Giuseppe Bonghi

(ringrazio per la collaborazione

Comero Lorenza IV-B, a.s. 1998-99)

Introduzione

“Dialogo sopra la nobiltà”

di Giuseppe Parini

Il Dialogo sopra la nobiltà è stato composto da Parini molto probabilmente nel 1757, quando ormai era abbastanza matura la sua esperienza di pedagogo nella casa dei nobili Serbelloni e si colloca nella fase intermedia tra Alcune poesie di Ripano Eupilino e la più impegnativa attività poetica, che comincia proprio in quegli anni, al di là della composizione delle Odi, e costituisce il più diretto e perciò illuminante precedente de Il Giorno o per essere più precisi de Il Mattino e de Il Mezzogiorno, una attività sollecitata anche dall’assiduità con cui partecipava alle riunioni apparentemente astratte dell’Accademia dei Trasformati.

Il tema centrale del Dialogo fin dalla prima redazione incompleta è ancorato all’antagonismo fra il Parini e la classe nobiliare, dichiarato con polemica asprezza proprio nel personaggio autobiografico del Poeta, nel quale è con precisione e profonda consapevolezza espressa la personalità dell’autore. Proprio per il suo tema centrale la lettura del Dialogo è indispensabile per capire le idee espresse nel Giorno e lo spirito che le anima ed è un documento fondamentale nella poetica pariniana che ci fa comprendere il motivo, di origine illuministica, dell’uguaglianza fra gli uomini e dell’assurdità della divisione della società nelle sue due principali classi sociali, che sono la nobiltà e la plebe. La lettura del Dialogo ci fa capire quanto e come il problema sociale fosse sentito dal giovane Parini, complesso sentimento che verrà riversato soprattutto nelle prime due parti, del suo poemetto, Il Giorno, cioè il Mattino pubblicato nel 1763 e il Mezzogiorno, pubblicato nel 1765.

Lo spirito nuovo che avrebbe dovuto ispirare la società e illuminare il cammino verso l’egualitarismo fra le classi sociali era in Parini tanto più sentito e appassionatamente espresso, perché radicato nel suo profondo sentire, derivante dalla sua esperienza di uomo e sacerdote dalle umili origini che per la sua attività di pedagogo era venuto a contatto con la società aristocratica milanese: vivendo per molte ore in casa dei Duchi Serbelloni aveva potuto conoscere in prima persona, anche se non proprio sulla propria pelle, l’assurdità della divisione in nobiltà e plebe, divisione che contraddiceva palesemente i principi stessi del Cristianesimo e della predicazione di Cristo.

Importante nel dialogo la violenza polemica espressa con un linguaggio crudo e preciso che ricorda quello delle satire in versi ma che è ancora più efficace. Della crudezza del linguaggio va notato quanto la materia è macabra e non indulge effetti romantici o preromantici, ma si rifà piuttosto, come schema generale, ai Dialoghi morali di Luciano di Samosata e Plutarco o del più recente Fontenelle (1657-1757) che nei Dialoghi dei morti, del 1683, confuta luoghi comuni filosofici, convinzioni comuni e opinioni correnti.

La vera forza del dialogo, scrive Clelia Martignoni, in “Testi nella storia” 2,1318, più che in una originalità che dunque non gli appartiene, sta piuttosto nell'essenzialità quasi teatrale dell'ambientazione, nella stringente logica del ragionamento condotto dagli interlocutori, un nobile cinico e borioso e un poeta spiantato, ma fiero della propria incorrotta umanità, che si sono incontrati dopo la morte perché seppelliti senza troppo riguardi in una fossa comune. Il poeta smusserà man mano, con argomenti incontrovertibili, l’alterigia del nobile, che sarà così costretto a riconoscersi suo pari: la sola distinzione possibile tra gli uomini non è dunque quella del censo o della classe sociale, ma quella procurata dai meriti e dalle virtù, costituenti quella vera nobiltà dell’animo che sola può guadagnarci il ricordo e la gratitudine sincera dei posteri.

Il Dialogo sopra la nobiltà fu composto come risposta ad esigenze di natura ideologica, riformistica e morale, vive nella Milano austriaca della metà del secolo. Si incomincia ad avvertire l’eco delle discussioni illuministiche che si svolgevano in Francia e cominciano ad essere espressi i primi dubbi sul valore istituzionale della nobiltà. Mentre quest’ultima viveva una grande crisi, andava sorgendo una borghesia agraria e commerciale, si andavano affermando forze innovative che mettevano in discussione la cultura tradizionale. Parini diede un modesto contributo con il “Dialogo sopra la nobiltà”, in forma contraddittoria perchè non aveva ancora chiare le implicazioni ideologiche e politiche del problema storico-sociale. Inoltre l’influsso dell’abito professionale e della condizione sociale di Parini non gli permetteva di essere completamente libero nei suoi giudizi.      

Il testo comparve a stampa per la prima volta ai primi dell’Ottocento nell’edizione Reina e non venne mai pubblicata in vita dall’autore, che ne lasciò due diverse stesure nessuna delle quali è da considerarsi definitiva. La prima stesura, contenuta nel Codice Ambrosiano VI,1 fu composta nel 1757 e letta all’Accademia dei Trasformati; la seconda redazione è incompleta e molto probabilmente posteriore (di mano dell’autore) è contenuta nel Codice Ambrosiano VI,2, e contiene delle annotazione che talvolta tendono ad attenuare in qualche modo le affermazioni contenute nella redazione completa. Già fin dalla prima stesura completa esso era preceduto da 14 versi, tradotti dal Saggio sopra l’uomo del poeta inglese Alessandro Pope, che mancano nella redazione incompleta, che portava il titolo Della nobiltà.

Il Dialogo sopra la nobiltà si svolge in una tomba fra toni macabri e giocosi fra un nobile, un personaggio altezzoso e poeta plebeo, morti di recente, che per caso sino stati sepolti nella medesima tomba. Proprio questa vicinanza diventa l’occasione di una polemica discussione, che si attraverso un vivace scambio di battute durante il quale il poeta riesce a smorzare la superbia dell’interlocutore mostrandogli l’inconsistenza delle sue pretese di superiorità, in particolare rispetto a quelle di sangue. Il tema della discussione è ovviamente l’uguaglianza degli uomini e la vanità dei privilegi nobiliari, che rientrano fra quelle idee che ebbero nel Settecento una così vasta diffusione da operare un profondo influsso sulla coscienza civile del tempo e preparare il mondo che noi stiamo vivendo. Il nobile è costretto ad ammettere poco alla volta e a proprie spese la validità degli argomenti del poeta a sostegno che la nobiltà non ha in sé una legittima ragion d’essere ma è una delle tante manifestazioni della vanità umana.

 

La lingua

Lo stile risente del toscano settecentesco tipico delle opere giovanili del Parini. Come spesso accade negli scritti giovanili, lo stile presenta forzature evidenti, soprattutto nella eccessiva accentuazione dei motivi macabri (pensiamo ad esempio all’aria che gonfia il corpo del Nobile roso da una miriade di vermi ben pasciuti e grassi, mentre i vermi del corpo del Poeta sono magri come il poeta stesso).

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 10 luglio 2007