Gian Domenico Romagnosi [1]

 

 

Della Poesia

considerata rispetto alle diverse età delle nazioni.

 

 

edizione di riferimento:

Il Conciliatore, foglio scientifico letterario, n. 3 (10 settembre 1818)

 

 

 

 

 

Sei tu romantico? – Signor no. – Sei tu classico? – Signor no. – Che cosa dunque sei? – Sono ilichiastico, se vuoi che te lo dica in greco, cioè adattato alle età [2]. – Misericordia! che strana parola! spiegatemela ancor meglio, e ditemi perché ne facciate uso, e quale sia la vostra pretensione.

La parola che vi ferisce l’orecchio è tratta dal greco, e corrisponde al latino aevum, aevitas, e per sincope aetas, la quale indica un certo periodo di tempo, e in un più largo senso il corso del tempo. Col denominarmi pertanto ilichiastico io intendo tanto di riconoscere in fatto una letteratura relativa alle diverse età, nelle quali si sono ritrovati e si troveranno i popoli colti, quanto di professare principj, i quali sieno indipendenti da fittizie instituzioni per non rispettare altre leggi, che quelle del gusto, della ragione e della morale.

Io assumo poi questa parola per ciò solo che si vuole un termine tecnico, del quale per altro si può far senza. Del resto gli uomini hanno sempre servito alle denominazioni, specialmente quando hanno voluto segnare la professione di qualche opinione.

Ma la divisione di romantico e classico (voi mi direte) non è dessa forse più speciale? Eccovi le mie risposte: O voi volete far uso di queste parole per indicare nudamente il tempo, o volete usarne per contrassegnare il carattere della letteratura delle diverse età. Se il primo, io vi dico essere strano il denominare classica l’antica, e romantica la media e moderna letteratura. I tre periodi della storia antica, media e moderna sono fra loro distinti non da una divisione artificiale e di convenzione, ma da effettive rivoluzioni.

Se poi volete adoperare le parole di classico e di romantico per contrassegnare il carattere dell’europea letteratura nelle diverse età, a me pare che usiate di una denominazione impropria.

Il senso comune insegna sempre di classificare ogni cosa non secondo l’origine, ma secondo le forme proprie esistenti nel dato soggetto. Voi vi riferite all’origine de’ Trobadori invece di valervi dei caratteri proprj delle cose e dell’età. Dunque la divisione di classico e di romantico è impropria.

Ed affinché non nasca dubbio essere stata la divisione di classico e di romantico dedotta non dal carattere proprio della poesia, ma dalla mentovata discendenza dei tempi barbari, eccovi un passo decisivo: «Le nom de romantique a été introduit nouvellement en Allemagne pour désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l’origine, celle qui est née de la chevalerie et du christianisme. Si l’on n’admet pas que le paganisme et le christianisme, le nord et le midi, l’antiquité et le moyen âge, la chevalerie et les institutions grecques et romaines, se sont partagé l’empire de la litterature, l’on ne parviendra jamais a juger sous un point de vue philosophique le goût antique et le goût moderne.

«On prend quelquefois le mot classique comme synonyme de perfection. Je m’en sers ici dans une autre acception, en considérant la poésie classique comme celle des anciens, et la poésie romantique comme celle qui tient de quelque manière aux traditions chevaleresques. Cette division se rapporte également aux deux ères du monde: celle qui a précédé l’établissement du christianisme, et celle qui l’a suivi» [3].

Quando piacesse di contrassegnare la poesia coi caratteri delle diverse età, parmi che dividere si potrebbe in teocratica, eroica e civile. Questi caratteri hanno successivamente dominato tanto nella prima coltura che fu sommersa dalle nordiche invasioni, quanto nella seconda coltura che fu ravvivata e proseguita fin qui. Questi caratteri non esistettero mai puri, ma sempre mescolati. Dall’essere l’uno o l’altro predominante si determina il genere, al quale appartiene l’una o l’altra produzione poetica.

Vengo ora alla domanda che mi faceste, se io classico o romantico; e ponendo mente soltanto allo spirito di essa, torno a rispondervi che io non sono né voglio essere né romantico, né classico, ma adattato ai tempi ed ai bisogni della ragione, del gusto e della morale. Ditemi in primo luogo: Se io fossi nobile ricco, mi condannereste voi perché io non voglia professarmi o popolano grasso, o nobile pitocco? Alla peggio, potreste tacciarmi di orgoglio, ma non di stravaganza. Ecco il caso di un buon italiano in fatto di letteratura. Volere che un italiano sia tutto classico, egli è lo stesso che volere taluno occupato esclusivamente a copiare diplomi, a tessere alberi genealogici, a vestire all’antica, a descrivere o ad imitare gli avanzi di medaglie, di vasi, d’intagli e di armature, e di altre anticaglie, trascurando la coltura attuale delle sue terre, l’abbellimento moderno della sua casa, l’educazione odierna della sua figliuolanza. Volere poi che egli sia affatto romantico, è volere ch’egli abiuri la propria origine, ripudj l’eredità de’ suoi maggiori per attenersi soltanto a nuove rimembranze specialmente germaniche.

Voi mi domanderete se possa esistere questo terzo genere, il quale non sia né classico né romantico? Domandarmi se possa esistere è domandarmi se possa esistere una maniera di vestire, di fabbricare, di conversare, di scrivere, che non sia né antica, né media, né moderna. La risposta è fatta dalla semplice posizione della quistione.

Ma questo terzo genere sarà desso preferibile ai conosciuti fra noi? Per soddisfarvi anche su tale domanda osserverò primamente che qui non si tratta più di qualità, ma bensì di bellezza o di convenienza. In secondo luogo, che questa quistione non può essere decisa che coll’opera della filosofia del gusto, e soprattutto colla cognizione tanto dell’influenza dell’incivilimento sulla letteratura, quanto degli uffizj della letteratura a pro dell’incivilimento.

Non è mia intenzione di tentare questo pelago. Osserverò soltanto che questo terzo genere non può essere indefinito; ma dovrà essere necessariamente un frutto naturale dell’età, nella quale noi ci troviamo, e si troveranno pure i nostri posteri. Noi dunque non dobbiamo sull’ali della metafisica errare senza posa nel caos dell’idealismo, per cogliere qua e là le idee archetipe di questo genere; ma dobbiamo invece seguire la catena degli avvenimenti, dai quali nelle diverse età essendo stata introdotta una data maniera di sentire, di produrre, e quindi di gustare e di propagare il bello letterario, ne nacque un dato genere, il quale si potè dire perciò un frutto di stagione di quella età. Per quanto vogliamo sottrarci dalla corrente, per quanto tentiamo di sollevarci al di sopra della ignoranza e del mal gilsto comune, noi saremo eternamente figli del tempo e del luogo in cui viviamo. Il secolo posteriore riceverà per una necessaria figliazione la sua impronta dal secolo anteriore. E tutto ciò derivando primariamente dall’impero della natura che opera nel tempo e nel luogo, ne verrà che il carattere poetico o letterario, comunque indipendente dalle vecchie regole dell’arte, perché flessibile, progressivo, innovato dalla forza stessa della natura, sarà necessariamente determinato, come è determinato il carattere degli animali e delle piante, che dallo stato selvaggio vengono trasportate allo stato domestico.

Posto tutto ciò, l’arbitrario nel carattere della letteratura cessa di per sé. Si potrà allora disputare bensì se il bello ideale coincide o no col bello volgare; se il gusto corrente possa essere più elevato, più puro, più esteso; ma non si potrà più disputare se le sorgenti di questo bello debbano essere la mitologia pagana piuttosto che i fantasmi cristiani, i costumi cavallereschi piuttosto che gli eroici, le querce, i monti o i castelli gotici, piuttosto che gli archi trionfali, le are e i templi greci e romani. Il carattere attuale sarà determinato dall’età o dalla località: vale a dire dal genio nazionale eccitato e modificato dalle attuali circostanze, il complesso delle quali forma parte di quella suprema economia, colla quale la natura governa le nazioni della terra.

Passando poi agli uffici della letteratura, io loderò bensì che il germanico pascoli l’orgoglio suo nazionale ed illustri i primordj della sua moderna civiltà coi boschi tetri e silenziosi, coi turriti ed aguzzi castelli, colle corone di ghiande, coi costumi cavallereschi, col meraviglioso magico, ma nello stesso tempo io mi prenderò la libertà di illustrare per un egual diritto i primordj dell’italiana civiltà, coi tempj, colle are e colle piazze latine, coi costumi politici, e col meraviglioso mitologico[4]. Come havvi una diplomazia politica, havvi pure una diplomazia letteraria; la parità e la reciprocazione ne forma la regola fondamentale. Questa osservazione riguarda specialmente l’epopea.

I più grandi panegiristi della germanica letteratura non hanno mai spinto le loro pretese fino alla monarchia universale. Essi si sono contentati della dominazione nazionale. Si può dunque negoziare colle nazioni di una più antica coltura la ricognizione di questo nuovo dominio, ma non armare pretensioni di conquista. «En fait de poëme épique (dice la sig. Staël) il me semble qu’il est permis d’exiger une certaine aristocratie litteraire. La dignité des personnages et des souvenirs historiques qui s’y rattachent peuvent seuls élever l’imagination à la hauteur de ce genre d’ouvrage.

«Un poëme épique n’est presque jamais l’ouvrage d’un homme, et les siècles même, pour ainsi dire, y travaillent: le patriotisme, la religion, enfin la totalité de l’existance d’un peuple, ne peut être mise en action que par quelques uns de ces événements immenses que le poëte ne crée pas, mais qui lui apparoissent agrandis par la nuit des temps: les personnages du poëme épique doivent représenter le caractère primitif de la nation. Il faut trouver en eux le moule indestructible dont est sortie toute l’histoire» [5].

Questa regola si applica fino ad un certo segno anche alla tragedia. Il campo di essa sta, per dir così, fra quello dell’epopea e della commedia. La commedia vuol essere contemporanea. Come non si tollererebbe la rappresentazione delle commedie di Plauto e di Terenzio, così pure si rigetterebbe quella delle commedie di Macchiavelli e del Bibiena. Ciò serva d’avviso all’industria de’ letterati, per non lasciare incolto un terreno sempre mai fecondo, presentato loro dalle vicende dei secoli. Quanto ai personaggi della tragedia pare che loro non si possa accordare l’onor del teatro prima che il secolo loro sia passato, e spente nel popolo tutte le memorie dell’età loro, per non vivere elle nella storia.

Agli altri componimenti è accordata una piena libertà, ricordando solamente al poeta ch’egli deve ai suoi concittadini un utile tributo de’ suoi talenti. Ecco gli articoli fondamentali, su i quali gli uomini giudiziosi di tutti i partiti sono perfettamente d’accordo.

Finisco quest’articolo col pregare i miei concittadini a non voler imitare le femminette di provincia in fatto di mode, e ad informarsi ben bene degli usi della capitale. Leggano gli scritti teoretici, e soprattutto le produzioni della letteratura settentrionale, e di leggieri si accorgeranno che se havvi in essa qualche pizzo di romantica poesia, niuno si è mai avvisato né per teoria né per pratica di essere né esclusivamente romantico né esclusivamente classico nel senso che si dà ora abusivamente a queste denominazioni. Troveranno anzi essersi trattati argomenti, e fatto uso di similitudini e di allusioni mitologiche anche in un modo, che niun latino si sarebbe permesso. Il solo libro dell’Alemagna della signora di Staël ne offre parecchi esempi.

Il pretendere poi presso di noi il dominio esclusivo classico, egli è lo stesso che volere una poesia italiana morta, come una lingua italiana morta. Quando il tribunale del tempo avrà decretata questa pretensione, io parlerò con coloro che la promossero.

 

Note

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[1] Gian Domenico Romagnosi (nato a Salsomaggiore nel 1761, morto a Corfù nel 1835) in filosofia seguì il razionalismo di F. Crist. Wolf, che, partendo dal Leibnitz, applicava in tutti i campi il principio della ragion sufficiente e riteneva che l'illuminazione intellettuale sia il più alto ufficio morale. Reagì pertanto al sensismo, in cui la conoscenza rimane passiva; e fu suo pensiero fondamentale che la conoscenza implichi il concorso (o, com'egli diceva, la corn potenza) dei sensi e dell'intelletto, il quale applica agli elementi forniti dai sensi le proprie suità psicologiche, che mettono ordine nei dati sensibili. Questa attività formativa dello spirito nella rifles­sione, o «senso logico », fa che le conoscenze siano fatture mentali; ma la mente nostra non può fingerle a suo piacimento, perchè è vincolata dai diversi modi in cui agiscono su di essa gl'impulsi che riceve dalle cose. Così le conoscenze sono segni a cui corrispondono in natura modi d'essere reali. Ammise pertanto l'oggettività del reale e si oppose fermamente all'idealismo trascendentale, nel tempo stesso che comprendeva il significato della soggettività kantiana.

Ritenne inoltre che la formazione dello spirito non si possa intendere se non attraverso la storia dell'« incivilimento e, in cui individuo e società sono strettamente collegati. Il progresso umano è connesso, a suo giudizio, con lo sviluppo delle idee: l'esperienza si sviluppa sotto la luce di una ragione di tipo universale; e lo spirito trova la sua libertà nell'equilibrio, nel perfezionamento delle proprie energie, nella scelta dei valori umani. Libertà nell'equilibrio, perfezione delle proprie energie, coscienza dei valori umani costituiscono, secondo il Romagnosi, la mente sana. In questo modo egli, ammettendo la soggettività nella vita dello spirito e ad un tempo ritenendo che la mente umana nel conoscere e nell'agire poggi sopra la realtà, pensava di poter evitare il kantismo e la dottrina « ultrametafisica di Hegel.

Il Romagnosi, filosoficamente, nella storia di quel periodo, ha dunque un duplice significato: da un lato impersona risolutamente una delle forme più meditate di reazione critica e romantica al sensismo francese, che, nella seconda metà del Settecento, si era organato nella dottrina superficiale del Condillac; dall'altro rappresenta la tendenza di salvare l'oggettività della conoscenza di contro al soggettivismo.

Sue opere principali: Genesi del diritto penale (1791), in cui combatte le dottrina di uno stato di natura anteriore allo stato sociale (è l'opera giovanile, che gli diede la fama e fu tradotta in varie lingue; Introduzione allo studio del diritto pubblico universale; Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa; Che cosa è la mente sana (1827); Suprema economia dell'umano sapere (1828); Dell'indole e dei fattori dell'incivilimento, con esempio del suo risorgimento in Italia (T832). In questa egli, ammiratore di G. B. Vico, si riconnette, come già in altre opere, alla Scienza nuova; per la concezione nazionale della civiltà si richiama al Machiavelli.

Sia filosoficamente sia politicamente è dunque logica la collaborazione del Romagnosi al Conciliatore. Nel 1821 fu imprigionato dall'Austria; lasciato libero, ebbe divieto di insegnare. Ma rimangono nella memoria di tutti i versi dell'ode La terra dei morti (1841) di Giuseppe Giusti:

Cos'era Romagnosi?

Un'ombra che pensava,

e i vivi sgomentava

dagli eterni riposi.

L'articolo qui riprodotto apparve nel N. 3 del Conciliatore (lo settembre 1818).

[2] Il Romagnosi, tra i collaboratori del Conciliatore, tentò di eliminare la contrapposizione di classico e romantico come impropria nel senso e nei termini e credette di dare soluzione alla « gran controversia entro una concezione ilichiastica della letteratura, per cui storicamente riguar­dava nel passato le opere vitali di ogni scrittore come adatte all'età e al genio di ogni popolo, e pel nuovo secolo raccomandava agli italiani la composizione di opere rispondenti al pensiero moderno e al genio nazionale. (La parola ilichiastico deriva dal greco ἡλικία, età).

Come è evidente, l'ilichiasticismo del Romagnosi è connesso con la concezione che egli aveva della formazione dello spirito e dell'indole e dei fattori della civiltà.

Ma la parola ilichiastico non riuscì a sostituire l'aggettivo romantico, perchè il Romagnosi finiva col dare alla questione una soluzione generica, che non eliminava le ragioni dell'antitesi particolare, che agitava allora le menti.

Perciò il Berchet dissentì apertamente dal Romagnosi, protestò « di essere irremovibilmente romantico » e insistette nel distinguere la poesia in romantica e classica perchè essa gli parve « utilissima alla teorica e alla pratica ». Egli rispose al Romagnosi nello scritto el criterio dei discorsi, pubblicato come articolo di fondo nel N. 4 del Conciliatore (13 settebre 1818). Il Romagnosi ribadì le sue idee nell'articolo Delle fonti della coltura italiana, pubblicato nei N. 12 (11 ottobre 1818)

[3] De l'Allemagne par Madame la Baronne de Staël-Holstein, tom. I, pag. 271-272

[4] L'autore di questo articolo non ci negherà che dopo la mescolanza dei popoli del nord co' tralignati figli de' Romani, si è cominciata una nuova generazione d'Italiani, dalla quale noi deriviamo in retta linea; e che non può considerarsi, esattamente parlando, come una nazione d'origine latina (Berchet?)

[5] De l'Allemagne par Madame la baronne de Staël-Holstein. Tom.I, pp.306-307.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2004