Giuseppe Parini

 

AL PADRE D. PAOLO ONOFRIO BRANDA

 

Avvertimento

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

Seguo la stampa: Avvertimento; Milano, MDCCLX, appresso Giuseppe Galleazzi, Libraio. Con licenza de' superiori. In 16° pagg. 6 non numerate. Di cui l'imprimatur è del 14 aprile 1760.

 

 

In questi ultimi giorni, dopo essere uscita l'operetta del prete Giuseppe Parini milanese contra i due Dialoghi della lingua toscana del Padre Don Paolo Onofrio Branda, è comparso alla luce un Discorso di questo Padre indirizzato al Parini.

Il Discorso non è diretto punto a ribattere le ragioni del Parini, com'egli no avea pregato l'autore sulla fine della propria operetta; ma in cambio a far note al pubblico alcune qualità personali dello stesso Parini e di altri, ch'egli asserisce essere scrittori «di cose ribalde ed insolenti, autori di due famosi libelli, uomini di caxattele molto defforme, che hanno gittato via ogni verecondia Dello scrivere, bocche sucide, stomacose e malediche».

Il Padre Branda ha giudicato esser necessario di far ciò prima di pubblicare le proprie difese; primieramente per far argine alla fama, che, com'egli confessa ingenuamente, è precorsa dell'operetta del Parini; poi per occupare con un preambolo piacevole i suoi leggitori, facendo Intanto sperare ch'ei produrrà poscia le ragioni in propria difesa; finalmente per sostenere autorità di maestro verso il già suo scolaro, cioè staffilandolo, siccome in tutto il Discorso e particolarmente al principio della, pagina seconda, insegna che il vero maestro dee fare; e per conservarsi il credito ch'ei godo presso I suoi discepoli attuali.

Per questo motivo il Parini non può ora rispondere nulla al Padre Branda, non avendo egli altro per iscopo che di confutare le ragioni che si potranno dal Padre addurre in propria difesa, quando però queste non avessero ad essere di tanto peso che costrignessero il Parini a tacere; il che sarebbe l'unico suo desiderio, non bramando egli altro più che di veder comparire innocente di ciò di cui viene accusato il sempre e ad ogni modo stimatissimo suo maestro.

Peraltro il Parini si crede in obbligo di avvertire frattanto il pubblico di alcune cose, per dichiarare la propria schiettezza ed onestà, e per non defraudare il Padre della dovuta lode.

 

I. Confessa ingenuamente di non aver veduto giammai veruno autentico attestato intorno alla vita o alla morte del Padre Bandiera, benchè egli abbia affermata la morte di lui, indotto dalla comune voce che ne fu sparsa per Milano anche dalle persone ch'erano più tenute a saperne il vero, e nata forse dalla gravissima malattia che dicesi avere il Padre Bandiera poc'anzi sofferta, e dalla quale non si è per anco perfettamente riavuto. Però il Parini è in obbligo di render vivissime grazie al Padre Branda, della notizia recatagli della vita di questo scrittore, la quale desidera sinceramente che sia lunga e felice «a vantaggio delle buone lettere, a gloria di questo secolo e del suo nome»: e tanto più il desidera, quanto che egli stima moltissimo il Padre Bandiera, siccome lo ha dichiarato apertamente, e in più luoghi, nella sua Lettera diretta all'abate Soresi, e che il pubblico può vedere, perciocchè essa è stampata.

 

II. Confessa ancora ingenuamente d'essere nato da poveri ma onesti parenti nella terra di Bosisio, piove d'Incino, del ducato di Milano, non volendo egli defraudare il Padre dell'onore ch'ei merita per la sua somma diligenza nell'indagare le origini e le patrie degli scrittori del nostro Secolo. Spera nondimeno che il Padre, consultando qualche perito, ed esaminando la cosa a mente più chiara, si persuaderà che chi è nato nel nostro ducato può assumere legittimamente il titolo di Milanese, per lasciare ora da parte i diritti dell'origine, dell'abitazione, ed altri da' quali molto dipende la decisione in questa materia.

 

III. Consolasi assaissimo, perchè il Padre in questo suo ultimo Discorso non abbia negato le lodi e gli elogi ch'egli ha stimato convenirsi alla sua patria, cioè Milano, chiamandola a pag. 3 «una delle più splendide e gloriose e letterate metropoli del mondo», e a pagina 9 «glorioso albergo e sede augusta di ogni virtù, di ogni lode, di ogni bel costume, di tutte le nobili arti». E si lusinga che il Padre proseguirà di bene in meglio anche nell'altr'opera ch'ei promette; la qual cosa se il Parini potrà ottenere terrassi abbastanza contento, quand'anche questo dovesse esser l'unico frutto per lui ricavato dalla sua operetta.

 

IV. Dichiara al pubblico non essere egli stato eletto, nè comandato, a scrivere la sua operetta da alcun ordine della città, anzi neppure da un bidello, da un tavolaccino, da un mazziere di alcun magistrato, nè da' ramarri delle compagnie e confraternite nostre, essendo verissimo che la sua patria, come il Padre asserisce p. 3., avrebbe scelto in propria difesa avvocato che con maggior efficacia e con più viva e forte maniera di dire la difendesse. Non per tanto egli è voluto insorgere a difendere la patria contra I due Dialoghi del Padre Branda, anche non interpellato nè pregato, credendo che gli fosse lecito il farlo; imperciocchè, trattandosi di un'azione popolare, o di un giudizio pubblico (come dice il Padre, p. 3), è permesso a chiunque del popolo il promoverla, parlando o scrivendo, come al Parini è stato detto che insegna Paolo giureconsulto nelle LL. 1 e 4, ff. De popularibus actionibus, e nella L. 43, § 2, ff. De procuratoribus et defensoribus. Per altro il prete Giuseppe Parini milanese priega il lettore di riflettere ch'egli, scrivendo la sua operetta, ha inteso di dare alla patria un testimonio del proprio cuore, non già di alcuna dottrina, della quale confessa essere del tutto sfornito, come il Padre Branda medesimo va ottimamente dicendo e replicando nel detto suo ultimo Discorso.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2006