Antonio Ranieri

 

... cinque lettere ...

 

 

 

edizione di riferimento:

Carteggi italiani inediti o rari antichi e moderni raccolti ed annotati da Filippo Orlando, Fratelli Bocca librai di C. N. Il Re d'Italia, Firenze Via Cerretani, 8 Roma .- - - Torino Corso, 216 Via Carlo Alberto, 3 - Firenze, 1892. - Tipografia di Egiato Bruscoli, Via dell'Anguillara

 

01.

 

Al Chiarissimo Sig. Giov. Battista Niccolini,

a S. Caterina, Piazza S. Marco

Firenze.

 

Mio carissimo e sempre venerato N.

Non voglio lasciar passare l'occasione del buon Torregiano che ritorna costì, senza darvi le mie nuove e domandarvi le vostre. Io non vi scrivo spesso, per l'orrore che sento di avere, e che so che voi avete, per questo spaventevole flagello italiano, non inferiore a nessun altro, di scrivere e riscrivere da tutte le parti, senza aver nulla a dire né nulla a fare. Ma infine sono de' mesi assai che non ho risposto a una carissima e consolantissima vostra: e spero che troviate sopportabile che a così grandi distanze, si rompa talvolta il proponimento del silenzio, benché santissimo.

L' avvocato Badolisani era un infelicissimo (dico per la parte dell'ingegno), e non ha guari morto. Delle miserabilissime inezie gracchiate sulla vostra incomparabil tragedia, fu bastantemente punito dal non leggere dei più e dal fi-schiare dei pochi che lessero. Il brigante pulcinella che vi mandò il libro, credo non l'avesse letto, come mai a' giorni suoi non gli è accaduto di leggere nessun libro buono o cattivo. Il padre e i figliuoli non sono più visitati da nessun galantuomo. Ed io, come tale, non gli ho mai più veduti insino da che ve ne scrissi.

Vi dirò come a mio vero padre in lettere che Giordani comincia ad annoiarmi. Scrive e riscrive lettere (come se le nostre poste fossero la cosa più inviolata del mondo) menando una gran vampa che le poche cose inedite del Leopardi (di cui egli non ebbe notizia da altri che da me, e che, per la irreligione, sono d'un genere pericoloso, oso dire, anche fuor d'Italia) non sieno ancora state stampate. Dove sarebbero già da due anni stampate (e n'ho mostrate qui le prove al Melloni[1] e ad altri personaggi autorevolissimi) se una sua lunga declamazione mandata per la posta, non fosse, come io gliene avevo più volte scaltrito, servita di denunzia a questi cagnotti della Signoria, che me ne tormentarono non poco. Onde mi è convenuto se (scorso un certo tempo) ho voluto fare qualcosa, di non dirgliela. E questo mentecatto (perdonatemi) grida e schiamazza, e forse me ne farà andare in sui giornali. Ma io, dove ne va la quiete e la libertà, non posso mettere a parte de' miei proponimenti un bambino. Solo m'affligge incredibilmente che più egli griderà, e più l'obietto de' suoi gridi sarà ritardato; intorno al che credo non abbiate mestieri di altre spiegazioni.

Ho veduta qualche rarissima volta la Pelzet, perché, scontrandola a naso a naso, parve ad entrambi ridicolo che si serbasse odio dove non era più amore[2]. Gli anni, sia detto fra noi, cominciano a parerle; e questa forse è stata una delle cause per le quali qui non ha fatto gran furore. E sapete che pochi sanno sceverare sul tea-tro gli anni dall'arte. A ogni modo, io non ho messo piede né anche una volta a quel teatro insino dal mio ritorno, e credo che buona parte di quelli che lo frequentano sieno mercatantuzzi di feccia d'asino, non capaci delle minuzie dell' arte.

Vi prego di raccomandarmi tanto tanto alla Signora Carlotta Certellini ed alla sorella, e di volermi il meglio che potete.

Napoli 7 agosto 1841.

L' aff.mo A. Ranieri.

 

 

02

 

A Giov. Batt. Niccolini.

Napoli 20 Gennaio 1844.

 

Mio impareggiabile Amico e Maestro,

Sono da un pezzo senza vostri caratteri; e benché senza risposta a un'altra mia, vi scrissi il 13 nuovamente per dare il buon capo d'anno a voi ed alle vostre affettuosissime ed egregie amiche.

Non potendo dubitare che non sia vero quel che già un mese fa mi scrisse il Le Monnier, cioé, che voi avevate avuto la degnazione di consentire a farvi depositario dei MS del Leopardi, benché senza vostre lettere, non mi pare di lasciare fuggire l'occasione eccellente del M.se Farinola per mandarveli. Egli ha avuto la gentilezza di promettermi di non consegnarli se non nelle vostre proprie mani.

Io dunque vi mando un pacchetto con tre cahiers, incollati e cuciti alla meglio, contenenti « I Canti, con due nuovi - L' operette morali, con tre nuove prose - La comparazione delle sentenze di Bruto e Teofrasto - I Pensieri tutti nuovi, di numero 110 - Il martirio de' Santi padri editi. introvabile ad literam ». Queste cose, coi Vol-garizzamenti della Favola di Proelico narrata da Senofonte, il Manuale di Epitteto e i quattro Discorsi morali d'Isocrate (volgarizzamenti che or ora vi dirò perché non vi mando) e coi Paralipomeni della Batracomiomachia che mandai già a stampare a mie spese a Parigi, compongono tutto ciò ch'io posseggo o abbia mai posseduto del nostro impareggiabile defunto.

Il titolo è come il voleva il defunto; e tale ancora la disposizione delle opere. Io aveva ordinato il tutto per farlo stampare in Parigi dal Baudry. Ma quando poi il gentil francese, dopo aver aperta una gran bocca, voleva far l'edizione a mie spese ed anche orribilmente straziarmi coi prezzi, io ne strappai i soli Paralipomeni, come la più importante cosa e tale stimata dal defunto, e quella sola fatta stampare; pure pagai circa ioo ducati anzi più coi trasporti, etc. Ora resta a vedere se può rimanere il titolo di Opere, non ristampandosi i Paralipomeni. Io forse crederci di sì: ma vorrei, prima di decidermi, il vostro avviso.

Per la vita, scriverò a voi ed al Le Monnier l'occorrente; ma in un altro spaccio, mancandomene in questo momento fisicamente il tempo.

Il Le Monnier dice che otterrà dal Bini quel che non ottenne Vieusseux. Sta bene. Io, poiché egli mi scrive replicatamente, che voi avete degnato di consentirlo (altrimenti non mi sarei rischiato a darvi un tanto incomodo) intendo di depositare i MS nelle vostre mani e che passando al Bini, vi passino come cosa che parte da voi solo ed a voi solo dee ritornare: giacché, come sapete, nulla ancora si è convenuto di fermo col Le Monnier.

Conditione sine qua non io non intendo che si faccia l'edizione se non me presente costì; perché questo è un mandato sacro dell'autore che non posso violare; ed ho mille e mille avvertenze cui por mente, le quali non potrebbero essere adempiute da nessun altro. Questo, dunque, conditione sine qua non. Per tutto il rimanente, sono contentissimo di qualunque cosa ne parrà ad un par vostro; e sarei contento anche del nulla, se non mi fosse bisogno di trarne alcun che, sia per rifarmi un poco del viaggio costì, sia per compiere un monumentino qui, per il quale ho già speso qualcosa.

De' volgarizzamenti scrissi al Lemonnier che già da un pezzo ero in un certo trattato qui da stamparli. Se non potrò sciormene, concerteremo le cose in modo che la stampa di essi qui non noccia anzi giovi alla medesima di essi costì, imperocché qui i volgarizzamenti (che sono la sola cosa forse non negata dalla nostra censura) sarebbero immediatamente ristampati da un qualche birbone che li venderebbe tre soldi la copia.

Non più per oggi, poiché il Farinola parte. Degnatemi, vi prego d'una riga, e ditemi se il Le Monnier vuol farmi quel favore dell'Introduzione alla scienza storica[3]. Questo vorrei sapere quam citius. Addio Addio in fretta.

L'aff. A. RANIERI.

 

 

03

 

Al Chiarissimo Signore,

li Sig.r Giovan Battista Niccolini, Firenze.

Napoli 1 Marzo 1844.

 

Mio impareg. ed illustre amico,

Già saprete che la gentile M.sa Farinola è inferma di rosolia. Tutto va in pienissima regola; e fra poco l'avremo più sana di prima. Se il buon Capponi lo sa, fate che ne stia di buona voglia e di buon animo; trattandosi d'una malattia più che sicurissima, anzi depuratoria, e che qui si cura con maravigliosa perizia ed agevo-lezza. Io vado ogni dì a prenderne le nuove dal bravo de Castillia.

Sono sempre afflittissimo che, per la cagione che mi dite, vi sia stato grave d'aver in deposito i Ms del Leopardi. Nondimeno sono contento che siate stato degnato di menarmi buone le mie ragioni e di vedermene innocentissimo. Col vapore dell'11 vi manderò i volgarizzamenti dal greco, intorno ai quali sono più tranquillo, perché non v'entra nessuna sorta d'opinione filosofica. Del resto i vostri immortali scritti sono la più viva manifestazione della vostra fede filosofica; ed ancora che foste depositario degli scritti d'Epicuro, di Lucrezio o del barone di Holbach, non credo che possa trovarsi mai un tanto imbecille, ancorché santocchio o liberale, il quale si attenti di accagionarvi del menomo fra gli errori di un sistema da voi con tanta maravigliosa eloquenza anatemizzato.

È verissimo che i gesuiti mi avevano già consentito di stampare que' miei prolegomeni: Ma

 

             .... i' udi' già dire a Bologna

Del diavol vizj assai, tra' i quali udi'

Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna.

 

Dopo avermi dato il permesso, lo ripigliarono, per non disgradirne il M. dell'Interno, di cui ora sono novelli sposi. Io, a dirvela, benché avessi avuto un vivo desiderio che voi e il Capponi l'aveste letti prima che si stampassero, nondimeno avrei avuto caro di stamparli qui, perché non voglio regali da nessuno, e m'ero accorto che il Le Monnier consentiva, quasi gran grazia, di stamparli. Però ho voluto anche tentare d'averne il permesso dalla Polizia, la quale, dopo molti dirivieni, mi ha consigliato di vedere il Ministro, che vidi ieri l'altro. Mi promesse che l'avrebbe letti. Vedremo; e se né anche per questa via si potrà nulla, manderò il piccolo Ms. col vapore dell'11; ed allora scriverò al Le Monnier, che, s' egli mai credesse di farmi un dono stampandoli, io non intendo accettarlo e pagherò il prezzo della stampa, purché abbia la cortesia di fare presto. Nel qual caso mi arrischierò a supplicarvi di pregare un qualche vostro giovane di gettarvi su un occhio acciocché non v'incorrano errori di stampa; presupposto sempre che a voi ed al Capponi non paia tale inezia da forbirvene o... mandarla al Culiseo per lo suggello.

Ho veduto qui più volte il Giusti, col quale s'è molto ragionato di voi e del vostro prodigioso capolavoro. Egli mi par buono e leale giovane, e non per anche viziato di santocchieria liberale. Dio ce lo salvi intatto, acciocché se ne accresca o almeno non ne scemi il numero de' galantuomini destinati a soprannotare a questo grande oceano di sterco che si domanda secolo decimonono.

Per recarvi un vivo esempio del male che ci fanno i liberali santocchi; vi pongo in considerazione un singolare fenomeno, ché qui almeno, è divenuto di una grande evidenza innegabile. La censura, che nella sua qualità di cosa as-surda e contro natura,. è sempre sciocca, vedendo i liberali al confessionale e i gesuiti, col Gioberti alla mano, magnificarlo e consigliarne la lettura a tutti i loro accoliti, è entrata in un certo strano sospetto di chiunque mostra avere fede nell'Evangelo o almeno nel Santo de' Santi. Di che, non so altrove, ma qui al certo, è nato un nuovo mostro; che le sciocchezze de' più miseri sensualisti (giacché dove sono più i Locke o i d'Alembert, etc.) passano come cose innocue, ma basta nominare solo il nome di Dio in un libro per vederlo cassato! Or

 

Chi udì mai d' uom vero nascer fonte ?

E parlo cose manifeste e conte i

 

Fatemi il piacere di mettermi ai piedi delle vostre amabilissime signore. Dite loro tante cose affettuose per parte di mia sorella che vi ossequia; abbiate per articolo di fede ch'io non amo né stimo nessuno al mondo quanto voi, e credetemi con tutte le forze dell' anima

Aff. Am. e Discepolo

A. RANIERI.

 

 

04

 

Al Chiarissimo Signor Giovan Battista Niccolini, Firenze.

Napoli 26 Agosto 1844.

Mio adorato Niccolini,

In nome di Dio e della vostra magnanimità non mi tenete per troppo importuno s'io ardisco un'altra volta ancora di volervi testimone di quel che scrivo al Le Monnier intorno a certe materie che toccano, non mai l'interesse, ma la nettezza della mia coscienza, di tanto superiore ad ogni qualsiasi interesse, io non ne posso proprio più con questi ciarloni d'Italiani, ai quali è rimasta solo la lingua, non per magnificare i loro maggiori e per rendere meno infingardi i loro contemporanei, ma per mordere i loro fratelli, non meno infelici di loro, ma più conoscenti delle condizioni de' tempi. Chi vuole da me MS, che Leopardi mai non lasciò, chi lo predica autore di cose ch'egli mai non sognò di scrivere, chi dopo sette anni ch'egli è morto, vuole pericolar per lui e versare tutto il suo sangue, chi vuole bruciare i Paralipomeni e dire che non son suoi, chi mi vuole responsabile delle sue opinioni arimaniche, e che trova sempre poco quel che si fa per la sua memoria. Non posso parlare, non posso fiatare, che si pubblicano sopra i giornali i miei fiati, inviperiti dall'alito del pubblicante. È vero ch'io potrei dire: adagio, Signori! Temperate un tantino un così gran fuoco col ghiaccio che v'assiderò mentr' egli visse. Ma anche queste mie parole. sarebbero e stampate e calunniate, ed i soccorritori dei morti n'avrebbero ancor essi la meglio. E però non restandomi che il silenzio e la breve dignità che ho ser-bata nella biografia, mi è caro e desiderato di aver per testimone de' miei pensieri la coscienza e la mente che concepì e partorì l'Arnaldo e che seppe così potentemente e in modo tanto soprumano, intendere e svelare al mondo stupefatto i misteri della virtù e della giustizia soffocate. Sono un poco afflitto che il Le Monnier voglia proceder meco con tanta diffidenza da non cominciare a comporre i MS di Leop. che ha tutti nelle mani, se non ha anche la vita. Io intorno a questa, avevo raccolto parecchie cose; ma non avevo potuto compiere il piccolo lavoro prima di sapere dove le opere si stampavano. Per esempio, se il libro si stampava in Francia, io avrei detto ben altro che non potrò dire in Toscana. Se in Germania, io sarei potuto più distendermi nelle cose filologiche, etc. etc. Ora ho scritto la vita come dee essere stampata in Firenze: ma attendo da un momento all'altro alcune notizie di momento da Parigi, dove nelle mani d'un profes. alemanno si trova un baulle di zibaldoni filologici del defunto. Se Le Monnier non vuol credere che a ogni modo egli l'avrà in tempo, e non vuol serbarsi a stampar la vita all'ultimo, come certamente all'ultimo potrà sperare di avere il ritratto e il monumento incisi, io non saprei che fare con chi guarda solo al comodo suo, e nulla alle sincere intenzioni degli altri ed alla necessità delle cose, e me ne protesto con voi che non è mia la colpa.

Mettetemi a' piedi delle vostre Signore cui direte tante cose affettuose per parte di mia sorella e vogliate un gran bene

Al vostro discep.

A. RANIERI.

 

 

05

 

Al Chiarissimo Signore, Sig. Prof. Gio. Batt: Niccolini Firenze,

Mio Caris. Niccolini,

 

Napoli, 11 Maggio 1846.

 

Poiché voi aveste l'immensa degnazione di proferirvi mio amico usque ad epistolas, io non lascerò partire questo piroscafo nap. né attenderò fino al 21 per rispondere alla carissima vostra del 9 aprile.

Prima di tutto dite tante cose affettuose per Paolina[4] alla Sig. Carlotta ed alla Sig. Geltrude. Ora ch' è tornata la bella stagione, ci si desta più viva nell'animo la memoria dei bei giorni passati insieme l'anno scorso: memoria renduta più mordace dalla quasi matematica impossibilità di rivedervi quest'anno. Rimettere le speranze nel 47, in tanta vivacità di sentire e tanta brevità di vita, è cosa poco consolante Fingiamo dunque che nell'ottobre fosse possibile di assalirvi al Popolesco. Tutta la vita è una finzione e di finzione in finzione si giunge alla sola realtà dell'universo che è la morte. Nondimeno, all'ombra di queste finzioni vi si giunge meno disperatamente! E per verità quante e quante cose avrei a narrarvi; e come se ne arricchirebbe uno di quei vostri geniali conviti! Pure, verrà il tempo, non dubitate, e questa volta, noto per non dimenticare.

Io sono immerso fino ai capelli nella gran gara forense. Vedete a che sono riuscite le lunghe ed ardenti speranze d'una tanto travagliata giovinezza. Noi ci tiravamo su per governare il mondo; ora, invece del mondo, governiamo le cause; perché il mondo lo governano i gesuiti. A proposito de' quali non voglio tacervi quel che ho taciuto ad altri; e questo mi sia scusa se non vi parlo d'un argomento divenutovi giustamente increscevole.

Sappiate dunque che quel tal Curci (un gesuita, ndr) che ha risposto a quel badalone del Gioberti, dice in un certo luogo, che Leopardi ateo, nell'ora sua estrema, mandò per un gesuita, fra le braccia del quale morì convertito; poi aggiunge lo sgraffio per me, concludendo che ciò dice non per trionfo gesuitico, ma per consolarne esso Gioberti e per supplire al mio volontario silenzio. Eccomi dunque tratto pe' capelli a smentirlo; perché non è giu-sto che il mio silenzio (sul quale egli ha contato, per le condizioni in cui si vive qui) faccia tenere lui veritiero e me bugiardo. Io dunque ho pensato di pubblicare, come e dove potrò il meglio, poche parole intorno agli ultimi momenti del mio amico, colle quali narrerò che, poiché Leop. morì repentinamente, poco v' era da intrattenersi sulla sua morte, che non si mancò di mandar per un ecclesiastico al vicino convento di S. Agostino, e venne un padre Felice da Cerignola, agostignano scalzo, il quale potette appena appena prestar le ultime preci de' defunti, come da una sua fede che conservo, e che stamperò[5]. Intanto noi nel 46, assistiamo a questo bel dramma, d'un prete che da Brusselle evoca le anime e frastorna le ceneri di chi si addormentò così opportunamente sulle rovine, non dirò della libertà, ma del senso comune, disputa se credettero o non credettero in Dio o nel papa, se furono felici o infelici per questa loro miscredenza: e d'un impudente gesuita che gli risponde a tu per tu di Napoli, affastellando un Caucaso di bugie, senza che gli si possa né anche rispondere! Or si può dire veramente all'Italia:

 

E pur quasi a spettacolo sedesti,

Lenta aspettando de' grand'atti il fine.

Or, se tu se' vil serva, è il tuo servaggio

Non ti lagnar, giustizia, e non oltraggio.

 

Il fine del grand'atto sarà un altro centinaio di repliche che si faranno il prete e la Compagnia. In effetti, ad ogni tantafera che si schiccherano, i liberali vi dicono: questo è un gran fatto!

Ora state sano, e parliamo d'altro. Che fa il Filippo Strozzi? Beato voi, cui la natura e la fortuna furono larghe dell'ingegno capace a fulminare i codardi e gl'ipocriti, e dell' agio capace a fabbricare ed a lanciare que' fulmini. Io considero le vostre cose come tanti ponti gittati sull'empia laguna che separa il secolo XVIII dal XX, ponti destinati a far dimenticare un giorno a' nostri nepoti che fra i secoli onde varcò il genere umano vi fu questo nefando e vergognoso XIX.

Come rendervi grazie a voi ed alle ottime vostre signore d'aver indotto il Giacomelli a noiarsi col Brandini?

Ora io me ne son rimesso tutto in lui; e si recupererà quel che si potrà: e la cosa è ben da poco.

Vogliateci tutti un gran bene: e quando potete, scrivetemi una riga

Aff. Am. e Serv. A. Raineri.

 

Note
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[1] Macedonio, il vaiente fisico.

[2] Maddalena Signorini Pelzet nacque in Firenze nel 1802. Fu giudicata attrice eccellente dai più valorosi critici del suo tempo. Il Niccolini le fu amicissimo e la tenne in grandissima stima. Egli, forse, fu ispirato da lei nella creazione delle sue donne tenere, gentili e appassionate: né fuori di lei poté mai vedere più splendidamente rese persone vive la sua Ino, la sua Ecuba e soprattutto la sua Teresa Contarini. Il Niccolini stesso aveva presentato la sua amica al Ranieri, e dopo non ignorò i loro amori. La Pelzet morì in Firenze nel novembre del 1854.

[3] Allude al suo libro che tu poi stampato col titolo di Prolegomeni di una introduzione allo studio della scienza storica. Firenze, Le Monnier, 1844.

[4] sorella del Ranieri

[5] Cfr. Ranieri Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi. Napoli, Giannini.

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Ultimo aggiornamento: 24 marzo 2004