SILVIO PELLICO

 

(1789-1854)

 

 

LA PRESA DI SALUZZO

 

 

 

 

Edizione di riferimento:

 Silvio Pellico: La presa di Saluzzo - La morte di Dante

Roma - Edoardo Perino Editore (1895) - Biblioteca Diamante

 

      AVVERTENZA:

Questa edizione elettronica, a cura di Cono Antonio Mangieri rispecchia l’edizione cartacea, però ne corregge alcuni errori di stampa, segnala in nota.

La numerazione, le annotazioni, il testo elettronico sono del curatore.

 

 

 

Prefazione

 

 

L’ amore che porto a Saluzzo, mia città nativa, m’ induce a cantare un fatto luttuosissimo, che trovasi ne’ suoi annali, al secolo XIV. Il marchesato di Saluzzo era di qualche importanza a que’   tempi, e la vicenda di cui parlo si collegava colle passioni che ferveano per tutta Italia.

Nel 1336 Tommaso II succedette al padre nella signoria di Saluzzo, ma gli fu contrastato il seggio da suo zio. Tommaso aveva per moglie Riccarda Visconti di Milano, ed era quindi uno dei Principi ghibellini, ai quali i Visconti erano capo, tutte le speranze della parte ghibellina appoggiandosi a quel tempo sopra Azzo fratello di Riccarda di Saluzzo, e poscia sovra Luchino Visconti loro zio.

Manfredo si professò guelfo per avere la protezione del potentissimo capo de’   Guelfi, Roberto di Napoli, della casa d’ Angiò. Era questi un ragguardevole monarca per ingegno e per possedimenti. Oltre al suo regno ed alla contea di Provenza, suo avito dominio, gli appartenevano, per diritti veri o dubbi, parecchie signorie qua e là in tutta la lunghezza della penisola.  Roma e Firenze lo riconoscevano per protettore. Sventolava la sua bandiera sopra molte castella delle terre Lombarde, Monferrine, Astigiane, Piemontesi. A lui obbedivano Savigliano, Fossano, Cuneo, ecc. Non conduceva eserciti egli medesimo e teneva tutti quei disseminati dominii con masnade provenzali, napoletane o d’ altre razze, sotto al comando di valorosi baroni, i quali, governando ciascuno a modo suo, mal sapeano affezionare le genti al loro sovrano. Voleva Roberto far cadere la potenza ghibellina de’ Visconti e domare tutti gli stati Italiani; ma non essendo egli d’ indole guerriera, operava con lentezza, e non conseguì mai l’ ardito proposto. Guelfi e Ghibellini si vantavano a vicenda d’ essere i veri amanti della nazione, i veri fautori della civiltà, della giustizia , della causa di Dio; ed intanto mal si sarebbe distinto da qual lato fossero più errori e più colpe, benché  in tali tenebre pur lampeggiassero alcune alte virtù. L’ età era cavalleresca e religiosa, con elementi di gelosie repubblicane. Tutto ciò è sommamente poetico.

A que’   giorni viveano con immensa fama di dottrina Petrarca e Boccaccio, ed altri uomini sommi; ed il re Roberto ed i Visconti si gloriavano d’ averli ad amici. Siccome il Marchesato di Saluzzo attraeva gli occhi della Corte di Napoli, non è maraviglia che il Boccaccio abbia dato luogo fra le sue più nobili novelle alla Saluzzese Griselda.

Mentre quella splendida Corte era modello di gentilezza, le schiere di Roberto, capitanate dal siniscalco Bertrando del Balzo, provenzale, e congiunte con altre armi, proruppero nei nostri paesi per sostenere i pretesi diritti di Manfredo, empirono di rubamenti e di carnificine la contrada, espugnarono ed incendiarono Saluzzo, presero prigione il marchese co’ suoi figliuoli, gareggiarono con Manfredo a commettere ogni barbarie e così in breve disingannarono coloro fra i prodi Saluzzesi che aveano sognato in Roberto un semidio, e ne’   suoi Guelfi altri semidei, chiamati ad abolire le ingiustizie, ed a stabilire in Italia il secolo della sapienza e della rettitudine.

Ottenne Tommaso per riscatto la libertà, e trovando che Manfredo e tutti i Guelfi erano esecrati, si volse ad adunar nuova oste di Ghibellini, v’ aggiunse uno stuolo assoldato di lance straniere, ma ben disciplinate, guerreggiò e vinse. Il tiranno Manfredo e i suoi alleati furono espulsi.

Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia Cantica. Tratta di essi con numero di rilevanti particolarità, la storia di Saluzzo, di Delfino Muletti e di Carlo suo figlio; ed ivi leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto, intitolato Calamitas calamitatum, Commentarium Johannis Jacobi de Fia, rivela nell’ uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei dimandava al cielo, e presagiva la caduta degli invasori — (Ploremus ergo coram deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus. )

La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le discordie civili scemarono, e s’ estinse a que’ giorni con Roberto la gloria della fatale casa d’ Angiò, che aveva cotanto illuso ed insanguinato l’ Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la quale, rea dell’ uccisione d’ un marito, patì infiniti guai, ed infine dal vendicatore del primo marito fu data a morte.

Silvio Pellico.

 

 

 

I.

 

Dolce Saluzzo mia! Terra d’antiche

Nobili pugne, e d’alternate sorti

Prospere e infelicissime, e d’ingegni

Che t’onorâr con gravi magisteri,

O con bell’arti; o con sincere istorie,                                   5

O con affettuoso estro che splende

In ognun che ti canta, e vieppiù splende

Sovra l’arpa gentil di Deodata,

Tua prediletta figlia: io ti saluto,

O terra de’ miei padri, e dell’affetto                                    10

Che ti porto, m’ispiro oggi cantando

Un tuo illustre dolor d’anni lontani,

Che fu dolor da forti alme compianto,

E da forti alme sopportato e misto

Ahi troppo! a colpe, ma pur misto a esempi                      15

Di patrio amor, di lealtà e di senno.

O fantasia, sulle tue magic’ ali

Toglimi a’ dì presenti, e con gagliardo

Vol ritocchiamo il secolo guerriero

Di Tommaso e Manfredo; il secol pieno                             20

Di guelfe e ghibelline ire, che servo

Parve e non fu dell’ultimo Angioino;

Il poetico secol, che dall’ombra

Gigantesca di Dante, e dalle pure

Armonie di Petrarca, e più dal lume                                  25

D’ammirabili Santi, era di molti

Olocausti di sangue consolato.

Fra gl’Itali dominii, ecco Saluzzo

Non ultima in possanza: eccola  altera

Di lunga tratta di montagne e valli                                    30

E feconde pianure, e di castella

Governate da prodi: eccola  altera

De’ prenci suoi. La  marchional corona

Fregia Tommaso, affratellato ai grandi

Ghibellini Visconti, onde Roberto                                       35

Angioin dalla sua napoletana

Splendida reggia freme: e agguati ordisce,

Impor bramando con novello prence

A’ Saluzzesi il guelfo suo stendardo.

Volgea quella stagion, quando Saluzzo                       40

Vede scemar pe’ campi suoi le nevi,

E ogni dì s’avvicendano i gelati

Estremi soffi dell’inverno, e l’aure

Che già vorrebbe intepidir l’amica

Possa del Sol, che a ricrear ci torna;                                   45

E volgeva una sera, ed a tard’ora

Entro la cara sua celletta prono

Stava orando il canuto Ugo, dolente

Che involontaria a’  preghi si mescesse

Di Staffarda pel chiostro, onde ei cingea                            50

L’infula veneranda. E benché antico

Nelle salde virtù di pazïenza

E d’umiltà, pur non potea ne’  preghi

Trovar facil quiete, anco ove miti

Talor del monaster fosser gli affanni,                                 55

Perocch’ei molte conoscea segrete

D’alti alberghi sfortune e di tuguri,

E d’innocenti peregrini oppressi;

E la mente magnanima del vecchio

Compatìa in tutti i cuori illustri o bassi                              60

Delle colpe gli strazi e quei del pianto.

Or mentre inginocchiato ei le divine

Grazie per tutti invoca, ode la squilla

Che a notte suona il vïator venuto

Alla porta ospital. Sospeso allora                                        65

Il conversar con Dio, s’alza ed appella

Un de’ laici fratelli, e «Va’» gli dice:

«Provvedi tu che all’arrivato abbondi

Di carità dolcissima il conforto,

Chïunque ei sia.»

                                  Quindi umilmente curva                   70

La nivea fronte, eccol di nuovo a’ piedi

Del Crocifisso, e nell’orar diceva:

«Or chi sarà questo ramingo? Oh fosse

Tal di que’ mesti a cui giovar potessi!»

D’accelerati e poderosi passi                                                75

D’un cavalier sonar sembran le volte;

Poscia addotto dal laico entro la cella

Viene… Elëardo.

                               «Oh amato zio!»

                                                             «Nepote,

Onde tu di Staffarda alla badia?»

Il laico si ritrasse, i duo congiunti                                  80

Si strinsero le destre, e il giovin prode

Sovra la scarna destra del canuto

Le labbra pose, ed ambe allor le braccia

Aperse questi, e al sen paternamente

Il figlio accolse dell’estinta suora.                                        85

Così il giovin comincia:  «Alto mistero

Son chiamato a svelarti.»

                                             «In me fiducia

Sai qual tua madre avesse, àbbila pari.»

«Dacchè in Saluzzo reduce son io

Dalla corte di Napoli e dal Tebro,                                       90

Poche fïate al fianco tuo m’assisi,

E assai pensieri d’Elëardo ignori.»

«E l’ignorarli mi mettea paure,

Che forse sgombrerai.»

                                         «Padre, mentita

E’ la fama che sparsa han da Milano                                 95

I perfidi Visconti incontro al vero

Proteggitor d’Italia tutta e nostro.

In benefizi alto, fedel, possente

È il regio cor del provenzal Roberto:

Ei la Chiesa vuol grande; ei de’ tiranni                               100

Flagello fia; de’ buoni prenci scampo. »

«Bada, o giovin bollente, omai tremenda

Splende la luce di quel re straniero,

Che di Napoli al serto altre aggiungendo

Minori signorie, stende sue lance                                        105

Di castello in castel, di villa in villa,

Fra’ Romani, fra’ Toschi e fra’ Lombardi,

E feudi suoi non pochi ha in Monferrato

E in piemontesi sponde. A molti egregi

Dubbia pietà è la sua sulle miserie                                      110

Delle irate, cozzanti, itale stirpi. »

«Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol una

Appalesasi speme, un sol desio

In re Roberto e nel Pastor del mondo:

Concordia vonno e giuste leggi, e freno                             115

Ad eresie, a tirannidi, a macelli;

Collegare in un patto a comun gloria

Vonno e prenci e repubbliche e baroni. »

Del supremo Pastor ferve nel petto

Ansïetà pe’ figli suoi sublime:                                              120

Il so; ma in petto di Roberto ferve

Pericolosa ambizïon.»

                                        «Tal grida

Del ghibellin Visconte la calunnia,

Ma smascherato è l’impostor. Lui regge

Ed ognor regge ambizïon! Lui preme                                125

Sete d’oro e di sangue! In Lombardia

Ei d’un mortal più non possede il core:

Sospiran ivi tutti i buoni o il braccio

Liberator dell’alemanno Augusto,

O della serpe viscontea sul capo                                         130

La folgor pontificia, e i benedetti

Brandi del re. Quanto i Lombardi omai

Da quella fatal serpe avviluppati,

Contaminati, laceri, scherniti

Non ci vediam noi Saluzzesi forse,                                     135

Dacché sposa al Marchese incantatrice

Venne Riccarda, e tracotante stormo

D’insubri cortigiani accompagnolla?»

«Figlio, ricorda ch’altre volte io seppi

Quell’ira tua sedar. Ragioni mille                                       140

Di Saluzzo il dominio alla fortuna

Stringono di Milano.»

                                        «Oggi disciolta

È l’infernal necessità.»

                                         «Che intendi?»

«Svelta alfin oggi dall’ignobil crine

Del marchese Tommaso è la corona.»                                145

«Oh ciel! Che parli? Come?»

                          «Oggi Saluzzo

E delle valli sue tutti i baroni

Mutan sommo signor: nel seggio ascende

Del marchesato… »

                                   «Chi?»

                                                «Manfredo.»

                                                                      «Un sogno,

Un sogno è il tuo: Manfredo osò la mano                          150

Stendere al serto del nepote un giorno,

Ma pochi il secondarô e giurò pace.»

«Fûr vïolati da Tommaso i sacri

vincoli della pace, e l’insultato

Manfredo sorge con diritto, e pugna.»                               155

«Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulge

di Tommaso la fede.»

                                     «Or cessa, o zio,

di compianger l’iniquo, e sostenerlo.

A quest’ora medesma in ch’io ti parlo,

Invitte squadre ascosamente tratte                                     160

Son da più lati del Piemonte, l’une

Da Savigliano e circostanti borghi

Obbedïenti al re, l’altre portando

La taurinense e la sabauda insegna:

Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerbo                                165

De’ Monferrini guelfi; e, pria che albeggi,

Saluzzo investiranno, e di Saluzzo

Da interni guelfi s’apriran le porte.»

«Perfidia tanta ah! non permetta il Cielo!»

«Manfredo, signor nostro, a te m’invia,                             170

A te ch’egli ama e venera, e possente

Crede appo Dio.»

                                 «Che vuol da me il fellone?»

«T’acqueta.»

                      «Che vuol ei?»

                                                 «Rende onoranza

A quella fama tua che in parte celi

Per umiltade, e forse in parte ignori,                                  175

Ma che sul volgo e sui baroni è immensa.

Il vigor de’ Profeti è nel tuo sguardo,

Nella parola tua, nell’inclit’opre!

Né fûr poste in obblio le ardimentose

Verità che portate hai cento volte                                       180

In nome dell’Eterno a’ piè de’ forti.

Banditor oggi te desia, te vuole

Di verità terribili Manfredo:

Vieni i Visconti a maledir nel campo,

Vieni in Saluzzo a maledirli; vieni                                      185

Tommaso a maledir, che a’ ghibellini

Fatto s’era mancipio, e il tuo ispirato

Ingegno volgi a secondar gl’intenti

Di chi protegge i popoli e il diritto.»

Balza a tai detti dal suo antico seggio                                190

Il sacro vecchio, e grida: «Oh sconsigliati!

Oh foss’io in tempo! Oh, me vestisse Iddio

Del vigor de’ Profeti un giorno solo!

Ov’è Manfredo?»

                                 «Il menan le notturne

Ombre colla invadente oste a lui fida.»                              195

«Mi si bardi il corsier» prorompe l’altro,

e mentre il laico diligente move

ad obbedir, l’illustre coppia ancora

entro la cella si sofferma, e scambia

dell’agitato alterno animo i sensi.                                       200

«Figlio, sedotto sei.  Più che a te noti

di Roberto e Manfredo i cor mi sono.

Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lieto

Di splendid’arti e cortesia sfavilla:

Lunge di là, malefico è il suo genio,                                   205

Però che illude cavalieri e volgo      

Con brame empie di guerra e di rivolta;

E mentre a chi gli sta vicino ei mostra

Amabili virtù, sparge per tutte

Le vie della penisola protetta                                               210

Superbi capitani a intimar pace,

Depretando, uccidendo e soggiogando.

Tal è il vantato amico re. Gli giova

Scemar la possa de’ Visconti, a noi

Unici grandi appoggi: ed a quel fine                                  215

Oggi stromento egli Manfredo elegge.»

«A Manfredo parlando e a’ regi duci,

dissiperassi il tuo terror. Brandite

furon le generose armi con alto,

solenne giuro d’elevar gli oppressi,                                     220

ed atterrar chi leggi ed are spregia

di chi s’avventa a qual sia guerra, è il giuro.»

«Vedrai di stirpe saluzzese egregi

baroni alzar la manfredesca insegna.»

«So che vedrovvi tra i cospicui illusi                                   225

quell’Arrigo Elïon che ti governa,

sua figlia promettendoti. Arrossisci?

Pur troppo non errai.»

                                          «Più che gli affetti,

seguir ragione e coscïenza intendo.»

Bardato del canuto è il palafreno,                                       230

E accanto ad esso scalpita il corsiero

Del giovin cavalier. Brevi l’abate

Lascia a’ monaci suoi caute parole;

Di sua man l’acqua santa lor comparte,

Li benedice, ed eccolo salito                                                235

Guerrescamente sull’arcion, siccome

Uom, che pria della tonaca ha vestita

Corazza e maglia, e nome ebbe di prode.

Stride sui ferrei cardini la porta

Del monastero, e si spalanca. Entrambo                            240

Escon gl’illustri, e su minor cavalli

Due servïenti; e soffermato resta

In sulla soglia il monical drappello,

Cui s’abboccò l’abate alla partita:

«Che fia?» si dicon con alterno sguardo                             245

Paventando sciagure, ed ignorando

Le sovrastanti stragi. Intanto s’ode

La campanella de’ notturni salmi,

E vien chiusa la porta, e traversato

L’ampio cortil, tutta la pia famiglia                                    250

Entra nel tempio e tragge al coro, e canta.

 

 

II.

 

All’ombra delle chiese oh fortunata

Pace, in secoli d’odii e tradimenti!

Ivi, mentre ne’ campi arse talora

Venian le messi, e al villanello afflitto                                 255

Il guerriero aggiugnea scherni e percosse,

E mentre in borghi ed in città i fratelli

Trucidavan fratelli, e mentre noto

Andava questo a quel castel per nappi

Di velen ministrati, e per pugnali                                       260

Vibrati nelle tenebre, e per donne

Che il geloso, implacabile barone,

Seppellìa vive delle torri in fondo,

Il monaco espïava or sue passate

Colpe, or le colpe delle stirpi inique:                                   265

E non di rado quelle sacre lane

Copriano ingegni sapïenti e miti

Stranieri al secol lor, com’ è straniero

Fra maléfici sterpi il fior gentile,

E fra cocenti arene il zampillìo                                            270

Ospital d’una fonte, e fra selvagge

Masnade un cor che sovra i vinti gema.

Intanto che a Staffarda i cocollati

Salmeggiavano in coro, e che l’antico

Ugo sul palafreno i pantanosi                                             275

Sentieri e le boscaglie attraversava,

Mossa da Moncalier, tragge a Saluzzo

Moltitudine vana e spaventosa

Di regie insegne e d’alleati, e insieme

Co’ guerrieri diversi orrende bande                                    280

Di comprati ladroni. Il sommo duce

È Bertrando del Balzo, altero e prode

Siniscalco del rege, e di Bertrando

Primo seguace è il traditor Manfredo,

Ch’entrambo i suoi fratelli sconsigliati                               285

Seco trascina alla malvagia impresa.

Giunger vonno di notte appo le mura,

Insidïate, e lor sorride speme

Ch’a suon di trombe s’apra ivi la porta.

Ma percorsa è la fama, e quando arriva                            290

L’oste a piè di Saluzzo, e dagli araldi

Si suonano le trombe, al suono audace

Interna intelligenza non risponde,

E nessun ponte levatoio scende

Degl’invasori al passo. Irte lo mura                                    295

Stan di lance fedeli, scintillanti

Al raggio della luna, e da lor grembo

Piovon sull’oste urli di rabbia e dardi;

Ed a quegli urli universal succede

Il grido popolar; — «Viva Tommaso!»                               300

Sì che Manfredo per livor si morde

Ambe le labbra, e al baldanzoso volgo

Giura dar pena d’infinite stragi,

Il Provenzal Bertrando, alma beffarda

Dell’amistà del rege insuperbita,                                        305

Quasi rege teneasi, e agevolmente

Sovr’ogn’italo sir vibrava scherni.

Prorompe ei quindi in tracotante riso,

E voltosi a Manfredo: « Ecco, gli dice,

Quel che ne promettesti universale                                     310

Amor per te de’ Saluzzesi spirti !»

Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno:

«Tutti siete così! Promesse, vanti,

Folli speranze! ed ardui indi i perigli,

Lunghe le imprese ed il mio re frattanto                            315

Per vantaggi non suoi perde i suoi prodi! »

«T’acqueta, dice con calma infinita [1]

Il fremente Manfredo; oltre poch’ore

Non dureran gl’inciampi: un solo basta

Gagliardo assalto, e il disporrem veloci. »                          320

Mentre a dispor l’assalto ardimentoso

Coopran gl’intelletti de’ supremi

E l’obbedir delle volgari turbe,

Congegnando, apprestando armi, brocchieri,

Ferrate travi e macchine scaglianti,                                    325

E tutta la pianura è voce e moto

E cigolìo di carri, e picchiamento

Di mannaie che atterrano le piante,

E stridere di pietre agglomerate,

E in mezzo alle fatiche or la bestemmia                             330

Or l’impudente ghigno, ed ora il canto.

Dentro Saluzzo non minor s’avviva

Il poter delle menti e delle braccia

Per la sacra difesa. Ignoti e pochi

Sono gl’interni traditori; e a mille                                       335

Ardono i cuori allo stendardo uniti

Del marchese Tommaso. Ei di que’ prenci

Magnanimi era, ch’ove rischio appaia,

Brillan di nova luce, e più sublime

Han la parola, e più sublime il guardo,                              340

E quasi per magìa destan ne’ petti

Della poc’anzi malignante plebe

Amor, concordia, ambizïon gentile.

Pressoché in tutte l’alme ivi oblïato

È questo o quell’error, che opposto o vero,                        345

lor gran macchia parea sovra Tommaso:

Più non vedesi in lui che un assalito

Posseditore di paterni dritti,

Un amato signor, una man pia

Che premiava e puniva e sorreggeva,                                350

E ch’uopo è conservar. Sì che la stessa

Bellissima Riccarda, onde cotanto

A’ Saluzzesi dipiacea la stirpe,

Più d’abborrita origine non sembra,

Or che il popol la vede spaventata,                                     355

Ma non già vil, dividere i perigli

E le cure del sir. La sua bellezza

Molce i fedeli armati: il suo linguaggio

Più non suona stranier, benché lombardo,

E quand’ella e Tommaso, a destra, a manca,                    340

Parlan di speme nell’accorrer pronto

Dell’arme de’ Visconti a lor salvezza,

Esultan gli ascoltanti e mandan plauso.

Al declinar di quell’orribil notte

Ugo nella invadente oste arrivava                                      345

Con Elëardo, e trasselo al cospetto

Del regio siniscalco e di Manfredo.

Alzò Manfredo un grido di contento

All’apparir del vecchio; ed a Bertrando

Lo presentò dicendo: «Or sir del Balzo,                             350

Eccoti di Staffarda il presul santo.

Colui, che per bell’opre onnipossente

Fama sul popol di Saluzzo ottenne! »

Il cor certo gli splende a questa aurora

D’un avvenir pe’ nostri patrii lidi                                        355

Più glorioso e fortunato e giusto.

Avvicinossi ad Ugo il siniscalco,

E celando nell’alma dispettosa

Il disamore e il tedio, un reverente

Foggiò sorriso, e disse: «Anco il monarca,                         360

Serba di te memoria, o illustre padre:

E qui trïonfo, non dell’arme tanto,

Che ben darglielo ponno, egli desìa,

Quanto dall’opra del tuo amico senno.»

Indi Manfredo ripigliò i motivi                                      365

A spiegar della guerra, annoverando

Frodi e stoltezze e inevitabili onte

Sul nome di Tommaso accumulate,

Perché ligio all’astuta ìnsubre possa,

Ed uopi urgenti di riparo, e prove                                      370

Che il maggior uopo a’ Saluzzesi fosse

E a tutta Italia l’umiltà d’omaggio

Di quanti erano feudi al re Roberto.

Ed Ugo ai cavalieri: «II mio suffragio

Certo sarìa per la comun concordia                                    375

Sotto uno scettro o ghibellino o guelfo,

Ma non basta d’afflitti animi il voto

Perché cessi il poter dell’ire antiche

In un popol di stirpi concitate

Ad aneliti vari e a vari lucri                                                 380

E ragioni si schierano possenti

Al mio intelletto, sì ch’io neghi al regno

D’uno straniero in Puglia incoronato

Il giunger con sua fama e co’ suoi brandi

A collegarci a reverenza e pace. »                                       385

«Pensa, o canuto, ch’alto assunto è il nostro.

Degna è di te l’aita…»

                                        «Aita bramo

Recarvi, sì: guisa sol una io scorgo. »

«Qual?»

               «Del popol agli occhi e degli armati

Intercessor presenterommi a voi,                                        390  

E per religïone ambi e clemenza

Sospenderete le battaglie, e intanto

A Napoli n’andrò. Placherò, spero,

L’augusto re; lo distorrò da impresa

Onde gli tornerìa danno ed obbrobrio:                              395

E se leso alcun dritto era a Manfredo,

Per saldi patti ei risarcito andranne. »

      «Proporne indugio alle battaglie è vano:

Impermutabil di Roberto è il cenno;

E mal vai profetando obbrobrio e danno                           400

A chi certezza piena ha di vittoria.

Solo uno sguardo a nostre schiere volgi,

E vedrai che Saluzzo oggi s’espugna. »

«Espugnarla potrete, ed il ricovro

Forse tôr del castello al vinto sire,                                       405

E prigion trascinarlo, e dalle chiome

L’avito serto marchional strappargli.

E tu, Manfredo, ornartene la fronte,

Io non ciò vi contendo; io, per l’antico

Conoscimento mio di questa terra                                      410

E degli animi suoi, sol vi dichiaro,

Che al crollar di Tommaso ardua e non ferma

Vittoria avreste. In cor de’ più, gagliarde

Son le eredate ghibelline fiamme.

Gagliarda quindi l’amistà ai Visconti,                                415

Gagliardo l’odio per le guelfe insegne.

Picciol popolo siam, ma ci dan forza

E l’arme de Visconti e il nostro ardire,

E l’indol saluzzese, aspra, selvaggia,

Che paure non piegan né sopplizi.»                                   420

«Oblii ch’io pur son Saluzzese, e mai

Non mi piegan paure. »

                                          «In te, Manfredo,

Splenda il miglior degli ardimenti: quello

D’anteporre alle gioie empie del brando

Una gloria più pia, l’amabil gloria                                     425

D’allontanar dalle tue patrie rive

Una guerra funesta!»

                                       «Altra favella

Assumi, o vecchio. Se t’e caro ufizio

Scemar l’orror d’inevitata guerra,

Sposa il vessillo mio, movi alle mura                                  430

Assedïate, i cittadini arringa,

Traggili a sottopormisi. »

                                              «Non posso!

Nol debbo! Ufizio mio giovevol solo

Esser ponno le supplici parole

E l’aprirvi, qual Dio me li palesa,                                        435

I forti avvisi. Trattenete i brandi,

E se ingiustizia fu in Tommaso, al dritto

Basteran le ragioni a richiamarlo,

Ed indi a pochi di voi, satisfatti

E glorïosi e senza ira di sangue                                           440

Benedetti da’ popoli e dal cielo,

Trarrete a vostre sedi. Ove sospinto

Da ambizïone e da rancori antichi

Tu inesorabilmente alla corona

Di Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi,                          445

E afferrarla potessi, in odio fôra [2]

il nome tuo a’ soggetti, e pur volendo,

Felici farli non potresti. Iniqua

Necessità di gelosie e vendette

Nasce da civil guerra, e l’usurpante                                   450

Non si sostien fuorché a perpetuo patto

Di timori e carnefici. E si ponga     

Che dianzi mal reggesse il prence vinto

L’esser vinto o fuggiasco, ovver sotterra,

Amicherà al suo nome i cuori molti                                    455

Che offeso avrai; s’obblïeranno i torti

Del perduto signor: s’abbelliranno

Le ricordate sue virtù. Lui spento

Sorgeran prenci astuti e generosi

Per vendicarlo, e s’anco astuti ed empi                              460

Fossero in cor, venereralli il volgo.

Giocondo sempre d’abborrire un forte,

Che per ingegno e vïolenza regni.

E a cotal colleganza d’assalenti

Quai son le forze che opporrìa Manfredo?»                      465

«Le regie forze! » esclama furibondo

il provenzal barone.

                                     «In molte guerre

Il vostro re s’avvolge, Ugo ripiglia,

E ove sia con gagliarde armi assalito

Per altri lidi, a propugnarli io veggo                                  470

Receder queste schiere, e te, Manfredo,

Veggo fremente e povero d’acciari

E tradito da’ suoi!...»

                                     Qui del profeta

Interrompon la voce i capitani.

Egli alza il Crocifisso, ed umilmente                                  475

Prega i superbi e pregali pel nome

Del Redentor. Respinto viene, e sorge

Più d’un ferro dell’oste a minacciarlo.

Scudo al monaco feansi alcuni prodi,

E fra questi Elëardo. Il santo vecchio                                  480

Di scherni non tremò, né di minacce,

E più fïate ripetè ai felloni:

— L’impresa vostra maledice Iddio!

 

 

III.

 

 

Di te, Religïon, nobile è ufficio

L’affrontare imperterrita coll’arme                                     485

Delle temute verità i superbi,

Pur con periglio d’onta e di martirio!

A quell’ufficio, oh quante volte i veri

Sacerdoti di Dio forti adempierô!

Talor sotto l’acciaro de’ violenti                                           490

Perian que’ venerandi, e talor rotti

E insanguinati e carichi di ferro

Venian sepolti in erma, orrida torre;

Né da tremendi esempi sbigottito

Era il cor d’altri santi. E se la voce                                      495

D’un’alma pura e consacrata all’are

Da iniqui prodi spesso iva schernita,

Pur non inutil pienamente ell’era:

Schernita andava, ma ponea ne’ petti

Di que’ feroci inverecondi un germe                                  500

Che forse un dì fruttava; ed era un germe

Religïoso di terrore. E in mezzo

A tai feroci petti alcun pur sempre

Ve n’avea di men guasto, a cui l’ardita

Sacerdotal, magnanima parola                                          505

Or di cospicui presuli, or d’umìli

Fraticelli, o romiti in patrocinio

Degl’ innocenti, era parola invitta

Che con pronti rimorsi il tormentava,

Sì che riedesse a carità ed onore.                                         510

      Compagno fessi al vecchio Ugo per molti

Passi Elëardo oltre al terren coperto

Da quelle schiere di crudeli armati,

Indi con grave d’ambiduo cordoglio,

Il nipote strappossi dalle invano                                          515

Tenaci braccia dell’amato antico.

   Ahi! senza pro sclamava questi: «Oh! Figlio!

qui non m’abbandonar! Più fra quell’empie

Insegne che il Signore ha maledette

Pel labbro mio, deh non ritrarre il piede.                           520

Te ne scongiuro per la sacra polve

Della mia suora, a te sì dolce madre !

Te ne scongiuro per la polve illustre

Del tuo buon genitore e de’ nostr’avi,

Che fidi cavalieri ed incolpati                                              525

Furon sostegni tutti a chi in Saluzzo

Stringea con dritto il signorile acciaro!

Esci dal laccio che al tuo core han teso

I rapaci stranieri!  A me, alla patria,

Al tuo prence ritorna. Infamia e lutto                                 530

Sta con Manfredo, con Tommaso il Cielo!»

Udìa Elëardo il prolungato grido

Del supplice canuto, ed il veloce

Corso intanto seguìa. Ma benché sordo

Paresse e irriverente, a lui quei detti                                   535

Eran quai dardi all’anima commossa,

E vïolenza a sé medesmo ei fea

Non fermando il suo corso, e non volgendo

­Il piè per rigettarsi alle ginocchia

Del caro supplicante. Il pro’ Elëardo                                  540

S’ostinava per varii ignoti impulsi

A ritornar fra i collegati duci,

Cercando creder ch’ei virtù seguisse,

Ed Ugo fosse un tentatore, un cieco

D’errori amico. Intende il cavaliero                                    545

Ad ogni vil tentazïon lo spirto

Incolume serbare: idolo intende

Virtù, virtù, non larva farsi alcuna!

Virtù vuol ravvisar, virtù secura

Nelle giurate splendide fortune,                                          550

Che il re Angioino a’ Saluzzesi e a tutta

La penisola appresta. Ei quel monarca

Ed i suoi capitani, e più Manfredo

Vuol reputar veraci eroi. Ma pure...

Ad onta del proposto, il sen gli rode                                   555

Nascente dubbio irresistibil. Cela

Questo dubbio, ma il porta, e così giunge

Turbato, afflitto ai Manfredeschi brandi.

A molti il cela, sì, non a se stesso;

E ondeggia alquanto indi neppur celarlo                           560

Può al genitor della donzella amata,

Guerrier, cui lo stringea più che ad ogn’altro

Pia reverenza. E sì gli parla:

                                                  «Oh Arrigo!

Appartiamci, m’ascolta: allevïarmi

D’occulta angoscia non poss’io, se teco                              565

Non ne ragiono come a padre.»

                                                        Il fero

Barone attento il mira, e con presaga

Severità: «Vacilleresti?»

                                          «Lievi

Estimar bramerei del venerando

Ugo le voci, e non so dirti quale                                          570

In siffatte or benigne or fulminanti

Parole di tant’uom, che onoro ed amo,

Splender raggio tremendo oggi mi paia!

Aggrotta il ciglio Arrigo, e l’interrompe:

«Bada, Elëardo, che al rischioso passo,                              575

Dopo lungo pensar ci risolvemmo;

Or paventar nel cominciato calle

Obbrobrio fôra.»

                             Ma, sebbene Arrigo

Al giovin cavalier biasmo gettasse,

Non men del giovin si sentìa colui                                      580

Perturbato nel cor, per l’ardimento

Del fatidico abate, e nel futuro

Nubi scorger pareagli atre e sinistre.

Dissimulava non pertanto, e saldo

Stava come mortal che da gran tempo                              585

Il proprio senno e i propri fatti adora:

Tal era truce Arrigo: ei mille volte

Morto sarìa, pria che mostrarsi in gravi

Opre dapprima certo, indi esitante.

Il ferreo vecchio avea ne’  precedenti                            590

Anni, coll’inquïeta ed iraconda

Sua desïanza di giustizia e gloria,

E col non mai pieghevole intelletto

Molti alla corte di Tommaso offesi.

L’esacerbaron quelli, ed egli volse                                      595

L’animo suo segretamente a’ Guelfi

Ed a Manfredo, ivi lor duce occulto.

Parve a Manfredo egregio esser acquisto

L’amistà di tal forte, incanutito

In severi costumi; e scaltramente                                        600

Il seppe avvincolar con dimostranze

Di sommo ossequio, alfinchè il guelfo volgo,

Affidato d’Arrigo alla canizie,

Argomentasse tutti esser maturi,

Tutti esser giusti gli audacissimi atti                                   605

Cui Manfredo appigliavasi. Ah! d’Arrigo

La canizie coprìa pochi pensieri,

Benché gagliardi,e quell’ardito prence

Consigli non chiedea, ma obbedienza.

Arrigo sé medesmo in alto pregio                                       610

Reputa nella mente di Manfredo:

E lui si crede necessario, e spesso

Immagina que’ dì, quando in Saluzzo

Dominerà quel nuovo sire, ed ivi

Migliorate n’andran tutte le leggi.                                      615

Giubila e fra sé dice: «A tanto bene

Della mia patria io dato avrò l’impulso:

Io sono il genio di Manfredo ! Io lui

Illuminato avrò ! Tener lontana

Saprò da lui l’adulatrice turba,                                           620

E gli ottimi innalzar ! Beneficate

L’adoreran le Saluzzesi terre,

Ma unito al nome suo splenderà il mio! »

Sì grande speme ad Elëardo egli apre,

Voglioso d’infiammarlo. Il giovin ode,                               625

Ma sospettoso e mesto, indi ripiglia :

«Rimaner con Manfredo obbligo è nostro,

S’egli mantenitor delle più sacre

Fra le promesse, non vendetta anela.

Ma podestà di padre, e di supremo                                    630

Difenditor de’ nostri antichi dritti.

Ché s’egli, come d’ Ugo oggi è temenza,

Sol esca avesse ambizïon ed ira,

E gettasse la larva, e m’apparisse

Malefico signor, oh ! apertamente                                      635

Gli disdirei servigio, e a cielo e terra

Confesserei ch’io per error lo amava ! »

Del magnanimo detto d’Elëardo

Stupisce Arrigo, e corrucciato esclama:

«Supposto indegno è il tuo! Pensa che solo                        640

A impermutabil, vero animo guelfo

Sposo n’andrà dell’inconcusso Arrigo

L’obbedïente figlia ! »

                                        Il disdegnoso

Vecchio si scosta, e resta ivi solingo

Col suo dolore, e colla sua turbata                                      645

Ma non corrotta coscïenza il prode

Amante cavalier.

                               «Volli del giusto

Seguir la insegna, e voglio: in me desio

Altro capir non potrà mai ! Sospetti

Sol mi ponno assalir che non qui sorga,                             650

Non qui del giusto la bramata insegna.

E se ingannato mi foss’io? Se falsi

Scorgessi i dritti di Manfredo? Ligio

Ad armi inique ratterrìami forse

Perfido orgoglio? O ad armi inique ligio                           655

Mi ratterrìa questa laudevol fiamma

Che in petto chiudo per Maria, per tale

Che tutte illustri damigelle avanza

In bellezza e virtù? Mi farei vile

Per ottener la mano sua? Non mai!                                    660

Amarti debbo degnamente, o donna

Di tutti i miei pensier; debbo onorarti

Ogni virtù seguendo e suscitando,

S’anco per onorarti, ah ! il più crudele

Mi colpisse infortunio, e te perdessi ! »                               665

Del maggior tempio di Saluzzo all’alto

Vertice non lontan erge le ciglia,

E curvando ei lo spirto anzi alla croce

Che colassù sfavilla, al Signor chiede

Lume a scernere il vero e a praticarlo.                                670

Il divin lume balenògli e crebbe

Al guardo suo ne’  dì seguenti alcuna

Non vedendo in Manfredo esser pietosa,

Verace cura nel funesto assedio

Di tutelar gli oppressi e vendicarli,                                     675

Mentre la invaditrice oste pe’ campi

S’andava ad ogni infamia iscatenando.

A tutelare o vendicar gli oppressi

Bensì Elēardo qua e là correva,

Ma non di lui bastanti eran gli sforzi,                                680

Né bastanti gli sforzi erano d’altri

D’animo pari al suo cavalleresco,

Che insiem con esso or s’avvedean fremendo

Quanta in Manfredo e ne’ fratelli suoi

Ed in Bertrando, e nelle rie caterve                                     685

Indol, non già d’amici eroi si fosse,

Ma d’impudenti ladri e di nemici.

Insin dal primo giorno i brandi iniqui

Della straniera turba entro innocenti

Tugurii sparser miserando affanno.                                   690

Qui sgozzarono vergini inseguite,

Là genitori che all’amate figlie

Difensori si fean. Volge ma indarno

La sua voce imperterrita Elēardo

Or a questo or a quel de’ condottieri.                                 695

Il siniscalco move il capo e ride,

E Manfredo le accuse ode in silenzio,

Guarda le torri di Saluzzo, e sembra

Dir: — Che mi cal d’iniquità e di pianto

Purché in breve là entro io signoreggi?                              700

Vengono a tutta la contrada imposte

inaudite gravezze, e ad ogni adulto

Leggi s’intiman sì ch’ei giuri ossequio

Al marchese novel. L’abbominato

Giuro negavan molti; indi tremende                                  705

Carnificine a spegnerli, ed i tetti

Diroccati e consunti dalle fiamme,

E borghi interi in cenere ed in sangue !

Fama nel campo giunge aver Lunello,

Antico sir di Cervignasco, il giuro                                       710

Negato agl’intimanti, e colà sorta

Esser numerosissima una plebe

A difender quel sir. — Temono i duci

che di Lunel la resistenza esempio

Ad altri arditi feudatari avvenga,                                       715

Ed invian fero stuolo a Cervignasco,

Che tutto abbatta, e in ogni dove insegua

Il valoroso sire, e in brani il faccia.

Consanguineo Lunello è d’Elëardo,

Ed il giovin l’amava. Ahimè : non puote                            720

Questi il cenno arrestar, ma prontamente

Scagliasi dietro all’orme de’ ladroni;

E moderarli spera, o spera almeno

Sottrarre agli omicidi i cari giorni

Del congiunto barone e de’ suoi figli,                                 725

O almen  [3] d’alcun di loro. Ah! Dalle spade

Distruggitrici invaso, saccheggiato,

Pieno di stragi è il borgo. Il pro’ Lunello

Ferito fugge, e a stento si ricovra

All’ombre sacre d’una chiesa, e seco                                   730

Tragge l’antica moglie e le sue nuore

E i lattanti nepoti. Ecco nel tempio

I sacrileghi brandi! ecco all’altare

Abbracciate le vittime! Elëardo

Entra, s’inoltra, grida. I truci colpi                                      735

Eran vibrati!  A’ piè di lui nel sangue

Stramazzando Lunel, queste supreme

Voci mettea: «Se tu Elëardo sei,

Non prestar fede al rio Manfredo; imìta

L’esempio mio; pria che avvilirti, muori! »                        740

      Dato alla chiesa il guasto, escon gli armati

In cerca d’altre prede, e fra que’ morti,

Appo quell’ara, in disperata angoscia

Resta Elëardo, e piange e urla e i crini

Dalla fronte si strappa. Oh! chi l’afferra                             745

Gagliardamente per un braccio e parla?

Il presul di Staffarda. Il qual veniva

Di Lunel suo cugino ai dolci alberghi,

Ed impensata vi trovò battaglia

Ed orribile eccidio, e dalla fama                                          750

Venne sospinto ai sanguinosi altari.

Il braccio afferra del nipote, e dice

Con autorevol grido:

                                     «O sciagurato,

Non di lagrime è d’uopo in queste colpe,

Ma di nobil rimorso! A me la cura                                      755

Lascia di queste miserande spoglie

Di giusti da feroci armi sgozzati,

E volgi ad opre valorose. Espia

Il breve tuo delirio: appella, aduna,

Suscita i forti delle valli. Insieme                                         760

V’avvincolate con possenti giuri:

Pio ghibellino ridivieni, e pugna. »

Abbracciò il giovin cavalier le piante

Del magnanimo zio. Questi con forza

Lo rialzò, gli ripetè il comando,                                          765

Gli mostrò i consanguinei trucidati,

E il rosso altare e le spezzate croci;

Raccapricciò Elëardo, il cor gl’invase

Lampo di speme, si riscosse e sparve.

Che avvien di lui, mentre lo zio infelice                        770

Riman nel tempio e fra dolenti voci

D’alcuni inconsolati villanelli

E di pietose donne, a tanti uccisi

D’ultima carità rende gli uffizi?

Straziato Elëardo dal conflitto                                       775

De’ sinistri pensieri, asceso in sella

Simile a forsennato errò per vie,

Per prati e per arene di torrenti,

Chiedendo a sé medesmo e al ciel chiedendo

Che fare ormai dovesse. Un forte impulso                         780

L’agitava, e diceagli ad ogni istante

D’obbedir senza indugio ai sacri detti

Del morente Lunello e ai detti d’Ugo,

Ridivenendo ghibellin. Ma in coro

L’astuto angiol del mal gli rinnovava                                 785

Quel lusinghiero dubbio: «E se agli scempi

Inevitati di que’ giorni atroci,

Che forse gettan falsa ombra maligna

Sul benefico intento di Manfredo,

Succedesser davvero inclite prove                                       790

D’alto senno in Manfredo e di giustizia

Sì che alla patria giovamento e lustro

Per lunga età tornasse? Impresa egregia

Senza olocausti non compìasi mai.

Né per questi dar loco a terror debbo                                 795

L’alma del forte, a giusta gloria inteso. »

Così fra le incertezze e le speranze

E i rimbrotti del cor riede Elëardo

Delle masnade assedïanti al campo.

 

 

IV

 

Miseramente ricca è d’infinite                                       800

Fallaci industrie coscïenza, i cari

Proponimenti ad abbellir, pur quando

Luce severa di ragion li danna.

Ma chi d’iniquità volenteroso

Per l’infame sentier non move il piede,                              805

Sente per quel sentier, sebben cosparso

Da inferne mani di stupendi fiori,

Un ribrezzo frequente, un indistinto

Fetor che si frammesce a que’ profumi,

Ed il ferma e il sospinge ad arretrarsi:                                810

Simili a que’ timori innominati

Che invadon ne’ deserti il buon destriero,

S’ivi non lungi s’accovaccia il tigre,

E simile a que’ taciti spaventi

Che fanno impallidir la verginella,                                     815

Quando in sembiante d’uom che di bellezza

Adorno splende, ella ravvisa ignoto

Lineamento, o non so qual favilla

Nel sorridente sguardo, e non so quale

Moto di labbro che le dice: «Trema ! »                               820

In que’ presaghi palpiti d’un core

Ch’è vicino al periglio, o per potenza.

Misterïosa se n’accorge e guata,

V’è la voce di qualche angiolo amante

Che tutti sforzi a pro dell’uomo adopra;                            825

V’è la possa d’Iddio che lume sempre

Bastevol dona a illuminar suoi figli.

Vane di coscïenza in Elëardo

Son le fallaci industrie: ei sulla fronte

Porta il corruccio di talun che vive                                     830

Fra scoperti ribaldi, e più li mira,

Più inorridisce; e nondimen vorrebbe

Insensato scusarli e amarli ancora.

Oh come trista di quel dì esecrando

Giunse la sera, e qual più trista notte                                 835

Agitò ognun che, pari ad Elëardo,

Alti e pietosi sensi ivi serbasse !

Ma la dimane di quel dì purtroppo

Sorge peggior ! Repente una perfidia

Entro le mura di Saluzzo avvenne,                                    840

Che affrettò la caduta. In varii alberghi

Scoppian incendi orribili ed il volgo

De’ cittadini si sgomenta, accoglie

Di calunnia le voci. Un grido s’alza

Esser Tommaso degl’incendi autore,                                  845

Affinchè al buon Manfredo omai vincente

Nulla Saluzzo fuorché cener resti.

Da poche mani congiurate i fochi

Erano stati per le soglie accesi,

E poche fûr le labbra che dapprima                                   850

Spargere osarô il grido abbominoso.

Ma frenesia nel popolo s’appiglia,

E ratto si moltiplica il pensiero,

Esser Tommaso un barbaro oppressore

Abborrito dal ciel. Lui benedetto                                        855

Asseriscon invan con generosa

Gara i ministri delle chiese e i sempre

Pacificanti Francescani, e il colto

Stuol di color, che stretti avea la legge

Di Domenico santo all’esercizio                                          860

De’ forti studi e della pia parola.

Benefiche potenze eran que’ frati

Sullo spirto de’ popoli, e sovente,

In tai secoli d’impeti e di sangue,

Ma di gagliarda fé, coi gonfaloni                                        865

Di Francesco e Domenico a feroci

Animi imponean calma e pentimento.

Ma spuntano ai viventi ore talvolta

Di contagiosa irrefrenabil rabbia,

E sotto ore sì infauste debaccava                                        870

Del Saluzzese popolo assai parte.

Dal difuori frattanto a que’ momenti

Ecco irromper l’assalto ! ecco le mura

Scalate, superate ! ecco Tommaso

Astretto a ceder le abitate vie,                                             875

A salir frettoloso all’alta rocca

A lui ricovro ed a’ suoi cari estremo !

Non eccelsa metropoli prostrata

Da infinite falangi era Saluzzo,

Né suoi dolor furô soggetto a carmi                                   880

Di stupefatte illustri nazïoni,

Ma fûr sommi dolori ! E li divise

Quel Jacopo da Fia, che vergò in forti

Carte la storia del tremendo eccidio.

Ah, inorridisco in leggerle, e m’ispiro,                                885

Io tardo trovatore, al mesto canto !

La fella di Manfredo anima irosa

Crucciavan nuovi aneliti a vendetta,

Perocché a’ piedi suoi sotto le mura

Fracassati da travi e da macigni                                         890

Dianzi veduti alcuni cari avea.

E fra loro un fratello, il più diletto

De’ prodi e truci due degni fratelli.

In ogni vinto armato cittadino,

Ed anco negl’inermi e ne’ vegliardi                                    895

E nelle donne stesse, il furibondo

Immaginava la nemica destra

Ch’orbo l’avea di quel fratello, e tutti

Ei sterminati indi l’avria. Frenava

Il proprio acciar, ma non frenava quelli                             900

Della briaca moltitudin varia

Ivi con esso a imperversar prorotta.

Rifugge l’estro mio dalla pittura

Degl’inauditi singolari strazi

Che segnalâr quel giorno. Oh varie e stolte                       905

Speranze de’ domati ! oh retrospinte

Preghiere fervidissime, innalzate

Da’ miseri che proni eran nel sangue

De’ figli loro o nel fraterno sangue !

Oh giustamente non curati applausi                                  910

Della stolida feccia scellerata

Che menar volea festa ai vincitori,

Liberator chiamandoli, e mandati

A raddrizzar tutti i plebei diritti !

Oh inutil congregarsi trepidando                                       915

Di lagrimose vergini e di madri

E di fanciulli anzi ai predoni infami,

Ricordando a costoro i dolci nomi

Di pietà, di giustizia, d’ innocenza!

Oh ingiurie non dicibili ! Oh colpiti                                    920

Dalle scuri sacrileghe gl’ingressi    

Di più case di Dio, dove sgozzati

Cadono antichi sacerdoti, e gioco

Reliquie vanno e sacri vasi ai ladri !

Tutto è dileggio e rubamento e morte.                         925

Intero un giorno e la seguente notte,

E già parte dell’armi e de’ congegni

Ratta si volge ad investir la rocca.

Magnifico sorgea d’aprile un sole,

E delle pompe di sì splendid’astro                                      930

raccapricciaron di Saluzzo i vinti,

Lor macerie e cadaveri mirando,

Quand’ a lor s’apprestâr novelle ambasce.

Clangor repente innalzasi di tromba,

E nel nome abborrito di Manfredo                                     935

Gridan gli araldi questo atroce bando :

«Esser giusto gastigo al contumace

Popol de’ ribellanti soggiogati

Ch’ivi su pietra più non resti pietra,

E irremovibilmente or quel gastigo                                    940

Compiersi pria che il sol giunga all’occaso,

Ma perdonata andare ancor la vita

Ai puniti felloni, e per clemenza

Che maggiormente moderi il flaggello,

Concedersi ad ognun portarsi seco                                     945

Qual ch’egli serbi di tesori avanzo. »

Tal legge uscita, il raddoppiato pianto

Chi dirìa degli oppressi? A que’ lamenti

Inesorata del tiranno è l’alma,

Inesorata al supplicar di molti                                             950

Infra i suoi cavalieri e d’Elëardo:

Forz’è ch’ogni abitante i cari tetti

Sgombri innanzi la sera, e chi sa dove

Ramingo vada. Non v’è tempo a indugi,

E vedi con sollecito, confuso                                                955

Moto d’alme avvilite e disperate,

Fra i singhiozzi e fra gli urti incominciarsi

L’infelice spettacolo. Agl’infermi

Ed agli avi decrepiti sostegno

Fansi gli adulti d’ambo i sessi, e cinte                                 960

D’adolescenti e pargoli e lattanti

Collagrimar vedi le donne. Ognuno

Che già d’averi non sia privo, or seco

Gli ultimi tragge vestimenti e arredi.

Di sì misera vista i vincitori                                                 965

Gioiron crudelmente, insin che tutta

Fosse la turba delle case uscita.

Frodolento il decreto era a sol fine

Di scovrir se ricchezza aveavi ancora

Che al saccheggio primier fosse sfuggita.                          970

Or poiché tutti di lor robe carchi

Furono i cittadini, il rio Manfredo

Misericorde spirito ostentando,

Disse che rasi non andrian gli ostelli,

Ma diè barbaro cenno alle coorti                                        975

Che assalisser la turba, e d’ogni spoglia

La derubasser. Così il vil tiranno

Suoi debiti solveva ai masnadieri,

Che a quel regno di sangue aveanlo alzato.

L’inverecondo estremo predamento                                   980

Desta a furor gli sventurati. Allora

Più non resiste agl’impeti possenti

Del suo sdegno Elëardo: «Io m’ ingannai,

Alto grida fra il popolo: io sognava

Esser Manfredo della patria padre,                                    985

Usurpator mi s’appalesa infame !

Con lui rompo ogni vincolo, al cospetto

Di voi, di lui medesmo ! »

                                            Intorno al prode

Cento gagliardi giovani un celato

Ferro traggon dal seno, ed ai nemici                                  990

Tolgon con forza l’arme, e questo pronto

Saluzzese drappello osa brev’ora

Sperar prodigi. Orribile, ostinato

Combattimento per le piazze ferve,

E più fïate incontrasi Elëardo                                              995

Coll’iniquo Manfredo, e mescolati

Sono i lor brandi valorosi indarno.

S’incontrano Elëardo e Arrigo pure,

E quei più volte può svenare il vecchio:

Ma con affetto filïal lo sparmia,                                          1000

Benché Arrigo lo imprechi. Alfin dal troppo

Numero sopraffatta è l’animosa

Schiera de’ cento, e arretra, e quasi intera

Esce fuor delle mura, ed inseguita

Viene per la campagna, infin che l’ombre                         1005

Delle selve la involano ai crudeli.

Intanto agli occhi di Saluzzo un nuovo

Si compiva infortunio. In man degli empi

Cade la rocca stessa; e prigioniero

Indi co’ dolci figli esce Tommaso,                                       1010

E tratti van gli sciagurati illustri

In carceri diverse. Alta ventura

Ancor si fu che in piena sua balìa

Non li avesse Manfredo: ei li avrìa spenti.

Il fero siniscalco uman s’è fatto,                                          1015

Sì perché non abbietto era il suo cuore

Sì perché astutamente al rio Manfredo

Volea serbar temuto un avversario.

E sì perch’ egli al generoso senno

Ed alle scaltre previdenze unìa                                           1020

Non leve sete d’oro: immenso chiede

Pel vinto sir riscatto ai ghibellini.

Ma che diss’ io, nel provenzal barone

Immaginando non abbietto il core?

Qual fu pietà la sua, mentre di scherni                              1025

Osò abbevrar fuor di Saluzzo, ai piedi

De’ trïonfati muri, innanzi a tutte

Le invereconde vincitrici squadre,

L’illustre prigionier, lui dichiarando

Spoglio di signoria? Lui dividendo                                     1030

Da’ lagrimosi tenerelli infanti

Che al sir d’Acaia fûr commessi e tratti

Di Pinerol nella superba rocca?

L’infelice Tommaso a sorso a sorso

D’amara prigionia sorbì la tazza,                                       1035

Prima in Cardeto brevi dì, poi chiuso

Di Savigliano entro il castel, poi tolto

Maggiormente alla vista de’ mortali,

E seppellito in solitaria torre,

Di Pocapaglia sovra l’erta cima,                                         1040

Indi levato da quel forse troppo

Mal securo deserto, e fra le mura

Di Cuneo inespugnabili nascoso.

Non sì tosto compita, ahi! di Tommaso

Fu la caduta dall’avito seggio,                                            1045

Volò del tristo avvenimento il grido

Pe’  saluzzesi piani e per le balze,

E l’intese Elëardo entro a’ suoi boschi.

Disconfortati allora esso e i compagni,

Depongon le arditissime speranze                                      1050

Accarezzate nella prima ebbrezza,

O se tutti non vonno appien deporle,

In avvenir remoto, indefinito

Le vagheggiano omai. Con ripetuti

D’ amicizia fra loro e di costante                                        1055

Cor ghibellino dolci giuramenti,

E con dolor s’abbracciano bagnando

Di lagrime fraterne i forti petti,

E chi per questa sponda e chi per quella,

A diverso destin ciascun si trae.                                          1060

 

 

V.

 

O fra i più strazïanti umani affanni

Quella di non perversa alma che rea

Ad un tratto si tiene, ove sciagure

Piovon non tanto sulla sua cervice,

Quanto sulle cervici de’ suoi cari                                        1065

E dell’intera patria sua, ch’ei vede

Agonizzar, né può recarle aita!

E più quando quell’alma in suoi terrori

Disamata s’estima, e disamata

Da tal cuor ch’era suo! da tal diletto                                   1070

Cuor che per sempre ei scorge ora perduto!

Così da lunge qua e là mirando

E pensando a Maria, come colui

Che vedovato delle sue pupille

Pensa a quel sol ch’ ei non vedrà più mai:                         1075

Giunge di nottetempo alla Badia

D’Ugo il nipote, e chiede ivi l’ingresso.

«Dov’ è lo zio? »

                              «Signor, finiti dianzi

Erano i salmi, ed ei restò nel tempio. »

«Colà n’andrò. »

                              «Perturberesti forse                                1080

Le più calde sue preci. Odi, ti  ferma. »

A tai voci non bada il cavaliero;

Ed il portico varca, e l’ infrapposto

Varca esteso cortile, e al tempio move.

Apre la porta, inoltrasi tremando,                                      1085

E della sacra lampada al pallore

Scorge prostrato il solitario antico

Appo l’altar. Questi repente s’alza

Al rimbombo dei passi.

                                          «Olà chi sei?

Assaliti siam noi dalle masnade                                          1090

De’ traditori? Oh che ravviso? Oh iniquo!

Tu nella casa del Signor? T’arretra:

Tinto di sangue cittadin tu vieni. »

Sino all’ ingresso s’arretrò Elëardo,

Confuso, esterrefatto, e dalle fauci                                      1095

Mettea supplici grida. Alfine a’ piedi

Dello zio inginocchiossi, e in abondanti

Lacrime ruppe; indi a’ singulti amari

Impose freno, alzò la fronte, e disse:

«Uomo di Dio, non maledirmi ancora;                              1100

Porgi a mia strazïata anima ascolto! »

«Che di Saluzzo avvenne? »

                                                  «Ell’ è caduta!

Saccheggiata! arsa! »

                                    «Che del sire avvenne? »

«Trascinato è prigion. »

                                          «Qual i pensieri,

Quai sono i fatti di Manfredo? »

                                                        «Orrendi! »                   1105

«E il proteggente provenzal vessillo? »

«Esulta negli oltraggi e ne’ delitti! 

E l’empio figlio di mia suora il brando

Rotò per lor! »

                          «L’infame brando io ruppi

E qui vengo ad ascendere a’ viventi                                   1110

La mia vergogna. E per quell’ ara santa

Giuro che illuso fui! Giuro che guerra

Credei seguir magnanima, e salute

Alla patria recar! Mi si è svelata

L’ipocrit’ alma di Manfredo alfine:                                     1115

Al par di te sue perfid’ opre aborro,

E disdico mie stolte ire nutrite

Contro alla signoria ch’ oggi è crollata,

E per Tommaso prego Iddio! e lo prego

Che gli susciti vindici possenti,                                            1120

Sì che il traggan di carcere, e le insegne

Espulsino straniere, ed ei risalga

Al seggio avito, e il patrio suol conforti! »

«Oh Elëardo! Figlio! [4] Àlzati; al Cielo

Chi delle colpe si ricrede è caro.                                          1125

Piangi fra le mie braccia il breve fallo,

E nobile fidanza indi ripiglia. »

«Unica posso una fidanza accôrre

Dopo tanto error mio; posso divina

Misericordia chiedere e sperarla,                                        1130

Ma lontano dagli uomini, ma scevro

D’ ogni gloria del mondo. Io tutto perdo

Ciò che più sorrideami, e affronto l’odio

Del padre stesso dell’ amata donna!

L’odio di lei medesma! Alle terrene                                    1135

Cose son morto, seppellir qui voglio

Tra penitenti angosce il nome mio! »

«Monaco tu? Vera sarebbe questa

Vocazïon del Re del Cielo?... »

                                                   « Ascolta,

Ugo, non contrastar; non muover dubbio                         1140

Sulla chiamata che a me volge Iddio.

Onor, dover m’astringono a deporre

L’armi impugnate pel tiranno, e questa

Ritratta  mia decreto è che per sempre

A me toglie la vergin ch’io adorava!                                   1145

Dopo tal sacrificio, il mondo spregio;

Più non resta per me che o disperata

Morte, o d’un chiostro il confortato pianto.»

«Figlio, se così scritto è dall’Eterno,

Così sarà. Ma intanto a me l’Eterno                                   1150

Pon nell’alma un consiglio: odi e obbedisci.»

«Fede ti presto: obbedirò. »

                                              «Disdici

Con voci ed opre apertamente il rio

Vincol che ti stringeva agl’invasori.

Gloria rendi al diritto: offri il tuo sangue                            1155

Pel patrio suolo. Ingegno è braccio al sire

Che oppresso giace e salvatori chiede,

Generoso consacra. Eccita i forti,

I deboli rincora, e lor rammenta

Che speranza e virtù prodigi ponno. »                               1160

Arrossiva Elëardo, impallidiva

A questi detti, ed arrossìa di novo,

E balbettava: «Obbedirò, ma... »

                                                         «Tronca,

Gli disse il vecchio, ogni esitanza, e parti.

Servi al tuo prence ed a Saluzzo. »

                                                           «Come? »                 1165

«Volgiti a Dio; t’ispirerà. T’adopra

Sì che, per gara de’ baroni, l’oro

Di Tommaso al riscatto or si fornisca:

Scuoti la possa dei Visconti, scuoti

I nostri prodi. Combattete: egregio                                     1170

Acquista un loco tra vincenti, o muori! »

«Ch’io snudi il ferro, e di Maria nel padre

Forse mi scontri, e di svenarlo io rischi?

Troppo, troppo dimandi. A me bastante

Sforzo è perder Maria, qui seppellendo                             1175

I giorni miei fra lagrime e rimorsi. »

«Più degna del Signor, dopo alti fatti

Riporterai qui la tua fronte, io spero,

E non che il padre di Maria tu sveni,

Di salvare i suoi dì forse avrai campo ! »                            1180

Profetici parean gli atti, gli sguardi

E la voce del vecchio. E ciò dicendo

Forte afferrò la destra d’ Elëardo,

E dalla porta appo l’altar lo trasse.

Ivi dalla parete una pesante                                                1185

Antica spada sciolse, e a lui: «La spada

Quest’ è che strinsi in gioventù, e di sangue

Saracin l’abbeverai, prendila e pugna

Com’io pugnava per fratelli oppressi. »

Elëardo s’infiamma: il sacro ferro                                 1190

Prende, snuda, lo bacia, il pon sull’ara:

Attesta Dio che il roterà sugli empi;

Le preci implora del canuto e parte,

E quand’ei fu partito, Ugo prostrossi

Novamente nel tempio e pel nipote                                    1195

Orò gran tempo, insin che all’altro ufficio

Mosser vèr l’alba in coro i cenobiti.

Allora il santo abate al pio drappello

Disse: «Pregate per Saluzzo ! »

                                                       E pianse;

E diè contezza dell’orrenda guerra;                                    1200

Ed i monaci in cor si rammentarô

Parenti e amici e lagrimarô anch’essi.

Pregaron per Tommaso e pe’ suoi fidi,

E pregarô altresì per gli oppressori.

Solo Iddio supplicando a spodestarli                                  1205

Della vittoria che li fea superbi.

 

 

VI.

 

In popol da civil ire diviso

Speranza poca è di salute, allora

Che sol gagliarde fervono le incaute

Anime giovanili, intente a côrre                                          1210

Bella sognata, non possibil palma,

Mentre dalle canizie intorpidito

Vacilla il senno, sì che norma e freno

Agli audaci inesperti alcuna sacra

Fronte non sorge di guerriero antico.                                 1215

Mancanza tal di celebrato prode,

Che vero prode alla sua patria splenda,

Nel colmo avvien de’ tralignati tempi,

E lunga indi stagion regna di pazzo,

Sanguinoso dominio e d’anarchia,                                     1220

Molteplice opra di fanciulli eroi,

Fintanto che spossati e fatti vili

Piegano il collo a tranquillante giogo.

Non a tal segno eran corrotti i giorni

Di Saluzzo ch’io canto, abbenché tristi.                             1225

Gioventù inferocìa, ma valorosi

Vecchi brillavan su’  [5] crescenti ingegni

Per nobil fama di bontà e prodezza.

Fra tai canuti un prence grandeggiava.

E Giovanni era, l’invincibil sire                                           1230

Dell’alte torri di Dogliani. Ei nato

All’avo di Tommaso era fratello,

E niun de’ feudatari dominanti

S’agguagliava a Giovanni in virtù schiette

D’amico e padre e leal servo a quelli                                  1235

Che abbisognavan di consiglio o scampo.

In dì lontani ei superava i mille

Cavalieri compagni in patrie pugne,

Ed in pugne oltremar sotto il vessillo

De’ campioni di Cristo: or men robusto                             1240

È il braccio suo, ma pronta sempre e forte

La intelligenza e immacolato il core.

Grande è la  fé del venerato prode

Pel suo nipote or prigionier, ch’egli ama

Siccome dolce padre ama il suo figlio.                               1245

E ad un tempo siccome un pio guerriero

Ama il signor cui vassallaggio debbe.

Giovanni con baroni altri devoti

A ghibellina parte ed a Tommaso

S’adopravan solleciti, sì ch’oro                                            1250

Adunar si potesse, e adunar gemme,

Al fine urgente di comporre il chiesto

Spaventoso tesoro, onde al marchese

E a sua progenie libertà riedesse.

Un dì alle sale di Dogliani avea                                     1255

A non lieto convito egli parecchi

Fervidi amici accolto, a consultarsi

Coi lor fidi intelletti e a stimolarli,

Prodigando con bello accorgimento

Lodi e parole di speranze e preghi.                                     1260

Dopo la mensa i congregati forti,

Nel bollor de’ pensieri e de’ colloqui,

Facean di voci rintronar le auguste,

Adornate di ferri alte pareti,

Allor ch’entrò il valletto d’armi, e nunzio                           1265

Fu dell’arrivo d’Elëardo.

                                            Al nome

D’Elëardo s’aggrottano le ciglia

De’ ghibellini.

                                  «Ingresso entro tue mura,

Darai, Giovanni, all’arrogante guelfo? »

«Venga il fellon. Certo, Manfredo il manda:                     1270

Udirlo giova. »

                            Non sapeano alcuni

Infra quei generosi fremebondi,

Ch’Elëardo si fosse un di coloro,

I quai, vedute l’ultime rapine,

Disperata battaglia avean con gloria,                                 1275

Benché indarno, arrischiato entro Saluzzo.

Ei nella sala addotto vien. Severo

Salutevole cenno, appena a lui

Movon gl’irati ghibellini.

                                           «Donde

Tu, guelfo, a me ?»

                                  «Sir di Dogliani, al cielo                     1280

Piacque arricchir le avite mie castella

Di non lieve tesor. Vedi tal borsa,

E orientali perle ed adamanti,

Che saranno alcun che, perché s’affretti

Dell’infelice signor mio il riscatto. »                                    1285

«Che veggo? Agli occhi miei creder poss’io?

Tu che a Manfredo !... »

                                          «A lui sacrato ho l’armi

Credendol pio liberator: lo vidi

Menzogner e tiranno, e gli ho disdetto

Il non dovuto mio servigio. »

                                                    Ai torvi                              1290

Cavalieri asserénansi le fronti:

Esultan: cingon l’arrivato prode,

Gli stringono la destra, e per quegli ori

Da lui recati, soverchiare omai

Veggon quanto al riscatto era mestieri,                              1295

E benedicon Dio.

                                  Quel dì medesmo

Andò il sir di Dogliani al regio campo:

La libertà ricomperò del prence

E de’ figli di lui; volaron messi

A Cuneo, a Pinerolo: e nel seguente                                   1300

Giorno redenti uscirono il felice

Padre da’ torrion che il Gesso bagna,

E dall’altra fortezza i giovanetti,

E si rïabbracciâr con dolce pianto;

E dal suolo natìo trasser raminghi                                      1305

Con Riccarda all’insùbre ospital reggia.

Gli esuli amati accompagnò Giovanni

Con altri pochi; e fra costor v’avea

Un cavalier cui nascondea il sembiante

Ferrea visiera. Di Dogliani il sire                                         1310

Narra per via Tommaso, onde l’estrema

Voluta somma gli venisse. Il prence

Chiede ove sia il benefico Elëardo.

E il pro’ Giovanni sottovoce: «Vedi

Quel cavalier che le sembianze cela,                                  1315

E accostarsi non osa: egli è Elëardo,

Sino a’ confini t’accompagna, e poscia

Rieder vuole a sue torri, e mantenervi

L’insegna tua, e apparecchiarti aiuti

Pel dì che il ciel te chiamerà a vittoria. »                            1320

Serbar silenzio non potè il commosso

Esul marchese, e, volto il palafreno,

Ad Elëardo s’accostò, e per nome

Chiamandol con affetto: «A te perenni

Sien grazie, disse; or mi si svela quanto                             1325

Debitor ti son io. »

                                   Balzar di sella

Volle e prostrarsi il giovin, ricordando

La frenesia che inimicollo al sire.

Ma smontò questi insieme, e lo rattenne

Con vivo amplesso, e intorno al cavaliere                          1330

Venner anco Riccarda e i dolci figli,

Mercé rendendo, che senz’esso lunga

Durar potea la prigionia tuttora.

Più da temersi non parea Tommaso

A’ nemici frattanto, e sovra lui                                            1335

Liete canzoni alzavano beffarde.

Ma tacquer le canzoni indi a non molto

Al grido inaspettato, esser Tommaso,

Non nella reggia de’ Visconti, in vana

Mestizia ed in abbietti ozi sepolto;                                      1340

Bensì già di colà rapidamente

Tornato a’ gioghi saluzzesi in mezzo

A falange d’armati, inalberando

Il vessillo di guerra.

                                    Allor Manfredo

Sovra il suo seggio impallidisce, e copre                            1345

Il timor collo sdegno, alto sclamando:

«La prima volta i dì sparmiammo al tristo;

In nostre mani or riede, e, qual lo merta,

Guiderdon di sua audacia avrà la scure. »

Solleciti provveggono Manfredo                                   1350

E il sir del Balzo al moversi di lance

Che di Tommaso sperdano i fautori,

E s’odon rinnovarle invereconde

Del patrio ben promesse. Òdonsi voci

D’increscimento onde si dice afflitto                                   1355

Degli scempi Manfredo. Òdonsi voci

Di futura clemenza irrevocata,

E di leggi paterne, e di novello

Tribunale integerrimo, e d’onori

A chi giovi col senno e colla spada                                      1360

Al marchese, allo Stato, ai sacri altari.

Uso antico, perenne è di potenze

Su rapine fondate, allor che spunta

Il giorno del periglio, il serrar l’ugne

Sovra l’oppresso volgo e accarezzarlo,                               1365

E sfoggiar mire eccelse e sgombrar tutti

Alfin gli avanzi de’ passati danni.

Di nuovo suona piucché mai d’astuti

Stranieri l’eloquenza: essi la mente

San di Roberto: un re sì pio, sì grande                                1370

Ne’ benèfici intenti, unqua non visse.

Ei vuol felice Italia, ei vuol felici

I prodi Saluzzesi. Attribuirsi

Non denno a lui né a’ capitani suoi,

Né all’ottimo Manfredo i brevi stazi                                   1380

Recati dalla guerra al marchesato.

Si saneran le cicatrici, e in loco

Della prisca Saluzzo, è già decreta

Sulle rovine sue più vasta e bella

E forte una città che degna appaia                                     1385

Di cotanto dominio, e faccia invidia

Alla rival Taurino. Al guelfo rege

Cosa non è che sì altamente prema

Come il dispor che a’ pie dell’Alpi sia

Il regio feudo Saluzzese un nido                                         1390

Glorïoso di prodi, atto a far fronte

Ai vicini avversari. Indi i confini

Di questo feudo estender or si vonno,

Sì che divenga ampia duchea gagliarda,

A’ Visconti terrore ed a’ Sabaudi.                                       1395

Tal dipintura offerta è dagli scaltri

Alle volgari fantasie. Né il lustro

Della reggia di Napoli si tace,

Che l’egual non fu visto, e il portentoso

Incivilir de’ popoli ove impulso                                           1400

A piena civiltà dona sì forte

Il gran Roberto; il gran Roberto, amico

Di dottrine e bell’arti; il gran Roberto

Che pone il core in luminosi ingegni.

E più in Petrarca, l’uom divino a cui                                  1405

Sulle chiome Roberto in Campidoglio

Metteva fregio d’ immortal corona,

E si dice che tosto il re a Saluzzo

Con Petrarca verranno, e coll’arguto

Narrator di Certaldo, il cui volume                                    1410

Fra le più vaghe istorie annoverati

Ha d’una sposa Saluzzese i vanti,

Onde per tutti d’ Occidente i regni

L’alme gentili, in onorar Griselda,

Onorâr di Saluzzo il caro nome.                                         1415

Ed in qual secolo in qual mai contrada

Mancaron voci splendide e robuste

Ad adular la moltitudin cieca,

Schernendo quasi barbara e compiuta

La vicenda de’ scorsi anni infelici                                       1420

E asseverando ch’ora alfin comincia 

L’età de’ veggentissimi intelletti?

Ma tempi v’ha più di prestigio ricchi

Per quest’amabil fola: e simil tempo

Era quel di Roberto e delle tante                                         1425

Suscitate degl’Itali [6]  speranze,

Ch’indi la morte di quel re disperse.

Tai brillanti menzogne avrìano forse

Illuso ancor le Saluzzesi valli,

Se a governar l’esercito severa                                            1430

D’un retto capitan si fosse stesa

La destra allor, frenando de’ guerrieri

L’esecranda licenza. Al siniscalco

Tanta giustizia non premea; invocata

Venia talor, ma indarno da Manfredo.                              1435

Ambo imperar voleano, e il Provenzale

Non consentìa che un suo guerrier giammai,

Per quante iniquità sui vinti oprasse,

Colpevol fosse detto e avesse pena.

Del supremo stranier la tracotanza,                              1440

E quindi le ribalde opre di mille

Armati suoi sovra l’inulta plebe

Qui riprodusser quel furor, che visto

S’era in Sicilia poco innanzi, quando

Per l’isola scoppiâr vespri di sangue.                                  1445

Se non che men segreti i Saluzzesi

Scorger lasciarô improvvidi le trame,

E più avveduti e unanimi vegliare

Gl’investiti oppressori alla difesa.

Tace il mio carme i vari assalti e i vari                          1450

Destini delle insegne ora fuggiasche,

Or vincitrici. Sempre a’ ghibellini

Anima principale era il Dogliani,

Come già tempo il Procida a sue terre.

E fra i ministri al suo comando egregi                               1455

Splendea per senno e per virtù Elëardo.

 

 

VII

 

Amor di patria in vani sogni il core

No, non agita allor, ma di divina

Potenza il nutre e lo sublima, quando

Svolgesi in terra da stranieri oppressa.                               1460

Allor non dubbia è sua purezza; allora

Tutte s’intendon l’alme generose

Che fremono del giogo; allor divisi

In discordanti aneliti e dottrine

Non son nobili e volgo; unica han meta                             1465

L’espulsïon delle insultanti spade,

E della prisca dignità il ritorno.

   Quanto in que’ dì contrario al patrio bene

Fosse pe’ Saluzzesi il guelfo spirto,

Meglio comprese ognuno all’improvvisa                           1470

Morte del vecchio provenzal monarca.

Orbo questi del figlio, al debil pugno

Della nepote abbandonò lo scettro;

E della incauta il leve cor s’avvolse

In infelici amori, e la sua fama                                            1475

Fu dalla morte del trafitto sposo

Più orrendamente deturpata, e i novi

Mariti la tradìan, sin che il feroce

Vendicator carnefice a lei fessi.

Sceso Roberto nella tomba, crebbe                               1480

Per tutta Italia il ghibellin coraggio,

E si volser de’ più le speranzose

Ciglia novellamente alle promesse

Della potente signoria lombarda.

Moltiplicati vidersi gli esempii                                       1485

Di paterna concordia e di valore

Ne’ nostri lidi saluzzesi. Al bello

De’ popoli fervor corrispondea

La virtù di Tommaso, egli emulava

De’ suoi più forti la prodezza. Il nome                               1490

Di Tommaso era sola indi una cosa

Col nome della patria al cor de’ giusti;

E da lunga sfortuna raffinato,

Il suo spirto gentil s’affratellava

Sinceramente co’ minori, e segni                                        1495

Dava di gratitudin commoventi

A cavalieri e ad infimi mortali

Che ponean fede in esso, ed olocausto

Con lui fean degli averi e della vita.

Godea l’animo a tutti i generosi                                    1500

In vederlo onorar gli alti consigli

Del canuto Giovanni. Eran Tommaso

E di Dogliani il sir qual figlio e padre,

E il portentoso vecchio corregnando

Soavemente sulle suddit’alme                                             1505

Più e più le affidava. Alcune volte

Lievi nascean principii di discordia

Nelle diverse ghibelline schiere,

Perocché a’ Saluzzesi andavan misti

Sotto il vessillo di Tommaso e Insùbri                                1510

E assoldati Germani. Alla parola

Dell’antico Giovanni i dissidenti

Animi s’acquetavano, e sebbene

Cagion di lagno non restasse agli altri,

Pur gioia il Saluzzese, ognor veggendo                             1515

Che anteposto a lui mai nell’intelletto

De’ sommi duci lo stranier non era.

L’opposto caso tuttodì avvenìa

Nella parte de’ guelfi. Il rio Manfredo

Dell’odio de’ nativi esacerbossi                                            1520

Più fermamente ciascun giorno; e volle

Col terror contenerli: indi suprema

Grazia spargea sugli esteri comprati,

E verso ogni nativo, anco più fido,

Scorger lasciava diffidenza ed ira.                                      1525

Giunse a tal, ne’ suoi dì più disperati,

La tirannide sua, che i prigionieri,

Se patria avean la saluzzese terra,

Considerava ribellanti degni

Dell’ultimo supplizio, e senza indugio                               1530

Strage ne fea. Tal rabida inclemenza,

Costrinse i ghibellini a rappresaglie,

Sì che perdòn più non brillò sui vinti.

A quel tempo si vide in ambo i campi

Accorrer di Staffarda il santo abate,                                   1535

Misericordia supplicando invano

Pe’ guerrieri captivi. A lui Manfredo

Con vilipendio rispondea, sgozzando

Innanzi a lui le vittime, e nell’altro

Campo l’udìano con ossequio i prodi,                                1540

Ma rispondean che giusto uso di guerra

Stabilìa le vendette, unico modo

A frenar gli avversari, in tal barbarie.

Per tutti gl’immolati Ugo gemea.

E notte e giorno l’atterrìa il timore                                      1545

Che prigion di Manfredo in qualche pugna

Elëardo restasse. Ah! insiem con esso

Un altro cuor da quel pensier tremendo

Era a que’ tempi strazïato: il cuore

Della figlia d’Arrigo. Avea creduto                                     1450

L’infelice Maria poter nemica

Vivere ad Elëardo, allor che intese

Ch’ei, dipartito dalle guelfe insegne,

Alla destra di lei più non ambiva.

L’avea davvero alcuni dì aborrito                                       1455

Com’uom che lei tradìa, [7] com’uom che l’armi

Tradìa dei generosi. Ah! nel sincero 

Animo della vergin quello sdegno

Fu breve fiamma, e sfavillò al suo ciglio

De’ Ghibellini la giustizia, e pianse                                     1460

Riconoscendo in qual funesto errore

Il padre s’avvolgesse. Ella in Envie

Nel paterno castel trae la vita

Con le dilette ancelle, trepidando

Pel genitore e per l’amante. Ascesa                                    1465

I passeggier vedeanla da lontano

Su questo ovver su quel de’ sette grigi

Torrïoni d’ Envie. La sventurata

Scorgea nella pianura o sovra colli

Gl’incontri delle avverse armi feroci,                                  1470

E talor le parea per que’ remoti

Lochi discerner dal fulgor degli elmi

Arrigo od Elëardo, od ambidue

Cozzanti insiem. Prostravasi la pia

Lagrimando e pregando il Re del Cielo                              1475

E la Donna degli Angioli, e sovente

Restava lunghi giorni il delicato

Corpo affliggendo con digiuni, e intere

Vigilava le notti in calde preci, [8]

I propri patimenti a Dio offerendo                                      1480

Per la salvezza de’ suoi cari. E seco

Viveano in lutto e assidua penitenza

Le fide ancelle e antichi servi. L’alme

Angosciate si schiudono a paura

Di superstizïone. Or dalla torre                                           1485

Nelle nubi scorgean croci di sangue,

E sembianze di scheletri, e l’immensa

Falce, e dell’Angiol della morte il pugno;

Or di sciagure sovrastanti indizio

Lo strido era dell’úpupa ed il mesto                                   1490

Urlo notturno dell’errante cagna;

Or dagli armati servi a mezzanotte

L’estinta madre di Maria s’udiva

Singhiozzar nel sepolcro, o lentamente

Scoperchiarlo ed uscirne, e per le brune                             1495

Scale salire, ed appellar con fioca

Voce il marito o la diletta figlia.

A calmar quelle ambasce e que’ terrori,

E a consolarsi fra i soavi amplessi

Dell’innocente vergine, il cruccioso                                     1500

Padre venia talor. Con duri modi

L’aspreggiava e garrìala del suo pianto,

Poi commoveasi e l’abbracciava, e preci

La supplicava d’innalzar pe’ Guelfi.

E nelle rughe della smorta fronte                                  1505

Ella più e più leggea del genitore

I sinistri presagi. Insinuante

Sonava un non so che nella pietosa

Voce di lei che costringea il canuto

A poco a poco [9] a palesarle occulti                                     1510

Sempre novi dolori. Un dì le disse:

«Più non pregar pe’ Guelfi: abbandonati

Siamo da Dio ! Deluse ha mie speranze

Il superbo Manfredo; i miei consigli,

I preghi miei non cura. Adulatrici                                      1515

Parole e’ vuol; darle non so. Un drappello

D’infami lusinghieri applaude a tutte

Sue tirannie, le suscita, il fa cieco

Stromento a loro insazïabil sete

Di tesori e vendette. Apportar senno                                  1520

Volevamo e giustizia, abbiam delitti

E stoltezza apportato. Ad uno ad uno

Da noi si dipartìano i prodi amici:

Pochi omai siamo ed esecrati, e all’orlo

Dell’estrema ignominia ! »

                                            «Oh sciagurate                      1525

Voci ! oh misero padre ! I vaticinii

Ecco d’Ugo avverati ! Il reo vessillo

Lascia tu dunque di Manfredo: accetta

Di Tommaso la grazia ! »

                                           «E’ tardi, o figlia !

Errò Manfredo, ma infelice il veggo;                                  1530

Mai da prence infelice non si scosta

Fuorché il vigliacco ! »

                                      «Oh padre amato, pensa...»

«Che vigliacco non son, che con Manfredo

Debbo cader. »                    

                           «Mai di vigliacco taccia

Ad Elëardo non darassi. »

                                            «Ei corse,                                 1535

Quando da noi si svincolò, a bandiera

D’un prence espulso; audace era il partito,

Ma generoso. Non così oggi fôra,

Correndo a sir cui la fortuna arride.

Cessa il tuo supplicar, cessa il tuo pianto:                          1540

Dimane si combatte, e se non opra

Per noi prodigi Iddio... dimane, o figlia,

Più non hai padre ! »

                                    «Oh feri detti!»

                                                               «Io vengo

L’ultima volta a benedirti forse:

Con vigor di te degno, odimi: stirpe                                   1545

Di codardi non siam. Tergi le ciglia.

Frena i singhiozzi; te l’ intìmo. Ascolta:

Un patto pongo al benedirti. »

                                                     «Quale? »

«Bada, che guelfo io moro, e maledetta

Sarà tua man se a ghibellin la porgi ! »                              1550

«T’affida, o padre; intendo. Amo Elëardo,

Ma te guelfo perdendo, a ghibellino

Moglie mai non sarei ! »         

                                        «Tutti il Signore

Dunque sul capo tuo spanda i suoi doni !

Me sol, me sol de’ falli miei punendo,                                1555

Sparmii l’anima tua ! »

                                         Disse. Ad un servo

L’accomandò, da lor si svelse e sparve.

 

 

VIII

 

Infelici ambidue ! Ma più infelice

Forse d’ ogn’ innocente addolorato

È quel mortal che temerario corse                                      1560

Ad illusioni infauste, onde tormento

Ineluttabil ridondò a’ suoi cari !

Oh come allor, nella pietà ch’ei sente

Di questa o quella vittima diletta,

Tardi vede primier debito d’uomo                                      1565

Esser religïon, carità, pace,

Provvedimento a dolce sicurezza

Di domestiche gioie, e non desìo

Imprudente di gloria e di perigli.

Tal verità gli splende, or che non puote                        1570

Più sollievo ritrarne il vecchio Arrigo,

E forte è assai per sé medesmo in tutte

Avversità, ma non è forte al duolo

Della figlia pensando, e sebben mostri

In mezzo a’ suoi guerrieri animo invitto                            1575

Spesso ei nel manto si rinchiude e piange.

Tre dì Maria si stette in disperati

Non cessanti deliri:

                                    «Empio Elëardo,

Perché movevi alle felici insegne

Destinate al trionfo, e il padre mio                                      1580

Per dolci preghi e dolce vïolenza,

Teco a salvezza non traevi? Oh fossi

Tu restato co’ Guelfi ! Il valoroso

Tuo braccio avriali sostenuti. Un prode

Fatal perdemmo in te; spesso deciso                                   1585

A pro’ de’  Ghibellini hai la vittoria.

Possente impulso hai dato alla fortuna

Del profugo Tommaso; alta, primiera

Cagion tu sei delle sconfitte nostre.

Ah, non m’amavi, ingrato! E insino ad ora                        1590

Io figlia iniqua, immemor de’ perigli

Del caro padre mio, segretamente

Alzato sempre voti ho pe’ tuoi giorni

Que’ voti abborro ! quell’amor disdico !

Il padre mio si serbi ! il padre vinca !                                  1595

Il padre atterri i suoi nemici, i miei !

Guelfa, guelfa son io ! Mendace è il grido

Che di virtù civile ai Ghibellini

Or dona palma. I nostri petti infiamma

Vero di patrio amor. Calunnïato                                         1600

È Manfredo da voi, calunnïato

È il padre mio, di giuste opre seguace;

Ma vinti siamo, e il mondo vil ne impreca !

Così l’immenso affanno isconsolata

Iva Maria sfogando; e avvicendava                                    1605

Accenti d’ira e di pietà, e d’umìle

Fervida prece. E promettea al Signore,

Se dagli eccidi salvo andasse il padre,

Essa tutrice farsi ad orfanelli,

A vedove, ad infermi, a pellegrini,                                      1610

E tutti gli anni un dono offrire eletto

Sì di Riffredo al monaster famoso,

Sì ad altri santi d’innocenza asili.

Ella avrebbe voluto alle promesse

Che le dettava il core, aggiunger quella                             1615

Di cingere in Riffredo il sacro velo,

Ma la meschina non potea, pensando

Al solitario padre orbo di figli !

Ed, ahi, forse non conscia ella a se stessa

Anco pensava mal suo grado ognora                                 1620

A colui, che ne’ scorsi anni felici

Erale stato così caro !

                                      Oh come

La infelice Maria sta dalla torre

Investigando ogni lontano moto

D’armi o di passaggieri, ed in lei cresce                             1625

Indicibil timor ch’ella securo

Presentimento d’ alto lutto estima !

Chi son que’ due che sull’arcion veloci

Movon per la pianura ? ad essi lunghe

Soverchiamente son le usate strade,                                   1630

E là passano un rio, là per gli sterpi

D’una macchia s’inoltrano, agognando

Il più diretto corso. Alla borgata

Pareano vólti di Rovello, e pure

Quivi non si soffermano, e alla terra                                  1635

Certo d’Envie sospingono i cavalli.

Oh di Maria nell’anima dubbiante

Ansïetà novella ! Or si protende

A guardare in silenzio, or si dispera,

E grida e trema di saper chi sieno                                       1640

Que’ frettolosi. Omai discerne alfine

Che non guerriera è la lor veste; e poscia

Sospetta, avvisa che l’un d’essi il giusto

Presule sia col fido laico. Un dubbio

No, più non è; son dessi !

                                             A quella vista                           1645

Le ginocchia le mancano, ma i sensi

Non perde ancor. La reggono le ancelle

E la misera esclama: «Ugo ! tu vieni

A me del padre ad annunciar la morte! »

Ma quando intese appo il castel d’Envie                      1650

Scalpitar i corsieri, allor sì grande

Fu la tema e il dolor, che appieno svenne.

Ahimè ! spenta la credon qualche tempo

Le ancelle e i servi. Alfine in sé ritorna,

Ed entrar vede pallido, turbato,                                          1655

Lagrimoso il canuto.

                                    «Il padre mio...

Parla... dov’è sua spoglia?…»

                                                  «Ei vive ancora,

Ma prigionier, ma dalla cruda legge

Che a morte danna i prigionieri oppresso! »

«Oh sventurato ! Oh più felici quelli                                  1660

Che in battaglia cadeano ! E tu a supplizi

Lasci lui trarre? intercessor non debbe

Uom di Dio farsi a disarmar le atroci

Ire de’ vincitori ? »

                                  «Ah! da te sono,

O Vergine, ignorati i vani sforzi                                         1665

Che tentai da Tommaso ! I suoi nemici,

Or volgon pochi dì, sacrificarô

Barbaramente dieci illustri teste

Di ghibellin captivi. Universale

Nell’oste ghibellina è quindi il grido                                   1670

Che gl’immolati abbian vendetta. Arrigo

Morrà domane con nov’altri: il cenno

Tommaso niega rivocar, respinto

Venni da lui. Prova sol una or resta:

Seguimi al campo; sforzerem l’ingresso                             1675

Della tenda del sir; forse il tuo pianto

Ammollirà il suo nobil cor, da truci

Fatti d’alterna rabbia incrudelito.

«Il ciel t’ispira; andiam. »

                                             Rapidamente

La vergin s’allestì; rapidamente                                          1680

Ella e pochi fedeli in sui corsieri

Volser con Ugo al saluzzese campo.

Ad un tronco giaceva incatenato

Tra i furenti nemici Arrigo, a breve

Di Saluzzo distanza. Ei, siccom’uomo1685

Che avea la gloria di Saluzzo amata

Vagheggiando per essa e per Manfredo

Fortune alte, impossibili, or mirava

Con istupor, qual visïon non vera,

Quell’ultima sconfìtta, e quell’orrendo                               1690

Svanir d’ogni speranza, e quel ritorno

De’ ghibellini o di Tommaso, e quella

Guerra in veloci tratti or consumata

Con nessun frutto, fuorché stragi o scherni

E povertà ed obbrobrio e sacrilegi !                                    1695

E tutto ciò per vicendevol, grande

Creduto zelo di virtù e di patria !

E innanzi a lui mirando egli quel loco

Dove a’ prosperi dì sorgea Saluzzo,

E dove diroccato oggi è il recinto,                                       1700

E dentro quel, fra orribili macerie,

Non v’ha che rari antichi alberghi e templi

Con negri campanili, e qualche novo

Incominciato cittadino ostello.

Sente Arrigo la dura alma infiacchirsi                                1705

Da pietà inusitata. Ei nella foga

Delle gioie guerresche avea con occhi

Di ferocia le fiamme un dì veduto

Ed il saccheggio devastar Saluzzo;

Or, cessata l’ebbrezza, il cavaliere                                      1710

Delle avvenute iniquità s’affligge,

E dice mal suo grado: «Ecco onde il cielo

Manfredo e i guelfi e me con lor condanna! »

Poi caccia quel pensiero, e benché rieda

Celarlo vuole, e alta la fronte ei tiene,                                 1715

Con dispregio guardando i vincitori.

Cacciar vorrebbe altro pensier più dolce,

Ma in un più divorante. Ei nelle meste

Sale d’Envie scorge la figlia, ed ode

Il miserando suo lamento, e sola,                                        1720

Orfana, senza prossimi congiunti,

Senza soccorsi d’amistà la mira;

E le canute palpebre di pianto

Amarissimo grondane, e i singhiozzi

Frenar non puote, e colle scarne mani                                1725

Si copre il volto per vergogna, e rugge.

Un de’ custodi, come un tempo i falsi

Di Giobbe amici, lo compiange e incuora:

«Non avvilirti, o prode; in cielo è scritto

Il destin de’ mortali; adorar sempre                                    1730

Dobbiam di Dio gl’imprescrutati cenni;

Non accettarli è codardia e bestemmia. »

«Taci, impudente ghibellin; m’è noto

Che giusto è Iddio, che i falli miei punisce,

Che l’are sue mal onorai, che vissi                                      1735

D’ira e d’orgoglio più d’og’n’uom, che merto

Cader per mani inesorate e inique.

Non mi ribello contro a lui; non biasmo

Il suo rigor, non tremiti codardi

Me presso a morte invadono: un’angoscia                         1740

Non ignobil mi preme. Ho una figliuola

Ch’orfana resta, e sua sventura io piango. »

«Padre ai pupilli derelitti è Iddio. »

«Vero favelli, ma la terra è piena

Di pupilli derisi, insidïati,                                                     1745

Spogli di tutto; ed ahi ! su lor punite

Forse da Dio son le paterne colpe !

Indi io pavento, io peccator, sul fato

Che all’innocente figlia mia sovrasta. »

«Ben paventate, o sciagurati guelfi,                              1750

Che tanti alberghi incendïaste, e tanti

Olocausti sacrileghi immolaste:

Men empio è il ghibellino. »

                                                «Empi siam tutti

Amor vantando di giustizia a gara :

E ognor con nostre stolte ambizïoni                                   1755

Opprimendo la patria e calpestando

Natura e dritti ed innocenza e onore ! »

Così dal labbro del feroce vecchio

Usciva un misto d’indomata audacia

E di sincero pentimento. Il capo                                          1760

Piegava sotto ai fulmini divini

Ma i consigli degli uomini esecrava,

E negli sguardi suoi sì presso a morte

Indistinti fulgean cielo ed inferno.

 

 

IX. 

 

Bella fra tutte umane imprese è quella                         1765

Dell’uom che avvampa di desio di pace

E di perdon, non per suo proprio bene,

Ma per altrui ! ma per servire a Dio

Ed alla dolce patria e ad infelici

Cuori ch’egli ama e consolare anela !                                 1770

Tal nell’ire civili è il vostro ufficio,

O vegliardi autorevoli, che all’ara

Del Dio di pace consacraste i giorni.

Ecco arrivare al campo Ugo e Maria:

E mentre del marchese al padiglione                                 1775

Van rivolgendo accelerati i passi,

Veggono apunto da catena tratto

A fisso legno fra custodi Arrigo.

Con qual pianto e quali impeti di grida

Prorompe la fanciulla infra le care                                     1780

Braccia paterne ! e qual celeste han suono

Le filïali [10] tenere parole

Al genitor così infelice? Ei serra

Al sen quella innocente, esclama: «Oh gioia !

Ma insane gioia ! Oh nuovi affanni orrendi!                      1785

Deh, perché a me non li sparmiava Iddio?

Non misero abbastanza era il mio fato,

Ugo crudel ! Tu qui la figlia traggi

A vedermi morir ! »

                                  «Padre, ei mi tragge

A salvare i tuoi dì. »

                                  «Che? supplicando                           1790

Codardamente il vincitor maligno

Di largirmi il perdon? Non sarà mai !

La stirpe mia non annovrò guerrieri

Che morir non sapessero da forti.

D’espor ti vieto il virginal sembiante                                  1795

Al barbaro sorriso de’ felici !

Io so morir, io morir voglio prima

Che la mia figlia a’ piedi altrui si prostri! »

«Padre lasciami: il so, ti disdirebbe

Di coraggio scarsezza ai più tremendi                               1800

Giorni della sconfitta, e se il nemico

Te immolar vuol, da prode cavaliero

E da cristiano perirai pregando

Non gli uomini ma Dio. Lasciami: un altro

Dovere è quel di figlia. A me ignominia                             1805

Fôra il non chieder la tua vita al sire. »

«Vilipesa sarai. »

                               «Pur vilipesa

Degna sarò d’ossequio e di compianto;

Avrò adempiuto quanto amor di figlia,

Quanto la voce del signor m’impone. »                             1810

Contendeano in tal foggia, e l’ostinato

Arrigo persistea nel suo divieto:

Ma di Staffarda l’infulato duce

Strappò Maria dalle paterne braccia

Ed attraverso a numerose tende                                         1815

Corrono di Tommaso al padiglione.

Udivan essi da lontano gli urli

Del corrucciato Arrigo:

                                         «A tutte dunque

Serbato io son le più esecrabili onte !

Di me la figlia indegnamente stesa                                     1820

Ad implorar la vita mia, la vita

Che mi si fa spregevol, che non posso,

Che non voglio accettar! Riedi, ten prego,

Tel comando! paventa il furor mio,

Il maledir d’un genitor morente!                                         1825

Ghibellino fu sempre Ugo, e nol move

Pietà di noi. L’ipocrita vegliardo

Del nostro duolo infamemente esulta,

E per farlo maggior vuol che d’Arrigo

L’ultima figlia esempio doni abbietto. »                             1830

Del minacciar paterno e delle ingiuste

Voci contr’ Ugo questa inorridiva;

Ma il venerando abate alla fanciulla

Reggeva il cor, dicendole:  «Salvarlo

Dobbiam malgrado l’ira sua superba. »                            1835

    Ma qual d’entrambi è l’animo allorquando

Dalle guardie interdetto al padiglione

Vien lor l’ingresso! Non bastâr né preghi

Né lagrime, né strida. Un assoluto

Cenno del sir faceva inesorati                                              1840

Tutti i guerrieri che cingean la tenda.

Stavano dentro a quella in assemblea

Col supremo signor parecchi duci:

E questi duci tutti eran da lunghi

Danni e da amare perdite inaspriti,                                    1845

Sì che spinto da lor venia il marchese

A costante fierezza, insin che, espulsi

Pienamente i nemici, astro sicuro

Di comun gioia sfavillar potesse.

Entro la rocca di Saluzzo chiuso                                   1850

Erasi il rio Manfredo, e colà ancora

Ei da stranieri ivi sperando aita,

Benché spersi fuggissero, inseguiti

Dall’antico Giovanni e da Elëardo.

Di questi due suoi fidi cavalieri                                     1855

Or più Tommaso non avea contezza

Già da due dì. Certo parea il trionfo;

Ma se fallito avesse? E se impensate

Novelle squadre di possenti guelfi

Nel paese irrompessero? Que’ dubbi                                  1860

Nutron lo sdegno di Tommaao. Impone

Che congedati sien Ugo e Maria,

E quai si fosser supplicanti. Allora

Pria di ritrarsi il presul generoso

Resistendo alle guardie, alzò la voce:                                  1865

«Nobil marchese di Saluzzo, ascolta

I moti del cor tuo: non meritato

Da’ tuoi nemici è di tua grazia il raggio,

Ma so ch’aneli d’emanarlo, e Iddio

L’adempimento di tua brama aspetta                                1870

Per benedirti più e più ! »

                                             Troncato

Fu duramente da’ guerrieri il pio

Grido del vecchio, e fu troncato il grido

Dell’angosciata vergine, e repente

Lunge dal padiglion venner sospinti.                                 1875

Videl Arrigo a sé tornare, e disse

Con amaro sogghigno: «Il pianto vostro

Non terse dunque il vincitor? Lucraste,

E ben vi sta, gli ultimi oltraggi: io puro

Son di cotesto obbrobrio vostro almeno!                            1880

A Dio mi curvo: a nessun uomo in terra. »

Ma dopo quel sogghigno e quell’acerba

Favella, intenerissi alle dirotte

Lagrime di Maria. Con lui rimase

La sconsolata, e ritornò alla tenda                                      1885

Il santo amico lor, novellamente

Tentar volendo di Tommaso il core;

Ed intanto la vergine abbracciando

Del padre le ginocchia, or lo pregava

Di placar Dio con miti sensi, ed ora                                    1890

A Dio medesmo rivolgea sue preci.

Ugo, ahimè, ricompar ! nulla otteneva, [11]

Nulla ottener più spera ! Alta mestizia

Al degno sacerdote in volto siede,

Ma mestizia di forte alma che viene                                   1895

Un moribondo a regger nel tremendo

Agonizzar dell’ore sue supreme:

Maria l’intende, e misera prorompe

In impeti di duolo inenarrati;

Smarrisce i sensi, e inconsapevol tratta                              1900

Viene appartatamente infra pietose

Donne che a lei soccorrono. Prostrossi

Arrigo allor del sacerdote a’ piedi,

E confessò sue colpe. E dacché sciolto

Gli fu in nome di Dio di queste il laccio,                             1905

Si rialzò con pacatezza altera,

Ma non di quella indomita alterigia

Che in lui dianzi apparia, qual di nociva

Fosca meteora formidabil luce.

Or quell’ardito e dignitoso sguardo                                    1910

Porta di pace, d’umiltà un’impronta

Che vien dal Ciel, dal Cielo autor sublime

Di stupende armonie !

                                         «Dov’è mia figlia?

Ugo, traggila a me, l’estrema volta

Benedirla degg’io. Meco brev’ora                                       1915

Star si potrà. »

                          Fu ricondotta al padre

La sventurata, ed ancorché d’affanno

Le sanguinasse il cor, pur di lui vide

Con maraviglia la quïete, e grazie

Alla Donna degli Angioli ne rese,                                       1920

Ed impose a sé stessa umiltà, pace,

Eroica forza. Ella piangea, ma freno

Ponea a’ lamenti, e con devote ciglia

Mirava il padre, e sue parole tutte

Accoglieva nell’anima, siccome                                          1925

Parole d’uom che santamente muoia.

Festivo era quel giorno, e perciò l’altro

Pei supplizi aspettavasi. Omai tarda

Era la sera, ed Ugo apparecchiati

A pio morire aveva altri prigioni.                                        1930

Ritorna quindi appresso Arrigo e i propri

Palpitamenti di pietà vorria

Celare in parte: «O cavaliero! o donna!...

Tutto puossi con Dio !... »

                                              «Dal padre amato

Deh, ch’io non venga separata ancora !                             1935

Lontana è l’alba. »

                                 «Più crudel saria

Vicino all’alba separarvi. »

                                               Arrigo

Stringea al sen la figlia, e lei disporre

Desiava a partir. Ma la infelice

Alla prova tremenda oblïò i miti                                         1940

Sentimenti di pace, e la ragione

Le si turbò miseramente. «Oh guerre

Scellerate di popoli ! o stendardi

Di virtù menzognere ! oh glorie infami

D’emuli cavalieri, onde son frutto                                       1945

Crudeltà e morte ! Ah ! perché Dio fecondi

Alla feroce umana stirpe ognora

Fa gl’imenei, se la catena intera

De’ secoli spruzzata è d’uman sangue?

E qual di sì esecrande ire perenni                                       1950

Colpa abbiam noi, dell’uom compagne e figlie

Nate ad amar, nate a compianger, nate

A viver senza offesa, assorte in Dio?

Di qual delitto intrisa son, perch’oggi

A me tolgan il padre i masnadieri,                                     1955

Né generoso pur vi sia terrestre

O celeste poter, che degli oppressi

Alla difesa accorra? Ed Elëardo

In ch’io tanto fidava, anco Elëardo

Ch’io tanto amava abbandonommi ! »

                                                                   Il campo             1960

Suona improvviso di festanti grida,

Balza il core a Maria, porge ella ascolto:

Che sarà mai? Reduci sono il prode

Antico Doglianese ed Elëardo

Apportatori di vittoria piena.                                              1965

Brillan del presul le ispirate luci

Per novella speranza, e i passi affretta

Vèr l’amato nepote: il giunge, il ferma

E d’Arrigo gli parla. Intanto usciva

Del padiglion Tommaso, e lieto amplesso                          1970

Porgeva a’ trionfanti; e ratto a lui

Volgea tai detti di Dogliani il sire,

Indicando Elëardo:  «Alla prodezza

Di questo forte molto devi, o prence:

Le più valenti squadre egli ha sconfitte.»                           1975

Stende il marchese al giovin glorïoso

L’amica destra. Ei glie la bacia, e prono:

«Signor, grida, signor, me qui tu miri

Astretto a chieder dalla tua clemenza

A’ pochi miei servigi alta mercede. »                                  1980

«Quai pur siano tue brame, o campion mio,

Le manifesta, e saran paghe. »

                                                     «I giorni

Chieggo salvi d’Arrigo. Il so, fu reo:

Non corrucciarti del mio ardito prego.

Arrigo a me qual padre ebbi molt’anni.                             1985

E padre è di colei che sul mio core

Sin dall’infanzia regna. »

                                            Ondeggia alquanto

Il magnanimo prence, indi prevale

Benignità sugli altri affetti, e sclama:

«Ho perdonato: ogni prigion si sciolga,                             1990

Ed a’ suoi tetti rieda, apparecchiando

A più nobile oprar suoi dì futuri. »

A quella augusta consolante voce

Mill’altre voci echeggiano, e fra loro

Quella del vecchio di Dogliani, e quella                             1995

Del presul di Staffarda, e più robusta

Quella del giovin che all’amata donna

Rendere [12] può del genitor la vita.

A tanti applausi si nasconde il prence

Rientrando commosso entro sua tenda,                             2000

Ed ecco volan Ugo ed Elëardo

A scior d’Arrigo i lacci.

                                          Il prigioniero,

Uso ad ira e superbia, esitò prima,

Poi fu da conoscente animo vinto

E da dolcezza, ed Elëardo al seno                                       2005

Colla figlia serrando, inginocchiossi

E disse a Dio:  «Sovra Tommaso schiudi

Tuo più giocondo riso, e prosperato

Sia nel dominio e nella prole, e cessi

A lui d’intorno ogni fraterna guerra! »                               2010

Modestia e gratitudine e contento

E meraviglia e amor davano agli occhi

Della vergin bellissima un novello

Indicibile incanto, onde il fedele

Suo cavalier gioiva inebbriato.                                            2015

Scorge i lor voti il padre; e prende e unisce

Le destre loro. Un grido alza di gioia

Il felice Elëardo, e la tremante

Fanciulla irrompe in lagrime soavi,

Benedicendo la celeste aita                                                  2020

Che i lunghi affanni in tanto gaudio volse.

Di Saluzzo la rocca indi a tre giorni

Spalancar si dovette. Uscì Manfredo

Con pochi suoi compagni ed esularô:

E in sua paterna sede il buon Tommaso                            2025

Se non durevol pace, almen godette

Signoria da virtudi alte illustrata,

E alle rovine di Saluzzo orrende

Nuovi successer tetti e nuovi prodi.

 

FINE

 

Note

_____________________________

 

[1] L’Editore riporta qui «T’acqueta, dice con infinita calma», generando ipermetria (dodecasillabo). Si tratta di trasposizione dell’originale “calma infinita”.

[2] L’Editore pone il verso «E afferarla potessi, ni odio fôra», con due errori di stampa.

[3] L’Editore pone «almeno», generando ipermetria (dodecasillabo).

[4] L’Editore pone «figlio mio» al posto di «figlio», causando ipermetria (cfr. v. 1149 e altrove).

[5] L’Editore pone «brillavan su:», ma si tratta di un errore di stampa.

[6] L’Editore pone «deg’Itali», evidente errore di stampa.

[7] L’Editore ha qui «com’uom che di lei tradìa, com’uom che l’armi», che però risulta verso ipermetro. La preposizione ‘di’ è infatti estranea all’originale.

[8] L’Editore pone qui abusivamente un punto fermo.

[9] L’Editore ha posto qui il verso «a poco a palesarle occulti», menomando dunque la reiterazione presente nella locuzione ‘a poco a poco’ e generando ipometria (novenario).

[10] L’Editore pone «figliali», che non sopporta dieresi e perciò rende il verso ipometro (cfr. pure v. 1000).

[11] L’Editore omette la virgola.

[12] L’Editore pone «render», causando ipometria.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Ottocento

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 04 marzo 2005