lavoro
Breve non fia però.
D’inutile ripetizione peccava dove loda il sermone
Onde in Valchiusa fu lodata e pianta
Già la bella Francese, ed onde i campi
All’ orecchio dei re cantati furo;
e la tolse, e indicò meglio il poema della Coltivazione, facendo nel secondo verso « Già la bella Francese e i culti campi ».
Né di buon uso cred’io quel sovvenir faratti le visite furtive, giacché sovvenirsi è neutro passivo, e usato a questo modo sa di francese. Pertanto dal poeta nostro elegantemente fu mutato così:
Fors’anco rintuzzar di tue rampogne (quanto meglio di querele !)
Saprà l’agrezza, e noverarti a punto
Le visite furtive, ecc.
Parla altrove del pittore che
se ti piace, ancora
D’altra fiamma furtiva a te presenti
Con più largo confin le amiche membra.
Fiamma è traslato; ma la regola vuole si serbino le ragioni della metafora, dalla quale troppo è alieno il dire le membra della fiamma: onde pose d’altra bella.
L’egli e lui applicato a cose scusasi con molti esempi; ma il Parini volle schivarlo: onde, laddove dicea dell’astuccio
a mill’uopi
Opportuno si vanta, e in grembo a lui...
e
a lui contende
I primi onori,
surrogò in grembo ad esso e ai primi onori seco s’affretta.
Vogliono pure i grammatici (benché contradetti da mille esempi) che, apposto l’articolo ad un subietto, non possa tacersi coll’altro appaiatovi; e però dove avea scritto
Che al merto porge ed a virtù la mano,
il Parini corresse:
Che al merto porge e a la virtù la mano.
Nel verso « Che la noja o l’amor vi strinser ambo » la disgiuntiva fa che un soggetto escluda l’altro, e in conseguenza il verbo vuol accordarsegli al singolare; donde la sgrammaticatura, che evitò facendo
Che la noja o l’amor ambo vi strinse.
La prosodia vuol si dica cóltrice; onde il Parini diè in fallo scrivendo
Alfine il sonno
Ti sprimacciò le morbide coltrici
Di propria mano.
Quest’ultimo emistichio il Blair lo chiamerebbe una coda appiccicata; attesoché già il senso era finito senza questa circostanza, non utile all’idea e sconnessa all’espressione. Eccolo emendato :
Al fine il sonno
Di propria man ti sprimacciò le coltrici
Molle cedenti.
Morse altre volte di sua lima espressioni che non fossero abbastanza precise; nè durerò fatica per cercarne esempi. Avea scritto
Perchè in mezzo a la tua nobil carriera
Sospender debbi il corso.
Taciamo quel tua inutile, oltreché staccato per l’accento dal suo subjetto; me sospender il corso parvi di buona lega? Non al Parini; che sostituì
Perchè in mezzo a la fulgida carriera
Tu il tuo corso interrompa.
Altrove profetizza tempo in cui
Amor più forte
Qualche provincia al suo germano usurpi.
Ma qualche provincia aveva egli già usurpato, vo’ dire le ore del giorno, onde meglio sta nuove Provincie.
Così le barbare penne di che adorna il capo il Caribeo, è epiteto improprio, mentre è storico lucide.
Senti la durezza dell’unquanco (che opporsi unquanco Osi al sentenziar della tua lente), voce vieta pertutto, e più in sì leggiadra scrittura, e scrisse :
E chi del senso
Comun sì privo fia che insorger osi
Contro il sentenzïar de la tua lente?
Avea scritto altrove:
Concepir vostr’alma
Cose diverse, e non però turbarle
O confonder giammai.
Deh quale psicologia ha insegnato mai che l’anima turbi e confonda le idee? E però accortosi dello svario, egli emendava, e non però turbate o confuse giammai.
Il dire che Filli cangiata in mandorlo « Chiama in van sotto mutate spoglie Demofoonte ancor Demofoonte » è un dare a quella pianta una modulazione di suono che non ha ; onde la temperò col mettere Piange.
Il parte
Tra una pagina e l’altra indice nastro.
Il nastro non separa le pagine, ma i fogli; ed egli che il vide, corresse
Tra l’uno e l’altro foglio indice nastro.
In quel signore che cammina « ad alta canna Appoggiando la man », io mi figuro un vecchio, anziché il giovin signore pariniano, che tal invece m’appare quando il veggo
lieve canna
Brandendo con la mano.
Ove gli suggerisce di sceglier una compagna « Con cui divider possa il lungo peso di quest’inerte vita », l’inerte era il men proprio epiteto in libro ove anzi mira a dipingerla affaccendatissima in tanti nulla : e corresse
Con cui partir della giornata illustre
I travagli e le glorie.
All’eroe suo, intento a lavarsi, vuole il poeta scemar la nausea delle cure ch’esso ha comuni con noi povera plebe, col far che pensi a’ suoi avi.
È ver che allora
D’esser mortal dubiterai, ma innalza
Tu allor la mente, e de’ grandi avi tuoi
Le imprese ti rimembra e gli ozj illustri
Che infino a te per secoli cotanti
Misti scesero al chiaro altero sangue;
E l’ubbioso pensier vedrai fuggirsi
Lungi da te per l’aere rapito
Su l’ale de la gloria alto volanti.
Trascende ogni esagerazione il dire scesi gli ozj e le imprese col sangue. Quanto poi è improprio quel vedere la gloria, non solo fugar il pensiero nojoso, ma portarselo sull’ale! Adunque il poeta meglio :
Innalza
Tu allor la mente ai grandi aviti onori,
Che sino a te per secoli cotanti
Misti scesero al chiaro illustre sangue ;
E il pensier ubbioso al par di nebbia
Per lo vasto vedrai aere smarrirsi
Ai raggi della gloria onde t’investi.
Giunti al Mezzogiorno, troviamo sulle prime i proci,
Cui dell’errante Ulisse i pingui agnelli
E i petrosi liquori e la consorte
Invitavano a pranzo.
L’ultimo emistichio, oltre prosastico, è vano, giacchè, a cos’altro dovean invitarli? epperò vi sostituiva Convitavano in folla.
Che è mai il meriggio se non il sole a mezzo di sua diurna carriera? come dunque fugge se stesso? (Già dal meriggio ardente il Sol fuggendo). Cambisi dunque in
Già dall’alto del cielo il Sol fuggendo.
In quello « O se a un marito, alcuna D’anima generosa orma rimane » l’orma dell’anima è strano traslato; e il Parini cambiò in impeto od in ombra, e forse di nessuna era contento.
Nel servo cacciato di casa, « Dell’assisa spogliato ond’era un giorno Venerabile al volgo » l’eccesso squarciava il velo dell’ironia; onde il poeta la temprò così:
Onde pur dianzi
Era insigne alla plebe.
Anche in quel verso « Spezzate, dissipate, rovesciavano » chi non avverte che ciò che si dissipa è già rovesciato? Emendollo dunque in
Spezzate, rovesciate dissipavano.
In uno svario era incorso il Parini in questi versi :
In simil guisa il favoloso amante
Dell’animosa vergin di Dordona
Ai cavalier che l’assalien superbi
Usar lasciava ogni lor possa ed arte;
Poi nel miglior della terribil pugna
Svelava il don dell’ amoroso mago,
E quei, sorpresi dall’immensa luce,
Cadeano ciechi e soggiogati a terra.
Ruggero, paragone della cortesia cavalleresca, avrebbe mai usato la viltà di vincere gli emuli con altr’arte che il brando? una sola volta che la lancia nemica lacerò il velo ond’egli teneva gelosamente coperto lo scudo donatogli da Atlante, ne concepì tal vergogna che andò e gittollo in profondo pozzo. L’artifizio qui accennato era d’Atlante, e il Parini accortosi dell’ error suo, mutò:
In simil guisa il favoloso mago,
Che fe gran tempo desiar l’amante
All’animosa vergin di Dordona,
Dai cavalier che l’assalian bizzarri
Oprar lasciava ogni lor possa ed arte;
Poi ecco in mezzo a la terribil pugna
Strappava il velo a lo incantato scudo:
E quei sorpresi dal bagliore immenso,
Ciechi spingeva e soggiogati a terra.
Niuna cosa più facile a chi scrive che l’incadere in simili sbagli, non per ignoranza, come strombano i loro zoili, ma per soverchio fidarsi nella propria memoria. Chi conosceva Virgilio meglio di Dante, il quale lo sapeva tutto quanto (Inf. XX, 112)? eppure nel Convito scrive che « Virgilio, nel secondo della Eneide, chiama Enea luce e speranza de’ Trojani » (Tr. III, 2), e doveva dir Ettore. Egli stesso erra quando, nel XVIII dell’Inferno, dice che Taide « rispose : Ho io grazie grandi appo te ? — Anzi meravigliose », potendo ognuno vedere che nel passo cui allude dell’ Ein. III, 1 di Terenzio, quelle parole sono fra Trasone e Gnatone. Ed io potrei così a memoria, a rischio d’incapparci, citarne un centinajo ne’ soli classici; ma per rimanere col nostro poeta, ognun sa che anche gli Dei a Troja non scendevano sempre queti e silenziosi, anzi talvolta irati e minaccevoli. Adunque non era esatta la similitudine di lui, « Quale già i numi D’Ilio sui campi, tal l’amicò genio Lieve lieve per l’aere labendo, ecc. » E meglio surrogò:
Ecco il bel genio,
Qual già d’Ilio sui campi Iride ò Giuno,
A la terra s’appressa.
Altre delle varianti dall’autor nostro introdotte nel suo poema crescono bellezza al lavoro sia nel pensiero, sia nell’espressione. Gli enciclopedisti aveva egli chiamati « I nuovi sofi che la Gallia e l’Alpe Esecrando persegue »: sarà mestier parole per mostrare quanto meglio stia « Ammirando persegue »? O la ragione per cui a quello « Già i valletti gentili udîr lo squillo Del vicino metal, che da lontano Scosse tua man col propagato moto » sostituì
De’ penduli metalli a cui da lungi
Moto improvviso la tua mano impresse?
Mettansi a confronto questi versi:
Ma non sempre, o signor, tue cure sieno
A la dama rivolte: anco talora
Ti fia lecito aver qualche riposo
coi sostituiti
Non però sempre alla tua bella intorno
Sudin gli studj tuoi: anco tal volta
Fia lecito goder brevi riposi.
Tra le visite ingrate, che possono cagionar cattiva digestione al signore, non v’è soltanto
Il villano sartor che, non ben pago
D’aver teco diviso i ricchi drappi,
Oso sia ancor con polizza infinita
A te chieder mercede.
Quindi altre figure introduce, seguitando con bei versi, ch’erano rapiti alla lezione comune.
Nella gran faccenda della toilette (che l’autore si compiacque, non parmi felicemente, contrarre in teletta) ha detto appena « Ecco te pure, Te la teletta attende: ivi i bei pregi De la natura accrescerai con l’arte...» e, a veder e non vedere, l’opera è compiuta,
e già tre volte e quattro il mio signore
Velocemente il gabinetto scorse.
Questo precipizio di azione non lasciava tempo ai faraginosi preparativi; epperò accortamente frappose altri versi, che sono de’ suoi più belli. « Ogni cosa è già pronta, » ecc. ( Versi 487 e segg.)
Elegantissima aggiunta fa pure dove, numerando i vezzi de’ libri cari al signore, soggiunge :
O forse, incisa con venereo stile,
Vi fia serie d’immagini interposta,
Lavor che vince la materia, e donde
Fia che nel cor ti si ridesti e viva
La stanca di piaceri ottusa voglia.
Tal pure è il brano ove dipinge la gara de’ servi nel rivestire il padrone; e l’altro ove gli empisce le tasche di tante bagattelle; e tutta potrei riportare la fine del Mattino che può dirsi nuova. Dove sovrattutto parmi lo onori la distinzione che mette fra la nobiltà ignava e la virtuosa, con uno de’più begli squarci descrivendo la galleria degli antenati operosi del suo infingardo eroe. (Versi 1185-1230.) Queste e più altre bellezze restano sottratte alle edizioni comuni, e persino in quella che mandò fuori poco fa il Le Monnier per attenzione di Giuseppe Giusti; ove solo alcune delle più ampie aggiunte son date come scartate dall’autore nelle ultime sue ristampe. Noi dunque ci mettemmo sulle orme del Bramieri e del Colonnetti per preparare una lezione che comprenda tutte le aggiunte e trasposizioni; e scelga tra le varianti quelle che ci parvero preferibili. Noteremo però come neppure ad essi fu conceduto confrontare le stampe cogli autografi, benché esistano in Milano, e custoditi da un milanese che ha la capacità e il proposito di valersene. Sia presto!
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