Egidio Bellorini

Parini giornalista

Edizione di riferimento

Parini, Giuseppe, Prose, vol II, a cura di Egidio Bellorini, collana Scrittori d’Italia, La terza, Bari 1915

Nel 1768, il conte Carlo Firmian, ministro plenipotenziario del governo austriaco in Lombardia, non era soddisfatto del modo col quale venivano redatti i Ragguagli di vari paesi, cioè il foglio, se non ufficiale, ufficioso, che si pubblicava a Milano. Non già ch’egli volesse farne qualcosa di simile alla Gazzetta veneta, alla quale Gaspare Gozzi aveva dato vita e importanza letteraria pochi anni avanti; ma avrebbe voluto almeno che i Ragguagli fossero scritti da una persona che sapesse maneggiar la penna. Pensò quindi di dar l’incarico della redazione al Parini, e questi, pressato probabilmente dal bisogno, assunse il nuovo ufficio ai primi del 1769 [1] proprio quando i Ragguagli, non saprei se per suo consiglio o per volere del Firmian, cangiavano anche nome e s’ intitolavano La gazzetta di Milano. La tradizione vuole che il motto « Medio tulissimus ibis », il quale nell’intestazione del secondo numero della Gazzetta si sostituì all’aquila austriaca, che appariva nel primo, fosse scelto dal Parini [2].

La Gazzetta usciva una volta alla settimana, il mercoledì, e il Parini doveva prepararne il testo, traducendo o riducendo, in forma di corrispondenze dalle principali citttà d’Italia e dell’estero, le notizie derivate da altre gazzette o da lettere comunicategli dal Firmian, e aggiungendo in fine una breve cronaca di Milano.

Era, come si vede, un incarico modesto assai; e, poiché lo stampatore Giuseppe Richino Malatesta, che aveva il privilegio della pubblicazione, pagava assai male il redattore [3] è naturale che questi non vedesse l’ora di liberarsi dal poco gradito ufficio. E se ne liberò infatti non appena gli fu possibile, cioè alla fine di quello stesso anno 1769, quando venne chiamato ad assumere la cattedra di belle lettere nelle scuole palatine.

Data la natura della Gazzetta di Milano, che, come si desume da quanto ho detto, non era altro se non una raccolta di notizie di seconda mano, riferite per lo più assai compendiosamente, ben si capisce come non varrebbe proprio la pena di riprodurre per intero il testo dei 52 numeri del 1769, ai quali il Parini lavorò, perché ben poco ci possiam trovare di suo, e quel poco non abbiam quasi mai modo di sceverare tra il molto che è senza dubbio semplice traduzione o riduzione di roba altrui.

Ma, in una raccolta delle opere di lui, che vorrebbe esser completa, non parrà tuttavia inopportuno dare una rapida scorsa al vecchio periodico, riferendone, o accennandone almeno; quelle pagine che ci rivelano, o sembrano rivelarci, l’indole e i gusti personali del redattore, o nelle quali, se non altro, si toccano argomenti ch’egli svolse più largamente in altri suoi scritti.

Perciò appunto, ad esempio, fermeranno la nostra attenzione i frequenti accenni alla diffusione sempre crescente della inoculazione del vaiuolo (numeri xi, xii, xv, xxii), o le lodi ai nuovi metodi usati a Parigi per la vuotatura dei pozzi neri (numeri xxvi e xxviii); argomenti che stavano evidentemente a cuore al governo e che il Parini aveva già fatto soggetto delle sue famose odi. Basterà qui riferire il primo e più notevole dei due articoli relativi ai pozzi neri (numero xxvi del 28 giugno).

Parigi, 9 giugno.

Ogni popolo ha i suoi gusti. Ci son de’ paesi dove si cura di far passeggiare per le città, nelle vie e nelle ore ancor frequentate, certe sorte d’odori, raccolti in gran vasi aperti, che li trasportano di naso in naso e imbalsamano tutta l’atmosfera, senza che le dame più delicate ne facciano il menomo richiamo. Noi altri francesi pensiamo altramente, o, a dir meglio, sentiamo: perciò non solo cerchiamo d’evitare certa sorta d’odori, ma tentiamo eziandio di distruggerli. Per esempio, non c’è modo che noi possiamo accomodarci all’odore delle latrine; e di qui è che abbiano fatto non pochi esperimenti per toglierlo. Finalmente si è fatta la importante scoperta d’una macchina acconcia a vuotare ogni genere di latrine, senza che il nostro olfatto ne pruovi veruna disaggradevole sensazione. [Segue la descri:ione della macchina] In tutti i paesi, dove c’è l’uso che non sappian di buono le dette spezie d’odori, questa macchina dovrebbe incontrare molto aggradimento.

Altrove invece (numero xxvii del 15 luglio), dopo aver riferito la notizia, pervenuta da Padova, d’un fanciullo salvato dall’asfissia in séguito ad annegamento per merito di Giacomo Mangioni, e dopo aver descritto minutamente il metodo adottato dal professore padovano, soggiunge:

speriamo che i nostri lettori ci loderanno d’avere inserito ne’ nostri fogli questo paragrafo a favor dell’umanità, temperando così il continuo orrore con cui siam costretti a pascere di sangue, di stragi e di morti la curiosità loro. Noi abbiam parlato più di una volta di simili accidenti in questi fogli, sempre con intenzione d’eccitare il pubblico zelo in un paese che tanto abbonda di acque. Potremmo noi dubitare che qualche nostro savio e caritatevole medico non fosse per iscrivere un chiaro, breve, semplice, facile e comunal metodo per simile sorta di cure, ad uso de’ padri di famiglia, de’ parrochi, ecc., onde salvare alcuna delle tante persone che ogni anno periscono nelle nostre acque? Non faremo mai questo torto alla zelante facoltà medica del nostro paese, e speriamo anzi di veder ben presto adempiuti i nostri voti.

E, in genere, il gazzettiere non risparmia le lodi ogni volta che gli accade di accennare alle idee filantsopiche, o alle riforme tanto care al suo tempo, o ai principi che le attuavano.

I principi — dice una volta (numero xxi del 24 maggio), a proposito dell’ordine emanato a Copenaghen di radunare in ospizi tutti i mendicanti — sentono che sono essi i padri e i pastori de’ loro popoli, essi i direttori e rettificatori della carità particolare, a seconda della carità pubblica ». E altrove (numero xxix del 19 luglio): « La pace, i libri, l’educazione, gli esempi, il proprio interesse medesimo promuovono ogni giorno più le buone intenzioni de’ sovrani dell’Europa a procurar la felicità e la tranquillità de’ sudditi ». E nel numero xxviii (12 luglio), dopo aver riferito le cortesie scambiatesi tra i sovrani di Svezia e l’assemblea degli Stati, aggiunge:

Niuna cosa cagiona maggior tenerezza negli animi gentili ed amanti del pubblico bene quanto l’armonia e la corrispondenza degli affetti fra i sudditi e il loro sovrano, manifesta nelle operazioni e nelle parole. Sembra che si ritorni alle naturali origini della società, quando, tra le beate famiglie di que’ gloriosi patriarchi, non si poteva disgiungere l’idea di re da quella di padre, nè l’idea di suddito da quella di figlio; quando la felicità del capo era quella de’ membri, e quando la felicità de’ membri era quella del capo.

E se possiam credere che siano dettate da semplice dovere di suddito fedele le lodi alla « sacra cesarea Maestà di Giuseppe II », che era allora in viaggio per la Lombardia (si veda p. e. il numero xxix del 19 luglio), spontanee invece sono certamente quelle ch’egli rivolse al nuovo pontefice Clemente XIV, soprattutto in quella supposta corrispondenza da Roma, con la data 2 agosto, della quale fu tante volte citata la parte in cui si accenna ai cantanti evirati, ma che val la pena di rileggere per intero (numero xxiii del 16 agosto) :

Un silenzio, che credesi tanto più attivo quanto è pià esatto, copre peranco in un alto segreto le trattazioni de’ noti affari fra il pontefice e le corti [4]. Monsignor Azpuru, dopo aver ultimamente ricevuto un grosso piego dalla corte di Spagna, andò subito all’udienza di Sua Santità e del segretario di Stato. Sopra gli affari di Avignone e di Benevento, per quanto si può penetrare, non è ancor stabilito nulla, comunque le gazzette forestiere ne parlino, attribuendo al pontefice sentimenti inventati a capriccio così su questo punto come su altri di non minore importanza. Tutto il mondo gioca a indovinare, e noi stiamo a vedere chi ci coglie. Tre cose sono ottime, fra le altre, per ben governare uno Stato, e il papa a buon conto le fa tutt’e tre per la felicità de’ suoi sudditi. Queste tre cose sono: assicurare il pane al pubblico, impedire lo sciupamento delle sostanze ne’ privati, allontanare il popolo dalle macchinazioni e da’ vizi col dargli de’ divertimenti. Adunque il papa, per quanto dicesi, ha stabilito che debbasi d’ora in poi lasciar libera l’estrazione de’ grani, purché d’ogni cento rubbi, che se ne estraggono, tre se diano all’annona: adunque il papa ha proibito ad ogni genere di persone tutti i giuochi di resto: adunque il papa ha permesso che si aprano i teatri anche in altre stagioni che le solite. A questo proposito, si vuole che il prudentissimo pontefice permetterá che recitino ne’ teatri di Roma anche le donne, prevenendo con savie leggi l’abuso che ne può nascere. Si vuole ancora che sia per escludere dalle sacre funzioni e da’ teatri i musici castrati, impedendo così, dal canto suo, la maggiore e la più esecrabile depravazione che far si possa dell’umana natura, contraria alle leggi divine ed ecclesiastiche. Quando si pretende d’ indurre gli uomini a lasciare una cosa malfatta, a cui sono chiamati dal loro interesse, non basta proibirla colle leggi sotto pene temporali o spirituali: bisogna fare in modo che non abbiano più interesse di farla. Crediamo che queste nuove, benché scarse, sieno qualche cosa più importanti di quelle che con lungo dettaglio s’ inseriranno negli altri Avvisi di attesto ordinario: cioè, verbigrazia, che il cardinale Solis ha regalato quantità di pesce, di carne, di pelli, di vino a certi religiosi; che il cardinal Della Cerda ha fatto vari regali simili alla persona ed alla famiglia di Monsignor Azpuru, che Sua Santità ha regalato a questo cardinale un bacile d’agnus-dei; che le monache di San Domenico e Sisto hanno avuto, secondo il loro privilegio, la permissione d’uscir, per un giorno, della clausura, per visitar le sette chiese e il loro luogo di delizie; che il papa andrà a villeggiare a Castel Gandolfo, e simili altre bazzecole per nodrire la piccola curiosità degli scempiati.

Naturalmente egli accenna spesso alle riforme che si andavano allora attuando, in molte parti d’Europa, contro gli ordini religiosi, e sempre mostra di approvarle, secondando con ciò, naturalmente, le idee del governo austriaco, ma anche le sue personali. Nel n. IV (25 gennaio), per esempio, in una corrispondenza da Napoli, dopo aver enumerate le abolizioni e riforme d’ordini religiosi in quel tempo, conclude:

Non si possono abbastanza lodare queste sovrane provvidenze colle quali il nostro principe, protettore della religione, procura di richiamare i ministri alla pristina esemplar disciplina, contribuendo cosí alla buona morale de’ suoi popoli ed al sostentamento della repubblica, di cui non può lasciar di esser padre.

Notevole è pure quel che si legge, intorno alla libertà di stampa, in una supposta corrispondenza da Stocolma (n. xxxviii, 20 settembre), a proposito della denuncia al tribunale di certi opuscoli politici:

Questa inquisizione non può a meno che impedisca i buoni effetti che s’intendevano dalla legge che concedeva la libertà dello scrivere e dello stampare; anzi la legge medesima diventa uno zimbello per gli autori, a’ quali non è molto agevole di trattar degli affari correnti d’una nazione senza direttamente o indirettamente dispiacere a qualche individuo od a qualche corpo, anche qualora si stia lontano, come si deve, da ogni ingiuria. Una tale contradizione non è molto applaudita dalle persone più illuminate, e massime dalla classe degli scrittori; i quali nondimeno si debbono guardare ne’ pubblici scritti dal rendere il pubblico incerto e diffidente sopra le costituzioni fondamentali dello Stato e sopra l’amministrazione governativa, poiché da questa ne soglion nascere più mali che beni.

Sdegno vivo suscitano invece in lui le notizie che riferisce nel n. xxxi (2 agosto) intorno al «numero de’ negri, cioè uomini, comperati da diverse nazioni cristiane in Affrica l’anno 1768 », che è di 104.100. A questo proposito esclama:

Ecco come una parte del mondo va a distruggersi nell’altra, e come le nazioni cristiane trafficano questa distruzione! Chi po-tesse sapere quanti di questi negri, cioè uomini, periranno in un anno di fatica e di patimenti!

Sempre con la politica del governo di Vienna, ma anche senza dubbio colle sue simpatie personali, si ricollegano i frequenti accenni alla lotta tra i còrsi capitanati da Pasquale Paoli e i francesi, lotta che volgeva ormai alla fine. Proprio in quell’anno infatti il Paoli lasciava la sua isola e, dopo essersi incontrato con Giuseppe II, passava in Inghilterra (si vedano i numeri iv, xxiii, xxvi, xxviii, xxx, xxxi, xxxiv, xliii). Mi accontenterò di riferire qualche passo più notevole. Per esempio, nel n. iv (25 gennaio), con la data di Firenze, 13 gennaio, si legge:

Abbiamo notizie molto diverse e in parte contraddittorie dalla Corsica. Ciò che si rileva di certo dal complesso de’ fatti si è che l’irsuta libertà di que’ bravi isolani passeggia ognora fra le nevi col coltello alla mano, cercando di respingere verso il mare le catene di cui vien minacciata.

E, dopo aver descritto minutamente i maneggi dei francesi per sopraffare i còrsi con la frode e le loro battaglie contro gli isolani, guidati dal Paoli, finisce il racconto con una nota quasi comica:

Si aggiugne che il signor generale [Paoli], per bene usare di questa vittoria, passò immediatamente ad assalir San Fiorenzo; ma che, essendo state fatte le scale un po’ troppo corte, si dovette rimettere l’impresa e la correzione di tale sbaglio ad un’altra volta. In tanta differenza di racconti, sospendiamo il nostro giudizio, aspettando se le scale de’ bravi còrsi diventano lunghe.

E nel n. XXVI (28 giugno), in una lettera da Livorno, 21 giugno, leggiamo:

La Corsica ha finalmente ceduto al destino che le soprastava. Il signor generale Paoli, in cui consisteva la somma delle cose, si ritirò, come la prudenza richiedeva, il giorno 3 da Vivario, lasciandovi alla custodia il signor Abatucci, uomo attivo e coraggioso. Il signor De Vaux attaccò nuovamente il dì 10, con numero di truppe di gran lunga superiori a quelle de’ nazionali; il quale, dopo il più fiero, il più ostinato ed atroce conflitto, fu obbligato a ritirarsi. In questa battaglia di Vivario dicesi essere stato così eccedente il numero de’ morti, che hanno servito di trinciera a’ combattenti. Fra tanto sangue, sembra essere spenta del tutto la libertà de’ corsi, che ancor palpitava, sebbene non sia peranche preso Porto Vecchio, e sebbene i nazionali si siano ostinatamente fortificati a Ghisoni.

E il gazzettiere prosegue descrivendo l’arrivo del Paoli a Livorno, tra la curiosità della folla, e la sua partenza per Pisa. Poi vengon le notizie del suo incontro con Giuseppe II a Mantova, e quelle del suo arrivo in Inghilterra negato da alcuni (n. xxiv, 23 agosto):

Chi sa che questo famoso uomo non sia veramente giunto ancora in Inghilterra, e che qualche visionario, che lo desiderasse violentemente, non abbia sognato l’arrivo di lui, e che, dopo aver trovato vano il suo sogno, lo voglia per ancor proprio sostenere come una realtà, e che, per non poter esser convinto del contrario, si riduca a far credere che quell’eroe viva incognito nella patria de’ suoi principali ammiratori? Gli uomini son tutti così: o credono facilmente, o facilmente asseriscono per vanità; e, quando si accorgono e son convinti di errore, s’ostinano per superbia a sostener per tutti i mezzi possibili quello che hanno una volta asserito. Ma, con tutte queste belle riflessioni, il signor De Paoli potrebb’esser veramente arrivato in Inghilterra, e, se mai si scopre, potrebbono restar con tanto di barba que’ filosofi difficili da contentare, che non hanno mai pruove bastevoli per credere un fatto, e che sovente non hanno il piacere di credere una verità prima che il popolo le creda. Potrebbe adunque esser vero che il generale de’ còrsi viva incognito a Londra, e potrebbe anco esser vero quello che si dice, cioè ch’egli ci prenda moglie, e che prenda una inglese, per avere da tutte le parti una generazione amica della libertà. Comunque sia, la moglie, che se gli attribuisce, è la signora Caterina Macaulay, autrice d’una storia d’ Inghilterra molto stimata in grazia della imparzialità con cui è scritta e de’ tratti curiosi che vi sono sparsi. Quel bravo generale, a cui il destino non ha permesso d’essere il liberatore della sua patria, deve adunque, per quanto si dice, trovare una ricompensa della sua costanza e delle sue virtù militari fra le braccia d’una eroina, la quale con pari ardore ha esercitata la sua penna per sostenere la libertà britannica. Il canto epitalamico, che dia le mosse a questi primi illustri amori, potrebbe cominciar così: «Exoriare aliquis nostris et ossibus ultor» Ma tutto questo potrebb’essere una favola, sebbene si racconti e si sparga ne’ pubblici fogli: le storie degli eroi sano sempre state favolose.

Già nei passi riferiti fin qui si posson notare qua e là considerazioni morali e tratti satirici, che hanno tutto il fare pariniano. Ma non è difficile incontrarne molti altri. Nel n. xv (12 aprile), per esempio, si accenna al ritorno a Parigi del Bougainville dal suo viaggio intorno alla terra. Nei mari del sud egli ha scoperto un’isola, e da questa ha condotto in Europa un abitante. E qui il gazzettiere soggiunge:

Il popolo che abita quest’isola, per quanto si dice, è affabile, umano, pulito; ha conoscenza delle arti e delle manifatture; finalmente regnano in esso costumi purissimi. Se tutto ciò che si vanta di questa felice contrada è vero, crediam noi che questo popolo guadagnerà molto conoscendoci, noialtri europei?

E nel n. xi, (4 ottobre), dopo aver parlato d’una cometa apparsa da poco, dalla quale, a detta di un astronomo inglese, sarà per essere molto incomodato il pianeta Venere, allorché di quella si disperderà la coda, osserva:

Guai per quegli amorosi abitatori, se l’astronomo indovina! A buon conto, noi ne siamo lontani quaranta milioni di miglia.

Né sempre scherza. Talora moralizza sul serio; come, per esempio, nel n. xxxiv (23 agosto), quando, dopo aver detto che tra i complici di un efferato assassinio fu condannato un vecchio di settant’anni, di famiglia « distinta », prosegue:

Dipingete un vecchio canuto, sdentato e curvo sul suo bastone, che scende con un piede nella sepoltura, che ha una pistola a lato, un coltello insanguinato nella mano tremante e il cadavere d’un assassinato a’ suoi piedi, e immaginatevi sino a qual segno possa giungere la corruzione del cuore umano, se questo non è ben regolato dal principio.

Ma più specialmente, com’è naturale, attraggono la nostra attenzione quei passi della Gazzetta, in cui si parla di letterati o di argomenti letterari. Non sono molti, a dir il vero; ma pur ve ne sono. Fin dal numero 1 (4 gennaio), per esempio, troviamo una lettera da Parma, con la data del 24 decembre 1768, nella quale si annuncia la morte del Frugoni:

Ieri, sulle ore diece della sera, dopo una breve malattia, lasciò qui di vivere il celebre abate Innocenzo Frugoni, che, con invidia della sua patria e di tutta Italia, erasi qui stabilito fino dalla sua gioventù, ricolmato d’onori e di riguardevoli stipendi, così da’ serenissimi duchi Varnesi, come successivamente dalla reale augusta famiglia regnante. Tutto il mondo conosce il valore delle sue liriche poesie e la vivacità dell’estro, che per dono singolare lo accompagnò fino alla sua età ottuagenaria. L’ Italia ha perduto in lui uno dei due suoi grandi poeti. Ci resti almeno per lungo tempo l’abate Metastasio, per onore del nostro secolo e del teatro italiano. Questa real corte, sensibile alla perdita d’un tanto soggetto, disegna di perpetuarne la memoria, onorando la tomba di lui con un cospicuo e sodo obelisco. Credesi ancora che farà accuratamente raccogliere le sue opere e ne farà una magnifica edizione.

Più avanti, nel n. iv (25 gennaio), a proposito dell’Accampamento degli zingari, un «nuovo elegantissimo ballo d’ invenzione del signor Galeotti che si dava al teatro ducale di Milano, il Parini esprime le sue idee intorno ai balli teatrali.

Il nuovo, il patetico, l’unità dell’azione, la convenienza degli episodi, il costume, i caratteri, dánno a questo ballo tutti i pregi d’una bella poesia. La musica, che, congiunta col gesto, forma il linguaggio di questa specie di dramma, lo rileva mirabilmente. I direttori del teatro non hanno risparmiato veruna spesa, massimamente per la decenza degli abiti, e il compositore del ballo vi ha raggiunto il carattere, l’eleganza e la leggiadria. Meritava bene questo grazioso spettacolo che la pittura facesse tutti gli sforzi per ornarlo de’ suoi incanti; e difatti il conosciuto pennello de’ signori Galeari ha coronato l’opera con eccellenti scene. Questo divertimento, diretto, si può dire, dallo stesso buon gusto in persona, è stato ricevuto con entusiasmo dalla corte, dalla nobiltà e dal popolo medesimo, che risente sempre le impressioni del vero e del bello, qualora ha la fortuna di vederselo presentare. Le fredde cifre de’ corpi umani, tessute sul teatro da’ mediocri compositori del ballo, e il barbaro sgambettamento di questi corpi, cadranno finalmente in quella oscurità donde sono usciti, a fronte di queste nobili invenzioni, le quali non ci dilettano i sensi per altro che per moverci l’animo più graziosamente.

Invece, nel n. XXI (24 maggio), descritta la gherminella con la quale a Londra il Wilkes, allora in gran favore presso il popolo, uscito momentaneamente di prigione per andare al tribunale, era riuscito a sottrarsi a una folla di suoi troppo scalmanati ammiratori, il gazzettiere osserva :

Il tratto è da commedia; ma nella storia nostra si veggono molti esempi, dove il tragico è stato tanto più orribile per la mescolanza del comico, alla maniera delle tragedie di Schakespeare.

Senonché, l’accenno al grande poeta inglese probabilmente il Parini l’avrà derivato dalla gazzetta che gli serviva di fonte. È probabile invece che sia farina del suo sacco un accenno al Beccaria, che troviamo più avanti, nello stesso numero, in una supposta corrispondenza da Parigi, nella quale. a proposito di certe riforme al codice criminale che si stavano preparando in Francia, leggiamo:

Un celebre autor milanese ha il merito d’aver risvegliata l’attenzione di tutta l’ Europa su questa importante materia de’ delitti e delle pene [5].

Nel n. xxxiv (23 agosto) una lettera da Parigi, del 31 luglio, dà notizia del Rousseau.

Il famoso Gian Iacopo Rousseau che, dopo il suo ritorno d’Inghilterra, andava vagando per le montagne dei Del Delfinato, condotto dalla passione ch’egli ha d’osservare l’erbe, onde arricchir poi delle sue scoperte la botanica, s’è avvicinato ultimamente al Nivernese, non molto distante da Pouges, dove il principe di Conti va tutti gli anni a prendere le acque. Siccome questi ebbe sempre molta considerazione per quel filosofo, così, saputa la viì­cinanza di essoì. ne ha cercato conto e lo ha veduto più volte.

E finalmente, nel n. xlvii (22 novembre) in una corrispondenza datata «Londra, 31 ottobre», troviamo notizia del processo contro il Baretti:

Il signor Giuseppe Baretti, torinese, segretario per le corrispondenze straniere in questa accademia delle belle arti, famoso autore in Italia della Frusta Letteraria, ha corso, i giorni passati, un grave pericolo. Egli, il giorno 7 di questo mese, essendo, la notte avanzata, s’incamminava verso casa, quando da una donna di mondo gli fu fatto uno scherzo che a lui dispiacque. Egli le diede una spinta, e lasciò andare così al buio uno schiaffo, col quale colpì una donna compagna della predetta; e questa, datasi a gridare, fece accorrere alcuni della plebe, i quali maltrattarono il Baretti con parole e con fatti. Veggendo questi il caso disperato, messe mano ad un trinciante che egli aveva m tasca e menò più colpi addosso agli aggressori, alcuni de’ quali rimasero feriti, ed uno mortalmente. liberatosi così il signor Baretti, andò a rifugiarsi in una bottega, di dove fu condotto in prigione. Esaminate le donne e i feriti, uno de’ quali era già morto, la cosa divenne molto seria. Ma, avendo alcuni signori amici del Baretti dato cauzione per esso, fu egli lasciato in libertà; e, trattatasi in séguito la causa, fu a pieni voti giudicato innocente, e che l’omicidio era stato commesso per necessaria difesa.

Ma più ancora di tutte queste notizie, che assai probabilmente il Parini traduceva o trascriveva da altre gazzette o da lettere comunicategli, riescono interessanti le poche righe, con le quali nel n. I. (13 dicembre) la Gazzetta, dopo aver accennato al prossimo inizio del corso di ottica e di astronomia del padre Ruggiero Boscovich a Brera, parla del Parini stesso :

I1 signor abate Giuseppe Parini, nuovo regio professore di belle lettere in queste scuole palatine, aprì la mattina del giorno 6 il corso della sua lettura, con un discorso italiano sopra l’influenza delle belle lettere nel progresso e nelle perfezioni di tutte le belle arti. Sua Eccellenza il signor conte ministro plenipotenziario l’onorò di sua presenza, come pure v’intervennero vari membri della regia deputazione degli studi ed altra scelta udienza in molto numero.

E poco dopo, proprio all’ultima pagina del n. lii (27 dicembre) il nome del Parini ritorna ancora:

Il dì otto del prossimo gennaio cominceranno a leggere i due regi pubblici professori marchese teologo Longhi e abate Giuseppe Parini: il primo di ius pubblico ecclesiastico nelle scuole palatine, il secondo di belle lettere nelle scuole canobiane. Amendue saliranno in cattedra al mezzogiorno in punto.

Evidentemente il Parini non era esperto nell’arte, ben nota a molti giornalisti, di farsi la réclame.

Note

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[1] Il Salveraglio (Le odi di G. P., Bologna, Zanichelli, 1882, p. 215), seguito dal Bertoldi (commento alle Odi del Parini, Firenze, Sansoni, p. 45), afferma che il Parini assunse quell’ufficio «verso la metà dell’anno 1769», quando venne «a mancare improvvisamente l’estensore dell’officiosa Gazzetta di Milano; ma non dice donde derivi questa notizia. Io accetto quel che dichiara il Parini stesso nella lettera XIII pubblicata in questo volume. Il Reina (I, xvii) non dice in qual tempo il Parini redigesse la Gazzetta.

[2] DE CASTRO, Notizie biografiche sul Parini, premesse alla edizione delle Poesie (Milano, Carrara, 1889, p. 15) e Albo pariniano (Bergamo, 1899, pp. 70-1).

[3] Si veda la citata lettera XIII nella quale Parini parla di «miserabile premio».

[4] Si allude alle pratiche tra la curia papale e le corti borboniche, relative alla  soppressione dei gesuiti [Ed.].

[5] Del Beccaria si parla anche nel n. ii (11 gennaio) a proposito della sua nomina a professore di scienze camerali nelle scuole palatine, e se ne esalta la « fama ».

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2010