Luigi Palma

La libertà

LETTURA tenuta agli 8 Aprile 1870

nel casino di Società di Bergamo

Edizione di riferimento:

Luigi Palma, La libertà, lettura tenuta agli 8 aprile 1870 nel Casino di Società di Bergamo, Treves, Milano, 1871, n. 11 della collana: La scienza del popolo.

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Signori,

Questa sera noi c'intratterremo sulla libertà. Io ho creduto che fosse opportuno il parlarne, perocchè tutte le storie ne trattano, tutte le lingue ne favellano, in suo nome sono avvenuti gli atti più eroici e si sono commesse le azioni più nefande; in tutti i luoghi e in tutti i secoli si sono in nome della libertà abbattute dinastie, teocrazie ed aristocrazie, si sono altresì create nuove società politiche, nuovi despoti, nuove tirannie; si sono sconvolti regni e repubbliche; sono decadute e risorte le nazioni. Pure non vi fu, nè vi è forse alcuna parola più variamente intesa. Nè ciò solamente per ignoranza o per insufficienza di analisi, per malignità di partiti o per interessi sinistri di potenti e di sofisti, ma eziandio per il progressivo sviluppo delle idee e delle cose nel corso dei tempi.

Imperocchè la libertà pei principi è stata, e tuttavia per alcuni non è cessata di essere, la libera facoltà di governare e di sgovernare, di metter tasse, di far leggi, d'imprigionare, di guerreggiare, a seconda dei loro capricci; per le Chiese di assoggettare lo Stato; pei nobili di calpestare gli ignobili; per i cattolici di cacciare o spogliare gli ebrei, di bruciare gli eretici o i protestanti; per i protestanti, come fino a ieri in Irlanda, di opprimere i cattolici; per gli uomini di assoggettare ed opprimere le donne, di riguardarle come schiave o cose, o se volete meglio, come il più bel mobile di casa; per le classi superiori di opprimere le inferiori; per le inferiori di reagire contro le superiori; per i proletari, non rare volte, di stendere le mani ai beni altrui e accomunar le fortune.

Per gli Ateniesi, per i Romani, e in generale per gli antichi e per le repubbliche dei mezzi tempi, la libertà era semplicemente il non aver principe; e si dicevano liberi abbenchè avessero, come fino a ieri gli stessi Americani degli Stati Uniti, migliaia e milioni di sudditi e di schiavi. Roma si diceva libera quando i suoi patrizi niegavano ai plebei e legittima proprietà e giuste nozze. Firenze si diceva libera quando i popolani riputavano la nobiltà un'ignominia, e la cacciavano dai magistrati, e i guelfi cacciavano i ghibellini e i ghibellini i guelfi; e tutti si condannavano a vicenda a conoscere «sì come sa di sale lo altrui pane, e com'è duro calle lo scendere e il salire per le scale altrui;» quando si avvicendavano nei governi le tante miserande fazioni della nostra patria, così famosa al mondo per la violenza dei suoi partiti e delle sue fazioni, e per le conseguenti rovine. Venezia fino alla sua caduta si disse libera benchè tutte le città del suo dominio fossero suddite, e dentro le sue lagune solo pochi iscritti nel Libro d'oro reggessero lo Stato. La Francia si diceva libera quando regnava il Terrore del Comitato di salute pubblica, ben altrimenti formidabile del Consiglio dei dieci. Da per tutto insomma, la libertà dei pochi, re, nobili, preti, metropoli, demagoghi, disconosceva quella dei molti, sudditi, plebei, vassalli, ignobili, borghesi e contadi, colonie. Le stesse maggioranze han preteso la libertà per sè e l'han negata a quelli i quali, essendo in minor numero nello Stato, non fossero dell'animo loro nelle credenze religiose, nel pensare, talvolta nel vestire, nel mangiare, nel lavorare, nel commerciare, nelle varie manifestazioni ed operosità della vita.

Pure, malgrado le discrepanze, le confusioni, i sofismi, le passioni, ognuno sa o sente che la libertà è la religione dei tempi nostri, è la religione della civiltà. Nè ciò dico soltanto, perocchè come le credenze che congiungono l'uomo a Dio è stata ed è la fede di milioni di generosi, e perchè come pel cristianesimo non le mancarono sacerdoti, nè altari, e se non temessi di convalidare certe strane pretensioni, potrei dire nè apostoli nè pontefici; certo non le mancarono i martiri, la santità delle persecuzioni, la confermazione delle carceri, degli esigli, dei roghi, dei patiboli; non le mancarono nè tormentati nè tormentatori, nè sacrificatori nè vittime.

Io dico ciò anche per un altro motivo, cioè pel vero senso originario della parola religione. Si è acutamente e giustamente osservato che religio viene da religando, perchè l'adorazione degl'Iddii ha raccolto e legato gli uomini fra di loro: ciò è vero. I templi sono stati i primi convegni, i primi mercati, le prime assemblee. Ma se ciò è stato l'ufficio delle credenze religiose nei tempi primitivi, non saprei dir lo stesso dei tempi nostri.

Io sono avvezzo a rispettare altamente le credenze di tutti, quindi non vorrei usar parola che possa offendere alcuno fra i miei uditori o fra le mie gentili ascoltatrici; ma è un fatto innegabile che noi non siamo collegati dalle stesse credenze. Quanti di noi formiamo Stato, provincia, comune, accademia, assemblea, circolo, società, convegno qualsiasi; quanti siamo qui convenuti, pensiamo, chi cattolico, chi protestante, chi crede meglio governarsi colla propria ragione, chi è libero pensatore, chi è indifferente. Quindi noi non conveniamo nello stesso tempio. Tutti però ci raccogliamo e siamo tenuti stretti insieme dalla libertà, nel parlamento, nei convegni diversi: perocchè possiamo sì pensare diversamente, ma la libertà ci permette siffatta diversità, e potendo esprimerla e farla valere, possiamo convenire in una stessa adunanza, formar Comune e Stato. Presentemente insomma la religione non ci lega più, invece ci divide assolutamente secondo le varie credenze; ci lega insieme la libertà.

Ma che è mai questa libertà? Io vorrei aver la virtù di richiamarla davanti alla vostra mente in tutta la sua pienezza e precisione, ornata dei suoi naturali splendori, purificata dai belletti e dalle brutture dei suoi piaggiatori falsi e bugiardi, che la contaminano. Pure se non potrò scolpirne o colorirne la bella immagine, io tenterò come un rozzo disegnatore di delinearvene le fattezze.

Senza dubbio ha varî sensi legittimi. Io non credo toccare del suo primo senso che direi etico, ciò che i filosofi han chiamato libero arbitrio. Comunque importantissima, non è di questa libertà morale che io ho preso questa sera a intrattenervi. Io non intendo trasmutare questa geniale adunanza in un'accademia di etica o di metafisica. Intendo invece di presentarvi un prospetto della libertà sociale, della libertà che compete agli uomini raccolti in consorzio civile.

Ora la prima idea che si affaccia alla mente a questo riguardo si è la libertà che direi nazionale; la libera facoltà per tutti quelli che parlano la medesima lingua, abitano il medesimo territorio, sono congiunti insieme di sangue, di storia, di lettere, di interessi, di sentimenti e di volontà, che costituiscono insomma una nazionalità propria, di formare uno Stato indipendente; senza riguardo alle viete pretese delle teocrazie, delle conquiste, del vecchio equilibro o disquilibrio politico, insomma di essere indipendenti da signorie di terra o di gente straniera; di essere veramente un popolo, in qualunque modo costituito, in qualunque modo governato, ma governato dai propri figli. Gli è questa libertà detta oggigiorno Principio di nazionalità, per cui versarono sempre la loro grand'anima i figli più eletti delle nazioni; per cui massimamente, come cantava un poeta illustre, andarono benedette le antiche età, che a morte per la patria correan le genti a squadre, quando parea che invece andassero a nozze o a splendido convito, nè vi erano accanto i figli o le spose quando sull'aspro lito morivano senza baci e senza pianto.

Nel secol nostro Emilio Bandiera, prima di lasciare la nobile vita sulla mia terra natìa sotto le palle borboniche, così scriveva a Ferdinando, penultimo dei re delle due Sicilie: «Sire, stringete con noi ventiquattro milioni d'Italiani, un patto sincero di amicizia: noi vi leveremo sul trono più bello dell'universo, a montarvi vi faranno sgabello i nostri cadaveri, ad adornarlo spargeremo sangue, e cresceremo in virtù.»

Per questa libertà la migliore gioventù italiana, lasciando le arse fucine stridenti, come le sale del tetto natìo, i tuguri come le castella e i fidati colloqui di amore, si avvolsero nelle congiure e nelle battaglie, e si gittarono in preda alla morte sui campi di gloria e di strage, e l'Italia di nuovo si rizzò in piedi se non in sella.

Ma basta questa libertà ai popoli civili? si dirà libero un popolo quando in luogo di una straniera abbia una tirannia domestica; quando i suoi reggitori si chiamino, non dico Neroni o Caligola, ma Borboni di Napoli o di Spagna, Estensi di Modena, Califfi di Oriente, pontefici di Roma, o autocrati di Russia, che tutto assoggettano al loro beneplacito, tutto raccolgono nelle loro reggie, nelle loro congregazioni o nelle loro cancellerie? La libertà sociale richiede l'appartenenza di ben altri diritti.

Il governo civile non si saprebbe fondare, nè fondato assicurare, senza la partecipazione della nazione al governo. Quando gli altrui o meglio i comuni negozi si sono maneggiati permanentemente da Uno, talvolta è accaduto che questo Uno fosse uomo di grande ingegno o virtù, in mezzo a popoli barbari, rozzi e corrotti; ed il suo governo, uopo è confessarlo, è stato migliore dell'ignoranza e corruzione dei più. Ma questi più han continuato ad essere ignoranti e corrotti, ed il potere assoluto alla sua volta ha corrotto le dinastie; si è governato, si sono emanate leggi ed ordinanze, si sono imposte tasse e leve, secondo gl'interessi sinistri e i capricci di quell'Uno, dei suoi favoriti, e delle sue favorite. Insomma la prima condizione del viver libero e civile si è che i negozii comuni sieno trattati e risoluti in comune.

Nè perciò è necessario di convenir tutti in piazza a discutere e decidere della pace, della guerra, della finanza, dei giudizii, dell'amministrazione propriamente detta. Quando lo Stato si chiamava Atene, Sparta, i Sette Colli di Roma, le Lagune di Rialto, Firenze, Schwitz, Uri o Unterwald, e simili; quando lo spirito di uguaglianza e la saggezza politica eran così poco progredite nel mondo che non si reputava ingiusto e dannoso il governo di piazza in Atene e la soggezione nell'Attica, la libertà a Firenze e la servitù a Pisa, e gli Stati essenzialmente poggiavano in sul municipio, era allora almeno possibile fino a un certo punto il governo mediante il popolo convocato in piazza. Presentemente si giudica che al popolo possa attribuirsi la capacità di scegliere chi sappia fare i suoi interessi, non può ammettersi che sappia e possa farli da sè medesimo, da sè amministrando ed emanando leggi. Da altra parte è impossibile convocare un gran popolo in piazza, e fargli discutere e votare scientemente un sistema di finanza o di milizia, un trattato di commercio, un codice penale, civile, amministrativo. Quelli che per avventura pensassero altrimenti, confondono il viver libero col dominio dei demagoghi, e chiamano libertà popolare la tirannia degli arruffapopoli, cioè dei tristi e dei furbi che sanno piaggiarli aggirarli e dominarli, sia che vestissero di nero, sia che si coprissero di rosso.

La nazione dunque deve partecipare al governo della cosa pubblica nel modo solo possibile a una moltitudine; cioè scegliendo e deputando all'uopo, secondo la sua coscienza e il suo giudizio, i migliori che lo rappresentassero. Il governo rappresentativo in tal guisa ha reso effettivo ciò che ai migliori antichi pareva desiderabile ma che non seppero fare, la conciliazione del principato colla libertà civile. Difatti i moderni, almeno tranne gli Svizzeri tutti gli Europei, quando si fecero padroni di sè, liberi di costituire quel governo che meglio loro talentasse, fondarono la loro libertà scegliendo a capo della loro nazione un principe, la cui permanenza ereditaria li assicurasse dalle lotte intestine pel dominio della cosa pubblica: e seppero conciliare la conservazione dei beni col progresso indefinito, la preminenza di Uno colla partecipazione della nazione al governo e colla libertà di tutti. Si è così potuto fondare la più ampia democrazia col governo degli ottimi, presi non per nascita, censo o fortuna, ma per ingegno o confidenza pubblica. Così è stato possibile fondare lo Stato, non sulla reggia, sul municipio o sulla piazza, ma sulla Nazione, e comporre la Nazione a libero Stato.

Senonchè questo modo d'intendere la libertà solleva molte e grandi quistioni sul modo di rettamente ordinarla. Basta accennare le due principali, il suffragio universale, ed oramai il voto delle donne. Lascio da parte quella nuovissima e formidabile della rappresentanza proporzionale, detta altrimenti delle minoranze.

Io non presumo di qui risolvere in poche parole queste grandi quistioni che fanno tremare le vene e i polsi ai maggiori pubblicisti di Europa e di America. Basti per me il dire che l'esperienza ha sempre confermato che gli esclusivi investiti della sovranità, della facoltà di crear leggi o tasse, e dell'indirizzo supremo della società, han potuto governare con beneficio dei popoli soggetti, quando essi soli per la condizione del popolo erano in possesso della virtù intellettuale e morale necessaria a reggere bene gli Stati. E allora il privilegio di governare, dando loro un alto sentimento dei loro doveri, li ha resi buoni amministratori, audaci sfidatori della morte sui campi di battaglia o sulle onde del mare, possenti oratori nelle assemblee, sagacissimi diplomatici. Ma indi a poco sono stati spinti dalla natura delle cose a pensare in particolare a custodire ed allargare i loro privilegi. Gli interessi della maggioranza, delle plebi, delle classi derelitte da cui vivevano separati, sono stati considerati in ultimo luogo.

I legislatori ecclesiastici han sempre pensato a dominare la società civile, han rifiutato le imposte e i tribunali comuni, ed han fieramente negata la libertà altrui. Si sa di un loro vescovo come abbia risposto allo stesso Richelieu che voleva tassarli: I nobili, pretendeva Monsignore, pagano col sangue, la borghesia cogli averi, il clero colle preghiere. Gli aristocratici han preteso a ribadire i privilegi del loro sangue, la borghesia i suoi monopolii: non hanno curato abbastanza gli interessi del minuto popolo, economici, intellettuali e morali. Basta il dire che la libera Inghilterra prima del 1832 non ispendeva nulla per l'istruzione popolare. Accomunato in quell'anno l'elettorato alla borghesia, cominciò a spendervi mezzo milione delle nostre lire, l'anno scorso giunse a spendere 40 milioni, di cui 30 per la sola elementare; ed ora che colla nuova riforma del 1867 ha aperto più ampiamente la porta alla democrazia, intende a renderla obbligatoria ed universale.

Perciò i cittadini di tutte le classi, che tutti indistintamente debbono obbedire alle leggi civili, penali, commerciali, amministrative; che tutti pagano indistintamente le imposte del sangue colle leve dei soldati, e se non tutti colle imposte dirette sulla proprietà immobiliare e mobiliare, tutti contribuiscono allo Stato o al Comune colla gran massa delle imposte indirette, quali ad esempio i dazii di consumo, la macinazione dei cereali, il sale, e simili; tutti hanno non solamente il diritto, ma l'interesse più grande che si possa immaginare, alla rappresentanza della Nazione e alla composizione del potere legislativo.

In tutti i casi e modi manca nei governi di minoranze più o meno censite il beneficio grandissimo di destare l'attività pubblica e diffonderla in tutti gli ordini, d'interessare le classi superiori alla educazione delle inferiori, di far riguardar i governanti come i delegati di tutto il popolo, le imposte come le necessità di governo di tutto il popolo: e che perciò rende le leggi, gli ordini, le tasse, i sacrifici tutti più accetti ed autorevoli. La mancanza di ciò isolò in Francia il trono di Luigi Filippo. La compiuta appartenenza fa la forza e la grandezza degli Stati Uniti e della Svizzera, e delle monarchie che meglio progrediscono in questa via, l'Inghilterra ed il Belgio che allargano progressivamente la facoltà di votare. Il suffragio di tutto il popolo è stato creduto perfino dal conte di Bismarck il fondamento più equo e più saldo del governo della nuova Germania.

Io non sono cieco amatore del voto universale. Penso che un popolo, il quale non sia in grado di votare con coscienza propria, non debba essere chiamato a questo grande ufficio; ma sarebbe desiderabile che alle elezioni avesse parte il più gran numero di popolo che per le condizioni intellettuali e morali possa dar guarentigia di votare con coscienza vera di ciò che vota. La ristrettezza del suffragio, come quella che ha luogo di presente in Italia, per sè è un gran male, da cui dovremmo trovar modo di affrancarci. Ad ogni modo non può dirsi veramente libero un popolo, quando abbia nel suo seno milioni di analfabeti e di non elettori.

Più nuova e forse più difficile è la quistione del voto che da alcuni si vorrebbe concedere, dai più si nega alle donne. A me basta ricordare che la tendenza del mondo moderno è una progressiva giustizia che si rende alle donne, da cui nasciamo, da cui siamo allevati e nutriti nell'infanzia, educati nell'adolescenza, dirozzati nella vita, avvicendati nella gioventù dalle infinite gioie e dagli infiniti dolori dell'amore; con cui, madri, sorelle, amanti, spose, figlie, dividiamo i piaceri e le miserie, e le strettezze, e gli affanni della vita, che padri e vecchi ci alleviano i crucci della vecchiaia, e che anche estinti confortano di pianto le nostre urne ed il sonno della morte!

Se non che io non credo opportuno di trattare particolarmente una tal questione, ora molto dibattuta segnatamente negli Stati Uniti e nella Gran Brettagna. Se questa progressiva giustizia debba giungere fino a farle intervenire direttamente nel governo della cosa pubblica, a mio avviso è una difficilissima questione che potrà risolversi in un avvenire che non si potrebbe determinare. Presentemente, almeno in Italia, per molte ragioni che non occorre dire, non potrebbe essere riguardata di quelle che urge agitare e risolvere.

Ma anche quando noi abbiamo costituito un governo nazionale, poggiante sulla libertà popolare, noi non abbiamo la libertà; avremo la libertà politica all'antica, non abbiamo la libertà civile moderna. Anticamente che il problema era di reggersi al di fuori dei capricci di un despota o dei privilegi di una casta, quando si abbatteva un despota o una casta si reputava possedere la libertà. Il progresso e l'esperienza posteriori han fatto vedere che anche dato il governo al popolo, o meglio ai suoi rappresentanti, se non si provvede a un altro concetto o, meglio, sviluppo della libertà, avremo spostato non tolto il dispotismo.

Al di sopra della sovranità del popolo deve esservi quella della giustizia. Nessuna podestà umana deve essere assoluta. Si dia il potere assoluto ad un papa o ad un imperatore, ai consoli o ai tribuni, a un Sultano o a un Presidente, a un Senato o ad un'Assemblea rappresentativa, ai preti, a un popolo convocato e deliberante in piazza, sarà sempre con ciò fondata la tirannia: l'esperienza ha sempre insegnato in tutti i luoghi, in tutti i tempi, che coloro i quali furono investiti di autorità illimitata, indi a poco si corruppero.

Insomma alla libertà politica bisogna congiungere le libertà personali e locali. Si deve avere il diritto di svolgere coordinatamente a tutti gli altri cittadini, e in tutta la loro ricca diversità, le proprie facoltà, le morali ed intellettuali, le artistiche, le industriali, le sociali ed economiche; quindi le varie libertà individuali della coscienza e del culto, del pensiero e della stampa, delle riunioni e delle associazioni, della proprietà, del commercio e del lavoro, la vita propria dei comuni e delle provincie. La società, come vedremo, deve regolare l'esercizio di questi diritti per tutelare la libertà altrui, ma essi, insieme alla partecipazione alle elezioni, sono l'essenza delle libertà. Il loro complesso forma un cerchio, un santuario che deve sfuggire all'arbitrio dei partiti e dei poteri dello Stato, siano pure parlamenti e senati, e massimamente democrazie e plebi.

Vano il dire: non si è soggetti al governo di una persona o di una casta, ma a quello di magistrati popolari, ma a leggi fatte dalla nazione ed al governo di noi medesimi: perocchè chi dice volontà di nazione e di popolo dice praticamente volontà di maggioranze, per lo più di numero; la più formidabile di tutte le tirannie, siccome quella che poggia sulla più larga base, e meglio si ammantella delle forme della legalità.

Nè ciò è vana paura. Tutti i grandi scrittori politici han sempre temuto il dominio e la tirannia irresistibile delle maggioranze democratiche. A chi volete che si ricorra in uno Stato costituito come si voglia popolarmente? Il governo è sempre il rappresentante di una maggioranza; ed anche quando essa sia savia, in guisa da non volere abusare della sua onnipotenza legale, per propria natura, come partito, deve avere un complesso di idee, di affetti, d'interessi, di sentimenti non conformi a quelli delle minoranze. E quando tutto fosse ad arbitrio della maggioranza si resterebbe oppressi irreparabilmente. Avendo a domandare in una democrazia, osserva un grande scrittore politico moderno, il Tocqueville, ragione di qualche cosa, a chi volete indirizzarvi per ottenere giustizia? Al potere legislativo? esso è nominato e delibera a maggioranza; al potere esecutivo? esso è il delegato della maggioranza; al potere giudiziario? esso è nominato, promosso, diretto dalla maggioranza; alla forza armata? essa è agli ordini della maggioranza; all'opinione pubblica? essa è formata dalla maggioranza.

Fu, se non la maggioranza di numero, la maggioranza di attività e di forze, che a Sparta cacciava e uccideva gl'Iloti; imponeva il vestire, il mangiare, i convegni matrimoniali, vietava alle donne il pudore. Fu la democrazia ateniese che cacciava Aristide in bando, perchè le recava noia sentirlo denominare il Giusto, e condannava Socrate a bere la cicuta perchè pensava sul conto degli Dei diversamente dal popolo; fu la gran maggioranza dei popolo di Gerusalemme che volle crocifisso il Cristo; fu la gran maggioranza del mondo romano che dannava alle fiere le minoranze cristiane; fu la democrazia fiorentina che bandiva, confiscava, mettea a morte i nobili e le minoranze; fu la maggioranza dei popoli latini o cattolici che bruciava Giordano Bruno, Huss, e che sosteneva la Inquisizione; fu la maggioranza della libera Inghilterra, anglicana, puritana o presbiteriana, che oppresse i dissidenti, i papisti, e gl'Irlandesi, fonte non ancora estinta e forse inestinguibile di rancore e di odio; fu la maggioranza democratica francese e del Comune di Parigi che mandava al patibolo i Girondini, i preti che non rinunciavano alla loro coscienza; fu la maggioranza democratica francese che ha inviato i suoi soldati a Roma.

E qui si badi: niuno può impugnare alla maggioranza il diritto di governare; ma le maggioranze, quali che esse si sieno, debbono obbligare le minoranze soltanto a quelle cose che sono indispensabili alla convivenza sociale che sieno rette da una norma comune; come ad esempio, la costituzione dello Stato, la pace o la guerra, le imposte, le milizie, i codici, le monete e simili. Nel resto debbono lasciare ognuno libero di vivere e di governarsi a sua posta.

Però anche composto un governo fondato sulla volontà della nazione, anche lasciate a tutti le libertà varie individuali e locali accennate, noi non abbiamo guarentita la libertà, e qui sta veramente il nodo della quistione. Dall'arbitrio dei principi e dei governi si è, secondo i varii paesi, protetti dai parlamenti e dagli Statuti; ma bisogna ancora guardarsi dall'audacia di quelli i quali chiamano libertà l'universale soggezione ai loro capricci, e dicono di amar tanto la libertà da volerla soltanto per loro, e da negarla a quei che da essi dissentono.

Bisogna invece far capo al principio che chi dice associazione dice coordinazione della libertà propria a quella degli altri soci o cittadini, e alla libertà del rappresentante o del gerente di tutta la società che è il Governo. Così la libertà è inseparabile dal dovere di adempiere a tutti gli obblighi del cittadino come elettori, come eletti, come soldati, come contribuenti. È il dovere segnatamente di obbedire alle leggi, che come si è visto son fatte dalla nazione. Senza di ciò nessuna libertà è possibile. La libertà insomma è compagna indispensabile della responsabilità.

Noi abbiamo accennato che ogni nazione deve avere il diritto di reggersi e governarsi a sua posta, ma a questa libera facoltà corrisponde il dovere di lasciare le altre vivere e governarsi; quindi, tutto quel complesso di norme, di diritti ed obblighi, che prende il nome di Diritto internazionale, per lo quale nessuna nazione potrebbe comandare in casa altrui e ledere l'altrui sovranità.

Noi abbiamo visto che un popolo libero deve comporre il suo governo, eleggere i suoi rappresentanti e legislatori: ma a questa libertà è congiunto inseparabilmente il dovere, non solo di esercitare il proprio ufficio elettorale, ma eziandio di lasciarlo liberamente esercitare agli altri, o di riconoscere schiettamente la volontà dei proprii concittadini diversa della propria. Quindi sono nemici e adulteri della libertà quelli che si levano ad abbattere ogni governo che loro non piace; o che per forza, coi brogli, colle minaccie, colle calunnie corrompono e viziano la libertà elettorale, e che riuscite le elezioni diverse dai sentimenti proprii vorrebbero per forza che essi fossero tenuti come i veri ed esclusivi rappresentanti del popolo, ed imporre la redazione del proprio giornale come la rappresentanza della nazione.

Sì, noi dobbiamo pretendere la libertà religiosa per noi, ma non dobbiamo negarla agli altri, e chiamar libertà l'insultare, il vilipendere, e peggio lo impedire l'esercizio del proprio culto a quelli che non pensano come noi sulla natura di Dio, dell'anima o del destino dell'uomo. Libera Chiesa in Libero Stato, proclamava Camillo Cavour, e questo principio accenna a diventare norma comune delle nazioni civili. Lo Stato, appunto perchè investito dalla forza, deve restringere il suo dominio a quelle cose soltanto ove lo esercizio della forza è legittimo, e perciò fa d'uopo lasciar libere le credenze. Ma, come ce ne dà esempio splendidissimo la grande Unione Americana, libertà sotto la tutela del diritto comune, dei cattolici come dei protestanti, per i cinesi come per gli ebrei, pei buddisti come per i maomettani, per i quaccheri come per i liberi pensatori. Sconosce la libertà tanto una plebe cattolica che voglia impedire al razionalista di vivere a suo modo, quanto il razionalista che voglia chiuder la bocca al predicatore cattolico.

Sì, noi dobbiamo essere liberi nella persona, nella casa, che gl'inglesi considerano come il proprio castello: ma se alcuno attenta alla libertà eguale delle altre persone, alla inviolabilità delle altrui donne, delle altrui case e degli altrui averi, noi abbiamo sostituito invece il dispotismo degli arruffoni, dei ladri e dei briganti di ogni razza.

Noi dobbiamo avere la libertà di unirci e di associarci: ma se noi vogliamo unirci e associarci per negare agli altri la libertà loro, per attentare agli altrui diritti, ed anche per isconoscere il governo, che si deve supporre essere l'agente vero dello Stato, o della Società libera; noi non abbiamo la libertà, abbiam invece la tirannia di quelle associazioni, di quelle minoranze, di quegli individui, che a nome del popolo negano la libertà degli altri cittadini, e la libertà di tutto il popolo o tutta la nazione composta a Stato.

Noi dobbiamo avere la libertà di esprimere i nostri pensieri colla parola e colla stampa: ma se colla parola e colla stampa si attenta impunemente allo onore altrui, privati o pubblici ufficiali, non abbiamo la libertà; abbiamo invece la prepotenza di chi in luogo di servirsi di un pugnale o di un veleno per attentare all'altrui borsa o vita, si serve di una gazzetta per attentare allo altrui onore e avvelenare la vita privata e pubblica.

Sì, le provincie e i comuni debbono essere liberi, ma se essi sconoscono le leggi dello Stato, ovvero si rifiutino a provvedere a quelle cose cui la nazione giudica sia d'interesse generale che si provvegga, per esempio l'istruzione popolare; lo Stato, il che vuol dire l'Associazione generale, deve avere il diritto di costringere colla forza quel comune o quella provincia, ovvero quel socio ricalcitrante che manca ai suoi doveri verso la Società generale.

Insomma noi non abbiamo la libertà vera se non quando vi sia una podestà che faccia rispettare le leggi e i diritti di tutti, che provveda agl'interessi comuni, e che freni o punisca le esorbitanze da qualunque parte vengano. Gli è perciò che la libertà richiede per condizione assoluta che i governi abbiano una forza corrispondente all'adempimento di questo dovere. Molti chiamano libertà la debolezza dei governi. È un grand'errore. Un governo debole che non abbia la forza di frenare le esorbitanze degl'individui e dei varii partiti, non può, è vero, tiranneggiare esso, ma lascia invece tiranneggiare quelli che vogliono; e specialmente quelli che al mentito nome del popolo sostituiscono al vecchio dispotismo dei re, dei nobili, dei preti, quello di sè medesimi, o di quella mano di popolo e di quella piazza da essi aggirata e corrotta.

Questi errori e debolezze funeste spiegano le vicende della libertà: come essa sia stata ora messa sugli altari ora gettata nella polvere; e come, se non è stato difficile a molti popoli di liberarsi di un tiranno o di una oligarchia, è stato difficilissimo il mantenersi l'acquistata libertà. La si è conservata, e se ne sono avuti i beneficii, quando la si è saputa guarentire dalla corruzione. Quando invece col pretesto della libertà si è abbandonato il campo ai perversi, e si è lasciato loro libero arbitrio di attentare ai diritti degli altri, e si è chiamata libertà la licenza di dar di piglio nel sangue, negli averi e nell'onore altrui, o il prepotere di una folla briaca e nulla vi è stato di sacro e di venerando tranne l'arbitrio dei demagoghi; l'immensa maggioranza dei cittadini amanti di lavorare tranquillamente, e di godere i frutti del loro lavoro, della loro proprietà, e di mantenere incolume l'inviolabilità del loro santuario domestico, stomacati dalla tirannia esercitata da pochi arruffoni o da una piazza a fronte di un governo senza volontà e senza nervi; han preso in odio quello che prima adoravano, per cui avevano speso averi e sangue, che era stato il sogno dei loro giovani anni, la stella polare della loro vita, e non hanno temuto d'infrangere o di lasciare infrangere l'idolo amato.

Se vi ha cosa dimostrata da tutta la storia delle generazioni umane si è questo, che la licenza conduce inesorabilmente al ristringimento e alla perdita della libertà. Sciolti i vincoli sociali, annebbiata, distrutta l'idea del diritto e del dovere, confuse e stanche le menti, sono sorti sempre, sia dalle fila degli amanti dell'ordine, sia dalle file dei così detti capitani del popolo, alcuni uomini più ambiziosi, i quali han raccolto nelle loro mani la sperperata autorità sociale; e i popoli, nella loro gran maggioranza, bisognosi di ordine, reputanti il peggior governo esser sempre preferibile al non averne alcuno, si sono raccolti intorno a codesti audaci come i naufraghi intorno alla tavola di salvezza, e li han chiamati restitutori della pace, salvatori della società. Vane sono state le proteste degli animi invitti, i Bruti e i Catoni han potuto combattere onorevolmente e uccidersi per l'onore della loro bandiera, ma la libertà non risorse; i popoli han preferito alle prepotenze dei Clodii il dominio dei Cesari, e il potere è durato in mano a quelli che han saputo trar profitto della generale scontentezza: donde nuove tirannie, nuove rivoluzioni, nuove anarchie, nuovi disordini: infino a che non si è riuscito a coordinare i diritti e gli obblighi dei governi come dei varî cittadini, la libertà dello Stato, come la libertà cioè i diritti e i doveri degl'individui e delle minori associazioni.

Insomma a mio avviso la libertà potrebbe assomigliarsi a un gran fiume, ricco di acque benefiche destinate a infertilire le terre in mezzo alle quali scorre maestoso. Ma perchè ciò avvenga bisogna che ci sia tutto un sistema di argini, di canali e di chiuse per fronteggiare le piene, diffondere la vita ed impedire gli straripamenti. Tuttociò è, e deve essere l'opera della legge che coordina le varie libertà, il governo di sè medesimi, degl'individui e delle minori associazioni, coi rispetti dovuti ai diritti altrui e alla libertà della società generale. Chi ha oppressa la libertà ha inaridita la fonte benefica della vita; chi non ha saputo acconsentirla agli individui, ai comuni, alle provincie, non ha saputo diffondere le acque vivificanti, le ha tenute inutili ed anzi più pericolose per la loro gran massa; chi non ha saputo frenarne o correggerne la violenza e i trascorsi, ha trasformato in opera di devastazione e di rovina ciò che doveva essere sorgente di ricchezza e di vita; ed ha oscillato perpetuamente tra l'anarchia e il dispotismo, le rivoluzioni e i colpi di Stato.

Avventurosi quelli i quali, come in Europa segnatamente gl'Inglesi, seppero da tempo costituire un governo conforme alle condizioni reali della loro nazione; aderire al medesimo fermamente, correggerlo e farlo progredire secondo i tempi senza distruggerlo e senza sconvolgerlo; e sviluppare la loro civiltà, tutelando ad un tempo la libertà dei cittadini e i diritti necessari allo Stato per lo adempimento dei suoi doveri! Le lotte lungamente durate, il sangue generosamente sparso dai padri ha profittato e profitta ai lontani nepoti, e la loro bandiera è la bandiera della pace interna ed esterna, della libertà e del progresso, e non solo attesta la maggior forza e grandezza nazionale, ma eziandio la maggiore dignità e il maggiore sviluppo a cui sia pervenuto in Europa l'uomo moderno.

Signori, l'argomento sul quale ho impreso a intrattenervi richiederebbe volumi per essere convenientemente illustrato; ma io ho inteso non di fare un libro o un trattato, o d'iniziarvi un corso compiuto di diritto pubblico, ma di delinearvi un prospetto della libertà sociale moderna. Ogni secolo, ogni età ha le sue idee sopra le grandi questioni sociali, io ho inteso di raccogliervi sulla libertà la somma delle idee attuali del mondo civile. Il mio compito dunque sarebbe qui finito.

Io non so però prender commiato da così gentile e benevola adunanza senza far notare, come questa libertà, siano qualunque i suoi inconvenienti inseparabili da ogni umana istituzione, è pur quella che ha messa e tiene insieme la nostra patria. Pur troppo non mancano quelli che ne sono già stanchi, e ad essa attribuiscono i mali di cui si traggono sì alti guai. E la si accusa, non solo del modo imperfetto di intenderla e di applicarla, ma eziandio di tutto ciò che è l'effetto della trasformazione dell'Italia in unico Stato, delle mutate leggi ed abitudini, degli sconvolti interessi, della furia colla quale, nelle leggi, nello stato politico, nello stato economico e morale, si è voluto da tutta la nazione, e in picciol tempo, e nei marosi della tempesta rivoluzionaria, conseguire quello a cui altre nazioni sono giunte colle agevolezze della pace, e in séguito al persistente lavoro di più generazioni.

Si dimentica che ogni governo è composto di uomini, e che nessun governo ha mai potuto al mondo evitare gli errori, preveder tutto, e creare d'un tratto istituzioni ed amministrazioni perfette, come gli antichi favoleggiarono di Minerva che uscì tutta armata dal cervello di Giove. Nessun governo ha mai avuto il privilegio di far guerre, creare eserciti, flotte ed istituzioni civili, senza imposte o senza imprestiti; far prestiti senza pagare interessi, pagare interessi senza metter tasse, e crear tasse senza resistenze e senza lamenti. Sopratutto si dimenticano facilmente i mali del passato, e la vecchia compressione che li rendeva ignoti ai più; si obblia che tutti gli altri Stati del mondo, i regni dispotici e le monarchie costituzionali come le repubbliche più democratiche, hanno nel loro seno malcontenti, violente opposizioni, debiti, tasse, disordini varii, qualcuna come l'Unione americana, anche il corso forzoso ed imposte enormi. In Italia troppo spesso, abusandosi della ignoranza e della credulità pubblica, si parla e si scrive come se altrove si stesse senza imposte, senza debiti, senza furfanti, senza difetti e disordini; tutti lieti e felici come la fantasia dei poeti ha favoleggiato della età dell'oro, ed ogni malanno, anche il più piccolo, viene ingrandito e ripercosso dalle mille voci della stampa. Si dimentica che molte delle lagnanze dovrebbero invece rivolgersi ai cittadini medesimi che mancano ai loro doveri di elettori, di eletti, di contribuenti, di scolari, di amministratori, di socii.

Si dimentica che la vita è una lotta, e che la libertà, anzichè affrancarci da questa legge salutare dell'operosità, la richiede più inesorabilmente. La vita privata è una lotta contro le imperfezioni della natura, contro i bisogni dell'infanzia, le passioni della gioventù, le infermità e le miserie umane, i crucci della vecchiaia, la morte. Bisogna lottare per cavare i minerali dalle viscere della terra, per ottenere le derrate dei campi, per navigare, per imparare, per amministrare. La libertà, intendendo a destare, vivificare e rendere fruttuose tutte le forze della società, per eccitare e fecondare le buone, è costretta anche a tollerare alcune cattive, almeno infino a che non si chiariscano bene per tali. Perciò la vita pubblica, lungi di essere ozio e riposo, è una lotta acerbissima, permanente, inesorabile: della parte sana della società contro la parte inferma, contro l'ignoranza e l'indolenza dei più, le esorbitanze dei varii partiti, le prepotenze dei faziosi e degli uomini di sangue e di corrucci. Vi ha però la differenza che negli Stati dispotici la capitananza di questa lotta si guadagnava col lustro della nascita ovvero colla forza o coi raggiri di Corte; in uno Stato libero bene ordinato, si guadagna più spesso coll'ingegno manifestato nelle varie palestre della vita pubblica, e colla confidenza pubblica attestata dalle elezioni popolari.

Si dimentica ancora il perpetuo insegnamento della storia, che se nulla è più fecondo di prodigi dell'arte di esser liberi, nulla è più duro della scuola della libertà, e che nessuno ha mai imparato a nuotare senza tuffarsi nell'acqua e ingozzarne. La libertà, ci ricordò il Tocqueville, nasce in mezzo alle tempeste, si stabilisce penosamente in mezzo alle discordie civili, ma non dà tutti i suoi frutti se non quando diventa vecchia. Bisogna che entri nei costumi. Non si può star bene in una casa quando è in uno stato di fabbricazione o di trasformazione, nè si è ancora inventato un sistema di passeggiare ad agio in una via quando si sta ancora ristaurando, o non è ancora consolidata, anzi nemmeno si è avuto il tempo di sgombrarla dalle macerie.

So bene che tutto ciò non è valutato da tutti, e la nostra libertà costituzionale è assalita ad un tempo dai Paladini del passato, dai Piagnoni del presente, e dagli Arrabbiati dell'avvenire.

Io oso volgere sulle condizioni della mia patria uno sguardo più equo, e mi permetto di compiacermi del punto al quale fino adesso siam giunti, da quello onde siamo partiti. Se noi guardiamo la libertà nell'ordine speculativo, deve rafforzare la nostra fede nel progresso il considerare che la libertà civile di presente non è più il libero arbitrio delle caste, delle teocrazie, delle oligarchie, delle demagogie; non è il concetto negativo di non aver principe, ma è patrimonio di tutti, cioè è il vero ordine sociale; è lo svolgimento dell'uomo sottratto al capriccio dei pochi o dei molti, è l'impero della legge consentita dalla nazione medesima e determinante i diritti di tutti.

Nell'ordine dei fatti la nostra libertà presente, comunque non abbastanza bene ordinata, è di gran lunga superiore, non dico alla servitù dei nostri padri, ma anche alla libertà dei Romani che tenevano soggetti gli altri Italiani, e alle libertà delle illustri repubbliche dei mezzi tempi che comprendevano soltanto una piccola parte dalla nazione; e si reggevano bensì a popolo ma tenevano sudditi i contadi e le altre città del territorio, e che usavano la libertà ad invocare lo straniero, e a darsi in preda ai Ciompi e ai capitani del popolo che diventavano tiranni, e a dilaniarsi fra loro. Insomma nei venticinque secoli e più della nostra storia voi non troverete una epoca in cui l'Italia siasi retta, come si regge oggi giorno; da sè medesima.

So benissimo che si accusa questa libertà di debolezza e d'inettitudine: ma questa libertà è pur quella che suscitando e raccogliendo tutte le forze vive della nazione ha potuto costituire la patria indipendente ed una; sostenere in pochi anni quattro guerre in Lombardia contro uno dei più potenti Stati di Europa, illustrare la bandiera italiana in Oriente, scacciare dai loro antichi troni i principi incompatibili colla nuova vita, togliere la nazione al dominio della casta sacerdotale, combattere con sufficiente fortuna militare o diplomatica l'Impero e il Papato; contro cui si era infranto il potere dei principi e delle repubbliche che attraverso molti secoli l'avevan tentato, da Berengario ed Arduino alle Leghe lombarde, a re Manfredi, a re Ladislao, al genio di Macchiavelli, a Gioacchino Murat, e alla pertinacia dei principi di Casa Savoia.

Questa libertà, che si dice madre di debolezza, ha potuto raccogliere forze di armi e di armati, quante non se ne raccolsero mai in Italia dal tempo delle guerre di Annibale e di Caio Mario. Dopo di allora molte volte gl'Italiani erano stati numerosi in armi, ma avevan versato il sangue, o per opprimere altri popoli o per dilaniarsi fra loro, come a Farsaglia, a Filippi, ad Azio, nelle stesse guerre delle leghe lombarde, alla Meloria, a Chioggia, o per lo straniero, e per servir sempre o vincitori o vinti: ma in oltre venti secoli, quanti ne eran corsi dalla battaglia di Canne e dalla giornata contro i Cimbri fino ai nostri giorni, non si erano mai più visti gl'Italiani vincere almeno sè medesimi, e star tutti in campo per liberare la patria loro.

Questa libertà, che si accusa di debolezza e d'inettitudine, ha pur potuto costituire un unico governo, stabilire le stesse leggi per tutta la nazione, imporre tasse e leve che nessuno dei governi precedenti così vantati per forti potè mai imporre; ha potuto quasi spegnere il brigantaggio, domare col minimo dei sacrificii tutte le ribellioni contro la volontà significata dalla nazione nei plebisciti. Nel 59 e nel 66 ha potuto col consentimento della nazione raccogliere nei pericoli della patria il potere politico e militare nelle mani del principe: limitazione temporanea della libertà che altrove voluta imporre per forza costò sangue e rovine.

Questa libertà, è vero, finora par che abbia sostituito il giornale al libro, ma non ostante le molte ciancie si è pur potuto costituire un'amministrazione politica militare e civile che, comunque imperfetta, certo l'Italia non ebbe mai; si è pur potuto entrare nel consorzio delle grandi nazioni di Europa, e costituire in dieci anni tante opere pubbliche quante non se ne erano fatte in molti secoli; coprir le coste di fari, scavar porti, costruir strade, metter su scuole e ogni sorta d'istituzioni civili; si è potuto costruire l'arsenale della Spezia che Napoleone I potè solo vagheggiare, e scavare il porto di Brindisi che per opera delle guerre di Gneo Pompeo e di Giulio Cesare da diciannove secoli giaceva interrato. Si è potuto correggere la natura, traforare le Alpi e gli Appennini al nord, al centro, al sud, e condurre il carro del progresso dal Cenisio ai mari di Calabria e di Sicilia. All'alito di questa libertà le nostre città si rinnovano, gli spiriti industriali si ravvivano, le nostre costiere della Liguria si coprono di navi e di cantieri quanti la vecchia Genova dei Consoli e dei Dogi non conobbe mai; la terra che apparteneva alle manimorte si sminuzza e passa nelle mani dei lavoratori, i nostri lavoratori si costituiscono in fecondi sodalizii; scuole, casse di risparmio, società operaie, e innumerevoli istituzioni civili sorgono per tutte le parti: l'Italia dei morti è finita di esistere, riapparisce l'Italia dei vivi.

Signori, un grande cittadino italiano, il maggiore degli statisti della nostra patria, forse il maggiore dell'età sua, Camillo Cavour, morendo raccomandava agl'Italiani che l'Italia si era fatta colla Libertà e per opera della Libertà, e che non poteva mantenersi se non colla Libertà. Possa la nostra generazione guarentirla da ogni violazione e dal corrompimento; e se la libertà dei Romani e dei mezzi tempi potè arrecare la grandezza di Roma e delle città che seppero mantenersi libere dalla tirannia delle reggie come dall'anarchia delle piazze, possa la meglio libera Italia moderna, l'Italia degl'Italiani, esser degna del nome dei nostri padri, e dei generosi che la costituirono a prezzo dei loro sangue.

Indice Biblioteca Progetto Tirannide e Libertà

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011