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Edizione di riferimento:
Trattato dei Bianti, ovver pitocchi, e vagabondi, col modo d’imparare la lingua furbesca Italia coi caratteri di F. Didot MDCCCXXVIII.
Si sono viste in diversi tempi varie sorte di persone dotte e scienziate, lasciato la propria patria, ed abbandonato i parenti, andar girando e discorrendo per diversi paesi, città e provincie del mondo per veder con i proprj occhi nuove genti, abiti strani, varj riti, barbari costumi, e sentir diverse lingue; per imparar a proprie spese, con incomodi, fatiche, e vigilie, non senza lor grande utilità il bene ed onesto vivere; a fuggir gli errori, apprender le virtù e buoni costumi, levando le rose dalle spine, il miele dal favo, ed il prezioso vino dalla feccia de’ comune errori. Così io, ma più diversamente, avendo per diversi affari affari girato il mondo; visto e considerato, fra gli altri, la natura, arte e costumi di quelli che noi chiamiamo Bianti, ovver Pitocchi e Vagabondi, con i quali poco vale la speculativa, essendo in loro maggiore la pratica; mi son posto per diporto ne’ gran caldi dell’estate di quest’anno a scriver di loro, per avvertire i lettori a guardarsi dalle loro sottili e finissime arti e malizie, con le quali vanno ingannando i semplici e trappolando le ignoranti persone;chè non ad altro fine ho composto questa Operetta; quale se bene non sarà degna d’orecchie purgate ed avvezze a a sentir cose alte e pellegrine; pur tuttavia potrà servire almeno una sera dell’inverno per trattenimento appresso il fuoco, per corrispondere ai maggiori calori dell’estate in cui fu composta.
Bianti sono detti da Biante prieneo, filosofo, primo inventore, secondo alcuni, dell’arte d’andar vagando e girando per il mondo all’altrui spese. Altri li chiamarono Ceretani, dalle cerimonie de’ sacerdoti della Dea Cerere, da cui han tratto l’origine. Questi, dicono alcuni scrittori, che in una sedizione essendo stati scacciati di Roma da’ sacerdoti maggiori, si ritornarono nell’Umbria in un luogo rilevato e di natura forte, non troppo discosto dal fiume Nera, ove edificorno un castello circondato di forti muraglie, per poter resistere (quando facesse bisogno) agl’improvvisi assalti degl’inimici, e lo chiamarono Cereto. Quivi esercitarono il sacerdozio e cerimonie, che erano soliti usare in Roma in onore de’ falsi Dei. E perchè col tempo mancò loro l’incenso e le vittime per sacrificare, e conseguentemente da poter vivere, il maggior sacerdote di questa religione distribuì i minori sacerdoti in varie parti del mondo, quali con parole fallaci e con inganni si fecero conoscere per falsi sacerdoti di Gentili, e furono nominati Ceretani dal luogo di ove partirono. Altri, negando aver avuto tale origine, dissero che in luoghi ameni e fruttiferi del territorio di Camerino già abitava gran moltitudine di uomini Gentili, li cui figliuoli cresciuti in gran numero, fuggendo la disciplina e obbedienza de’ loro padri, e temendo del castigo, abbandonando il luogo, si ritirorno ad abitare in Cereto, da cui furono denominati. E perchè traevano l’origine da’ sacerdoti, a cui s’ apparteneva insegnare il culto de’ lor falsi Dei; ancorchè dopo avessero appreso la vera fede di Cristo; nondimeno la natura avendoli arricchiti d’una loquacità grande, quale anco oggi mostrano, non posso io negare la loro discendenza, facendosi vedere in luogbi pubblici a discorrere di diverse cose .
Essendo dopo in Cereto cresciuto in gran numero sto popolo, il lor gran Padre, sacerdote di Cerere, acciò tra tanta gente non nascesse confusione, li divise secondo li loro varj ingegni in diverse specie e sette, delle quali tutte è impossibile saper i nomi. Solo mi contenterò di nominarne alcune particolari, che ora si trovano; e sono queste esplicate nei capitoli seguenti .
Nomi di tutte le sorti di Vagabondi, ovver Pitocchi, che girano il mondo.
1 Beanti 2 Felsi 3 Affiati 4 Falsi Bordoni 5 Accattoni 6 Affarfanti 7. Accapponi 8. Allacrimanti 9. Ascioni 10 Accadenti 11 Cagnabaldi 12. Mutuatori |
13 Attremanti 14 Ammiranti 15 Acconii 16 Attarantati 17 Appezzenti 18 Cocchini 19 Spetrini 20 Iucchi 21 Falpatori 22 Affannati 23 Allampadari 24 Reliquiarii |
25 Paoliani 26 Allacerbianti 27 Calcidarii 28 Latori 29 Crociarii 30 Comparisanti 31 Affamiglioli 32 Vergognosi 33 Morghigeri 34 Testatori
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Di queste varie sorti intendo parlare; protestandomi che ciò intendo con riservo degli uomini e persone onorate, rare e da bene; le quali, per povertà e per sovvenire abbisogni loro, chiedono elemosine puramente per amor di Dio, senza narrazione di favole o bugie, come sogliono fare quei tali, di cui al presente scriviamo. Nè meno intendo di ritirare alcuno dal fare elemosine a’ poveri; anzi voglio esortare tutti a farle, per che l’elemosina non si ha a fare a’ tristi ed infingardi, ma a Dio, in nome del quale è chiesta; sperando sempre nel punto della morte e nel giorno del giudizio di ricever il premio, etiam di una goccia d’acqua data per amor suo e de’ Santi suoi, e particolarmente a’ buoni e devoti religiosi.
Bianti, o pitocchi, così detti da beare, promettendosi tra di loro la beatitudine in questo mondo, con questo infame modo di cercare il vitto e arricchirsi. Questi falsificano e portano seco Bolle de’ Pontefici, o de’ prelati, o luoghi pii, e dilatano le fimbrie e le lor suntuarie, cioè l’indulgenze, molto ampiamente; promettendo non solo dal Purgatorio, ma anco dall’Inferno a dispetto del demonio poter levare le anime dannate, e assolver di colpa e di pena ogni gran peccatore, ancorchè non possano. Di questi racconterò un esempio solo.
Un certo ser Gabrielle Prato, circa l’anno 1457, al tempo che Calisto III, sommo Pontefice, pose nel catalogo de’ Santi ... Confessore ..., essendo andato con molti compagni o in santuario, o Bianteria, nell’isola di Sicilia, predicava li miracoli, e vestendo molti dell’abito di esso Santo, vendeva e commutava anche certe sue orazioni, quali affermava esser di esso Santo, in tanti denari. Essendo un giorno in viaggio per venire ad una città marittima, ed intendendo che in quella non vi era panno bianco, lasciò i compagni nella città più vicina ad essa, ordinandoli che fra tanto tempo dovessero travestiti da mercanti venirsene nel luogo ove egli andava, portando seco molte pezze di panno bianco. Tra tanto entrato Gabrielle nella città, incominciò a proporre nuovi ed inauditi miracoli di questo Santo: ed avendo predicato due giorni, e convertiti gli animi di molti a prender tal abito, nè trovandosi panno di tal sorte, comandò che per due giorni e due notti si pregasse Iddio, e S... acciò sovvenisse a’ suoi devoti. Il che fatto, arrivò il vascello in porto con i falsi mercanti compagni di Gabrielle, che portavan gran quantità di panno bianco; dando voce che per rivelazione di S... e di suo ordine l’avevano portato. Ciò vedendo non solo quelli della città, ma anco i popoli vicini, accesi d’un santo zelo di devozione si vestiron di detto abito, e furono tanti, che eccedette il numero di 15 mila persone, e il panno portato per tanti fu poco. Onde acquistò Gabrielle tanta autorità e fede, che di elemosine e di guadagno fatto in questa sua infame mercanzia si partì da quel’Isola carico d’oro e d’argento, e se ne venne a Napoli con i compagni, ove sguazzava a costo d’altri, mangiando in piatti e vasi d’argento, vestendo alla grande e alla nobile. Questo fatto essendo pervenuto all’orecchie del Duca di Sessa, uomo accorto e di gran giudizio; desideroso di farli una solennissima burla, e vendicare l’oltraggio fatto a Dio (da cui era inspirato) e a’ suoi Santi, ordinò ad alcuni suoi servi che si trattenessero ad un passo vicino a Tiano, acciò passando questi Bianti, sì come egli intendeva, di corto, li persuadessero ad andare insino dal Duca, che aveva gran bisogno di loro. Dopo pochi giorni, essendo quivi pervenuti, e incontratisi con i ministri del Duca, furono pregati con affettuose parole ad andare dal lor signore, acciò volessero con l’autorità a lor concessa dispensarlo d’alcuni gravi eccessi, promettendoli in suo nome gran premio, li Bianti, accesi dal desiderio del guadagno, non pensando più oltre, con ogni prestezza si trasferirono a Sessa. Il Duca sagacissimo, intesa la lor venuta, si pose in una camera che aveva le finestre socchiuse, e introdotti alla sua audienza; egli con volto malinconico, con lingua balbuziente, con la testa chinata e mani tremanti, fingendo per la debolezza non poter reggersi in piedi, appoggiato ad un bastone, mostrando gran simplicità e stolidezza, ancor che fosse savissimo, con parole tronche, sì che a pena fu inteso, esplicò il suo desiderio, cioè che voleva esser dispensato da loro e assoluto da un grave peccato. I Bianti, guardandosi insieme, incominciarono a parlare in lor linguaggio furbesco alla presenza del Duca ed altri astanti, in modo che non erano intesi, e considerato la dappocaggine e sciocchezza del Duca, pensarono fare un gran guadagno. Il Duca prima aveva instrutto un suo dottore, acciò avanti la sua presenza chiedesse e leggesse la bolla e privilegio di quei Bianti, e lettala la laudasse con non poche parole, e dicesse che niuno dalla Corte romana era uscito con tanta autorità come loro, e che li era data facoltà d’assolvere non solo da’ peccati fatti, ma anco da quelli da farsi: e così letta e laudata con infinite parole dal dottore questa lor bolla, offerì il Duca darli dugento scudi, pur che pietosamente l’avessero dispensato da un grave peccato non ancor fatto. Ciò inteso da’ Bianti, risposero di voler consigliarsi insieme, e vedere e considerare diligentemente se si estendeva tanto oltre la loro facoltà; alle quali parole mostrò quietarsi il Daca, e gli licenziò, facendoli alloggiare nel proprio palazzo con i lor servi e cavalli e carriaggi, e provveder sontuosamente d’ogni cosa necessaria. Fecero la notte consiglio questi gran satrapi, e finalmente conclusero che il Duca era il più pazzo uomo che si trovasse, e il dottor che aveva letto le lor Bolle, il maggior pesco d’asino e il maggior bufalo del mondo; poichè aveva asserito ch’eglino potessero assolvere anco da’ peccati non fatti: e così determinorno di pigliare i dugento scudi, e assolverlo del peccato da farsi. Passata la notte e venuto il giorno, il Duca di nuovo li fece chiamare, e gli interrogò che cosa avessero pensato de’ fatti suoi. Risposero all’ora i Bianti d’aver diligentemente considerato l’institutioni sopra le facoltà dateli, e che potevano concedergli che fusse assoluto dal peccato da farsi; e così fatta la patente della dispensa, da loro chiamata bistuccia, riceverono dalle proprie mani del Duca i dugento scudi, e dopo pranzo con grande applauso e allegrezza uscirono di Sessa. Ma pervenuti ad un stretto passo non troppo distante da quella città, furono circondati da’ ministri del Duca, e spogliati dell’oro, argento, cavalli, carriaggi, e di quanta ricchezza avevano, ed invece di essa riceverono tante bastonate che glie ne avanzarono per un gran tempo; e intendendo ciò esser stato fatto per ordine del Duca, così mal condotti e rovinati ritornando a Sessa, con molte lagrime si dolsero seco d’aver ricevuto tanto danno per sì gran benefizio fattoli. A prima faccia il Duca mostrò non esser consapevole di questo fatto; onde fatti chiamare gli ministri alla sua presenza, li ricercò con che ordine e per commissione di cui ciò fatto avessero; e rispondendo loro, che Sua Eccellenza aveva ciò comandato; dopo l’aver per un poco taciuto il Duca, finalmente confessò che ciò era vero. Allora i Bianti più che mai si condolsero seco di aver ricevuto un tal guiderdone, e si sforzarono di persuaderlo a sgravare la sua coscienza di tanto gran danno fattoli; e che volesse restituirli il tolto. Allora il Duca li disse: andate fratelli, che questo è quel peccato che tanto tempo ho desiderato di fare. Io con l’autarità da voi concessami mi farò assolvere, e voi sarete liberi dal peso di tante cose, e sicuri anderete a Cereto, senza pericolo d’esser più spogliati. E così i Bianti furono Biati, e non Beati, e castigati, se bene non quanto meritavano, per l’oltraggio fatto a’ Santi, onde ben dice il proverbio :
Scherza co’ fanti, e lascia stare i Santi.
Felsi, son detti dalla falsità, quasi falsi; ma mutano una lettera per indurre oscurità nel nome e coprire la sua bruttezza. Questi mostrano voler andare per una strada, e seguir i lor viaggi; ma dopo attraversando, tornano indietro per l’interesse del guadagno. Si fingono pieni di spirito divino, essendo ripieni di spirito diabolico, e a guisa de’ profeti saper predire le cose future: e perchè sono assai maliziosi, dalle cose passate, come felicità e infortuni, fan conseguenza delle cose future. Con questi e simili mezzi si fanno strada per ingannare suocere e nuore; sapendo che fra di loro poche volte suol esser pace. Fingono, esser nascosti nelle case dei tesori, custoditi da’ maligni spiriti da loro conosciuti, e che non si possono scacciare se non col mezzo de’ sacrifici e orazioni e digiuni de’ suoi compagni; altrimenti si anderebbe a gran pericolo di perder la vita: dando ad intendere, che questi possono infinitamente appresso Iddio, e che più volte hanno liberato il genere umano da gran calamità e pericoli.
Un tale Giovanni di questa setta de’ Felsi, andando una volta verso Siena, e passando per il contado di Perugia, pervenuto al castello detto Panicale, incontratosi in una donna di qualche età, le disse: Iddio ti salvi, donna, e ti doni miglior fortuna di quei che hai avuto sin ora; so che hai sopportato molti travagli; e ciò detto, seguì il suo viaggio. La donna, sentendosi questa pulce saltare nell’orecchie, desiderosa di saper le cose future, deposto il vaso pieno d’acqua che portava in testa, seguì il Febo, ricercandolo che in carità le dicesse, che cosa dovesse avvenir di lei: quale avendo finto con molte parole di voler perseguire il suo viaggio, che era molto discosto e per cose molto importanti; finalmente le ordinò, che andasse in una casa, dove si faceva la bettola, o vero osteriola dentro al castello; che quivi l’averebbe aspettata, e le averebbe detto molte cose. La donna, tornata subito a casa, si caricò d’ova, cacio, vino ed altre cose che considerava esser necessarie al falso profeta, e con veloce passo da lui se ne andò, offerendoli quel che portava, pregandolo che se sapeva cosa alcuna che avvenir le dovesse, si compiacesse di rivelargliela. L’astuto Felso, ricercando prima la donna di molte cose passate, e che famiglia avesse in casa, dopo l’aver inteso che aveva un suo unico figliuolo ammogliato, così le disse: guai a te, misera, guai a te! il tuo figliuolo da molti anni in qua non ti tiene per madre, ma in luogo di schiava e di serva comprata per vilissimo prezzo; e ciò li persuade la sua moglie, quale è sedotta da una sua vicina, che ti odia mortalmente. Allora la donna, rivolgendo nell’animo molte cose, e andandole il cervello in mille parti, incominciò a dire: tutto questo..., e volendo seguire: è vero; fu interrotta da Giovanni, con dire: taci, di grazia, e lasciami parlare, e ascoltami attentamente. Quietata la donna con mandar fuori uno gran sospiro, seguì il Felso il suo ragionamento, dicendo: questa vicina ciò; non fa da sè, ma è un spirito di un defunto della casa tua, che ciò la spinge a fare non per altra ragione, se non perchè tu ti sei scordata di far bene per quell’anima; onde, se vuoi esser liberata da tali molestie e travagli, ti bisogna mandare uno scudo ad un eremita del nostro romitorio, acciò faccia orazione co’ compagni che seco stanno, e dicano messe per quell’anima, che senza dubbio sarà liberata. Con questa invenzione adunque si procurò Giovanni il vitto, e più danari da quella donna che non chiedeva. In altro tempo un certo Pasquale, uomo segnalato e principale in quest’arte, travestito da romito passò per Terni: ed essendo entrato in una piccola osteria, e intendendo ragionare di un certo Jacovello, uomo semplicissimo e molto ignorante, ma che aveva gran quantità di denari secchi nella cassa, e spesso capitava in quell’osteria; servendosi dell’occasione, ogni giorno andava quivi fingendo passare per altri negozj; e con belle, ma finte parole, prese amicizia stretta con Jacovello, e tanto seppe dire e fare, che finalmente volse tenere al battesimo un suo figliuolo, e li divenne compare. Con questa scusa di comparatico, passando per Terni, spesso l’andava a visitare a casa. Un giorno tra gli altri, e fu nel mese d’Aprile, chiamato da parte Jacovello, disse volerli rivelare un gran segreto; ed era questo, cioè che nella casa di esso Jacovello vi era nascosto un gran tesoro d’oro e d’argento, e si offeriva a farglielo sapere e rivelare dalla testa d’un morto qual si trovava nel suo romitorio, sì come ad esso rivelato aveva. Jacovello, quando intese che una capocchia di morto parlava e rivelava i secreti, restò tutto stordito ed oltre modo fuor di sè, e disse che ciò desiderava intendere e sapere quanto prima. Pasquale di fatto lo condusse alla sua abitazione, e preso una testa di morto, scoperta dal velo in cui l’aveva involta, la pose sopra del tavolino nel sito ove era un foro, per il quale passava una canna forata a guisa di cerbottana, corrispondente nella sotterranea cella e postosi in ginocchioni, fece appresso di sè porre anche Jacovello; ed avendo finito Pasquale di far orazione, interrogò la testa in che luogo della casa di Jacovello stesse il tesoro, e come si potesse cavare. Rispose la capocchia, per mezzo del compagno che nella cerbottana della sotterranea cella parlava, che era nella destra parte: ma non si sarebbe cavato, se prima per tre giorni non vi si posava sopra quattro libbre d’oro. Il che sentito da Jacovello, ripieno di maraviglia disse: io non ho altro, che trecento scudi d’oro, che sono circa tre libbre, quali metteremo in una pignatta nova, e la soprapporremo al tesoro, secondo che dice questa maravigliosa capocchia. Ed essendo stato risposto, che questi anco bastavano, si partirono con animo di far l’effetto. Il falso Pasquale, buona pratica aveva nella casa di Jacovello: considerato, che pignatta fosse quella di cui si voleva servire, ne comprò una simile, ed empiutala di arena, la chiuse; e andatosene poscia a casa di Jacovello, empì con esso la pignatta del denaro, e la chiuse nell’istesso modo della sua. Dopo scesi nella cantina, Pasquale prese la pignatta dalle mani di Jacovello, per porla sopra il tesoro; ma in quel cambio con destrezza vi pose la sua piena d’arena, ascondendo sotto il mantello nella bisaccia la pignatta d’oro di Jacovello: quale vedendo la pignatta, non pensò più oltre alla malizia del falso compare. Usciti dalla cantina, e quella riserrata, restorno ambedue contenti; Pasquale per l’oro trovato, anzi rubato; e Jacovello per la speranza del tesoro da ritrovarsi, in modo che non capiva nella pelle per l’allegrezza. Il terzo giorno aspetta Pasquale che venga e’ non viene, che era andato a far la Pasqua altrove: si fa notte, e Pasquale non comparisce: indugia alla mattina, e Pasquale non si vedeva, nè ritornava, nè era più di ritorno, che era il peggio. Finalmente, vinto dal tedio, scese in cantina, e aprendo la pignatta, trovò li suoi scudi convertiti in arena, per altra arte che diabolica; onde si restò con danno e dolor tale della perdita fatta, che se n’ebbe a morire, biastemiando sempre Pasquale, li compari, li tesori, e la sua mala fortuna. Ogn’uno dunque apra ben gli occhi, e guardi con chi tratta, e non creda così facilmente alle belle parole, se non vuole restare ingannato.
Affrati, cioè falsi frati, persone che sotto abito mentito religioso, or bianco, or bigio, or tanè, or nero, ed a guisa di preti, e simili, fanno mille indignità, onde talora vengono incolpati li boni e veri religiosi. Questi, ancorchè non siano mai stati ordinati, nè anche agli ordini minori, tuttavolta hanno ardire di dir la s. messa; e, se li riesce, dicono che è la prima, solo per il guadagno delle offerte ed elemosine che si fanno: de’ quali non pochi anco a’ nostri tempi severamente sono stati castigati dalla santa Inquisizione. Ascoltano le confessioni ed assolvono da qualsivoglia peccato, con gran detrimento delle povere anime, ed utilità delle proprie borse, imponendo penitenze d’elemosine e messe da farsi dire ne’ loro romitori. Predicano che li fratelli della loro compagnia sono di gran santità, e le loro orazioni accette a Dio, e che molti corpi de’ Santi riposano nel loro romitorio ed oratorio; quale ha bisogno di grande aiuto ed elemosine, sì per la fabbrica di esso, come per gli Jaccatelli esposti nel loro ospitale, detto di Veluto. Questi Jaccatelli crede il volgo balordo, che siano poveri infermi, ma sono sassi da’ loro gettati in una valle detta di Veluto, coprendo sotto questo colore la falsità, siccome sotto abito finto d’eremita infinite scelleraggini: non si vergognano di dire, che il loro monastero (quale mai viddero, nè introrno) sia privilegiato di molte indulgenze de’ sommi Pontefici. Questi per mostrar di esser santi, prendono pani caldi usciti allora dal forno, e li pongono in un vaso pieno di vino rosso, e quando sono imbevuti di esso, li seccano al sole: di questo pane son sempre provviste le loro sacche. Arrivati a qualche villa, chiedono alle donne e genti semplici acqua; quale ottenuta, spezzano quel lor pane, e posto nell’acqua al cospetto delle femmine semplici, se lo mangiano, lasciando l’acqua tinta di color di vino; il che veduto dalle donne ignoranti, credendo ciò esser miracolo, gridano: son venuti li Santi, che han convertito l’acqua in vino; e così danno a loro grandissimo nome. Allora li tristi, fingendo di fuggire la fama e nome della santità, comandano alle donne che tacciano; quali tanto più van pubblicando il fatto. Concorre la turba inesperta (poco pratica di queste mercanzie) con doni e presenti, ingannata da un poco d’acqua tinta.
Ho udito più volte raccontare da persone degne di fede, che uno di questa setta con sei suoi compagni, avendo presa una canna assai grossa e lunga due braccia in circa per appoggiarsi con essa, forata di sopra alquanti cannelli, averli empiti di non poca quantità di ova. Dopo aver chiesto, dove era gran moltitudine di gente semplice, due o tre ova per amor di Dio, ed un vaso o padella da potervi far con essa una frittatina, dicendo volerla mangiare con sei poveri suoi compagni, sperando con la benedizione e grazia del Signore di potersi saziare. Ottenute l’ova, e rottole, poste nella padella con olio o strutto, fingendo con quella canna voler dimenare e raccorre la frittata, acciò dal calor del fuoco non si abbruciasse in quel lato che era più sottile ; benedicendo, e pregando Iddio che sovvenisse, e prove desse a’ servi suoi, lasciava destramente cadere nella padella quell’ova, che nella canna conservate teneva: e vedendo poi la turba sciocca la padella ripiena d’ova, nè sapendo il come, e d’una frittatina fatta una frittatona di quattro dita grossa, credendo che di nuovo fosse venuto Cristo in carne, che con pochi pani e due pesci saziò tante migliaja di persone nel deserto; benedicevano Iddio, che li aveva mandati i profeti e li santi: e trovandoli con corone, baciando i piedi, e chiedendo la lor benedizione, facevano quei falsi con tal mezzo un accrescimento d’importanza alle loro borse e cassette e bisaccie di pane, cacio, tela, denari ed altre cose di più valore. Molti anni sono furono presi, carcerati e castigati in Urbino dal vicario del vescovo alcuni, che con mentito abito della religione di S. Francesco raccontavano per quella diocesi indulgenze false, miracoli sognati, visioni e rivelazioni finte, con mille altre grandissime bugie, solo per far denari. E fra le altre dicevano questa: Che ad un uomo santo, qual circa 40 anni aveva fatto aspra penitenza vicino al sepolcro del N. S., era stato rivelato che questo mondo doveva rovinare fra breve tempo, per li gran peccati degli uomini moltiplicati senza numero sopra la terra; il che inteso, era ricorso con accese preghiere alla regina del mondo Madre di Dio, fonte della misericordia, Maria, rifugio de’ miseri peccatori: quale finalmente impetrò il perdono, e fece rivocare sì dura e crudel sentenza. Chiedendo poi questo uomo santo alla B. V. che cosa desiderava dagli nomini per tanta grazia fattali, gli aveva risposto: Tornerai alla patria tua, e quivi vicino a Paterno troverai un tempio già edificato in mio onore, ed ora rovinato; nella cui destra parte cavando troverai la scala, e discendendo per quella entrerai in una grandissima grotta: quivi è una finestra piccola, nella quale chi porrà la sua testa nel giorno della natività del mio Figliuolo, e nel giorno della mia Assunzione, sarà libero da ogni colpa, e partendo da questo mondo non sentirà pena. Troverai ancora la immagine mia e del mio Figliuolo, che non si è guasta, nè corrotta dall’antichità, nè dalla umidità ; ed uno scrigno pieno di privilegi de’ sommi Pontefici concessi a questa chiesa, con un’arca piena d’ossa di Santi. Manderai dunque li tuoi fratelli al popolo fedele in mio nome, esortando ciascheduna famiglia a mandar tanti denari che bastino per pagar la mercede dell’opera di un giorno acciò mi si rifaccia questo tempio: gli obbedienti saranno sicuri con tutta la famiglia dalla peste, che Iddio manderà fra poco tempo, e chi sarà contumace, e non crederà alle parole tue e di quelli che manderai, sarà levato dalla terra de’ viventi con tutta la sua progenie, e così mi rifarai il tempio in ricompensa della grazia che ho ricevuta da Iddio per il mondo. Questa sì grande e diabolica menzogna e tremenda bugia predicavano questi fraudolenti per verissima; e dicevano d’esser mandati da questo, che lor chiamano santo Padre ad assolver da ogni peccato, perchè più facilmente potessero conseguire la grazia di Dio; e con questo infame mezzo avanzarono un gran denaro, quali furono sforzati lasciare in mano della Corte, ricevendo il meritato gastigo, per aver detto e persuaso il falso; ciò permettendo Iddio ad esempio degli altri, acciò nessuno abbia ardire con falsità rapir l’altrui. Ma diciamone un’altra non inferiore a questa. Tommaso da Valle N., che non teneva il minor luogo fra questi Affrati, disse una volta a un nomo curioso amico suo: Sappi, che più facilmente inganciano quelli che fan professione di saper le cose della nostra setta, che l’ignoranti. Io andando già un pezzo fa girando per la Puglia, m’occorse entrare in un castello detto Monte Calvo, e cercando di strappar qualche cosa dalle mani della moglie dell’oste, mi disse pubblicamente che lei mi conosceva per un tristo e che sapeva benissimo li costumi miei, e d’altri guidoni miei compagni simili a me, e ch’in niun modo l’averei ingannata. Allora più che mai cominciai a sperare di conseguir qualche cosa da lei, come appunto intervenne; poichè mostrando di dargli un buon consiglio, gli ordinai che mai prestasse fede a questi Bianti o Ceretani (de’ quali fingevo non sapere nè pur il nome, e de’ quali affermavo non essere) perchè resterebbe ingannata, e per il buon ricordo e documento datoli ne buscai un carlino. Dopo feci seder la femmina ricino a me, e l’interrogai se mai per alcun tempo avesse fatto dire 11 mila paternostri della B. Orsolina, e rispondendo che ella non sapeva che cosa fossero, nè come si dicessero, io subito le soggiunsi onesta solennissima bugia, o cantafavola che vogliamo dire, parte cavata dal Vero, e parte da me inventata; cioè, che fu rivelato alla B. Orsolina, che la sua madre nell’altro mondo era cruciata con crudelissimi tormenti per un adulterio da lei commesso in questa vita, e che un serpente grandissimo e lunghissimo, brutto e diforme al possibile, dieci volte circondava l’anima sua, e con li denti che erano di ferro avvelenati, mordeva il mento ed il petto suo. Con la coda poi piena di uncini le dava grandissime staffilate e percosse, cruciandola fieramente. Ciò vedendo la B. Orsolina con le 11 mila vergini, fecero orazioni a Dio con tanto affetto, che finalmente liberata da tanti cruciati, dall’Inferno la condusse in Paradiso. Però se lei voleva esser sicura dalle pene dell’Inferno e da quel brutto serpentaccio, facesse dire questi paternostri, quali in tre luoghi soli si dicevano, cioè in Roma, in Jerusalem, e nel romitorio di Paterno, ove sono undici eremiti che in un giorno li dicono tutti con gran devozione, senza mangiare e senza bere, e senza ricevere alcuna mercede che li fosse data, sarebbe quel tale escluso dal merito di tanta orazione: solo facevano bisogno tre libbre di candele. La donna dando credito a me, che avvertita l’avevo che non credesse, e tenendo la bugia per verità, scioccamente mi diede tre carlini per le candele, acciò le facessi dire questa divozione (qual mai nè io, nè altri per lei l’arebbe detta); dopo ascoltai la sua connessione, e intendendo in quella che la sua figliuola avea trovato in casa 26 carlini caduti ad una vecchia, che andava a visitare la Madonna di Monte Vergine, ebbi il quinto carlino per la sua assoluzione; poi mi aggiunse il sesto per l’assoluzione della figliuola; e finalmente mi sopraggiunse il settimo per l’anima della vecchia, di cui erano: così questa donna tanto sagace, che pretendeva conoscer li tristi, diede sette carlini a me, che ero quel furbo che lei nomina, ma non seppe conoscermi sotto questo mentito abito. Avvertite dunque, lettori, a non prestar fede a’ Beanti e Ceretani, nè a credere a lor menzogne, se non volete esser ingannati, e perder nell’istesso tempo l’anima e la borsa.
Non vo’ finir questo capitolo, senza raccontare un altro caso occorso, non men bello, narratomi da chi vi si trovò presente. Andava per molti luoghi, e principalemente per la diocesi di Volterra, un Affrate vestito all’eremitica, con abito bianco grosso, e mantello a cui era congiunto il cappuccio dell’istesso colore, cinto con una fune annodata: nelle mani teneva una grossa e lunga corona, ed attaccato al petto un Crocifisso di bronzo di non mediocre grandezza con barba e capelli della testa lunghissimi, ed apparirà all’aspetto un s. Macario o s. Antonio uscito dal deserto. Questo, essendosi prima ben informato, diceva alle persone, che l’anima di un tale suo parente, amico o familiare ec. era in Purgatorio in pene crudelissime, e per liberarlo bisognava far dire tante messe alla tal Madonna nel tal luogo (che sempre diceva discosto e stravagante); altrimenti se non lo liberavano con questo suffragio, vi sarebbero andate loro fra poco tempo, e cento volte maggiore si sarebbe raddoppiata la pena sopra l’anime loro: ed in modo tale impauriva le genti, che per non andare così presto di là, li davano di gran denaro, acciò esso facesse fare quest’offizio per l’anime loro. Alla moglie diceva del marito, al figliuolo dava mala nova del padre, e di quello che si faceva nell’altro mondo. Così andando e continuando molto tempo, occorse che convenendo insieme in Monte Foscoli, diocesi di Volterra, il giorno della Santissima Annunziata, li predicatori delle terre vicine, e molti rev. preti invitati per quella festa che solenne si celebra in detto luogo; ed essendosi per trattenimento di tavola ragionato di visioni, estasi, apparizioni e rivelazioni, come a quelle si potesse, o non si dovesse prestar credito: si venne con tal’occasione a ragionare di questo falso, e delle molte elemosine da lui acquistate, col rivelare le cose dell’altro mondo. Onde fu da’ predicatori (che savj e prudenti erano) tenuto per uno de’ due: o per un gran temerario, dicendo cose che Iddio di rado rivela a’ servi suoi, ovvero per un gran Santo. Volle Iddio, acciò si scoprisse la fraude fatta a tante anime purganti, che nell’istesso tempo (mentre si stava nel meglio della mensa e del ragionamento, e che lupus erat in fabula) capitasse il falso a chieder elemosina all’uscio di quella casa ove stavano mangiando; onde fu riferito a’ predicatori, che questo tale di cui si parlava, chiedeva l’elemosina: fu discorso tra’ predicatori ed altri invitati, del quid agendum; e fu sabito concluso, che si invitasse a desinar con loro; ed essendo invitato, ricusò; e di nuovo più volte invitato, non vi volse andare: il che pose non poco sospetto ne’ predicatori e ne’ preti, che fosse altro che agnello. Scese per tanto alla porta il predicatore del luogo, frate di s. Domenico, dicendoli: se tu chiedi pane da viver per l’amor di Dio, perchè ricusi venire tra tanti religiosi che t’invitano a far la refezione insieme seco? Egli, per non aver in pronto risposta che bene andasse, accettò l’invito, entrò, si pose a tavola e mangiò. Verso il fin della mensa, di novo si seguì l’incominciato ragionamento delle rivelazioni, e il lupo fu visto tremare, e mutarsi di colore; manifestando col volto il suo errore: onde, volendo partire, fu ritenuto ed interrogato delle sue visioni e rivelazioni, ed in che modo sapesse che le anime fossero in Purgatorio o in Paradiso, e simili altre cose. Rispose il galantuomo, sempre negando ogni cosa, e che mai aveva detto nè rivelato simili cose, e che non sapeva nè di anime, nè di pene dell’altra vita. Ma la bugia, che ha corte le gambe, fè comparir di subito una povera donna, quale in sua presenza testificò averli dato quattro scudi per tante messe, avendole detto che l’anima di suo marito era in Purgatorio: ed altre persone in buon numero non mancorno in quell’ora di testificare d’aver fatto l’istesso come quella donna. Ritiratisi insieme dunque li predicatori ed altri religiosi, consultorno del quid agendum in quel caso; ma vedendo che quivi non era la corte per mandarlo al vescovo prigione, fu interrogato se aveva denari; e non potendo appena proferir parola, vedendosi convinto, mostrò solo una piccola pezzuola con pochi denari, dicendo non aver altro. Fu allora dagli uomini, che presenti erano, cercato; e trovatogli addosso una cinta con più di 300 scudi tra oro e piastre. Scoperta la bugia, li fu con un rasoio rasa la longhissima barba e zazzera, e levato l’abito mentito di religioso, con le patenti false che portava, fu vestito da contadino, lasciandoli da 10 scudi acciò potesse vivere per qualche tempo, insino che trovasse altro esercizio per guadagnarsi il pane, e lo mandorno via. E pubblicato questo fatto per li luoghi vicini da’ predicatori, fu restituita buona somma di danari con sì strana invenzione rubati, ed il resto fu consegnato a’ superiori. Il Crocifisso fu posto sopra l’altare di detta chiesa di Monte Foscoli, ove anche si trova. Fu ben per questo tristo, che non vi fussero sbirri in detto luogo; che altrimenti la galea non li mancava.
Questi son denominati dal bordone, che è un bastone tondo, lungo, con certi anelli di legno, fra’ quali pende un picciol fazzoletto con cui falsamente dicono andar pellegrinando a s. Giacomo di Galizia, alla Madonna di Loreto, in Gerusalem, a Roma, ed altri luoghi di devozione di là dal mare. Portano anche un cappello legato dietro alle spalle, e cercando elemosine dicono non poter vivere di proprio in quel viaggio, ma solo di elemosine; che tale è il voto da loro fatto. Sono questi per l’ordinario Lombardi, e per il più nativi del territorio di Milano e del Ticino; e se mi dicessi: come potremo noi chiamar Ceretani costoro, ovvero de’ popoli vicini, se son d’altronde? rispondo, che essendo sparsi i Ceretani per il mondo, han seminato anche per tutto questa cattiva semenza: onde per molti luoghi si trovano o loro, o lor figliuoli e discepoli, discesi da questa mala razza, e non è maraviglia se seguono le vestigio de’ lor padri e maestri.
Di questi uno chiamato per nome Rotondo, partendo dal Ticino per visitar la s. Casa di Loreto, cercava elemosine per vivere e per far un calice d’argento, che ne’ sacrificj di quel santo luogo dovesse servire, sì come diceva aver avuto ordine per rivelazione dalla B. V. E ciò predicava, dove vedeva gran moltitudine di donne congregata: aggiungendo, che se alcuna di loro per qualche tempo avesse adulterato o fornicato, si dovesse astenere dall’offerta di tale argento; perchè la Madre di Dio, e sempre Vergine purissima Maria, non voleva se li sacrificasse il calice fatto d’argenti ed elemosine donate da donne corrotte e violate per il peccato carnale. Per la qual cosa ciascheduna volendo esser tenuta madonna onesta, casta e pudica, si cavava l’anella dalle dita, ovvero alcune borchiette, o diciamo bottoni d’argento dalle lor vesti, che in quei tempi si usavano per ornamento, e l’offerivano; facendo a gara di prevenire in darle, etiam le poco oneste, per esser tenute le più pudiche e caste, onde ne conseguì a lungo andare una gran quantità.
Un vicario di un vescovo, ragionando e biasimando con alcuni notari, procuratori ed altri affiliali di vescovato la malizia di queste genti, che fintamente facevano pellegrinaggi; eccoti all’improvviso comparir un certo Bartolommeo, quale se ben era da Cereto, con tutto ciò si faceva da Piacenza, e diceva d’essere interprete , ovvero ufficiale del Papa. Era costui vestito alla nobile, con lunghissima barba, e dietro alle spalle un bordoncino di un cubito e mezzo, legato in segno della peregrinazione. Aveva una bella mula, ed era accompagnato da due famigli, che loro chiamano Antepos; questo chiese elemosina a detto vicario, che stava all’uscio del palazzo, dicendo dover andar a s. Giacopo di Galizia per voto. Rise il vicario co’ compagni insieme grandemente, vedendo a tempo esser caduto il lupo nella favola, ed il sorce nella trappola. Non si perse di animo Bartolommeo, qual conoscendo la causa perchè ridessero, disse: io non sono, come forse vi immaginate, qualche furbo o Ceretano; ma son Piacentino, stato lungo tempo nella Corte Romana, e dopo lunga e pericolosa infermità risanai, avendo fatto voto d’andare a s. Giacopo di Galizia mendicando, senza spender niente del proprio; poichè se per tre giorni e tre notti piovesse, l’acqua non bagnaria le mie terre: intendendo il falso bordone con questo parlare di una sua casuccia, che sola si trovava al mondo; dentro la quale, per essere ella coperta di tegoli, se ben fosse piovuto un anno intiero, non che tre giorni, non poteva in quella piovere, nè dentro bagnarsi. A queste parole di Bettolommeo, replicò un di quei procuratori: se sei così ricco, come dici, non sarebbe più espediente alla tua salute fare questo viaggio a spese tue, che a spese d’altri? Non rispose il falso bordone, senza punto turbarsi, perchè il rossore che ne tinge il volto mentre chiediamo l’elemosine, è di tanto, merito, che ogni gran spesa e fatica supera: e così stando, chiedendo, rispondendo e protestando, opportunamente ed importunamente, impetrò l’orzo per il suo cavallo. Ed occorse a questo vicario come ad un medico eccellentissimo, quale mentre componeva un libro in materia della peste e della sua cura, si morì di peste; così questo vicario con li compagni, biasimando il vizio de’ falsi bordoni, e vedendo e sapendo, fu da quelli scorto ed ingannato.
Predicando in Milano un frate dell’ordine di s. Francesco, un falso bordone, lasciato il compagno in disparte, gli appresentò una borsa con 300 scudi, quali diceva aver trovati per strada, e forse lasciati ivi dal demonio per levarli il gran merito, della sua pellegrinazione; massime avendo fatto voto d’andare alle sue devozioni con povertà, vivendo di cerche e di elemosine, e lo pregava che nella predica avvisasse il popolo, acciò se alcuno avesse perso denari, dando i contrassegni, se li venisse a ripigliare: lo pregò anche instantemente, acciò li piacesse raccomandarlo nelle sue prediche alla pietà de’ fedeli, perchè li facessero elemosina. Il predicatore, semplicemente credendo alle finte parole del falso bordone, promise di farlo, sì come fece il giorno seguente, quando predicando al popolo della virtù della carità ed elemosina, raccomandò con tal occasione il falso pellegrino con molte parole, e predicò la sua fedeltà in consegnar sì gran somma di denari trovati, e furono sì efficaci le sue parole, ohe dal principe che era presente alla predica e dagli astanti si fece elemosina sì grande, che superò due volte il denaro consegnatoli; e tutto contento, dopo molte grazie rese al predicatore, si partì. Il giorno seguente comparve il compagno del falso bordone in abito di mercante, e dato minutamente i contrassegni del denaro, del numero loro, della borsa e del luogo dove li aveva persi (che ben lo sapeva il furbo), li furono restituiti. Onde poi si gloriorno d’aver ingannate quelle genti, che più tosto dovevano dire l’anime proprie.
Son detti questi dalla cattività e schiavitudine, in cui dicono esser stati lungo tempo. Fingono aver parenti o fratelli in mano di Turchi, Saracini o Corsari, per poter con tal mezzo ottener elemosine da riscattarli, ancorchè non sia vero. Arrivati alle città o castelli in mezzo delle piazze con una gran fionda, fanno scoppi e rumori terribili, al cui suono convengono fanciulli ed uomini poco pratichi; e sentendoli gridare, allah allah, allah hebber, elhemdu, lillohi, la illah, itelach, ed altre parole con sì strana lingua, e mostrare lunghe catene e ferri, con cui dicono essere stati legati e da galea fuggiti; danno ad intender al Volgo d’aver ricevuto ogni dì grandissima quantità di bastonate da Turchi: inimici della fede di Cristo, mostrando certi segni, che artificiosamente hanno fatto nelle carni; dicono di aver mangiato pane secco, biscotto nero come la terra, ed aver bevuto acqua verminosa, cantando una lunga canzone da questi furbi composto, assai compassionevole. Giurano e sacramentano con terribilissime imprecazioni, che sono stati racchiusi in strettissime carceri, dove non si vedeva mai lume, nè mai in quel tempo mangiorno pane, nè bebbero vino; e pure pel benefizio e gratia ricevuta da Dio son campati vivi. Ed io, mentre ero ancor fanciullo, gli ho sentiti dir ciò con le mie orecchie, e me lo credevo, perchè non ero pratico di questi negozj come sono ora. Asseriscono e giurano, che due anni in circa sono stati stretti fra due tavole, facendo vita miserabile, nè però in tanti travagli e tormenti hanno mai negato il Salvador nostro, nè la sua santissima Madre, da’ quali riconoscono la loro liberazione. Quanto giurano, tutto è vero; ma gli uomini grossolani non sanno come s’intenda questa verità, quale così s’esplica. Il tempo in cui imprigionati stettero senza veder lume, e senza mangiar pane e bever vino, sono li molti mesi che serrati sterono nel ventre materno come in prigione; verità che la possono giurare tutti gli nomini del mondo; sì come l’esser stati stretti e legati con fescie da due anni in circa nella culla fatta di tavole, e vissuti con poco cibo o latte. Con questa dunque invenzione dicono esser liberi dalle bugie e da tanti giuramenti che fanno. Nel giorno in cui Calisto III Catalano fa creato sommo Pontefice, ad un cardinale, che tornava dal palazzo pontificio, si fe’ incontro per la strada uno di questi furbacchiotti Accattosi, chiedendo elemosina, e dicendo fra l’altre cose, che era fuggito e salvato dalle mani de’ Catalani. Il cardinale, uomo dotto e prudente, facetamente li rispose, dicendo: fratello, tu hai provveduto meglio di me a’ casi tuoi, perchè tu confessi esser libero dalle mani de’ Catalani, ed io oggi son caduto nelle lor mani e nella lor potenza; però più giustamente a me, che a te, si deve l’elemosina. Con tale arguta e gentil risposta il cardinale si levò dagli occhi quell’importuno, finto galeotto e vero ceretano, che per non lavorare, esercitava sì brutto mestiero. Alcuni applicano qnesto detto al piovano Arlotto, e potrebbe essere che anco egli in diversi tempi si servisse del motto di questo cardinale.
Affarfanti, veramente furfanti, detti dal verbo for, faris, che vuol dire parlare, essendo che abbondino più degli altri Bianti nelle ciarle e parole. Fingono de’ miracoli: dicono aver fatti gravi ed enormi peccati; ma percossi da Dio (e giustamente) da terribile infermità, dopo l’aver fatto voto d’andar per il mondo raccontando la giustisia e la gran misericordia di Dio verso di sè, sono stati liberati. Percuotono il corpo con alcune leggieri catenelle di ferro, ovvero fingono di percuotere e lacerar il petto con un gran sasso, che tengono nelle mani: dando ad intendere, che devono andare per tutto il mondo, facendo questa penitenza, si percuotono prima con fruste, nella cui cima è poca cera con minutissime punte, con cui appena intaccano la pelle: dopo, tingendo le spalle con sangue ed altro colore, restano quei segni fatti con tanto artifizio, che paiono scorticati; ma non è niente.
Avvenne gran tempo fa, che molti Bianti, avendo comperato le patenti per andar cercando sotto titoli di ospidali o luoghi pii, secondo l’usanza di questi tali, e non facendo guadagno, andorno dal Ciambellano, uomo di grande autorità fra’ Bianti, e maestro di queste arti, acciò li consigliasse ed ordinasse ciò che far dovevano in questo caso; il quale, considerato i lor ingegni e nature, disse: che li bisognava attendere ad altri traffichi; e così li assegnò a diverse sette, secondo che conosceva potessero riuscire. Ad un certo Giorgio da Camerino, grandissimo parlatore, li assegnò fra gli altri la setta delli Affarfanti, e cavato per sorte il luogo dove doveva fare questo infame esercizio, li toccò la città di Camerino; ma al pover uomo non dava il cuore, anzi pareva impossibile esercitare tal furberia ed arte sì pericolosa, massime nella propria patria, ove da tutti era conosciuto. A cui il Ciambellano disse: sta allegramente, che questa è buona fortuna per te, e lo vedrai. Pensa e ripensa Giorgio; finalmente, chiamato uno della setta delli Affarfanti, li disse: se tu mi vuoi aiutare, ti assicuro d’un gran guadagno. Quando il compagno intese del grande guadagno, allegramente rispose, che comandasse pur ciò che gli piaceva, che l’avrebbe obbedito. Ed informato di tutto ciò che far doveva, presero di compagnia la strada verso Camerino, e quivi vicino raccolti alcuni pezzi di tavole, ne fecero con esse al meglio che seppero una carretta, e dentro postovi Giorgio a giacere con gambe, braccia e corpo tutto fasciato, trasformato in modo che appena il diavolo l’avrebbe conosciuto, ordinò al compagno che lo conducesse in Camerino, e fu da quello tirato fin dentro la chiesa cattedrale; e posto in una cappella alquanto oscura, dedicata a san Venanzio, incominciò il compagno a mandar fuori compassionevoli parole, chiedendo elemosine, con notificare la povertà e bisogno loro; e dopo molti raggiri concludeva, che quello che in quel carrettone infermo giaceva, era il maggior Santo (che doveva più tosto dire il maggior furbo), che dagli Apostoli in qua fosse stato, e che essendo ripieno di lebbra ed altre infermità, l’aveva solo con le sue orazioni risanato. Predicava che aveva spirito profetico, che diceva non solo le cose passate, ma anche le future, con mille altre bugie, nominandolo con finto nome il B. Tommaso d’Affarfante. Le donnicciuole curiose, e gli uomini di poco cervello, dando credito alle parole del furfante guidone, portando alcune elemosine, entravano a ragionar con Giorgio di molte cose. Egli, che conosceva tutti, e non era conosciuto, massime essendo il luogo oscuro e con abito strano, narrava loro più di quello che desideravano delle cose passate, e si apponeva facilmente alle future; e governandosi con prudenza, diceva sempre cose che avessero del verisimile, e così con buone e mansuete parole tutti consolati li rimandava; il che li faceva non poco giuoco appresso il volgo. Fra l’altre donne che vi andorno, una fu la sua moglie detta Jacova, desiderosa di sapere che cosa fosse di Giorgio suo marito (al quale parlando, e vedendolo co’ preprj occhi, non lo seppe conoscere; or pensa come mai l’avrebbero potuto conoscere gli altri); a cui egli con parole sommesse e gravi così rispose: Sappi, donna; ch’egli è sano e salvo, e fra poco tempo tornerà a casa con molte ricchezze; e soggiunse: Sappi ancora che Giorgio tuo marito, quando partì da te, ascose 4 scudi in un piccol foro della camera tua nella destra parte vicino al letto; quali pensò lasciarti, acciò ti potessi aiutare nelle tue necessità, ma se ne scordò; ritorna dunque a casa, cerca il denaro ascoso; che se io per li miei peccati non son divenuto indegno della grazia dello Spirito santo, troverai quanto ti ho detto. Pareva mille anni a Jacova di partirsi per trovare il denaro, che ne aveva estremo bisogno; e giunta a casa, cercando dove aveva detto il forfante di suo marito, trovò li 4 scudi, e tutta allegra andatasene al lavatoio e al forno, in casa delle vicine, e con quanti s’incontrava, annunziava la profezia del falso profeta; onde crebbe tanto d’autorità e di considerazione, e fu tale il concorso della gente, che acciò non fosse oppresso e calpestato dalla moltitudine, fu bisogno trovar alquanti giovani, che con bastoni in mano facessero stare addietro la turba, che andava da questo falso Santo; tenendosi beato chiunque lo poteva vedere, o toccare. Li denari poi, le vesti, e le elemosine che si portavano, erano in tanta copia, che talora non sapevano dove porli, o dove nasconderli. Una donna fra l’altre di non poca condizione li portò una ricca veste, con preziosi ornamenti e 40 scudi d’oro, e così fecero di molte altre. Quando si vidde il furfante bene arricchito, senza aspettar che la fortuna volgesse il piede, di notte col compagno destramente trasportarono la roba, e se la presero per la più corta, mutando nome e vestimenti. Ma perchè delle robbe male acquistate non ne gode il terzo erede, non permise Iddio che lungo tempo godessero delle usurpate ricchezze.
Non si maravigli dunque alcuno, se s. Chiesa usa tanta diligenza nella canonizzazione de’ Santi in far tanti processi di vita, costumi e miracoli (quali da alcuni sono stati giudicati superflui, credendosi che il volgo possa canonizzare e dichiarare le persone per sante); poichè vedendo tanti ippocriti voler esser riputati santi, non contenta d’un sol testimonio, ne ricerca molti, e prende molte informazioni, facendo di molti processi. Quindi è che s. Martino fe’ scavare ed abbruciare i, corpo d’un ladro, quale il volgo riveriva per santo.
Ho conosciuto due miei amici, l’un detto Eugenio, l’altro Francesco, quali avendo alcune gravi persecuzioni, nè sapendo che partito si pigliare per salvezza della vita e mantenimento del corpo, essendo poveri, anzi poverissimi gentiluomini; finalmente conclusero, travestiti da poveri, di far l’Affarfante, e che uno facendo il cieco (quale sapendolo contraffare per eccellenza burlando, molto più per necessità), con gambe fasciate a guisa di lebbroso fosse condotto e guidato dal compagno. Questi, come buoni parlatori, girando per le città, ville e castelli, cantando canzone e sonando la ribeca, chiedendo elemosina alli usci delle chiese, vissero circa due anni di carità, e glie ne avanzò quantità grande; cosa che pare abbia dell’incredibile, e pur è vera. In questo modo sfuggirno il pericolo che li soprastava, dando tempo al tempo. E non solo non furono conosciuti con quelli abiti strani; nè riceverono elemosina (cosa ridicolosa in vero) etiam da loro inimici, con cui si incontrorno le centinaia delle miglia discosto dalla patria loro. Finalmente accomodati li negozj, e tornati alle proprie case, più volte ebbero pensiero di ritornare a questo esercizio, perchè più li fruttava, e li era di maggior gusto, ricreazione e libertà.
Nella città di Narni uno della setta degli Affarfanti storceva e ritirava in sì brutto modo le braccia e le gambe, e fingeva sì fattamente essere storpiato, che se egli non fosse stato scoperto in luogo e tempo dove non pensava, non saria stato possibile a creder altrimenti, cioè che egli non fosse naturalmente stroppiato. Questo un giorno, dopo molte elemosine raccolte, uscendo dalla città per andar verso Roma, non credendo d’esser visto, deposto le cruccie con cui andava appoggiato, e stese le gambe e le braccia in modo che non parera quel desso, di buon passo incominciò il suo viaggio; ma vedendo venir gente, si ripose secondo il consueto al suo stroppio, se bene non fu a tempo, perchè fu vista e scoperta la sua furberia; ed appoggiato alle cruccie chiese elemosina, dicendo: vedete, fratelli, in che misero stato mi ritrovo, datemi un’elemosina, vi prego per amor di Dio; così egli e la sua santissima Madre vi guardi con tutta la vostra famiglia d’ogni infermità; e quando, o fedel cristiano, vuoi fare elemosina, se non la fai i adesso che sei vivo? ed a chi puoi fare elemosina, che sia più accetta all’onnipotente Iddio, quanto a me poverello, che non mi posso aiutare, essendo privo della sanità delle membra? ed altre parole. Uno di quelli, che fra quella truppa di gente si incontrò con questo furfante, avendolo visto con le gambe stese, e conoscendolo per uno della compagnia (e fu quello che a me l’ha raccontato) li disse: sì bene , che te la voglio dare; e nell’istesso tempo fingendo por le mani alla borsa, li diede all’improvviso una spinta tale, che se egli non era presto a stendere il piede, senza fallo sarebbe caduto a terra: onde scoperto l’inganno, si diede a correre velocemente. Ciò visto dagli astanti, preso de’ sassi lo seguirono per un pezzo, gridando: dalli, dalli. Molti fanciulli, che per l’istessa strada si trattenevano, giocando alle piastrelle e altri giuochi, vedendo costui correre, riconoscendolo per quello stroppiato, ora risanato, seguirono in modo tale l’incominciata sassaiola, che se egli, che gagliardo era, non si salvava col corso, vi rimaneva senza fallo morto. Non son mancati muti, che a suono di bastone han ricuperata la loquela; de’ zoppi che con assogna di bosco han corso più de’ venti; de’ sordi, che con sugo di crognale hanno inteso per eccellenza; e de’ ciechi , che han visto di mezzo giorno le stelle. Però ognun si guardi di far furfanterie, perchè alla fine saran scoperti.
Questi con polvere di pane abbruciato, sangue di lepre ed altre cose, fingono aver grandissime ed orrende piaghe nelle gambe; ovvero con cantilene e parole superstiziose, o con vitalba, erba aron e altri sughi di erbe velenose, in modo tale ulcerano le gambe, che apparisce abbiano il male detto fuoco di s. Antonio, ovvero male della lupa: il che se fosse vero, come dicono, col soprapporvi un cappone morto, si farebbe non mediocre resistenza al male, acciò non divorasse e consumasse le parti sane, trattenendosi quel velenoso male a consumare l’animal morto; ed essendo necessario di mutarlo ogni giorno, secondo ricerca la medicina, pur che ella sia vera, anche ogni giorno li chiedono per amor di Dio; quali essendoli dati da persone pie, li ghiotti se li mangiano, e con quelli ristorano le membra, e confortano lo stomaco alla barba de’ sani. Da questi capponi che si mangiano, son stati tra di loro nominati Accapponi.
Un certo, detto Muffato, di quest’arte peritissimo, gran tempo fa si lasciò veder in Viterbo alli usci delle chiese e per le strade, con le gambe tanto bruttamente gonfie, piagate e fracassate con velenosi sughi d’erbe, che porgeva orrore e compassione a chiunque lo vedeva. Non chiedeva elemosina, perchè ognuno vedendo il gran finto male, gliela dava da sè; ma si ben diceva a’ circostanti, che compatissero e condolessero al gran male ed a’ suoi infiniti dolori (che doveva dire finti dolori), esortandoli a pregar seco Iddio e s. Antonio, acciò lo liberasse da tale infermità; promettendo, risanato che fosse, visitar la sua chiesa, e portarvi una gamba grande d’argento alla similitudine della sua, in segno della grazia. Avvenne che dopo qualche tempo, parendoli ora di risanare e di andare alla raccolta dell’argento, soprappose al male altri sughi d’erbe contrarie, (che questi guidoni sanno per eccellenza ) e tra pochi giorni la gamba tornò al pristino stato. Andando poi per le case, diceva aver ricevuto per mezzo delle loro orazioni la desiderata sanità; e mostrando la gamba risanata, chiedeva argento ed elemosina per poter col mezzo loro far la gamba d’argento, e soddisfare al voto fatto. I Viterbesi, riconoscendolo per quell’infermo (ma non per quel furbo) che con sì orrendo spettacolo faceva mostra di gravissima ed incurabile infermità alli usci delle chiese, delle case e per le strade, seco congratulandosi della sanità, li diedero elemosine ed argento, nè restò alcuno, per povero che fosse, che qualcosa non li desse. Onde congregò tanta quantità d’argento, che si sarebbono fatte più statue, non uno stinco, del quale si servì per suo uso, e per poter vivere il restante della vita allegramente, senza stentare. Il che se li successe, lui lo sa; so ben io che in s. Antonio non si vidde mai quello stinco di argento.
Sono così detti dalle lagrime, per esser di natura tale, che ad ogni occasione le han preparate per spargere, massime quando vi è quantità di uomini e di donne presenti che li vedano. Nulla chiedono, solo portano stese le mani per ricevere le elemosine offerteli. Un certo Niccola, andando piangendo per Roma, si procurò di buon denaro: dopo fu rivisto in Spoleto con gli occhi asciutti, senza pianger più. Nè di ciò alcuno si deve maravigliare, perchè se per il gran caldo dell’estate si dissecca la terra e si asciugano le sue vene, così costui avendo rasciutte le borse altrui, se gli erano anche rasciugati gli occhi che più non piangevano.
Ascensione, cioè senza; fingonsi questi pazzi e sciocchi, e talor sordi, ed alle volte muti. Niente chiedono; ma mandando fuori inarticolate voci, con bocca storta ed occhi biechi, stendendo le mani, co’ gesti mostrano che vogliono elemosine, e con le mani raccolgono quel che gli è dato.
Scagnozza Cereto, gran tempo fa preso un suo vicino poverello asssi goffo e semplice, avendoli prima chiuso gli occhi con pece greca posta in polvere nelle palpebre di quello, lo conduceva alla guidoneria per il mondo cercando elemosine; asserendo che quello che egli guidava, era cieco, sordo e muto, privo di giudizio e di intelletto. Pervenendo un giorno alle ville di Sassoferrato, chiedendo elemosine all’uscio d’una casa ove si facevano le nozze, Scagnozza al suo solito, facendo la cantilena del cieco, sordo, muto, e sensa discorso, convennero a quella molte donne del luogo, le quali l’interrogorno delle condizioni del povero cieco, e come fosse stato privato di tanti beni della natura, e se era nato cieco, o pure acciecato per disgrazia. Mentre Scagnozza rispondeva, ed affermava che era nato cieco e privo di tutti li sensi, eccetto del tatto, con mille altre bugie; dall’altra parte il cieco fa interrogato da altre donne delle sue condizioni: il quale poco avvertendo, e non tenendo a mente gli ammaestramenti del compagno, gli usciron di bocca queste parole: io ben vedrei se non avessi gli occhi chiusi con la pece: in quell’istante Scagnozza si volse e vedendo il suo compagno parlare e confessar la truffa, conoscendosi scoperto, senza indugiare si partì, per non aspettare dagli uomini e dalle donne il premio delle furberie: e conducendo seco il compagno ad un gran precipizio, ovver profonda fossa, quivi solo, lo lasciò, acciò che da se stesso si precipitasse in pena, del rivelato segreto, sì come successe.
Detti sono dal cadere, perchè, fingono di cadere di quel bratto male, detto comiziale, e volgarmente mal caduco. Non fanno ciò se non vedon gente, perchè poi levandosi di terra possino, girando intorno, ricevere da’ circostanti elemosina.
Nel palazzo del Duca d’Urbino, entrato uno di questi (di cui non ho potuto mai saper il nome) con animo di far qualche buon guadagno, ne riportò, gran danno, atteso che lasciandosi cadere in un tratto interra alla supina, per mostrare di aver quel male, e non avvertendo prima bene come doveva, percosse la testa in una pietra che quivi stava; onde rottala malamente, ed uscito gran quantità di sangue, pose se stesso a pericolo di morte per il denaro, e fu più la perdita del guadagno. Tutte le palle, non vengon tonde. Dice il proverbio.
Son detti dal cambio, ovver permutazione, e da Baldo, forte d’Agubbio, che fu il primo ad esser ingannato da onesti Ceretani, donde tolsero il nome.
Qnesti commutano perle, anelli e collane false, con buone mercanzie; e per poter ciò fare più facilmente mostrano prima le buone, e poi lestamente le cambiano, dando le cattive.
Non è molto tempo, che un certo Andrea fece due sacchetti d’un’istessa sorte di tela, cuciti nell’istesso modo, in tutto simili, di cui uno empì di fieno ben tritato, ricucendolo disopra; ciò fatto se ne andò in Perugia da uno spetiale, dicendoli voler del zafferano, restato d’accordo del prezzo; li porse il sacchetto vuoto, acciò prima pesato lo empisse di zafferano, e ripesato di nuovo, lo ricucisse. Cavò dopo fuori la borsa del denaro, ponendo fra tanto la sacchetta del zafferano nella sua maggior tasca. Erano le monete tutte forestiere nè lo spetiale valeva pigliarle in alcun modo a quel prezzo che Andrea diceva averle prese da altri, perchè infatti le non valevano. Finalmente il buon m. Andrea prese destramente il sacchetto del fieno tritato, e postolo sopra il banco, con uno scudo d’oro, (se però non era falso o indorato), disse allo speziale: tieni, conserva il sacchetto e questo scudo d’oro, ch’or ora torno; che voglio andare a cambiare questa moneta dal bancherotto, perchè son sicuro di non ci perder mai tanto, quanto teco che non la vuoi per quel prezzo che l’ho presa io: vedrai che lui me ne darà più. Partì il buon m. Andrea senza ritorno, e fu aspettato dallo speziale qualche ora, giorno e settimana, ed anche l’ha a rivedere. Ma volendo riporre lo zafferano tra l’altro ben chiuso acciò non svanisse, lo trovò convertito in fieno. Queste sono le vere metamorfosi, non quelle di Ovidio: se egli avesse avuto cognizione de’ Cagnabaldij al sicuro tra tante sue castronerie impossibili ci averebbe introdotto anche queste vere, credibili e fattibili.
Ma raccontiamo un altro caso successo in una città principalissima, ed è questo: che fingendosi un Cagnabaldo d’esser maestro di casa, o spenditore d’un principe che faceva in quei tempi gran convito, andato di uno speziale de’ più ricchi e principali della città con molti compagni travestiti da servitori tutti ad un modo, acciò apparisse la livrea, disse voler comprare zuccheri e spezierie in grandissima quantità; e posata con un gran colpo la sacchetta de’ scudi che teneva sopra la tavola, fingendo che li pesasse, lasciò sentire il suono, e veder anche qualche moneta grossa. Fece portar adunque quanta cannella era in bottega, far il prezzo, pesare e portar via da’ servitori, scrivendo ambedue il peso e il costo ne’ suoi fogli; e così si fece de’ garofani, pepe; noci moscate, zafferano, pinocchiati, cotognati, confettoni di ogni sorte, frutti diversi fatti di zucchero, ed altre cose simili fintanto che svaligiò la bottega dello speziale del meglio che vi avesse. Si venne al far dei conti ed ognuno sommò la sua lista; ma il Cagnabaldo mai s’incontrava, ovvero non si voleva incontrare con lo speziale, ponendo difficoltà diverse, or nel peso, or nel prezzo, or nel sommare il tutto. Quandochè comparve un de’ compagni travestito da gentiluomo con la spada, ed entrato in bottega dello speziale, disse al Cagnabaldo compratore molte ingiurie; ed essendo risposto con mentite, fu sfidato ad uscir di bottega con la spada. Lo speziale si sforzava di persuader colui acciò andasse per li fatti suoi, e li lasciasse far li conti con quel mastro di casa e finto spenditore di quel principe, e che poi uscito di bottega facesse quel che volesse: ma moltiplicandosi parole ed ingiurie dall’una e dall’altra parte, disse il finto mastro di casa allo speziale: fratello, aspetta, che voglio chiarir questo furfante: di grazia tien cura della borsa, che adesso torno, e fa che altri non vi diano delle mani sopra: non dubitate, disse lo speciale. Uscito fuori di bottega, e dato mano alla spada, si tirarno alcune stoccate, riparate però con gran destrezza da ambedue, ritirandosi però sempre il maestro di casa verso il cantone dell’altra strada, schermendo e ribattendo i colpi: quando per concluderla, venendo gente a spartire, riposta la spada nel fodero, diede briglia alle gambe, e se la colse per la più corta; e così fece anche il compagno per altra strada. Lo speziale aspettava il fine della baruffa; e che tornasse il maestro di casa a far li conti, e forse anche per farla chiara a qualche ferita, ricevuta, e non veniva: aspettò un gran pezzo, e non comparendo più, ebbe rispetto di porre le mani alla borsa di quello: finalmente per prevalersi del denaro: aperto la borsa, vi trovò sopra alcune monete grosse d’argento, e sotto il resto erano tornesi, cavallucci e simili monete di poco, valore, e con queste fa pagata la robba, che ascendeva al valsente di 500 scudi in circa. Sia quel che si voglia, il povero speziale ci restò per un zampetto senza potersi guardare, nè difendere Però ognuno stia in cervello, e se non conosce le persone, le interroghi prima, ed usi le diligenze, e dopo che avrà interrogato, non lasci uscir robba di bottega se prima non è pagata, ed abbiasi cura di non esser ingannato. Pur che la basti, dice il proverbio. Molte cose si potrebbono raccontare di simili casi avvenuti, quali da schiavi di galea (entrati anche loro in questa congregazione) facilmente a proprie spese si possono imparare, comprando delle loro mercanzie. Ma perchè intendo di parlar de’ Bianti e Ceretani, e delle loro specie, e non de’ ladri formati, però seguirò il mio ragionamento con altra sorte di furbi.
Son detti dal prestar che fanno, con speranza di futuro guadagno; e se ben con bocca ridente, come per burla, dicono le parole del Signore: date in presto senza speranza d’alcuna retribuzione; nondimeno nel core intendono guadagnarvi, e bene.
Abbiamo di questi l’esempio di un Potestà o Governatore di Cascia, quale per far guadagno in quelli aridi luoghi, trovò questo arzigogolo di dar salvo condotto a tutti quelli, che, dovessero alla sua persona o al fisco qualche pena o danaro; fosse vero o finto, poco importava, pur che facesse i fatti suoi, mostrando compassione verso le povere persone a non tenerle fuggiasche senza poter lavorare e aiutar la lor famiglia: piacevolmente componendo con loro del quanto dovessero dare, con molte carezze e parole amorevoli riscoteva il denaro che poteva: e perchè per lo più erano poveri, nè potevan pagar il tutto; egli sotto titolo di impresto gli lasciava il restante da pagarseli fra qualche breve tempo, o eletto, o datoli. Qual finito, portavano il denaro, e per non parer scordevoli del benefizio fattoli d’aspettarli, portavano qualche poco di zafferano, o simil sorte di dono al liberal Governatore; quale essendo astuto, per non parer dedito alle usure, li mandava alla sua moglie, che come pratica levantina, li raccoglieva con ogni amorevolezza; e dandogli il benvenuto con mille altri saluti, li porgeva alcune cosette da mangiare ed anche da bere; dopo li ricercava se e che cosa avessero portato di bello, e che cosa desiderassero da lei i e dicendo essi esser enuti a restituire certo demaro prestatoli dal marito, riscotendolo essa in suo nome, riscoteva anche di soprapiù il presente, ovvero, diciamo meglio, l’usura del presto. E perchè era donna di bello aspetto, e la lingua non li moriva in bocca, chiedeva anche per sè qualche cosa. Li castroni, per quel bicchiere di vino ricevuto, parendo obbligati alla sua cortesia ed amorevolezza, o gli davano un poco di zafferano, o glielo promettevano, ed anche lo portavano a suo tempo; sapendo che lei riscoteva meglio del marito. Finalmente, per abbreviarla, con quest’arte si buscorno da 400 libbre di zafferano, che nè Giorgio Cagnabaldi, o altri acuti usurarii mai avrebbono saputo acquistar tanto con tanto poco denaro. Ecco dunque quanto vale l’ingegno dell’uomo avaro, per levar dalle mani d’inesperte persone robba o denaro.
Questi son detti dal tremore, fingendosi paralitici e tremanti. Non tengono mai ferma la mano o il cappello nel ricever l’elemosina, quale nel raccorre e riporre è saldissima e sensa tremore.
Uno di questi in Città di Castello, tremando il giorno e la notte, si tratteneva con i dadi, giuocando quel che il giorno avea buscato, e nel trar de’ dadi si esercitava a tremare, sì come anche riposando la notte si agitava per esser il giorno più assuefatto e spedito al tremore; ma essendo stato scoperto e imprigionato, confessando il suo fallo, fu frustato: questo è il fine ed il guadagno de’ furbi.
Vengono questi nominati: da’ miracoli ed atti maravigliosi ed insoliti, che raccontano, buona parte de’ quali son falsi, o con falsità coperti, Dicono che in alcuni luoghi lontani la immagine della B. Vergine o di qualche altro Santo ha pianto e sudato, ovvero inclinato la testa; e venderanno la sua figura, con raccontar miracoli, dicendo che qualche impiccato è stato liberato miracolosamente; o altre simili. Raccontano, che nella loro patria è un tempio dedicato a s. Leonardo, nel quale o sia state, o inverno sia, nuvoloso o sereno il cielo, sempre dentro, vi piove e che il tetto è tanto grande, che se a sorte cadesse, non lo potrebbe rifare o risarcire tutto il mondo. Ciò è vero, ed io l’ho visto con li miei occhi; e tutti lo possono vedere, perchè vicino alla rocca di Spoleto è un monte, detto Monte Luco, ripieno d’abitazioni d’eremiti, alle cui radici è una grotta assai grande, dedicata a s. Leonardo con l’altare, e diverse altre pitture e figure de’ Santi; e perchè passa vicino a questa grotta il condotto dell’acqua che entra nella città, trapelando in qualche parte, viene a punto per le vene del monte a scaturire nella sopraddetta grotta, sì, che sempre vi goccia. Nè dubbio alcuno, che se il monte quel serve per tetto a detta grotta rovinasse, tutto il mondo non lo potrebbe restituire al pristino stato. Con queste adunque fallacie e simili invenzioni si procurano il vivere.
Come furono dette anticamente nella primitiva Chiesa, le immagmi dipinte de’ Santi da cui questi che le portano sono nominati Acconii, le portano appese al petto mentre fan viaggio, o girano per le città; dandole a badare a’ fedeli, le pongono avanti le porte dei tempj e nelle strade, acciò li passeggieri gettino delle elemosine, quali chiamano uccelli presi. Dicono alle volte alcune cantilene ad onore di s. Simone da Trento, le sette allegrezze della Madonna, l’orazione del Carmine, o di Costantinopoli, ed altre simili, secondo le immagini che portano, o a lor più piace.
Mi ricordo che in un ospedale di Spoleto, essendo insieme molti di questi Acconii per il troppo bere imbriachi, e per aver giocato a’ dadi sopra il rovescio di una immagine della B. Vergine che portavano, furono posti prigione, ove con molta acqua temperorno il mal bevuto vino, e le immagini (per levar l’occasione di giuocarvi più sopra) le furono tolte. Di questi se ne vedono infiniti andar per il mondo vagabondi, per non lavorare.
Fingono questi esser stati morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto (da cui son nominati), ed esser caduti in quella infirmità, che li rende come pazzi. Vibrano e sbattono la testa, tremano con le ginocchia; spesso al suono cantano o ballano, agitano le labbra, stridono co’ denti, e fanno azioni da matti.
Niente chiedono, ma il compagno guidone, notificando per tutto che egli è attarantato, chiede e raccoglie elemosina per loro: oh ingegno, oh arte inaudita per li passati secoli!
Un certo Cesare conduceva per la Puglia Giacomo di Togno suo amico, legato con due catene di ferro lunghissime, sì che pareva s. Pietro. Questo Giacomo teneva in bocca un poco di sapone, quale per la sua amarezza era causa che dalla bocca mandasse fuori grandissima quantità di spuma e bava, come sogliono fare li cani arrabbiati. Diceva il guidone, che erano da Taranto, e che quello incatenato era stato morso da uno di quei maledetti vermi, e che in fatto elli era arrabbiato tanto crudelmente, che con le catene appena si poteva tenere, nè si poteva trovar rimedio, che tutti gli avevano fatto peggio; onde molti andavano per vederlo, ed a quel batter e strider de’ denti che faceva la bocca spumante, gli occhi e sguardature terribili, il tremor della persona, le scosse delle catene, il dir del compagno guidone; tien forte quella catena, che adesso va in furore; olà a te, guarda che non ti morda e non ti tocchi con quella schiuma, che saresti spedito; faceva convenire infinita quantità di popolo a vedere, e ne riceveva tante elemosine, che piacesse a Dio che io avessi guadagnato tanto in questo anno con li miei sudori, studj e fatiche, quanto questi furbi si portano alla patria sua.
Questi son detti dalli pezzi del pane che cercano. Danno ad intendere di sprezzare il vino, amare la nudità, e desiderare solo tanto, quanto possino vivere. Cercano solo il pane, e quando hanno fame si mangiano li pezzi sodi, e vendono l’intiero. Stefano Schiavone, entrato nella setta delli Pezzenti (che è la più grande di tutte, poichè abbraccia d’ogni sorta di nazione) nello stato del duca d’Urbino, mostrando di fuggire il vivere umano delizioso, seguiva giorno a notte il pane, che meritamente per la sua poltroneria doveva fuggirlo. E quel che li avanzava, vendeva a’ ciavattini e simil gente. Ne trovava egli tanto ogni giorno, che sarebbe bastato per il vitto di gran famiglie; e qualsivoglia gran liticante contadino, col sudore e fatica di quattro giorni, non ne avrebbe guadagnato tanto, quanto Stefano in un giorno solo .
Questi dallo scuoter la membra al tempo dell’inverno, dallo strider de’ denti, per mostrar d’aver concepito gran freddo dentro l’ossa, e dal suono che fanno con la bocca, son detti Cocchini. Quasi anco, a guisa di pezzenti, dicono amare sommamente la nudità e la penuria per amor di Dio, essendo ciò falso, perchè amano più il denaro e la robba.
Certo Fighino comparve in un luogo non troppo discosto da Fano, detto Carticeto, ove sapendo che un certo Pietro Antonio, figliuolo d’un notajo, era uscito di casa sua circa tre anni, ed in detto tempo non si era saputo nuova di lui, trovò il padre, dandoli nuova della salute del figliuolo; del qual diceva, che per la sua fortezza e valor mostrato in un pericoloso combattimento, in cui vinse gl’inimici, era stato fatto dal re Ferdinando capitano e cavalier del Speron d’oro, e che egli era suo servitore. Sentendo il padre questa buona nuova, lo introdusse in casa, ove salutato la madre e le sorelle diede anche a loro buone nuove del figliuolo; aggiungendo, che aveva in guerra raccolto molte spoglie e fatto gran preda, onde era divenuto ricco. E che avendo fatto voto, mentre combatteva di visitare, o fer visitare la chiesa di s. Antonio, aveva mandato esso Cocchino suo fedelissimo servitore a soddisfarlo, portando un dono alla chiesa d’esso Santo in suo nome; con portar anche lettere al padre ed a’ parenti delle sue felicità: ma che per la strada era stato dagli assassini spogliato d’ogni cosa, ed appena avea salvato la vita; nondimeno così come si trovava, voleva andare a soddisfarlo. Al sentir delle buone nuove dette dal furbo, si rallegrorno tutti, e ringraziando Iddio della buona fortuna del figliuolo, preparorno al finto servitore Cocchino una buona cena. Convennero fra tanto i generi, cognati, zii ed altri parenti di Pietro Antonio e del padre, per intendere le buone nuove, quali furono dette e confermate dal Cocchino; aggiungendo sempre cose da lui prima ben pensate e meditate, acciò tanto meglio la carota si radicasse. Le donne, compassionevoli di vedere il servitore del lor figliuolo e parente così male in arnese per amor suo, li diedero alcune camicie, il padre gli donò un vestito, e gli altri portoron chi calzoni, chi calzette, chi scarpe, chi berretta; il padre della madre di Pietro Antonio li diede un ferraiolo, del quale per esser egli vecchissimo ne aveva necessità, non che bisogno. E così ben vestito e ben trattato per un giorno e per una notte, in premio delle dette bugie, si partì, promettendo soddisfatto il voto ripassar di lì per le lettere: ma partendo di lì, il vento lo trasportò tanto discosto, che non fu più visto. Non passorno troppi giorni, che Pietro Antonio tanto predicato dal Cocchino tornò a Carticeto, povero, ignudo, mezzo infermo, consumato dalle fatiche de’ viaggi, e tutto distratto per la fame, dicendo che seco non aveva portato altro che miseria e povertà. Or pensa come restò il povero padre addolorato con tutti di casa, vedendo esser stati burlati da quel furbacchiotto del Cocchino, a cui aveva con li parenti dato tanti vestimenti, che al povero figliuolo sariano stati opportuni in quell’istante. Di queste simili burle se ne fanno ogni dì, massime con lettere false portate a gente ignorante, che non sapendo più che tanto, danno della robba senza sapere a chi, nè perchè: però aprite gli occhi, altrimenti li Cocchini ve l’accoccherano.
Si rappresentano questi al cospetto degli uomini come sacerdoti, ed a lor guisa vestiti. Alle lor ciarle e favole, che nelle piazze e strade raccontano, concorrono uomini, donne e fanciulli con non minor piacere, che se andassero a veder spettacoli ed a sentir commedie. Cercano per gli ospidali di s. Antonio, di s. Bartolommeo di Benevento per li lebbrosi, di s. Lazzaro per gli incurabili, ed altri simili luoghi de’ poveri infermi. Portano nelle vesti li segni de’ loro ospedali, nelle mani un campanello per congregar col suono il popolo a sentir le lor favole, ed allettarlo più facilmente alla liberalità. Alla cintola tengono appesa la cassetta di latta, ove portano le patenti, senza le quali di ragione non possono cercare elemosine.
Nardo e Tasca, uomini de’ principali di questa setta, cercando gran tempo fa in Monte Feltro, appresso la Penna de’ Billi, s’incontrorno a chieder elemosine ad alcune donne, a cui il padrone o capo di casa con molte favole aveva espressamente vietato, che non dovessero dar cosa alcuna a tal sorta di vagabondi. Questi astuti e sagaci, facili all’ingannare, sapendo mille arti per rapir la robba altrui, con molte ragioni ed esempi persuasero le donne, che per conservazione dei frutti che all’ora pendevano dagli alberi, acciò la tempesta non li rovinasse, li dessero un pezzo di pannolino per ornamento dell’altare di s. Antonio di Vienna, e tanto seppero dire e fare, che finalmente con gran difficoltà l’ottennero. Partiti che furono, tornò il padrone a casa, ed avendo inteso che li galantuomini avevano fatto polito, e portato seco un pezzo di panno, tutto infuriato velocemente li corse dietro, seguendo le lor pedate, e vistoli di lontano, incominciò a gridare: ah furbi, ladri, assassini! fermate olà, date qua quel panno che avete truffato. Quando si accorsero ch’era fatta palese la malizia loro, si posero a sedere per aspettar quell’uomo che li correva dietro. Tra tanto uno di quei Spetrini destramente battendo l’accialino, e facendo fuoco, pose un buon pezzo di esca accesa nel rinvolto della tela. Arrivò il padrone gridando e bravando , che avessero ingannato le donne, e che non così facilmente avrebbero ingannato lui; minacciandoli, se non restituivano il panno involato, li avrebbe dato di molte bastonate, ed a lor mal grado l’avrebbero restituito. Gli astuti Spetrini di subito lo restituirno senza far contrasto, solo dicendo; Iddio volga in bene quest’atto indegno che hai fatto; ma noi temiamo grandemente, che s. Antonio (la cui tremenda e formidabil potenza non hai temuto) non te lo volga in male, e che col suo ardente fuoco non abbrugi te con tutte le cose tue; e così detto, si partirno. Ritornando Verso casa il padrone tutto contento per il ricuperato panno, dopo l’aver camminato alquanti passi, il fuoco che dentro al panno lavorava gagliardamente, incominciò a scoprirsi; il che avvertendo l’uomo che solo pretendeva esser savio al mondo, credendo che, secondo li era stato minacciato, non fosse il fuoco di s. Antonio che adirato lo volesse abbruciare, tutto atterrito, pauroso e sbigottito tornò a ricercar li furbi, si gettò a’ lor piedi, e chiedendo perdono dell’insulto fattoli, li pregò volessero con le loro orazioni mitigare l’ira del Santo; e restituendoli il panno, per maggiormente trovar perdono, li condusse a casa, li fe’ da desinare, dandoli maggior doni ed elemosine per riconciliarsi con s. Antonio. Or vedi, lettore, se ho ragione a dire che ognun si guardi.
Partiti da questo luogo questi furbacchioni, entrorno nel territorio di Arimini, ed appresso a Curigliano trovando una vecchia assai benestante, ma molto più sciocca, che aveva cento belle pecore, si offerirono di dare la benedizione di s. Antonio sopra il suo gregge; dandole ad intendere, che con essa benedizione sarebbe stato sicuro da’ lupi per un anno e tre giorni, e che da quelli rapaci Animali non sarebbe stato tocco; potendolo lasciar andare senza custodia, perchè con quella benedizione sarebbe sicuro da ogni male, purche gli avessi dato sei castroni ad onore di s. Antonio. La donna che non ne aveva altro che quattro, quelli li offerse, e ricevuti che gli ebbero, proferirono la benedizione in questa guisa: « Le mortisca Licaone, per lo cambio dell’Artone, Licaone le morfisca, e non le scarporisca, e non vedano mai quella valle scura, dove non luce la luna, nè ci è fallo, nè cello ma solo lo calandrello. In nome del Padre, e del Figliuolo, di Sellano, e di Monte s. Amen ». E data questa loro maledizione, non benedizione, si partirono con li castroni. La donna credula alle parole de’ Spetrini, scioccamente lasciava andar vagando le pecore giorno e notte senza guida, senza guardie, senza tane e senza ridurle al sicuro almeno la notte: ognuno può pensare quanto danno facessero ne’ campi e possessioni dei vicini, i quali lamentandosi con la vecchia pazza de’ danni che ricevevano dal suo gregge, rispondeva che non toccava a lei, ma a s. Antonio la cura di detto gregge; però si lamentassero di lui, se facevano danno. Una notte il lupo cercando pastura, trovò il gregge della vecchia; andar vagando senza cani, dispergendolo ne ammazzò quasi la metà. La mattina la donna cercando le pecore per mugnerle, e trovando tanto danno fatto dal lupo, piangendo si lamentava gagliardamente di s. Antonio (che più tosto doveva dire della sua sciocchezza), e che non fusse giovata la benedizione data da’ suoi servitori al suo gregge, avendolo pagato: ma bisogna che avesse pazienza, poco giovandoli il suo lamento. Finito l’anno, e passati alcuni giorni, li gatti ritornorno all’unto, e vennero i furbi per altri castroni; e promettendo alla vecchia la benedizione, li rispose: non voglio più benedizione vostra nè di s. Antonio, perchè il lupo con questa vostra benedizione mi ha ammazzato quasi tutte le mie pecorelle. Li furbi ricordevoli dell’inganno, ma scordevoli della vergogna (quale mai imparorno); essendo che quelli di queste sette, se si vergognassero, etiam convinti da molte bugie, sarebbero inutili a tal mestiero (sì come il filosofo che è iracondo, non è atto a filosofare); senza sbigottirsi punto, arditamente risposero: Se il lupo ha ammazzato le tue pecorelle, noi non ne abbiamo colpa, perchè il lupo è obbediente animale, e teme e fugge la benedizione col fuoco di s. Antonio, ma il danno l’ha fatto la natura e la fame che stimolò il lupo; sopra la qual natura e fame non ci vale la benedizione di s. Antonio che abbiamo data; e così lasciorno delusa la vecchia matta, disperata, ed adirata contro la fame, contro il lupo, e contro s. Antonio.
Sono questi denominati dal battesimo, che come per giuoco più volte ricevono, dilettandosi di quelle acque sante, non altrimenti che l’ebrio del vino, e l’oche dell’acqua. Fingono d’esser stati Giudei ricchissimi per le molte usure; ma per aver visto visioni terribili, miracoli inauditi ed incredibili, quali raccontano inspirati da Dio, a guisa delli Apostoli, han lasciato quanto avevano, per seguir con la povertà Cristo povero. In ogni città dove arrivano, di nuovo si battezzano, e dopo (oltre a quello che li vien dato da’ compatri) vanno alla pesca della robba e denari altrui, che da persone fedeli li vien dato prontamente, e così sgraffignano del buono.
Fabio Cereto, gran tempo fa, girando per lo stato del Papa con molti compagni alla bia, e non avendo fatto in molti mesi troppo guadagno; mutato parere, se ne andò per il regno di Sicilia, fingendo d’esser Giudeo con li compagni; dopo scese nella Calabria, e finalmente in Puglia, ed a quante città arrivavano, predicavano che venivano da Roma e da altri luoghi, e per li gran miracoli visti si volevano convertire alla fede, e così si battezzavano; onde oonsumorno tant’acqua questi sacrileghi scomunicati, che per un giorno intero, arebbe macinato un mulino. Da queste provincie cavorno tant’oro e argento, che nemmeno in dieci anni arebbono avanzato tanto. Molti di questi scellerati son stati scoperti, e gastigati severamente a’ tempi nostri.
Son detti Falpatori, quasi falsi palpatores, che fan palpare e toccar, il falso, per vero. Questi, non potendo per la vecchiezza, o la debolezza del corpo andar più, biando, restando in casa, vanno imitando li maestri di grammatica, retorica, dialettica ed altre sciente, instruendo i fanciulli a questo pernicioso guadagno, insegnando tutte le arti superiori ed inferiori da raccontarsi, con li costumi, modi e gesti da ingannare il prossimo, massime con falsità di parole. O profonda scienza, che nè per lunghezza di tempii nè per negligenza delli uomini perirà giammai! meritavi al certo esser posta fra le sette arti, liberali per ottener tra loro almeno l’ottavo luogo: e pure non vi fusti riposta, forse perchè convenendosi a te la precedenza per non levarla all’altre non te ne curasti: or fia, come si vuole. Ciamberlano, quello di cui è tanta fama, che non mai è per scancellarsi dalla memoria delli uomini leggendo ed insegnando in Camerino tutte queste arti, rendeva atti gli suoi discepoli che erano molti, a tutte le arti d’inganni. Ragionando costui con uno degli antichi Signori, o Duchj di Camerino, che dir vogliamo, fu da lui interrogato se credeva di poterlo ingannare in qualche cosa, essendo pratico de’ costumi ed arti, di questa sorte di gente. E rispondendo il Ciamberlano di sì, ed il Duca dicendo di no, fecero scommessa e posero in deposito 50 scudi per uno, da darsi in premio della futura vittoria, da ottenersi fra sei mesi. Dopo pochi giorni Ciamberlano avendo eletto due giovani suoi scolari di grande ingegno e memoria, e li più dotti di queste scienze, e fattoli imparare il parlare di Germania, li instruì in di multe cose necessarie, e vestitoli secondo il consueto di questa nazione, li mandò al palazzo, ove si abboccorno col capitano d’arme, o della guardia del Duca, ch’era Tedesco; a cui narrorno con molte parole, che erano figliuoli del principe di Sterligonia, e che avendola rotta malamente col padre, fuggivano l’ira sua, e se n’andavano a Roma, acciò il Papa con la sua autorità li facesse ritornare in grazia, e li riconciliasse col padre, non avendo essi ciò potuto ottenere col favore di molti principi, posti per mezzani a questa pace: li diedero nuova di molte cose del paese, e mostrorno molte finte lettere. Il capitano, credendo il tutto vero, ne fece consapevole il Duca suo padrone, ed introdusse i giovani alla sua audienza; e perchè mostravano non intendere, nè aver minima cognizione di nostra lingua italiana, il capitano si faceva l’interprete: e dopo lungo parlamento il Duca, mosso a pietà di loro (avendoli prima convitati seco in presenza di molti signori), al partire li diede 10 scudi per uno, e li prestò cavalli e servitori per far un pezzo di viaggio, quali ringraziatolo della cortesia si partirno. Il Ciamberlano, ritornati i cavalli, andò dal Duca, facendo istanza li si consegnasse il deposito, perchè col mezzo de’ suoi scolari era stato ingannato, atteso che li due giovani da lui ricevuti e banchettati non erano Germani, nè figliuoli del principe di Sterligonia, ma da Monte Santo e suoi discepoli, da lui così instrutti. Il capitano, che era presente, affermava che erano Tedeschi, e che il Ciamberlano s’ingannava; ed egli al contrario asseriva esser stato ingannato lui, e che erano da Monte Santo. Il povero capitano si gettava via per la collera, e giurava voler porre la testa, se ciò era falso. Finalmente per chiarir la partita, ottenne dal Duca il salvo condotto, li giovani ritornorno da Tolentino, dova il pratico Ciamberlano li aveva fatti ritirare; e parlando in lingua nostra, affermorno chi e di dove fossero: onde il Duca, non poco svergognato d’esser stato ingannato, ordinò si consegnasse il deposito al detto Ciamberlano, quale (non volendo riceverlo) si contentò solo aver in quel cimento avuto la vittoria. Fu dopo interrogato dal Duca, con che ordine insegnasse a’ suoi scolari. Rispose: prima li fo apprendere il nostro parlar furbesco; dopo l’ordine di predicare; il rito, costumi, e usanze di qualsivoglia nazione, e provincia; e nel fine la gran fallacia, e singolari inganni, con li quali li nostri maggiori acquistorno gran denaro, acciò essi ancora imparino a ritrovarne, ed a farne de’ simili; e così instrutti per tre anni son licenziati dalla mia scuola. Io poi così vecchio ed impotente, leggendo ed insegnando, guadagno tanto, come se andassi biando, e di questo mi vivo.
Cercano questi farina con scusa di far ostie, quali dai sacerdoti si devono offrire a Dio per salute de’ vivi, e per liberazione de’ morti sopra del santo altare; il che sentito da persone pie, per esser partecipi di quei sacrificii, la danno volentieri, e ricevendone da ogni casa un poco, la sera si trova che ne hanno congregata assai. Alle volte dicono volerne far pane da benedire in onore di s. Benedetto, di s. Niccolò da Tolentino, o di s. Dionisio, che vale contro i morsi de’ cani rebbiosi, da distribuirsi al popolo fedele. Gli uomini e le donne, per conseguir due bocconi di pane, danno tanta farina, che sarebbe soprabbondante per un giorno alla sua famiglia. Appresso Cascia un uomo solo, cercando di farina per far pane di s. Niccola, ne pose insieme sette some.
In Monte Luco (gran tempo fa, che il grano e la farina erano a buon mercato) stavano due Affarinati, l’uno de’ quali si chiamava Angelo, l’altro Geronimo; questi in otto giorni raccolsero tanta farina, sotto nome di far ostie, che da un tavernieri a cui la venderono, ne cavorno 4 scudi. Cercavano insieme con due sacche per uno, e quando erano piene a qualche segno, uno di loro le andava a votare, acciò la gente non si accorgesse che chiedevano più del bisogno, e di quello che avevano soprabbondanza.
Di questi bisogna parlare onestamente, e con riservo a guisa di giudice, che di molti rei che han fatto l’istesso errore, avendone uno solo prigione da castigare, per non scoprir gli assenti e porli in fuga, ed acciò diano nella rete, dice nella sentenza: io condanno te con li compagni tuoi, li cui nomi si tacciono. Così io, non nominando alcuno, dico, che questi nella settimana santa, e per le feste de’ Santi principali, cercano olio per le lampade o lucerne da ardere nel cospetto del santissimo Sacramento o delle immagini della B. V. e de’ Santi, e ne raccolgono tanto, che poi basta loro per la famiglia tutto l’anno.
Io con i proprj occhi ho visto, che, in un luogo fu cercato dell’olio per benedire nella festa di s. Biagio, e se ne adunò una buona quantità, ed in quel giorno fu empito una gran cionca d’acqua, e sopra vi fu posto tant’olio, quanto la coprisse, onde alla gente fu unta la gola con l’acqua; e quelli che nelle foglie lo portorno a casa per unger devotamente i figli, portorno acqua e non olio: e questa istoria si faceva ogn’anno.
Che l’avanzo dell’olio si venda o si consumi per le case, non è difficile, nè necessario il darlo a credere, perchè ci sono infiniti esempj; e li ciechi istessi lo vedrebbono.
So di non poter trovar parole che bastino per biasimare e condannare questa maledetta e sacrilega setta di gente senza coscienza e senza timore della vendetta e giustizia di Dio; ma ricevino la mia buona volontà, e se non dirò tutto quello che potrei dire de’ casi seguiti, resterà solo per non scandalizzare le orecchie de’ più fedeli, a’ quali servirà questo poco per erudizione, acciò non credino a persone fraudolenti e vagabonde, ma solo a quello che li è proposto dalla s. Chiesa cattolica, e da’ noi ministri di cui sono figliuoli.
Sono questi denominati dalle reliquie de’ Santi che dicono portare: e se bene ne’ sacri canoni si proibisce, che le reliquie de’ Santi non si mostrino fuori della cassa o reliquiario; e che niuno possa, nè debba proporre ad adorare nuove reliquie, se prima non sono approvate dal sommo Pontefice romano; tuttavolta questi non stimando Iddio, nè le leggi canoniche, portano finte reliquie di uomini forse gran peccatori, o d’animali brutti, mostrandole per far denari, e forse anco vendendole.
Atto degno d’infinito biasmo e di perpetuo gastigo fa quel fatto da Luca e Crociano. Questi sacrileghi e maledetti da Dio, avendo preso il braccio d’un uomo morto, e segatolo, lo portorno seco in Francia, e pervenuti in Hebelva o Belgia, che con comun vocabolo da’ Francesi è della Felice (qual lungo tempo era stata afflitta dalla peste), si separorno, vestendosi ambidue con abiti diversi, ma finti, da eremiti. Luca, asceso un giorno di festa in luogo elevato, dopo aver fatto un bel ragionamento, disse a quelle gente devote, che portava seco il braccio di s. Bastiano, e chi l’avesse baciato o toccato, sarebbe stato perpetuamente sicuro dalla peste (che più tosto dovea dire, chi l’avesse baciato o toccato, si sarebbe appestato); e che essendo molto povero, non l’aveva potuto accomodare ed ornare d’argento come conveniva: però che per il benefizio che li portava della loro salute, pregava li devoti di esso Santo, che li dessero un poco d’argento per farlo. Dall’altra parte scappò fuori Crociano, e postosi incontro a lui, incominciò un sermone, dicendo: Attendite a falsis profetis, guardatevi da’ falsi profeti che vengono a voi con vesti di pecorella, ma dentro sono lupi rapaci. Sappiate, ascoltanti carissimi, che questo è un finto, non vero religioso, ed e un Biante loquace, bugiardo, fraudolento, ingannatore, maestro di ogni errore, degno non di una, ma di mille morti; il braccio che egli porta, non è di quel Santo che dice, ma l’ha levato dal corpo di un uomo impiccato per suoi misfatti: fatelo prigione, e dateli tormenti, che confesserà il suo peccato e l’inganno che vi fa, ed allora gastigatelo severamente come merita: e se ciò non si trova vero, mi contento di essere abbruciato (sin ora Cruciano aveva detto il vero, ma meritava d’esser abbruciato per quel che segue). Il popolo restò in dubbio se doveva far qualche risoluzione o no. Ma Luca, levate le mani e gli occhi al cielo, fingendo raccomandare la sua causa a Dio, disse al popolo che pregasse il Santo, acciò mostrasse qualche segno della verità e di vendetta nella persona del bugiardo; il che fatto, ecco il furbo di Crociano che svolti gli occhi, torte lo braccia, inchinata la testa al seno, li calcagni rivolti alle natiche, congiunto le ginocchia alla bocca, con orrendo e mostruoso, ma però finto stroppiamento, si lasciò cadere, a guisa d’un rinvolto o d’una palla in terra, in mezzo della gente, Ed ecco il popolo alzar le voci dicendo: miracolo, miracolo! ecco ogni cosa in bisbiglio, sì il tumulto grande, qual con gran fatica da Luca fu quietato; ed avendo fatto più volte segno di silenzio, disse: sappiate, che Iddio non vuol la morte, ma la conversione del peccatore; però pregatelo acciò risani questo poveretto; dipoi mostrerò quanta sia la virtù e la potenza di questo braccio; e stato così per un poco fingendo fare orazione, sceso a basso, segnò il furbo di Cruciano, qual di fatto aperti gli occhi, stese le braccia, slungate le gambe, alzata la testa, e confessando il peccato e la vendetta sopra di lui (che Iddio per occulti giudizi non volle per allora mostrare), propose voler seguir Luca sino alla morte. Allora aresti visto uomini e donne deboli d’ingegno e di poco cervello portar oro ed argento a’ piedi di Luca per elemosina, e per ornare il braccio; ma per abbreviare, avendo fatto in pochissimi giorni grandissimo bottino, se ne tornò col compagno ricco e contento nell’Umbria per vivere allegramente in questo mondo, e per penare perpetuamente nell’altro, come sacrileghi e maledetti da Dio.
Fazio Cereto, avendo fatto amicizia con un sarto che abitava nel territorio Ferrarese, e battezzatoli un figliuolo, cenando una sera insieme nel mese d’Agosto, e mangiandosi un’oca, pose Fabio un pezzo d’osso di quella in capo della mensa; il che vedendo la comare, disse: che volete fere, o compare, di quell’osso, ed a che fine l’avete posto costì? Rispose: posdomani è la festa del tal Santo, ed io voglio mostrar quest’osso, e voglio dire che è suo, e raccontando le sue virtù sforzerò gli uomini e le donne e te ancora a venirlo a baciare. Sorrise la comare, dicendo: sì, che son pazza a far questo! non ci è pericolo; pensa tu se voglio baciare l’osso di un’oca; e stando sul sì, e sul no, si venne alla scommessa, e fu posto per pegno in mano del marito il prezzo d’un paro d’oche da godersi insieme. La comare, non sapendo cbe Fazio facesse questo mestiere, non si poteva immaginare come dovesse passare il negozio; solo diceva fra sè: io non lo bacierò; e come potrà lui sforzarmi a farlo? Venne il giorno della festa, e convenendo tutto il popolo alla chiesa secondo il consueto per udir la santa mesta, Fazio si vestì con un camice, e si pose al collo la stola (ne’ tempi avanti il sacro Concilio di Trento le cose andavano come potevano, e non si cercava così per minuto ogni cosa, sì come si fa ora con molta prudenza), e fatte sonare le campane con molti lumi accesi, col capo scoperto, posto all’altare una cassetta, quivi raccontò con belle ed ornate parole le virtù della sua falsa reliquia, quale solo per baciarla, diceva, che risanava ogni infermità, sì come aveva fatto altrove, risanando molti dalla peste, mal caduco, podagra, chiragra, quartana, sciatica, febre, e tutte le sorti di mali; e che quanto alle donne aveva una virtù di più (quale non l’avrebbe manifestata, se non avesse saputo che tutte le donne di quel luogo fossero caste e pudiche), ed era questa: che le donne impudiche non si potevano accostare a baciare la reliquia, ma sarebbono restate immobili. Ciò inteso, le donne tutte, e massime le più triste, per esser tenute buone e pudiche, facevano a gara ad esser le prime, e così si faceva una folla terribile. La povera comare restò la più attonita e stordita donna del mondo, e si trovò in grandissime angustie, non sapendo che si fare; e diceva fra sè: se vado a baciare quell’osso, perdo le oche e fo un sacrilegio ed idolatria, perchè so benissimo di chi è quell’osso: se non ci vo, sarò tenuta da tutti per donna impudica, meretrice ed adultera, ed anderò per la bocca di tutti; e così stando sopra di sè, pensando a quel che dovesse fare, finalmente si risolse di voler più tosto pagar l’oche, che perder il buon nome della pudicizia, che vale più che l’oro: sì che andando come serpe all’incanto, inginocchiata piegando la testa, riverì col bacio la falsa reliquia; il che non doveva fare: e con quest’astuzia superò la povera comare, restando egli vinto e superato dal peccato in far tanto sacrilegio.
Ora le cose delle reliquie camminano in altro modo; perchè li Vescovi tengono gli occhi aperti in modo, che senza fedi autentiche e licenze di Roma non le lasciano esporre in pubblico, nè mostrare, sì come apparisce nel successo seguente.
Una persona in Spoleto avendo più volte negli suoi ragionamenti detto di voler mostrare il terzo giorno di Pasqua del legno della santa Croce del sepolcro di Cristo, ed altre reliquie de’ Santi, che egli proprio diceva (ma falsamente) aver portato di Gierusalem; e che chiunque si trovava infermo di qualsivoglia sorte d’infermità, accostandosi a toccare le reliquie, di subito avrebbe ricevuta la sanità, chiedendo in premio tanto denaro che bastasse a comperare un asino, sopra del quale potesse andare a’ bagni per rimedio della vessica in cui aveva grave infermità; poco avvertendo lo sciocco che imitava li cattivi medici, che facendo professione d’aver rimedii e segreti esquisiti per sanar il male altrui, non ne hanno pur uno da applicare a sè. Alcuni degli ascoltanti, non considerando che con tante sante reliquie non pareva lecito toccare le parti vergognose, dicevano come gli Ebrei a Cristo: quest’uomo fa salvi gli altri, e non può salvar se stesso. Il vicario del Vescovo, persona savia e prudente, per levar l’occasione di non esser biasmato a Roma, che come poco pendente avesse facilmente prestato fede a queste ciarle, e permesso quello che solo toccava al Papa, e non avesse ciò impedito con la sua autorità; intimò a tutti i fedeli, che dovessero in quel giorno convenire alla chiesa cattedrale, e non altrove: onde il pover uomo restò al secco. Ma incorse il vicario in tanto gran sdegno di quest’uomo, che perpetuamente l’odiò e perseguitò, biasmandolo per tutto.
Ragghio d’asino non entra in cielo, dice il proverbo.
Questi dicono trar l’origine da s. Paolo Apostolo; il che è falsissimo, essendo noi obbligati a creder più a s. Geronimo e ad altri autori che scrissero la vita di questo santo Apostolo, che a questi furbi; poichè egli, se bene ebbe stimoli della carne, tutta volta li superò con l’aiuto di Dio, non avendo avuto moglie, nè perso il fiore della verginità. Nondimeno li Pauliani dicano di discendere da lui, e in segno di ciò scacciano i serpenti, e bevono e mangiano cose velenose senza nocumento. Qual grazia dicono che ottenesse s. Paolo da Dio per sè e suoi successori nell’isola di Melite, o vero Malta, quando fu morsicato da una vipera.
Mentre ch’io ero giovanetto in Roma, mi ricordo aver sentito dire con le propie orecchie da un salta-inbanco gran ciurmadore, che a Paolo aveva concesso grazia alle persone d’una casa nell’isola di Malta, che fusse sicura con tutti i suoi discendenti da’ veleni, e che con certa terra data a bere potessero risanare, e preservare ciascheduno da’ morsi de’ serpenti. Ed in segno che egli era uno de’ discendenti di quella casata, mostrava sopra le spalle il segno di un serpe, quale io viddi con gli occhi proprii. Ma perchè ho scoperto che questo segno è artificiale, non naturale, però acciò si veda la lor malizia, descriverò il modo.
Prima disegnano sopra il braccio o spalla un serpe, poi con la punta di un sottilissimo ago fanno picciolissime punture sopra di quel disegno, le fregano dopo con filigine o polvere di carbone, o vero con sugo d’altre erbe; e imbevendosi la carne per le punture della forata pelle di quel colore, resta perpetuamente il segno, e le macchie negre in forma di serpe nella pelle bianca; il che mostrando a tutti pubblicamente, fanno credere con questa fraude alle genti inesperte, che sia vero quanto dicono. Li serpi che maneggiano, e si circondano al collo con tanto stupore della plebe ignorante, son presi da loro al tempo dell’inverno, quando hanno poca forza e veleno, li purgano e macerano con gran digiuno; dopo li danno a mangiare crusca o semola con butiro, e li empiono il ventre alle volte per forza, con questa materia, quel non potendo in sè ritenere e vomitandola, con essa ancora vomitano il veleno, e perdono la malignità che hanno dentro di sè: onde poi nè anche assicurandosi di queste bestie, essendosi prima armati in casa con buona triaca, ed in pubblico bevendo di quella lor pietra che dicono di s. Paolo, quale ha naturale proprietà contro veleni (se bene alle volte da loro finta), si fanno mordere e pugnere da’ serpi senza pericolo della vita; e con tal mezzo vendendo quella pietra, e ciurmando questo e quello, raccolgono più danaro in un mese , ch’io non farei con l’esercizio mio in due anni.
Non voglio ora stare a raccontare come si preparino avanti che piglino i veleni, col mangiare alcune erbe o cibi conditi con olio, grasso, butiro, fegato, trippe e simili. Nè come invece di solimato, risogallo, antimonio, arsenico e simili veleni, che mostrano pigliare pubblicamente per le piazze, mangiano amido, o vero zucchero. Nè meno conviene por qui le cantilene e parole che dicono per fermare, prendere ed incantare li serpi; perchè essendo proibito il dirle, è anche più vietato il scriverle ed insegnarle.
Al tempo di Paolo III in Roma, un villano sagace, per far un bel colpo, portò chiuso dentro una pignatta un aspide velenoso ad uno di questi Pauliani, che in piazza pubblicamente vendeva e ciurmava con la sua pietra, mostrando il segno del serpe che aveva nelle spalle a tutti gli uomini poco pratici: questo promettendo molto di se stesso, si fece mordere nella lingua, ma l’animale che niente era purgato l’avvelenò in modo, che di subito gonfiandolo tutto, in breve ora scoppiò senza trovarsi rimedio a quel veleno. La virtù dunque predicata di s. Paolo, in lui scesa per tante generazioni, non li apportò in quel frangente alcun aiuto; e perchè era falso quanto diceva, il tempo, padre della verità, lo scoprì.
Son detti questi principi de’ Bianti, et ab acerrimo ingenio biandi, son più cattivi degli altri, perchè essendo molto sagaci e pratici, se ben son pochi, tutta volta ci fanno restare quelli dell’altre specie, ed hanno ardire d’ingannare e truffare gagliardamente gli altri Bianti e Ceretani; e come pesci grossi si mangiano i piccoli. Fingono aver privilegi da’ sommi Pontefici e Cardinali, o da qualche chiesa principale e segnalata, per andare alla cerca o ver bia in lontani paesi, ed aver bisogno de’ compagni; onde molti per esser partecipi del guadagno, offeriscono 20, 30 e 50 scudi il Protobiante, acciò li conduchi seco. Occorse al tempo di Sisto V, che uno di questi, tardando l’andata, attendeva a pigliar di buone cene, regali e presenti da chi pretendeva andar seco; e fingendo ricever continuamente lettere di raccomandazione da diverse persone, acciò si compiacesse di condurre or questo, or quello, alzava con questa invenzione la sua mercanzia gagliardamente, facendo la patente a chi più offeriva e pagava. Ma alla fine avendo ricevuto da molti gran quantità di denaro, senza che l’uno sapesse dell’altro; avanti si scoprisse che egli non aveva tal facoltà, con la borsa piena se n’andò via, lasciandoli scherniti con molto danno.
Hanno introdotto questi con le sue persuasioni ed ipocrisie una nuova e non più udita religione; ed è, che danno ad intendere alle donne in quell’anno che hanno partorito, che se vogliono assicurare il parto da ogni stregaria, fascinazione, legatura o incanto, ed esse divenir feconde, debbono dal dì delle Palme sino a quello della Resurrezione stare ogni giorno presenti alla messa con un cereo nelle mani; ed in quell’ultimo giorno ogni donna, per confermazione di tanta devozione, offerisce un gran vaso di buon vino e due grossi pani, secondo l’offerta di Melchisedech, aggiungendo sempre qualche cosa, cioè ova, cascio, capretti e simili cose; offerendo anche il cereo che in quei giorni tennero nelle mani, quale per l’ordinario è sempre intiero; atteso che se si trovasse donna tanto pia e religiosa, che volesse accenderlo, questi galantuomini tenendo in ordine un pezzetto di candela, gliela pongono accesa nelle mani, dicendo che il lume di quello è più accetto e grato a Dio, perchè ha servito prima ne’ sacrificii e messe, e con tale scusa si sgraffignano il cereo intero. Ma essendo venuto in costume, che il giorno di Pasqua le donne restavano a mangiare con gli uomini di questa setta, m. Filippo volendo liberar sè e gli altri Calcidarii da tanta spesa, chiamato le donne, le disse: non è espediente, nè onesto che voi altre senza i vostri mariti facciate la santissima Pasqua con noi, perchè questo non è di sostanza, ma solo cerimonia della benedizione, però vi libero da tale osservanza. E così il buon Calcidario (denominato dal dar il Calice, cioè dal ricevere e dar da bere il dì di Pasqua alle donne) liberò sè e li compagni da questo peso, avanzando francamente più cerei, pane, vino e presenti, de’ quali poi viveva, facendo che si verificasse il proverbio che dice :
« Con arte e con inganno — si vive mezzo l’anno;
« Con inganno e con arte — si vive l’ altra parte.
Questi hanno un luogo solo, e questa setta non ha anco posto ben le radici, e steso i rami. Il fondatore fu un certo m. Andrea, quale avanti d’un altare teneva una pietra concava ripiena d’acqua del fiume Nera, in cui lavando i piccioli fanciulli, dava ad intendere che quell’acqua avesse virtù di fare, che i teneri fanciulli crescessero in grandissima statura con li corpi alti più del solito, o vero che come deboli di complessione ed infermi perissero presto. Le donne, desiderose di reintegrar il mondo di quella sorte di giganti che morirono nel diluvio univertale, frequentavano di far lavare li figliuoli in tal acqua, portando sempre qualche dono ed offerta al messere padrone del luogo, ed autore di questo trovato. Ma volendosi liberare da questo fastidio, e fare qualche buona pesca, finse che dormendo una notte li fusse rivelato, che se bene molti figliuoli erano lavati con tal’acqua, non crescevano però nella statura del corpo, perchè le madri o parenti non lasciavano ivi le vesti, sì come era conveniente a tanta divozione e religione. Onde le donne, per impetrar la grazia, lasciando le vestimenta de’ fanciulli, faceva il messere non poco guadagno. Se alcuna donna conduceva il figliuolo con vesti cattive o vecchie, la scacciava dicendo, che non poteva esser libero dalli mali, nè poteva crescere, perchè aveva imitavo il maledetto Caino, che offeriva la più cattiva pecora del gregge. Molte donne avendo per male di lasciare le vesti buone de’ figliuoli, le ricomperavano dal messere con minor prezzo: ma vedendo che non crescevan punto, ricercavano dall’istesso la causa di tale infortunio, e perchè più a loro, che all’altre avveniva tal disgrazia? Rispondeva l’uomo sagace: perchè, o vero avevano portato vesti vecchie e rotte, o non avevano pagato il giusto prezzo. Però se volevano esser libere da tal accidente, li bisognava portar di nuovo le vesti. Senza ripigliare il denaro pagato per quelle: e così congregate di molte elemosine, e del prezzo delle vesti vendute alla fiera di Terni, carico di molto denaro, se ne ritornava a far buona vita a casa sua:
Son denominati dal zafferano, detto croco in latino, setta poco diversa da’ Cagnabaldi, per l’ordinario sono nel territorio di Cascia, e vanno per il regno di Sicilia ed altri luoghi dove non è zafferano, vendendolo con rigoroso prezzo; o vero commutandolo con argento, oro e gemme preziose. Tra questi fu Nottola uomo sagacissimo, quale appresso d’Otranto incontrandosi con una donna ben vestita, ma di poco cervello, che portava nelle dita un topazio, li promise, se glie lo dava, ricompensarla di dieci volte più zafferano, che non pesava la gemma; e così con mezz’oncia di zafferano ebbe una gemma che non valeva meno di 25 scudi. E perchè questi girano assai, spesso gli suole accadere simil fortuna; onde vediamo che portano sempre medaglie antiche, anelli, coralli, ambre, gioje, ed altre cose pieziose, cambiate con tanto zafferano.
Avendo questi le lor moglie gravide pensano a più cose, cioè liberarsi dalle spese del parto e della nutrice, e guadagnarsi favori appresso persone grandi, che però invitano al battesimo, simili persone, acciò li faccino donj, e tenghino protezione del fanciullo.
Modesto Diruta, abitando in Perugia, teneva non poca servitù e famigliarità, col cardinal Legato di quella città, ed avendo la moglie gravida, sforzò, per dir così, con molte parole il cardinale ad esserli compare; e l’istesso fece con li principali della corte e della città (essendo, che in quei tempi molti tenessero l’istesso al battesimo); onde ne conseguì di doni, che ebbe il fanciullo e la madre, più di 300 scudi; però soleva dire: alcuni si dolgono quando li nascono de’ figliuoli, ed io vorrei, che ogni giorno me ne nascesse uno, se nascendo in questo modo divenissero ricchi.
Il galantuomo si serviva di questo sacramento instituito per la salute dell’anima, in comodo ed accrescimento della borsa.
In questa setta mi pare che vi siano ascritti molti, che non sono del paese.
Son denominati dalla numerosa famiglia de’ piccioli fanciulli che hanno: son persone per l’ordinario pigre, accidiose, e tarde alla fatica, ma pronte alla crapula; che più tosto vogliono marcir nell’ozio, che provedersi, etiam ne’ grandissimi bisogni, delle cose necessarie; e mentre sfuggono la fatica, ricorrono al mendicare e biare.
Alcuni infingardi, non contentandosi del poco per aver avverso la natura a pappare, volendo saziare ed empire il ventre, fingono aver numerosa famiglia di piccioli ed infermi fanciulli, inutili a procacciarsi il vitto, e con tal scusa se lo procacciano.
Ciambraglia, uomo di somma voracità e sfuggitor di fatica che mai prese moglie, nè ebbe mai figli, simulava nondimeno di non poter liberare la moglie e la famiglia dalla fame, stando la carestia. Andava a tutti gli usci della città portando un gran sacco cercando del pane, e perchè aveva il ventre largo e profondo, anzi senza fondo, la sera se lo divorava tatto; onde in breve tempo, tra l’ozio, il dormire, la poltroneria, ed il pane che abbondantemente mangiava, divenne tanto grasso che non poteva camminare. Stavasene il pover’uomo alla porta dell’ospedale, e perchè raccoglieva poche elemosine da’ passeggieri, faceva misera vita. Finalmente la penuria lo ridusse a tale, che di fame si morì sul litame, come meritava. Tal è il fine delli infingardi e poltroni, e la dovuta pena de’ bugiardi.
Son questi uomini per lo più poveri ed infingardi; e perchè son talora conosciuti, o vogliono esser tenuti per nobili e ricchi, vergognandosi di mendicare, trovano questo ripiego, cioè d’entrare in qualche ricca fraternità de’ laici, a cui (come persone tenute per devote e prudenti) son dati li maneggi dell’entrate di quella; ma servendosene per proprio uso, mostrando zelo alla borsa, etiam per le necessità di quella, al far poi de’ conti si trovano debitori di molta somma.
Questi alle volte sotto finta specie di pietà, giovano non poco a se stessi e ad altri, perchè fingono che molte persone nobili e ricche, per disgrazia cadute in gran povertà, son ricorse con memoriali a’ fratelli di quella compagnia, chiedendo d’esser aiutati in quella gran necessità; ma che sono persone tali, che vergognandosi di dire il lor bisogno, più tosto son preparate a morire, che a pubblicare le lor necessità. Onde dicendo esser mossi da questa pietà, non curando la fatica, vanno intorno con altri signori, procurando di servirli; il che sentito da pietose donne e da ricche ed onorate signore, condolendo e temendo che ciò non intervenga alle lor famiglie, come ben spesso accade, danno grandi elemosine. Con questa dunque coperta rete procurano per sè questi vergognosi molto danaro, facendone parte alle volte a quelli, che veramente bisognosi si son raccomandati alla compagnia per coprir il lor difetto. Non pongo esempi di questa sorta di gente, perchè si trovano in molti luoghi, e sarebbe facil cosa offender molte persone senza profitto.
Morgana in lingua furbesca vuol dir campana, dalla quale questi son detti Morghigeri. Son uomini astuti, e trovano occasione di guadagnare dalle cose che son ordinate al culto di Dio e alla salute de’ popoli. Quando hanno bisogno di denaro, depongono qualche picciola campana dal campanile, o prendon qualche lampada d’ottone, e facendola portare da un uomo, o vero da un asino, vanno dietro a quello per città, ville e castelli, facendo vista con la corona, o vero offizio nelle mani di dir molte orazioni per li benefattori; e chiedendo denari per pagare il prezzo della campana, dicono che pochi giorni fa l’hanno comperata.
Antonio Barbato avendo bisogno di denari per comperar de’ vestimenti, deposto la campanella del suo romitorio, e facendola portare dal garzone d’un muratore suo amico per tutta la città di Spoleto, con la sua gran prosunzione e temerità sforzava, per dir così, li Spoletini, in queste cose sagacissimi, a cavar fuori la borsa, e darli elemosina per pagare il prezzo della campana. Il che risapendosi in causa che molti, che data l’avevano, fussero burlati; ma si scusorno con dire che erano superati dalla importunità e sfacciataggine di quello che chiedeva: quale non partendosi, ancorchè licenziato più volte, con dirli: va, che Iddio ti aiuti, Iddio ti faccia del bene, va in pace, Iddio ti provveda; per levarsi finalmente questa pittima cordiale, e questa loppola di montagna dalli stivali, glie la dierono.
Questa è pessima sorte di gente e di gran cuore; non uccellano se non a principi e persone grandi. Simulano talora essere infermi, e per mostrare che han portato grand’affetto a’ loro padroni, fanno testamento lasciandoli eredi, acciò ritornati dopo in sanità si possino servir di lui in far qualche vendetta o guadagno.
Giorgio di Antippo esercitando lo Spetrino appresso Pitigliano, ove il Conte faceva poca stima della sua persona, per provedere a questo inconveniente si finse ammalato, in modo che tutti lo facevano spedito: ma egli che era volpe vecchia, e sapeva tutte le sorti di inganni, fatto chiamare il notaio, fece testamento, istituendo erede il Conte; poscia mandò la copia di esso al signore per vedere se voleva che si aggiungesse, o mutasse qualche cosa. Ciò visto e letto dal Conte, concepì tanta benevolenza verso questo malizioso, che congregati molti medici eccellenti, procurò che con ogni diligenza ritornasse in sanità. Egli, a cui era facile levarsi dal letto perchè non aveva male alcuno, simulò per alcuni giorni l’infermità, e poi a poco a poco andò levandosi. Con fumo di cimino e d’incenso posto sopra le bragie rese la sua faccia pallidissima, mostrando d’esser stato in gran pericolo, e per opera e industria di tanto signore ritornato in sanità. Dopo con suoi doni e presenti, col riferir mal d’altri, e col detrarre agli uomini da bene, si andava acquistando maggiormente la grazia del Conte : e tutti quelli che da esso signore erano amati ed aggranditi, se bene li conosceva per uomini da bene ed onorati, tuttavia cercava di tenerli umili e bassi appresso il padrone. Difficil cosa sarebbe il raccontare le parole, le bugie, li biasmi, e tutto quello che diceva de’ primi della Corte; difficile anco il narrare la sua gola, l’avarizia e la superbia. Basti che non sia difficile a credere, che essendo nato in cattivo luogo, ed avendo imparato da cattivi maestri pessime arti e costumi, non potesse viver altrimenti di quello che viveva. Ma era ben di stupore e maraviglia appresso di tutti, che sapevano quanto il Principe fosse savio, prudente, diligente ed accorto nelle cose sue, fosse poi tanto acciecato dietro ad un infame furbachiotto per un testamento fatto, e che credesse il nero esser bianco, la bugia verità, e la notte giorno.
Si trovano molte altre sette e specie di queste genti vagabonde, quali per esser di poca considerazione, si tralasciano; solo ne nominerò alcune.
Li Babuinati, cioè spiritati: e questi ad ogni poro sbattendo la testa, mandano fuori un suono o sospiro a guisa d’un rutto, per mostrare d’esser molestati dal demonio; dicono che gli è intravenuto per la disobbedienza, o per le percosse date al lor padre, e che da lui maledetti, si sona spiritati.
Ruffiti, cioè brugiati: questi con allume di rocca ed altre misture poste in testa, si fanno cader li peli, restando la carne in modo, che pare abbruciata col fuoco: dicono che si abbruciò la casa, loro, e persero ogni suo avere; onde per non rubare, vengono a guidoneggiare.
Sbrisci; vanno ignudi quasi del tutto, e con voci terribili gridano pietà; fingono d’esser stati assassinati o presi da’ Turchi, ed esser scappati dalle lor mani; ed in tal miseria venuti, vanno girando per non lavorare.
Formigotti: sono soldati finti che dicono tornar, da qualche guerra fatta contro infedeli, ed aver tocco una archibogiata, onde vanno fasciati in qualche parte del corpo; e per non rubare, cercano il vitto come la fornica, che congrega dell’altrui fatiche senza seminare.
Altri dicono aver dei brevi per diverse infermità, quali bisogna portare sopra la persona segretamente, sì che mai siano nè visti, nè letti, e li vendono a buon prezzo: dentro non vi si contiene altra che cose ridicolose e furbesche da pari loro. Ad una donna, che aveva la quartana, diedero questo breve da portare al collo: madonna Giovanna dalla febbre quartana, Iddio ti dia il malanno, e la mala settimana; va al mare, e fatti incantare, che cento mila diavoli ti possin portare. Ad un’altra per l’istesso male: tre legni, una fune e una scala ti libereranno dalla febbre quartana. Ad una persona per il male degli occhi le fu dato questo breve: Demon evellas oculos tuos et sbercoribus repleant loca vacantia: cioè il diavolo ti cavi gli occhi, e ti cuopra di sterco tutto quel che hai vuoto. Ad una donna, che teneva mala pratica, temendo di non concepire, le fu dato un simil breve: Margarita; Margarita, abbi cura alla tua vita; se ’l piede entra nel stivale, questo breve non ti vale.
Vendono alcune chiavette di ferro, quali dicono esser state fatte in tempo particolare, ed esser mirabili contro il mal caduco; il che è una furberia e superstizione.
Altri danno a bere a’ compagni un certo liquore, che li fa come tramortire e dicendo, che per la povertà è bisogno del vitto e vestito, e per la gran debole sono caduti, cercano dagli astanti denari e robba per farli ritornare.
Ve ne sono molti e molti altri, quali per esser di poco momento, e per attendere alla brevità si tralasciano.
Per compimento dell’opera racconterò un caso, occorso al tempo di Sisto V, d’un solennissimo mariuolo, quale con sangue, pane, colle scaglie ed altre furfanterie si finse tutto lebbroso; e vestendo di fuori con vestimento assai onorevole, tuttavia; si lasciava veder il petto e le braccia piene di questa cosi grave infirmità: e perchè non pescava a pesci piccoli, andò a ritrovar un gran prelato, pregandolo lo volesse benedire, poichè era tanta la fede che aveva nella sua orazione e benedizione, che confidava (essendo così inspirato da Dio) di dover senza fallo ricevere la sanità. Il buon prelato ciò fece con molta carità, e pregando Iddio che lo liberasse, segnato col santo segno della croce, lo rimandò. Tornato a casa, e fatta una buona lavanda al suo finto male, e levate le finte e posticce scaglie, tutto pulito e netto, con carne bianchissima e mondissima, senza alcun segno d’infermità, comparve il giorno seguente avanti il buon prelato, e scoperto il petto e le braccia, mostrò esser risanato col suo segno di croce; e con finte lagrime lo ringraziava del ricevuto benefizio, chiamandolo Santo di Dio, ed accetto a S. D. M.; e tanto seppe far seco la mariola, che il buon prelato dando credenza al finto miracolo, finalmente presa protezione del furbo, ne ottenne una grossa pensione . Non resterò per fine di avvertire ognuno che si guardi; perchè tatto il mondo è paese, dice il proverbio, e per tutto si trovano de’ tristi Bianti e vagabondi, da’ quali, perchè non si conoscono, l’ uomo resta ingannato: onde di taluno si dice, che ha cattivo nome, e non è cosi veramente in fatti; e tale fa de’ fatti che non ha nome; e chi crediamo sia buono, è un tristo; e chi teniamo per tristo, è un uomo da bene. Però senza giudicare il prossimo, tenendo sempre buona opinione di tutti, vi guarderete da tutti, e vi fiderete di pochi. Sappia poi chi attende a queste arti furbesche di sopra raccontate, che a lungo andare sarà scoperto e gastigato, come si legge degli altri: però meglio sarà che si guadagni il vitto con suoi sudori e atti che, se non ha entrate, e viva come fanno gli uomini da bene col timor di Dio, da cui sarà provvisto tutti li suoi bisogni.
Voi che versate questo bel libretto,
Sicuri andate da ogni trama e rete
De’ bari e ghiotti; e futil che n’arete,
Lascio pensarlo a ognun ch’abbia intelletto,
Quando capiterete ad alcun tetto,
E gente strana giunta ivi vedrete,
La mente allor a questo libro arete,
Che fuori vi trarrà d’ ogni sospetto.
Qui si dichiara il zergo delli bari,
Che parlando tra lor, non sono intesi,
Come se nati fosser nella Irlanda.
Chi legge adunque, qui arà palesi
Lor detti; e quanto fanno d’ogni banda,
Noto fia ’l tutto a chi leggendo impari.
Abbruciare Anfare, arraffare
Aceto Chiar pungente, fortoso
Acqua Lenza, Tenta
Addobbar Cavazzonare, rafazzonare
Affrontare Rasa di raffrontare
Aggabbare Traversare
Agnello Pasquin peloso
Aglio Conobello
Alla meta Anaccare un sesino, far di sei
Alloggiamento Stanzonato, stanzonamento
Ambasciatore Anticrotto
Andare Balzare, scoppiare
Andarsi con Dio Comprar viole, allungar il muro
Andare storto, piano Zoppellare
Andare a messa Mascare con lo anticrotto
Andar in viaggio Remire
Andar presto Dare a lata, comprar il porco
Anello Cerchio, cerchioso
Anguilla Longa, fangosa
Anima Perpetua, devota, salsa
Anno Longanno, serpente
Appiccare Sbasire su la fune,agguinzare
Amore, Cupido Foino, raspante
Amante Bramoso
Angeli Calcagni di sant’alto
Albero Cimoso
Argento Albume, argume
Armi d’asta Ramenghi, ammartinati
Armadura Fabriana
Artigiani Marchiani
Ascolta quel ch’io dico Rebecca il contrappunto
Ascondere Andare a governo
Asino Mizzo, pirin, cavalier da basto
Attillato Cavado
Avaro Ingordo, peso
Astrologo Dragon de’palchi di sant’alto
Astrologia Compagnia, scala, chiodra
Aver fame Slanzar partigiana
Aver cosa ebe piaccia Far festa alle campane
Aver buon tempo Sguazzar pedrina
Aver impegnato Avere stretto in mano
Aver le gambe fasciate, enfiate Truccare di zambotto
Aver paura Filare, spigare
Aver primavera Aver piacere
A in contrario
Anfare, arruffare Abbruciare, cuocere
Anaccare un sesino Alla metà
Anticrotto Ambasciadore
Albume, arguiti e Argento
Andare a governo Ascondere
Agguinzare Appiccare
Astietto Banchiero
Ale Braccia
Antiporto Ciangola
Argo Cielo
Agrestare Conoscere
Aste, agreste Danari
Allungar la vita, andar in Piccardia Esser appiccato
Allungare il muro Fuggire
Allumare, agrestare Guardare
Armeggiar in amaro Lamentarsi
Aste Monete
Amore, antona Non
Antico Padre
Aronte, Artone Pane
Attaccaticci Parenti
Anguille Porri
Ancroia Regina
Alzare Rubare
Arton di calcosa Sassi
Anare Desco
Ammazzare Vendere
Allumare, aguzzare, attesticare Vedere
Arbifi, alberti Ova
Aver la fune al guindo Essere impiccato
Aver impegnato Aver stretto in mano
Aver primavera Aver piacere
Aver per il dritto Intendere
B
Bagnare Lenzare, ventare
Bagattini Smilzi
Banca Distesa
Banco di danari Berlengo
Banchiero Berlenghiero, astiero
Barba Setosa, spinosa, bosco di berlo
Barbozzo Berleffo, berlo
Barca Lisciosa
Bargello Schivo, magivo di spezie
Bastonate Masegne, ramenghi di sorbe
Bastone Trucco, ramengo d’alta foia
Becco Cervante, maronte
Bello Cavazzone, rafazzonato
Bergamasco, facchino Callastriero, calonego
Benissimo Ontamente, capodicamente
Bere Stibiare, chiarire, tirar alzana
Berrette Bacche, biffache
Bevitore Chiaristante, francioso
Bestemmiare Mochelizzare
Bicchiero Scalfo
Bidello Falcon de’ draghetti
Boccale Franzaia, terricanzano
Bollare, sigillare Far marchesco
Bologna Bolla del sale
Boia Cantaron, manega
Bordello Bronto, piatto, galvano
Borsa Foglia, tuosa, santa, scarpa
Bronzini Foini
Bocca Berlo , berleffino, bosco, bleda
Bovi Bronchi, brunesi
Braccia Ale, barbacane
Buon dì Bel specchio, bel lustro
Buon mercato Buon martino
Bottaccio Scalfo da fiore
Botte Cerchiosa
Bottega Gabbia
Berretta Bifacca , cresta, cristiana
Bianco Punta
Bosco Ramignoso
Burchio Baurum, calma, copola, cavallo
Bracche Prospere
Broze Sgrafose, sgrafante
Broda, brodo Sgualmazza, salustro
Bruciare Faromo
Brutto Faolo, lodo, lodovico
Buono Di campagna, fratengo
Burato Spolveroso
Borsello Fegatello
B in contrario
Balza, balzana Chiesa
Balzare Andare
Benino Miserello
Bescare Cavare della sacca
Bissa Coreggia
Bacchetto Coltello
Battere Componere
Bolla Città
Bianchire Coprire
Bastaso Facchino
Branchezzare Far l’amore
Bolla del duroso Ferrara
Biso, orbo Forestiero
Bramoso Amante
Berlengo Banco di denari
Bosco di berlo Barba
Basto, bastiano Giubbone
Balcare Guardare
Bacche, biffacche Berrette
Baia Innamorata
Baio, poltriero Innamorato, letto
Boschetto Legno
Breviosa Lettera
Brevioso, santocchio Libro
Bronio Lupo
Bietta Mannaja
Buio Negro
Bianchina Neve
Bruna, brunora Notte
Balchi, brunetti Occhi
Barde di moccoletto Occhiali
Balzo di Rubuino Palazzo della ragione
Boccone, grugnante Porco
Bottieri Piedi
Bavorda Pecora
Bisti, bistolfi Preti, monaci
Brocchiera P....
Bolla, città Fibbia
Bolla della santa Roma
Bolognino Fante
Bracchi Sbirri
Balza della distesa Scuola
Burrasco, formicoso Soldato
Bonaghe Sproni
Borella Testa
Bruzza Tavola
Burchiando Venendo
Buoso, chiaro Vino
C
Carne Criolfa, creatura
Catena Mora
Campagnola Lepre
Catenazzo Ficoso, stando
Cacare Tartire
Cacatojo Culattiero, tartitore
Calza Tirante
Calzini Mandolini
Camera Clocchia, bacchia
Camicia Lima
Candela Moccola, moccolosa
Canova Boschetto
Cane Bolfo, cuccio, ginaldo
Capelli Pruci, radici, piuli
Cappa Tappo, manto, scorza, s. Piero
Canto Breviante, canzonamento
Cantare Babolare, zirare
Cercare Calzare, seguzzare
Cesto Cavagno
Chiesa Balza, balzana
Chiromante Tinca, cera
Capretto Saltarino, saltante
Carte da giocare Foie , foiose, bigordine
Carta da scrivere Carnifica della lima
Carlini Pennacchi
Cardinale Rosignolo, prusoldo, capellan rosso
Carbone Nigriso
Carote Grane de sorgo
Cassia Canna nera
Cattivo Grande
Casa Cosco, lamiga
Cassa Cavoniera
Castellano Grinto
Castagne Resebole
Cavaliere, bargello Pevero
Cavallo Burchio
Carar della sacca Bescare
Correggia Bissa
Corpo Fusto, vello
Corda Funa, margherita
Correre Svignare, comprar viole
Coltello Bacchetto, martino
Componere Battere
Coralli Coriandoli
Cruciarsi Far acqua, martinare
Croce Salute
Cristo Anticrotto, primo maggio
Cristiano Fonzo
Chiave Ingegnosa
Ciangola Antiporto
Cieco Rasa di forestiero
Cielo Soprano, cosco di sant’alto, Argo
Cimice Minotte
Cinto Fegato
Cita Pedante
Città Bolla
Coda delle Teste Spassadura
Cognoscere Agrestare
Collo Guindo, gola
Coltre Indanaiata
Compagnia Chiodra, astrologia
Compagno Furbo, fonzo, guido, calcagno
Capitano Chielmiero
Coprire Bianchire
Cuocere Arruffare, anfare
Cuscino Pennoso
Cuore, anima Salsa
C in contrario
Chiar pungente, fortoso Aceto
Cavazzonare Addobbare
Conobello Aglio
Comprar viole, o il porco Andarsi con Dio, torsi via, andar presto, fuggire
Cerchio, cerchioso Anello
Cimoso Albero
Cavalier da basto, pirino Asino
Cavado Attillato
Calcagni di sant’alto Angeli
Cervante Becco
Cavazzone Bello
Capodicamente, ontamente Benissimo
Chiarire Bere
Chiaristanta Bevitore
Cataron Boia
Cerchiosa Botte
Cresta, cristiana Berretta
Chiolfa, crea, creata Carne
Culattiero, tartitore Cacatojo
Clocchia, bacchia Camera
Coschetto Canova
Cuccio Cane
Canzonamento Canto
Cavagno Cesto
Cera, tinca Chiromante
Carnifica della lima Carta da scrivere
Canna nera Cassia
Calda Taverna
Cosco, lamiga Casa
Cavoniera Cassa
Coriandoli Coralli
Chiodra Compagnia
Calcagno, furbo Compagno
Chielmiero Capitano
Cosco di sant’alto, Argo Cielo
Canzonare Dire
Canzonare in amaro Dir male
Correre la bolla Essere scopato
Calonego, callastriero Facchino, bergamasco
Cavazzonare Far bello
Coionata Fava
Corniole Formento
Carnifico, caro, carnoso Fratello
Chiodrini Frati
Cerire Frustare
Cinto Fegato
Comprar viole Fuggire
Cortigiano Furfante
Calche, colonne Gambe
Cima Ghiottone
Campagna vecchia Graziosa
Cerioli, cerulfi Guanti
Orrifica della bianchina Ghiaccio
Chiarito Imbriaco
Caricar in codognato, truccare Imbriacarsi
Camuffi, carpioni Ladri
Campagnola Lepre
Oldoso Luzzo
Cavozzo Lavezzo
Cerre, calchi dell’ale Mani
Orchioso Marito
Civetta Mascara
Chierliere, farfoje Monache
Cruda, magra Morte
Carbonata Mortadella
Cocle Noci
Calcare a ventun’ora Non aver danari
Campana Orecchie
Canzonare, cantare Parlare
Contrappunto, canzonamento Parlamento
Calchi Piedi
Casa, cavagna, casaccia Prigione
Cuchieri, cuchi, cuchielli Quattrini
Cifo, cifon, smerlo Ragazzo
Carpire, camuffare Rubare
Cruciare Rompere
Caleose, monacchie Scarpe
Corillare, smanegare Scopare
Calcanti a vent’un’ora, draghetti Scolari
Cortesia Sì
Carpio Spagnuolo
Carnifica, eara, carniera Sorella
Callastre Spalle
Coschetto delle fantasme Studio
Credo Speranza
Calda Taverna
Calcosar Terra
Chiarla, elmo Testa
Cornute Vacche
Contramaglia Villa
Contramaglio, contrario Villano
Cordovano Uomo grosso
Conca Vita
Carniera Volpe
Chiaro, chiaroso Vino
Cerchia Zucca
D
Dadi Tassi
Dare Guzzare, refondere, dollare
Dar il linguino Rebeccar con la serpentina
Denti Merli, pironi, rastrelliera
Desiderare Impegnare
Diantoni, rami Colonne
Diavolo Rabuino
Danari Aste, agreste, penne
Dire Canzonare, mascara
Dir male Canzonare in amaro
Discoprire Sbianchire
Dividere Anaccare, far di sei
Domenica Lustro del ruffo di sant’alto
Donna Losena, velame
Dormire Poltrire
Dottore Dragone, maggio d’uficio
Dottor di medicina Dragon di farda
Dottor di filosofia Dragon del re di Persia
Dottor di teologia Sbasidor di perpetua
Dottor di legge Dragon del gran soprano
Dotto Uficio
Dietro Rioppo
Ducati Lagrime di contramaglie, occhi di civetta, piaceri, pezzi
Dare la fede Rifondere l’arta
Dare un pegno Rifondere un santone
Desco Anara
Dire orazione, o in rima Santocchiare, formare
D in contrario
Dare a lata Andare presto, torsi via
Devota, perpetua Anima
Dragon de’ palchi di sant’alto Astrologo
Distesa Banca
Di campagna, fra tengo Buono
Dollare Dare
Dragone Dottore
Dragon di farda Dottor di medicina
Dragon del re di Persia Dottor di filosofia
Dragon del gran soprano Dottor di legge
Duroso Ferro
Devoti Ginocchi
Dannosa, serpentina Lingua
Dolzoso Latte
Dragonetti Notai
Diadema Padiglione
Distrigare Pettinare
Dragoncino Procuratore
Dugo di morfia Ravanello
Da Lodi Scellerato
Dragona Schiavina
Da poi che si sega il fieno Sempre
Di che spelta Di che modo
Dar la stolfa Uccellare
E
Erba Verdume
|
Essere appiccato |
Sbasire su la fune Allungar la vita Aver la fune al guindo Essere smanegato Andare in Piccardia |
Estate Fumosa
Essere scopato Correre alla bolla
E in contrario
Essere smanegato Essere impiccato
Essere accettato dalla Magra Morire
Empireo Olio
F
Facchino Calonego, bastaso, callastriero
Fame Morsa
Fanciullo Foino, pivello
Fante Bolognino
Fare Incalzare
Far bello Cavazzonare, rafazzonare
Far l’amore Bracchezzare
Far a parte Far de sei, anaccare un sesino
Far segretamente Rasa di bruna
Farina Polverosa
Fara Coionata
Fazzoletto Pavaro
Finestra Luminosa, ventosa
Fibbia, città Bolla
Ferro Duroso
Ferro da mula Mocenico
Ferrara Bolla del duroso
Filosofo Dragon del re, di Persia
Formaggio Durengo, stifello, dura vita
Forca Fu
Forestiero Orbo, biso
Formento Re di granata, corniole
Forbire Lustrare
Fratello Carnifico, carnoso, caro
Frati Chiodrini
Freddo Gianicco, far la parra
Frustare Cerire, smanegare
Fuggire Comprare il porco, o viole allungare il muro
Fuoco Ruffo, presto
Fuoco di s. Antonio Ruffo di santone
Furfante Cortigiano, guidone
Fortuna, Amona Ruspante
Fiasco Paglioso
Far fine Metter le stanghetta
F in contrario
Fabriana Armatura
Fangosa Anguilla
Far de’ sei Dividere, fare a parte
Fortoso Aceto
Foino Amore, Cupido
Francioso Bevitore
Falcon di draghetti Bidello
Franzaia Boccale
Foglia, scarpa, tuosa Borsa
Fodrino Borzacchini
Farosmo Bruciare
Faolo Brutto
Fratengo Buono
Fegatello Borsello
Ficoso Catenazzo
Foiose, foie Carte da giuocare
Fusto Corpo,
Fune Corda
Far acqua Cruciarsi
Fonzo Cristiano, compagno
Fegato Cinto
Furbo Compagno
Frappare, canzonare Dire
Formare Dire in rima
Fumosa Estate
Fu Forca
Fare la parra, giannicco Freddo
Fiadetto Gaglioffo
Far festa alle campane Aver cosa che piaccia
Filare Aver paura
Faolo, chiarito Imbriaco
Furlano Minchione
Farfoie Suore, monache
Flauto Naso
Fagiana Pancia
Formicaro Parentado
Ferrare Perdere
Fiacchi, fantasme Putti
Fiorire Rubare
Folgori, galletti d’ororsa Rutti
Faticosa, scala Astrologia
Falcone, stroppiato Servitore
Far marchesco Bollare, sigillare
Formicoso Soldato
Fegato Tasca
Fare la scarpa, far il fega tello Tor la borsa
Filippa Veste da donna
G
Gabbare Rasare, traversare, ganezzare
Gaglioffo Marietto, scarpa, fiadetto
Gambe Calche, diantoni, rami, colonne
Gatto Gazolfo, lassaro, lustro
Gentiluomo Ignorante, gonzo
Ginocchi Devoti
Giuocare Sollazzare, spillare, mangiare
Giuoco Spinto
Ghiottone Cima
Giorno Lustro, laminoso, matolfo
Gola, collo Guindo
Grosso da 21 quattrino Gielfo
Grosso Pirlo
Graziosa Campagna vecchia
Grande Marcone
Grano d’ogni sorte Staffile
Guardare, vedere Balcare, allumare, agrestare
Guanti Cerrioli, cerrulfi
Giubbone Basto, bastiano
Ghiaccio Carnifico della bianchina
Gotta Viscolosa
G in contrario
Gabbia Bottega Naso
Galvano Bordello
Ginaldo Cane
Grande Cattivo
Grane di sorge Carote
Grinto Castellano
Guindo Collo, gola
Guidone Furfante
Gazolfo Gatto
Gielfo Grosso da 21 quattrino
Giulj, carlini Pennacchi
Gassare, dollare Dare
Gaia Innamorata
Gentiluomo Ignorante
Guinzo Laccio
Grettine, cerre Mani
Gonzo Minchione, villano
Gualma, salustra Minestra
Gambero Naso
Grimaldo, grimo Padre, vecchio
Granoso Pomo granato
Gualcii Gualtrini Grisaldi |
Pidocchi |
Grugnante, boccole Porco
Galletti Peti
Galletti de ororsa Rutti
Giannicco Freddo
Giannesco Malvestito, nudo
Giubbon di Beliamo Prigione
Gramoso Pugno
Griso, grisoide Pulce
Gramignare Rapire, torre
Gaino Ribaldo
Grancire Rubare
Giron della tirosa Rotella
Guinzi Stampe
Grinta Tigna
Guigno Giudeo
Guzzare, dollare Dare
I
Ignorante Gentiluomo, gonzo, leone
Impegnare il vestito Incatenare il moscone
Imbriaco Faolo, chiarito
Imbriacarsi Truccare in cotogneto, caricare
Inchiostro Lenza di bruna
Innamorata Gaia, baia, pivetta
Innamorato Baio
Inganno Rasa
Inghistara Schioppo
Intendere Aver il dritto
Io, monello, Simona Il gobbo montagna, mia madre, monarca
I in contrario
Impegnare Desiderare
Incalzare Fare
Indanaiata Coltre
Ignorante Gentiluomo
Incatenare il moscone Impegnare il vestito
Ingegnosa Chiave
Intoppare Vestire
Intoppare il fusto Mangiare
Intopparsi Incontrarsi
Incrociare Legare
Introibo Porta
Incatenati Ragazzi de’ furbi vecchi
Imbianchire Scoprire
Il gobbo montagna Io
L
Laccio Guinzo
La cosa sta bene La rasa sta di capo il mese
Ladri Camuffi, carpioni, pescatori
Lione Possente
Lamentarsi Armeggiare in amaro
Legne Boschette, steccose
Lenzuolo Longente
Lepre Campagnola
Lettera Breviosa, mesta, ritratta
Letto Baio, poltriero, pattume
Lezione Verbosa
Libro Brevioso, santocchio
Legare Incrociare
Lingua Dannosa, serpentina, zavattina
Lupo Bronio
Lui Sua madre, luiso
Lana Moccolosa di sant'alto
Laccio Caldoso
Lavezzo Cavoso
Latte Dolzoso
L in contrario
Lenza Acqua
Lecca Anguilla
Longanno Anno
Lenzare Bagnare
Lisciosa Barca, nave
Lima Camicia
Lustro del ruffo di sant’alto Domenica
Losena, velame Donna
Lagrime di contramaglie Ducati
Laminosa, ventosa Finestra
Lustrare Forbire
Lassaro, lustro Gatto
Luminoso, lastra Giorno
Lenza di bruna Inchiostro
La rasa sta in capo del mese La cosa sta bene
Lamiga Casa
Longente Lenzuolo
Liscia Nave
Lanterne Occhi
Lampo, oleco Olio
Leonizzare Potere, possedere
Leone Possente, gentiluomo
Lenzire Pisciare
Lampanti, occhi di civetta Scudi
Lodo, lodovico Brutto
M
Mal franzese Maglia del ruspante
Mal di s. Lazzero Rasa di zambotto
Mal caduco Maglia di trabucco
Malvestito Gianneseo, sbriso
Mamma Tetta
Mangiare Intoppare il usto, morfezare
Mannaia Bietta
Mandare Raschiare
Mani Cerre, calchi dell’ale, grettine, negrose
Marito Cerchioso
Massara Civetta
Mastri di berrette Stazzonati de’ furbi
Mattina Maggiorana, migliore
Mariolo Lavorante di scarpe, pescatore
Minchione Gonzo, furlano
Minestra Gualma, salustra
Mastro di legname Zangarino
Miracolo Mariano
Modo, di che modo Spelta, di che spelta
Mondo Tondoso
Monaco, prete Bistolfo, bisto
Monache Chierliere, farfoie
Morire Sbasire, esser accettato dalla Magra
Maestrare Palizzare
Morte Cruda, Negra, Magra
Mortadella Carbonara
Monete Aste, penne, agreste
Monello Mi
Mola Marmotta, mizza
Mascherpa Puina, tenerosa
Mese Marchese
Miserello Bettino
Magro Negro
Maggiorengo, maggivo, maggio Signore
Matto, falcone Servitore
Manega Boia
Marchiani Artigiani
Magivo di spezie Bargello
Malegne Bastonate
Mandolini Calci
Manto Cappa
Margherita, funa Corda
Martino Coltello, pugnale
Mascare Dire
Mettere la stanghetta Far fine
Mi Monello
Mocenico Ferro da mula
Mizzo Asino
Mochelizzare Bestemmiare
Morfia Bocca
Mora Catena
Moccola, moccolosa Candela
Mi notte Cimice
Merli, pironi Denti
Maggio d’ufficio Dottore
Morsa Fame
Marietto Gaglioffo
Marcone Grande, ruffiano
Montagna, il gobbo, monarca, mia madre Io
Mesta Lettera
Moccolosa di sant’alto Lana
Matolfo Giorno
Maglia di raspante Mal francese
Maglia di trabucco Mal caduco
Morfezzare Mangiare
Mariano Miracolo
Marmotta, mizza Mula
Maramagno, moccoletto, moccoloso Naso
Materna Notte
Maggiorengo di tortosa Podestà
Menare, formare, spillare Perdere
Maggio Re
Maglia, bolla della santa Roma
Monacchie Scarpe
Maggiorana Signoria
Moleccare Tagliare
Martinare Far acqua
Mangiare Giocare
Marchese Mese
Mascare con lo anticrotto Andare a messa
N
Nave Ventosa, lisciosa, liscia
Naso Flauto, gambero, moccoletto, moccoloso, maramagno
Negro Buio, magro
Nettare Refazzonare
Netto Refazzonato
Neve Bianchina
No Amore, antona, niberta, niccolò
Noci Cocle
Notare Tincare
Notaio Dragonetto
Noi Nostroso, nostra- madre
Non aver danari Calcare a ventun’ora
Non udire Sonar campane
Non ugnere le mani Non olecare le cerre
Nuova cosa Piasenza
Notte Bruna, materna, brunora
Nudo, malvestito Sbriso, giannesco
N in contrario
Nigriso Carbone
Negrose Mani
Negra Morte
Niccolò, amore, niberta No
Nostroso, nostra madre Noi
Nevale Sale
O
Oca Ribeba
Occhi Balchi, brunette, lanterne, parcanti
Occhiali Barde di moccoletto
Olio Empireo, lampo, oleco
Oste Taschieroso
Osteria Taschiera
Ostessa Tascosa
Ova Arbifi, alberti
O in contrario
Ontamente Benissimo
Occhio di civetta, lampante Ducato
Officio Dottore, savio
Orbo, biso Forestiero
Osmo Uomo
Olecare le cerre Ungere le mani
Ora Veloce
P
Padre Antico, grimo, grimaldo
Palazzo della ragione Balza di Rabuino
Panada Urto in lenza
Pane Aronte, artone, arto, artibio
Pantofole Tavole
Pancia Fagiana
Parlare Canzonare, danneggiare, contare
Parlamento Contrappunto, canzonamento
Parentado Formicaro
Parenti Attaccaticci
Padiglione Diadema
Paura Spiga
Pidocchi Gualdi, grisaldi, gualtrini
Piccioni Spagnuoli
Pollami Raspanti
Podestà Maggiorengo di tortosa
Pomo granato Granoso
Porta Introibo
Possedere Leonizzare
Possente Leone
Pozzo Fondoso da lenza
Porco Boccone, grugnante
P . . . . Brocchiera
Pegno Santo
Peregrino Remidore, cappellante
Per lui Per suo uso
Perdere Ferrare, menare , sonare, spillare
Penne da scrivere Tappe di raspante
Pettinare Distrigare
Peti Galetti
Pesce Scardoso, schillo
Piacevolmente Piasenza
Piedi Bottieri, calchi, mazzi
Pecora Bavorda
Piombo Pesante
Piovere Trignare
Pisciare Lenzire
Piva Stippa
Prigione Cavagna, giobbon di Beltramo, casazza, sentina, travagliosa
Presto Di bella
Preti, monaci Bisti, bistolfi
Primavera Gaia
Procuratore Dragoncino
Putta Piva
Putti Fiacchi, sottili, pivastri, pivelli, fantasme
Pugnale Martino
Pugno Gramoso
Pulce Griso, grisoide
Porri Anguille
P in contrario
Pasquin peloso Agnello
Perpetua Anima
Puina, tenerosa Mascherpa
Pirino, mizzo Asino
Piatto Bordello
Punta Bianco
Prospero Brache
Pevere Bargello, cavaliero, birro
Pruci, priuli Capelli
Pennacchi Carlini, giulj
Pedante Cita
Pennoso Cuscino
Pironi Denti
Poltrire Dormire
Piaceri, occhi di civetta Ducati
Pivello Fanciullo
Polverosa Farina
Presto Fuoco
Perlo, burleffino Bocca
Pavaro Fazzoletto
Paglioso Fiasco
Pirlo Grosso
Palizzare Maestrare
Pesante Piombo
Pietro saltami indosso Saio
Polita Tinca
Piedi, scorze, tappe Vesti
Poltriero, pattume, bajo Letto
Q
Quattrini Cocchieri, cucchi, cacchielli
Quadragesima Secca, santocchia
Q in contrario
Quartana Settimana
Quadro Tagliaborse
R
Regina Ancroia, sale
Rubare Alzare, carpire, camuffare, fiorire, grancire, truccare in carpeggia, via
Roma Bolla , maglia della santa
Ragazzo Cifo, cifone , smerlo
Ravanello Dugo di morfia
Rapire Gramignare
Ribaldo Gaino
Ragazzi de’ furbi vecchi Incatenati
Re Maggio
Rosso Ruffoloso
Rompere Cruciare
Rotella Giron della tirosa
Rosa Rodigina
Rutti Galletti di ororsa, fulgori
R in contrario
Rasa di raffrontare Affrontare
Ramenghi, ammartinati Arme d’asta
Ramenghi d’alta foia Bastonate
Reffazzonare Addobbare, far bello, vestire, nettare
Reffazzonato Bello, netto
Remire Andare in viaggio
Rebeccare Udire
Rebecca il contrappunto Ascolta quel che io dico
Rebeccar con la serpentina Dare il linguino
Re di Cappadocia Capponi
Resebole Castagne
Refondere Dare
Rioppo Dietro
Refondere l’ arta Dare la fede
Refondere un santone Dare un pegno
Rasare de bruna Fare segretamente
Ruspante Fortuna, amore
Rasa Inganno
Ritratta, ritorta, mesta, breviosa Lettera
Rasa di zambotto Mal di s. Lazzero
Raschiare Mandare
Ribeba Oca
Rosume Orbo
Rabuino Diavolo
Remidore Pellegrino
Ruffoloso Rosso
Rasar di gironda Fare allegrezze
Rastrelliera Sega , denti
Raspanti Uccelli
Rubiconda Vergogna
Rami Colonne
Rinnovar compagna Vestirsi di nuovo
Ruffo Fuoco
Ruffo di sant’alto Sole
— di santone Fuoco di sant’ Antonio
Ramosa Spalliera
S
Saio Pietro, saltami indosso
Sale Sapienza, regina
Sassi Sbigni, artoni di calcosa
Savio Officio, sappa
Sbirri Bracchi, speciali, zàffrani, spezie , peverini
Scaldare Arrossire
Scarpe Calcose, monacchie
Scartella Santa
Scellerato Da Lodi
Schiavina Dragona
Schiena Sirocchia
Schioppo Sbasidore, deruffo, inghistara
Scoffoni Tirri
Scopare Corillare, smanegare
Scoprire Imbianchire
Scolari Calcanti a vent’un’ora
Scuola Balza delle distese
Scodelle Scanfarde
Scudi Lampanti di civetta
Secchia Tirella
Sega Rastrelliera
Servitore Matto, falcone
Sette famose Rasa di gironda
Sempre Dappoi che si sega il fieno
Sì Dortesia, Siena, sedici
Sigillare, bollare Far marchesco
Signore Maggiorengo, maggivo, maggio
Signorìa Maggiorana
Soldato Formicoso, barrasco
Sole Ruffo di sant’alto
Sorella Carnitica, cara, carniera
Spaguolo Carpio
Spalle Callastre
Spalliera Ramosa
Sproni Bonaghe
Sputacchio Smalzo de cavio
Stampe Ginzi
Stomaco Scoffano
Stroppiato, falcone Servitore
Studio Coschetto da le fantasma
Suore, monache Chierliere, furfoie
Speranza Credo
S in contrario
Stanzonato, stanzonamento Alloggiamento
Stoppiare Andare
Serpente Anno
Smilzi Bagattini
Schivo Bargello
Setosa, spinosa Barba
Sorbe Bastonate
Stibbiare Bere
Scalfo Bicchiere
Santa, scarsello Borsa
Scalfo da fiore Bottazzo
Sopra, calma Berretta
Serpentina Lingua
Sgrafante, sgrafose Broze
Sgualmazza Broda
Salustro Brodo
Spolveroso Burato
Stando, ficcoso Catenazzo
Seguzzare Cercare
Saltarino, saltante Capretto
Svignare Correre
Salute Croce
Soprano, Argo Cielo
Spazzatura Coda di veste
Salsa Cuore, anima
Sbianchire Scoprire
Spiga Paura
Sbasidor di perpetua Dottor di teologia
— del gran soprano — di legge
Santocchiare Dire orazione
Sbasire su la funa Essere appiccate
Stifello Formaggio
Smanegare Frustare
Scarpa Gaglioffo
Sollazzare, spillare Giuocare
Spinto Giuoco
Staffile Grano d’ogni sorte
Slanzare partigiana Aver fame
Sguazzar pedrina Aver buon tempo
Schioppo Inghistara
Simone Io
Santocchio Libro
Sua madre Lui
Stazzonati de’ furbi Mastri di berrette
Spelta Modo
Sbasire Morire
Sonar campane Non adire
Sbriso, giannesco Nudo, malvestito
Spiga Paura
Spigare Aver paura
Spagnuoli Piccioni
Santo Pegno
Sonare, spillare Perdere
Scardoso, schillo Pesce
Stippa Piva
Sentina Prigione
Sottili Putti
Secca, santocchiata Quadragesima
Settimana Quartana
Sale Regina
Smerlo Ragazzo
Sapienza Sale
Saltami indosso Saio
Sbigni, artoni di calcosa Sassi
Sappa Savio
Speziali, spezie Sbirri
Sirocchia Schiena
Sbasidore, deruffo Schioppo
Smanegare Scopare
Scanfarde Scodelle
Siena, sedici Sì
Smalzo de cavio Sputo
Stoffano Stomaco
Sbrutella Torta
Smaltire Vendere
Sanguinosa, rubiconda Vergogna
Scorza Veste
Scambioso Vino
T
Tagliare Moleccare, martinare, ugnere
Tagliaborse Quadro
Tasca Fegato
Taverna Calda
Tavola Bruzza
Terra Calcosa
Tigna Maglia, grinta
Tinca Polita
Testa Borella, elmo, chiurla, chiulma, calma
Tor la borsa Fare la scarpa, il fegatello
Torsi via Dare a lata
Torta Sbrutella
Torre Gramignare, grancire
T in contrario
Traversare Agabbare
Truccare di zambotto Aver le gambe enfiate
Truccare in cotognata Imbriacarsi
Truccare in carpeggia via Rubare
Trucco Bastone
Tirare l’alzana Bere
Terrazzano Boccale
Tiglioso Bottiero
Tiranti Calze
Tartitore, culattiero Cacatoio
Tartire Cacare
Tinca Chiromante
Tassi Dadi
Taschiera Osteria
Taschieroso Oste
Tascosa Ostessa
Tondoso Mondo
Tondoso da lenza Pozzo
Tincare Notare
Tavole Pantofole
Tenerosa, puina Mascherpa
Tappe di raspante Penne da scrivere
Trignare Piovere
Travagliosa Prigione
Tirosa Rotella
Tirri Scoffoni
Tirella Secchia
Tappe Vesti
Tetta Mamma
Traboccare Urtare
Turlante Uso
Traboccatore di trabucco Zoppo
U
Udire Rebeccare
Uomo Osmo
Uomo grosso Cordovano
Uso Tarlante
Urtare Traboccare
Uccelli Raspanti
Uccellare Dare la stolfa
Ufficio Dotto
Urto Pane
Urto in lenza Panada
Urto in chiaro Zappa
Ungere le mani Olecare le terre
V
Vacche Cornute
Vecchio Grimo, Grimaldo
Vedere Allumare , aguzzare, attincare, agreatare
Vendere Ammazzare, smaltire
Venendo Burchiando
Vergogna Rubiconda, sanguinosa
Vestire Intoppare, refazzonare
Vestirsi di nuoto Rinnovar campagna
Vesti Piedi, scorze, tappe
Veste da donna Filippa
Villa Contramaglia
Villano Contramaglio, gonzo, contrario, malcone
Vita Conca
Vino Buoso, chiaro, scambioso,
Viso Berlo, berleffo
Volpe Carniera
V in contrario
Velo Corpo
Veloce Ora
Ventare Bagnare
Ventosa Finestra
Ventosa, lisciosa Nave
Verbosa Lezione
Verdume Erba
Viscolosa Gotta
Vostriso non m’oleca le cerre Non m’ungi le mani
Z
Zoccoli Zampanti
Zoppo Traboccatore di trabucco
Zucca Cerchia
Zappa Urto in chiaro
Z in contrario
Zarattina Lingua
Zangarino Mastro di legname
Zaffi Sbirri
Zampanti Zoccoli
Zergo Furbesco
Zirare Cantare
Zoppellare Andar storto, andar piano
NOMI DE’ MESI
Mese di Gennaio Marchese del lenzoso
Mese di Febbraio Marchese del scaglioso
Mese di Marzo Marchese del cervante
Mese di Aprile Marchese del cornuto
Mese di Maggio Marchese del carnese
Mese di Giugno Marchese del roverso
Mese di Luglio Marchese del possente
Mese di Agosto Marchese dalle cerchiose
Mese di Settembre , Marchese della giusta
Mese di Ottobre « Marchese del tossegoso
Mese di Novembre Marchese del frizzante
Mese di Dicembre Marchese del ben nasuto, e coda di drago
NOMI DE’ GIORNI
Domenica Lustro del ruffo di sant’alto
Lunedì Lustro della moccolosa
Martedì Lustro del formicoso
Mercoledì Lustro del truccante
Giovedì Lustro dell’anticrotto
Venerdì Lustro della maggiorana de’ pivastri
Sabato Lustro del grimo
STANZA
Chi vuol far l’arte del buon calcagnante,
Attenda, che monel ti farà cima
Vostriso, il tappo, annelle, e letirante,
Il basto lodo e gualdi nella lima
Se tu vuoi aste, e morficar ruspante,
Rifonde il Talian a qualche lima:
Sul burchio truccasi per la calcosa,
E avrai sempre sgonfiata la sfoiosa.
Fo dai dragon de’ furbi il contrappunto
Trovato sol per canzonar tra loro,
Quando truccati sono a estremo punto.
Come sarebbe, se pescato poro
L’un dei muchi attencasse, che il pescato
Alluma, come a carpi ito è il tesoro.
Ed altra maria, che gli è palato,
Mascasse furbo che compri vïole,
Acciò da l’osmo non fosse accerrato.
Ne danneggia il calcagno come suole,
Che sarebbe di subito sbianchito,
Se rebeccate fusser le parole.
Col contrappunto ancor prende partito
L’Apostolo, che in cerra avea l’agresta,
Ed è su ’l bello dal schivo assalito.
Onde l’altro calcagno, che la sesta
Lanternava, canzona toglie a dire,
E così toglie, o dal camuffo resta.
O come i furbi si senton sbasire
Se allumano lo schivo, o i zaffarani,
Che gli fan nelle prospere tartire.
Per le calcose calcheggian lontani,
Chi di rioppo, trucca e chi davanti,
E chi danneggia coi ginaldi alani.
Come se la gaviera a gli ruspanti
Si rifondesse, onde le poverelle
Volasser per lo roseo in tutti canti.
O come le sbaside bavordelle,
Che se talora il bronio abalcaranno,
Nel raffo truccherà con la lor pelle.
Bel contrappunto miracol faranno
I furbi in vero; ed è di cotal forza,
Che in mille modi ti canzoneranno.
Per non esser sbianchito ogn’uom si forza,
Onde canzonaremo in saio o cappa,
Il tappo, il manto, il san Piero, la scorza.
L’un e l’altro dirà: la scorza acchiappa;
E se la scorza è bianca, ed egli a casa
Con il sanpiero ti canzona, o frappa.
E così carpïon truccan di rasa;
E acciò la rasa sia di bruna, e tenga
Il contrappunto, si muta e travasa.
O di Simon carnifica fratenga,
Di questo tuffo di sant’alto abbalchi,
Spiga più di campagna, o maggiorenga.
Se agrestasse vostriso come i balchi,
Tutto quel che nel fusto a gli osmi stanza,
Non è chi contra voi movesse i calchi.
Tal contrappunto non vi dà baldanza;
Che se grancite il cuore alle persone,
Vi rifondono insieme quel ch’avanza.
Non vi convien mutar zergo o sermone,
Anzi carditi, e fate che i carpiti
Stanzano di Beltramo nel giubbone.
Tassare gli suriani ed olmi arditi,
Lanternisi per voi col guinzo al guindo.
Senza unghie, senza cuor tutti sbasiti.
Poi dolcetto ramifica, s’io rido,
Quando il calmon de’ furbi richiedete,
E contra di morea alzate il grido.
E perchè senza furbi voi potrete
Rifondere e carpir solo col berlo,
Non d’altro zergo alcun bisogno avete.
Pur poi ch’ancor desiate di vederlo,
Tutto refuso in queste breviose
Di propria cerra mia potrete averlo.
Dove, ch’abalcarete quante cose
Canzono mai vergara e pevanello,
Cavazzoni, dragon, marie fumose.
Refondere anche vi volea con quello,
Per dimostrarvi che ’l nostro è migliore,
L’amore voi perpetua di monello.
Nè si ritrova, perchè tratto fuore
Di me l’avete, e col carnier istesso
Ira sete di ponte levatore.
Ma perdono a vostriso il duro eccesso,
Tanto che indrieto più non la terrei,
Pur che Falcona, ella vi stanzi appresso,
Fin che la Magra truccarà per lei.
SONETTO
Trucca calcagno per quella calcosa
Che l’intaglia ’l Santon delle Ferrante,
Ove un Pietro fratengo e le tirante
Son refondate dalla laminosa.
Porta l’astrologia e la moccosa;
E perchè queste specie del chiamante
Son ganni balza destro con le piante,
Che non stoppiamo nella travagliosa.
Simon truccarai nante a farti avviso.
Con rasa di marmotta e trabuccone,
E si anderà di rasa di galetto.
Subito compri il corpo allor vostriso,
Che le specie verran per lo giubbone;
Ma guardi non sbasir l’urlo ’l bacchetto.
SONETTO
Felice vita da un guidon fratengo,
Che col scalfo del fiore, e col bacchetto
Da far in calca a gli osmi il figadetto
Trucca stancando con il suo ramengo.
E se talor morfezza urto, o dorengo,
Ove poltrisce in qualche vil coschetto,
Intappato d’ alcun grimo lunghetto,
Del tondoso si tien il maggiorengo.
E alla bolla del carro, o della santa
Del tamiso del sale da balcando,
Vivendo alle callaatre de’ contrari.
E se ’llustra carpisse qualche santa,
La bruna e la taschiera va spillando,
Ove si stibia di fratenghi chiari.
E con suoi gesti cari
A qualche gonzo dalla madre in tanto
Che ’l calcagno col pietro rucca il pianto;
E così in ogni canto
Alza la bolla ai gualdi o a le morfisse,
E malcon su le fune alfin sbasisse.
SONETTO
Se ’l maggio de’ bistolfi se talato
Calca gaiosa la bolla dell’Ef,
Perchè i magivi della lanza in bef,
Truccava al mio bisoldo stazzonato.
Ma come itron dal pianto se l’usato.
Tutti si son calcati in muso alef.
E ’l maggiorana al contro del berlef
Con spige gli l’avrà refazzonato.
Chè di campagna il masco cavo porta
Come i carpentra l’erta trucca via,
Per geminar il giorno con la scorta .
E se non l’usa ’l canto in guinteria,
El bisto maggio sona la diorta,
Sguardando coi siffalchi per la sorta;
E sgreziando via
Tutte le bolle i tron che ’l bisto incalza,
Piantando il Ludovico per la Marca.
SONETTO
Che più onta, o più cavazzon stato
Di quel d’un furbo, o di quella famosa
Che sorte più d’un capo, o più fumosa
Di che ’l buon Guid’Antonio è danneggiato?
Se ’l non fosse che l’osmo esser cerrato
Spiga, sempre se sbigna o fa altra cosa,
Di non tartire nella travagliosa
E il catarron aver rioppo, o a lato.
Ma attendi se pel dritto aver vuoi l’arte,
E sbalzar netto, fa che sii pivastro
Atto a comprar e remigar di bella.
Dimostrati sbasito in ogni parte,
E a calchi però sano avrai l’impiastro
Della perpetua d’una bavordella.
La rasa sia più bella
Della verdume, e del ruffo a rosata
Che cruccia fin a l’osso la cenata.
Potrai alla giornata
Con lenza rodigina a quel proposto
Bianchirla sì, che non si fa tantosto;
E traboccando accosto
Li coschi di più rase fagaviero
Di biso, coppo ... forestiero.
E se avrai buon sanpiero,
Di vasco te n’ andrai, non di zambotto,
Nè di falcone o di fiabante dotto.
Così tra gonzi indotto
Farai la scarpa si, che se attencato
Ben fossi, non diran che sii quel stato,
Fa ch’abbi un guindo a lato,
A cui rifondi il pescato, e il bacchetto,
Quasi avrai fatto a gli osmi il figadetto;
Acciò se ’l schivo stretto
Attraversasse l’ale con tortosa,
Condotto al maggio della travagliosa,
Non si trovi sfogliosa,
Nè ancor Martin; che se fosse attencato,
In pianto di vostra oda il tatto è andato.
Se non sarai trovato,
La bruna poi lo tuo stanzonamento
Con il cagnante anaccarai l’argento;
E sia il tuo alloggiamento
Un gran cagnardo, una taschiera il pianto,
Col tuo pattume nel più strano canto;
Nè ti curar in tanto;
Nè sia de piva rasa o tenerosa,
Morfeza pur il lustro in la calcosa .
Farai Maria pietosa :
Se attenchi un qualche Pietro in questa tana,
Cerca aiutarlo innanzi in carpeggiana.
Nè più d’una quartana
Stanzi tua madre o in questa bolla, o in quella,
Ch’ a lungo andar la rasa si zoppella;
Nè questa sarà fella;
Che quando il ruffo incalzar l’osmo in bolle,
Al contramaglio andar per cornïole;
E canzonando folle,
Alli contrari masca pel santone ;
Quel che alzar tu non puoi, fa che tu done.
Anche le foie son buone
Refuse tra la lima ed il bestiano.
Da traversar li gonzi in modo strano .
Il tuo falcone altano,
Di rioppo al calcagno canta in zergo,
Gran fasto, pomo, burchio, e maggior tergo
E parrà dir da scherzo,
Danneggiando remenghi amartinara,
Vin chiaro, e dogo in baldo e lenza chiara.
Farà canzone amara
Il gonzo, e tu dalla al tascheroso
Per morfezzar l’albume abbi refoso,
Se un troppo doloroso
Ti trova indosso la buona stagione,
Incatenato al guigno sia ’l moscone.
Ma il lustro del Santone,
Che trucca della giusta nel marchese,
Tornando a lui refonderai le spese.
Queste son onte imprese;
Ma seco astrologia trucchi di bruna:
Avrai di corto al guindo un po’ di funa.
FINE
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