Giuseppe Parini

 

AL PADRE D. PAOLO ONOFRIO BRANDA

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D. Barbèra editore, 1925

 

 

Che direte ora voi, o mio stimatissimo Padre Branda, vedendo che io, ch’ebbi, già sono parecchi anni, l’onore d’esser vostro scolare, mi levi il primo fra gli altri, non già contro di voi, ma contro que’ due vostri libri, che voi intitolaste Dialoghi della Lingua Toscana? Certo che qualora voi siate letterato e filosofo, e in somma ragionevole uomo, quale io v’ho tenuto sinora, non ve ne dorrete punto, e non me ne riprenderete: imperciocché, quantunque coloro che ci sono stati una volta maestri, debbansi riverire e stimare ed amare ancora, non tanto per l’obbligo della gratitudine quanto per quello della giustizia, dovendo eglino essere in certa maniera riguardati come nostri superiori; non pertanto questi obblighi non ci debbono costringere in modo che noi non possiamo ed essere e dichiararci quandocchessia [sic] contrarii al loro parere. Non segue della ragione quel che degli anni; imperciocché egli è ben vero che con questi noi non potremo giammai aggiugnere chi è nato prima di noi; ma sibbene li giugneremo [1] a noi molte volte colla ragione, ch’essi hanno destata in noi, e talvolta gli oltrepasseremo eziandio.

Io sono sempre stato nimicissimo del censurare altrui con maniere sconce e villane, come oggidì si usa da molti, ma nondimeno io ho stimato sempre lecito di dire, anche talora non ricercato, il mio parere modestamente su’ libri stampati in materia che non fosse a me ignota. E perché non debb’egli esser lecito ad ogni onesto uomo di pronunciare il proprio sentimento, purché egli non confonda giammai i difetti dello scrivere con quelli del costume e del carattere degli autori? Ma, quantunque io mi sia così moderatamente contenuto mai sempre [2] in tutte le cose che io ho scritte, o in alcuna ch’io possa avere stampato contro l’opera di qualche autore, ciò non ostante, invece di rispetto e di ragioni, io ho sempre riscosso improperii e villanie. Voi avrete udito menzionare, o lette avrete, le opere del P. Bandiera [3], e forse anche una certa mia lettera, ch’io scrissi contra un suo, a mio parere, molto strano giudizio. Io il lodai in essa quanto meritava, e lodai le opere di lui; ma nondimeno in qual maniera credete voi ch’egli mi abbia risposto? In cambio di ribattere le mie accuse e giustificar, s’ei poteva, i suoi sentimenti, prese a soperchiarmi [4] con rusticane [5] beffe ed amari dileggiamenti, quasi che tali avessero ad essere le armi delle onorate persone, e massimamente delle religiose. Io, che mi avvidi d’esser alle mani con uomo a cui l’amor proprio impediva totalmente l’uso della ragione, non iscrissi più oltre neppure uno zero, confidando che gli uomini spregiudicati [6], leggendo quel che io scrissi e la risposta del Bandiera, darebbono rettamente la ragione o il torto a chi sel meritasse: e così il lasciai in quel riposo ch’io gli auguro tuttavia or ch’egli è morto.

E dove credete però voi ch’io vada a riuscire [7] con ciò? forse a servirmi di questa occasione per contare a voi le mie prodezze e per saettare [8] così di traverso i miei nimici? Dio me ne guardi: io non avrò giammai per nimici coloro che mi sono contrarii nella maniera del pensare; e male mi potrei vantare presso di voi, che abbastanza mi conoscete. Io ho voluto unicamente con ciò farvi comprendere che niuna privata passione mi può muovere a scrivere contro di voi; e che io non posso scrivere se non rispettosamente, come conviensi a civile e costumato uomo; e finalmente ch’io desidero che voi operiate meco alla medesima guisa, se per avventura qualche cosa vi parrà di poter rispondere a ciò ch’io vi opporrò in questa mia lettera. Ma poiché io sono quasi caduto in un fallo in cui voi ancora spesso cadete, cioè dal far lunghi prologhi, e dello inserire nelle vostre opere delle cose che non ci hanno che far punto, eccomi a spiegarvi qual debba essere il soggetto e l’intento del discorso ch’io sono per tenere or ora con esso voi.

Non gioverebbe punto, voi ben lo comprendete, il dissimulare che voi siate l’autore di quel Dialogo soffra la Lingua Toscana, di cui si dolgono si altamente i Milanesi, così idioti[9] come letterati; imperciocché per tante ragioni, che voi non ignorate e che ora qui non servirebbe di addurre, voi non potete per verun conto tenervi celato. E poi che accade ciò, quando il nascondervi o il comparir fuora[10] non potrebbe salvar dalle altrui e dalle mie obbiezioni quel libro, di chiunque si sia, il quale ha per titolo Della Lingua Toscana, Dialogo?

In esso libro adunque, coll’occasione che voi pretendevate di voler trattare della lingua toscana, avete parlato assai de’ Milanesi e della loro lingua. Si lamentano questi che voi, il quale siete pur nato, cresciuto ed allevato fra loro, che ora vivete del frutto delle loro terre, che occupate una onorevole cattedra di umane lettere nelle loro pubbliche scuole, che siete stato creduto abile a reggere e ad ammaestrare i loro figliuoli, che pur sono il loro unico tesoro e il crescente onore e la deliziosa speranza delle loro famiglie; si lamentano, dico, che voi, ciò non ostante, non abbiate corrisposto alla vostra patria con quell’affezione, ch’essa lusingavasi di poter per avventura meritarsi da voi. Io non credo certamente ciò che alcuni dicono, cioè che voi a malizia abbiate fatto recitare e stampar quel Dialogo, per isfogare la bile che voi avevate contro alcuni in particolare e poi generalmente contra tutti i Milanesi e le cose loro. Mi sia testimonio il Cielo che io ciò non credo certamente. Ma posso io asserirvi lo stesso di tante altre cose ch’io odo dire e ch’io leggo pure con questi due occhi miei? Di grazia permettetemi ch’io vi annoveri alcuni altri capi di accusa, che sono oramai per tutta Milano, e fuori ancora, sparsi contra di voi: e, benché voi ne abbiate già toccato parte nel secondo vostro Dialogo, lasciate ch’io mi adoperi di porli in quella vera luce e veduta che si conviene alla loro natura.

Dicesi per tanto che, siccome tutto ciò che voi ponete in bocca a’ vostri interlocutori debbesi intendere come immediatamente detto da voi; così voi, e non essi, avete fatto ingiuria alla nostra nazione, faccendo [sic] tanti odiosi paragoni tra la Lombardia e la Toscana. Querelansi[11] che voi anteponghiate[12] le colline, i boschi e le siepi di colà non solamente alle nostre ville qualunque sieno, ma eziandio alle più magnifiche tra esse, che voi facciate maggior conto del solo Lung’Arno che di tutte le bellissime e ricche città della Lombardia, sotto al qual nome ben sapete quante, secondo la geografia, ne possano esser comprese; che, ragionando della influenza che l’aria può avere sopra gl’ingegni degli uomini, abbiate parlato con troppo disprezzo de’ nostri contadini più vicini alla città, e sceltigli e individuati senza necessità per odioso esempio, e beffatigli amaramente e con motteggi, che male starebbero anche sulle lor lingue meno colte e meno ingentilite; e ciò solo perché essi, senza lor colpa, nacquero in aere men puro e meno salubre. Dolgonsi che nella stessa guisa e peggio voi abbiate trattato coloro che servono nelle nostre case, così nelle più basse occupazioni come nelle oneste e liberali, biasimando tacitamente e a un tempo medesimo essi come inetti e ribaldi, e i loro signori come balordi ed imprudenti. Sono incolleriti con voi così tutti i nostri fanciulli come le nostre donne generalmente, che, poste da voi tutte quante in un mazzo e senza veruna distinzione, avete e gli uni e le altre di gran lunga posposto a’ fanciulli ed alle donne di Toscana, quasi che colà solamente regnasse lo spirito, la vivacità, la leggiadria, la gentilezza e la coltura: e vi siete in tale occasione servito di maniere improprie ed indecenti, si per rispetto a voi che le avete scritte, si per rispetto loro, cui meno si convenivano, generalmente parlando, e pel loro temperamento e per la loro educazione. Finalmente, oltre a tante altre cose, accusanvi di avere immeritatamente biasimato la lingua milanese e chiunque la usa, non solo posponendola alla Toscana (di che niuno si dorrebbe), ma quel ch’è assai peggio, caricandola, egualmente che tutte le altre cose nostre, di mille ingiurie grossolane e plebee, e lo stesso faccendo [sic] indistintamente di tutti coloro che o per necessità la parlano, o per diporto[13] o per qualunque altro fine scrivonla sovente e l’adoperano in versi. Per questi, ed altri motivi ch’io tralascio per brevità, credono di potersi ragionevolmente doler di voi i Milanesi: e protestano comunemente di non aver giammai meritato, con alcun torto fattovi, la vostra indegnazione e le vostre aspre e poco discrete punture ed offese; che anzi, come io già vi ho accennato di sopra, a misura de’ servigii, che voi prestate alla lor patria, vi hanno sinora premiato ed onorato.

Tosto che uscì l’altro vostro libro intitolato Dialogo secondo, il cercai avidamente, desideroso di vedere che voi vi discolpaste di tutto ciò onde siete stato accusato per riguardo al primo. Vedete quanta cura io mi prendo dell’onor vostro anche per interesse mio; perciocché la gloria del precettore suol tornare ancora in gloria dello scolare. Io ebbi alla fine, io apersi, io lessi questo benedetto secondo Dialogo; e, quando io mi credea di trovarvi in esso pienamente giustificato, o almeno almeno bastevolmente scusato, ecco che voi, con vane ed inutili distinzioni, con sottili raggiri, con guaste, corrotte e contrarie interpretazioni, in vece di difendervi, di dimostrarvi innocente, vi rendete anzi più colpevole colla maniera sofistica con cui pretendete di farlo. Forse io mi potrei ingannare; forse io non penetro bene addentro nella forza delle vostre ragioni; forse l’idea, che io ho prima adottata leggendo il vostro primo Dialogo, e poi serbata, di credervi colpevole, mi abbacina, mi confonde, e mostrami il nero per lo bianco; che so io? qualche cosa sarà. Ma come perverremo noi a scoprire il vero? a chiarirci qual di noi due abbia il torto o la ragione? Vedete: facciam così. Io lascerò parlare ad altri (ch’io son certo che altri ne parlerà) de’ difetti e delle colpe che voi avete commesso nel vostro primo Dialogo, e mi atterò solamente a que’ capi[14] che voi dissimulate[15] nel secondo, e da’ quali procurate di difendervi. Chi sa che io, svolgendo e partendo la materia, non venissi a convincer voi del vostro fallo, o a rimanere io medesimo persuaso della vostra innocenza: il che quanto io desidero vivamente per onor vostro, tanto credo che sarà difficile a riuscire. Cominciamo adunque da ciò che voi dite per difendervi dal rimprovero fattovi di avere senza verun rispetto parlato delle donne milanesi.

Voi dite che, faccendo [sic] voi, nel primo Dialogo, quel confronto tra le milanesi e le toscane, non avete altrimenti inteso di favellar delle signore, delle dame e delle altre più donne, le quali, come voi pur confessate, debbono essere comprese in questo genere «donna». Ben vi accorgete ch’io qui riduco in poco tutto ciò che, nel secondo vostro Dialogo, avete steso in due o tre pagine; e perché credete voi ch’io il faccia? Non per altro certamente, se non perché nella quantità delle parole non si avviluppi[16] il discorso; ma rimanga sensibile[17], e come dire a galla, la verità. Vediamo ora se voi veramente, nel primo Dialogo abbiate, come nel secondo vorreste fra credere, parlato solamente delle vili femmine e delle plebee. Io non mi servo delle vostre parole medesime, perché non mi piace di scrivere pedantescamente, e perché io so che, anche vestendo colle mie parole i vostri sensi[18], non mi tenete per uomo da voler aggiugnere o scemare il menomo iota alla verità.

Voi parlavate nella dodicesima pagina del primo Dialogo, di quanto contribuisca, non solamente alla robustezza del corpo, ma eziandio alla vivacità e prontezza della mente, la salubrità e la perfezione dell’aere. Indi, passando a voler dimostrare quanto anche per questo riguardo sia felice[19] il cielo della Toscana, ne faceste servir di pruova lo avvedimento[20] e la svegliatezza de’ fanciulli di quel paese: e a questo proposito, toccando alcuna cosa anche della dolcezza e della grazia del loro parlare, ne adduceste in conferma la loro tenera età e le donne, colle quali i fanciulli conversano ordinariamente, e le quali, come voi dite, serbano più incorrotta la loro lingua. Indi, dopo avere spese alcune righe in commendazione[21] de’ fanciulli toscani, non più a proposito di essi, ma quasi che dallo aver di sopra nominate le donne di Toscana nascesse occasione al vostro interlocutore di più a lungo parlarne, voi vi ponete a commendar quelle, dicendo ch’elle non hanno i difetti di cui accusate le nostre; e poi prendete a lodar esse toscane di quelle virtù e grazie, che in esse rilucono, e delle quali noi pure siam certi esser loro a maraviglia fornite. Dall’universale delle[22] donne toscane voi scegliete appresso, per esempio di ciò di cui le avete lodate, la figliuola di colui che voi fingete aver albergato il vostro interlocutore. Riassumiamo ora, per maggior chiarezza, in breve, quanto, per maggiore autorità, io ho detto finora più ampiamente. Voi citaste in prova il genere de’ fanciulli toscani, di poi il genere delle donne toscane; quelli dicendo che parlano dolcemente, e queste dicendo che serban meglio degli uomini la purità della loro lingua. Immediatamente, commendaste in generale i fanciulli, e subito dappoi in generale le donne: dunque sinora vi tratteneste nel solo genere degli uni e delle altre, senza punto discendere alle loro spezie[23]. Per meglio lodar le donne di Toscana voi le paragonaste colle femmine di qua: dunque voi faceste paragone d’uno con un altro genere di donne; perciocché le milanesi ne forman uno, e un altro le toscane. Che se, paragonando insieme questi due generi, l’uno biasimaste e l’altro commendaste, ben vedete che, siccome la lode cade sopra il tutto dell’uno, così il biasimo dee cader sopra il tutto dell’altro.

Questa maniera del mio discorso sembra a me, e mi lusingo che sembrerà anche agli altri, bastevole per convincervi che non è vero ciò che voi asserite, cioè «che, secondo il senso comune, nel genere a quel modo pronunciato non debbansi intendere comprese le qualità più distinte e le più ragguardevoli condizioni». E voi comprenderete che le circostanze e la tessitura del discorso servono anzi all’intento mio che al vostro.

Ma non crediate ch’io mi dimentichi di ciò che voi, per pure in qualche modo schermirvi, fate dire al Rifiorito[24], cioè ch’egli, se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto parlar d’altre che delle femmine basse e plebee; perciocché egli, partitosi in tenera età dalla patria e tornatoci or ora, niun’altra spezie di donne milanesi potea conoscere, né per conseguenza biasimare, che le fanti[25] o le cameriere della sua casa. Ditemi di grazia: vi volete voi la baia de’ vostri lettori con cotesta foggia di ragionare? Cotesto Rifiorito è egli stato giammai in rerum natura[26]? Diss’egli giammai liberamente e di proprio consiglio ciò che voi gli ponete in bocca? Fu egli a Firenze? ne tornò egli mai? S’ei fece tutto questo, perché, prima del partirsi da Milano, doveva egli aver conosciuto solamente le fanti e le cameriere? E perché non debb’egli ancora aver conversato in sua casa o calla madre o con alcuna sorella o colla zia, o veduto almeno venir talvolta in sua casa e udite le sue congiunte di sangue o le amiche de’ suoi parenti, o in somma qualche civili signore, sicché possa ancor quelle aver comprese nel genere delle milanesi da lui biasimate? In oltre non si potrebb’egli anzi inferir[27]  dalle parole del Rifiorito tutto il contrario di ciò che voi fate, cioè ch’ei delle nobili e signore, non già delle plebee femmine, avesse parlato? Le cuffie certamente, i nastri, i merletti, le malattie, delle quali ci dice che d’ordinario s’ode parlare dalle femmine di qua, sembra che additino ciò. Imperciocché siffatti ornamenti in ogni colto paese convengono più particolarmente alle signore, e il discorrer di essi e di certi maluzzi più conviene al loro agio ed alla loro dilicatezza: quantunque l’essere ordinario costume, non già delle più, ma di alcune sole affettate vanarelle debbasi dire. Ma, se nulla è vero, e se tutto è finto da voi in grazia del dialogo, perché adunque ne volete voi così sciocchi da poterci persuadere che bastino in difesa della verace vostra colpa le finte circostanze nelle quali voi medesimo avete posto il Rifiorito? Ora, se non egli, ma voi parlavate nel vostro Dialogo; se a voi, non a lui, toccava di parlare in modo che persona alcuna non si potesse offendere del vostro libro; ché non procuraste voi di parlar si chiaramente che niuno equivoco non ne seguisse? perché dal genere, di cui prima parlavate, non discendeste voi alla spezie, e non diceste, verbigrazia, così: «Ma delle donne anco più plebee di quel paese, che pensate voi? che ogni loro discorso vada a terminare nella cuffia, nella gonnella ec., e in quelle ciuffole e berte e taccolate[28], che di ordinario si odono dalle plebee femmine di qua?» Inoltre, se voi della spezie e non del genere intendevate di parlare, perché soggiugneste voi che le donne in Toscana nascono «dottoresse» ? Siete voi forse d’opinione che, se pur colà nascono coteste dottoresse, questo accada solamente fra le femmine più basse e volgari?

Né meno basta per dimostrare che voi non abbiate generalmente parlato di qualsivoglia donna, l’esempio, che voi adducete, della figliuola dello albergatore: conciossiaché, s’io vi concedessi ancora che costei dovesse, secondo il contesto, esser creduta donna volgare, ciò non gioverebbe punto al vostro intento; ma dal contesto debbesi anzi argomentare non poter essere questa figliuola affatto plebea. Lasciamo che voi non dite nulla della qualità[29] dello albergatore, perciocché di questo predicato [30] potrebbe così esser suggetto il plebeo come il gentiluomo; certamente che i quattro giovinetti, che voi fingete esser stati a Firenze, sì per quel che voi ne avete accennato, sì per quel che giova di supporre, debbonsi creder civili persone e civilmente allevate. Com’è dunque probabile che non dovesse esser egualmente civile colui, nella cui casa continuamente albergavano? Aggiugnete a ciò che la fanciulla ragionava «con alcuni suoi parenti di certe faccende antiche e pretensioni»; il che sembra mostrare ch’ella dovesse esser figliuola di qualche gentiluomo o mercatante, o finalmente di qualsivoglia altra onesta[31] persona. Poniamo ora che questa giovinetta fosse anche della più minuta plebaglia di Biliemme[32]; potrebbe altri da ciò inferire che, perciocché voi qui parlate d’una femmina plebea, non abbiate di sopra parlato delle donne generalmente, così lodando le fiorentine come biasimando le milanesi? Dovrebbesi anzi dedurre da questo che voi con più accorto artifizio, 1odando in particolare una plebea, avete voluto esaltar maggiormente il generale delle donne fiorentine; e così a petto loro far comparir più meschine e deformi le nostre, mostrando quanto sieno inferiori anche alle più vili donnicciuole della Toscana.

Ma che sto io qui affaticandomi a dimostrare una cosa, della quale io son certo che voi ne siete internamente persuaso? Così non potesse la lingua parlar si spesso diversamente dal cuore, come voi non mi potreste negare la verità: né servirebbe che il vostro amor proprio la raggirasse per li pruni e stecchi e labirinti delle dubbie parole e delle sofisticherie. Io non credo già per questo che voi abbiate avuto determinata intenzione di offendere le nostre donne, non già. In grazia vostra io chiuderò gli occhi anche innanzi alla stessa evidenza: tanto è vero ch’io desidero di non trovarvi colpevole, comunque leggermente esser si possa. Ma d’altra parte io giurerei che voi siete persuaso che, parlando delle donne si toscane che milanesi, ne avete parlato generalmente e senza ristringervi punto né poco alla categoria delle donne o nobili o plebee, come parmi che io abbia finora sufficientemente dimostrato.

Io lascio che voi seguite a dire intorno alla differenza che corre tra queste due voci «donna» e «femmina»[33]; e intorno al rapporto che possono avere in un paragone questi due soggetti distinti, donne di Firenze e femmine di Milano. Imperciocché, per riguardo al primo, quantunque si possa da voi richiedere[34] più che da un altro circa la proprietà de’ termini, essendo voi professore di umane lettere e avendo voi scritto così della lingua latina come della toscana; ciò non ostante non si può così francamente decidere che fra gli scrittori non si trovi assai volte conceduto indistintamente il medesimo valore ad ambedue queste voci donna e femmina. Per riguardo poi al secondo, voi stesso mostrate di diffidare che un paragone fatto a cotesta foggia, cioè di comparare le nostre donne volgari colle signore fiorentine, non sia per sembrare redicoloso: conciossiaché, faccendosi [sic] le comparazioni, perché dal misurare l’una cosa coll’altra ne venga a riferirci l’intelletto una differenza per anco sconosciuta, o perché, trovandole ambedue simili, non si possa affermare dell’una quel che dell’altra non si avvera [35], ognun vede che sarebbe molto scipita cosa, non che soverchia, il voler paragonare le femmine milanesi colle donne toscane, o, per di più chiaramente, le nostre donne della plebe colle civili e colle nobili di Firenze, essendo per lo più grandissima e sempre chiara ad ognuno la distanza che passa tra il popolo e la nobiltà.

Che dite ora voi, o mio stimatissimo maestro, ch’io mi glorierò pur sempre di chiamarvi con questo nome, che dite? Ho io fino a quest’ora così bene rischiarata e partita[36] la materia, che ne possa salire a galla la verità? Io me ne confido certamente, e parmi di avere assai chiaro dimostrato che, si per la tessitura come per tutte quante le circostanze del vostro discorso, voi non possiate negare di avere scritto generalmente delle donne milanesi colà dove siete rimproverato di averle biasimate, siccome colà generalmente scriveste dove ben meritatamente lodaste le fiorentine.

Ma via, vedete quanto io sia cortese e largo[37] con esso voi. Usciamo per poco degli argomenti sinora addotti; non già perché io voglia ch’essi perdano o scemino punto del lor valore (e questo ricordatevelo bene), ma perché gli argomenti sogliono spesse volte comparire odiosi, come quelli che costringono e violentano l’animo e la volontà. Io vi voglio concedere, così per via di discorso, che, quantunque lo scrittore, per quanta diligenza e cautela egli usi, non ne usa mai di soverchio per togliere ogni confusione ed equivoco, allor ch’ei tratta di cose odiose e che sieno in disfavore o in biasimo di qualche suggetto; io vi voglio, dissi, concedere che voi, allorché favellaste delle donne milanesi, vi siate così chiaro e limpidamente spiegato, che il più semplice fanciullo possa com prendere voi non aver biasimate le donne più nobili e civili, ma quelle solamente che sono della più umile e della più vile condizione. Credereste voi, collo avere così fatto, di aver operato del miglior senno del mondo, e di esservi con ciò liberato da ogni riprensione che altri vi possa fare? Non siete voi letterato? Non siete voi cittadino? Non siete voi cristiano? Non siete voi Religioso? Ora perché vi debb’esser lecito di vilipendere, di biasimar, di beffare quella particolare specie di donne, la quale, comeché[38] umile, indotta, impotente [39], pure si è non meno uomo di quel che voi siete? Le scienze vi debbon pure avere insegnato che tanto vale l’uno quanto l’altr’uomo: gli obblighi del cittadino debbono avervi ammaestrato a non far veruna distinzione tra i vostri compatriotti, quando questi, ciascuno per la sua via, tendono alla comune felicità: la carità del cristiano a portare e mostrare anche nelle menome cose amore indistintamente ed universalmente a tutti quanti i prossimi vostri: e l’osservanza religiosa, per fine, a perfezionare in voi tutte queste virtù, che debbono esser proprie del letterato, del cittadino e del cristiano. Ecco le riprensioni che vi si potrebbero fare, se voi vi burlaste delle povere femminelle milanesi contra i doveri del cittadino, e contra il precetto[40] il qual dice: ‑ Merita pena colui che chiama il suo fratello pazzo o carogna. ‑ Ed ecco le ragioni per le quali io non mi persuaderò mai che voi parliate da senno[41], allorché nel vostro secondo Dialogo dite di aver unicamente biasimato le femmine più basse della nostra città: anzi mi rendo certo che, per non esser notato[42] di adulazione o di viltà o di parziale riguardo, avete parlato in generale di tutte le milanesi, non certamente per malizia[43], ma per un’inavvertenza, nella quale vi ha lasciato incorrere il Cielo per cimento della[44] vostra moderazione. Ma usciamo una volta, come si suol dire, della sagrestia; perciocché nella morale voi potete esser molto miglior maestro che io non sono; e passiamo ad altre imputazioni fatte al vostro libro, e dalle quali pretendete difendervi in questo secondo Dialogo.

Quello che vi si appone[45] dello aver anteposto il solo Lung’Arno a tutte le città della Lombardia, e le colline e le siepi della Toscana alle nostre più magnifiche ville, è così leggier fallo, che io non lo stimo degno di trattenercisi sopra, benché quello aggiunto di «magnifiche», che voi date alle nostre ville, e del quale voi presumete di potervi fare scudo contro alle nostre accuse, sia quel medesimo che combatte più validamente contro di voi. Imperciocché, siccome bene appare dal contesto del primo vostro Dialogo, voi venite a dire così, cioè, che le siepi della Toscana fecero perdere al vostro interlocutore ogni memoria, non solo delle men nobili ville della Lombardia, ma eziandio di quelle che si tengono[46] per le più magnifiche: dal che vedete che, a spese delle nostre ville, anzi delle più magnifiche, voi rilevate con maggior energia la nobiltà e la magnificenza delle siepi toscane, abbassando al di sotto di esse le più magnifiche nostre ville. Né vale il dire che alla giovinezza del finto vostro parlatore si debba perdonare qualche imprudente trasporto; imperocché, siccome io vi ho già detto di sopra, voi medesimo siete quegli che ragiona per bocca di lui; e, non essendo qui necessario di rappresentare un si fatto costume, ben potevate lodar, quanto vi fosse piaciuto, le magnifiche etrusche[47] siepi, senza introdurre il confronto delle nostre ville con esse, ed esaltare a poter vostro il solo Lung’Arno, senza dar per questa sola parte di Firenze quante altre città vedeste in Lombardia. Tanto più, che questo sembra convenirsi poco al buon lodatore, il cui artifizio dee trattenersi anzi nelle viscere della cosa lodata, e, qua e là, per così dire, spargendo raggi di luce, rilevarne co’ più vivi colorì la sustanziale bellezza e le più riguardevoli circostanze, e lasciare, quanto per lui più sì può, gli odiosi confronti. Né ciò io dico già per avvertir voi, che maestro nostro siete dell’arte del parlare; ma per dir ciò che a me sarebbe paruto più conveniente nel nostro caso.

Ma poiché io mi son pur trattenuto in queste siepi e in quelle ville più assai ch’io non m’era determinato di fare, permettetemi ch’io dica ancor qualche parola intorno a quell’ultima scusa da voi addotta, appoggiandovi all’autorità di Orazio, cioè che a certi umori[48], come voi dite, più piace e diletta il bello della natura che non fa quello dell’arte. Io medesimo sono del vostro sentimento[49] e di quello del poeta; ma la faccenda, nel caso nostro, è infinitamente diversa. Se colui che voi fate parlare avesse semplicemente amato più la natura che l’arte, non sarebbe stato perciò in verun modo tenuto a posporre le nostre più magnifiche ville alle siepi della Toscana: anzi essendo egli sul[50] descrivere e lodare le campagne di quel paese, e faccendosele [sic] egli in certa guisa presenti, sembra ch’ei dovesse piuttosto paragonar con quelle siepi anche le ville di colà, dicendo per esempio: «Le siepi stesse, di sempre fresche ed odorose mortelle incespate[51] ed intessute, così da principio mi rapiron (occhio, che, quasi mi facessero la malia», io sdegnavami di por mente alle magnifiche ville, che nel nostro cammino ci si presentavano agli occhi. Consideriamo nondimeno per nulla quanto, non volendo, ho detto su questo proposito delle ville. Sapete voi perché anche queste leggerissime inezie si osservino nel vostro libro? Ciò accade perché, trovando in esso i Milanesi altre case più importanti onde si tengono offesi, credono di veder traspirare[52] anche per mezzo alle men notabili[53] il vostro animo, non quanto si converrebbe favorevole a loro ed alla loro patria. Ma passiamo oramai a quelle cose che voi nel secondo Dialogo chiamate assai più rilevanti, cioè a vedere se vero sia che voi non abbiate nel primo senza restrizione veruna e in termini generali parlato della lingua milanese; e se, biasimando coloro che amano ed usano questa lingua, voi non abbiate biasimato eziandio i dotti della nostra patria, come a voi pare di aver bastevolmente provato nel vostro Dialogo secondo.

Siccome però io non tengo altr’ordine dello scriver mio, fuorché quello di seguire la traccia[54] del vostro discorso; così ora mi si affaccia, per così dir, nel cammino, l’Accademia de’ Trasformati. Questa voi asserite di non aver punto offesa; anzi di non aver mai pensato a parlare di essa nel primo Dialogo, come voi dite che da alcuni vi sia stato imputato. Io non vo’ già trattenermi a ragionare sopra di ciò, perché a me non sembra dicevole[55] cosa implicare[56] e avventurare nelle altrui dispute e quistioni verun pubblico corpo[57], che, di qualsivoglia ordine si sia, merita sempre rispetto e una certa delicatezza in tutto ciò che lo riguarda; massimamente se prima non è stato richiesto o non sonosi udite le sue dichiarazioni. Per altro a me non è mai caduto in pensiére, né credo che sarà mai caduto a veruna sensata persona, che voi abbiate voluto in quel primo vostro Dialogo né pur celatamente riprendere l’Accademia de’ Trasformati; imperciocché com’è possibile che la vostra moderazione e la vostra prudenza non vi avessero per mille ragioni dissuaso dal farlo? E tanto più mi confermo nel credervi di ciò innocente, quanto che la stessa Accademia non si è mai, per quel ch’io sappia, doluta punto di quel vostro Dialogo, e molto meno dichiarata contro di voi. Io mi rallegro nondimeno con esso voi, il quale, mostrando si grande premura di giustificarvi presso la milanese Accademia, avete nello stesso tempo dato prova del grande conto che voi ne fate, la qual cosa è un indicio assai certo dello amore che voi avete per le lettere e della stima che voi fate di que’ corpi [58] che furon istituiti per sostenerle. Vorrei che voi poteste così comparire affatto innocente anche per le altre accuse che si fanno contro di voi, come io mi tengo per fermo che voi siete innocente di questa, che l’Accademia riguarda. Venghiamo ora a que’ due capi che ci siamo proposti d’esaminare; e appigliamoci al primo, cioè a vedere se vero sia che voi non abbiate nel primo Dialogo, senza restrizione veruna e in termini generali, parlato della lingua milanese, come voi protestate nel secondo.

Voi dunque, per cominciare da ciò che poneste nel primo Dialogo contro alla lingua milanese, faceste dire a quel villanello di Toscana guardiano delle oche dover essere la nostra lingua d’oca; impercíocché, al parlare del giovinetto vostro interlocutore, poneansi le oche del villano a stridere.

Parlando voi poscia dell’affettazione, e, a tal proposito, di ciò che intendano i Lombardi o i Milanesi per affettazione, dopo aver eccettuato[59] ciò che ne intendano i dotti, veniste a parlare di ciò che intendano per affettazione coloro che non sanno altra lingua che quella ch’essi appresero dalla nutrice; e questa lingua chiamaste sgraziata e goffa.

In altro luogo voi rimproveraste i Lombardi, perché nel loro paese parlino continuamente la loro lingua; e diceste ch’essa troppo pute di unto [60].

Altrove cred’io che voi abbiate voluto dire, perché, a dir vero, non vi siete colà espresso troppo felicemente, che la nostra, più che ogni altra lingua, abbia grande relazione colla cucina e colle stoviglie.

Ove parlate di quelli che adoperansi per ingentilire[61] la nostra lingua milanese, dichiarate che ogni pregio e vezzo e garbo di essa consiste nel far ridere altrui con motti grossolani e alquanto sciocchi.

Altrove pure tornate a chiamare sgraziato il nostro parlar milanese, e dite che a’ vostri scolari dee bastare di averlo a noia.

Da tutto questo voi pretendete di giustificarvi col dire, nel secondo vostro Dialogo, che voi non vi siete inteso di parlar generalmente della lingua milanese, ma solo di quel nostro parlar più plebeo, raccolto con istudio e scelta dalla più vil feccia del popolazzo, e dalla più greta e bassa lingua, ripescata con molta fatica dalla bocca delle più abbiette ed ignoranti persone, di servi, di rivendugliole, di fantesche, e dal linguaggio della più vile e sordida gente del mercato e delle taverne di nostra città. Ciò nonostante, voi dovete esser persuaso che non vagliono le vostre interpretazioni in contrario, quando il fatto protesta contro di voi. Perché abbiamo noi a credere alla vostra sola asserzione, spogliata di tutte le prove, quando parlano troppo chiaro contro di essa tutti quanti i passi del vostro primo Dialogo, da me enumerati di sopra?

Voi non mi potete negare, per cominciare da uno, che ciò che il villanello dice del parlar di que’ vostri Milanesi, che furono a Firenze, non sia detto in beffa e in dispregio della loro lingua; conciossiaché le maniere da lui usate parlando di essa sieno per se stesse burlevoli e derisorie. Ora quindi ne dee nascere l’una delle due cose: o che il villano si fece beffe e dispregiò in bocca di que’ giovinetti anche il linguaggio milanese proprio della più civile e colta gente, quale si è quello ch’essi dovean parlare; ovvero che que’ giovinetti, contro alla loro condizione, che, secondo il costume del vostro Dialogo, debb’esser nobile o almanco civile, parlavano nella nostra lingua più plebea, della più vile feccia del popolazzo del mercato e delle taverne: e questo voi non vorrete che altri dica giammai. Né servirebbe che voi mi rispondeste ciò non essersi da voi fatto a fine di burlarvi della nostra lingua; ma unicamente per mantenere il costume[62] di quel contadinello, faccendogli [sic], come interviene[63] ad ogni forestiere, parere strana una lingua ch’ei forse udiva per la prima volta: imperocché, lasciando che voi non eravate tenuto a servar cotesto costume col disonore della vostra materna lingua, ciò che voi in altri luoghi seguite a dire di essa mostra assai chiaro che anche quivi fatto non lo abbiate a quest’unico fine di mantenere il costume. Ma questo non è per ora l’intento mio: bastivi ch’io v’abbia chiarito che quel contadino, burlandosi della lingua de’ vostri interlocutori, debb’essersi burlato di quella che non è solamente propria della plebe. Se noi riguardiamo, così in questo come in tutti gli altri passi da me addotti, le vostre parole, essendo esse sempre mai espresse in termini generali, dee credersi che voi sempre generalmente abbiate parlato, ogni volta che voi parlaste della nostra lingua; e si dee dire il medesimo che di sopra dicemmo intorno allo aver voi biasimato le donne milanesi; cioè che, se voi aveste inteso di mirar col vostro discorso solamente al linguaggio della nostra plebe, avreste circoscritte di maniera le vostre proposizioni, che non del generale intender si dovesse che voi parlaste, ma solamente del partitolare.

Perché dunque colà dove voi diceste: «Non vi par egli di ravvisare qualcosa di somigliante ne’ vostri Lombardi, che in paese parlano tuttodi quel volgare, che troppo pute di unto», non vi spiegaste in cambio così: «Non vi par egli di ravvisare qualcosa di somigliante nella vostra plebe lombarda, che in paese parla tuttodi quel suo volgare, che troppo pute di unto?». E colà dove scrivete: «Che importa a noi di quello che stimino del nostro sgraziato parlare i prodi suoi difensori», perché non iscriveste voi piuttosto in questa guisa: «Che importa a noi di quello che stimino dello sgraziato parlare del nostro papolazzo i prodi suoi difensori?». E in quell’altro più osservabile luogo ove dite: «Ma ragionandosi di quelli, che si prendono la cura di nobilitare il nostro parlar milanese, convien pur dire che, siccome ogni pregio e vezzo di questa lingua consiste nel far ridere chi di motti grossolani ed alquanto sciocchi si diletta », cc., voi avreste dovuto dire in quel cambio: «Ma ragionandosi di quelli, che si prendono la cura di nobilitare il parlar della nostra plebe milanese, convien pur dire che, siccome ogni pregio e vezzo di questo linguaggio», ec. E in quell’altro ove si legge: «Ma di coloro che, non altra lingua sapendo che quella sgraziata e goffa che appresero dalla balia», ec., non conveniva egli dire, se voi aveste voluto che della plebe s’intendesse e non di tutti i Milanesi: «Ma di que’ bassi e volgari uomini, che, non altra lingua sapendo che quella sgraziata e goffa», ec.? E perché adunque in niuno di questi citati luoghi, e così in qualsivoglia altro, non far comprendere al lettore che voi parlavate del solo linguaggio plebeo? Perché non farlo almeno in un sol luogo? E perché comprendere in quella plebe lombarda che parla un volgare che troppo pute di unto, anche i vostri interlocutori, che sono pur gente civile, dicendo «ne’ vostri Lombardi?». E perché mescolarsi eglino da se stessi fra questa plebe dicendo: « il nostro sgraziato parlare », « il nostro parlar milanese»? e chiamarono «vostro» o « nostro » quel parlare, che non era il loro, ma quello del popolo più triviale? Ma voi vi accorgete bene, senza ch’io vel dimostri, quanto male risponderebbero alla serie del vostro díscorso que’ passi cosi accomodati, e spezialmente l’ultimo da me addotto, ove quel «coloro» non si riferisce per certo a persone della plebe affatto indotte, ma a certi saccentini non del tutto ignoranti delle lettere o delle scienze.

Ma non accade[64] più trattenerci sopra di ciò; perciocché voi siete certo, ed è ad ogni altro abbastanza dimostrato, che voi, non della sola lingua plebea, ma generalmente della milanese parlato avete nel primo vostro Dialogo; anzi nel secondo sembra che vie meglio il confermiate, allorché voi dite «Ma, se con tutto questo a noi dispiace la propria nostra lingua, e a fronte della toscana, che ora incominciamo a gustare, ci sembra goffa, unta, lercia, scipita, disadatta, chi ce ne vorrà riprendere?». Né mi potete già, in difesa di questo passo, rispondere che tale voi la riputiate, non già per se medesima, ma posta a fronte della toscana lingua; conciossiaché seguite tosto a riprender coloro a cui non sembra così sconcio come a voi il nostro volgar milanese, dicendo «che forse avverrà delle lingue, che ci nascono in casa, ciò che fa l’amore ne’ proprii parti[65], che dipinge i difetti, le macchie, le sconciature per grazie, lumi, avvenentezze»[66]. Quivi certo voi mostrate di parlare, non già rispettivamente[67], ma precisamente di difetti proprii ed intrisechi alla nostra lingua, i quali non si lasciano scorgere a noi, ma che tuttavia non mancan di essere: oltre che quivi ancora i vostri interlocutori non già della «plebe», ma «propria», e «nostra» chiamano quella lingua scipita e disadatta; talmente è vero che, qualora si asserisce una cosa contro la propria coscienza, cioè contra lo interno sentimento dell’animo, non si può giammai si costantemente e ad una sola foggia parlare, che talvolta non s’inciampi in qualche contraddizione, o in più. Così a me sembra che voi facciate, il quale, dopo aver nel primo Dialogo generalmente biasimata la lingua milanese, vi ristringete[68] poscia nel secondo a quella sola della plebe, indi a quella sola della plebe, che si studia, e finalmente a coloro che la studiano; e così vi andate rintanando per non essere còlto.

Ma via, sia pur vero che voi abbiate biasimato solamente il linguaggio della plebe nostra, come andate dicendo nel se condo Dialogo. Tenete però voi in così piccolo conto questa lingua, che meriti d’esser chiamata, anche in presenza di chi la parla, lingua d’oca, lingua sgraziata, goffa, fetente, unta, lercia, scipita, disadatta? Questo linguaggio anzi della plebe, che voi nel secondo Dialogo volete aver solo biasimato, questo anzi è il vero e più puro linguaggio milanese, e quello per conseguenza che meno dovrebbe meritarsi le vostre derisioni.

Le lingue, come voi medesimo a me potete insegnare, sono tutte indifferenti per riguardo alla intrinseca bruttezza o beltà loro. Le voci, onde ciascuna è composta, sono state somministrate agli uomini dalla necessità di spiegare e comunicarsi vicendevolmente i pensieri dello animo loro; e la Natura, a misura che negli uomini sono cresciute le idee, ha dato loro segni da poterle esprimere al di fuori: onde nasce che ciascuna lingua è abbastanza perfetta, qualora non manchino ad essa quelle voci che si richieggono a potere spiegare ciascuna idea di colui che la parla. Ciò che fa creder superiore una lingua ad un’altra si è la maggiore abbondanza de’ vocaboli proprii d’una sola cosa[69], i quali servono alla diversità degli stili; ed oltre a questo la maggiore universalità[70] di essa lingua, nata da varii accidenti naturali, politici e morali, la quale serve alla maggior copia degli scrittori. Queste ed altre accidentali[71] superiorità d’una lingua fanno ch’essa domini sopra le altre più ristrette e che non hanno tant’abbondanza o, dirò meglio, lusso di vocaboli. Queste si chiamano Dialetti, e vivono entro ai termini di ciascuna città o piccolo tratto di paese; laddove le altre, che perciò si chiamano dominanti, stendonsi più largamente, e nelle bocche e negli scritti delle persone più colte di ciascun regno o provincia. Ciascun dialetto tanto si reputa più puro, e perciò tanto più bello, quanto più scevero si mantiene dalle voci forestiere, che perciò si chiamano barbare, e in somma da tutte quelle che nate non sono in paese o da gran tempo adottate da quel popolo che lo parla. Perocché in ciascun paese si possono distinguere tre diversi linguaggi: l’uno è il dialetto particolar del paese, l’altro la lingua dominante, e il terzo quell’altra specie di lingua introdotta dall’affettazione, parlata dalla gente più colta e civile, e formata degli altri due. Così il dialetto come quell’altra terza specie prendono il nome dal distretto in cui parlansi; e l’altra dalla provincia o dal regno; ma quando in individuo[72] parlasi di qualche dialetto proprio d’una terra, come a dire napolitano o bolognese, intendesi sempre di quella lingua più pura e incorrotta, parlata spezialmente dal popolo, mantenutasi lungo tempo e formata non già dall’arte, ma originata dalla natura. Ora, se voi, parlando della lingua milanese, vi siete inteso di biasimare il linguaggio della plebe, voi avete fatto per lo appunto il contrario di ciò che forse dovevate fare, beffando cioè e deridendo quel linguaggio che, essendo e il più naturale e il più puro ed incorrotto della nostra città, è conseguentemente da riputarsi il più bello.

Non a torto adunque, anzi molto più ragionevolmente, si querelerebbero[73] di voi i Milanesi, perché, essendo il loro dialetto composto di voci per se medesime indifferenti, e belle o difformi, e aggradevoli o schifose sol quanto rappresentano idee di cose reputate belle o difformi, schifose o aggradevoli, voi lo abbiate chiamato, anche nel secondo Dialogo, goffo, unto, lercio, scipito e disadatto. E voi medesimo da ciò vedete quanto a torto avreste detto nel primo, e mostrato di sostener nel secondo, che ogni pregio e vezzo e garbo di questa lingua consiste nel far ridere: conciossiaché da cotesta vostra proposizione ne nascerebbe che chi in un grave consesso, ragionando di cose importanti alla nostra patria, procurasse dì farlo nel nostro dialetto colle migliori grazie e col miglior garbo che gli fosse possibile, non altro otterrebbe da’ suoi uditori che di fargli scoppiare dalle risa. Né serve che voi diciate nel secondo Dialogo, che né in simili casi né quando si parla seriamente tra le persone, il nostro parlare non è ridicolo; imperocché questo potrà ben essere una vostra ricantazione[74], ma non torrà mai che dalle parole del primo non si debba necessariamente dedurre la conseguenza ch’io n’ho dedotta.

Ben è vero che nel secondo Dialogo voi interpretate questo vezzo, pregio e garbo per ischerzi, piacevolezze, modi, proverbii e lepidezze nostrali, che sono più atte a far ridere; e perciò vi burlate, a dir vero troppo aspramente e con meno rispetto che non si conviene, di colui, chiunque si sia, ma nondimeno ragionevole ed onesta persona, che dalla vostra proposizione ne trasse così diritta conseguenza, quanto è quella che coloro che confortano i condannati, faccendolo [sic] essi in lingua milanese, moverebbero alle risa il paziente. Ma, se vezzo e pregio e garbo, nel vostro vocabolario, altro non significa che scherzi, piacevolezze, modi, proverbi e lepidezze, che sono più atte a far ridere, quale strana cifera[75] è quella che voi usate scrivendo, e qual novella foggia di linguaggio è cotesto vostro? Non vedete voi che, se così fosse come voi interpretate, non sarebbe già la lingua che farebbe ridere, ma le cose che in essa si dicessero? e che perciò si dovrebbe dire il medesimo anche della bellissima lingua toscana, e così di tutte le altre lingue del mondo, nelle quali tutte, secondo i diversi stili, usansi e scherzi e piacevolezze e modi e proverbii e lepidezze che sono più atte a far ridere? Forse che, s’io, commendandovi un’orazione di Cicerone o del Casa[76], vi dicessi che, oltre agli altri meriti d’essa, vi si trova ogni pregio e vezzo e garbo della lingua in cui è scritta, intendereste voi, secondo il vostro linguaggio, ch’essa avesse mosso a riso tutte quante le persone che l’ascoltavano?

Ma vedete se, malgrado l’oscurità del vostro scrivere, e nonostante ciò ch’io già ho provato che voi avete generalmente detto in biasimo della lingua milanese, io entro pure a indovinare il vostro sentimento. Io credo che voi, in questo luogo, benché malamente vi siate spiegato, abbiate voluto ragionar dell’uso di questa lingua ed accennare che, oltre ch’essa è per se stessa goffa e disadatta, adoperasi anche singolarmente per far ridere gli scioperati con motti, come voi dite, grossolani ed alquanto sciocchi. Ciò potrebbe in parte esser vero, quando voi v’intendeste di parlar dell’uso che ne fa la plebe, la quale, non avendo veruna scienza e coltura, non è da aspettarsi che altro ordinariamente dica nella sua lingua che grossolane e semplici cose; il che non solo nella nostra lingua addiviene, ma eziandio in tutte le altre. Ma, siccome voi colà di coloro parlate, che prendonsi la cura di nobilitare il nostro parlar milanese, e questi altri non essendo che i dotti, come appresso vi mostrerò, sembra che voi questi riprendiate, perché mal uso facciano della lor lingua, impiegandola solamente nel far ridere altrui con motti sciocchi e grossolani. Ma, non essendo questo per ora nel mio argomento, mi contento di avervi di sopra provato, colle vostre parole medesime, che voi senza veruna restrizione avete biasimato la lingua milanese nel primo Dialogo, e oltre a ciò lo avete chiaramente autenticato in questo secondo.

Solo per maggior conferma di quanto ho di già provato, aggiugnerò come voi, per più grave ingiuria verso la nostra lingua, intendiate o interpretiate a rovescio un testo[77] del Casa, da voi citato nel secondo Dialogo. Il testo dice così

«Nella comune usanza favelleremo pure nel nostro (linguaggio) eziandio men buono, piuttosto che nell’altrui migliore. Perciocché più acconciamente favellerà un lombardo nella sua lingua, quale si è la più difforme, che egli non parlerà toscano od altro linguaggio», ec. Voi credete, o piuttosto volete far credere altrui, che il Casa abbia detto, in questo passo del suo Galateo, che la lingua lombarda sia la più difforme d’ogni altra, spiegando quel «quale» come nome semplicemente relativo alla lingua lombarda, di cui si parla nel testo; come si vede da queste parole, che voi subito soggiugnete: «Pare che l’autorità del Casa dia un colpo al cerchio ed uno alla botte. Piacerà a’ difenditori del volgar linguaggio milanese l’insegnamento di favellare nella comune usanza la propria lingua, ma non piacerà che da lui si chiami il parlar lombardo, quale certamente è ancora il milanese, il più difforme». Che se così fosse come voi interpretate, il Casa avrebbe fatto contra il suo stesso costume e contra quello di tutti i buoni scrittori, scrivendo questo relativo senza l’articolo innanzi. Ma egli non ha adoperato questo «quale» nel significato in cui voi lo prendete; ma in vece di a qualunque», siccome da chi è pratico della lingua, e da chi entra nel pensiere del Casa, debbesi intendere dirittamente. Non si dovrà adunque leggere il testo del Casa come se dicesse: «Perciocché più acconciamente favellerà un Lombardo nella sua lingua, la quale si è la più difforme»; ma come se fosse scritto così: «Perciocché più acconciamente favellerà un Lombardo nella sua lingua, qualunque ella sfasi, anco la più difforme» imperocché la parola «quale» si usa spesso, presso i migliori scrittori, in significato di «qualunque», come gli esempli citati nel vocabolario, e fra essi uno dello stesso Casa nello stesso Galateo, vi mostreranno. Sapete voi quel che a questo proposito mi disse un mio amico, buon patriotto e assai intendente della lingua toscana? Egli, sdegnatosi con esso voi acerbamente: ‑ Vedi ‑ mi disse ‑ come questo dabbene autore, nimico capitale della nostra lingua, ci scambia le carte in mano, e storce a sua posta i testi degli scrittori da lui citati, per voler pure affatto vituperarla! ‑ Ma io rivolsi in baia[78] le parole di lui; e, piuttosto che dubitare giammai della vostra fede, ho voluto credere che voi o non abbiate perfettamente inteso o letto con poca avvertenza il testo del Casa, da voi citato.

Pure, non ostante tutto quello che per voi si è detto in biasimo della lingua milanese, voi credete di potervi del tutto salvare da quante riprensioni vi sieno state fatte o far vi si possano, coll’additare il fine a cui fatto lo avete; il qual fine benché vi si possa per avventura[79] recare in dubbia, io ad ogni modo studierommi anzi di scemare che di aggiugner peso al vostro fallo. E quale colpa ho io ‑ voi dite nel secondo Dialogo, ‑ se, essendo io precettore e dovendo rivolgere i miei scolari allo studio della lingua toscana, ho biasimato in quel cambio la milanese? Era egli in tal caso convenevole ch’io questa nostra lingua lodassi e ne insinuassi[80] lo studio? Cotesto voi non eravate tenuto di fare, e ninno vi ha mai richiesta né vi potea richiedere di ciò. Ognun conosce abbastanza quanta sia ora la superiorità della lingua toscana sopra la nostra; e ciascuna delle più colte persone desidera anzi di saper bene scrivere in essa che nella nostra milanese. Perciò ninno ha giammai preteso che, lasciando d’insinuare lo studio della toscana lingua, animaste i vostri scolari a studiare quella della loro patria, come voi mostrate di credere che si pretenda da voi. Chi è che, nel presente ordine delle cose, volesse a voi fare una così stravagante richiesta? Richiedono bensì da voi i Milanesi, e posson richiederlo giustamente, che, qualora vi venga in animo di lodare le cose della Toscana, nol facciate giammai col biasimo delle nostre; imperocché questo non è punto necessario per la verace lode, siccome non era necessario che voi disapprovaste la nostra lingua per incoraggire altrui allo studio della toscana. Non lodi chiedea da voi in tale circostanza il nostro povero dialetto; esso non presume sinora cotanto di se medesimo; chiede solamente da voi obblio e silenzio. Raccomandate pure quanto vi pare a’ vostri scolari lo studio della lingua toscana, ché voi non potrete meritar se non lode; ma, per ottenere il vostro fine, non rappresentate già loro come dispregevoli e cattive le cose per sé indifferenti o degne d’esser tenute in qualche conto. Imperocché voi verrete in questa guisa a far loro due grandissimi beneficii : l’uno è che voi non comunicherete alle loro tenere menti delle idee false delle cose, le quali non si potrebbono mai più cancellare; e l’altro, ch’essi non si avvezzeranno ad una malvagia rettorica, quale si è quella di non curarsi della verità purché si arrivi a persuadere.

Che se pur conosceste in alcuno de’ vostri scolari soverchia inclinazione allo studio della lingua milanese, onde venisse allontanato da quello della toscana, o delle altre lingue più utili, voi farete gran senno a cercare di volgerlo verso il maggior suo profitto, così riprendendolo con amabile semplicità: ‑ Quantunque, figliuol mio, in ciascuna delle lingue dire e scriver si possano belle ed ottime cose, perocché le voci ond’esse constano sono per se medesime indifferenti e capaci di qualunque forma loro si doni, cioè atte a spiegar qualsivoglia pensiere di ciascun uomo di que’ particolari popoli che le parlano; contuttoció, siccome noi dobbiamo studiare di accomodarci nelle oneste cose all’uso del nostro secolo e del nostro paese, coli anche delle lingue noi non dobbiamo già apprendere o adoperare quella che più ne piace, ma quella che più al nostro tempo e alla nostra patria conviene. Voi adunque che frequentate le scuole per potervi rendere abile a servir quandochessia la vostra patria, come in avvenire vi applicherete a quelle arti o scienze colle quali le possiate giovar maggiormente, così, ora che apprendete a parlare dirittamente e pulitamente le lingue, a quelle dovete rivolgere il maggior vostro studio, le quali ora più si richiedono nel vostro paese. E avvegnacché [sic] fra le morte sieno le più importanti la greca e la latina e fra le viventi quella ch’è più comune a tutta l’Italia, cioè la italiana o toscana; perciò a questa, più che ad ogni altra, siete tenuto ad applicarvi. Egli è ben vero che anche il nostro dialetto milanese, come tutti gli altri, ha le sue natie grazie e bellezze; ma nondimeno io non lodo che voi, di cotesta età, prima d’imparare le altre cose più serie, vi ponghiate a scrivere in esso. Perciocché, dovendo voi, quando siate divenuto abile a farlo, scrivere o per servigio de’ vostri concittadini, o per ammaestrare altrui, od anche per dilettare, o per acquistar gloria a voi medesimo, voi potrete ciò molto meglio ottenere colla lingua toscana che colla milanese; conciossiaché di essa, non già della propria, si serve la patria vostra nelle pubbliche scritture e ne’ pubblici ragionamenti; ed oltre a ciò, occupando la toscana lingua troppo maggior paese che la nostra non fa, voi vedete che tanto maggior numero di persone trarrebbe giovamento o diletto da’ vostri scritti e farebbe applausi a voi ed al vostro nome. Lascio che voi avreste anche molto maggior campo che nella vostra di gareggiare con infiniti scrittori, onde nati sono i diversi stili, che colla loro varietà rendono bellissima quella lingua.

Simili a queste, e tanto migliori quanto che voi sapete farlo molto meglio di me, debbono esser le insinuazioni[81] con cui dovete, per mio avviso, stimolare i vostri scolari allo studio della lingua toscana. E così aveste voi fatto nel vostro primo Dialogo, ché non avreste uditi tanti rimproveri, né avreste eccitato contro di voi la collera de’ vostri concittadini! Ma voi di grazia perdonatemi se, vostro scolare, quale io mi protesto tuttavia, ardisco di darvi consigli; imperciocché lo zelo ch’io ho della vostra riputazione e lo amore de’ miei compatriotti è quel solo che mi obbliga a farlo. Laonde, s’io dirò male, scuserammi presso di voi la buona intenzione; e, s’io dico bene, godrete di veder germogliare a vostro profitto que’ semi della ragione, che voi medesimo, fino da’ miei primi anni, avete procurato di sparger nella mia mente.

Io passerò intanto al secondo di que’ due capi, che di sopra Brami proposto d’esaminare con esso voi, cioè a vedere se vero sia, come voi nel secondo Dialogo asserite, che, biasimando coloro che amano e studiano la lingua milanese, voi non abbiate biasimato eziandio i dotti della nostra patria.

Egli è certo che, nel comune uso di favellare, sotto al nome generale di dotti vanno anche coloro che oltre alle altre cognizioni sono specialmente dediti allo studio delle belle lettere; e, quando anche bastevolmente certo non fosse, né a voi né a me sarebbe utile cosa metter questo punto in quistione. Fra gl’innumerevoli soggetti[82] su cui versano le applicazioni degli uomini dotti, si è ancora lo studio delle lingue; ma, benché molti ancora de’ sommi filosofi si antichi come moderni abbiano atteso a questo genere di studii, sembra nondimeno che questa sia una particolare provincia di quella spezie di studiosi che singolarmente alle belle lettere sono rivolti, fra le quali si comprendono la gramatica, l’oratoria e la poesia. In qualsivoglia lingua o dialetto altri scriva, può egualmente occuparsi in ciascuna di queste tre arti; ed ove bene in alcuna di esse riesca, il pubblico giudica di dovergli meritatamente conferire il nome di dotto. Perciò molti grande fama si sono acquistati, così nelle universali lingue come ne’ particolari dialetti, chi ricercando le rimote origini de’ vocaboli, chi esaminando la relazione che l’una lingua ha coll’altra, chi quella che le lingue hanno col clima o col popolo ove si parlano, chi osservandone l’indole e il carattere, o, per dir più breve, la natura, chi dalla costanza dell’uso traendo leggi e regole ferme per iscrivere o parlar secondo l’uso medesimo, e chi in mille altre guise; per lasciar quegl’infiniti, che scritte hanno cose degne di lode, si oratorie come poetiche, non solo nelle lingue più universali, ma eziandio ne’ vari dialetti, o perduti o tuttora veglianti[83].

Sono adunque i dotti, che a questa sorta di studii si applicano generalmente; perciocché il volgo, non avendo il necessario corredo delle arti e delle scienze, male riuscirebbe in tale impresa, e né meno si sogna di applicarvisi. Coloro pertanto che procurano di nobilitare una lingua, che prendono a sostenerla e a difenderla, che oltre a ciò vi compongono in prosa o in versi, ordinariamente sono i dotti; perciocché la plebe non ha mezzi da poterla nobilitare; si contenta di amarla, ma non la sa difendere o sostenere, e infine ordinariamente non vi scrive né in verso né in prosa. Ma voi vi accorgete di già dove vada a battere il mio ragionamento, cioè a quel che voi avete detto nel primo vostro Dialogo in biasimo di coloro che prendonsi la cura di nobilitare la nostra lingua milanese, di que’ prodi difensori del nostro sgraziato parlare, di que’ sostenitori del proprio volgare, di que’ dotti «Varoni»[84] e sottili investigatori delle più ascose e riposte origini de’ vocaboli e de’ proverbii, di que’ poeti che scrivono nello stile più lepido del nostro paese, e finalmente di quelle «Meniche» e di que’ «Menichini» colà da voi nominati.

Voi avete già veduto che, parlando in genere, i dotti sono quelli che occupansi a nobilitare le lingue, a difenderle, ad investigarne le origini ed a scrivere in esse. Ora da ciò ne viene che, parlando voi nel primo Dialogo di coloro che in si fatti studii si occupano, non avete potuto parlar d’altri fuorché dei dotti; e, avendo voi coloro biasimati, altri conseguentemente non avete biasimato che i dotti medesimi.

Ma, per discendere più particolarmente a quelli della nostra patria, che per qualsivoglia lor fine applicansi a coltivare e porre in uso scrivendo la propria lingua, chi sono questi che il fanno? Ma prima sapete voi che ci sia alcuno in Milano che il faccia? ovvero non lo sapete? Se nol sapete, e perché ne parlate voi? E se il sapete pure, e di quali altri potete voi parlare, se non di que’ pochi che il fanno? i quali soli, per gli studii loro sopra la nostra lingua, son conosciuti nella città, soli son ricercati, de’ quali soli si veggono i nomi in fronte a’ componimenti milanesi, che soli si odono recitar pubblicamente in questa lingua, e de’ quali soli finalmente si veggono le opere manoscritte o stampate in lingua milanese. Ora costoro li chiamate voi dotti o non li chiamate? Dite pur liberamente: li tenete voi almeno per gente applicata alle belle lettere, o non li tenete? Li credete voi abili a rettamente giudicare e comporre in questa materia delle belle lettere o no? Tutto il mondo per certo fa loro quest’onore; e voi glielo fate? Se si, voi combattete con voi medesimo; se no, con tutto il mondo. Oltre a tutto questo, che rispondereste voi, se alcuno vi chiedesse chi sieno que’ «Varoni » di cui parlate, que’ poeti, que’ Menichini? In quanto a’ «Varoni», voi rispondete nel secondo Dialogo che intendete parlar di quello antico gramatico latino che chiamavasi Varrone, e che figuratamente appropriate il nome di lui a «coloro che pongono molto studio intorno alla ricerca delle parole e maniere di dire, che sono più in uso nel volgar nostro». Ma cotesta vostra dichiarazione serve anzi mirabilmente a vie meglio provare che nel primo Dialogo voi avete parlato de’ dotti; avvegnaché, essendo stato Varrone ottimo gramatico nella lingua latina, e voi trasportando figuratamente ad altri il nome di lui, mostra che voi parliate di persone che, agguagliandosi ad esso nello studio della lor lingua, si stimino da voi meritevoli di portarne anche il nome, e perciò li chiamiate a quella guisa che altri chiamerebbe monsignor della Casa il Cicerone toscano, o l’Ariosto l’italiano Omero.

Ma parmi di vedervi ora rider di me, perché con troppa dabbenaggine mostri di persuadermi che voi per lodare altrui vi siate servito del nome di quel celebre latino, quando, come vedesi chiaramente dal vostro Dialogo, lo avete anzi ironicamente usato per beffare e biasimare coloro che studiano la nostra lingua. Anzi voi medesimo lo spiegate nel secondo Dialogo dicendo che con esso nome avete voluto additar coloro che con molto studio ricercano le proprietà del linguaggio milanese. Questo è nondimeno quello ond’io veramente di sopra volea dire, comprovarsi vie meglio che voi sotto all’ironia de’ dotti Varoni intendeste di accennare quelli de’ nostri dotti milanesi che compongono nel nostro dialetto. Perciocché chi sono per vostra fede coloro che maggiore studio pongono nella ricerca delle parole e maniere di dire che sono più in uso nel volgar nostro? Questi altri non sono che quo’ soli conosciuti da tutta la città, i quali scrivono nella nostra lingua, i quali, come vi ho già dimostrato, a buona equità[85] debbono essere annoverati fra’ dotti; che di fatti tali sono reputati tra’ loro concittadini; e ch’io qui nominerei, se non fossi persuaso che voi medesimo li conoscete.

Anzi aggiugnete a ciò una sottigliezza, della quale io ho pure udito farsi qualche caso da alcuni che hanno letto i vostri due Dialoghi. Parlavasi tra essi di questi «Varoni» , da voi motteggiati nel primo Dialogo; quando uno di loro, quasi colle precise parole del vostro, sollecito disse agli altri: ‑ Non dite «i dotti Varroni» ché non così fu detto allora e poscia stampato; ma bensì «i dotti Varoni» con una sola erre. ‑ Deh vedete importante rilievo ‑ tosto replicaron gli altri; ‑ volete voi però caricare il povero autore anche de’ falli della stampa? Egli par bene che voi non troviate altro in quel libro da trattenere la vostra maldicenza, dappoiché voi fate si gran chiasso perché l’autore sievisi dimenticato di un’erre. ‑ Di grazia ‑ soggiunse l’altro, ‑ non mi condannate così presto: o, se voi volete pure armarvi in difesa di quello autore, ché non dite piuttosto che il suo libro è tutto quanto composto dallo stampatore? Ma voi, prima di avventarvi contro di me, dovete udire alcune altre mie riflessioni. L’autore scrisse adunque nel primo Dialogo «Varoni», non già «Varroni» con doppia erre; e in fine del secondo Dialogo, allorch’ei si pose a corregger gli errori ch’ei chiama della stampa, sfuggitigli nel primo, non emenda già egli questo, benché ad alcuni altri simili mancamenti d’una lettera supplisca in varie altre parole. Ora egli con ciò ha legittimato e dichiarato suo proprio questo errore. Ma non è già questo ciò che a me preme di dire; io voglio dire, anzi, ch’esso è stato fin dalla culla suo proprio legittimissimo c naturalissimo, quanto appunto si è lo averlo lui fatto a bella posta, avvertitamente e a mente sana. ‑ E come questo? ‑ soggiunge uno. ‑ Ben bisogna ch’egli avesse una voglia spasimata di granchi[86], perch’ei ne volesse pigliare a bella posta. ‑ A cui l’altro rispose: ‑ Sempliciotto che voi siete! Non iscrisse già egli per ignoranza « Varoni » a quel modo con una sola erre: egli anzi lo ha fatto per mera e pretta malizia, volendo con ciò alludere a quel nostro libro intitolato Varon milanes[87], e insieme a tutti coloro che, come l’autore di quel libro, si applicano allo studio della nostra lingua; e, come noi pronunciamo e scriviamo «Varon» con una sola erre, così egli egualmente lo ha scritto nel suo Dialogo. Avvertite di più che, citando egli nel secondo Dialogo quel medesimo passo ove parla de’ «Varoni» nel primo, non ha detto già più «Varoni», ma «Varroni» coll’erre doppia, e ciò perché più facilmente possa far credere ch’egli abbia alluso, non già al nostro Varon, ma al latino Varrone.

Queste, o gentilissimo Padre Branda, sono le sottigliezze ch’io ho udito dire in proposito de’ «Varoni»; le quali, benché in complesso colle altre cose possano aver qualche forza[88], ciò non ostante io non pretendo che vagliano più di quel che la vostra coscienza vi dice; si perché a me non piace di cercar nodi nel giunco[89]; come, principalmente, perché, anche senza di esse, rimane assai chiaro che voi, sotto al nome di «Varoni», accennaste quelli de’ nostri dotti che più amano la lingua milanese.

Venendo però a quel che voi abbiate inteso per quo’ poeti che scrivono nello stile più lepido del nostro paese, egli è per se stesso chiarissimo che voi avete voluto accennar quo’ medesimi pochi, da tutta la città conosciuti, i quali compongono versi nella nostra lingua, oltre a’ quali altri non ce ne ha di cui voi possiate parlare, e a’ quali noi abbiamo veduto non potersi da voi negare il nome di dotti.

Lo stesso si dee dire di quelle «Meniche» e di que’ «Menichini», sotto a’ quali nomi voi avete certo voluto punger coloro medesimi che si lodevolmente compongono in milanese, o sia, come noi ancora diciamo, in «Meneghin», e i quali da noi, qualunque ne sia la ragione, si chiamano «meneghini». Imperciocché a qual proposito, se non a questo, avreste voi parlato di «Meniche» e di «Menichini», sotto a’ quali nomi, fuor di Milano, altri non potrebbe più intendere quel che voi aveste accennato?

A me sembra adunque che da tutto ciò che noi abbiamo detto, prima in generale sopra coloro che cercano di nobilitare e difendere le loro lingue, e poscia singolarmente intorno a quelli che ciò fanno nella nostra lingua milanese, a me sembra, dissi, che altri non possa oggimai più dubitare che voi, nel vostro primo Dialogo, non abbiate ferito anche i dotti della nostra patria. Nondimeno, poiché nel secondo Dialogo protestate di averli chiaramente eccettuati dalle vostre riprensioni (benché tali proteste, come parmi di avervi già detto, non vagliano contra il fatto), io mi credo obbligato a sentire ogni vostra giustificazione.

Voi dite adunque nel secondo Dialogo, e lo andate replicando, che apertamente eccettuaste i dotti dal numero di coloro che dovean essere oggetti de’ vostri biasimi; e ne additate ancora i precisi luoghi ove il faceste: il primo de’ quali si è colà dove nel primo Dialogo parlaste dell’affettazione. Ma, a dir vero, parmi che voi prendiate un grosso abbaglio, immaginandovi che l’eccezione de’ dotti, che voi faceste a un proposito, debba servire anche a tutti gli altri. Conveniva riportare nel secondo Dialogo tutto intero il passo del primo, perché voi ed altri potesse vedere in quale circostanza voi abbiate veramente eccettuati i dotti: ma io supplirò per maggior chiarezza a ciò che voi avete lasciato. Alla diciottesima pagina adunque nel primo Dialogo, voi dite così, per bocca del Rifiorito: « Molto meno intenderete l’affettazione alla lombarda o sia alla milanese. Non parlo de’ dotti, de’ quali pur molti, la Dio mercé, abbiamo ». Voi adunque volete dire a un dipresso così : ‑ Molto meno intenderete ciò che i Lombardi o i Milanesi intendono per affettazione. Non parlo «già di ciò che intendano per affettazione i dotti lombardi o milanesi, ec.» ‑ e da questo si vede che l’eccezione, che voi qui fate de’ dotti, si ferma tra’ confini dell’affettazione, e non si stende per verun modo fuori di essi fino a tutte le altre cose che voi generalmente scriveste de’ Milanesi. E, siccome seguite a dire che non dei dotti parlate, «ma di coloro, che, non altra lingua sapendo che quella, sgraziata e goffa, che appresero dalla balia» ; così voi volete dire che è vostra intenzione di parlare solamente di ciò che costoro intendano per affettazione. Voi vi ristringete adunque, per ciascuna delle due parti, al solo particolare dell’affettazione; e non abbracciate, colla vostra eccezione dei dotti, tutto ciò che voi avete detto o potevate dire in biasimo de’ Milanesi.

Lo stesso appunto dee dirsi di ciò che voi ponete in bocca allo Ansioso[90], dove egli, seguitando il discorso dell’affettazione, dice: «Sono questi, per mio avviso, di coloro che per infingardaggine odiano egualmente tutte le lettere e le lingue più colte e nobili», ec.; perocché quivi ancora, secondo la serie del vostro ragionamento, intendete di eccettuare quel che pensino i dotti milanesi sopra l’affettazione, e di parlare unicamente di ciò che ne pensino coloro che per infingardaggine odiano egualmente tutte le lettere e le lingue più colte e nobili: il che più manifestamente appare da quanto lo stesso Ansioso prosegue a dire. Egli è perciò evidente che l’eccezione, che voi avete fatta de’ dotti sul proposito dell’affettazione, né dee né può cadere sopra tutti quegli altri passi del vostro primo Dialogo, in cui o dello studio parlate della nostra lingua milanese, o di coloro che la studiano o che compongono in essa. E quantunque poco dappoi voi facciate cadere il vostro discorso sopra la lingua milanese e coloro che la studiano; non per tanto, essendo questo troppo disparato dal vostro assunto, che è di parlare dell’affettazione, non può dirsi per verun conto che quel che avete detto eccettuando i dotti a proposito di essa, risponda punto o sia annesso a ciò che poco dappoi soggiugnete risguardante a chi studia la nostra lingua, e molto meno risponda a quel che ne dite in altri luoghi del vostro Dialogo affatto disgiunti.

Che se pure voi aveste pensato ad eccettuare i dotti in tutte quelle occasioni in cui vi fosse paruto di dover biasimare i Milanesi nel primo vostro Dialogo, sarebbe stato mestieri che fino dalla introduzione di esso aveste fatto questa protesta, dicendo che voi intendevate di eccettuare i dotti da tutto ciò che voi foste per dire intorno alle cose nostre; perciocché allora niuno avrebbe potuto riprendervi di averli biasimati, qualora il fatto non avesse contraddetto alle vostre proteste, come appunto accaderebbe nel presente caso.

Né più di tutte le accennate scuse vale a difendervi quella, che voi aggiugnete nel secondo Dialogo, cioè che voi abbiate salvato da ogni oltraggio i nostri dotti studiosi della lingua milanese con lo aver dette alla pagina diciannovesima queste parole: «Egli è però vero che gli uomini ancora più colti scherzano talvolta, e massime tra’ bicchieri[91]». Conviene rammentarvi ciò che immediatamente avanti a queste parole disse il Sollecito, e ciò che immediatamente dappoi soggiunse lo Accorto[92], per potervi convincere che la eccezione che voi aveste fatto de’ nostri dotti, in quel caso non potrebbe a nulla servire; anzi dovrebbe forse interpretarsi per una più agra[93] ingiuria e pungente ironia. Prima di venire alle parole di cui voi pretendete di valervi in vostra giustificazione, biasimò il Sollecito ironicamente, sotto al nome di dotti « Varoni », coloro che sostengono la nostra lingua, e con poco urbane[94] riflessioni di essi e della lor lingua si rise, certo men gentilmente che ad ingenuo [95] giovinetto non si conviene. Immediatamente dappoi lo Accorto fece assai peggio del suo compagno; e, ragionando di quelli che si prendono la cura di nobilitare il nostro parlar milanese, disse che, «siccome ogni pregio e vezzo e garbo di questa lingua consiste nel far ridere chi di motti grossolani ed alquanto sciocchi si diletta; così talora per diporto useranno il proprio linguaggio, e ne faranno versi per far ridere gli scioperati, e per ridere anch’essi della babbuassaggine[96] di chi sta loro ascoltando a bocca aperta». Il che verrebbe ad essere come se appunto voi aveste voluto dire che costoro, che procurano di nobilitar la nostra lingua, sieno così sciocchi e vili, che servansi d’una lingua non atta ad altro che a far ridere, ed oltre a ciò non isdegnino di trattenere le ignoranti e scioperate persone con isciocchi e grossolani motti; e finalmente, quel ch’è peggio d’ogni altra cosa e abbominevole ad ogni uomo letterato non solo, ma anche ad ogni buon cittadino, facciano se medesimi spettacolo ridicoloso a’ loro concittadini, e li solletichino con goffe buffonerie a scoprir negli applausi e nelle risa la loro ignoranza, per poscia ridersi e beffarsi di loro con un perverso solazzo e indegno di ogni onesta persona. Ora, essendo i dotti, come sopra dicemmo, coloro che soli sono atti a sostenere, a coltivare ed a nobilitare le proprie lingue, ed oltre a ciò faccendolo [sic] in Milano e della nostra lingua que’ soli pochi dotti coltivatori di essa, e conosciuti per tutta la città, che avreste voi fatto eccettuando questi uomini più colti « che scherzano talvolta, e massime[97] tra’ bicchieri»? Non altro certamente che o cadere nello stesso punto in una manifesta contraddizione o con un’affettata ed ironica ricerca aggiugnere oltraggi sopra oltraggi o finalmente dorar con quelle parole la pillola perché più facilmente altri la tranguggiasse [sic] e perché, avendo quelle scritte voi, le poteste a un bisogno produrre per una apparente giustificazione, come ora fate!

Ed eccomi giunto, senza accorgermi, alla fine del mio argomento, che era di dimostrarvi, come a me sembra di avere ottenuto, che male vi siete giustificato nel vostro Dialogo di ciascuna delle accuse che voi medesimo confessate essere state fatte contro del primo. Noi abbiamo veduto che voi avete biasimato nel primo Dialogo in generale le donne milanesi, e che perciò non giova che voi nel secondo protestiate di aver solo parlato delle plebee; e che, se anche di queste sole fatto lo aveste, meritereste biasimo e riprensione. Si è ancora provato che non della sola lingua del popolo, come dite nel secondo Dialogo, voi parlaste nel primo, ma della milanese senza riserva alcuna; e che egualmente male avreste fatto biasimando quella, solo, del popolo. Finalmente abbiamo conchiuso col dimostrare che voi non avete eccettuati i dotti studiosi della nostra lingua, allorché questa biasimaste insieme a coloro che la coltivano; ed abbiamo osservato, che male ancora avreste detto di eccettuarli, conciossiaché il fatto si opporrebbe alle vostre dichiarazioni. Ma perché le ragioni da me addotte in prova di tutto questo giungano a persuadervi, non solamente dovete contentarvi di esaminarle ad una ad una o sotto a’ particolari loro articoli[98]; ma prenderle dovete anche tutte in complesso, imperciocché tutte si appoggiano, si sostengono e si avvalorano vicendevolmente. Che se a queste voi vorrete aggiugnere l’esame del vostro cuore, finirete di chiarirvi che le supposte giustificazioni del vostro secondo Dialogo male si reggono, e che per avventura voi non potrete trovarne giammai di più solide e costanti in difesa del primo.

Ma poiché per ultimo noi ragionammo di que’ nostri letterati cittadini che attendono a coltivare la lingua, e massimamente la poesia milanese, permettetemi ch’io mi trattenga qualche poco ancora con voi a parlare di essi, non essendo quel ch’io sono per dire totalmente lontano dal mio assunto.

Avviene delle lingue quel che di tutte le mondane cose, cioè ch’esse non si rassomiglian giammai così perfettamente fra loro, che qualche differenza non ci corra; e questa differenza è ciò che chiamasi il carattere della tale o della tale altra lingua. Il carattere principale del nostro dialetto è, s’io mal non mi appongo[99], lo stesso che quello della nostra nazione; anzi è da questo originato.

Noi Milanesi siamo presso le altre nazioni distinti per la semplicità e per la schiettezza dello animo; e per quella nuda ed amorevole cordialità che è il più soave legame della società umana. Il qual pregio, quanto si accosta più alla purità del Sommo Essere, tanto più ne dee stimolare a serbarlo costantemente, quale ce lo hanno lasciato i nostri maggiori[100], senza che veruna cosa basti a corromperlo e farlo degenerar nel contrario.

Questa medesima schiettezza e semplicità, che i forestieri riconoscono come singolarmente propria della nostra nazione, è paruto di trovar nella nostra lingua milanese a coloro de’ nostri che posti sonosi ad esaminarne la natura. E, o sia che realmente i Milanesi non abbiano giammai appreso a favellare dall’arte, e non abbiano vocaboli o maniere di dire proprie a deludere[101] altrui, siccome quelli che non ne hanno i pensieri; o sia che gli osservatori del nostro dialetto abbian creduto di vedere in esso ciò ch’eglino stessi desideravano; certa cosa è che la nostra lingua è sembrata loro spezialmente inchinata ad esprimer le cose tali e quali sono, senza aver grande bisogno in qualunque argomento di sostenerla con tropi e traslati ed altre maniere artifiziose del dire, che nate sono, o dalla mancanza dell’espressioni proprie e naturali. o dall’arte di sorprendere il cuore ferendo l’immaginazione.

Chi più d’ogni altro ha riconosciuto quest’indole della nostra lingua e che lo ha dichiarato in più d’un luogo de’ suoi componimenti milanesi, è stato nel secolo antecedente l’immortale nostro Segretario Carlo Maria Maggi[102], il quale, avendola per ciò adoperata in varie opere morali ed istruttive, fece doler i forestieri del non poter essi intenderla bene. Egli, che, nella sua più fresca età, erasi acquistato tanto grido colle lettere greche, latine e toscane, non isdegnò, nella più grave e matura, di servirsi del nostro dialetto nelle migliori sue commedie, da lui scritte non tanto per proprio trattenimento, quanto per istruzione e per vantaggio grandissimo de’ suoi concittadini; e le quali meritarono d’essere dagli intendenti, non dirò agguagliate, ma eziandio preposte in qualche guisa alle più rinomate delle antiche. Anzi più giusta e costante gloria hanno acquistato al Maggi nella sua patria i componimenti milanesi, che non hanno fatto per tutta Italia le sue toscane poesie, siccome attestano gli autori che ne hanno scritto e giudicato, comunque voi infingiate di non saper queste cose nel secondo vostro Dialogo.

Vero è che, quantunque il Maggi abbia impiegato il nostro dialetto ne’ più serii e gravi insegnamenti della morale, egli lo ha nondimeno posto in bocca di persone volgari, nello stesso tempo che alle più colte facea parlare in toscano; e io non credo che si convenga alla schiettezza d’un Milanese il dissimularlo. Ma, lasciando ch’ei possa aver coperto sotto di ciò una gentile critica del nostro costume, egli è non pertanto certissimo ch’egli ha fatto dire, a queste persone volgari, cose onde le più civili si pregerebbono, e che colle loro piacevolezze, non mai fredde o impulite, ha mescolato gli ammaestramenti più serii ed importanti.

Sulle pedate[103] gloriose del Maggi hanno poscia seguito a scriver nella nostra lingua alcuni dotti e savii uomini, che sono morti di fresco, ed alcuni altri, che ora vivono, i quali mostrano di far grande conto del giudizio e della lode della lor patria, scrivendo nel proprio dialetto cose che non possono esser giudicate o lodate da altri meglio che da lei. Quindi è che noi abbiamo veduto in pochi anni la nostra lingua mostrarsi capace di tutte le vere e più solide bellezze della poesia. Bastivi di leggere le rime scritte in milanese dal virtuoso e dabbene sig. D. Girolamo Birago[104], per sincerarvi che non solamente il nostro linguaggio non è per se medesimo goffo e scipito, ma né meno per ciò che in esso si scrive. Il Meneghino alla Senarra di questo autore può dirsi una scuola della vera pietà e della più sana morale; e così ciascuno de’ componimenti ch’egli indirizza a’ suoi figliuoli, e quel bellissimo, fatto da lui ultimamente e intitolato Il testamento di Meneghino; ne’ quali tutti, oltre ad una fina e soave critica de’ costumi, ottimi insegnamenti si dànno, conditi con vivaci sali[105] e con urbane lepidezze. Ma che vi dirò io del sig. Domenico Balestrieri[106] e del sig. Carlantonio Tanzi[107]? il primo de’ quali, colla leggiadra e semplice naturalezza de’ suoi versi, insinuasi dolcemente nel cuore, e l’altro, colla robustezza de’ pensieri e delle immagini, mostra come trovar si possa in mezzo alla semplicità del milanese dialetto il fantastico e il sublime della poesia. Leggete di questo, oltre alle molte altre cose, il bellissimo sonetto ch’ei già stampò per una monacazione, in cui egli rappresenta alla candidata il punto della morte di lei, e, figurandosi d’esser seco nella cella, le dipinge si al vivo le circostanze in cui ella troverassi in quel di, che scuote ed agita l’animo di chiunque legge, e lo riempie d’un salutare orrore. Sul medesimo argomento della morte leggete i versi sciolti, ch’ei recitò questo anno passato nell’Accademia de’ Trasformati, ch’io mi rendo certo che voi non li potrete legger senza capriccio, tanto vive e patetiche sono le immagini onde quel componimento è ripieno. Per ciò che riguarda al sig. Balastrieri, qual cosa insieme più bella e pili tenera del suo Figliuol prodigo? Questa dolcissima allegoria della divina misericordia quasi direi che diventi più preziosa nella nostra lingua; imperciocché, richiedendo l’argomento una certa semplicità e un certo soave affetto, ch’io non saprei spiegare, sembra questa essere a ciò maravigliosamente adatta, o, per dir meglio, sembrano i Milanesi particolarmente atti a sentirlo e ad esprimerlo nel loro dialetto: senzaché l’autore ha saputo in quell’operetta raccogliere tutte quelle grazie e proprietà della nostra lingua che meglio servono a rappresentar sotto gli occhi la cosa, e ad eccitare la compassione e la gioia. Se voi volete una gentile critica de’ cattivi medici insieme e una novella foggia di lodare altrui con argute e spiritose piacevolezze, leggete il sonetto che è stampato fra le Rime milanesi di lui in lode del fu nostro dottor Palazzi; e se volete graziose, naturali e divote immagini, leggete quell’altro in lode dell’illustre nostro pittore Ferdinando Porta.

Questo è quel poco ch’io ho pur voluto dire, del molto che avrei potuto, in proposito di coloro che procurano di nobilitare il nostro volgar milanese. Il che io ho fatto a bella posta per avvertire i semplici, i quali credessero a ciò che voi diceste nel vostro primo Dialogo intorno alla nostra lingua e all’uso che si fa di essa. Così potesse quel vostro libro stimolare i dotti amatori del nostro dialetto a pubblicare tutte le bellissime opere loro, scritte in milanese per loro onesto solazzo, in mezzo alle più serie occupazioni e a’ più gravi studii, co’ quali procurano utilità ed onore alla loro patria ed a se medesimi. In tal guisa tornerebbono in vantaggio della lingua milanese i biasimi che le avete dati, e sarebbe noto a tutto il mondo ch’essa non solo non è atta a far ridere per se stessa, ma che tale ancora non la rendon coloro che l’adoperano scrivendo. Anzi acquisterebbono lode i nostri Milanesi, i quali hanno saputo volgere il loro dialetto e i loro versi in esso scritti a un si lodevole e vantaggioso fine, quanto si è quello di ammaestrare e di correggere i costumi della loro patria, servendosi, meglio che in tutte le altre lingue non si fa, della poesia.

Voi riprenderete forse come soverchio l’amore ch’io porto al mio paese, dicendo ch’esso mi fa parere i difetti grazie e le sconciature avvenentezze[108], siccome accennaste nel secondo Dialogo; ma voi il potete ben fare a vostra posta, che nondimeno io non mi torrò giammai dalla mia opinione, la quale non è punto diversa da quella de’ più saggi e giudiziosi uomini: e, se anche possibil fosse ch’io m’ingannassi in questo, mi sarà sempre dolce cosa l’ingannarmi giudicando a favore della mia patria nelle cose indifferenti e che non fanno torto veruno alle altre nazioni.

Ma ritornando a ciò ch’io dissi di sopra intorno a’ due vostri Dialoghi, io lusingomi che, se pur vi piacerà di onorarmi col rispondere alcuna cosa, voi il farete in quella guisa ch’io posso, e che voi medesimo dovete, richieder da voi. Lo scopo vostro adunque sarà solamente di ribatter le mie ragioni, e di avvalorar tanto le giustificazioni e le scuse da voi addotte nel secondo Dialogo in difesa del primo, che vagliano a resistere a tutto ciò che si possa dire contro di esse. Il che far voi dovete, si per non uscir della quistione, come per non moltiplicare i litigi, con disonore di amendue noi e senza veruna utilità del pubblico. La quale utilità tanto più dee premere a voi, come quello che già da tanti anni occupate la cattedra dell’eloquenza nelle nostre scuole, e che siete perciò tenuto singolarmente a scriver cose che sieno degne del posto che voi tenete e dell’espettazione che ne dee per conseguenza avere la patria vostra. Anzi ardisco di consigliarvi che voi, imitando i nostri Meneghini, in qualunque lingua nondimeno che a voi piaccia, rivolgiate l’ingegno a trattenere i vostri scolari con materie che sieno vantaggiose prima al loro cuore e poscia alla lor mente. Così apprenderanno essi che la verità debb’essere il fine a cui dee spezialmente tendere l’uomo di lettere; che la vera eloquenza non consiste già solo nelle parole e in quelle che si chiamano lascivie[109] del parlar toscano, ma assai più consiste nella robustezza delle ragioni e nella bellezza de’ pensieri; e finalmente che la prima scienza che insegnasi, e che conseguentemente si dee imparar nelle scuole, si è il buon costume, la sincerità e la moderazione. Ben odo rispondermi da voi ch’io sono più in caso di ricevere che di dare altrui consiglio; ma condonate [110] il tutto alla mia sincerità, ovvero, con utile ed onesta vendetta, consigliatemi voi altrettanto, ché cosi cresceranno a dismisura le obbligazioni ch’io ho verso di voi. Che dobbiamo noi altro fare a questo mondo, fuorché cercar d’illuminarci vicendevolmente? e perché ne concede il Cielo più lunghi di, se non perché noi apprendiamo a diventare ognora migliori? Vivete intanto felice: e permettetemi che, come sincero amico, vi abbracci, e, come scolare, vi baci ossequiosamente le mani.

 

Note

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[1]  - giugneremo: raggiungeremo.

[2]  - mai sempre: sempre.

[3]  - Bandiera ecc.: contro il padre A. M. Bandiera, autore di un opuscolo intitolato Dei pregiudizii delle umane lettere per argomenti apertissimi dimostrati spezialmente a buon indirizzo di chi le insegna (Venezia, 1755), il Parini e l’abate Pier Domenico Soresi, pubblicarono Due lettere intorno al libro intitolato «I pregiudizii delle umane lettere» (Milano, 1756); il Parini nella sua lettera difese lo stile e la lingua del Segneri che arbitrariamente il padre Bandiera aveva ripreso e emendato in taluni punti, in ottemperanza ad un pedantesco e restrittivo concetto di lingua toscana.

[4]  - soperchiarmi: strapazzarmi.

[5]  - rusticane: rozze, volgari.

[6]  - spregiudicati: privi di pregiudizi.

[7]  - riuscire: finire, concludere.

[8]  - saettare: colpire.

[9]  - idioti: illetterati.

[10]  - comparir fuora: dichiararvi apertamente aurora.

[11]  - Querelansi: Lamentano.

[12]  - anteponghiate: anteponiate.

[13]  - per diporto: per diletto.

[14]  - capi: punti, argomenti.

[15]  - dissimulate: cercate di attenuare.

[16]  - si avviluppi: divenga involuto, oscuro.

[17]  - sensibile: evidente.

[18]  - sensi: argomenti, pensieri.

[19]  - felice: fortunato e propizio.

[20]  - avvedimento: accortezza, intelligenza.

[21]  - commendazione: lode.

[22]  - dall’universale delle: fra tutte le..,

[23]  - alle loro spezie: ai casi particolari.

[24]  - Rifiorito: un interlocutore del dialogo del Branda.

[25]  - fanti: fantesche.

[26]  - è ... in rerum natura?: è realmente esistito?

[27]  - inferir: dedurre.

[28]  - ciuffole e berte e taccolate: ciance, bagatelle e bazzecole.

[29]  - qualità: condizione sociale.

[30]  - perciocché di questo predicato ecc.: perché la professione di albergatore potrebbe essere esercitata tanto da un uomo del popolo che da uno appartenente a una classe sociale più elevata.

[31]  - onesta: dabbene, benestante.

[32]  - Biliemme: voce arcaica che designava il popolino di Camaldoli.

[33]  - «donna» e «femmina»: donna designerebbe, secondo il Branda, la signora, e femmina la popolana.

[34]  - richiedere: esigere.

[35]  - si avvera: si verifica.

[36]  - partita: suddivisa.

[37]  - largo: liberale, generoso.

[38]  - comeché: benché.

[39]  - impotente: priva di mezzi.

[40]  - il precetto ecc.: è precetto evangelico; cfr. Matteo, c. V, v. 22.

[41]  - da senno: seriamente.

[42]  - notato: tacciato, accusato.

[43]  - per malizia: con intenzione maligna, cattiva.

[44]  - per cimento della: per mettere alla prova.

[45]  - vi si appone: vi si imputa.

[46]  - si tengono: passano.

[47]  - etrusche: toscane.

[48]  - umori: temperamenti, indoli.

[49]  - sentimento: parere.

[50]  - essendo egli sul: accingendosi a.

[51]  - di sempre... incespate: composte di cespi di monelle ecc.

[52]  - traspirare: trapelare.

[53]  - notabili: significative.

[54]  - la traccia: il filo.

[55]  - dicevole: decorosa, conveniente.

[56]  - implicare: coinvolgere.

[57]  - corpo: ente.

[58]  - corpi: associazioni.

[59]  - eccettuato: fatta eccezione per.

[60]  - pute di unto: puzza di grasso.

[61]  - adoperansi per ingentilire: si studiano di affinare.

[62]  - per mantenere il costume: per mantenere coerente il comportamento.

[63]  - interviene: accade.

[64]  - non accade: non vale la pena dì.

[65]  - parti: figli.

[66]  - lumi, avvenentezze: bellezze, avvenenza.

[67]  - rispettivamente: rispetto alla lingua toscana.

[68]  - ristringete: limitate.

[69]  - vocaboli... cosa: sinonimi.

[70]  - universalità: diffusione.

[71]  - accidentali: casuali, fortuite.

[72]  - in individuo: in particolare, specificatamente.

[73]  - querelerebbero: lamenterebbero.

[74]  - ricantazione: ritrattazione.

[75]  - cifera: gergo. (parlare in cifra: parlare in gergo)

[76]  - Casa: Giovanni della Casa 1505‑1556) autore del Galateo e di una raccolta di orazioni e lettere.

[77]  - un testo: cfr. Galateo, cap. XXII.

[78]  - in baia: in ischerzo.

[79]  - per avventura: forse.

[80]  - insinuassi: persuadessi allo.

[81]  - insinuazioni: esortazioni.

[82]  - soggetti: argomenti.

[83]  - veglianti: vivi.

[84]  - «Varoni»: sta per eruditi linguisti, secondo quanto il Branda affermò nel suo secondo dialogo, dal nome del grammatico latino Marco Terenzio Varrone 116‑27 a. C.), autore fra l’altro del trattato De lingua latina; il Parini invece, fece sua una diversa interpretazione dell’epiteto brandiano, proposta da taluni intervenuti nella polemica, per cui cfr. più avanti.

[85]  - equità: ragione, diritto.

[86]  - granchi: grossi errori.

[87]  - Varon milanes: allude ad un’opera del Seicento, Varon milanes de la lengua de Milan, di Giovanni Capis di Domodossola.

[88]  - forza: validità.

[89]  - cercar nodi nel giunco: sottilizzare troppo; cavillare.

[90]  - Ansioso: altro interlocutore del dialogo brandiano.

[91]  - tra’ bicchieri: a banchetto.

[92]  - Sollecito... Accorto: interlocutori del dialogo del Branda.

[93]  - agra: aspra.

[94]  - urbane: cortesi.

[95]  - ingenuo: nobile.

[96]  - babbuassaggine: dabbenaggine.

[97]  - massime: soprattutto.

[98]  - sotto a... articoli: ciascuna a suo luogo.

[99]  - s’io mal non mi appongo: se non mi inganno.

[100]  - maggiori: antenati.

[101]  - deludere: ingannare.

[102]  - Carlo Maria Maggi: poeta dialettale milanese (1630‑1699), segretario dell’Accademia dei Trasformati, creatore delle maschere di Meneghino e di donna Quinzia, per cui cfr. poesie varie, sonetto X, nota ai vv. 1‑4.

[103]  - pedate: orme.

[104]  - D. Girolamo Birago: scrittore (1691‑1773) di poemetti e commedie in dialetto milanese.

[105]  - sali: arguzie.

[106]  - Domenico Balestrieri: poeta dialettale milanese, detto il Meneghin, amico del Parini, che scrisse un sonetto in dialetto milanese per commemorare la sua morte.

[107]  - Carlantonio Tanzi: poeta milanese, amico di Parini, per il quale scrisse una prefazione al suo volume di poesie

[108]  - sconciature: turpitudini, volgarità, avvenentezze: bellezze.

[109]  - lascivie: lusinghe, bellezze.

[110]  - condonate: imputate e perdonate.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2006