Giovanni Torti

SULLA POESIA

Sermone

Milano, 1818.

Edizione di riferimento

Discussioni e polemiche sul Romanticismo (1816 - 1826) a cura di Egidio Bellorini, collana Scrittori d' Italia, vol. primo Bari Gius. Laterza & figli tipografi-editori-librai 1943 - xxi

CAPITOLO I.

Un romor misurato, un magistero

di parole assortite e a pochi intese,

muto di passione e di pensiero,

onde son ricantate antiche imprese,

o amor si finge, o pastoral concento,

o è laudato chi piú in alto ascese:

tal rechiam noi dal pueril convento

tipo di poesia, grazie a coloro

ond' ogni saper nostro ha fondamento.

E pur Virgilio e il secolo dell'oro

gridano ei sempre; né l'irato Achille,

o il pellegrino Ulisse è ignoto a loro.

Come esser può che ad uom non isfaville

raggio da tanta luce? Ahi crasse menti

a quanta cecitade il del sortille!

Opra ben altra in me fer le possenti

pagine, o Guido. Ah sì, se' miei verd'anni

rivivere un tal poco or mi consenti!

Tu il sai, quel vecchio che i dorati scanni

premea de' grandi taciturno, e intanto

notava i riti e gli oziosi affanni,

e gli orgogli e le noje, e i gaudi e il pianto

del par mentiti; indi ne fea precetto

in quel sublime suo ridevol canto,

quel mi fu corta primo. Oh giovinetto,

rammenti Elisa tu, quando profferte

l'ultime voci, in giu sul caro letto

volta, e in sul frigio brando, in ver le aperte

regioni del cielo, a ber la luce

va sollevando le pupille incerte?

Rammenti quale appar nell'arme il duce

Ettore priamide alle scee porte,

e come amore incontro gli conduce

l'amata donna, che a ritrarre il forte

non val per pianto, o perché sia con lei

chi 'l pargoletto nelle braccia porte?

Quel maestro gentile agli occhi miei

insegnò lagrimar dell'alta pieta,

in leggendo d'Elisa e di costei.

La quale al cavaliero il cammin vieta ...

«Ettore, sai come di padre io giva

e di sette fratelli altera e lieta;

il crudel ferro del Pelide priva

hammi di tutti, lassa! né la madre

d'Artemide lo stral mi lasciò viva.

Tutte in te volte or fien le argive squadre:

che mi rimane, se mi sei pur tolto,

tu a me marito, a me fratello e padre?

Misera! indarno è il suo pregar. Ma il molto

duol che dal petto al pio guerrier trabocca,

ogni ritegno alle parole ha sciolto.

« Ahi che il sacro Ilio (esclama) e l'alta rocca

e la casa di Priamo un dì cadranno!

Ma null'altra, ti giuro, il cor mi tocca

sì acerba cura; non de' teucri il danno,

e non il padre, non la madre o i forti

fratei, che molti allor sotterra andranno;

come, o donna, il tuo pianto e l'aspre sorti

che t'aspettan, se alcun greco ti prenda,

e prigioniera in Argo il mar ti porti.

Tacita allora converrà che penda

dal cenno insultator d'una straniera,

e a portar acqua e a te er tele intenda.

E, mentre indarno repugnante e fiera,

pregno inclinando di lagrime il ciglio,

alla fontana obbedirai l'altera,

alcun dirà: d' Ettore a Priamo figlio

la consorte è colei; di quel che sempre

era fra i teucri eroi primo al periglio.

Allor verrà che di piú crude tempre

dolor ti cruci, e che del tuo diletto

piú intenso desiderio il cor ti stempre.»

Disse, e le mani stese al pargoletto,

che, l'armi paventando e le criniere

terribili, ondeggianti in sull'elmetto,

fe' d'un grido risposta al cavaliere,

e rifuggì della nutrice al seno

dalle sembianze inusitate e fiere.

Parve sul volto allor, quasi un baleno,

ai duo parenti il riso; Ettor si sciolse

l'elmo, e raggiante il pose in sul terreno;

poi nelle braccia il bambinel si tolse,

baciollo, e a Giove e agli altri numi in questi

detti, alzandolo al cielo, il prego volse:

«O Giove sommo, e voi tutti, o celesti,

deh vogliate che forte, e di me degno,

dopo di me questo mio figlio resti;

che un dì possente abbia de' teucri il regno,

che apportator di fuga e di terrore

sia fra' nemici, a' suoi gloria e sostegno;

deh fate che, tornando ei vincitore,

v'abbia chi dica: piú che il padre ei vale;

e ne gioisca della madre il core ».

Ahi! troppo, io so, poveramente e male

rifar del cieco la canzone antica;

ma il piacer che di quella in me prevale,

dentro mi sforza, onde convien ch' io dica;

né passerò tacendo il re trojano

venuto nella cruda o te nemica.

Improvviso egli apparve, e al capitano

de' mirmidòni le ginocchia strinse

tutto tremante, e la terribil mano

baciò, che molti de' suoi figli estinse;

poi disse: «Il padre ti ricorda, o Achille»;

e fu questa parola che lo vinse.

Sentì quel generoso affetti mille

in rimembrando il genitore antico;

gli rigavano il volto amare stille.

Ora pel padre, or per l'ucciso amico;

piangeva il vecchio con piú larghi pianti,

prosteso ai piedi del feral nemico.

Ora dirò, quale i meonii canti,

e quei che alto intonarci han per costume

dalle sublimi seggiole i pedanti;

e quei degli altri antichi grandi, e il lume

di sincere dottrine, onde spandea

quel savio derisor sì largo fiume,

qual mi compo er nella mente idea

altra da quel che nella usata scola

vòto d'arte fantasma altri si crea.

Ingenua, casta e limpida parola,

che di gaudio, di speme e di paura,

di terror, di pietade ange o consola;

viva, fedele, universal pittura

dell'uomo in prima, e quindi a parte a parte

di tutta quanta immensa è la natura;

dalle divine e dalle umane carte

nodrito ampio sapere e sapïenza:

questo in pensier mi sta tipo dell'arte.

Ella è santo diletto, ella è potenza

degli affetti piegata a far che sia

voluttà la giustizia e la innocenza.

E sia pur vasto ingegno, e fantasia

tutto veggente, chi benigno il care

non abbia e l'alma generosa e pia,

non salirà dell'arte al primo onore.

CAPITOLO II.

Ma una vaghezza nostre menti piglia,

sì strana degli antichi imitatrice,

che a quel ch'ei fero opposto ne consiglia.

Eugenio canta per la estinta Nice,

che alle selve con lui l'amato nome

notte e dì la pietosa Eco ridice;

e duolsi che, ahi! gli è indarno offrir le chiome

alla tartarea Giuno, e abbracciar l'are

delle Eumenidi pie, per vincer, come

pur non fu dato al tracio Orfeo, le avare

fauci dell'atro Dite, e all'aure e al sole

ricondur le rapite anime care.

E sente Eugenio? Oh dimmi, e in sue parole

dolor tu forse, o amore, od altro senti

insieme al ghiaccio di coteste fole?

Le quai credute fra le antiche genti,

o credibili furo; e a noi chi le ode,

il voglia o no, dice in suo cor: tu menti.

Oh di falso veder mirabil frode!

Così il rovescio di color siam noi,

cui omigliar ne pare unica lode.

Ma fingi, o Guido, un che de' versi suoi

tema scegliesse i doni e la coltura

del solco, e l'opra de' robusti buoi;

e della mandra avendo a dir la cura,

così invocasse; «O Dio d'Agra e di Deli [1]

sommo conservator della natura,

nove volte per noi sceso dai cieli,

che insegni come d'un bramino l'alma

forse o d'un raja in un monton si celi:

s'io sopra foglie t'offerii di palma

grati legumi, e se di burro ho sparsi

i simulacri di tua varia salma,

tu questi sforzi ajuta umili e scarsi,

Visnù, tal che di nostro insegnamento

possa il buon mandriano addottrinarsi;

ché nella terra tua acro è l'armento,

sacra è l'urina di giovenca, e vale

per far mondo ai celesti alloggiamento ».

Oh cui parria di sana mente un tale

pregar? Ma che, forse tra noi piú fede

hanno che il dio Visnù, Cerere e Pale?

E luce a me pur d'altro esempio diede

mia sorte un dì, che ad ascoltar mi pinse

certo orator contra un ingiusto erede.

Poiché del falso olografo il convinse,

poiché i nepoti miseri, chiedenti

pane, piangenti, laceri dipinse,

imprecando proruppe in questi accenti:

«Oh Temide che fai? Chi, chi la ultrice

folgore ancora nella man rattienti? ».

Come gente che ascolta un infelice,

che par prima in suo senno, e d'improvviso

da in visioni, e delirando dice;

tale alzar gli occhi, e si guataro in viso

i giudici, e talun mal si rattenne

che non mostrasse in sulle labbra il riso.

Ma v' è chi 'nsorge: «E che? certo sconvenne

quel dir; ché a voli oltra i confin del vero

non ha se non dal vero ardite penne

uman discorso; e sempre è daddovero

che orator dice; ma tutt'altre leggi

del poeta governano il pensiero».

M'odi; ciò che sconviensi a chi proseggi,

però ch'ei dice daddover, non fia

proprio di chi farnetichi o motteggi?

Ma se conveniente a poesia

vorrai ciò stesso, e ch'altro allora è a dirsi

che un trastullo quest'arte o una follia?

E ben, leggendo i nostri Dafni e Tirsi,

scerni come dal labbro anche d'uom saggio

ebbe cotal sentenza a profferirsi.

Gia non trascorre a così cieco oltraggio

chi per li regni della morta gente

segue, o massimo Dante, il tuo viaggio,

e ascolta i lai della città dolente,

poi vede il popol che penando spera,

poi l'alme assorte nella eterna mente.

Né oppormi qui la favolosa schiera

che quei mischia in sue lacche ed in sue bolge,

Flegias e Caco e Cerbero e Megera,

ché a sua laude null'uom tal macchia volge;

ma la luce del ver, che sovrabbonda,

questa e mill'altre in sé cela e ravvolge.

Sommo alunno di Dante, or mi seconda,

o incontro a te mi porge scudo e lancia

l'alma del tuo Basville che si monda,

contemplando le colpe e il duol di Francia:

quale al tuo canto sì divin concetto

derivarti potea da greca ciancia?

E tu, spirto soave, alto intelletto,

tu, mio buono Alessandro [2]; onde a' tuoi versi

venne il sublime di cotanto affetto?

Tu non Diana e suoi nomi diversi,

ma canti il sangue, onde tornammo a vita

noi nell'abisso naufraghi e sommersi.

Or sappi, o Guido, che a colui che imita,

sceneggiando o narrando, eventi umani,

pur altra legge esperïenza addita.

Meglio al nostro sentir, che piú lontani

casi, per simpatia tornano adatti

quei che tu prenda in secoli cristiani;

e piú posson fra questi i patri fatti,

a egualità di forze in tutto il resto,

che quelli dalle altrui cronache tratti.

Forse armi e odi e angue e amor funesto,

e di tiranni e di città vicende,

e molto pur di generoso e onesto,

ne manca, Italia, nelle tue leggende,

per lo cui lume il guardo entro all'oscuro

di tue misere età la via si fende?

Oh come il saggio e il mercatante e il duro

marin, tutti del paro assorti stanno

lá verso i climi del gelato Arturo,

allor che la scozzese e Macbeth fanno

agghiacciar di ribrezzo e di spavento,

sul palco addotti dal maggior britanno!

Vedi, vedi costei che al dubbio e lento

marito nella man pose il coltello

perché l'ospite giaccia a tradimento.

Incontro ad ogni uman senso il rubello

core indurando a coscïenza invitto,

regina sta nel sanguinoso ostello:

sol le grandeggia orribile il delitto

quando nel sonno il fero animo giace,

e riprende natura il suo diritto.

Ecco nell'ora che ogni cosa tace,

e gela il reo, se errar vede fra i cardi

dei deserti sepolcri incerta face,

ecco appar la dormente, e a passi tardi

con la lampada vien per l'ampie sale,

fissando immoti nella man gli sguardi.

« Ma qui pur sempre sa di sangue! Ahi quale

macchia! Or si lavi ... E tanto avea di sangue

quel vecchio? O sposo, un vil terror ti assale?

Tutto è perduto, se il coraggio langue ...

E questa mano non sarà mai pura ? ...

Vendetta è, dici, di quel vecchio esangue?

Oh vergogna! Un guerriero aver paura?

Che odor di sangue ... » [3] E a rifregar la mano,

quanto le val la lena, intende e dura

infra quei detti; e pur riguarda. Ahi vano

studio! ché mai l'orribil macchia astersa

non ne andrebbe da quanta all'Oceáno

pei fiumi della terra onda si versa.

CAPITOLO III.

Piú nella scena gli animi comprende

cosa che de' fedeli occhi è subbietto,

che e narrata per gli orecchi scende [4].

A cui trito non è questo precetto?

Ma udir ti piaccia nuovi pensamenti

che un tale innesta sull'antico detto:

«Non com' è uso, sol gli ultimi eventi;

ma tutte della favola le parti

all'altrui vista svolgerai presenti.

Sii fermo in ciò; né coscienza farti,

perché quindi non possa entro gl'infesti

confin di loco e tempo rinserrarti.

Ben sai ch'ove a spettacolo sedesti,

uopo è che quasi ad opera d'incanto

la mente e i sensi volontario presti.

Ma quel mago cui dato è poter tanto,

che spacca innanzi a te d'Argo la reggia,

mentre in teatro a' tuoi t'assidi a canto,

non potrá poi, dove argomento il chieggia,

di Scozia tramutarti in Inghilterra,

o far che Cipri, indi Venezia veggia?

Né pur dirai che è l'edifizio a terra

della creata illusïon, se gli anni

o i mesi il giro di poche ore serra.

Forse, in veggendo tu scenici affanni,

o gioje, o atroci, o vili atti, o leggiadri,

di piena e ferma illusïon t'inganni?

O non anzi ti par che all'uopo quadri

assimigliarti ad uomo, il qual dinanti

succeder si vedesse ordin di quadri?

Ché se vivi i suoi quadri offre e parlanti

la scena, non però ch'ella è figmento

d'arte men fisso in animo rimanti;

se no, potresti consentir che spento

fosse il buono Agamennone, e tenerti

di vietar con un grido il tradimento?

È sempre dal voler che negli offerti

casi, rapiti i tuoi pensieri e assorti,

fanno allegrarti, o fremere, o dolerti.

Dunque non potrai tu dentro comporti,

sì che a tuo senno, in quai piú si convenga

e lochi e tempi fantasia ti porti?

Giá non tel vieta tua ragion, ma indegna

pastoja tienti di sognate leggi,

che stolide e nocenti arte disdegna.

Ecco, esporte vogl'io: Poeta, eleggi

alta vicenda, in che si volga, e cresca,

e fiera a gradi passïon grandeggi;

tutto in sua sede natural riesca;

ma un sia il loco, e dalle trentasei

ore largite l'azïon non esca.

Giá chiaro è a tutti, e tu ignorar nol déi,

che a tanto ponno equivaler quattr'ore;

ma il conto falla, se piú largo sei.

on altro è il domma dell'antico errore;

riderne ardisci, e delle tre sol una

unitá credi, l'unitá del core.

Tal mi giova nomar quella che niuna

cosa consente, onde sia 'l cor distratto

da ciò ch'ella ad un solo esito aduna.

E un'altra v' ha, cui nessun loco è fatto

infra le tre; ma che a ragion pre urne

averti sempre a' suoi dettami e atto.

Questa e, che tutto ingiugne uno il co tume

col entir noto, e l'opinar de' luoghi

e de' tempi, onde il fatto altri desume;

sì che null'uom tra 'l pio furore e i roghi

del secol di Filippo estranei sensi

di dritto uman, di egualitá si arroghi;

né d'amore e d'onor, come conviensi

a sottigliezza di cavalleria,

un antico affrican ragioni e pensi. »

Tal quei ch' io dico sua sentenza apria;

ma cui piacesse esaminar non v' era,

e ognuno la croce addosso gli bandía.

Tu non mischiarti alla volgare schiera;

libra, o Guido, i contrari; e si t'appiglia

a qual ti paja opinion piú vera.

Intanto non ti sia gran maraviglia

se piú d'un nel costume si diparte

da quel che il detto or ora ti consiglia.

Sentir conforme al sentir nostro in parte

s'ama pur sempre; e nell'attor se stesso

non pinger mai molto è difficil arte.

é il mio dir, e ben miri, erra scommesso

da ciò che del sentir cavalleresco

testé ad esempio ti fu innanzi messo.

Avvisi tu che dal Rotondo Desco,

dagli Amadigi, e da tutti gli erranti,

che dell' ispano e del popol francesco

le carte empion d'imprese e sogni tanti,

nullo elemento sia trasfuso in noi,

quanti intendiamo onore, o siamo amanti? [5].

Ma vedi or come il ragionar ne' suoi

rivolgimenti a ricordar ne mena

i rinnovati tempi degli eroi.

Quali Tesèo ed il figliuol d'Alcmena

è grido che purgassero la terra

da ladroni e da mostri, ond'era piena;

cotai vagando, di privata guerra

fean difesa quei forti al giusto e al dritto;

ché ogni ragion di legge era sotterra.

Donne e donzelle ed ogni inerme afflitto

eran lor cura; e pigliavan del campo

per vietar ogni offesa, ogni delitto:

a crudele o villan non era scampo,

e quell'alto valor lancia arrestava

o roteggiava della spada il lampo:

ogni sembianza d'opra vile e prava

fea lor di gentilezza esimio acume

macchia parer, che nulla menda lava;

e ciascun d'una donna ebbe in costume

portare insegna; e a lei tutti i pensieri

e le imprese sacrar quasi a suo nume.

Spaventosi valloni i pro' guerrieri

andavano cercando e grotte oscure,

inospiti castelli e boschi fieri,

onde uscia fama di strane avventure,

d'appiattato scortese o di ribaldo,

d'insidie, di perigli e di paure.

O cantor di Ginevra e di Rinaldo,

del buon Ruggiero e di Leone Augusto,

cui non rapisce innamorato e caldo

d'onor sublime, del valor, del giusto,

tua creatrice immensa fantasia

entro a quello ideal mondo vetusto?

Cessi chi a grande e ad util poesia

splendidissimo nega ed ampio tema,

costumi e geste cavalleria,

o bestemmii l'altissimo poema.

CAPITOLO IV.

Però che amanti e donne il carme suona

piú sovra, e a dir di sé mi fa richiamo

«amor che nella mente mi ragiona»,

io d'amar seguirò. Dal dì che Adamo

per lo spiro divin pensieri e voglie

ebbe in quel primo loto, onde noi siamo,

e, senza vel d'ingiurïose spoglie,

candida in mezzo ai fior del paradiso

da pria mirò la giovinetta moglie,

che a lui levando innamorato il viso,

e i bramosi occhi, gli rapiva il core,

vaga angioletta col celeste riso;

questo del senso uman donna e motore,

che l'un sesso ver l'altro inchina e tragge,

questa possanza che si noma amore,

vario da varie etadi e varie piagge

abito tenne, e forme ora ridenti,

ora meste, or gentili, ora selvagge.

Perpetua compagnia, baci innocenti

colá nell' Eden su le molli rive

a specchio delle quete onde scorrenti;

non lezi [6] od esca di repulse, e chive

arti, ma ingenui vezzi, e pure e sante

fiamme ognor nuove, ognor piú dolci e vive,

senza il torbo vapore inebbrïante

con che or gli animi ciurma il rio mistero,

beata fêr la prima coppia amante.

Ma per quello infelice error primiero,

ond' ei credetter d'agguagliarsi a Dio,

i corruppe ogni carne in suo sentiero [7];

e una progenie di lor seme uscio

dura, d'iniqua mente; e amor divenne

bisogno e foja di brutal desio.

Benché poi sodal freno il contenne,

da che ammansata a molli arti e costume

la stirpe rea nelle cittá convenne.

Mira sembianze ch'egli in Grecia a urne;

ve' qual lascivia immaginosa ha finto

Driadi e Fauni, e dell'amar fe' un nume,

fanciul leggiadro in fra le braccia avvinto

e il colmo petto della madre ignuda;

fanciullo, ond'essa e ogn'altro nume è vinto.

Ma donde or vien che una soave e cruda

altra tempra d'affetti, e nuova fonte

di pudico diletto amor ne schiuda?

Chi è costui che i miti occhi e la fronte

inchina, e lá dove partita siede

da un vago fiumicel tra monte e monte

chiusa una valle, or move lento il piede,

ora s'arresta, e or piagne, ora d'un breve

sorriso il volto serenar si vede?

Talvolta ei fa sì come bianca neve,

poscia improvviso di rossor si tinge;

ben che questi arde argomentar t' è lieve.

Deh com'ei parla dolcemente e pinge

le care luci e il guardo di colei

che non terrestre cosa amar gli finge!

Nullo fermento d'appetiti rei

svolgesi in suo voler, sì ch'altro ei senta,

che virtude e bellezza amare in lei.

Ma come pur divampa, vïolenta

cresce piú sempre, e di che tanta speme

vive la fera voglia e s'alimenta!

Dolce ahi troppo gli offriste e amara insieme,

chiare, fresche e dolci acque, esca ai desiri

fra queste rive che piangendo preme.

Giá tempo appressa che piú dentro miri

in sé medesmo, e dal profondo petto

tragga, di sé pensando, altri sospiri;

quando dal visco del tenace affetto

vorrá indarno espedirsi, e innanzi agli occhi

venir di morte si vedrá l'aspetto;

e pregherá, che almen prima che scocchi

l'ultimo stral, col dito onnipossente,

padre del cielo, la tua grazia il tocchi.

Ben piú ne parla all'animo e alla mente

cotal di passïon misto, che quella

mollezza ignuda dell'antica gente;

cotal nell'arte a contemplar sì bella,

sublime pugna interior, che nacque

sol da che in terra addusse etá novella

quei che increato fra' mortai si piacque,

e sparse la parola, che da poi

a desir travïato un qua non tacque.

Ciò a te sia detto che cantar ne vuoi

canto d'amor: ma e si pur d'altri affetti

religion fe' mutamento in noi;

e spesso tal color veste ai subbetti,

ch'uopo è serbarlo ognun che brami intera

di carmi signoria sui nostri petti.

Paziente, benigna, e non altera

virtú, che nulla opra per sé, che tutto

comporta, e tutto crede e tutto spera [8],

è fondamento sopra il qual costrutto

ha l'edificio delle sue dottrine

l'alta pietá che il cieco mondo ha istrutto;

virtú che fuori d'ogni uman confine

uno eroismo generò, che mai

trombe non celebrar greche o latine,

quel che alla foga de' rompenti lai

pon freno onde pregar per gl'inimici,

da cui cerne cagion de' propri guai:

virtú cui pianto è l'altrui male, e amici

e piú prossimi e sacri venerandi

i poverelli sono e gl' infelici.

E tu, pensier di morte che ti spandi,

vogliamti o no, su tutti i pensier nostri,

e de' beni e de' mali eterni e grandi,

che in cielo o giú nei disperati chiostri

premio o pena aspettiam conforme all'opre,

ad or ad or la imagine ci mostri,

ben quella forza con che in noi tu adopre,

non conosciuta al secolo vetusto,

pur malgrado di noi s'accusa e scopre.

Tu gli antri un giorno e il solitario augusto

orror de' boschi popolavi; e spesso

v'alletti ancora il passeggiar del giusto,

che austero scrutator scende in se stesso,

e, ogni latèbra del suo cor cercando,

discerne ciò che di men puro è in esso.

Ma, o colli, o monti, che gli dite, quando

poi leva intorno il guardo, e voi, torrenti,

che pei gran massi giú precipitando,

vi spandete sui piani? O tuoni, o venti;

voi che gli dite? e voi dell'ampio mare

di lontan fragorose onde frementi?

E oh sole!... Oh troppo opre eloquenti e chiare

di lui che vuole; e ciò che pria non era

repente al cenno di sua voce appare!

Tu, o sol, conosci il tuo tramonto [9]; e schiera

di soli altri infinita, e opachi mondi

rotando van per la cerulea sfera:

sbucan fuor dalle macchie e dai profondi

covili, e per la notte atra correndo,

ove piú preda alla lor fame abbondi,

passan le fere, e per lo bujo orrendo

di valli e di burroni a Dio lor esca

i figli de' lion chieggon ruggendo.

Ma ecco l'aura rugiadosa e fresca

che annuncia il sole: a rintanarsi vanno;

tempo è che l'uomo all'opre sue fuor esca,

che a confortar le membra il pan gli danno,

e il vin che lieto gli disgombri il core

d'ogni vestigio di passato affanno.

Tutto tu festi in sapienza e amore;

tutto tu serbi; e tutto, ove ritratto

il tuo volto un istante abbi, o Signore,

nella polvere sua cadrá di fatto [10].

 

Note

_____________________________

 

[1] Visnù, adorato nelle Indie Orientali come conservatore del tutto. Sono conosciute le nove incarnazioni di questo dio; ed è troppo celebre il domma della metempsicosi, che gl' indiani credono da lui insegnato.

Fra i riti del culto indiano vi ha quello di ugnere con burro le statue degli dèi e di offerir loro de' legumi sopra foglie di palma.

Nelle Indie il bue è riguardato come cosa sacra, e gli escrementi di vacca sono adoperati per purificare i luoghi dove in certe occasioni sono invitate a discendere le varie divinità. - V. Michaud, Histoire des progrès et de la chute de l'empire de Mysore ecc.

[2] Inni sacri di Alessandro Manzoni.

[3] Shakespeare, Macbeth, atto V, scena I.

[4]           Segnius irritant animos demissa per aures

Quam quae sunt oculis ubjecta fidelibus.

Hor., Ars poetica

[5] I romanzi di cavalleria possono dividersi in tre classi. In quelli della prima sono celebrati i cavalieri della Tavola Rotonda, istituita ai tempi del re Artú; in quelli della seconda i famosi Amadigi: Amadigi di Gaula, Amadigi di Grecia; in quelli della terza i paladini di Carlo Magno. - V. SISMONDI, De la littérature du midi de l'Europe.

[6] atteggiamenti sdolcinati e leziosi (ndr)

[7] Omnis caro corruperat viam suam. (Gen., 6, 12).

[8] Charitas patiens est, benigna est. .. non inflatur;

Non quaerit quae sua sunt;

Omnia saffert, omnia credit, onmia sperat.

I Coro 13, vv. 4, 5. 7.

[9] Sol cognovit occasum suum. [Ps. CIII, 19.]

[10] Facta est nox; in ipsa pertransibunt omne bestiae silvae.

Catuli leonum rugientes ut ... quaerant a Deo escam sibi.

Ortus est sol, et congregati sunt, et in cubilibus suis collocabuntur.

Exibit homo ad opus suum et ad operationem suam.

Ut educas panem de terra et vinum laetificet cor hominis.

Omnia in sapientia fecisti.

Avertente autem te faciem, turbabuntur ... et in pulverem suam vertentur.

Ps. CIII, 20, 21, 22, 23, 15, 29.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011