Felice Venosta

 

La battaglia di Novara

(1849

 

 

 

Notizie storiche

per

Felice Venosta

 

La cose operate valorosamente sono gloria di una sola età. Ma quelle che si scrivono - s’elle mirano alla pubblica utilità - vivono eterne.

Montecuccoli

 

Milano, 1864. Presso l’editore Carlo Barbini, Via Larga

 

L’Editore, avendo adempiuto alle vigenti prescrizioni, intende godere dei diritti di proprietà letteraria sanciti dalle Leggi del Regno d’Italia non solamente nell’interno, ma anche a norma de’ Trattati internazionali.

Milano, Tip. Gernia , S. Vito al Pasquirolo, N. 2

 

 

ALLA  SANTA  MEMORIA

D I

S T A N I S LA O   B E C H I

DI PORTO-FERRAIO

GIÀ  MAGGIORE  NELL’ESERCITO  ITALIANO

GENEROSO  COMBATTENTE

IN  POLONIA

PER  LA  SOLIDARIETÀ  DEGLI  OPPRESSI

PER  L’INDIPENDENZA  E  LIBERTÀ  DEI  POPOLI

FUCILATO  A  WLORLAWEK

Il dì 16 dicembre 1863

PER  ORDINE  DEL  GENERALE  BERG

QUESTE  PAGINE

NARRATRICI  DI  UNA  GUERRA  DI  REDENZIONE

L’AUTORE

DEDICA  E  CONSACRA

 

 

 

« Fuvvi un tempo in cui i re

trovavano nelle istorie utili lezioni.

È giunto il momento pei popoli

di impararvi i loro doveri. »

P. MERIMÉ.

 

I popoli non muoiono mai! Trentatre anni d’un servaggio senza nome avevano offesa, non doma, l’Italia, che i re si erano nel 1815 divisi a sorte, come l’antico giudeo si divise la veste del Nazareno. - Mentre l’imbecille signore d’Austria, quasi sicuro, gavazzava impunemente nelle nostre belle città, che in nome di Dio gli erano state tradite; - mentre sfamavasi colle nostre rapite sostanze, e riparava alla sua povertà col denaro emunto nella Lombardia e nella Venezia ; - mentre intorno al suo seggio si prostravano, paurosi, svergognati principi e patrizi italiani mendicanti vanità di ciondoli ed un imperiale sorriso; - mentre pareva fra noi eterna la devastazione delle sette vacche vedute in sogno dalla profetica mente del Faraone, una gente fortissima, indarno conculcata, non intimorita dagli esili, dalle carceri e dai patiboli, si educava all’ira e alla vendetta, alla distruzione ed al riedificamento, -- affilava nel silenzio i ferri con solenne menzogna spuntati da colui che macchiò la sua gloria e fu vinto dalla vilissima ambizione d’un imperiale maritaggio. La sciabola dei tiranni incontrava nell’occhio di quella gente la misteriosa potenza, con cui lo sguardo di Mario inerme faceva cadere il gladio di mano allo schiavo armato. Il vero popolo italiano era novello Mario nella vasta prigione da Chiasso alla Laguna; dal Ticino al Lilibeo.

Certo della promessa dei tempi, fidente in quel principio che non distrugge l’insidia dei protocolli, la congiura dei gabinetti diplomatici ed il cannone, il popolo sperava ed attendeva; - l’ora giunse; - la côlse.

La Francia, antesignano dell’Europa novella, barattata per un istante dall’Orléans, scuoteva nel febbraio 1848 il giogo dell’aristocrazia bancaria, rovesciava il trono della cambiale, - ricordando l’eredità che la Convenzione le aveva tramandata, cacciava con un cenno il remoto discendente di Ugo beccaio, lacerava i capitoli della tradita e vieta Costituzione, proclamava re il popolo, e mandava un grido di universale rivolta, promettendo aiuto e fratellanza, affetto ed emancipazione a tutti i popoli schiavi.

Prima a rispondere al grido che annunciava l’ultimo giorno dei privilegi, delle caste, del dominio e della forza, fu la pensosa Allemagna. - Vienna, insorta. rovesciò gl’idoli del bugiardo culto; fugò Metternich, e proclamò sulle combattute barricate i suoi diritti. - Seconda fu l’Italia. - Milano, scuotendo il 18 marzo il vergognoso giogo, con cinque giorni di lotta, a tutti incredibile, miracolosa, fra un popolo quasi inerme, ed una legione di soldati bene agguerriti e padroni di tutti i posti forti, fugava lo immenso satellizio dell’austro scherano, ed inalberava sulle sue mura la sacra bandiera di redenzione. In altri libri vedemmo come all’annuncio della milanese sollevazione, quanti l’Italia a liberali impugnassero le armi e volassero animosi nelle pianure di Lombardia a dar mano alla definitiva cacciata di Radetzky, come i prodi del Piemonte ed i volontari di Genova costringessero Carlo Alberto a passare col suo esercito immediatamente il Ticino, come ogni terra italiana desse Martiri alla santa causa della giustizia, e come infine l’imperizia e il tradimento rendessero, dopo quattro mesi di splendide prove di valore, impotente un esercito di prodi, e tutto finisse col tristo armistizio Salasco [1].

Nequitosi giorni succedettero al gran vespro lombardo. Radetzky ai primi di agosto, colle furibonde sue masnade, tornava nei luoghi che aveva dovuto lasciare fuggendo, vi ritornava spirante furore di sangue e di esterminio; le terre per cui egli passava vedevano incendi e saccheggi; orribili fiamme splendenti nella notte da lungi annunciavano rovine e morti; le genti fuggivano spaventate: Attila non avrebbe dato ai popoli terrore più grande.

Il Maresciallo rientrava il giorno 6 in Milano. Il generoso popolo di questa città, che festosamente si disponeva a rinnovare le gloriose prove del marzo, a suggellare una seconda volta col sangue il sacro proposito di voler scosso il teutonico giogo, si vedeva strappate di mano le armi dal tradimento. Reso impotente all’azione, esso emigrava in massa. Più di centoventimila, i tre quarti della popolazione, si sparsero esuli fuori del territorio lombardo. Mai non fu veduto uno spettacolo di sì commovente, austera solennità, uno spettacolo così eminentemente nazionale. Fu un’emigrazione nuova e sorprendente di persone d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni condizione: popolani ruvidi e scarsi di fortuna, che forse per la prima volta abbandonavano la nativa città; famiglie povere, che, piangendo accorate, traendo seco le poche robe, e i bambini, e i malati, e i vecchi cadenti, smarrite, muovevano innanzi, raminghe, senza direzione, senza denaro, senza mezzo da sostentarsi. Alcuni emigranti, stremati dal dolore, o deboli di corpo o non adatti alla fatica del lungo camminare, impazzirono o caddero morti in sulla strada. Altri poterono raggiungere i soldati piemontesi i quali, memori delle cure fratellevoli loro prodigate dai Milanesi, siccome meglio poterono, aiutarono i derelitti, e, messo ad armacollo il moschetto, portarono fra le braccia i bambini che pella lunga marcia non potevano più reggersi in piedi.

La storia tenne conto a Milano della sublime protesta contro coloro che, non avendo voluto approfittare dell’entusiasmo dei popoli, avevano sì ignominiosamente tratta a fine una guerra con tanto esito incominciata.

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La capitolazione di Milano aveva portato colpo anche ai corpi di volontari che, non badando a fatiche ed a stenti, avevano difese le vette alpine. Privi di vestimenti, di pane, di denaro, que’ valorosi in parte si dispersero raminghi, in parte, capitanati da Griffini, poterono, per la via dei monti, condursi a mala pena fuori dal passo d’Aprica, ove chi li comandava lasciava i cannoni, consegnando poscia ai Grigioni uomini ed armi. Soltanto il generale Giuseppe Garibaldi volle sino all’estremo combattere. Dopo la battaglia di Custoza, i volontari capitanati da lui, i quali sommavano a meglio di cinque mila, erano dal Comitato di Pubblica Difesa chiamati a Milano. S’affrettava il generale ad aderire al comando; ma giunto a Monza udiva della conclusa capitolazione, non che d’un corpo di cavalleria austriaca lanciato sulle sue poste. Per lo che ordinava tosto la ritirata su Como. Quivi, nel verificare i ruoli della legione trovava soltanto due mila presenti: gli stenti d’ogni sorta avevano scoraggiati gli altri. Garibaldi presagiva male da quel tristo principio; ma come colui che mai si perde d’animo, anco nelle più dure avversità, arringava i pochi rimasti; indi prendeva posizione a San Fermo, deciso di attendere di pie’ fermo gli Austriaci. Essendosi però la truppa ridotta a 500 uomini, a cagione delle nuove diserzioni, che, a malgrado delle eloquenti parole di lui, erano durante la notte avvenute, egli si decideva di recarsi in Piemonte. Giunto a Castelletto sostava; poichè il ritirarsi senza combattere innanzi ad un nemico, che lo inseguiva baldanzoso, ripugnava al suo coraggio. Ingrossatosi il corpo per vari disertori che ivi lo raggiungevano il dì 14 agosto, Garibaldi marciava alla volta di Arona; chiedeva a quel Municipio la somma di 10,000 lire, e ne aveva sette con venti sacchi di riso, un migliaio e più di razioni di pane; indi tratteneva i due piroscafi, il San Carlo e il Verbano e nove barche. Salito sul Verbano co’ suoi ufficiali, dava l’ordine della partenza, facendo rimorchiare dalle due macchine i barconi carichi di armati, di munizioni e di vettovaglie. Lungo le rive del Lago veniva dalle popolazioni salutato coi più vivi applausi che mai. Le truppe sbarcavano verso le ore nove di sera a Luvino. Garibaldi era da più giorni malato di febbre terzana; e quello era il giorno del tremito. Egli nullameno disponeva gli avamposti sulla strada di Germignago e sul lato opposto del paese. In sull’annottare, mentre aveva chiuso gli occhi al sonno, era avvisato che circa settecento Austriaci appressavansi alla borgata. Senza porre tempo in mezzo, balzava dal giaciglio, poneva in agguato cento uomini dietro una siepe tra la casa Crivelli e l’albergo della Beccaccia; altri cento mandava su di un colle che domina la strada di Varese; il resto lasciava come corpo di riscossa sulla ripa del Lago. Per la fretta, non si poterono collocare i due cannoni che erano a bordo. Allorchè gli Austriaci furono giunti presso i rimpiattati, questi si levavano in piedi, e con grida terribili facevano fuoco. Le palle, prendendo obliquamente la colonna in marcia, seminarono la strage. Alcuni si davano a dirotta fuga; altri, avvedutisi da dove partivano le offese, volgevano a destra per prendere posizione sul colle; ma bersagliati anco da quell’altura, parte s’impossessava della locanda, parte si formava in colonna a trecento passi del paese. Garibaldi con duecento cinquanta uomini li attaccava alla baionetta; e dopo breve conflitto, laceri e sanguinosi li spingeva a precipitosa fuga. Quelli che s’erano asserragliati all’albergo della Beccaccia opponevano gagliarda resistenza. Il capitano Vecchi e il maggiore Angelo con una compagnia del battaglione pavese correvano all’assalto, sfondavano l’uscio di sotto, e nell’ebbrezza del trionfo, a quanti entro trovavano, facevano pagar caro gli stupri, le rapine, le devastazioni d’ogni sorta tollerate da Radetzky durante i mesi di guerra. De’ nemici rimanevano morti un ufficiale, venticinque soldati; de’ nostri quattro morti e otto feriti, i più ufficiali. Dopo quella fazione la legione prendeva posizione a Germignago al di là del ponte sulla Molgorabbia. In quel frattempo giungeva in Arona il Duca di Genova; e saputo del fatto d’armi di Luvino, mandava un dispaccio a Garibaldi con cui ordinavagli di rispettare i trattati fatti coll’Austria e di rientrare immantinente nel territorio sabaudo; dicevagli che in caso di rifiuto, avrebbe prese tali misure da impedire a lui e ai suoi l’entrata negli Stati Sardi. Il generale rispondeva che non riconosceva punto l’armistizio Salasco; che era un soldato d’Italia e che avrebbe combattuto sino all’estremo; indi andava a campeggiare sul monte Allegro. Gli Austriaci, volteggiando costantemente sulle alture a dritta ed a manca, al primo scorgere d’una tunica rossa, o d’un cappello piumato, si ritiravano a precipizio, tanto i fatti di Luvino li avevano colpiti di spavento. Finchè in Garibaldi visse la speranza di soccorsi da parte dei volontari che dal Tirolo traevano in Piemonte, egli s’aggirò per que’ luoghi, per vero poco adatti ad una valida difesa, pur sempre molestando gli Austriaci; ma allorchè si seppe abbandonato da tutti e che per colmo di sciagura i nemici andavano ingrossando l’un dì più che l’altro, dovette abbandonare il campo. Dopo marce e contromarce, dopo aver tentato qualche lieve scaramuccia, essersi dispersa e riannodata in punti determinati, quella mano di armati, spossata, rifinita, sempre inseguita da un numeroso corpo austriaco giungeva il 26 agosto a Morazzone. In fretta Garibaldi si muniva di serraglie in quella favorevolissima posizione. In sulla sera le artiglierie nemiche cominciarono a fulminarlo; molti de’ nostri caddero morti. Gli ufficiali cercarono di riporre un po’ d’ordine nei novecento che ancora si aggruppavano intorno la bandiera fatta a lembi dai numerosi colpi, l’unica tricolore che sventolasse sul suolo lombardo. Garibaldi, saldo siccome il destino, novello Leonida, colla spada sguainata, andava gridando: «Fermi, perdio! Viva l’Italia!» E con quel suo indomabile coraggio, saltava oltre la serraglia, e slanciavasi contro i cannonieri nemici. Il dottor Scianda, che co’ più ardimentosi eragli presso, gli diceva: «Generale, la non si esponga troppo; questo non è il suo posto.» Cui egli, guardandolo fissamente, rispondeva: «Medico, additatemi ove sia il maggior pericolo!» Gli Austriaci non resistettero all’impeto, e abbandonarono la posizione. Frattanto negli altri due capi del paese si rompeva e si abbarrava la via, mentre la campana del presbiterio suonava a stormo; si toglievano ad ostaggi il curato ed il sindaco. Corsa un’ora ricominciava il fuoco più spesso e più turbinoso. Le bombe, le granate, i razzi, che cadevano sui tetti, che ardevano le case; le strida de’ terrieri, i lamenti de’ feriti, gli urli de’ combattenti; il trarre degli schioppi e de’ cannoni; il frastuono delle campane a martello; la luce sinistra degli incendi; le fumanti rovine, tutto ciò compiva tale uno spettacolo che solo l’immaginazione di Dante avrebbe saputo adeguatamente ritrarre. L’onore dell’italico vessillo era salvo; onde Garibaldi ordinava a’ suoi che, per vario cammino, si riducessero a Stabio, ultimo paese di confine con quello di Svizzera italiana. Postosi egli stesso alla testa di un drappello, a baionetta spianata, apriva la marcia. Il suo aiutante, Luigi Fabrizi, raccolti alla sua volta i pochi che comandava, partiva pur esso; ma non pratico de’ luoghi, perdeva le orme del generale. Era in forse sulla via a tenere, quando due uomini presentavansi a lui, ed a nome di Garibaldi gli dicevano di prendere un sentiero a sinistra e lo assicuravano che per ivi si sarebbe congiunto al rimanente della legione. Fabrizi scorgeva in quella, a trecento passi circa, una massa moventesi per ogni dove. Accorreva; erano i fuggiaschi che non sapevano qual direzione prendere. Li raggranellava, li incitava a seguirlo, e tornava indietro con essi : se non che giunto al luogo dond’era partito, più non vi trovava il lasciato drappello. Impauriti dei tanti modi di morte, a cui, in quel buio d’inferno, avrebbero potuto andare incontro, i mali avventurosi si rintanavano in Morazzone; e ai primi albori, a dieci, a venti, a cinquanta alla volta, con celeri passi, traevano su quello della Elvezia. Sei soli, perchè feriti, non potevano seguire i compagni. Que’ miseri, fatti prigionieri dagli Austriaci, vennero bistrattati in ogni maniera. Medici e Vecchi, imbattutisi il giorno prima presso Arcisate in un grosso nodo di fanti e cavalli nemici, combattevano per tre ore accanitamente; indi in buon ordine varcavano il confine. Garibaldi giungeva in Lugano con ventinove individui, avendo seco la bandiera forata da una palla di cannone. Il nobile suo tentativo aveva così fine, senz’essere stato un istante coadiuvato dagli abitatori delle terre in cui erasi effettuato.

II

Le conseguenze dell’italiana disfatta scatenarono le ire concitate degli estremi partiti, sino all’agosto più o meno infrenate dall’aspettazione e dal vario annuncio degli avvenimenti. Da un lato i retrogradi, dall’altro i progressisti, nel mezzo gli spegnitori del pubblico entusiasmo cercavano raggirare le moltitudini a seconda dei loro intendimenti. I moderati, già promotori delle civili franchigie, rifuggivano da ulteriori ostilità contro l’Austria, perchè altri rovesci prevedevano, scorgendo nelle masse e nel solo Carlo Alberto il desiderio di ricominciare l’ineguale lotta. Quelli che ragionavano col cuore e che erano accesi di politica febbre udivano la voce degli oppressi fratelli nella Lombardia, nei Ducati, nella Venezia e nel Napoletano, - chiari o sommessi profeti delle toccate sventure, - gridavano cessata la guerra dei re, dover cominciare quella formidabile e tremenda dei popoli. E siccome ciò che meglio ripugna alle moltitudini è la indecisione, la debolezza di carattere di chi le governa, così la parola degli uomini del partito d’azione faceva breccia nella mente dei più. Non riflettevano questi essere allora impossibile cosa una guerra di popolo contro un nemico rifatto dalla paura e dai rovesci, fortissimo per numero d’uomini ed argomenti di guerra. Il popolo italiano non era ancora educato e civile alla guerra come quello di Francia, nè noncurante i pericoli e la morte come quello di Grecia e di Spagna.

Il primo a pronunciare l’appassionata parola fu Giuseppe Mazzini, l’egregio cittadino che in sè concentra Italia e Umanità, l’uomo che dalla sua prima gioventù si sentì oppresso dalla grave mora dei patimenti altrui, e attese senza posa a cercare i mezzi per far cessare l’armistizio tra i despoti e le moltitudini conculcate. Le spesse cadute, i tiepidi sforzi, le inesorabili delusioni sugli uomini e sulle cose non fecero mai intiepidire nè vacillare la sua fede. Esso di questa fede viveva, si pasceva; di questa si consolava, contando i giorni e le ore chiuso per entro l’idea dell’Italia una ed indipendente.

Dopo la reddizione di Milano, Mazzini traeva su quel di Svizzera, e da Lugano spediva nella Penisola italiana emissari per iscandagliare se gli animi dei suoi concittadini fossero pronti ad una generale levata d’insegne. Quegli emissari erano uomini dell’estremo partito, i quali o non rivelavano a Mazzini il vero stato delle cose, od operavano contrariamente agli ordini di lui. Le idee di quegli uomini non potevano allignare in Piemonte, paese abituato al rispetto delle leggi, all’autorità di principi benevoli e morali. Ivi nel cuore del popolo si adunava un tal tesoro di affetto e di fede da non potersi di leggeri cambiare dalle esaltate parole dei Circoli, nè dagli scritti che dal di fuori tentavano accendere gli sdegni, gli asti, i livori. Neppure nel Genovesato potevano le idee di quegli emissari fare breccia; imperocchè troppo recente esempio stava innanzi a quegli abitatori, qual fine cioè avesse una tentata sommossa in Genova, suscitata dal ritorno delle truppe piemontesi dalla Lombardia. Pullulavano però, quasi in proprio e fertile terreno, negli Stati di Toscana e di Roma, provincie da secoli rette, da tristi influenze, da nocevoli abusi, colle spie, colle insidie, colle seduzioni, senza giustizia di sorta. Tutti, che non avevano l’animo interessato nel tradimento, scorgevano come quel Pontefice, che innanzi tratto era apparso l’angiolo della carità e dell’amore, il Messia redivivo delle libertà umane e il terrore dei despoti, non fosse in realtà degenere dal suo antecessore e come esso sempre propendesse pel Borbone di Napoli, anzichè pel re di Piemonte. E notavano come il granduca Leopoldo II, fanciullo nelle sue ambizioni, facile ad ascoltare consigli del primo venuto, anelasse di togliere ai suoi popoli le concesse franchigie, riunirsi apertamente coll’Austria , e ritornare l’antico dispotico reggitore. Il malcontento cresceva; scompigliavasi sempre più il potere esecutivo per eterogeneità di pareri tra il principe e i suoi ministri, per l’urto diuturno e scalzante della pubblica opinione.

Il nuovo ministro di Pio IX, Pellegrino Rossi, cercava assicurare il principio dell’indipendenza peninsulare stringendo una mutua confederazione con Napoli e Firenze, alla cui testa sognava porre quale arbitro, guida e moderatore il suo sovrano. Il nuovo ministero di Torino, presieduto da Vincenzo Gioberti, e sorto sull’aristocratico e gretto che assai malamente conduceva gli affari dell’italiana rivoluzione, soccorreva all’idea presupposta nel Rossi, col convocare un Congresso federativo d’Italiani d’ogni provincia per avvisare al modo di conservare l’autonomia e l’unione dei diversi Stati in cui Italia era allora divisa. Rossi e Gioberti pretendevano di poter in quel modo conciliare le sparse opinioni, ordinare la Penisola in condizioni accettabili dalla maggioranza, e tali da far nascere un concetto unico, positivo, riedificatore di nuove sorti.

Nell’atto che era per aprirsi la discussione degli esposti principi, una nube si squarciava, ed apriva agli avidi sguardi un altro orizzonte più lusinghiero e più raggiante di belle speranze.

Il giorno 5 settembre 1818, il popolo livornese già concitato per antecedenti tumulti sorti pel divieto al disbarco dal governo imposto al barnabita Gavazzi, si sollevava e rimaneva padrone della città e del castello. Il Granduca per conciliarlo nominava a governatore di esso il patriota Giuseppe Montanelli, da Fucecchio, professore nell’Università di Pisa, uomo di aperto ingegno, di cuore ardente per le civili franchezze, uno degli strenui combattenti del 29 maggio 1848 su quel di Mantova. Il giorno 8 Montanelli proclamava la necessità di una Costituente italiana, la quale avrebbe dovuto dapprima condurre la guerra e stabilire i contingenti in uomini e danari da somministrarsi dai diversi Stati; terminata la guerra, bisognava che si occupasse di un patto che stringesse insieme tutti i governi italiani. Tale concetto dava una comune direzione a tutti gli sforzi del popolo. A Firenze cadeva infrattanto il ministero Capponi, debole e cieco, e che aveva sempre brancolato senza mai osare di iniziare una politica a seconda dei giusti desideri del popolo. Ad esso succedeva il ministero Montanelli-Guerrazzi, che proclamava la Costituente nel suo programmi, scioglieva le Camere, e le convocava pel 9 gennaio 1849. Eccetto il Granduca, che vi era forzato, tutti i principi ricusarono di aderire all’idea di Montanelli.

Frattanto nel seno di quell’impero eterno nemico d’Italia avvenivano fatti che accrescevano le speranze del popolo italiano. Vienna insorgeva, l’Ungheria si ribellava al tristo oppressore; mai l’Austria erasi trovata in più tristi condizioni. L’esercito austriaco d’Italia prorompeva in sediziose parole alla notizia di quegli avvenimenti; e Radetzky lo acquietava fucilando i capi dei tumulti, o sguinzagliandolo in grossi drappelli nei paesi della Lombardia e della Venezia e imponendo balzelli a pro delle truppe e suo. E per fare più chiara la propria autorità ed incutere a tutti soggezione e rispetto, faceva pubblicare nelle gazzette ufficiali un proclama diretto ai vari corpi dell’esercito, in cui dopo i rimproveri, le imprecazioni, le minacce contro gli insorti, diceva che «Iddio gli concederebbe la grazia di vedere il giorno fortunato nel quale si direbbe: « -- L’esercito ha salvato la monarchia. »

Quantunque la Lombardia e buonissima parte del Veneto fossero ricadute sotto la verga di casa d’Austria, quantunque in forza dell’armistizio Salasco le truppe sarde avessero sgombro ogni posto del territorio occupato dal nemico, Venezia, la regina dell’Adriatico, che raccoglieva in sè molti dei prodi figli d’Italia. Venezia gettava il guanto di sfida al Radetzky e attelavasi [2] a difesa. I reggitori di quell’illustre città, tanto bella, quanto sfortunata, coll’intendimento di tentare la disciplina dell’esercito austriaco dopo i fatti di Vienna, di educare alle aperte battaglie i suoi volontari, di aprire infine una più larga comunicazione colla terraferma, iniziava il 22 ottobre 1848 quella serie di combattimenti che d’un nuovo nome immortale cingeva il capo a Venezia [3].

Mentre alla Laguna combattevasi per la libertà, Giuseppe Mazzini, speranzoso che le moltitudini martoriate dall’Austriaco sorgerebbero alla voce dell’onore, della fede, del loro medesimo interesse, sollevava, nell’ottobre di quello stesso anno, in Valle Intelvi, lo stendardo della nuova crociata. Gli arresti proditori, i ladroneggi, i soprusi d’ogni maniera esercitati dall’Austria, le rivoluzioni stesse di Vienna e di Ungheria avacciarono l’impresa. Primi ad insorgere furono i robusti figli della Valtellina; tenne lor dietro Argegno, solitario paese in sulla sinistra sponda del lago di Como, allo sbocco della Valle Intelvi i cui terrazzani come quelli di Valtellina sempre si distinsero per vivo patriotismo, per abnegazione, valore e coraggio. L’urto al moto insurrezionale in Argegno fu dato da Andrea Brenta. Era questi nato nel 1811 in Varenna di Como, e, nel 1833, colla famiglia si era trasportato in quell’ultima terra per esercitarvi la professione di oste-fornaio. Odiando quanti altri mai il governo straniero, Brenta, al primo grido di guerra nel marzo 1848, fu dei più coraggiosi Lariani che corsero all’armi e scesero a Como. Quivi si distinse a capo d’una delle valorose guerriglie che snidiarono le truppe dell’imbecille signore d’Asburgo da quella provincia e dalla Valtellina. Seguì quindi l’esercito piemontese al di là del Mincio, ove non poco giovò al commissario di guerra Ferranti, ed espose coraggiosamente la vita per salvare alcuni magazzeni di vettovaglie nella ritirata di Sommacampagna. Dopo i rovesci delle armi nostre, seguiva l’esercito in Alessandria; ma saputo che Garibaldi a Morazzone si sosteneva, solo e sdegnoso, contro ogni armistizio, corse ad unirsi a lui, e si distinse per indomato e imperterrito coraggio; e quando quella mano di prodi dovette cedere al numero, e si disciolse, il Brenta emigrava su quello di Svizzera, donde correva a visitare di tempo in tempo la moglie e i nove suoi figli, recandosi pure a spargere, per quelle Valli e fin sotto le mura di Como i proclami che partivano dal Comitato insurrezionale.

Date avendo prove di grande amore per la patria e di specchiata probità, non è da stupirsi se venisse allora scelto da Mazzini ad iniziatore dell’opera.

Brenta accettava; con quattrocento determinati compagni disarmava l’I. R. Gendarmeria, e, cacciandosi poi per la Valle, tutta la faceva insorgere. I disarmati gendarmi si portavano prestamente a Como, e riferivano l’accaduto a quel comandante militare, generale di Wohlgemuth. Il 25 ottobre, sui battelli a vapore Lariani, venivano spedite truppe ad Argegno affine di reprimere il movimento. Avviavansi esse per la strada a destra; ma appena giunte poco oltre la chiesa di San Sisino, che trovasi a breve distanza da quella terra, dovevano far sosta, perché accolti da una ben nutrita moschetteria di sette nostri ardimentosi, fra cui Brenta, Niceforo Bernarda e Andrea Grandi, i quali se ne stavano imboscati poco lungi da Carrano, o Crotto del Piazza. Uno scambio non interrotto di fucilate s’impegnò allora: i nostri tanto destramente seppero distribuirsi per quelle alture e rispondere al fuoco, che gli Austriaci avevano la ferma credenza d’aver a che fare con un forte nerbo d’insorti.

Il dì dopo il nemico attaccò pel primo; senza però osar di avanzare. I nostri, fatti sempre più baldi dalla precedente vittoria, ricaricando con una lestezza sorprendente i loro schioppi, sostenevano meravigliosamente la lotta. Narra il Ferrabini che «tanto pervenne da ultimo l’ardimento di que’ sette coraggiosi che Andrea Grandi, balzato fuori solo da una macchia, stringendo il proprio moschetto, simulando che altri molti il seguissero, colla voce e col gesto sgomentò in guisa gli Austriaci che si posero a fuggire a precipizio, raccogliendosi a mala pena in Argegno. Seguendo il barbaro loro costume, si vendicarono dei morti e dei feriti appiccando il fuoco a ventotto cascinali e a due crotti

Rifattisi dalla vergognosa ritirata i soldati d’Austria infierirono contro i terrieri, senza avere riguardo a sesso o ad età; e poichè le loro barbare brame furono dome, tolti sette statichi [4], fra i primi di quelle terre, che ebbero la sventura di cadere nelle loro mani, s’imbarcarono per alla volta di Como.

Da Lugano infrattanto giungevano nella Valle denaro, armi e munizioni, e meglio di 400 volontari, il maggior numero dei quali disertori italiani e ungheresi delle file austriache, che avevano sposato la causa della libertà. I militi erano in parte capitanati da Arcioni, in parte da D’Apice. - Medici, Daverio e Vitaliano Crivelli seguivano que’ due comandanti. Nella chiesa di San Sisino fu istituito un governo insurrezionale per la provincia di Como, il quale cominciò collo spargere moltissimi proclami di Mazzini; allora anco vari altri paesi insorsero.

Arcioni e D’Apice dissentivano di molto fra loro; anzichè porsi d’accordo per operare di conserva a pro dell’insurrezione, giunti appena sul luogo si bisticciarono per contrari pareri e per precedenza di comando. L’Arcioni tornò tosto là donde era venuto, il D’Apice rimase; ma invece di porsi in buone posizioni, scelse la linea piedemontana e lasciò le alture al nemico, che ebbe tutto l’agio di attaccarlo con molto vantaggio.

Gli Austriaci erano ritornati in grosso corpo. Innanzi tratto avevano invano tentato di penetrare nella Valle, i cui sbocchi erano dai Valligiani gagliardamente difesi; ma il giorno 3 di novembre, coadiuvati da alcuni agenti di Finanza, i capi Digiuni e Mauri; le guide Melloni, Pensa e Bevilacqua, e la guardia Biondo, riuscirono a guadagnare le alture, abbandonate, come dicemmo dal D’Apice [5].

Cogniti quegl’indegni Italiani d’ogni più nascosto sentiero, nottetempo guidarono pel monte Bisbino gli sgherrani austriaci, i quali, con rapida marcia, si impadronirono della vetta sinistra della Valle, detta di Schignano. Da colà essi, quale valanga impetuosa, irruirono alle spalle degli insorgenti, e nelle rapine e nel sangue, poterono saziare la sete di vendetta di cui erano divorati. Il casino detto dei Signori, posto sulla cresta della montagna alla destra di Schignano fu saccheggiato; l’osteria di Brenta fu pur saccheggiata, indi incendiata; si che veniva all’innocente di lui famiglia tolto ogni mezzo di guadagno. Fucilarono senza giudizio veruno un tal Domenico Ceresa, detto Tardett di Schignano, perchè cercava di sottrarre alla rapacità degli assassini i suoi armenti; un Ungherese che, diretto per la Svizzera, s’era per que’ monti smarrito, e Antonio Crescieri d’Argegno, pur innocentissima vittima. «In mezzo allo squallore arrecato dalle orde dei Croati, ci narra un testimonio oculare, vidi il rinnegato Pensa giubilante di gioia feroce fra le genti, che, atterrite, senza muovere labbro, lasciavansi spogliare d’ogni avere.»

Pochi dei nostri in armi fra cui tredici disertori ungheresi, distesesi in catena pel monte San Bernardo, avevano proseguito a combattere, mentre il D’Apice da vigliacco se ne era fuggito a Capolago; ma essi pure avevano alfine dovuto cedere al numero e ritirarsi colla perdita di venti uomini morti e prigioni.

Così aveva fine una insurrezione fomentata dall’errore, distolta dai litigi e dalle stolide presunzioni dei capi e malamente condotta dal genio dei sopraciò [6].

L’istessa fine, quantunque con più deplorabili conseguenze, toccava alla rivoluzione di Vienna. I generosi patriotti Roberto Blum, Venceslao Messenhauser e Fröbel, capi del popolare movimento, venivano per ordine del principe di Windischgrätz fucilati.

L’aulico edificio, che già pareva crollasse, rialzavasi sulle vecchie sue fondamenta, puntellato dalle spade di Radetzky e di Windischgrätz.

III.

L’assunzione del ministero democratico in Toscana aveva fatto credere all’effettuazione di parecchi ammiglioramenti. Molti speravano vedere ravvivata l’emunta finanza, ritolti gli odiosi privilegi, riordinati i municipi, corrette le leggi di polizia, riorganizzata la guardia cittadina, diminuite le imposte, dato un forte impulso alla guerra d’indipendenza. Ma nei nuovi reggitori o fosse scemo il volere o mancandone loro la forza per la condizione del paese e dei tempi le aspettate riforme poco o nulla si attuarono.

Frattanto Roma apparecchiavasi all’apertura della nuova Camera legislativa. Il popolo apparentemente pareva quieto. Ma se un sordo rumore rivelava assopita la guerra esterna, la domestica era accresciuta.

 

Il ministro Pellegrino Rossi, non amato dai Romani, veniva il giorno 15 novembre ucciso con un colpo di stile alla carotide mentre recavasi alle Camere. Il giorno dopo immenso popolo, a cui s’erano unite le guardie civiche e truppe stanziali recavasi tranquillamente al Quirinale, residenza del Papa, per chiedere al sovrano la proclamazione dell’ indipendenza italiana, della Costituente, delle leggi volute dalla maggioranza dei deputati, della guerra nazionale e di un ministro popolare. Pio IX non voleva saperne di concessioni; andava ripetendo alla deputazione del popolo che a nulla avrebbe aderito sotto l’impero di una coazione; ma fattasi piena la sommossa, e le vite di quanti erano in palazzo essendo in pericolo, egli dovette migliorare sentenza.

Pio IX non aveva ceduto che alla paura. Quando il pericolo era passato, decise tradire quel popolo che lo aveva benedetto padre amoroso, che da lui aspettava quelle concessioni elle ogni popolo ha diritto di reclamare. Nella notte dal 24 al 25 novembre, sen fuggiva da Roma e, sotto mentito spoglie e accompagnato da una donna, correva a Gaeta fra le braccia del Borbone, sozzo del sangue dei straziati suoi sudditi.

Quell’uomo stesso che un tempo amnistiava gli oppressi dall’ira paurosa dei despoti; che consolava i miseri in qualunque luogo fossero; che empiva il mondo della sua fama; che in nome di Dio benediva all’Italia; che  tendeva la mano a tutte le genti conculcate perchè sorgessero contro i tiranni; che deludeva i rigiri diplomatici colla politica del cuore, ora provocava la discordia e l’anarchia per raccogliere il bastone dell’arbitrio nel sangue degli uomini; rinnegava i propri ministri, e nell’atto medesimo li riconosceva solo per impegnarli a premunire i Palazzi apostolici e le persone che vi erano addette.

Abbiamo in altro volume narrato dei fatti di Roma [7]; vedemmo come quel popolo lasciato a sè stesso conservasse quel nobilissimo contegno che cotanto onore avevagli già procacciato; come avesse richiamato il fedifrago sovrano; come infine, alla proclamazione della romana Repubblica, il rappresentante del mitissimo Figliuolo di Maria, l’apostolo della pace, il banditore delle incruenti dottrine del l’Evangelio, il chiamato «padre santo» dal mondo cristiano, battesse alle porte dei gabinetti d’Europa - luterani, scismatici, turcheschi, dispotici, repubblicani, costituzionali, - per domandare l’anti-cristiana, l’anti-nazionale elemosina di un corpo di soldati che corresse a bombardare la sua terra nativa, ad uccidere i propri fratelli, ad opprimere quelli che la Provvidenza gli aveva dato figliuoli, per rinsediare fra tanta civiltà di secolo l’anacronismo politico che chiamasi il governo temporale dei Papi.

In quel torno di tempo venivano in Firenze aperte le Assemblee legislative della Toscana.

Il 10 gennaio 1849, il granduca Leopoldo ai senatori e ai deputati convenuti nella sala detta dei Cinquecento in Palazzo Vecchio pronunciava un elaborato discorso, in cui molte erano le parole, scarso il concetto. Da quel giorno si iniziarono le sedute del Parlamento, il cui spirito pareva indifferente ai ministri, moderato agli eccessivi, servile e compro ai retrogradi.

Alla gente minuta piaceva il nuovo dei reggitori e ne cantava l’elogio; ai positivi pareva guida di ruine, di ambizioni, d’inganni; ai nobili e ai ricchi non calzava punto e ne mormoravano maledettamente. Il popolo però rideva di queste smanie; e il giorno 21 adunavasi a comizio in sulla Piazza della Signoria, luogo sacro per grandi ed antiche memorie, affine di discutere un indirizzo da presentarsi al Parlamento allo scopo di ottenere una legge elettorale che stabilisse la scelta dei deputati alla Costituente italiana. Approvata la petizione, la moltitudine traeva al Duomo per ringraziare Iddio della felice ispirazione che da Lui dicevano avuta. Il tempio era muto; l’altare spoglio dei sacri arredi; i sacerdoti destinati al servizio del culto erano assenti. Una voce uscita dal mezzo della folla avvertiva che l’arcivescovo aveva ricusata l’assistenza dei preti all’atto solenne richiestogli da una deputazione del circolo popolare e dal ministro di grazia e giustizia. Quella voce fu come favilla in polveriera. Gli animi s’inasprivano; moltissimi correvano all’abitazione del prelato e vi commettevano atti di spregio e di violenza.

A nuovo comizio il popolo adunavasi il giorno 22 nella medesima Piazza del giorno innanzi; parecchi concionatori magnificavano il concetto della Dieta Italiana in Roma, e proponevano fra un subisso di applausi la convocazione dei collegi elettorali a universale suffragio. Il ministero aderiva a quel voto; e il Montanelli presentava alle Camere un disegno di legge, componentesi in sei capitoli che furono quasi all’unanimità approvati.

Leopoldo mostravasi in sulle prime alquanto perplesso ad accettar una legge che gettava la prima pietra d’una nazionalità italiana. Egli ne teneva lungo discorso con Guerrazzi, il quale colla sua potente parola giungeva a persuaderlo che accettando faceva opera grande, luminosa.

Il Granduca aveva sempre temuto l’autore dell’Assedio di Firenze e di altrettali libri, inni tutti disperati d’uno schiavo che squassa le catene sulla faccia dei despoti e nel suo cruccio trascende al sublime della rabbia; ma siccome i nemici procacciati dalla paura, una volta conosciuti da vicino appaiono diversi di quella opinione che erasene formata da lungi; così Leopoldo, parlando cogli intimi della Corte del nuovo ministro, soleva dire: «Me lo avevano dipinto sì tristo! gli è invece onesto e capace, e mi dolgo di averlo conosciuto così tardi.» Lord Hamilton, ambasciatore dell’Inghilterra, soggiunse anch’esso parole persuasive in proposito; per cui, rimosso ogni dubbio, il Granduca firmava risolutamente la carta, dicendo: «Se la felicità della Toscana di tanto abbisogna, sia; se occorre, perderò volentieri la mia corona.» Cui Guerrazzi: «Voi ne avrete una più durabile e bella!» E agli amici spesso diceva: «Aveva sempre stimato Leopoldo un uomo freddamente tristo e maligno; or mi avveggo essere di poca levatura sì, ma perfetto gentiluomo.»

Bentosto però un amaro disinganno faceva al Guerrazzi cambiare sentenza; allorchè intercettata nell’ufficio postale di Firenze una lettera che il Granduca dirigeva a Napoli in essa leggevasi fra le altre parole: Bientôt je serai débarrassé de ce tas de gueux!

Ma il fatto che stiamo per narrare meglio di ogni altro caratterizzò l’animo di quel principe. Il gabinetto di Torino aveva a quel di Firenze spedito il piano delle operazioni di campagna per la ripresa delle ostilità contro l’Austria; ed esso impadronivasi di que’ fogli e li mandava segretamente a Vienna. Guerrazzi, avvedutosi di quella sottrazione pregava il Niccolini di Roma, affinchè partisse in sull’istante per arrestare il dispaccio prima che giungesse al destino; ma quegli, per mancanza di denaro, tardi se ne partiva; sicchè il geloso piego sfuggiva alla sua ricerca.

La famiglia di Leopoldo trovavasi a Siena. Il principe, senza dir nulla, vi si riduceva appena sottoscritta la legge sulla Costituente.

A Siena ferveva un forte partito liberticida formato da ogni ceto di cittadini; esso colse il pretesto dell’arrivo del Granduca per ispargere la voce che fosse fuggito per salvarsi dai cattivi trattamenti dei Fiorentini e chiedere un asilo alla fedele città. Alcuni patrizi, che sino a quel punto per la loro nullità e dappocagine non erano stati mai considerati, fatti audaci dal disordine, eccitarono la plebe ad una festiva accoglienza con torce, con musicali concerti e con grida sediziose intorno alla turchina e rossa bandiera toscana. Parecchi noti per il loro patriotismo, comechè pazientemente operassero, tolti di mira dai forsennati vennero bistrattati ed insultati con grida di morte. Gli studenti, provocati pur essi, dovettero coi liberali emigrare la città. Triste opera ed indecorosa quella d’un principe che permetteva i primordi di una reazione provocatrice d’ire civili e quasi ne giubilava. Più triste e più indecorosa quella degli abitatori d’una nobile e magnanima terra, ultima fra le italiane città a difendere nel sedicesimo secolo le sue civili franchigie a misura di eroismo e di sangue.

La reazione sanese non si ristava ai principi; ma discendeva armata nella lizza. Cambiavasi in quel mentre la guardia al ducale palazzo, ed alcuno fra la folla applaudiva alla Costituente italiana. E la plebe furiosa inveiva con ingiurie, con percosse, con colpi di pugnale contro gli amici di libertà. La doppia guardia non si muoveva per disunire i combattenti, per ismaltire la moltitudine; l’autorità non chiamava punto all’armi la civile milizia per tutelare l’ordine; ed il Granduca, che sapeva come lo scandalo nascesse dalla opinione prevalsa ad arte nel popolo che la Costituente a lui togliesse potere e corona, lasciava accreditare l’errore e l’infame pretesto.

Mentre nell’interno permettevasi che que’ fatti nefandi si consumassero, davasi pur adito a che si rinnovassero, a che i lavoranti della ferrovia, armati di vanghe, di pale e di picconi irruissero in città gridando «Viva Leopoldo Il! Non vogliamo la Costituente! Morte ai Repubblicani!» e che quella stolta accozzaglia, accresciuta di quanta Siena racchiudeva della fetida bolletta della sentina sociale, percorresse le strade, minacciando, insultando, percuotendo quanti sapessero liberali.

A quelle notizie, il ministero inviava una lettera a Leopoldo nella quale veniva dichiarato che, ove non si fosse restituito nel più breve tempo in Firenze, accettasse la propria dimissione. Il cavaliere Corradino Ghigi, generale della milizia cittadina, e il cavaliere Ubaldino Peruzzi, gonfaloniere di Firenze, recavansi a Siena, si presentavano al principe e cercavano persuaderlo a far sollecito ritorno alla sua sede. Leopoldo rispondeva essere ammalato di forte reuma ed afflitto per le occorse cose; desiderare più che altri mai di reddire in Firenze; raccomandare ai ministri di non abbandonare il timone dello Stato; volersi circondare del suo Consiglio, e se di tutto non fosse stato possibile, almeno di parte. Allora Montanelli, in compagnia dei segretario Marmocchi, partiva per a Siena, ove veniva amorevolmente accolto dal Granduca, il quale per due giorni con molta benevolenza con lui si tratteneva, e gli stringeva ambo le mani con molta effusione, allorchè udiva accennare la Costituente italiana. Non è a dire quindi come il Montanelli rimanesse grandemente maravigliato venendo la mattina del 7 febbraio a sapere che il Granduca erasi fuggito da Siena, riparando nel porto di Santo Stefano. Agendo in quel modo Leopoldo non faceva che ubbidire da vassallo ai cenni dell’Austria.

A mantenere l’ordine e le costituzionali franchigie veniva da popolare voto nel giorno 10 eletto un governo provvisorio, composto dai cittadini Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni, e sanzionato ad unanimità dalle Camere.

Que’ Triumviri nominavano tosto un nuovo ministero.

Il giorno 8 dello stesso febbraio, giungeva a Livorno Giuseppe Mazzini, il quale dalla ringhiera del palazzo governativo con parole nobilissime e moderate annunciava al popolo la fuga di Leopoldo; raccomandava l’ordine, l’unione, la quiete, e consigliava la Toscana ad attendere le determinazioni della Costituente romana.

Quindi muoveva per a Firenze dove cercava di persuadere il governo essere l’unica salute del paese l’unificazione collo Stato romano prima della prossima invasione straniera delle due libere contrade. Montanelli giammai tolse parte all’animata discussione; Mazzoni fu breve e chiarì il suo fermo proposito di non annuire a tal voto se non quando fosse espresso dalla pluralità del suffragio popolare. Guerrazzi nutriva altri sensi: voleva che si serbasse intatta l’autonomia dei due paesi; ed ostinandosi su ragioni politiche, che veramente tali non erano, volle pur sostenere ad ogni costo il suo assunto.

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Le prime condizioni essenzialissime pei rettori di un libero stato sono il sentimento della propria forza e la fede nel proprio diritto. Un governo che dubita, che dà prove di debolezza, ben presto vacilla e cade. Egli deve mai sempre progredire ardimentoso e di gran passo in sulla via in cui si è messo, spezzando gli ostacoli in nome delle libere istituzioni, della filosofia e del benessere dei popoli.

Tale una virtù sembrava posseduta dal Triumvirato toscano. Guerrazzi erasi dato onninamente a distruggere le barriere dell’antico dispotismo che il Granduca austriaco con riflettuto proposito aveva tenute ognora salde. Il còmpito era difficilissimo; imperocchè mentre da un lato demolivasi, Leopoldo II da Santo Stefano dava ordini di reazione e di sangue. Primi ad ubbidire allo stolto comando fu una mano di contadini di Empoli, i quali, eccitati da preti malvagi, recavansi in vicinanza di Montelupo per iscassinare il binario della ferrovia e togliere così ogni comunicazione tra Firenze e Livorno. Indi al suono del rintocco, invitavano la gente di mal’affare ad imitarli; la via era rotta, svêlti erano i pali telegrafici, bruciati la stazione e i capannoni con alcune carrozze che ivi erano riparate; e la torma di que’ pervertiti riddavano intorno all’incendio, gavazzavano, gridando «Viva Leopoldo secondo!».

Il governo senza porre tempo di mezzo faceva chiudere in prigione i fomentatori del disordine; condannava il municipio di Empoli a ristaurare la ferrovia a sue spese; ordinava che le campane che avevano suonato a martello fossero fuse in cannoni, rotti i campanili negli angoli in  segno d’infamia e minacciava di esemplare punizione que’ preti che, rinnegando il loro ministero, avevano eccitata la gente dei campi all’opera nefanda.

IV.

Dei primi a fare adesione al nuovo governo di Toscana fu il generale De-Laugier. Non andava molto però che desso, postergando ogni sentimento d’italianità, sacrificando per un fatto personale gl’interessi della patria, gettavasi di nuovo in braccio all’imbecille Signore di Lorena, e diveniva ribelle.

Mentre avvenivano i fatti per noi sopra narrati, altri più gravi si andavano consumando in Massa e Carrara. Il De-Laugier presidiava quelle due terre con alcuni battaglioni di milizie stanziali. Cogliendo l’occasione che un corpo di truppe sarde, sotto gli ordini del generale Alfonso La Marmora, si attendavano in Sarzana, egli pubblicava il giorno 17 febbraio un proclama in cui diceva che 20,000 di quei soldati si accingevano a restituire alla Toscana il suo legittimo sovrano; esortava tutti all’obbedienza; prometteva amnistia generale, da cui eccettuava soltanto coloro che impugnassero le armi dopo la proclamazione del suo editto; scioglieva nei soldati i freni della disciplina; provocava la civile discordia, e metteva infine lo scompiglio nelle popolazioni. Il governo ordinava immediatamente che il De-Laugier venisse posto fuori della legge; che i sott’ufficiali rimasti fedeli alle libere istituzioni assumessero il grado dianzi occupato dai fedifraghi ufficiali, e, provvedendo alla pubblica salute, raccoglieva uomini per andare contro alle milizie del generale traditore.

Guerrazzi, investito di tutti i poteri, partiva con d’Apice, fatto generale. A’ suoi ordini erano 5,000 volontari per difendere lo Stato proditoriamente perturbato nelle provincie di Massa e Carrara. Una legione, sostenuta per mare dal battello a vapore il Giglio, da Livorno andava a Viareggio per la strada littorale. Da Val di Serchio sino a Macellarino, si distinsero i civici pisani comandati dal maggiore Petracchi. Una terza legione per la via di San Quirico mosse verso Camoiore dove il De-Laugier, abbandonato  dalla maggior parte dei suoi, erasi accampato con 1,500 uomini e aveva disposto tre pezzi d’artiglieria.

I volontari procedevano collo schioppo scarico e con ramoscelli di ulivo sulla bocca della canna e sui berretti. Nessuno dei soldati di De-Laugier volle combattere contro i propri concittadini; tutti si abbracciarono fratelli, acclamando al governo provvisorio, all’Italia, alla libertà. Il generale ribelle, scornato, se ne fuggiva nel territorio piemontese.

Altri segni di sedizione notavansi in pari tempo intorno a Firenze. I reazionari nella sera del 21 dello stesso febbraio accendevano falò nelle propinque colline, sparavano colpi di archibugio e gridavano con quanto fiato avevano nella strozza «Viva Leopoldo II» fin presso le porte della città. Il popolo inquieto si versava nelle vie, ed accalcavasi nella Piazza della Signoria, gridando alla sua volta «Tradimento! ci si dieno armi a difesa!» In breve ora, la guardia nazionale, immensa per numero e bell’ardire, ammirabile per patria sollecitudine e abnegazione, seguita dal drappello dell’emigrazione lombarda, traeva là ove più sembrava minacciare il pericolo. La maggior campana del Duomo suonava a rintocco. I reazionari, scorta appena la selva di baionette che facevasi loro incontro minacciosa, fuggivano a precipizio. La campagna venne perlustrata, e furono condotti in città, tra fischi ed ingiurie, parecchi villani disarmati, a cui dai tristi fomentatori erasi dato ad intendere che Leopoldo trovavasi in Firenze. In quella vece il principe austriaco aveva il dì innanzi preso imbarco colla famiglia per Gaeta, ove l’attendevano il Sommo Pontefice e il Borbone di Napoli.

Prima di lasciare la Toscana egli aveva tenuto un lungo consiglio coi ministri esteri presenti nel porto di Santo Stefano. Ad uno di questi che lo aveva consigliato a porsi alla testa dei soldati  rimastigli fedeli, aveva risposto tutto sgomento: «Ignorate dunque che io non sono un uomo di spada?». Di fatti, pochi dì innanzi, udendo il rimbombo delle artiglierie festeggianti in Orbetello l’assunzione del nuovo governo, egli cadeva in deliquio per lo spavento.

Fuggito il Granduca, i più caldi di patrio amore avrebbero voluto l’immediata unione compatta e politica delle terre toscane con quelle della Repubblica romana, per avere nell’Italia centrale, un punto della linea unitaria futura. Dal cuore della Penisola avrebbero voluto far rifluire novello sangue, con virtù redentrice, nelle membra che sfiduciate avevano fatto cadersi la spada di mano. Le gazzette liberamente redatte - annuivano alla formazione del nuovo Stato. Alcuni però che sino a quell’istante avevano detto amare l’Italia una ed indivisibile, dichiaratisi d’un tratto pratici e positivi, dicevano poetiche quelle speranze, non essendo i Toscani nelle stesse condizioni politiche dei Romani e potendo le potenze straniere, gelose di un tale amalgama, aggravarli d’infiniti guai ove scarso loro sembrasse il sobbarcare all’immenso debito pubblico creato dal reggimento dei preti. Guerrazzi era tra questi; e molte ragioni aveva per combattere la idea che erasi già fatta popolare. Ma venne un giorno in cui le sue preveggenze fallirono; chè, un’onda immensa di popolo, guidata dal romano Niccolini e da un tal Cioni, trasse a salutare nella Piazza della Signoria l’albero augurale della libertà. Una deputazione, andata ad annunciare il fatto al governo, trovò Guerrazzi impensierito ed iroso. Le grida della piazza lo invitarono a mostrarsi; egli si fe’ al verone; disse amare pure esso la forma del più libero reggimento, richiedersi però circostanze opportune ed adatte al suo stabilimento; conchiuse con parole ambigue che non comprendevasi se approvassero o rifiutassero la Repubblica. Il Mazzoni, repubblicano di antico conio, ma ricercatore di legalità nelle rivoluzioni, rassegnò i suoi poteri di triumviro perchè credeva nelle sole Camere la facoltà di cangiar forma alla legge. Tutti i ministri l’imitarono; Zannetti, generale della guardia nazionale, rimpiazzava Mazzoni, per cedergli il seggio pochi giorni dopo. Imperocchè Guerrazzi non aveva quasi peranco comunicata ai governatori di tre provincie la cambiata rettoría ed ordinato l’arruolamento di 2000 uomini, quasi a palladio del nuovo patto popolare, che mutava modi, pensieri e parole da far persino dimenticare il grand’atto consumato dal popolo fiorentino. Guerrazzi ambiva l’impero su tutto e su tutti; vagheggiava bensì l’idea italiana, ma non già come un fine, sol come mezzo di serbare od aumentare il proprio potere: aspettava consigli dal tempo, e volgeva gli occhi al Piemonte, il quale era ormai deciso di ritentare la prova delle armi contro l’austriaco impero. Quell’ uomo, che avrebbe potuto arrecare un grande utile alla causa italiana, mostrossi dappoi fiacco di pensiero. Vivente presso il santuario delle libertà de’ tempi di mezzo; respirante l’aria dei colli che un dì dilatava lo spirito dei Savonarola, dei Michelangelo e dei Ferruccio, dei Dante da Castiglione, si affannava quasi per soffocare la istintiva potenza sua. Anzichè liberamente percorrere la via che i veri liberali gli additavano, a poco a poco da questa allontanavasi; e talmente che dopo la rotta di Novara, perdendo ogni speranza nella causa italiana, tentò ingrazionirsi il principe che la propria coscienza e la ingenita viltà avevano fatto disertare dal paese; e adoperossi a serbare il potere per una ristorazione. Turpe era il pensiero, ma non onninamente malvagio; imperocchè credeva di avere sufficiente possanza da volgere il male a profitto del bene ove restasse al timone dello Stato. E quell’uomo dall’alto intelletto e dalla ferrea natura, che aveva molte qualità degne d’imperio, sapendo come l’unione con Roma spiacesse ai nobili e ai ricchi, piegossi a corteggiare la parte aristocratica e mollemente costituzionale, e finse di disprezzare i migliori, di cui pur temeva e l’opinione, e l’energia, e l’ingegno. Egli non poteva apertamente combatterne il principio nell’Assemblea; per cui troncava ogni discussione, dicendola per prepotenza di casi non ancora ammissibile; dichiarava che la patria versava in grandi pericoli, essere mestieri d’un Dittatore a cui se ne affidassero le sorti. Tutto fu fatto a suo talento malgrado l’opposizione di ventisei voti, avversi non alla sua capacità, sibbene alla sua autocrazia ed al suo smodato orgoglio. Grave errore fu quello; avvegnachè guari non andava che la reazione trionfasse in Toscana, per la debolezza e l’ambiguità di governare di Guerrazzi, per la soperchiante onda di sbadati e d’inerti; e tra ripugnanti baldorie, cui tolsero parte uomini e donne d’illustre casato, di ricco censo e di educazione gentile, veniva acclamata la restaurazione di Leopoldo II. Innanzi tratto furono feste, benedizioni ed inni «A te, Dio, lodiamo»; quindi gli effetti del matricidio e le luttuose conseguenze che i Toscani, per anni deplorarono. Furono queste però una salutare lezione. I fatti del 1859 segnarono una pagina nella storia d’Italia che cancellò la memoria del poco senno politico e del poco patriotismo di quell’epoca nefasta.

V.

Mentre in Roma e a Firenze consumavansi i fatti per noi descritti, altri ne accadevano in Sicilia a danno della libertà. Imperocchè il Borbone di Napoli, approfittando della reazione pullulante su ogni canto di Europa, aveva voluto assoggettare di nuovo la generosa Isola di Sicilia, la quale erasi emancipata dalle leggi sue dispotiche, aspre, intempestive, di sangue. In altro luogo narrammo [8] come il tiranno Ferdinando II, all’aspetto ognor più minaccevole de’ suoi popoli, alle vittorie dei Siciliani, insorti contro le governative enormezze, fosse stato costretto il 29 di gennaio 1848 a promettere una costituzione. Vedemmo come soltanto dopo mille incertezze facesse quella promessa un fatto compiuto e come il 15 maggio di quello stesso anno, la bellissima Napoli divenisse sepolcro delle conquistate libertà per lo spergiuro del Borbone, e vi si assidesse sopra trionfante la reazione. Vedemmo come l’innocente città venisse posta in istato d’assedio, la guardia nazionale disciolta; fossero con severe minaccie ritolte le armi ai cittadini; compera [9] la plebe; sedotto l’esercito, e delle libertà non rimanesse che l’apparenza.

Dalle gore del sangue civile sorsero uomini che raccattarono le redini del governo. I primi atti di quegli uomini furono avversi al popolo ed all’Italia. Innanzi tratto spedivano truppe a reprimere i moti che i fatti del 15 maggio avevano suscitati nelle provincie; quindi inviavano messi a Bologna per richiamare il corpo di spedizione, capitanato da Pepe, che il Borbone era stato costretto a mandare in sussidio della santa guerra.

I moti venivano tosto repressi in Ariano; quindi in Lecce; non così a Cosenza e a Catanzaro ove la insurrezione palevasi [10] più forte che altrove. Nelle Calabrie si formavano Comitati di salute pubblica; i quali, rinnovando gli ordini civili, usavano dei riscossi tributi per mantenere la giustizia nelle rispettive provincie e per assoldare legioni di militi a difesa della patria e del parlamento. Ma anco quelle provincie non poterono a lungo sostenersi contro i feroci soldati del dispotismo, guidati dal generale Nunziante.

Lo scompiglio in cui trovavasi la Penisola dopo che l’Austriaco era tornato ad accamparsi nelle terre lombarde, non poteva non essere tratto a profitto dal re di Napoli, assecondato da un Bozzelli, da un Ruggiero, dal famoso santone don Placido Baker e da altri iniquissimi uomini d’ogni condizione, i quali soffiavano sugli sdegni civili, sui pravi costumi del corrottissimo popolo per abbattere le accordate franchigie. Essi dicevano a Ferdinando che il Parlamento era composto di cospiratori, di facinorosi, di comunisti da punirsi con morte, con prigione, con esilio; ai lazzaroni che la Madonna e il suo Figliuolo avevano nella chiesa del Gesù Vecchio ordinato ai fedeli di obbedire ciecamente ai comandi della Polizia, inspirata dallo Spirito Santo. E il direttore Gabriele Abate Marco e il prefetto Teodorico Cacace somministravano consigli, armi, stipendio alla plebaglia ladra, ignorante, fanatica.

Chi parlava di Carlo Alberto e del suo prossimo tornare al campo era risguardato come nemico del re, chi dimostrava il desiderio di veder riordinata la milizia cittadina era ribelle; reo di lesa maestà chi discorreva dei sacrifici e delle virtù dei Siciliani; ateo, degno di galera e di Santo-Uffizio chi lamentava la politica apostasia di Pio IX. Alcuni membri delle Camere furono designati all’insulto dei birri, al pugnale degli sgherri, alle sciabole delle soldatesche.

Trionfante in Lombardia l’aquila grifagna, giganteggiante in Napoli la reazione, il Borbone poteva alfine gettare giù la maschera, comandare la spedizione contro la Sicilia per consumare colà a misura di sangue le proprie vendette e per l’antica ribellione e per l’offesa della proclamazione (10 lugl. 1848) a re costituzionale dell’Isola di Ferdinando di Savoia, duca di Genova. Per arrischiarvisi più impunemente faceva mestieri rendere muto il Parlamento sulle varie interpellazioni in merito a quella guerra, alla già effettuata nelle Calabrie ed alla prestanza di otto milioni fatta dal Rothschild colla guarentigia del ministero russo. Un regio decreto prorogava le Camere al trenta novembre. Il 5 settembre, l’avvocato Francesco Paolo Ruggiero saliva alla tribuna e leggeva quel decreto. Tutto all’ingiro era silenzio, tristezza, stupore; non un bisbiglio s’udì, non una rampogna venne a turbare la dignità della potenza che cadeva. Il Presidente dichiarava sciolta la seduta; e i deputati escivano dal recinto con quella gravità con cui si accompagnano gli illustri defunti all’ultima dimora. Mentre nelle Camere avveniva quel liberticidio, per la città branchi di ciurmaglia e di laide sgualdrine, capitanati da preti, da impiegati e da birri travestiti, con grida sediziose promuovevano subugli e scene di sangue. Tra le trivialissime canzoni che le turbe andavano urlando, ricordiamo la seguente per darne un saggio ai nostri lettori:

 

«  Vi quante trariture

Teneva sta cetà!

Ebbiva li surdati

E soja majestà!

La palommella janca

M’ha mozzecato i vracci,

Levateve i mustacci

Si no, ncè da abbuscà! »

 

Il governo, promovendo con cabale [11] nefande e aizzando que’ disordini voleva compromettere quelli che più erangli in uggia, e mostrare in pari tempo all’Europa come la costituzione non fosse apprezzata dalla maggioranza del popolo; ma soltanto richiesta da una mano di faziosi e di malcontenti.

Una poderosa armata, fornita d’ogni attrezzo di guerra, guidata dal generale Carlo dei principi Filangeri, salpava infrattanto alla volta di Sicilia. Messina, città di belle memorie, era la prima a sostenere l’urto delle falangi borboniche. Il 6 settembre 1848 cominciava il Filangeri gli attacchi. Messina si difendeva strenuamente; ma dopo giorni di lotta accanita, dopo prodigi di valore e perdite incommensurabili, doveva cedere innanzi al numero grande di feroci nemici sitibondi di sangue, innanzi alle rovine ognor crescenti delle arse sue mura.

I Regi si mostrarono non uomini, ma belve mai satolle. Imperocchè dopo il secondo assalto, pattuito da essi un armistizio tra le due parti a condizione che i Messinesi si ritirassero, il Filangeri, rompendo la fede, faceva trarre inumanamente sulla città, malgrado le più severe rimostranze dei comandanti le flotte straniere che erano ivi ancorate. A quel tratto di barbarie e di rilassata morale, succedevano prove di grande virtù militare e patriotica nei volontari della libertà e nei cittadini.

Ridire gli stupri, gli assassini, le contaminazioni delle cose più sacre, i saccheggi, gli incendi della empia soldatesca è impossibile. Basti il narrare, a vitupero di un re gavazzante su tali eccessi, che dalla Porta Imperiale sino alla chiesa di San Niccolò, dalla Porta Nuova sino alla Piazza delle Anime del Purgatorio e la Giudecca e la strada Cardines, tutto era fiamme come la bocca candente di un ampio vulcano [12].

Presa Messina, Filangeri muoveva per a Milazzo. Quivi non era una cittadella inespugnabile, e gli apparecchi della resistenza si vantavano maggiori della già caduta città. I Siciliani si lusingavano che la giustizia divina avrebbe colpite le ordinanze[13] napoletane dell’ira sua nella battaglia del fratricidio. Ma il popolo patì; il supplizio fu pieno. L’accanimento selvaggio dei dispotismo fu tale da commuovere la diplomazia forestiera. I comandanti delle stazioni navali per la Francia e per l’Inghilterra, il Baudin e il Parker, invocarono a titolo di umanità presso i rappresentanti delle loro nazioni un armistizio tra le due genti per arrestare una guerra ruinosa e di efferata sevizia.

Aprivasi in Napoli durante questa tregua il Parlamento. Re Ferdinando non assisteva alla solennità cui tutti i buoni applaudivano, nè l’augurava con alcun suo mandatario. Un resto di pudore, o meglio il soverchio della paura, risparmiava alla riconvocata rappresentanza la lettura di una regia menzogna. La plebe napoletana cominciava da qualche tempo a prendere l’abito dignitoso di popolo; pareva tendesse a ritogliersi i lacci della antica corruzione pretesca e governativa, e si agitasse al richiamo d’idee generose. Il sangue fumante sulle barricate del 15 maggio, gli eccidi di Messina, gli imprigionamenti, le torture, gli esili dei buoni, l’ipocrito elogio di Pio IX ed un reggimento che ogni dì commetteva soprusi, stragi e rapine, le facevano alla fine capire ciò che il partito liberale non aveva sino allora potuto porle nel cuore, che la libertà non rovesciava gli altari e i troni, non tendeva a predare il tesoro di San Gennaro, nè a distruggere il popolo perchè devoto alle sue credenze; sibbene la differenza politica esistente tra l’alta classe e la minuta. Il governo impauriva nello scorgere un tanto progresso; e, temendo una giusta, esemplare vendetta, faceva ingombrare dai suoi littori il quartiere di Monte Oliveto e la residenza dell’Assemblea, appostare artiglierie sulle grandi vie, e spediva ordini ai castelli di bombardare la città al primo segnale.

Quell’apparato di forze fu inutile. L’ordine pubblico non venne punto turbato. L’Assemblea però, appena costituitasi, domandava a Ferdinando, che fossero corrette le violazioni fatte allo Statuto, si creasse un Consiglio che meglio rispondesse ai voti del paese ed alla situazione d’Europa; e formulava un progetto di legge, mercè la quale il governo potesse esigere le imposte per due mesi sul sistema prevalso nell’anno decorso. Il ministro Ruggiero presentava altra legge autorizzante la percezione delle imposte per un semestre; ma tal disegno fu respinto; quello delle Camere fu approvato. Portato alla decisione dei pari s’ebbe presso a poco lo stesso accoglimento; e ciò fu cagione che la rappresentanza nazionale in seguito si sciogliesse.

Firmato l’armistizio, il ministero siciliano, riflettendo ai gravi e vicini pericoli che all’Isola sovrastavano, pensò seriamente ai provvedimenti di guerra che il senso morale del popolo, giammai dai sopraciò inteso, da gran tempo chiedeva. Sino allora le cose erano andate a seconda delle liete speranze sulla protezione dell’Inghilterra; soverchi i discorsi; indiscreta la libera penna dei gazzettieri; molto l’eroismo nel popolo e la brama di metterlo in atti, senza che il governo traesse tesoro da quella nobilissima virtù. Mentre da chi reggeva le cose in Sicilia cercavasi a provvedere alla difesa delle libertà, Ferdinando II da Gaeta spediva nell’Isola fidati suoi emissari per sapere per filo e per segno tutto che colà si operasse a’ suoi danni. A mezzo dell’oro, promuoveva dissentimenti e scissure; mozioni eccessive nei circoli popolari; diffidenze governative; confusioni negli ordini civili; e giungeva a tessere iniquissima congiura, atta a facilitargli la via per ricuperare il già perduto dominio.

Frattanto i due ammiragli stranieri presentavano al ministro delle relazioni estere in Sicilia un Ultimatum, firmato il 28 febbraio 1849 da Ferdinando in Gaeta, in cui veniva, fra le altre cose, promesso uno Statuto, la cui base dicevasi, con solenne menzogna, essere la costituzione del 1812, il quale sarebbe ampiamente formulato prima della fine del giugno del 1849. L’Ultimatum concludeva che ove la Sicilia non fosse rientrata immediatamente sotto l’autorità del Borbone, quelle promesse s’intendevano come non avvenute, e la guerra sarebbe di bel nuovo ingaggiata.

Gli ammiragli, deputati a trasmettere ai governanti nell’Isola le condizioni di Ferdinando, stimando al pari di tutti i diplomatici d’allora d’aver a trattare con un pugno di faziosi, tentavano suscitare popolaresche scissure col far pubblico il prodotto della grande mediazione, a cui avevano aggiunto di lor pugno parole insultanti per l’Isola.

Il popolo accolse le borboniche condizioni con sdegno e con rabbia. Gli scritti furono stracciati, fatti in minuzzoli, arsi da uomini di tutti i partiti, fin dagli indifferenti, fin da quelli che per interesse e per sentimento avevano desiderato il ritorno della regia autorità. Sul viso degli ufficiali francesi, spanditori di que’ fogli, gl’infuriati gridavano: «Fuori i Borboni! Guerra immediata! Viva la patria!» E il popolo, fermo in questo proposito, illuminava a festa la città, suonava le campane a gloria, come per riportata vittoria, e percorreva le vie gridando: «Guerra! guerra!» Tutti erano d’accordo: lo spirito di parte era annullato dinanzi alla questione del borbonico oltraggio; persino i miseri e gli infami fabbri del delitto, incroiati [14] ne’ misfatti, presi da un prepotente affetto di patria, convertivano in balsamo il veleno del cuore, restituivano il predato denaro, e avvisavansi a vicenda non doversi per allora commettere nè uccisioni, nè furti per non alienare dalla lotta la forza intenta a combattere l’odiato Borbone. Il quale tiranno udendo con gioia come l’Isola non volesse sottomettersi a lui, sclamava: «I Siciliani hanno voluto valersi del diritto della forza: or bene, io mi varrò della forza del diritto [15]. E ordinava immantinente al suo proconsole di rompere l’armistizio.

Il giorno 29 marzo cessava la tregua. All’alba del 30 ricominciavano le ostilità. I Siciliani si difendevano con estremo coragggio; facevano pagar cara al nemico la vittoria; e il Filangeri non avanzava che lentamente tra laghi di sangue e mucchi di cadaveri. Il passo di Nisi; Sant’Alessio; Taormina; Aci Reale; Catania; Siracusa; Augusta; Noto; Caltanisetta cadevano mano mano in potere dei numerosi sgherrani di Ferdinando. Rimaneva al Filangeri da conquistare Palermo, unica città ove sventolasse tuttora il sacro vessillo; essa, a malgrado dell’infauste novelle che da ogni dove le giungevano malgrado che le sorti d’Italia fossero già decise a Novara, non volle cedere senza lasciare prima un ricordo al nemico. Pochi, ma generosi patrioti, si assumevano il compito della vendetta. Essi escivano dalla città, recavansi al quartiere generale di Filangeri, e per tre giorni combattevano: gli scontri furono micidiali, terribili.

Il 15 maggio, anniversario delle carnificine di Napoli, le truppe del proconsole del Borbone entravano in Palermo. I soldati attraversavano le mute e solinghe vie, pronti a macularle di nuovo con efferate stragi.

Narrano le storie che Giuliano imperatore, ferito mortalmente in un combattimento, nell’atto di dar l’ultimo colpo dell’odio suo al cristianesimo trionfante, raccolto nella mano il sangue che gli usciva dal seno piagato, lo lanciasse verso il cielo, sclamando: «Hai vinto, o Galileo!» Il popolo siciliano, domandando alla natura l’obblio de’ suoi mali e a Dio la speranza di una gagliarda riscossa, al pari di Giuliano chiudeva nel pugno il sangue del cuore e, gittatolo sul viso del suo carnefice, urlava nel delirio dell’agonia: «Ferdinando di Borbone, vincesti! Abbiti in fronte cotesta macchia che veruna potenza divina od umana non potrà togliere giammai dalla tua casa infamata!»

VI.

Dato ai nostri lettori un sunto dei fatti accaduti nell’Italia Centrale e Meridionale dalla rotta di Custoza, ora ci accingeremo a descrivere il gran dramma consumatosi nel marzo 1849 a Novara, il quale decise definitivamente delle sorti della Penisola, avacciando gli avvenimenti sopra narrati, rendendo sempre più baldanzosi e forti i nemici nostri, dome se non vinte le masse popolane. Narreremo di quel dramma che segnò nella storia una pagina di lutto e di vergogna per l’Italia; ma che pur fu maestro ai figli d’Ausonia a migliore dottrina politica.

Il ritorno delle truppe aveva costernato, come imprevveduta e mal certa sventura, gli abitanti di Torino e delle provincie. Durante quattro mesi, le gazzette avevano parlato l’elogio dell’esercito poderoso, invincibile; altre, per vario genio, conforme ai difficili tempi, di generali traditori, incapaci, come quelli che per la maggior parte derivavano da una classe di cittadini, offesa dalle interne riforme, inchinevole a rivendicare i perduti privilegi e sorda alla voce d’indipendenza. Il popolo non sapeva a chi prestar fede e non mostrava coscienza sicura. Tuttavolta esso, sempre generoso, accolse e abbracciò i stremati soldati con affettuoso palpito, frenato dal dolore della sconfitta; pensò che se le bandiere nazionali non erano vincitrici, erano però onorate dal sangue di tanti prodi fratelli.

Re Carlo Alberto stabiliva in Vigevano il Quartiere generale e indirizzava coteste nobili parolo ai popoli del regno:

 

« L’indipendenza della terra italiana mi spinse alla guerra contro il nostro nemico. - Secondato dal valore della mia armata, la vittoria sorrise in prima alle nostre armi. - Nè io, nè i miei figli abbiamo retroceduto al pericolo. - La santità della causa raddoppiava il nostro coraggio.

Il sorriso della vittoria fu breve; - il nemico ingrossato; il mio esercito quasi solo a combattere; - la mancanza dei viveri ci costrinse ad abbandonare le posizioni per noi conquistate, le terre già fatte libere dalle armi italiane.

Coll’esercito io mi era ritirato alla difesa di Milano; ma, stanco dalle lunghe fatiche, non poteva questo resistere ad una nuova battaglia campale, perchè anche la forza del prode soldato ha i suoi limiti.

L’interna difesa della città non potea sostenersi. - Mancavano denari, mancavano sufficienti munizioni di guerra e di bocca. - Il petto dei cittadini avrebbe forse potuto per alcuni giorni resistere, ma per seppellirci sotto le rovine - non per vincere il nostro nemico.

Una convenzione fu da me iniziata: dai milanesi medesimi fu proseguita, fu sottoscritta.

Non ignoro le accuse, colle quali, si vorrebbe da alcuni macchiare il mio nome, ma Dio e la mia coscienza sono testimoni della integrità delle mie operazioni. - Abbandono alla storia imparziale il giudicarne.

Una tregua di sei settimane fu stabilita per ora col nemico, e avremo nell’intervallo condizioni onorate di pace, o ritorneremo un’altra volta a combattere.

I palpiti del mio cuore furono sempre per la indipendenza italiana; ma Italia non ha ancor fatto conoscere al mondo che può fare da sè. Popoli del Regno! Mostratevi forti in una prima sventura. Mettete a calcolo le libere istituzioni che sorgono nuove tra voi. - Se, conosciuti i bisogni dei popoli, io primo ve le ho concedute, io saprò in ogni tempo fedelmente osservarle. Ricordo gli evviva co’ quali avete salutato il mio nome; essi risuonavano ancora al mio orecchio nel fragore della battaglia.

Confidate tranquilli nel vostro re. - La causa dell’indipendenza italiana non è ancora perduta.

Dato in Vigevano, 10 agosto 1848

 Carlo Alberto. »

 

Il Parlamento inviava due deputati al re per iscandagliare ciò che  si dovesse temere o sperare. Il Comitato genovese di pubblica sicurezza e difesa spediva pur due delegati coll’istesso proposito. Carlo Alberto accoglieva i messi assai amorevolmente e udito i dubbi, i timori e i sospetti che dominavano le moltitudini, esposti colla maggior franchezza, rispose indicando uno ad uno i fatti della guerra che avevano spinto il suo esercito a fuga precipitata. Riguardo la posizione interna, assicurò che le concessioni di civile libertà non sarebbero giammai violate; rispetto all’esterno, aggiunse che si conchiuderebbe coll’Austria una pace onorata, o coll’esercito rinvigorito si tornerebbe a combattere soli od uniti con quello di Francia, ove la diplomazia favorisse un tale intervento. Que’ generosi sentimenti calmarono molti sollecitatori del pubblico bene. Non così in Genova, perchè quivi il popolo credevasi più compromesso per idee e per liberi fatti, e temeva che il governo, cogliendone il destro, cercasse nettare la città dai nemici manifesti del trono. Onde esso volle che fossero disarmati e demoliti que’ forti, ardire del dispotismo e minaccia fatale agli affrancati cittadini, che dominavano Genova. Molti accorsero alla bisogna; colle mine e con altri mezzi di distruzione l’opera giunse a buon punto. Il governo sperò porre un obice a quella popolaresca volontà, che sembravagli una minaccia, intimando a Filippo De-Boni, presidente d’un circolo politico, partisse immediatamente da Genova. La milizia nazionale, disdegnosa dell’atto chiedeva al governatore De-Sonnaz il richiamo dell’espulso, che tosto veniva ricondotto dal confine toscano tra il plauso delle moltitudini. Sedato questo tumulto, non tardavasi guari a suscitarne un secondo, cogliendo occasione d’un proclama del generale Giacomo Durando, ito a rimpiazzare il De-Sonnaz; in esso ei diceva essere stato uomo di toga prima che uomo di spada; e che, necessità richiedendolo, saprebbe «gittare un velo momentaneo sulla statua della libertà, per difenderla dagli eccessi de’ suoi falsi amici.» Cotesta minaccia offeriva l’addentellato alle male interpretazioni degli istigatori dei cittadineschi susurri.

La libera stampa era in allora l’arringo dei pettegolezzi, delle dicerie, delle malignità dei partiti; e la più nobile delle civili istituzioni era fatta la leva rovinosa delle diffidenze, dei rancori, delle pubbliche contese. Molti parlavano di odiosità verso gli Austriaci, e le loro penne non ferivano che i fratelli; desideravano ardentemente la riscossa al cessare dell’armistizio, e nessuno tra que’ fomentatori di zizzanie presentavasi nelle file dei combattenti per vincere o morire con essi; gridavano al governo di armarsi, ma colle loro declamazioni avvelenate non facevano che raddoppiare e lutti e vergogne e dolori al cospetto dell’Europa, che attentamente osservavaci. Que’ tristi pretendevano discacciare l’Austriaco dalle terre lombarde e ricondurlo al di là delle Alpi col rompere la fucina che approntava le armi, collo scrollare l’autorità, qualunque si fosse, dei reggitori in funzioni, dei più pregevoli cittadini, delle cose più sante; collo spingere, quasi a trastullo, l’innocente popolo sulle piazze; col disciorre il freno dell’ubbidienza nell’esercito stanziale; col disviare la gioventù dal correre alla riscossa dell’onore nazionale. Ritolta a poco a poco la concordia che nel dì del risorgimento ne aveva fatto parere si grandi agli occhi del mondo; ridotta l’Italia a donna da bordello, non atta alla pace, non atta alla guerra; rabbiosamente convulsa coi nemici, e da questi perciò non temuta e schernita, quegli interni schiamazzatori, che colle loro improntitudini sembravano collegati collo straniero, eseguivano quelle opere nefande per potere un dì con maggiore facilità dominare come in ufficio vacante.

Infrattanto il ministero di Torino, aristocratico, gretto, pedante, che, non comprendendo la rivoluzione italiana, che era tutto di popolo, credeva ingrandire lo Stato colle arti della diplomazia, fidavasi nella mediazione francese, nel congresso che volevasi tenere in Brusselle, nell’appoggio dell’Inghilterra, ed avversava il pensiero della Costituente. Andava dicendo essere gl’Italiani troppo vecchi al servire, troppo giovani alla libertà, non peranco capaci di sacrificare il proprio senno al dovere di fratelli, dimenticando che nulla aveva fatto per apparecchiare gli spiriti all’unità del sentire; nulla per rappattumare le idee meschine colle precipitate; nulla per approfondare un concetto d’indipendenza ordinato, continuo, infaticabile. Esso spingeva le sue aspirazioni verso l’Italia dei libri, non verso quella dei cuori. Soltanto Carlo Alberto si mostrava voglioso di guerra per lavare col sangue nemico la macchia della patita sconfitta. Il suo pallido, e melanconico viso, come quello di un amante sventurato, infiammavasi di sdegno alle mortali incertezze dei governanti per lui; avrebbe desiderato ministri all’altezza del concetto dell’indipendenza d’Italia.

Un ministro come quello, battuto quotidianamente in breccia dalla opposizione, doveva cadere. E sul caduto sorgevane uno democratico, che come dicemmo, era presieduto da Vincenzo Gioberti. Egli aveva retto il paese sino al giorno in cui le armi nostre piegarono dinanzi all’imperizia e al tradimento. Non disperando delle sorti d’Italia, tornava a reggerlo colla determinazione di rompere le ostilità di bel nuovo, come unico spediente onorato e necessario per conquistare la nazionale indipendenza.

Gioberti nel suo programma politico diceva:

 

« Alle armi rivolgeremo ogni nostra cura. Ma, se altri ci chiedesse il tempo preciso in cui le ripiglieremo, non potremmo fargli altra risposta che quella che già demmo a questa medesima Camera. Imperocchè interrogati se la guerra era di presente opportuna, non potemmo soddisfare direttamente al quesito; quando a tal effetto è richiesta una minuta e oculata contezza di quanto riguarda i militari apparecchi; e non bastano certi ragguagli generici per formare un fondato giudizio. Ora, entrando in questo punto all’indirizzo della cosa pubblica, non possiamo meglio d’allora compiacere ai richiedenti. Ben possiamo assicurarvi sul nostro onore che per accelerare il momento in cui il valore dello esercito subalpino potrà pigliate la sua riscossa dell’infortunio, useremo ogni energia e sollecitudine, adoperando a tal fine con maschio ardire tutti i mezzi che saranno in nostro potere. »

E più sotto aggiungeva:

« Il compimento dell’unione è la confederazione tra i vari Stati della Penisola. Questo patto fraterno non può essere sancito in modo condegno e proporzionato alla civiltà presente, se coi governi liberi i popoli non ci concorrono. Noi facciamo plauso di cuore al patrio grido che sorse in varie parti d’Italia e abbracciamo volenterosi la insegna della Costituente italiana. Attenderemo premurosamente a concertare con Roma e Toscana il modo più acconcio e pronto per convocare una tale assemblea, che, oltre al dotare l’Italia di unità civile, senza pregiudizio dell’autonomia dei vari Stati nostrali e dei loro diritti, renderá agevole l’usufruttare le forze di tutti a pro del riscatto comune. »

 

Le parole del ministro Gioberti erano di molto promettenti; e i primi atti, le prime nomine agli uffizi mostrarono la volontà di tener la promessa.

Il nuovo ministero pensò anzitutto a combattere le mene dell’aula di Vienna col farsi mediatore nelle scissure esistenti tra i Croati e i Magiari per averli alleati nella gran lotta. Esso spedì a quella volta il conte Alessandro Monti, colonnello e già capo di stato maggiore del generale Durando, perchè guarentisse alle stirpi slave amicate la integrità del littorale ungarico; riconoscesse la indipendenza del nuovo stato ungherese, qualunque fosse l’assunta forma politica; combinasse un sistema politico militare, mediante il quale Italia e Ungheria divenissero reciproche basi di operazione pei due eserciti indipendenti, alleatisi contro Vienna; formasse un corpo di Italiani riconosciuto dal Piemonte come parte delle sue schiere, e concertasse le cose in tal guisa, che al menomo annuncio le armi degli alleati itali-slavi potessero recarsi per Ancona, per Venezia, per Fiume e viceversa sul punto ove le forze austriache fossero preponderanti.

Il Monti non potè penetrare in Ungheria se non dopo mille vicissitudini e immenso perditempo. Egli giungeva in Debreczin mentre l’esercito piemontese cadeva in Novara.

Infrattanto il Consiglio democratico di re Carlo Alberto si affannava a comporre un esercito più poderoso e meglio ordinato del già sconfitto.

L’esercito sardo, nella prima campagna, non aveva toccato di molte perdite; ma esso era tornato nel regno in uno stato di disordine e di sfaciamento [16], e il suo spirito aveva ricevute profonde ferite. Il suo effettivo, che prima della guerra era soltanto di quaranta mila uomini all’incirca, era stato in breve tempo raddoppiato; e quest’incremento rapido e senza bastevoli quadri d’un esercito già da lunga data male ordinato, ne aveva fatta una congerie d’uomini senza istruzione, senza amore a’ suoi doveri, ridotto quindi dai primi rovesci all’impotenza e allo scoramento. Non basta che l’uomo d’armi sia prode in certi momenti; questa non è che una delle menome virtù del suo mestiere. È forza che sappia sopportare ogni sorta di privazioni e di disagi, che non si lasci scorare dalla sventura, che riveli sempre fermo carattere e costanza. Queste doti non si acquistano che col tempo, e colla pratica della vita e dei doveri militari. Gli eserciti non s’improvvisano. Un paese che manchi, di buone istituzioni militari, che non mantenga nella proporzione del numero cui può essere chiamato a mettere in armi quadri instruiti e disciplinati, trovasi sempre debole all’istante d’entrare in campagna. I quadri sono la spada d’una nazione, la vera forza de’ suoi eserciti di cui costituiscono la vita e il valor militare; essi conservano lo spirito di corpo; fanno amare la bandiera; trasmettono l’istruzione e le tradizioni gloriose, e somministrano soli il mezzo di passare dal piede di pace a quello di guerra, senza sacrificare troppo la qualità al numero. Punto essenzialissimo è quello che al momento delle ostilità nulla si abbia a creare; ognuno deve entrare in azione col grado e coll’impiego che già da qualche tempo esercita. Le subite formazioni, gli accrescimenti di quadri gittano in ciascun grado uomini, come non se ne vedrebbero in tempi ordinari, condizione strana, che rende quasi inutile il mantenimento di un esercito stanziale. Imperocchè la qualità d’un esercito dipende essenzialmente dai quadri; e importa quindi recare le massime cure e sollecitudini nella loro formazione. In Piemonte, come in tutti i paesi in cui le cose di guerra non sono comprese o sono trascurate, non s’era fatto quasi calcolo che delle apparenze, e v’era una quantità di ufficiali non atti a servire che in tempo di pace. Un esercito così fatto non poteva certamente in capo a poche settimane essere messo in grado d’entrare in campagna; imperocchè bisognava istruirlo, riorganizzarlo, e, ciò che è più difficile e sopratutto più lungo, disciplinarlo. Le cose civili possono seguire l’impeto delle rivoluzioni, allorchè sono rette da una energica mente e non aggravate dalla malignità, o dalla indiscretezza dei subalterni poteri. Le cose militari domandano quiete, e non stimoli; tranquillità di spirito e non pratiche frettolose, arruffate che la mancanza di riflessione fa talfiata ingiuste, tal’altra dannose.

La disciplina, questo cardine, questa precipua virtù degli eserciti, senza cui un uomo per valoroso che sia non sarà mai buon soldato, era sempre stata poca nelle milizie piemontesi; e per soprassello[17] essa andavasi l’un dì più che l’altro rallentando per opera della camarilla. Trovando questa i soldati ignoranti e superstiziosi, perchè tali li aveva fatti il governo, le riuscì facile il compito d’insinuare il suo veleno. Essa dipinse a neri colori i disagi della passata campagna. Additò i Lombardi, mentre il governo nell’anno antecedente ne aveva contrariato l’ordinamento, come codardi che per cattiva volontà non erano comparsi sul campo di battaglia. Dimostrò la guerra contraria agli interessi del soldato e del re; che lo dichiaravano ingannato, e minacciavano annunciando la Repubblica. Il soldato non era che vittima del dispotismo; esso credette suo interesse sacrificarsi in suo sostegno; epperò l’esercito, avvezzo a considerarsi non come guerrieri destinati a difendere la patria, ma bensì a sostenere il trono, lasciava a Novara libero il passo al nemico, che calpestava il suolo dello Stato. L’esercito piemontese, come tutti quelli delle piccole potenze in particolare, aveva ereditato i mali delle armate al tempo delle conquiste, meno lo spirito cavalleresco, che faceva amare la guerra per la guerra, e marciavano al nemico senza domandare il perchè e senza contarne il numero.

I soldati d’un esercito così fatto non potevano avere fiducia nei loro capi, nè l’avevano; i capi stessi non erano troppo fortemente penetrati dallo spirito militare, o facevano troppo debole uso della loro autorità per poter distruggere le idee sovversive che andavansi propalando fra le loro file. Il ministero della guerra per mala intesa indulgenza, per tema di giornalistiche accuse, nulla faceva per arrestarle; sperava che le blandizie e la voce dell’onore, più che il rigore, educherebbero le truppe al sentimento dell’italianità; e tal fiata reputavasi l’insubordinazione fosse un contrassegno di zelo e d’ardore nel soldato. Nelle truppe piemontesi non v’era finalmente, nè poteva esservi, quella fiducia vicendevole, quello spirito di corpo, quella fratellanza militare che fanno d’un reggimento, d’una brigata, d’una divisione, d’un esercito intiero, una sola famiglia, e contribuiscono potentemente alla sua forza.

La formazione della fanteria era pessima; nessun uomo è soldato in quattordici mesi; nessun milite provinciale o di riserva, disabituato per quindici anni al freno della disciplina, al materiale maneggio delle armi, alle grosse fatiche che la guerra richiede, può rispondere, ammogliato e carico di prole, al richiamo della legge con quella convenienza esatta dal ministro Villamarina che la creò. La fanteria in Piemonte non era, a parlare propriamente, che una specie di guardia nazionale [18].

La fanteria è la forza principale, il cuore, il nerbo degli eserciti: con una buona fanteria, un esercito è sempre sicuro di sè, resiste e dura. Trascurare la fanteria per le altre armi è sacrificare il fondo agli accessori. Il fantaccino è il vero uomo di guerra: necessario dappertutto, adoperato in ogni circostanza; i suoi pericoli e le sue fatiche sono di tutti i momenti, ed è esso che soggiace alle più dure prove. A rendere sempre più che mediocre la fanteria s’era aggiunta la formazione di nuovi reggimenti; di nuovi battaglioni di bersaglieri; di nuovi battaglioni nei vecchi reggimenti; di nuovi drappelli alle compagnie; nuovi bass’ufficiali, ignari dei loro doveri, ai drappelli nuovi; nuovi generali alle brigate e alle divisioni; nuovo ordinatore di guerra a tutto l’esercito. Il maggior numero dei soldati componevasi di milizie provinciali o riserve, ritolte dai propri focolari, dalle officine, dalle numerose famiglie, di cui erano il sostentamento e la vita; in esse nullo appariva lo stimolo dell’onore, troppe le tendenze verso le mogli e i figliuoli.

La cavalleria e l’artiglieria erano buone: ma in troppo piccolo numero, sopratutto l’artiglieria; e nel 1849 questo inconveniente era più sensibile. Mancavasi ognora di cavalleria leggera, indispensabile dappertutto e la sola utile nel paese in cui dovevasi combattere. La cavalleria leggera è l’occhio di un esercito; senza di essa non si può essere abbastanza illuminati e si corre rischio in ogni istante di tutto esporre.

Il corpo degli ingegneri, composto in gran parte di reclute, aveva pochi attrezzi, nessun cavallo e nessun carro per trarli; lo stesso difetto si aveva l’enorme equipaggio dei pontonieri.

Lo stato maggiore era sempre lo stesso, niente affatto all’altezza delle importantissime sue funzioni. Componevasi d’uomini d’illustre casato, ma di mediocre scienza, o di giovani ignoranti nel mestiere delle armi, che ad esse prendevano parte per amore di patria, per amor proprio, per amore della nobile vita, senza averne l’istruzione, la esperienza, o gli istinti naturali del genio.

Il servizio dei viveri e delle ambulanze e di tutto ciò che riguarda il mantenimento del soldato, era in cattivissimo stato, e non esistevano che quasi di nome. Queste cose hanno pure un’influenza grandissima: il vigore e la durata d’un esercito ne dipendono; e il primo bisogno dopo la disciplina è la salute del soldato.

In complesso adunque l’esercito piemontese era poco soddisfacente: cattiva fanteria; artiglieria poco numerosa; cavalleria non adatta al paese; ingegneri e pontieri quasi un nome; stato maggiore medioere; nessuna disciplina; tutti i servigi amministrativi in disordine. Chi nulla nulla fosse stato istruito in cose militari, poteva capire che quell’esercito non era in istato di misurarsi nuovamente cogli Austriaci da lunga mano abituati alla vita di guerra, resi baldi dalle recenti vittorie.

A truppe siffatte volevansi almeno generali abili ed operosi; partitanti pronunciati della guerra, devoti ad un tempo al re e alla causa italiana; dotti da trarsi dietro il soldato, esponenti senza posa la propria persona; capaci in ultimo, se dovevano perire sul campo di battaglia, di versare utilmente il proprio sangue; imperocchè, fin nel modo di dare la propria vita e di immolarsi, v’hanno grandi differenze.

Carlo Alberto, conoscendo la propria ignoranza in cose di guerra, rinunciava il comando che invano fu offerto a parecchi generali francesi di qualche grido. Nessuno voleva porsi alla testa di un esercito, di cui tutti, fuori del ministero di Torino, conoscevano la cattiva formazione, la nessuna disciplina, e la ripugnanza per la guerra. Non potendosi avere nè il Bugeaud, nè il Bédeau, nè il Lamoricière, il re inceppò in un certo Alberto Chrzanowsky, un polacco, chiaro solamente per essere nel 1851 rimasto in Varsavia dopo l’entrata dei Russi, e per essere raccomandato dalla aristocrazia polacca; era nipote di Adamo Czartorisky, il quale appunto avevalo offerto a Carlo Alberto.

Il generale Chrzanowsky era stato capo di stato maggiore nella guerra polacca; saputo nelle minuziose discipline di campo, non possedeva però le qualità indispensabili ad un conduttore di eserciti, quali sono il giro d’occhio pronto e sicuro per indagare la propria condizione; la energia nell’esecuzione dei tolti provvedimenti; la sollecitudine nel cangiare sistema a seconda dei casi; la cognizione accurata dei luoghi; un far netto e preciso che rilevi il morale dei subordinati e loro imponga quella fiducia colla quale si affrontano abbandonatamente i più gravi pericoli. Il governo avrebbe potuto trarre partito dell’opera saputagli fornire da Eusebio Bava o da Ettore De-Sonnaz, o meglio soltanto dal primo, al quale le lezioni ritolte nell’antecedente campagna potevano essere utilissime alla nuova. Egli conosceva il proprio terreno; sapeva per pratica quello occupato dall’inimico ; era capace a formulare un buon sistema di guerra; godeva la  fiducia della maggioranza dell’esercito; ed era tal uomo, ove le alte influenze si fossero taciute, a disciplinarlo a dovere. Ma egli aveva mandato per le stampe la Relazione delle operazioni militari del 1848, ed in essa crudelmente svelato le molte piaghe dell’esercito; e colla protesta breve e ricisa dell’uomo d’arme, urtato negli asti freddi ed inesorabili dei colleghi. Cotesto fallo fece che egli venisse posto da banda. E fu danno. Chrzanowsky si aveva sopra il Bava e il De-Sonnaz un più lungo esercizio di campo, epperciò fornito di maggior esperienza nelle cose circostanziate e distinte dell’arte; null’altro. E per contro era inferiore ai testè nominati per la conoscenza della lingua, dei costumi, del carattere degli uomini che aveva da guidare; e tuttavia non istudiavasi di conoscerli, nè di farsi da essi conoscere, d’inspirare loro fiducia e di rinfrancarne lo spirito. Oltre a ciò, solitario per indole e freddo di modi, privo di quel nobile portamento che colpisce l’animo dei soldati, che precorre il linguaggio dei labbri, che rivela sulla fisonomia il colloquio dello spirito, non pareva nato a comandare in capo un esercito, sibbene ad ordinarlo convenientemente nel periodo di una lunga pace.

Era rincrescevole che, in mancanza del re, uno de’ suoi figli non potesse incaricarsi del comando; ciò che avrebbe potuto avere un’influenza felice nell’esercito e sulle disposizioni del paese.

Altro solenne sbaglio del ministero fu quello di cedere, non alla pubblica opinione, sibbene al voto di una fazione clamorosa dello Stato, coll’accettare ai servigi il generale Gerolamo Ramorino e metterlo a capo della divisione lombarda. Di quest’uomo erano noti i falli, più noti i difetti, chiare le voglie; e gli amici delle sue animose venture, fattiglisi avversi, poi che traditi, quindi per audaci speranze rabbonacciatisi seco lui come ad utile strumento, perdonavano a’ suoi falli, ne celavano i difetti, ne assecondavano le voglie.

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Un malcontento erasi venuto a poco a poco propalando anco fra i moderati, alla voce che il ministro Gioberti avesse iniziate pratiche per concorrere al rinsediamento di Pio IX a Roma. Quel ministro, trascinato dal suo modo di vedere, era infatti entrato in lizza; però, diciamolo pure, innanzi tratto, con offerte di mediazione pacifica ed italiana, e col mostrare che la causa del Pontefice si dovesse riguardare semplicemente sotto l’aspetto politico. Comechè conciliative quelle offerte riuscivano per nulla accette alla Corte papale, decisa di distruggere ogni orma di libere istituzioni; e agli inviati piemontesi tratti in Gaeta, dava il cardinale Antonelli poco o niun ascolto.

Il Circolo italiano di Genova coglieva l’occasione di quel malcontento per accusare il governo e le truppe d’intenzioni lesive alla libertà; e per tutelarla faceva gridare dal popolo illuso che si consegnasse alla Guardia nazionale il forte detto lo Sperone. Le autorità civili e militari niegavano di farlo, ed i ministri mandavano colà uno dei loro colleghi, l’avvocato Domenico Buffa, coi poteri di commissario speciale. Il quale, a calmare la effervescenza dei pochi agitatori, proclamò con iscarsa assennatezza politica le seguenti parole:

«La forza vale cogli imbelli, non già coi generosi. Pertanto ho ordinato che le truppe partano dalla città.»

Gli audaci detti ferivano al vivo l’esercito, il quale aveva versato il sangue per la difesa della libertà ed apparecchiavasi a pagare nuovo tributo di sangue alla patria. L’ufficialità protestò dignitosamente contro chi si attentava di denigrare le truppe dinanzi a pochi susurroni e dinanzi agli Austriaci. E il ministero scusò in faccia al Senato quel periodo d’insulto, dicendo mal convenirsi il misurare le parole di un proclama emesso da un Commissario regio, munito d’ogni potere col regolo delle circostanze ordinarie, ed essere proprio della natura di tali atti il contener frasi che ai lontani suonino troppo energiche, indispensabili e necessarie ai vicini. E l’ufficiale che aveva scritto la moderata protesta e pel primo firmata, siccome reo di militare indisciplina, veniva bentosto dimesso dal servizio.

Siffattamente agiva un ministero, il quale, dopo aver dichiarata santa cosa la democrazia, più santa la guerra, diceva generosi quelli che commettevano scandali quando il paese più abbisognava di pace, ed insubordinati gli ufficiali, che in nome dell’esercito oltraggiato temperatamente risentivansi delle toccate ingiurie.

Il gennaio trascorreva senza avvenimenti di qualche rilievo. Il primo febbraio aprivasi il Parlamento. Il discorso, pronunciato da Carlo Alberto era ambiguo, artificioso, atto a velare il pensiero che lo aveva dettato; egli lasciava ai ministri la cura di esporre la loro politica e di transigere col congresso mediatore di Brusselle; parlava con singolare compiacenza del ristorato esercito e di una possibile riscossa.

VII.

L’opinione è il genio del bene agli uomini politici che procedono sulla via luminosa del progresso; la è il genio del male a quelli che si fermano a mezzo, o forviano.

Gioberti, vago del suo sistema peninsulare colla lega dei principi regnanti nell’Alta Italia, in Toscana, nello Stato romano e in quel di Napoli, avversava ogni altra combinazione che il tradimento dei principi e i diritti sacri dei popoli avrebbero stabilito. Gli avvenimenti di Roma e di Firenze sconcertavano affatto il suo piano, ed esagerando il timore di una idea invaditrice, aveva carpito con blandi modi ai colleghi l’assenso di formare un campo di osservazione presso la Lunigiana. Intanto a loro insaputa e dei re si disponeva a spingere le schiere piemontesi al di là del territorio toscano e nelle Legazioni per rimettervi l’ordine, egli diceva, e ricostituirvi sovrani Leopoldo II e Pio IX. Gli inviati che Roma aveva mandato a Torino indovinarono il celato pensiero del presidente dei ministri; alcuni tra i suoi colleghi, a cui lo svelarono, credettero la fosse un’illusione.

L’abate Gioberti non s’era scoraggiato per la fredda accoglienza che i suoi messi avevano da principio ricevuto a Gaeta. Fermo nel suo proposito di voler rinsediare il Papa a Roma, aveva il 30 dicembre dato analoghe istruzioni al conte Martini, nuovo ministro di Sardegna presso la Santa Sede. Martini, comechè si ponesse all’opera con zelo, non s’ebbe migliore esito del suo antecessore.

Pio IX, come vedemmo, invocava invece l’aiuto delle armi straniere; e non solo rifuggiva da ogni onesto accordo; ma trascinava Leopoldo II di Toscana nella stessa nemica ed antinazionale politica.

Gioberti, come tutti i partiti contrari alla causa che propugnavasi a Roma, s’era incaponito, malgrado l’atteggiamento del paese, a vedere nella rivoluzione dell’eterna città l’audacia di un nodo di faziosi, non già il rinnovato odio generale delle popolazioni; quel ministro non ponderava a quali sciagure e tremende ci spingeva la sua falsa politica. Avremmo veduti Piemontesi e Romani, Italiani tutti, a rinnovare le antiche zuffe fratricide, e uccidersi a vicenda per quel papato, causa precipua dei loro mali.

Il deputato avv. Angelo Brofferio mosse interpellanza al Parlamento sulle pratiche intavolate con Gaeta e sull’invio al confine di Sarzana del corpo di truppe, sotto gli ordini di La-Marmora, Gioberti rispose parole evasive ed altere. I membri del Consiglio, sapute le intenzioni del presidente a pro dei due fuggitivi contro i popoli dell’Italia centrale, a lui chiesero schiarimenti su tanto errore che costituiva la guerra fraterna nell’atto che dovevansi rompere le ostilità contro l’Austria. Trovatolo ostinatissimo nelle sue aberrazioni, Rattazzi dichiarava di abbandonare il ministero, perchè infido ai principi liberali del suo programma. Il paese andava sempre più agitandosi. Un deputato interpellò il ministero sulle novelle che bociavansi [19] in pubblico; e, nella momentanea assenza di Gioberti, Rattazzi rispose, essersi manifestato un dissenso fra il re, i membri del Consiglio ed il loro presidente, a cagione di una misura antinazionale, che essi non intendevano punto di accettare. Aggiunse che tutti i suoi colleghi ed il re, dichiaratisi contrari al sumentovato disegno e volendone revocati gli ordini, il ministro delle relazioni estere aveva data la sua dimissione, la quale era stata accettata.

Terminava appena il Rattazzi quelle parole che Gioberti entrava nella sala. Gli sguardi e le parole di «Guerra, guerra! Viva l’Italia!» si diressero verso il nuovo venuto, il quale assisosi presso il Brofferio, a lui andava stringendo replicatamente la mano.

Le interpellanze venivano rinnovate; e Gioberti confermava l’esposizione del fatto con frasi ambigue e d’insulto; imperocchè ei diceva:

«La posizione che testè occupava mi impedisce di dare alla Camera quella dichiarazione da cui risulterebbe la mia intera discolpa. Ma, se la mia delicatezza, se l’obbligo d’uomo di stato mi divietano per ora questa manifestazione, verrà il giorno in cui lo farò, e lo farò in tal modo, che ridurrò non solo a silenzio, ma a rossore i miei opponenti. »

Il ministro dell’interno, visibilmente offeso, pronunciò allora chiaramente la causa dell’avvenuta crisi ministeriale. La discussione fu tempestosa, animatissima, e s’ebbe un termine col seguente proponimento adottato ad immensa maggioranza:

«La Camera, dichiarando che il ministero ha bene interpellato il voto della nazione, passa all’ordine del giorno. »

Gioberti, vedendo negli avvenimenti dell’Italia centrale le cose al rovescio di quello, che effettivamente erano, aveva temuto di stringere i tre paesi liberi in un solo, o quanto meno di armare le due Repubbliche, e di conserva attelarsi contro i nemici. Egli cadeva nell’errore commesso nel 1848, in cui s’era pur temuto di armare il popolo; decise l’intervento prima di riabilitare colla vittoria la riputazione di Carlo Alberto, come fu chiesta la fusione prima di aver vinto. L’opinione pubblica si sollevò; e Gioberti dal ministero venne cacciato nel nulla. Come il grave che cade con moto uniformemente accelerato appena cessa l’impulso che lo ha spinto nell’alto, così Pio IX e Gioberti, elevati da usurpate popolarità, in un istante divennero segno allo scherno ed al disprezzo universale.

Gioberti s’era avveduto nei dì innanzi quali fossero gli scrutatori de’ suoi celati disegni, ed erasene vendicato, inviando ai rappresentanti di Roma e di Firenze i loro passaporti coll’invito ad abbandonare i regi domini. E dopo aver fatto teatro d’ingiuriosi pettegolezzi l’aula del parlamento piemontese, egli seguì la sera a commuovere il popolo dalle sue finestre; permetteva nelle piazze e nei trivi sottoscrizioni al suo nome; e tacitamente acconsentiva s’indirizzassero domande a Carlo Alberto perchè lo riaccettasse ministro. Non impediva egli che molti fra i suoi aderenti si recassero più volte pelle scale e perfino nelle camere della casa del Brofferio per farvi schiamazzi, e prorompere in brutali minacce.

Era doloroso il vedere l’illustre filosofo, l’autore del Primato, l’iniziatore del maraviglioso movimento italiano, per politico errore, discendere si basso.

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Il partito della guerra, più s’avvicinava la primavera, più andava ingrossandosi in Piemonte. Esso adoperavasi a tutt’uomo per rannodare i fili di quella rete che la catastrofe del 1848 aveva rotti. I pubblici fogli, creandosi gl’interpreti dell’universale desiderio, chiedevano si mandasse al più presto cartello di sfida all’Austria; la maggioranza della Camera confermava quel volo; il ministro successo a Gioberti sedeva al governo mercè una tale condizione; il re non ambiva, di null’altro parlava che di tergere con nuovi conflitti la macchia della passata disfatta, propiziandone Iddio, braccio e sostegno dei popoli oppressi.

Gli abitanti delle città provavano anch’essi il desiderio medesimo; imperocchè il contatto degli esuli lombardi, le frequenti rassegne delle truppe, i concerti militari, la magnanimità d’un tanto scopo, le profetiche sentenze dei giornalisti li eccitavano maravigliosamente. Gli abitatori dei campi però non ne sentivano la stessa onesta allegrezza. Confusi dalle parole dei parrochi, i quali dal pergamo della vita spandevano auguri di morte e di perdizione, e menomavano nel cuore l’antica riverenza per la persona del re, essi si sovvenivano dei patimenti sofferti dai figli e dai parenti durante la prima campagna, e bestemmiavano la libertà le cui conseguenze erano sì dure ai loro particolari interessi.

Per trionfare in una guerra contro l’Austria con truppe sì male ordinate e disciplinate come erano le piemontesi e con tale popolo, che non erane totalmente voglioso, faceva duopo [20] aprirla con un’idea chiara e precisa, combinata coi governanti degli altri stati della Penisola, o con capi che sentissero nel cuore e le passioni e le speranze di tutti. Allora, gli uomini di parte avrebbero celato la loro bandiera siccome cosa nociva all’unità dell’azione liberatrice; ed offerendo i più grandi sacrifizi, e prodigando la loro vita, avrebbero sostenuto il coraggio delle masse coll’esempio e colla fiducia, senza lasciare nulla di equivoco tra la coscienza e la morte. In quella vece, nessuna energica e franca parola che dichiarasse la guerra italiana e non la piemontese, ed in cui trasparisse più la fede del battagliero che l’ambizione d’un re. Molti fra i generali che avevano condotta la prima campagna, conducevano pur la seconda; alcuni non bene accetti dalla pubblica opinione; altri tattici esperti, devoti alla dinastia, ma scarsamente alla causa per cui accingevansi a combattere. Gli errori commessi nel 1848 ripullulavano pur sempre; volevasi usare coi popoli, e avevasene paura; non si riconoscevano i nuovi governi, e si desideravano propizi all’impresa; le moltitudini armate credevansi esercito ostile alle spalle, e si offerivano loro armi e denaro, perchè insorgessero dietro i passi dei battaglioni nemici. Tutto facevasi con precipitazione, confusamente e a metà. E si spedivano emissari in Roma e in Toscana per dire a chi reggeva le libere contrade, piombassero con tutte le loro forze sul regno di Napoli, promettendo cinque milioni di lire, ove se ne discacciasse la dinastia di casa Borbone; altri fidati si mandavano in Lombardia per avvertire le popolazioni che al tuonare del cannone piemontese si sollevassero in massa contro gli Austriaci di presidio nelle loro città, e facessero propria la terra dei lunghi dolori. Uomini di Stato, uomini di guerra, tormentati dalla sete delle buone opere, senza credito, senza fermezza d’azione, senza la facoltà e la scienza di attivare i propri concetti erano i Cola di Renzo della nostra rivoluzione.

Ai primi del marzo 1849, il ministero chiedeva al Chrzanowsky un particolareggiato rapporto sulle condizioni materiali e morali dell’esercito. La risposta rivelò mancanze in parecchi rami dei servizio militare, numerose diserzioni, rilassamento di disciplina, contrarietà alla guerra, e nei soldati provinciali particolarmente il desiderio di ritornare alle proprie case: il vero stato insomma dell’esercito.

Scorsi pochi giorni, i ministri Tecchio e Cadorna recavansi in Alessandria, ove aveva il quartiere generale il Chrzanowsky, per udire dal labbro di quel generale in capo la conferma dell’esposto. Il supremo duce, ripeteva loro essere pur troppo la ordinanza in quelle condizioni, e non pronta a battaglia come desideravasi. Se non che la Camera esprimeva il voto della nazione, voleva la cessazione dell’armistizio; il protrarre questo più a lungo, maggiormente impoveriva le non ricche finanze; i partiti avrebbero potuto togliere dall’inerzia argomento al mal fare; l’esercito si sarebbe coll’andare del tempo vieppiù assottigliato; il credito commerciale quasi defunto. Laonde i sopracciò, comechè non dissimulassero i pericoli della lotta ineguale e poca speranza nutrissero negli altrui soccorsi, decisero cedere al comune voto delle Camere, dei circoli, dei gazzettieri, degli emigrati, del re, e di loro stessi. Malgrado il contrario parere degli ambasciatori di Francia e d’Inghilterra, essi ordinarono perchè al meriggio del giorno 12 marzo venisse solennemente denunciato al Radetzky in Milano il cessare della tregua.

Il giorno 8 un dispaccio telegrafico avvertiva il generale Chrzanowsky in Alessandria che la rottura delle ostilità era fissata pel mezzodì del giorno 20. Chrzanowsky, spaventato dalla triste condizione in cui versava l’esercito, sentiva l’un dì più che l’altro le difficoltà del suo incarico, ed era convinto che la guerra non era possibile ancora. Ma egli non ebbe la forza di rinunciare al comando, e si assunse così una responsabilità di cui invano volle spogliarsi più tardi, allegando i motivi che lo persuasero a rimanersi alla testa dell’esercito. Nessuno di questi motivi poteva essere plausibile; non devesi prendere l’impegno di condurre una guerra, allorchè si è convinti non esservi quasi alcuna via di riuscire. Chrzanowsky, straniero all’Italia, non aveva la scusa di sacrificarsi pel paese; rinunciando invece liberamente al comando di un esercito numeroso, egli, uomo oscuro e senza posizione, avrebbe aperti gli occhi a molti, e risparmiato forse al Piemonte, all’Italia, un vergognoso disastro, frutto d’una politica avventuriera. Quel generale non ebbe questa grandezza d’animo; fu sbalordito bensì dalla notizia, ma procedette innanzi ad ogni costo. Non essendo il dispaccio del giorno 8 seguìto da veruna comunicazione governativa innanzi al 15, Chrzanowsky aveva la ferma fiducia che la cessazione dell’armistizio non fosse, stata definitivamente intimata al nemico; per cui nessuna disposizione prendeva. Quindi a parlar propriamente, egli non fu informato del fatto se non dopo Radetzky. Le cose in Piemonte passavansi in quel modo. I ministri non avvertivano che imperfettamente il capo dell’esercito, affinchè il maresciallo austriaco, cui credevano cogliere alla sprovveduta, venisse a conoscere la loro decisione soltanto poche ore prima in cui fosse annunciata. La sorpresa non fu che pel nostro generale; imperocchè Radetzky, cui troppi indizi tenevano da lungo tempo in sulle guardie, aveva a sufficienza di otto giorni per prepararsi.

VIII.

Il giorno 14, dalla ringhiera parlamentaria, Rattazzi annunciava la grande novella agli eletti dalla nazione, dicendo pronto e fiorente l’esercito, povere le finanze, e proponeva misure per riempire le casse del pubblico erario. La fisonomia delle Camere fu pari a quella della popolazione; giubilo grande, speranze esaltate, timori fondati, dubbienze incerte. Nell’esercito le opinioni erano quelle dei capi che lo guidavano; le giovani bande trepidanti d’ansia per le ignorate venture delle battaglie; le lombarde piene di ardore per rifare proprio il patrio terreno; le vecchie schiere, le più, sospettose di ruine e di pericoli; l’artiglieria pronta al sacrificio per amore del re: la cavalleria bella d’entusiasmo e di aspetto superba nel muovere contro un nemico che aveva sbarattato altra fiata. La nobilissima causa era da ognuno sentita colla passione del proprio cuore.

Fu grande errore quello di aver lasciato agio a Radetzky di concentrare tutte le sue forze disponibili in un punto e di prendere concerti co’ perfidi amici che aveva in Piemonte. Nessuna necessità era d’intimare l’armistizio ad un nemico avvezzo a violare ogni patto giurato. Anzichè il maresciallo austriaco, meglio sarebbe valuto avvertire in tempo il governo di Venezia, acciò avesse colle sue schiere, use al fuoco delle battaglie, rioccupato le perdute provincie, e quindi, congiuntele a quelle romane a Bologna e a Ferrara, stretto l’inimico alle spalle e intercessogli ogni ritirata. Dovevasi risolutamente invadere e senza avviso di sorta il territorio lombardo, spingersi arditamente oltre Mincio, dar braccio alle popolazioni ad insorgere. Il Piemonte, facendosi assalitore, avrebbe rotto il piano concertato dal Radetzky, sventata ogni ria trama, rialzato il morale della truppa, e, coadiuvato dalla rivoluzione, chiuso il nemico per entro un cerchio di fuoco, da cui gli sarebbe stato malagevole il procurarsi un’uscita.

La Commissione insurrezionale, esistente in Torino, aveva durante l’armistizio d’ogni banda spedito fogliuzzi stampati che parlavano di calde speranze, indicavano i mezzi per atterrare ogni ostacolo, minacciavano i traditori ed i tristi, incuoravano i buoni, raffrenavano con adatte ragioni gli impeti dei più arditi; procacciando armi e munizioni ed ordendo latentemente una vasta congiura, aveva aperto cotesto sistema di guerra ai ministri, al Chrzanowsky ed al re. Il disegno fu accettato e lodato; ma a parole; chè l’animo era altrove rivolto.

Il gabinetto sardo redigeva un manifesto diretto alle nazioni dell’Europa civile, in cui, sviluppando le ragioni italiane nella guerra contro l’Austria, si giustificava sulla nuova impresa, dicendo magnanimo e generoso proposito quello di un governo e di un popolo «che per rivendicare l’indipendenza nazionale, per liberare dalla più crudele delle oppressioni una parte de’ loro fratelli, si deliberano a correre i rischi estremi a petto d’uno de’ più potenti Stati del mondo.» E terminava colla fede di «vendicare i dolori della Patria, di affrancare colle armi quanta parte ne fosse in balìa dello straniero, di liberare dalla lunga pressura l’eroica Venezia, di assicurare la indipendenza italiana.»

Vienna emise anch’essa il suo proclama, il quale con subdole e diplomatiche parole, senza far motto della rivoluzione lombardo-veneta del 1848, nè della fusione del regno e dei due ducati nel novello Stato dell’Alta Italia, addimostrava negli atti di re Carlo Alberto una guerra di conquista ed una infrazione ai trattati del 1815, cui la casa di Savoia era debitrice della corona e di un più ampio potere. Radetzky in un indirizzo a’ suoi soldati non si rimase ai termini della convenienza e della moderazione, e, asseverando compiuti i caldi suoi voti nella denuncia dell’armistizio, diceva:

« Il nemico stende un’altra volta la mano sulla corona d’Italia; ma sappia che sei mesi in nulla hanno alterato la vostra fedeltà, il vostro valore, il vostro amore pel vostro Imperatore e Re. Allorchè voi usciste dalle porte di Verona, e, correndo di vittoria in vittoria, ricacciaste il nemico dentro i suoi confini, gli accordaste, generosi, un armistizio; imperocchè ei volesse proporre pratiche di pace; così diss’egli; ma si armava invece a nuova guerra. Or bene dunque anche noi siamo armati, e la pace che da generosi gli offrimmo, la conseguiremo di forza nella sua capitale. Soldati ! Breve sarà la lotta. Egli è quello stesso nemico che voi vinceste a Santa Lucia, a Sommacampagna, a Custoza, a Volta, e dinanzi le porte di Milano. Dio è con noi; giacchè giusta è la causa nostra. Su dunque, soldati, ancora una volta seguite il vostro canuto duce alla pugna ed alla vittoria. Io sarò testimonio delle valorose vostre gesta, e sarà l’ultimo lieto atto della mia lunga vita di soldato, quando nella capitale di uno sleale nemico potrò ornare il petto de’ miei prodi commilitoni del segno del loro valore acquistatosi col sangue e colla gloria. Avanti dunque, o soldati! A Torino, sia la nostra parola d’ordine; colà rinverremo la pace, per la quale combattiamo. Viva  l’Imperatore! Viva la Patria! »

 

E in altro lungo proclama all’esercito, pubblicato più tardi, ci si attentava rispondere colle villanie più brutali alle parole semplici e dignitose del gabinetto sardo all’Europa. Era il disprezzo sfacciato ai legali diritti di un popolo, cui è sacra la indipendenza del suolo sopra il quale Iddio lo fece nascere; era il rinfacciamento insultante di quei trattati ch’ebbero sacre le ambizioni de’ principi, legittimo il martirio e la vendita delle moltitudini, quasi si fossero vilissimi armenti; era la rabbia appieno sfogata contro re Carlo Alberto, designato co’ titoli di spergiuro, di sleale, d’intrigante, di rovinatore di sè stesso, di tale che con una nuova politica da trivio procacciava attutire il ricordo del tradimento del 1821 e del dispotismo di dieciasette anni; era l’arte notoria del tristo che ogni ragione riposa sulla forza e sulla sorte delle armi. Nè l’instancabile vecchio ristavasi a questo; imperciocchè faceva un appello ai popoli del Piemonte ne’ seguenti sensi:

 

«Il vostro re, come vi è noto, in onta al diritto delle genti, irrompeva l’anno scorso negli Stati dell’Imperatore, mio signore. Le mie vittorie avevano respinto quell’attacco senza esempio nella storia dei popoli, e trattenni tuttavia la vittoriosa mia armata alle sponde del Ticino. Poteva il vostro  Re risparmiarvi le devastazioni e gli orrori della guerra, accettando l’offertagli pace; ei rinnova invece le sue ostilità, e, trascinato da ambiziose mire, ingiustamente minaccia di nuovo gli Stati del mio Imperatore. Egli mi costringe a portare il teatro della guerra sui vostri fecondi campi. Non da me, da lui dovete riconoscere le sciagure che questo ingiusto attacco attirerà su di voi. Io entro colla mia armata in Piemonte per ridonare finalmente ai popoli anziosi la pace e la tranquillità. Non posso risparmiarvi le calamità che trae seco la guerra; ma la disciplina della mia armata vi guarentisce la sicurezza delle persone e delle proprietà. Non v’immischiate nella lotta delle armate; lasciatene la decisione ai soldati; altrimenti facendo, aggravereste vieppiù le molestie della guerra senza una speranza di successo, e togliereste a me la possibilità di rendervele, per quanto sta nelle mie forze, più lievi. Non fuvvi mai più ingiusta guerra di quella che il vostro re mosse contro l’Imperatore, mio signore; non fuvvi mai guerra più giusta di quella che, costretto, debbo fare contro di voi. Me non anima, come Carlo Alberto, lo spirito di conquista; ma vengo a difendere i diritti dell’Imperatore, mio signore, e la integrità della monarchia che il vostro governo, fatta alleanza colla ribellione, slealmente minaccia. »

 

Quindi vietava a’ cittadini la uscita dalla Lombardia, s’impossessava di tutte le somme di danaro che si trovavano nelle pubbliche casse, e poneva in marcia le truppe delle varie guarnigioni, concentrandole in gran parte intorno Pavia. Lasciava nel castello di Milano un presidio di 4000 uomini, in gran parte vecchi, malaticci e convalescenti; altri ne disponeva alla difesa del forte di Piacenza; ed altri ancora nelle cittadelle di Brescia, di Bergamo, di Modena, e nella testa di ponte in Brescello. I Piemontesi si addensavano d’altra parte verso il Ticino. Il re, partito dalla capitale sulle prime ore del giorno 14, erasi posto alla loro testa, non per guidarli, bensì per servire a’ soldati di esempio e d’incitamento al combattere.

Il sistema di guerra ideato dal generale Chrzanowsky era questo. L’esercito doveva occupare la lunga linea che dal Lago Maggiore estendesi alle falde degli Apennini di Piacenza. Da ciò rilevasi come un’idea politica menasse i nostri soldati alla offesa in luogo di una idea strategica. La base d’operazione veniva ad essere Trecate o Novara. Or un comandante di esercito che avesse scientificamente agito non avrebbe mai scelto quel paese aperto e senza rifugio, il quale, siccome Milano, l’anno innanzi, poteva fornirci conseguenze luttuose; imperciocchè, toccata colà una sconfitta, le nostre truppe dovevano necessariamente abbassare le armi e capitolare a discrezione del vincitore. Togliendo invece per base la linea che da Genova protendesi ad Alessandria, assalitori, potevamo dalla Cava occupare lo importante punto di Pavia, scontrarci coll’inimico verso Pizzighettone; e, se disfatti, ritirarci nel loco munito, e colà chiusi resistere a lungo con speranza di probabile vittoria, o cadere con onorevoli patti e, se vincitori, accennare al Mincio ed all’Adige e tentare, di coronare le sorti della patria con ripetuti fatti campali. Le regie truppe erano, come abbiamo detto altra volta, milizie con disciplina non salda e scarsa arte di guerra. E’ si conveniva perciò sicurarle con una base di appoggio e di ritirata, farle combattere, aiutandosi dal luogo, ed agguerrirle guerreggiando, e non in contrada aperta ed isolata. Forse alte influenze operarono sullo spirito del generale in capo; od il pensiero che l’ordinanza, dovendo difendere il suolo ove tante memorie parlavano al cuor suo, validamente combatterebbe senza disciogliersi. Ma nello scegliere un siffatto piano di battaglia, egli doveva considerare che le sue milizie potevansi con fiducia arrischiare al compimento di audaci imprese lungi dal luogo natìo, ove la distanza avrebbe loro imposto il proprio dovere, più che il pericolo non le consigliasse alla fuga; imperciocchè i nostri campagnuoli non sono sì civili da sacrificarsi ad una idea così astratta; la loro patria è la casa dove nacquero, ove sono i parenti, i congiunti, gli amici. Il piano di battaglia pertanto concepito dal generale Chrzanowsky non era conveniente agli uomini, ai tempi ed ai luoghi ov’egli si dispiegava.

Ora diremo della disposizione dell’esercito a dì 20 marzo, del numero delle forze collocate lungo la combattuta frontiera, e de’ capi a cui esse ubbidivano.

La prima divisione era composta dalle brigate Aosta, 5.0 e 6.0 fanteria, e Regina, 9.0 e 10.0 fanteria, dal reggimento Nizza cavalleria, dai bersaglieri e da due batterie di battaglia. Tenevasi in Mortara e nelle vicinanze agli ordini del generale Giovanni Durando, quel medesimo che aveva comandate nel Veneto le truppe papaline. - La seconda divisione era capitanata dal generale Bes, il quale rassegnava le due brigate Casale, 11.0 e 12.0 di fanteria, ed Acqui, 17.0 di fanteria col 23.0 pur di fanteria, un reggimento di cavalleria Piemonte Reale, i bersaglieri, la seconda batteria di posizione e quarta di battaglia. Essa campeggiava ne’ contorni di Vigevano. - La terza divisione stava presso Galliate, appoggiantesi sulla via di Milano; la comandava il generale Ettore di Perrone, e la componevano le brigate Savoia, 1.0 e 2.0 di fanteria, e Savona, 15.0 e 16.0 di fanteria, il reggimento Genova cavalleria, i bersaglieri e la terza e la settima batteria di battaglia. - Il duca di Genova, campeggiante di contro Buffalora, comandava la quarta divisione, formata dalle brigate Piemonte, 3.0 e 4.0 di fanteria, e Pinerolo, 13.0 e 14.0 di fanteria, dal reggimento Aosta cavalleria, dai bersaglieri, dalla nona batteria di battaglia e quarta di posizione. Erano in sussidio della terza e quarta divisione il 30.0 e 31.0 di fanteria, reggimenti nuovi composti con soldati provinciali; non che 2 battaglioni bersaglieri, i cacciatori della Valtellina e della Bergamasca, il battaglione Real Navi, un reggimento di cavalleria, Dragoni Lombardi; v’erano anche cinque batterie d’artiglieria, fra cui una lombarda: tutta gioventù che aveva fatte le sue prove nell’antecedente campagna, ed era sotto gli ordini del generale Solaroli a campo in Oleggio, sull’estrema sinistra. - Il generale Ramorino aveva ricevuto l’ordine di collocarsi colla quinta divisione alla Cava dirimpetto Pavia, là dove il Ticino mette foce nel Po; la quinta comprendeva quasi tutta la truppa lombarda divisa in quattro reggimenti di linea, dal 19.0 al 22.0 nel battaglione dei bersaglieri Manara, in due piccoli corpi di studenti e di cacciatori tridentini, in un reggimento di cavalleria, i Cavalleggieri Lombardi, e in due batterie. - La sesta divisione veniva comandata dal maggior generale Alfonso Ferrero della Marmora; era composta da quattro reggimenti di riscossa, dal 24.0 al 27.0, formati con uomini dell’ultima leva, o di uomini maturi ed ammogliati, da una compagnia di bersaglieri, da due squadroni di Novara cavalleria e da due batterie. Essa trovavasi in Sarzana presso le frontiere modenese e toscana, già mandatavi dal ministro Gioberti collo scopo che i lettori sanno. - La divisione di riserva, che aveva i due reggimenti dei Granatieri Guardie con quello dei Cacciatori sardi e la brigata di Cuneo, 7.0 ed 8.0 di fanteria, un reggimento di Savoia cavalleria con quattro squadroni di quel di Novara e la prima batteria di posizione colla prima e seconda a cavallo, era posta dietro la linea avanzata, formante il secondo centro tra il Lago ed il Po, e tra Novara e Vercelli, e ubbidiva agli ordini del duca di Savoia. - La brigata di avanguardia, posta a’ cenni del colonnello Belvedere, era in Castel San Giovanni di contro a Piacenza; la era forte di quattro battaglioni della brigata Acqui, 18.0 di fanteria, di due di bersaglieri e della terza batteria a cavallo

Le forze del Piemonte, sparse il dì 20 marzo sulla frontiera e ne’ posti interni dello Stato, sommavano alla cifra straordinaria di 148,203 uomini, di cui 100,000 soltanto erano destinati a ritogliere una parte attiva nel combattimento. E da questi dedotti gli assenti per congedo o senza, gli appartenenti ai battaglioni di deposito e i malati, l’esercito disponibile veniva a ridursi ad 85,529 uomini, divisi nelle divisioni summentovate e nelle due brigate sciolte, avanguardo e retroguardo. I due battaglioni degli zappatori della ingegneria erano sparsi fra le divisioni. Centotrentadue bocche da fuoco formavano il totale dell’artiglieria.

Radetzky poneva in linea circa 70,000 uomini; egli possedeva a nostro scapito un maggior numero di cannoni, una cavalleria leggera più adatta alla natura del terreno, reggimenti di fanti, agguerriti da sei anni di vita militare, dalla disciplina più rigida e dalla fiducia nella vittoria e nei capi. Le armate delle grandi potenze dispotiche, quantunque mosse dalla sola severa e monastica disciplina, pure il corpo degli ufficiali serba sempre un certo spirito marziale, frutto della politica prepotente dei governi. Gli Austriaci erano divisi in sei corpi di ordinanza, ognuno de’ quali composto delle tre armature veniva suddiviso in due divisioni. Reggevano que’ corpi i generali di Wratislaw, d’Aspre, Appel, Thurn e Wocher, i quali sotto i loro cenni si avevano capi di divisione capaci a ben maneggiarli. Gli ufficiali di stato-maggiore erano di gran lunga superiori ai nostri, non per islancio, non per coraggio, ma per la conoscenza dell’arte difficile e per la riflessione tranquilla e pacata in faccia a’ pericoli. Oltre a ciò, il Maresciallo contava in Piemonte, e più nella sua capitale, una gente fida al principio del dispotismo, la quale minutamente lo ragguagliava su ciò che accadeva nel campo a lui avverso, e lo avvertiva di quanto avrebbe operato nel paese a pro degl’imperiali interessi.

L’astuto vecchio immaginava un ordine di battaglia arditissimo che in altri casi avrebbe sembrato un atto d’insania in chi vi si fosse così abbandonatamento fidato. E tanta fu la segretezza e la puntualità della sua esecuzione, che nella notte del 19 tutta l’oste austriaca era in Pavia, quando i disegni dell’inimico rimanevano ancora incerti nel campo del re. Senza perdere un istante ei divisava di penetrare nel territorio nemico, di volgere le sue forze contro il nerbo principale dell’esercito regio, marciare innanzi secondo le circostanze, impossessarsi della città di Torino, od attaccare alle spalle di qua o di là del Po il nemico e annientarlo. Gli è perciò che l’indomani di buon mattino faceva erigere, al disotto del ponte stabile di Pavia, due ponti militari sul fiume Ticino; alle undici ore vi faceva passare su il corpo del generale d’Aspre; e a mezzodì - termine della tregua - ordinava che in tre colonne si valicasse il Gravellone.

Il re Carlo Alberto con Chrzanowsky era giunto due ore prima che scadesse l’armistizio al ponte di Buffalora, seguito da numeroso stato maggiore. Le truppe lo salutarono al suo apparire, prorompendo in vivissime acclamazioni. Tutti gli sguardi erano rivolti alla sponda opposta, sulla quale non iscorgevasi nessun movimento, meno pochi Usseri che perlustravano quel cammino. Al primo tocco del mezzogiorno, un fremito universale scosse tutte le truppe della quarta divisione, le quali attendevano da quel segnale l’annunzio del rinnovamento delle ostilità, non senza alzare gli occhi al cielo per implorare il trionfo della causa santa. Il tempo era magnifico: il sole già in alto del suo luminoso giro, dardeggiava sulle lucide armi dei nostri guerrieri, e la sponda lombarda sembrava quasi rischiarata alla vista del re liberatore, il quale stava per dirigere i suoi passi verso Milano. Tutti aspettavano l’ordine di muovere avanti. In quel solenne momento ognuno dimenticava gl’interni sinistri preludi; sentiva rinascere la speranza, e rinvigorirsi per effetto di una di quelle circostanze, cui l’uomo non può sottrarsi, tanto più in sì angosciosi istanti.

Mentre il re stava spingendo lo sguardo per iscuoprire quel che accadesse sull’opposta sponda dei fiume, veniva distratto dalla vista di una torma di anitre selvagge, le quali, dopo aver guizzato sotto la sferza dei raggi del sole fra le vorticose onde del Ticino, di cui toccavano ormai la sponda lombarda, slanciavansi al volo nella direzione di Milano, appena scoccato l’ultimo squillo del mezzodì. Certo che al pensiero di Carlo Alberto si affacciarono allora le reminiscenze degli auguri, cui Roma antica prestava intera fede. Era a piedi, il suo volto calmo lasciava trapelare una gioia a stento repressa, e faceva singolare contrasto colla fisonomia di Chrzanowsky, su cui stavano fortemente scolpite le impronte del tipo slavo.

Poco lungi dal Gravellone, ov’era passato il corpo del generale d’Aspre, eravi il Ramorino colla sua divisione lombarda. Chrzanowsky aveva a questi ordinato di mettersi quel giorno in posizione, di collocare un avanguardo al Gravellone, e battere il campo colla sua cavalleria sino contro a Bereguardo sulla sinistra. Aveva oltre a ciò comunicato a lui, al generale Fanti ed al capo del suo stato maggiore, il colonnello Berchet, una serie di ordini e di schiarimenti per ogni probabile e diversa eventualità. Il Ramorino guastò il ponte di Mezzana-Corte, togliendovi qualche barca, in senso inverso degli ordini avuti, e per siffatto modo costringendo i suoi alla inazione e nella impossibilità di riunirsi al nerbo principale dell’esercito. Un solo battaglione - quello dei bersaglieri comandato da Luciano Manara - oppose resistenza al nemico capitanato dal generale Lichtenstein; finchè, oppresso dal soperchiante numero, dovette piegare sulla riva diritta dei fiume.

Saputasi dal quartiere generale la rea condotta di Ramorino, su cui tante speranze eransi ciecamente fondate, lo s’invitava a recarsi in Novara per rendere ragione della propria condotta, e davasi per intanto al generale Fanti il comando della divisione coll’avviso di regolarsi giusta i casi, a norma delle precedenti istruzioni a lui note. Ma reddire alla Cava era impossibile. Il nemico già occupava la forte posizione. Il tradimento aveva portato i suoi frutti. E il Ramorino, lasciati gli ordini all’avanguardo, se assalito, di ritirarsi senza far fuoco, e portati seco tutti i dispacci e gli ordini ricevuti, andava innanzi tratto a Stradella, quindi a Novara; di quivi scusatosi del mal fatto come di una eccellente mossa strategica, fuggiva a Trino, faceva sosta in Arona, dove arrestato e condotto nella cittadella di Torino, avuto un processo dinanzi un consiglio di guerra, pagava più tardi il fio del delitto di militare disubbidienza.

Nell’atto che gli Austriaci entravano nel territorio piemontese, la quarta divisione passava il Ticino a Buffalora sulla strada che di Novara mena a Milano.

Al passaggio delle truppe sul ponte di Buffalora, avvenne un fatto che vogliamo citare.

Una compagnia di bersaglieri, precedendo tutte le altre truppe, si presentava alla sponda del fiume per valicarlo, allorquando il re facendole cenno colla mano di fermarsi, la precedeva, ponendosi pel primo alla testa della colonna. Fu quello invero un momento di straziante inquietudine; il ponte era forse minato, e forse sulla sponda opposta del fiume stavano appiattati dei cacciatori austriaci, e i giorni dell’intrepido monarca erano esposti a qualche grave sciagura. Ma Carlo Alberto premeva incolume il suolo lombardo; un grido di vivo entusiasmo salutava l’arrivo del principe ne’ suoi novelli domini, nel mentre che i pochi cavalieri nemici, che ivi stavano all’erta, correvano a spron battuto verso la dogana austriaca, che sorgeva a pochissimi passi dal fiume, e dalla quale bentosto vidersi al cielo levarsi nembi di fumo da prima, e poscia globi di vorticose fiamme, che l’edificio in breve convertivano in un mucchio di rovine.

Ecco che la guerra apriva i sanguinosi suoi campi col passaggio di quel fiume in allora frontiera, passaggio che fu magnifico pegli episodi che il contraddistinsero.

Dopo pochi istanti il re entrava in Magenta, i cui abitanti accorrevano frettolosi attorno a lui, proclamandolo il liberatore d’Italia.

IX.

All’annuncio della toccata sventura, il generale Chrzanowsky richiamava a Mortara frettolosamente il Durando, che trovavasi verso Vespolate. Dopo il mezzodì colà pure giungeva il Duca di Savoia. Il generale Bes, ch’era a Cerano e a Cassolnovo, fu di buon mattino alla Sforzesca, spingendo un posto avanzato sino a Borgo San Siro. La brigata di Savoia venne disposta tra Gambolò e la Sforzesca, come corpo di sostegno alla seconda divisione. Il Duca di Genova e il generale di Perrone per la tarda distribuzione de’ viveri giungevano da Galliate e da Buffalora in Vigevano sull’annottare. La brigata sciolta del Solaroli si rimase tra Oleggio e Bellinzago. L’avanguardo, poderosamente assalito, resistè a lungo; quindi ripiegò lentamente e con danno di chi lo inseguiva. L’attacco della Sforzesca, venne ripetute volte respinto colla punta della baionetta dal 17.0, di linea, comandato dal colonnello Filiberto Mollard, e dal. 23.0, formato in quattro mesi dalla operosità del colonnello Enrico Cialdini, ed a causa della momentanea sua assenza guidato allora dal maggiore Ludovico Fontana; il quale in siffatto scontro ebbe morto il cavallo. Due squadroni di Piemonte Reale, malgrado le accidentalità del terreno, intersecato da fossi e da vigneti, eseguirono due cariche, le quali costringevano il nemico a ritirarsi, lasciando in poter nostro una quantità di prigioni.

Verso le quattro della sera, gli Austriaci operavano un altro attacco su Gambolò colle intere brigate Strassoldo e Wohlgemuth, sostenute da parecchie batterie e numerosa cavalleria. Quivi il primo reggimento di linea, comandato dal colonnello Jaillet di Saint Cregues, resisteva all’assalto senza perder terreno, cagionava perdite all’inimico e parecchi ne faceva prigionieri, quantunque molti fra essi fossero novizi al maneggio delle armi.

« Innanzi cominciasse l’attacco, ci narrava un testimonio oculare, Chrzanowsky passava avanti alla fronte del primo reggimento e gli dirigeva queste lusinghiere ed incoraggianti parole: «Signori, vi ho qui collocati colla certezza che gli Austriaci non saranno da tanto di sloggiarvi da queste posizioni.» Un sorriso di buon augurio irradiò le virili fisonomie di que’ prodi figli della Savoia; essi perseverarono immobili sotto il vivo fuoco nemico, e con terribili scariche portarono lo sterminio e la morte nelle schiere degli assalitori, e quindi obbligavanli a darsi precipitosamente alla fuga. Allora i bravi Savoiardi si gettarono alla baionetta sugli Austriaci, e finirono di sperdere le loro sgominate colonne. L’impeto dell’attacco delle intrepide truppe era tale e tanto che avrebbero voluto proseguire nell’inseguimento del nemico; ma gli ufficiali ricevettero ordine di farle sostare; indi di ricondurle nelle posizioni che da prima occupavano, sul riflesso che non eranvi altre colonne pronte per venire al bisogno di loro aiuto. Si dovette quasi usare la violenza per farle retrocedere. Io mi trovava alla sinistra di questo reggimento, allorchè incominciava l’attacco; lo seguiva coll’occhio; e quando lo si riconduceva nel terreno sul quale anteriormente stanziava, un soldato mi disse: «O mio ufficiale, perchè non ci lasciaste prendere Gambolò?... » « Amico mio, gli risposi, per la ragione che non trovandosi in pronto altri reggimenti per sostenervi, non si deve con tanta leggerezza arrischiare la vita di tanti bravi quali voi siete.» « Ha forse Savoia bisogno d’appoggio?» ei mi rispose. Io fui molto soddisfatto di questa risoluta risposta; quando il soldato tanto presume di sè stesso, massime al principiare di una campagna, è di lieto augurio per l’esito della guerra. » Una giornata così luminosa aveva cancellato nei nostri la funesta impressione prodotta dall’atto perverso del Ramorino e dalle inevitabili sue conseguenze. Lo scopo degli Austriaci ne’ ripetuti attacchi in tal posto era tutto uno stratagemma di guerra per tenervi in apprensione una parte dell’esercito piemontese e rivolgere intanto i loro precipui sforzi sopra Mortara. Di fatti un poderoso corpo di truppe agli ordini dell’arciduca Alberto avviavasi verso le sei a quella volta. La poca precisione negli ordini emanati dal generalissimo, la incertezza nel farli eseguiti, la mala distribuzione delle vettovaglie, la completa ignoranza de’ luoghi sì nelle truppe come negli ufficiali che le guidavano, erano cagione di un altro disastro del primo anche maggiore. Il generale Durando aveva mandato esploratori verso il campo del Bes per estendere le comunicazioni tra i due corpi staccati; colti questi dagli Austriaci, altri ne spediva per la strada di San Giorgio. Infrattanto egli disponeva le sue schiere dal cimiterio della città al convento di Sant’Albino, in Castel d’Agogna e presso la via di Novara. Verso le cinque ore veniva avvertito dell’approssimarsi dell’inimico. E nel vero, questo più tardi giungeva e cominciava il suo fuoco d’attacco con ventiquattro pezzi di artiglieria. I fantaccini e gli artiglieri piemontesi non potettero lottare lungamente contro il briccolare [21] di tanti proietti, malgrado l’esempio del generale, di Alessandro della Marmora e del Duca di Savoia, impassibili nei luoghi di maggiore pericolo. La tenebra scendeva giù sulle cose e accresceva la confusione, il disordine; e tanto più che gli Austriaci, approfittando di tale circostanza, spingevansi innanzi ed entravano nella città, le cui vie erano ingombre di cadaveri, di feriti, di carrette, di bagagli e delle robe degli abitanti che cercavano uno scampo nella fuga precipitata. Molti del nostri caddero prigionieri per sorpresa, per smarrimento, e con essi parecchi cannoni e carri di munizioni. Fu ferito di baionetta il colonnello del 17.0 reggimento di linea, e percosso di lancia e di sciabola il vecchio comandante della Brigata Cuneo, il Bussetti.

Frattanto il re Carlo Alberto erasi recato alla Sforzesca, sperando di ricevervi notizie del corpo situato a Mortara di cui era inquieto. Ad ogni modo soddisfatto dei primordi di quella giornata, esternava il desiderio di bivaccare in mezzo alla brigata Savoia. Figuratevi un campo di battaglia coperto di morti, illuminato dal lugubre chiarore dei rustici edifici incendiati; dietro di questa tetra scena un rialto su cui accampa a ciel sereno un reggimento, le armi in fascio splendenti al bagliore dei fuochi dei bivacchi e dell’incendio dei circostanti abituri; ed in un angolo, e sopra due sacchi di tela Carlo Alberto, avviluppato in una coperta di lana, colla testa sul sacco di un granatiere. Circondavanlo silenziosi i suoi aiutanti di campo, taluni sdraiati e dormenti; altri desti ed immersi in strazianti pensieri, giacchè tutti avevano dei figli o dei fratelli all’armata; quindi tutti inquieti sul loro destino. Alla testa del re stavano due de’ suoi domestici ritti in piedi come statue, e vestiti delle loro scarlatte livree. Abitualmente pallido e giallognolo, Carlo Alberto aveva in quel momento le guancie livide e quasi cadaveriche. La sua bocca, ombreggiata da due foltissimi baffi, contraevasi di quando in quando con movimenti convulsivi, nel mentre che la sua mano, chiusa nel guanto, sollevata da un pensiero non imbrigliato dal sonno, gestiva additando verso il campo nemico, ed agitandosi, quasi che dar volesse degli ordini, o facendo sembiante di voler allontanare qualche spirito maligno che ne insidiasse i destini. Molte sentinelle, appoggiate alla canna del loro fucile, ammiravano con non dissimulata sorpresa il loro re così immerso nel sonno, mentre uno de’ suoi ufficiali d’ordinanza tratto tratto ricollocava sul suo corpo la coperta che nelle agitate convulsioni ad ogni istante cacciava. Povero principe! Forse egli aveva i fatali presentimenti delle triste nuove che stava per ricevere.

Non fu che alle due del mattino che Carlo Alberto riceveva la novella della sconfitta. Scialbo, estenuato, ei portava sulle sue sembianze il colore del proprio destino. I soldati lo guardavano riverenti, gli uomini di qualunque pensiero non potevano schermirsi dal piegare la fronte a lui dinanzi, come ad un martire coronato e ricurvo sotto il peso delle responsabilità degli atti già corsi e di quelli che oprava per l’avvenire della Patria; avvegnachè, come principe, inalberando il vessillo della riscossa, ei marciasse risoluto verso il trionfo o la morte; come uomo, ci palesasse le qualità del suo spirito di troppo inferiori all’altezza dei casi.

La toccata sciagura non parve lo scoraggiasse; chè anzi, levatosi in piedi, ordinava si concentrassero le truppe per tentare su luogo adatto le sorti di una decisiva battaglia. Il generale Chrzanowsky diramò sollecitamente gli avvisi a’ corpi di convergere a marcia forzata verso Novara.

A due chilometri di distanza da questa città elevasi, bagnata alle falde da due torrenti, una collina, sul cui culmine posa un villaggio, detto la Bicocca, che la via di Mortara partisce in due. Quivi furono attesi gli Austriaci, ringalluzziti dalle recenti vittorie; quivi si sperò tener fronte all’émpito nemico, rovesciarlo e cangiare il suo trionfo in disfatta. La divisione Perrone formò l’ala sinistra; quella del Bes occupò il centro; l’altra del Durando costituì la diritta. Sei battaglioni fiancheggiarono la terza divisione; quattro la prima; tre battaglioni di bersaglieri coprirono la seconda, fronteggiandola. Le altre comandate dai Duchi di Savoia e di Genova, stettero come corpi di riscossa, l’una presso il cimitero di San Nazzaro, l’altra accanto a Novara, tra la piazza d’armi e la via che guida a Vercelli. La brigata Solaroli ebbe ordine di osservare le strade di Trecate e di Galliate, e d’impedire al nemico d’inoltrarsi da quella parte. In cotale manovra, operata di notte sotto un cielo fosco e piovigginoso, quasi presagio della tremenda catastrofe dell’indomani, tutte le regole dell’arte furono osservate e nulla negletto di ciò che la scienza militare sa suggerire in analoghi casi. Il generale Chrzanowsky però obbliava di far fortificare la posizione della Bicocca. Egli commise altresì l’errore di non far chiudere le porte della città durante il combattimento; imperciocchè le diserzioni erano già incominciate; i viveri mancavano; la fiducia, ritolta dall’imperizia dei capi, era rimasta nel cuore di pochi.

Innanzi cominciasse la battaglia, Carlo Alberto, chiuso in un suo soprabito turchino guarnito di nera pelliccia, montato sopra un magnifico cavallo nero, seguito dallo stato maggiore, ispezionava l’esercito, e spingevasi quindi di gran carriera sul rialto della Bicocca.

Il generale d’Aspre, impetuoso com’era e giammai calcolando l’inimico che aveva a combattere, giunto appena sul luogo dell’azione, incomincia lo attacco. Erano le undici del mattino. I nostri rispondono al fuoco dei Tirolesi con qualche vantaggio. Ma i bersaglieri, nuovi coscritti, ordinati quasi nel momento di entrare in campagna, e per conseguenza non ancor bene istruiti nelle loro evoluzioni, dimentichi della fama acquistata da’ loro compagni nel 1848 sulle pianure lombarde, indietreggiano e pongono lo sgomento nella brigata Savona, che sino allora combatteva con tanto valore e che cominciava a mancare di munizioni. Quella di Savoia, capitanata dal generale Mollard, ne prende il posto, cantando la marsigliese ed acclamando il re. Ed ecco il generale di Perrone, riordinate alla rinfusa le compagnie della sua brigata, ritorna con esse e con molti ufficiali armati degli archibugi de’ fuggiaschi, sul posto dell’onore, dirigendone i fuochi come un semplice capitano. In quella una palla di moschetto gli rompe il frontale del cranio e lo stramazza giù dal cavallo. Fattosi trasportare alla presenza del re: « Sire! » gli dice « offersi a voi ed all’indipendenza del mio paese gli ultimi giorni del viver mio. Ora il mio dover è compiuto! » - Il d’Aspre, veggendo respinti i suoi da’ casolari vicini e molti fatti prigioni, ordina alla riserva di avanzare, e si porta egli stesso al centro sulla cascina, la Cittadella, la quale è presa e più volte ripresa in seguito dal 23.0 di linea italiano. I Savoiardi non possono tener fronte ai ripetuti attacchi e piegano. Il Duca di Genova accorre; ma la Bicocca è in poter degli Austriaci. La brigata Piemonte non ostante si avanza; il generale Passalacqua marcia alla sua testa, gridando: « Viva l’onor piemontese! Avanti, coraggio! » Ritolte parecchie posizioni e presi da due a trecento prigionieri, cade trafitto nel petto da tre palle nemiche.

In pochi momenti l’esercito piemontese privavasi di due suoi migliori generali. Comechè di opinioni diverse e di opposti politici assiomi, Perrone e Passalacqua erano benemeriti della patria [22].

La Bicocca viene ritolta; quindi perduta; è ripresa in seguito dal 13.0 di linea. Carlo Alberto intanto percorreva a cavallo le file de’ combattenti. L’alta statura, il fosco colore delle vesti, il suo pallido volto emaciato dai dolori dell’anima, quel tarlo che rode a lento morso la vita, l’ardire, riflettuto e sereno con cui sfidava la morte, lo assomigliavano ad un antico guerriero de’ mezzi tempi, cui un amuleto riportato da Terrasanta preservasse la vita dai tanti colpi vibratigli addosso. Egli si arresta presso una batteria, ed un colpo di mitraglia nemica uccide dieci artiglieri che gli erano poco discosto. Una palla di cannone spicca la testa dal busto ad un carabiniere che avevalo seguito a cavallo. Un soldato della provianda, presi due Austriaci prigioni, li spinge avanti di sè, presentasi con essi a lui, ed ebbro come era del contento di aver fatta quella preda esclama: « Maestà, sono io che ho fatti questi prigionieri; l’ho scappata per miracolo... Ah! misericordia!» e cade esanime al suolo, terminando queste ultime parole, colpito da una palla che sarebbe toccata al re, se non fosse rimasta sepolta nel corpo di quell’infelice. De’ cinque ufficiali degl’ingegneri - i quali, addetti al quartiere generale, gli erano di scorta in tal posto - due cadono gravemente feriti, i maggiori Goffi e Staglieno; ed il tenente Michele Pellegrini, attraversato da una palla nella spina dorsale, sopravvive, di pochi giorni a tal colpo. E le truppe, esaltate dalla di lui presenza, respingono da ogni banda gli Austriaci, che disanimati e in disordine riparano al di là di Olengo, lasciando il contrastato terreno coperto di cadaveri.

La vittoria pareva arridesse propizia ai destini d’Italia. E nostro sarebbe stato il finale trionfo, se il generale Chrzanowsky avesse saputo afferrare il momento propizio, in cui gli Austriaci muovevano in dirotta, coll’inseguirli vigorosamente.

Invece di agire con audacia egli si tenne sulla difensiva, e sol contentossi di mandare al fuoco la metà delle forze di cui disponeva, ma interpolatamente e nello scopo di rimanere saldo nella posizione della Bicocca. Ove avesse spinto innanzi le schiere a grandi masse, il generale d’Aspre avrebbe pagata ben cara la sua temeraria fazione prima che il d’Appel fosse giunto a soccorrerlo. E questi sarebbe stato schiacciato alla sua volta, e infugati que’ corpi che l’un dopo l’altro fossero venuti in suo aiuto. Una tale fortuna avrebbe costretto il Maresciallo a ripassare il Ticino e cangiato le sorti della Penisola. Ma il nemico approfittava invece della inettezza del generale a lui avverso. Il 4.0 corpo della ordinanza, forte di quattordici battaglioni, e tutta la riserva piombano sul centro dei nostri, i cui artiglieri operano prodigi di valore per respingere gl’irrompenti; soldati e ufficiali gareggiano, quali nel desiderio di vendicare la morte dei propri compagni, quali di onorarsi di alcun fatto arditissimo, quali di far vittoriosa la bandiera d’Italia, o morire. Il giovine capitano Mattei ha il braccio mutilato da una palla e si rimane al suo posto. Il tenente Ferdinando Balbo, figliuolo del pubblicista, avvisato dal capitano della batteria di non muovere il capo al tempestare dei proietti nemici, e di non iscuotersi alle detonazioni delle loro artiglierie, resta immoto per dar esempio di intrepidezza ai suoi soldati, e vien morto da un proietto che lo stramazza insieme col cavallo [23]. Il tenente Hugo ha una gamba frantumata, pur grida ai suoi per incuorarli «Viva Italia!» Il giovanetto Carlo di Robilant, puntando il cannone, ha una mano infranta da una scheggia di mitraglia. Il padre, aiutante di campo del re, in lui s’imbatte; e, vedutolo pallido sulle guance, gli chiede s’ei sia ferito; cui il figlio, levando il moncherino sanguinoso di sotto il mantello e mostrandoglielo, grida: «Viva il re!» A quella vista ci si sente come mordere il cuore; pur, frenando l’interno schianto, a lui risponde: «Bravo, Carlo; hai fatto il tuo dovere!» Ed intanto l’artiglieria sfolgora di fronte e di fianco il nemico con incredibile celerità. I bersaglieri anch’essi, non cedono il terreno; molti i feriti; moltissimi i morti; que’ della Valtellina, di recente formati, e che facevano parte della brigata Solaroli, parevano soldati di lunga disciplina ed usi da gran tempo a quei micidiali cimenti. Tanto può negli umani petti l’amore santo della libertà e dell’indipendenza della patria! Ed ecco Carlo Alberto accorrere di bel nuovo per sostenere i difensori di un campo sì ostinatamente conteso. Ma vi giungeva quando il nemico penetrava già nel villaggio. Omai disperata era la impresa; pur si vuol ritentare un ultimo sforzo. E il Duca di Genova, animando i suoi colla voce e coll’esempio, alla testa di tre battaglioni, raccozzati alla meglio, vi si dirige a piedi. Un fuoco terribile di artiglieria e di moschetto semina nelle file la morte, ed obbliga i soldati a ritorcere il passo. Quello fu il segno dello sbandamento generale. Il disordine a non dirsi; nessuno ode più la voce de’ capi; la confusione si addoppia nella fuga come la neve nelle alpine valanghe. Le ombre della notte addensavansi e pioveva forte. Le truppe in folla entravano in Novara, rifinite, ansimanti, annacquate: i traini, le ambulanze, i cavalli, tutto insieme con esse, spingendosi, schiacciandosi, perchè ognuno voleva esser primo a salvarsi. Carlo Alberto fu l’ultimo. Mentre entrava in città, una bomba cadeva nel mezzo della sua scorta, ed uccideva molti soldati, i cui cavalli impennandosi si sbandavano. Egli diceva ad un suo aiutante: «Almeno l’onore dell’armata fosse salvo!...» poscia soggiungeva con un accento di profondo rammarico: «La morte non volle colpirmi!....» Presente a tutti gli attacchi della Bicocca, presente allo sfacelo dell’esercito suo, non poteva farsi più nessuna illusione sulle conseguenze di quella campale giornata. Onde, sopraffatto dal dolore, fissando col pensiero lo stato suo, correva sugli spaldi [24] della porta di Genova, ove cadevano a furia i proietti nemici. L’anima sua pareva non sentisse le cose di fuori; la era interamente assorta in un voto; e in esso tendevasi, e brancolando il cercava come una tregua a’ durati tormenti. Ma a Dio non piacque esaudire alla sua preghiera di morte. Molti che amavano la libertà e la indipendenza della patria erano stati un giorno da lui abbandonati senza apparente rammarico. Molti altri, quasi rei di delitti, sbanditi a viva forza dal paese nativo. Ed altri, fatti languire in dure prigioni. Ed altri ancora, spietatamente uccidere per mano del carnefice. E per lunghi anni, squilibrando il pensiero e l’azione, aveva sobbarcato sè stesso e costretto i suoi popoli a piegare alla influenza di una sêtta nefasta, all’arbitrio di perfidi governanti che loro amareggiavano le fonti della vita civile. Ora egli scontava nelle sue le atroci pene patite dalle migliaia per lui, e provava l’angoscia che dentro rode le carni e fuori non geme. La divina giustizia lo faceva raumiliato ed infelicissimo per indi redimerlo degno di sè e dell’Italia, che per due anni aveva occupato di amore operoso la mente sua ed il suo braccio.

Ei fu giuocoforza adoperare la più grande insistenza per ritrarlo da quel loco ferale e condurlo in città. A quei che primi ne lo sollecitarono, rispondeva: «Signori, lasciatemi morire. È questo il mio ultimo giorno!» Appena in Novara, chiese al Maresciallo un armistizio; cui quegli rispose accordarlo a patto di occupare il territorio posto tra il Ticino e la Sesia insieme colla cittadella di Alessandria; aggiunse che, non fidando nella parola del re, voleva in istatico il Duca di Savoia. Riunito un consiglio di guerra e chiarito non potersi ulteriormente resistere all’oste invaditrice, non volendo egli accettare condizioni dalle quali l’onor suo ripugnava, disse voler rendere l’ultimo servigio al paese, abdicando. Ed a quelli, che insistevano, a ciò revocasse la sua decisione, disse queste memorabili parole che la storia seppe conservare:

 

« Signori; io mi sono sacrificato alla causa dell’indipendenza italiana; per essa ho esposto la mia vita, quella dei miei figli, la corona; non potei conseguirla. Io comprendo che la mia persona potrebbe oggi essere d’impaccio alla conclusione di una pace divenuta ormai indispensabile; io non potrei firmarla. Poichè non ho potuto trovare la morte sul campo di battaglia, consumerò l’ultimo sacrificio a vantaggio del mio paese; io depongo la corona, ed abdico a favore di mio figlio il Duca di Savoia.» E, abbracciando affettuosamente tutti quelli che il circondavano, si chiuse in una stanza, e scrisse l’atto di abdicazione. Quindi sprofondato dalla battaglia che dentro lo combatteva, levò gli occhi in alto col viso di chi sentesi venir meno. Allora si avvide sedere sopra un oggetto che aveva nella tasca della divisa. Gli era un pacco suggellato, venutogli da Torino e pôrtogli nell’atto ch’ei muoveva all’assalto della Bicocca. Lo aprì e fuori ne trasse un braccialetto di ricco lavoro, opera di un riputato orafo di Parigi. Egli strinse convulsivamente il monile, vi poggiò la fronte e lunga pezza vi stette su come in letargo. Finalmente si riscosse, lo appressò alle labbra febbrili, e scritto un foglio, entro ne lo serrò. L’indirizzo era a sua moglie. Ed il pensiero a chi? Ciò fatto esciva dalla camera, riabbracciava e baciava i figliuoli, i suoi aiutanti di campo, gli astanti, porgendo loro le più vive azioni di grazie pei servigi a lui renduti e allo Stato. E dopo la mezzanotte, accompagnato da due soli domestici, partiva.

X.

La perdita toccata dai Piemontesi in Novara era stata di 4,000 uomini all’incirca tra gli uccisi e i feriti; di 2,000 prigioni e di dodici pezzi d’artiglieria con parecchie carra di munizioni. Quella degli Austriaci poteva calcolarsi pur a 4,000 soldati posti fuor di combattimento e ad un migliaio di prigionieri. È duopo confessare che un esercito male organizzato ed avvilito, e che, quantunque soccombente, è in grado di far tanto scempio del nemico, vibrando colpi così risoluti, merita ancor la stima. L’esser vinto è tante volte effetto di mero azzardo.

Lettere particolari e pubbliche gazzette spandevano nelle anziose terre d’Italia voci diverse sulle sorti della combattuta battaglia. E quale diceva parole di regal tradimento, d’infami maneggi, di viltà senza pari. Quale assicurava, i più aver assistito colle armi imbracciate allo scempio de’ volenti e de’ forti. Qual sosteneva che il re, per distruggere le libertà carpitegli l’anno innanzi dal popolo, avesse convenuto durante l’armistizio col maresciallo Radetzky le fasi della orribile tragedia. Qual altro accusava i generali di aver presso che tutti tradito la causa d’Italia e del re. I luttuosi eventi vie più accreditavano la così detta, infamia di Novara. E nel vero, i lontani non potevano persuadersi di una campagna durata tre giorni senza che un qualche delitto non ne avesse sprofondato le sorti che in lei si ponevano; nè credevano che un’ordinanza di cento e più mila uomini potesse fondersi di un tratto come la neve ai raggi del sole senza gravi e misteriosi motivi. Nelle insensate speranze, nei dubbiosi timori, nelle incertezze del presente, i molti prestarono fede a tutte sentenze che lor pervenivano; e non considerarono le vere cause moventi di tanto disastro essere state la pessima direzione di forze talmente sproporzionate al Piemonte ed alla capacità de’ capi che dovevano maneggiarle; il gravissimo mancamento del generale Ramorino; l’assenza della sesta divisione, ingolfata inutilmente ne’ monti lontani della Lunigiana; la fredda attitudine di parecchi ufficiali superiori, e più la contrarietà a quella guerra; le scoraggianti e perverse insinuazioni di alcuni capi dall’anima inchinata o venduta all’Impero e alla Chiesa; e le secrete e operose mene de’ partiti estremi tendenti, l’uno a ristabilire in Piemonte il governo assoluto colle ignaziane [25] influenze e collo sperpero del pubblico erario; l’altro a fondarvi la Repubblica, non compresa, nè accetta, sulle ruine della monarchia.

Dopo le prove di valore, le prove di viltà. Dopo la onorata battaglia del campo, la battaglia oscena, malversatrice, fratricida della città. I combattenti eranvi rientrati stanchi, affamati; le vie, ingombre dai carri, dai feriti, dalla moltitudine armata, per la più parte ignara del paese, del luogo destinato a darle ricetto, dell’ufficio ove i viveri dovevano essere distribuiti. La è trista consigliera la fame; e ben più trista quando si marita al dispetto, al livore, al rilassamento della disciplina. Molti rei uomini che parteggiavano per lo straniero, animati dallo spirito del disordine e della vendetta, malignamente incitarono i soldati ad azioni avare e ribalde. Pioveva forte; le vie erano popolate a tumulto; la luce dei lampioni, sparpagliata dalle gocciole che venivano giù dalle gronde, abbagliava la vista; molti i lamenti e le grida; molte le bestemmie e i colpi di fucile dati alle porte de’ fondachi e delle case; moltissimi i soldati che dopo aver rubato a sacco denari e oggetti di maggior prezzo, gittavano le armi e partivano.

In Piazza d’erbe accorrevano e pompieri e cittadini per ispegnere il fuoco appiccato a tre botteghe; i soldati briachi lo impedivano a fucilate. Un cittadino che avesse avuto soltanto il berretto di guardia nazionale veniva insultato, percosso. Un popolano che dalla Piazza del Rosario muoveva verso la Piazza Bellini, preso per spia, era macellato a colpi di baionetta.

Nelle prime ore, tanta era la confusione e lo smarrimento de’ capi, che le brutali insolenze, i violenti sforzi, le ladre opere accadevano inosservate, o non represse. E ad esempio citiamo come, presentatisi alcuni della città al generale Biscaretti, che stavasene tranquillo all’albergo del Cappel Verde, e pregatolo ponesse un freno alla malvagia condotta dei soldati, quegli rispondesse:

«Voleste la guerra, soffritene le conseguenze.» E voltava ai supplicanti le spalle. Ma quando i mali atti si fecero peggiori, e parecchi cittadini, per la difesa delle loro robe, vennero feriti ed uccisi, ed alcune case bruciarono per l’appiccatovi incendio, gli ufficiali scesero nelle strade, e pregarono, minacciarono, trafissero i pervicaci negl’insulti, nelle rapine. Il Duca di Genova, sdegnato de’ tanti eccessi commessi, ordinava girassero per le contrade dell’addolorata città, numerosi drappelli di cavalleria per disperdere ed uccidere senza riguardo alcuno gl’infelloniti soldati. I lancieri danno di sprone a’ cavalli, li cacciano a slancio per le affollate vie e quanti fermanti formano ingombro, tanti ne calpestano, ne schiacciano e uccidono. I meglio avventurosi ratto disperdonsi; e i più ostinati tra questi, riparando ne’ portoni e ne’ viottoli, scaricano il Moschetto sui loro fratelli d’arme, consiglieri di onore. Uno di questi colpi è diretto sullo stesso Duca di Genova, che fortunatamente disvia.

Malgrado la energica misura, il saccheggio durava in alcuni punti della città sino alle cinque della mattina; prima di quell’ora però una gran parte dell’esercito, scomposti gli ordini, aveva preso la fuga, rinnovando le medesime ribalderie nelle campagne e ne’ borghi dovunque passò, sino ad Arona.

Il giorno 24 tutta la truppa piemontese erasi ritirata da Novara; ivi non rimanevano che alcuni sbandati ubbriachi. Gli Austriaci tuttavia non azzardavano di entrare in città, e, dalla posizione del Prato della Fiera, continuavano a gettarvi bombe e granate. Molte di queste caddero sulle carceri del castello per cui i detenuti, credendosi in pericolo, tumultuarono. Allora il municipio inviò un parlamentario al Radetzky, e a lui annunciò essere la città sguernita di truppe. Cessò tosto il bombardamento; e il sindaco, signor Bollati, il vescovo e parecchi cittadini, recatisi dal Maresciallo, lo pregarono a voler affrettare la sua entrata in Novara per porre freno agli sbandati, che vi commettevano ancora delle ribalderie. Era ben dolorosa la condizione di cittadini italiani di dover ricorrere allo straniero per la tutela delle proprie cose contro la male opera dei fratelli.

Nell’atto che tali vergogne commettevansi in Novara, un’ultima avventura era riservata al decaduto Monarca. Gli Austriaci eransi pur accampati nelle adiacenze della città, intercettando le comunicazioni tra essa e Vercelli. Per guarentirsi da ogni evento, essi avevano posto sulla strada postale due pezzi d’artiglieria allineati nella direzione di Novara; un forte picchetto di fanti stava in armi alla loro difesa, ed una sentinella avanzata sorvegliava la strada per guarentirla da ogni insidia. Verso mezzanotte udendosi un lontano cigolìo di ruote, tosto la scolta avverte il capitano di guardia dicendo che gli sembrava si avvicinassero dei cannoni a quella volta; tosto egli fa accendere la miccia ed ordina di caricare i pezzi a mitraglia, e di far fuoco appena fossersi di tanto avvicinati da poter essere colpiti. Intanto quel rumore vieppiù si faceva presso e quindi potevasi meglio discernere la causa da cui proveniva. I soldati caricavano le armi, i cannonieri portavansi al loro posto. Infine da un angolo della strada si scorgeva un lumicino che rapidamente inoltravasi.

« - Mio capitano, disse allora il sergente d’artiglieria, non sono cannoni quelli che si avanzano, ma bensì un calesse. »

Allora tutti fissano gli sguardi in quella direzione e si convincono che infatti era un legno di posta a cavalli: allora il capitano, dopo aver rivocato il primo ordine, prende con sè un drappello de’ suoi, si inoltra sulla strada, ordina al postiglione di fermarsi, si avvicina alla portiera e domanda il nome dei viaggiatore. Questi, che era solo nella carrozza, risponde:

« - Io sono il conte di Barge, colonnello piemontese; ho data la dimissione dopo la battaglia, e ritorno a Torino. »

« - Signor conte, disse il capitano, voi mi perdonerete, ma non è in mio potere il permettervi di proseguire il vostro viaggio, se prima non vi presentate al mio generale che abita a pochi passi di qui. »

« - Come desiderate, signore; eccomi ai vostri ordini. »

E tosto, scortato da alcuni usseri, si dirige al piccolo castello che serviva provvisoriamente di quartiere generale al conte di Thurn. Il capitano tosto lo previene che un certo conte di Barge, che dicesi essere colonnello piemontese, era stato trattenuto, viaggio facendo per Torino, e che attendeva i suoi ordini, onde poter proseguire verso la capitale.

« - Che si chiami il sergente dei bersaglieri che abbiam fatto prigioniero, rispose il generale ; se questi lo conosce, lo lasceremo passare; altrimenti mi si avvisi del risultato. »

Il conte di Barge, salito nell’anticamera, vien posto a confronto col succitato sergente.

« - Conoscete voi il conte di Barge, colonnello piemontese? »

« - No, non mi rammento di questo nome. » « - Miratelo bene. »

Allora egli si avvicina, guarda attentamente il viaggiatore, che gli fa un cenno collo sguardo. Appena egli potè rimettersi un poco dallo stupore alla vista di quell’alto personaggio, e compreso il significato, di quella espressiva occhiata, che allora, fingendo di ricredersi, soggiunse :

« - Ah! certo che sì, ora lo riconosco il signor conte di Barge; per Bacco, egli era presso il re durante la battaglia. »

Il sergente si allontana, ed il viaggiatore, avvicinandosi alla porta, disse all’ufficiale:

« - Credo, o signore, che non vi saranno più difficoltà alla mia partenza. »

« - Perdonate, colonnello, ma il generale Thurn m’incarica di pregarvi a voler accettare una tazza di thè da bevere in sua compagnia. »

« - Volontieri. »

Il conte di Barge entra dal generale, e dopo alcune scuse intorno ai rigori cui la guerra astringe i militari anche loro malgrado, la conversazione si intavola parlando dell’attuale campagna, e quindi della battaglia accaduta in quel giorno stesso sotto le mura di Novara. Il conte raccontò tutto quanto era accaduto nel campo piemontese; il generale faceva altrettanto narrando le cose le più interessanti avvenute nell’esercito austriaco, chiudendo il suo discorso con queste parole:

« - Permettete, signor Conte, ma io mi stupisco che un personaggio così distinto come sembra che voi siate, non abbia avuto più splendidi avanzamenti nell’armata. »

« - Che cosa volete che vi dica? non sono mai stato fortunato; non ho potuto ottenere maggiori promozioni; per cui, dopo la battaglia, più non iscorgendo nella carriera militare nessuna favorevole prospettiva, mi sono licenziato lasciando il grado che copriva »

Il discorso tra i due interlocutori si prolungò alquanto su questo tenore, sino a che il conte di Barge prese congedo dal generale austriaco, il quale lo condusse sino alla carrozza. Ritornato che fu in mezzo a’ suoi aiutanti di campo, disse loro:

« - Il conte di Barge ha un contegno molto attraente pel suo spirito e pelle sue buone maniere; non lo avrei mai creduto un militare; la disinvoltura del suo tratto mel fecero supporre un diplomatico. Che cosa ne dite voi, signori? »

« - È verissimo, risposero; ma ecco il bersagliere, il quale potrà dirci quale impiego coprisse il colonnello alla corte di Torino. »

« - Ehi! amico, chi era questo conte di Barge che ci ha testè lasciati? »

« - Il conte di Barge, signori, è il re Carlo Alberto in persona; il re! »

« - Signori, ripigliò allora il conte di Thurn dopo alcuni istanti di silenzio: Dio protegge l’Austria. Quante cose non avrebbe detto il mondo se per azzardo o per effetto di un fatale equivoco la batteria avesse fatto fuoco sulla vettura di questo sventurato Principe, come al certo sarebbe accaduto? Si sarebbe detto che noi, nemici altrettanto implacabili che perfidi, abbiamo assassinato il re Carlo Alberto, attirandolo in un vile agguato. Ringraziamo Iddio che ci ha risparmiato questa sventura, e rallegriamoci di aver potuto ammirare da vicino questo eroico avversario. »

 

Il Radetzky non desistette dopo la riportata vittoria e ritolse ogni disposizione per inseguire ed opprimere le reliquie del vinto esercito. Il nuovo re Vittorio Emanuele, presente a’ disordini della sua soldatesca, avvedutosi come grande fosse nel popolo il terrore delle armi nemiche e maggiori i sospetti tra l’esercito e la nazione, stimò impossibile ormai una riscossa e si abboccò col Maresciallo nella cascina di Vignale per fissare i capitoli di un armistizio. Erasi avviato al campo nemico con numeroso seguito di ufficiali, inforcando il più brioso de’ suoi cavalli. Invitato a passare in rassegna le truppe austriache, ne percorse le file al galoppo con certa tal quale spavalderia, quasi per significare sè ed i suoi essere ancor capaci di tutelare colle armi nel pugno il contrastato terreno. Alle condizioni gravose che il Maresciallo intendeva imporre al Piemonte, il principe, scrollando il capo, rispondeva avere ancora un esercito, fiancheggiato dal sentimento di nazionalità nei suoi popoli e dal fremito delle moltitudini lombarde; la guerra tuttora possibile, se offeriva pericoli, sapeva eziandio compensarli colla salda speranza della vittoria. Dopo lungo diverbio conchiudevasi dalle due parti la sospensione delle ostilità ai patti seguenti :

« Art. I. Il re di Sardegna assicura positivamente e solennemente che si affretterà a conchiudere con S. M. l’imperatore d’Austria un trattato di pace del quale sarebbe preludio cotesto armistizio.

« II. Il re di Sardegna scioglierà il più presto possibile i corpi militari formati di Lombardi, Ungheresi e Polacchi, sudditi di S. M. l’imperatore d’Austria, riservandosi tuttavia di conservare nel proprio esercito alcuni ufficiali dei suddetti corpi giusta le sue convenienze. S. E. il maresciallo conte Radetzsky s’impegna, a nome di S. M. l’imperatore d’Austria, perchè sia accordata piena ed intera amnistia a tutti i sopradetti militari lombardi, ungheresi e polacchi che ritornassero negli Stati di S. M. I. R. A.

« III. Il re di Sardegna permette, finchè dura lo armistizio, l’occupazione militare per opera di 18,000 uomini di fanteria e di 2,000 di cavalleria delle truppe di S. M. l’imperatore, del territorio compreso fra il Po, la Sesia ed il Ticino e della metà della piazza di Alessandria. Questa occupazione non avrà influenza alcuna sull’amministrazione civile e giudiziaria delle provincie comprese nel territorio suddetto. Le truppe sunnominate, in numero totale di 3,000 potranno fornire la metà della guarnigione della città e fortezza di Alessandria, mentre l’altra metà sarà fornita dalle truppe sarde. La parola di S. M. il re è garante della sicurezza di queste truppe di S. M. l’imperatore. Le truppe austriache avranno libera la via di Valenza ad Alessandria per la loro comunicazione colla guarnigione della detta città e fortezza. Il mantenimento di questi 20,000 uomini e 2,000 cavalli per parte del governo sardo sarà stabilito da una commissione militare. Il re di Sardegna farà evacuare sulla riva destra del Po tutto il territorio de’ ducati di Piacenza, di Modena e del Granducato di Toscana, vale a dire, tutti i territori che non appartenevano innanzi la guerra agli Stati Sardi.

«IV. L’ingresso della metà della guarnigione nella fortezza di Alessandria da fornirsi dalle truppe austriache, non potendo aver luogo che in tre o quattro giorni, il re di Sardegna garentisce l’entrata regolare della suddetta parte di guarnigione nella fortezza di Alessandria.

« V. La flotta sarda con tutte le vele e i battelli a vapore lascerà l’Adriatico nello spazio di 15 giorni per condursi negli Stati Sardi. Il re di Sardegna darà l’ordine più perentorio alle sue truppe ed inviterà gli altri suoi sudditi che potessero trovarsi in Venezia, a ritornare immediatamente negli Stati Sardi, sotto pena di non essere più compresi in una capitolazione che le autorità militari imperiali potessero conchiudere con quella città.

« VI. Il re di Sardegna promette, onde mostrare il suo verace desiderio di conchiudere una pace pronta e durevole con S. M. l’imperatore d’Austria, di ridurre il suo esercito sul piede ordinario della pace nel più breve spazio di tempo.

« VII. Avendo il re di Sardegna il diritto di dichiarare la guerra e fare la pace, per questa stessa ragione ritiene inviolabile questa convenzione di armistizio.

« VIII. Il re di Sardegna manderà immediatamente un plenipotenziario munito di pieni poteri ad hoc in una città qualunque, da scegliersi di comune accordo, per intavolarvi le prime pratiche della pace.

« IX. La pace stessa e le sue singole condizioni saranno fatte indipendentemente da questo armistizio e giusta le reciproche convenienze dei due governi. S. E. il maresciallo conte Radetzky si fa a un dovere di prevenire senza indugio la corte imperiale del reale desiderio di S. M. Sarda di conchiudere una pace durevole con S. M. I. R. A.

« X. La presente convenzione di armistizio è obbligatoria per tutto il tempo della durata delle  negoziazioni della pace, e in caso di loro rottura l’armistizio dovrà essere denunciato dieci giorni prima della rinnovazione delle ostilità.

« XI. I prigionieri di guerra saranno immediatamente restituiti dalle due parti contraenti.

« XII. Le truppe imperiali si fermeranno nei loro movimenti, e quelle che passarono la Sesia rientreranno nel territorio accennato di sopra per la occupazione militare.

 

Novara, 26 marzo 1849.

« RADETZKY, m. p. VITTORIO EMANUELE, m. p.

 

« CHRZANOWSKY, m. p.

 

« Maggior generale dell’esercito Sardo. »

Due giorni prima che cotesto atto venisse sanzionato dalle firme delle parti contraenti, una città italiana, l’antica capitale del Monferrato, illustrava con nobili prove di valore e di eroismo la cronaca dei tempi moderni. Casale, madre ferace di prodi nell’evo medio, sedente sulla destra del Po, ha un castello edificato a difesa, ed un giro di mura merlate con guardie e torrioni, opere inespugnabili e temute nelle passate età. Pochi cannoni, maneggiati da artiglieri invalidi, tutelavano la rôcca; la guardia nazionale, non ancor bene ordinata, il paese. I fuggiaschi dal combattimento di Mortara e lo arrivo de’ carreggi della riserva avevano fin dal dì 22 gittato l’allarme nella popolazione, sì ch’erasi preparata a sostenere tosto e tardi un attacco nemico. E nel vero, in sull’alba del dì 24, il generale Wimpffen, che aveva avuto ordine dal Radetzky d’invigilare il passaggio del Po, di occupare Casale, di proteggere il fianco sinistro e le spalle dell’esercito austriaco e di spingersi innanzi per a Torino, passata la Sesia sul ponte di Terranova, minacciò con tre brigate di valicare il Po e di entrare nella città e nel castello.

Il municipio, considerati gli scarsi mezzi di difesa e la poca speranza di soccorso nelle truppe stanziali, aveva in animo di capitolare; ma il governatore del castello, il barone Solaro di Villanova, disse voler resistere, comechè soperchiante fosse il nemico, e pel dover suo e per l’onore della causa per cui combattevasi. Le milizie civili e la intera popolazione applaudirono all’energico intendimento ed espressero al magistrato comunale il voto unanime e fermo di impedire ad ogni costo l’ingresso degli Austriaci nella città e nella rôcca. Bentosto si ordinavano gli asserragli; uno de’ quali, a porta di Po, veniva formato da cinque o sei carra di letame che trovavansi in vicinanza; ed un altro, a porta Peperone, con botti, sassi, masserizie che i cittadini stessi di proprio moto ammontavano. I tamburi chiamavano all’armi i civili e i pochi soldati che si trovavano nel paese. Ogni combattente riceveva dieci cartucce, e tutti correvano ad attelarsi in lunghe linee sulla spianata, la quale dal ponte mena a Casale. Questo era stato il dì innanzi tagliato ed allora difeso sulla parte destra da un drappello di popolani armati.

Poco dopo il mezzodì, gli Austriaci ingaggiarono il fuoco delle loro artiglierie contro la città ed il castello ; ed i nostri a rispondere dal forte con una salve ben nudrita sulle spesse colonne di uomini che erano al di là del fiume. I bersaglieri traevano dalla testa del ponte sui Tirolesi che li molestavano dall’opposto lato. Le ombre della notte posero fine al combattimento; e il municipio approfittava della tregua col mandare uomini ad esplorare se il nemico tentasse il valico del Po superiormente od inferiormente al castello, collo spedire messaggi in Alessandria, affine di aver consigli, munizioni, sussidio di gente perita ed aiuto; coll’ordinare barricate nell’interno e ne’ sobborghi dirette dall’ingegnere Pietro Bosso; e collo stabilire, che al tocco delle campane tutti i villici venissero a schiacciare lo straniero sotto le ruine delle mura native. Durante la notte giunsero armi e volontari. Il cavaliere Morozzo concorse coi suoi dieci carabinieri alla difesa; cinque ufficiali dell’ordinanza venuti col commissario Mellana di Torino si offersero a dirigere l’azione energica del popolo; cinquanta soldati sostenuti nelle prigioni per lievi falli, implorarono di prender parte alla pugna onorata.

L’indomani alle 11 ore il Wimpffen ricominciava l’attacco. Il capitano Morozzo, seguìto dai suoi carabinieri, da parecchi soldati e da alcuni arditi civili, attraversava imperterrito il ponte in tutta la sua lunghezza e gettavasi sul campo nemico. I bersaglieri austriaci si allontanavano. Ma il piccolo stuolo assalito alla sua volta da un corpo di cavalleria, dovè rinculare, traendo seco ferito il valoroso suo condottiero. Il fuoco rallentò per brev’ora; ma alle due e mezza si ravvivò con maggior émpito contro il castello e il paese. Le bombe, i razzi, le granate cadevano a furia; i tetti delle case ruinavano; qua e là fumavano gli incendi; qualcuno moriva o facevasi sanguinoso nel santo amor della patria. Oltre a ciò propalavasi la novella che una grossa colonna di Autriaci si dirigesse a marcia forzata alla volta di Casale. Laonde il municipio, l’intendente ed il vescovo, decisi a risparmiare le vite de’ cittadini, ormai spese senza probabilità di trionfo, mossero al ponte coll’intendimento di venire a patti coll’inimico. Par tale e tanto era l’ardore de’ combattenti, che tutti respinsero il pietoso pensiero, ed alcuni espressero le loro ripulse con modi meglio ostili che amici. Ognuno preferiva la morte ad una capitolazione; e la ebbrezza si faceva maggiore. E già erasi sul deliberare di suonare le campane a stormo acciò la difesa della terra la divenisse definitiva e compiuta, quando dal campo avverso videsi avanzare un drappello parlamentario con bandiera di pace.

 

Un ufficiale dello stato maggiore del Wimpffen, entrato nel castello, dichiarava al governatore Solaro, al sindaco e al capo legione della guardia nazionale che il conte Radetzky aveva stipulato col re Vittorio Emanuele un armistizio quasi preliminare di pace; che le truppe austriache si ritirerebbero oltre la Sesia, le cui sponde separerebbero i due escrciti. Gli stranieri di fatto ripassarono il fiume. La fortuna aveva favorito gli audaci; imperciocchè se il generale non avesse ricevuto l’annuncio della sospensione delle ostilità e l’ordine di tornare indietro, ei si sarebbe cacciato con tutte le sue forze sulla eroica città, e Dio sa quali sanguinosi eccessi sarebbero stati premio all’ostinata resistenza.

Il generale Fanti erasi frattanto concentrato colla divisione lombarda in faccia a Mezzana Corte per ripassare sulla riva sinistra; ma, ricostruito il ponte e saputo come il nemico occupasse già il territorio da vincitore, non osò più arrischiarsi oltre al Po, e decise rivolgersi verso Alessandria, nella supposizione che in quel luogo munito si fosse ridotta l’ordinanza piemontese. Egli mancava da tre giorni delle novelle del campo, colpa del governo e del quartiere generale. I suoi soldati erano ansiosi di combattimento per riconquistare la perduta terra natale, e assicurare le sorti della gran Patria; e se avessero potuto prevedere le ingiurie ed il danno che la malevolenza gittò sul loro capo più tardi, e’ si sarebbero cacciati disperatamente sopra l’oste nemica, persuasi della propria ruina, pur certi che una voce sorgerebbe nel mondo, la quale dicesse:«I Lombardi sanno anch’essi morire per l’amore e per l’onore d’Italia! »

Da Casatisma a Tortona fecero una sola marcia tra la neve e la continua pioggia; e tanto era l’ardore e la speranza di misurarsi coll’inimico, che neppur uno rimase indietro nel precipitato e faticoso cammino. Solo in Voghera il generale Fanti venne disubbidito dal colonnello Sanfront, il quale, protestando non esservi ordini positivi che attaccassero il reggimento de’ suoi cavalleggeri alla divisione, arrestossi per non seguirla più oltre. In Alessandria i Lombardi furono festeggiati, applauditi. Il generale quivi conobbe il pattuito armistizio, e si ebbe l’ordine di condurre la divisione in Bobbio, ove indi a poco la doveva essere disciolta. Prima però il governo volle esigere da quelle truppe il giuramento di fedeltà al nuovo re Vittorio Emanuele, quasi per tenerle in freno e non togliessero la loro parte in un possibile ribollimento civile da cui veniva minacciato.

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Il ministro di Torino, per bocca di Urbano Rattazzi, aveva a’ dì 21 marzo annunciato alla Camera de’ deputati un dispaccio telegrafico colla novella « Le nostre truppe occuparono Pavia! » A’ 25, in una seduta straordinaria del Senato, Roberto D’Azeglio con parole concitate ed irose aveva mosso interpellanze al Consiglio sulle sorti dell’esercito e sulla bociata abdicazione del re. Il ministro Sineo dava a risposta la propria ignoranza sulle particolarità di que’ fatti, non essendone al ministero pervenuta veruna notizia officiale. Costernati erano tutti. E il Rattazzi, più sprofondato dall’angoscia e meno padrone di sè, aveva osato richiamare all’ordine il senatore richiedente. A cotesta imprudenza succedeva una scena violenta. Il De-Launay promuoveva un atto d’accusa a’ ministri. L’Alfieri di Sostegno appoggiava il d’Azeglio. Il Gallina, con argomenti di patria carità, riesciva a rabbonacciare gli animi e a calmare la grave agitazione. In quel frangente, alcuno annunciava una mano di perturbatori tentare d’invadere gli accessi della sala. E tutti a levarsi e a gridare: « Viva lo Statuto! » Quindi i senatori raccoglievansi in comitato segreto. E i deputati anch’essi li imitavano.

Il ministero, favoratore della guerra, cadeva. Altro sorgevane dall’armistizio, composto dal senatore De-Launay, presidente del Consiglio e ministro delle relazioni estere, ligio al passato ed abborrente per educazione e per abito dal piegare alle altrui volontà. Il paese era in grande agitamento per le novelle che intorno correvano. Tutti desideravano conoscere in seguito alle toccate sventure quali si fossero le probabilità degli eventi; e se l’onore nazionale venisse da questi alterato; e fin dove le funeste consegnenze sarebbero capaci di estendersi. Il Pisanelli sopportò il triste incarico di leggere a’ deputati il testo dell’armistizio contratto coll’inimico. Quei capitoli destavano nella Camera e nel pubblico la più viva commozione. Alte grida sorgevano da ogni parte, grida escite da cuori palpitanti e sdegnosi per affanno profondo. Molti succedonsi sulla ringhiera parlamentare. Le parole, energiche, calde, febbrili. Gli applausi, vivaci, frenetici. L’armistizio veniva dichiarato incostituzionale. Si minacciavano a’ ministri le pene inflitte all’alto tradimento, ove mai permettessero od efficacemente non impedissero l’ingresso degli Austriaci in Alessandria. Il deputato Mellana invitava il potere esecutivo a voler concentrare nelle cittadelle di Alessandria e di Genova tutti i mezzi possibili di difesa che ancor rimanessero. Una commissione indirizzavasi al nuovo re per significargli il Parlamento non intendere menomamente dividere gl’interessi del paese da quelli della dinastia, tener però le condizioni dell’armistizio come disonorevoli e tali da non potersi in verun modo accettare. Cui il principe rispondeva, essere suo fermo proposito di nulla imprendere che non fosse consentaneo al bene della nazione; la guerra per allora impossibile per manco di danaro e di esercito; sentire gli aggravi che sullo Stato pesavano grazie ai patti imposti dai vincitore; adoperarsi a tutta possa presso l’aula di Vienna, onde quelle enormezze venissero alquanto mitigate, e confidare che alcune condizioni sarebbero venute meno ripugnanti alla dignità ed all’onore del paese. Molti parlarono per qualche giorno di ordinare una guerra di popolo a salvare la indipendenza del Piemonte e d’Italia; ma il paese non era disposto a perdurare nei magnanimi sacrifici; i dubbi erano sottentrati all’antico entusiasmo; al grande scopo tutto mancava. Laonde i molti piegarono il capo dinanzi la necessità del momento.

Infrattanto il nuovo re Vittorio Emanuele accorreva frettolosamente in Torino, passava in rassegna le guardie nazionali sulla Piazza Castello, annunciavasi re a’ suoi popoli con parole di nobile e rassicurante semplicità, dicendo esser comune impresa quella « di mantenere salvo ed illeso l’onore, di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le istituzioni costituzionali. » E a’ dì 29 marzo, preceduto dalle due deputazioni del senato e de’ rappresentanti la nazione, entrava nell’aula senatoria per leggervi la formula del giuramento da lui dichiarato « il solenne atto che dovrà compendiare la mia vita. »

Ben dolorosa era la condizione imposta ai piemontesi dal Radetzky, quella cioè di aprire all’assoluta occupazione de’ suoi soldati la città e fortezza di Alessandria. Il governo di Torino aveva sperato per qualche tempo di poter ottenere da Vienna che si cancellasse il terzo capitolo dell’armistizio come quello che troppo aspramente feriva il sentimento dell’amore nazionale.

Se non che le proposte dell’Austria furono tali da doversi risolutamente respingere. Il Maresciallo chiedeva la esecuzione compiuta de’ patti. E siccome erasi ottenuto che la guarnigione fosse mista e di forza eguale, così egli pretese di computare nel presidio delle truppe stanziali piemontesi, l’effettivo delle milizie civili, a meno che non se ne operasse il disarmamento. Il ministero nulla potendo contro l’ira della fortuna, tenne fermo ne’ suoi diritti, si oppose alla orgogliosa arroganza, e in pari tempo ordinava a’ suoi plenipotenziari incaricati delle trattative di pace, di partire immediatamente da Milano, onde non paresse ciò, che pativasi come legge di guerra, fosse un preliminare di un pacifico negoziato.

La soldatesca straniera entrava nella munita città, i cui abitanti serbarono forte, dignitoso e leale contegno. Sui volti neppure la curiosità d’uso e di plebe; solo il dolore; e udivansi plausi sfrenati e acclamazioni alla Italia al suono de’ nostri musicali strumenti; e cupo silenzio regnava al clangore delle trombe e alle dotte armonie de’ musicisti austriaci.

Le moltitudini piemontesi, abituate all’ubbidienza, fidenti nella lealtà tradizionale della Casa che le reggeva, a poco a poco si racchetavano, eludendo colla speranza del bene i sospetti del male. Non così in Genova; imperciocchè, quegli abitanti, più pronti, più arditi, più nervosi, più diffidenti de’ loro comprovinciali d’oltre Apennino, sino allora governati senza senno politico, senza fiducia, or con maniere acri ed altere, or con sospettose smanie e con inurbana violenza, avevano per siffatte ragioni diversamente accolto il nuncio di una perdita così grande, in tanto brevi battaglie. La malfrenata rabbia scintillava dagli occhi di tutti. Di bocca in bocca circolavano i bollettini rinvenuti negli zaini delle nostre milizie « Soldati! Per chi credete combattere? Il Re è stato tradito! La Repubblica è stata proclamata in Torino! » Parlavasi di un armistizio le cui basi erano ignote, e perciò ognuno, formulandole a sua posta, le spacciava come veridiche e dannose al bene pubblico.

Il nome del De-Launay suonava colà dispotismo; vendetta alle aristocratiche offese; carcere, persecuzioni ed esiglio degli amatori di libertà; invasione austriaca nel regno. Sapevasi l’Assemblea nazionale essersi ragunata in comitato segreto per decidere sulle sorti comuni; e asseverantemente dicevasi, i deputati aver stabilito doversi trasportare in Genova la sede del governo; tutte le provincie balzare in piedi per opporsi di tutta forza alla occupazione nemica; vari rappresentanti perlustrare i paesi per accenderli alla più legittima resistenza. L’attitudine de’ cittadini, l’accorrere frettoloso, le rapide parole, la fierezza del gesto, o l’amaro silenzio, tutto diceva tumulto.

Nella sera del dì 27 i tamburi della guardia nazionale battevano il richiamo alle armi; si sfondavano le porte de’ campanili per suonare a stormo. Nella milizia civile eranvi corpi speciali e fra questi un battaglione di artiglieri; il quale, sorto di per sè, nè regolato da leggi in proposito, nè riconosciuto dal governo, rassegnava quanti giovani generosi e caldi di patriotico amore fossero in Genova. Essi con altri pochi rispondevano al convegno. Erasi sparsa la voce, la vanguardia degli Austriaci essere a Pontedecimo; i Piemontesi entrare l’indomani con essa nella munita città. Alcuni popolani avevano intercettato un messaggio del generale Giacomo De-Asarta, comandante la divisione di Genova, diretto al generale Alfonso della Marmora, con preghiera di accorrere frettolosamente e di unirsi a lui per difendere il paese dal nemico esterno e dalle interne turbolenze. La folla, esaltata da quella lettura e dai pericoli che le facevano supporre, chiedeva le armi, l’allontanamento della milizia stanziale e la consegna de’ forti. Lo schiamazzo, il bollore era grande presso il palazzo Tursi-Doria, quartier generale della guardia civile. Quivi era Antonio Profumo, ricco negoziante di biade, che in quel giorno aveva assunto il potere municipale. Colla franchezza dell’uomo su cui non cadono sospetti, ei procacciò di acquetare gli sdegni, di calmare l’effervescenza, di far paghe in parte le esigenti proposte.

L’indomani, Giuseppe Avezzana, uomo di maschio coraggio e d’integrità non comune; condannato all’esilio nel 1821, perchè soldato di libertà; reduce in patria sul finire dell’agosto, dopo ventisette anni di assenza, coll’intendimento di combattere nella seconda campagna; accolto dal ministero democratico con larghe promesse, quindi nominato suo malgrado generale e capo dello stato maggiore della milizia cittadina di Genova, pubblicava un proclama con cui invitava i suoi subordinati a raccogliersi tutti senza armi presso il palazzo Tursi alle dieci antimeridiane. E dalla finestra esortava il popolo alla concordia, alla unione, alla confidenza in lui; diceva, contro forze disciplinate valere la disciplina, non le grida e i disordini; lamentò non aver potuto ritogliere la sua parte nella guerra sventurata; e colla eloquenza del cuore tornò a pregare tutti ad aver fede in lui e ad inviargli persone che il consigliassero in momenti cotanto solenni. L’intendente generale Farcito De-Vinea esprimeva gli stessi sentimenti che pareva dividesse anche il Profumo, quantunque poco si udissero le sue parole, dominate dalle alte voci dei convenuti giù nella corte. Le quali chiedevano la consegna dei forti lo Sperone ed il Begato, il che dopo breve esitanza si concedeva. L’intendente rimaneva in istatico [26] sino al compimento della promessa. Gli studenti avvisavano ad un altro ostaggio; e questi era il generale Cristoforo Ferretti, comandante la piazza, in voce di traditore, perchè antico pensionato dell’Austria, siccome maggiore in ritiro.

Le autorità trepidanti cedevano al volere di quelli che non aderivano per nazionale interesse a’ patti dei conchiuso armistizio, e che, gelosi del patrio onore, dicevano volerlo sostenere colle sostanze e col sangue. E il De-Asarta, il quale inavvedutamente erasi ridotto allo Spirito Santo, luogo ove cento e tre anni innanzi il rinnegato italiano Botta Adorno aveva disposto i suoi tedeschi per fulminare la città, concentrava le truppe nell’Arsenale. Ed il sindaco Profumo spediva un messaggio al Parlamento di Torino, invitandolo a trasferirsi in Genova e a dire al giovane re « che l’umiliazione del paese lo umilia, che il nemico da lui tante volte affrontato in campo sarà il suo tiranno ed il suo carnefice se riesce ad imporgli patti ignominiosi ed a staccarlo dalla causa del popolo. » E lo stato maggiore della guardia nazionale, composto di gente che spariva ne’ supremi pericoli, veniva disciolto ed un altro formatone a seconda delle pubbliche voci.

Costantino Reta, regio corriere e deputato al Parlamento, era già in Genova. I meglio acciecati dagli avvenimenti gli facevano corona. Illuso anch’esso e veduto unico riparo alla regia sconfitta nella rivoluzione, declamò contro i novelli ministri, contro i traditori nel paese e nel campo, e suggeriva un comitato di pubblica sicurezza, cui il municipio non assentì. Le cose volgevano al capriccio dei più. In una strada gridavasi, volere lo stabilimento di un governo provvisorio. In un’altra si chiedevano armi a grandi urla. Qua, gente che correva senza saper dove, colle sciabole sguainate. Là, gente che concionava la moltitudine per averla seguace alle opere. Nelle strade, il suono de’ tamburi. Sulle torri, il caribo [27] delle campane. Chi chiudeva le botteghe. Chi, ritemente [28] di tutto, abbarrava l’uscio di casa. Pochi i curiosi vaganti. Sui muri, minacce di morte alle spie, a’ retrivi, agli amici de’ governanti in Torino. Nella notte, il popolo, a cui si diceva, per far salva l’Italia, esser mestieri di un governo provvisorio composto di uomini energici, forti, integerrimi, chiedeva invadere il palazzo ducale. Un drappello di milizia civile ne custodiva l’ingresso al di là del cancello di ferro. Vana la difesa. La folla irruppe. Un avvocato, per nome Didaco Pellegrini, era alla sua testa; e questi propose, si affidasse la difesa della città al generale Avezzana, a Costantino Reta, all’avvocato David Morchio. E tutti ad applaudire. Ma il municipio che non aveva poteri politici per sanzionare un tale atto, nol consentiva, e si sciolse. La gioia allora fu piena e le speranze addoppiarono. In men che non si dice, molte braccia si slanciavano verso l’arco che univa il palazzo ducale a Sant’Ambrogio, già laboratorio di gesuitici raggiri, e in brev’ora l’edificio crollava e cadeva in frantumi. Ad ogni strepito, i patrizi, i commercianti, i preti, i frati e i vigliacchi, ch’eransi rintanati nelle loro case od in quelle altrui, pregando per la loro vita, invece di fare argine al torrente che sì incomodavali, tremavano a verghe, quasi per essi suonasse l’ora nuovissima. Chi si aveva nome e possanza doveva porsi a lato dell’Avezzana, e non mostrarsi schivi di libertà e di onore nazionale quando le masse gridavano voler tutelare que’ beni supremi, nè starsene irresoluti ed afflitti quando gli era mestieri di oprare. E pure quegli uomini ne’ dì convulsi del giubilo e de’ vacui sermoni, delle passeggiate popolari e degl’inni al Balilla, delle processioni votive alla Madonna di Portoria e negli eccitati deliri dinanzi la secolare bandiera conquistata al nemico, avevano giurato inalterabile affetto alla patria; e data sicurtà non oscillare altra corda nel loro cuore tranne quella dell’amor nazionale; ed arsa pubblicamente la sacra lampada intorno al simulacro della Italia ridesta. Ora la stessa face l’avevano riposta sotto lo staio. E quando gli eventi si apparecchiavano adatti a far palesi le virtù di cui eransi per lo addietro ammantati, mancavano ai tempi, mancavano al popolo, il quale avrebbe desiderato vederli alla sua testa, e che a lui soccorressero sulla via della patriotica impresa. Imperocchè gli era chiaro com’ei non intendesse far causa da sé, nè sciogliersi dal dominio della casa di Savoia. Il suo moto lo aveva generato il dolore della toccata sconfitta; cui avevano pòrto alimento gli odiosi maneggi del campo, i patti dell’inevitabile armistizio, l’assunzione di un avversato ministero, lo scioglimento della Camera legislativa, il sacrificio presupposto de’ fati italiani.

Il timore di una invasione straniera sempre più si faceva nelle masse. E come le armi già distribuite non bastavano a’ molti richiedenti, il popolo traeva alla Darsena, ove stanziava una parte del battaglione Real-Navi, che non oppose valida resistenza. Ottenuto ciò che meglio desideravasi, la folla degli armati si spingeva verso l’Arsenale colla speranza di eguale successo. Pur ardua era l’impresa; avvegnachè colà fossero da due dì concentrate le truppe del presidio con armi e munizioni in gran copia. Gli ufficiali intimarono alla moltitudine di ritirarsi; essa all’incontro sempre più appressavasi, invitandoli a fraternizzare col popolo. D’un tratto i carabinieri fanno piovere la morte sui cittadini, assiepati giù nella via; quelli rispondono; formasi sulla piazza il primo asserraglio, cui ben altri succedono nell’interno della città. Le campane e i tamburi suonano il richiamo de’ combattenti; per tutte le vie sorgono oratori, che, colla furia dell’anima e in plebeo, concionano le turbe per persuaderle esser la patria in pericolo, dovere di tutti il difenderla. I concitati accorrono. L’Avezzana è alla loro testa. Egli ordina sieno occupate le case vicine e le alture che dominano l’Arsenale. Coll’oscurarsi dell’aria cessa la lamentevole pugna fraterna.

Non così il pensiero della difesa; chè, ogni strada si faceva irta di barricate; ogni piazza diveniva laboratorio di cartucce e di palle; su per l’erta di Pietra Minuta si trascinavano a braccia otto grossi pezzi d’artiglieria; l’Arsenale veniva d’ogni banda accerchiato per dargli nell’indomani un assalto terribile e decisivo. Ma il De Asarta, avvertito di quegli apparecchi e saputo come i suoi non avrebbero voluto ritentare la prova, e parecchi dei posti distaccati, o vinti, o uniti agli insorti, inalberava a’ 2 dell’aprile bandiera bianca, e capitolava.

Escite le truppe, il comitato di sicurezza pubblica erigevasi in governo provvisorio della Liguria. Quindi, spediva invito, con dieci mila lire italiane, alla divisione lombarda, affinchè accorresse alle barricate di Genova per difenderle contro i traditori della patria, contro l’Austriaco; e all’uopo mandava a Chiavari tre navi a vapore per imbarcarla; provvide alla quiete pubblica, all’arruolamento della milizia regolare, a munire di artiglieria la cinta delle fortificazioni e ad altre sollecitudini interne. Il municipio, dissipati i suoi primi timori, ricostituivasi; e per bocca del sindaco Antonio Profumo esortava la popolazione alla concordia, all’ordine, alla fratellanza nei proponimenti generosi, e la sicurava che dal suo lato veglierebbe « agli urgenti bisogni dell’interna amministrazione, mentre il governo provvisorio attendeva con tanto zelo di amore cittadino agl’interessi della patria. »

Intanto, sulla metà del giorno quattro del mese, i militi civili a cavallo, spediti lungo lo stradale di Novi per esplorare le mosse dell’avanguardo austriaco, tornavano colla novella, il generale Alfonso Ferrero della Marmora avviarsi con forte nerbo di truppe alla volta di Genova. Molti trasecolavano a quell’annuncio; e i più, gianfrulli [29], nel ricambiarselo, dicevano: « Per San Giorgio! Gli è un bel cuore quel della Marmora! Non si è potuto trovare alle prese co’ Tedeschi a Novara, ed eccolo in Genova a sostegno della patria e della libertà. » E i più destri : « E se invece muovesse a’ nostri danni? Converrà apparecchiarsi a riceverlo a furia di moschetteria e di mitraglia. » E i più mercanti di cuore in troppo maggior numero: « In quanto a me hanno a scampanare il possibile su tutte le torri e suonare i tamburi a raccolta, i’ non mi muovo. Le mura le difenderanno i Lombardi, se vogliono. O, vi par giusto pretendere che un negoziante si scambi da un giorno all’altro in soldato? »

Intanto il governo, non ricevendo risposta da Chiavari e fatto certo che molte migliaia di soldati piemontesi marciavano verso la città, spediva per un tal Chiappara un messaggio di Costantino Reta al generale della Marmora, in cui questi veniva scongiurato a non portare le armi contro i propri fratelli nell’atto che lo straniero invadeva le provincie del regno. Contro tale inimico dover egli combattere e non contro i Genovesi, i quali intendevano fare della loro città un centro, d’onde le migliaia d’Italiani escissero all’onorata riscossa. Il generale faceva arrestare il messaggero con ordine si sostenesse nelle carceri di Fenestrelle. Quindi fatto posare le truppe in Val di Polcevera, si apprestava all’attacco.

L’arte e la natura nel far Genova bella, vollero eziandio averla forte ed inespugnabile. Le sue opere militari occupano un gigantesco triangolo inclinato, la cui base si appoggia sulla roccia bagnata dal mare e i due lati risalgono sulle alture del monte che, munito, signoreggia le valli adiacenti. La cinta che la serra occupa tre parti distinte; l’una accerchia la città che si distende in semicircolo sul mare, avente numerose batterie di difesa dalla rada e dal litorale; l’altra la tutela dallo sbocco delle valli, la quale percorre uno spazio di dieciotto chilometri e più; la terza si compone di forti staccati che dominano la posizione e impediscono l’approssimarsi alla piazza. Le mura sono solidamente costruite e gli è impossibile l’occuparle con un colpo di mano.

Un presidio di quindicimila armati disciplinati e compatti, la città fornita di viveri a sufficenza e gli abitanti inchinevoli alla difesa, avrebbero dato al Piemonte un’intricata matassa a ritorcere, ed alla Italia in generale una vergogna anche più lunga nell’ostinata lotta fraterna; e, tanto più, se la flotta che veleggiava allora nell’Adriatico, composta quasi tutta di Genovesi, fosse giunta in porto.

I Triumviri di Roma e quei di Toscana stimarono opportuno l’afferrare una tal circostanza; e gli uni mandavano Nino Bixio e Goffredo Mameli con particolari istruzioni al governo provvisorio di Genova, onde il moto più chiaramente si pronunciasse; e gli altri, col proposito stesso, il Montanelli con denari e con seguito di Livornesi. Que’ governanti che nulla avevano operato per apparecchiare soldati emuli dei Piemontesi ne’ conflitti coll’oste nemica, che avevano maladetto alle intestine discordie, le quali macularono di sangue le mura delle cento nostre città; e predicato la pace, la concordia, la unione, come sorgente di libertà e di forza, di opere magnanime e grandi, di certo trionfo e di gloria immortale; que’ governanti allora ragunavano armati, agitavano la face delle civili contese e ricontaminavano la terra dei padri con odi nuovi, con irosi propositi, con atroci e terribili offese. Il nemico che aveva Genova a combattere era uomo attivissimo e destro, da non mettere tempo in mezzo tra il pensiero e l’azione. Di fatto, giunto appena presso le mura, egli distese le sue truppe intorno ai forti dal sommo del triangolo alle due linee laterali, e coi bersaglieri si diresse verso il vasto e  cospicuo borgo di San Pier d’Arena, minacciando la parte inferiore della città.

In essa grande lo scompiglio e il disordine. Gli armati percorrevano le strade a furia e ansimanti; le staffette s’incrociavano presso la sede del governo; i cittadini erano pallidi, pieni di maraviglia, sgomenti; altri frenetici, speranzosi; troppi i vigliacchi che ad ogni rumore facevano capolino dalle finestre reticolate dei sotterranei ove si erano nascosti; o si presentavano sull’uscio traschiuso per chiedere a chi passava le novelle del momento. E le risposte erano gravi; imperciocchè, della Marmora, vedendo le posizioni assai mal guardate, con due compagnie di bersaglieri aveva sorpreso i forti del Belvedere, della Crocetta e della Tanaglia, non che la cinta e le batterie collocate da quest’ultimo forte a quello di San Benigno.

Fra i difensori vi furono taluni che, richiestine dai Piemontesi, ch’erano di sotto le mura, calarono loro una corda perchè su salissero; e non a tradimento, ma per la nessuna persuasione di libertà e della causa che di mercanti gli aveva fatti artiglieri. Nè i capi, nè gli eccitatori del movimento si avevano una fede maggiore.

La somma della difesa era concentrata nel Giuseppe Avezzana.

Malgrado vedesse egli come i più lo avessero abbandonato, e non gli rimanesse fido che il popolo minuto, ad un ufficiale parlamentario che gli intimò nel nome del suo generale la resa a discrezione della piazza, rispose essere gli abitanti determinati a farsi macellare tutti, meglio che cedere a patti sì vili.

Il della Marmora, omai giunto a tal punto, avrebbe dovuto agire da paciere politico piuttosto che da uomo di spada. Se avesse aperto col municipio trattative accettevoli ed onorate, avrebbe facilmente persuaso gli animi commossi esser vana la lotta contro l’avverso destino. E la città, che non si arrendeva agli insulti, sarebbesi di leggieri piegata alle ragioni del fato. Il generale amò invece combattere. E il giorno cinque attaccava il paese con tre colonne. Le truppe che dal forte delle Tanaglie tentarono scendere il colle dalla parte degli Angioli, furono bersaglio della batteria San Teodoro validamente maneggiata dal popolo. Le artiglierie della Darsena, del Molo, della Cava, di Monte Galletto, percuotendo le alture di San Benigno, menavano fiero scempio de’ regi, nell’atto che la cannoniera la Valorosa esciva dal porto per ferirli in San Pier d’Arena alle spalle. Gli armati di moschetto erano sulle mura di Granarolo per arrestare i progressi degli assalitori. Intanto le bombe e le granate piovevano sulla città; e da San Benigno il della Marmora, malgrado una forte resistenza oppostagli dalle barricate e dalle case, avanzavasi verso la porta Lanterna, ne espugnava la batteria, ne volgeva i cannoni contro gli oppositori, e spazzava dagli asserragli i polacchi che quivi avevano preso posizione. Un solo popolano vi rimase che nessuna palla mandava senza produrre una offesa. Gli era Luigi Ratazzi, sarto di professione e padre di sette figliuoli. « Fermi! » ei gridava a quelli che un per uno, e poi per frotte abbandonavano il posto; « Fermi per Dio ! e viva Italia ! » e raccattava i moschetti che i fuggiaschi avevano lasciato per terra e tutti li scaricava contro i bersaglieri che gli erano di contro, finchè una palla, cogliendolo nella fronte, gli arrestava la parola, l’azione, la vita.

I Piemontesi avevano già occupato il Palazzo Doria. L’Avezzana, primo sempre a’ pericoli e moltiplicandosi per ogni dove, comandava alle turbe venisse tosto ripreso colla baionetta in resta. E una donna fu prima all’impresa, e slanciossi con impeto tale da disgradarne il sesso più forte. Quivi la mischia fu lunga e accanita; i cittadini pur vinsero; ma dovettero pocostante[30] abbandonare il luogo alle numerose schiere che di corsa venivano a rioccuparlo. Nell’interno erano strida, lutto, desolazione. Le donne fuggivano dalle loro case co’ bambini e con quanto avessero di più caro per porsi in sicuro là dove non cadevano bombe e granate. I forestieri sgombravano dalle locande per far salvi sè e le loro famiglie e le robe dagli assalti dei soldati vincenti; per le vie, già sì turbate e sconvolte, udivansi urla e lamenti di quelli che sorreggevano un caro ferito; ed altri vedevansene trasportare colle membra penzoloni sulle sedie, sui moschetti incrociati o sulle scale. A sera il combattimento cessava per ricominciare alla prima luce con accanimento maggiore.

Venuti gli altri forti dopo deboli o pure ostinate resistenze in mano dei Piemontesi, si pattuiva dal municipio un armistizio di 48 ore. Intanto ufficiali e soldati avevano commesso orrori, stupri, depravazioni, tutto che la declinata disciplina sa inspirare ad un corpo di armati dopo i corsi pericoli in una vinta città. E come tra la imbestiata gente suol sempre rilucere la virtù di chi sente pietà dell’infortunio, allo scompiglio, a’ vituperi, agli spogli di molte innocenti famiglie fortemente si oppose, e a repentaglio di vita, il bersagliere Alessio Pasini, il quale più tardi si aveva dal municipio il dono di una daga d’onore, mentre i tristi il carcere e l’obbrobrio.

Durante l’armistizio, mercè il quale i consiglieri municipali Orso Serra, Caveri e Cataldi ebbero la facoltà di andare a Torino per ottenere dal governo una generale amnistia, accordavasi dal generale della Marmora un’altra tregua di due giornate, per dare agio ai deputati di compiere il loro mandato. L’amnistia veniva accordata; sol n’erano esclusi i Triumviri ed altri come fomentatori dell’accaduto; e con essi i militari che avevano disertato la regia bandiera per quella del popolo e i rei di delitti comuni. Il giorno dieci conveniva che i designati partissero. Lo Avezzana volle porre prima in salvamento molti soldati, quelli del battaglione Real-Navi in ispecie che più credevansi compromessi. Ed avuta l’offerta dal vascello americano l’Allegany di trasportarlo co’ suoi dovunque volesse, muoveva dal palazzo ducale al porto fra il compianto degli amici, la stima degli avversi, l’ammirazione di tutti. Nel partire ei toglieva dal popolo commiato con un suo proclama.

Il mal inteso di Genova costava all’Italia meglio di cinquecento vittime; ma ciò che più nocque fu il vincolo di confidenza e di amore rotto e sbugiardato dal ferro e che pur gelosamente convenivasi custodire; imperciocchè, senza di esso le famiglie, le cittadinanze, le provincie, le nazioni si decompongono. Occupati i forti da 30,000 uomini di truppa, Genova pativa lo stato d’assedio. Discioglievasi la milizia civile; si disarmavano i cittadini; si tarpavano le ali alla libertà del pensiero; distruggevasi il diritto di associazione; erano frugate le domestiche case; ritolti dal loro ufficio alcuni magistrati; e posti in riposo buoni ufficiali, il Sauli, colonnello degl’ingegneri, il Mameli, contro-ammiraglio. Necessità fatale dei tempi!

XI.

Mentre in Piemonte succedevano i fatti e vituperevoli, generati dall’amore di patria, dalla devozione pel re, dall’individuale sacrificio al debito dell’onore, dalle scellerate mene, dalle predominanti passioni, dal tradimento d’un capo, dall’imperizia degli altri, dalla immoralità dei soldati, il popolo di Brescia, armato della virtù a sostegno de’ suoi conculcati diritti, nella fede che altri lo imitasse, rompeva guerra animosamente allo straniero, non si arretrava dinanzi i pericoli, dinanzi le più spaventevoli scene di spietato martirio e sorrideva alla morte, quasi ella fosse l’angiolo della vita, l’armonia d’una gioia senza confine, il compimento delle preconcepite speranze. Gli atti sublimi di quel popolo noi con religiosa tristezza narrammo; e con tutto il nobile orgoglio d’un nato in Italia, dicemmo come nei dieci dì della lotta gloriosa, fossero sublimate e l’amore della patria e tutte le virtù che onorano l’umanità. Era quello il tempo delle grandi cose, quello che i tiranni non debbono mai scegliere per consumare il sacrificio di una nobile terra, la strage nefanda di un popolo; imperocchè la memoria dei morti di Brescia durerà più lontana dell’Impero austriaco; e in Italia e dappertutto, il loro magnanimo esempio produrrá in ogni cuore il raccoglimento e l’entusiasmo dell’ammirazione [31].

Insieme a Brescia sorgeva in Lombardia contro l’austriaco oppressore pur Como, la bella città posta sulle rive del Lario.

Il 16 marzo tutte le truppe partivano da Como. La città veniva disinfettata da ogni sudiciume sbirresco. Due proclami eccitanti all’armi si pubblicavano; e tra le angustie de’ paurosi, le cabale degli aristocratici e le forche delle autorità austriache, sorgeva un Comitato provvisorio di difesa, legittimato da Gabriele Camozzi, commissario regio all’insurrezione. Pietro Nessi, Giorgio Raimondi e Pompeo Orsenigo costituivano il Comitato, il quale cominciava l’opera sua coll’affiggere vari proclami. A capo di una colonna d’armati, in formazione, ponevasi il capitano Arrigo Arrigosi. Comechè tutti coloro che possedevano armi e munizioni si fossero affrettati a notificarle al Comitato, e si dimostrasse dappertutto spirito patriotico, tuttavia l’armamento procedeva molto lento; debole pur nel politico reggimento mostravasi il Comitato; non sapeva imporre al municipio retrivo; lasciava che gli sgherrani di Polizia, rifatti vivi, fra cui il Barbieri, passeggiassero in libertà per le vie. Il cittadino Gino Daelli, a nome del popolo, altamente protestava in faccia ai componenti il Comitato per immediate energiche misure; ma invano; chè la fazione austriaca, presieduta da Antonio Odescalchi, consigliandoli invece, anzichè ad armarsi, a dimettersi, prevaleva in quegli uomini deboli l’ultimo progetto, ponendo così in grave pericolo la causa italiana. E ciò non bastando, essi pur dichiaravano che tanto la rappresentanza civica, quanto la popolazione non aveva mai preso parte a sedizione veruna. Gli austriacanti giubilavano; il popolo fremeva pell’usato valore avvilito; chiedeva armi; nominava a suoi deputati cinque probi cittadini, fra cui Daelli e l’abate Giuseppe Brambilla.

I fratelli Nessi, Andrea Brenta, Giovanni Pizzi, Carlo Piazza assai si adoperavano in quella commozione. Brenta arrestava un commissario austriaco, quando giungeva in Como Filippo Caronti ed annunciava tutto essere perduto. Caronti non era creduto; veniva dal popolo investito; si gridava all’armi, al Municipio, al municipio, il quale veniva invaso, quasi palladio di speranza o egida di salute. Il conte Giovio, parente di Torresani, ciambellano e presidente, rifiutava riconoscere e mandante, e mandati, e mandato. Esso dichiarava ignorare il vocabolo italiano popolo, interpretava assai bene il vocabolo austriaco faziosi. La moltitudine stava per portarsi ad estreme misure contro i membri del municipio ma da un uomo onorando del popolo veniva consigliata a miti propositi. Le tristi novelle vanno come vento. Pur troppo Luciano Foroni, giunto di poi, arrecava l’ufficiale disfatta di Novara. Como piombava nello squallore. S’affrettavano i cittadini a togliere i colori nazionali; i più compromessi emigravano, ma protestando. Veduta l’impossibilità d’ogni resistenza, Andrea Brenta ritiravasi nella sua Valle. Dall’ottobre sino a que’ dì la vita di lui non era stata che una sequela di dolori, e di miserie, di stenti d’ogni maniera. Neppure in Isvizzera aveva trovato un asilo; poichè il Governo Federale, cedendo alle ingiunzioni di Radetzky, l’obbligava ad abbandonare il territorio della confederazione. Quando seppe che il Piemonte aveva intimata nuova guerra all’Austria, scendeva dalle montagne, ove s’era tenuto celato, e andava a Torino, d’onde per istruzioni avute da quel Comitato dell’emigrazione italiana, ripartiva quasi subito, per le native Valli a suscitarvi la guerra santa. Istituitosi in Como il Comitato provvisorio di difesa vi si recava, ed isibiva il suo braccio, il suo cuore, e la sua gente. E alle tristi novelle pur non si rimuoveva dal posto, inanimando invece il popolo alla insurrezione e alla vendetta. Pareva disperatamente liberato a distornare su Como il detto di Foscolo: « Se si fossero armati tutti, nè il vincitore avrebbe tentato vederli, nè il vinto avrebbe osato comperarli. » Tornato vano ogni suo sforzo e rioccupata Como dall’immondo Croato, Brenta si ritraeva a’ suoi monti. Là sen viveva tranquillo, nulla faceva di male; ma la presenza di lui era di accusa e di spavento ai delatori. Stando nella notte di Pasqua 1849 nell’osteria del Foino, in Casasco, con alcuni compagni, i traditori, alla cui testa v’era uno dei capi delle guardie di Finanza, il Mauri, v’introducevano un forte nodo di Croati e di gendarmi, i quali lo arrestavano con due suoi fidi, e lo traducevano, svillaneggiato e martoriato a Como. Sottoposti tosto ad un Consiglio di Guerra, furono i tre compagni condannati a morte e fucilati alla Camerlata il giorno 11 aprile. Erano:

 

Andrea Brenta,

Giovanni Vittori, di Saltrio, provincia di Como, d’anni 28, falegname, ed

Andrea Andreetti, di S. Fedele, provincia di Como, d’anni 27, carrettiere.

 

Altri quattro compagni del Brenta, caddero pur nelle mani dell’Austriaco; due de’ quali furono fucilati il giorno 14; erano:

 

Antonio Mezzera, di Bellano, provincia di Como, d’anni 50, carrettiere ;

Sebastiano Leventini, di Nante, Cantone Ticino, d’anni 20, vetraio.

 

Gli altri due, dopo l’agonia della morte, venivano del tutto graziati. Erano:

 

Andrea Manara, di Bellano, di anni 23, barcajuolo, e

Medardo Pizzala, di Bellano, d’anni 17, vetraio, i quali dipoi trassero misera vita.

 

Brenta morì coraggiosamente. Nessuna specie di insulto gli fu risparmiato, chiamandolo con derisione generale, capobrigata, ecc.; non disgiunto dagli aggettivi: assassino, ladro, uomo di perduta fama. Mai rispose alle lusinghevoli parole colle quali tentavasi dal Tedesco di strappargli il nome di qualche complice. Lettagli la sentenza, che ascoltò con magnanima fermezza, quasi l’interruppe sulle ultime parole, sclamando: « Ed i miei nove figli? » e volse in giro lo sguardo sugli astanti: non parlando il comandante, nessuno parlò. Ripetè più fieramente, rompendo quel crudele silenzio, anco una fiata quelle magiche parole, senz’altro effetto fuori quello di farsi accostare il confessore, il quale, colle lagrime agli occhi e con soavi parole, gli moderò quella celeste sollecitudine. Saputo poi che la moglie e i figli si erano recati al colonnello Poppovich, chiedendogli la sua vita, sclamò: « Io non avrei accettata la grazia di un Tedesco; i miei figli mi vendicheranno.» Fu condotto taciturno e franco al luogo del martirio. Ivi stringendo la croce, rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria; indi s’inginocchiò, recitò l’ultima prece; col prete cambiò poche parole sugli interessi di sua famiglia... ebbe bendati gli occhi... già s’allontanavano tutti per lasciare luogo all’esecuzione, quando ancora la sua voce chiamò il sacerdote; questi s’accostò ed anche il comandante, il Brenta, l’apostolo della fede, disponeva degli abiti che indossava. A tanta presenza di spirito fu ognuno commosso; l’ufficiale stesso, che doveva comandare il fuoco, non potè a meno di dire, che se gli fosse stato possibile avrebbe voluto salvare la vita di quel magnanimo.

Brenta era alto di statura; di lineamenti risentiti e severi; aspro di modi, ma leale e aperto; sapeva farsi amare da chi era in condizione più elevata della sua, e l’obbedivano volontieri i suoi compagni. Senza aver fatto studio, possedeva le teorie della guerra d’insurrezione e le applicava all’azione, con estremo coraggio e sangue freddo. Inflessibile nei disastri, ineducato alla ridente fortuna, non vide da giovine e non amò che la propria indipendenza; da gran tempo aveva compreso che questo suo voto era solidale co’ suoi fratelli; ogni sua azione aveva quindi per movente o per meta la cacciata dell’Austriaco dalla patria. Altra politica non conosceva, o non curava.

Il 20 aprile, l’I. R. Delegazione Provinciale di Como emanava la presente circolare

 

N.° 12.

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L’I. R. DELEGAZIONE PROVINCIALE

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CIRCOLARE.

« Da arrestarsi.

N.o 2534-2715. O.P. Siccome gravemente compromessi in linea politica per mene rivoluzionarie, e pei fatti avvenuti in Provincia durante la breve assenza delle II. RR. truppe nel prossimo passato marzo, saranno, in esecuzione degli ordini dell’Autorità militare, d’arrestarsi:

 

Brambilla abate Giuseppe - di Como, d’anni 50 circa, di media statura, capegli, ciglia e barba oscuri, naso medio, viso ovale, colorito bruno.

Nessi prof. Pietro, d’anni 40 circa.

Nessi Angelo, di statura media, e capegli, ciglia ed occhi castani, d’anni 32 circa, tessitore.

Nessi Ambrogio, di statura alta, capegli, ciglia ed occhi castani, d’anni 35, tessitore.

Nessi Paolo, di statura alta, capegli e ciglia castani, mento e viso tondo, d’anni 37, tessitore.

Facchinetti prete Abondio, di Como, d’anni 45, di statura regolare, capegli e ciglia castane, viso regolare, colorito sano.

Dottesio Luigi, di Como, già impiegato municipale, di statura ordinaria, fronte spazzata, naso e bocca regolari, mento e viso tondo. Esso ha l’età di circa 35 anni.

Daelli Gino, di Como, ragioniere, di alta statura, capegli e ciglia scure, barba castana scura, viso oblungo, colorito naturale, d’anni 34.

Alchisio Egidio, di Como, droghiere, di statura regolare, corporatura complessa, capegli, ciglia ed occhi castani, mento e viso tondo, colorito sano, di anni 40 circa.

Nessi Domenico, d’anni 26, licenziato in legge, di Como.

Raimondo marchese Giorgio, di Como, d’anni 50 circa.

Pizzi Giovanni, di Alserio, d’anni 72, di statura alta, viso oblungo, capegli e ciglia grige, barba mista.

Piazza Carlo, di Dizzasco, di alta statura, barba rossiccia, mento regolare, d’anni 50 circa.

Aliverti Luigi, di Como, tessitore, di statura bassa, capegli castani, fronte media, mento e viso tondo, d’anni 35.

Camozzi nobile Gabriele, di Bergamo.

Della via Antonio, di Dongo. È alquanto sordo.

De Curti, detto Cadenino, di Gravedona.

Federici Carlo, di Mantova.

Butti Battista, di Maslianico.

Nobili Nicola, di Maslianico, disertore.

Tibaldi Antonio, già ascoltante presso l’I. R. Tribunale Provinciale di Como.

Giudici ingegnere Pietro di statura media, corporatura complessa, capegli e barba mista, viso largo, d’anni 58 circa.

Giudici sacerdote Luigi, fratello del suddetto Pietro.

« Dall’I. R. Delegazione Provinciale di Como,

il 20 aprile 1849.

L’I. R. Aggiunto

Firmato : G. MAZZA. »

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Poniamo qui fine al nostro dire. Abbiamo raccontati i fatti avvenuti nella prima crisi del nazionale nostro movimento. In essi scorgonsi grandi virtù cittadine; grandezza di propositi; ma in pari tempo molti errori, poca concordia d’azione, poco senno politico. La battaglia di Novara, che avrebbe sin d’allora potuto cambiare le sorti della patria, senza aiuto straniero, diede, come dicemmo, il crollo ai sincroni movimenti rivoluzionari; poichè rese forti i nostri nemici. I quali, traendo tesoro dalle nostre discordie, dai nostri falli politici, si collegarono contro di noi, e ci domarono se non ci vinsero. Dieci anni durarono i lutti d’Italia. Nel Piemonte però la bandiera italiana era stata raccolta sul campo di Novara, sorretta ed onorata, mentre i popoli schiavi, imparando alla scuola della sventura, si educavano al vivere libero, si spingevano ogni dì più che l’altro animosamente a quell’impresa iniziata nel 1848, e attendevano dalla libera terra il segnale; e questo fu dato. Il 1859 ci trovò uniti e forti alla chiamata per la riscossa; vincemmo; perchè non facile a spezzarsi è il fascio romano.

 

Note

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[1] L’armistizio Salasco conteneva i seguenti capitoli, come preludio ad un trattato di pace:

« I. La linea di demarcazione fra i due eserciti sarà confine istesso degli Stati rispettivi.

- II. Le fortezze di Peschiera, Rocca d’Anfo e di Osoppo verranno sgomberate dalle truppe sarde e alleate, e consegnate alle truppe di S.M. imperiale. La consegna di ciascuna di codeste piazze avrà luogo tre giorni dopo il dichiaramento della presente convenzione. Verrà restituito tutto il materiale di dotazione di quelle piazze di ragione  dell’Austria. Le truppe che escono, trarranno seco tutto il loro materiale, armi, munizioni e vestiario da esse introdottovi e rientreranno per tappe regolari e per la via la più breve negli Stati di S. M. Sarda.

III. Gli Stati di Modena, di Parma e la città di Piacenza colla cerchia di territorio ad essa spettante nella sua qualità di piazza di guerra, saranno sgomberate dalle truppe di S. M. il re di Sardegna tre giorni dopo la notificazione della presente.

IV. Cotesto trattato comprenderà del pari la città di Venezia e la terraferma del Veneto. Le forze militari sarde di terra e di mare abbandoneranno la città, i forti ed i porti di quella piazza per rientrare negli Stati Sardi. Le truppe di terra potranno effettuare la loro ritirata per la via di terraferma e per tappe lungo uno stradale da convenirsi.

V. Le persone e le proprietà ne’ luoghi precitati sono messe sotto la protezione del governo imperiale.

VI. Cotesto armistizio durerà sei settimane per dar seguito a negoziati di pace, e spirato un tal termine, esso verrà prolungato di comune accordo, o denunciato otto giorni prima della ripresa delle ostilità.

VII. Verranno nominati commessari rispettivi per la esecuzione più facile ed amichevole degli articoli anzidetti.

Dal Quartier-generale di Milano, 9 agosto 1848.

HESS,

- Tenente-generale, Quartier-mastro dell’esercito,

e CONTE SALASCO,

- Capo dello stato maggior generale dell’esercito sardo.

[2] attelarsi: schierarsi a battaglia. (ndr.)

[3] Pei fatti di Venezia veggasi - Venezia e i suoi difensori per C. Bianchi, facente parte di questa raccolta.

[4] statichi: ostaggi (ndr.)

[5] I sei traditori vennero dal governo austriaco rimeritati colla medaglia d’oro.

[6] sopraciò: saccenti (ndr.)

[7] Venosta - Roma e i suoi Martiri, libro facente parte di questa raccolta.

[8] Venosta - Carlo Pisacane, Agesilao Milano ecc., seconda edizione, libro facente parte di questa raccolta.

[9] compera: comperata (ndr.)

[10] palevasi: evidente errore di stampa = palesavasi, cioè si mostrava (ndr.)

[11] cabala: chiacchiere tendenti a raggirare le persone; bugie. (ndr.)

[12] Quello scherano del dispotismo quale è il visconte D’Arlincourt, nella sua Italia Rossa, confessa quell’orrore: «La sventurata Messina non era più altro che un vulcano spaventevole, da cui sorgevano densi turbini di fumo nero e getti di fiamme ardentissime.» Cap. IX.

[13] ordinanze: truppe disposte alla marcia o all’attacco. (ndr.)

[14] incroiati: induriti come il cuoio. (ndr.)

[15] D’Arlincourt: Italia Rossa, Cap. IX.

[16] sfaciamento: da sfare, disfacimento. (ndr.)

[17] soprassello: soprappiù; per soprassello = per di più (ndr.)

[18] Altro difetto nella formazione dei reggimenti era di essere ognuno di essi composto di soldati della provincia di cui portava il nome; epperò questi conoscevansi troppo fra loro, circostanza nocevole al mantenimento della disciplina.

[19] bociavansi: da bociare = vociare

[20] duopo: scritto così, anzichè d’uopo, cioè necessità (ndr.)

[21] briccolare: lanciare sassi e proiettili in genere con la briccola, una sorta di catapulta. (ndr.)

[22] Passalacqua era nato a Torino di patrizia famiglia, il 9 novembre 1794, e Perrone pure era nato a Torino, il 12 gennaio 1789. Perrone era liberale e partigiano della popolare emancipazione mentre Passalacqua era più tenero per l’assolutismo e pel privilegi ; eppure come il collega combatteva e moriva per far trionfare una causa pella quale non simpatizzava.

[23] Ferdinando Balbo, nato nel 1828, era giovane di belle speranze.

[24] spaldi: spalti, ballatoio in cima alle torri o alle mura. (ndr.)

[25] ignaziane: da Sant’Ignazio di Lojola, fondatore dei Gesuiti; aggettivo con valenze negative: che muove da ipocrisie e falsità

[26] istatico: come statico = ostaggio. (ndr.)

[27] caribo: canzone da ballo. (ndr.)

[28] ritemente: part. presente di ritemere, temere molto. (ndr.)

[29] gianfrulli: stupidi, sciocchi. (ndr.)

[30] pocostante: parola inventata dall’autore, che significa: di lì a poco. (ndr.)

[31] Veggasi - Venosta: Il Martirio di Brescia, libro facente parte di questa raccolta.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011