Ermes Visconti

Parallelo dell'Alceste di Alfieri

con quello di Euripide

Edizione di riferimento

Il Conciliatore, Num. 56, Domenica 14 di marzo 1819.

Nella scorsa settimana l’Alceste Seconda fu riprodotta sulle scene de’ Filo-drammatici: questa recita ci serva d’occasione per occupare un momento dell’ozio de’ nostri lettori, confrontando il componimento d’Alfieri con quello d’Euripide, che il tragico italiano si è proposto d’emulare.

Apollo, ingannate le Parche, ne impetra la salute d’Admeto, a patto che altri consenta di perire per lui. Alceste si consacra a Proserpina, ed è poi ritolta alla morte da Ercole, ospite sua. Codesta serie di miracoli era creduta in Atene come le fanfaluche delle streghe da’ contemporanei di Shakespear, anzi veniva rispettata per tradizione religiosa; al tempo nostro è un pazzo racconto d’avvenimenti impossibili, ed è un argomento classicistico.

Però se Alfieri voleva ricomporre a modo suo un’antica tragedia doveva sceglierne un’altra di differente soggetto. Il Dramma del Greco ha molti e gravi difetti, ma in compenso presenta bellezze cospicue; il lavoro moderno, siami lecito il dirlo, non ha nulla d’eminente.

In Euripide il peggiore difetto è quell’Admeto che accetta lo scambio senza esitazione veruna, come se fosse giornaliera consuetudine che le mogli donino la vita per quella de’ mariti, e che i mariti aderiscano senza scrupolo ad una tal prova d’amor conjugale. Biasima il vecchio Fereo, perché non osò morir egli, ed antepose i pochi anni che al più gli restano alla salvezza del figliuolo e della nuora giovane, virtuosa, bellissima, e madre di due fanciulli. Come se Admeto avesse egli solo il diritto di apprezzare la esistenza, e non fosse pensiero di uomo snaturato il chiedere la morte del proprio padre; e non fosse da mentecatto l’imputare ad altri un infortunio di cui egli solo aveva tutta la colpa. Se i Greci avessero finto un Dio dell’egoismo, come ne immaginarono tanti altri d’astrazioni morali, vi andava benissimo il nome d’Admeto.

Viceversa il carattere d’Alceste è concepito con rara maestria. Parecchi poeti avrebbero creduto di giungere a tanto maggiore perfezione tragica quanto più fortemente avessero occupata l’immaginazione degli spettatori nel contemplare il magnanimo voto dell’eroina. Euripide tutt’all’opposto si contentò di narrarlo come cosa passata, ed elesse i sentimenti di lei il giorno in cui doveva compiersi il generoso sacrificio. Le ancelle la vedono incoronare le are domestiche, quasi dando l’ultimo addio alla terra, visitare per l’ultima volta la stanza nuziale, e stemprarsi in lagrime, uscitane ritornarvi a piangere. Appressandosi il punto fatale, sorretta dal marito e dalle ancelle la odi esclamare: o terra! o patria mia Jolco.

– Amici, lasciatemi posare, più non mi reggo. Vedo un’oscurità che mi si avvolge dinanzi agli occhi. Miei figli! fra poche ore la vostra madre sarà spenta: possiate gioire voi di questa luce del sole. Domanda in dono al suo Admeto il giuramento di non unirsi ad altra donna, di non porre in casa una matrigna, ed, ottenutolo, gli dice con grave semplicità d’espressioni che è tanto solenne sulle labbra d’una persona vicina a spirare: A questo patto ricevi dalle mie mani i nostri figliuoli. Riflette, con materna compiacenza, che al fanciullo Eumelo resta pure il principale

soccorso e difesa nel padre, ma i suoi pensieri più intensi sono per la figlia ancor bambina, cui mancheranno l’aita e le cure materne, educatrici delle femmine. La madre tua non farà le tue nozze, o infelice mia figlia, né ti sarà a lato nel primo tuo parto, confortandoti in quell’ora in cui nulla consola come l’aspetto della madre. Bastava che lo spettatore sapesse la cagione per cui Alceste muore, per non lasciar mai d’ammirarla, bensì poteva venir meno la pietà se si fosse insistito principalmente su quelle circostanze che danno occasioni di virtù energica e di tratti grandiosi: a forza d’ammirare si cessa dall’intenerirsi. Euripide adunque sentì rettamente, e da gran valentuomo, ponendoci davanti agli occhi una donna che si lamenta, e che cede al dolore come noi, chiede aita come tutti gl’infermi, si rammarica per le cose di cui si rammaricano

tutte le madri; così la maraviglia, che è il più speculativo degli effetti, venne subordinata ad affetti efficacissimi sul cuore dell’uomo. È un bel partito per combinare il verisimile collo straordinario, il sublime col patetico: da ricordarsene i tragici ogni qualvolta accade di esporre atti di somma fortezza. In questa scena anche i sentimenti d’Admeto, generalmente parlando, sarebbero convenientissimi, se il compassionevole caso non fosse opera sua: ci soccorre e consola come farebbe un virtuoso marito in disperato malore d’amatissima donna.

Compiuti i funebri riti, i di lui lamenti esprimono un profondo cordoglio: ahimè! tristi sono i miei passi, e triste la vista della vedova casa! – Felici i celibi, sentono i guai d’una sola vita! Come porrò il piede sulle mie soglie dopo tanta mutazione di fortuna? La solitudine mi consumerà, non vedendo più la consorte nelle sue stanze, mirando il deserto talamo ed i sedili ove ella posava. I figli appoggiandosi alle mie ginocchia piangeranno la madre: udirò i servi che gemeranno per l’estinta. – Le spose de’ Tessali mi contristeranno, e le splendide adunanze delle donne, perché non potrei patire l’aspetto delle coetanee della mia moglie. Ma appena torna in mente chi fu l’autore della sciagura troppo tardi compianta, svanisce la grazia di codeste vere pitture di vero dolore. Forse la storia d’Alceste era tanto famigliare agli Ateniesi da non poterla raccontare in altro modo: che se era lecito (come parmi verisimile) il supporre che Admeto non abbia avuto il modo d’impedire il progetto di quell’egregia, fu grandissimo errore il non aver avvertito una mutazione sì facile e sì necessaria. Le bellezze essenziali della tragedia presente si adattavano a codesto migliore piano, vi acquistavano anzi maggiore armonia. Bastavano pochi versi ne’ quali si deplorasse l’immutabilità del nuovo destino; ed Euripide li avrebbe trovati, perché è arte sua, e degli altri tragici greci, il mostrare con due o tre sentenze l’intero animo de’ loro personaggi, collocarle poi sì a proposito che non si dimenticano più.

Alfieri, correggendo l’inconveniente censurato da tutti nell’antica favola, finse appunto che Admeto ignorasse lo scambio, e risaputolo fosse irrevocabile; onde altro non gli resta che dolersi e bramare indarno che si disfaccia il già fatto. Ma anche Fereo avrebbe voluto riscattare gli altrui giorni coi proprj, ed un eroismo, già maraviglioso in una sola persona, replicato in due, è troppo discosto dal vero, ma un commune zelo di tre parenti per uscire da questo mondo è uno spettacolo troppo strano per riuscire commovente. D’altronde l’Admeto dell’italiano è un personaggio male ideato. Ignorando le intenzioni del padre, egli lo rimprovera con asprezza superba, rifacendosi così in parte il fallo d’Euripide. Invece di recare consolazioni e soccorso alla morente, egli si lascia consolare e soccorrere da lei:

E tu sorreggi,

Pietosa tu, questo mio grave tanto

Capo ognor ricadente, con le estreme

Forze vitali di tua fievol mano?

Quando Alceste comanda ai figli che si stringano intorno alle ginocchia del padre costernato da tristezza feroce, codesto padre con furore disconvenientissimo nel momento di vedersi fra le braccia due orfani per lui li ributta gridando:

Ah! fra noi gioja

Mai più non v’è; lasciatemi, scostatevi,

Troppo efferato è il mio dolore: affetti

Più non conosco al mondo; io d’esser padre

Neppur più il so.

Né mai cessa di smaniare e di farneticare, protestando alla fine di volersi uccidere; ed alla sventurata che amorevolmente lo scongiura di desistere, esclamando: «io e i nostri figli e questi astanti amici siamo per trattenerti» non si vergogna rispondere:

Signor de’ giorni miei

Io il sono, e il giuro.

Come non venne in mente all’Alfieri che al cospetto di persone carissime si celano i consigli della disperazione per non affliggerle? Come non vide che, dovendo Admeto adoperarsi ad alleviare le ultime angosce d’una tal moglie, lo zelo e la sollecitudine l’avrebbero distolto dall’inoperosa malinconia a cui davasi in preda, e gli avrebbero impedito d’abbandonarsi a quei pensieri solitarj che conducono alla frenesia del suicidio, almeno finch’ella respirava? In somma quest’Admeto mi pare uno di quei che gridano virtù, virtù, e non vogliono durare fatica nel praticarla, è un gran millantatore di coraggio e d’affetti conjugali, ma in fatti egli è un uomo intollerante de’ mali proprj, ed incapace di contenersi quando è tempo di giovare altrui. Se l’essersi opposto alla risoluzione funesta fu un’azione giusta, le sue parlate, e non di rado la sua susseguente condotta, palesano un egoista iracondo. Anche il carattere d’Alceste ha perduta la sua interessante bellezza. L’eroina annuncia di essersi consacrata a Proserpina, di aver prevenuto Fereo; impone che niuno lo riveli ad Admeto, assumendosi essa quest’ufficio, e proponendosi d’espugnare con ragioni la violenza del dolore da cui egli è per essere sopraffatto al nuovo inaspettato disastro. Consolatrice ed infermiera, se una volta lo prega a recarle sollievo negli ultimi istanti, è per distrarlo dalla cupa rabbia da cui quel forsennato si lasciava soggiogare: finalmente rappacifica il consorte ed il suocero che erano venuti a contesa. È si costante nel resistere alle sue avversità personali per curarsi delle altrui, sono tanto frequenti, tanto reiterati gli atti della sua fortezza, che quasi non possiamo condolerci, è una creatura eccessivamente diversa da noi, sente in una maniera eccessivamente diversa dalla nostra.

Nella favola Greca è introdotto Ercole che giungi peregrinando alla casa della estinta regina nel mentre che se ne apparecchia la pompa ferale. Admeto, perché l’ospite non vada altrove, gli dissimula la domestica calamità, e finge di piangere una donna straniera, lo ammette in un triclinio appartato, ove Ercole siede a mensa secondo il rito dell’ospitalità eroica, senza turbare le meste cerimonie.

Ma quando intende da un servo il vero infortunio dell’amico, egli esclama commosso: O cuore che bastasti a molti travagli, ora io debbo mostrare qual prode nascesse da Alcmena e da Giove. Io confido di redimere Alceste e ridonarla all’ospite mio che m’accolse, sebbene egli fosse costernato da acerba sventura: ma la tacque, generoso, per onorarmi. Codesti incidenti produrranno in alcuni una maniera di diletto consimile a quella che si ha leggendo aneddoti privati nelle biografie degli uomini grandi, ad altri spiaceranno, secondo la differenza de’ gusti individuali o abituali: ma ognuno per altro converrà nel biasimare varj dettagli, la clamorosa gioja del semidio mentre sta banchettando, le sue indecorose riflessioni sulla tristezza de’ servi per la supposta straniera. È stupido o villano quell’animo a cui il lutto di una famiglia, qualunque ne sia la causa, non ispira emozioni austere e modeste. Nella ricomposizione italiana Ercole vede alla prima la moribonda e corre a riconquistarla.

Componendo la catastrofe i due poeti ebbero il difficile assunto di rappresentare un miracolo. La scena d’Euripide è trattata con genio, è un composto di bizzarria arcana e di ideale verità. Una donna velata segue Ercole, che la nomina sua preda ottenuta in un combattimento glorioso, essa ha le sembianze d’Alceste per accrescere le ambasce d’Admeto; egli deve accoglierla senza saperne il nome, e superando il ribrezzo delle tormentose memorie che quella rassomiglianza gli ridesta più vive. Alceste risorta, che è la donna velata, non può ricuperare intere le facoltà della vita prima delle religiose espiazioni ai numi infernali, è ancor muta come i cadaveri. Una creatura risorta è un ente misterioso all’immaginazione ed all’intelletto, un miracolo vuole mezzi ed accessorj concomitanti che confondano gli ordinarj ragguagli dell’esperienza. Se non m’inganno, in tutto il complesso domina una forza di patetico ed un carattere fantastico, rari a trovarsi nelle opere de’ drammatici: sebbene minore di merito, questa scena nel suo genere somiglia ai famosi gruppi del giudizio universale, ove Michelangelo dipinse i corpi che si agitano riscossi dal sonno di secoli, o sono al momento di ricomporsi. L’autore moderno fa parlare e gestire la sua Alceste come gli altri interlocutori. Probabilmente Alfieri s’avvide che un prodigio mitologico perde ogni effetto sulla mente quando ci viene riferito dai versi d’un nostro contemporaneo, e che quindi inefficace ed inopportuno sarebbe stato il tratteggiarne con evidenza le circostanze locali; ma avrebbe dovuto accorgersi eziandio che per uguale ragione l’intero argomento era disconveniente all’arte d’adesso. Codesto generale difetto si aggiunga a tutti gli altri finora notati.

Se Alfieri non avesse arricchito la letteratura italiana di tragedie incomparabilmente migliori dell’Alceste Seconda, egli non avrebbe mai conseguito la gloria di grande poeta. Ci asterremo di rammentare i veri suoi titoli all’immortalità, per non fare ingiuria alla cultura de’ nostri lettori.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011