Bartolomeo Sestini

La Pia dei Tolomei

Edizione di riferimento:

La Pia dei Tolomei, leggenda romantica, di Bartolomeo [Benedetto] Sestini, Milano, coi tipi Borroni e  Scotti 1848.

Ricordati di me, che son la Pia:

Siena mi fé : disfecemi Maremma:

Salsi colui, che 'nnanellala pria,

Disposando, m' avea con la sua gemma.

Dante, Pur. C. V, vv. 133-136

L’autore a chi legge

Nuove non sono in Italia le leggende e nuova tampoco non è fra di noi la romantica poesia, benché scevra di questo titolo: nulladimeno molto rimane a farsi in quanto alle prime, essendo, quelle  poche che noi conosciamo, di niun valore, e non poco resta a tentarsi in quanto alla  seconda,  se vogliamo osservare che Boiardo, Ariosto, Alamanni, ed altri poeti romanzieri hanno sempre prese a celebrare le cose cavalleresche dei Francesi e di altre estere nazioni. Di quanto interesse e di qual bellezza  sieno  però i fatti italiani avvenuti nei feroci, melanconici e superstiziosi tempi delle fazioni, lo denotano alcuni di essi per incidenza  cantati dal Dante, e i  poemi  romantici  dei forestieri, che ora tradotti e letti con avidità in Italia, ci mostrano sovente tolti dal silenzio degnissimi argomenti della nostra istoria sui quali tacciono, e non a buon diritto, gli ausonici vati. Per questo io reputo che una leggenda romantica di argomento del tutto italiano, sia capace di ricevere i colori poetici usati in tali materie dai riferiti nostri romanzieri, e meno disgradevole in questo secolo, che altre materie di poesia delle quali sovrabbondiamo; e per questo io publico la Pia, soggetto per sé medesimo caro a chiunque  ha letti i quattro misteriosi versi  della Divina  Commedia,  che ne fanno menzione, e che tessuto su quanto nelle Maremme ho raccolto da vecchie tradizioni e da altri documenti degni di fede, mi ha dato campo di descrivere alla foggia dei Greci alcuni celebri casi e luoghi della Patria, e gli antichi castelli feudali, e gli abiti e le esequie, e i costumi dei nostri antenati, e di presentare una catastrofe d'onde si può trarre alquanta morale, e finalmente d'onorare e difendere l’ancor giacente memoria di quella bell’anima che sì affettuosamente raccomandavasi nel Purgatorio al troppo avaro Poeta, acciocché di lei si ricordasse ritornando sulla terra ov'ella a torto avea perduta la vita e la fama.

Piacemi pertanto sperare che i cortesi lettori accettar vorranno la mia buona volontà, e se li vedrò indulgenti nell’accogliere la povera Pia, benché vestita di ruvidi e disadorni panni, mostrerò al publico alcune altre di lei sorelle, che attendono la sorte della primogenita per determinarsi a seguirla nella luce o a restar nelle tenebre.

CANTO PRIMO

1

Tra le foci del Tevere e dell'Arno,

al mezzodì giace un paese guasto:

gli antichi Etruschi un di lo coltivarno,

e tenne imperio glorioso e vasto:

oggi di Chiusi e Populonia indarno

ricercheresti le ricchezze e il fasto,

e dal mar sovra cui curvo si stende

questo suol di Maremma il nome prende.

2

Da un lato i lontanissimi Appennini

veggionsi quasi immensi anfiteatri,

e dall'altro tra i nuvoli turchini

di San Giulian le cime e di Velatri,

e dalla parte dei flutti marini,

sempre di nebbia incoronati ed atri

sembrano uscir dall'umido elemento

i due monti del Giglio e dell'Argento.

3

Sentier non segna quelle lande incolte,

e lo sguardo nei lor spazi si perde:

genti non hanno e sol mugghian per molte

mandre quando la terra si rinverde:

aspre macchie vi son, foreste folte

per gli anni altere e per l'eterno verde,

e l'alto muro delle antiche piante

di spavento comprende il viandante.

4

Dalla loro esce il lupo ombra malvagia

spiando occulto ove l'armento pasca,

il selvatico toro vi si adagia,

e col rumore del mare in burrasca

l'irto cinghiale dagli occhi di bragia

lasciando il brago fa stormir la frasca,

se la scure mai tronca gli sterpi

suona la selva al sibilar dei serpi.

5

Acqua stagnante in paludosi fossi,

erba nocente che secura cresce,

compressa fan la pigra aria di grossi

vapor, d'onde virtù venefica esce;

e qualor più dal sol vengon percossi

tra gli animanti rio morbo si mesce;

il cacciator fuggendo, dal lontano

monte contempla il periglioso piano.

6

Ma il montagnolo agricoltor s'invola

da poi che ha tronca la matura spica;

ritorna ai colli, e con la famigliuola

spera il frutto goder di sua fatica:

ma gonfio e smorto dall'asciutta gola

mentre esala l'accolta aria nemica,

muore, e piange la moglie sbigottita

sul pan che prezzo è di si cara vita.

7

Io stesso vidi in quella parte un lago

impaludar di chiusa valle in fondo;

del dì poche ore il sol vede, e l'immago

di lui mai non riflette il flutto immondo,

e non s'increspa mai, nè si fa vago

allo spirar d'un venticel giocondo,

e ancor quando su i colli il vento romba

morte stan l'onde come in una tomba.

8

Le rupi che coronano lo stagno

son d'olmi vetustissimi vestute;

crescon dove l'umor bacia il vivagno

i sonniferi tassi e le cicute:

talor del gregge il can fido compagno

morì, le pestilenti acque bevute;

e gli augei stramazzar nell'onda bruna

traversando la livida laguna.

9

Tempo già fu che a pié del curvo monte

la cui falda allo stagno forma lito,

torreggiante palagio ergea la fronte

fin dai longinqui tempi costruito:

fosso il cingea cui sovrastava un ponte

mobil di bastioni ardui munito:

così difeso il solitario tetto

d'inespugnabil rocca avea l'aspetto.

10

Occultando la fredda gelosia

ond'era morso, a quel temuto ostello

ti conducea, mal capitata Pia,

il tuo consorte sire del castello:

per far men grave la penosa via

a lui volgevi il volto onesto e bello,

trattenendol con bei ragionamenti

che avean risposta d'interrotti accenti.

11

Il caval, con andar soave e trito,

Oltre la porta, e va del peso baldo:

ella ha nell'una man flagel guernito

d'oro, e nell'altra il fren sonante e saldo;

cela la bianca man guanto polito

d'una pelle color dello smeraldo,

e l'ostro avvolge il piè che leggermente

preme mobil d'acciar staffa lucente.

12

Largo al turgido petto, all'anche stretto,

col cingolo tra l'omero e l'ascella,

affibbiato davante un corsaletto

le fa sostegno alla persona snella:

Trapunta a stelle di lavor perfetto

veste al di sotto cerula gonnella;

tale appar, di stellato azzurro velo

cinto, il secondo luminar del cielo.

13

Di fiorentina nobile testura

zendado cremisin le stringe il fianco;

in nodo si raccoglie la cintura,

pendula cade poi sul lato manco;

velloso pileo d'attica figura

cui sovra ondeggia un pennoncello bianco,

le nere chiome in parte accoglie, e in parte

libere cader lascia all'aura sparte.

14

Il faticoso andar per la foresta

fa che la dolce faccia il color prende

con che di verecondia una modesta

donna subitamente il volto accende:

l'acceso aspetto, il sol che la molesta,

di sudor l'empie, e più leggiadro il rende:

come abbella amaranto porporino

con le rugiade un limpido mattino.

15

Ché rose fresche, co1te in paradiso,

son le gote, e le luci astri immortali,

e sembra della bocca il dolce riso

riso di nunzio che dal cielo cali;

il labbro è smalto di rubin, diviso

da due fila di perle orientali;

sembra la fronte or or caduta bruma,

e il sen di pellican candida piuma.

16

Così varca costei l'ime Maremme

qual raggio che fra i nembi il sole scocche,

e l'erba al suo passar par che s'ingemme

di fiori, e brami che il bel piè la tocche;

sì vaga non mirò Gerusalemme

Erminia cavalcar fra le sue rocche,

né l'Ercinia mirò sì vaga in sella

passar di Galafron la figlia bella.

17

Danno la via meravigliati i boschi

non usi a contemplar tanta bellezza,

l'ora natia di quei roveti foschi

di scherzarle fra 'l crin prende vaghezza:

ma il venticel che vien dal mar de' Toschi

piange inentre passando la carezza,

quasi fosse il sospir della natura

antiveggente la di lei sciagura.

18

S'apron le ferree porte arrugginite

del castel stato da molt'anni chiuso,

però che il castellan, le imputridite

acque schivando, avea l'albergo suso,

ove una chiesa e molte case unite

erano crette dei vassalli ad uso,

del vicin monte sulle verdi spalle

d'onde il castel si domina e la valle.

19

Entran la bella donna e il cavaliere

nel limitar della magion ferale;

non travagliata da verun pensiero

ella ricerca i vuoti atrii e le sale:

osserva l'ampio e sinuoso ostiero

e i nascondigli e le ritorte scale,

d'onde si cala in cave di tenè bre

che percorron del monte le latè bre.

20

Vede alle mura ed alle travi appese

armi smagliate di guerrier vetusti,

e insegne nei civili assalti prese,

rastrelli e sbarre d'alberghi combusti:

legge descritte le onorate imprese

nei piedestalli degli sculti busti;

e il loco estranio contemplando, sente

gioia e stupor la giovinetta mente.

21

Era in mezzo al palagio d'echeggiante

portico cinta spaziosa corte;

al chiostro laterale eran davante

spazi e colonne ottangolari e corte;

sovr'esse d'archi un ordine pesante

pensile sostenea muraglia forte,

che ergeasi a fil del peristilio per li

aerei campi sollevando i merli.          

22

Nelle quattro pareti inferiori

del ricorrente portico sonoro

eran dipinte a splendidi colori

antiche istorie di sottil lavoro;

parean le forme rilevate in fuori,

e detto si saria: "Parlan costoro":

e desto l'eco in quelle ereme sedi

parea sentirne il calpestio dei piedi.      

23

Dardano quivi comparia primiero,

e i Pelasghi il seguian col ferro in alto,

finché, per riaver l'equin cimiero

a lui caduto, si vedea far alto,

e vincer l'inimico; e in quel sentiero

ancor coverto di sanguigno smalto,

era da lui nobil cittade cretta

dal caduto cimier Corito detta.

24

Poi contendea l'eredità paterna

bel dominio di popoli felici;

v'eran l'Erinni alla tenzon fraterna

rigorose assistenti e instigatrici;

e d'Asio, che le luci in ombra eterna

chiudea, tali apparian le cicatrici,

che appressandoti a lui creduto avresti

che il sangue ti spruzzasse in sulle vesti.

25

A vendicarlo poi venia per l'onde

d'Atlante mauritan Siculo il figlio:

parean d'armati brulicar le sponde

brune per l'ombra di si gran naviglio,

e Dardano fuggiasi ai monti, d'onde

chiara in affanni, in armi ed in consiglio,

all'Enotria natal riedea sua prole

per domar quanta terra illustra il sole.

26

Mesenzio de' cavalli il domatore

potea raffigurarsi all'opre conte,

e contro lui sulle spalmate prore

venia fra i toschi giovani Tarconte;

poi nel corpo del re, stranier signore,

apria di sangue altrui succhiato un fonte,

e il suol mordea fra l'altrui grida e il plauso,

dolente ancor pel mal difeso Lauso.

27

Dall'altra parte comparia Porsenna

cingente Roma d'inimico vallo:

sul ponte Orazio qua brandia l'antenna,

e là Clelia affrettava il gran cavallo;

fermo qual tronco della nera Ardenna

Scevola all'ara, del commesso fallo

punia la destra mal fida ministra,

minacciando tuttor colla sinistra.

28

Ultimo, cinto il crin di sacre foglie,

e invaso da celeste vaticino,

v'era, tra ricchi templi ed auree soglie

Asila, sacerdote ed indovino;

sollevarsi parean le sacre spoglie

sul sen pregnante d'alito divino,

parean cambiar le gote, e le lanose

labbra tali predir future cose

29

Queste spesse città, questi lucenti

delubri, queste fertili colline,

e queste vie di popolo frequenti,

diverran solitudini e ruine,

e faran guerre le future genti

per dilatarsi nell'altrui confine;

mentre sarà negata una colonia

al più bel suol della ferace Ausonia.

30

Tal era l'ammirabil magisterio,

ed era fama che gran tempo avante

un baron, dando ospizio a Desiderio,

quando ivi giunse cavaliere errante,

le prische prove del valore esperio

vi avea fatte ritrar da un negromante,

che con l'aita dei maestri stigi

in una notte fe' tanti prodigi.

31

Colta da strania meraviglia vede

la Pia tai cose, e mentre intorno gira,

s'arretra il guardo se va innanzi il piede,

e finché dura il giorno attenta mira;

quando delle crescenti ombre s'avvede

nelle camere interne si ritira,

ove ancor le riman molto a vedere

allo splendor di lampade e lumiere.

32

Intanto il suo signor con bassa testa

di qua, di là, di su, di giù va ratto;

or si batte la fronte ed or si arresta,

e fissa gli occhi e par di pietra fatto,

com'uom non uso al fallo, e che si appresta

meditato a compir nuovo misfatto:

ma omai la notte, il sol nel mare ascoso,

ciascun, tranne costui, chiama al riposo.

33

A mensa ei siede muto e turbolento;

stagli incontro la donna, e fissa i rai

più che nei cibi in lui, ché il turbamento

mal celato ne ha scorto; e poi che assai

stette in silenzio, grazioso accento

movendo, gli dicea: - Sposo, che hai?

- Nulla - ei rispose -, ed un amaro riso

chiamò sul labbro, e non fe' lieto il viso.

34

Ma poi che il castellan la mensa tolse

e restar soli nella chiusa stanza,

le bianche braccia al collo ella gli avvolse

siccome avea di far sovente usanza:

poi nelle mani sue la man gli accolse,

e con ingenua e tenera sembianza

la strinse e ne sperò bel cambio invano;

qual di persona morta era la mano.

35

Tremò, s'impallidi, ma avvalorata

da coscienza di sentirsi pura,

e visto che di seno avea levata

per notarla, domestica scrittura,

pensò che avesse l'anima agitata

del censo avito in qualche acerba cura,

e si scostò con femminil modestia

onde al suo cogitar toglier molestia.

36

Sciolse l'aurate fibbie, e delle schiette

vesti spogliossi il colmo fianco e il seno;

come fu tra le coltri ed ei credette

ch'ella dormisse, sorse in un baleno,

si mosse a lenti passi e poi ristette

immoto, indi ai sospiri allargò il freno,

e con fioca sclamò voce dimessa:

- O donna a me fatale ed a te stessa,

37

ecco il fin dei connubi inaugurati!

Tu principio, tu fin de' miei desiri

far potevi i miei giorni e i tuoi beati;

or sei cagion de' miei, de' tuoi sospiri:

per placarmi espiando i tuoi peccati

qui muori; io fra i rimorsi ed i martiri

morrò; vendetta avrommi e non conforto,

ma teco starmi non poss'io che morto.

38

Spezzati dunque, o mio vil cor, per doglia

se non sai non amar, né di gel farte;

ma se al disegno mio fia che tu voglia

contrastar, di mia man saprò strapparte. -

Disse, e a passi sospesi in ver la soglia

giunto, si volse alla sinistra parte,

e il guardo corse involontariamente

sulla misera femmina giacente.

39

In un atto soave ella dormiva

piegata alquanto sovra il destro lato;

fea letto al capo un braccio, e l'altro usciva

dai lini, mollemente abbandonato;

le inondava il crin sciolto la nativa

neve del collo e l'omero rosato,

e tralucea dal volto nella calma

una tranquillità di candid'alma.

40

Come al predone opposita procella

vieta la fuga, a lui l'andar fu tolto;

ed, "Oh!" tra sé sclamò "quanto sei bella!".

E in questo dir le si appressava al volto.

Tal forse Adamo contemplava, quella

notte da cui fu l'error primo avvolto,

addormentata allo splendor degli astri

la leggiadra cagion de' suoi disastri.

41

In estasi rimase, e già le braccia

correano al segno ov'era la pupilla;

correa la bocca sulla rosea traccia

ch'era d'eterno fuoco una favilla,

allor che scorse sulia bianca faccia,

pari a perla eritrea, lucida stilla;

dai propri lumi la conobbe uscita,

avvampò di vergogna e fe' partita.

42

Partisti, o dispietato, e ti dié il core

d'abbandonarla, e non vedesti come

qua e là le mani stese al nuovo albore

per ricercarti, e ti chiamava a nome;

nè ti trovando sorse, e in vago errore

scorrean le vesti e le fluenti chiome:

t'avria vinto in quell'atto mesto e vago,

se stato fossi un'anima di drago.

43

Cerca e richiama e niun risponder sente,

onde si ferma e sta dubbia e pensosa;

s'allegra alfine udendo lo stridente

ponte che al basso calando si posa;

ode alcuno avanzarsi, e all'imminente

vestibul corre tutta desiosa,

ed ecco con le salde chiavi in mano

apparirgli a rincontro il castellano.

44

E a lei che impaziente del marito

chiedea, rispose, che poc'anzi al giorno

nella selva vicina a caccia er' ito,

e innanzi sera avria fatto ritorno;

e come dal baron fu statuito,

che mentre sola ivi facca soggiorno

servitude a prestarle ei fosse intento

in tutto ciò di ch'ella avea talento.

45

Appagossi a quel dir la semplicetta,

ma non raccolse l'usata quete:

tutto quel di per casa errò soletta

e non piangea, ma avea di pianger sete,

pensando ch'ei la man non le avea stretta,

nè di baci le fe' le guance liete,

e dal letto partissi inosservato

senza degnarla dell'amplesso usato.

46

Come quel di fu lungo! Ombrosa uscio

notte dal lago ed ei non fe' ritorno:

e invano intenta ad ogni calpestio

stette, e ad ogni romor che udia d'intorno.

occhio giammai non chiuse; alfin aprio

l'alba i balconi d'oriente al giorno,

e nell'alto orizzonte il sol pervenne;

desta trovolla e quel crudel non venne.

47

Quel giorno intero e tutti gli altri due

attese indarno men viva che morta;

ma quando al quinto di venuta fue,

e il castellano udi giunto alla porta,

qual forsennata dalle scale giue

corse, sciolti i capei, la faccia smorta;

e, il vel stracciando, con grido affannoso:

- Dove, dove - sclamava - ito è il mio sposo

48

Così pria della sera ei dalla caccia

riede, e mentre egli puote in quei deserti

esser perito, e mentre il ciel minaccia

strani accidenti, rimanete inerti?

Ma a voi non cale; io stessa andronne in traccia,

io cercherò le grotte e i campi aperti,

e troverollo, o le fere che guasto

hanno il bel corpo suo m'avranno in pasto.

49

Così dicendo, verso la vicina

porta correa che aperta fu pur dianzi,

quando il rozzo scherano alla tapina,

con mal viso e mal cor parossi innanzi:

- Sostate, - disse - il signor qui destina,

finch'ei non rieda, che madonna stanzi,

e qui v'è forza dimorar solinga;

d'uscir vana speranza vi lusinga.

50

Raccapricciò la dolorosa moglie

a tal dir che un abisso anzi le apria;

e ben presaga omai che in quelle soglie

dovea menar la vita in prigionia,

proruppe in pianto, lacerò le spoglie,

e di grida e di duol le vòlte empia,

e non reggendo al duro accorgimento,

semiviva cascò sul pavimento.

51

E poi che in guisa tal stata fu molto,

sul cubito levando il corpo obliquo

restò seduta, e tra le palme il volto

pose, muta pensando al caso iniquo;

statua sembrar potea di marmo scolto

entro l'ingresso d'un sepolcro antiquo,

se non vedeasi pei sospiri il largo

sen colmarsi e scemar com'onda al margo.

52

Poi gli occhi alzando, anzi le chiare stelle,

d'onde sgorgavan lagrime infinite

già per le guance pria vermiglie e belle,

or somiglianti a rose scolorite,

rose non colte in lor stagion, si ch'elle

sien sul secco cespuglio impallidite:

- Sposo, - dicea - così mi lasci e parti,

e imprigioni chi rea solo è d'amarti?

53

Perché se altrui perfidia o mal concetto

tuo dubbio avvien che me non conscia incolpe,

contro le altrui calunnie e il tuo sospetto

ascoltar non vorrai le mie discolpe?

Veduto avresti almen che a torto infetto

credi il mio sen di maritali colpe,

e che ancor t'amo si che più mi duole

il perder te che il non veder più il sole.

54

E se fallanza involontaria e ignota

alla memoria mia pur t'era grave,

e perché simular, nè farla nota?

Non ha amor fallo che pianto non lave,

ed avrei pianto, ed a' tuoi piedi immota,

forse avrei volta del tuo cuor la chiave,

nè avrei lasciato il pianto e la preghiera,

se rimessa da te l'onta non m'era.

55

E largo di perdon stato saresti

a chi segni ti dié d'amor si forte;

e se implacabil stato fossi e ai mesti

voti sordo e al dolor della consorte,

o, stanco del mio talamo, m'avresti

colle stesse tue man data la morte,

oh quanto era per me miglior ventura

che viva esser sepolta in queste mura!

56

Sì disse, e a stento ove posò la notte

tornava, e steso sopra il letto il viso,

con voci dalle lagrime interrotte

disse: - O vedovo letto, io fui d'avviso

quand'ebbi pria le membra in te ridotte,

che tu mi aprissi in terra un paradiso.

Oh, come or sembri squallido e deserto!

Non miro in te che il mio feretro aperto.

57

E in te morrò ché in brevi di consunto

sarà il mio fral da mille angosce e mille;

nè assistenza d'amica o di congiunto

avrà il mio corpo lagrimose stille;

nè confidante man nel duro punto

pietosa chiuderà le mie pupille,

e la mia madre ignorerà qual terra

chiede i suoi prieghi e il cener mio rinserra.

58

E fien brevi i miei di, ché sul confine

sentomi omai dell'ultimo passaggio,

ma i mali col morir non avran fine,

ché in morte ancor mi sarà fatto oltraggio:

ahl che diranno le città vicine,

quai non san che fallato unqua non aggio?

Qual più resta conforto a donna grama,

se perde oltre la vita anco la fama?

59

Sorgea da forsennata in questo dire,

e mordendo il lenzuol battea le piante,

siccome ebra bassaride suol ire

a chiome sparse sull'Ismen sonante;

e vedeasi ai balconi ire e redire,

forte chiamando il dispietato amante,

e urlavan seco in flebile ululato

le sale dell'ostello inabitato.

60

E chi non avria pianto a quella vista?

il castellan non già, d'una parola

pur anco avaro, ché persona trista

la cortesia d'un motto ancor consola;

e l'abborrita mensa a lei provvista

l'abbandonava in quello stato sola,

tornando al colle a vincer le maligne

aure col don delle volsinie vigne.

61

E diceasi per l'umile paese

star nel castello quella tanto chiara

Pia, per cui fatte fur ben mille imprese

dai cavalier che la chiedeano a gara,

per esser bella, affabile e cortese

sopra ogni altra curopea donna preclara;

e che sol per mirar beltà si grande

veniano i Proci dalle stranie bande.

62

Dicean ch'ella de' principi stranieri

non curando l'inchiesta, ed in non cale

ponendo il primo fior dei cavalieri

che per l'Italia avean fama immortale,

ad onta del fratello, i suoi pensieri

avea rivolti con amor leale

a Nello che con essa in Siena crebbe

e vinta ogni contesa a sposa ei l'ebbe.

63

Ed or con maraviglia di ciascuno,

che avea la cosa oscuramente intesa,

era da lui dannata al carcer bruno

in turpe fallo avendola sorpresa.

Così diceasi, ed abitante alcuno

neppur coi detti ardia farne difesa;

sol qualche femminetta per la pieta

le offeriva una lagrima secreta.

64

Era nella stagion che il sole accende

del celeste Leon le giube bionde,

e mostra il mondo che la faccia fende

le viscere di pioggia sitibonde,

e sul gambo ogni fior languido pende,

aride pendon le ingiallite fronde,

e a stelle crudelissime in governo

parean quelle Maremme un nuovo inferno.

65

Signoreggiò tal anno nelle calde

Maremme nostre inusitata arsura,

ignee colonne fino a terra salde

parean piover dal sole alla pianura:

cadea il sol cinto d'infiammate falde

predicendo peggior l'alba futura.

Misera Pia! l'istesso cielo infausto

parve voler tua vita in olocausto.

66

Taccion l'opre de' campi; i villanelli

fuggon la valle di lor vita ingorda,

e nelle fratte appiattansi gli augelli

cinguettando con voce incerta e sorda;

sol la cicala in vetta agli arboscelli

collo stridulo metro i campi assorda,

nè contro al sole di garrir si stanca

finché l'adamantin grido le manca.

67

Non più scorron sonando i rivi alpestri

nei fonti fuor delle petrose conche,

né moto ha fronda nei gioghi silvestri,

nè i venti osano uscir di lor spelonche;

sol misto al leppo dei fuochi campestri

che ardon le paglie dalle falci tronche,

dalle roventi sabbie di Marocco

qual vampa di vulcan soffia Scirocco.

68

Né più la notte del suo gel con vive

perle cadenti i campi arsi rintegra,

nè al dolce nembo delle brine estive

si rinfranca l'erbetta e si rallegra:

e se dall'abbronzate infette rive

di vapori erge il suol nuvola negra,

nella notte invisibile ricade

le morti a seminar non le rugiade.

69

Il notturno squallor non interrompe

zampogna o canto che d'amor si lagne;

del faggio sotto le appassite pompe

non più l'usignolin soave piagne:

ma col continuo aspro concento rompe

il silenzio dell'aride campagne

trillar di grilli, gracidar di rane,

ed ululato di ramingo cane.

70

Quel giovin toro che i lunati corni

baldanzoso ostentò re dell'armento,

e aguzzandoli al cortice degli orni

muggì sfidando alla battaglia il vento,

fugge all'ombra il fervor dei caldi giorni,

né più l'erba ricerca o il rio d'argento;

e giace e inchina il capo e contro ai rari

aliti di ponente apre le nari.

71

Il viator sull'uscio dell'ospizio

esce col sole, e l'orizzonte visto

listato a strisce fiammeggianti, indizio

di giorno del passato anco più tristo,

non ha cuor di fidarsi a certo esizio

nel cammin d'acque e d'alberi sprovvisto;

e nell'albergo ove restar gli spiace

languente e a sé gravoso pondo giace.

72

Fra i muri del caster fatti di fuoco

geme l'abbandonata prigioniera,

nè conforto trovar, nè trovar loco

può da sera al mattin, da mane a sera;

l'intenso ardor le vieta il sonno, e poco

è il refrigerio che dal sonno spera,

ché qualche sogno torbido la sveglia,

e la ricaccia in odiosa veglia.

73

E più sembra che in lei l'ardor s'accresca,

e il mal dell'esser sola in tai disagi,

quando le torna a mente l'onda fresca

di Fontebranda e di sua patria gli agi,

e i colli che odorosa aura rinfresca,

e le mense e le ancelle e i bei palagi,

ove dolce menò vita serena

in temperato clima e in terra amena.

74

Nel maritale albergo avea trovata

una fante vecchissima e devota,

che degli avi di Nello al tempo nata

di quei storia narrava a molti ignota;

e più d'una lor colpa consumata

in quel palagio nell'età rimota;

e che però di quelle sedi impure

tolto possesso avean spettri e paure.

75

Ed aggiungea che v'erano i folletti,

e vi solean le brutte streghe andarne,

e succhiar dei rapiti pargoletti

il fresco sangue ed il cervel stillarne,

e con osceni riti i lor banchetti

gavazzando imbandir d'umana carne,

ed apprestarvi i filtri e le malie

sotto le forme di rapaci arpie.

76

Or soletta la Pia nelle riposte

sedi, in mente volgea racconti tali;

e comeché per mantener nascoste

le stanze al sole e a' caldi venti australi,

dei balconi tenea chiuse le imposte,

cadea l'un mal fuggendo in altri mali,

dando largo alimento al suo timore

il buio, dei fantasmi genitore.

77

E stesa stando sull'ingrato letto

nasconde sotto i lin gli occhi soavi;

e il solitario passero sul tetto

se ascolta, o i tarli nelle vecchie travi,

parle veder con minaccioso aspetto

per la stanza trescar di Nello gli avi;

si rannicchia la trepida, e dimanda

piangendo aiuto, e a Dio si raccomanda.

78

Così Vestale nell'avello occulto

sotto le glebe d'infamato campo,

impaurita dal fallace culto

che a vivere e ad amar l'era d'inciampo,

del fioco lume seco lei sepulto

al moribondo scintillante lampo

tremava, e le parea d'aver presenti

le furie con le faci e coi serpenti.

79

Nelle notti spiacevoli e noiose

per l'aspra angoscia e per l'estivo ardore,

alla fenestra traea l'affannose

membra, onde respirar l'aura di fuore;

e mirava la luna che le cose

di modesto tingea dolce colore,

e specchiando al pantan le sceme guance

fea l'onde negre scintillanti e rance.

80

Ed, "O luna", dicea, "consolatrice

della miseria altrui, tu confidante,

e compagna dell'esule infelice

dal cielo abbandonato e dalla gente,

dehi non calar si tosto alla pendice,

non affrettarti verso l'occidente,

non far che l'etra povero rimanga,

e del tuo lume anco il difetto io pianga.

81

E il chiaror blando che tempra il desio

del cor gentile e di dolcezza inonda,

liberate a me voigi, e in questo mio

nappo di duoi stilla vitale infonda,

e il veggente tuo raggio assista pio

al termin di mia vita moribonda,

e m'accompagni ove all'avello io scenda

e al viator su quello indice splenda.

82

E se dal tempo, come avvien talora,

scoperto il ver sara, l'onor redento,

verrà mio sposo in questa terra,

allora scorgilo ove il mio fral riposi spento:

ei ben vorrà compagna avermi ancora,

satisfarmi vorrà col pentimento,

ma una pietra offrirassi ai di lui sguardi,

e dovrà pianger perché venne tardi".

83

Per lenta febre intanto attrita ed egra

tributava la vita al sozzo clima,

com'uom dai mali oppresso e che si allegra

per morte, e di campar non fa più stima;

ed era scorsa omai l'estate inté gra,

e d'autunno apparia la nube prima,

che in improvvisa pioggia si risolve

l'odor destando della spenta polve.

84

Sorto un di ch'ella già sentia mancarsi

e la salma restar di vita scema,

vedendo dietro ai monti il sol calarsi

volle seguirlo con la vista estrema;

e ai campi e ai colli ancor di luce sparsi,

che ogni uom, lasciando, desioso trema,

un sospiro e un addio per dar pur anco,

al balcon trascinò l'infermo fianco.

CANTO SECONDO

1

E alla velata vista le si offerse

un povero eremita in riva al fosso,

che riedea dalla questua con diverse

vettovaglie nel zaino e un sacco indosso;

bianca avea barba, e ciglia al suol converse,

e dalla nuca ogni capel rimosso,

e, su scabro baston curvo, per via

orava mormorando: Ave Maria.

2

Al chino tergo, all'abito, al canuto

mento, ella riconobbe il solitario,

e ricordossi che l'avea veduto

fuor della cella, innanzi al santuario,

starsi a chiedere a Dio grazie ed ajuto

contro il nostro ingannevole avversario,

sopra un colle, di là poco lontano,

alquanto fuor di strada a destra mano.

3

E dall'alto il chiamò con fievol voce

dicendo: "Miserere, o padre santo!

Per lo tuo Dio che morir volle in croce,

a por mente al mio mal t'arresta alquanto

cattiva in questo domicillo atroce

tienmi il crudo consorte, e muoio intanto,

e qui non ho chi l'ultime rispetti

volontà sacre, e i miei ricordi accetti.

4

A te dunque ricorro, e se vedrai

a sorte un dì passar dalia tua cella

l'uom con cui. son due mesi, ivi passai,

della vittima sua dagli novella;

digli qual mi vedesti, e di' che i rai

chiusi, sposa innocente e fida ancella,

che gli perdono i maleficii sui,

e imploro anche da Dio perdono a lui.

5

E per dargli contezza che morendo

Cli resi per mal far grata mercede,

dagli", - e l'anel dall'anular traendo,

"dagli", seguia, "l'anel ch'ei già mi diede,

e di' che, come questo integro rendo,

tale a lui rendo intatta la mia fede";

disse, e del crin reciso ad una ciocca

aggruppato il gittò fuor della rocca.

6

E soggiungea: "Questa troncata treccia

pur prendi, e se pastore, o peregrine,

o qualche messaggera villereccia,

che ver Siena rivolga il suo cammino,

passa dalla tua casa boschereccia,

alla madre, che ignora il mio destino,

inviala, e l'abbia del mio corpo invece,

sul qual spargere il pianto a lei non lece.

7

E sappia che, morendo, al cielo io giuro

che al mio sposo giammai fede non ruppi,

e le caste virtudi che mi furo

ispirate da lei mai non corruppi;

onde la mia memoria dall'impuro

laccio, in che giace avvolta, disviluppi,

e il carnefice mio sia fatto accorto

d'aver dannata un'innocente a torto.

8

E, ond'io mercè nell'altra vita ottenga,

priega tu Dio, che i falli miei perdoni;

di me, che son la Pia, ti risovvenga

nelle quotidiane orazioni,

e quando fia che accolta in cielo io venga,

pregherò Dio che mai non ti abbandoni".

Sì disse, e nel compir l'estreme note,

con le palme asciugò l'umide gote.

9

Tal se dal sommo d'altissimo masso

la sima agnella, che vi è incauta ascesa,

nel lato ov'è il burron sdrucciola al basso,

e fra la terra e il ciel riman sospesa,

sul caprifico o su sporgente sasso

bela, né può salir, né far discesa;

l'ode il pastor dall'imo, ed a mirarla

stassi, e si duol di non poter salvarla.

10

Alzate l'eremita avea le ciglia

quand'ella pria la voce alzò chiamando,

e pien d'inaspettata meraviglia,

a mano a man la gìa raffigurando.

Benché non fosse più fresca e vermiglia;

un non so che di dolce e venerando

in lei scolpito avea la doglia, senza

involarne l'antica conoscenza.

11

Scadute ahi! troppo le sembianze rare

dall'esser primo, comparian qual suole

l.'astro che opaco nel parelio appare,

pur mostra ancor l'immagine del sole;

o stella che scolorasi sul mare,

se l'alba sparge i gigli e le viole,

quando sembra restar vedovo il polo,

e ne piange nel bosco il rusignuolo.

12

Raccolse il vccchio la gemma, e promesse

a lei di far quanto pregò il suo dire,

aggiungendo che in Dio fidanza avesse,

qual non fa eterno dei buoni il martire;

e ancor seguia, ma l'egra più non resse,

e venir men sentendosi e morire,

vacillante ritrassesi: ed immoto

ei restò contemplando il balcon vuoto.

13

E veggendo che già sull'universo

stendea la notte i maestosi vanni,

fe' ritorno al tugurio, al caso avverso

di lei pensando, e ai non mertati affanni.

L'altro dì sorse, ed egli a Dio converso

pregollo a ristorar del giusto i danni,

dandogli Iume onde prestare aita

a lei, pria che dovesse uscir di vita.

15

Sorgea su bel declivio in piaggia molle

edificato l'abituro agreste;

eran di pietra i muri, erbose zolle

copriano il tetto e tavole conteste

di dietro ad esso rivestiano il colle

intricate e densissime foreste,

e il bianco ostello su quel fondo nero

chiaro apparia da lunge al passaggero.

15

Un picciol orticello era alla destra

distinto in bei riquadri a più filari,

e in quello difendea siepe silvestra

i frutti più alla vita necessari

qui l'eremita avea da fonte alpestra

derivati gli umor nutrenti e chiari,

e dell'ore del di, fatto bifolco,

quel che all'altar togliea donava al solco.

16

Era a sinistra un prato, e piante folte

gli fean ombrella e circolar serrame;

l'avea piantate ei stesso, e venti volte

le avea vedute rinnovar le rame.

Era in mezzo un altare, e di sepolte

creature l'ornava il nudo ossame;

Eravi sopra un cranio, ed incrociati

eran femori e stinchi in tutti i lati.

17

Qui il fraticel, di quel che fare in forse.

Rimase salmeggiando infino a sera,

quando nel piano un cavaliere scorse

che galoppando in riva alla riviera,

dirittamente a quella volta corse

cercando asilo incontro alla bufera,

che parea minacciar pioggie dirotte,

già cominciando ad oscurar la notte.

18

In quel tempo i villan spesso vedìeno

quest'uom d'aspetto torbido e diverso,

dall'arcione al caval lentando il freno

della boscaglia correre a traverso.

Anelante il cavallo ha il tergo e il seno

di larghe strisce di sudore asperso,

e sempre che lo spron sente alla pancia

come locusta celere si slancia.

19

Mena le zampe impetuose innanti,

e divorar le vie sembra nel corso;

scherzan sulla cervice i crin volanti,

e balzan flagellando il largo dorso;

fumo esalan le nari e le tremanti

fibre, e di calde spume inonda il morso;

s'alza la polve e in densa nube il serra,

e sotto al calpestio trema la terra.

20

Giunto sul monte d'onde i flutti sozzi

scopriansi, e del palagio i grigi fianchi,

frenava a un tratto il corridore, e mozzi

detti gli uscian da' labbri asciutti e bianchi;

e tra i fremiti orrendi e tra i singhiozzi

gli occhi aggrottati e già dal pianger stanchi

truci rotava, e sull'ostello tetro

teneali fitti, e rifuggiasi a retro.

21

E già correa precipitoso al chino

in balia del destrier tra gorghi e massi;

davano l'erbe a lui vitto ferino,

e tetto erangli i rami e letto i sassi:

lo additava tremante il pellegrino,

ver l'abitato accelerando i passi,

e fu creduto in tal secol ferrigno

di quei boschi lo spirito maligno.

22

Ringraziò il frate la pieta celeste

Come dappresso in lui lo sguardo intese,

Ché al torvo sguardo, al viso ed alla veste

quei della Pia lo sposo esser comprese:

gli si fe' innanzi, e d'accoglienze oneste,

fattolo dismontar, gli fu cortese;

il suo ronzin prima al coperto addusse,

poi nel rustico albergo lo introdusse;

23

E mentre più si fea la pioggia intensa,

e nero e spaventoso il ciel notturno,

l'ospite siede, e per la doglia immensa

china sul petto il volto taciturno,

e il vecchio diessi ad apprestar la mensa

Coi cibi, frutto del lavor diurno,

e della cella nel più atto loco

di preparate legna accese un foco.

24

Arde il giovine crin d'arbori cionchi,

e in sospeso lebete urta la vampa,

e aperta sotto a quel coi corni adonchi

l'abbraccia mormorando, e in su divampa:

stridon fra i lari i crepitanti tronchi,

e abbagliante splendor la cella stampa,

e fa scoprir sulle pareti umili,

croci, figure e rustici utensili.

25

Poi che il cotto legume e il cereale

pasto venne sul desco, e d'acqua il vase,

e ognun la man vi stese, e il naturale

d'esca e bevanda amor spento rimase,

disse il vecchio: - Ancor notte alta non sale,

n'e il sonno ancor le nostre membra invase,

onde narrar ti vo', se alla memoria

ben mi ritorna, una leggiadra istoria.

26

Su quella via che mena al mar, dov'oggi

passasti qui venendo in piaggia aprica,

che giace all'ombra di due verdi poggi

son le reliquie d'una torre antica;

ramarri e gufi or v'han comodi alloggi

fra l'edre brune e la pungente ortica,

e nell'etadi che già fèr passaggio,

alloggiamento fu d'un uom selvaggio.

27

Vivea di caccia e sol prendea diletto,

mansuefatta l'anima proterva,

nel posseder doppio tesoro eletto,

un cristallino fonte ed una cerva:

vincea il primo in beltà qual mai più schietto

fonte in porfidi sculti si conserva,

né forse fu sì bella la fontana

che finsero gli Achei sacra a Diana.

28

Dall'ampia volta d'incavata roccia

scabra di spume e gruppi cristallini,

cadea l'onda suonante a goccia a goccia

nei nativi ricetti alabastrini,

e raccolta in profonda erbosa doccia

sotto l'ombra dei platani e dei pini,

tacita e bruna susurrando giva

a nutrir l'erbe e ad infrescar la riva.

29

N'era geloso, e non soffria che armenti

vi appressasser le labbia, o viatori;

ed or godea coi derivati argenti

del giardino innaffiar gli arbusti e i fiori;

or della calda estate ai dì cocenti

ristorarsi, bevendo i freschi umori;

or dalla caccia reduce, l'immonda

sudata polve deponea nell'onda.

30

Domestica cotanto era la belva,

Che dalla man di lui prendea pastura,

e dove ogni altra timida s'inselva

seco ella stava ad abitar secura;

scorrea nel di per la vicina selva,

tornando al chiuso quando il ciel s'oscura,

e godea, colla fronte alta e superba

di fiori adorna, carolar su l'erba.

31

Di corallo parean due rami grossi

non anco usciti dalla man del mastro,

del vigilante capo i lucidi ossi;

ed era bianco il pel come alabastro,

tranne gli snelli piedi alquanto rossi,

e il collo che cingea ceruleo nastro,

ov'era scritto negli estremi fiocchi:

son sacra al mio signor, nessun mi tocchi.

32

Un dì, che stanco a togliersi l'usbergo

d'aspro cuoio, e a depor l'asta e la daga

riedea con molte prede appeso al tergo,

vide la belva mansueta e vaga

Accosciata anelar fuor dell'albergo

per sanguigna nel più recente piaga,

e vide a un tempo intorbidato e brutto

per lorda tabe del bel rivo il flutto.

33

Ed ecco un cacciator che sovraggiunge,

mentre il suo danno addolorato guarda,

un cacciator che albergo avea non lunge,

d'invida mente e d'anima bugiarda:

gran serpe che sè slunga e sè raggiunge,

che fischia, e par che i fior con l'alito arda,

dice che visto avea sbucar dal bosco,

turbar la fonte, e vomitarvi il tosco;

34

e che veduto avea dalla montagna

scender correndo sull'arsiccia sabbia

una bramosa attenuata cagna

fatta tremenda per morbosa rabbia,

e la cerva inseguir nella campagna,

giungerla, e in essa insanguinar le labbia,

onde la belva per li morsi ch'ebbe,

colto il contagio, in rabbia ita sarebbe.

35

Crede l'incauto, e accendesi di sdegno,

e che la fera in rabbia monti ha tema,.

dà mano a un'asta, e va senza ritegno

Sopra la imbelle con ferocia estrema;

ella non fugge, ed all'amico indegno

volge supplici sguardi, e geme e trema:

l'atterra ed ella le sanguigne gambe

dell'ingrato uccisor morendo lambe.

36

Al fonte, che credea di velen carco,

sterpò col ferro le selvose scene,

l'antro percosse, e ruinar fe' l'arco,

e fur sepolte le sorgenti amene,

che trovando all'uscir niegato il varco,

tornar neglette alle nascoste vene;

cosi il bel rivo violato giacque,

e fuor più mai non trapelar quell'acque.

37

Poiché solo trovossi, e irrigar l'arse

semente al fonte più non fu concesso,

che mancar le ricolte, e ricovrarse

non poté nell'ombrifero recesso,

aperto il suo gran danno li comparse;

Tardi s'avvide dell'error commesso,

e si gli venne in odio quel soggiorno,

ch'indi partissi, e più non fe' ritorno.

38

E ben fu saggio a non tornar dappoi.

Oh quanto affanno riserbato gli era

se udito avesse, come udimmo noi,

che a torto fe' morir l'innocua fera,

e il fonte ruppe, e ancise gli arbor suoi!

Ché il cacciator con lingua menzognera

avea tessuto l'inganno esecrando,

possesso si gentil gl'invidiando".

39

Con questo di parabole apparecchio

il frate tentò l'ospite e il compunse:

a capo basso ei gli avea dato orecchio;

ma quando dell'istoria al termin giunse,

levò la faccia, e guardò fiso il vecchio,

che commosso scorgendolo, soggiunse:

"Questa gemma alla cerva ornava il collo",

e l'anel della Pia tolse e mostrollo.

40

Nello il vide, il conobbe, e si riscosse,

e dove, e quando, volea dir, l'avesti?

E come s'ei sognante egro si fosse,

cui fantasma letal si manifesti,

che a lui, qual per gridar fa tutte posse,

par che stringa la gola e il fiato arresti,

rimase inerte, e la man che già stesa

avea per torlo, gli restò sospesa.

41

Ma l'altro il tempo colse, e a narrar prese

come egli vide a mal termine giunta

la relegata donna, e fe' palese

l'ambasceria che da lei fugli ingiunta,

e che se pronto a riparar l'offese

non accorrea, la troveria defunta,

e aggiunse ch'ei presentimento avea

quasi divin, ch'ella non fosse rea.

42

Che oltre all'esser villania e bassa

Cosa l'imprigionar bella consorte,

era empietà ch'ogni misura passa

sol per sospetti il darla a certa morte;

che se Dio l'innocente perir lassa,

gli dà compenso nell'empirea corte;

ma il di lui sangue, che vendetta grida,

fa sempre ricader su l'omicida,

43

ond'ei temesse dell'Eterno l'ira,

se all'innocente fea soffrir tal onta!

E quel verme che l'animo martira,

onde il commesso maleficio sconta.

Con tal dir, qual se l'austro estivo spira

la neve a scior che brumal vento ammonta,

il ghiaccio che cingea quel petto infranse,

e al finir del sermon l'ospite pianse.

44

Ed: "O padre" dicea, "sa il ciel se mi ange

lo stato di colei che uccido ed amo;

ma l'onor mio che maculato piange

mi vieta salvar lei, che salva bramo.

Crudel m'appella, e fa, se il puoi, ch'io cange

consiglio, ond'ella viva, io sia men gramo;

ciò desio, quanto duolmi che tu dica

ch'io non sia giusto e ch'ella sia pudica.

45

Creder nol posso io già, che dell'opposto

ho contezza, e questi occhi il sanno a prova

mi odi, e linguaggio cangerai ben tosto;

pubblico fallo mascherar che giova?

Tu che nei boschi agli uomini nascosto

sol prendi cura della vita nuova,

udito forse non avrai che volle

Iddio sconfitto il nostro campo a Colle.

46

Tu dei saper che al mal governo tolti,

che orbò cotanti cittadini lari,

pochi e a mal termin rimanemmo, e volti

fummo di fuga vil nei passi amari,

e il terror ne incalzò finché raccolti

della città non fummo entro ai ripari.

Quivi io credea dal mio dolce tesauro

di tanti mali in parte aver restauro.

47

Ma quanto falla chi si persuase

nella certezza dello ben futuro!

provvidi, pria d'andarne alle mie case,

Che fosse la natia terra in sicuro,

e poiché queta la città rimase

sotto lo schermo del munito muro,

mossi verso l'albergo, allor che tace

Ogn'opra, e il mondo si compone in pace.

48

E giunto al limitar, Ghino, un amico

usato in mia magion, venirne veggio;

l'abbraccio, memor dell'affetto antico,

e della Pia novella gli richieggio;

ed ei risponde: - A te dorrà s'io dico,

ma l'amistade è tal che dire io deggio.

Sappi che tua mogliera, il primo laccio

macchiando, altrui di furto accoglie in braccio.

49

Pensa qual penosa ira, e qual vergogna

mi prese, ma il tenor di quegli accenti

parvemi aver tal faccia di menzogna,

che ardito dissi: "Per la gola menti"

ed a rincontro ei fattami rampogna

d'ingiuriar chi svela i tradimenti,

s'offerse di mostrar pria che dall'orto

sorgesse il sol, che m'era fatto torto.

50

Col viso smorto, e il tremito ai ginocchi,

con bocca amara, e con parlare incerto

rispondo, che se porre innanzi agli occhi

mi saprà della sposa il frodo aperto,

non sol l'amistà sua farà ch'io tocchi

con man, ma sempre glie ne avrò buon merto:

e più dicea, ma fe' restarmi a mezzo

quasi di febbre un gelido ribrezzo.

51

Vietò ch'io gissi nell'albergo infido,

ove niun m'attendea, fino al mattino,

nella contrada essendo corso il grido,

ch'io fossi ito a spiar l'oste vicino;

e mi appostò d'un suo parente fido

nella magion rimpetto al mio giardino,

il qual risponde in segregata strada,

ove la notte alcun raro è che vada.

52

Qui stando ad aspettar che l'ora giugna,

che del mio danno testimon mi renda,

dico fra me: "Va dunque in guerra, e pugna,

e spargi sangue, e mena vita orrenda

per tor le spose del nemico all'ugna,

onde ei la fama lor non vilipenda:

se turpe offesa ed abominio immenso

delle fatiche è il frutto ed il compenso.

53

Oh beati color che d'onorate

Piaghe coperti cader vidi estinti!

Quant'era meglio l'ossa aver lasciate

fra l'ossa dei fratei morti e non vinti,

che tornar soli alla natia cittate,

e in ella i volti di terror dipinti

non poter serenar narrando i casi

di quei che alla campagna eran rimasi!

54

Oh quanto meglio era per me se avessi

chiuse le luci tra i fratelli miei,

onde vivo a mio scorno non dovessi

veder tra poco l'empietà di lei!...

Questo io volgea tra sospir tronchi e spessi,

e quasi di dolor morto sarei,

se di speranza una lontana stella

non mi reggea nella crudel procella.

55

Giunta la mezzanotte, odo repente

un rumor di persona che s'avanza:

tosto da quella parte pongo mente,

e apparir veggio un lume in lontananza,

che fa gran tratto della via lucente,

e d'un uom mi discopre la sembianza,

che il porta in cavo vetro, ed è ravvolto

nel mantel fino alla metà del volto.

56

Del giardin giunto all'entrata, in disparte

si alluoga, e fa dei convenuti segni;

allor dal mio palagio alcun si parte,

e fra l'ombra sui fior di brina pregni,

vien pel vial frondoso a quella parte;

Qui del ferreo cancel volge gli ordegni,

e lo spalanca; rigido stridore

dai cardini esce, e mi dilania il core.

57

Ma il buio ancor non fa ch'io ben discerna

chi sia; sol biancheggiar vedo una gonna;

ma ratto salta nella parte interna

quel che fuor s'addossava a una colonna,

ed alzando la splendida lanterna

fa il volto rischiarar delta mia donna;

la riconosco, e d'ambo scorgo il doppio

amplesso, e fin de' baci odo lo scoppio.

58

Arsi a tal vista, e la man corse all'armi,

e per essi assalir la strada io presi;

ma Ghino mi trattenne e fe' restarmi,

e il potea far, però che quando io chiesi

di veder l'opra iniqua, ei fe' giurarmi

che non li avrei per conto alcuno offesi,

e che alla Pia non avrei fatto motto

di quanto egli a mirar m'avea condotto.

59

Ma non di proferito giuramento

religion temuta mi trattenne;

forse lo sdegno, ch'ogni sentimento

mi vinse, inerme il mio voler contenne,

e si mi conturbò, che in quel momento

non so dell'infedel coppia che avvenne,

e quando poi d'essi spiar nel bruno

aere volli, più non v'era alcuno.

60

Di più non sopravvivere all'ingrata

ingiuria fo proposito, e mi accingo

a ritornar nel campo, disperata

morte cercando in glorioso arringo;

e per chieder licenza, onde a giornata

venir di nuovo, i passi incerti spingo

ove i padri a consiglio tuttavia

eran nell'aula della signoria;

61

E giunto della piazza in sul principio,

della piazza che al suol cavo si adegua,

partir veggio i senior del municipio,

e un corrier che inviato si dilegua.

Salgo a palazzo, e ascolto da un mancipio,

che nella notte istessa avean la tregua

pattuita con l'oste, e tolto il mezzo

m'è di vender la vita a nobil prezzo.

62

Quest'intoppo mi fe' cambiar consiglio,

e un gel mi serpeggiò per le midolle;

l'impeto cessa, e penso che m'appiglio

a compier opra mal accorta e folle:

quasi dell'error mio mi meraviglio,

che se un giuro punirla appien mi tolle,

e lecito non è che omai l'uccida,

posso almen far che del mio mal non rida,

63

Deliberato di mostrar fierezza,

quanto ogni gran nemico di pietate

di quel rigor, che gli altrui danni sprezza.

Revocato da me sol nelle armate,

armo l'anima amante, e non avvezza

a resistere incontro alla beltatel

e infiessibil già fatto, in fronte accolgo

ritrosa calma, e alla magion mi volgo.

64

Ma il crederesti? oh spirito mendace

del sesso femminil che l'uomo inganna!

Nel talamo entro, ove ognun dorme e tace.

la Pia sol odo, e il mio tardar l'affanna;

sorge, me visto, e in lagrime si sface,

e la soverchia assenza mia condanna.

Mentiti intanto abbracciamenti io prendo

simulando, e mentiti altri ne rendo.

65

E chi potria ridir come compose

e lusinghe, e melate parolette;

come narrò il dolor delle affannose

notti, in cui sola da me lungi stette!

Chi non avrebbe in ascoltar tai cose

fatte in un punto sol mille vendette?

Pur la vita non tolsi alla ribalda,

e non sapea d'aver virtù si salda.

66

Allora isveglio la famiglia, e dico

che mi sieno allestiti due cavalli,

ché mentre poste l'armi ha l'inimico,

a tor nuovi sussidii e armar vassalli

con la Pia deggio andarne al nostro antico

castel, che dell'Etruria è nelle valli:

ella mi ascolta, e con sereno aspetto

mostra del voler mio far suo diletto.

67

Partiam soletti, e lungo il campo ostile

sotto l'ombra passiam dei padiglioni;

risuona il vallo di lavor fabrile,

e d'altri mille bellicosi suoni;

Là si fan torneamenti, e qua le file

s'addestran de' cavalli e de' pedoni,

e recano le carra ed i giumenti

viveri ai numerosi alloggiamenti.

68

E chi delle venute vettovaglie

sulla verdura appresta le vivande;

chi fa trabacche, e chi l'aduste paglie,

per giacersi all'asciutto, in terra spande;

chi rivede cimier, chi aggiusta maglie,

chi fa la sentinella in sulle bande;

scorron per tutto i duci, e il campo ferve

al moto delle belliche caterve.

69

Quanto guerriero popolo! che fiore

di gioventù, che valorosa gente!

Questi soli potean del Redentore

ritor la tomba ai re dell'Oriente

ma per fato l'italico valore

solo in pugna civil splende al presente.

Se ne vien questo dalle proprie mani,

perché lagnarsi degli assalti estrani?

70

Oltre passando, valichiam le scarse

dell'umil Tressa limpidissim'onde;

da lunge Radicofani comparse

coi balzi d'erbe poveri e di fronde;

e verso le sue rocce acute ed arse

vedemmo spiagge di viti feconde:

in mezzo ad esse il verde monte siede

a cui la fata Alcina il nome diede.

71

Le ville dal pinifero arboscello

dette, perdiam di vista andando al basso.

ecco di Macereto il ponticello,

che unisce sulla Marsa il rotto masso:

questa è la Farma, lucido ruscello,

che torto va con strepitoso passo;

ecco il torbido Ombron, che mal si varca;

qui ristorati traghettiam la barca.

72

E il dì già del meriggio i segni ha scorsi,

e ancora al destro ed al mancino lato

l'ispido monte appar nido degli orsi,

e quel dal sasso inferior nomato;

qui le rovine di Soana scorsi,

e più lontan Grosseto spopolato

nei campi inospitali ed insalubri,

di nottole ricetto e di colubri.

73

E mentre cala il sol, caliamo a valle,

e cavalcando verso la marina,

di Santa Fiora a noi resta alle spalle

la gran montagna che col ciel confina;

giunti al più largo e riposato calle,

inattesa su noi notte declina,

e son costretto di pigliare alloggio

in un povero albergo a piè di un poggio.

74

E come era ristretto il loco molto,

sendovi un letto sol pei passeggeri,

fui con la Pia dal letto stesso accolto,

e quivi amor mi vinse di leggieri;

fuor di me le baciai più volte il volto,

e al petto me la strinsi volentieri;

e per poco scordai la sua mancanza,

e fu per vacillar la mia costanza.

75

E mentre mi abbandono ai dolci amplessi,

e ad un diletto che sarà l'estremo,

del giardino i colpevoli recessi

tornanmi a mente, onde mi scuoto e fremo,

e quasi fra le braccia un serpe avessi,

mi si drizzan le chiome, e di me temo;

balzo in terra, e com'uom dal mar scampato,

mi volgo al letto insidioso, e guato.

76

Con mendicate scuse persuado

colei che cede alla stanchezza e dorme,

e quel loco ove già fui mio malgrado

per cader, mi spaventa in mille forme;

e impetuosamente fuggo, e vado

a cielo aperto sopra l'erbe a porme,

e sto vegliando tra la densa frasca

ad aspettar che il nuovo dì rinasca.

77

E volgo i fianchi, e pianger tento, e schermi

non trovo incontro all'indefesso affanno;

cerco illudermi, e penso che può avermi

fatto l'aere scuro, o Ghino, inganno;

ma invan consiglia il cor, gli occhi son fermi

a far testimonianza del mio danno.

Tumultua il sangue, e tra di me con balba

bocca parlo, e non dormo, e giunge l'alba.

78

E la Pia desto, e col favor del nuovo

giorno al castel giungiam; surte che sono

l'ombre, opportuno all'opra il tempo trovo,

e ignara mentre dorme l'abbandono.

Lascio in custodia il castellano, e movo

per far ritorno onde partito sono;

ma fuggo invan la cura, ch'or m'intoppa

davante, or del caval la sento in groppa.

79

E sì com'era di me stesso uscito,

uscii di strada, e da una forza ascosta

fui costretto a vagar pel vicin lito,

pria di ridurmi alla paterna costa:

sempre vita peggior trassi, e infinito

duolo il punirla anche a ragion mi costa;

ed or mi è dolce, bench'io rea la creda,

trovar chi per lei grazia intercede.

80

Qui tace, e sembra che argomenti chieggia

dall'altrui carità, dalla dottrina,

che sian sproni al suo spirito, che ondeggia,

e per sè stesso al perdonar s'inchina;

gli par che al mal di lei modo por deggia,

tanto il misero amò quella tapina,

tanto sui bassi affetti avvien che s'erga

amor, se è grande, e in cor gentile alberga.

81

Pensando il frate stettesi alcun poco

sull'umana miseria, e volti ai cieli

gli occhi, e tratto un sospir, da chiuso loco

fuori il libro traea degli Evangeli;

l'aperse investigando. e aggiunti al foco

molti d'irsute ariste aridi steli,

l'espose al Iume della vampa, e in basso,

poiché il ciglio aguzzò, lesse tal passo.

82

Era scritto in latin, perché la Chiesa

cattolica santissima di Roma,

onde di Cristo la parola offesa

non fosse col mutar dell'idioma,

divieto fea ch'ella non fosse resa

nella favella, che vulgar si noma,

favella che del Lazio al tronco inserta,

fea risuonar l'Italia ancor deserta;

83

E il placid'Arno del sermon canoro

il primo fior nutria tra i propri gigli,

e superbo volgendo arene d'oro,

sentia la gloria dei futuri figli.

Oggi a matrona, il cui primier decoro

disparve e la beltà, par che somigli

costei, che ricca e bella ancor fanciulla,

allattò mille cigni in aurea culla.

84

Né solo allor fioria, perch'e presente

la madre avesse non ben anco estinta,

o perché fatta di straniera gente

druda non era, o dall'usanza vinta,

ma perché allor degli uomini la mente

era alte cose a concepire accinta,

né v'eran quei che sull'ingiusta lance

fanno alle cose prevaler le ciance.

85

Ma ritornando ad ordinar la tela

del mio racconto abbandonato, dico,

che ancor vivea di Tullio la loquela,

benché non schietta come al tempo antico,

e ogn'uom di non mendica parentela,

e non affatto del saper nemico,

l'avea familiar cosi, che il testo

fu inteso, e acconcio al nostro eloquio è questo:

86

"E a Gesù volto al tempio, i Farisei

e gli Scribi un'adultera mostraro;

e ponendola in mezzo: Or or costei

in adulterio colta fu, sclamaro;

or le mosaiche leggi a noi Giudei

che si lapidin queste comandaro;

e seguian per tentarlo, e corre il destro

di fargli accusa: Che ne di', Maestro?

87

Così tendevan al divin figliuolo

con tai dimande insidia manifesto;

ma col dito scrivendo egli nel suolo,

in giù mirava, e propendea la testa:

e sorgendo dipoi, disse allo stuolo,

che pertinace ripetea l'inchiesta:

chi senza pecca fra di voi si stima,

scagli contro costei la pietra prima.

88

E di nuovo chinandosi, col dito

sulla terra scrivea; ma partian quegli,

che di Cristo il responso aveano udito,

ad uno ad uno, e precedeano i vegli:

restar Cristo e la donna, e in piè salito,

a lei che in mezzo stava ancor, diss'elli

la gente che t'accusa or dov'è ita?

Nessun la tua condanna ha proferita?

89

Ed ella, Niun, rispose, o Signor mio;

né avrai da me condanna, il Signor disse;

Più non peccare, e vattene con Dio.

Tal era il passo che Giovanni scrisse,

e qual padre che assolve il figliuol rio,

membrando quanto in terra un Dio patisse

pei figli rei cui volentier perdona,

nello a quella lettura ascolto dona.

90

Ma d'abbagliante luce ecco un torrente,

scoppia un gran tuon, che altissimo rimbomba,

par che le sfere squarci lo stridente

folgor, che d'alto strepitando piomba:

i mari e i monti echeggian cupamente,

l'aere rintrona una continua romba,

rimugghia il turbo, e schianta alberi e fronde,

e in grandinosa pioggia il ciel si fonde.

91

Crolla il vento la cella, il gel suonante

batte e rimbalza a nembi in sul cacume;

cader si senton le tegole infrante,

e già dal tetto gronda d'acqua un fiume;

sorgendo il fraticel tutto tremante,

a cui di man caduto era il volume,

"Oh qual notte!" sclamò; "forse iracondo

pei nostri falli Iddio subissa il mondo?"

92

E intuona le letane, e ogni Beato

chiama, e l'altro risponde: "Ora per noi";

Poi dice: "Da ogni mal, da ogni peccato";

l'altro segue: "Signor, libera noi";

poi propizio dall'un fu Dio chiamato,

e replicava l'altro: "Esaudi noi";

e quando furo al fin delle preghiere,

"Di noi", dissero entrambi, "miserere".

93

Al cessar delle preci par che allente

il temporal, né il turbine più nuoce;

ma dal bosco vicin venir si sente

un ululato di belva feroce,

e un nitrir di cavallo, e una dolente

flebil ne vien sull'aure umana voce;

l'animoso guerrier, di dare aita

altrui bramoso, balza in sull'uscita.

CANTO TERZO

1

E colla spada in man, donde proviene

li suon s'avanza, ed un cavallo mira,

che legato ad un pin le redin tiene,

e ringhia, e soffia, e scalcia, e in volta gira. 

Dell'albero la scorza a romper viene

la soga, che il caval di forza tira;

quel sibila, vacilla, il crin commove,

e un diluvio di stille al terren piove.

2

Un lupo intorno gli volteggia, e tenta

sulla schiena di lui saltar di furto;

il guerrier fulminando a quel s'avventa,

l'impiaga, e a terra il fa cader d'un urto

la man nel manto avvolta gli presenta,

quand'ei di nuovo furibondo è surto,

e come il lupo addosso gli si serra,

l'inutil ferro cader lascia a terra.

3

La man che il lupo addenta ei spinge, e ingozza

nelle rabbiose canne, e in stretta zuffa

viene alle prese, e la pilosa strozza

con l'altra man tenacemente acciuffa,

e al suol lo ficca coi ginocchi: mozza

la vita ei sente, e si dibatte e sbuffa,

travolve gli occhi, e tesi i piè distende,

e molto del terren, morto, comprende.

4

Ma intanto l'eremita, che più tardo

venia, fosse l'etade o la paura,

s'era rivolto ove ognor più gagliardo

sentia il gemito uman per l'ombra oscura;

de' lampi al lume gli si offerse al guardo

stesa d'alcun nel fango la figura,

che se fosse uom non era manifesto,

tanto era concio in modo disonesto.

5

L'anacoreta e il difensore invitto

accorso, nella cella trasportaro

sulle pietose braccia il derelitto,

e sulla lunga scranna il collocaro.

Ma oh quanto il cavalier divenne afflitto

quando del foco allo splendor mal chiaro,

riconobbe esser Ghin, benché di sangue

e di loto coperto, e quasi esangue!

6

E Ghino pur lui riconobbe, e mentre

vergognoso del suo strazio nefando

le minugie premea sorte dal ventre,

gli altri scarnati membri invan celando

"Convien", diceagli, "omai che in te rientre,

ché amar più non mi puoi; commiserando

deh non andar le mie mertate sorti,

ché al giudicio di Dio passion porti!

7

lo ti cercava, e non mi cal ch'io mora,

se ti ritrovo, mentre mi rimane

tanto spazio di vita, e tempo ancora

per dirti cose che ti sono arcane.

Sappi, che mentre tu festi dimora

dalla patria lontan, fiamme profane

mi arser per la tua Pia, né il labbro tacque

da lei ne fui represso, e ciò mi spiacque.

8

E di vendetta nel desire acerbo

tutto l'amor che le portai conversi

appo la rotta il primo dì, per verbo

di un comperato messo, discopersi

che con false divise a gran riserbo,

misto ai fuggiaschi, che riedean dispersi,

s'era introdotto nella nostra terra

il fratel della Pia, che a noi fa guerra.

9

E ascoso presso un terrazzan, sapere

avea fatto a colei, che per mirarla

anco una volta, a rischio di cadere

in man d'altrui, venuto era a trovarla;

e che la notte istessa ei fea pensiere

di venir nel giardino a visitarla;

che di te non temesse, essendo in cura

quella notte del campo e delle mura.

10

Quell'innocente trarna in quale aspetto

colorassi, tu il sai, tanto che al fine,

quando il disegno lor venne ad effetto,

un dolor ti recai senza confine:

e com'ella per se nulla avria detto,

le cognatizie attese ire intestine,

te pure a tacer strinsi, onde a vicenda

non vi svelassi la mia tela orrenda.

11

Partisti tu, ma tosto giunge in Siena

fama ch'era la Pia là prigioniera

ove tanta malizia l'aer mena,

che in breve vinta avria l'ultima sera. 

Allor mi corse il fiel per ogni vena,

e m'assalse il rimorso in tal maniera,

che a chieder pace in supplicanti note

pentito corsi a' piè d'un sacerdote.

12

Quale ordinommi sotto pene tali

da far temenza a un petto di metallo,

di venir di te in traccia, e girne in quali

lochi tu fossi, e non porvi intervallo,

per risarcir la Pia dai duri mali

che fruttar le potea l'apposto fallo;

e il fei; ma Dio mi ha tratto al passo estremo,

onde che sia tardo il rimedio or temo.

13

Che forse avrà colei pagato il fio,

d'un error non commesso, in carcer cupo. 

Or ben mi sta, se gastigommi Iddio

entro le zanne del vorace lupo;

ché quando il nembo fuggir volli, e il mio

destrier legato, entrai sotto al dirupo,

quatto ei giacea nel mal capace speco,

e venni per mio danno in lotta seco.

14

Or voi che adesso giunti a mirar siete

l'esizio miserabile d'un empio,

ad esser pii nel mondo apprenderete

da questo di giustizia austero esempio".

Qui le pallide guance a lui fur chete,

e più non resse al sopportato scempio,

e il vecchio pio raccomandò all'Eterno

l'anima che aspettata era all'inferno.

15

Qual consiglio, qual cor, Nello, fu il tuo,

ascoltando esser casta la consorte? 

che anco rea la stimando, dal mal suo

commosso, già sottrar pensavi a morte? 

Mirar l'estinto veggioti, e in tra duo

restar pensoso, e poi sospirar forte. 

ed esclamar: "O Ghin, dove ne han tratti

la mia sciocca credenza e i tuoi misfatti?

16

Me non d'Arbia sul margine patrizia

prosapia mi produsse: io nei burroni

nacqui del Tauro, o nella dura Scizia,

e mi educaro gli arabi ladroni;

ch'io non dovea suppor tanta nequizia

in beltà che non ebbe paragoni,

né agli occhi creder che accusar colei

più cara a me degli stessi occhi miei.

17

E fui si crudo? e posi in mortal sito

la Pia, di me, d'Italia il più bel fregio? 

Ah non sia mai tal vituperio udito

ove la cortesia si tiene in pregio.

Dirà qualcuno, e rnostrerammi a dito,

della cavalleria tutta in dispregio:

questi è colui, che inerme una vezzosa

femmina oppresse, e gli era amante e sposa.     136

18

Misera sposa! i guiderdon son questi

che sconoscente il coniuge ti diede

per quell'immenso ben che gli volesti,

per tanta a danno tuo serbata fede! 

Quai giorni lacrimevoli e funesti

menati avrai nell'esecrabil sede! 

esposta a morte, in rnan di vili schiavi,

e ciò per opra di chi tanto amavi.

19

Ma or or quando avverrà ch'io ti disserri

il carcer, come sostener tua vista? 

Ben chieder non m'udrai che tu mi serri

infra le braccia, e dal rigor desista;

ma chiederò che fra gli stessi ferri

me chiuda a terminar vita si trista,

o di tua rnan m'uccida, se ti alletta

disïanza di subita vendetta.

20

Ma in vane querimonie il tempo io spendo

mentre so che la misera languisce,

aita e alleggiamento non avendo

da chi in lei per piacermi incrudelisce:

si accorra e tosto";  e al vecchio si volgendo,

che a terra su due lunghe asse ben lisce

composto avea di Ghino il corpo estinto,

a seppellirlo il di seguente accinto

21

"Tu vien", disse, "e mercè da lei m'impetra,

ché ti dee l'efficace intercessione".

Ciò detto, ancor che fosse ombroso l'etra,

l'uno e l'altro cavallo in ordin pone,

e il vecchio fa montar sopra una pietra

per porlo agevolmente in sull'arcione,

e lo assesta sul proprio palafreno

che più dell'altro è obbediente al freno.

22

Partono in coppia, e avvolgonsi per fusche

vie, dove ancor l'acqua caduta stagna,

e sono ad or ad or fatte corusche

dal balenar che alluma la campagna;

e ormai son giunti alle pianure etrusche

che l'azzurro Tirren vagheggia e bagna,

e in loco dove ascoltano mugghiare

da lunge i liti al fremito del mare.

23

Cessata affatto è la procella, e i cupi

nugoli ai monti si ritranno lenti,

e si odon dalle soggiogate rupi

rimbombando cader gonfi torrenti

entro ai lor cavernosi ermi dirupi

lottan stridendo incatenati i venti,

e irate ancor della marina l'onde

piangon infrante all'arenose sponde.

24

Dice il barone allor, sovra 'l sentiero

l'altro aspettando che sen vien più adagio -

"Se a me la notte non contenda il vero,

siam giunti, e prima ch'io non fea presagio".

innanzi a questo dir spinto il destriero,

scopre la nera torre del palagio,

che giganteggia sopra il bosco opaco

e nerissima gitta ombra sul laco.

25

Il cor gli balza a cotal vista, e in quella

che andando del castel più si discopre,

fiso lo guarda, e torbido favella:

"Oh dei grand'avi miei magnifich'opre,

complici delle antiche stragi, e della

malvagità che il tempo in voi ricopre,

retaggio io v'ebbi, e a me in retaggio venne

pur quell'usanza rea, che in voi si tenne.

26

Qui spesso ai cavalieri pellegrini

fur tolte l'armi, e fur le donne offense;

qui dei vassalli fur tratte pei crini

le spose invan di casto sdegno accense,

e il sangue degl'incauti vicini

bevuto fu sulle tradite mense,

ove di carmi il Trovator venduto

dava alle sceleraggini tributo.

27

Pur benché della perfida età nostra,

in cui lume benigno non si scerne,

non degenere io sia, l'atroce chiostra

non vidi mai senza dispetto averne.

Ed or più spaventosa a me si mostra

anco la faccia delle mura esterne,

or che la mente a santa impresa ha volta

che belle vi farà la prima volta.

28

Parmi veder su i vostri baluardi

a far la scolta morte taciturna,

e inalberar due funebri stendardi,

in cui teme soffiar l'aura notturna;

e par che sulla torre un rogo guardi,

e accenni colla man sul lago un'urna. 

Ah, la pira, la tomba, e l'adre insegne

son per qualcun che in questo punto spegne!"

29

Mentre ei delira, ecco dall'alta torre

un picciol fuoco uscir che l'ombre fende,

e vacillando alla sua volta corre,

e alfin sui saettati occhi gli splende:

e or fugge, or torna, or si va basso a porre.

Or alto, or si dilegua, or si raccende,

or d'intorno lievissmo gli ronza,

e i capei ritti per terror gli abbronza.

30

Dando addietro tremò, l'occhio travolto

volgea d'intorno ricercando scampo,

e fuggito sarebbe a freno sciolto

se sparito non fosse il fatuo lampo:

si sgomentassi ei che di lance un folto

bosco affrontò sovente ardito in campo

tanto la ruggin di que' secoli orbi

fea gl'intelletti grossolani e torbi.

31

La settentrional vedova notte,

che sparse sull'Italia il nembo goto,

non anco appien fugata avean le dotte

stelle, che ornar d'Arabia il ciel remoto,

e che da crasse qualità prodotte

fosser tali fiammelle era anco ignoto:

anime confinate eran credute

non ancor degne d'ottener salute.

32

Stimavanle altri savi alme dannate

a star dove commiser colpe rie,

e a passar nell'abisso riservate

dopo il tremendo novissimo die;

quai fosser, dissipar non seppe il frate

all'uopo sì fantastiche follie,

perché  godea di santa opinione,

ma non era in dottrina un Salomone.

33

Pur confortandol come sapea meglio,

si fece avanti, e quel venia secondo;

giunsero intanto, il cavaliere e il veglio,

all'alta ripa d'un vallon rotondo

che del suddito lago si fa speglio,

qual della bolgia è nel bacin profondo:

da quell'altura in sull'opposta riva

quanto è grande il castel si discopriva.

34

Veggion da lunge, pei balconi aperti,

che ogni sala di lumi sfolgoreggia,

e odono un lungo suon di canti incerti,

onde la valle e la montagna echeggia;

e dove il sacro campanil gli aperti

piani, e l'annessa chiesa signoreggia,

ascoltan la campana della villa,

che, a martel tocca, orrendamente squilla.

35

Stupiti vanno il lago costeggiando,

e tosto giungon dietro a un monticello,

che, tra il lago e la via la fronte alzando,

lor nasconde la lama ed il castello;

e il veggiono di nuovo oltrepassando,

e di fiaccole e d'uomini un drappello

veggion gir dal palagio, ove si estolle

il rusticano borgo in vetta al colle.

36

Come chi vien da Vetulonia a Roma

per quella via che sul burrato sporge,

giù nel profondo il lago, che si noma

di Ronciglione, alla man destra scorge;

gliel para poi d'un monticel la chioma,

indi il rivede, indi altro monte sorge,

e mostra il montuoso inegual suolo

diversi laghi, e sempre è un lago solo;

37

Cosi, veggendo trapassar costoro,

e giunti dove il terzo colle manca,

imprimono a livel del lago i loro

vestigi, ed il castello han sulla manca:

e già il mattino di porpora e d'oro

veste l'alte montagne, e il ciel s'imbianca,

e fan gli augelli e gli umidi cristalli

novellamente risuonar le valli;

38

Ché omai col nappo argenteo e col canestro

pien di manna e di fior sorgea l'aurora,

ponendo in vetta all'Appennino

il piè legger, che il sol da tergo indora

dal ventilar del suo bel vel cilestro

la messaggiera uscia piacevol ora,

e l'annunziava all'umida vallea,

ove pigra la notte ancor sedea.

39

Dal vallon buio veggiono sul monte,

che illuminano i raggi mattutini,

il corteo luttuoso, e lor son conte

le sentenze dei cantici divini;

ché il colle quei non salgono di fronte,

ma obliquamente, e son tuttor vicini,

e quattro sottopongono la spalla

ad un feretro, che in andar traballa.

40

Son della bara funerale ai lati

con torchi in man, pel nuovo di languenti,

due lunghi ordini d'uomini incappati,

che han nei cappucci le fronti dolenti

i cappucci, in due parti traforati,

apron le viste ai loro occhi piangenti;

bianche han le cappe, e il primo della schiera

porta la croce con la banda nera.

41

Con oscura zimarra e bianca cotta,

leggendo i rituali del mortorio,

il sacerdote va tra gli altri in frotta

che intuonan supplicanti il responsorio;

sul cataletto funebre tal'otta

sparge l'acqua lustral coll'aspersorio,

ed or mormora basso, ed alto or canta,

e lo imita la turba tutta quanta.

42

Davide e le fatidiche Sibille

chiamando in testimon di lor parole,

cantan come dovran tra le faville

i tempi consumarsi, e gli astri e il sole,

e d'ira il giorno in cui con le pupille

torve Iddio mirerà l'umana prole,

e i morti lasceran le vecchie tombe

allo squillar delle celesti trombe.

43

Cantano il parce, il taedet, ed i tristi

del provato da Dio Giobbe idumeo;

e l'elegia che tu, Sionne, udisti

cantar dopo il peccato al re jesseo

e par che da lontan cori non visti

replichin quel canoro piagnisteo,

e sembra ogni boscaglia, ogni caverna

chieder luce perpetua e requie eterna.

44

Percosso da tristissimo sospetto,

dice al compagno il cavaliere allora:

"Vanne, e che fu dímanda; io qui ti aspetto,

che andar non so, tanto terror mi accora".

Sprona a quei detti il frate il suo ginnetto,

e giunge a sommo il colle appunto allora

quando già sono entrati i funerali

della chiesa nei santi penetrali.

45

Ciascuno, a lui che attende, si nasconde.

E le nenie lugùbri più non ode;

ma un altro canto ascolta in riva all'onde

con dolce malinconica melode:

ed era un villanel, che l'infeconde

coltivando del lago infauste prode,

rompea le zolle con la splendid'arme,

alternando il lavor con questo carme

46

" Nelle foreste d'Appennin superno

lisa piangea, perché il prefisso giorno

il desiato sposo al suol paterno

dalla Maremma più non fea ritorno;

scorse l'estate, e ritornò l'inverno,

e nol rivide nel natio soggiorno;

andarne volle a ricercarlo alfine

col padre che scendeva alle marine.

47

E riposando un giorno il fianco lasso

sopra una selce al termin della via,

detto le fu che sotto di quel sasso

l'ultimo sonno il suo fedel dormia.

Rivolse il padre ai patrii colli il passo,

ma non avea la figlia in compagnia,

che dalla tomba la chiamò lo sposo,

e in quella ricongiunti hanno riposo.

48

Del tosco rriontanaro ecco le sorti:

morte germoglia ov'ei gittò sudore,

ma, per dar vita ai figli e alle consorti,

è invidiato fra di noi chi muore;

però che d'essi, quando noi siam rnorti,

verace è il pianto come fu l'amore:

questa certezza i nostri affanni molce,

e anco il perder la vita a noi fa dolce".

49

In udir quei concetti, al cor gli scende

tenace inesplicabile tristezza;

l'antiveder, per cui dubbioso pende,

gli fan quei detti divenir certezza:

freddo ghiaccio le fibre gli comprende,

par che di nuovo pianto abbia vaghezza,

ed alfin, furibondo e impaziente,

si spicca, e corre alla rnagion dolente.

50

Giunge, e niun vede, e niuno ascolta: regna

silenzio intorno spaventoso e muto;

nell'uscio invan di penetrar s'ingegna,

ché il ferreo ponte in alto è sostenuto,

e par che dai veroni un fetor vegna

d'atro bitume dall'ardor soluto;

fumo coi torchi a nebbia misto ingombra

l'aer maligno, e le pareti adombra.

51

Fermo, a gran voce il castellano chiama,

e indarno stassi alle risposte intento;

e di chiamar la Pia pur ebbe brama,

ma gli mancò la lena e l'ardirnento.

Gira per ogni parte, indi richiama:

ma le inutili grida porta il vento;

e quei muti balconi e quelle porte

tacenti gli favellano di morte.

52

Del bronzo i tocchi, e delle cere i fumi,

l'esequie, il canto, e le deserte mura,

tutto gli svela della mente ai lumi

l'ultima irreparabile sciagura;

precipita di sella, e va fra i dumi

e i massi della costa in vér l'altura,

e per non trita via, d'altre più pronta,

con mani e piè verso il villaggio monta.

53

Da sassi e spine malmenato, e vinto

dal disagio, alla chiesa giugne retro,

di terragne muraglie ad un recinto

che i cipressi coniferi fan tetro:              

fra i lenti rami lor chiama un estinto

l'upupa immonda in luttuoso metro,

e ben mostrano i simboli di pianto

esser quel della villa il camposanto.

54

Giunge, e vede al calar della muraglia

il ceduto caval del frate scarco;

era questo un destrier di molta vaglia,

leggiero come stral di partic'arco,

caro alla Pia, quand'ei dalla battaglia

riedea salvo recando il dolce incarco;

d'orzo pingue e d'avena il fea satollo,

tergeagli i crini, e gli palpava il collo.

55

Piange il cavallo e immobile e confuso

sogguarda torvo, e i brevi orecchi tende,

china al suol la cervice, e il crin diffuso

cade nel fango, e per la fronte pende;

pel turgido di vene equino muso

un rio di grosse lagrime discende,

e lava il fren d'argentee borchie ornato,

e le briglie, che sparse erran sul prato.

56

e il caro condottier veduto appena,

gli si fa incontro, e il guarda, e a mano a mano

saltellandogli innanzi, ov'era il mena,

e par dotato d'intelletto umano,

e gli accenna nel mezzo all'inamena

cerchia un cencioso e debile villano,

che allora allor cavata fossa serra

gettando in quella la sottratta terra.

57

Corse alla sponda del recente avello,

e vide (ahi! ché non vide!): ei mise un acre

grido, tal che cader fe' al villanello

la marra dalle man rugose e macre;

e nel tumul gettavasi, e di quello

turbate avria le cavitadi sacre,

se il frate ed altre genti di sull'orlo

del tristo avel non accorreano a torlo.

58

Qui la sua Pia riconosciuta avea

ricoperta di terra insino al mento

morte nel volto suo bella parea,

e lui che stava a seppellirla intento,

quasi rapito dalla vaga idea,

ove un gemino sol vedeasi spento,

le caste membra avea coperte, e il viso

di offender colle zolle era indeciso.

59

Ella giacea, qual mandorlo fiorito

nell'anno giovinetto in riva all'acque;

venne la piena, e ruinando il lito,

sull'arenoso letto il tronco giacque;

lo sbarbicato ceppo è seppellito

dal fango, e il fusto che si schietto nacque

sol fuor sovrastan le ramose spoglie

mostrando aridi fior, squallide foglie.

60

Surto l'illustrator della natura,

lanciando nella tomba il primo raggio.

col vagheggiar la santa creatura

prestavale il pietoso ultimo omaggio;

ma quando vide empir la sepoltura,

e coperto di terra il bel visaggio,

fra le nubi celossi, e gemer parve,

e a' mortali quel di più non comparve.

61

Nello quei pii frattanto aveano scorto

nella chiesa vicina; ivi si assise

vergognoso chinando il viso smorto,

né pianse, né parlò né sospir mise. 

parean, tant'era in pensier gravi assorto. 

Sue membra dallo spirito divise,

e fea del duol ritegno alla licenza

della casa di Dio la riverenza.

62

Cosi di sotto alla celeste volta

nelle notti d'april serene e belle,

suol del mar la spumosa onda sconvolta

riverente acquetar le sue procelle,

ed ha pace, mirando andarne in volta

del ciel le innumerabili facelle,

e quant'ira tuonar sul flutto udissi

geme sepolta negli equorei abissi.

63

Chi dirà come la salma rimossa

tornonne al loco ove natura dorme! 

Ah! dove volgi il pié, chiusa è la fossa,

nè più in terra vedrai le amate forme. 

Inginocchiossi sulla terra smossa,

posando il capo sovra un sasso enorme:

sparsa non lunge la gente seguace,

quell'immobile guarda, e immobil tace.

64

Tal nel deserto pian di Selinunte

le vetuste colonne immote stanno,

altre intere, altre tronche, altre consunte

dal veglio antico dell'età tiranno;

e in file ora interrotte ed or congiunte

malinconica siepe all'ara fanno,

e allo stranier che guarda il marmo sacro,

mesto di non trovarvi il simulacro.

65

Pretese poi di satisfar la bella

anima, che dal bel corpo si sciolse,

vita menando penitente in quella

magion, che a lei la dolce vita tolse:

in Siena, e nelle prossime castella,

del fiero avvenimento ognun si dolse,

ed a distorlo venner di lontano

i parenti e gli amici, e sempre invano.

66

Ma quando si ascoltò per quei contorni

suonar la tromba di novella guerra,

d'avviso fu che terminar suoi giorni

meglio era a scampo dell'avita terra

lasciar volle i mortiferi soggiorni,

ma il monte non passò che il lago serra:

eran già fatte le sue membra inferme,

e infuso in esse della morte il germe;

67

E riedere al castello gli convenne;

né durò molti di, ché una mattina,

con quella sepolcral pompa solenne

che accompagnò la Pia sulla collina,

la morta spoglia sua translata venne

al campo ove giacea quella meschina;

e sul comun sepolcro ancor l'acerba

sorte ne piange il venticel fra l'erba.

68

Sotto l'assiduo martellar dei lustri

cadde il castello, e i diroccati brani

de' muri suoi, per empietade illustri,

fér tristo ingombro alli infelici piani;

crebber le limacciose onde palustri,

e ne coprir le fondamenta immani

or si odon lamentar, sotto l'interne

volte, converse in umide caverne.

69

E dicon che talor da quei rottami

voce profonda come d'eco emerge,

e sembra che la Pia dal fondo chiami;

ed ella appai sull'onde e vi s'immerge;

e quando scuote il vento i bruni rami

del folto bosco che sul lago s'erge,

vi si odon canti e salmodie lontane,

e arcano suon di funebri campane.

70

Né qui sveller virgulti, o fender zolle

l'ausiliario agricoltor s'attenta;

e, salvo ritornando al natal colle,

quando Maremma inospital diventa,

la sera, assiso sull'erbetta molle,

all'adunata gioventude intenta,

l'udita istoria, che per lunga scende

tradizion di padri, a narrar prende.

71

E ciò narrando, alternamente adocchia

i parvoli scherzanti; ed or li abbraccia,

or li fa mobil peso alle ginocchia,

or dolce incarco alle robuste braccia. 

l'ode la moglie, intenta alla conocchia,

e la luna, che a lei risplende in faccia,

la concetta pietà, che muta cela,

sulle bagnate guance altrui rivela.

Indice Biblioteca Progetto Ottocento

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011