Anonimo

Trattato dei Bianti

ovver pitocchi, e vagabondi

Edizione di riferimento:

Trattato dei Bianti, ovver pitocchi, e vagabondi, col modo d’imparare la lingua furbesca Italia coi caratteri di F. Didot MDCCCXXVIII.

Trattato dei Bianti

ovver pitocchi, e vagabondi

col modo d’imparare la lingua furbesca

Italia

coi caratteri di F. Didot

MDCCCXXVIII.

Ai lettori

Si sono viste in diversi tempi varie sorte di persone dotte e scienziate, lasciato la propria patria, ed abbandonato i parenti, andar girando e discorrendo per diversi paesi, città e provincie del mondo per veder con i proprj occhi nuove genti, abiti strani, varj riti, barbari costumi, e sentir diverse lingue; per imparar a proprie spese, con incomodi, fatiche, e vigilie, non senza lor grande utilità il bene ed onesto vivere; a fuggir gli errori, apprender le virtù e buoni costumi, levando le rose dalle spine, il miele dal favo, ed il prezioso vino dalla feccia de’ comune errori. Così io, ma più diversamente, avendo per diversi affari affari girato il mondo; visto e considerato, fra gli altri, la natura, arte e costumi di quelli che noi chiamiamo Bianti, ovver Pitocchi e Vagabondi, con i quali poco vale la speculativa, essendo in loro maggiore la pratica; mi son posto per diporto ne’ gran caldi dell’estate di quest’anno a scriver di loro, per avvertire i lettori a guardarsi dalle loro sottili e finissime arti e malizie, con le quali vanno ingannando i semplici e trappolando le ignoranti persone;chè non ad altro fine ho composto questa Operetta; quale se bene non sarà degna d’orecchie purgate ed avvezze a a sentir cose alte e pellegrine; pur tuttavia potrà servire almeno una sera dell’inverno per trattenimento appresso il fuoco, per corrispondere ai maggiori calori dell’estate in cui fu composta.

TRATTATO DE’ BIANTI

Dell’origine de Bianti Pitocchi, Ceretani, o Vagabondi.

Bianti sono detti da Biante prieneo, filosofo, primo inventore, secondo alcuni, dell’arte d’andar vagando e girando per il mondo all’altrui spese. Altri li chiamarono Ceretani, dalle cerimonie de’ sacerdoti della Dea Cerere, da cui han tratto l’origine. Questi, dicono alcuni scrittori, che in una sedizione essendo stati scacciati di Roma da’ sacerdoti maggiori, si ritornarono nell’Umbria in un luogo rilevato e di natura forte, non troppo discosto dal fiume Nera, ove edificorno un castello circondato di forti muraglie, per poter resistere (quando facesse bisogno) agl’improvvisi assalti degl’inimici, e lo chiamarono Cereto. Quivi esercitarono il sacerdozio e cerimonie, che erano soliti usare in Roma in onore de’ falsi Dei. E perchè col tempo mancò loro l’incenso e le vittime per sacrificare, e conseguentemente da poter vivere, il maggior sacerdote di questa religione distribuì i minori sacerdoti in varie parti del mondo, quali con parole fallaci e con inganni si fecero conoscere per falsi sacerdoti di Gentili, e furono nominati Ceretani dal luogo di ove partirono. Altri, negando aver avuto tale origine, dissero che in luoghi ameni e fruttiferi del territorio di Camerino già abitava gran moltitudine di uomini Gentili, li cui figliuoli cresciuti in gran numero, fuggendo la disciplina e obbedienza de’ loro padri, e temendo del castigo, abbandonando il luogo, si ritirorno ad abitare in Cereto, da cui furono denominati. E perchè traevano l’origine da’ sacerdoti, a cui s’ apparteneva insegnare il culto de’ lor falsi Dei; ancorchè dopo avessero appreso la vera fede di Cristo; nondimeno la natura avendoli arricchiti d’una loquacità grande, quale anco oggi mostrano, non posso io negare la loro discendenza, facendosi vedere in luogbi pubblici a discorrere di diverse cose .

Delle varie specie di Bianti, ovvero Pitocchi, Vagabondi o Ceretani

Essendo dopo in Cereto cresciuto in gran numero sto popolo, il lor gran Padre, sacerdote di Cerere, acciò tra tanta gente non nascesse confusione, li divise secondo li loro varj ingegni in diverse specie e sette, delle quali tutte è impossibile saper i nomi. Solo mi contenterò di nominarne alcune particolari, che ora si trovano; e sono queste esplicate nei capitoli seguenti .

Nomi di tutte le sorti di Vagabondi, ovver Pitocchi, che girano il mondo.

1 Beanti

2 Felsi

3 Affiati

4 Falsi Bordoni

5 Accattoni

6 Affarfanti

7. Accapponi

8. Allacrimanti

9. Ascioni

10 Accadenti

11 Cagnabaldi

12. Mutuatori

13 Attremanti

14 Ammiranti

15 Acconii

16 Attarantati

17 Appezzenti

18 Cocchini

19 Spetrini

20 Iucchi

21 Falpatori

22 Affannati

23 Allampadari

24 Reliquiarii

25 Paoliani

26 Allacerbianti

27 Calcidarii

28 Latori

29 Crociarii

30 Comparisanti

31 Affamiglioli

32 Vergognosi

33 Morghigeri

34 Testatori

 

 

Di queste varie sorti intendo parlare; protestandomi che ciò intendo con riservo degli uomini e persone onorate, rare e da bene; le quali, per povertà e per sovvenire abbisogni loro, chiedono elemosine puramente per amor di Dio, senza narrazione di favole o bugie, come sogliono fare quei tali, di cui al presente scriviamo. Nè meno intendo di ritirare alcuno dal fare elemosine a’ poveri; anzi voglio esortare tutti a farle, per che l’elemosina non si ha a fare a’ tristi ed infingardi, ma a Dio, in nome del quale è chiesta; sperando sempre nel punto della morte e nel giorno del giudizio di ricever il premio, etiam di una goccia d’acqua data per amor suo e de’ Santi suoi, e particolarmente a’ buoni e devoti religiosi.

CAPITOLO I.

De’ Bianti

Bianti, o pitocchi, così detti da beare, promettendosi tra di loro la beatitudine in questo mondo, con questo infame modo di cercare il vitto e arricchirsi. Questi falsificano e portano seco Bolle de’ Pontefici, o de’ prelati, o luoghi pii, e dilatano le fimbrie e le lor suntuarie, cioè l’indulgenze, molto ampiamente; promettendo non solo dal Purgatorio, ma anco dall’Inferno a dispetto del demonio poter levare le anime dannate, e assolver di colpa e di pena ogni gran peccatore, ancorchè non possano. Di questi racconterò un esempio solo.

Un certo ser Gabrielle Prato, circa l’anno 1457, al tempo che Calisto III, sommo Pontefice, pose nel catalogo de’ Santi ... Confessore ..., essendo andato con molti compagni o in santuario, o Bianteria, nell’isola di Sicilia, predicava li miracoli, e vestendo molti dell’abito di esso Santo, vendeva e commutava anche certe sue orazioni, quali affermava esser di esso Santo, in tanti denari. Essendo un giorno in viaggio per venire ad una città marittima, ed intendendo che in quella non vi era panno bianco, lasciò i compagni nella città più vicina ad essa, ordinandoli che fra tanto tempo dovessero travestiti da mercanti venirsene nel luogo ove egli andava, portando seco molte pezze di panno bianco. Tra tanto entrato Gabrielle nella città, incominciò a proporre nuovi ed inauditi miracoli di questo Santo: ed avendo predicato due giorni, e convertiti gli animi di molti a prender tal abito, nè trovandosi panno di tal sorte, comandò che per due giorni e due notti si pregasse Iddio, e S... acciò sovvenisse a’ suoi devoti. Il che fatto, arrivò il vascello in porto con i falsi mercanti compagni di Gabrielle, che portavan gran quantità di panno bianco; dando voce che per rivelazione di S... e di suo ordine l’avevano portato. Ciò vedendo non solo quelli della città, ma anco i popoli vicini, accesi d’un santo zelo di devozione si vestiron di detto abito, e furono tanti, che eccedette il numero di 15 mila persone, e il panno portato per tanti fu poco. Onde acquistò Gabrielle tanta autorità e fede, che di elemosine e di guadagno fatto in questa sua infame mercanzia si partì da quel’Isola carico d’oro e d’argento, e se ne venne a Napoli con i compagni, ove sguazzava a costo d’altri, mangiando in piatti e vasi d’argento, vestendo alla grande e alla nobile. Questo fatto essendo pervenuto all’orecchie del Duca di Sessa, uomo accorto e di gran giudizio; desideroso di farli una solennissima burla, e vendicare l’oltraggio fatto a Dio (da cui era inspirato) e a’ suoi Santi, ordinò ad alcuni suoi servi che si trattenessero ad un passo vicino a Tiano, acciò passando questi Bianti, sì come egli intendeva, di corto, li persuadessero ad andare insino dal Duca, che aveva gran bisogno di loro. Dopo pochi giorni, essendo quivi pervenuti, e incontratisi con i ministri del Duca, furono pregati con affettuose parole ad andare dal lor signore, acciò volessero con l’autorità a lor concessa dispensarlo d’alcuni gravi eccessi, promettendoli in suo nome gran premio, li Bianti, accesi dal desiderio del guadagno, non pensando più oltre, con ogni prestezza si trasferirono a Sessa. Il Duca sagacissimo, intesa la lor venuta, si pose in una camera che aveva le finestre socchiuse, e introdotti alla sua audienza; egli con volto malinconico, con lingua balbuziente, con la testa chinata e mani tremanti, fingendo per la debolezza non poter reggersi in piedi, appoggiato ad un bastone, mostrando gran simplicità e stolidezza, ancor che fosse savissimo, con parole tronche, sì che a pena fu inteso, esplicò il suo desiderio, cioè che voleva esser dispensato da loro e assoluto da un grave peccato. I Bianti, guardandosi insieme, incominciarono a parlare in lor linguaggio furbesco alla presenza del Duca ed altri astanti, in modo che non erano intesi, e considerato la dappocaggine e sciocchezza del Duca, pensarono fare un gran guadagno. Il Duca prima aveva instrutto un suo dottore, acciò avanti la sua presenza chiedesse e leggesse la bolla e privilegio di quei Bianti, e lettala la laudasse con non poche parole, e dicesse che niuno dalla Corte romana era uscito con tanta autorità come loro, e che li era data facoltà d’assolvere non solo da’ peccati fatti, ma anco da quelli da farsi: e così letta e laudata con infinite parole dal dottore questa lor bolla, offerì il Duca darli dugento scudi, pur che pietosamente l’avessero dispensato da un grave peccato non ancor fatto. Ciò inteso da’ Bianti, risposero di voler consigliarsi insieme, e vedere e considerare diligentemente se si estendeva tanto oltre la loro facoltà; alle quali parole mostrò quietarsi il Daca, e gli licenziò, facendoli alloggiare nel proprio palazzo con i lor servi e cavalli e carriaggi, e provveder sontuosamente d’ogni cosa necessaria. Fecero la notte consiglio questi gran satrapi, e finalmente conclusero che il Duca era il più pazzo uomo che si trovasse, e il dottor che aveva letto le lor Bolle, il maggior pesco d’asino e il maggior bufalo del mondo; poichè aveva asserito ch’eglino potessero assolvere anco da’ peccati non fatti: e così determinorno di pigliare i dugento scudi, e assolverlo del peccato da farsi. Passata la notte e venuto il giorno, il Duca di nuovo li fece chiamare, e gli interrogò che cosa avessero pensato de’ fatti suoi. Risposero all’ora i Bianti d’aver diligentemente considerato l’institutioni sopra le facoltà dateli, e che potevano concedergli che fusse assoluto dal peccato da farsi; e così fatta la patente della dispensa, da loro chiamata bistuccia, riceverono dalle proprie mani del Duca i dugento scudi, e dopo pranzo con grande applauso e allegrezza uscirono di Sessa. Ma pervenuti ad un stretto passo non troppo distante da quella città, furono circondati da’ ministri del Duca, e spogliati dell’oro, argento, cavalli, carriaggi, e di quanta ricchezza avevano, ed invece di essa riceverono tante bastonate che glie ne avanzarono per un gran tempo; e intendendo ciò esser stato fatto per ordine del Duca, così mal condotti e rovinati ritornando a Sessa, con molte lagrime si dolsero seco d’aver ricevuto tanto danno per sì gran benefizio fattoli. A prima faccia il Duca mostrò non esser consapevole di questo fatto; onde fatti chiamare gli ministri alla sua presenza, li ricercò con che ordine e per commissione di cui ciò fatto avessero; e rispondendo loro, che Sua Eccellenza aveva ciò comandato; dopo l’aver per un poco taciuto il Duca, finalmente confessò che ciò era vero. Allora i Bianti più che mai si  condolsero seco di aver ricevuto un tal guiderdone, e si sforzarono di persuaderlo a sgravare la sua coscienza di tanto gran danno fattoli; e che volesse restituirli il tolto. Allora il Duca li disse: andate fratelli, che questo è quel peccato che tanto tempo ho desiderato di fare. Io con l’autarità da voi concessami mi farò assolvere, e voi sarete liberi dal peso di tante cose, e sicuri anderete a Cereto, senza pericolo d’esser più spogliati. E così i Bianti furono Biati, e non Beati, e castigati, se bene non quanto meritavano, per l’oltraggio fatto a’ Santi, onde ben dice il proverbio :

Scherza co’ fanti, e lascia stare i Santi.

CAPITOLO II.

DE’ FELSI

Felsi, son detti dalla falsità, quasi falsi; ma mutano una lettera per indurre oscurità nel nome e coprire la sua bruttezza. Questi mostrano voler andare per una strada, e seguir i lor viaggi; ma dopo attraversando, tornano indietro per l’interesse del guadagno. Si fingono pieni di spirito divino, essendo ripieni di spirito diabolico, e a guisa de’ profeti saper predire le cose future: e perchè sono assai maliziosi, dalle cose passate, come felicità e infortuni, fan conseguenza delle cose future. Con questi e simili mezzi si fanno strada per ingannare suocere e nuore; sapendo che fra di loro poche volte suol esser pace. Fingono, esser nascosti nelle case dei tesori, custoditi da’ maligni spiriti da loro conosciuti, e che non si possono scacciare se non col mezzo de’ sacrifici e orazioni e digiuni de’ suoi compagni; altrimenti si anderebbe a gran pericolo di perder la vita: dando ad intendere, che questi possono infinitamente appresso Iddio, e che più volte hanno liberato il genere umano da gran calamità e pericoli.

Un tale Giovanni di questa setta de’ Felsi, andando una volta verso Siena, e passando per il contado di Perugia, pervenuto al castello detto Panicale, incontratosi in una donna di qualche età, le disse: Iddio ti salvi, donna, e ti doni miglior fortuna di quei che hai avuto sin ora; so che hai sopportato molti travagli; e ciò detto, seguì il suo viaggio. La donna, sentendosi questa pulce saltare nell’orecchie, desiderosa di saper le cose future, deposto il vaso pieno d’acqua che portava in testa, seguì il Febo, ricercandolo che in carità le dicesse, che cosa dovesse avvenir di lei: quale avendo finto con molte parole di voler perseguire il suo viaggio, che era molto discosto e per cose molto importanti; finalmente le ordinò, che andasse in una casa, dove si faceva la bettola, o vero osteriola dentro al castello; che quivi l’averebbe aspettata, e le averebbe detto molte cose. La donna, tornata subito a casa, si caricò d’ova, cacio, vino ed altre cose che considerava esser necessarie al falso profeta, e con veloce passo da lui se ne andò, offerendoli quel che portava, pregandolo che se sapeva cosa alcuna che avvenir le dovesse, si compiacesse di rivelargliela. L’astuto Felso, ricercando prima la donna di molte cose passate, e che famiglia avesse in casa, dopo l’aver inteso che aveva un suo unico figliuolo ammogliato, così le disse: guai a te, misera, guai a te! il tuo figliuolo da molti anni in qua non ti tiene per madre, ma in luogo di schiava e di serva comprata per vilissimo prezzo; e ciò li persuade la sua moglie, quale è sedotta da una sua vicina, che ti odia mortalmente. Allora la donna, rivolgendo nell’animo molte cose, e andandole il cervello in mille parti, incominciò a dire: tutto questo..., e volendo seguire: è vero; fu interrotta da Giovanni, con dire: taci, di grazia, e lasciami parlare, e ascoltami attentamente. Quietata la donna con mandar fuori uno gran sospiro, seguì il Felso il suo ragionamento, dicendo: questa vicina ciò; non fa da sè, ma è un spirito di un defunto della casa tua, che ciò la spinge a fare non per altra ragione, se non perchè tu ti sei scordata di far bene per quell’anima; onde, se vuoi esser liberata da tali molestie e travagli, ti bisogna mandare uno scudo ad un eremita del nostro romitorio, acciò faccia orazione co’ compagni che seco stanno, e dicano messe per quell’anima, che senza dubbio sarà liberata. Con questa invenzione adunque si procurò Giovanni il vitto, e più danari da quella donna che non chiedeva. In altro tempo un certo Pasquale, uomo segnalato e principale in quest’arte, travestito da romito passò per Terni: ed essendo entrato in una piccola osteria, e intendendo ragionare di un certo Jacovello, uomo semplicissimo e molto ignorante, ma che aveva gran quantità di denari secchi nella cassa, e spesso capitava in quell’osteria; servendosi dell’occasione, ogni giorno andava quivi fingendo passare per altri negozj; e con belle, ma finte parole, prese amicizia stretta con Jacovello, e tanto seppe dire e fare, che finalmente volse tenere al battesimo un suo figliuolo, e li divenne compare. Con questa scusa di comparatico, passando per Terni, spesso l’andava a visitare a casa. Un giorno tra gli altri, e fu nel mese d’Aprile, chiamato da parte Jacovello, disse volerli rivelare un gran segreto; ed era questo, cioè che nella casa di esso Jacovello vi era nascosto un gran tesoro d’oro e d’argento, e si offeriva a farglielo sapere e rivelare dalla testa d’un morto qual si trovava nel suo romitorio, sì come ad esso rivelato aveva. Jacovello, quando intese che una capocchia di morto parlava e rivelava i secreti, restò tutto stordito ed oltre modo fuor di sè, e disse che ciò desiderava intendere e sapere quanto prima. Pasquale di fatto lo condusse alla sua abitazione, e preso una testa di morto, scoperta dal velo in cui l’aveva involta, la pose sopra del tavolino nel sito ove era un foro, per il quale passava una canna forata a guisa di cerbottana, corrispondente nella sotterranea cella e postosi in ginocchioni, fece appresso di sè porre anche Jacovello; ed avendo finito Pasquale di far orazione, interrogò la testa in che luogo della casa di Jacovello stesse il tesoro, e come si potesse cavare. Rispose la capocchia, per mezzo del compagno che nella cerbottana della sotterranea cella parlava, che era nella destra parte: ma non si sarebbe cavato, se prima per tre giorni non vi si posava sopra quattro libbre d’oro. Il che sentito da Jacovello, ripieno di maraviglia disse: io non ho altro, che trecento scudi d’oro, che sono circa tre libbre, quali metteremo in una pignatta nova, e la soprapporremo al tesoro, secondo che dice questa maravigliosa capocchia. Ed essendo stato risposto, che questi anco bastavano, si partirono con animo di far l’effetto. Il falso Pasquale, buona pratica aveva nella casa di Jacovello: considerato, che pignatta fosse quella di cui si voleva servire, ne comprò una simile, ed empiutala di arena, la chiuse; e andatosene poscia a casa di Jacovello, empì con esso la pignatta del denaro, e la chiuse nell’istesso modo della sua. Dopo scesi nella cantina, Pasquale prese la pignatta dalle mani di Jacovello, per porla sopra il tesoro; ma in quel cambio con destrezza vi pose la sua piena d’arena, ascondendo sotto il mantello nella bisaccia la pignatta d’oro di Jacovello: quale vedendo la pignatta, non pensò più oltre alla malizia del falso compare. Usciti dalla cantina, e quella riserrata, restorno ambedue contenti; Pasquale per l’oro trovato, anzi rubato; e Jacovello per la speranza del tesoro da ritrovarsi, in modo che non capiva nella pelle per l’allegrezza. Il terzo giorno aspetta Pasquale che venga  e’ non viene, che era andato a far la Pasqua altrove: si fa notte, e Pasquale non comparisce: indugia alla mattina, e Pasquale non si vedeva, nè ritornava, nè era più di ritorno, che era il peggio. Finalmente, vinto dal tedio, scese in cantina, e aprendo la pignatta, trovò li suoi scudi convertiti in arena, per altra arte che diabolica; onde si restò con danno e dolor tale della perdita fatta, che se n’ebbe a morire, biastemiando sempre Pasquale, li compari, li tesori, e la sua mala fortuna. Ogn’uno dunque apra ben gli occhi, e guardi con chi tratta, e non creda così facilmente alle belle parole, se non vuole restare ingannato.

CAPITOLO III.

DELLI AFFRATI

Affrati, cioè falsi frati, persone che sotto abito mentito religioso, or bianco, or bigio, or tanè, or nero, ed a guisa di preti, e simili, fanno mille indignità, onde talora vengono incolpati li boni e veri religiosi. Questi, ancorchè non siano mai stati ordinati, nè anche agli ordini minori, tuttavolta hanno ardire di dir la s. messa; e, se li riesce, dicono che è la prima, solo per il guadagno delle offerte ed elemosine che si fanno: de’ quali non pochi anco a’ nostri tempi severamente sono stati castigati dalla santa Inquisizione. Ascoltano le confessioni ed assolvono da qualsivoglia peccato, con gran detrimento delle povere anime, ed utilità delle proprie borse, imponendo penitenze d’elemosine e messe da farsi dire ne’ loro romitori. Predicano che li fratelli della loro compagnia sono di gran santità, e le loro orazioni accette a Dio, e che molti corpi de’ Santi riposano nel loro romitorio ed oratorio; quale ha bisogno di grande aiuto ed elemosine, sì per la fabbrica di esso, come per gli Jaccatelli esposti nel loro ospitale, detto di Veluto. Questi Jaccatelli crede il volgo balordo, che siano poveri infermi, ma sono sassi da’ loro gettati in una valle detta di Veluto, coprendo sotto questo colore la falsità, siccome sotto abito finto d’eremita infinite scelleraggini: non si vergognano di dire, che il loro monastero (quale mai viddero, nè introrno) sia privilegiato di molte indulgenze de’ sommi Pontefici. Questi per mostrar di esser santi, prendono pani caldi usciti allora dal forno, e li pongono in un vaso pieno di vino rosso, e quando sono imbevuti di esso, li seccano al sole: di questo pane son sempre provviste le loro sacche. Arrivati a qualche villa, chiedono alle donne e genti semplici acqua; quale ottenuta, spezzano quel lor pane, e posto nell’acqua al cospetto delle femmine semplici, se lo mangiano, lasciando l’acqua tinta di color di vino; il che veduto dalle donne ignoranti, credendo ciò esser miracolo, gridano: son venuti li Santi, che han convertito l’acqua in vino; e così danno a loro grandissimo nome. Allora li tristi, fingendo di fuggire la fama e nome della santità, comandano alle donne che tacciano; quali tanto più van pubblicando il fatto. Concorre la turba inesperta (poco pratica di queste mercanzie) con doni e presenti, ingannata da un poco d’acqua tinta.

Ho udito più volte raccontare da persone degne di fede, che uno di questa setta con sei suoi compagni, avendo presa una canna assai grossa e lunga due braccia in circa per appoggiarsi con essa, forata di sopra alquanti cannelli, averli empiti di non poca quantità di ova. Dopo aver chiesto, dove era gran moltitudine di gente semplice, due o tre ova per amor di Dio, ed un vaso o padella da potervi far con essa una frittatina, dicendo volerla mangiare con sei poveri suoi compagni, sperando con la benedizione e grazia del Signore di potersi saziare. Ottenute l’ova, e rottole, poste nella padella con olio o strutto, fingendo con quella canna voler dimenare e raccorre la frittata, acciò dal calor del fuoco non si abbruciasse in quel lato che era più sottile ; benedicendo, e pregando Iddio che sovvenisse, e prove desse a’ servi suoi, lasciava destramente cadere nella padella quell’ova, che nella canna conservate teneva: e vedendo poi la turba sciocca la padella ripiena d’ova, nè sapendo il come, e d’una frittatina fatta una frittatona di quattro dita grossa, credendo che di nuovo fosse venuto Cristo in carne, che con pochi pani e due pesci saziò tante migliaja di persone nel deserto; benedicevano Iddio, che li aveva mandati i profeti e li santi: e trovandoli con corone, baciando i piedi, e chiedendo la lor benedizione, facevano quei falsi con tal mezzo un accrescimento d’importanza alle loro borse e cassette e bisaccie di pane, cacio, tela, denari ed altre cose di più valore. Molti anni sono furono presi, carcerati e castigati in Urbino dal vicario del vescovo alcuni, che con mentito abito della religione di S. Francesco raccontavano per quella diocesi indulgenze false, miracoli sognati, visioni e rivelazioni finte, con mille altre grandissime bugie, solo per far denari. E fra le altre dicevano questa: Che ad un uomo santo, qual circa 40 anni aveva fatto aspra penitenza vicino al sepolcro del N. S., era stato rivelato che questo mondo doveva rovinare fra breve tempo, per li gran peccati degli uomini moltiplicati senza numero sopra la terra; il che inteso, era ricorso con accese preghiere alla regina del mondo Madre di Dio, fonte della misericordia, Maria, rifugio de’ miseri peccatori: quale finalmente impetrò il perdono, e fece rivocare sì dura e crudel sentenza. Chiedendo poi questo uomo santo alla B. V. che cosa desiderava dagli nomini per tanta grazia fattali, gli aveva risposto: Tornerai alla patria tua, e quivi vicino a Paterno troverai un tempio già edificato in mio onore, ed ora rovinato; nella cui destra parte cavando troverai la scala, e discendendo per quella entrerai in una grandissima grotta: quivi è una finestra piccola, nella quale chi porrà la sua testa nel giorno della natività del mio Figliuolo, e nel giorno della mia Assunzione, sarà libero da ogni colpa, e partendo da questo mondo non sentirà pena. Troverai ancora la immagine mia e del mio Figliuolo, che non si è guasta, nè corrotta dall’antichità, nè dalla umidità ; ed uno scrigno pieno di privilegi de’ sommi Pontefici concessi a questa chiesa, con un’arca piena d’ossa di Santi. Manderai dunque li tuoi fratelli al popolo fedele in mio nome, esortando ciascheduna famiglia a mandar tanti denari che bastino per pagar la mercede dell’opera di un giorno acciò mi si rifaccia questo tempio: gli obbedienti saranno sicuri con tutta la famiglia dalla peste, che Iddio manderà fra poco tempo, e chi sarà contumace, e non crederà alle parole tue e di quelli che manderai, sarà levato dalla terra de’ viventi con tutta la sua progenie, e così mi rifarai il tempio in ricompensa della grazia che ho ricevuta da Iddio per il mondo. Questa sì grande e diabolica menzogna e tremenda bugia predicavano questi fraudolenti per verissima; e dicevano d’esser mandati da questo, che lor chiamano santo Padre ad assolver da ogni peccato, perchè più facilmente potessero conseguire la grazia di Dio; e con questo infame mezzo avanzarono un gran denaro, quali furono sforzati lasciare in mano della Corte, ricevendo il meritato gastigo, per aver detto e persuaso il falso; ciò permettendo Iddio ad esempio degli altri, acciò nessuno abbia ardire con falsità rapir l’altrui. Ma diciamone un’altra non inferiore a questa. Tommaso da Valle N., che non teneva il minor luogo fra questi Affrati, disse una volta a un nomo curioso amico suo: Sappi, che più facilmente inganciano quelli che fan professione di saper le cose della nostra setta, che l’ignoranti. Io andando già un pezzo fa girando per la Puglia, m’occorse entrare in un castello detto Monte Calvo, e cercando di strappar qualche cosa dalle mani della moglie dell’oste, mi disse pubblicamente che lei mi conosceva per un tristo e che sapeva benissimo li costumi miei, e d’altri guidoni miei compagni simili a me, e ch’in niun modo l’averei ingannata. Allora più che mai cominciai a sperare di conseguir qualche cosa da lei, come appunto intervenne; poichè mostrando di dargli un buon consiglio, gli ordinai che mai prestasse fede a questi Bianti o Ceretani (de’ quali fingevo non sapere nè pur il nome, e de’ quali affermavo non essere) perchè resterebbe ingannata, e per il buon ricordo e documento datoli ne buscai un carlino. Dopo feci seder la femmina ricino a me, e l’interrogai se mai per alcun tempo avesse fatto dire 11 mila paternostri della B. Orsolina, e rispondendo che ella non sapeva che cosa fossero, nè come si dicessero, io subito le soggiunsi onesta solennissima bugia, o cantafavola che vogliamo dire, parte cavata dal Vero, e parte da me inventata; cioè, che fu rivelato alla B. Orsolina, che la sua madre nell’altro mondo era cruciata con crudelissimi tormenti per un adulterio da lei commesso in questa vita, e che un serpente grandissimo e lunghissimo, brutto e diforme al possibile, dieci volte circondava l’anima sua, e con li denti che erano di ferro avvelenati, mordeva il mento ed il petto suo. Con la coda poi piena di uncini le dava grandissime staffilate e percosse, cruciandola fieramente. Ciò vedendo la B. Orsolina con le 11 mila vergini, fecero orazioni a Dio con tanto affetto, che finalmente liberata da tanti cruciati, dall’Inferno la condusse in Paradiso. Però se lei voleva esser sicura dalle pene dell’Inferno e da quel brutto serpentaccio, facesse dire questi paternostri, quali in tre luoghi soli si dicevano, cioè in Roma, in Jerusalem, e nel romitorio di Paterno, ove sono undici eremiti che in un giorno li dicono tutti con gran devozione, senza mangiare e senza bere, e senza ricevere alcuna mercede che li fosse data, sarebbe quel tale escluso dal merito di tanta orazione: solo facevano bisogno tre libbre di candele. La donna dando credito a me, che avvertita l’avevo che non credesse, e tenendo la bugia per verità, scioccamente mi diede tre carlini per le candele, acciò le facessi dire questa divozione (qual mai nè io, nè altri per lei l’arebbe detta); dopo ascoltai la sua connessione, e intendendo in quella che la sua figliuola avea trovato in casa 26 carlini caduti ad una vecchia, che andava a visitare la Madonna di Monte Vergine, ebbi il quinto carlino per la sua assoluzione; poi mi aggiunse il sesto per l’assoluzione della figliuola; e finalmente mi sopraggiunse il settimo per l’anima della vecchia, di cui erano: così questa donna tanto sagace, che pretendeva conoscer li tristi, diede sette carlini a me, che ero quel furbo che lei nomina, ma non seppe conoscermi sotto questo mentito abito. Avvertite dunque, lettori, a non prestar fede a’ Beanti e Ceretani, nè a credere a lor menzogne, se non volete esser ingannati, e perder nell’istesso tempo l’anima e la borsa.

Non vo’ finir questo capitolo, senza raccontare un altro caso occorso, non men bello, narratomi da chi vi si trovò presente. Andava per molti luoghi, e principalemente per la diocesi di Volterra, un Affrate vestito all’eremitica, con abito bianco grosso, e mantello a cui era congiunto il cappuccio dell’istesso colore, cinto con una fune annodata: nelle mani teneva una grossa e lunga corona, ed attaccato al petto un Crocifisso di bronzo di non mediocre grandezza con barba e capelli della testa lunghissimi, ed apparirà all’aspetto un s. Macario o s. Antonio uscito dal deserto. Questo, essendosi prima ben informato, diceva alle persone, che l’anima di un tale suo parente, amico o familiare ec. era in Purgatorio in pene crudelissime, e per liberarlo bisognava far dire tante messe alla tal Madonna nel tal luogo (che sempre diceva discosto e stravagante); altrimenti se non lo liberavano con questo suffragio, vi sarebbero andate loro fra poco tempo, e cento volte maggiore si sarebbe raddoppiata la pena sopra l’anime loro: ed in modo tale impauriva le genti, che per non andare così presto di là, li davano di gran denaro, acciò esso facesse fare quest’offizio per l’anime loro. Alla moglie diceva del marito, al figliuolo dava mala nova del padre, e di quello che si faceva nell’altro mondo. Così andando e continuando molto tempo, occorse che convenendo insieme in Monte Foscoli, diocesi di Volterra, il giorno della Santissima Annunziata, li predicatori delle terre vicine, e molti rev. preti invitati per quella festa che solenne si celebra in detto luogo; ed essendosi per trattenimento di tavola ragionato di visioni, estasi, apparizioni e rivelazioni, come a quelle si potesse, o non si dovesse prestar credito: si venne con tal’occasione a ragionare di questo falso, e delle molte elemosine da lui acquistate, col rivelare le cose dell’altro mondo. Onde fu da’ predicatori (che savj e prudenti erano) tenuto per uno de’ due: o per un gran temerario, dicendo cose che Iddio di rado rivela a’ servi suoi, ovvero per un gran Santo. Volle Iddio, acciò si scoprisse la fraude fatta a tante anime purganti, che nell’istesso tempo (mentre si stava nel meglio della mensa e del ragionamento, e che lupus erat in fabula) capitasse il falso a chieder elemosina all’uscio di quella casa ove stavano mangiando; onde fu riferito a’ predicatori, che questo tale di cui si parlava, chiedeva l’elemosina: fu discorso tra’ predicatori ed altri invitati, del quid agendum; e fu sabito concluso, che si invitasse a desinar con loro; ed essendo invitato, ricusò; e di nuovo più volte invitato, non vi volse andare: il che pose non poco sospetto ne’ predicatori e ne’ preti, che fosse altro che agnello. Scese per tanto alla porta il predicatore del luogo, frate di s. Domenico, dicendoli: se tu chiedi pane da viver per l’amor di Dio, perchè ricusi venire tra tanti religiosi che t’invitano a far la refezione insieme seco? Egli, per non aver in pronto risposta che bene andasse, accettò l’invito, entrò, si pose a tavola e mangiò. Verso il fin della mensa, di novo si seguì l’incominciato ragionamento delle rivelazioni, e il lupo fu visto tremare, e mutarsi di colore; manifestando col volto il suo errore: onde, volendo partire, fu ritenuto ed interrogato delle sue visioni e rivelazioni, ed in che modo sapesse che le anime fossero in Purgatorio o in Paradiso, e simili altre cose. Rispose il galantuomo, sempre negando ogni cosa, e che mai aveva detto nè rivelato simili cose, e che non sapeva nè di anime, nè di pene dell’altra vita. Ma la bugia, che ha corte le gambe, fè comparir di subito una povera donna, quale in sua presenza testificò averli dato quattro scudi per tante messe, avendole detto che l’anima di suo marito era in Purgatorio: ed altre persone in buon numero non mancorno in quell’ora di testificare d’aver fatto l’istesso come quella donna. Ritiratisi insieme dunque li predicatori ed altri religiosi, consultorno del quid agendum in quel caso; ma vedendo che quivi non era la corte per mandarlo al vescovo prigione, fu interrogato se aveva denari; e non potendo appena proferir parola, vedendosi convinto, mostrò solo una piccola pezzuola con pochi denari, dicendo non aver altro. Fu allora dagli uomini, che presenti erano, cercato; e trovatogli addosso una cinta con più di 300 scudi tra oro e piastre. Scoperta la bugia, li fu con un rasoio rasa la longhissima barba e zazzera, e levato l’abito mentito di religioso, con le patenti false che portava, fu vestito da contadino, lasciandoli da 10 scudi acciò potesse vivere per qualche tempo, insino che trovasse altro esercizio per guadagnarsi il pane, e lo mandorno via. E pubblicato questo fatto per li luoghi vicini da’ predicatori, fu restituita buona somma di danari con sì strana invenzione rubati, ed il resto fu consegnato a’ superiori. Il Crocifisso fu posto sopra l’altare di detta chiesa di Monte Foscoli, ove anche si trova. Fu ben per questo tristo, che non vi fussero sbirri in detto luogo; che altrimenti la galea non li mancava.

CAPITOLO IV.

De’ falsi bordoni

Questi son denominati dal bordone, che è un bastone tondo, lungo, con certi anelli di legno, fra’ quali pende un picciol fazzoletto con cui falsamente dicono andar pellegrinando a s. Giacomo di Galizia, alla Madonna di Loreto, in Gerusalem, a Roma, ed altri luoghi di devozione di là dal mare. Portano anche un cappello legato dietro alle spalle, e cercando elemosine dicono non poter vivere di proprio in quel viaggio, ma solo di elemosine; che tale è il voto da loro fatto. Sono questi per l’ordinario Lombardi, e per il più nativi del territorio di Milano e del Ticino; e se mi dicessi: come potremo noi chiamar Ceretani costoro, ovvero de’ popoli vicini, se son d’altronde? rispondo, che essendo sparsi i Ceretani per il mondo, han seminato anche per tutto questa cattiva semenza: onde per molti luoghi si trovano o loro, o lor figliuoli e discepoli, discesi da questa mala razza, e non è maraviglia se seguono le vestigio de’ lor padri e maestri.

Di questi uno chiamato per nome Rotondo, partendo dal Ticino per visitar la s. Casa di Loreto, cercava elemosine per vivere e per far un calice d’argento, che ne’ sacrificj di quel santo luogo dovesse servire, sì come diceva aver avuto ordine per rivelazione dalla B. V. E ciò predicava, dove vedeva gran moltitudine di donne congregata: aggiungendo, che se alcuna di loro per qualche tempo avesse adulterato o fornicato, si dovesse astenere dall’offerta di tale argento; perchè la Madre di Dio, e sempre Vergine purissima Maria, non voleva se li sacrificasse il calice fatto d’argenti ed elemosine donate da donne corrotte e violate per il peccato carnale. Per la qual cosa ciascheduna volendo esser tenuta madonna onesta, casta e pudica, si cavava l’anella dalle dita, ovvero alcune borchiette, o diciamo bottoni d’argento dalle lor vesti, che in quei tempi si usavano per ornamento, e l’offerivano; facendo a gara di prevenire in darle, etiam le poco oneste, per esser tenute le più pudiche e caste, onde ne conseguì a lungo andare una gran quantità.

Un vicario di un vescovo, ragionando e biasimando con alcuni notari, procuratori ed altri affiliali di vescovato la malizia di queste genti, che fintamente facevano pellegrinaggi; eccoti all’improvviso comparir un certo Bartolommeo, quale se ben era da Cereto, con tutto ciò si faceva da Piacenza, e diceva d’essere interprete , ovvero ufficiale del Papa. Era costui vestito alla nobile, con lunghissima barba, e dietro alle spalle un bordoncino di un cubito e mezzo, legato in segno della peregrinazione. Aveva una bella mula, ed era accompagnato da due famigli, che loro chiamano Antepos; questo chiese elemosina a detto vicario, che stava all’uscio del palazzo, dicendo dover andar a s. Giacopo di Galizia per voto. Rise il vicario co’ compagni insieme grandemente, vedendo a tempo esser caduto il lupo nella favola, ed il sorce nella trappola. Non si perse di animo Bartolommeo, qual conoscendo la causa perchè ridessero, disse: io non sono, come forse vi immaginate, qualche furbo o Ceretano; ma son Piacentino, stato lungo tempo nella Corte Romana, e dopo lunga e pericolosa infermità risanai, avendo fatto voto d’andare a s. Giacopo di Galizia mendicando, senza spender niente del proprio; poichè se per tre giorni e tre notti piovesse, l’acqua non bagnaria le mie terre: intendendo il falso bordone con questo parlare di una sua casuccia, che sola si trovava al mondo; dentro la quale, per essere ella coperta di tegoli, se ben fosse piovuto un anno intiero, non che tre giorni, non poteva in quella piovere, nè dentro bagnarsi. A queste parole di Bettolommeo, replicò un di quei procuratori: se sei così ricco, come dici, non sarebbe più espediente alla tua salute fare questo viaggio a spese tue, che a spese d’altri? Non rispose il falso bordone, senza punto turbarsi, perchè il rossore che ne tinge il volto mentre chiediamo l’elemosine, è di tanto, merito, che ogni gran spesa e fatica supera: e così stando, chiedendo, rispondendo e protestando, opportunamente ed importunamente, impetrò l’orzo per il suo cavallo. Ed occorse a questo vicario come ad un medico eccellentissimo, quale mentre componeva un libro in materia della peste e della sua cura, si morì di peste; così questo vicario con li compagni, biasimando il vizio de’ falsi bordoni, e vedendo e sapendo, fu da quelli scorto ed ingannato.

Predicando in Milano un frate dell’ordine di s. Francesco, un falso bordone, lasciato il compagno in disparte, gli appresentò una borsa con 300 scudi, quali diceva aver trovati per strada, e forse lasciati ivi dal demonio per levarli il gran merito, della sua pellegrinazione; massime avendo fatto voto d’andare alle sue devozioni con povertà, vivendo di cerche e di elemosine, e lo pregava che nella predica avvisasse il popolo, acciò se alcuno avesse perso denari, dando i contrassegni, se li venisse a ripigliare: lo pregò anche instantemente, acciò li piacesse raccomandarlo nelle sue prediche alla pietà de’ fedeli, perchè li facessero elemosina. Il predicatore, semplicemente credendo alle finte parole del falso bordone, promise di farlo, sì come fece il giorno seguente, quando predicando al popolo della virtù della carità ed elemosina, raccomandò con tal occasione il falso pellegrino con molte parole, e predicò la sua fedeltà in consegnar sì gran somma di denari trovati, e furono sì efficaci le sue parole, ohe dal principe che era presente alla predica e dagli astanti si fece elemosina sì grande, che superò due volte il denaro consegnatoli; e tutto contento, dopo molte grazie rese al predicatore, si partì. Il giorno seguente comparve il compagno del falso bordone in abito di mercante, e dato minutamente i contrassegni del denaro, del numero loro, della borsa e del luogo dove li aveva persi (che ben lo sapeva il furbo), li furono restituiti. Onde poi si gloriorno d’aver ingannate quelle genti, che più tosto dovevano dire l’anime proprie.

CAPITOLO V.

Delli Accattosi.

Son detti questi dalla cattività e schiavitudine, in cui dicono esser stati lungo tempo. Fingono aver parenti o fratelli in mano di Turchi, Saracini o Corsari, per poter con tal mezzo ottener elemosine da riscattarli, ancorchè non sia vero. Arrivati alle città o castelli in mezzo delle piazze con una gran fionda, fanno scoppi e rumori terribili, al cui suono convengono fanciulli ed uomini poco pratichi; e sentendoli gridare, allah allah, allah hebber, elhemdu, lillohi, la illah, itelach, ed altre parole con sì strana lingua, e mostrare lunghe catene e ferri, con cui dicono essere stati legati e da galea fuggiti; danno ad intender al Volgo d’aver ricevuto ogni dì grandissima quantità di bastonate da Turchi: inimici della fede di Cristo, mostrando certi segni, che artificiosamente hanno fatto nelle carni; dicono di aver mangiato pane secco, biscotto nero come la terra, ed aver bevuto acqua verminosa, cantando una lunga canzone da questi furbi composto, assai compassionevole. Giurano e sacramentano con terribilissime imprecazioni, che sono stati racchiusi in strettissime carceri, dove non si vedeva mai lume, nè mai in quel tempo mangiorno pane, nè bebbero vino; e pure pel benefizio e gratia ricevuta da Dio son campati vivi. Ed io, mentre ero ancor fanciullo, gli ho sentiti dir ciò con le mie orecchie, e me lo credevo, perchè non ero pratico di questi negozj come sono ora. Asseriscono e giurano, che due anni in circa sono stati stretti fra due tavole, facendo vita miserabile, nè però in tanti travagli e tormenti hanno mai negato il Salvador nostro, nè la sua santissima Madre, da’ quali riconoscono la loro liberazione. Quanto giurano, tutto è vero; ma gli uomini grossolani non sanno come s’intenda questa verità, quale così s’esplica. Il tempo in cui imprigionati stettero senza veder lume, e senza mangiar pane e bever vino, sono li molti mesi che serrati sterono nel ventre materno come in prigione; verità che la possono giurare tutti gli nomini del mondo; sì come l’esser stati stretti e legati con fescie da due anni in circa nella culla fatta di tavole, e vissuti con poco cibo o latte. Con questa dunque invenzione dicono esser liberi dalle bugie e da tanti giuramenti che fanno. Nel giorno in cui Calisto III Catalano fa creato sommo Pontefice, ad un cardinale, che tornava dal palazzo pontificio, si fe’ incontro per la strada uno di questi furbacchiotti Accattosi, chiedendo elemosina, e dicendo fra l’altre cose, che era fuggito e salvato dalle mani de’ Catalani. Il cardinale, uomo dotto e prudente, facetamente li rispose, dicendo: fratello, tu hai provveduto meglio di me a’ casi tuoi, perchè tu confessi esser libero dalle mani de’ Catalani, ed io oggi son caduto nelle lor mani e nella lor potenza; però più giustamente a me, che a te, si deve l’elemosina. Con tale arguta e gentil risposta il cardinale si levò dagli occhi quell’importuno, finto galeotto e vero ceretano, che per non lavorare, esercitava sì brutto mestiero. Alcuni applicano qnesto detto al piovano Arlotto, e potrebbe essere che anco egli in diversi tempi si servisse del motto di questo cardinale.

CAPITOLO VI.

Delli Affarfanti.

Affarfanti, veramente furfanti, detti dal verbo for, faris, che vuol dire parlare, essendo che abbondino più degli altri Bianti nelle ciarle e parole. Fingono de’ miracoli: dicono aver fatti gravi ed enormi peccati; ma percossi da Dio (e giustamente) da terribile infermità, dopo l’aver fatto voto d’andar per il mondo raccontando la giustisia e la gran misericordia di Dio verso di sè, sono stati liberati. Percuotono il corpo con alcune leggieri catenelle di ferro, ovvero fingono di percuotere e lacerar il petto con un gran sasso, che tengono nelle mani: dando ad intendere, che devono andare per tutto il mondo, facendo questa penitenza, si percuotono prima con fruste, nella cui cima è poca cera con minutissime punte, con cui appena intaccano la pelle: dopo, tingendo le spalle con sangue ed altro colore, restano quei segni fatti con tanto artifizio, che paiono scorticati; ma non è niente.

Avvenne gran tempo fa, che molti Bianti, avendo comperato le patenti per andar cercando sotto titoli di ospidali o luoghi pii, secondo l’usanza di questi tali, e non facendo guadagno, andorno dal Ciambellano, uomo di grande autorità fra’ Bianti, e maestro di queste arti, acciò li consigliasse ed ordinasse ciò che far dovevano in questo caso; il quale, considerato i lor ingegni e nature, disse: che li bisognava attendere ad altri traffichi; e così li assegnò a diverse sette, secondo che conosceva potessero riuscire. Ad un certo Giorgio da Camerino, grandissimo parlatore, li assegnò fra gli altri la setta delli Affarfanti, e cavato per sorte il luogo dove doveva fare questo infame esercizio, li toccò la città di Camerino; ma al pover uomo non dava il cuore, anzi pareva impossibile esercitare tal furberia ed arte sì pericolosa, massime nella propria patria, ove da tutti era conosciuto. A cui il Ciambellano disse: sta allegramente, che questa è buona fortuna per te, e lo vedrai. Pensa e ripensa Giorgio; finalmente, chiamato uno della setta delli Affarfanti, li disse: se tu mi vuoi aiutare, ti assicuro d’un gran guadagno. Quando il compagno intese del grande guadagno, allegramente rispose, che comandasse pur ciò che gli piaceva, che l’avrebbe obbedito. Ed informato di tutto ciò che far doveva, presero di compagnia la strada verso Camerino, e quivi vicino raccolti alcuni pezzi di tavole, ne fecero con esse al meglio che seppero una carretta, e dentro postovi Giorgio a giacere con gambe, braccia e corpo tutto fasciato, trasformato in modo che appena il diavolo l’avrebbe conosciuto, ordinò al compagno che lo conducesse in Camerino, e fu da quello tirato fin dentro la chiesa cattedrale; e posto in una cappella alquanto oscura, dedicata a san Venanzio, incominciò il compagno a mandar fuori compassionevoli parole, chiedendo elemosine, con notificare la povertà e bisogno loro; e dopo molti raggiri concludeva, che quello che in quel carrettone infermo giaceva, era il maggior Santo (che doveva più tosto dire il maggior furbo), che dagli Apostoli in qua fosse stato, e che essendo ripieno di lebbra ed altre infermità, l’aveva solo con le sue orazioni risanato. Predicava che aveva spirito profetico, che diceva non solo le cose passate, ma anche le future, con mille altre bugie, nominandolo con finto nome il B. Tommaso d’Affarfante. Le donnicciuole curiose, e gli uomini di poco cervello, dando credito alle parole del furfante guidone, portando alcune elemosine, entravano a ragionar con Giorgio di molte cose. Egli, che conosceva tutti, e non era conosciuto, massime essendo il luogo oscuro e con abito strano, narrava loro più di quello che desideravano delle cose passate, e si apponeva facilmente alle future; e governandosi con prudenza, diceva sempre cose che avessero del verisimile, e così con buone e mansuete parole tutti consolati li rimandava; il che li faceva non poco giuoco appresso il volgo. Fra l’altre donne che vi andorno, una fu la sua moglie detta Jacova, desiderosa di sapere che cosa fosse di Giorgio suo marito (al quale parlando, e vedendolo co’ preprj occhi, non lo seppe conoscere; or pensa come mai l’avrebbero potuto conoscere gli altri); a cui egli con parole sommesse e gravi così rispose: Sappi, donna; ch’egli è sano e salvo, e fra poco tempo tornerà a casa con molte ricchezze; e soggiunse: Sappi ancora che Giorgio tuo marito, quando partì da te, ascose 4 scudi in un piccol foro della camera tua nella destra parte vicino al letto; quali pensò lasciarti, acciò ti potessi aiutare nelle tue necessità, ma se ne scordò; ritorna dunque a casa, cerca il denaro ascoso; che se io per li miei peccati non son divenuto indegno della grazia dello Spirito santo, troverai quanto ti ho detto. Pareva mille anni a Jacova di partirsi per trovare il denaro, che ne aveva estremo bisogno; e giunta a casa, cercando dove aveva detto il forfante di suo marito, trovò li 4 scudi, e tutta allegra andatasene al lavatoio e al forno, in casa delle vicine, e con quanti s’incontrava, annunziava la profezia del falso profeta; onde crebbe tanto d’autorità e di considerazione, e fu tale il concorso della gente, che acciò non fosse oppresso e calpestato dalla moltitudine, fu bisogno trovar alquanti giovani, che con bastoni in mano facessero stare addietro la turba, che andava da questo falso Santo; tenendosi beato chiunque lo poteva vedere, o toccare. Li denari poi, le vesti, e le elemosine che si portavano, erano in tanta copia, che talora non sapevano dove porli, o dove nasconderli. Una donna fra l’altre di non poca condizione li portò una ricca veste, con preziosi ornamenti e 40 scudi d’oro, e così fecero di molte altre. Quando si vidde il furfante bene arricchito, senza aspettar che la fortuna volgesse il piede, di notte col compagno destramente trasportarono la roba, e se la presero per la più corta, mutando nome e vestimenti. Ma perchè delle robbe male acquistate non ne gode il terzo erede, non permise Iddio che lungo tempo godessero delle usurpate ricchezze.

Non si maravigli dunque alcuno, se s. Chiesa usa tanta diligenza nella canonizzazione de’ Santi in far tanti processi di vita, costumi e miracoli (quali da alcuni sono stati giudicati superflui, credendosi che il volgo possa canonizzare e dichiarare le persone per sante); poichè vedendo tanti ippocriti voler esser riputati santi, non contenta d’un sol testimonio, ne ricerca molti, e prende molte informazioni, facendo di molti processi. Quindi è che s. Martino fe’ scavare ed abbruciare i, corpo d’un ladro, quale il volgo riveriva per santo.

Ho conosciuto due miei amici, l’un detto Eugenio, l’altro Francesco, quali avendo alcune gravi persecuzioni, nè sapendo che partito si pigliare per salvezza della vita e mantenimento del corpo, essendo poveri, anzi poverissimi gentiluomini; finalmente conclusero, travestiti da poveri, di far l’Affarfante, e che uno facendo il cieco (quale sapendolo contraffare per eccellenza burlando, molto più per necessità), con gambe fasciate a guisa di lebbroso fosse condotto e guidato dal compagno. Questi, come buoni parlatori, girando per le città, ville e castelli, cantando canzone e sonando la ribeca, chiedendo elemosina alli usci delle chiese, vissero circa due anni di carità, e glie ne avanzò quantità grande; cosa che pare abbia dell’incredibile, e pur è vera. In questo modo sfuggirno il pericolo che li soprastava, dando tempo al tempo. E non solo non furono conosciuti con quelli abiti strani; nè riceverono elemosina (cosa ridicolosa in vero) etiam da loro inimici, con cui si incontrorno le centinaia delle miglia discosto dalla patria loro. Finalmente accomodati li negozj, e tornati alle proprie case, più volte ebbero pensiero di ritornare a questo esercizio, perchè più li fruttava, e li era di maggior gusto, ricreazione e libertà.

Nella città di Narni uno della setta degli Affarfanti storceva e ritirava in sì brutto modo le braccia e le gambe, e fingeva sì fattamente essere storpiato, che se egli non fosse stato scoperto in luogo e tempo dove non pensava, non saria stato possibile a creder altrimenti, cioè che egli non fosse naturalmente stroppiato. Questo un giorno, dopo molte elemosine raccolte, uscendo dalla città per andar verso Roma, non credendo d’esser visto, deposto le cruccie con cui andava appoggiato, e stese le gambe e le braccia in modo che non parera quel desso, di buon passo incominciò il suo viaggio; ma vedendo venir gente, si ripose secondo il consueto al suo stroppio, se bene non fu a tempo, perchè fu vista e scoperta la sua furberia; ed appoggiato alle cruccie chiese elemosina, dicendo: vedete, fratelli, in che misero stato mi ritrovo, datemi un’elemosina, vi prego per amor di Dio; così egli e la sua santissima Madre vi guardi con tutta la vostra famiglia d’ogni infermità; e quando, o fedel cristiano, vuoi fare elemosina, se non la fai i adesso che sei vivo? ed a chi puoi fare elemosina, che sia più accetta all’onnipotente Iddio, quanto a me poverello, che non mi posso aiutare, essendo privo della sanità delle membra? ed altre parole. Uno di quelli, che fra quella truppa di gente si incontrò con questo furfante, avendolo visto con le gambe stese, e conoscendolo per uno della compagnia (e fu quello che a me l’ha raccontato) li disse: sì bene , che te la voglio dare; e nell’istesso tempo fingendo por le mani alla borsa, li diede all’improvviso una spinta tale, che se egli non era presto a stendere il piede, senza fallo sarebbe caduto a terra: onde scoperto l’inganno, si diede a correre velocemente. Ciò visto dagli astanti, preso de’ sassi lo seguirono per un pezzo, gridando: dalli, dalli. Molti fanciulli, che per l’istessa strada si trattenevano, giocando alle piastrelle e altri giuochi, vedendo costui correre, riconoscendolo per quello stroppiato, ora risanato, seguirono in modo tale l’incominciata sassaiola, che se egli, che gagliardo era, non si salvava col corso, vi rimaneva senza fallo morto. Non son mancati muti, che a suono di bastone han ricuperata la loquela; de’ zoppi che con assogna di bosco han corso più de’ venti; de’ sordi, che con sugo di crognale hanno inteso per eccellenza; e de’ ciechi , che han visto di mezzo giorno le stelle. Però ognun si guardi di far furfanterie, perchè alla fine saran scoperti.

CAPITOLO VII.

Delli Accapponi

Questi con polvere di pane abbruciato, sangue di lepre ed altre cose, fingono aver grandissime ed orrende piaghe nelle gambe; ovvero con cantilene e parole superstiziose, o con vitalba, erba aron e altri sughi di erbe velenose, in modo tale ulcerano le gambe, che apparisce abbiano il male detto fuoco di s. Antonio, ovvero male della lupa: il che se fosse vero, come dicono, col soprapporvi un cappone morto, si farebbe non mediocre resistenza al male, acciò non divorasse e consumasse le parti sane, trattenendosi quel velenoso male a consumare l’animal morto; ed essendo necessario di mutarlo ogni giorno, secondo ricerca la medicina, pur che ella sia vera, anche ogni giorno li chiedono per amor di Dio; quali essendoli dati da persone pie, li ghiotti se li mangiano, e con quelli ristorano le membra, e confortano lo stomaco alla barba de’ sani. Da questi capponi che si mangiano, son stati tra di loro nominati Accapponi.

Un certo, detto Muffato, di quest’arte peritissimo, gran tempo fa si lasciò veder in Viterbo alli usci delle chiese e per le strade, con le gambe tanto bruttamente gonfie, piagate e fracassate con velenosi sughi d’erbe, che porgeva orrore e compassione a chiunque lo vedeva. Non chiedeva elemosina, perchè ognuno vedendo il gran finto male, gliela dava da sè; ma si ben diceva a’ circostanti, che compatissero e condolessero al gran male ed a’ suoi infiniti dolori (che doveva dire finti dolori), esortandoli a pregar seco Iddio e s. Antonio, acciò lo liberasse da tale infermità; promettendo, risanato che fosse, visitar la sua chiesa, e portarvi una gamba grande d’argento alla similitudine della sua, in segno della grazia. Avvenne che dopo qualche tempo, parendoli ora di risanare e di andare alla raccolta dell’argento, soprappose al male altri sughi d’erbe contrarie, (che questi guidoni sanno per eccellenza ) e tra pochi giorni la gamba tornò al pristino stato. Andando poi per le case, diceva aver ricevuto per mezzo delle loro orazioni la desiderata sanità; e mostrando la gamba risanata, chiedeva argento ed elemosina per poter col mezzo loro far la gamba d’argento, e soddisfare al voto fatto. I Viterbesi, riconoscendolo per quell’infermo (ma non per quel furbo) che con sì orrendo spettacolo faceva mostra di gravissima ed incurabile infermità alli usci delle chiese, delle case e per le strade, seco congratulandosi della sanità, li diedero elemosine ed argento, nè restò alcuno, per povero che fosse, che qualcosa non li desse. Onde congregò tanta quantità d’argento, che si sarebbono fatte più statue, non uno stinco, del quale si servì per suo uso, e per poter vivere il restante della vita allegramente, senza stentare. Il che se li successe, lui lo sa; so ben io che in s. Antonio non si vidde mai quello stinco di argento.

CAPITOLO VIII.

Delli Allacrimanti.

Sono così detti dalle lagrime, per esser di natura tale, che ad ogni occasione le han preparate per spargere, massime quando vi è quantità di uomini e di donne presenti che li vedano. Nulla chiedono, solo portano stese le mani per ricevere le elemosine offerteli. Un certo Niccola, andando piangendo per Roma, si procurò di buon denaro: dopo fu rivisto in Spoleto con gli occhi asciutti, senza pianger più. Nè di ciò alcuno si deve maravigliare, perchè se per il gran caldo dell’estate si dissecca la terra e si asciugano le sue vene, così costui avendo rasciutte le borse altrui, se gli erano anche rasciugati gli occhi che più non piangevano.

CAPITOLO IX.

Delli Ascioni.

Ascensione, cioè senza; fingonsi questi pazzi e sciocchi, e talor sordi, ed alle volte muti. Niente chiedono; ma mandando fuori inarticolate voci, con bocca storta ed occhi biechi, stendendo le mani, co’ gesti mostrano che vogliono elemosine, e con le mani raccolgono quel che gli è dato.

Scagnozza Cereto, gran tempo fa preso un suo vicino poverello asssi goffo e semplice, avendoli prima chiuso gli occhi con pece greca posta in polvere nelle palpebre di quello, lo conduceva alla guidoneria per il mondo cercando elemosine; asserendo che quello che egli guidava, era cieco, sordo e muto, privo di giudizio e di intelletto. Pervenendo un giorno alle ville di Sassoferrato, chiedendo elemosine all’uscio d’una casa ove si facevano le nozze, Scagnozza al suo solito, facendo la cantilena del cieco, sordo, muto, e sensa discorso, convennero a quella molte donne del luogo, le quali l’interrogorno delle condizioni del povero cieco, e come fosse stato privato di tanti beni della natura, e se era nato cieco, o pure acciecato per disgrazia. Mentre Scagnozza rispondeva, ed affermava che era nato cieco e privo di tutti li sensi, eccetto del tatto, con mille altre bugie; dall’altra parte il cieco fa interrogato da altre donne delle sue condizioni: il quale poco avvertendo, e non tenendo a mente gli ammaestramenti del compagno, gli usciron di bocca queste parole: io ben vedrei se non avessi gli occhi chiusi con la pece: in quell’istante Scagnozza si volse e vedendo il suo compagno parlare e confessar la truffa, conoscendosi scoperto, senza indugiare si partì, per non aspettare dagli uomini e dalle donne il premio delle furberie: e conducendo seco il compagno ad un gran precipizio, ovver profonda fossa, quivi solo, lo lasciò, acciò che da se stesso si precipitasse in pena, del rivelato segreto, sì come successe.

CAPITOLO X.

Delli Accadenti.

Detti sono dal cadere, perchè, fingono di cadere di quel bratto male, detto comiziale, e volgarmente mal caduco. Non fanno ciò se non vedon gente, perchè poi levandosi di terra possino, girando intorno, ricevere da’ circostanti elemosina.

Nel palazzo del Duca d’Urbino, entrato uno di questi (di cui non ho potuto mai saper il nome) con animo di far qualche buon guadagno, ne riportò, gran danno, atteso che lasciandosi cadere in un tratto interra alla supina, per mostrare di aver quel male, e non avvertendo prima bene come doveva, percosse la testa in una pietra che quivi stava; onde rottala malamente, ed uscito gran quantità di sangue, pose se stesso a pericolo di morte per il denaro, e fu più la perdita del guadagno. Tutte le palle, non vengon tonde. Dice il proverbio.

CAPITOLO XI.

De’ Cagnabaldi

Son detti dal cambio, ovver permutazione, e da Baldo, forte d’Agubbio, che fu il primo ad esser ingannato da onesti Ceretani, donde tolsero il nome.

Qnesti commutano perle, anelli e collane false, con buone mercanzie; e per poter ciò fare più facilmente mostrano prima le buone, e poi lestamente le cambiano, dando le cattive.

Non è molto tempo, che un certo Andrea fece due sacchetti d’un’istessa sorte di tela, cuciti nell’istesso modo, in tutto simili, di cui uno empì di fieno ben tritato, ricucendolo disopra; ciò fatto se ne andò in Perugia da uno spetiale, dicendoli voler del zafferano, restato d’accordo del prezzo; li porse il sacchetto vuoto, acciò prima pesato lo empisse di zafferano, e ripesato di nuovo, lo ricucisse. Cavò dopo fuori la borsa del denaro, ponendo fra tanto la sacchetta del zafferano nella sua maggior tasca. Erano le monete tutte forestiere nè lo spetiale valeva pigliarle in alcun modo a quel prezzo che Andrea diceva averle prese da altri, perchè infatti le non valevano. Finalmente il buon m. Andrea prese destramente il sacchetto del fieno tritato, e postolo sopra il banco, con uno scudo d’oro, (se però non era falso o indorato), disse allo speziale: tieni, conserva il sacchetto e questo scudo d’oro, ch’or ora torno; che voglio andare a cambiare questa moneta dal bancherotto, perchè son sicuro di non ci perder mai tanto, quanto teco che non la vuoi per quel prezzo che l’ho presa io: vedrai che lui me ne darà più. Partì il buon m. Andrea senza ritorno, e fu aspettato dallo speziale qualche ora, giorno e settimana, ed anche l’ha a rivedere. Ma volendo riporre lo zafferano tra l’altro ben chiuso acciò non svanisse, lo trovò convertito in fieno. Queste sono le vere metamorfosi, non quelle di Ovidio: se egli avesse avuto cognizione de’ Cagnabaldij al sicuro tra tante sue castronerie impossibili ci averebbe introdotto anche queste vere, credibili e fattibili.

Ma raccontiamo un altro caso successo in una città principalissima, ed è questo: che fingendosi un Cagnabaldo d’esser maestro di casa, o spenditore d’un principe che faceva in quei tempi gran convito, andato di uno speziale de’ più ricchi e principali della città con molti compagni travestiti da servitori tutti ad un modo, acciò apparisse la livrea, disse voler comprare zuccheri e spezierie in grandissima quantità; e posata con un gran colpo la sacchetta de’ scudi che teneva sopra la tavola, fingendo che li pesasse, lasciò sentire il suono, e veder anche qualche moneta grossa. Fece portar adunque quanta cannella era in bottega, far il prezzo, pesare e portar via da’ servitori, scrivendo ambedue il peso e il costo ne’ suoi fogli; e così si fece de’ garofani, pepe; noci moscate, zafferano, pinocchiati, cotognati, confettoni di ogni sorte, frutti diversi fatti di zucchero, ed altre cose simili fintanto che svaligiò la bottega dello speziale del meglio che vi avesse. Si venne al far dei conti ed ognuno sommò la sua lista; ma il Cagnabaldo mai s’incontrava, ovvero non si voleva incontrare con lo speziale, ponendo difficoltà diverse, or nel peso, or nel prezzo, or nel sommare il tutto. Quandochè comparve un de’ compagni travestito da gentiluomo con la spada, ed entrato in bottega dello speziale, disse al Cagnabaldo compratore molte ingiurie; ed essendo risposto con mentite, fu sfidato ad uscir di bottega con la spada. Lo speziale si sforzava di persuader colui acciò andasse per li fatti suoi, e li lasciasse far li conti con quel mastro di casa e finto spenditore di quel principe, e che poi uscito di bottega facesse quel che volesse: ma moltiplicandosi parole ed ingiurie dall’una e dall’altra parte, disse il finto mastro di casa allo speziale: fratello, aspetta, che voglio chiarir questo furfante: di grazia tien cura della borsa, che adesso torno, e fa che altri non vi diano delle mani sopra: non dubitate, disse lo speciale. Uscito fuori di bottega, e dato mano alla spada, si tirarno alcune stoccate, riparate però con gran destrezza da ambedue, ritirandosi però sempre il maestro di casa verso il cantone dell’altra strada, schermendo e ribattendo i colpi: quando per concluderla, venendo gente a spartire, riposta la spada nel fodero, diede briglia alle gambe, e se la colse per la più corta; e così fece anche il compagno per altra strada. Lo speziale aspettava il fine della baruffa; e che tornasse il maestro di casa a far li conti, e forse anche per farla chiara a qualche ferita, ricevuta, e non veniva: aspettò un gran pezzo, e non comparendo più, ebbe rispetto di porre le mani alla borsa di quello: finalmente per prevalersi del denaro: aperto la borsa, vi trovò sopra alcune monete grosse d’argento, e sotto il resto erano tornesi, cavallucci e simili monete di poco, valore, e con queste fa pagata la robba, che ascendeva al valsente di 500 scudi in circa. Sia quel che si voglia, il povero speziale ci restò per un zampetto senza potersi guardare, nè difendere Però ognuno stia in cervello, e se non conosce le persone, le interroghi prima, ed usi le diligenze, e dopo che avrà interrogato, non lasci uscir robba di bottega se prima non è pagata, ed abbiasi cura di non esser ingannato. Pur che la basti, dice il proverbio. Molte cose si potrebbono raccontare di simili casi avvenuti, quali da schiavi di galea (entrati anche loro in questa congregazione) facilmente a proprie spese si possono imparare, comprando delle loro mercanzie. Ma perchè intendo di parlar de’ Bianti e Ceretani, e delle loro specie, e non de’ ladri formati, però seguirò il mio ragionamento con altra sorte di furbi.

CAPITOLO XII.

Delli mutuatori, o imprestatori.

Son detti dal prestar che fanno, con speranza di futuro guadagno; e se ben con bocca ridente, come per burla, dicono le parole del Signore: date in presto senza speranza d’alcuna retribuzione; nondimeno nel core intendono guadagnarvi, e bene.

Abbiamo di questi l’esempio di un Potestà o Governatore di Cascia, quale per far guadagno in quelli aridi luoghi, trovò questo arzigogolo di dar salvo condotto a tutti quelli, che, dovessero alla sua persona o al fisco qualche pena o danaro; fosse vero o finto, poco importava, pur che facesse i fatti suoi, mostrando compassione verso le povere persone a non tenerle fuggiasche senza poter lavorare e aiutar la lor famiglia: piacevolmente componendo con loro del quanto dovessero dare, con molte carezze e parole amorevoli riscoteva il denaro che poteva: e perchè per lo più erano poveri, nè potevan pagar il tutto; egli sotto titolo di impresto gli lasciava il restante da pagarseli fra qualche breve tempo, o eletto, o datoli. Qual finito, portavano il denaro, e per non parer scordevoli del benefizio fattoli d’aspettarli, portavano qualche poco di zafferano, o simil sorte di dono al liberal Governatore; quale essendo astuto, per non parer dedito alle usure, li mandava alla sua moglie, che come pratica levantina, li raccoglieva con ogni amorevolezza; e dandogli il benvenuto con mille altri saluti, li porgeva alcune cosette da mangiare ed anche da bere; dopo li ricercava se e che cosa avessero portato di bello, e che cosa desiderassero da lei i e dicendo essi esser enuti a restituire certo demaro prestatoli dal marito, riscotendolo essa in suo nome, riscoteva anche di soprapiù il presente, ovvero, diciamo meglio, l’usura del presto. E perchè era donna di bello aspetto, e la lingua non li moriva in bocca, chiedeva anche per sè qualche cosa. Li castroni, per quel bicchiere di vino ricevuto, parendo obbligati alla sua cortesia ed amorevolezza, o gli davano un poco di zafferano, o glielo promettevano, ed anche lo portavano a suo tempo; sapendo che lei riscoteva meglio del marito. Finalmente, per abbreviarla, con quest’arte si buscorno da 400 libbre di zafferano, che nè Giorgio Cagnabaldi, o altri acuti usurarii mai avrebbono saputo acquistar tanto con tanto poco denaro. Ecco dunque quanto vale l’ingegno dell’uomo avaro, per levar dalle mani d’inesperte persone robba o denaro.

CAPITOLO XIII.

Delli Attremanti

Questi son detti dal tremore, fingendosi paralitici e tremanti. Non tengono mai ferma la mano o il cappello nel ricever l’elemosina, quale nel raccorre e riporre è saldissima e sensa tremore.

Uno di questi in Città di Castello, tremando il giorno e la notte, si tratteneva con i dadi, giuocando quel che il giorno avea buscato, e nel trar de’ dadi si esercitava a tremare, sì come anche riposando la notte si agitava per esser il giorno più assuefatto e spedito al tremore; ma essendo stato scoperto e imprigionato, confessando il suo fallo, fu frustato: questo è il fine ed il guadagno de’ furbi.

CAPITOLO XIV.

Delli Ammiranti

Vengono questi nominati: da’ miracoli ed atti maravigliosi ed insoliti, che raccontano, buona parte de’ quali son falsi, o con falsità coperti, Dicono  che in alcuni luoghi lontani la immagine della B. Vergine o di qualche altro Santo ha pianto e sudato, ovvero inclinato la testa; e venderanno la sua figura, con raccontar miracoli, dicendo che qualche impiccato è stato liberato miracolosamente; o altre simili. Raccontano, che nella loro patria è un tempio dedicato a s. Leonardo, nel quale o sia state, o inverno sia, nuvoloso o sereno il cielo, sempre dentro, vi piove e che il tetto è tanto grande, che se a sorte cadesse, non lo potrebbe rifare o risarcire tutto il mondo. Ciò è vero, ed io l’ho visto con li miei occhi; e tutti lo possono vedere, perchè vicino alla rocca di Spoleto è un monte, detto Monte Luco, ripieno d’abitazioni d’eremiti, alle cui radici è una grotta assai grande, dedicata a s. Leonardo con l’altare, e diverse altre pitture e figure de’ Santi; e perchè passa vicino a questa grotta il condotto dell’acqua che entra nella città, trapelando in qualche parte, viene a punto per le vene del monte a scaturire nella sopraddetta grotta, sì, che sempre vi goccia. Nè dubbio alcuno, che se il monte quel serve per tetto a detta grotta rovinasse, tutto il mondo non lo potrebbe restituire al pristino stato. Con queste adunque fallacie e simili invenzioni si procurano il vivere.

CAPITOLO XV.

Delli Acconii.

Come furono dette anticamente nella primitiva Chiesa, le immagmi dipinte de’ Santi da cui questi che le portano sono nominati Acconii, le portano appese al petto mentre fan viaggio, o girano per le città; dandole a badare a’ fedeli, le pongono avanti le porte dei tempj e nelle strade, acciò li passeggieri gettino delle elemosine, quali chiamano uccelli presi. Dicono alle volte alcune cantilene ad onore di s. Simone da Trento, le sette allegrezze della Madonna, l’orazione del Carmine, o di Costantinopoli, ed altre simili, secondo le immagini che portano, o a lor più piace.

Mi ricordo che in un ospedale di Spoleto, essendo insieme molti di questi Acconii per il troppo bere imbriachi, e per aver giocato a’ dadi sopra il rovescio di una immagine della B. Vergine che portavano, furono posti prigione, ove con molta acqua temperorno il mal bevuto vino, e le immagini (per levar l’occasione di giuocarvi più sopra) le furono tolte. Di questi se ne vedono infiniti andar per il mondo vagabondi, per non lavorare.

CAPITOLO XVI.

Delli Attarantati

Fingono questi esser stati  morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto (da cui son nominati), ed esser caduti in quella infirmità, che li rende come pazzi. Vibrano e sbattono la testa, tremano con le ginocchia; spesso al suono cantano o ballano, agitano le labbra, stridono co’ denti, e fanno azioni da matti.

Niente chiedono, ma il compagno guidone, notificando per tutto che egli è attarantato, chiede e raccoglie elemosina per loro: oh ingegno, oh arte inaudita per li passati secoli!

Un certo Cesare conduceva per la Puglia Giacomo di Togno suo amico, legato con due catene di ferro lunghissime, sì che pareva s. Pietro. Questo Giacomo teneva in bocca un poco di sapone, quale per la sua amarezza era causa che dalla bocca mandasse fuori grandissima quantità di spuma e bava, come sogliono fare li cani arrabbiati. Diceva il guidone, che erano da Taranto, e che quello incatenato era stato morso da uno di quei maledetti vermi, e che in fatto elli era arrabbiato tanto crudelmente, che con le catene appena si poteva tenere, nè si poteva trovar rimedio, che tutti gli avevano fatto peggio; onde molti andavano per vederlo, ed a quel batter e strider de’ denti che faceva la bocca spumante, gli occhi e sguardature terribili, il tremor della persona, le scosse delle catene, il dir del compagno guidone; tien forte quella catena, che adesso va in furore; olà a te, guarda che non ti morda e non ti tocchi con quella schiuma, che saresti spedito; faceva convenire infinita quantità di popolo a vedere, e ne riceveva tante elemosine, che piacesse a Dio che io avessi guadagnato tanto in questo anno con li miei sudori, studj e fatiche, quanto questi furbi si portano alla patria sua.

CAPITOLO XVII.

Delli Appezzenti.

Questi son detti dalli pezzi del pane che cercano. Danno ad intendere di sprezzare il vino, amare la nudità, e desiderare solo tanto, quanto possino vivere. Cercano solo il pane, e quando hanno fame si mangiano li pezzi sodi, e vendono l’intiero. Stefano Schiavone, entrato nella setta delli Pezzenti (che è la più grande di tutte, poichè abbraccia d’ogni sorta di nazione) nello stato del duca d’Urbino, mostrando di fuggire il vivere umano delizioso, seguiva giorno a notte il pane, che meritamente per la sua poltroneria doveva fuggirlo. E quel che li avanzava, vendeva a’ ciavattini e simil gente. Ne trovava egli tanto ogni giorno, che sarebbe bastato per il vitto di gran famiglie; e qualsivoglia gran liticante contadino, col sudore e fatica di quattro giorni, non ne avrebbe guadagnato tanto, quanto Stefano in un giorno solo .

CAPITOLO XVIII.

De’ Cocchini.

Questi dallo scuoter la membra al tempo dell’inverno, dallo strider de’ denti, per mostrar d’aver concepito gran freddo dentro l’ossa, e dal suono che fanno con la bocca, son detti Cocchini. Quasi anco, a guisa di pezzenti, dicono amare sommamente la nudità e la penuria per amor di Dio, essendo ciò falso, perchè amano più il denaro e la robba.

Certo Fighino comparve in un luogo non troppo discosto da Fano, detto Carticeto, ove sapendo che un certo Pietro Antonio, figliuolo d’un notajo, era uscito di casa sua circa tre anni, ed in detto tempo non si era saputo nuova di lui, trovò il padre, dandoli nuova della salute del figliuolo; del qual diceva, che per la sua fortezza e valor mostrato in un pericoloso combattimento, in cui vinse gl’inimici, era stato fatto dal re Ferdinando capitano e cavalier del Speron d’oro, e che egli era suo servitore. Sentendo il padre questa buona nuova, lo introdusse in casa, ove salutato la madre e le sorelle diede anche a loro buone nuove del figliuolo; aggiungendo, che aveva in guerra raccolto molte spoglie e fatto gran preda, onde era divenuto ricco. E che avendo fatto voto, mentre combatteva di visitare, o fer visitare la chiesa di s. Antonio, aveva mandato esso Cocchino suo fedelissimo servitore a soddisfarlo, portando un dono alla chiesa d’esso Santo in suo nome; con portar anche lettere al padre ed a’ parenti delle sue felicità: ma che per la strada era stato dagli assassini spogliato d’ogni cosa, ed appena avea salvato la vita; nondimeno così come si trovava, voleva andare a soddisfarlo. Al sentir delle buone nuove dette dal furbo, si rallegrorno tutti, e ringraziando Iddio della buona fortuna del figliuolo, preparorno al finto servitore Cocchino una buona cena. Convennero fra tanto i generi, cognati, zii ed altri parenti di Pietro Antonio e del padre, per intendere le buone nuove, quali furono dette e confermate dal Cocchino; aggiungendo sempre cose da lui prima ben pensate e meditate, acciò tanto meglio la carota si radicasse. Le donne, compassionevoli di vedere il servitore del lor figliuolo e parente così male in arnese per amor suo, li diedero alcune camicie, il padre gli donò un vestito, e gli altri portoron chi calzoni, chi calzette, chi scarpe, chi berretta; il padre della madre di Pietro Antonio li diede un ferraiolo, del quale per esser egli vecchissimo ne aveva necessità, non che bisogno. E così ben vestito e ben trattato per un giorno e per una notte, in premio delle dette bugie, si partì, promettendo soddisfatto il voto ripassar di lì per le lettere: ma partendo di lì, il vento lo trasportò tanto discosto, che non fu più visto. Non passorno troppi giorni, che Pietro Antonio tanto predicato dal Cocchino tornò a Carticeto, povero, ignudo, mezzo infermo, consumato dalle fatiche de’ viaggi, e tutto distratto per la fame, dicendo che seco non aveva portato altro che miseria e povertà. Or pensa come restò il povero padre addolorato con tutti di casa, vedendo esser stati burlati da quel furbacchiotto del Cocchino, a cui aveva con li parenti dato tanti vestimenti, che al povero figliuolo sariano stati opportuni in quell’istante. Di queste simili burle se ne fanno ogni dì, massime con lettere false portate a gente ignorante, che non sapendo più che tanto, danno della robba senza sapere a chi, nè perchè: però aprite gli occhi, altrimenti li Cocchini ve l’accoccherano.

CAPITOLO XIX.

Dei Spetrini

Si rappresentano questi al cospetto degli uomini come sacerdoti, ed a lor guisa vestiti. Alle lor ciarle e favole, che nelle piazze e strade raccontano, concorrono uomini, donne e fanciulli con non minor piacere, che se andassero a veder spettacoli ed a sentir commedie. Cercano per gli ospidali di s. Antonio, di s. Bartolommeo di Benevento per li lebbrosi, di s. Lazzaro per gli incurabili, ed altri simili luoghi de’ poveri infermi. Portano nelle vesti li segni de’ loro ospedali, nelle mani un campanello per congregar col suono il popolo a sentir le lor favole, ed allettarlo più facilmente alla liberalità. Alla cintola tengono appesa la cassetta di latta, ove portano le patenti, senza le quali di ragione non possono cercare elemosine.

Nardo e Tasca, uomini de’ principali di questa setta, cercando gran tempo fa in Monte Feltro, appresso la Penna de’ Billi, s’incontrorno a chieder elemosine ad alcune donne, a cui il padrone o capo di casa con molte favole aveva espressamente vietato, che non dovessero dar cosa alcuna a tal sorta di vagabondi. Questi astuti e sagaci, facili all’ingannare, sapendo mille arti per rapir la robba altrui, con molte ragioni ed esempi persuasero le donne, che per conservazione dei frutti che all’ora pendevano dagli alberi, acciò la tempesta non li rovinasse, li dessero un pezzo di pannolino per ornamento dell’altare di s. Antonio di Vienna, e tanto seppero dire e fare, che finalmente con gran difficoltà l’ottennero. Partiti che furono, tornò il padrone a casa, ed avendo inteso che li galantuomini avevano fatto polito, e portato seco un pezzo di panno, tutto infuriato velocemente li corse dietro, seguendo le lor pedate, e vistoli di lontano, incominciò a gridare: ah furbi, ladri, assassini! fermate olà, date qua quel panno che avete truffato. Quando si accorsero ch’era fatta palese la malizia loro, si posero a sedere per aspettar quell’uomo che li correva dietro. Tra tanto uno di quei Spetrini destramente battendo l’accialino, e facendo fuoco, pose un buon pezzo di esca accesa nel rinvolto della tela. Arrivò il padrone gridando e bravando , che avessero ingannato le donne, e che non così facilmente avrebbero ingannato lui; minacciandoli, se non restituivano il panno involato, li avrebbe dato di molte bastonate, ed a lor mal grado l’avrebbero restituito. Gli astuti Spetrini di subito lo restituirno senza far contrasto, solo dicendo; Iddio volga in bene quest’atto indegno che hai fatto; ma noi temiamo grandemente, che s. Antonio (la cui tremenda e formidabil potenza non hai temuto) non te lo volga in male, e che col suo ardente fuoco non abbrugi te con tutte le cose tue; e così detto, si partirno. Ritornando Verso casa il padrone tutto contento per il ricuperato panno, dopo l’aver camminato alquanti passi, il fuoco che dentro al panno lavorava gagliardamente, incominciò a scoprirsi; il che avvertendo l’uomo che solo pretendeva esser savio al mondo, credendo che, secondo li era stato minacciato, non fosse il fuoco di s. Antonio che adirato lo volesse abbruciare, tutto atterrito, pauroso e sbigottito tornò a ricercar li furbi, si gettò a’ lor piedi, e chiedendo perdono dell’insulto fattoli, li pregò volessero con le loro orazioni mitigare l’ira del Santo; e restituendoli il panno, per maggiormente trovar perdono, li condusse a casa, li fe’ da desinare, dandoli maggior doni ed elemosine per riconciliarsi con s. Antonio. Or vedi, lettore, se ho ragione a dire che ognun si guardi.

Partiti da questo luogo questi furbacchioni, entrorno nel territorio di Arimini, ed appresso a Curigliano trovando una vecchia assai benestante, ma molto più sciocca, che aveva cento belle pecore, si offerirono di dare la benedizione di s. Antonio sopra il suo gregge; dandole ad intendere, che con essa benedizione sarebbe stato sicuro da’ lupi per un anno e tre giorni, e che da quelli rapaci Animali non sarebbe stato tocco; potendolo lasciar andare senza custodia, perchè con quella benedizione sarebbe sicuro da ogni male, purche gli avessi dato sei castroni ad onore di s. Antonio. La donna che non ne aveva altro che quattro, quelli li offerse, e ricevuti che gli ebbero, proferirono la benedizione in questa guisa: « Le mortisca Licaone, per lo cambio dell’Artone, Licaone le morfisca, e non le  scarporisca, e non vedano mai quella valle scura, dove non luce la luna, nè ci è fallo, nè cello ma solo lo calandrello. In nome del Padre, e del Figliuolo, di Sellano, e di Monte s. Amen ». E data questa loro maledizione, non benedizione, si partirono con li castroni. La donna credula alle parole de’ Spetrini, scioccamente lasciava andar vagando le pecore giorno e notte senza guida, senza guardie, senza tane e senza ridurle al sicuro almeno la notte: ognuno può pensare quanto danno facessero ne’ campi e possessioni dei vicini, i quali lamentandosi con la vecchia pazza de’ danni che ricevevano dal suo gregge, rispondeva che non toccava a lei, ma a s. Antonio la cura di detto gregge; però si lamentassero di lui, se facevano danno. Una notte il lupo cercando pastura, trovò il gregge della vecchia; andar vagando senza cani, dispergendolo ne ammazzò quasi la metà. La mattina la donna cercando le pecore per mugnerle, e trovando tanto danno fatto dal lupo, piangendo si lamentava gagliardamente di s. Antonio (che più tosto doveva dire della sua sciocchezza), e che non fusse giovata la benedizione data da’ suoi servitori al suo gregge, avendolo pagato: ma bisogna che avesse pazienza, poco giovandoli il suo lamento. Finito l’anno, e passati alcuni giorni, li gatti ritornorno all’unto, e vennero i furbi per altri castroni; e promettendo alla vecchia la benedizione, li rispose: non voglio più benedizione vostra nè di s. Antonio, perchè il lupo con questa vostra benedizione mi ha ammazzato quasi tutte le mie pecorelle. Li furbi ricordevoli dell’inganno, ma scordevoli della vergogna (quale mai imparorno); essendo che quelli di queste sette, se si vergognassero, etiam convinti da molte bugie, sarebbero inutili a tal mestiero (sì come il filosofo che è iracondo, non è atto a filosofare); senza sbigottirsi punto, arditamente risposero: Se il lupo ha ammazzato le tue pecorelle, noi non ne abbiamo colpa, perchè il lupo è obbediente animale, e teme e fugge la benedizione col fuoco di s. Antonio, ma il danno l’ha fatto la natura e la fame che stimolò il lupo; sopra la qual natura e fame non ci vale la benedizione di s. Antonio che abbiamo data; e così lasciorno delusa la vecchia matta, disperata, ed adirata contro la fame, contro il lupo, e contro s. Antonio.

CAPITOLO XX.

Delli Iucchi, ovvero Ribattezzati.

Sono questi denominati dal battesimo, che come per giuoco più volte ricevono, dilettandosi di quelle acque sante, non altrimenti che l’ebrio del vino, e l’oche dell’acqua. Fingono d’esser stati Giudei ricchissimi per le molte usure; ma per aver visto visioni terribili, miracoli inauditi ed incredibili, quali raccontano inspirati da Dio, a guisa delli Apostoli, han lasciato quanto avevano, per seguir con la povertà Cristo povero. In ogni città dove arrivano, di nuovo si battezzano, e dopo (oltre a quello che li vien dato da’ compatri) vanno alla pesca della robba e denari altrui, che da persone fedeli li vien dato prontamente, e così sgraffignano del buono.

Fabio Cereto, gran tempo fa, girando per lo stato del Papa con molti compagni alla bia, e non avendo fatto in molti mesi troppo guadagno; mutato parere, se ne andò per il regno di Sicilia, fingendo d’esser Giudeo con li compagni; dopo scese nella Calabria, e finalmente in Puglia, ed a quante città arrivavano, predicavano che venivano da Roma e da altri luoghi, e per li gran miracoli visti si volevano convertire alla fede, e così si battezzavano; onde oonsumorno tant’acqua questi sacrileghi scomunicati, che per un giorno intero, arebbe macinato un mulino. Da queste provincie cavorno tant’oro e argento, che nemmeno in dieci anni arebbono avanzato tanto. Molti di questi scellerati son stati scoperti, e gastigati severamente a’ tempi nostri.

CAPITOLO XXI.

De’ Falpatori, ovvero Maestri delle Arti.

Son detti Falpatori, quasi falsi palpatores, che fan palpare e toccar, il falso, per vero. Questi, non potendo per la vecchiezza, o la debolezza del corpo andar più, biando, restando in casa, vanno imitando li maestri di grammatica, retorica, dialettica ed altre sciente, instruendo i fanciulli a questo pernicioso guadagno, insegnando tutte le arti superiori ed inferiori da raccontarsi, con li costumi, modi e gesti da ingannare il prossimo, massime con falsità di parole. O profonda scienza, che nè per lunghezza di tempii nè per negligenza delli uomini perirà giammai! meritavi al certo esser posta fra le sette arti, liberali per ottener tra loro almeno l’ottavo luogo: e pure non vi fusti riposta, forse perchè convenendosi a te la precedenza per non levarla all’altre non te ne curasti: or fia, come si vuole. Ciamberlano, quello di cui è tanta fama, che non mai è per scancellarsi dalla memoria delli uomini leggendo ed insegnando in Camerino tutte queste arti, rendeva atti gli suoi discepoli che erano molti, a tutte le arti d’inganni. Ragionando costui con uno degli antichi Signori, o Duchj di Camerino, che dir vogliamo, fu da lui interrogato se credeva di poterlo ingannare in qualche cosa, essendo pratico de’ costumi ed arti, di questa sorte di gente. E rispondendo il Ciamberlano di sì, ed il Duca dicendo di no, fecero scommessa e posero in deposito 50 scudi per uno, da darsi in premio della futura vittoria, da ottenersi fra sei mesi. Dopo pochi giorni Ciamberlano avendo eletto due giovani suoi scolari di grande ingegno e memoria, e li più dotti di queste scienze, e fattoli imparare il parlare di Germania, li instruì in di multe cose necessarie, e vestitoli secondo il consueto di questa nazione, li mandò al palazzo, ove si abboccorno col capitano d’arme, o della guardia del Duca, ch’era Tedesco; a cui narrorno con molte parole, che erano figliuoli del principe di Sterligonia, e che avendola rotta malamente col padre, fuggivano l’ira sua, e se n’andavano a Roma, acciò il Papa con la sua autorità li facesse ritornare in grazia, e li riconciliasse col padre, non avendo essi ciò potuto ottenere col favore di molti principi, posti per mezzani a questa pace: li diedero nuova di molte cose del paese, e mostrorno molte finte lettere. Il capitano, credendo il tutto vero, ne fece consapevole il Duca suo padrone, ed introdusse i giovani alla sua audienza; e perchè mostravano non intendere, nè aver minima cognizione di nostra lingua italiana, il capitano si faceva l’interprete: e dopo lungo parlamento il Duca, mosso a pietà di loro (avendoli prima convitati seco in presenza di molti signori), al partire li diede 10 scudi per uno, e li prestò cavalli e servitori per far un pezzo di viaggio, quali ringraziatolo della cortesia si partirno. Il Ciamberlano, ritornati i cavalli, andò dal Duca, facendo istanza li si consegnasse il deposito, perchè col mezzo de’ suoi scolari era stato ingannato, atteso che li due giovani da lui ricevuti e banchettati non erano Germani, nè figliuoli del principe di Sterligonia, ma da Monte Santo e suoi discepoli, da lui così instrutti. Il capitano, che era presente, affermava che erano Tedeschi, e che il Ciamberlano s’ingannava; ed egli al contrario asseriva esser stato ingannato lui, e che erano da Monte Santo. Il povero capitano si gettava via per la collera, e giurava voler porre la testa, se ciò era falso. Finalmente per chiarir la partita, ottenne dal Duca il salvo condotto, li giovani ritornorno da Tolentino, dova il pratico Ciamberlano li aveva fatti ritirare; e parlando in lingua nostra, affermorno chi e di dove fossero: onde il Duca, non poco svergognato d’esser stato ingannato, ordinò si consegnasse il deposito al detto Ciamberlano, quale (non volendo riceverlo) si contentò solo aver in quel cimento avuto la vittoria. Fu dopo interrogato dal Duca, con che ordine insegnasse a’ suoi scolari. Rispose: prima li fo apprendere il nostro parlar furbesco; dopo l’ordine di predicare; il rito, costumi, e usanze di qualsivoglia nazione, e provincia; e nel fine la gran fallacia, e singolari inganni, con li quali li nostri maggiori acquistorno gran denaro, acciò essi ancora imparino a ritrovarne, ed a farne de’ simili; e così instrutti per tre anni son licenziati dalla mia scuola. Io poi così vecchio ed impotente, leggendo ed insegnando, guadagno tanto, come se andassi biando, e di questo mi vivo.

CAPITOLO XXII.

Delli Affarinati.

Cercano questi farina con scusa di far ostie, quali dai sacerdoti si devono offrire a Dio per salute de’ vivi, e per liberazione de’ morti sopra del santo altare; il che sentito da persone pie, per esser partecipi di quei sacrificii, la danno volentieri, e ricevendone da ogni casa un poco, la sera si trova che ne hanno congregata assai. Alle volte dicono volerne far pane da benedire in onore di s. Benedetto, di s. Niccolò da Tolentino, o di s. Dionisio, che vale contro i morsi de’ cani rebbiosi, da distribuirsi al popolo fedele. Gli uomini e le donne, per conseguir due bocconi di pane, danno tanta farina, che sarebbe soprabbondante per un giorno alla sua famiglia. Appresso Cascia un uomo solo, cercando di farina per far pane di s. Niccola, ne pose insieme sette some.

In Monte Luco (gran tempo fa, che il grano e la farina erano a buon mercato) stavano due Affarinati, l’uno de’ quali si chiamava Angelo, l’altro Geronimo; questi in otto giorni raccolsero tanta farina, sotto nome di far ostie, che da un tavernieri a cui la venderono, ne cavorno 4 scudi. Cercavano insieme con due sacche per uno, e quando erano piene a qualche segno, uno di loro le andava a votare, acciò la gente non si accorgesse che chiedevano più del bisogno, e di quello che avevano soprabbondanza.

CAPITOLO XXIII.

Delli Allampadari

Di questi bisogna parlare onestamente, e con riservo a guisa di giudice, che di molti rei che han fatto l’istesso errore, avendone uno solo prigione da castigare, per non scoprir gli assenti e porli in fuga, ed acciò diano nella rete, dice nella sentenza: io condanno te con li compagni tuoi, li cui nomi si tacciono. Così io, non nominando alcuno, dico, che questi nella settimana santa, e per le feste de’ Santi principali, cercano olio per le lampade o lucerne da ardere nel cospetto del santissimo Sacramento o delle immagini della B. V. e de’ Santi, e ne raccolgono tanto, che poi basta loro per la famiglia tutto l’anno.

Io con i proprj occhi ho visto, che, in un luogo fu cercato dell’olio per benedire nella festa di s. Biagio, e se ne adunò una buona quantità, ed in quel giorno fu empito una gran cionca d’acqua, e sopra vi fu posto tant’olio, quanto la coprisse, onde alla gente fu unta la gola con l’acqua; e quelli che nelle foglie lo portorno a casa per unger devotamente i figli, portorno acqua e non olio: e questa istoria si faceva ogn’anno.

Che l’avanzo dell’olio si venda o si consumi per le case, non è difficile, nè necessario il darlo a credere, perchè ci sono infiniti esempj; e li ciechi istessi lo vedrebbono.

CAPITOLO XXIV.

De’ Reliquiarii

So di non poter trovar parole che bastino per biasimare e condannare questa maledetta e sacrilega setta di gente senza coscienza e senza timore della vendetta e giustizia di Dio; ma ricevino la mia buona volontà, e se non dirò tutto quello che potrei dire de’ casi seguiti, resterà solo per non scandalizzare le orecchie de’ più fedeli, a’ quali servirà questo poco per erudizione, acciò non credino a persone fraudolenti e vagabonde, ma solo a quello che li è proposto dalla s. Chiesa cattolica, e da’ noi ministri di cui sono figliuoli.

Sono questi denominati dalle reliquie de’ Santi che dicono portare: e se bene ne’ sacri canoni si proibisce, che le reliquie de’ Santi non si mostrino fuori della cassa o reliquiario; e che niuno possa, nè debba proporre ad adorare nuove reliquie, se prima non sono approvate dal sommo Pontefice romano; tuttavolta questi non stimando Iddio, nè le leggi canoniche, portano finte reliquie di uomini forse gran peccatori, o d’animali brutti, mostrandole per far denari, e forse anco vendendole.

Atto degno d’infinito biasmo e di perpetuo gastigo fa quel fatto da Luca e Crociano. Questi sacrileghi e maledetti da Dio, avendo preso il braccio d’un uomo morto, e segatolo, lo portorno seco in Francia, e pervenuti in Hebelva o Belgia, che con comun vocabolo da’ Francesi è della Felice (qual lungo tempo era stata afflitta dalla peste), si separorno, vestendosi ambidue con abiti diversi, ma finti, da eremiti. Luca, asceso un giorno di festa in luogo elevato, dopo aver fatto un bel ragionamento, disse a quelle gente devote, che portava seco il braccio di s. Bastiano, e chi l’avesse baciato o toccato, sarebbe stato perpetuamente sicuro dalla peste (che più tosto dovea dire, chi l’avesse baciato o toccato, si sarebbe appestato); e che essendo molto povero, non l’aveva potuto accomodare ed ornare d’argento come conveniva: però che per il benefizio che li portava della loro salute, pregava li devoti di esso Santo, che li dessero un poco d’argento per farlo. Dall’altra parte scappò fuori Crociano, e postosi incontro a lui, incominciò un sermone, dicendo: Attendite a falsis profetis, guardatevi da’ falsi profeti che vengono a voi con vesti di pecorella, ma dentro sono lupi rapaci. Sappiate, ascoltanti carissimi, che questo è un finto, non vero religioso, ed e un Biante loquace, bugiardo, fraudolento, ingannatore, maestro di ogni errore, degno non di una, ma di mille morti; il braccio che egli porta, non è di quel Santo che dice, ma l’ha levato dal corpo di un uomo impiccato per suoi misfatti: fatelo prigione, e dateli tormenti, che confesserà il suo peccato e l’inganno che vi fa, ed allora gastigatelo severamente come merita: e se ciò non si trova vero, mi contento di essere abbruciato (sin ora Cruciano aveva detto il vero, ma meritava d’esser abbruciato per quel che segue). Il popolo restò in dubbio se doveva far qualche risoluzione o no. Ma Luca, levate le mani e gli occhi al cielo, fingendo raccomandare la sua causa a Dio, disse al popolo che pregasse il Santo, acciò mostrasse qualche segno della verità e di vendetta nella persona del bugiardo; il che fatto, ecco il furbo di Crociano che svolti gli occhi, torte lo braccia, inchinata la testa al seno, li calcagni rivolti alle natiche, congiunto le ginocchia alla bocca, con orrendo e mostruoso, ma però finto stroppiamento, si lasciò cadere, a guisa d’un rinvolto o d’una palla in terra, in mezzo della gente, Ed ecco il popolo alzar le voci dicendo: miracolo, miracolo! ecco ogni cosa in bisbiglio, sì il tumulto grande, qual con gran fatica da Luca fu quietato; ed avendo fatto più volte segno di silenzio, disse: sappiate, che Iddio non vuol la morte, ma la conversione del peccatore; però pregatelo acciò risani questo poveretto; dipoi mostrerò quanta sia la virtù e la potenza di questo braccio; e stato così per un poco fingendo fare orazione, sceso a basso, segnò il furbo di Cruciano, qual di fatto aperti gli occhi, stese le braccia, slungate le gambe, alzata la testa, e confessando il peccato e la vendetta sopra di lui (che Iddio per occulti giudizi non volle per allora mostrare), propose voler seguir Luca sino alla morte. Allora aresti visto uomini e donne deboli d’ingegno e di poco cervello portar oro ed argento a’ piedi di Luca per elemosina, e per ornare il braccio; ma per abbreviare, avendo fatto in pochissimi giorni grandissimo bottino, se ne tornò col compagno ricco e contento nell’Umbria per vivere allegramente in questo mondo, e per penare perpetuamente nell’altro, come sacrileghi e maledetti da Dio.

Fazio Cereto, avendo fatto amicizia con un sarto che abitava nel territorio Ferrarese, e battezzatoli un figliuolo, cenando una sera insieme nel mese d’Agosto, e mangiandosi un’oca, pose Fabio un pezzo d’osso di quella in capo della mensa; il che vedendo la comare, disse: che volete fere, o compare, di quell’osso, ed a che fine l’avete posto costì? Rispose: posdomani è la festa del tal Santo, ed io voglio mostrar quest’osso, e voglio dire che è suo, e raccontando le sue virtù sforzerò gli uomini e le donne e te ancora a venirlo a baciare. Sorrise la comare, dicendo: sì, che son pazza a far questo! non ci è pericolo; pensa tu se voglio baciare l’osso di un’oca; e stando sul sì, e sul no, si venne alla scommessa, e fu posto per pegno in mano del marito il prezzo d’un paro d’oche da godersi insieme. La comare, non sapendo cbe Fazio facesse questo mestiere, non si poteva immaginare come dovesse passare il negozio; solo diceva fra sè: io non lo bacierò; e come potrà lui sforzarmi a farlo? Venne il giorno della festa, e convenendo tutto il popolo alla chiesa secondo il consueto per udir la santa mesta, Fazio si vestì con un camice, e si pose al collo la stola (ne’ tempi avanti il sacro Concilio di Trento le cose andavano come potevano, e non si cercava così per minuto ogni cosa, sì come si fa ora con molta prudenza), e fatte sonare le campane con molti lumi accesi, col capo scoperto, posto all’altare una cassetta, quivi raccontò con belle ed ornate parole le virtù della sua falsa reliquia, quale solo per baciarla, diceva, che risanava ogni infermità, sì come aveva fatto altrove, risanando molti dalla peste, mal caduco, podagra, chiragra, quartana, sciatica, febre, e tutte le sorti di mali; e che quanto alle donne aveva una virtù di più (quale non l’avrebbe manifestata, se non avesse saputo che tutte le donne di quel luogo fossero caste e pudiche), ed era questa: che le donne impudiche non si potevano accostare a baciare la reliquia, ma sarebbono restate immobili. Ciò inteso, le donne tutte, e massime le più triste, per esser tenute buone e pudiche, facevano a gara ad esser le prime, e così si faceva una folla terribile. La povera comare restò la più attonita e stordita donna del mondo, e si trovò in grandissime angustie, non sapendo che si fare; e diceva fra sè: se vado a baciare quell’osso, perdo le oche e fo un sacrilegio ed idolatria, perchè so benissimo di chi è quell’osso: se non ci vo, sarò tenuta da tutti per donna impudica, meretrice ed adultera, ed anderò per la bocca di tutti; e così stando sopra di sè, pensando a quel che dovesse fare, finalmente si risolse di voler più tosto pagar l’oche, che perder il buon nome della pudicizia, che vale più che l’oro: sì che andando come serpe all’incanto, inginocchiata piegando la testa, riverì col bacio la falsa reliquia; il che non doveva fare: e con quest’astuzia superò la povera comare, restando egli vinto e superato dal peccato in far tanto sacrilegio.

Ora le cose delle reliquie camminano in altro modo; perchè li Vescovi tengono gli occhi aperti in modo, che senza fedi autentiche e licenze di Roma non le lasciano esporre in pubblico, nè mostrare, sì come apparisce nel successo seguente.

Una persona in Spoleto avendo più volte negli suoi ragionamenti detto di voler mostrare il terzo giorno di Pasqua del legno della santa Croce del sepolcro di Cristo, ed altre reliquie de’ Santi, che egli proprio diceva (ma falsamente) aver portato di Gierusalem; e che chiunque si trovava infermo di qualsivoglia sorte d’infermità, accostandosi a toccare le reliquie, di subito avrebbe ricevuta la sanità, chiedendo in premio tanto denaro che bastasse a comperare un asino, sopra del quale potesse andare a’ bagni per rimedio della vessica in cui aveva grave infermità; poco avvertendo lo sciocco che imitava li cattivi medici, che facendo professione d’aver rimedii e segreti esquisiti per sanar il male altrui, non ne hanno pur uno da applicare a sè. Alcuni degli ascoltanti, non considerando che con tante sante reliquie non pareva lecito toccare le parti vergognose, dicevano come gli Ebrei a Cristo: quest’uomo fa salvi gli altri, e non può salvar se stesso. Il vicario del Vescovo, persona savia e prudente, per levar l’occasione di non esser biasmato a Roma, che come poco pendente avesse facilmente prestato fede a queste ciarle, e permesso quello che solo toccava al Papa, e non avesse ciò impedito con la sua autorità; intimò a tutti i fedeli, che dovessero in quel giorno convenire alla chiesa cattedrale, e non altrove: onde il pover uomo restò al secco. Ma incorse il vicario in tanto gran sdegno di quest’uomo, che perpetuamente l’odiò e perseguitò, biasmandolo per tutto.

Ragghio d’asino non entra in cielo, dice il proverbo.

CAPITOLO XXV.

De’ Pauliani

Questi dicono trar l’origine da s. Paolo Apostolo; il che è falsissimo, essendo noi obbligati a creder più a s. Geronimo e ad altri autori che scrissero la vita di questo santo Apostolo, che a questi furbi; poichè egli, se bene ebbe stimoli della carne, tutta volta li superò con l’aiuto di Dio, non avendo avuto moglie, nè perso il fiore della verginità. Nondimeno li Pauliani dicano di discendere da lui, e in segno di ciò scacciano i serpenti, e bevono e mangiano cose velenose senza nocumento. Qual grazia dicono che ottenesse s. Paolo da Dio per sè e suoi successori nell’isola di Melite, o vero Malta, quando fu morsicato da una vipera.

Mentre ch’io ero giovanetto in Roma, mi ricordo aver sentito dire con le propie orecchie da un salta-inbanco gran ciurmadore, che a Paolo aveva concesso grazia alle persone d’una casa nell’isola di Malta, che fusse sicura con tutti i suoi discendenti da’ veleni, e che con certa terra data a bere potessero risanare, e preservare ciascheduno da’ morsi de’ serpenti. Ed in segno che egli era uno de’ discendenti di quella casata, mostrava sopra le spalle il segno di un serpe, quale io viddi con gli occhi proprii. Ma perchè ho scoperto che questo segno è artificiale, non naturale, però acciò si veda la lor malizia, descriverò il modo.

Prima disegnano sopra il braccio o spalla un serpe, poi con la punta di un sottilissimo ago fanno picciolissime punture sopra di quel disegno, le fregano dopo con filigine o polvere di carbone, o vero con sugo d’altre erbe; e imbevendosi la carne per le punture della forata pelle di quel colore, resta perpetuamente il segno, e le macchie negre in forma di serpe nella pelle bianca; il che mostrando a tutti pubblicamente, fanno credere con questa fraude alle genti inesperte, che sia vero quanto dicono. Li serpi che maneggiano, e si circondano al collo con tanto stupore della plebe ignorante, son presi da loro al tempo dell’inverno, quando hanno poca forza e veleno, li purgano e macerano con gran digiuno; dopo li danno a mangiare crusca o semola con butiro, e li empiono il ventre alle volte per forza, con questa materia, quel non potendo in sè ritenere e vomitandola, con essa ancora vomitano il veleno, e perdono la malignità che hanno dentro di sè: onde poi nè anche assicurandosi di queste bestie, essendosi prima armati in casa con buona triaca, ed in pubblico bevendo di quella lor pietra che dicono di s. Paolo, quale ha naturale proprietà contro veleni (se bene alle volte da loro finta), si fanno mordere e pugnere da’ serpi senza pericolo della vita; e con tal mezzo vendendo quella pietra, e ciurmando questo e quello, raccolgono più danaro in un mese , ch’io non farei con l’esercizio mio in due anni.

Non voglio ora stare a raccontare come si preparino avanti che piglino i veleni, col mangiare alcune erbe o cibi conditi con olio, grasso, butiro, fegato, trippe e simili. Nè come invece di solimato, risogallo, antimonio, arsenico e simili veleni, che mostrano pigliare pubblicamente per le piazze, mangiano amido, o vero zucchero. Nè meno conviene por qui le cantilene e parole che dicono per fermare, prendere ed incantare li serpi; perchè essendo proibito il dirle, è anche più vietato il scriverle ed insegnarle.

Al tempo di Paolo III in Roma, un villano sagace, per far un bel colpo, portò chiuso dentro una pignatta un aspide velenoso ad uno di questi Pauliani, che in piazza pubblicamente vendeva e ciurmava con la sua pietra, mostrando il segno del serpe che aveva nelle spalle a tutti gli uomini poco pratici: questo promettendo molto di se stesso, si fece mordere nella lingua, ma l’animale che niente era purgato l’avvelenò in modo, che di subito gonfiandolo tutto, in breve ora scoppiò senza trovarsi rimedio a quel veleno. La virtù dunque predicata di s. Paolo, in lui scesa per tante generazioni, non li apportò in quel frangente alcun aiuto; e perchè era falso quanto diceva, il tempo, padre della verità, lo scoprì.

CAPITOLO XXVI.

Delli Allacerbianti, ovvero Protobianti.

Son detti questi principi de’ Bianti, et ab acerrimo ingenio biandi, son più cattivi degli altri, perchè essendo molto sagaci e pratici, se ben son pochi, tutta volta ci fanno restare quelli dell’altre specie, ed hanno ardire d’ingannare e truffare gagliardamente gli altri Bianti e Ceretani; e come pesci grossi si mangiano i piccoli. Fingono aver privilegi da’ sommi Pontefici e Cardinali, o da qualche chiesa principale e segnalata, per andare alla cerca o ver bia in lontani paesi, ed aver bisogno de’ compagni; onde molti per esser partecipi del guadagno, offeriscono 20, 30 e 50 scudi il Protobiante, acciò li conduchi seco. Occorse al tempo di Sisto V, che uno di questi, tardando l’andata, attendeva a pigliar di buone cene, regali e presenti da chi pretendeva andar seco; e fingendo ricever continuamente lettere di raccomandazione da diverse persone, acciò si compiacesse di condurre or questo, or quello, alzava con questa invenzione la sua mercanzia gagliardamente, facendo la patente a chi più offeriva e pagava. Ma alla fine avendo ricevuto da molti gran quantità di denaro, senza che l’uno sapesse dell’altro; avanti si scoprisse che egli non aveva tal facoltà, con la borsa piena se n’andò via, lasciandoli scherniti con molto danno.

CAPITOLO XXVII.

De’ Calcidarii.

Hanno introdotto questi con le sue persuasioni ed ipocrisie una nuova e non più udita religione; ed è, che danno ad intendere alle donne in quell’anno che hanno partorito, che se vogliono assicurare il parto da ogni stregaria, fascinazione, legatura o incanto, ed esse divenir feconde, debbono dal dì delle Palme sino a quello della Resurrezione stare ogni giorno presenti alla messa con un cereo nelle mani; ed in quell’ultimo giorno ogni donna, per confermazione di tanta devozione, offerisce un gran vaso di buon vino e due grossi pani, secondo l’offerta di Melchisedech, aggiungendo sempre qualche cosa, cioè ova, cascio, capretti e simili cose; offerendo anche il cereo che in quei giorni tennero nelle mani, quale per l’ordinario è sempre intiero; atteso che se si trovasse donna tanto pia e religiosa, che volesse accenderlo, questi galantuomini tenendo in ordine un pezzetto di candela, gliela pongono accesa nelle mani, dicendo che il lume di quello è più accetto e grato a Dio, perchè ha servito prima ne’ sacrificii e messe, e con tale scusa si sgraffignano il cereo intero. Ma essendo venuto in costume, che il giorno di Pasqua le donne restavano a mangiare con gli uomini di questa setta, m. Filippo volendo liberar sè e gli altri Calcidarii da tanta spesa, chiamato le donne, le disse: non è espediente, nè onesto che voi altre senza i vostri mariti facciate la santissima Pasqua con noi, perchè questo non è di sostanza, ma solo cerimonia della benedizione, però vi libero da tale osservanza. E così il buon Calcidario (denominato dal dar il Calice, cioè dal ricevere e dar da bere il dì di Pasqua alle donne) liberò sè e li compagni da questo peso, avanzando francamente più cerei, pane, vino e presenti, de’ quali poi viveva, facendo che si verificasse il proverbio che dice :

« Con arte e con inganno — si vive mezzo l’anno;

« Con inganno e con arte — si vive l’ altra parte.

CAPITOLO XXVIII.

De’ Lotori.

Questi hanno un luogo solo, e questa setta non ha anco posto ben le radici, e steso i rami. Il fondatore fu un certo m. Andrea, quale avanti d’un altare teneva una pietra concava ripiena d’acqua del fiume Nera, in cui lavando i piccioli fanciulli, dava ad intendere che quell’acqua avesse virtù di fare, che i teneri fanciulli crescessero in grandissima statura con li corpi alti più del solito, o vero che come deboli di complessione ed infermi perissero presto. Le donne, desiderose di reintegrar il mondo di quella sorte di giganti che morirono nel diluvio univertale, frequentavano di far lavare li figliuoli in tal acqua, portando sempre qualche dono ed offerta al messere padrone del luogo, ed autore di questo trovato. Ma volendosi liberare da questo fastidio, e fare qualche buona pesca, finse che dormendo una notte li fusse rivelato, che se bene molti figliuoli erano lavati con tal’acqua, non crescevano però nella statura del corpo, perchè le madri o parenti non lasciavano ivi le vesti, sì come era conveniente a tanta divozione e religione. Onde le donne, per impetrar la grazia, lasciando le vestimenta de’ fanciulli, faceva il messere non poco guadagno. Se alcuna donna conduceva il figliuolo con vesti cattive o vecchie, la scacciava dicendo, che non poteva esser libero dalli mali, nè poteva crescere, perchè aveva imitavo il maledetto Caino, che offeriva la più cattiva pecora del gregge. Molte donne avendo per male di lasciare le vesti buone de’ figliuoli, le ricomperavano dal messere con minor prezzo: ma vedendo che non crescevan punto, ricercavano dall’istesso la causa di tale infortunio, e perchè più a loro, che all’altre avveniva tal disgrazia? Rispondeva l’uomo sagace: perchè, o vero avevano portato vesti vecchie e rotte, o non avevano pagato il giusto prezzo. Però se volevano esser libere da tal accidente, li bisognava portar di nuovo le vesti. Senza ripigliare il denaro pagato per quelle: e così congregate di molte elemosine, e del prezzo delle vesti vendute alla fiera di Terni, carico di molto denaro, se ne ritornava a far buona vita a casa sua:

CAPITOLO XXIX.

De’ Crociarii

Son denominati dal zafferano, detto croco in latino, setta poco diversa da’ Cagnabaldi, per l’ordinario sono nel territorio di Cascia, e vanno per il regno di Sicilia ed altri luoghi dove non è zafferano, vendendolo con rigoroso prezzo; o vero commutandolo con argento, oro e gemme preziose. Tra questi fu Nottola uomo sagacissimo, quale appresso d’Otranto incontrandosi con una donna ben vestita, ma di poco cervello, che portava nelle dita un topazio, li promise, se glie lo dava, ricompensarla di dieci volte più zafferano, che non pesava la gemma; e così con mezz’oncia di zafferano ebbe una gemma che non valeva meno di 25 scudi. E perchè questi girano assai, spesso gli suole accadere simil fortuna; onde vediamo che portano sempre medaglie antiche, anelli, coralli, ambre, gioje, ed altre cose pieziose, cambiate con tanto zafferano.

CAPITOLO XXX.

De’ Compabizanti.

Avendo questi le lor moglie gravide pensano a più cose, cioè liberarsi dalle spese del parto e della nutrice, e guadagnarsi favori appresso persone grandi, che però invitano al battesimo, simili persone, acciò li faccino donj, e tenghino protezione del fanciullo.

Modesto Diruta, abitando in Perugia, teneva non poca servitù e famigliarità, col cardinal Legato di quella città, ed avendo la moglie gravida, sforzò, per dir così, con molte parole il cardinale ad esserli compare; e l’istesso fece con li principali della corte e della città (essendo, che in quei tempi molti tenessero l’istesso al battesimo); onde ne conseguì di doni, che ebbe il fanciullo e la madre, più di 300 scudi; però soleva dire: alcuni si dolgono quando li nascono de’ figliuoli, ed io vorrei, che ogni giorno me ne nascesse uno, se nascendo in questo modo divenissero ricchi.

Il galantuomo si serviva di questo sacramento instituito per la salute dell’anima, in comodo ed accrescimento della borsa.

In questa setta mi pare che vi siano ascritti molti, che non sono del paese.

CAPITOLO XXXI.

Delli Affamiglioli

Son denominati dalla numerosa famiglia de’ piccioli fanciulli che hanno: son persone per l’ordinario pigre, accidiose, e tarde alla fatica, ma pronte alla crapula; che più tosto vogliono marcir nell’ozio, che provedersi, etiam ne’ grandissimi bisogni, delle cose necessarie; e mentre sfuggono la fatica, ricorrono al mendicare e biare.

Alcuni infingardi, non contentandosi del poco per aver avverso la natura a pappare, volendo saziare ed empire il ventre, fingono aver numerosa famiglia di piccioli ed infermi fanciulli, inutili a procacciarsi il vitto, e con tal scusa se lo procacciano.

Ciambraglia, uomo di somma voracità e sfuggitor di fatica che mai prese moglie, nè ebbe mai figli, simulava nondimeno di non poter liberare la moglie e la famiglia dalla fame, stando la carestia. Andava a tutti gli usci della città portando un gran sacco cercando del pane, e perchè aveva il ventre largo e profondo, anzi senza fondo, la sera se lo divorava tatto; onde in breve tempo, tra l’ozio, il dormire, la poltroneria, ed il pane che abbondantemente mangiava, divenne tanto grasso che non poteva camminare. Stavasene il pover’uomo alla porta dell’ospedale, e perchè raccoglieva poche elemosine da’ passeggieri, faceva misera vita. Finalmente la penuria lo ridusse a tale, che di fame si morì sul litame, come meritava. Tal è il fine delli infingardi e poltroni, e la dovuta pena de’ bugiardi.

CAPITOLO XXXII.

De’ poveri vergognosi.

Son questi uomini per lo più poveri ed infingardi; e perchè son talora conosciuti, o vogliono esser tenuti per nobili e ricchi, vergognandosi di mendicare, trovano questo ripiego, cioè d’entrare in qualche ricca fraternità de’ laici, a cui (come persone tenute per devote e prudenti) son dati li maneggi dell’entrate di quella; ma servendosene per proprio uso, mostrando zelo alla borsa, etiam per le necessità di quella, al far poi de’ conti si trovano debitori di molta somma.

Questi alle volte sotto finta specie di pietà, giovano non poco a se stessi e ad altri, perchè fingono che molte persone nobili e ricche, per disgrazia cadute in gran povertà, son ricorse con memoriali a’ fratelli di quella compagnia, chiedendo d’esser aiutati in quella gran necessità; ma che sono persone tali, che vergognandosi di dire il lor bisogno, più tosto son preparate a morire, che a pubblicare le lor necessità. Onde dicendo esser mossi da questa pietà, non curando la fatica, vanno intorno con altri signori, procurando di servirli; il che sentito da pietose donne e da ricche ed onorate signore, condolendo e temendo che ciò non intervenga alle lor famiglie, come ben spesso accade, danno grandi elemosine. Con questa dunque coperta rete procurano per sè questi vergognosi molto danaro, facendone parte alle volte a quelli, che veramente bisognosi si son raccomandati alla compagnia per coprir il lor difetto. Non pongo esempi di questa sorta di gente, perchè si trovano in molti luoghi, e sarebbe facil cosa offender molte persone senza profitto.

CAPITOLO XXXIII.

De’ Morghigeri.

Morgana in lingua furbesca vuol dir campana, dalla quale questi son detti Morghigeri. Son uomini astuti, e trovano occasione di guadagnare dalle cose che son ordinate al culto di Dio e alla salute de’ popoli. Quando hanno bisogno di denaro, depongono qualche picciola campana dal campanile, o prendon qualche lampada d’ottone, e facendola portare da un uomo, o vero da un asino, vanno dietro a quello per città, ville e castelli, facendo vista con la corona, o vero offizio nelle mani di dir molte orazioni per li benefattori; e chiedendo denari per pagare il prezzo della campana, dicono che pochi giorni fa l’hanno comperata.

Antonio Barbato avendo bisogno di denari per comperar de’ vestimenti, deposto la campanella del suo romitorio, e facendola portare dal garzone d’un muratore suo amico per tutta la città di Spoleto, con la sua gran prosunzione e temerità sforzava, per dir così, li Spoletini, in queste cose sagacissimi, a cavar fuori la borsa, e darli elemosina per pagare il prezzo della campana. Il che risapendosi in causa che molti, che data l’avevano, fussero burlati; ma si scusorno con dire che erano superati dalla importunità e sfacciataggine di quello che chiedeva: quale non partendosi, ancorchè licenziato più volte, con dirli: va, che Iddio ti aiuti, Iddio ti faccia del bene, va in pace, Iddio ti provveda; per levarsi finalmente questa pittima cordiale, e questa loppola di montagna dalli stivali, glie la dierono.

CAPITOLO XXXIV.

Dei Testatori.

Questa è pessima sorte di gente e di gran cuore; non uccellano se non a principi e persone grandi. Simulano talora essere infermi, e per mostrare che han portato grand’affetto a’ loro padroni, fanno testamento lasciandoli eredi, acciò ritornati dopo in sanità si possino servir di lui in far qualche vendetta o guadagno.

Giorgio di Antippo esercitando lo Spetrino appresso Pitigliano, ove il Conte faceva poca stima della sua persona, per provedere a questo inconveniente si finse ammalato, in modo che tutti lo facevano spedito: ma egli che era volpe vecchia, e sapeva tutte le sorti di inganni, fatto chiamare il notaio, fece testamento, istituendo erede il Conte; poscia mandò la copia di esso al signore per vedere se voleva che si aggiungesse, o mutasse qualche cosa. Ciò visto e letto dal Conte, concepì tanta benevolenza verso questo malizioso, che congregati molti medici eccellenti, procurò che con ogni diligenza ritornasse in sanità. Egli, a cui era facile levarsi dal letto perchè non aveva male alcuno, simulò per alcuni giorni l’infermità, e poi a poco a poco andò levandosi. Con fumo di cimino e d’incenso posto sopra le bragie rese la sua faccia pallidissima, mostrando d’esser stato in gran pericolo, e per opera e industria di tanto signore ritornato in sanità. Dopo con suoi doni e presenti, col riferir mal d’altri, e col detrarre agli uomini da bene, si andava acquistando maggiormente la grazia del Conte : e tutti quelli che da esso signore erano amati ed aggranditi, se bene li conosceva per uomini da bene ed onorati, tuttavia cercava di tenerli umili e bassi appresso il padrone. Difficil cosa sarebbe il raccontare le parole, le bugie, li biasmi, e tutto quello che diceva de’ primi della Corte; difficile anco il narrare la sua gola, l’avarizia e la superbia. Basti che non sia difficile a credere, che essendo nato in cattivo luogo, ed avendo imparato da cattivi maestri pessime arti e costumi, non potesse viver altrimenti di quello che viveva. Ma era ben di stupore e maraviglia appresso di tutti, che sapevano quanto il Principe fosse savio, prudente, diligente ed accorto nelle cose sue, fosse poi tanto acciecato dietro ad un infame furbachiotto per un testamento fatto, e che credesse il nero esser bianco, la bugia verità, e la notte giorno.

CAPITOLO XXXV.

Di molte altre sorti di vagabondi

Si trovano molte altre sette e specie di queste genti vagabonde, quali per esser di poca considerazione, si tralasciano; solo ne nominerò alcune.

Li Babuinati, cioè spiritati: e questi ad ogni poro sbattendo la testa, mandano fuori un suono o sospiro a guisa d’un rutto, per mostrare d’esser molestati dal demonio; dicono che gli è intravenuto per la disobbedienza, o per le percosse date al lor padre, e che da lui maledetti, si sona spiritati.

Ruffiti, cioè brugiati: questi con allume di rocca ed altre misture poste in testa, si fanno cader li peli, restando la carne in modo, che pare abbruciata col fuoco: dicono che si abbruciò la casa, loro, e persero ogni suo avere; onde per non rubare, vengono a guidoneggiare.

Sbrisci; vanno ignudi quasi del tutto, e con voci terribili gridano pietà; fingono d’esser stati assassinati o presi da’ Turchi, ed esser scappati dalle lor mani; ed in tal miseria venuti, vanno girando per non lavorare.

Formigotti: sono soldati finti che dicono tornar, da qualche guerra fatta contro infedeli, ed aver tocco una archibogiata, onde vanno fasciati in qualche parte del corpo; e per non rubare, cercano il vitto come la fornica, che congrega dell’altrui fatiche senza seminare.

Altri dicono aver dei brevi per diverse infermità, quali bisogna portare sopra la persona segretamente, sì che mai siano nè visti, nè letti, e li vendono a buon prezzo: dentro non vi si contiene altra che cose ridicolose e furbesche da pari loro. Ad una donna, che aveva la quartana, diedero questo breve da portare al collo: madonna Giovanna dalla febbre quartana, Iddio ti dia il malanno, e la mala settimana; va al mare, e fatti incantare, che cento mila diavoli ti possin portare. Ad un’altra per l’istesso male: tre legni, una fune e una scala ti libereranno dalla febbre quartana. Ad una persona per il male degli occhi le fu dato questo breve: Demon evellas oculos tuos et sbercoribus repleant loca vacantia: cioè il diavolo ti cavi gli occhi, e ti cuopra di sterco tutto quel che hai vuoto. Ad una donna, che teneva mala pratica, temendo di non concepire, le fu dato un simil breve: Margarita; Margarita, abbi cura alla tua vita; se ’l piede entra nel stivale, questo breve non ti vale.

Vendono alcune chiavette di ferro, quali dicono esser state fatte in tempo particolare, ed esser mirabili contro il mal caduco; il che è una furberia e superstizione.

Altri danno a bere a’ compagni un certo liquore, che li fa come tramortire e dicendo, che per la povertà è bisogno del vitto e vestito, e per la gran debole sono caduti, cercano dagli astanti denari e robba per farli ritornare.

Ve ne sono molti e molti altri, quali per esser di poco momento, e per attendere alla brevità si tralasciano.

Per compimento dell’opera racconterò un caso, occorso al tempo di Sisto V, d’un solennissimo mariuolo, quale con sangue, pane, colle scaglie ed altre furfanterie si finse tutto lebbroso; e vestendo di fuori con vestimento assai onorevole, tuttavia; si lasciava veder il petto e le braccia piene di questa cosi grave infirmità: e perchè non pescava a pesci piccoli, andò a ritrovar un gran prelato, pregandolo lo volesse benedire, poichè era tanta la fede che aveva nella sua orazione e benedizione, che confidava (essendo così inspirato da Dio) di dover senza fallo ricevere la sanità. Il buon prelato ciò fece con molta carità, e pregando Iddio che lo liberasse, segnato col santo segno della croce, lo rimandò. Tornato a casa, e fatta una buona lavanda al suo finto male, e levate le finte e posticce scaglie, tutto pulito e netto, con carne bianchissima e mondissima, senza alcun segno d’infermità, comparve il giorno seguente avanti il buon prelato, e scoperto il petto e le braccia, mostrò esser risanato col suo segno di croce; e con finte lagrime lo ringraziava del ricevuto benefizio, chiamandolo Santo di Dio, ed accetto a S. D. M.; e tanto seppe far seco la mariola, che il buon prelato dando credenza al finto miracolo, finalmente presa protezione del furbo, ne ottenne una grossa pensione . Non resterò per fine di avvertire ognuno che si guardi; perchè tatto il mondo è paese, dice il proverbio, e per tutto si trovano de’ tristi Bianti e vagabondi, da’ quali, perchè non si conoscono, l’ uomo resta ingannato: onde di taluno si dice, che ha cattivo nome, e non è cosi veramente in fatti; e tale fa de’ fatti che non ha nome; e chi crediamo sia buono, è un tristo; e chi teniamo per tristo, è un uomo da bene. Però senza giudicare il prossimo, tenendo sempre buona opinione di tutti, vi guarderete da tutti, e vi fiderete di pochi. Sappia poi chi attende a queste arti furbesche di sopra raccontate, che a lungo andare sarà scoperto e gastigato, come si legge degli altri: però meglio sarà che si guadagni il vitto con suoi sudori e atti che, se non ha entrate, e viva come fanno gli uomini da bene col timor di Dio, da cui sarà provvisto tutti li suoi bisogni.

Nuovo modo da intendere la lingua zerga

Cioè parlar furbesco,

di nuovo ristampato per ordine d’alfabeto

In Firenze alle Scalee di Badia con licenza de’ Superiori 1619.

A’ BENIGNI E DISCRETI LETTORI

Voi che versate questo bel libretto,

Sicuri andate da ogni trama e rete

De’ bari e ghiotti; e futil che n’arete,

Lascio pensarlo a ognun ch’abbia intelletto,

Quando capiterete ad alcun tetto,

E gente strana giunta ivi vedrete,

La mente allor a questo libro arete,

Che fuori vi trarrà d’ ogni sospetto.

Qui si dichiara il zergo delli bari,

Che parlando tra lor, non sono intesi,

Come se nati fosser nella Irlanda.

Chi legge adunque, qui arà palesi

Lor detti; e quanto fanno d’ogni banda,

Noto fia ’l tutto a chi leggendo impari.

Modo nuovo da intendere la lingua zerga.

cioè parlar furbesco

Abbruciare                                           Anfare, arraffare

Aceto                                                    Chiar pungente, fortoso

Acqua                                                   Lenza, Tenta

Addobbar                                            Cavazzonare, rafazzonare

Affrontare                                            Rasa di raffrontare

Aggabbare                                          Traversare

Agnello                                                Pasquin peloso

Aglio                                                    Conobello

Alla meta                                             Anaccare un sesino, far di sei

Alloggiamento                                    Stanzonato, stanzonamento

Ambasciatore                                      Anticrotto

Andare                                                 Balzare, scoppiare

Andarsi con Dio                                  Comprar viole, allungar il muro

Andare storto, piano                           Zoppellare

Andare a messa                                   Mascare con lo anticrotto

Andar in viaggio                                 Remire

Andar presto                                       Dare a lata, comprar il porco

Anello                                                   Cerchio, cerchioso

Anguilla                                               Longa, fangosa

Anima                                                  Perpetua, devota, salsa

Anno                                                    Longanno, serpente

Appiccare                                            Sbasire su la fune,agguinzare

Amore, Cupido                                   Foino, raspante

Amante                                               Bramoso

Angeli                                                  Calcagni di sant’alto

Albero                                                 Cimoso

Argento                                               Albume, argume

Armi d’asta                                         Ramenghi, ammartinati

Armadura                                           Fabriana

Artigiani                                             Marchiani

Ascolta quel ch’io dico                       Rebecca il contrappunto

Ascondere                                           Andare a governo

Asino                                                   Mizzo, pirin, cavalier da basto

Attillato                                               Cavado

Avaro                                                  Ingordo, peso

Astrologo                                            Dragon de’palchi di sant’alto

Astrologia                                           Compagnia, scala, chiodra

Aver fame                                           Slanzar partigiana

Aver cosa ebe piaccia                         Far festa alle campane

Aver buon tempo                               Sguazzar pedrina

Aver impegnato                                 Avere stretto in mano

Aver le gambe fasciate, enfiate         Truccare di zambotto

Aver paura                                          Filare, spigare

Aver primavera                                  Aver piacere

A in contrario

Anfare, arruffare                                 Abbruciare, cuocere

Anaccare un sesino                             Alla metà

Anticrotto                                            Ambasciadore

Albume, arguiti e                                Argento

Andare a governo                               Ascondere

Agguinzare                                         Appiccare

Astietto                                                Banchiero

Ale                                                       Braccia

Antiporto                                            Ciangola

Argo                                                    Cielo

Agrestare                                            Conoscere

Aste, agreste                                       Danari

Allungar la vita, andar in Piccardia           Esser appiccato

Allungare il muro                              Fuggire

Allumare, agrestare                           Guardare

Armeggiar in amaro                         Lamentarsi

Aste                                                     Monete

Amore, antona                                   Non

Antico                                                 Padre

Aronte, Artone                                   Pane

Attaccaticci                                         Parenti

Anguille                                              Porri

Ancroia                                               Regina

Alzare                                                 Rubare

Arton di calcosa                                 Sassi

Anare                                                  Desco

Ammazzare                                       Vendere

Allumare, aguzzare, attesticare       Vedere

Arbifi, alberti                                     Ova

Aver la fune al guindo                       Essere impiccato

Aver impegnato                                 Aver stretto in mano

Aver primavera                                  Aver piacere

Aver per il dritto                                 Intendere

B

Bagnare                                              Lenzare, ventare

Bagattini                                             Smilzi

Banca                                                  Distesa

Banco di danari                                 Berlengo

Banchiero                                           Berlenghiero, astiero

Barba                                                  Setosa, spinosa, bosco di berlo

Barbozzo                                            Berleffo, berlo

Barca                                                  Lisciosa

Bargello                                              Schivo, magivo di spezie

Bastonate                                            Masegne, ramenghi di sorbe

Bastone                                               Trucco, ramengo d’alta foia

Becco                                                  Cervante, maronte

Bello                                                    Cavazzone, rafazzonato

Bergamasco, facchino                       Callastriero, calonego

Benissimo                                           Ontamente, capodicamente

Bere                                                     Stibiare, chiarire, tirar alzana

Berrette                                               Bacche, biffache

Bevitore                                              Chiaristante, francioso

Bestemmiare                                      Mochelizzare

Bicchiero                                             Scalfo

Bidello                                                 Falcon de’ draghetti

Boccale                                               Franzaia, terricanzano

Bollare, sigillare                                 Far marchesco

Bologna                                              Bolla del sale

Boia                                                     Cantaron, manega

Bordello                                              Bronto, piatto, galvano

Borsa                                                   Foglia, tuosa, santa, scarpa

Bronzini                                              Foini

Bocca                                                  Berlo , berleffino, bosco, bleda

Bovi                                                     Bronchi, brunesi

Braccia                                                Ale, barbacane

Buon dì                                               Bel specchio, bel lustro

Buon mercato                                    Buon martino

Bottaccio                                             Scalfo da fiore

Botte                                                   Cerchiosa

Bottega                                               Gabbia

Berretta                                               Bifacca , cresta, cristiana

Bianco                                                 Punta

Bosco                                                  Ramignoso

Burchio                                               Baurum, calma, copola, cavallo

Bracche                                               Prospere

Broze                                                  Sgrafose, sgrafante

Broda, brodo                                      Sgualmazza, salustro

Bruciare                                              Faromo

Brutto                                                 Faolo, lodo, lodovico

Buono                                                 Di campagna, fratengo

Burato                                                 Spolveroso

Borsello                                               Fegatello

B in contrario

Balza, balzana                                    Chiesa

Balzare                                                Andare

Benino                                                 Miserello

Bescare                                                Cavare della sacca

Bissa                                                    Coreggia

Bacchetto                                            Coltello

Battere                                                Componere

Bolla                                                    Città

Bianchire                                            Coprire

Bastaso                                               Facchino

Branchezzare                                     Far l’amore

Bolla del duroso                                 Ferrara

Biso, orbo                                           Forestiero

Bramoso                                             Amante

Berlengo                                             Banco di denari

Bosco di berlo                                     Barba

Basto, bastiano                                   Giubbone

Balcare                                                Guardare

Bacche, biffacche                               Berrette

Baia                                                     Innamorata

Baio, poltriero                                    Innamorato, letto

Boschetto                                            Legno

Breviosa                                              Lettera

Brevioso, santocchio                          Libro

Bronio                                                 Lupo

Bietta                                                  Mannaja

Buio                                                    Negro

Bianchina                                           Neve

Bruna, brunora                                  Notte

Balchi, brunetti                                  Occhi

Barde di moccoletto                           Occhiali

Balzo di Rubuino                               Palazzo della ragione

Boccone, grugnante                          Porco

Bottieri                                                Piedi

Bavorda                                              Pecora

Bisti, bistolfi                                        Preti, monaci

Brocchiera                                          P....

Bolla, città                                          Fibbia

Bolla della santa                                 Roma

Bolognino                                           Fante

Bracchi                                               Sbirri

Balza della distesa                             Scuola

Burrasco, formicoso                           Soldato

Bonaghe                                             Sproni

Borella                                                Testa

Bruzza                                                Tavola

Burchiando                                        Venendo

Buoso, chiaro                                     Vino

C

Carne                                                  Criolfa, creatura

Catena                                                Mora

Campagnola                                      Lepre

Catenazzo                                          Ficoso, stando

Cacare                                                Tartire

Cacatojo                                             Culattiero, tartitore

Calza                                                  Tirante

Calzini                                                Mandolini

Camera                                               Clocchia, bacchia

Camicia                                              Lima

Candela                                              Moccola, moccolosa

Canova                                               Boschetto

Cane                                                   Bolfo, cuccio, ginaldo

Capelli                                                Pruci, radici, piuli

Cappa                                                 Tappo, manto, scorza, s. Piero

Canto                                                  Breviante, canzonamento

Cantare                                               Babolare, zirare

Cercare                                               Calzare, seguzzare

Cesto                                                   Cavagno

Chiesa                                                 Balza, balzana

Chiromante                                        Tinca, cera

Capretto                                             Saltarino, saltante

Carte da giocare                                Foie , foiose, bigordine

Carta da scrivere                                Carnifica della lima

Carlini                                                 Pennacchi

Cardinale                                            Rosignolo, prusoldo, capellan rosso

Carbone                                              Nigriso

Carote                                                 Grane de sorgo

Cassia                                                 Canna nera

Cattivo                                                Grande

Casa                                                    Cosco, lamiga

Cassa                                                  Cavoniera

Castellano                                           Grinto

Castagne                                            Resebole

Cavaliere, bargello                             Pevero

Cavallo                                               Burchio

Carar della sacca                               Bescare

Correggia                                           Bissa

Corpo                                                  Fusto, vello

Corda                                                  Funa, margherita

Correre                                               Svignare, comprar viole

Coltello                                               Bacchetto, martino

Componere                                        Battere

Coralli                                                 Coriandoli

Cruciarsi                                             Far acqua, martinare

Croce                                                  Salute

Cristo                                                  Anticrotto, primo maggio

Cristiano                                             Fonzo

Chiave                                                Ingegnosa

Ciangola                                             Antiporto

Cieco                                                   Rasa di forestiero

Cielo                                                    Soprano, cosco di sant’alto, Argo

Cimice                                                Minotte

Cinto                                                   Fegato

Cita                                                     Pedante

Città                                                    Bolla

Coda delle Teste                                 Spassadura

Cognoscere                                         Agrestare

Collo                                                   Guindo, gola

Coltre                                                  Indanaiata

Compagnia                                        Chiodra, astrologia

Compagno                                         Furbo, fonzo, guido, calcagno

Capitano                                             Chielmiero

Coprire                                               Bianchire

Cuocere                                              Arruffare, anfare

Cuscino                                               Pennoso

Cuore, anima                                     Salsa

C in contrario

Chiar pungente, fortoso                    Aceto

Cavazzonare                                      Addobbare

Conobello                                           Aglio

Comprar viole, o il porco                  Andarsi con Dio, torsi via, andar presto, fuggire

Cerchio, cerchioso                              Anello

Cimoso                                               Albero

Cavalier da basto, pirino                   Asino

Cavado                                               Attillato

Calcagni di sant’alto                          Angeli

Cervante                                             Becco

Cavazzone                                         Bello

Capodicamente, ontamente              Benissimo

Chiarire                                              Bere

Chiaristanta                                       Bevitore

Cataron                                              Boia

Cerchiosa                                           Botte

Cresta, cristiana                                 Berretta

Chiolfa, crea, creata                          Carne

Culattiero, tartitore                           Cacatojo

Clocchia, bacchia                              Camera

Coschetto                                           Canova

Cuccio                                                Cane

Canzonamento                                 Canto

Cavagno                                            Cesto

Cera, tinca                                         Chiromante

Carnifica della lima                          Carta da scrivere

Canna nera                                       Cassia

Calda                                                 Taverna

Cosco, lamiga                                   Casa

Cavoniera                                          Cassa

Coriandoli                                         Coralli

Chiodra                                             Compagnia

Calcagno, furbo                                Compagno

Chielmiero                                         Capitano

Cosco di sant’alto, Argo                   Cielo

Canzonare                                         Dire

Canzonare in amaro                         Dir male

Correre la bolla                                  Essere scopato

Calonego, callastriero                        Facchino, bergamasco

Cavazzonare                                      Far bello

Coionata                                             Fava

Corniole                                              Formento

Carnifico, caro, carnoso                    Fratello

Chiodrini                                            Frati

Cerire                                                  Frustare

Cinto                                                   Fegato

Comprar viole                                    Fuggire

Cortigiano                                          Furfante

Calche, colonne                                  Gambe

Cima                                                   Ghiottone

Campagna vecchia                            Graziosa

Cerioli, cerulfi                                     Guanti

Orrifica della bianchina                    Ghiaccio

Chiarito                                              Imbriaco

Caricar in codognato, truccare         Imbriacarsi

Camuffi, carpioni                              Ladri

Campagnola                                      Lepre

Oldoso                                                Luzzo

Cavozzo                                             Lavezzo

Cerre, calchi dell’ale                          Mani

Orchioso                                             Marito

Civetta                                                Mascara

Chierliere, farfoje                               Monache

Cruda, magra                                    Morte

Carbonata                                          Mortadella

Cocle                                                   Noci

Calcare a ventun’ora                         Non aver danari

Campana                                           Orecchie

Canzonare, cantare                           Parlare

Contrappunto, canzonamento         Parlamento

Calchi                                                 Piedi

Casa, cavagna, casaccia                    Prigione

Cuchieri, cuchi, cuchielli                   Quattrini

Cifo, cifon, smerlo                              Ragazzo

Carpire, camuffare                            Rubare

Cruciare                                              Rompere

Caleose, monacchie                           Scarpe

Corillare, smanegare                         Scopare

Calcanti a vent’un’ora, draghetti     Scolari

Cortesia                                              Sì

Carpio                                                 Spagnuolo

Carnifica, eara, carniera                    Sorella

Callastre                                             Spalle

Coschetto delle fantasme                  Studio

Credo                                                  Speranza

Calda                                                  Taverna

Calcosar                                              Terra

Chiarla, elmo                                     Testa

Cornute                                              Vacche

Contramaglia                                     Villa

Contramaglio, contrario                   Villano

Cordovano                                         Uomo grosso

Conca                                                 Vita

Carniera                                             Volpe

Chiaro, chiaroso                                 Vino

Cerchia                                               Zucca

D

Dadi                                                    Tassi

Dare                                                    Guzzare, refondere, dollare

Dar il linguino                                    Rebeccar con la serpentina

Denti                                                   Merli, pironi, rastrelliera

Desiderare                                          Impegnare

Diantoni, rami                                   Colonne

Diavolo                                               Rabuino

Danari                                                Aste, agreste, penne

Dire                                                     Canzonare, mascara

Dir male                                             Canzonare in amaro

Discoprire                                           Sbianchire

Dividere                                              Anaccare, far di sei

Domenica                                           Lustro del ruffo di sant’alto

Donna                                                 Losena, velame

Dormire                                              Poltrire

Dottore                                               Dragone, maggio d’uficio

Dottor di medicina                            Dragon di farda

Dottor di filosofia                               Dragon del re di Persia

Dottor di teologia                               Sbasidor di perpetua

Dottor di legge                                   Dragon del gran soprano

Dotto                                                   Uficio

Dietro                                                  Rioppo

Ducati                                                 Lagrime di contramaglie, occhi di civetta, piaceri, pezzi

Dare la fede                                        Rifondere l’arta

Dare un pegno                                   Rifondere un santone

Desco                                                  Anara

Dire orazione, o in rima                    Santocchiare, formare

D in contrario

Dare a lata                                          Andare presto, torsi via

Devota, perpetua                               Anima

Dragon de’ palchi di sant’alto          Astrologo

Distesa                                                Banca

Di campagna, fra tengo                    Buono

Dollare                                                Dare

Dragone                                              Dottore

Dragon di farda                                 Dottor di medicina

Dragon del re di Persia                      Dottor di filosofia

Dragon del gran soprano                  Dottor di legge

Duroso                                                Ferro

Devoti                                                 Ginocchi

Dannosa, serpentina                          Lingua

Dolzoso                                               Latte

Dragonetti                                          Notai

Diadema                                             Padiglione

Distrigare                                           Pettinare

Dragoncino                                        Procuratore

Dugo di morfia                                  Ravanello

Da Lodi                                              Scellerato

Dragona                                             Schiavina

Da poi che si sega il fieno                  Sempre

Di che spelta                                       Di che modo

Dar la stolfa                                        Uccellare

E

Erba                                                    Verdume

   Essere appiccato

 Sbasire su la fune

 Allungar la vita

 Aver la fune al guindo

 Essere smanegato

 Andare in Piccardia

Estate                                                  Fumosa

Essere scopato                                    Correre alla bolla

E in contrario

Essere smanegato                              Essere impiccato

Essere accettato dalla Magra            Morire

Empireo                                              Olio

F

Facchino                                             Calonego, bastaso, callastriero

Fame                                                   Morsa

Fanciullo                                             Foino, pivello

Fante                                                   Bolognino

Fare                                                     Incalzare

Far bello                                             Cavazzonare, rafazzonare

Far l’amore                                         Bracchezzare

Far a parte                                          Far de sei, anaccare un sesino

Far segretamente                               Rasa di bruna

Farina                                                 Polverosa

Fara                                                    Coionata

Fazzoletto                                           Pavaro

Finestra                                               Luminosa, ventosa

Fibbia, città                                        Bolla

Ferro                                                   Duroso

Ferro da mula                                    Mocenico

Ferrara                                                Bolla del duroso

Filosofo                                               Dragon del re, di Persia

Formaggio                                         Durengo, stifello, dura vita

Forca                                                   Fu

Forestiero                                            Orbo, biso

Formento                                            Re di granata, corniole

Forbire                                                Lustrare

Fratello                                               Carnifico, carnoso, caro

Frati                                                    Chiodrini

Freddo                                                Gianicco, far la parra

Frustare                                              Cerire, smanegare

Fuggire                                               Comprare il porco, o viole  allungare il muro

Fuoco                                                  Ruffo, presto

Fuoco di s. Antonio                            Ruffo di santone

Furfante                                              Cortigiano, guidone

Fortuna, Amona                                Ruspante

Fiasco                                                  Paglioso

Far fine                                               Metter le stanghetta

F in contrario

Fabriana                                             Armatura

Fangosa                                              Anguilla

Far de’ sei                                           Dividere, fare a parte

Fortoso                                                Aceto

Foino                                                   Amore, Cupido

Francioso                                            Bevitore

Falcon di draghetti                            Bidello

Franzaia                                             Boccale

Foglia, scarpa, tuosa                          Borsa

Fodrino                                               Borzacchini

Farosmo                                             Bruciare

Faolo                                                   Brutto

Fratengo                                             Buono

Fegatello                                             Borsello

Ficoso                                                  Catenazzo

Foiose, foie                                          Carte da giuocare

Fusto                                                   Corpo,

Fune                                                    Corda

Far acqua                                           Cruciarsi

Fonzo                                                  Cristiano, compagno

Fegato                                                 Cinto

Furbo                                                  Compagno

Frappare, canzonare                         Dire

Formare                                              Dire in rima

Fumosa                                               Estate

Fu                                                        Forca

Fare la parra, giannicco                    Freddo

Fiadetto                                              Gaglioffo

Far festa alle campane                      Aver cosa che piaccia

Filare                                                   Aver paura

Faolo, chiarito                                    Imbriaco

Furlano                                               Minchione

Farfoie                                                Suore, monache

Flauto                                                 Naso

Fagiana                                              Pancia

Formicaro                                           Parentado

Ferrare                                                Perdere

Fiacchi, fantasme                               Putti

Fiorire                                                 Rubare

Folgori, galletti d’ororsa                    Rutti

Faticosa, scala                                    Astrologia

Falcone, stroppiato                            Servitore

Far marchesco                                   Bollare, sigillare

Formicoso                                           Soldato

Fegato                                                 Tasca

Fare la scarpa, far il fega tello           Tor la borsa

Filippa                                                Veste da donna

G

Gabbare                                             Rasare, traversare, ganezzare

Gaglioffo                                            Marietto, scarpa, fiadetto

Gambe                                                Calche, diantoni, rami, colonne

Gatto                                                   Gazolfo, lassaro, lustro

Gentiluomo                                        Ignorante, gonzo

Ginocchi                                             Devoti

Giuocare                                             Sollazzare, spillare, mangiare

Giuoco                                                Spinto

Ghiottone                                           Cima

Giorno                                                Lustro, laminoso, matolfo

Gola, collo                                          Guindo

Grosso da 21 quattrino                      Gielfo

Grosso                                                 Pirlo

Graziosa                                             Campagna vecchia

Grande                                               Marcone

Grano d’ogni sorte                             Staffile

Guardare, vedere                               Balcare, allumare, agrestare

Guanti                                                Cerrioli, cerrulfi

Giubbone                                           Basto, bastiano

Ghiaccio                                             Carnifico della bianchina

Gotta                                                   Viscolosa

G in contrario

Gabbia                                                Bottega  Naso

Galvano                                              Bordello

Ginaldo                                               Cane

Grande                                               Cattivo

Grane di sorge                                   Carote

Grinto                                                 Castellano

Guindo                                               Collo, gola

Guidone                                              Furfante

Gazolfo                                               Gatto

Gielfo                                                  Grosso da 21 quattrino

Giulj, carlini                                       Pennacchi

Gassare, dollare                                 Dare

Gaia                                                    Innamorata

Gentiluomo                                        Ignorante

Guinzo                                                Laccio

Grettine, cerre                                    Mani

Gonzo                                                 Minchione, villano

Gualma, salustra                               Minestra

Gambero                                            Naso

Grimaldo, grimo                                Padre, vecchio

Granoso                                              Pomo granato

 Gualcii

 Gualtrini

 Grisaldi

Pidocchi

Grugnante, boccole                           Porco

Galletti                                                Peti

Galletti de ororsa                               Rutti

Giannicco                                           Freddo

Giannesco                                           Malvestito, nudo

Giubbon di Beliamo                          Prigione

Gramoso                                             Pugno

Griso, grisoide                                    Pulce

Gramignare                                       Rapire, torre

Gaino                                                  Ribaldo

Grancire                                             Rubare

Giron della tirosa                               Rotella

Guinzi                                                 Stampe

Grinta                                                 Tigna

Guigno                                               Giudeo

Guzzare, dollare                                Dare

I

Ignorante                                            Gentiluomo, gonzo, leone

Impegnare il vestito                           Incatenare il moscone

Imbriaco                                             Faolo, chiarito

Imbriacarsi                                         Truccare in cotogneto, caricare

Inchiostro                                           Lenza di bruna

Innamorata                                        Gaia, baia, pivetta

Innamorato                                        Baio

Inganno                                              Rasa

Inghistara                                           Schioppo

Intendere                                            Aver il dritto

Io, monello, Simona                          Il gobbo montagna, mia madre, monarca

I in contrario

Impegnare                                          Desiderare

Incalzare                                             Fare

Indanaiata                                          Coltre

Ignorante                                            Gentiluomo

Incatenare il moscone                        Impegnare il vestito

Ingegnosa                                           Chiave

Intoppare                                            Vestire

Intoppare il fusto                               Mangiare

Intopparsi                                           Incontrarsi

Incrociare                                           Legare

Introibo                                               Porta

Incatenati                                           Ragazzi de’ furbi vecchi

Imbianchire                                        Scoprire

Il gobbo montagna                            Io

L

Laccio                                                 Guinzo

La cosa sta bene                                 La rasa sta di capo il mese

Ladri                                                   Camuffi, carpioni, pescatori

Lione                                                   Possente

Lamentarsi                                         Armeggiare in amaro

Legne                                                  Boschette, steccose

Lenzuolo                                            Longente

Lepre                                                  Campagnola

Lettera                                                Breviosa, mesta, ritratta

Letto                                                   Baio, poltriero, pattume

Lezione                                               Verbosa

Libro                                                   Brevioso, santocchio

Legare                                                Incrociare

Lingua                                                Dannosa, serpentina, zavattina

Lupo                                                   Bronio

Lui                                                      Sua madre, luiso

Lana                                                   Moccolosa di sant'alto

Laccio                                                 Caldoso

Lavezzo                                              Cavoso

Latte                                                   Dolzoso

L in contrario

Lenza                                                  Acqua

Lecca                                                  Anguilla

Longanno                                           Anno

Lenzare                                              Bagnare

Lisciosa                                               Barca, nave

Lima                                                   Camicia

Lustro del ruffo di sant’alto              Domenica

Losena, velame                                  Donna

Lagrime di contramaglie                  Ducati

Laminosa, ventosa                             Finestra

Lustrare                                              Forbire

Lassaro, lustro                                    Gatto

Luminoso, lastra                                Giorno

Lenza di bruna                                  Inchiostro

La rasa sta in capo del mese             La cosa sta bene

Lamiga                                               Casa

Longente                                            Lenzuolo

Liscia                                                  Nave

Lanterne                                             Occhi

Lampo, oleco                                     Olio

Leonizzare                                         Potere, possedere

Leone                                                  Possente, gentiluomo

Lenzire                                               Pisciare

Lampanti, occhi di civetta                Scudi

Lodo, lodovico                                   Brutto

M

Mal franzese                                      Maglia del ruspante

Mal di s. Lazzero                               Rasa di zambotto

Mal caduco                                        Maglia di trabucco

Malvestito                                           Gianneseo, sbriso

Mamma                                             Tetta

Mangiare                                            Intoppare il usto, morfezare

Mannaia                                             Bietta

Mandare                                             Raschiare

Mani                                                   Cerre, calchi dell’ale, grettine, negrose

Marito                                                 Cerchioso

Massara                                              Civetta

Mastri di berrette                               Stazzonati de’ furbi

Mattina                                               Maggiorana, migliore

Mariolo                                               Lavorante di scarpe, pescatore

Minchione                                          Gonzo, furlano

Minestra                                             Gualma, salustra

Mastro di legname                            Zangarino

Miracolo                                             Mariano

Modo, di che modo                           Spelta, di che spelta

Mondo                                                Tondoso

Monaco, prete                                    Bistolfo, bisto

Monache                                            Chierliere, farfoie

Morire                                                 Sbasire, esser accettato dalla Magra

Maestrare                                           Palizzare

Morte                                                  Cruda, Negra, Magra

Mortadella                                          Carbonara

Monete                                               Aste, penne, agreste

Monello                                              Mi

Mola                                                   Marmotta, mizza

Mascherpa                                         Puina, tenerosa

Mese                                                   Marchese

Miserello                                             Bettino

M in contrario

Magro                                                 Negro

Maggiorengo, maggivo, maggio     Signore

Matto, falcone                                    Servitore

Manega                                              Boia

Marchiani                                           Artigiani

Magivo di spezie                                Bargello

Malegne                                             Bastonate

Mandolini                                           Calci

Manto                                                 Cappa

Margherita, funa                               Corda

Martino                                              Coltello, pugnale

Mascare                                              Dire

Mettere la stanghetta                        Far fine

Mi                                                       Monello

Mocenico                                            Ferro da mula

Mizzo                                                 Asino

Mochelizzare                                     Bestemmiare

Morfia                                                 Bocca

Mora                                                   Catena

Moccola, moccolosa                          Candela

Mi notte                                              Cimice

Merli, pironi                                       Denti

Maggio d’ufficio                                Dottore

Morsa                                                 Fame

Marietto                                              Gaglioffo

Marcone                                             Grande, ruffiano

Montagna, il gobbo, monarca, mia madre           Io

Mesta                                                  Lettera

Moccolosa di sant’alto                       Lana

Matolfo                                               Giorno

Maglia di raspante                            Mal francese

Maglia di trabucco                            Mal caduco

Morfezzare                                         Mangiare

Mariano                                              Miracolo

Marmotta, mizza                              Mula

Maramagno, moccoletto, moccoloso       Naso

Materna                                              Notte

Maggiorengo di tortosa                    Podestà

Menare, formare, spillare                  Perdere

Maggio                                               Re

Maglia, bolla della santa                   Roma

Monacchie                                          Scarpe

Maggiorana                                       Signoria

Moleccare                                           Tagliare

Martinare                                           Far acqua

Mangiare                                            Giocare

Marchese                                            Mese

Mascare con lo anticrotto                  Andare a messa

N

Nave                                                   Ventosa, lisciosa, liscia

Naso                                                   Flauto, gambero, moccoletto, moccoloso, maramagno

Negro                                                 Buio, magro

Nettare                                               Refazzonare

Netto                                                   Refazzonato

Neve                                                   Bianchina

No                                                       Amore, antona, niberta, niccolò

Noci                                                    Cocle

Notare                                                Tincare

Notaio                                                 Dragonetto

Noi                                                      Nostroso, nostra- madre

Non aver danari                                Calcare a ventun’ora

Non udire                                           Sonar campane

Non ugnere le mani                          Non olecare le cerre

Nuova cosa                                        Piasenza

Notte                                                   Bruna, materna, brunora

Nudo, malvestito                               Sbriso, giannesco

N in contrario

Nigriso                                                Carbone

Negrose                                              Mani

Negra                                                 Morte

Niccolò, amore, niberta                     No

Nostroso, nostra madre                     Noi

Nevale                                                Sale

O

Oca                                                     Ribeba

Occhi                                                  Balchi, brunette, lanterne, parcanti

Occhiali                                              Barde di moccoletto

Olio                                                     Empireo, lampo, oleco

Oste                                                    Taschieroso

Osteria                                                Taschiera

Ostessa                                               Tascosa

Ova                                                     Arbifi, alberti

O in contrario

Ontamente                                         Benissimo

Occhio di civetta, lampante              Ducato

Officio                                                 Dottore, savio

Orbo, biso                                          Forestiero

Osmo                                                  Uomo

Olecare le cerre                                  Ungere le mani

Ora                                                     Veloce

P

Padre                                                  Antico, grimo, grimaldo

Palazzo della ragione                        Balza di Rabuino

Panada                                               Urto in lenza

Pane                                                    Aronte, artone, arto, artibio

Pantofole                                            Tavole

Pancia                                                 Fagiana

Parlare                                                Canzonare, danneggiare, contare

Parlamento                                        Contrappunto, canzonamento

Parentado                                           Formicaro

Parenti                                                Attaccaticci

Padiglione                                          Diadema

Paura                                                  Spiga

Pidocchi                                              Gualdi, grisaldi, gualtrini

Piccioni                                               Spagnuoli

Pollami                                               Raspanti

Podestà                                               Maggiorengo di tortosa

Pomo granato                                    Granoso

Porta                                                   Introibo

Possedere                                            Leonizzare

Possente                                              Leone

Pozzo                                                  Fondoso da lenza

Porco                                                  Boccone, grugnante

P .  .  .  .                                               Brocchiera

Pegno                                                 Santo

Peregrino                                            Remidore, cappellante

Per lui                                                 Per suo uso

Perdere                                               Ferrare, menare , sonare, spillare

Penne da scrivere                               Tappe di raspante

Pettinare                                             Distrigare

Peti                                                      Galetti

Pesce                                                   Scardoso, schillo

Piacevolmente                                    Piasenza

Piedi                                                    Bottieri, calchi, mazzi

Pecora                                                 Bavorda

Piombo                                               Pesante

Piovere                                                Trignare

Pisciare                                               Lenzire

Piva                                                     Stippa

Prigione                                              Cavagna, giobbon di Beltramo, casazza, sentina, travagliosa

Presto                                                  Di bella

Preti, monaci                                      Bisti, bistolfi

Primavera                                          Gaia

Procuratore                                        Dragoncino

Putta                                                   Piva

Putti                                                    Fiacchi, sottili, pivastri, pivelli, fantasme

Pugnale                                              Martino

Pugno                                                 Gramoso

Pulce                                                   Griso, grisoide

Porri                                                    Anguille

P in contrario

Pasquin peloso                                   Agnello

Perpetua                                             Anima

Puina, tenerosa                                  Mascherpa

Pirino, mizzo                                     Asino

Piatto                                                  Bordello

Punta                                                  Bianco

Prospero                                             Brache

Pevere                                                 Bargello, cavaliero, birro

Pruci, priuli                                        Capelli

Pennacchi                                           Carlini, giulj

Pedante                                              Cita

Pennoso                                              Cuscino

Pironi                                                  Denti

Poltrire                                                Dormire

Piaceri, occhi di civetta                      Ducati

Pivello                                                 Fanciullo

Polverosa                                            Farina

Presto                                                  Fuoco

Perlo, burleffino                                 Bocca

Pavaro                                                Fazzoletto

Paglioso                                              Fiasco

Pirlo                                                    Grosso

Palizzare                                            Maestrare

Pesante                                               Piombo

Pietro saltami indosso                       Saio

Polita                                                  Tinca

Piedi, scorze, tappe                            Vesti

Poltriero, pattume, bajo                    Letto

Q

Quattrini                                            Cocchieri, cucchi, cacchielli

Quadragesima                                   Secca, santocchia

Q in contrario

Quartana                                            Settimana

Quadro                                               Tagliaborse

R

Regina                                                Ancroia, sale

Rubare                                               Alzare, carpire, camuffare, fiorire, grancire, truccare in carpeggia, via

Roma                                                  Bolla , maglia della santa

Ragazzo                                             Cifo, cifone , smerlo

Ravanello                                            Dugo di morfia

Rapire                                                 Gramignare

Ribaldo                                               Gaino

Ragazzi de’ furbi vecchi                    Incatenati

Re                                                        Maggio

Rosso                                                   Ruffoloso

Rompere                                             Cruciare

Rotella                                                 Giron della tirosa

Rosa                                                    Rodigina

Rutti                                                    Galletti di ororsa, fulgori

R in contrario

Rasa di raffrontare                             Affrontare

Ramenghi, ammartinati                   Arme d’asta

Ramenghi d’alta foia                         Bastonate

Reffazzonare                                      Addobbare, far bello, vestire, nettare

Reffazzonato                                      Bello, netto

Remire                                                Andare in viaggio

Rebeccare                                           Udire

Rebecca il contrappunto                   Ascolta quel che io dico

Rebeccar con la serpentina               Dare il linguino

Re di Cappadocia                              Capponi

Resebole                                              Castagne

Refondere                                           Dare

Rioppo                                                Dietro

Refondere l’ arta                                Dare la fede

Refondere un santone                        Dare un pegno

Rasare de bruna                                 Fare segretamente

Ruspante                                            Fortuna, amore

Rasa                                                    Inganno

Ritratta, ritorta, mesta, breviosa       Lettera

Rasa di zambotto                               Mal di s. Lazzero

Raschiare                                            Mandare

Ribeba                                                Oca

Rosume                                               Orbo

Rabuino                                              Diavolo

Remidore                                            Pellegrino

Ruffoloso                                            Rosso

Rasar di gironda                                Fare allegrezze

Rastrelliera                                         Sega , denti

Raspanti                                             Uccelli

Rubiconda                                          Vergogna

Rami                                                   Colonne

Rinnovar compagna                          Vestirsi di nuovo

Ruffo                                                   Fuoco

Ruffo di sant’alto                               Sole

—       di santone                                Fuoco di sant’ Antonio

Ramosa                                               Spalliera

S

Saio                                                     Pietro, saltami indosso

Sale                                                     Sapienza, regina

Sassi                                                    Sbigni, artoni di calcosa

Savio                                                   Officio, sappa

Sbirri                                                   Bracchi, speciali, zàffrani, spezie , peverini

Scaldare                                              Arrossire

Scarpe                                                 Calcose, monacchie

Scartella                                              Santa

Scellerato                                            Da Lodi

Schiavina                                            Dragona

Schiena                                               Sirocchia

Schioppo                                            Sbasidore, deruffo, inghistara

Scoffoni                                              Tirri

Scopare                                               Corillare, smanegare

Scoprire                                              Imbianchire

Scolari                                                 Calcanti a vent’un’ora

Scuola                                                 Balza delle distese

Scodelle                                              Scanfarde

Scudi                                                   Lampanti di civetta

Secchia                                               Tirella

Sega                                                    Rastrelliera

Servitore                                             Matto, falcone

Sette famose                                       Rasa di gironda

Sempre                                               Dappoi che si sega il fieno

Sì                                                         Dortesia, Siena, sedici

Sigillare, bollare                                 Far marchesco

Signore                                               Maggiorengo, maggivo, maggio

Signorìa                                              Maggiorana

Soldato                                               Formicoso, barrasco

Sole                                                     Ruffo di sant’alto

Sorella                                                 Carnitica, cara, carniera

Spaguolo                                            Carpio

Spalle                                                  Callastre

Spalliera                                             Ramosa

Sproni                                                 Bonaghe

Sputacchio                                         Smalzo de cavio

Stampe                                               Ginzi

Stomaco                                             Scoffano

Stroppiato, falcone                            Servitore

Studio                                                 Coschetto da le fantasma

Suore, monache                                 Chierliere, furfoie

Speranza                                            Credo

S in contrario

Stanzonato, stanzonamento             Alloggiamento

Stoppiare                                            Andare

Serpente                                             Anno

Smilzi                                                 Bagattini

Schivo                                                 Bargello

Setosa, spinosa                                   Barba

Sorbe                                                  Bastonate

Stibbiare                                             Bere

Scalfo                                                  Bicchiere

Santa, scarsello                                  Borsa

Scalfo da fiore                                    Bottazzo

Sopra, calma                                      Berretta

Serpentina                                          Lingua

Sgrafante, sgrafose                            Broze

Sgualmazza                                       Broda

Salustro                                              Brodo

Spolveroso                                          Burato

Stando, ficcoso                                   Catenazzo

Seguzzare                                          Cercare

Saltarino, saltante                              Capretto

Svignare                                             Correre

Salute                                                 Croce

Soprano, Argo                                   Cielo

Spazzatura                                        Coda di veste

Salsa                                                   Cuore, anima

Sbianchire                                          Scoprire

Spiga                                                  Paura

Sbasidor di perpetua                         Dottor di teologia

—            del gran soprano                —         di legge

Santocchiare                                      Dire orazione

Sbasire su la funa                              Essere appiccate

Stifello                                                 Formaggio

Smanegare                                         Frustare

Scarpa                                                Gaglioffo

Sollazzare, spillare                             Giuocare

Spinto                                                 Giuoco

Staffile                                                Grano d’ogni sorte

Slanzare partigiana                           Aver fame

Sguazzar pedrina                              Aver buon tempo

Schioppo                                            Inghistara

Simone                                               Io

Santocchio                                          Libro

Sua madre                                          Lui

Stazzonati de’ furbi                           Mastri di berrette

Spelta                                                  Modo

Sbasire                                                Morire

Sonar campane                                  Non adire

Sbriso, giannesco                               Nudo, malvestito

Spiga                                                  Paura

Spigare                                               Aver paura

Spagnuoli                                           Piccioni

Santo                                                  Pegno

Sonare, spillare                                  Perdere

Scardoso, schillo                                Pesce

Stippa                                                 Piva

Sentina                                               Prigione

Sottili                                                  Putti

Secca, santocchiata                            Quadragesima

Settimana                                           Quartana

Sale                                                     Regina

Smerlo                                                Ragazzo

Sapienza                                             Sale

Saltami indosso                                  Saio

Sbigni, artoni di calcosa                    Sassi

Sappa                                                 Savio

Speziali, spezie                                   Sbirri

Sirocchia                                             Schiena

Sbasidore, deruffo                             Schioppo

Smanegare                                         Scopare

Scanfarde                                           Scodelle

Siena, sedici                                        Sì

Smalzo de cavio                                 Sputo

Stoffano                                              Stomaco

Sbrutella                                             Torta

Smaltire                                              Vendere

Sanguinosa, rubiconda                     Vergogna

Scorza                                                 Veste

Scambioso                                          Vino

T

Tagliare                                              Moleccare, martinare, ugnere

Tagliaborse                                         Quadro

Tasca                                                   Fegato

Taverna                                              Calda

Tavola                                                 Bruzza

Terra                                                   Calcosa

Tigna                                                  Maglia, grinta

Tinca                                                   Polita

Testa                                                   Borella, elmo, chiurla, chiulma, calma

Tor la borsa                                        Fare la scarpa, il fegatello

Torsi via                                              Dare a lata

Torta                                                   Sbrutella

Torre                                                   Gramignare, grancire

T in contrario

Traversare                                          Agabbare

Truccare di zambotto                        Aver le gambe enfiate

Truccare in cotognata                       Imbriacarsi

Truccare in carpeggia via                 Rubare

Trucco                                                 Bastone

Tirare l’alzana                                    Bere

Terrazzano                                         Boccale

Tiglioso                                               Bottiero

Tiranti                                                 Calze

Tartitore, culattiero                            Cacatoio

Tartire                                                 Cacare

Tinca                                                   Chiromante

Tassi                                                    Dadi

Taschiera                                            Osteria

Taschieroso                                         Oste

Tascosa                                               Ostessa

Tondoso                                              Mondo

Tondoso da lenza                               Pozzo

Tincare                                                Notare

Tavole                                                 Pantofole

Tenerosa, puina                                 Mascherpa

Tappe di raspante                              Penne da scrivere

Trignare                                              Piovere

Travagliosa                                         Prigione

Tirosa                                                  Rotella

Tirri                                                     Scoffoni

Tirella                                                  Secchia

Tappe                                                  Vesti

Tetta                                                    Mamma

Traboccare                                         Urtare

Turlante                                              Uso

Traboccatore di trabucco                  Zoppo

U

Udire                                                  Rebeccare

Uomo                                                 Osmo

Uomo grosso                                      Cordovano

Uso                                                     Tarlante

Urtare                                                 Traboccare

Uccelli                                                 Raspanti

Uccellare                                            Dare la stolfa

Ufficio                                                 Dotto

Urto                                                    Pane

Urto in lenza                                      Panada

Urto in chiaro                                    Zappa

Ungere le mani                                  Olecare le terre

V

Vacche                                                Cornute

Vecchio                                               Grimo, Grimaldo

Vedere                                                Allumare , aguzzare, attincare, agreatare

Vendere                                              Ammazzare, smaltire

Venendo                                             Burchiando

Vergogna                                           Rubiconda, sanguinosa

Vestire                                                 Intoppare, refazzonare

Vestirsi di nuoto                                 Rinnovar campagna

Vesti                                                    Piedi, scorze, tappe

Veste da donna                                  Filippa

Villa                                                    Contramaglia

Villano                                                Contramaglio, gonzo, contrario, malcone

Vita                                                     Conca

Vino                                                    Buoso, chiaro, scambioso,

Viso                                                     Berlo, berleffo

Volpe                                                  Carniera

V in contrario

Velo                                                     Corpo

Veloce                                                 Ora

Ventare                                               Bagnare

Ventosa                                               Finestra

Ventosa, lisciosa                                 Nave

Verbosa                                              Lezione

Verdume                                            Erba

Viscolosa                                             Gotta

Vostriso non m’oleca le cerre            Non m’ungi le mani

Z

Zoccoli                                                Zampanti

Zoppo                                                 Traboccatore di trabucco

Zucca                                                  Cerchia

Zappa                                                 Urto in chiaro

Z in contrario

Zarattina                                            Lingua

Zangarino                                          Mastro di legname

Zaffi                                                    Sbirri

Zampanti                                           Zoccoli

Zergo                                                  Furbesco

Zirare                                                  Cantare

Zoppellare                                          Andar storto, andar piano

NOMI DE’ MESI

Mese di Gennaio                                Marchese del lenzoso

Mese di Febbraio                               Marchese del scaglioso

Mese di Marzo                                   Marchese del cervante

Mese di Aprile                                    Marchese del cornuto

Mese di Maggio                                 Marchese del carnese

Mese di Giugno                                 Marchese del roverso

Mese di Luglio                                   Marchese del possente

Mese di Agosto                                  Marchese dalle cerchiose

Mese di Settembre ,                           Marchese della giusta

Mese di Ottobre «                              Marchese del tossegoso

Mese di Novembre                            Marchese del frizzante

Mese di Dicembre                              Marchese del ben nasuto, e coda di drago

NOMI DE’ GIORNI

Domenica                                           Lustro del ruffo di sant’alto

Lunedì                                                Lustro della moccolosa

Martedì                                               Lustro del formicoso

Mercoledì                                           Lustro del truccante

Giovedì                                               Lustro dell’anticrotto

Venerdì                                               Lustro della maggiorana de’ pivastri

Sabato                                                Lustro del grimo

STANZA

Chi vuol far l’arte del buon calcagnante,

Attenda, che monel ti farà cima

Vostriso, il tappo, annelle, e letirante,

Il basto lodo e gualdi nella lima

Se tu vuoi aste, e morficar ruspante,

Rifonde il Talian a qualche lima:

Sul burchio truccasi per la calcosa,

E avrai sempre sgonfiata la sfoiosa.

CAPITOLO

Fo dai dragon de’ furbi il contrappunto

Trovato sol per canzonar tra loro,

Quando truccati sono a estremo punto.

Come sarebbe, se pescato poro

L’un dei muchi attencasse, che il pescato

Alluma, come a carpi ito è il tesoro.

Ed altra maria, che gli è palato,

Mascasse furbo che compri vïole,

Acciò da l’osmo non fosse accerrato.

Ne danneggia il calcagno come suole,

Che sarebbe di subito sbianchito,

Se rebeccate fusser le parole.

Col contrappunto ancor prende partito

L’Apostolo, che in cerra avea l’agresta,

Ed è su ’l bello dal schivo assalito.

Onde l’altro calcagno, che la sesta

Lanternava, canzona toglie a dire,

E così toglie, o dal camuffo resta.

O come i furbi si senton sbasire

Se allumano lo schivo, o i zaffarani,

Che gli fan nelle prospere tartire.

Per le calcose calcheggian lontani,

Chi di rioppo, trucca e chi davanti,

E chi danneggia coi ginaldi alani.

Come se la gaviera a gli ruspanti

Si rifondesse, onde le poverelle

Volasser per lo roseo in tutti canti.

O come le sbaside bavordelle,

Che se talora il bronio abalcaranno,

Nel raffo truccherà con la lor pelle.

Bel contrappunto miracol faranno

I furbi in vero; ed è di cotal forza,

Che in mille modi ti canzoneranno.

Per non esser sbianchito ogn’uom si forza,

Onde canzonaremo in saio o cappa,

Il tappo, il manto, il san Piero, la scorza.

L’un e l’altro dirà: la scorza acchiappa;

E se la scorza è bianca, ed egli a casa

Con il sanpiero ti canzona, o frappa.

E così carpïon truccan di rasa;

E acciò la rasa sia di bruna, e tenga

Il contrappunto, si muta e travasa.

O di Simon carnifica fratenga,

Di questo tuffo di sant’alto abbalchi,

Spiga più di campagna, o maggiorenga.

Se agrestasse vostriso come i balchi,

Tutto quel che nel fusto a gli osmi stanza,

Non è chi contra voi movesse i calchi.

Tal contrappunto non vi dà baldanza;

Che se grancite il cuore alle persone,

Vi rifondono insieme quel ch’avanza.

Non vi convien mutar zergo o sermone,

Anzi carditi, e fate che i carpiti

Stanzano di Beltramo nel giubbone.

Tassare gli suriani ed olmi arditi,

Lanternisi per voi col guinzo al guindo.

Senza unghie, senza cuor tutti sbasiti.

Poi dolcetto ramifica, s’io rido,

Quando il calmon de’ furbi richiedete,

E contra di morea alzate il grido.

E perchè senza furbi voi potrete

Rifondere e carpir solo col berlo,

Non d’altro zergo alcun bisogno avete.

Pur poi ch’ancor desiate di vederlo,

Tutto refuso in queste breviose

Di propria cerra mia potrete averlo.

Dove, ch’abalcarete quante cose

Canzono mai vergara e pevanello,

Cavazzoni, dragon, marie fumose.

Refondere anche vi volea con quello,

Per dimostrarvi che ’l nostro è migliore,

L’amore voi perpetua di monello.

Nè si ritrova, perchè tratto fuore

Di me l’avete, e col carnier istesso

Ira sete di ponte levatore.

Ma perdono a vostriso il duro eccesso,

Tanto che indrieto più non la terrei,

Pur che Falcona, ella vi stanzi appresso,

Fin che la Magra truccarà per lei.

SONETTO

Trucca calcagno per quella calcosa

Che l’intaglia ’l Santon delle Ferrante,

Ove un Pietro fratengo e le tirante

Son refondate dalla laminosa.

Porta l’astrologia e la moccosa;

E perchè queste specie del chiamante

Son ganni balza destro con le piante,

Che non stoppiamo nella travagliosa.

Simon truccarai nante a farti avviso.

Con rasa di marmotta e trabuccone,

E si anderà di rasa di galetto.

Subito compri il corpo allor vostriso,

Che le specie verran per lo giubbone;

Ma guardi non sbasir l’urlo ’l bacchetto.

SONETTO

Felice vita da un guidon fratengo,

Che col scalfo del fiore, e col bacchetto

Da far in calca a gli osmi il figadetto

Trucca stancando con il suo ramengo.

E se talor morfezza urto, o dorengo,

Ove poltrisce in qualche vil coschetto,

Intappato d’ alcun grimo lunghetto,

Del tondoso si tien il maggiorengo.

E alla bolla del carro, o della santa

Del tamiso del sale da balcando,

Vivendo alle callaatre de’ contrari.

E se ’llustra carpisse qualche santa,

La bruna e la taschiera va spillando,

Ove si stibia di fratenghi chiari.

E con suoi gesti cari

A qualche gonzo dalla madre in tanto

Che ’l calcagno col pietro rucca il pianto;

E così in ogni canto

Alza la bolla ai gualdi o a le morfisse,

E malcon su le fune alfin sbasisse.

SONETTO

Se ’l maggio de’ bistolfi se talato

Calca gaiosa la bolla dell’Ef,

Perchè i magivi della lanza in bef,

Truccava al mio bisoldo stazzonato.

Ma come itron dal pianto se l’usato.

Tutti si son calcati in muso alef.

E ’l maggiorana al contro del berlef

Con spige gli l’avrà refazzonato.

Chè di campagna il masco cavo porta

Come i carpentra l’erta trucca via,

Per geminar il giorno con la scorta .

E se non l’usa ’l canto in guinteria,

El bisto maggio sona la diorta,

Sguardando coi siffalchi per la sorta;

E sgreziando via

Tutte le bolle i tron che ’l bisto incalza,

Piantando il Ludovico per la Marca.

SONETTO

Che più onta, o più cavazzon stato

Di quel d’un furbo, o di quella famosa

Che sorte più d’un capo, o più fumosa

Di che ’l buon Guid’Antonio è danneggiato?

Se ’l non fosse che l’osmo esser cerrato

Spiga, sempre se sbigna o fa altra cosa,

Di non tartire nella travagliosa

E il catarron aver rioppo, o a lato.

Ma attendi se pel dritto aver vuoi l’arte,

E sbalzar netto, fa che sii pivastro

Atto a comprar e remigar di bella.

Dimostrati sbasito in ogni parte,

E a calchi però sano avrai l’impiastro

Della perpetua d’una bavordella.

La rasa sia più bella

Della verdume, e del ruffo a rosata

Che cruccia fin a l’osso la cenata.

Potrai alla giornata

Con lenza rodigina a quel proposto

Bianchirla sì, che non si fa tantosto;

E traboccando accosto

Li coschi di più rase fagaviero

Di biso, coppo ...  forestiero.

E se avrai buon sanpiero,

Di vasco te n’ andrai, non di zambotto,

Nè di falcone o di fiabante dotto.

Così tra gonzi indotto

Farai la scarpa si, che se attencato

Ben fossi, non diran che sii quel stato,

Fa ch’abbi un guindo a lato,

A cui rifondi il pescato, e il bacchetto,

Quasi avrai fatto a gli osmi il figadetto;

Acciò se ’l schivo stretto

Attraversasse l’ale con tortosa,

Condotto al maggio della travagliosa,

Non si trovi sfogliosa,

Nè ancor Martin; che se fosse attencato,

In pianto di vostra oda il tatto è andato.

Se non sarai trovato,

La bruna poi lo tuo stanzonamento

Con il cagnante anaccarai l’argento;

E sia il tuo alloggiamento

Un gran cagnardo, una taschiera il pianto,

Col tuo pattume nel più strano canto;

Nè ti curar in tanto;

Nè sia de piva rasa o tenerosa,

Morfeza pur il lustro in la calcosa .

Farai Maria pietosa :

Se attenchi un qualche Pietro in questa tana,

Cerca aiutarlo innanzi in carpeggiana.

Nè più d’una quartana

Stanzi tua madre o in questa bolla, o in quella,

Ch’ a lungo andar la rasa si zoppella;

Nè questa sarà fella;

Che quando il ruffo incalzar l’osmo in bolle,

Al contramaglio andar per cornïole;

E canzonando folle,

Alli contrari masca pel santone ;

Quel che alzar tu non puoi, fa che tu done.

Anche le foie son buone

Refuse tra la lima ed il bestiano.

Da traversar li gonzi in modo strano .

Il tuo falcone altano,

Di rioppo al calcagno canta in zergo,

Gran fasto, pomo, burchio, e maggior tergo

E parrà dir da scherzo,

Danneggiando remenghi amartinara,

Vin chiaro, e dogo in baldo e lenza chiara.

Farà canzone amara

Il gonzo, e tu dalla al tascheroso

Per morfezzar l’albume abbi refoso,

Se un troppo doloroso

Ti trova indosso la buona stagione,

Incatenato al guigno sia ’l moscone.

Ma il lustro del Santone,

Che trucca della giusta nel marchese,

Tornando a lui refonderai le spese.

Queste son onte imprese;

Ma seco astrologia trucchi di bruna:

Avrai di corto al guindo un po’ di funa.

FINE

 

IMPRESSO

IN NUMERO DI SOLI CCX. ESEMPLARI.

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011