Ermes Visconti

Idee elementari sulla poesia romantica

Edizione di riferimento:

Discussioni e polemiche sul Romanticismo (1816 – 1826) a cura di Egidio Bellorini  vol. primo Bari Gius. Laterza & figli tipografi-editori-librai,  1943 - XXI

– Ermes Visconti, Idee elementari sulla poesia romantica « Conciliatore », 19, 22, 26, 29 nov. e 3, 6 dic. 1818. 

 I.

Nozioni generali. 

 § I. – Se le discussioni pro e contro il romanticismo non fossero di moda che qui a Milano, gioverebbe forse lasciare che passi la moda. Ma anche al di là delle Alpi si parla del nuovo sistema  letterario, e si proseguirà a parlarne, perché serve a combattere molti errori inveterati, e presta occasione a moltissime osservazioni importanti sí alla teoria che alla pratica. 

È bensí vero che la sua utilitá viene in parte scemata dalla discordia di varie nozioni annesse alla frase poesia romantica da vari scrittori tedeschi; ma questo è un inconveniente che può togliersi.

La frase poesia romantica fu inventata in Germania per distinguere i caratteri propri dell'arte de' poeti moderni dalle qualitá esclusivamente spettanti ai classici antichi, affine di rivendicare le lodi dovute alle produzioni originali de' primi contro ai pedanti ammiratori de' copisti dell'antichita; ecco il punto di vista che dobbiamo fissare. Or dunque, giacché trattasi di analizzare l'originalitá degli scrittori moderni di Europa, bisognerá numerare tutte le cose dalle quali essa risulta; giacché trattasi di esaminare il genio nativo e le successive modificazioni naturali alla nostra letteratura poetica dal risorgimento della coltura fino al secolo decimonono, è d'uopo intraprendere un'investigazione compendiata sì, ma completa di tutto ciò che vi fu derivato in varie epoche dal cristianesimo, dai progressi della civilizzazione, e dai resti della vigorosa barbarie; contrapponendovi le ispirazioni spontanee, suggerite ai greci e ai romani dalla mitologia omerica e dai costumi loro propri. Senza ricorrere a sottigliezze metafisiche, che sogliono dar luogo a controversie ed a dubbi, basterá attenerci ad una veritá famigliare, cioè: che l'influenza delle opinioni ed eventi sociali sulle lettere non può consistere in altro che nel fornire soggetti da trattarsi, passioni e costumi da esprimersi, un dato ideale da imitarsi, una data specie di religione, superstizione o prodigi; o finalmente nel determinare gli ingegni a dare piuttosto una forma esteriore che un'altra ai componimenti [1]. Paragoniamo le due civilizzazioni seguendo questa traccia, e scopriremo con tutta chiarezza che cosa debba intendersi per poesia romantica e classica, segregando il classicismo degli antichi, originale ed ammirabile, dal classicismo dei moderni, che è un metodo scolastico da abbandonarsi quind'innanzi. Risulterá inoltre che moltissimi pensieri ed oggetti appartengono del pari ai due generi, e sono quindi materiali di poesia promiscua all'uno ed all'altro; e che viceversa molte fantasie ed invenzioni, essendo estranee tanto al modo di pensare de' greci e romani, quanto al modo di pensare degli europei richiamati agli studi dopo l'epoca delgl'invasori settentrionali, costituiscono un genere a parte, totalmente diverso, un genere che sarebbe assurditá e stravaganza, chi volesse coltivarlo fra noi. Sará chiarito per ultimo, che una medesima composizione può essere in parte romantica, in parte classica; e che il classicismo va concesso ai pittori, agli scultori ed ai compositori di balli.

Tutte le suddivisioni ora accennate formano una teoria non identica precisamente con veruna di quelle proposte dai critici oltramontani, ma tale però che può servire di centro alle varie definizioni ideate da loro, sempreché quelle definizioni si riguardino come osservazioni speciali indicanti diversi pregi e difetti, diverse modificazioni, rispettivamente caratteristiche a ciascuna delle due letterature. Riguardo poi ai consigli pratici che abbiamo enunciati, e che svilupperemo in seguito nell'atto stesso che si verranno spiegando le distinzioni teoriche, essi non sono altro che applicazioni rigorose di questa massima: i poeti devono esser uomini, cittadini e filantropi, non meri dotti, né retori; l'impulso pratico deve nascere dalle sensazioni della vita, e non dalle abitudini della scuola.

Ma prima di tutto sará bene accennare l'etimologia del nuovo vocabolo, che ha eccitato tanta collera in Italia ed in Francia. Fu suggerito ai tedeschi da gentilezza e sinceritá verso la patria nostra e verso le altre nazioni latine. La poesia romantica è uno dei più splendidi ornamenti della presente coltura, e la coltura cominciò a svilupparsi nelle provincie ove sorsero le cosí dette lingue romanze, o romane, formate dal miscuglio del latino cogl'idiomi del nord: fra le quali appunto l'italiano, la provenzale, e l'antico francese al di lá della Loira. A ciò vollero alludere gli inventori del nuovo vocabolo; chi ne è malcontento si lagna d'un atto cortese.

§ 2. - Basta che si stampino de' bei versi, poco importa se sono romantici o classici; i sistemi esclusivi sono sempre dannosi. Questo è un sapientissimo parere ripetuto da molti con aria di trionfo, e riguardato da moltissimi come la decisione inappellabile degli uomini spassionati e di garbo. Eppure somiglia proprio come due gocciole di acqua ad un altro sapientissimo parere, che potrebbe venire in capo ad un agente di campagna, nemico di sistemi esclusivi in agricoltura, il quale mandasse al conte Dandolo la seguente lettera:

Illustrissimo Sig. Conte,

Sappia V. S. che agli uomini di enno non importa niente affatto che il vino si fabbrichi coi vecchi metodi det fattori, oppure con quelli indicati nell' Enologia pubblicata da lei. Quello che preme, si è di bere del buon vino.

Però, in luogo di stampare libri per escludere un metodo e restituirvene un altro, parmi che V. S. dovrebbe occupar i dtempire le sue botti di vino eccellente; e lasciare che gli altri facciano altrettanto, seguendo ciascuno quella maniera che piú gli va a genio. Sono con profondo rispetto, ecc.

Risposta del Conte Dandolo.

Ho pubblicato l'Enologia appunto per moltiplicare in paese le brente di buon vino, tanto giustamente desiderato da lei. - E sappia che non è indifferente l'appigliarsi ai metodi antichi o a quelli scoperti da un'illuminata esperienza, e dalla chimica [2]. Nel fare il mio vino io seguo le regole che mi sono industriato d'insegnare agli altri, e posso accertarla che riesce migliore di quando le medesime vigne appartenevano ad altri coltivatori. Siccome poi io non sono padrone di tutta l'uva d'Italia, ho stimato opportuno presentare ai proprietari ed agli agenti una guida per ottenere i risultati ottenuti da me. Se non mi dánno retta, non è colpa mia. Ho il vantaggio, ecc.

Suppongasi che Dandolo non avesse viti, il suo libro sarebbe perciò meno utile? E se uno è incapace di comporre egli stesso de' versi, perché non ha sortito l'invidiabile prerogativa dell'estro, sará giusto impedirgli di fare quel poco che può, procurando di sradicare pregiudizi e confutare sofismi?

Il Conciliatore, Num. 23 Giovedì 19 di novembre 1818.

II

Definizione del classicismo, della poesia

promiscua al genere romantico ed al genere classico,

e di quella che è estranea all'uno ed all' altro.

§ l. Mitologia e storia antica. - Lo sanno anche i fanciulli che la mitologia di Omero e d'Ovidio è proprio esclusivamente del genere classico; ma il sapere che allorquando ci viene regalata di nuovo dai nostri contemporanei solitamente ci annoia, deve essere uno sforzo d' ingegno; il ricordarsi che ci ha annoiati piú e piú volte, deve essere uno sforzo di memoria, giacché tanti si ostinano a consigliare di riprodurla. Se nell'Iliade, nell'Eneide, in SofocIe e in Eschilo le azioni di Giove e i miracoli di Pallade si ascoltano con tutto diletto, ciò nasce da questo, che leggendo gli scritti d'un antico ci trasportiamo senza avvedercene verso i tempi antichi, partecipiamo in qualche grado alle disposizioni della gente per cui quell'antico scriveva.

Ciò che un uomo ha detto perché lo sentiva, perché corrispondeva alle idee, osservazioni e passioni della sua vita reale, desta infallibilmente la simpatia; lo spettacolo della natura umana è sempre interessante. Non cosí i classicisti del mille ottocento diciotto; essi non possono aver sentito quelle cose che si forzano d'esprimere; si vede il letterato e non l'uomo. Cessiamo adunque dall'impinguare il catalogo de' poemi e dei drammi fondati sui miracoli de' numi pagani, come la Semele di Schiller, e l'Urania di Manzoni; nelle invenzioni storiche non introduciamo piú gli dèi aboliti a regolare gli eventi, come nel Camillo del nostro esimio storico Botta, di cui è lecito notare un errore, quando soggiunge che il suo nome è giustamente celebrato in Europa ed in America. Non ricamino piú le canzonette e le odi di narrazioni, similitudini e immagini cavate dalla favola sul gusto del Savioli e del Chiabrera [3]. Se parlasi poi di certe allusioni momentanee, poco piú che frasi, queste non valgono la pena di occuparsene; cesseranno forse da sé, e se non cesseranno non importa un centesimo.

Ed i vocaboli venustá, marziale, grazia, prodotti vulcanici, prezzi mercuriali? Per questi non v' è la menoma difficoltá: chi li pronuncia non disotterra idoli; si serve del linguaggio volgare. Bisognerebbe essere pazzi per volere che si aboliscano, per volere un' innovazione tanto frivola e inutile: le persone cui parve di vederla consigliata da romantici non ebbero torto di chiamarli pazzi su un falso supposto.

Nemmeno è vietato d'esporre sulle scene e di raccontare le cerimonie degl'idolatri; sono veritá di fatto, sono storia, e niuno ha mai sognato di proscrivere la storia di qualsivoglia epoca, comunque non remotissima, non esclusa l'eroica, purché ne vengano separati i prodigi, il miracolo d'Aulide dalla spedizione a Troia, la discesa all'Erebo dalle azioni di Teseo. Gli avvenimenti della Grecia e di Roma sono patrimonio anche nostro, occasioni anche per noi di riflettere, occupazioni dell'immaginazione e del cuore. Che importa se un fatto accadde ieri o trenta ecoli fa? Appena è passato, esso fa parte dell'esperienza sociale, può essere germe e motivo d'entusiasmo a tutti i posteri, finché ne duri memoria. Beninteso sempre che i casi piú recenti ci commuovono piú al vivo, e che quindi i nostri teatri ed i nostri libri devono offrirci per lo piú vicende moderne, che sono ben altrimenti connesse coi beni e coi mali delle i tituzioni viventi, cogli attuali desideri e speranze delle azioni.

Ma se la scuola romantica non vieta di ricorrere alle rimembranze dell'antichitá, ingiunge però di rispettare il sapere politico de' nostri coetanei. Per quella gran ragione, che l'uomo è perfettibile, e che le scienze progrediscono, è naturale che noi, ammaestrati da Montesquieu e da Smith, da Necker e da Malthus, testimoni delle rivoluzioni d'America e di Francia, della recente potenza francese, della resistenza spagnuola e della lega tedesca, siamo in grado di giudicare gli Stati e le leggi con piú perspicacia e prudenza che non sapessero farlo i concittadini d'Alessandro e di Pericle, di Traiano e d'Augusto. Per esempio, in Grecia ed in Roma l'odio al nome regio fu passione dominante: Bruto e Cassio dovevano essere e furono nominati benefattori della patria e modelli d'eroismo. E noi non dubitiamo di considerarli come due ultra, perché distrussero un governo già organizzato, a fine di farne risorgere un altro non conforme ai bisogni del popolo romano; noi sappiamo che la forma repubblicana o monarchica deve essere mezzo e non fine de' legislatori, mezzo cioè di provvedere al ben pubblico secondo le circostanze. Ciò premesso, se uno adesso trascorresse a lodare l'uccisione di Cesare sulla traccia del Bruto secondo d'Alfieri, meriterebhe certamente assai biasimo, e scriverebbe da classicissta, perché opinerebbe sul merito di quella congiura colle idee antiquate de' popoli spenti. All'opposto, prevalendosi delle nozioni moderne per disapprovare l'imprudenza di quell'impresa, e compiangere il cieco zelo de' due assassini di buona fede, sarebbe romantico.

Se finalmente l'autore si limita al fatto ed agli errori sociali contemporanei al fatto, senza adottarli né opporvisi, il suo componimento non appartiene esclusivamente né all'uno, né all'altro de' due generi opposti, è comune ad entrambi: poesia promiscua.

§ 2. Imitazione delle usanze domestiche. - Quanto irragionevole sarebbe l'esclusione dei temi desunti da pubbliche imprese, altrettanto noioso e ridicolo è il riprodurre, in opere d'invenzione, le usanze domestiche dell'antichitá. Il peggiore fra tutti gli stravolgimenti di gusto imputabili al clasicismo fu senza dubbio la mania di rifare sui nostri teatri le cortigiane, i servi, o altri costumi di Terenzio o di Plauto.

Per buona ventura, certe commedie italiane di bella lingua non si leggono piú; non v' è timore che rinasca la moda di farne delle altre che vi rassomiglino; e qualora rinascesse, troverebbe un rimedio prontissimo nelle fischiate della platea.

§ 3. - Non contenti di quella specie di servilitá che va accattando oggetti e pensieri inopportuni allo stato presente dell'animo umano, i classicisti ne commendarono anche un'altra, relativa alle forme esteriori de' componimenti.

Emersero da essa varie inezie di prammatica letteraria, accettate da molti o da pochi; compilarne un elenco sarebbe troppo fastidio: ne citerò alcune a seconda della materia.

È una gran bella cosa, pensarono alcuni verseggiatori italiani, è una gran bella cosa il terminare le odi con una di gressione, a norma dei modelli d'Orazio dittatore d'ogni perfezione; non dimentichiamoci d'un artificio sì miracoloso: ed ubbidirono infatti al loro convincimento pedantesco con una buona fede che fa ridere, e con una monotonia che fa badigliare. Quasi che Orazio fosse andato anch'egli a cercare colla lanterna la duplicità di pensiero, invece di abbandonarsi ai risultati spontanei dello spirito inventivo; quasi che il merito di quel lirico insigne non dipendesse da tutt'altro che dall'avere finito con una digressione quando voleva.

Nel poema regolare e veramente degno del titolo di epico, statuirono molti altri, tutta la favola va perpetuamente riferita al protagonista, il quale deve primeggiare sempre direttamente o indirettamente: Enea è sempre il personaggio principale in Virgilio. Verissimo l'esempio di Virgilio; ma ne viene la conseguenza che giovi far lo stesso in tutte le circostanze possibili?

Epico vuol dire narrativo, e la storia somministra avvenimenti gravissimi e commoventissimi in cui diverse persone figurano successivamente al primo posto. Suppongasi che un valentuomo pigli a verseggiare la prima crociata, e non appagandosi d'un'epopea congegnata sempre coll'occhio alle massime dei dotti, voglia adornarla di tutte quelle bellezze di cui è suscettibile l'esposizione d'un sí grandioso fenomeno politico. Dovrebbe egli rinunciare ad esprimere le azioni di Pietro Eremita, uno de' piú singolari avvenimenti di cui si abbia memoria, il quale, senza ricchezze né potenza, colla sola autoritú del suo carattere, eccitò popolazioni e regni alla guerra santa, la preparò e secondò con una vita tra il paladino e il capo popolo, il fanatico ed il filantropo? [4] O sarebbe forse partito lodevole il rilegare le imprese di codesto promotore di rapine e di stragi, disinteressato egli e dotato di un cuore sdegnoso dell'ingiustizia, rilegarle in un episodio narrato a mezzo dell'opera, defraudando cosí i lettori di tutte quelle emozioni gradate ed eminentemente dilettevoli, le quali risultano dal seguire passo passo le origini, i primordi, le cagioni prossime, e poscia lo sviluppo ed il compimento d'una serie di fatti, giustamente riguardata per uno de' piú importanti prodigi del mondo morale? E tutto questo, per non avere due protagonisti, prima l'ammirabile Piero, poscia Goffredo? Chi, senza badare a prescrizioni sentenziate a testa fredda, trasfondesse ne' suoi canti tutto ciò che egli sente di veramente serio e sublime, meriterebbe forse di essere chiamato autore irregolare e mancante di perfezione artistica? Pedanterie.

Un altro capriccio de' retori non meno frivolo de' precedenti, ma divenuto di maggiore momento, atteso il numero de' suoi partigiani, l'ostinazione con cui viene sostenuto, ed i danni che ha recato all'arte drammatica, si è la celebre dottrina sull'unitá di tempo e di luogo. Venne promulgata, come legge assoluta, in Italia ed in Francia, perché l'unitá di tempo e di luogo fu erroneamente creduta necessaria all'illusione teatrale, perché si è creduto di leggerne il precetto in Aristotile, e trovarne l'esempio in Euripide e in SofocIe. Eppure era facile vedere che Aristotile non la comanda, che i greci non se ne fecero mai una regola; e se non si estesero a tutta quella varietá di tempo e di luoghi di cui seppero giovarsi lo Shakespeare, lo Schiller e il Goethe, ne fu causa la costruzione e decorazione de' loro teatri differentissimi dai nostri, la semplicitá degli argomenti che potevano svolgersi acconciamente limitando l'azione alla durata di poche ore. Gl'inglesi ed i tedeschi hanno dimostrato colle ragioni e coi fatti che la legge a cui ebbero la degnazione di sottoporsi il Racine, il Voltaire, e l'Alfieri, è pregiudicievole e sofistica: laonde è sperabile che in breve sará abolita dappertutto, e riconosciuta per falsa da tutti quelli che non chiudono gli occhi per paura di mirare la veritá.

§ 4. Poesia promiscua al genere romantico ed al genere classico. - Oltre la storia antica, sono comuni ad entrambe le scuole le passioni primitive dell'animo, quelle che generalmente parlando si manifestano in qualsivoglia condizione dell'umanitá. - In ogni luogo si piange di compassione, si freme d'ira e d'invidia, le madri amano i loro bambini, si ammira la beneficenza, si detesta il tradimento e la viltá. Il lutto d'Andromaca, la gelosia di Turno sono affezioni universali e perpetue.

Similmente la descrizione del mondo inanimato è fondo promiscuo agli scrittori d'ogni tempo; non dico le Naiadi e le Oreadi e il freddo talamo di Titone, dico i fiumi, le montagne e l'aurora percepite dai sensi. Va eccettuato l'aspetto delle regioni occulte all'antichitá, massimamente l'America, feconda d'animali e di vegetali sconosciuti al vecchio emisfero: cose senza dubbio romantiche, anche per la circostanza che qualunque sensazione nuova ed insolita contribuisce a modificare lo spirito. Thomson non è romantico per le pitture che egli fa generalmente della pioggia o de' fiori; lo è per le sue descrizioni del Rio della Plata e del fiume delle Amazzoni, per vari episodi, e per le idee sentimentali, morali e politiche, le quali predominano nelle sue contemplazioni.

§ 5. Poesie né romantiche né classiche né promiscue. - Chi riferisce come vera religione il culto del Sole, adorato dai peruviani, in quale famiglia di poeti dovrebbe essere collocato? Non fra i romantici, perché i cristiani non credono alle superstizioni del Perú; non fra i classicisti, perché la notizia di tali errori non ci è venuta dalla Grecia e da Roma. Vi sono adunque molte opere estranee assolutamente all'uno e all'altro tema: fra le quali si annoverano i poemi attribuiti ad Ossian, la Sakontala dramma indiano, quella parte dei poemi dell'Edda che tratta di mitologie settentrionali, ecc.

Tale sarebbe qualunque invenzione ove si celebrassero seriamente gl'idoli dell'Africa o le menzogne de' bonzi. Cose tutto affatto straniere a noi pel loro carattere ed origine. Chi volesse proporsele per guida si accuserebbe di poco cervello.

Non hanno grazia, se non quando vengono dal paese loro natio; ma allora chi le sprezza ha torto davvero, palesa un ingegno municipale, un gusto ligio dell'abitudine.

§ 6. Conclusione. - La poesia classica veniva ispirata agli antichi da entusiasmo originale; può chiamarsi classicismo originale: ne' moderni è un artificio scolastico, e si potrebbe distinguerlo col nome di classicismo irragionevole. Anzi, per fissare ancor piú la differenza, serberemo il titolo di classici a' greci e romani, e qualificheremo i moderni con quello di classicisti.

Una poesia è classica (originale o irragionevole) quando l'autore si vale della mitologia nei modi giá spiegati; quando in opere d'invenzione introduce le usanze domestiche di Grecia o di Roma; quando osserva e giudica la storia con pregiudizi propri dei romani o dei greci.

La semplice rappresentazione della storia antica, la descrizione del mondo fisico (salvo che si tratti di paesi occulti all'antichitá), la pittura delle primitive passioni dell'uomo non ispettano esclusivamente né ai romantici, né ai classici, né ai classicisti; sono comuni a tutti, poesia promiscua.

Introducendosi ne' temi storici idee e pareri di data moderna, si dà luogo a componimenti romantici.

Le superstizioni di Ossian, degl'indiani, ecc., rappresentandole come veritá producono poesie locali, estranee a tutti i generi finora enumerati.

Riguardo alla tessitura de' componimenti, il classicismo originale non ne ha alcuna eclusivamente propria a lui, eccetto quella del dramma greco, ove i cori venivano calcolati sulle abitudini repubblicane dell'uditorio. Fu imitata, ma non parmi che si possa rinnovellarne l'intero carattere, l'ideale e la naturalezza.

Le unitá di tempo e di luogo non erano riguardate come regola dai classici; il far voto di osservarle è classicismo irragionevole e nascente in origine da un falso supposto. Lo è pure la imitazione servile di altre forme estrinseche, usate liberamente dagli antichi, secondo l'opportunitá.

Il Conciliatore Num. 24 Domenica 22 di novembre 1818.

III

Definizione della poesia romantica.

§ I. Medio evo e storia moderna. - Le memorie de' popoli antichi possono servire di tema anche oggidí, perché fanno parte dell'esperienza del passato: il medio evo e la storia moderna appartengono a noi soli, ed a quelli tra i nostri predecessori che ne ebbero notizia. Saranno dunque argomenti romantici il feudalismo, le avventure cavalleresche de' normanni e d'altri popoli, le crociate, e generalmente le guerre di religione, gli atroci supplizi del santo uffizio; il passaggio del Capo, e le guerre de' portoghesi, olandesi ed inglesi nelle Indie orientali, la conquista dell'America, le navigazioni intorno al globo, la vita de' selvaggi, la schiavitù dei negri nelle colonie, e degli europei sulle coste della Barbaria; i governi ecclesiastici di Roma e del Paraguai, la teocrazia di Maometto, e la passeggiera civilizzazione di tante provincie sotto ai califfi, le conquiste de' turchi; l'eroismo e l'accortezza mercantile delle cittá libere d'Italia, il contegno d'esse verso gl'imperatori di Germania, l'origine, floridezza e decadenza di varie repubbliche grandi; la resistenza degli vizzeri, le innovazioni di Pietro il grande, l'insurrezione delle colonie d'America, ecc., senza contare la rivoluzione di Francia, le susseguenti conquiste, l'opposizione magnanima degli spagnuoli, l'imprudenza e sciagure delle cortes, i sistemi liberali, e ciò che si sta maturando in America. Argomenti che prestano tinte variatissime alle combinazioni dell'immaginativa, virtú e vizi, insipienza ed errori e scoperte senza numero; e mostrano i progressivi sviluppamenti sí dell' intelletto umano, come dell'ordine prescritto dalla natura alle societá. Si ha innanzi lo spettacolo di tutti i climi della terra, i progressi civili del feudalesimo militare e teocratico fino alle costituzioni recenti, le forme di governo, cominciando dalle democrazie prette, cioè senza schiavi, fino al dispotismo assoluto, le arti politiche, dall'esistenza isolata delle tribú selvagge fino alla lega sacra. Paragonare questa immensa suppellettile di fatti con quella di cui avrebbro potuto valersi Lucano e Virgilio è un mettere in confronto l'oceano atlantico col lago di Como.

§ 2. Religione cristiana, superstizioni popolari, fate e geni dell'Asia. - La fede cristiana rivela un concetto della divinitá sublime, magnifico, e santo; la teocrazia degli ebrei ci dipinge l'Ente Creatore in relazione intima con tutte le norme esteriori d'uno stato; la Redenzione svela un tipo di perfezione celeste e di misteriosa giustizia.

I dogmi d'un avvenire eterno ed inevitabile, o immensamente tormentoso, s'impadroniscono de' due gran momenti dell'uomo, la speranza e il timore; la rivelazione del purgatorio perpetua oltre il sepolcro le rimembranze del sangue, dell'amicizia, e della caritá universale, non solo rinforzando l'affetto, ma eziandio portandolo all'attivitá delle preci e della compassione divota.

Ma i popoli idioti aggiunsero sempre alle dottrine religiose qualche superstiziosa credenza, desumendola da inganni triviali e da grossolane apparenze. Però le antiche favole settentrionali sulle streghe, terribili messaggere e strumenti di tristissime deitá, non cessarono coll'idolatria, subirono soltanto una metamorfosi per adattarsi all'insieme del nuovo culto. In progresso i crociati reduci dalla Palestina diffusero nelle loro patrie le bizzarre invenzioni degli orientali, cioè i geni e le fate che creano in un attimo palagi rilucenti di gemme e giardini ridenti d'ogni delizia; voluttá che gli spagnuoli appresero d'altronde, mediante gli arabi loro conquistatori, e furono quindi propagate piú e piú sul continente d'Europa. Cosí si ebbe un maraviglioso di doppia origine e doppio carattere, in parte creato dalla mollezza degli asiatici commercianti e ricchissimi, in parte dalla rozzezza, austeritá, ed audacia de' robusti abitatori di foreste in regioni povere ed agghacciate: cosí si ebbero i magnifici incantesimi dell' Ariosto, e le streghe di Macbeth.

Fra le superstizioni del volgo ve n' è una forse universale e perpetua, modificata bensí ed alterata in mille maniere; ed è l'opinione toccante l'apparizione degli spettri de' morti, la quale domina tuttavia nelle nostre campagne, né è pienamente rigettata dalla plebe delle nostre cittá: e pur troppo viene qualche volta istillata persino ai fanciulli delle classi piú agiate.

§ 3. Eroismo cavalleresco. - Se i piú vaghi capricci sulla potenza delle fate seducenti e benevole si devono riguardare come cose imparate dall'Asia, l'eroismo cavalleresco fu all'incontro un ideale di natura umana, concepito dagli europei del medio evo, ed ispirato dalla condizione politica, dalle tendenze religiose e dagli avvenimenti nazionali. In vari antichi romanzi che lodano i campioni d'Artú, lo spirito cavalleresco è ruvido ancora; valore e forza, amori anche, ma poca delicatezza di sentimenti.

Probabilmente fu suggerito ai normanni dalle imprese de' loro connazionali, maravigliose per ardimento e per successi quasi incredibili: è un ideale nascente in gran parte da una pretta ammirazione della potenza, da un egoismo che riconosce perfezione individuale soltanto nelle cose atte a procacciare vantaggi positivi all'individuo. Uno degli eroi commendati nel romanzo di Lancilotto rassomiglia a Diomede ed Ulisse; la perfidia per lui non è un vizio turpe ed infame. Vennero in seguito la storia d'Amadigi e le tante imitazioni di essa, arricchite dalla vivacitá degli spagnuoli; le peregrinazioni ed avventure molteplici degl'immaginati paladini di Carlo Magno: due classi di novelle brillanti, cui si allude per l'ordinario quando si fa menzione dell'eroismo de' cavalieri. Ivi si vede spiegato quell' ideale di natura umana, che germogliò dalle circostanze e dai bisogni dominanti per vari secoli precorsi alla splendida civiltá moderna. Poiché, in mezzo alla confusione feudale, né magistrati né leggi assicuravano gl'individui, come adesso; i forti, i perfetti desiderati dagl' individui d'allora furono eroi volontariamente consacrati alla difesa de' deboli, ed alla salvezza degli oppressi. Nè l'impulso ad agire poteva collocarsi in un patriottismo liberale, o nel rispetto alle leggi tanto arbitrarie, inefficaci o parziali; fu derivato dall'onore; dal puntiglio a cui non isdegnano ubbidire né i baroni, né i re. Ma il puntiglio d'onore, per non essere in contraddizione coll'opinione e con se stesso, forza era che comandasse le virtu piú lodate dal mondo coetaneo, reali o apparenti; però fra i doveri dell'eroe, oltre la magnanimitá e il coraggio nell'affrontare i pericoli affine di sottrarre le donne e gl'inermi alla violenza degli uomini ingiusti, si contava lo zelo per la religione, ed il fanatismo attivo nel vendicarne gli oltraggi e propagarne l'impero colla forza. E siccome l'amore è una passione che si frammischia a tutta la vita, fu nobilitato anche l'amore: concorrendovi il carattere de' settentrionali, rispettosi verso il sesso femminile, le bollenti passioni del mezzodí, il misticismo e forse la sensibilitá degli arabi; dai quali elementi provenne un composto di brame ardenti e di modestia, di trasporti e di estasi pirituali, un culto della bellezza.

Del resto è qualita eterna de' popoli incolti lo stimare eccessivamente la robustezza del corpo: ecco l'origine delle forze prodigiose attribuite dall'Ariosto a Rodomonte e ad Orlando, sull'esempio de' romanzieri anteriori.

Il cervello de' primitivi romanzieri era pieno delle fanfaluche della magia; si credeva agli amuleti ed alle virtú insite nelle reliquie de' santi; i miracoli inventati, i benefici delle fate cortesi, l'astio delle malefiche avvezzavano le menti a figurarsi mille punti di contatto fra gli uomini e gli enti invisibili: ecco l'occasione di fantasticare armi incantate e corpi invulnerabili. È principalmente per le cose assolutamente necessarie, e per quelle sommamente pregiate, che i superstiziosi invocano e suppongono assistenze soprannaturali: così i contadini si fingono tanto facilmente miracoli di pioggia o sereno, le donnicciuole della cittá si persuadono che le anime del purgatorio discendano ne' sogni a predire i terni del lotto.

§ 4. - Quegli stessi motivi, che proscrivono la mitologia, comandano pure d'astenersi, dal ridire avventure immaginarie di paladini, fate negromanti, isole e palagi incantati. Sono follie giá anch'esse antiquate, e l'ideale cavalleresco non è piú quello a cui si volge la brama de' nostri illuminati pensieri. Bensí è vero che, avendo influito sulle virtú e sui traviamenti, che parvero virtú a lunghissime generazioni, né essendo men vero che qualche vestigio se ne è serbato fino ai nostri giorni, si potrá ritoccarne qualche tratto poetando di Goffredo, o del Cid, o anche di Francesco I, del conte d'Egmont e del cavaliere di Bayard, e di somiglianti personaggi sì del medio evo come de' tempi moderni. E finalmente il brio cavalleresco risplenderebbe d'una grazia assolutamente nuova ne' volontari francesi al campo di Washington portativi dall'amore d'idee liberali. Ma Orlando e Ruggiero, Sacripante ed Astolfo, contentiamoci di contemplarli nelle invenzioni che uscirono spontanee in un'eta che le voleva, perché era proporzionata o desiderosa per abitudini di una tale specie di bello [5].

Riguardo alle apparizioni de' morti ed altre illusioni terribili, non può negarsi che molte vengano consacrate da credenze locali: la fandonia del Cacciatore feroce è un articolo di fede per migliaia di contadini ed artigiani tedeschi. Potrà adunque un poeta valersene? Non sarebbero certamente da trascurarsi, se si dovesse avere principalmente di mira gli applausi; il Cacciatore feroce del Bürger fu lodatissimo (se non altrove) per tutta la Germania. Ma il poeta è tenuto di rinunciare a tutto ciò che avvilisce l'arte, piegandola ad adulare e perpetuare l'insipienza. Lo copo estetico dei versi conviene subordinarlo allo scopo eminente di tutti gli studi, il perfezionamento dell'umanitá, il bene pubblico ed il bene privato.

§ 5. Amore romantico. - Da' provenzali fino a noi, il sentimento dell'amore si è sviluppato con piú efficacia, che non in Grecia e in Roma; si è ingentilito e pervertito anche con indefinibili modificazioni di corruttcla e gradi di vizio. La condizione delle donne nella ocieta moderna è ben diversa dallo starsene chiuse nel gineceo; l'abolizione della schiavitu ha rese le femmine piú riguardate nelle famiglie, per analogia di ragione civile. Che se la sorte loro influisce essenzialmente su tutta la cultura, molto piú dovra influire su di una passione di cui esse stesse sono l'oggetto, che le fa arbitre delle conversazioni e non di rado potenti nelle corti dei principi.

La venerazione tributata alle donne da' popoli settentrionali, il misticismo degli asiatici ecc. crearono il culto della bellezza, le prodigiose costanze, ed i sacrifici veri o finti.

Esaltazioni a cui contribui persino il genio contemplativo del cristianesimo, nel tempo stesso che la religione metteya in cuore il turbamento e i rimorsi.

Incessanti vicende di trasporti e di pentimento, d'abbandono e di resistenza costituiscono uno dei pregi piú caratteristici del nostro Petrarca.

I trovatori, soliti a disputare nelle corti d'amore sulla felicita e i guai, gli obblighi e la gloria degli amanti, quasi come gli scolastici discussero sui libri d'Aristotele, avvezzarono gl'intelletti ad analizzare la tenerezza, la costanza, il disinteresse, le speranze; e quando l'ideologia ebbe fatti quei progressi che ognuno sa circa ai tempi di Cartesio e dopo di lui, i poeti studiarono con acume piú quisito infinite emozioni sfuggevoli, infinite relazioni e varietá. Difatti nei nostri costumi lussureggianti e gentili, l'amore si era trasformato e continuava a trasformarsi in mille guise, se non sempre nella realtá dell'affetto, almeno nella immaginazione e nelle finzioni: è uno stato che ci occupa quasi tutti, e per anni.

Quindi il sentimentalismo, la galanteria, l'amor coniugale combinato con l'eguaglianza quasi perfetta dei coniugi, le esagerazioni e le veritá profonde dei romanzi recenti; insomma il bene ed il male di questa passione immensa, e fra i vizi anche quelli che sembrano procedere da principi virtuosi nell'atto stesso che offendono la moralitá.

Chi ama ardentemente reputa beatitudine il venir riamato; idolatrando le donne si concepisce una stima eccessiva dei loro pregi; ma gli encomi oltre misura fanno risaltare i difetti all'occhio dei disingannati e dei malcontenti; però da molti si corre all'estremo contrario: fabbricano proverbi per deprimere il sesso gentile, continuando per altro a recarsi ad onore il piacergli. Cosí la gloria d'amante irreprensibile si trasmuta nella vanitá di riuscire un vagheggiatore fortunato; ed il vanto donnesco d'ispirare e sentire un affetto esclusivo degenera nella brama di vedersi predilette da molti e saper far senza di ciascuno. Era impossibile che gli antichi descrivessero uno in cento dei tanti accidenti descritti dalla poesia lirica, epica e drammatica dei romantici. La Delfina di madame de Staël sarebbe parsa un libro d'enimmi, le Liaisons dangereuses una satira capricciosa di vizi forse impossibili.

§ 6. Contrasti della passione col dovere. Rimorsi. - Tutte le passioni vennero divinizzate dai greci, il cristianesimo le raffrena; per conseguenza il caso di contrasti fra la volontá e la coscienza è ben piú frequente nella nostra vita che non fosse ad essi nella loro. Quando gli antichi ideavano una situazione in cui l'affetto si opponesse ai doveri, esponevano il combattimento interiore dell'animo piú succintamente e piú superficialmente dei moderni; era uno stato a cui erano meno abituati di noi; avendone minore esperienza, lo conoscevano meno. Si confronti la Fedra di Euripide con quella di Racine, Didone e Medea con Zaira e Delfina.

Noi non ammettiamo il fato de' greci, né che un uomo possa essere punito dal cielo per falli involontari, come Edipo. Prescindendo dal dogma del peccato originale, che è un mistero, la nostra fede non riconosce colpa senza volontá; ma fra le colpe annovera il menomo desiderio immorale, acconsentito anche per un momento. Da un canto ci si prescrive una perfezione piú sublime della comandata ai gentili, dall'altro le consolazioni della probitá sono dichiarate in nostro potere, perdendosi l'innocenza solamente quando si vuol perderla. Però il senso de’ rimorsi è divenuto piú pretto, perché coincide sempre col principio inestinguibile della moralitá, il quale presuppone intenzione e scelta; è divenuto piú potente, perché l'orrore d'un delitto commesso cresce a misura che ci stimiamo obbligati ad una condotta piú innocente e piú pura. - In tutta l'antichitá non si trova una scena paragonabile a quella di lady Macbeth sonnambula.

Sarebbe facile oggiungere l'analisi di moltissimi altri somiglianti fenomeni .

§ 7. Due tendenze primitive dell'animo. - L'animo umano ubbidisce a due opposte tendenze. Una lo costringe a rientrare in se stesso, a meditare sulla propria origine e sulle cause prime del mondo, a figurarsi situazioni e cose essenzialmente differenti da tutto quello che la esperienza presenta; potrebbe nominarsi la tendenza contemplativa; l'altra lo sospinge a gustare passivamente le sensazioni grate, a giovarsi delle cose esteriori, sia per possederle, sia per modificarle coll'ingegno meccanico; potrebbe nominarsi la tendenza sensuale, la tendenza pratica. Dalla prima sono emanate le scienze trascendenti, cioè le controversie filosofiche sull'immortalitá dell'anima, la vita avvenire, gli enti invisibili, la virtú perfetta, il sommo bene; arcani a cui pensano qualche volta anche quelli che non vi credono.

La seconda ha prodotto la fisica sperimentale, la medicina, i mestieri e i raffinamenti del lusso.

La poesia poi, siccome arte che ha per iscopo tutto l'uomo, rappresenta passioni e soggetti analoghi ora alla prima ed ora alla seconda tendenza. La riprovevole felicità d'Anacreonte, certe opinioni dominanti in Omero intorno ai beni ed ai mali della vita, corrispondono alla seconda; eccone un esempio fra molti. Ulisse, favellando coll'ombra di Achille, gli attesta che il suo nome viveva nella memoria de' greci, ed Achille risponde: Vorrei piuttosto essere un contadino, e guadagnarmi il vitto ai servigi d'un altro povero, che non regnare su tutti i morti giú, nell’Erebo.

Sfoghi della prima tendenza sono le estasi e i terrori del Petrarca, l'entusiasmo di Klopstock, l'idea dell'uomo innocente concepita da Milton, gli amori e le amicizie eroiche dell' Ariosto.

Esaminando la letteratura romantica e la classica, risulta che i lavori della prima furono ispirati dalla tendenza contemplativa, piú efficacemente e piú spesso che non quelli dell'altra: e cosí doveva accadere, specialmente fra i popoli del Nord. I popoli del Nord, quando non sono stupidi, riescono necessariamente inclinati alla vita interiore delle riflessioni. Costretti dal freddo a star rinchiusi, passano molto tempo senza percorrere oggetti variati, e senza la dilettevole alacritá del convivere a cielo scoperto; diventano malinconici ed inclinati alla meditazione; riescono scrutatori pazienti ed entusiasti di tutto ciò che non cade sotto ai sensi. All'uomo non stupido è necessaria la ginnastica del corpo o quella dell'animo. I greci passavano la vita in un felicissimo clima; dimoravano all'aria aperta tutto l'anno, erano piú atleti e quindi piú contenti della loro sorte. - Ciò spiega per incidenza un fenomeno curioso. La tendenza contemplativa ricomparisce nelle poesie indiane; fra le altre, nel famoso dramma la Sakontala s'incontrano molte delicatezze che sembrano ideate da un ingegno tedesco. Ora il caldo eccessivo deve sortire effetti, fino ad un certo punto, consimili a quelli del freddo eccessivo: in Germania ci vogliono le stufe, la birra e le bevande calde; in riva al Gange l'ombra degli alberi, i bagni e le frutta; ma in ambedue i paesi si è obbligati lungo tempo a vita sedentaria.

§ 8. Conclusione. - Alla poesia romantica appartengono tutti i soggetti ricavati dalla storia moderna o dal medio evo: le immagini, riflessioni e racconti desunti dal cristianesimo, dalle superstizioni delle plebi cristiane o dei monaci o dall'ignoranza, dalle favole delle fate e geni degli asiatici, introdotte nei romanzi e naturalizzate in Europa; l'ideale cavalleresco; e generalmente tutte quelle opinioni, e tutti quei gradi e tinte di passioni che non si svilupparono negli animi de' greci e romani.

Non tutto ciò che è romantico può essere convenientemente ricantato al presente; il poeta stia a livello dei suoi coetanei. Washington e i membri delle cortes sono gli eroi che fanno al caso nostro, non piú Sacripante o Amadigi: la religione può prestarci occasione di sfoggiare nel maraviglioso; ma essa sola, non il mago Atlante o l'incantatore Merlino.

È maniera romantica l'emanciparsi, ogniqualvolta l'azione il richieda, dalle unita drammatiche di tempo e di luogo, e sprezzare insomma qualunque prescrizione arbitraria dei retori sulle forme dei componimenti; in opposizione ai classici, i quali ne venerano alcune come Alcorano, ed altre ne stimano come specifici contro il supposto contagio del gusto licenzioso e corrotto.

Per ultimo, non può dubitarsi che la qualitá dei soggetti e la natura degli animi moderni non abbiano (generalmente parlando) introdotto nei lavori, specialmente nei drammatici, una varietá d'incidenti ed una complicatezza d'insieme non praticata dagli antichi; senza però chiudere al romanticismo la via d'una semplicitá somma, ogniqualvolta l'argomento il richieda e comporti; basti in prova la Luigia di Voss.

Num. 25 Giovedì 26 di novembre 1818.

IV

Una composizione può essere in parte romantica ed in parte classicista.

§ I. - L'Alzira, la Zaira e il Tancredi, l'Atalia, il Saulle e il Filippo, cioè le migliori tragedie di Alfieri, di Racine e di Voltaire sono romantiche per la qualitá degli argomenti e dei pensieri, e classicistiche per la sola forma esteriore. Oltre a questa maniera di combinare elementi spettanti ai due opposti sistemi ve ne sono delle altre.

In primo luogo, quando in un'invenzione di sostanza moderna vengono frammischiate le favole de' gentili, come nel componimento di Dante, ove figurano Caronte, Plutone e le Furie; come nelle canzonette del Savioli, zeppe di frascherie omeriche intrecciate all'esposizione dell'amore di galanteria praticato nelle nostre cittá. In secondo luogo, quando vi è anacronismo nell'espressione di sentimenti morali. Nella Fedra di Racine i contrasti dell'onestá contro al desiderio, la dichiarazione d'amore, le manie della gelosia, sono scritte con una potenza di riflessione patetica, che si è sviluppata soltanto dopo il cristianesimo. In terzo luogo, può darsi anacronismo nelle costumanze esteriori. A cagione di esempio, se uno combinasse un poema sul soggetto dell'Iliade, mettendovi le gare de' numi e i passatempi dell'Olimpo, e facendo combattere Achille ed Aiace colle armi de' paladini, li trasformasse in baroni feudali. Questa supposizione non è stranissima; lo Schlegel racconta di aver veduto un manoscritto sulla guerra di Troia, in cui eravi una miniatura rappresentante i funerali di Ettore; il catafalco dell'eroe era decorato di emblemi blasonici, e collocato in una chiesa gotica.

§ 2. - Negli autori adunque e nelle opere che si sogliono citare in esempio delle due scuole, si avvi era sovente qualche elemento eterogeneo. Ma nel denominare gli uni e le altre conviene badare alla massa e non alle minuzie accessorie.

Dante, l'Ariosto e lo Shakespeare ono romantici; l'Edipo di Voltaire, e l'Antigone d'Alfieri sono componimenti da classicista: il Saulle e la Zaira sono misti, perché tutto il soggetto è romantico, e tutta la tessitura è classicista; dicasi lo stesso ogniqualvolta l'influenza de' due metodi si trova equilibrata.

Num. 26 Domenica 29 di novembre 1818.

V

Rettificazione di alcuni falsi supposti.

§ 1. - Le opinioni degli estetici tedeschi, e piú ancora quelle enunciate da alcuni fra gli studiosi nostri concittadini, coincidono per moltissimi lati colle idee esposte ne' precedenti articoli.

Il romanticismo adunque non consiste nel favoleggiare continuamente di streghe o folletti e miracoli degni del Prato fiorito, o nel gemere e raccappricciarsi ne' cimiteri. A questo modo, si potrebbe dire con paritá di ragione che tutta la poesia degli antichi è ristretta alle Metamorfosi d'Ovidio; d'altronde si è gia accennato che le fole plebee vanno tralasciate. Un poema, una canzone, ed un dramma possono essere romantici senza il menomo intervento di maraviglioso cristiano. Non lo sono forse persino Brunet e Palomba autori di opere buffe in dialetto di Napoli?

Il romanticismo non consiste nel lugubre e nel malinconico. Shakespeare espose sulle scene la morte di Desdemona; ma verseggiò anche i felici amori di Miranda: similmente Omero cantò l' inestinguibile riso degli dèi e le sciagure di Priamo, i giuochi dello stadio e lo strazio di Ettore.

Il genere romantico non tende ad esaltare ciecamente i tempi feudali, né ad invidiarli con desiderio insensato. Altro è encomiare le virtú caratteristiche de' crociati, ed altra cosa è lodarne i vizi, far desiderare l'anarchia ed il fanatismo. Si loda pure il patriottismo di Leonida, senza che venga in capo di bramare la schiavitú degl'iloti; si legge l'Odissea in tutte le quattro parti del mondo, e niuna principessa si è mai invogliata di fare la lavandaia. Che se qualche autore ha confuso il bene col male, ed ha tessuto senza accorgersene un panegirico alla barbarie, condannate lui solo: ma anche Orazio celebrò le ingiuste guerre de' romani; e forse per questo l'essenza della poesia latina sta nell'approvare la prepotenza di quelle conquiste? [6].

Le teorie de' cosí detti novatori non sono un mezzo termine per sottrarsi alle regole; dispensano soltanto dagl'impicci della pedanteria. Non insegnano a saltare di palo in frasca senza ordine o scelta: la Basvilliana, eccellente poema romantico, è disegnata con metodo e con proporzioni pensate.

Non si confonda il romantico recentemente ideato dai tedeschi, colla vecchia parola inglese romantic, la quale corrisponde a romanzesco; sarebbe un confondere le tre Grazie colle grazie che fanno i sovrani quando assolvono un reo.

§ 2. - Si cessi dal calunniare gli esimi stranieri, chiamandoli disprezzatori e invidiosi de' classici greci e romani: essi li ammirano anzi con un sentimento piú profondo e piú vero, che non gli stessi retori, perché vi scoprono bellezze sublimi a cui non arriva lo sguardo de' retori. Il classicismo in Omero ed in Sofocle corrisponde al romanticismo in Schiller ed in Milton; l'uno e l'altro sono effetti di un' identica causa, cioè dell'entusiasmo spontaneo voluto ed alimentato dal complesso della civilizzazione rispettiva. È il solo classicismo de' moderni che merita biasimo, perché è un'imitazione inopportuna, non della natura, ma di preesistenti opere d'arte; è un poetare spurio, tanto lungi dal vero buon gusto, quanto le inezie claustrali degli scolastici erano lungi dalla vera filosofia.

Che siasi formata una setta di studiosi, i quali, posposte le cose natie, consacrarono il loro estro a superstizioni e costumi, di cui non resta quasi altro fuorché la tradizione letteraria de' monumenti e de' codici, è un fenomeno tanto estraneo alla natura dell'ispirazione poetica, che bisogna cercarne la spiegazione in circostanze accidentali. È noto lo zelo del Petrarca e del Boccaccio nel diffondere fra noi la cognizione dei vecchi libri, ed è noto che essa venne crescendo nelle etá susseguenti. In tali epoche di rivoluzione letteraria gli scienziati, gli antiquari, gli artisti contribuivano a diradare l'ignoranza, rinnovando la memoria di una coltura lungo tempo obliata: applicarsi a conoscerla, mostrarsi zelante nel propagarla fu gentilezza, non solamente erudita, ma anche sociale, essendo gentilezza sociale l'istruirsi delle cose che si vanno scoprendo alla giornata. E siccome la politica moderna era appena abbozzata, né si sospettavano le vere vie del sapere segnate in progresso di tempo da Bacone, Galileo e Cartesio, cosí Platone, Aristotile, e la raccolta di Giustiniano parevano oracoli. Sotto l'influenza di tanti esempi era troppo difficile che i soli poeti s'appartassero dalle altre persone dotte, ed il classicismo trionfò; tanto piú che la mitologia, la quale trasforma ogni oggetto intellettuale o fisico in novelle graziose, aveva in allora un pregio di novitá: i compositori potevano esservi allettati da entusiasmo, in parte sincero; se non si può giustificarli, almeno sono degni di scusa. Noi bensí manchiamo di qualunque difesa, ostinandoci ad insistere sulle panzane dell'Olimpo, di cui abbiamo giá piene le orecchie, di cui è scemato il gusto e scemerá sempre piú.

I classicisti del cinquecento rassomigliano ai giovani educati in mezzo al lusso di una capitale, i quali hanno passioni vivaci e facilmente irritabili; ma per l'ordinario superficiali, perché istillate dagli esempi e dalla moda; quelli del secolo presente mi fanno risovvenire i desideratori di altre peggiori anticaglie fuori d'uso.

L'arte de' poeti d'adesso deve imitare le inclinazioni dell'uomo maturo, che non cura bazzecole e cerm l'utile solido. Si è dall'importanza delle intenzioni e degli argomenti che è dato sperare la maggiore simpatia e l'applauso; noi richiediamo che si trasfondano ne' versi i risultati ottimi della morale e della politica, gli aforismi amati dal cuore, dappoiché la ragione li ha scoperti riconosciuti. Non solo si preferiscano solitamente soggetti storici, sí pel teatro che per i poemi, ma si trattino seguendo la storia e profittandone piú che non abbiano fatto i nostri predecessori; perché la riproduzione del passato, l'intuizione di uomini e di casi che produssero effetti reali nel mondo, è uno spettacolo piu serio che non i fatti chimerici assortiti dalla fantasia d'un individuo; giá s'intendono eccettuate le commedie ed i romanzi cittadineschi. I lirici scelgano sovente dei temi simili all'ode di Parini pel vestito alla guillotine, e all'ode di Quintana per la battaglia di Trafalgar, nella quale l'idea dominante si è che la nazione spagnuola deve armarsi di costanza contro le oppressioni nemiche, e che chi è costante risorge da ogni sciagura.

E l'etá senile corrisponde anch'essa a qualche razza di poeti? La farei corrispondere piuttosto a due sorta di critici. Vi sono due qualitá di vecchi. Alcuni pieni di buon enso ed ispirati da lunga esperienza; se agiscono poco per cagione delle infermitá e della pacata lentezza dei loro nervi, danno utili consigli, e chi non è stolido va volentieri a consigliarsi da loro. Questi sono i filosofi estetici, ne' quali la severita degli studi produsse effetti consimili a quelli della canizie; conoscono il meglio e l'ottimo, discernono il cattivo dal mediocre e dal buono, sanno assegnare le cagioni intime del piacere, ignorate sovente dagli stessi inventori. Altri vecchi sono caparbi ed invidi della gioventú; dormono giá da anni ai progressi della societá; sdegnati d'ogni cosa nuova, la condannano senza pigliarsi la briga di esaminarla: fratelli carnali dei critici pedanti.

Num. 27 Giovedì 3 di dicembre 1818.

VI

Sul classicismo nella pittura e scultura e nei balli pantomimici.

§ I. - Lo scopo primario della pittura e della scultura si è di rappresentare la bellezza visibile nascente dalle dimensioni, dalle forme, dalle proporzioni, dagli atteggiamenti, dai colori, dall'espressione degli affetti e delle permanenti qualita morali delle persone. Per conseguire interamente questo fine non basta che gli artisti ritraggano semplicemente dal vero; è d'uopo che inventino bellezze possibili, e ciò chiamasi l'ideale nelle opere di disegno. L'ideale è diverso secondo i soggetti: la maestá d'un Giove non è conveniente a un Mercurio, né quella di Giunone alla dea Iride; adattare ai soggetti l'espressione e le forme loro proprie chiamasi carattere.

Ora il carattere che gi artisti sanno dare ai numi dell'Olimpo non è quello che sta bene alle immagini del paradiso cristiano. I Giovi e i Saturni diversificano di molto dal Padre Eterno della Sistina, la Vergine non può avere l'aspetto d'una Diana, o d'una Pallade, o d'una Giunone, o d'una Venere; esso deve esprimere una santitá, dolcezza, umiltá e modestia ignote a Prassitele ed a Fidia. Similmente ci correrá sempre divario tra le figure di Mosé e d'Abramo e quelle di Prometeo; fra gli apostoli ed i profeti, e Lino e Deucalione.

Né credasi che il carattere de' numi possa darsi tal e quale a personaggi della storia greca, sia del tempo certo, sia del tempo eroico: di Marte farne un Ajace o un Leonida, di Cerere un'Andromaca, o di Cibele un'Olimpia madre d'Alessandro. Quando si riesce a segnare davvero in una pittura o in una statua l'ideale d'una divinitá, l'osservatore s'avvede che non si tratta d'un uomo. L'Apollo di Belvedere non sarebbe egualmente bello se fosse stato fatto per un Achille o per un Filottete ancor giovane. E la Minerva di Velletri non avrebbe piú la sua veritá meravigliosa, se non rappresentasse la dea del sapere e dell'armi; né il Giove di Veroli, se non fosse simulacro del re degli uomini e del cielo.

Dunque, rinunciando alla mitologia, si rinuncerebbe ad un genere cospicuo di bellezze visibili, e con ciò ad una parte importantissima dell'arte del disegno. Ma se un ultra-romantico proponesse il mezzo termine: Che necessita di formare de' Giovi e delle Palladi? scolpite e disegnate le forme che dareste a tali enti chimerici, e contentatevi di dire: È un bell'uomo, è una bella donna; non è vero che la bellezza visibile sarebbe uguale ed egualmente conservata?

No: una parte del bello visibile sta nel carattere, ed una gran parte del piacere datoci dal carattere sta nelle idee di relazione ch'esso suggerisce. Quando mi mostrate una bella donna armata, di forme robuste e severe, di tutta infine quella dignitá che si conviene ad una Pallade, e dite che è Pallade, il mio pensiero ragguaglia l'oggetto fisico colla cosa significata, e la riflessione ripete: È la regina del valore e della scienza. Dicendomi: è una donna, svanisce l'associazione al conosciuto complesso morale, il diletto è minore.

In somma il caso è assolutamente diverso da quello della poesia. Nel rimirare il Parnasso di Bossi, il piacere dominante e primario è della vista; le nozioni rammemoranti la leggiadra finzione delle Muse e dell'Ippocrene sono accessori; le gustiamo perciò che sono accessori, i quali cospirano a spiegarci la bellezza degli oggetti principali, cioè delle figure presenti ai sensi. Ma ne' versi, le nozioni relative ai capricci dell'idolatria restano lí isolate; da sole non hanno forza di commuovere bastantemente; annoiano; non sono legate ad un altro bello piú efficace, quando mai non si volesse attribuire allo stile la principale virtú de' versi, sproposito che fu ripetuto piú d'una volta. Ecco la ragione per cui si concede al disegno ciò che si nega alla parola. Appiani non errò progettando di far Giove incoronato dalle Ore, né Canova componendo il suo Ercole e Lica: un'ode o un episodio epico, scommetto che riuscirebbero una seccatura.

§ 2. - Canova scolpí un'Ebe ed un Perseo colla stessa mira, con cui fece un pugilatore ed una Maddalena, per rappreentarli indipendentemente da qualunque destinazione allegorica: all'opposto quando si collocherá in Brera la statua di Minerva, altre volte progettata, sará una decorazione allusiva allo stabilimento. L'uso della mitologia per ornamenti emblematici mi pare meno felice dell'altro; gli emblemi d'origine antica, applicati ad una cosa moderna, non vi stanno in perfetta armonia, hanno sempre un'indole esotica, un'aria di ricercatezza erudita. Non asserisco per questo che debbansi escludere del tutto. Gli artisti c'insegnano che non sempre può trovarsi un'allegoria moderna, la quale, dal lato della bellezza esteriore, regga al confronto di quelle che è dato desumere dal paganesimo.

Stando adunque a questa decisione de' giudici competenti, non è dubbio che sarebbe stoltezza sacrificare lo scopo essenziale, cioè il bello sensibile, ad un'ambiziosa esattezza nella corrispondenza cronologica.

§ 3. Balli pantomimici. - Il ballo pantomimico partecipa della poesia e della pittura. Paragonato alla prima, ha l'inconveniente d'una lingua di gesti povera, indeterminata e monotona; ma in compenso la lingua dei gesti sa esprimere le emozioni con una rapiditá, di cui la declamazione non è suscettibile; vi unisce una nobiltá e una grazia di portamento e di passi molto affine alla magia della danza, ed è soccorsa dalla musica, la piú veemente fra tutte le arti[7]. Chi ha veduto la fisonomia ed i movimenti di Mirra, di Desdemona e della Vestale, secondati da modulazioni espressive nei balli di Viganò, sará persuaso che è impossibile commuovere piú al vivo con una bella imitazione. Confrontando una pittura ed un ballo, questo ha lo svantaggio di non offrire forme ideali, giacché si è costretti a servirsi di ballerini tali quali sono, ed ha il vantaggio di delineare azioni successive con figure semoventi.

Poiché il compositore di balli non ha modo di crearci dinanzi agli occhi l'ideale caratteristico degli dèi della Grecia, ne viene di conseguenza che l'arte sua non ha bisogno delle favole, cessa la ragione per cui sono necessarie non di rado ai pittori ed agli scultori. Ma il non essere necessaria una cosa non basta per escluderla; ci vogliono delle ragioni positive, e ragioni positive non ve ne trovo. Quali sono infatti i pregi sommi ed essenziali di un'azione mimica? La leggiadria o la sublimitá pittoresca delle attitudini e di gruppi, interesse pittorico, e le emozioni meramente patetiche, interesse patetico.

Per l' interesse pittorico abbiamo veduto i gruppi di selvaggi e le danze parlanti delle arti nel Prometeo, ed anche il volo di Prometeo sul cocchio di Minerva, che fu un quadro grazioso da non confondersi colla lanterna magica dell'atto seguente, destinata ad affollare di curiosi il teatro, e ad attirare forestieri a Milano. Che se le Veneri ed altre belle creature celesti pesse volte riescono insipide nel palco, è colpa de' compositori, i quali non possono aver sempre ai loro comandi l'estro pittorico.

Circa all'interesse meramente patetico, la Mirra di Viganò è un'esperienza che non ammette replica. Si avverta però che i casi sono rari, in cui la mitologia presti materia di commovente spettacolo.

§ 4. Discorso di un classicista con un romantico.

C. - O contraddirvi da voi stesso, o rinunciare ai vostri principi.

R. - Ma perché?

C. - Potete negare che anche la Mirra di Alfieri non abbia fatto piangere? O questo non basta per giustificare Viganò, o deve bastare anche per le tragedie; addio le vostre scomuniche contro la mitologia.

R. - Oh! e non è che per questo, vi servo subito. Ho veduto molti drammi sentimentali che fanno venire le lagrime agli occhi e non valgono un corno.

C. - E cosí?

R. - E cosí, la semplice commozione patetica non basta alla bellezza di una poesia. Vi prego di riflettere che la bellezza principale ed essenziale ne' balli consiste nel pittoresco e nel commuoere. Viganò l'ha fatto, e non potete cercargli di piú, perché da un'arte non si può cercare se non quello che può dare. Pretendereste da Veillard che vi guarisse della terzana?

C. - Che bel paragone a proposito! sentite, se fossi uno di quelli che sapete, vi direi che è romantico.

R. - Ed io, se fosssi un altro, vi replicherei che rispondete da classicista; decidete senza aver prima inteso tutto. Favoritemi. Se uno andassse da Veillard e gli facesse questa invettiva: Monsieur Veillard, voi fate malissimo a non provvedere che polli, verdure, tartufi ... cose che non guariscono dalla febbre né dal mal di capo; Veillard risponderebbe: Monsieur, je ne suis pas apothicaire, e chiamerebbe qualche garzone per paura che questo matto gli facesse del male. E Viganò non potrebbe dire anch'egli: Quando in un ballo si son fatti dei bei gruppi e si sono eccitate delle emozioni forti, siamo giunti al sublime dell'arte: e vi sono giunto nella Mirra, potete criticarmi di aver scelto un soggetto mitologico?

C. - Fin qui avete ragione, ma ...

R. - Scusatemi se v' interrompo. Ma se Alfieri credesse di chiudere anch'egli la bocca a tutti dicendo: - Quando un soggetto commuove ha tutti i requisiti necessari per una tragedia, avrebbe egli ragione?

C. - Qui sta il punto, e mi pare di sí.

R. - Ed a me, se permettete, pare di no. Se un argomento non fa altro di bene che commuovere, e tutto il resto lo fa male, è un argomento cattivo, ne vedete la ragione.

C. - Anzi non vi capisco. Altra romanticherìa, oscurita e arzigogoli.

R. - Altra classicisticherìa, e permettete: appena si va ad internarsi ne' principi dell'arte, perder la te ta. Non dico per voi che mi capirete in un minuto.

C. - Giá giá, non siamo villani; o che non parlate per offendermi.

R. - Ecco. Una tragedia non deve soltanto far piangere; deve mostrare il complesso de' pensieri e delle circostanze di tutte le persone in azione, le intenzioni loro, l'influenza che esercitano le passioni accessorie de' personaggi secondari, le modificazioni delle passioni principali e secondarie. E tutte queste cose devono essere interessanti: se lo sono, accrescono l'importanza della passione principale, le danno un carattere proprio, di cui ci occupiamo con trasporto, indipendentemente dalla nuda commozione patetica; oltre al piangere, contempliamo e pensiamo e sentiamo in cento maniere. Osservate il Filippo d'Alfieri. Non m'interesso soltanto per Isabella e l'Infante, perché si amano, prorompono in lamenti, e resistono alla loro passione; m'interesso anche ad osservare la fredda gelosia di Filippo Secondo, i maneggi di Gomez; mi fa venir freddo l'idea che il secreto de' due poveri giovani è giá mezzo scoperto ed infallibilmente va a scoprirsi, perché essi non possono consultare fra loro all'opportunitá, sono sinceri e agitati, ed hanno a che fare con volpi vecchie e con lupi e con un re che ha una testa calcolatrice e sicura. Si aggiunge la compassione di Carlo pei fiamminghi, che lo compromette e lega col resto. Questo è il bell'insieme del Filippo, e lo sarebbe ancor piú, se la corte di Filippo fosse stata rappresentata piú fedelmente, e la regina comparisse sorvegliata dall'etichetta delle sue dame, come fece Schiller, e vi fosse il duca d'Alba ed altri cortigiani ricopiati individualmente dalla storia.

 

C. - Giá me lo figurava che non avreste finito senza fare un complimento ai vostri tedeschi.

R. - No. Colla stessa sinceritá vi dico che in Schiller non mi piace la scena stranissima di Posa col re. Un Filippo Secondo, invece di farlo primo ministro, lo avrebbe fatto mettere in prigione, o bruciare dal Sant' Ufficio.

C. - Per bacco se è grossa! Che diamine! Pare impossibile che si travisi la storia a tal segno. Ed anche Alfieri, ne convengo con voi, avrebbe fatto meglio a rispettarla di più, ed a prevalersene di più.

R. - Dunque andremo presto d'accordo. - Figuratevi che Alfieri, quando si pose a scrivere la Mirra, avesse preso in mano il Filippo e riflettuto cosí: Qui nel Filippo ho insistito molto sul carattere dei re di Spagna e sugli imbrogli di una corte moderna, sulla perfidia e vilta di ministri d'un tiranno spagnuolo; ho fatto allusione all'oppressione dei fiamminghi; ciò ha procurato molte lodi alla mia tragedia; sono riuscito ad individuare le circostanze che diversificano la sciagura amorosa d'Isabella e di Carlo da tutte le altre sciagure amorose; ho dato, ai loro spaventi, trasporti e sospetti, un carattere proprio e locale; avrei fatto anche meglio, se avessi consultata di piú la storia. Adesso, nella Mirra, non mi dimenticherò di questi principi. Se non seguirò Ovidio che fa commettere un incesto, è soltanto perché ciò sarebbe un'indecenza. Ma mi servirò di tutto quello che può nascere dalla circostanza, che la passione di Mirra è un effetto dell'ira di Venere. Mirra non deve palesarsi, se non quando s'uccide: in questo punto sto fermo. Ma la madre può sospettare che la malinconia e le stravaganze della figlia siano un castigo celeste, sa di avere fatto a Venere un'ingiuria pericolosa; può dirlo a Ciniro: ecco una miniera di pensieri caratteristici ed esclusivamente adattati al soggetto.

Cecri e Ciniro tremeranno continuamente al pensiero della vendetta della dea; la costernazione religiosa dei loro cuori si spargerá su tutto il dialogo, faranno preci e sacrifici in segreto; e Mirra, che sa pur troppo il suo affetto colpevole, non potrá a meno di pensare che è uno dei tanti casi in cui gli dèi trascinano gli uomini al delitto; oltre le smanie e le riflessioni morali ... esternerá quello stato confuso di religione e di rabbia contro al destino che nasce dal vedersi pervertita dallo stesso cielo. In somma tutte le emozioni, i pensieri e le azioni saranno alternativamente religiose e naturali, e formeranno un solo complesso.

Che ne dite?

C. - Alfieri avrebbe fatto malissimo. La parte mitologica, ha avuto giudizio, l'ha passata con pochi cenni.

R. - Ma perché avrebbe fatto malissimo?

C. - Perché la commozione sarebbe svanita. Abbiamo bisogno di dimenticarci del miracolo per occuparci dell'affetto.

R. - Vedete dunque che Alfieri ha dovuto fare come i giuocatori di bussolotti? Vedete che le circostanze della Mirra non erano interessanti? Ecco spiegato quali siano i soggetti brutti, non ostante che commuovano, e quali siano i belli; la Mirra e il Filippo.

C. - Davvero, che non so darvi il torto, e sono mezzo convertito.

R. - Dovete esserlo in tutto e per tutto. Ne' soggetti mitologici vedete che il poeta, se vuole commuovere, è costretto a lasciar fuori quasi tutto ciò che è caratteristico della cosa: per commuovere, è costretto ad astenersi da tutte quelle cose che nei tempi non favolosi secondano la commozione, e formano la sublimitá de' veri capi d'opera. Potrete lodare le scene patetiche della Mirra, ma non lodate la scelta d'un tema che se eludeva quell'insieme di bellezze che un poeta deve cercare. Al compositore di balli concedete la mitologia, perché essa non impedísce i pregi sommi d'un ballo; anzi alle volte presta un bello pittoresco seducentissimo. E se la mitologia non va bene nei poeti, nemmeno quando possono commuovere, molto meno ne' casi infinitamente piú frequenti in cui riescerebbero freddi e insulsi.

C. - E poi, lo vedo anch' io, non bisogna confondere i balli con le tragedie. Quando si tratta d'uomini che camminano in cadenza e gestiscono invece di parlare, si è portati in un altro mondo; si è disposti a secondare tutto quello che viene inventato; non vi si riflette piú che tanto

R. - Sicuro; quanto piú un'arte si serve di mezzi lontani dalla veritá precisa delle cose, tanto piú l'immaginazione si presta a qualunque finzione.

C. - Insomma sono convertito, e corro a casa a bruciare il Dizionario delle Favole.

R. - Ohibò! non vi compromettete. Io non ho piú nulla da perdere; ma voi perché mettervi a rischio di vedere dei brutti visi?

C. - Ebbene, seguiterò a fare il classicista; anzi dirò quello che gli altri non diranno piú; negherò la verita conosciuta. Dirò che voi altri prezzate Omero, sebbene lo lodiate, e tutti i greci, sebbene ne siate ammiratori; che volete streghe e folletti, sebbene vi prema che si mettano anch'essi in archivio; che volete una poesia fondata su Ossian, sebbene Ossian non sia romantico.

R. - Bravissimo. Sappiate per altro che il bisogno di dissimulare non durerá un pezzo. Fra pochi anni, saremo tutti d'accordo. Il classicismo è vecchio e finirá come la Repubblica Veneta.

Num. 28 Domenica 6 di dicembre 1818.

Note

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[1] Non ho fatto menzione de' rapporti dello stato sociale coll'arte dello stile, cioè colla maniera di esporre le idee, specialmente in ciò che dipende dall' indole o perfezione della lingua, perché non credo che sianvi stili essenzialmente romantici o essenzialmente classici.

[2] Non per capriccio s'insiste sulla esclusione del classicismo, ma per convinzione che bisogna abbandonarlo, chi voglia trattare di cose interessanti i lettori.

[3] Non si confondano le puerilitá de' copisti col trovato di Milton, ove enumera gl'idoli del gentilesimo nel descrivere la rassegna de' compagni di Satana, concetto strettamente romantico, perché appoggiato al cenno della Scrittura, che i falsi dèi erano demoni. « Primi in possanza sovrastavano quelli che osarono, gran tempo dopo, fissare le loro sedi presso la terra di Dio, e profanarono de' loro incensi lo stesso santuario; Moloc intriso del angue d'umani sacrifici e bagnato del pianto delle madri, egli che mutò il cuore di Salomone, e udí preghiere sacrileghe nella valle di Geenna emblema dell'inferno; e Chemos osceno spavento de' figli di Moab; e quegli che i Fenici chiamarono Astarte regina del cielo; e chi sedusse le verginelle di Siria a piangere il fato di Adone con amorose elegie, il racconto corruppe le donne di Sion con passione superstiziosa. Poi una turba di mostri, ed Iside, ed Osiride, ed Oro, che ingannarono il fanatico Egitto, ed i peregrini di Giuda, quando dei loro tesori formarono il giovenco ne' deserti. Seguitavano, inferiori di grado, benché la fama ne suoni tanto lontana, gli dèi dell'Ionia, Titano primogenito del Cielo, e Saturno che lo espulse, per essere cacciato da Giove suo figliuolo nato da Rea: e quelli che, fuggendo coll'antico Saturno ai campi dell'Esperia, vagarono per le selve de' celti fino all'isole lontane.» Altre volte fa menzione di favole, richiamandole espressamente come tradizioni passeggere ed illusioni cessate; partito lodevole, perché è un ritrarre istoricamente rivoluzioni religiose; purché si faccia di rado, ché altrimenti il poeta si cambierebbe in un antiquario.

Finalmente la mitologia può venire a taglio in un poema ironico, ove occorra di sojare(*), fingendo di stare sul maestoso e sulle cerimonie, come nel Giorno del nostro Parini; diventa una parodia. So che Parini non se ne valse coll'intenzione di parodiare; ma l'effetto che dico, i suoi versi lo sortirono sovente, come s'egli l'avesse previsto; è proprio degli ingegni cospicuamente fantastici il creare bellezze senza volerlo e senza aperlo, e senza conoscerle dopo averle prodotte.

(*) sojare: v.a.:adulare, beffare (ndr).

[4] Nella Gerusalemme liberata questo Piero è divenuto una specie di cappellano dell'esercito, un consigliere pacatissimo, un amico intrinseco d'un professore di magia naturale, un contemplativo profeta di vaticini talora superfluil, ed una volta (che è ben peggio) adulatori al duca di Ferrara. - Il Tasso per altro non fu uno di quelli che credevano alla necessitá di un solo protagonista: almeno quando ideò il suo poema.

[5] Etá desiderosa per abitudini di una tale specie di bello fu quella dell'Ariosto; per altro si era giá cominciato a riderne, e l'Ariosto, da pari suo, seppe secondare ambedue le disposizioni contrarie, passando, con impareggiabile felicitá dal commovente all'ironia ed alla parodia. Quando egli mandò Orlando a cercare Angelica, senza sapere in qual parte del mondo sia ita, si avvide e profittò del ridicolo. Descrive con solennita ed effetto semiburlesco la dea Cerere che ascese un cocchio tirato da draghi per rintracciare Proserpina, portando due pini accesi affine di scoprire gli oggetti da lungi poi, avvisando che anche il conte avrebbe fatto altrettanto, se ne avesse avuto la facoltá, si riduce a concludere:

Ma poi che il carro e i draghi non avea,

La gia cercando al meglio che potea.

Qualche volta l'Orlando Furioso è un precursore del Don Quichotte.

[6] Attribuire al genere romantico una tendenza perniciosa, imputabile soltanto ad alcune particolari invenzioni, è un equivoco, in cui poterono cadere anche uomini d'ingegno, indottivi da un complesso di circostanze atte a far confondere gli abusi con i vantaggi della nuova scuola. Il disapprovare poi una tale supposta tendenza fu prova di mente avvezza ad idee serie e lodevoli.

[7] Ho confrontato la lingua de' gesti nelle azioni mimiche con la poesia declamata, tralasciando le opere in musica, per non complicare troppo le idee a rischio di confonderle.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011