Giuseppe Parini - Discorso che ha servito d’introduzione all’Accademia sopra le caricature

Ambrogio Levati

Elogio del Parini

Edizione di riferimento

ELOGIO DI GIUSEPPE PARINI recitato nel giorno 16 novembre 1813 in occasione dell’aprimento delle Scuole del LICEO DI MILANO in PORTA NUOVA da AMBROGIO LEVATI, professore di Storia e di Principij generali di Belle Arti, Milano 1813, dai tipi di Gioanni Bernardoni.

ALLORCHÈ, Eccellentissimo Sig. Conte Ministro dell’Interno, Sig. Consigliere Direttore Generale della Pubblica Istruzione, Sig. Consigliere Prefetto, Signori Ispettori Generali di Pubblica Istruzione, ornatissimi Signori tutti, che di Vostra presenza mi onorate, allorchè trasportandomi col pensiero nell’antica Grecia ad ogni passo rimiro un portento di un’arte, ed or mi si offrono allo sguardo bronzi e marmi spiranti, che accrescono venerazione e maestà ai Numi ed agli Eroi, che rappresentano, or tavole animate che colla correzion del disegno, coll’esattezza delle proporzioni, colla vivezza del colorito vincono la natura istessa, or tempj e teatri ne’ quali l’eleganza e gli ornamenti accoppiati sono alla solidità ed alla magnificenza, or dolcemente mi solleticano l’orecchio i carmi de’ Poeti, che o colla maestà degli epici concetti, o colirici voli mi sublimano lo spirito, o mi fan lagrimare coi duri fati di Edipo e di Oreste; allorquando, io dico, rimiro una sì grande perfezione delle arti emulatrici della bella natura presso dei Greci, attonito rimango, e vo meco medesmo ragionando sulle cause di gloria sì portentosa. Nè cessa la mia maraviglia quando da una parte ascolto Buodino, Du Bos, Montesquieu, che questo fenomeno attribuiscono al clima felice della Grecia, che offriva una somma varietà di oggetti, una ricchezza inesausta di bellezze; dall’altra Strabone, Macchiavello, Hume, che tutto ripetono dall’educazione, dalla morale, dalla religione de’ Greci, che parlava agli occhi ed animava tutto nella natura [1]. Ogni mio stupore allor soltanto svanisce, che giungendo col pensiero in Olimpia o in Corinto miro tutta la Grecia radunata applaudire ai più celebri artisti, e mentre i poeti accompagnano cogli alati inni coloro, che o nella lotta o nel corso si segnalarono, scorgo gli Erodoti, i Soffocli, gli Zeusi, i Policleti cingersi la fronte del meritato serto, e volare in grembo alla patria, che sempre gli onora in vita, e dopo l’estremo dì e tomba e cippo lor concede, onor supremo e caro alle defunte anime grandi [2]. I premj che eccitano l’emulazione, gli onori che alimentano le arti, la lode quella figlia del Cielo, che mentre terge i sudori alla virtù, la sprona a più grandi ed ardue imprese, furono le cagioni che ridussero le arti a tanta perfezione in Grecia [3]. Di tali mezzi si serve anche il nostro Governo per promuoverle fra di noi, e chi suda affaticato su di una tela, o d’un marmo va ardentemente sospirando l’Agosto, come i Greci artisti sospiravano i giuochi Olimpici od Istmici, perchè è in quell’epoca propizia che i sublimi ingegni ammirati dall’intera Italia ricevono e laudi e premj, che lor rendon dolce la rimembranza dei disagi e delle fatiche sofferte [4]. Ma mentre i pittori, gli scultori, gli architetti hanno un’arena, in cui segnalarsi ed essere applauditi; i soli poeti, i soli oratori giaceran sepolti nell’obblio? Ah no. In questi giorni consacrati a Pallade, che di nuovo chiama la gioventù ai severi studj delle scienze, i Licei e le Università risuonano degli applausi e delle lodi tributate ai meriti di personaggi illustri o nelle lettere o nelle scienze, e anch’io quest’oggi debbo sparger fiori sulla tomba di qualche celebre poeta o letterato. Ma a chi tesserò io l’elogio, ai meriti di qual personaggio farete voi plauso? E posso per un solo istante star dubbioso ed incerto, mentre ancor l’ombra del celebre nostro Parini va inonorata vagando intorno alle mura di questa nostra città, e si lagna, che l’estinta sua salma giaccia fra sozze glebe di fossa plebea, e la patria sconoscente non le sia stata cortese né di tomba, né di monumenti, che poscia le furono eretti da una tenera amicizia [5]?  Plachiam dunque in oggi la sdegnata ombra di un sì illustre Milanese, onoriamo la di lui memoria trattenendoci non già sulle private vicende della vita, ma sulle poetiche e letterarie di Lui produzioni. La storia degli scrittori celebri, dicea benissimo d’Alembert, altro non è che la storia de’ loro pensieri e delle loro fatiche, nel che consiste la parte più essenziale e più utile del loro elogio. Meco pertanto ammirate le opere di un così peregrino ingegno, e vedrete che Parini fu in Milano capo ed esemplare di una nuova scuola poetica, come Leonardo da Vinci lo fu di una nuova scuola di pittura.

Sulle sponde dell’ameno Eupili da noi detto Lago di Pusiano [6] ebbe Parini i suoi natali nel 1729 da Genitori poveri, ma generosi abbastanza di sacrificare ogni loro avere per dare una liberale educazione al figlio ed accrescere così non poco lustro all’italiana letteratura. In questa città frequentò Parini il Ginnasio Arcimboldi; ma si può dire di Lui ciò che Bertola dicea di Gessner, che fu anzi l’allievo de’ classici e della natura, che il discepolo delle scuole. Orazio, Virgilio, Dante, Petrarca, Ariosto furono gli autori che Egli nella fresca non meno, che nella provetta età rivolgea notte e dì, e da’ quali attinse quel gusto squisito, quell’atticismo che forma il particolare di Lui carattere. Sapeva bene Parini, che per divenir grande in un’arte fa d’uopo rimirarne con occhio cupido i modelli, che i Greci divini in ogni cosa s’incurvarono sui marmi Egizj  ed attoniti mirarono le moli, che maestose si ergevano al Cielo sulle sponde del Nilo; che così fecero i Romani coi Greci. Si rammentava che i moderni peregrini ingegni, che tanto illustrarono la regione, che Appennin parte, il mar circonda e l’Alpi, indefessamente impallidirono sugli antichi modelli, che Raffaello osservava con immote pupille i vetusti monumenti dissotterrati a Pozzuoli o alle terme di Diocleziano, che Michelangelo andava ad attingere nello studio dell’antico le forme ed i concepimenti sublimi che immortalarono il suo scalpello, e sul fine della vita essendo divenuto cieco si facea trasportare ai piedi di que’ monumenti, li toccava, e dopo averne scorsi i contorni gli abbracciava bagnandoli di lagrime. Parini sulle orme insistendo di questi celebri ingegni, di rimirare qualunque copia sdegnando si formò sui classici antichi principalmente un gusto trionfatore d’ogni precetto, ed anelando di prodursi in pubblico diè alle stampe alcune poesie, in fronte alle quali scrisse il nome di Ripano Eupilino, simile in ciò a quel greco Pittore che s’appiattò dietro il suo quadro onde sentire il giudizio imparziale del passaggiero ed approfittarne. Sono questi poetici componimenti del Parini brevi scintille di quel fuoco che tutto dovea poscia avvampare, e simili ai primi dipinti del Sanzio, i quali benchè tutti i pregi non vantino di quelli che di poi fece nel Vaticano, pure avvisano lo spettatore, che Egli ben presto avrebbe superati tutt’i moderni ed emulati gli Zeusi, i Parrasj, gli Apelli.

Emerse finalmente Parini dalla tacita oscurità delle pareti domestiche, e si trasse a lottare in pubblico, quando il P. Bandiera, uomo di perspicace ingegno e di non poca erudizione fornito pubblicò un libro sui pregiudizj delle umane lettere, in cui sedendo a scranna e in tuono magistrale censurato avea molti valenti Scrittori, e per fin turbata la pace delle ceneri di Paolo Segneri, di quell’oratore che non paventa il confronto con Bossuet, con Massillon, con Bordaloue. Bandiera era uno di que’ parolai che annojano immergendo poche idee inutili e volgari in un mare di parole trascelte e ben fra loro architettate, e censurano come barbaro scrittore chi non usa la più latina che italiana trasposizione del Boccaccio, e non fa al par di Guicciardini i periodi interminabili, che a guisa di labirinti per tortuose vie si ravvolgano in se stessi. Disse dunque, che Segneri non era giammai entrato nel gusto della nostra lingua, anzi arrivò a tanto di audacia di mettere pedantescamente la penna nelle prediche di questo grand’uomo, e di deturparle con vieti ed affettati modi di dire. A tale arroganza Parini si sentì il petto agitato da straordinaria bile, e con una epistola in cui a somma eleganza di stile accoppia profondissima dottrina, vendicò il principe della sacra italiana eloquenza, gli ridonò quella celebrità che già da più d’un secolo godeva, e gli rimise sulle tempia quegli allori che indegnamente Bandiera avea sfrondati.

Né men valente e colto scrittore si mostrò il Parini nella lotta che fece col P. Branda difendendo il vernacolo dialetto che tanta celebrità avea procurato a Maggi ed a Balestrieri. Non posso qui passar sotto silenzio uno de’ più bei tratti della vita di Parini che ci mostra quanto grato e sensibile fosse il di lui animo. Da Branda Egli avea appresi gli elementi delle umane lettere, e non ostante che nel bollore istesso della contesa non avesse giammai oltrepassati que’ limiti che le anime bennate sogliono imporre a se stesse, pure da profondo dolore fu penetrato tutte le volte che si rimembrò di avere conteso col precettore, cui si dee non minor gratitudine che ai genitori istessi, giacchè i Filippi, al dir di Alessandro Magno, danno l’esistenza e l’educazione al corpo, e gli Aristoteli formano ed educano lo spirito [7].

Ma l’ingegno di Parini disdegnoso della gloria che a Lui ridondava da queste letterarie discussioni, meditava di aprirsi una novella strada intentata, sconosciuta, e di mettersi a canto di quegli ingegni inventori appellati dai Francesi Genj, il pregio de’ quali secondo Elvezio e l’etimologia istessa del vocabolo [8] consiste nel creare, come fece un Omero, che senza esemplari, senza regole, senza guida diè fiato all’epica tromba sì felicemente che compose l’Iliade, l’Odissea; un Dante che ebbe l’ardimento di creare una lingua per formare un poema; un Milton che, abbandonate le comuni poetiche idee, rappresentò oggetti nuovi, scene straordinarie ora in Cielo, ora in terra, or negli abissi. Vedendo Parini che l’Italia ricca di poemi, incomparabile nella lirica, nella didattica e nella pastoral poesia, non mostrava che una sola bella Tragedia nella Merope del Maffei, e con invido sguardo rimirava la Francia superba del suo Corneille, del suo Racine, del suo Voltaire, volea calzare il coturno Soffocleo. Ma non ardì contendere e dividere i lauri con quel fiero Allobrogo che con robustezza d’idee, con energia di stile, con inusitata magniloquenza dipinse sulle italiane scene al pari di Soffocle e di Euripide catastrofi luttuose, terribili, patetiche, personaggi magnanimi, infelici e veementi passioni [9]. Ad altri lidi adunque rivolse il volo Panini e si lanciò con ardite ale oltre que’ confini che varcati non avea l’Ariosto, non toccati il Rosa; ottenne il primato fra i satirici poeti, diede all’Italia un nuovo genere di poesia, e le insegnò che anche deposti i ceppi e tolte le attrattive della rima si può emulare co’ carmi italiani la maestà, l’armonia, la forza de’ Greci e de’ Latini.

Già da gran tempo Parini vedea con indegnazione la vita scioperata d’alcuni ricchi nobili Milanesi, che odiando i mesti studj della Dea Pallade ed invano invitati da Marte tra il fragor delle armi, sepolti in femminile ozio si godevano le dovizie loro inviate dalle Abduane o Tjcinesi spiagge, e non mai abbandonavano il fianco di una giovane dama sposa d’altrui. A tal vista Parini si sentiva compreso da quello sdegno che agitava Giovenale, quando rivolgea lo sguardo alla corruzione de’ Romani costumi. Concepì dunque il disegno di fare una satira, incoraggiato dal Ministro Firmian, il quale a colui che gli manifestò l’intenzione del nostro Poeta di mordere l’ozio d’alcuni Grandi: ottimamente, rispose, ve n’ha un bisogno estremo. Ma come mai poteva Parini aprirsi una nuova sconosciuta via ed essere singolare nella Satira, se di già tanti sublimi ingegni si erano in essa distinti? Due sentieri avean battuto sin allora i satirici poeti; altri conversarono famigliarmente col vizio, lo motteggiarono tranquilli e ridenti, lo considerarono come un errore, una follia da castigarsi col ridicolo; e tale fra gli antichi è Orazio, che al dir di Algarotti, è un amabile filosofo, un Socrate elegante che dà una qualche sferzata quasi non volendo, e coi più dolci rimedj riduce altri a sanità; e tra i moderni tali sono Ariosto nelle sue Satire, Pope nei suo Riccio rapito, nel suo Leggio Boileau. Altri disdegnando di trattenersi co’ vizj e stimandoli piaghe che non con blandi farmaci, ma col ferro e col fuoco sanare si debbono, si scagliarono contro di essi declamando, e scrissero con una penna tinta nella più feroce bile; e tali sono fra gli antichi Giovenale, che dotato di una sensibilità profonda, di un’anima ardente ha dipinto il vizio con isdegno, con fuoco, con energia [10], e l’oscuro, l’enigmatico Persio che sempre con viso arcigno predica la virtù; tali fra i moderni furono il Menzini ed il Salvator Rosa. Sembrava che anche Parini dovesse insistere sulle orme di alcuno dei due grandi Satirici Latini, ed o scherzare con Oraziana venustà coi vizj che allora dominavano, od investirli colla sferza di Giovenale e ardentemente incalzarli. Ma non era già Egli di que’servili imitatori che ognora ritraggono una sola bellezza, perchè sono incapaci di produrne di nuove. Le vestigia nulla curando già impresse e dal Venosino e dall’Aquinate satirico, finge di voler istruire un giovine signore e di volergli insegnare come ingannar questi nojosi e lenti giorni di vita, e quali esser debbano le sue cure al mattino, dopo il mezzodì e la sera, e così si fa strada a descrivere le oziose occupazioni, gli studj frivoli, le vane cure de’ Nobili della sua età, e con un sarcasmo perpetuo, e con una ironia felicemente dal principio sino alla fine sostenuta, satireggia e morde in un modo suo proprio que’ costumi, de’ quali volea l’emendazione.

E qui è pur d’uopo che ci arrestiamo per alcuni istanti ad indagare la natura, l’essenza della nuova e singolare poesia Pariniana. Questo Poeta concepisce un pensiero, lo afferra, lo incalza, lo decompone, e fa di lui quel che Omero suol fare della passione; gli comunica quell’anima e quel movimento che agita e seco trasporta senza riposo gli spiriti; tutto a lui subordina, lo segue nella sua fuga ne’ suoi slanci, ne’ suoi trasporti, ed anche restio lo sottomette alla più retta e severa ragione. Allora dalle segrete sedi di questo pensiero ben bene osservato escono i versi atti a volare del tempo oltre le mete, e tutto allora Parini al pari di Omero trasforma in oro ciò che tocca, e tutto nelle sue mani acquista una grazia novella e sempre piace ed interessa, mai non istanca od annoja. Le descrizioni che Egli fa de’ costumi del suo Giovin Signor e di qualunque altro oggetto, sono quadri vivissimi, ove il disegno è esatto, bene osservate le proporzioni, avvenenti le forme, espressive le azioni, maestosi i panneggiamenti, ben distribuita la luce e le ombre. Si posson forse con maggior vivacità ed energia dipingere il mattino, la notte, la gelosia? E le similitudini sempre acconcie e trascelte che tengon luogo di ombre per dar risalto al lume e le digressioni chiamate sempre dal soggetto istesso, come il piato fra Amore ed Imeneo, l’invenzione della cipria polvere, del canapè, e di quel giuoco che ancor col nome dinota l’antico strepito, l’origine del piacere, il commercio, la nuova filosofia; tutti questi squarci, io dico, non emulano forse quanto di bello e di pregevole ha prodotto il letterario mondo? E le cose più difficili ad esprimersi, e le più triviali e basse non sono forse espresse con maravigliosa facilità, con infinita nobiltà, con maestà straordinaria?

Ma il pregio che ancor più distingue Parini si è la squisita Oraziana correzion dello stile, per cui non cade giammai in una benchè minima inesattezza, e sempre sceglie le parole e le espressioni migliori, e le colloca nel luogo, in cui debbono essere. La di Lui elocuzione è sempre elaborata; non usa mai di una parola che sia o inutile, o per vana pompa introdotta, di un vuoto epiteto che non contenga un’immagine e talvolta presenti un vivo quadro di una cosa; eseguisce in una parola gli aurei precetti che Orazio dà nella sua Arte Poetica introducendo a favellare Quintilio; recide ogni ornamento fastoso e straniero all’opera, spiega le dubbie cose, illumina le oscure, corregge e ricorregge con rigorosa accuratezza i suoi componimenti, onde essi non temono censore e tornano a piacere, quante volte si ascoltano [11]. E il verso di questo Poeta non è esso maestoso, fluido, armonico e proprio di Lui solo? Qual orecchio dirò anch’io di Parini ciò che Meriau diceva de’ carmi Omeriani, qual’orecchio disgraziato dalle muse non sente il pittoresco variato dell’espressione, delle misure, del ritmo, dell’armonia sillabica? Ora vi fa sentire il fragore di calde precipitose ruote, ed il calpestio di volanti corsieri, ora il rimbombar che fanno le arcate volte degli orridi muggiti di un tauro che, spezzati i nodi, fugge e manda al suolo tripodi, tazze, bende, scuri, litui, coltelli, ora l’ulular delle rupi che ripetono le strida delle femmine spaventate da un indomabil mostro uscito dall’averno con viperei crini, con torbidi occhi irrequieti e fredde tenaci branche, ora l’agitar dei dadi entro ai sonanti bossoli, ora il picchiar de’ bossoli sul piano, ora il vibrare, lo sparpagliare, l’urtare, il cozzar dei due dadi, or delle mosse pedine il martellare, ora il lungo acutissimo lamento di pallidi fantasmi sparso lungo le mura dei deserti tetti. Ad ogni istante fa sentire una nuova musica, e con una singolare poetica armonia or sublima, or trasporta, ora istruisce. Parini fu quegli che pose termine alla famosa questione sui versi sciolti, su cui tanto si parlò e si scrisse. Alcuni come Gravina, Bettinelli, Bonafede osarono affermare che la italiana poesia non avrebbe giammai emulata la maestà e la grandezza della Greca e della Latina, se non iscuotendo il giogo della rima, altri e di questi era capo Baretti, diceano che poesia non si dee riputar quella, in cui non regni la rima. Mentre che gli spiriti erano riscaldati dal furor delle parti e che Baretti menava a due mani la sua Frusta contro coloro che si credevan poeti, purchè accozzar sapessero delle sillabe e dei versi liberi dalle rime, comparvero i Poemetti del Parini, e mostrarono ad evidenza, che anche senza il lenocinio della rima la ritmica poesia non teme il paragone della metrica Greca e Latina [12]. Egli ponendo in opera tutt’i precetti che un moderno autore dà sugli sciolti, supplisce agli allettamenti della rima colla nobiltà e vaghezza delle immagini, colla robustezza e col vigore dei sentimenti, colla sceltezza e correzion delle parole, col giro variato delle espressioni, con una perenne facondia che non mai manchi di tener desta la fantasia di chi legge, con nuove sorprese, con inaspettate bellezze, con nobili voli. Lo stesso Baretti rapito dalla venustà e dall’armonia de’ carmi Pariniani sospese la terribile sua sferza, e dando di piglio alla penna temprata fin allora nel più amaro fiele tributò i dovuti elogi all’autor del Mattino e lo chiamò uno di que’ pochissimi buoni Poeti che onorano la moderna Italia. Frugoni uomo fornito di non comune poetico ingegno, ma manierato e troppo facile negli sciolti, conosco, sclamò dopo aver letto il Mattino, conosco ora di non aver mai saputo far versi sciolti, benché me ne reputassi gran maestro [13]. Tutti ammirarono questo genere di poesia nuovo, inusitato, unico, ed applaudirono all’inventore, come a colui, che sdegnando ogni copia, ogni imitazione aveva voluto creare ed essere singolare. Nè certamente all’opera di questo Poeta si può applicare ciò che Elvezio sostiene di tutti i così da Lui appellati Genj, che cioè le loro opere sieno simili ad alcuni di quei monumenti dell’antichità, che eseguiti da molte generazioni di re, portano il nome di colui che li ha perfezionati. Nessuno ha aperta a Parini quella via che Egli così animosamente percorse; l’Italia non ha Scrittore alcuno, in cui si ravvisi la di Lui maniera di scrivere così squisita e castigata, e ’l di Lui stile immantinenti si distingue fra tutti gli altri, come un pittore alla prima impressione riconosce un dipinto di Andrea del Sarto, di Guido, del Correggio.

Non mancarono e severi Zoili, ed accigliati Aristarchi, che gelosi del merito di questo Poeta, invece di andare in traccia delle di Lui bellezze, cercarono unicamente i difetti e si compiacquero di morderli con dente invidioso. L’eruditissimo Andres, il quale però è grande ammirator del Parini, nella sua storia d’ogni letteratura, è di parere che l’ironia portata dal nostro Poeta tropp’oltre possa alle volte pregiudicare alquanto alla buona moralità. Ma chi è colui che non sia e dalle cose istesse e dal modo, con cui sono esposte, costretto a ravvisar l’ironia che facilmente incomincia, più felicemente prosiegue, e sempre ben sostenuta corre al suo termine? E non t’accorgi, sclamano altri, della fatica, dello stento, della mancanza di vena di Parini? Nò, non era Egli spirato da quel Dio che agita ed infiamma i Poeti; le sue idee non isgorgano facili, ma a forza sono fuori strascinate dalla mente. È una ingiustizia il voler che un uomo porti sugli omeri un pondo enorme senza tendere tutt’i nervi, bagnar di molle sudore la fronte, mostrare in una parola la fatica che sostiene. Degno di rimprovero sarebbe Parini, se scritti avesse i suoi Poemetti con quella ingenua e talvolta negligente facilità, che tanto ci diletta in altri componimenti; arduo era il soggetto da Lui trascelto, e doveva per coronarsi della Deifica fronda mostrare quale felice ed avventuroso successo avessero i suoi sforzi per toccare l’erta e lontana meta, cui tendeva. In Parini bisogna come in Virgilio ammirare un artefice di squisito gusto, di fino criterio che unisce alla natura, che senza l’arte sarebbe cieca e temeraria, l’arte istessa, ma fa campeggiare questa piuttosto che quella. Quanto al contrario è facile Parini in alcune sue Odi, nelle quali o tutta versa l’infiammata sua anima, o si trattiene su oggetti lieti e ridenti? Egli è un lirico singolare, ossia che sieda allato del Venosino e con Lui canti versi degui del cedro , ossia che al seno palpitante avvicini la cetra, ove gli antichi calori spirano ancora del molle Anacreonte, o dell’ardente amica di Faone. Non è già Parini animato dall’entusiasmo appellato profetico e sovrumano da Platone [14] mercè del quale i vati Ebrei vedeano le colline del mondo abbassarsi sotto i passi dell’eternità, fuggire il mare, scuotersi le montagne, ed Omero mirava l’inchinarsi dei neri sopraccigli dì Giove, l’ondeggiar delle divine chiome, ed il tremar del vasto Olimpo non è un Pindaro che in audaci ditirambi precipita e spinta la sua nave in mezzo all’Oceano, affronta la tempesta e gli scogli, e dopo aver lottato co’ furibondi Aquiloni, si slancia improvvisamente dal seno de’ flutti agitati, ed arriva al porto. È piuttosto un amabile Orazio [15] che trasportato dall’Apollineo, dall’Amoroso, o dal Bacchico entusiasmo or tesse un inno a colui, il quale fugò quel morbo, che con lievito mortale totalmente abbatteva l’umana macchina, o le rapiva il bello, or prega il beato terreno del vago Eupili ad accoglierlo nel suo grembo, or loda l’agreste libertà che belle ed amabili rende le ore fugaci, ora si scaglia contro il bisogno o contro l’impostura, o contro chi dà alle scene canori elefanti, or consacra a Bacco ed all’amicizia i venturi giorni, o si rivolge alla valente figlia di Pallade di lauro coronata le lunghe trecce, o alla vergine Dea, onde ingenuo piacere sgorga e consola l’umana vita, od a Silvia, il cui docile animo già cede al potente imperio de’ femminei riti, od all’inclita Nice che fresca e leggiadra per recenti grazie gareggia coll’Aurora, or piange Sacchini di suoni celesti egregio trovatore, su cui l’atra mano alzò colei, cui nessun pregio muove, ora rende grazie alla mano gentile che gli invia le note piene d’affanni incise dai fiero Allobrogo, o canta che la musa orecchio ama placato e mente arguta e cor gentile, or va insinuando che nè la canizie, ne il senno sono scudo contro all’arme terribili della beltà, or deplora lo stato di quelle misere navi che cupidigia od ambizione sospinse per li mobili regni, o di se medesimo che per avverso sasso mal fra gli altri sorgente, o per lubrico passo lungo il cammino stramazzò or finalmente scioglie un canto al buon Durini, e consola colei che vaga e bella in gonna anco dell’altro sesso le glorie ottiene. Tutte queste odi al par di quelle del Venosino hanno un moderato grado di elevazione, una inimitabile correzione di stile e di verso; esprimono vivamente i più caldi affetti, ed espungono le più belle ed utili Socratiche discipline con incredibile dignità [16]. Come maestrevolmente questo lirico sa osservare i precetti dell’ode? Allorchè al seno avvicina la lira compreso dall’oggetto che si rappresenta, manifesta splendidamente il suo sentimento, e talvolta armato il dorso di robuste ale, e divenuto cigno Dirceo: ove, sclama, ne vai o Genovese, qual raggio brilla di speme sulle audaci antenne? Pieno del Dio che l’agita, incalza i pensieri, li precipita, li dipinge e fa suonar d’insolita armonia i colli Insubri. Invitato poscia o dalla bellezza di straniero argomento che lo tenta, o costretto dalla sterilità del suo che lo obbliga a cercare altrove onde arricchirsi, esce dai confini del suo soggetto per spaziare nel vasto regno della storia, della mitologia e della filosofia. Ovunque domina il sentimento e la passione che tutto invigorisce ed infiamma, ma e all’uno e all’altra presiede quella facoltà, che la parte divina tien di nostra natura, e ben si può applicare alla Lirica Pariniana quello che Bettinelli diceva generalmente di questa sorta di poesia, che dessa è un sogno che si fa in presenza della ragione, che vi sta sopra cogli occhi aperti a rimirarlo ed averne cura. Parini adunque occupi un seggio distinto fra i Lirici, ed abbia alla destra Chiabrera, di cui non ha imitato nè l’eccessiva turgidezza di stile, nè i tropi soverchiamente arditi, a manca Fulvio Testi, che talvolta avvilì l’Oraziana dignità coi calamistri del secolo, in cui visse, e gli faccia onorevole corona Alessandro Guidi, che trasportato da un indomabile fantasia ricusò ogni vincolo di metro, di strofe, di rime, e si diede in braccio ad una sfrenata licenza, e Filicaia, che emulò colla sublimità de’ suoi concetti la grandezza dell’argomento che trattò nelle due Canzoni Pindariche [17].

Nella prosa Parini non fu men grande che nella poesia, ed eletto Professore di eloquenza superiore in questa Città recitò un’aurea orazione sull’influenza, che hanno le Belle Lettere nel progresso e nella perfezione di tutte le altre Arti che si chiamano Belle. Siccome al dir di Bacone da Verulamio l’esperienza è la maggior prova che recar si possa onde conciliar fede ad una cosa, così Parini per confermare la sua proposizione introduce Pericle a mostrare agli Ateniesi, che Omero fu quegli che promosse tanto la Pittura, la Scultura e l’Architettura in Atene spargendovi tanta luce, allorchè per opera di Pisistrato e del Figliuolo quel cieco tolse il velo dagli occhi degli Ateniesi, lo squarciò dal viso della natura, e loro disse: mirate, scegliete, qui sta il bello. Quanto sublime è quell’allocuzione? Quanto bella è la descrizione dei portici, dei tempi, degli edifizj maestosi, delle statue e delle pitture che ornavano Atene? Ogni espressione presenta un’esatta e preziosa teoria sulle Arti del Disegno; si discopre in ogni vocabolo un concetto, e dovunque una precisione, un’esattezza, un’energia, un ordine di cose che rapisce [18]. Eppure vi furon molti che a Parini ricusarono la lode di ottimo prosatore, e tentarono di precipitarlo dalla cattedra, perchè non iscrisse l’Elogio di M. Teresa.

Mentre che gli avversarj lo mordeano con iniqua malignità. Egli si acquistava una immortal fama in mezzo ad una folta corona di giovani studiosi ed ascoltatori di ogni età, di ogni genere, d’ogni condizione, che avidi bevevano dal suo labbro facondo precetti degni di Cicerone e di Quintiliano istesso. Ma non si occupava già Egli al par di questi due grandi uomini de’generi e delle parti dell’orazione, né de’ luoghi topici, co’ quali Gorgia Leontino e tutti gli altri antichi retori credevano di formar meccanicamente un Oratore, benchè sfornito d’ingegno, come un artefice forma un vaso di creta [19]. Volea Parini formare e dirigere il gusto de’ suoi scolari e principi applicabili a tutte le Arti Belle, i quali hanno un fine comune, l’imitazione cioè della Bella Natura, e non si distinguono tra loro, che o per la diversità de’ soggetti che imitano, o de’ mezzi che impiegano, o delle maniere delle quali si vagliono imitando. Interrogava pertanto la natura, e non contento di nudi e freddi precetti, mostrava gli esempj più illustri presi da tutte le età, da tutte le lingue, e da tutti gli scrittori. Ricordandosi Egli di quello che solea dir Tullio d’essersi formato non nelle scuole de’ retori, ma negli spazj dell’Accademia e della sentenza di Orazio, che volea come base d’ogni scrivere la sapienza e le Socratiche discipline, seguì sempre la scorta di una retta Logica e di una profondissima Psicologia, e ovunque ne’ sani principi di Belle Lettere risplende quello spirito analitico che la lettura di Bacone da Verulamio, di Loke, di Condillac, di Bonnet avea diffuso nel passato secolo. Qual maraviglia pertanto se con bella perspicuità, ed ordine Egli espose le arcane teorie della varietà dell’unità, dell’ordine, della proporzione, della chiarezza, della facilità, della convenevolezza? Quanta utilità non arrecano le sue lezioni sull’origine, sui progressi, sull’indole dell’italiana favella? E quale scorta più sicura può seguire la studiosa gioventù nella lettura dei classici nostri, di quella di questo grand’uomo, il quale con finissima critica, con isquisito giudizio, tutti enumera i pregi ed i difetti dei medesimi, incominciando dal Dante infino al Salvini? Da sì eccellente scuola doveano uscire uomini sommi, come da quella di Socrate uscirono Platone e Zenofonte, e da quella di Raffaello si ebbero Giulio Romano, ed altri valentissimi pittori. L’autore dell’Idillio scritto dalle sponde del trino Lario, e dell’Epistola sui sepolcri di Foscolo e di Pindemonte, una pianta educata con lungo studio ed irrigata di benefici umori dal Parini, di cui fu ben più liberale imitatore, che non lo sia stato l’Autore della Moda e della Conversazione.

      Ma già la Patria stendea le supplichevoli sue mani a Parini, e il chiamava ad affaticare in un pelago più vasto, ma sparso di immani scoglj, ed agitato da più terribili procelle. Già un novello Annibale coll’asta in mano, e in fronte la vittoria area varcate le Alpi e chiamato dall’ozio e dalla quiete della villa il gran politico e filosofo Pietro Verri. Non dimenticò Egli anche Parini, ma trattolo dall’ombra de’ platani del Liceo fra le cure di Stato il collocò a canto di Verri nel Municipio di Milano cui commise il freno di queste belle contrade. Quanta fu la gioja di Parini infiammato dal vero amor di patria, che amor di figlio e di fratello avanza, nel veder sorgere sotto felicissimi auspicj nuovo ordin di cose, ed Italia scossa dal femminil ozio, in cui era sepolta, aggiugnere nuove palme ai prischi lauri, altrettanto fu il dolore, da cui si mostrò penetrato, allorchè vide la patria lacerata da intestine discordie, calpestate le leggi ed i patti, la libertà convertita in rapina ed in sedizione, arbitri della tribuna i Saturnini ed i Genuzj [20], i virtuosi ed i saggi condannati al silenzio ed al ritiro, rotti i più sacri vincoli del sangue e dell’amicizia, fatta guerra persino agli studj, e proscritto Cicerone come Aristocratico, come vili adulatori di un Tiranno Orario e Virgilio [21].

Indarno Parini si oppose con forte petto a questo torrente, che impetuoso inondava la sua patria, indarno disse che non si ottiene la libertà colla licenza e coi delitti, indarno ripeteva la sentenza di Montesquieu e di Rousseau, che la libertà non consiste nel solo impulso dell’appetito, ma bensì nell’obbedir alle leggi, che sono le conservatrici e le radici della libertà medesima, e che l’eguaglianza non istà già nella confusione delle classi, e nel sollevare al grado de’ più cospicui Magistrati un gregge d’uomini incalliti alla marra ed all’aratro, od abituati ai più vili uffizi, ma bensì in quella distribuzion di poteri, che forma l’equilibrio e costituisce l’eguaglianza civile [22]. Le parole di questo vero cittadino non furono ascoltate e scherniti i larghi pianti, che Egli versava sullo strazio della patria; onde non potendo più rimirarne ad occhi asciutti le piaghe, ed il sangue, sospirò la pristina sua quiete ed ottenuto un onesto congedo, e fatto distribuire ai poveri tutto lo stipendio che aveasi acquistato coll’incorrotto esercizio della sua magistratura, si ritirò a deplorare i funesti destini della patria, e ad occuparsi di nuovo nell’istruzione. Ma già la sua età declinava all’occaso, travagliato ed infermo era il suo corpo, ed Egli traendo il fianco grave d’anni, e più di duolo bramò di morire e l’ottenne [23]. La sua morte non fu la disperata di Catone, ma la placida e filosofica di Socrate. Prima di dar l’addio estremo alla fuggente luce, volle cantare, ed il suo canto fu simile all’ultimo del Cigno [24]. Si trattenne al pari del Greco Filosofo a ragionare chetamente cogli amici, e dopo avere scherzato colla morte istessa, chiuse gli occhi al giorno nel 1799  ai 15 di Agosto. Ah! perchè, Vate Immortale, perchè quella barbara ed ingiusta che vibra il suo ferro mietitor delle vite, e sul rozzo e sul letterato, perché ti tolse a questa età e ti coprì col denso suo velo le belle venture, che dovean rendere l’ordine e l’antico lustro all’Italia! Se tu spirassi ancora queste aure di vita, vedresti la tua patria sanata dalle gravi ferite che aperto le aveano il fianco, non più la nave del governo in preda a furibonde tempeste per difetto di stelle e di pilota, ma ognor felicemente al desiato porto condotta da valenti nocchieri, vedresti estinti gli odj, incatenata di ferree ritorte la discordia, ricondotte più mansuete idee, vedresti Astrea discesa di nuovo dal cielo, e lieto fra noi danzare il sacro drappello delle più grandi ed amabili virtù, vedresti fiorire le lettere e le scienze, consacrati tanti edifizj a Pallade, una nuova Olimpia aperta agli Artisti, un Reale Istituto, che in se accogliendo tutti i più grandi uomini dell’Italia feconda di peregrini ingegni, non teme il paragone nè dell’Accademia di Parigi, nè di quella di Londra o di Berlino; vedresti .... ma già io rimiro la tua ombra, che la severa spianando accigliata fronte si compiace di questo tributo di laudi, di questi fiori che noi spargiamo sulla tua tomba, e fissa le attonite pupille su questo nuovo asilo delle arti e delle scienze aperto alla studiosa gioventù. Magnanim’ombra! Dopo che hai ammirata la benefica del Principe in questo nuovo Liceo, avvicinati a quelle mura che un tempo risuonarono delli aurei tuoi precetti, ed ora racchiudono quanto di grande e di sublime ha prodotto il pennello, lo scalpello e la matita Italiana; entra e vedrai qual sempiterno monumento d’amore e di gratitudine t’abbia eretto l’amico tuo Franchi ed il Sovrano indagator degli astri; indi spiegando il volo va a posare sopra del colle che specchiasi nel vago Eupili tuo, ed ivi dolci sentimenti di tenerezza ti si ecciteranno in cuore pel tuo Marliani, e udrai maravigliando argute sibilar sotto la terra le tue commosse reliquie.

NOTE.

Ho scritte queste note per mio esercizio e divertimento:

credendo esse possano essere utili alla gioventù le rendo pubbliche.

 

[1] I Greci furono quelli che più degli altri coltivarono e perfezionarono le arti, perché tutto in quel paese tendeva a questo fine. Nel fisico, dice Jancourt, le situazioni le più belle, i fenomeni i più grandi, i quadri i più magnifici dei fiumi, dei mari, delle foreste, delle valli fertili e deliziose, delle città, dei porti floridissimi; degli stati forti ed opulenti per le arti più degne dell’uomo, l’agricoltura, ed il commercio, tutto ciò, dico, raccolto come sotto gli occhi del Poeta e dell’artista. Non lungi e come in prospettiva il contrasto delle fertili campagne dell’Egitto e della Libia con vasti ed ardenti deserti popolati di tigri e di lioni, più vicino il magnifico spettacolo di venti regni sparsi sulle coste dell’ Asia Minore, da una parte quel ridente e magnifico quadro delle Isole dei Mare Egeo, e dall’altra i monti infiammati e l’orribile Stretto di Sicilia; finalmente tutti gli aspetti della natura ed il compendio dell’universo nello spazio che un viaggiatore può percorrere in meno di un anno. Qual teatro per la poesia e per le arti!

La Religione de’ Greci avea misteri ch’erano pitture deliziose, cerimonie, ch’eran feste ridenti e spettacoli pomposi, un dogma, in cui il più terribile, cioè la morte e l’avvenire era abbellito delle più brillanti pitture; in una parola i Greci aveano una Religione Poetica, di cui i Poeti erano gli oracoli e forse gli inventori. Questa Religione offriva anche delle terribili situazioni, che potevano essere il soggetto di quadri patetici, di tragici componimenti. Oracoli oscuri e terribili, espiazioni sanguinarie, sagrifizj di sangue umano, delitti permessi o comandati, un contrasto continuo fra le leggi della natura e quelle del destino, fra la morale e la religione, infelici collocati come in uno stretto sull’orlo di due precipizj; ecco senza dubbio il sistema Religioso il più spaventevole che offrir poteva patetici e terribili soggetti agli artisti. Vedi Dict. des Belles LettresArt. Poesie

[2] Dopo l’istituzione de’ Giuochi Olimpici le arti in Grecia salirono alla più alta perfezione e in quell’arena brillarono i primi raggi di quella luce che viva e rapida si diffuse poscia nella Grecia. Erodoto nell’Olimpiade LXXVII andò da Caria in Elide, e al cospetto della Grecia tutta ivi adunata lesse la sua storia: non molto avanti di lui Ferecide era stato il primo a scrivere in prosa. Eschilo espose al pubblico le prime tragedie regolari in istile sublime, poiché queste dall’invenzione della scena nell’Olimpiade LXI fino allora non erano state che balli e canti, e riportonne il primo premio nell’olimpiade LXXIII. Si incominciò circa questo tempo a cantare i Poemi di Omero, e nell’Olimpiade LXIX Gineta Siracusano ne fu il primo Rapsodista. Allor pure diede Epicarmo le prime commedie, Simonide immaginò l’Elegia, Gorgia di Leonzio in Sicilia diede una forma scientifica all’Eloquenza, ed ai tempi di Socrate Antifone mise in iscritto le Orazioni e le Arringhe. Tali furono a così dire i gran preparativi alla perfezione dell’arte, a cui essa a gran passi s’avvicinava. WINKELMAN, Storia delle Arti del Disegno Lib. IX. cap. I.

[3] An censemus si nobilissimo homini laudi datum esset, quod pingeret, non multos etiam apud nos futuros Polycletos, et Parrharios fuisse? Honor alit artes, omnesque incedimur ad studia gloria, jacentque ea semper, quae apud quosque improbantur. Cic. Tusc.  lib. I.

La lode se è l’omaggio, che l’ammirazione rende alla virtù o la riconoscenza ai grandi ingegni, è una delle cose le più grandi che mai sieno fra gli uomini; primieramente per la sua autorità, essa inspira un rispetto naturale verso colui che la merita e l’ottiene; per la sua giustizia essa è la voce delle nazioni che non si possono sedurre, de’ secoli che non si possono corrompere; per la sua indipendenza l’autorità onnipotente non la può ottenere, l’autorità onnipotente non la può togliere; per la sua estensione essa riempie tutt’i luoghi; per la sua durata, essa abbraccia i secoli. Si può dire che per essa il genio si estende, l’anima si solleva, l’uomo interamente moltiplica le sue forze; di là i travagli, le meditazioni sublimi, le idee del legislatore, le veglie del grande scrittore; di là il sangue per la patria versato, e l’eloquenza dell’oratore che difende la libertà della sua nazione. THOMAS Saggio sugli Elogi cap. I.

[4] Si parla qui de’ concorsi a’ Premj e dll’esposizione de’ quadri, delle stampe, de’ disegni, e di tutti gli altri oggetti di Belle Arti in Brera nel mese di Agosto.

[5] Parini fu seppellito nel Cimitero fuori di Porta Comasina senza una pubblica distinzione, fuorchè una bella Epigrafe, che Calimero Cattaneo gli fece di proprio moto.

JOS . PARINI . POETA.

HIC . QUIESCIT

INGENUA . PROBITATE

EXQUISITO . JUDICIO

POTENTI . ELOQUIO . CLARUS

LITTERAS . ET . BONAS . ARTES

PUBLICE . DOCUIT . AN. XXX.

VIXIT . AN. LXX.

PLENUS . EXTIMATIONIS . ET . GRATIAE

OB. A. MDCCXCIX.

Foscolo ne’ suoi Sepolcri si lagnò ragionevolmente, che si sia negata a Parini un’ onorevole tomba.

.    .    .    .    senza tomba giace il tuo

Sacerdote, o Talia, che a te cantando

Nel suo povero tetto educò un lauro

Con lungo amore, e t’appendea corone;

E tu gli ornavi del tuo riso i canti,

Che il lombardo pungean Sardanapalo,

Cui solo è dolce il muggito de’ buoi

Che dagli antri Abduani, e dal Ticino

Lo fan d’ozi beato, e di vivande.

L’Astronomo e Senatore Oriani vedendo che la patria sconoscente non si dava cura di onorare con qualche pubblico monumento la memoria di un uomo che le acquistò tanta celebrità, fece a proprie spese scolpire dal Franchi un’effigie di Parini, e la fece collocare sotto i portici di Brera con questa Iscrizione da Lui medesimo composta:

JOSEPHUS . PARINIUS

CUI . ERAT . INGENIUM

MENS . DIVINIOR

ATQUE . OS . MAGNA . SONATURUM

OBIIT

XVIII. KAL. SEPT. A. MDCCIC.

L’avvocato Rocco Marliani, che Parini chiamava il più caro amico della sua vecchiaja nella sua villa Amalia presso di Erba gl’innalzò un bel Tempietto col simulacro di Lui, e con varj artificj musicali sovra di un colle, che specchiasi nel vago Eupili, e vi pose alcuni versi tratti dall’Ode all’Inclita Nice

Arresta il passo e attonito

Odi del tuo Cantore

Le commosse reliquie

Sotto la terra argute sibilar.

Il sig. Francesco Reina intrinseco amico del Parini con somma accuratezza e fedeltà ne ha scritta la vita, dalla quale io ho desunto tutte le memorie pel mio Elogio. Egli lo ha dipinto come uomo privato, come gran letterato, satirico singolare, esimio lirico, valentissimo Professore, obbediente suddito, vero cittadino, tenero amico. La posterità sarà sempre a Lui riconoscente, perchè ha conservati i più bei tratti caratteristici della vita di quest’uomo, e ne ha fatto un tal ritratto che facilmente farà conoscere a ciascuno l’originale.

Abbiamo l’Elogio di Parini scritto dal P. Galeazzo Scotti, ed i pregi ch’esso ha m’avrebbero distolto dal comporne un altro, se non avessi creduto esser cosa conveniente, che questa città, che acquistò per opera di Parini tanta fama, gli rendesse un pubblico e solenne tributo di lodi in uno de’  suoi Licei.

[6] La terra di Bosisio, in cui nacque Parini produsse due grandi ingegni l’uno subito dopo l’altro, Parini ed Appiani. Il nostro Poeta così cantò nel frammento di un’Ode che Egli incominciato avea, dirigendosi a quell’egregio Pittore,

Te di stirpe gentile,

   E me di casa popolar, cred’io,

   Dall’Eupili natìo,

   Come fortuna variò di stile

   Guidaron gli avi nostri

   Della città fra i clamorosi chiostri.

   E noi dall’onde pure

   Dal chiaro Cielo, e da quell’aere vivo

   Seme portammo attivo

   Pronto a levarne dalle genti oscure,

   Tu, Appiani, col pennello,

   Ed io col plettro seguitando il Bello.

[7] Taurisco uno degli autori del famoso gruppo detto Il Toro Farnese non sapea qual dei due riconoscere per padre, se il vero padre Artemidoro, oppure il maestro Menocrate; poichè l’uno, diceva Egli, mi ha dato la vita, l’altro mi ha istruito nell’arte. PLIN.. St. Nat. Lib. 36 e 4 §. 10.

[8] Remontons jusqu’à l’etymologie du mot génie, puisque c’est communement dans ces étimologies, que le Public  manifeste le plus clairement les idèes, qu’il attache aux mots. Celui de génie derive de gignere, gigno; j’enfante, je produis; il suppose toutjours invention; et cette qualité est la seule, qui appartienne à tous les gènies  différents. De l’Esprit Dis. IV. Chap. I.

[9] Onde avvenga che gli Italiani ingegni, i quali nel lavoro degli Epici Poemi l’arte e la gloria delle altre nazioni superarono, difficilmente poi s’accingono a trattare gli argomenti della tragica invenzione, malagevole cosa è forse il dimostrare. Poichè null’altro essendo la Tragedia che un rivo disceso dal pieno fonte dell’Eroico Poema, parrebbe che fosse convenevole impresa a que’ che riuscivano eccellenti nel tutto il tentarne ancora una parte, la quale quantunque cinta da molte difficoltà, non poteva non allettare colla sua dignità, e colla più perfetta imitazione della natura, che in sè racchiude, una fertil mente ad abbracciarla. Alfonso Varano nella dedica della sua tragedia di Giovanni di Giscala a Benedetto XIV.

Ricca la nostra lingua di Poemi dice Alessandro Verri, incomparabile nel plettro, non si sa per qual destino le fosse negato il coturno. L’ingegno de’ nostri sublime nelle altre parti della Poesia, in questa sembrava non poter sorgere da un’umile condizione. Quand’ecco s’innalzò fra noi un ingegno inventore, il quale sdegnando che mancasse questa corona all’Italia, senza imitazione, ma con la forza di se stesso ritrovò condotta, dialogo, catastrofe e stile. Creò l’arte dal nulla, e la lasciò compiuta. Lancio felice e maraviglioso della mente di tanto uomo il sottrarre la tragedia nostra quella umiltà, in cui giacea priva di veemenza nelle passioni, senza la ripercussione del dialogo, senza la grandezza dello stile, ristretta a contraffare i Greci, inferiore a tutt’i moderni maestri, esaltarla emula di tutte coll’inaudito ardimento di comporla di soli protagonisti Come però il Tasso inventore dei Poema Eroico fra noi sofferse i molesti vagiti della mediocrità, così non fu riconosciuta la magniloquenza dell’immortale Alfieri, se non pagando il tributo rigoroso alle cavillazioni grammaticali, ma chi penetrava nell’artifizio di quello stile, scorgeva in esso rapite ai nostri antichi ed oramai sconosciuti scrittori le voci, le frasi più scelte e più illustri atte a sentenze gravi e concise. Sendo però male disposti gli animi per un’inveterata depravazione del Teatro nostro, apparvero ritrosi a questa novità, finchè prevalse il buon genio de’ migliori in giudicarla gloriosa, quanto felice. Che se alcuno ritrovasse nel vigore di Alfieri qualche scabrosità, consideri non andarne mai esenti i sublimi inventori. Così la ebbe lo scalpello Egizio, e poi lo stile di Dante, e poi quello di Pier Cornelio detto il grande, come nuovo esemplare di alta favella alla sua nazione. Infine, se mai vi sono nel Tragico nostro tali difetti, vi stanno coi prossimi alla perfezione, che ogni meccanico verificatore con insensibili mutazioni li conduce a quella  Pref. ai detti mem. di Socrate.

Parini lodava Alfieri, e lo avvertiva di riformare lo stile ed il verso, come fece nell’ottimo Sonetto a Lui indirizzato, ove dopo aver encomiato il di Lui tragico ingegno, che sapea trarre dal vero e dal grande accesi lampi, e pieni d’inusato ardire avvampare e scuotere le anime, così prosiegue:

Perchè dell’ estro ai generosi passi

     Fan ceppo i carmi? E dove il pensier tuona

     Non risponde la voce amica, e franca?

Osa, contendi, e di tua man vedrassi

     Cinger l’Italia omai quella corona

     Che al suo crin glorioso unica manca.

[10] Per persuadersi della rabbia e dell’ira, che gonfiava il petto di Giovenale, basta leggere la prima e la sesta Satira. Nella prima Egli declama contro i depravati costumi della sua età con quel calore di indegnazione che meritavano, e che Egli voleva inspirare ne’ suoi lettori. Cesarotti lo chiama il Tacito de’ Satirici.

Si Natura negat, facit indignatio versum

   Qualemcumque potest………..

   Et quando uberior vitiorum copia? Quando

   Major avaritiae patuit sinus? Alea quando

   Hos animos? Neque enim loculis comitantibus itur

   Ad casum tabulae, positâ sed luditur arcâ.

Nella satira sesta contro le donne così parla ad un amico appellato Postumo, che voleva ammogliarsi.

Certe sanus eras. Uxorem, Posthume, ducis?

   Dic qua Tisiphon, quibus exagitare colubris?

   Ferre potes dominam, salvis tot restibus ullam?

   Cum pateant altae, caligantesque fenestrae?

   Cum tibi vicinum se praebeat Emilius Pons?

Si legga la bellissima nota di Monti alla satira quinta di Persio ove con somma erudizione e finissimo discernimento enumera e determina i pregi ed i difetti dei tre più grandi antichi Satirici Orazio, Giovenale e Persio. Se, Egli dice, contemplo questi tre ingegni puramente come satirici, la lite di primazia può agitarsi tra Giovenale, ed Orazio. Il mio Persio è troppo modesto per non entrare di competenza, ma ricordiamoci che Egli scriveva colla prima lanugine sulla barba, e i suoi rivali colla canizie. Se muovesi disputa dell’artifizio poetico e dello stile, sarebbe delirio il contendere con Orazio. Ma lo stile di Persio derivato perennemente dall’Oraziano, è più castigato, che quello di Giovenale, oltre una certa tutta sua propria velocità d’espressione, che lo rende unico, e solo tra i classici tutti quanti. Se ponderiamo finalmente il valore delle sentenze, giudico Orazio il più amabile, Giovenale il più splendido, Persio il più saggio. Confuso tra gli infimi nelle lettere, non ligio nè ad un sol libro, nè ad un solo bello esclusivo, estimando tutti gli scritti secondo che mi commuovono, nemico di tutte le parasite eleganze, e rapito di quelle uniche che mi portano qualche cosa nell’anima con pace dell’Einsio, del Casaubono e dello Scaligero, e di tutt’i devoti di un culto solo io mi dono or all’uno, or all’altro de’ tre satirici, siccome il cuor mi significa. Quando cerco norma di gusto vado ad Orazio: quando ho bisogno di bile contro le umane ribalderie visito Giovenale; quando mi sforzo d’essere onesto vivo con Persio; e omai provetto qual sono, con infinito piacere, mescolato di vergogna, bevo i dettati della ragione sulle labbra di questo verecondo e santissimo giovinetto.

[11]                                              Quintilio si quid recitares, corrige, sodes,

    Hoc, ajebat, et hoc; melius si posse negares<

    Bis, terque expertum frustra: delere jubebat,

    Et male tornatos incudi reddere versus.

    Si defendere delictum, quam vertere malles

    Nullum ultra verbum, aut operam sumebat inanem

    Quin sine rivali teque, et tua solus amares.

    Vir bonus, et prudens versus reprehendet inertes,

    Culpabit duros, incomptis allinet atrum  

    Transverso calamo signum, ambitiosa recidet

    Ornamenta, parum claris lucem dare coget,

    Arguet ambigue dictum, mutanda notabit:

    Fiet Aristarchos;

HOR. DE ART. POET.

Quegli, cui prima che ad ogni altro era solito Parini di leggere i suoi componimenti, e di comunicare le proprie idee era Gian Carlo Passeroni gran Poeta e letterato, che Egli aveva costituito giudice de’ suoi versi.

       Ben de’ numeri miei

Giudice chiedo il buon cantor, che destro

Volse a pungere i rei

Di Tullio i casi; ed or nuovo maestro

A far migliori i tempi

Gli scherzi usa del Frigio, e i propri esempi.

Parini era instancabile nel correggere o limare i suoi componimenti, e si dice, che abbia cancellato fin cento e più volte alcuni versi; eppure era sempre malcontento di se stesso. Gli altri lodano le cose mie, diceva Egli, io non le posso lodare. Ora che sono vecchio conosco dove sta il Bello; se potessi dar addietro di trent’anni, comporrei forse cose non indegne del nome Italiano. Nè più facile e dolce era cogli altri, e principalmente co’ suoi scolari: colui, soleva dire, adulato da me sarà un artista infelice, e riescirà forse altrimenti un uomo di segnalata virtù: non debbo ingannarlo, io mediocrità eccellente nelle fortune è pessima nelle facoltà liberali, oltre tutto vuol esser bello ed insigne.

       .      .      .      .      .      .      .     Cur ego amicum

Offendam in nugis? Hae nugae seria ducent

in mala derisum semel, exceptumque sinistre.

[12] È nota la diversità che avvi fra la ritmica e la metrica Poesia; la prima si cura del numero e non della durata delle sillabe; la seconda della durata e non del numero. Nella prima non si pensa alla lunghezza naturale ed assoluta delle sillabe, si suppongono tutte eguali in durata, o piuttosto suscettibili di un’eguale celerità e d’un’eguale lentezza; tale è la poesia de’ selvaggi, quella degli Orientali, quella di tutti i popoli dell’Europa moderna. Nell’altra nessun riguardo al numero delle sillabe, si misurano in luogo di contarle, ed i tempi dati dalla loro durata decidono dello spazio che possono riempiere; tale fu la poesia de’ Greci e quella de’ Latini imitatori de’ Greci.

La rima è di grandissimo vantaggio alla ritmica Poesia, checchè ne dicano coloro che la appellano un puro e goffo meccanismo, un barbaro tintinnio grato solo ai fanciulli, e nato dalla corruzione del gusto ne’ bassi tempi. La rima piace essenzialmente all’orecchio, e lo solletica dolcemente colla consonanza delle parole; è di grandissimo ajuto alla memoria, perchè col mezzo delle somiglianti desinenze una parola chiama l’altra, ed i versi facilmente vengono ritenuti col mezzo dell’estremità rimata, a cui si attengono, e lo spirito viene in giocondo modo sorpreso, quando a tutti gli istanti vede la difficoltà vinta con facilità. L’uso della rima, dice benissimo Metastasio, familiarissimo a tutti gli Orientali, è per noi, a dir vero, laborioso e difficile; ma appunto perchè è più difficile e laboriosa l’arte di scolpire in marmo che in cera, è in pregio tanto maggiore e certissimo che dallo sforzo d’un ingegno ristretto fra le angustie della rima escono e non di rado, come da selce percossa quelle poetiche luminose scintille, che nella lentezza della libertà non avrebbero potuto forse mai sprigionarsene Come parimenti è sicuro, che fra il vigore di un istesso pensiero espresso in verso sciolto e rimato corre la differenza medesima che si vede fra la violenza di uno istesso sasso, tratto colla semplice mano, o scagliato con la fionda, ma da chi sappia adoperarla. E senza tutte queste convenientissime ragioni, chi mai in favore del verso sciolto potrebbe opporsi alla dolorosa esperienza, che han fatta di questa incontrastabile verità gli insigni poemi in tal libero metro de’ quali è fornita la nostra lingua, come l’Italia Liberata del dottissimo Trissino; le sette giornate del Mondo Creato dell’immortale Torquato Tasso ed altri non pochi, che pieni d’arte, di dottrina e di merito, a dispetto dell’alto credito de’ loro autori e del favor della stampa, unicamente perchè mancanti di rima giacciono in una profonda dimenticanza. Estratto della Poetica d’Aristotile Cap. XXIV.

Affinchè però la rima produca questi vantaggi non deve essere nè uniforme, nè troppo frequente, come nelle Poesie francesi, che rimando un verso coll’altro stancano l’orecchio colla chiusa monotona alla fine d’ogni distico. Quanto al contrario dilettano le nostre ottave, che prevengono il fastidio ed ingannano la stanchezza de’ lettori co’ lor periodici regolati riposi: non tanto affollati, dice Metastasio, che l’uniformità ne rincresca, nè così fra loro distanti, che si perda l’idea del loro misurato armonico giro che li cagiona; nè così gelosi, che costringano lo scrittore ad interrompere la serie connessa de’ suoi pensieri.

[13] Gli sciolti che hanno imitati anzi emulati i Pariniani, sono quelli di Mascheroni nel suo invito a Lesbia, di Zanoja ne’ suoi sermoni, di Torti nel suo Idillio scritto da Lecco.

[14] Platone distingueva quattro entusiasmi: il Profetico spirato da Apolline, il Bacchico da Bacco, il Poetico dalle Muse, e l’Amoroso da Venere. In un altro luogo assomiglia i Poeti ai Sacerdoti di Cibele ne’ balli lor furibondi ed alle Baccanti fuor di se trasportate, onde sogliono quelli più per impeto e per furore, che per ragion favellare. Vedi l’Entusiasmo di Saverio Bettinelli.

[15] La sublimità non è certamente il carattere di Orazio. Benchè io possa parer singolare, dice Blair, nella mia opinione, non posso tenermi dal credere, che in alcuna di quelle odi che sono state molto ammirate per la loro sublimità, come la quarta del Libro IV Qualem ministrum fulminis alitem, si scopra in Lui un non so che di sforzo per essere sublime. Il genio di questo amabil Poeta si mostra, a parer mio, assai più nei temi di un genere più temperato. Il suo carattere particolare è la grazia e l’eleganza, ed in questo niun Poeta è forse mai giunto a maggior perfezione. Non v’ha chi sostenga un sentimento morale con maggior dignità, o ne tratteggi con maggiore felicità un ameno e festevole, e possegga l’arte di scherzare più piacevolmente, allorchè prende a scherzare. Il suo linguaggio è sì felice, che spesso con una sola parola, o un solo epiteto trasmette alba fantasia un’intera descrizione. Quindi Egli è sempre stato, e sarà sempre l’autor prediletto delle persone di gusto.

[16] Io qui non fo menzione che delle più belle Odi del Parini come di quelle che han per titolo l’Innesto del Vajolo, la Salubrità dell’Aria, la Vita Rustica, il Pericolo, l’Educazione, la Magistratura, il Bisogno, la Musica, il Dono, la Recita de’ Versi sulla Morte del Maestro Sacchini, la Laurea, all’Inclita Nice, al Durini, alla Musa, a Silvia, il Brindisi, la Magistratura. Perchè fra sì belle Odi alcuni indiscreti che credendo di onorar gli nomini grandi, stampando ogni lor minima cosa, ecclissano in parte la lor gloria, frammischiar vollero le tre del Piacere e della Virtù, di Piramo e di Tisbe, e di Alceste dall’Autore istesso disapprovate, allorchè disse a Gambarelli, che le avea pubblicate: voi arrischiate di farmi perdere quel po’ di finora nome, che mi meritarono le mie fatiche? Parini censurava coloro, che sogliono stampare ogni cosa trovata ad un autore, e diceva esser questo un tradimento fatto all’onor degli scrittori. Ben miglior consiglio stato sarebbe il pubblicare i frammenti di alcune Odi Pariniane, come di quelle sulla Chinachina, in morte di Domenico Balestrieri, per nozze, al Cardinal Durini, a Delia, ad Appiani. I bei frammenti delle opere de’ grandi uomini le onorano più delle intere opere fatte da essi o con trascuranza, o con fretta. Molte volte, dice Macchiavelli, un frammento di un’antica statua è stato comperato a gran prezzo per averlo appresso di se, ornarne la sua casa, poterlo fare imitare da coloro, che di quell’arte si dilettano. I primi pensieri di Raffaello, dice Winkelmann, e i suoi abozzi or d’una testa, or d’una figura intera fatti d’un tratto solo svelano agli occhi del conoscitore il gran maestro del disegno, quanto le opere sue le più finite.

[17] Vedi i giudizj di questi Lirici ne’ secoli della Letteratura Italiana scritti dall’eruditissimo Giambattista Corniani di Brescia.

[18] Ho creduto di far cosa grata e vantaggiosa ai giovani studiosi col riportare tutto intero il bellissimo squarcio dell’Orazione inaugurale da me encomiato nell’Elogio. Leggetelo attentamente, o giovani, e poi ditemi se questa non è una peregrina e maschia foggia di manifestare i proprj  pensieri, e di confermare una cosa.

« Io non rifletto giammai a quella famosa età della Repubblica di Atene, nella quale si vide, quasi in un momento surgere e perfezionarsi ogni bell’Arte, diffondersi l’ordine l’eleganza la venustà la magnificenza sopra tutto il materiale della città, e nel tempo medesimo l’eloquenza la gentilezza la soavità la benivolenza, l’atticismo finalmente spargersi per tutte le case, e formare il carattere di tutti i cittadini: io, dissi, non rifletto giammai a quella famosa età, che non mi paia di vedere il facondo Pericle così ragionare al popolo Ateniese.

O Ateniesi, onde viene questa felice rivoluzione, che io veggo quasi subitamente esser seguita fra voi? Onde questi vortici, che con tant’ordine con tanta varietà con tanta grandezza ombreggiano le vostre piazze, e sorprendono insieme e rapiscono i vostri sguardi? Onde questi tempj queste gallerie questi teatri, dove l’ordine e l’ornamento, temperando la mole e rompendo l’uniformità e allegerendo la gravezza sollecitano, non istordiscono l’immaginazione e appagano gli animi vostri, mentre gli occhi non si stancano di mirare? Onde queste statue, dove la regolarità, l’armonia, la verità, la morbidezza, le grazie regnano per ogni parte? Onde questa Minerva madre vostra, che dall’altare, ov’è collocata spira la grandezza? E questo Giove Olimpio la cui maestà agguaglia lo Dio, e accresce la religione de’ popoli? E questa Venere, o giovani Ateniesi, che vi empie di fuoco col nudo suo marmo, e vi tranquilla insieme, e vi tien lontani con quell’aria di pudore e di semplicità? Chiedete, o Ateniesi, ai vostri non ancor decrepiti padri qual fosse Atene nel tempo della loro fanciullezza. I loro edificj portavano in fronte il suggello della rozza necessità, che gli aveva innalzati; i loro tempj più venerandi erano capanne coperte di lauro. Vedete l’Areopago dove si ricoveravano una volta coloro, che voi ancora stimate l’unica tutela de’ cittadini, vedetene le rovine di travi informi e di creta, spogliate di quella maestà, che pure è solita di sedere e farsi più grande fra le rovine. Chi è, chi è, o Ateniesi, che ha cagionato questo così subito, così grande, così fortunato cambiamento fra voi? Forse la sagacità lo studio l’applicazione de’ Greci? Ma che fecero questa sagacità e questo studio in tanti secoli, che scorsero prima di Solone? Forse l’esempio delle vicine nazioni? E come potevano i Greci fra l’enormi e prodigiose masse dell’Asia e dell’Egitto, dove non altro si ammira, fuorchè la pertinacia delle adunate e replicate forze degli nomini, imparare a congiugner così felicemente alla maestà l’eleganza e la dilicatezza alla solidità? Qual vicinanza trovate voi mai fra quegli sforzi bizzarri e giganteschi, e questa regolarità, e quest’ordine, e questa sublime, questa magnifica armonia che voi con gli occhi state bevendo nel punto medesimo, che vi parlo? Dunque un subitaneo entusiasmo si è acceso fra i Greci, dunque da esso, quasi da un monte gravido di sotterraneo fuoco, sono scoppiate per ogni parte le scintille del genio e del buon gusto, che avvampano tutta la nazione. Vi sovviene, o Ateniesi, di Pisistrato, di quell’uomo eccellente, in cui amaste ogni cosa, fuorchè il nome della tirannide? Vi sovviene d’Ipparco figliuolo di lui? Vi sovviene che il padre con infinita diligenza raccolse certi Poemi, che andavano tronchi ed oscuri per le provincie della Grecia e che il figliuolo ordinò, che fosser cantati a tutta la Grecia ne’ giuochi del popolo e della gioventù? Voi m’intendete, o Ateniesi; Omero Omero, fu quegli, che sparse tanta luce in Atene, che nobilitò di tanti difficili tesori la vostra patria, che vi fece conoscere il bello, che accostumò a gustarlo; che altro erano mai prima che le costui opere fossero divulgate, i lavori del nostro scalpello e del nostro pennello, che altro erano mai fuorchè mutoli sforzi di quella naturale tendenza, che ha l’uomo all’imitare, fuorché aridi contorni dalla sgraziata precisione delle linee presentati agli occhi nostri? Noi sentivamo, è vero, mancar qualche cosa alle anime nostre; noi sentivamo, che per rimedio della nostra noja, ci doveva esser qualche cosa di più tranquillo dell’amore e dell’ambizione; che ci era un bello creabile anche da noi; che fra i lavori della nostra mano e fra gli edificj da noi innalzati ve n’era uno e ve n’era una parte, che agli occhi nostri piaceva; ma non si poteva da noi indovinare come ciò fosse. Tornava il nostro scalpello ad imitare, ma le sue imitazioni non avevano nè moto, nè vita. Noi andavamo in traccia di nuovi ornamenti, ma questi ornamenti o erano un nuovo capriccio che ci dispiaceva, o un’imitazione dei primi che ci erano dispiaciuti. Ma quando questo cieco per opera di Pisistrato, e del Figliuolo, fu a voi ben noto, o Ateniesi, fu egli, che tolse il velo dagli occhi vostri, che lo squarciò dal viso della natura e vi disse: mirate, scegliete, imitate, qui sta il bello: ma questo corpo è troppo immenso e voi gli siete troppo vicini per veder la bellezza del suo tutto; approssimate le belle parti disperse, componete le simili, e colle vostre mani medesime creerete un nuovo bello.

[19] Non ostante che Cicerone abbia parlato de’ luoghi rettorici, pure non fu d’avviso, che nel conoscerli consistesse la vera arte del dire. Neque cum his sentimus, qui civilem scientiam  eloquentia non putant indigere; et ab iis, qui eam putant omnem rhetoris vi, et artificio contineri rnagnopere dissentimus.

[20] Genuzj: mostri mitologici, come i saturnini. [ndr]

[21] Vedi i vivissimi quadri, che Monti fa dei disordini prodotti da una male intesa libertà nella sua Cantica in morte di Lorenzo Mascheroni. Parini ammirava questo poeta, e soleva dire della di lui Basvilliana: Costui minaccia di cader sempre colla repentina sublimità de’ suoi voli, ma non cade mai.

[22] Ce que l’homme perd par le contrat social, c’est sa liberté naturelle, et un droit illimité à tout ce qui le tente, et qu’il peut atteindre; ce qu’il gagne c’est la liberté civile, et la proprieté de tout ce qu’il possède. Pour ne se pas tromper dans ses compensations il faut bien distinguer la libertè naturelle, qui n’a pour bornes, que les forces de l’individu, de la liberté civile, qui est limitée par la volonté générale, et la possession, qui n’est que l’effet de la force, ou le droit du premier occupant de la propriété, qui ne peut être fondée que sur un titre positif. CONTRAT SOC. Liv. I, chap. VIII

[23]                                  Dopo il suo dipartir dal patrio suolo

      Io misero Parini il fianco venni

      Grave d’anni traendo, e più di duolo.

E poich’oltre veder più non sostenni

      Della Patria la strazio e la ruina

      Bramai morire, e di morire ottenni.

MONTI Cantico in morte di Mascheroni, C. I.

[24] Dettò il Sonetto, che incomincia: Predaro i Filistei l’arca di Dio al chiarissimo Sig. Paolo Brambilla professore di Geometria e d’Algebra nel R. Liceo di S. Alessandro. Gli amici co’ quali si trattenne furono Febo d’Adda uno de’ migliori suoi scolari, Paolo Brambilla, Angelo Vecchi, e Giuseppe Airoldi.

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2010